Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/07/2026
07/10/2024
Cheng Enfu, “Dialettica dell’economia cinese”
Preceduto da un importante saggio su Dieci punti di vista sul marxismo, questo corposo libro si snoda attraverso 7 capitoli a loro volta suddivisi in diverse sezioni:
1. Il moderno sistema economico della Cina;
2. L’economia cinese nel quadro di una Nuova Normalità;
3. I cinque nuovi concetti di sviluppo della Cina;
4. La riforma del sistema di distribuzione cinese;
5. Riforma del rapporto tra mercato e governo in Cina;
6. L’apertura graduale del mercato finanziario interno in Cina;
7. L’apertura dell’economia cinese.
Ognuna delle rilevantissime questioni inerenti l’“economia socialista di mercato” cinese viene affrontata, con approccio critico-dialettico, con analisi concreta della situazione concreta, “cogliendo la verità dai fatti”, combinando sempre rilevazione empirica e analisi teorica, senza cedimenti ad affermazioni propagandistiche o autocelebrative.
I lavori di Cheng e della sua scuola prendono le mosse dalla realtà, esaminano i caratteri di fondo e le ragioni del successo complessivo della “via cinese”, denunciano altresì limiti e rischi di alcune tendenze, proponendo correttivi, o cambiamenti di rotta.
Il lettore potrà seguire così – dall’interno – il dibattito teorico-politico in Cina sulla “riforma e apertura”: la costruzione del socialismo cinese non si svolge lungo un percorso rettilineo privo di ostacoli, ma è un faticoso processo di apprendimento dall’esperienza segnata da successi ed errori, e di continua sperimentazione di vie nuove.
È un testo impegnativo – il lettore è avvertito – che entra in profondità nel “mistero” dell’economia socialista di mercato cinese.
L’introduzione di Vladimiro Giacché e la prefazione di John Bellamy Foster forniscono rilevanti chiavi di lettura.
di Vladimiro Giacché
Credo che il modo migliore per introdurre alla lettura di questo libro di Cheng Enfu sia partire da un’osservazione contenuta nella prefazione di John Bellamy Foster all’edizione inglese: “Per i marxisti occidentali, ciò che probabilmente sarà più sorprendente è l’approccio poliedrico al marxismo mostrato in tutta quest’opera”. Foster ha ragione. Uno dei motivi di interesse di questo libro è il fatto di avvicinarci a un uso del marxismo dalle molte sfaccettature, e comunque molto diverso da quello al quale siamo abituati in Occidente. In effetti, le distanze che separano il marxismo occidentale dal marxismo cinese sono notevoli a più riguardi. In un mio saggio recente le ho compendiate così.
Primo, un diverso approccio al pensiero di Marx e di Engels. Questo pensiero è considerato in Cina quale una organica visione del mondo e al tempo stesso un metodo utilizzato come guida per la prassi. Per contro, il marxismo occidentale si è ormai abituato a dissezionare il pensiero di Marx e di Engels per poi rivolgere la propria attenzione ad aspetti specifici, sovente molto particolari, di quel pensiero.
Ciò viene fatto dando per scontato che non esista qualcosa come “il marxismo”, ma un pensiero di Marx – a sua volta articolato in diverse fasi – ben distinto da quello di Engels e dei successivi esponenti della tradizione che a Marx si richiama: e che ogni considerazione del marxismo quale corpus teoretico unitario sia pertanto un’operazione indebita e priva di valore sul piano scientifico.
Secondo, la diversità dei temi posti in primo piano, che in parte deriva da un diverso atteggiamento nei confronti del rapporto tra teoria e prassi (tuttora molto stretto in Cina, mentre [...] in Occidente è quasi ovunque venuto meno – ormai da decenni – un rapporto organico tra pensiero marxista e prassi politica).
Terzo, una differenza di contesto: il marxismo è adoperato nella Cina post-rivoluzionaria come una guida per la costruzione della società socialista, anziché, come accade in Occidente, come la base teorica per una analisi critica dei rapporti di produzione capitalistici.i.
Nell’opera di Cheng questi aspetti sono tutti presenti, ma risaltano in particolare il primo e il terzo.
Quanto all’approccio al marxismo, è molto chiara già l’introduzione, in cui il marxismo è inteso come un “sistema teorico” che è stato “iniziato da Marx ed Engels e, da allora, è stato gradualmente sviluppato e migliorato dai loro successori” [pp. 40-41]. Cheng propone una concezione “olistica” del marxismo, che va studiato “nel suo insieme”, al fine di “correggere le carenze dei precedenti studi di argomenti isolati e approfondire la nostra comprensione” [p. 43].
Concezione “olistica” non significa però piegare lo studio del marxismo a esigenze politiche: “il marxismo politico – afferma Cheng – non può essere usato per sostituire il marxismo accademico” [p. 50]. E non significa neppure che il marxismo possa essere inteso come un corpus di dottrine ossificato, dato e fissato una volta per tutte, che si tratterebbe soltanto di “applicare”.
Al contrario: “i principi di base del marxismo possono essere arricchiti, ampliati e modificati attraverso lo sviluppo della pratica o l’approfondimento della comprensione teorica. È possibile, per esempio, sviluppare la teoria del valore-lavoro di Marx, la teoria del plusvalore, la teoria della riproduzione, ecc., così come è possibile sviluppare le teorie di Lenin sull’imperialismo, lo Stato e la rivoluzione. Allo stesso modo, è possibile introdurre innovazioni nella teoria dello stadio primario del socialismo, nella teoria dell’economia socialista di mercato, e così via” [p. 61].
Queste ultime osservazioni sono di grande importanza. La teoria dello “stadio primario del socialismo” e il concetto di “economia socialista di mercato” rappresentano in effetti – come osservavo nello scritto già citato – altrettanti esempi di “innovazione nella tradizione” marxista ii.
La teoria dello “stadio primario del socialismo” rinvia alla riformulazione del concetto di socialismo, concepito come una fase relativamente lunga: questa riformulazione è stata proposta, nella tradizione marxista cinese, da Deng Xiaoping iii. Ma anche il concetto di “economia socialista di mercato” (o “socialismo di mercato”) rappresenta un’innovazione rispetto alle teorie di Marx ed Engels, i quali prevedevano la fine della produzione mercantile sin dalla prima fase del comunismo – quella fase che da Lenin in poi sarebbe stata designata col termine di “socialismo” iv.
Entrambe le innovazioni sono ora approfondite e sviluppate da Cheng Enfu negli scritti raccolti in questo libro. In particolare, lo “stadio primario del sistema economico socialista” è definito nei termini seguenti: “una varietà di proprietà pubblica come corpo principale (con la proprietà privata come corpo ausiliario) + la distribuzione orientata al mercato secondo il proprio lavoro come corpo principale (con la distribuzione secondo il capitale come corpo ausiliario) + l’economia di mercato guidata da piani nazionali” [p. 59]. A questo stadio seguono due ulteriori fasi del socialismo (“stadio intermedio” e “stadio avanzato”) prima di arrivare al “comunismo” [p. 58].
Allo “stadio primario”, nel quale la Cina si trova attualmente e che rappresenta una delle possibili declinazioni dell’“economia socialista di mercato”, Cheng Enfu dedica gran parte delle riflessioni contenute in questo libro.
[…]
Un sistema aperto e autosufficiente
Una volta esaminate le leggi dell’economia di mercato guidata dallo Stato che connotano per Cheng lo stadio primario del socialismo, possiamo passare alla quarta e ultima caratteristica di tale stadio: “un sistema aperto multiforme autosufficiente” [p. 78]. Nel pensiero di Cheng l’apertura è immediatamente contemperata con l’autosufficienza. Già da questo possiamo capire come egli quanto all’“apertura” sia più cauto di altri studiosi cinesi.
Il punto di vista di Cheng è espresso senza mezzi termini in questo passo: “Al fine di gestire correttamente la relazione tra l’apertura completa e reciproca, la sicurezza economica e il benessere del popolo man mano che si costruisce il sistema di apertura, la Cina deve eliminare l’atto insensato di aprire per il gusto di aprire. Per aprire efficacemente l’economia reale è necessario implementare in modo completo una strategia di sviluppo guidata dall’innovazione, incentrata sull’innovazione indipendente con caratteristiche cinesi” [p. 197; corsivo dell’autore].
Il richiamo all’“innovazione indipendente” non è estemporaneo; esso trova la sua radice nella “teoria dei vantaggi dei diritti di proprietà intellettuale indipendenti” sviluppata dallo stesso Cheng (vedi in proposito [p. 293]. Questa teoria che colloca il nostro autore su una posizione opposta a quella di un altro importante economista cinese, Justin Yifu Lin, il quale – lo ricorda lo stesso Cheng – ha esortato la Cina “a prendere le misure necessarie per evitare di cadere nella trappola dell’innovazione indipendente” [p. 292].
Il dibattito che fa da sfondo a questa controversia vede contrapporsi due modelli di sviluppo che sono stati nel tempo abbracciati dai paesi emergenti: quello che vede la leva più efficace per lo sviluppo nella sostituzione delle importazioni (attraverso la creazione di autonome capacità produttive), e quello che ritiene molto meno costoso e più profittevole comprare la tecnologia anziché produrla ex novo.
Cheng contesta quest’ultimo punto di vista, teorizzato da Justin Yifu Lin nel suo Demystifying the Chinese Economy v, ritenendo che esso esprima “un’errata lettura del concetto di apertura come sostituto dell’innovazione”. Cheng reputa ad esempio l’apertura dell’industria automobilistica cinese “un evidente fallimento” e quella dell’industria aeronautica “un fallimento ancora più grande”.
A questi due esempi negativi egli contrappone quello dei sistemi ferroviari ad alta velocità: “Un caso in cui questa visione errata è stata contrastata con successo è rappresentato dalla R&S e dalla produzione di sistemi ferroviari ad alta velocità. Il ministero delle ferrovie ha preso l’iniziativa di rompere il monopolio tecnologico di alcune grandi compagnie occidentali. L’alta velocità ferroviaria è diventata così uno dei biglietti da visita internazionali del Made in China” [p. 291; corsivi dell’autore].
Vi è però un genere di apertura su cui le posizioni dei due autori sono molto più vicine, come lo stesso Cheng riconosce [vedi ad es. p. 308]: si tratta della liberalizzazione dei movimenti di capitale. Cheng individua precisamente nella mancata apertura completa dei movimenti di capitale, nel mantenimento del controllo su di essi, “una delle ragioni più importanti” per cui la Cina ha evitato difficoltà alle quali sono andati incontro altri Paesi emergenti negli ultimi decenni [p. 515].
Conclusione
Ho voluto riproporre alcune tra le più importanti tesi di Cheng Enfu integrandole con qualche riferimento al loro sfondo teorico e al dibattito entro cui si inseriscono, da un lato per aiutare il lettore a meglio orientarsi nel testo, dall’altro per porre in evidenza la tradizione all’interno della quale Cheng consapevolmente si colloca. È a partire da questa peculiare tradizione, quella del marxismo nella sua recezione cinese, che Cheng si confronta con le teorie economiche egemoni in Occidente, senza forzature propagandistiche ma senza alcun complesso di inferiorità teorica. Ritengo che questo sia l’approccio corretto per quel confronto tra sistemi, modelli e soluzioni ai problemi economici del nostro tempo che è oggi quanto mai necessario, non solo in Cina.
Non è qui possibile approfondire i numerosi ulteriori spunti che si potrebbero ricavare dalla lettura di quest’opera. Vale però la pena, conclusivamente, di accennare almeno a un’altra caratteristica importante di questo libro. Si tratta dello schietto riconoscimento dei problemi che l’economia cinese si trova oggi ad affrontare, quali l’eccesso di capacità produttiva (ad esempio nelle industrie del carbone, dell’elettricità e dell’acciaio) [p. 180; 257], o l’insufficiente sviluppo dei consumi privati.
Con riferimento a quest’ultimo problema, è importante osservare che Cheng non si limita ad attribuirne l’origine soltanto all’elevato tasso di risparmio cinese (spiegazione oltretutto pericolosamente prossima a una tautologia).
Al contrario: un’importante causa del livello relativamente basso dei consumi privati è individuata da Cheng in problemi distributivi, a loro volta legati ai rapporti di proprietà (“il consumo dipende dalla distribuzione, e la distribuzione dipende dai diritti di proprietà”, p. 389). In questo modo Cheng fa direttamente i conti con la presenza rilevante di forme di proprietà capitalistica in Cina.
Inoltre, un’altra causa dei consumi privati poco elevati è ravvisata nella diminuzione della “propensione marginale dei cittadini al consumo”, a sua volta occasionata dall’insufficienza dei sistemi di welfare: le “riforme orientate al mercato” degli scorsi decenni hanno infatti caricato direttamente sui cittadini gli oneri relativi a svariate prestazioni sociali [p. 411].
Questi problemi sono evidentemente riconducibili alla dialettica tra “mercato” e “governo” dell’economia che attraversa la Cina contemporanea. Cheng ritiene che “la differenza cruciale tra socialismo e capitalismo come sistema economico di base si manifesti nella struttura della proprietà sociale dei mezzi di produzione”, cioè nel fatto che un’economia mista “sia dominata dal capitale pubblico o dal capitale privato” [p. 494].
Se si accetta che questo sia il discrimine tra socialismo e capitalismo, è senz’altro lecito definire la Cina come “socialista” vi. Ma è la compresenza stessa delle due forme di capitale entro un unico sistema economico a determinare non soltanto i problemi distributivi visti sopra, ma, più in generale, una vera e propria sfida per l’egemonia all’interno della formazione economico-sociale cinese contemporanea. Questa sfida è tuttora aperta.
L’opera di Cheng può essere letta, non da ultimo, come una presa di posizione a favore del predominio del “capitale pubblico” nel contesto di questa sfida.
Note
i V. Giacché, Quattro priorità per rilanciare il marxismo in Occidente, «MarxVentuno», n. 3, luglio-settembre 2022, p. 195.
ii Ivi, p. 197.
iii Deng Xiaoping, Excerpts from talks given in Wuchang, Shenzhen, Zhuhai and Shanghai [1992], in Selected Works of Deng Xiaoping, vol. III (1982-1992), Beijing, Foreign Languages Press, 1994, p. 367. Questa formulazione cominciò a circolare dal 1981, per essere infine sancita, su iniziativa di Deng Xiaoping, col XIII Congresso del Partito Comunista, svoltosi nel 1987.
iv Ho approfondito questo tema in: V. Giacché, La fine della produzione mercantile nella “Critica al Programma di Gotha” di Marx. Vicende novecentesche di una teoria, in Marx200, a cura di Francesco Cerrato e Gennaro Imbriano, Mucchi Editore, Modena 2018 [numero monografico di «Dianoia. Rivista di filosofia del Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bologna», n. 26, giugno 2018], pp. 203-221; V. Giacché, Socialismo e fine della produzione mercantile nell’Anti-Dühring di Friedrich Engels, in «MarxVentuno» n. 1, gennaio-febbraio 2021, pp. 105-125.
v Justin Yifu Lin, Demystifying the Chinese Economy, Cambridge University Press, Cambridge 2012, pp. 14 sgg. e passim.
vi Per una più articolata trattazione del tema rinvio a V. Giacché, L’economia e la proprietà. Stato e mercato nella Cina contemporanea, op. cit., pp. 66-67 e passim.
Nota biografica
Cheng Enfu è nato a Shanghai nel 1950. Nell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali (CASS) ricopre importanti ruoli: membro del Presidium delle divisioni accademiche, direttore del Centro per lo sviluppo economico e sociale, vicedirettore e professore capo del Comitato accademico dell’Università, ex presidente dell’Accademia del marxismo.
È professore del Centro per l’innovazione del marxismo alla Northwestern Polytechnical University e all’Università di Mosca.
È stato membro del Comitato per l’istruzione, la scienza, la cultura e la salute pubblica del XIII Congresso Nazionale del Popolo.
È redattore di due riviste internazionali pubblicate nel Regno Unito: «International Critical Thought» e «World Review of Political Economy», e due riviste cinesi: «Chinese Journal of Political Economics» e «Journal of Economics of Shanghai School».
È presidente dell’Associazione mondiale di economia politica, dell’Associazione cinese di economia politica, della Società cinese di economia estera, del World Culture Forum e del China Forum on Innovation of Marxism. È esperto internazionale della Japan’s Society of Theoretical Economics, professore onorario presso l’Università di San Pietroburgo, nonché direttore del Centro di Ricerca della Shanghai School Economics of Shanghai University of Finance and Economics.
Ha fornito spiegazioni in occasione di una sessione di studio collettiva del Politburo del PCC e ha riferito su questioni teoriche in occasione di simposi ospitati da due segretari generali del CC del PCC.
È promotore e condirettore della «World Marxist Review», sorta nel 2024 per approfondire le più rilevanti questioni teorico-politiche con i marxisti e comunisti di tutto il mondo.
Ha pubblicato oltre 600 articoli e 40 libri in 10 Paesi, tra cui USA, Russia, Giappone, Italia, India, Vietnam.
Fonte
10/07/2024
Germania - La competitività è destinata a ridursi ancora
Oggi la Germania ne paga il conto, così come paga l’incapacità della classe dirigente continentale di immaginare un modello differente da quello export oriented, che fatica a fare i conti con la frammentazione del mercato mondiale e il declino della globalizzazione.
C’è poi la grande ferita dell’austerità, che presa a elemento virtuoso – come se si parlasse dei risparmi di una famiglia per andare in vacanza, e non di uno stato che deve investire – ha in realtà creato gravi problemi al paese, in particolare per l’obsolescenza e arretratezza della rete infrastrutturale.
A maggio, la produzione industriale tedesca ha segnato un -2,5% rispetto al mese precedente, col comparto auto a -5% su aprile. Rispetto a maggio 2023 è stato segnato un record negativo dell’industria a -6,67%.
L’agonia del modello tedesco si riverbera anche da noi (essendovi fortemente legati), sarebbe bene correre ai ripari al più presto.
Diversi sono gli elementi che inducono a prevedere un indebolimento della competitività tedesca sui mercati internazionali negli anni a venire.
Tra questi, il primo ha a che fare con l’andamento demografico della Germania: secondo le proiezioni di Eurostat, la popolazione in età lavorativa tra 2025 e 2040 subirà una riduzione di circa il 7%; inoltre, sin dal prossimo quinquennio, [...] la Germania registrerà il calo più marcato tra i paesi del G7 nel tasso di crescita della popolazione tra i 15 e i 64 anni.
Tale andamento demografico avrà molto probabilmente un impatto significativo su diversi aspetti dell’economia tedesca, tra cui in primis il costo del lavoro: già nel 2023, per far fronte all’inflazione, i salari nominali sono cresciuti del 6,3% su base annua, una tendenza che facilmente andrà rafforzandosi negli anni a venire e che comporterà un calo della competitività delle merci tedesche sui mercati internazionali.
Sempre per quanto riguarda il costo del lavoro, è da tenere in considerazione il processo di ribilanciamento che, a partire dalla crisi del debito sovrano, ha portato i paesi “periferici” dell’area euro a recuperare terreno in termini di competitività di costo rispetto ai paesi del Nord Europa.
Tale processo, come segnalato da un articolo di ING di marzo 2024, è ben visibile nella variazione del tasso di cambio effettivo calcolato in base al costo per unità di lavoro; la moderazione salariale degli anni della crisi, ma anche di quelli post-pandemia, ha condotto i paesi periferici, Italia tra questi, ad ottenere una maggior competitività rispetto alle economie nordeuropee (sebbene in merito si possa legittimamente parlare, come sottolinea l’articolo citato, di una “corsa al ribasso in termini di performance strutturale”: sarebbe per molti versi stato maggiormente auspicabile un aggiustamento degli squilibri interni all’Eurozona tramite una robusta crescita della produttività delle economie periferiche).
Il terzo elemento che è opportuno menzionare in quanto fattore di indebolimento della competitività nazionale tedesca è costituito dall’andamento degli investimenti pubblici tra l’inizio degli anni 2000 e oggi.
Secondo uno studio del 2019, la Germania avrebbe bisogno di un totale di 450 miliardi di investimenti pubblici per permettere alla propria economia di crescere in maniera sostenuta negli anni a venire, specie per quanto riguarda la componente della produttività.
Le politiche di austerità fiscale a lungo portate avanti dalla Germania, con una breve interruzione dovuta alla pandemia, hanno portato allo sviluppo di carenze profonde a diversi riguardi: ingenti investimenti sarebbero necessari in particolare nell’ambito delle infrastrutture di trasporto (ferrovie e autostrade), la cui costruzione risale agli anni ’70 per i territori della ex-Germania Ovest e agli anni ’90 per l’ex-Germania Est; ulteriori spese sono poi richieste per quanto riguarda abitazioni, telecomunicazioni, università, welfare per le famiglie, per non parlare della transizione ecologica.
Gli investimenti pubblici netti sono infatti rimasti attorno a una media dello 0% del pil dai primi anni 2000, cioè su livelli evidentemente insufficienti tanto rispetto ai tassi di crescita dell’economia nazionale sotto altri riguardi quanto rispetto al deprezzamento degli asset già presenti nell’economia.
Tale carenza di investimenti pubblici si traduce in una debole crescita della produttività nazionale, e dunque della competitività sui mercati, anche e soprattutto alla luce dell’aumento dei costi del lavoro.
Fino a pochi anni fa la Germania avrebbe potuto far fronte a queste carenze a un costo relativamente basso, approfittando della politica monetaria fortemente espansiva della BCE, condizione che oggi non sussiste più. Si può quindi parlare di una vera e propria occasione persa per l’economia tedesca.
Inoltre, vista la conferma del freno del debito (Schuldenbremse) dopo l’interruzione momentanea in concomitanza con l’impatto della pandemia, e alla luce delle differenti impostazioni di politica economica che si confrontano all’interno del governo tedesco, non sembrano oggi sussistere condizioni politiche adeguate per effettuare gli investimenti necessari a un significativo rilancio dell’economia tedesca nel medio termine.
Fonte
19/06/2024
La sinistra neoliberale e la visione di Sara Wagenknecht
“Sinistra” era un tempo sinonimo di ricerca della giustizia e della sicurezza sociale, di resistenza, di rivolta contro la classe medio-alta e di impegno a favore di coloro che non erano nati in una famiglia agiata e dovevano mantenersi con lavori duri e spesso poco stimolanti. Essere di sinistra voleva dire perseguire l’obiettivo di proteggere queste persone dalla povertà, dall’umiliazione e dallo sfruttamento, dischiudere loro possibilità di formazione e di ascesa sociale, rendere loro la vita più facile, più organizzata e pianificabile.
Chi era di sinistra credeva nella capacita della politica di plasmare la società all’interno di uno Stato nazionale democratico e che questo Stato potesse e dovesse correggere gli esiti del mercato. [...] Naturalmente ci sono sempre state grandi differenze anche tra i sostenitori della sinistra. [...] Ma nel complesso una cosa era chiara: i partiti di sinistra, che fossero socialdemocratici, socialisti o, in molti paesi dell’Europa occidentale, comunisti, non rappresentavano le élite, ma i più svantaggiati.
Credo che i lettori non faranno fatica a condividere questa descrizione proposta da Sahra Wagenknecht nel primo capitolo del suo libro. Questa descrizione è anche il miglior punto di partenza per introdurre quelle che ritengo siano le tesi principali di questo testo, quelle che lo rendono un libro importante e opportunamente scandaloso.
Un tempo la sinistra era questo, in effetti. E oggi? Oggi le cose sono parecchio cambiate. Se un tempo al centro degli interessi di chi si definiva di sinistra vi erano problemi sociali ed economici, oggi non è più cosi.
Adesso, osserva l’autrice, «l’immaginario pubblico della sinistra sociale è dominato da una tipologia che definiremo da qui in avanti sinistra alla moda [l’originale tedesco è Lifestyle-Linke, letteralmente ‘sinistra dello stile di vita’], in quanto chi la sostiene non pone più al centro della politica di sinistra problemi sociali e politico-economici, bensì questioni riguardanti lo stile di vita, le abitudini di consumo e i giudizi morali sul comportamento. […] Il rappresentante della sinistra alla moda […] è cosmopolita e ovviamente a favore dell’Europa […]. Si preoccupa per il clima e si impegna in favore dell’emancipazione, dell’immigrazione e delle minoranze sessuali. È convinto che lo Stato nazionale sia un modello in via di estinzione e si considera cittadino del mondo senza troppi legami con il proprio paese». Il rappresentante della sinistra alla moda non può – né desidera – essere definito un “socialista”, neppure nell’accezione socialdemocratica del termine: semmai un liberale di sinistra.
La concezione stessa del fare politica e delle sue finalità appaiono profondamente mutate: «Non si tratta più di cambiare la società, ma di trovare conferma di sé, tanto che anche la partecipazione alle manifestazioni diviene un atto di realizzazione personale: ci si sente a posto con la propria coscienza a manifestare per il bene insieme a persone che la vedono nello stesso modo». In effetti, credo che chiunque di noi abbia fatto esperienza di manifestazioni che avevano più l’aspetto di giocose performance teatrali che di dimostrazioni della volontà di lotta su temi specifici.
Beninteso, non si può dire che questa nuova sinistra alla moda rifugga dal conflitto in quanto tale. Il problema è che non di rado esso è rivolto verso l’obiettivo sbagliato. Come osserva Wagenknecht, in effetti «la sinistra alla moda risulta poco simpatica anche perché, pur sostenendo una società aperta e tollerante, mostra di solito nei confronti di opinioni diverse dalle proprie un’incredibile intolleranza, che non ha nulla da invidiare a quella dell’estrema destra.
Questa scarsa apertura deriva dal fatto che il liberalismo di sinistra, secondo la concezione dei suoi sostenitori, non è un’opinione, bensì una questione di decoro. Chi si discosta dal canone dei loro precetti, appare agli occhi dei liberali di sinistra non semplicemente come un individuo che la pensa in modo diverso, ma come una persona cattiva, forse persino un nemico dell’umanità o addirittura un nazi.
Di questo atteggiamento intollerante e presuntuoso (non per caso il titolo originale del libro è Die Selbstgerechten, ossia ‘I presuntuosi’) la stessa Wagenknecht offre diversi esempi. Ne ripropongo uno che reputo significativo.
Nel 2019 i giovani di Fridays for Future che si erano radunati in corteo a Lausitz (nell’Est della Germania) per richiedere l’uscita dal carbone si videro marciare contro i circa mille abitanti del paese, che intonavano i canti dei minatori. E non trovarono nulla di meglio da fare che insultare queste persone – i cui mezzi di sussistenza dipendevano dalla miniera di carbone – con l’appellativo di “nazi del carbone”.
Le etichette dispregiative che la sinistra liberale e alla moda ama applicare ai propri avversari coprono del resto un ampio ventaglio di posizioni: «Chi si aspetta che il proprio governo si occupi prima di tutto del benessere della popolazione interna e la protegga dal dumping internazionale e da altre conseguenze negative della globalizzazione – un principio, questo, che per la sinistra tradizionale sarebbe stato ovvio – viene oggi etichettato come nazionalsociale, a volte persino con il suffisso -zsta» (quindi “nazionalsocialista”, cioè nazista). E ovviamente «chi non trova giusto trasferire sempre più competenze dai parlamenti e dai governi prescelti a un’imperscrutabile lobbycrazia a Bruxelles è di certo un antieuropeo».
Anche in Italia, come sappiamo, chi desidera che l’immigrazione sia regolamentata è un razzista, chi ritiene che il Trattato di Maastricht e la moneta unica abbiano molto nuociuto ai lavoratori e alla nostra economia è un “nostalgico della liretta” e probabilmente un “rossobruno”, chi dubita della sensatezza della conversione forzata dai motori a scoppio all’elettrico è un “negazionista del clima”, chi ritiene che lo Stato debba recuperare alcune sue fondamentali prerogative è una persona fuori dal tempo quando non direttamente un fascista.
Verso questo approccio ai problemi convergono in verità due distinte metamorfosi avvenute all’interno dei partiti di sinistra in Europa: da una parte, la defocalizzazione dal tema dei diritti sociali a quello dei diritti civili (e, più di recente, della salvaguardia ambientale); dall’altro – almeno per quanto riguarda i partiti socialdemocratici – la sostanziale adesione alla visione neoliberale della “modernizzazione” economica.
Correttamente l’autrice individua il punto di svolta, a quest’ultimo riguardo, nella cosiddetta “terza via” di Clinton, Blair e Schroeder, che diede inizio alla seconda ondata di riforme economiche neoliberali dopo quella di Reagan e di Thatcher, trovando illustri emuli anche nella sinistra italiana.
Questa combinazione di liberalismo di sinistra e liberismo economico ha generato il modello politico che la filosofa americana Nancy Fraser ha definito “neoliberismo progressista”.
Precisamente l’affermarsi a sinistra di questo modello secondo Wagenknecht ha spianato la strada alle vittorie della destra, che negli ultimi anni hanno cominciato a connotare le elezioni in numerosi paesi occidentali. Ovviamente, la risposta del liberale di sinistra alla domanda perché alle elezioni vinca la destra sarà che «a votare le destre sono persone che rifiutano la società liberale, che preferiscono le soluzioni autoritarie» e che sono caratterizzate da atteggiamenti ostili nei confronti di immigrati, minoranze e omosessuali.
Ma c’è una seconda risposta a questo interrogativo. Questa risposta – osserva l’autrice – «ci dirà che il liberismo economico, la globalizzazione e lo smantellamento dello Stato sociale hanno peggiorato la vita di molti, o quantomeno hanno costretto molti a fare i conti con incertezze maggiori e con la paura del futuro. E ci dirà che l’orientamento liberale di sinistra, quello che domina la stampa, ha dato loro anche la sensazione che i loro valori e il loro modo di vivere non fossero più rispettati, ma moralmente condannabili».
La seconda risposta parte insomma dal presupposto «che gli elettori votano a destra perché sono stati abbandonati da tutte le altre forze politiche e non si sentono più apprezzati dal punto di vista culturale». Questi elettori vedono nel liberalismo di sinistra un duplice attacco nei propri confronti: «un attacco ai loro diritti sociali, in quanto descrive come modernizzazioni progressiste proprio quei cambiamenti che hanno sottratto loro il benessere e la sicurezza»; ma al tempo stesso «un attacco ai loro valori e al modo in cui vivono, che nella narrazione liberale di sinistra viene svalutato moralmente e squalificato come retrogrado».
Qui in verità si intersecano due ordini di problemi: il primo riguarda l’effettiva rappresentanza di classe dell’attuale liberalismo di sinistra, il secondo i suoi valori. Riguardo a entrambi Wagenknecht è tranchant.
Sulla rappresentanza di classe: «Oggi, quando parliamo di sinistra, ci riferiamo a una politica che si occupa degli interessi del ceto medio laureato, organizzata e diretta da chi ne fa parte. Perché è questo ceto sociale, insieme a quello superiore, a risultare vincente dopo tutti i cambiamenti degli ultimi decenni: ha tratto vantaggi dalla globalizzazione e dall’integrazione europea», nonché, «almeno in parte, anche dallo status quo dell’economia liberista».
In realtà, «sono proprio gli sviluppi che hanno reso più ardua la vita dei vecchi elettori dei partiti di sinistra ad avere creato le condizioni per l’ascesa e la posizione privilegiata del ceto sociale che ha una formazione universitaria e che vive in città». E in effetti anche nelle nostre grandi città a votare a sinistra sono soprattutto gli abitanti del centro storico e dei quartieri bene (la cosiddetta “sinistra della ZTL”).
Quanto ai valori: ciò che oggi va sotto il nome di liberalismo di sinistra è la “grande narrazione” del ceto medio dei laureati e degli accademici, di cui rispecchia valori e interessi. In definitiva, «il liberalismo di sinistra vede la storia degli ultimi decenni dall’ottica dei vincitori: una storia di progresso e di emancipazione», al cui centro ci sono «i valori individualistici e cosmopolitici».
Tra gli aspetti importanti di questo libro vi è per l’appunto il coraggio di mettere direttamente in questione valori quali l’individualismo e il cosmopolitismo. Wagenknecht osserva infatti che «con questi valori si può sottrarre legittimità tanto a una concezione dello Stato sociale elaborata entro i confini dello Stato nazionale, quanto a una concezione repubblicana della democrazia.
Ricorrendo a questo canone di valori, è possibile inserire il liberismo economico, la globalizzazione e lo smantellamento delle infrastrutture sociali in una narrazione che li fa apparire alla stregua di cambiamenti progressisti: una narrazione che parla di superamento dell’isolamento nazionalista, dell’ottusità provinciale e di un opprimente senso della comunità, una narrazione a favore dell’apertura al mondo, dell’emancipazione individuale e della realizzazione di sé».
Conseguentemente, nella seconda parte del libro, dedicata a un programma politico alternativo alle idee del liberalismo di sinistra, ha un ruolo chiave la rivendicazione dell’importanza dei vincoli comunitari, unita all’osservazione che questi vincoli conservano il loro valore di collante sociale soltanto all’interno di contesti circoscritti e delimitati.
«Senza i vincoli di comunità», osserva l’autrice, «non esiste alcuna res publica». Comunità, politica e democrazia sono concetti tra loro saldamente connessi. «Non è un caso, quindi, che il concetto moderno di nazione come comunità dei cittadini di un paese sia stato formulato per la prima volta in modo consapevole durante la Rivoluzione francese e messo in rapporto diretto con la pretesa di una configurazione democratica degli affari comuni. Con il dissolvimento di questo senso di comunità […] scompare, dunque, anche il presupposto essenziale per una politica che possa quantomeno mettere un freno al capitalismo e, in prospettiva, persino superarlo». L’opposto di “comunità” non è, quindi, la libertà individuale, ma la libertà del potere economico di delocalizzare imprese, di fare arbitraggio tra sistemi fiscali, di aggirare – a vantaggio di pochi – le protezioni sociali costruite in decenni per la maggioranza delle persone.
Ma il vero obiettivo dell’attacco alla comunità è in realtà un altro: è lo Stato. Ed è precisamente su questo terreno che la continuità tra la narrazione neoliberista e la sua variante di sinistra emerge con particolare evidenza.
«Lo Stato», osserva Wagenknecht, «ha sempre avuto un posto come nemico nella narrazione neoliberista. È avido e inefficiente, troppo invasivo con le proprie regole e presuntuoso nel modo di organizzarsi. È abbastanza chiaro dove vuole andare a parare questa narrazione: occorre dissolvere lo Stato sociale, che è diventato troppo costoso per le élite economiche, privatizzare il più possibile i servizi pubblici e tagliare i costi dell’amministrazione, fino a quando essa, disperata, non si sottometterà all’economia privata e si affiderà in sempre più ambiti alla sua (ovviamente mai disinteressata!) consulenza e professionalità».
Ora, la variante di sinistra di questo attacco allo Stato consiste nel rappresentare lo Stato nazionale «non solo come obsoleto, ma addirittura come pericoloso, ovvero potenzialmente aggressivo e guerrafondaio. Per questo i contributi del liberalismo di sinistra sul tema culminano quasi sempre con l’avvertimento che non ci deve essere un ritorno allo Stato nazionale, come se esso facesse parte del passato e noi vivessimo già in un mondo transnazionale». In Italia, come è noto, sono molto in voga a sinistra anche le varianti dello “Stato incapace/corrotto/sprecone” (evidentemente per limiti ontologici dei nostri connazionali), che quindi deve cedere quanti più poteri e prerogative possibili a un’Unione Europea certamente benevolente è comunque più “seria” di quanto siano i cittadini di questo paese e coloro che li rappresentano.
Per quanto caratteristica del nostro paese, questa posizione ha qualcosa in comune col liberalismo di sinistra in quanto tale descritto da Wagenknecht nel suo libro. Quest’ultimo infatti si distingue dal neoliberismo anche perché «non è a favore di un passaggio del potere governativo dagli Stati direttamente alle multinazionali. La sua idea è semmai lo slittamento delle strutture democratiche su un piano transnazionale.
Per questo, riguardo all’Unione Europea, propone un’integrazione più profonda che si spera possa sfociare in uno Stato federale europeo con un Parlamento perfettamente funzionante e un governo europeo. Spesso, in relazione a questo tema, si sente dire che gli Stati nazionali nel mondo globalizzato di oggi non sono comunque già più in grado di portare avanti una politica sociale ed economica sovrana. La necessità delle strutture decisionali transnazionali auspicate viene cosi giustificata col fatto che solo in questo modo la politica potrà tornare a essere veramente democratica».
L’autrice contesta questo punto di vista sotto un duplice profilo. Intanto, non ha alcun senso parlare di una “incapacità di agire” degli Stati nazionali. In ogni grande crisi degli ultimi decenni, «che sia il collasso delle banche o il coronavirus che ha messo in ginocchio l’economia, gli Stati nazionali ormai dichiarati morti hanno dimostrato di essere gli unici attori realmente in grado di agire». In effetti sono stati gli Stati a salvare il sistema finanziario «con enormi pacchetti finanziari di salvataggio» (non a caso definiti “aiuti di Stato”) o, «nella crisi legata al Covid-19, a mobilitare centinaia di miliardi in aiuti per la loro economia».
Non solo: «Gli Stati nazionali sono anche l’unica istanza che al momento corregge in modo significativo gli esiti del mercato, distribuisce i redditi e garantisce la sicurezza a livello sociale».
Ma è soprattutto l’idea che l’UE possa essere il motore di una rivitalizzazione della democrazia a rappresentare una pericolosa illusione. È vero il contrario: «Il progressivo scivolamento delle competenze decisionali dal piano nazionale, più controllabile ed esposto alla sorveglianza pubblica, a quello internazionale, poco trasparente e facilmente manovrabile da banche e grandi imprese, significa allora soprattutto una cosa: la politica perde il suo fondamento democratico».
Da questo punto di vista, gli stessi diritti attribuiti al Parlamento europeo sono non soltanto ben poco rilevanti, ma rappresentano in ultima analisi la foglia di fico che copre malamente una de-territorializzazione delle decisioni politiche a vantaggio di poteri sovranazionali opachi e sostanzialmente privi di legittimazione democratica.
A quella pericolosa illusione “europeista” Wagenknecht contrappone un solido realismo: «il livello più alto in cui potranno esistere istituzioni, che si occupino del commercio e della soluzione di problemi condivisi e siano controllate in modo democratico, non sarà in tempi brevi né Europa né il mondo. Sarà, invece, il tanto vituperato e troppo precocemente dato per morto Stato nazionale. Esso rappresenta al momento l’unico strumento a disposizione per tenere sotto controllo i mercati, garantire l’uguaglianza sociale e liberare determinati ambiti dalla logica commerciale. È quindi possibile ottenere maggiore democrazia e sicurezza sociale non limitando, bensì accrescendo la sovranità degli Stati nazionali».
Pertanto non solo non bisogna cedere altri poteri a Bruxelles, ma occorre ri-nazionalizzare una parte di quelli che sono stati già ceduti: l’autrice si dichiara in effetti a favore di «un’Europa di Stati democratici sovrani». Sono questi Stati gli unici possibili attori di quel rafforzamento del settore pubblico dell’economia, di quella «deglobalizzazione sensata della nostra economia» e di quella «deglobalizzazione radicale dei mercati finanziari» che rappresentano aspetti essenziali del programma politico che Wagenknecht propone nella seconda parte del suo libro.
Non mi è possibile entrare nel merito di tale programma, in buona parte condivisibile. Desidero invece riproporre un passo delle conclusioni del libro di Sahra Wagenknecht: «Negli ultimi decenni, nelle società occidentali, il modo di vivere e di lavorare degli uomini è cambiato considerevolmente e anche quello di ripartire i frutti del loro lavoro. Questi mutamenti non sono l’esito peculiare di innovazioni tecnologiche, ma il risultato di scelte strategiche prese a livello politico.
In molti campi ne è venuto fuori il contrario di quello che ci era stato promesso. Il credo neoliberale della competitività, con cui erano stati fondati la globalizzazione, il liberismo economico e le privatizzazioni, ha scacciato la concorrenza equa. La fede cieca nella saggezza dei mercati ha portato alla nascita di imprese enormi che dominano il mercato e a monopolisti digitali potentissimi, che oggi impongono il loro tributo a tutti gli altri operatori e distruggono la democrazia. Al posto di un’economia dinamica, ne è sorta una scarsamente innovativa, che profonde un sacco di soldi in modelli di business dannosi per la collettività e che ci rendono quasi impossibile risolvere i problemi davvero importanti».
Credo che queste righe consentano di porre in luce conclusivamente il principale pregio di questo libro: che consiste nel mettere a nudo le promesse non mantenute del mondo neoliberale e nell’indicare con coraggio una strada diversa. Senza paura di andare controcorrente e di opporsi ai dogmi della sinistra liberale e alla moda. Ogni possibile ripresa di un pensiero critico e di una politica che intenda cambiare in meglio la nostra società non potrà che passare per un confronto serio con i problemi sollevati in questo testo.
Fonte
04/11/2023
L’enigma del “miracolo” cinese e la necessità di ridefinire il concetto di socialismo
Nel secondo volume di Guerra e rivoluzione (1) intitolato “Elogio dei socialismi imperfetti”, mi occupo ampiamente del caso Cina (Cap. I) e delle rivoluzioni bolivariane in America Latina (Cap. III). Qui torno esclusivamente sulla questione cinese, perché un'analisi comparativa con altre esperienze, passate e attuali, richiederebbe molto più spazio. Dal titolo appena citato è evidente quale sia il mio giudizio nei confronti delle esperienze trattate in quelle pagine: contrariamente alla maggioranza degli intellettuali marxisti occidentali, per tacere degli autori genericamente “di sinistra”, i quali blaterano di capitalismo di stato o, nella migliore delle ipotesi, di tentativi più o meno riusciti di emancipazione dal dominio neocoloniale, ritengo che si tratti di rivoluzioni antimperialiste che hanno imboccato la strada della transizione al socialismo.
Attenendomi alla sola Cina, questo giudizio si fonda su una serie di dati di fatto di cui mi limito a elencare qui di seguito i più significativi: anche dopo le riforme degli anni Settanta, i settori strategici dell’economia (sia in campo industriale che in campo finanziario) sono rimasti sotto il controllo politico dello stato/partito; l’agricoltura è stata (parzialmente) liberalizzata ma non privatizzata; gli investimenti stranieri vengono utilizzati per accelerare lo sviluppo tecnologico e scientifico oltre che economico, senza permettere che influiscano sugli equilibri generali del sistema; gli investimenti diretti all’estero sono finalizzati a favorire lo sviluppo dei Paesi beneficiari e non a sottoporli al ricatto dell’economia del debito (una logica opposta a quella degli investimenti occidentali); i tentativi della borghesia nazionale di trasformare il proprio potere economico in potere politico vengono stroncati; lo straordinario successo economico, che in una prima fase ha imposto pesanti sacrifici alle classi lavoratrici, è stato successivamente utilizzato per riscattare centinaia di milioni di cittadini dalla povertà assoluta, elevare i salari operai e i redditi contadini, migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle masse e spostare progressivamente il motore dello sviluppo dalle esportazioni ai consumi interni; infine questo rapido e tumultuoso processo di trasformazione socioeconomica non si è accompagnato – come auspicato dalle élite occidentali – ad una evoluzione in senso liberal-democratico del sistema politico, ma ha mantenuto la barra del timone verso l’obiettivo di realizzare nuove forme di democrazia popolare (2).
L’elenco di argomenti appena addotti – nella nota qui sopra trovate le fonti principali da cui ho tratto ispirazione – non basterebbe di per sé a giustificare il mio giudizio sulla natura dell’esperimento cinese: a determinarlo, in effetti, è stato soprattutto il capolavoro di Giovanni Arrighi, Adam Smith a Pechino (3). Nelle prime pagine Arrighi esorta a “prendere più sul serio la sociologia economica dell’economia”. Di conseguenza, il suo approccio all’analisi del mondo contemporaneo segue la via tracciata da autori come Fernand Braudel e Karl Polanyi, i quali hanno spostato il piano dell’analisi del capitalismo dall’economia “pura” alla sociologia, alla storia e all’antropologia culturale. Ma soprattutto Arrighi sovverte l'interpretazione “canonica” delle teorie di Adam Smith: costui, scrive, non fu solo l’apologeta del mercato autoregolantesi, ma anche colui che auspicò l’esistenza di uno Stato forte, senza il quale non si danno le condizioni di esistenza del mercato. La sua idea di fondo era che i mercati non devono essere abbandonati al loro sviluppo spontaneo, bensì “usati” come strumenti di controllo e di governo. Questo è uno dei motivi per cui Smith ammirava la Cina. Nel 1776 scriveva infatti che la Cina era più ricca di qualsiasi Paese europeo grazie al carattere “stazionario” della sua economia, cioè grazie al fatto che, pur non essendo mossa dalla spinta all’accumulazione illimitata, aveva raggiunto la pienezza di ricchezze consentita dalla natura del suolo, dal clima e dalla posizione geografica; ma soprattutto Smith definiva “naturale” questo tipo di sviluppo, basato sull’agricoltura e sul commercio interno, contrapponendolo allo sviluppo “innaturale” delle economie europee, basato sul commercio estero, a suo avviso meno favorevole all’interesse nazionale.
Partendo da questa contrapposizione, Arrighi critica la tesi marxista che vede nello sviluppo capitalistico il modello da cui il mondo intero dovrà passare, prima di riuscire a liberarsene. Se si accetta tale tesi, lo sviluppo che Smith definisce “naturale” non può sopravvivere in un mondo in cui si sia diffuso lo sviluppo “innaturale” delle nazioni capitalistiche europee. Marx era infatti convinto che il mondo intero fosse destinato ad appiattirsi sul modo di produzione capitalistico: ogni altra formazione sociale era destinata a “sciogliersi” non appena fosse entrata in contatto con il mercato capitalistico. L’irresistibile potenza distruttiva della via “innaturale” (per usare la terminologia di Smith) era frutto dell’intensa competizione fra nazioni europee che aveva generato un mix unico di capitalismo, industrialismo e militarismo, unitamente a una superiorità tecnologica destinati ad annientare la resistenza delle altre nazioni. Eppure, scrive Arrighi, l’appiattimento “globalista” previsto da Marx non si è realizzato: esistono culture, tradizioni, modelli di relazioni sociali, forme di vita che non solo hanno resistito ma, sfruttando la crisi del modello neoliberale, hanno generato modelli di sviluppo alternativi a quello dominante, fondati sul mercato ma non capitalistici, di cui la Cina rappresenta l’esempio più significativo.
L’analisi di Arrighi parte da lontano, evocando alcune costanti che hanno caratterizzato la storia millenaria della Cina. Ricorda che l’Oriente asiatico è stato l’avanguardia dello sviluppo mondiale per due millenni e che solo il fulmineo sviluppo della potenza tecnologico-militare europea ha oscurato questo primato. Solo nel XIX secolo la rivoluzione industriale occidentale sembrò avere ragione della “rivoluzione industriosa” orientale, concetto con cui Arrighi si riferisce alla struttura istituzionale dominante in Asia che, mentre era deficitaria in tema di innovazioni su larga scala, investimenti in capitale fisso e traffici di lunga distanza, favoriva tecnologie ad alta intensità di lavoro, privilegiando le risorse umane rispetto alle risorse materiali. Arrighi ricorda poi che fra le principali formazioni politiche dell’Oriente asiatico non si registrarono guerre degne di nota, né tentativi di dare vita a imperi d’oltremare dal Seicento agli inizi del Novecento. Negli stessi anni, lo scenario europeo è invece caratterizzato dalla continua competizione militare fra le varie nazioni e dalla tendenza generalizzata all’espansione geografica. Nel secolo XVIII lo stato nazione cinese esisteva da tempo immemorabile e, sotto le dinastie Ming e Qing, aveva sviluppato un immenso mercato interno. I Ming diedero la precedenza al mercato interno, arrivando a inibire quello esterno, e i Qing, oltre ad accentuare tale strategia, impegnarono tutte le risorse nel consolidamento di relazioni pacifiche con i confinanti e, nello sforzo di integrare una economia nazionale basata sull’agricoltura, promossero la ridistribuzione delle terre sottratte ai grandi proprietari. Queste politiche generarono prosperità e crescita demografica, ma impedirono ai cinesi di percepire il pericolo che incombeva da Occidente. Eppure non sarà la superiorità economica del modello occidentale a mettere in ginocchio la Cina: in barba alle previsioni di Marx ed Engels, secondo cui le merci occidentali a buon mercato sarebbero state “l’artiglieria pesante con cui la borghesia europea avrebbe abbattuto le muraglie cinesi”, i mercanti inglesi scoprirono di non poter battere la concorrenza di quelli cinesi. Per sfondare in Cina gli occidentali dovettero ricorrere alla violenza, scatenando le due guerre dell’oppio. Dopodiché seguì un secolo di umiliazioni per una Cina esposta a ogni genere di vessazioni non solo da parte dei “barbari” occidentali ma anche del Giappone, fino all’invasione da parte di quest’ultimo che anticipò di qualche anno lo scoppio della Seconda guerra mondiale.
Quali fattori hanno favorito l’ascesa della Cina che dalla rivoluzione del 1949 è riuscita a issarsi al ruolo di competitor nei confronti di un impero Usa in declino? Arrighi retrodata l’inizio del processo agli anni della grande rivolta dei popoli asiatici e africani contro l’Occidente nei decenni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, caratterizzati dalla nascita di un fronte ampio di nazioni ex coloniali – i “non allineati” della conferenza di Bandung (1955) – che si allearono per rivendicare un nuovo ordine economico internazionale. Le loro velleità vennero stroncate dalla controffensiva finanziaria degli Usa, ma, ancorché sconfitta, quella sollevazione non lasciò le cose com’erano prima. In particolare, creò le basi per l’ascesa della potenza collettiva di un arcipelago asiatico (del quale, prima della Cina, facevano parte il Giappone e le cosiddette Tigri asiatiche) che si propose in tempi relativamente brevi come “officina del mondo” e fonte di enormi riserve di liquidità. Come ha potuto la Cina, pur inserendosi per ultima in tale concerto, diventare il capofila di questa sfida all’Occidente? Per spiegare il miracolo, Arrighi respinge l’idea secondo cui esso sarebbe fondato sulla conversione del partito comunista e dello Stato cinesi al credo neoliberale: la verità, sostiene, è piuttosto che a determinarlo è stato il fatto che, scartando le shock terapy confezionate dal Washington Consensus per “risanare” le economie dell’ex Unione Sovietica e dei suoi satelliti, Deng ha imboccato una via riformista inspirata a un rigoroso gradualismo.
A far decollare l’economia, è stata la decisione di imporre alle aziende statali di farsi concorrenza e di accettare la concorrenza delle aziende straniere e delle nuove aziende a partecipazione privata e di comunità. Né minore importanza nella formazione dell’immenso mercato interno cinese ha avuto la scelta di consentire (dal 1983) ai residenti delle aree rurali la possibilità di svolgere attività di trasporto e commercio anche a grande distanza. Infine Arrighi sfata due luoghi comuni: quello secondo cui la Cina sarebbe divenuta la fabbrica del mondo grazie al basso costo della sua forza lavoro, e quello secondo cui sarebbe stata favorita dall’enorme flusso di investimenti stranieri nelle Zone Speciali istituite dopo le riforme del '78. Ad attirare i capitali esteri, precisa, non è stato tanto il basso costo della forza lavoro quanto l’alta qualità di quest’ultima in termini di salute, livelli di istruzione e ampi margini di autonomia, tutte caratteristiche ereditate dall’era maoista. Quanto agli investimenti stranieri: più delle multinazionali occidentali, che mal tolleravano i vincoli legislativi imposti dallo Stato cinese, a trainarli furono soprattutto i cinesi della diaspora. Infine gli investimenti occidentali si sono dovuti avvalere della mediazione di “sensali” locali, così la lingua, le usanze e le reti sociali locali hanno contributo a proteggere l’economia cinese da eccessivi livelli di condizionamento da parte del capitale straniero.
Tutto ciò si spiega, argomenta Arrighi, solo accettando che possa esistere uno sviluppo di mercato non di tipo capitalistico. Che è poi quello che i cinesi chiamano socialismo con caratteristiche cinesi, socialismo di mercato (o con mercato, secondo altri autori). È chiaro che questa, dal punto di vista dei marxisti ortodossi, è una eresia. Ma in Adam Smith a Pechino Arrighi suggerisce un vero e proprio cambio di paradigma. Seguendo Braudel e Polanyi, prende commiato dalla prospettiva globalista di un mondo livellato dal processo di accumulazione capitalistico per mettere in luce la gigantesca novità che ci consegna la storia: un Paese di un miliardo e mezzo di persone che ha saputo compiere il miracolo di ibridare:
1) una millenaria tradizione storica capace di generare una forma di ricchezza fondata sulla stabilità sociale e sull’attenzione al bene della comunità;
2) la spinta innovativa di una rivoluzione di liberazione nazionale guidata dall’ideologia marxista-leninista;
3) un uso del mercato tanto spregiudicato quanto sottoposto al ferreo controllo dello stato-partito.
Dalla lettura del libro di Arrighi si esce con la sensazione che il giudizio sulla natura dell’economia e della società cinesi rimanga in qualche modo sospeso: posto che definirlo capitalismo di stato ed etichettare la Cina come una nuova potenza imperialista è una palese idiozia, resta il dilemma: è un Paese socialista o si tratta di una formazione sociale di tipo nuovo? Il dilemma non viene sciolto nemmeno da Vladimiro Giacché in scritti (4) in cui evidenzia le differenze fra il socialismo in stile cinese e la visione marxiana che ha ispirato i partiti comunisti novecenteschi. Giacché prende le mosse dalla Critica al Programma di Gotha di Marx e dall’Anti Duhring di Engels. In quest’ultimo lavoro si affermava chiaramente che il socialismo non è caratterizzato solo dalla socializzazione dei mezzi di produzione, ma anche dalla fine della produzione mercantile e dei rapporti monetari. In poche parole: quelle che più tardi verranno descritte come caratteristiche del comunismo realizzato, vengono qui già attribuite al socialismo in quanto prima fase del comunismo. Né ciò verrà messo in discussione dal partito bolscevico negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione del 1917. Fino al 1919/20 Lenin pensava ancora che al monopolio di stato sul commercio sarebbe dovuta subentrare la sua sostituzione totale con la distribuzione organizzata secondo un piano, ma negli anni 1921-23, Lenin criticò le tesi di coloro che sostenevano che si sarebbe potuti passare direttamente al socialismo senza un periodo di transizione, dopodiché finì per ammettere che tale fase di transizione sarebbe stata lunga e caratterizzata dal persistere di rapporti mercantili e monetari.
Tornando alla Cina, Giacché ha dunque ragione di affermare che “se la scomparsa della produzione mercantile è assunta quale unico parametro del carattere socialista di una società, non può considerarsi tale né la Cina di Mao, né tantomeno quella di Deng e dei successori”. Dopodiché ricorda che Lenin, in un discorso del 1918 ebbe a dire: “Noi siamo lontani anche dalla fine del periodo di transizione dal capitalismo al socialismo (...). Noi sappiamo quanto sia difficile la strada che porta dal capitalismo al socialismo, ma abbiamo il dovere di dire che la nostra repubblica dei soviet è socialista, perché noi ci siamo avviati su questo cammino. Si ha dunque ragione di dire che il nostro Stato è una repubblica socialista dei soviet”. Posto che non si vede perché si debba negare ai comunisti cinesi il diritto di rivendicare a loro volta il carattere socialista della Repubblica Popolare cinese, Giacché ribadisce che ciò non scioglie il dubbio: la Cina è un Paese in transizione verso il socialismo o verso un modello inedito di formazione sociale?
Non ho la presunzione di pensare che bastino a sciogliere il dubbio le critiche ad alcuni dogmi del marxismo occidentale che avanzo nel primo volume del già citato Guerra e rivoluzione, a partire dal fatto che le rivoluzioni socialiste si sono rivelate storicamente possibili solo in Paesi economicamente arretrati in lotta contro l’imperialismo. A tutte le tesi fin qui esposte, i marxisti ortodossi potrebbero replicare che l’affermazione del carattere socialista dell’esperienza cinese si riduce a un atto di fede, basato su argomentazioni di tipo ideologico-politico e antropologico-culturale, ma privo di sostanza sul piano socio-economico. A meno che non si riesca a dimostrare che alcune categorie fondamentali del marxismo, a partire da concetti fondanti come quelli di modo di produzione e di legge del valore, debbano essere riformulati. Ciò è esattamente quanto tentano di fare Alberto Gabriele ed Elias Jabbour nel libro (5) che intendo discutere nel prossimo paragrafo.
Modi di produzione/legge del valore/socialismo
Nel mio “Elogio dei socialismi imperfetti” affermavo:
1) che Cina, Vietnam, Cuba, Venezuela, Bolivia ecc. sono da considerare Paesi socialisti anche se si tratta di economie miste in cui permangono proprietà privata e scambi monetari;
2) che tale giudizio è fondato in primo luogo sulla espressa volontà politica dei rispettivi governi di realizzare il socialismo;
3) che, in particolare nel caso della Cina, tale volontà si estrinseca attraverso il rigoroso controllo dello stato/partito sui settori strategici dell’industria e della finanza;
4) che tutti questi Paesi sono impegnati nel miglioramento del benessere delle classi lavoratrici;
5) che tutti questi Paesi sono uniti nella lotta contro l’imperialismo occidentale capeggiato dagli Stati Uniti.
È evidente che questi argomenti non soddisfano i requisiti “classici” che la teoria marxista richiede perché un Paese sia dichiarato socialista; ed è altrettanto evidente che questa visione, contrariamente a quanto affermato da Marx ed Engels, non considera il socialismo come una breve fase di transizione verso il comunismo ma come un modo di produzione a sé stante, in cui permangono le classi e il conflitto di classe, per cui il suo approdo al comunismo – da considerare un obiettivo di lunghissimo periodo da depurare dai connotati messianici di “paradiso in terra” (6) – non è un approdo “destinale” ma una possibilità legata all’esito dei conflitti sociali in questione. Questa visione trova riscontro nel succitato libro di Alberto Gabriele ed Elias Jabbour, i quali partono da una ridefinizione del concetto di socialismo che comporta un ripensamento critico di alcune categorie fondamentali del marxismo.
Secondo Gabriele e Jabbour non esistono allo stato attuale Paesi che rispecchino modelli di ”puro” o pieno socialismo; esistono piuttosto Paesi definibili come “socialistic” o “socialist-oriented” (7). Definiamo socialist oriented, scrivono, le economie nazionali che soddisfano due condizioni: a) sono governate da forze politiche che rivendicano ufficialmente e credibilmente di essere impegnate nello sviluppo di un sistema socioeconomico socialista; b) possono ragionevolmente definirsi tali per essere avanzate in apprezzabile misura in direzione della costruzione del socialismo. Il grado di orientamento in senso socialistico è direttamente correlato con obiettivi quali la riduzione della disuguaglianza, la soddisfazione universale dei bisogni di base, la sostenibilità ambientale, ecc. Come si vede la proprietà di “essere socialista” è qui definita in senso non meno “debole” di quello indicato dal sottoscritto (vedi sopra), al punto che, in un altro passaggio, si riduce al rispetto di modalità di distribuzione dei redditi e della ricchezza nettamente più egualitarie di quelle in auge nei Paesi capitalisti (un’economia mista come quella degli anni Sessanta in Italia non era troppo lontana da soddisfare tale requisito). Infine Gabriele e Jabbour affermano che il socialismo come modo di produzione è radicato solo in certe aree del Sud ed è ancora nella sua infanzia (di fatto considerano “socialist oriented” solo Cina, Vietnam e Laos, mentre tacciono sui socialismi latinoamericani). Tuttavia sorge immediatamente un interrogativo: in che misura è possibile utilizzare in questo contesto il concetto di modo di produzione?
La categoria marxiana di modo di produzione è complessa e presuppone l’esistenza di una serie di fattori altamente specifici (il modo di produzione capitalista non è definito solo dalla produzione di merci ma anche da precise figure sociali – borghesia e proletariato, o meglio capitale e lavoro – nonché dalle relazioni di produzione e scambio che le interconnettono, ecc.). Gabriele e Jabbour ricordano che, inteso nel suo senso più astratto, il modo di produzione è un sistema dotato di coerenza interna e leggi di autoconservazione e movimento (per inciso annotano che il concetto è compatibile con quello di sistema elaborato dalla teoria dei sistemi, e io aggiungerei con quello di struttura elaborato dallo strutturalismo, si pensi alla lettura althusseriana di Marx). Tuttavia si tratta appunto di un modello astratto, al quale le concrete formazioni socioeconomiche, storicamente e geograficamente determinate, possono aderire in misura significativamente diversa (con il termine formazione socioeconomica, Gabriele e Jabbour definiscono un sistema dotato di un certo grado di consistenza e stabilità interne che predomina storicamente in un dato luogo identificato da coordinate spaziotemporali).
Ora – ed è qui che il discorso comincia a discostarsi dal marxismo “classico” – laddove Marx ipotizzava che il modo di produzione capitalistico, già tendenzialmente dominante in Europa ai suoi tempi, fosse destinato a diffondersi a livello mondiale fino a soppiantare tutti gli altri (a meno che non fosse rovesciato da una rivoluzione socialista), Gabriele e Jabbour sostengono che, anche nell’attuale contesto di tardo capitalismo “globalizzato”, il primato di un determinato modo di produzione può essere, in differenti contesti nazionali, assoluto o relativo. Gli Stati Uniti rappresentano un chiaro esempio di supremazia assoluta del modo di produzione capitalistico, ma in altre formazioni socioeconomiche due o più modi di produzione possono coesistere in rapporti che presentano relazioni di rivalità e/o di simbiosi (8), così come possono darsi situazioni di transizione da un modo di produzione a un altro.
Questo pluralismo dei modi di produzione – riscontrabile soprattutto nel Sud del mondo, dove oltre a formazioni socioeconomiche socialist oriented esistono forme produttive e relazioni sociali di tipo precapitalistico (9) – non vieta di riconoscere che il modo di produzione dominante a livello mondiale resta il capitalismo, al tempo stesso non vieta di affermare che, laddove esso convive con altri modi di produzione, non è possibile stabilire a priori quale modo di produzione prevarrà nel lungo periodo – il che vale soprattutto laddove è in atto un processo di transizione, a meno di non assumere una visione teleologica della storia umana (10). In particolare, sostengono Gabriele e Jabbour, occorre prendere atto che il modo di produzione capitalista, ancorché tuttora dominante, lo è in misura minore del passato, in quanto il processo di globalizzazione ha offerto ai Paesi socialist-oriented l’opportunità di integrarsi nell’economia mondiale e di competere con i paesi capitalisti senza rinunciare al proprio progetto di transizione al socialismo. Infine, per definire la convivenza fra diversi modi di produzione a livello mondiale, Gabriele e Jabbour ricorrono al termine Meta Modo di Produzione che connota un sistema globale il cui minimo comun denominatore consiste nelle seguenti caratteristiche: produzione di merci e rapporti di produzione e scambio, vigenza della legge del valore e del processo di estrazione del plusvalore, coesistenza fra un macrosettore produttivo e un macrosettore improduttivo.
Per poter affermare che queste caratteristiche – che Marx considera specifiche del modo di produzione capitalistico – sono compatibili con il processo di transizione al socialismo, Gabriele e Jabbour le sottopongono a un “indebolimento” semantico. Vediamo come. Posto che tutto il valore economico nelle società umane – capitaliste o socialiste – è generato in ultima istanza dal lavoro (11), Gabriele e Jabbour affermano che l’esistenza del plusvalore non è di per sé indice di sfruttamento di classe né determina il grado di giustizia di una certa società. In quanto relazione sociale, scrivono, lo sfruttamento dev’essere considerato come una categoria sociologica che implica un giudizio etico-politico, nella misura in cui si tratta del frutto dell’asimmetria di potere fra capitalisti e lavoratori. L’appropriazione privata del surplus sociale, sostengono, non è un fatto meramente economico, ma va reinterpretato come un fenomeno sociale olistico prodotto dalla estrema disparità fra individui appartenenti a differenti classi sociali. In un certo senso si potrebbe dire che propongono di invertire la relazione dialettica: non è l’appropriazione privata del surplus a produrre la disuguaglianza di classe ma è la disuguaglianza di potere fra le classi a generare le condizioni per l’appropriazione privata.
Se la legge del valore e le interazioni di mercato mantengono il loro ruolo anche in una formazione sociale in transizione verso il socialismo è evidente che quest’ultima dev’essere concepita come un contesto in cui le categorie in questione subiscono un progressivo depotenziamento. Una volta accantonata l’idea cara a Trotsky e ad altri teorici marxisti che nega la possibilità della costruzione del socialismo in un solo Paese, e della conseguente affermazione secondo cui la rivoluzione socialista può essere solo mondiale, ciò fa sì che il concetto di attuabilità del socialismo debba essere necessariamente formulata in termini meno ambiziosi e descritta come un processo di lunga durata in cui permangono i conflitti sociali. Ma soprattutto implica l’abbandono dell’opposizione dicotomica fra formazioni sociali socialiste o non socialiste (di qui l’adozione del termine socialist oriented, vedi sopra).
Oltre alle differenze elencate in apertura di questo paragrafo, esiste un altro criterio che consente di distinguere fra formazioni sociali capitalistiche e socialist-oriented, vale a dire il diverso rapporto che viene instaurato fra i macrosettori produttivo e improduttivo. Gabriele e Jabbour non ignorano la complessità dei problemi associati alla distinzione fra lavoro produttivo e improduttivo, uno dei quali consiste nel decidere come considerare quelle attività lavorative che non appartengono direttamente alla sfera della produzione. Il processo di terziarizzazione che ha caratterizzato i Paesi a capitalismo avanzato negli ultimi decenni potrebbe indurre a far considerare come improduttivi un’elevata percentuale dei lavoratori delle imprese private dei Paesi in questione, ma ciò contrasta con il criterio stabilito da Marx nel Capitolo VI Inedito del Capitale (12) in base al quale tutte le attività – siano esse agricole, industriali, terziarie, materiali immateriali, ecc. – che generano plusvalore per i capitalisti sono produttive. Il capitalismo risolve il problema del macrosettore improduttivo privatizzandolo progressivamente ed integrandolo nel macrosettore produttivo di plusvalore (da tale punto di vista si potrebbe dire che in un Paese ad elevato tasso di terziarizzazione e di privatizzazione come gli Stati Uniti non esistono lavori improduttivi). Nei Paesi socialist-oriented la questione è più complicata: dal punto di vista dell’utilità sociale è ovvio che i servizi pubblici sono attività produttive, ma dal momento che essi operano in un sistema in cui sussistono la legge del valore e il mercato, è altrettanto ovvio che, per migliorare il benessere generale, queste attività devono essere gestite dallo stato e al di fuori del mercato, quindi non producono direttamente surplus e devono essere finanziate dalle attività direttamente produttive.
Per concludere. Nel socialismo (sia pure inteso nel senso debole qui suggerito) la socializzazione della produzione elimina lo sfruttamento attraverso un doppio dispositivo: da un lato, viene ridotta drasticamente, se non eliminata, l’appropriazione privata del surplus; dall’altro lato il surplus non sparisce ma viene collettivizzato e investito sia per favorire lo viluppo economico, scientifico e tecnologico, sia per finanziare il macrosettore “improduttivo” (ma produttivo di utilità e benessere sociali) dei servizi.
Con altre parole: secondo la visione sin qui esposta, la sfida del socialismo inteso come modo di produzione sui generis consiste nel riuscire a imporre le ragioni della politica sulle ragioni dell’economia. Per ottenere tale risultato si sono imboccate due vie: la via sovietica caratterizzata dalla pianificazione centralizzata dell’economia, che oggi si può dire estinta, anche se Cuba può essere in parte considerata un residuo di tale modello (ma sono in atto riforme per indirizzarla su un’altra strada), e la via delle economie socialiste di mercato come Cina, Vietnam e Laos (personalmente aggiungerei all’elenco alcuni Paesi latinoamericani). Come si è qua e là anticipato, queste ultime sono caratterizzate:
a) dal fatto che il meccanismo dei prezzi di mercato e la legge del valore sono la forma prevalente di regolazione (almeno nel breve medio termine);
b) dal fatto che il ruolo diretto e indiretto dello Stato e il suo controllo sull’economia sono qualitativamente e quantitativamente assai superiori rispetto ai Paesi capitalisti;
c) dal fatto che il governo rivendica come obiettivo a lungo termine la realizzazione del socialismo.
Non ho qui lo spazio di ragionare sui motivi del fallimento della prima via, mi limito a mettere in luce come Gabriele e Jabbour lo attribuiscono in primo luogo alla sottovalutazione della permanenza della legge del valore, il che ha generato errori sempre più gravi di programmazione e inefficienze: le soluzioni ultracentralizzate della governance economica si sono rivelate insostenibili, anche a causa dell’impossibilità di disporre dell’immane quantità di dati e informazioni necessarie a gestire l’enorme complessità dei processi di produzione e distribuzione di un grande Paese (problema che nemmeno le nuove, potenti tecnologie di elaborazione dei dati sono in grado di risolvere). Nel prossimo paragrafo descriveremo come la Cina abbia preso atto della necessità di abbandonare la prima via e imboccare progressivamente la seconda e cercheremo di capire perché, anche se l’esperienza cinese è associata a fattori storico-culturali unici per cui non può essere assunta a modello, Gabriele e Jabbour la ritengono di portata tale da imporre un ripensamento e aggiornamento del concetto di socialismo.
Cosa insegna la via cinese
Prima del processo riformista avviato da Deng negli anni Settanta la Cina aveva seguito, negli anni Cinquanta e nella prima parte degli anni Sessanta (almeno fino alla rottura con l’URSS e al ritiro degli esperti russi), il modello sovietico: collettivizzazione forzata delle campagne attraverso la costituzione delle Comuni agricole (processo che non comportò la necessità di dure repressioni perché in Cina non esistevano i kulaki), concentrazione delle risorse nel settore dell’industria pesante e tentativo di costruire un sistema di pianificazione centralizzato (a tale proposito Gabriele e Jabbour ribadiscono la critica rivolta alla pianificazione di tipo sovietico: la scarsa attenzione alla legge del valore nella determinazione di prezzi e salari crea problemi e inefficienze di ogni tipo). Pur contrastato da una parte del partito (13) Mao impone di insistere su questa via lanciando prima il Grande Balzo in avanti e, dopo il suo fallimento, la Rivoluzione Culturale contro la direzione del PCC che reclamava una svolta.
Gabriele e Jabbour richiamano l’attenzione sul fatto che le riforme iniziano dal settore agricolo dove viene applicato il principio di liberalizzazione senza privatizzazione. Mentre la linea di Mao imponeva ai contadini di sopportare il peso dell’accumulazione forzata del settore industriale, lo smantellamento delle Comuni e il ritorno all’impresa individuale come unità produttiva di base (praticamente è un ritorno alla produzione mercantile semplice bastata su una miriade di piccoli appezzamenti familiari, un modo di produzione antico di millenni) rilancia l’alleanza fra operai e contadini. Questi ultimi non sono solo la grande base di massa che aveva consentito al partito di vincere la guerra contro in giapponesi e il Kuomintang, ma possono rappresentare, secondo l’intuizione di Deng, un fattore decisivo per le nuove strategie di sviluppo. Il nuovo sistema agricolo prevede che si stipulino contratti fra lo Stato e i contadini, costoro devono versare una quota del surplus al primo, ma possono vendere il resto sui mercati locali (in una fase successiva verrà loro concesso di venderlo anche su mercati distanti). Nel contempo vengono effettuati investimenti in Ricerca e Sviluppo che favoriscono il rapido progresso tecnologico del settore. L’insieme di queste innovazioni determina un formidabile incremento della produttività agricola il che, tenuto conto del numero degli addetti del settore assai maggiore che in altri Paesi, rappresenta un potente volano per lo sviluppo dell’intera economia.
Nella prima fase delle riforme (fino agli anni Novanta) lo smantellamento delle Comuni offre un importante contributo al decollo anche da un altro punto di vista. Seguendo le direttive di Mao, le Comuni avevano sviluppato una serie di infrastrutture industriali (per esempio piccole acciaierie) per rendersi autonome e fungere da isole di resistenza economica, oltre che politico-militare, in caso di invasione (Mao dava per scontato che gli Stati Uniti avrebbero prima o poi attaccato la Cina). Queste infrastrutture vengono ereditate da piccole e medie imprese di villaggio (con diverse forme di proprietà: cooperative, municipali, in qualche caso private) che negli anni Ottanta e Novanta, prima di essere messe in crisi dalla crescita del settore privato o integrate nel settore statale, vivono un vero e proprio boom, dimostrandosi competitive non solo sul mercato interno ma anche su quello internazionale.
Se ci spostiamo dal piano delle riforme agricole e del proliferare più o meno spontaneo di migliaia di piccole e medie imprese al piano delle grandi imprese industriali e della finanza vediamo come i media e gli “esperti” occidentali intonino un coro unanime: il “miracolo” cinese si spiega con il fatto che il Paese si è convertito al capitalismo pur restando sotto il governo totalitario dello stato/partito, ergo è solo questione di tempo prima che esplodano crisi industriali e finanziarie simili a quelle che scuotono i mercati occidentali e che il regime comunista si sfaldi, aprendo la strada alla trasformazione del Paese in senso liberal-democratico. Ma Gabriele e Jabbour raccontano una storia diversa. L’abbandono del modello sovietico di pianificazione centralizzata non è affatto coinciso con la fine della pianificazione. L’ascesa del mercato a meccanismo regolatore del sistema economico non si è associata a processi di deregulation di stile occidentale, al contrario: il mercato stesso è plasmato in larga misura dallo Stato e la pianificazione non è morta ma si è fatta flessibile, articolandosi per settori e progetti.
Le linee guida che governano l’azione del partito impongono che venga rispettato il principio della prevalenza della proprietà statale e respinta l’ideologia “mercatista” occidentale: Mao è morto ma non è morto lo slogan che recita “la politica deve dirigere tutto”. Così, se è vero che le imprese pubbliche sono oggi in numero inferiore che in passato e concorrono per una quota relativamente minore al prodotto globale, è altresì vero che sono più grandi, tecnologicamente avanzate e che le loro performance in termici di efficienza e redditività sono superiori a quelle delle imprese private. Questo risultato si è ottenuto anche applicando il principio “tenere le grandi mollare le piccole”; dando maggiore autonomia ai manager; consentendo la vendita dei prodotti a prezzi più alti di quelli fissati dal piano; esponendo progressivamente le imprese pubbliche alla concorrenza, sia sul piano interno che su quello internazionale. L’avverbio progressivamente è cruciale: la riforma ha seguito ritmi prudenti per evitare contraccolpi su occupazione e salari (i trenta milioni di posti di lavoro tagliati in seguito ai processi di ristrutturazione sono stati reintegrati in tempi brevissimi (14), inconcepibili per un’economia occidentale).
L’uso cinese della globalizzazione (finché gli Stati Uniti si sono resi conto che quella che avevano promosso come l’arma finale per estendere il proprio dominio sul mondo si stava rivelando un boomerang, e hanno avviato una strategia di “sganciamento” dell’Occidente dal mercato cinese e di contenimento nei confronti dei suoi prodotti) ha consentito di integrare il Paese nelle reti mondiali del commercio e della finanza senza arrendersi alle pressioni (interne e internazionali) dei fondamentalisti del mercato. Ciò è stato possibile solo grazie all’assoluto controllo politico sulla finanza e al conseguente mantenimento di una relativa autonomia dall’egemonia del dollaro. Naturalmente, scrivono Gabriele e Jabbour, l’inserimento sella Cina nel meta modo di produzione mondiale (vedi sopra) a dominanza capitalista non consente di realizzare una totale sovranità monetaria, tuttavia, grazie alle enormi dimensioni della propria economia, al progressivo spostamento del motore dello sviluppo dalle esportazioni ai consumi interni, e all’appena citato controllo politico sul sistema finanziario, è stato possibile contenere l’impatto della crisi delle tigri asiatiche del 1997 e della crisi finanziaria globale del 2007-2008. Questo in barba agli annunci di imminenti catastrofi da parte delle cassandre degli istituti finanziari occidentali, i quali, rilanciano le loro fosche previsioni mettendo in luce i rischi associati alla “bolla” di un mercato azionario e di un mercato immobiliare caratterizzato da tensioni speculative ed elevata mobilità, e scommettono sul rafforzamento della classe capitalistica locale, sulle pressioni interne per ulteriori liberalizzazioni e sui conflitti sociali generati dall’aumento della disuguaglianza economica e sociale. Eppure Gabriele e Jabbour sono convinti che anche questa sfida potrà essere vinta grazie alla solidità e all’efficienza dei nuovi strumenti istituzionali di pianificazione creati nell’era delle riforme: dalle creazione di grandi banche statali per lo sviluppo, alla nascita di agenzie come l’NDRC (National Development and Reform Commission) (15) e il SASAC (State Asset Supervision and Administration Commission) (16).
Se il processo di riforma è andato avanti a lungo in modo relativamente caotico, per tentativi ed errori, esso sta progressivamente assumendo forme, principi e valori sempre più definiti e consolidati come la distinzione (a partire dal 2006) dell’industria cinese in tre settori: industrie chiave (difesa, elettricità, petrolio e gas, trasporti, aviazione e ferrovie) sotto totale controllo statale; industrie pilastro (auto, chimica, acciaio, costruzioni, elettronica, macchinari, metalli non ferrosi, prospezioni geotecniche) a controllo pubblico relativamente forte; industrie normali (agricoltura, farmaceutica, turismo, servizi professionali, commercio e manifattura) dove il controllo pubblico è marginale. Infine la leadership di Xi Jinping è coincisa con un forte rilancio delle ambizioni di trasformazione in senso socialista del Paese, sancita dal rafforzamento del controllo capillare del Partito sulle imprese (sia pubbliche che private) e sulle istituzioni economiche, dalla lotta alla corruzione e dal varo di politiche redistributive a favore delle classi lavoratrici finanziate anche attraverso l’inasprimento dei prelievi fiscali sui profitti d’impresa.
Come ribadito più volte in precedenza il processo cinese, che ha visto la transizione da un modello socialista a pianificazione centralizzata all’attuale esperimento di economia socialista di mercato, è associato a fattori storici, geografici e culturali unici per cui non può essere assunta come un modello esportabile in altri contesti. In questo le analisi di Gabriele e Jabbour convergono con il punto di vista di Arrighi (vedi primo paragrafo) anche se i rispettivi punti di vista si distinguono sotto vari aspetti (prevalentemente politico-economico il primo, prevalentemente storico-culturale il secondo). Convergono anche, mi pare di poter affermare, nell’indicare come l’insegnamento più generalizzabile dell’esperienza cinese sia la necessità di assumere un approccio “braudeliano” (cioè orientato a una visone di lunga durata) al problema della transizione fra modi di produzione. Se per Marx ed Engels il comunismo era un obiettivo realizzabile già nel loro tempo storico, a coronamento di un breve processo di transizione socialista (per cui il socialismo non può nemmeno essere definito come un modo di produzione a sé stante); se Lenin, messo di fronte alle enormi difficoltà della transizione, varò la NEP (che sotto molti aspetti presenta significative analogie con lo spirito delle riforme cinesi degli anni Settanta), polemizzando con la sinistra bolscevica che chiedeva l’abolizione immediata dei rapporti monetari di scambio; dall’esperienza cinese ereditiamo una nuova consapevolezza in merito al fatto che il passaggio dalla regolazione dell’economia attraverso il mercato a forme avanzate di pianificazione dev’essere necessariamente lenta e progressiva e può realizzarsi solo ad un certo grado di maturazione della trasformazione del modo di produzione.
Quanto alla transizione al comunismo, che non è oggetto di discussione nei testi che ho preso in esame in questo articolo, mi limito qui a ribadire quanto ho scritto altrove (17): sono convinto che la descrizione marxiana del comunismo risenta di un evidente influsso profetico-religioso (ancorché laicizzato) per cui ci viene presentata come una sorta di “paradiso in terra” – vedasi la visione quasi mistica che ne propone Ernst Bloch (18) – un’immagine che, in contrasto con la visione dialettica dello stesso Marx, si presenta come una sorta di fine della storia (anche se Marx parla di fine della preistoria) in cui tutti i conflitti trovano soluzione. Sono dunque convinto che, seguendo la lezione dell’ultimo Lukacs (19), il comunismo non andrebbe considerato un modo di produzione storicamente realizzabile, ma piuttosto un principio regolativo, una prospettiva utopica o un’ideologia intesa in senso positivo, cioè una potenza materiale capace di fungere da motore del cambiamento.
Note
(1) C. Formenti, Guerra e rivoluzione, 2 voll. Milano, Meltemi 2023.
(2) Per raccogliere queste e altre informazioni ho utilizzato, fra gli altri, i seguenti lavori: G. Gabellini, Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense, Mimesis, Milano-Udine 2021; F. M. Parenti, La via cinese, Meltemi, Milano 2021; V. Giacché, L’economia e la proprietà. Stato e mercato nella Cina contemporanea, In AAVV, Più vicina. La Cina del XXI secolo, Roma 2020; V. Giacché (a cura di) Economia della rivoluzione (raccolta di testi di Lenin), il Saggiatore, Milano 2017; D. A. Bertozzi, Cina popolare. Origini e percorsi del socialismo con caratteristiche cinesi, L’Antidiplomatico 2021; D. Bell, Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia, Luiss, Roma 2019; R. Sciortino, I dieci anni che sconvolsero il mondo, Asterios, Trieste 2019; R. Herrera, Z. Long, La Cina è capitalista?, Marx 21, Bari 2012; A. Gabriele, Enterprises, Industry and Innovation in the People’s Republic of China, Springer, Berlino 2020; Z. Boyng, Il socialismo con caratteristiche cinesi. Perché funziona? Marx 21, Bari 2019.
(3) G. Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano 2007 (da poco ristampato dall’editore Mimesis).
(4) Vedi, tra gli altri, i già citati L’economia e la proprietà. Stato e mercato nella Cina contemporanea, ed Economia della rivoluzione, il Saggiatore, Milano 2017
(5) A. Gabriele, E. Jabbour, Socialist Economic Development in the 21st Century. A Century after the Bolshevik Revolution, Routlege, London-New York 2022.
(6) Vedi, in proposito, le critiche avanzate in miei lavori recenti al messianesimo di Ernst Bloch (cfr. Il principio speranza,3 voll. Mimesis, Milano-Udine 2019).
(7) Ho preferito lasciare questi neologismi inglesi piuttosto che tradurli, nel timore di allontanarmi dall'intenzione originaria degli autori.
(8) Sia Lenin che Mao caratterizzarono in questo secondo modo (convivenza di diversi modi di produzione) le situazioni dei rispettivi Paesi nel momento delle rivoluzioni russa e cinese.
(9) Di grande interesse, a tale proposito, è il dibattito fra i marxisti latinoamericani sul potenziale ruolo rivoluzionario delle forme di produzione precapitalistiche delle comunità indigene andine. Rifiutato dai marxisti ortodossi, che le considerano “residui” da superare per accelerare l’approdo a forme capitalistiche mature, più favorevoli a un prospettiva di trasformazione socialista, tale ruolo è stato viceversa valorizzato prima dal peruviano José Carlos Mariategui (cfr. Sette saggi sulla realtà peruviana e altri scritti politici,Einaudi, Torino 1972) poi dall’ex vicepresidente boliviano Alvaro Garcia Linera (Forma valor y forma comunidad, Traficantes de Suenos, Quito 2015), infine da diversi esponenti della teologia della liberazione come Enrique Dussel (L’ultimo Marx, Manifestolibri, Roma 2009). Ho a mia volta affrontato il tema nel secondo capitolo del secondo volume di Guerra e rivoluzione (op. cit.) e in un saggio sulla rivoluzione ecuadoriana (Magia bianca magia nera, Jaka Book, Milano 2013). In questo dibattito ricorre il riferimento alla svolta compiuta da Marx nell’ultimo decennio di vita, allorché, dialogando con i narodniki russi, non escluse la possibilità di un passaggio diretto al socialismo di forme comunitarie precapitalistiche.
(10) La più radicale critica dell’interpretazione di Marx come teorico dell’esistenza di una finalità immanente alla storia è contenuta nella Ontologia sociale (4. voll. Meltemi, Milano 2023) di G. Lukacs.
(11) Sempre Lukacs (op. cit.) è autore di una trattazione filosofica che pone il lavoro a fondamento dell’intera ontologia umana, prima e oltre l’uso capitalistico del lavoro (o meglio della forza lavoro) come fonte di ogni valore economico.
(12) Cfr. K. Marx, Il Capitale: Libro I, capitolo VI inedito, La Nuova Italia, Firenze 1969.
(13) D. Bertozzi (vedi Cina popolare, op. cit.) descrive lo scontro di Mao, iniziato negli anni Cinquanta e proseguito fino alla sua morte, con la “destra” del PCC che fin dai primi anni della rivoluzione avrebbe voluto imboccare la via di una NEP in salsa cinese.
(14) David Harvey (ancorché poco indulgente nei confronti del regime cinese) esprime la propria stupefatta ammirazione per questa incredibile impresa nel suo The Anti-capitalist Chronicles, Pluto Press, London 2020.
(15) Lo NDRC, spiegano Gabriele e Jabbour, formula e implementa le strategie per l’economia e lo sviluppo nazionali coordinando le principali operazioni economiche, sottomette annualmente il piano al congresso del Popolo; alloca i vari fondi governativi, gli investimenti, coordina i progetti locali e fissa gli standard tecnologici.
(16) Nato nel 2003, il SASAC, che dipende direttamente dal Consiglio di Stato, ha sostituito nove ministeri che in precedenza mediavano fra governo centrale e imprese pubbliche assorbendone i compiti.
(17) Cfr. Guerra e rivoluzione, op. cit.; vedi anche Ombre rosse. Saggi sull'ultimo Lukacs e altre eresie, Meltemi, Milano 2022.
(18) Cfr. Il principio speranza, op. cit.
(19) Cfr. Ontologia dell’essere sociale, op. cit.
Fonte
19/04/2023
31/01/2023
Le strade iniziate e interrotte della filosofia
di Luca Cangianti
Vladimiro Giacché, Filosofia dell’Ottocento. Dall’Idealismo al Positivismo, Diarkos, 2022, pp. 594, € 26,00 stampa, € 12,99 ebook.
Mai quarta di copertina fu più adeguata a esprimere lo spirito e le ragioni di un’opera come Filosofia dell’Ottocento. Dall’Idealismo al Positivismo.
Le parole sono quelle di Hegel: «Il patrimonio di razionalità
autocosciente che oggi ci appartiene non si è sviluppato soltanto dal
terreno del presente. Esso è essenzialmente un’eredità. La nostra
attuale filosofia è il risultato del lavoro di tutti i secoli».
L’autore del libro, Vladimiro Giacché, che conosciamo per le sue opere di storia ed economia (una fra tutte: Anschluss. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa)
nasce come filosofo e a ben vedere non ha mai smesso di esserlo, anche
occupandosi di flussi monetari, guerre e imperialismi. Questo suo ultimo
lavoro è molto di più di uno dei tanti manuali in cui i sistemi
filosofici vengono giustapposti a freddo, quasi fossero reparti di un
manicomio prima della legge 180. Giacché tratta con grande fluidità i
pensatori dell’Ottocento immergendosi nel loro lessico e nel loro
orizzonte intellettuale. Ciò nonostante nell’introduzione dichiara
apertamente il senso “politico” della sua operazione: la storia della
filosofia è un antidoto potente contro la velenosa e diffusa credenza
che allo stato presente delle cose non vi sia alternativa; essa ci offre
una profonda conoscenza del presente insieme a molti altri scenari
diversi e devianti, «Strade iniziate e interrotte» che in alcuni casi
potrebbero perfino essere riprese.
Il volume – cui ne seguiranno altri – prende le mosse da un evento
storico, la Rivoluzione francese, e da un processo, la dissoluzione del
sistema kantiano. Vengono così spiegati i sistemi filosofici di Fichte,
Schelling, Hegel e i rispettivi tentativi d’individuazione di principi
assoluti del sapere capaci di abbracciare la realtà nel suo complesso.
Di contro alle metafore meccaniche del Settecento emergono spiegazioni
teleologiche improntate alla complessità e all’organicità.
Si tratta degli ultimi tentativi di dare alla filosofia un volto
sistematico, poi tali ambizioni titaniche entrano in crisi: le
costruzioni di Schopenhauer, Kierkegaard e Feuerbach, pur nella loro
eterogeneità, sono sia causa che effetto di tale processo dissolutivo.
Parallelamente il pensiero scientifico moderno sviluppa un sapere basato
sull’esperienza con un conseguente scetticismo riguardo all’utilità di
un’indagine sull’essenza delle cose. Le cosmologie positiviste di Comte,
Mill e Spencer trovano grande diffusione anche oltre i circoli
specialistici, senza tuttavia evitare di ritornare «a quelle concezioni
ingenue del rapporto tra pensiero e realtà la cui critica da parte di
Kant aveva dato avvio ai dibattiti filosofici idealistici e romantici.»
Filosofia dell’Ottocento è un libro rivolto sia a chi ha
formazione filosofica, sia a chi desidera approfondire – anche con un
sano godimento nella lettura – la storia dei sistemi di pensiero umani. A
tal fine, oltre al linguaggio chiarissimo, contribuiscono al successo
del progetto: la suddivisione dei capitoli in paragrafi brevi, la
selezione di letture commentate e di brani critici, l’inclusione di
poeti (Hölderlin, Goethe, Leopardi), letterati (Mazzini) e scienziati
(Darwin) che permettono una trattazione del pensiero filosofico calata
nella ricchezza e nella complessità del tempo.
Fonte