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22/01/2026

La dialettica dell’economia cinese nell’elaborazione storica di Cheng Enfu

Il libro “Dialettica dell’economia cinese” è scritto da cinesi (Cheng Enfu ed i suoi collaboratori) per i cinesi. Quindi non va letto per rispondere alla domanda classica “quanto socialismo e quanto capitalismo c’è nell’economia cinese?”

Sicuramente, leggendolo, si può rispondere alla domanda “perché la Cina non è diventata una democrazia liberale di tipo occidentale” (oppure non è stata frazionata in tanti Stati su base etnica), come prevedevano, appunto, gli occidentali?

Si tratta, infatti, di una raccolta di testi che datano dai primi anni ’90 alla fine degli anni ’10 del Terzo Millennio, che riflettono l’ampio e sconosciuto dibattito presente in Cina sugli indirizzi economici del paese. Da tali testi si evince come il Partito Comunista Cinese, in maniera non scontata, abbia tenuto la barra diritta su determinati principi anche grazie all’azione di intellettuali come Cheng Enfu.

Per leggerlo, occorre assumere la visione del marxismo adottata in Cina, da loro definita “olistica”, simile a quella definita in Occidente negli anni ’70 come “sviluppo organico” fra i vari riferimenti politico-ideologici. Ovvero ogni riferimento politico-ideologico contribuisce a sviluppare la teoria marxista, anche superando alcuni nodi e concezioni precedenti.

Ad esempio, se ci si ferma alla “Critica del Programma di Gotha” – [un testo polemico sulle degenerazione del partito socialdemocratico tedesco, necessariamente “ristretto” ndr] – non sarebbero concepibili rapporti mercantili in una società socialista. Tuttavia, altre esperienze e riflessioni del movimento comunista hanno articolato più concretamente i concetti in questo campo.

Lenin delineò la compresenza di cinque forme economico-sociali nella NEP. Stalin provò ad indicare l’ambito di validità della legge del valore nell’URSS della sua epoca, fino a giungere alle innovazioni portate dai riferimenti cinesi (Mao, Deng, ecc.), Ecco che il risultato è l’impianto teorico del “socialismo di mercato”.

Non vi è dunque, la contrapposizione pressoché assoluta, prevalente nelle concezioni occidentali attuali, fra i teorici del marxismo e coloro che hanno provato a realizzarlo.

Entrando nel merito del libro, vi sono parti che trattano della questione economica in maniera specifica e parti più teoriche, che tendono, appunto, a dare una sistematizzazione dell’economia cinese dall’epoca di Riforme e Apertura (1978) in poi, adottando categorie marxiste.

La citazione a mio avviso più importante è la seguente: “la contraddizione di base dell’economia capitalista contemporanea si manifesta nella contraddizione tra, da un lato, la costante socializzazione e globalizzazione dell’economia con i suoi fattori di produzione sotto la proprietà privata, collettiva o statale, e, dall’altro, il disordine o l’anarchia della produzione all’interno delle economie nazionali e nell’economia mondiale”.

Pertanto, da questo punto di osservazione, l’attuale stato dell’economia capitalista non sarebbe caratterizzato da una contraddizione insanabile fra rapporti di produzione e sviluppo delle forze produttive, bensì dalla contraddizione dell’anarchia produttiva (il liberalismo economico spinto, per cui si produce solo in vista del profitto immediato) e le varie forme di proprietà esistenti, privata, statale e collettiva.

La Cina, grazie alla sua economia pianificata, si caratterizza per la capacità di governare i vari fattori dell’economia globalizzata e le varie forme di proprietà, evitando di farli entrare in contraddizione insanabile fra di loro.

La Cina, secondo questa impostazione, si trova in uno stadio di sviluppo più avanzato delle economie capitalistiche, ovvero lo stadio primario del socialismo, in cui predomina la proprietà pubblica (statale e collettiva), mentre quella privata ne è subordinata; nella sfera della distribuzione, il mercato ha ancora un ruolo importante, seppur non dominante e si parla di “distribuzione secondo il lavoro basata sul mercato”.

Le fasi successive del socialismo vedranno un graduale prevalere della pianificazione e della proprietà pubblica, fino alla scomparsa di mercato e proprietà privata. Vi sono capitoli corredati di schemi sulle varie fasi sviluppo, in rapporto al ruolo del marcato, non solo per quanto riguarda il socialismo, ma anche per quanto riguarda le economie pre/capitaliste e capitaliste.

Attualmente, il mercato è ritenuto ancora più efficiente, specialmente per quanto riguarda i settori produttivi caratterizzati dal ciclo produttivo breve (beni di consumo corrente) e, soprattutto, nei settori innovativi, verso i quali l’iniziativa privata si dimostra più vivace e reattiva.

La pianificazione è ritenuta gravata da problemi attualmente insuperabili, come tendenze corporative fra enti pianificatori, mancanza d’incentivo verso settori innovativi, coazioni a ripetere dannose.

Queste teorizzazioni, seppure si espongono all’obiezione di essere utili a rinviare ad libitum l’instaurazione di rapporti di produzione integralmente socialisti, denotano un’esatta percezione della situazione reale attuale, una delle prerogative che mancò all’URSS. Mentre, infatti, negli anni ’70 ed ’80 si effettuavano riforme economiche che ampliavano i margini del marcato, il PCUS teorizzava che il paese si trovasse in una fase sviluppata del socialismo e si stesse avviando verso il comunismo.

La contraddizione fra lo stato reale della situazione e la percezione delle dirigenze era tale da configurare una perdita della funzione di direzione del partito nella società. Non a caso, quando si ebbe la prima apertura ampia a meccanismi di mercato, con la perestrojka, i burocrati delle aziende di stato che si erano ritagliati dei micropoteri capitalisti – infinitamente inferiori a quelli esistenti in Cina dopo “Riforme e Apertura” – travolsero totalmente il partito e lo Stato, accaparrandosi tutte le attività produttive e portando all’instaurazione completa di un capitalismo selvaggio.

Cheng Enfu emerse proprio all’inizio degli anni ’90 con la sua attività accademica e sembra costantemente segnato dalla lezione sovietica, anche nel polemizzare con determinate tendenze che andavano emergendo all’interno del Partito Comunista Cinese dopo le aperture.

Ciò sembra riflettersi anche nelle sue valutazioni sul periodo iniziale della Rivoluzione Cinese, in cui l’economia era improntata ad un livello di socializzazione molto accentuato, pressoché totale.

Quella fase, infatti, secondo l’autore, ha garantito lo sviluppo dell’industria e dell’agricoltura di base ed è, quindi, ritenuta una fase necessaria, senza la quale il successivo periodo di Riforme e Apertura non ci sarebbe potuto essere.

In sostanza, le riforme non sono venute a correggere delle storture precedenti: il Grande Balzo in Avanti e la Rivoluzione Culturale vengono da lui derubricati ad errori di entità minore, nel contesto di una politica economica che ha comunque conseguito risultati importanti.

Su questa questione, a mio avviso vi è uno scostamento rispetto alla versione ufficiale storica del Partito sul periodo maoista, ovvero 70% positivo, 30% negativo (Risoluzione su alcune questioni della storia del nostro Partito dalla fondazione della Repubblica Popolare, 1981); quest’ultima, infatti, pone maggiore enfasi sugli aspetti negativi del Grande Balzo in Avanti e della Rivoluzione Culturali e sugli elementi di discontinuità portati dalle riforme. Le valutazioni di Cheng Enfu la mette in discussione in tempi peraltro non sospetti.

Vi sono poi i testi relativi alla fase di sviluppo estensivo, quella che va dalla metà degli Ottanta, quando – dopo il gradualismo iniziale – le riforme assumono un’entità generalizzata, fino ai primi anni ’10 del 2000, segnata da periodi di crescita annuale, in termini di PIL, a due cifre.

La Cina accetta consapevolmente di diventare la “fabbrica del mondo”. Ai capitalisti stranieri e cinesi venivano garantiti grandi margini di profitto in cambio di joint venture al 51% cinese, la condivisione del know how e un graduale aumento dei salari, modesto in percentuale rispetto ai profitti, ma comunque rilevante se confrontato ai livelli precedenti. Con tutto il portato di disuguaglianze, problemi ambientali e dipendenza dalle esportazioni.

Ed è proprio in questo clima, che era di euforia, se si guardava agli indicatori economici, che intervenivano gli scritti di Cheng Enfu volti a mettere tutti in guardia rispetto all’aumento delle disuguaglianze e alla necessità di incamerare tecnologie per essere in grado di creare una base produttiva nazionale indipendente.

In tal senso sono notevoli gli interventi contro chi proponeva di “aprire tanto per aprire” i settori economici in cui si poteva sviluppare un’industria nazionale e gli avvertimenti contro la possibilità di cadere nella cosiddetta trappola del reddito medio: ovvero un paese in via di sviluppo (quale era la Cina), qualora faccia eccessivo affidamento sugli investimenti stranieri per sfruttare il vantaggio dato dai costi di produzione più bassi, ottiene un graduale aumento dei salari fino a giungere ad un punto tale in cui il vantaggio viene perso (vi sono altri paesi in cui conviene reindirizzare le esternalizzazioni); a quel punto, si trova a non disporre di una base industriale indipendente per continuare a crescere.

Rimane, così, intrappolato sul livello di reddito raggiunto e succube degli stranieri, della loro volontà di mantenere gli investimenti precedenti e del mantenimento del livello delle esportazioni.

Tutte queste considerazioni, effettuate a tempo debito ed in relativo isolamento, hanno fatto sì che Cheng Enfu diventasse uno dei principali teorici della cosiddetta “Nuova Era” che parte, grossomodo, dall’ascesa di Xi Jinping a Segretario Generale del PCC. È una fase segnata dal passaggio da un modello di sviluppo estensivo ad uno intensivo, basato sulle alte tecnologie, sulla sostenibilità ambientale e sui servizi finalizzati all’aumento delle condizioni di vita interne. Si fanno anche i conti con le degenerazioni provocate dai problemi segnalati in precedenza da Cheng Enfu attraverso una compagna anti corruzione senza precedenti.

Cambiando il modello di sviluppo, deve modificarsi anche il rapporto con il capitalismo straniero, specialmente nei settori ad alta tecnologia in cui, a partire dalla prima amministrazione Trump, interviene la guerra tecnologica statunitense.

In tali settori, infatti, secondo Cheng Enfu, le joint venture non sono più adatte, non solo a causa delle guerre tecnologiche che ne impediscono la creazione, ma anche perché, laddove pure vengano create, non garantiscono un livello di controllo tale da poter stimolare lo sviluppo autonomo in maniera adeguata. Ad esempio, l’influenza straniera nella governance spesso disincentiva gli investimenti in ricerca e sviluppo.

Quella che si propone, alla fin fine, è un’alleanza fra Stato e capitalisti nazionali nel segno dei dettami della pianificazione centrale, in cui, appunto, i profitti privati vengono garantiti a patto che si collabori al raggiungimento degli obiettivi comuni di sviluppo tecnologico autonomo e benessere sociale.

Negli anni successivi alla pubblicazione del libro, quando la guerra commerciale si è inasprita e si è data la necessità di disaccoppiare le catene di fornitura, tali principi sono stati applicati in maniera massiccia.

Ne è un esempio lo sforzo comune profuso nei settori dei semiconduttori, dell’hardware e del software, per sostituire il materiale di produzione straniera utilizzato dalla pubblica amministrazione con materiale prodotto su catene cinesi, da aziende cinesi di qualità analoga, se non superiore (vedi qui); nell’ambito di questi sforzi, sono escluse le aziende con partecipazioni straniere troppo grandi. Inoltre, le aziende internazionalizzatesi eccessivamente sui mercati finanziari e divenute molto influenti sono state duramente colpite (vedi Alibaba).

Tornando ai classici, a mio avviso possiamo parlare di una riedizione in chiave moderna dell’alleanza fra proletariato e borghesia nazionale che Mao ha sostenuto fino alla metà degli anni ’50, quando ci sono state le accelerazioni in termini di socializzazione economica.

In definitiva, il libro dà la percezione del dibattito multiforme e tormentato che c’è stato in Cina durante il lungo percorso che ha consentito di raggiungere i livelli attuali. L’autore ha prima contribuito affinché non si affermassero idee stagnanti, secondo cui bastava proseguire il percorso di Riforme e apertura così com’era per far proseguire spontaneamente lo sviluppo cinese; poi si è proposto come uno dei principali artefici dell’impianto ideologico della “Nuova Era”. Il tutto con lo scopo ben preciso di preservare il “socialismo dalle caratteristiche cinesi” ed il ruolo di direzione del Partito Comunista Cinese in tutto il processo.

In ultimo, è necessario effettuare delle considerazioni riguardanti la politica estera della Cina, che rappresentano quasi sempre il non detto quando si parla di economia cinese e che assolvono parzialmente l’URSS.

È chiaro che l’apertura ai capitali occidentali e, in generale, la politica di Riforme e apertura si sono potute sviluppare pacificamente grazie alla collaborazione con gli USA, in chiave oggettivamente antisovietica, a partire, grossomodo, dal famoso incontro Mao – Nixon del 1972.

L’URSS non avrebbe potuto sviluppare un indirizzo simile, anche se avesse avuto una dirigenza maggiormente sintonizzata con la realtà, perché era in atto uno scontro frontale con gli USA; del resto, questo riguarda anche Cuba o altre esperienze che vedono un testa a testa contro l’imperialismo.

Ebbene, con la “Nuova Era” si vede chiaramente che anche la conciliazione relativa con gli USA volge al termine. Nonostante ciò, alla luce delle guerre, dei genocidi quali quello di Gaza, e del rinnovato vigore imperialista nel portare avanti dei “regime change” unilaterali (vedi quello portato a termine in Siria a fine 2024 e quello il cui tentativo è attualmente in corso in Venezuela), il ruolo della Cina sembra ancora poco decisivo sul piano più appariscente.

Ciò sembra in contraddizione sia con il ruolo di guida dei paesi del cosiddetto sud globale cui la Cina aspira, sia con i rischi che una rinnovata aggressività di un imperialismo in crisi può portare agli sforzi cinesi per la costruzione della “comunità umana dal futuro condiviso”. O, a più breve termine, per l’architettura di sicurezza su cui la Cina basa la propria ascesa internazionale, i cui pilastri sono gli scambi commerciali internazionali liberi e la Belt and Road Initiative.

Se il benessere condiviso non passa attraverso la logica dei blocchi e delle sfere d’influenza, come sostiene la Cina, s’imporrebbe un passaggio ad una nuova era anche in politica estera. Magari segnato da un maggior interventismo per evitare le guerre ed i genocidi messi in atto dall’imperialismo, disposto a tutto per difendere il proprio predominio e distruggere la coesistenza pacifica.

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