Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Cheng Enfu. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cheng Enfu. Mostra tutti i post

22/01/2026

La dialettica dell’economia cinese nell’elaborazione storica di Cheng Enfu

Il libro “Dialettica dell’economia cinese” è scritto da cinesi (Cheng Enfu ed i suoi collaboratori) per i cinesi. Quindi non va letto per rispondere alla domanda classica “quanto socialismo e quanto capitalismo c’è nell’economia cinese?”

Sicuramente, leggendolo, si può rispondere alla domanda “perché la Cina non è diventata una democrazia liberale di tipo occidentale” (oppure non è stata frazionata in tanti Stati su base etnica), come prevedevano, appunto, gli occidentali?

Si tratta, infatti, di una raccolta di testi che datano dai primi anni ’90 alla fine degli anni ’10 del Terzo Millennio, che riflettono l’ampio e sconosciuto dibattito presente in Cina sugli indirizzi economici del paese. Da tali testi si evince come il Partito Comunista Cinese, in maniera non scontata, abbia tenuto la barra diritta su determinati principi anche grazie all’azione di intellettuali come Cheng Enfu.

Per leggerlo, occorre assumere la visione del marxismo adottata in Cina, da loro definita “olistica”, simile a quella definita in Occidente negli anni ’70 come “sviluppo organico” fra i vari riferimenti politico-ideologici. Ovvero ogni riferimento politico-ideologico contribuisce a sviluppare la teoria marxista, anche superando alcuni nodi e concezioni precedenti.

Ad esempio, se ci si ferma alla “Critica del Programma di Gotha” – [un testo polemico sulle degenerazione del partito socialdemocratico tedesco, necessariamente “ristretto” ndr] – non sarebbero concepibili rapporti mercantili in una società socialista. Tuttavia, altre esperienze e riflessioni del movimento comunista hanno articolato più concretamente i concetti in questo campo.

Lenin delineò la compresenza di cinque forme economico-sociali nella NEP. Stalin provò ad indicare l’ambito di validità della legge del valore nell’URSS della sua epoca, fino a giungere alle innovazioni portate dai riferimenti cinesi (Mao, Deng, ecc.), Ecco che il risultato è l’impianto teorico del “socialismo di mercato”.

Non vi è dunque, la contrapposizione pressoché assoluta, prevalente nelle concezioni occidentali attuali, fra i teorici del marxismo e coloro che hanno provato a realizzarlo.

Entrando nel merito del libro, vi sono parti che trattano della questione economica in maniera specifica e parti più teoriche, che tendono, appunto, a dare una sistematizzazione dell’economia cinese dall’epoca di Riforme e Apertura (1978) in poi, adottando categorie marxiste.

La citazione a mio avviso più importante è la seguente: “la contraddizione di base dell’economia capitalista contemporanea si manifesta nella contraddizione tra, da un lato, la costante socializzazione e globalizzazione dell’economia con i suoi fattori di produzione sotto la proprietà privata, collettiva o statale, e, dall’altro, il disordine o l’anarchia della produzione all’interno delle economie nazionali e nell’economia mondiale”.

Pertanto, da questo punto di osservazione, l’attuale stato dell’economia capitalista non sarebbe caratterizzato da una contraddizione insanabile fra rapporti di produzione e sviluppo delle forze produttive, bensì dalla contraddizione dell’anarchia produttiva (il liberalismo economico spinto, per cui si produce solo in vista del profitto immediato) e le varie forme di proprietà esistenti, privata, statale e collettiva.

La Cina, grazie alla sua economia pianificata, si caratterizza per la capacità di governare i vari fattori dell’economia globalizzata e le varie forme di proprietà, evitando di farli entrare in contraddizione insanabile fra di loro.

La Cina, secondo questa impostazione, si trova in uno stadio di sviluppo più avanzato delle economie capitalistiche, ovvero lo stadio primario del socialismo, in cui predomina la proprietà pubblica (statale e collettiva), mentre quella privata ne è subordinata; nella sfera della distribuzione, il mercato ha ancora un ruolo importante, seppur non dominante e si parla di “distribuzione secondo il lavoro basata sul mercato”.

Le fasi successive del socialismo vedranno un graduale prevalere della pianificazione e della proprietà pubblica, fino alla scomparsa di mercato e proprietà privata. Vi sono capitoli corredati di schemi sulle varie fasi sviluppo, in rapporto al ruolo del marcato, non solo per quanto riguarda il socialismo, ma anche per quanto riguarda le economie pre/capitaliste e capitaliste.

Attualmente, il mercato è ritenuto ancora più efficiente, specialmente per quanto riguarda i settori produttivi caratterizzati dal ciclo produttivo breve (beni di consumo corrente) e, soprattutto, nei settori innovativi, verso i quali l’iniziativa privata si dimostra più vivace e reattiva.

La pianificazione è ritenuta gravata da problemi attualmente insuperabili, come tendenze corporative fra enti pianificatori, mancanza d’incentivo verso settori innovativi, coazioni a ripetere dannose.

Queste teorizzazioni, seppure si espongono all’obiezione di essere utili a rinviare ad libitum l’instaurazione di rapporti di produzione integralmente socialisti, denotano un’esatta percezione della situazione reale attuale, una delle prerogative che mancò all’URSS. Mentre, infatti, negli anni ’70 ed ’80 si effettuavano riforme economiche che ampliavano i margini del marcato, il PCUS teorizzava che il paese si trovasse in una fase sviluppata del socialismo e si stesse avviando verso il comunismo.

La contraddizione fra lo stato reale della situazione e la percezione delle dirigenze era tale da configurare una perdita della funzione di direzione del partito nella società. Non a caso, quando si ebbe la prima apertura ampia a meccanismi di mercato, con la perestrojka, i burocrati delle aziende di stato che si erano ritagliati dei micropoteri capitalisti – infinitamente inferiori a quelli esistenti in Cina dopo “Riforme e Apertura” – travolsero totalmente il partito e lo Stato, accaparrandosi tutte le attività produttive e portando all’instaurazione completa di un capitalismo selvaggio.

Cheng Enfu emerse proprio all’inizio degli anni ’90 con la sua attività accademica e sembra costantemente segnato dalla lezione sovietica, anche nel polemizzare con determinate tendenze che andavano emergendo all’interno del Partito Comunista Cinese dopo le aperture.

Ciò sembra riflettersi anche nelle sue valutazioni sul periodo iniziale della Rivoluzione Cinese, in cui l’economia era improntata ad un livello di socializzazione molto accentuato, pressoché totale.

Quella fase, infatti, secondo l’autore, ha garantito lo sviluppo dell’industria e dell’agricoltura di base ed è, quindi, ritenuta una fase necessaria, senza la quale il successivo periodo di Riforme e Apertura non ci sarebbe potuto essere.

In sostanza, le riforme non sono venute a correggere delle storture precedenti: il Grande Balzo in Avanti e la Rivoluzione Culturale vengono da lui derubricati ad errori di entità minore, nel contesto di una politica economica che ha comunque conseguito risultati importanti.

Su questa questione, a mio avviso vi è uno scostamento rispetto alla versione ufficiale storica del Partito sul periodo maoista, ovvero 70% positivo, 30% negativo (Risoluzione su alcune questioni della storia del nostro Partito dalla fondazione della Repubblica Popolare, 1981); quest’ultima, infatti, pone maggiore enfasi sugli aspetti negativi del Grande Balzo in Avanti e della Rivoluzione Culturali e sugli elementi di discontinuità portati dalle riforme. Le valutazioni di Cheng Enfu la mette in discussione in tempi peraltro non sospetti.

Vi sono poi i testi relativi alla fase di sviluppo estensivo, quella che va dalla metà degli Ottanta, quando – dopo il gradualismo iniziale – le riforme assumono un’entità generalizzata, fino ai primi anni ’10 del 2000, segnata da periodi di crescita annuale, in termini di PIL, a due cifre.

La Cina accetta consapevolmente di diventare la “fabbrica del mondo”. Ai capitalisti stranieri e cinesi venivano garantiti grandi margini di profitto in cambio di joint venture al 51% cinese, la condivisione del know how e un graduale aumento dei salari, modesto in percentuale rispetto ai profitti, ma comunque rilevante se confrontato ai livelli precedenti. Con tutto il portato di disuguaglianze, problemi ambientali e dipendenza dalle esportazioni.

Ed è proprio in questo clima, che era di euforia, se si guardava agli indicatori economici, che intervenivano gli scritti di Cheng Enfu volti a mettere tutti in guardia rispetto all’aumento delle disuguaglianze e alla necessità di incamerare tecnologie per essere in grado di creare una base produttiva nazionale indipendente.

In tal senso sono notevoli gli interventi contro chi proponeva di “aprire tanto per aprire” i settori economici in cui si poteva sviluppare un’industria nazionale e gli avvertimenti contro la possibilità di cadere nella cosiddetta trappola del reddito medio: ovvero un paese in via di sviluppo (quale era la Cina), qualora faccia eccessivo affidamento sugli investimenti stranieri per sfruttare il vantaggio dato dai costi di produzione più bassi, ottiene un graduale aumento dei salari fino a giungere ad un punto tale in cui il vantaggio viene perso (vi sono altri paesi in cui conviene reindirizzare le esternalizzazioni); a quel punto, si trova a non disporre di una base industriale indipendente per continuare a crescere.

Rimane, così, intrappolato sul livello di reddito raggiunto e succube degli stranieri, della loro volontà di mantenere gli investimenti precedenti e del mantenimento del livello delle esportazioni.

Tutte queste considerazioni, effettuate a tempo debito ed in relativo isolamento, hanno fatto sì che Cheng Enfu diventasse uno dei principali teorici della cosiddetta “Nuova Era” che parte, grossomodo, dall’ascesa di Xi Jinping a Segretario Generale del PCC. È una fase segnata dal passaggio da un modello di sviluppo estensivo ad uno intensivo, basato sulle alte tecnologie, sulla sostenibilità ambientale e sui servizi finalizzati all’aumento delle condizioni di vita interne. Si fanno anche i conti con le degenerazioni provocate dai problemi segnalati in precedenza da Cheng Enfu attraverso una compagna anti corruzione senza precedenti.

Cambiando il modello di sviluppo, deve modificarsi anche il rapporto con il capitalismo straniero, specialmente nei settori ad alta tecnologia in cui, a partire dalla prima amministrazione Trump, interviene la guerra tecnologica statunitense.

In tali settori, infatti, secondo Cheng Enfu, le joint venture non sono più adatte, non solo a causa delle guerre tecnologiche che ne impediscono la creazione, ma anche perché, laddove pure vengano create, non garantiscono un livello di controllo tale da poter stimolare lo sviluppo autonomo in maniera adeguata. Ad esempio, l’influenza straniera nella governance spesso disincentiva gli investimenti in ricerca e sviluppo.

Quella che si propone, alla fin fine, è un’alleanza fra Stato e capitalisti nazionali nel segno dei dettami della pianificazione centrale, in cui, appunto, i profitti privati vengono garantiti a patto che si collabori al raggiungimento degli obiettivi comuni di sviluppo tecnologico autonomo e benessere sociale.

Negli anni successivi alla pubblicazione del libro, quando la guerra commerciale si è inasprita e si è data la necessità di disaccoppiare le catene di fornitura, tali principi sono stati applicati in maniera massiccia.

Ne è un esempio lo sforzo comune profuso nei settori dei semiconduttori, dell’hardware e del software, per sostituire il materiale di produzione straniera utilizzato dalla pubblica amministrazione con materiale prodotto su catene cinesi, da aziende cinesi di qualità analoga, se non superiore (vedi qui); nell’ambito di questi sforzi, sono escluse le aziende con partecipazioni straniere troppo grandi. Inoltre, le aziende internazionalizzatesi eccessivamente sui mercati finanziari e divenute molto influenti sono state duramente colpite (vedi Alibaba).

Tornando ai classici, a mio avviso possiamo parlare di una riedizione in chiave moderna dell’alleanza fra proletariato e borghesia nazionale che Mao ha sostenuto fino alla metà degli anni ’50, quando ci sono state le accelerazioni in termini di socializzazione economica.

In definitiva, il libro dà la percezione del dibattito multiforme e tormentato che c’è stato in Cina durante il lungo percorso che ha consentito di raggiungere i livelli attuali. L’autore ha prima contribuito affinché non si affermassero idee stagnanti, secondo cui bastava proseguire il percorso di Riforme e apertura così com’era per far proseguire spontaneamente lo sviluppo cinese; poi si è proposto come uno dei principali artefici dell’impianto ideologico della “Nuova Era”. Il tutto con lo scopo ben preciso di preservare il “socialismo dalle caratteristiche cinesi” ed il ruolo di direzione del Partito Comunista Cinese in tutto il processo.

In ultimo, è necessario effettuare delle considerazioni riguardanti la politica estera della Cina, che rappresentano quasi sempre il non detto quando si parla di economia cinese e che assolvono parzialmente l’URSS.

È chiaro che l’apertura ai capitali occidentali e, in generale, la politica di Riforme e apertura si sono potute sviluppare pacificamente grazie alla collaborazione con gli USA, in chiave oggettivamente antisovietica, a partire, grossomodo, dal famoso incontro Mao – Nixon del 1972.

L’URSS non avrebbe potuto sviluppare un indirizzo simile, anche se avesse avuto una dirigenza maggiormente sintonizzata con la realtà, perché era in atto uno scontro frontale con gli USA; del resto, questo riguarda anche Cuba o altre esperienze che vedono un testa a testa contro l’imperialismo.

Ebbene, con la “Nuova Era” si vede chiaramente che anche la conciliazione relativa con gli USA volge al termine. Nonostante ciò, alla luce delle guerre, dei genocidi quali quello di Gaza, e del rinnovato vigore imperialista nel portare avanti dei “regime change” unilaterali (vedi quello portato a termine in Siria a fine 2024 e quello il cui tentativo è attualmente in corso in Venezuela), il ruolo della Cina sembra ancora poco decisivo sul piano più appariscente.

Ciò sembra in contraddizione sia con il ruolo di guida dei paesi del cosiddetto sud globale cui la Cina aspira, sia con i rischi che una rinnovata aggressività di un imperialismo in crisi può portare agli sforzi cinesi per la costruzione della “comunità umana dal futuro condiviso”. O, a più breve termine, per l’architettura di sicurezza su cui la Cina basa la propria ascesa internazionale, i cui pilastri sono gli scambi commerciali internazionali liberi e la Belt and Road Initiative.

Se il benessere condiviso non passa attraverso la logica dei blocchi e delle sfere d’influenza, come sostiene la Cina, s’imporrebbe un passaggio ad una nuova era anche in politica estera. Magari segnato da un maggior interventismo per evitare le guerre ed i genocidi messi in atto dall’imperialismo, disposto a tutto per difendere il proprio predominio e distruggere la coesistenza pacifica.

Fonte

18/12/2024

Note sul marxismo sinizzato

di Carlo Formenti

A mò d’introduzione

Nei miei ultimi lavori – sia nei libri che in vari articoli pubblicati su questa pagina (1) – ho speso molte energie per contrastare il luogo comune – che accomuna destre e “sinistre” occidentali – secondo cui la Cina sarebbe un Paese capitalista, se non addirittura imperialista, la cui unica ragione di conflitto con gli Stati Uniti e l’Europa è la competizione per il dominio globale.

Nel caso delle destre, tale giudizio funge da argomento propagandistico, buono per scoraggiare qualsiasi simpatia nei confronti di una possibile alternativa nei confronti di un’economia, un sistema politico, una cultura e un modo di vivere che settori sempre più larghi delle popolazioni occidentali considerano intollerabile, come dimostrano il successo dei movimenti cosiddetti “populisti” e le altissime percentuali di astensione alle elezioni.

Nel caso delle sinistre occorre distinguere fra l’ala “progressista” neoliberale, di fatto allineata alle destre (fatta eccezione per l’impegno nei confronti dei diritti civili di individui e minoranze appartenenti alle classi urbane medio-alte), e l’ala radicale, che dedica ancora qualche attenzione agli interessi delle classi lavoratrici. La sinistra neo liberale ha definitivamente gettato la maschera votando nel Parlamento europeo l’infame delibera che equipara nazismo e comunismo. L’ala radicale, ormai priva di strumenti teorici per analizzare la realtà (l’ignoranza dei suoi quadri in materia di filosofia, storia ed economia, per tacere del pressoché totale oblio della teoria marxista, è disarmante), si limita ad annunciare che “un altro mondo è possibile” ma, non avendo la minima idea su cosa fare e come farlo per mettere in pratica tale slogan, disprezza i progetti politici che ci provano.

Rebus sic stantibus, non mi stanco di insistere sulla necessità di studiare l’unico esperimento (in verità non è il solo, ma è di gran lunga il più significativo, se non altro per le sterminate dimensioni geografiche e demografiche della nazione che lo sta attuando) che offra un esempio concreto del fatto che lo slogan della Thatcher (there is no alternative) è falso. Un esempio, non un modello, perché sono proprio le peculiari caratteristiche dell'esperimento in questione che aiutano a capire che non può esistere un modello universalmente applicabile per la transizione a una formazione sociale post capitalista.

A confermare il carattere “locale”, idiosincratico dell’esperimento è la stessa classe dirigente della Repubblica Popolare Cinese che non a caso parla di “socialismo in stile cinese” e dichiara di ispirarsi al metodo, ai principi e ai valori di un marxismo “sinizzato”. Per spiegare queste affermazioni in modo comprensibile alle sinistre nostrane intrise di pregiudizi eurocentrici, seguirò la lezione di Cheng Enfu (2), uno dei maggiori economisti cinesi, incrociandola con quelle di Giovanni Arrighi (3) e della coppia Alberto Gabriele ed Elias Jabbour (4). In particolare, mi occuperò:
1) di come la Cina stia cercando di “usare” alcuni aspetti della civiltà capitalista occidentale senza farsene colonizzare;
2) di quali sfide e contraddizioni deve affrontare per consolidare l'attuale, inedita fase del proprio sviluppo che definisce “nuova normalità”;
3) di cosa si intende per marxismo sinizzato e quali elementi di novità presenta rispetto alla teoria marxista “classica”;
4) di quali fattori di ispirazione l’attuale élite cinese ricavi dalla tradizione antica e classica della sua millenaria civiltà (Cheng Enfu scrive che la cassetta degli attrezzi del Partito Comunista cinese è “una sintesi dialettica dei materiali ideologici forniti da tre sistemi di conoscenza: concetti marxisti, apprendimento occidentale, apprendimento tradizionale cinese”).

1. Usare i capitali e le tecnologie occidentali senza lasciarsi colonizzare

In Adam Smith a Pechino Arrighi contestava la tesi secondo cui lo strabiliante decollo dell’economia cinese sarebbe avvenuto grazie alla conversione del Partito Comunista al neoliberalismo. Questo è piuttosto ciò che è capitato in Russia dopo il crollo del socialismo, con i ben noti effetti spaventosi (immiserimento e disoccupazione di massa, appropriazione dei beni pubblici da parte di un pugno di oligarchi, smembramento dell’unità nazionale, ecc.). La dirigenza subentrata a Mao dopo la sua morte era letteralmente ossessionata dal destino di una Russia che aveva adottato la shock terapy ispirata ai principi del Washington Consensus, per cui Deng Xiaoping ha scelto di riformare il sistema in modo lento e graduale.

L’economia è decollata dopo che alle grandi imprese si è imposto di farsi reciprocamente concorrenza e di competere sia con le aziende straniere impiantatesi nelle Zone Speciali che con le nuove aziende a partecipazione privata e di comunità. Alla crescita dell’immenso mercato interno cinese ha inoltre contribuito la decisione di consentire (a partire dal 1983) ai contadini la possibilità di vendere, anche su mercati distanti, il loro surplus produttivo (un provvedimento che evoca l’analoga decisione assunta mezzo secolo prima da Lenin, allorché varò la NEP (5)).
Perché queste scelte, contrariamente a quanto previsto – e auspicato – dagli “esperti” occidentali non hanno portato alla caduta del socialismo e alla piena integrazione della Cina nel ruolo di membro subalterno del sistema capitalista mondiale? È quanto cerca di spiegare Cheng Enfu nel suo libro sulla “dialettica dell’economia cinese”.

Noi, argomenta, non abbiamo seguito né il modello liberale né quello socialdemocratico, pur sviluppandone alcuni elementi, abbiamo invece applicato in modo discriminante la conoscenza occidentale, scartandone gli aspetti che avrebbero potuto mettere in discussione il controllo dello stato e del partito sul nostro sistema economico. Ciò è dimostrato, fra le altre cose, dal fatto che mentre il capitalismo occidentale procede a continui tagli del welfare, in Cina si sono effettuati massicci investimenti nei fondi cinesi per l’istruzione, si è aumentato il salario minimo e si è provveduto al miglioramento dell’assicurazione medica nelle aree urbane e rurali e del trattamento per gli anziani. Per tacere del fatto – assolutamente inconcepibile in base ai canoni dell’economia borghese – che è riuscita a riscattare in un breve arco di tempo ottocento milioni di cittadini dalla povertà assoluta. Ma soprattutto – mistero che ossessiona gli economisti occidentali – è riuscita a passare in pochi decenni da Paese in via di sviluppo a potenza economica in grado di competere con gli Stati Uniti (il libro di Cheng Enfu offre un’ampia messe di dati che illustrano questo impressionante processo evolutivo). Come hanno fatto?

Cheng Enfu spiega il “miracolo” descrivendo le caratteristiche di un dispositivo che si fonda su quattro sistemi coordinati e interconnessi:
1) un sistema di diritti di proprietà multipla basato sulla proprietà pubblica;
2) un sistema di distribuzione multifattoriale basato sul lavoro;
3) un sistema di mercato a struttura multipla guidato dallo stato;
4) un sistema aperto multiforme autosufficiente.

L’idea di fondo che ha ispirato le riforme messe in atto a partire dalla fine degli anni Settanta è stata quella di costruire un modello “a doppia forza”, di sommare cioè i vantaggi generati dalla convivenza di un governo forte con un mercato forte, un paradosso inconcepibile per una teoria economica che pone i due termini in opposizione radicale: se domina il mercato lo stato si ritira e viceversa. Ovviamente solo la politica dispone del potere di creare le condizioni perché stato e mercato possano convivere senza elidersi a vicenda. In particolare, nel processo di apertura dell’economia cinese al capitale internazionale, ciò ha voluto dire non porre l’accento esclusivamente sull’uso attivo del capitale straniero (e sugli apporti di tecnologia e talento associati a tale uso) ma anche e soprattutto sugli accorgimenti necessari a garantire l’indipendenza e l'autosufficienza della Cina, per esempio mantenendo il controllo su quelle tecnologie di base che sono irrinunciabili strumenti per assicurare la sicurezza del Paese, e limitando la partecipazione del capitale straniero nelle forme di proprietà miste per impedirgli di creare propri monopoli finanziari nel Paese.

Questi e altri accorgimenti hanno fatto sì che il rapido processo di crescita degli interscambi produttivi, commerciali e finanziari fra Cina e resto del mondo, al pari del suo ingresso nel WTO, si sia potuto descrivere (non solo da parte di Arrighi ma anche di altri autori marxisti (6)) come un “uso della globalizzazione” che ha consentito di integrare la Cina nelle reti mondiali del commercio e della finanza senza arrendersi alle pressioni – interne e non solo internazionali (7) – dei fondamentalisti del mercato, il che è stato possibile solo grazie all’assoluto controllo politico sulla finanza e al conseguente mantenimento di una (relativa) autonomia dall’egemonia del dollaro.

Il fatto che questo rapido e tumultuoso processo di trasformazione socioeconomica non si sia accompagnato ad una evoluzione in senso liberal-democratico del sistema politico, poiché il governo non ha mai smesso di mantenere la barra del timone verso l’obiettivo di marciare in direzione di nuove forme di democrazia popolare e verso forme più avanzate di transizione al socialismo, ha fatto capire agli Stati Uniti che quella globalizzazione che avevano concepito come l’arma finale per estendere il proprio dominio sul mondo intero si era trasformata in un boomerang. È per questo che oggi assistiamo sia a una strategia di “sganciamento” dell’Occidente dal mercato cinese e a forme di guerra commerciale nei confronti dei prodotti made in China, sia a una “Terza guerra mondiale a pezzi”, come l’ha definita papa Francesco, propedeutica allo scontro militare diretto con la Cina.

2. Risolvere le contraddizioni che ostacolano il cammino verso una “nuova normalità”

L’analisi di Cheng Enfu sullo sviluppo cinese non è agiografica né cieca di fronte alle sfide e alle contraddizioni generate dalla politica di riforme e apertura inaugurata da Deng e proseguita dai suoi successori. Allentando le redini sul mercato i governi hanno favorito un formidabile processo di crescita economica ma, inevitabilmente, hanno anche permesso che i fallimenti del mercato generassero una serie di gravi problemi sociali – problemi che Cheng Enfu analizza lucidamente con gli occhiali della teoria marxista, in polemica con gli economisti cinesi convertitisi al credo neoliberale.

Il divario fra ricchi e poveri è cresciuto quasi a livelli occidentali, malgrado i redditi delle classi lavoratrici agricole e urbane siano significativamente aumentati e questo perché, argomenta Cheng Enfu riprendendo un concetto che Thomas Piketty ha divulgato fra i lettori occidentali (8), nelle economie di mercato il divario dei redditi dipende meno dal divario nei redditi salariali che dal divario nei redditi di proprietà associato all’ineguale distribuzione della stessa. I problemi ambientali hanno toccato livelli allarmanti. La Cina è riuscita a uscire quasi indenne dalla catastrofe del 2008, ma il rallentamento del commercio mondiale associato alla crisi ha provocato un forte rallentamento della crescita e generato problemi di sovrapproduzione in alcuni settori, come il siderurgico e l’immobiliare. Le privatizzazioni non hanno solo aumentato i divari di reddito ma anche quelli fra regioni e impedito uno sviluppo proporzionale fra settori diversi. Certi settori della borghesia nazionale, anche dopo il fallimento del tentativo occidentale di innescare un regime change nel 1989 (9), non hanno cessato di lottare per trasformare il proprio potere economico in potere politico, ricorrendo alla corruzione di dirigenti di partito e quadri delle amministrazioni regionali.

Per fare fronte a queste sfide, che sintetizza parlando di contraddizione tra il crescente bisogno popolare di una vita migliore e uno sviluppo squilibrato e inadeguato, Cheng Enfu propone di concentrare le energie su una serie di obiettivi strategici:
1) fornire protezione legale ai diritti dei lavoratori delle imprese private ai quali vanno garantiti redditi ragionevoli, perfezionare il sistema statale per la ridistribuzione della ricchezza e migliorare la tassazione per aggiustare i flussi di reddito;
2) ridurre la dipendenza dal capitale e dalla tecnologia stranieri promuovendo l’innovazione indipendente;
3) limitare la dipendenza dal commercio estero aumentando il ruolo del consumo interno;
4) ridurre la dipendenza dal dollaro, evitando di concedere spazio ai processi di finanziarizzazione e incoraggiando l’integrazione della finanza con l'economia reale;
5) accelerare l'internazionalizzazione del sistema finanziario del RMB;
6) creare una proprietà intellettuale autonoma intensificando lo sforzo di formazione del personale scientifico (coltivare talenti per la ricerca di base ad alto livello);
7) infine porre fine a una capacità produttiva in eccesso che la Cina eredita dai decenni in cui ha puntato su una modalità di sviluppo estensivo (produzione di massa orientata all’esportazione di merci a buon mercato di fascia bassa).

Il nuovo modello economico che il governo definisce “nuova normalità” dovrebbe favorire la transizione dalla modalità di sviluppo estensivo allo sviluppo intensivo (qualità ed efficienza). A tale scopo occorre spostare progressivamente il motore dello sviluppo dalle esportazioni ai consumi interni, il che comporta che la tendenza all’aumento dei redditi delle classi lavoratrici prosegua e si rafforzi. Ciò non significa rinunciare al ruolo di potenza commerciale ma, tenendo conto del fatto che la domanda internazionale tende a ridursi a causa della crisi, e che le nazioni occidentali adottano politiche protezioniste nei confronti dei prodotti cinesi, occorre che la Cina scommetta sull’innovazione per diventare leader nei settori a tecnologia avanzata, trasformandosi da fabbrica mondiale specializzata in assemblaggio di tecnologie straniere in fabbrica mondiale di tecnologie di punta sviluppate autonomamente.

Cheng Enfu cita molti dati che attestano come questo processo sia già in atto, enfatizzando in particolare il fatto che il valore aggiunto del settore terziario ha superato quello del settore secondario. Oggi, annota non senza orgoglio, ci collochiamo quasi al centro del sistema mondiale, come confermano i massicci investimenti diretti cinesi in Africa e America Latina. E a tale proposito aggiunge: gli occidentali, preoccupati dalla nostra capacità competitiva in queste aree del mondo, ci accusano di sviluppare a nostra volta una relazione di carattere imperialista fra centro e periferia, ma la verità è che noi ci stiamo muovendo verso il centro in modo diverso: la Cina offre a questi Paesi un modello superiore per lo sviluppo e il progresso, perché noi vogliamo guidare un globalizzazione economica equa. Infine propone di misurare l'avanzamento verso questa nuova fase adottando sia un inedito indicatore di contabilità economica, che chiama Prodotto Interno Lordo del Benessere, il quale, a differenza del PIL, comprende il valore totale del benessere creato dalla produzione e dalle attività commerciali di tutte le unità residenti in un Paese, sia un nuovo indicatore sociale che chiama indice di felicità.

3. A proposito del marxismo “sinizzato”

Prima di entrare nel merito di quelli che considero i contributi più innovativi della rivoluzione cinese alla teoria marxista, faccio una premessa: non credo che, come sembra pensare la maggior parte dei comunisti occidentali, anche quando guardano con simpatia all’esperimento cinese, il concetto di sinizzazione possa essere ridotto alla formuletta che recita che la teoria segue la prassi, sottintendendo che siamo di fronte a un semplice “adattamento” dei principi del marxismo a una specifica situazione concreta. Personalmente, pur se ribadisco l’idea che la Cina non possa né debba essere assunta a modello, sono convinto che la sua storia recente sia un esempio evidente della necessità di procedere, non a un banale “aggiustamento” della teoria, bensì a un vero e proprio cambio di paradigma.

Cheng Enfu sintetizza icasticamente tale esigenza laddove afferma la necessità di prendere congedo dai due “mai” che caratterizzano il pensiero marxista tradizionale, vale a dire: una formazione sociale non perirà mai finché tutte le forze produttive che può ospitare non saranno messe in gioco; nuovi rapporti di produzione non emergeranno mai finché le condizioni della loro esistenza materiale non matureranno nel grembo della vecchia società (10). Com’è noto questa argomentazione venne sfruttata dai teorici della II Internazionale (e in seguito anche da molti critici di sinistra, trotskisti compresi, del regime sovietico) per classificare come “prematura” la Rivoluzione del 1917, argomento reiterato dalle sinistre radicali occidentali nei confronti della Rivoluzione cinese dopo il fallimento della Rivoluzione culturale e le riforme degli anni Settanta. Questa tesi era già stata confutata da Lenin con la sua teoria dell’anello debole (11), ma il contributo radicalmente innovativo di Lenin alla teoria marxista non è mai stato digerito dai marxisti occidentali, ragion per cui costoro non sono in grado di spiegarsi perché la rivoluzione socialista ha trionfato in alcuni Paesi “arretrati” e non nei centri del capitalismo metropolitano.

Arrighi ha rilanciato il dibattito su questo dilemma teorico nel già citato Adam Smith a Pechino, criticando la tesi secondo cui il mondo intero dovrà passare sotto le forche caudine del modo di produzione capitalistico prima di potersene liberare. Occorre prendere atto, scrive Arrighi, che l’appiattimento “globalista” previsto da Marx non si è realizzato, e soprattutto occorre prendere atto della gigantesca novità che ci consegna la storia: un Paese di un miliardo e mezzo di persone ha saputo compiere il miracolo di ibridare:
1) una millenaria tradizione storica capace di generare una forma di ricchezza fondata sulla stabilità sociale e sull’attenzione al bene della comunità;
2) la spinta innovativa di una rivoluzione di liberazione nazionale guidata dall’ideologia marxista-leninista;
3) un uso del mercato tanto spregiudicato quanto sottoposto al ferreo controllo dello stato-partito.
Il risultato di questa novità è appunto il socialismo con caratteri cinesi.

Vladimiro Giacché ha raccolto a sua volta la sfida partendo da una riflessione sulla svolta in politica economica imposta da Lenin nei primi anni Venti del Novecento (11). Fino al 1919/20 Lenin era ancora convinto che al monopolio di stato sul commercio sarebbe dovuta subentrare la distribuzione organizzata secondo un piano, ma negli anni immediatamente successivi prese le distanze dalla sinistra bolscevica che riteneva possibile passare al socialismo senza un periodo di transizione, un punto di vista al quale replicò sostenendo che tale fase di transizione sarebbe stata, non solo inevitabile, ma prolungata e caratterizzata dal persistere di rapporti mercantili e monetari. Del resto, già nel 1918, aveva risposto a chi affermava che la rivoluzione bolscevica non aveva instaurato il socialismo ma una forma di capitalismo di stato affermando: “Noi siamo lontani anche dalla fine del periodo di transizione dal capitalismo al socialismo (...). Noi sappiamo quanto sia difficile la strada che porta dal capitalismo al socialismo, ma abbiamo il dovere di dire che la nostra repubblica dei soviet è socialista, perché noi ci siamo avviati su questo cammino. Si ha dunque ragione di dire che il nostro Stato è una repubblica socialista dei soviet”.

Certo, commenta Giacché, se la scomparsa della produzione mercantile è assunta quale unico parametro del carattere socialista di una società, non potevano considerarsi socialiste la Russia degli anni Venti né la Cina di Mao né, tantomeno, può considerarsi socialista la Cina di Deng e dei suoi successori. Ma ciò non toglie ai comunisti cinesi il diritto di rivendicare, al pari di quanto aveva fatto Lenin, il carattere socialista della Repubblica Popolare cinese. Naturalmente sia le posizioni del Lenin della NEP sia quelle dei cinesi delle riforme degli anni Settanta sono “eretiche” rispetto alla concezione del socialismo elaborata da Marx ed Engels nella seconda metà del secolo XIX (12) e “canonizzate” dalla Seconda Internazionale. Mentre Marx ed Engels consideravano il socialismo come una breve fase di transizione verso il comunismo, questa nuova visione lo rappresenta come un modo di produzione a sé stante, in cui permangono le classi e il conflitto di classe, per cui il suo approdo al comunismo – da considerare come un obiettivo strategico di lunghissimo periodo – non è un evento “destinale” bensì una possibilità la cui realizzazione dipende dall’esito dei conflitti sociali in questione (13).

Cheng Enfu descrive i tre stadi differenti in cui dovrebbe a suo avviso articolarsi il processo di transizione:
1) uno stadio primario del sistema economico socialista che prevede la proprietà pubblica come corpo principale (con la proprietà privata come corpo ausiliario), la distribuzione orientata al mercato secondo il proprio lavoro come corpo principale (con la distribuzione secondo il capitale come corpo ausiliario) e l’economia di mercato guidata da piani nazionali;
2) uno stadio intermedio caratterizzato da diversi tipi di proprietà pubblica e diversi tipi di distribuzione dei beni secondo il lavoro e da un’economia pianificata con lo stato come corpo principale (con un mercato regolato dallo stato come corpo ausiliario);
3) infine uno stadio avanzato caratterizzato da un’unica proprietà pubblica di tutto il popolo, dalla distribuzione dei prodotti secondo il bisogno e da un’economia completamente pianificata.

La svolta verso un’economia socialista di mercato (che corrisponde alla prima delle tre fasi appena descritte), sostiene Cheng Enfu, non è stata decisa a causa del fallimento dell’economia socialista pianificata (in particolare, critica i colleghi che parlano solo degli errori passati e in questo modo distorcono il rapporto fra sviluppo precedente e seguente alle riforme e all’apertura, ignorando che senza le conquiste realizzate sotto la guida di Mao non sarebbero esistite le condizioni materiali per compiere questo salto evolutivo), ma si è decisa dopo avere analizzato le debolezze del modello sovietico, identificate soprattutto con le rigidità del sistema (dall’eccessiva centralizzazione delle decisioni a una distribuzione ispirata a un’applicazione eccessivamente severa del principio egualitario (14) ). Accettando l’esistenza di divari ragionevoli di reddito basati su una remunerazione basata sulla concorrenza la Cina è invece riuscita a massimizzare il potenziale umano e a ottimizzare l’allocazione delle risorse di lavoro su scala dell’intera società.

A chi sostiene che le riforme cinesi hanno rimesso al posto di comando la legge del plusvalore e quindi lo sfruttamento della forza lavoro, replica che in un’economia socialista definita come sopra la legge del plusvalore si incarna nella legge del plusvalore pubblico, nel senso che il plusvalore creato dai lavoratori delle imprese pubbliche va allo stato o alla collettività. Ovviamente ciò non vale per il plusvalore creato dai lavoratori delle imprese private, per cui l’avanzamento verso le fasi successive del processo di transizione al socialismo dovrà risolvere le contraddizioni implicite in questa forma di economia mista. A tale proposito afferma, fra le altre cose, che si dovrà porre sempre più l’attenzione sul risparmio di tempo di lavoro e sulla sua pianificazione tra i diversi settori della produzione, due fattori che rappresentano la legge economica primaria in una società di produttori associati; si dovrà inoltre rispettare la legge dello sviluppo proporzionale formulata da Marx, la quale afferma che le quantità di prodotti corrispondenti ai diversi bisogni richiedono quantità diverse e definite del lavoro sociale complessivo (nella fase attuale tale legge opera in modo imperfetto perché non si basa solo sulla pianificazione statale ma anche sulla legge del valore regolata dal mercato). Inoltre sottolinea l’irrinunciabilità di perseguire uno sviluppo che garantisca un rapporto armonioso fra uomo e natura perché, scrive, gli esseri umani nascono dalla natura, ad essa sono subordinati e da essa dipendono, per cui le risorse naturali possono essere considerate come il corpo inorganico dell'umanità (15). Dal punto di vista generale produzione e consumo coincidono, ma nella riproduzione sociale la produzione è il punto di partenza effettivo dell’intero processo e quindi è il fattore dominante, per cui è in primo luogo qui che occorre cambiare le cose per risolvere i problemi ambientali.

Concludo questo breve excursus sul marxismo sinizzato con qualche accenno al lavoro di Gabriele e Jabbour sulle caratteristiche del socialismo del secolo XXI (vedi nota 4). La categoria marxiana di modo di produzione, argomentano i due autori, è un modello astratto, al quale le concrete formazioni socioeconomiche, storicamente e geograficamente esistenti, aderiscono in misura diversa. Analogamente ad Arrighi e diversamente da Marx, il quale ipotizzava che il modo di produzione capitalistico, già tendenzialmente dominante in Europa ai suoi tempi, si sarebbe esteso a livello mondiale fino a soppiantare tutti gli altri (a meno che non venisse rovesciato da una rivoluzione socialista), Gabriele e Jabbour sostengono che, anche nell’attuale contesto di tardo capitalismo “globalizzato”, il primato di un determinato modo di produzione nelle singole realtà storico-geografiche può essere assoluto o relativo. Ad esempio, negli Stati Uniti è indubbio che la supremazia del modo di produzione capitalistico sia assoluta, ma in altre formazioni socioeconomiche due o più modi di produzione possono coesistere con rapporti reciproci di rivalità e/o di simbiosi, così come possono darsi situazioni di transizione da un modo di produzione a un altro.

Questo pluralismo dei modi di produzione – riscontrabile soprattutto nel Sud del mondo, dove il capitalismo convive (e confligge) sia con formazioni socioeconomiche “socialist oriented” (16) che con forme produttive e relazioni sociali di tipo precapitalistico – non impedisce di ammettere che il capitalismo resti il modo di produzione dominante a livello mondiale ma, al tempo stesso, non impedisce di affermare che, laddove convive con altri modi di produzione, non si può stabilire a priori quale modo di produzione prevarrà nel lungo periodo – il che vale soprattutto nei casi in cui sia in atto un processo di transizione (17). Per sintetizzare le riflessioni di Cheng Enfu e di altri autori fin qui discusse, si potrebbe concludere dicendo che la sfida del socialismo con caratteri cinesi (ma ciò vale anche per altre economie socialiste di mercato asiatiche, come Vietnam e Laos, oltre che per alcuni Paesi latinoamericani, a partire da Cuba) consiste nel riuscire a imporre le ragioni della politica sulle ragioni del mercato abbastanza a lungo affinché possano maturare le condizioni di passare alla seconda e terza fase del processo di transizione.

In che misura la tradizione confuciana influisce sulla via cinese?

C’è chi sostiene che l’atteggiamento di Mao nei confronti della cultura cinese tradizionale sia stato laico e illuminista, cioè critico se non liquidatorio. Cheng Enfu non è di questo avviso e infatti cita un’affermazione di Mao che invitava a fare un bilancio di tutto il passato della Cina, da Confucio a Sun Yat-Sen, per raccogliere quella preziosa eredità. Sempre Cheng Enfu afferma che il marxismo è un sistema culturale-ideologico che enfatizza la fede e i valori, e definisce la fede come credenza e rispetto per una certa dottrina, religione o altri principi che le persone abbracciano come proprio codice di condotta, citando quali esempi i “valori universali” occidentali, i principi neoliberali e quelli del marxismo e del comunismo (18).

Anche se Cheng Enfu non dedica, almeno nel libro di cui sto qui discutendo, particolare spazio al rapporto fra etica confuciana e valori del socialismo in stile cinese, è indubbio che nei documenti e nei discorsi dei dirigenti del Partito Comunista Cinese i riferimenti alla tradizione confuciana si siano infittiti dopo la svolta riformista. Non essendo un esperto conoscitore del confucianesimo, in quest’ultimo paragrafo mi limiterò a sottolineare le indubbie consonanze fra certe idee ricorrenti nei discorsi dell’attuale leadership cinese e altrettanti concetti tipici della tradizione confuciana (che ricavo da uno specialista come Maurizio Scarpari (19)).

La figura di Confucio (Kongzi) è circonfusa da un’aura mitica, anche perché molte delle informazioni che abbiamo su di lui sono avvolte dall’incertezza dovuta alla distanza temporale. Secondo la tradizione sarebbe nato da una famiglia aristocratica e morto a 72 anni nel 479 a.c. (dunque un contemporaneo dei classici della filosofia greca). Sappiamo che apparteneva alla classe dei letterati funzionari (tenuti a coltivare le sei arti: riti, musica cerimoniale, scrittura, aritmetica, tiro con l’arco, guida della biga). Visse in un’epoca di feroci contese fra i diversi regni in cui si divideva la Cina di allora, prima di essere unificata in un unico impero e, a quanto si dice, viaggiò di corte in corte in cerca di ambienti favorevoli alla sua predicazione (se così può essere definita la trasmissione di un insieme di valori morali, più che di credenze religiose).

Il suo pensiero, più che da fonti dirette, ci è noto attraverso i testi di alcuni suoi discepoli appartenenti alla casta dei ru (così venivano chiamati gli intellettuali confuciani), i quali, più che membri di una scuola organizzata, erano pensatori indipendenti accomunati da una cultura fondata sui valori e le tradizioni di un passato idealizzato, ma disposti a mediare e attenuare le proprie differenze nei confronti di altre scuole di pensiero, come il Taoismo e il Buddismo, ragion per cui la cultura tradizionale cinese non presenta il carattere di un blocco monolitico ma piuttosto quello di un mosaico ricco di sfumature.

In ogni caso, con il passare del tempo e con il crescere dell’esigenza imperiale di consolidare un’ideologia di stato, si è arrivati a canonizzare i quattro libri considerati più fedeli all'insegnamento originario del maestro, dopodiché essi furono imposti (a partire dal 1190) come testi obbligatori da imparare a memoria per superare l'esame di selezione imperiale che attribuiva il titolo di erudito e consentiva di accedere alla carriera di funzionario amministrativo statale.
Ma vediamo quali caratteristiche del confucianesimo possono essere accostate ai principi e ai valori del socialismo in stile cinese (senza dimenticare che le analogie fra idee elaborate in epoche separate da millenni di storia presentano inevitabili rischi di fraintendimento).

In primo luogo il concetto di armonia. Per il confucianesimo l’armonia è un fattore essenziale per il mantenimento dell’equilibrio dell’universo e di una corretta relazione uomo/natura. L’armonia confuciana è la dottrina del perfetto equilibrio e del giusto mezzo, per cui le differenze non devono dividere ma unire (il pensiero filosofico cinese mira all’integrazione più che alla contrapposizione degli opposti). Per realizzare questo ideale, basato sull’unità che connette il mondo umano con il mondo divino (concepito più come totalità dell’universo naturale che come entità trascendente), occorre condurre una vita esemplare, regolata da principi etici che riguardano sia l’ambito individuale che le gerarchie sociali.

Evidenti tracce di questa visione sono rintracciabili nel modo in cui i marxisti cinesi (a partire dallo stesso Mao) hanno introiettato e applicato il metodo dialettico, non considerando l’antagonismo come valore assoluto, bensì come momento legato a contingenze storiche concrete, laddove il raggiungimento dell’armonia fra i diversi strati del popolo svolge il ruolo di obiettivo strategico (tipici, in tal senso, sia l’affermazione di Cheng Enfu che nella fase attuale la contraddizione principale non è quella fra classi sociali bensì quella fra la domanda popolare di benessere e l’insufficienza di mezzi per esaudirla, sia la sua esortazione a superare gli eccessi produttivistici che hanno turbato il rapporto fra uomo e natura sia, a livello più generale, i continui richiami della dirigenza comunista all’obiettivo di costruire entro la metà del secolo XXI, una “Cina armoniosa”).

Veniamo al ruolo del saggio: l’intellettuale confuciano gode di un margine discrezionale che gli consente di interpretare i principi dettati dalla tradizione in modo elastico, adattandoli alle circostanze, ma tali capacità derivano dalla costanza e dall’impegno con i quali si sono coltivate le proprie qualità morali e intellettuali attraverso lo studio assiduo (vedi sopra quanto ricordato sui metodi di selezione dei funzionari imperiali).

Mi pare qui evidente l’assonanza con i durissimi criteri di selezione dei quadri dirigenti del Partito e dello Stato cinesi analizzati dallo studioso canadese Daniel Bell, che da anni vive e insegna in Cina (20). Bell ricorre al concetto (che suona per noi come un ossimoro) di “meritocrazia democratica verticale” per descrivere il sistema che seleziona la leadership politica cinese. Alla proverbiale durezza e competitività dei percorsi universitari, seguono i non meno impegnativi esami per accedere al pubblico impiego, dopodiché è possibile assumere un ruolo ai livelli più bassi del governo, mentre ogni successivo avanzamento dipende dalla qualità delle performance realizzate (21).

Dal tema della formazione delle élite passiamo a quello della loro legittimazione. L’imperatore regnava grazie al mandato del cielo, ma tale mandato non era un diritto acquisto, per cui se una dinastia si dimostrava inetta e corrotta il popolo aveva il diritto di rovesciarla anche con la violenza (nella storia cinese non mancano le sollevazioni contadine che hanno deposto alcune case regnanti). Del resto l’etica confuciana, mentre predica il rispetto dell’ordine gerarchico, lo associa all’obbligo del governante di garantire il benessere materiale e spirituale dei governati. Per il confucianesimo, l'autorevolezza e il carisma dell’élite – il buon governo – sono l’altra faccia della capacità di adempiere a tale obbligo e il popolo accetta l’autorità non perché gli viene imposta con la forza, ma perché determinati modelli di condotta gli vengono inculcati con l’esempio che viene dall’alto. Anche in questo caso è Daniel Bell a mettere in luce come l’attuale, massiccio (nonché ampiamente superiore a quello dei popoli occidentali) consenso dei cittadini cinesi nei confronti del proprio governo si fondi su un meccanismo del tutto simile (22).

A questo punto mi sembrano chiare le ragioni per cui non ritengo che la rivoluzione cinese possa fungere da modello per chi ancora crede nella possibilità di abbattere la società capitalista. Il marxismo sinizzato non può essere tale appunto perché è sinizzato, vale a dire perché è il prodotto irripetibile di un percorso storico millenario, nonché delle specifiche caratteristiche socioculturali ed economiche che tale percorso ha generato.

Ciò detto occorre domandarsi: la rivoluzione russa non è stata il prodotto di un marxismo “russificato”, tanto è vero che l’eresia di Lenin (tale era rispetto ai canoni del marxismo della II Internazionale) ha modificato la teoria in misura tale da imporre di ribattezzarla con il termine marxismo-leninismo? E ancora: i movimenti rivoluzionari latinoamericani non si ispirano a un marxismo “cristianizzato” dalla teologia della liberazione (23)? E il marxismo rivoluzionario africano è meno “contaminato” da fattori socioculturali e tradizioni storiche “locali” (24)?

Invece in Occidente siamo ancora in attesa di “traduzioni” delle astrazioni teoriche marxiane in progetti politici ritagliati sulle concrete caratteristiche delle nostre (diverse nei vari contesti nazionali) tradizioni storico-culturali, composizioni di classe, eredità ideologiche, ecc. Per quanto riguarda l’Italia, solo Antonio Gramsci ha tentato di affrontare l'impresa prima di essere assassinato dal regime fascista, mentre la togliattiana “via italiana al socialismo” ha esaurito la propria spinta propulsiva prima di riuscire a produrre un progetto rivoluzionario concretamente praticabile. Poi è calato – non solo in Italia ma in tutta Europa – il grande silenzio, la morte di un marxismo occidentale (25) ridotto a formulette astratte.

Note

(1) Vedi, in particolare, C. Formenti, Guerra e rivoluzione, 2 voll., Meltemi, Milano 2023. Vedi anche “L’enigma del miracolo cinese e la necessità di ridefinire il concetto di socialismo”.

(2) Cheng Enfu, Dialettica dell'economia cinese. L’aspirazione originale della riforma, Edizioni Marx 21, 2024.

(3) G. Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano 2007.

(4) A. Gabriele, E. Jabbour, Socialist Economic Development in the 21st Century. A Century after the Bolshevik Revolution, Routlege, London-New York 2022.

(5) V. I. Lenin, L'economia della rivoluzione,(a cura di V. Giacché), il Saggiatore, Milano 2017.

(6) Vedi, fra gli altri, G. Gabellini, Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense, Mimesis, Milano-Udine 2021; F. M. Parenti, La via cinese, Meltemi, Milano 2021; V. Giacché, L’economia e la proprietà. Stato e mercato nella Cina contemporanea, in AAVV, Più vicina. La Cina del XXI secolo, Roma 2020; D. A. Bertozzi, Cina popolare. Origini e percorsi del socialismo con caratteristiche cinesi, L’Antidiplomatico 2021; R. Herrera, Z. Long, La Cina è capitalista?, Marx 21, Bari 2012; A. Gabriele, Enterprises, Industry and Innovation in the People’s Republic of China, Springer, Berlino 2020; Z. Boyng, Il socialismo con caratteristiche cinesi. Perché funziona? Marx 21, Bari 2019.

(7) Il sottotitolo del libro di Cheng Enfu (L’aspirazione originale della riforma) si spiega con il fatto che larga parte del suo testo è dedicata alla confutazione delle teorie degli accademici cinesi convertiti al neoliberismo, i quali interpretano la riforma voluta da Deng come un via libera alla liquidazione della proprietà pubblica e alla liberalizzazione senza residui.

(8) Cfr. T. Piketty, Le capital au XXI siécle, Seuil, Paris 2013.

(9) Sul diretto e pesante coinvolgimento dei servizi americani e di altre potenze occidentali nei fatti di Piazza Tienanmen del 1989 cfr. D. Losurdo, “Tienanmen 1989: prova generale delle rivoluzioni colorate” in AAVV, Marx in Cina, Marx 21, Bari 2015.

(10) Nel primo capitolo di Guerra e rivoluzione, op. cit., contesto a mia volta questi due pilastri del canone marxista dogmatico, che si rafforzano a vicenda nell’accreditare l’idea secondo cui le condizioni “oggettive” della transizione al socialismo maturano all’interno dei rapporti capitalistici di produzione, e coincidono con il raggiungimento di un determinato livello di sviluppo delle forze produttive.

(11) Secondo Lenin la possibilità di rovesciare il regime capitalista è legata al venir meno della capacità egemonica delle élite dominanti più che a motivi di tipo economico (crisi ecc.).

(12) Giacché ricorda che nell’Anti-Duhring Engels affermava che il socialismo, fin dalla sua prima fase, non è caratterizzato solo dalla socializzazione dei mezzi di produzione, ma anche dalla fine della produzione mercantile e dei rapporti monetari.

(13) Sulla critica della visione della storia come un processo governato da necessità immanenti equiparabili alle leggi che governano il mondo naturale cfr. G. Lukacs, Ontologia dell’essere sociale, 4 voll. Meltemi, Milano 2023; vedi anche C. Preve, La filosofia imperfetta, Franco Angeli, Milano 1984.

(14) Rita di Leo vede nella politica salariale penalizzante nei confronti di tecnici, esperti e professionisti – politica che ha generato una profonda ostilità delle classi medie nei confronti del regime - una delle cause che hanno determinato il crollo dell’Urss: vedi L'esperimento profano, Futura, Roma 2011.

(15) Questa descrizione del rapporto dell’uomo con la natura richiama il concetto di lavoro come ricambio naturale elaborato da Marx nel I Libro del Capitale. Concetto su cui Lukacs fonda la sua riflessione sul lavoro nella Ontologia (op. cit.).

(16) Gabriele e Jabbour definiscono “socialist oriented” quelle formazioni sociali che, pur non essendo classificabili come socialiste a pieno titolo, sono credibilmente orientate a costruire una società socialista.

(17) Anche qui siamo un presenza di una visione “aperta” del processo storico (che concepisce cioè il futuro in termini di possibilità e non di necessità) in sintonia con quella di Lukacs (vedi nota 13).

(18) Nella Ontologia (op. cit.) Lukacs non descrive l’ideologia come falsa coscienza, bensì come potenza materiale, e afferma che si può parlare di ideologia allorché siamo di fronte a un sistema di principi e valori che una determinata classe dominante considera come appropriati per l’intera società (ed è in grado di far sì che anche le altre classi condividano tale credenza). Mi pare una definizione vicina a quella che Cheng Enfu usa qui per il concetto di fede.

(19) Cfr. M. Scarpari, Il confucianesimo. I fondamenti e i testi, Einaudi, Torino 2010.

(20) Cfr. D. Bell, Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia, Luiss, Roma 2019.

(21) Secondo Bell (op. cit.), il modello meritocratico cinese consente di selezionare quadri dirigenti di qualità nettamente superiore a quella dei leader politici occidentali, i quali non passano la vita ad acquisire meriti risolvendo problemi, bensì a raccogliere consenso elettorale attraverso la comunicazione, né hanno la possibilità di sviluppare piani di lungo periodo perché i tempi della politica occidentale impongono di ragionare e agire sul breve periodo.

(22) I cittadini cinesi, sempre secondo Bell, valutano l’operato dei loro leader politici esclusivamente in termini di benefici apportati al proprio livello di vita, per cui sono poco sensibili alle sirene di una democrazia occidentale fondata su mere garanzie procedurali.

(23) Vedi quanto ho scritto in proposito in un post del 16 febbraio del 2023 su queste pagine: “Il Marx teologo di Enrique Dussel”; vedi anche E. Dussel, Le metafore teologiche di Marx, Shibboleth, Roma 2018; vedi infine H. Assmann, Idolatria del mercato. Saggio su economia e teologia, Castelvecchi, Roma 2020.

(24) Sul rapporto fra marxismo rivoluzionario e culture tradizionali africane cfr. A. Cabral, Return to the source, Monthly Review Press, new York 2022 (second edition).

(25) Cfr. D. Losurdo, Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere, Laterza, Roma-Bari 2017.

Fonte

27/11/2024

Dialettica dell’economia cinese. Per Cheng Enfu i cinesi ricostruiscono il loro percorso

Il testo “Dialettica dell’economia cinese. L’aspirazione originale della riforma”, edito in Italia da Marx XXI, è una raccolta di saggi scritti dal professor Cheng Enfu e da alcuni suoi collaboratori nell’arco di molti anni, dall’inizio degli anni ‘90, fino alla fine degli anni ‘10 del 2000. Cheng Enfu fa parte della prestigiosissima Accademia Cinese delle Scienze Sociali, molto ascoltata ai piani alti del Partito Comunista Cinese, ed è membro dell’Assemblea Nazionale del Popolo.

Il Volume, non sempre di facilissima lettura e fruizione, mira a dare una sistematizzazione teorica, basata sul marxismo, all’economia “socialista di mercato” inaugurata dal Partito Comunista Cinese con la politica di “Riforme e Apertura” del 1978, e proseguita successivamente con la “Nuova Era”, a partire dal 2012.

Quando si parla di marxismo, nel caso dei teorici cinesi, bisogna entrare nell’ottica di quella che loro chiamano “concezione olistica del marxismo”, ovvero una visione del corpus teorico marxista in termini di “sviluppo organico”, come si diceva da noi in Occidente, da Marx in poi. In pratica, fra Marx, Engels, Lenin e chi li ha seguiti, compresi i leader cinesi, non vi è distinzione fra coloro che hanno teorizzato il marxismo e coloro che lo hanno applicato, come siamo abituati a pensare in Occidente negli ultimi 40 anni: fa parte tutto di un corpus unico in continuo sviluppo.

Così, ad esempio, s’invita a non considerare dogmaticamente le affermazioni di Marx secondo cui nuovi e più avanzati rapporti di produzione non emergono mai finché le condizioni non saranno maturate all’interno della vecchia società, altrimenti non si può concepire l’emergere e l’affermarsi della rivoluzione in Cina, avvenuta in un paese arretrato e che vede tutt’oggi la compresenza di forme di produzione e distribuzione diverse.

Inoltre, in luogo della classica definizione della contraddizione fra la natura privata della proprietà dei mezzi di produzione e la natura sociale delle forze produttive che attanaglia i paesi a capitalismo maturo, viene data la seguente nuova definizione: “la criticità di base dell’economia capitalista contemporanea si manifesta nella contraddizione tra, da un lato, la costante socializzazione e globalizzazione dell’economia con i suoi fattori di produzione sotto la proprietà privata, collettiva o statale, e, dall’altro, il disordine o l’anarchia della produzione all’interno delle economie nazionali e nell’economia mondiale”.

Ciò che differenzia la Cina dai paesi capitalistici, dunque, è la sua capacità di tenere sotto controllo politico i fattori di produzione e le varie forme di proprietà esistenti, non la costruzione di rapporti di proprietà alternativi.

In generale, nell’opera di teorizzazione, l’autore si pone come portavoce delle esigenze politico-economiche della “Nuova Era”, ovvero l’era in cui la Cina decide di cessare gradualmente la funzione di “fabbrica del mondo” di prodotti a basso valore aggiunto, per proporsi come polo più centrale nelle catene del valore.

Il corollario è il sorgere di esigenze nuove che mettano in secondo piano la crescita quantitativa in termini di PIL, a favore di un modello di sviluppo che metta al centro il benessere delle persone, la tutela ambientale e le alte tecnologie. Un cambiamento epocale in tutti gli aspetti politici, pratici e di mentalità, che ha dato luogo a pesanti svolte nel partito, nell’accademia e nella società.

Per quanto riguarda il periodo il 1949–1978, precedente alle “Riforme e Apertura”, la visione del modello di sviluppo adottato in quel trentennio è sorprendentemente positiva, se la si confronta alla versione ufficiale del partito che, se da un lato lo definisce “al 70% positivo, al 30% negativo”, dall’altro mette fortemente in evidenza gli “errori” del Grande Balzo in Avanti e i “disastri” della Rivoluzione Culturale.

Ebbene, nei vari testi, Cheng Enfu reputa il modello di pianificazione in uso in quegli anni quasi come una fase necessaria, che ha avuto la funzione di garantire grandi tassi di crescita medi e la formazione di un’industria di base in vari settori; senza tale fase, non sarebbe state possibile quella successiva di Riforme e Apertura. Le critiche al Grande Balzo in Avanti e alla Rivoluzione Culturale non sono quasi presenti e derubricati a piccole deviazioni.

La fase attuale di sviluppo del socialismo in Cina viene definita fase primaria del socialismo, in cui i rapporti di proprietà hanno come elemento centrale la proprietà pubblica, mentre la proprietà privata e le altre forme di proprietà hanno una funzione ausiliaria; sul versante dell’allocazione delle risorse, invece, il mercato ha ancora un ruolo di primo piano, affiancato alla pianificazione statale, da cui la definizione di “socialismo di mercato”.

La proprietà pubblica è da considerarsi centrale in quanto influisce in maniera decisiva sul mercato, cercando di influenzare domanda e offerta, fornisce le entrate fiscali decisive allo Stato ed ha la funzione di mantenere uno sviluppo equilibrato fra i vari settori.

Man mano che si svilupperà il socialismo, la proprietà pubblica avrà sempre maggiore prevalenza rispetto alle altre forme di proprietà e anche la pianificazione s’imporrà sul mercato, che rimarrà ausiliario, giungendo a quello che viene definito “stato intermedio del socialismo”; mentre nella fase avanzata il mercato esaurirà la sua funzione.

Attualmente, il mercato e l’iniziativa privata vengono giudicati ancora più efficienti della pianificazione, specialmente nei settori in cui si ottiene profitto a breve termine e nell’allocazione a breve termine delle risorse, oltre che nel comparto decisivo dello sviluppo dei settori innovativi, su cui ci si sofferma più volte.

La pianificazione soffre di problemi al momento ritenuti insuperabili, come il coordinamento non perfetto fra gli enti pianificatori, mancanza d’incentivo, tendenze corporative interne, scarsa reattività rispetto ai nuovi settori emergenti. Esso, però, insieme alla proprietà pubblica prevale o ha l’esclusiva nei settori strategici dell’economia, e, in generale, quelli che richiedono grandi investimenti fissi e sono profittevoli a lungo termine (energia, trasporti, difesa, telecomunicazioni, alcuni mezzi di produzione).

Rispetto all’innovazione, come detto, grossa enfasi viene posta, in particolare sulla necessità che lo Stato incentivi i brevetti; in tale comparto è necessario creare un ambiente favorevole e rispettoso anche per chi si arricchisce, con un occhio particolare per coloro i quali sono andati a studiare all’estero e sono poi tornati (quindi potrebbero aver “assorbito” valori, abitudini e modi di lavorare differenti).

In ambito accademico, si caldeggia la necessità di favorire la crescita di un ambiente aperto al dibattito e all’ingresso di nuove idee, una sorta di “politica dei cento fiori” in chiave moderna, senza giungere, però, a far penetrare idee occidentali quali la separazione dei poteri, la democrazia liberale, ecc.

Inoltre, si esplicita che il metodo delle joint venture nei settori più innovativi sia da ritenersi superato perché non permette un grado di controllo sufficiente per la pianificazione statale e spesso porta a non sviluppare adeguatamente, se non a smantellare i reparti ricerca e sviluppo delle aziende quando i capitali stranieri subentrano in un secondo tempo.

In definitiva, nei settori delle alte tecnologie devono svilupparsi le maggiori sinergie possibili fra stato e privato (cinese), trovando una sintesi superiore nell’interessi di tutti. Un po’ come si sta facendo nel comparto digitale.

Un altro aspetto notevole del libro è che l’autore si è assunto il ruolo di tenere la barra dritta, in presenza di molteplici tentennamenti ed idee sbagliate, durante l’epoca di riforme e apertura, rispetto alle molteplici storture che si stavano creando all’interno della società e del tessuto produttivo: una parte rilevante dei testi, infatti, risale proprio agli anni in cui il PIL cinese cresceva a due cifre, trainato dagli investimenti stranieri in produzione a scarso valore aggiunto.

Si trattava, quindi, di un periodo in cui i salari dei lavoratori crescevano a ritmi sottodimensionati rispetto al PIL e ai profitti, come tipico del “sgocciolamento” liberista, consegnando un ambiente favorevole alle esternalizzazioni in Cina per le multinazionali straniere, grazie ai bassi costi di produzione; vi era, pertanto, un grande sfruttamento del lavoro e il livello d’inquinamento delle metropoli era insostenibile.

Ebbene, viene effettuata un’analisi meticolosa di quel modello di sviluppo, paragonandolo anche a quello che il capitalismo occidentale impone anche agli altri paesi “in via di sviluppo” (categoria entro cui la Cina è inserita costantemente) e analizzandolo non solo da un punto di vista marxista, ma anche attraverso le categorie delle varie scuole economiche affermatesi in occidente nel dopoguerra, ovvero quelle riconducibili alla “mano invisibile” smithiana e al keynesismo.

Ne vengono, così, elencate tutte le caratteristiche negative, come lo scarso livello di reddito da salario (a fronte di altri tipi di reddito, quali quello da proprietà immobiliare o di prodotti finanziari, che nelle città si andavano affermando), lo scarso livello di consumi interni, lo squilibrio che si andava approfondendo fra le città e le campagne, le quali restavano sostanzialmente a livelli di grande povertà e le estreme disuguaglianze sociali.

Tutti dati, questi ultimi, non propri di un paese che ha l’obiettivo della costruzione del socialismo, ma tipici dei paesi in via di sviluppo destinati a cadere nella cosiddetta “trappola del reddito medio”, ovvero a giungere ad un certo livello di sviluppo medio-basso per poi, una volta finito il margine competitivo sul livello dei salari, ristagnare per mancanza di una propria base industriale e tecnologica indipendente.

Pertanto, l’autore combatte alcune idee ben presenti in quegli anni nel dibattito accademico (e nel partito), quali “aprire tanto per aprire” (agli investimenti stranieri) e sviluppare le tecnologia più avanzate semplicemente importandole dall’Occidente, per perorare, come già detto, una stretta sul livello di controllo della pianificazione su tali settori, il rafforzamento della proprietà pubblica di essi, nonché la formazione di un capitalismo nazionale più incline a rimanere nell’ambito delle direttive centrali del partito.

Sono questi, insieme all’implementazione della “Belt and Road Initiative”, rivolta prevalentemente ai paesi in via di sviluppo, i tratti della cosiddetta “nuova normalità” economica in Cina, segnata da una maggiore indipendenza dai capitali occidentali e da un modello sviluppo che predilige la qualità rispetto alla quantità, ovvero più alte tecnologie “autoctone”, e una riduzione dei mega investimenti infrastrutturali (per i quali, del resto, c’è fisiologicamente poco spazio) e investimenti stranieri.

I testi si fermano, cronologicamente, agli albori della guerra commerciale inaugurata da Trump e prima della demolizione di alcune bolle finanziarie interne, come quella immobiliare e quella dei giganti di vendite e pagamenti online, Alibaba e Ant Group. Non comprendono, pertanto, l’ultima fase in cui il problema di “aprire tanto per aprire” decisamente non esiste più, bensì, all’opposto, è la Cina che deve farsi garante della globalizzazione, a fronte delle barriere erette dall’Occidente.

Cominciano a porsi in maniera molto stringente problemi nuovi in parte anticipati dal testo con qualche anno di anticipo, quali la creazione di una base tecnologica completamente autonoma dagli USA per gestire il disaccoppiamento tecnologico in settori strategici come i chip e il digitale, oltre alla necessità di contenere alcuni “giganti nazionali”, nati e sviluppatisi sotto tutela governativa, che poi, internazionalizzandosi sui mercati finanziari, hanno trasbordato, come il gruppo Alibaba e qualche gigante dell’immobiliare. Ovviamente, sarebbe interessante seguire il dibattito che si sta sviluppando anche su questi temi.

In definitiva, si tratta di un libro che consente di entrare nel merito del dibattito sviluppatosi in Cina lungo diversi decenni e anche di capire come il Partito Comunista Cinese sia giunto a tenere duro su determinati principi socialisti in maniera tutt’altro che lineare e scontata: diversi decenni di riforme e apertura concepiti in quel modo avevano portato all’affermazione di idee, se non liquidazioniste, almeno ideologicamente stagnanti e poco lungimiranti, che si è stati in grado di superare anche grazie all’opera di intellettuali come Cheng Enfu.

Fonte

07/10/2024

Cheng Enfu, “Dialettica dell’economia cinese”

Cheng Enfu, tra i maggiori esponenti del marxismo cinese e internazionale, promotore e animatore, con riviste e forum internazionali, della più importante comunità marxista mondiale, raccoglie diversi saggi scritti negli ultimi decenni, nei quali la Cina ha compiuto – non in rottura ma in continuità dialettica con il trentennio di costruzione delle basi del socialismo dopo la conquista del potere politico (1949-1978) – uno straordinario percorso di sviluppo economico che per durata (pochi decenni) e popolazione coinvolta (oltre 1,4 miliardi di persone) non ha eguali in tutta la storia mondiale.

Preceduto da un importante saggio su Dieci punti di vista sul marxismo, questo corposo libro si snoda attraverso 7 capitoli a loro volta suddivisi in diverse sezioni:
1. Il moderno sistema economico della Cina;
2. L’economia cinese nel quadro di una Nuova Normalità;
3. I cinque nuovi concetti di sviluppo della Cina;
4. La riforma del sistema di distribuzione cinese;
5. Riforma del rapporto tra mercato e governo in Cina;
6. L’apertura graduale del mercato finanziario interno in Cina;
7. L’apertura dell’economia cinese.

Ognuna delle rilevantissime questioni inerenti l’“economia socialista di mercato” cinese viene affrontata, con approccio critico-dialettico, con analisi concreta della situazione concreta, “cogliendo la verità dai fatti”, combinando sempre rilevazione empirica e analisi teorica, senza cedimenti ad affermazioni propagandistiche o autocelebrative.

I lavori di Cheng e della sua scuola prendono le mosse dalla realtà, esaminano i caratteri di fondo e le ragioni del successo complessivo della “via cinese”, denunciano altresì limiti e rischi di alcune tendenze, proponendo correttivi, o cambiamenti di rotta.

Il lettore potrà seguire così – dall’interno – il dibattito teorico-politico in Cina sulla “riforma e apertura”: la costruzione del socialismo cinese non si svolge lungo un percorso rettilineo privo di ostacoli, ma è un faticoso processo di apprendimento dall’esperienza segnata da successi ed errori, e di continua sperimentazione di vie nuove.

È un testo impegnativo – il lettore è avvertito – che entra in profondità nel “mistero” dell’economia socialista di mercato cinese.

L’introduzione di Vladimiro Giacché e la prefazione di John Bellamy Foster forniscono rilevanti chiavi di lettura.

*****

Introduzione

di Vladimiro Giacché

Credo che il modo migliore per introdurre alla lettura di questo libro di Cheng Enfu sia partire da un’osservazione contenuta nella prefazione di John Bellamy Foster all’edizione inglese: “Per i marxisti occidentali, ciò che probabilmente sarà più sorprendente è l’approccio poliedrico al marxismo mostrato in tutta quest’opera”. Foster ha ragione. Uno dei motivi di interesse di questo libro è il fatto di avvicinarci a un uso del marxismo dalle molte sfaccettature, e comunque molto diverso da quello al quale siamo abituati in Occidente. In effetti, le distanze che separano il marxismo occidentale dal marxismo cinese sono notevoli a più riguardi. In un mio saggio recente le ho compendiate così.

Primo, un diverso approccio al pensiero di Marx e di Engels. Questo pensiero è considerato in Cina quale una organica visione del mondo e al tempo stesso un metodo utilizzato come guida per la prassi. Per contro, il marxismo occidentale si è ormai abituato a dissezionare il pensiero di Marx e di Engels per poi rivolgere la propria attenzione ad aspetti specifici, sovente molto particolari, di quel pensiero.

Ciò viene fatto dando per scontato che non esista qualcosa come “il marxismo”, ma un pensiero di Marx – a sua volta articolato in diverse fasi – ben distinto da quello di Engels e dei successivi esponenti della tradizione che a Marx si richiama: e che ogni considerazione del marxismo quale corpus teoretico unitario sia pertanto un’operazione indebita e priva di valore sul piano scientifico.

Secondo, la diversità dei temi posti in primo piano, che in parte deriva da un diverso atteggiamento nei confronti del rapporto tra teoria e prassi (tuttora molto stretto in Cina, mentre [...] in Occidente è quasi ovunque venuto meno – ormai da decenni – un rapporto organico tra pensiero marxista e prassi politica).

Terzo, una differenza di contesto: il marxismo è adoperato nella Cina post-rivoluzionaria come una guida per la costruzione della società socialista, anziché, come accade in Occidente, come la base teorica per una analisi critica dei rapporti di produzione capitalistici.i.

Nell’opera di Cheng questi aspetti sono tutti presenti, ma risaltano in particolare il primo e il terzo.

Quanto all’approccio al marxismo, è molto chiara già l’introduzione, in cui il marxismo è inteso come un “sistema teorico” che è stato “iniziato da Marx ed Engels e, da allora, è stato gradualmente sviluppato e migliorato dai loro successori” [pp. 40-41]. Cheng propone una concezione “olistica” del marxismo, che va studiato “nel suo insieme”, al fine di “correggere le carenze dei precedenti studi di argomenti isolati e approfondire la nostra comprensione” [p. 43].

Concezione “olistica” non significa però piegare lo studio del marxismo a esigenze politiche: “il marxismo politico – afferma Cheng – non può essere usato per sostituire il marxismo accademico” [p. 50]. E non significa neppure che il marxismo possa essere inteso come un corpus di dottrine ossificato, dato e fissato una volta per tutte, che si tratterebbe soltanto di “applicare”.

Al contrario: “i principi di base del marxismo possono essere arricchiti, ampliati e modificati attraverso lo sviluppo della pratica o l’approfondimento della comprensione teorica. È possibile, per esempio, sviluppare la teoria del valore-lavoro di Marx, la teoria del plusvalore, la teoria della riproduzione, ecc., così come è possibile sviluppare le teorie di Lenin sull’imperialismo, lo Stato e la rivoluzione. Allo stesso modo, è possibile introdurre innovazioni nella teoria dello stadio primario del socialismo, nella teoria dell’economia socialista di mercato, e così via” [p. 61].

Queste ultime osservazioni sono di grande importanza. La teoria dello “stadio primario del socialismo” e il concetto di “economia socialista di mercato” rappresentano in effetti – come osservavo nello scritto già citato – altrettanti esempi di “innovazione nella tradizione” marxista ii.

La teoria dello “stadio primario del socialismo” rinvia alla riformulazione del concetto di socialismo, concepito come una fase relativamente lunga: questa riformulazione è stata proposta, nella tradizione marxista cinese, da Deng Xiaoping iii. Ma anche il concetto di “economia socialista di mercato” (o “socialismo di mercato”) rappresenta un’innovazione rispetto alle teorie di Marx ed Engels, i quali prevedevano la fine della produzione mercantile sin dalla prima fase del comunismo – quella fase che da Lenin in poi sarebbe stata designata col termine di “socialismo” iv.

Entrambe le innovazioni sono ora approfondite e sviluppate da Cheng Enfu negli scritti raccolti in questo libro. In particolare, lo “stadio primario del sistema economico socialista” è definito nei termini seguenti: “una varietà di proprietà pubblica come corpo principale (con la proprietà privata come corpo ausiliario) + la distribuzione orientata al mercato secondo il proprio lavoro come corpo principale (con la distribuzione secondo il capitale come corpo ausiliario) + l’economia di mercato guidata da piani nazionali” [p. 59]. A questo stadio seguono due ulteriori fasi del socialismo (“stadio intermedio” e “stadio avanzato”) prima di arrivare al “comunismo” [p. 58].

Allo “stadio primario”, nel quale la Cina si trova attualmente e che rappresenta una delle possibili declinazioni dell’“economia socialista di mercato”, Cheng Enfu dedica gran parte delle riflessioni contenute in questo libro.

[…]

Un sistema aperto e autosufficiente

Una volta esaminate le leggi dell’economia di mercato guidata dallo Stato che connotano per Cheng lo stadio primario del socialismo, possiamo passare alla quarta e ultima caratteristica di tale stadio: “un sistema aperto multiforme autosufficiente” [p. 78]. Nel pensiero di Cheng l’apertura è immediatamente contemperata con l’autosufficienza. Già da questo possiamo capire come egli quanto all’“apertura” sia più cauto di altri studiosi cinesi.

Il punto di vista di Cheng è espresso senza mezzi termini in questo passo: “Al fine di gestire correttamente la relazione tra l’apertura completa e reciproca, la sicurezza economica e il benessere del popolo man mano che si costruisce il sistema di apertura, la Cina deve eliminare l’atto insensato di aprire per il gusto di aprire. Per aprire efficacemente l’economia reale è necessario implementare in modo completo una strategia di sviluppo guidata dall’innovazione, incentrata sull’innovazione indipendente con caratteristiche cinesi” [p. 197; corsivo dell’autore].

Il richiamo all’“innovazione indipendente” non è estemporaneo; esso trova la sua radice nella “teoria dei vantaggi dei diritti di proprietà intellettuale indipendenti” sviluppata dallo stesso Cheng (vedi in proposito [p. 293]. Questa teoria che colloca il nostro autore su una posizione opposta a quella di un altro importante economista cinese, Justin Yifu Lin, il quale – lo ricorda lo stesso Cheng – ha esortato la Cina “a prendere le misure necessarie per evitare di cadere nella trappola dell’innovazione indipendente” [p. 292].

Il dibattito che fa da sfondo a questa controversia vede contrapporsi due modelli di sviluppo che sono stati nel tempo abbracciati dai paesi emergenti: quello che vede la leva più efficace per lo sviluppo nella sostituzione delle importazioni (attraverso la creazione di autonome capacità produttive), e quello che ritiene molto meno costoso e più profittevole comprare la tecnologia anziché produrla ex novo.

Cheng contesta quest’ultimo punto di vista, teorizzato da Justin Yifu Lin nel suo Demystifying the Chinese Economy v, ritenendo che esso esprima “un’errata lettura del concetto di apertura come sostituto dell’innovazione”. Cheng reputa ad esempio l’apertura dell’industria automobilistica cinese “un evidente fallimento” e quella dell’industria aeronautica “un fallimento ancora più grande”.

A questi due esempi negativi egli contrappone quello dei sistemi ferroviari ad alta velocità: “Un caso in cui questa visione errata è stata contrastata con successo è rappresentato dalla R&S e dalla produzione di sistemi ferroviari ad alta velocità. Il ministero delle ferrovie ha preso l’iniziativa di rompere il monopolio tecnologico di alcune grandi compagnie occidentali. L’alta velocità ferroviaria è diventata così uno dei biglietti da visita internazionali del Made in China” [p. 291; corsivi dell’autore].

Vi è però un genere di apertura su cui le posizioni dei due autori sono molto più vicine, come lo stesso Cheng riconosce [vedi ad es. p. 308]: si tratta della liberalizzazione dei movimenti di capitale. Cheng individua precisamente nella mancata apertura completa dei movimenti di capitale, nel mantenimento del controllo su di essi, “una delle ragioni più importanti” per cui la Cina ha evitato difficoltà alle quali sono andati incontro altri Paesi emergenti negli ultimi decenni [p. 515].

Conclusione

Ho voluto riproporre alcune tra le più importanti tesi di Cheng Enfu integrandole con qualche riferimento al loro sfondo teorico e al dibattito entro cui si inseriscono, da un lato per aiutare il lettore a meglio orientarsi nel testo, dall’altro per porre in evidenza la tradizione all’interno della quale Cheng consapevolmente si colloca. È a partire da questa peculiare tradizione, quella del marxismo nella sua recezione cinese, che Cheng si confronta con le teorie economiche egemoni in Occidente, senza forzature propagandistiche ma senza alcun complesso di inferiorità teorica. Ritengo che questo sia l’approccio corretto per quel confronto tra sistemi, modelli e soluzioni ai problemi economici del nostro tempo che è oggi quanto mai necessario, non solo in Cina.

Non è qui possibile approfondire i numerosi ulteriori spunti che si potrebbero ricavare dalla lettura di quest’opera. Vale però la pena, conclusivamente, di accennare almeno a un’altra caratteristica importante di questo libro. Si tratta dello schietto riconoscimento dei problemi che l’economia cinese si trova oggi ad affrontare, quali l’eccesso di capacità produttiva (ad esempio nelle industrie del carbone, dell’elettricità e dell’acciaio) [p. 180; 257], o l’insufficiente sviluppo dei consumi privati.

Con riferimento a quest’ultimo problema, è importante osservare che Cheng non si limita ad attribuirne l’origine soltanto all’elevato tasso di risparmio cinese (spiegazione oltretutto pericolosamente prossima a una tautologia).

Al contrario: un’importante causa del livello relativamente basso dei consumi privati è individuata da Cheng in problemi distributivi, a loro volta legati ai rapporti di proprietà (“il consumo dipende dalla distribuzione, e la distribuzione dipende dai diritti di proprietà”, p. 389). In questo modo Cheng fa direttamente i conti con la presenza rilevante di forme di proprietà capitalistica in Cina.

Inoltre, un’altra causa dei consumi privati poco elevati è ravvisata nella diminuzione della “propensione marginale dei cittadini al consumo”, a sua volta occasionata dall’insufficienza dei sistemi di welfare: le “riforme orientate al mercato” degli scorsi decenni hanno infatti caricato direttamente sui cittadini gli oneri relativi a svariate prestazioni sociali [p. 411].

Questi problemi sono evidentemente riconducibili alla dialettica tra “mercato” e “governo” dell’economia che attraversa la Cina contemporanea. Cheng ritiene che “la differenza cruciale tra socialismo e capitalismo come sistema economico di base si manifesti nella struttura della proprietà sociale dei mezzi di produzione”, cioè nel fatto che un’economia mista “sia dominata dal capitale pubblico o dal capitale privato” [p. 494].

Se si accetta che questo sia il discrimine tra socialismo e capitalismo, è senz’altro lecito definire la Cina come “socialista” vi. Ma è la compresenza stessa delle due forme di capitale entro un unico sistema economico a determinare non soltanto i problemi distributivi visti sopra, ma, più in generale, una vera e propria sfida per l’egemonia all’interno della formazione economico-sociale cinese contemporanea. Questa sfida è tuttora aperta.

L’opera di Cheng può essere letta, non da ultimo, come una presa di posizione a favore del predominio del “capitale pubblico” nel contesto di questa sfida.

Note

i  V. Giacché, Quattro priorità per rilanciare il marxismo in Occidente, «MarxVentuno», n. 3, luglio-settembre 2022, p. 195.

ii  Ivi, p. 197.

iii  Deng Xiaoping, Excerpts from talks given in Wuchang, Shenzhen, Zhuhai and Shanghai [1992], in Selected Works of Deng Xiaoping, vol. III (1982-1992), Beijing, Foreign Languages Press, 1994, p. 367. Questa formulazione cominciò a circolare dal 1981, per essere infine sancita, su iniziativa di Deng Xiaoping, col XIII Congresso del Partito Comunista, svoltosi nel 1987.

iv  Ho approfondito questo tema in: V. Giacché, La fine della produzione mercantile nella “Critica al Programma di Gotha” di Marx. Vicende novecentesche di una teoria, in Marx200, a cura di Francesco Cerrato e Gennaro Imbriano, Mucchi Editore, Modena 2018 [numero monografico di «Dianoia. Rivista di filosofia del Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bologna», n. 26, giugno 2018], pp. 203-221; V. Giacché, Socialismo e fine della produzione mercantile nell’Anti-Dühring di Friedrich Engels, in «MarxVentuno» n. 1, gennaio-febbraio 2021, pp. 105-125.

v  Justin Yifu Lin, Demystifying the Chinese Economy, Cambridge University Press, Cambridge 2012, pp. 14 sgg. e passim.

vi  Per una più articolata trattazione del tema rinvio a V. Giacché, L’economia e la proprietà. Stato e mercato nella Cina contemporanea, op. cit., pp. 66-67 e passim.

Nota biografica

Cheng Enfu è nato a Shanghai nel 1950. Nell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali (CASS) ricopre importanti ruoli: membro del Presidium delle divisioni accademiche, direttore del Centro per lo sviluppo economico e sociale, vicedirettore e professore capo del Comitato accademico dell’Università, ex presidente dell’Accademia del marxismo.

È professore del Centro per l’innovazione del marxismo alla Northwestern Polytechnical University e all’Università di Mosca.

È stato membro del Comitato per l’istruzione, la scienza, la cultura e la salute pubblica del XIII Congresso Nazionale del Popolo.

È redattore di due riviste internazionali pubblicate nel Regno Unito: «International Critical Thought» e «World Review of Political Economy», e due riviste cinesi: «Chinese Journal of Political Economics» e «Journal of Economics of Shanghai School».

È presidente dell’Associazione mondiale di economia politica, dell’Associazione cinese di economia politica, della Società cinese di economia estera, del World Culture Forum e del China Forum on Innovation of Marxism. È esperto internazionale della Japan’s Society of Theoretical Economics, professore onorario presso l’Università di San Pietroburgo, nonché direttore del Centro di Ricerca della Shanghai School Economics of Shanghai University of Finance and Economics.

Ha fornito spiegazioni in occasione di una sessione di studio collettiva del Politburo del PCC e ha riferito su questioni teoriche in occasione di simposi ospitati da due segretari generali del CC del PCC.

È promotore e condirettore della «World Marxist Review», sorta nel 2024 per approfondire le più rilevanti questioni teorico-politiche con i marxisti e comunisti di tutto il mondo.

Ha pubblicato oltre 600 articoli e 40 libri in 10 Paesi, tra cui USA, Russia, Giappone, Italia, India, Vietnam.

Fonte