Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/06/2026
Recessione industriale in Germania, bassi salari in Italia
Quella della Germania è soprattutto una crisi del sistema produttivo e lo si comprende meglio guardando il dato della produzione industriale che negli ultimi quattro anni è scesa costantemente, con un calo che nel 2024 è stato addirittura del 4,5 per cento.
La crisi dell’industria tedesca vede colpiti i settori – dall’automotive alla meccanica – che per anni ne avevano definito la forza e la filosofia mercantilista tutta orientata all’export, anche a discapito del mercato interno. Una filosofia che ha pesantemente ispirato, condizionato e portato a sbattere l’intera Unione Europea ma in modo particolare l’Italia, che della subfornitura alle imprese tedesche aveva fatto uno dei suoi punti di forza industriali.
Il calo della domanda internazionale ha comportato una perdita rilevante di posti di lavoro in Germania: dalla fine del 2019 l’industria ha perso circa 341.500 occupati, più del 6 per cento del totale. Il settore più colpito è quello dell’automotive che ha visto circa 125.800 licenziamenti di cui 32mila solo nel 2025. A dicembre, per la prima volta nella sua storia, Volkswagen ha sospeso la produzione in uno dei suoi impianti, quello di Dresda, uno dei più importanti.
Tra le cause vi è indubbiamente l’esplosione dei costi dell’energia prima acquistata a prezzi vantaggiosi dalla Russia e oggi vaporizzata dalle sanzioni e dal sabotaggio del gasdotto North Stream. Infine c’è la concorrenza cinese nel settore dell’automotive che vede arrivare sui mercati europei auto ad alta tecnologia ma con una gamma di prezzi più accessibile alle fasce sociali anche con redditi più bassi. Al contrario, le rigidità introdotte dall’Unione Europea hanno indebolito le esportazioni in Cina che – diversamente dall’Europa – ha invece puntato molto proprio allo sviluppo del mercato interno.
Il Post ha consultato l’economista tedesco Daniel Gros, dell’Institute for European Policymaking della Bocconi, secondo il quale la Germania “sta soprattutto pagando un’eccessiva dipendenza della sua produzione da due comparti chiave: automotive e meccanica”.
Il problema è che questi sono i settori sui quali è più forte l’interscambio commerciale con l’Italia. L’industria italiana, come è noto, è la seconda in Europa per valore economico della produzione e ha da sempre rapporti e legami rilevanti sul piano industriale e commerciale con quella tedesca, soprattutto nella sub fornitura della componentistica.
La Germania è il primo mercato delle esportazioni italiane e il primo paese fornitore dell’Italia. Nel 2025 l’Italia ha esportato in Germania beni per 72,2 miliardi di euro e ne ha importati per 85,5 miliardi, con un saldo negativo di circa 13,4 miliardi.
I principali beni italiani venduti in Germania sono metalli e prodotti in metallo per 10,8 miliardi (tra questi rientra anche la componentistica auto) e poi macchinari e apparecchi industriali per 9,7 miliardi. A seguire ci sono poi mezzi di trasporto, alimentare, moda e chimica. Dalla Germania l’Italia importa soprattutto mezzi di trasporto, macchinari, chimica, metalli e apparecchi elettrici.
La catena del valore vede le imprese italiane vendere alla Germania beni finali e intermedi, componenti e macchinari e acquistare tecnologie, sistemi e parti che entrano nelle nostre produzioni.
La recessione industriale in Germania, dunque, non può che avere riflessi pesantissimi su alcune filiere italiane. Se scarseggiano le commesse dall’industria tedesca nei settori più in crisi, in particolare per tutto il Nord Est industriale italiano diventano guai seri.
Al momento però si getta acqua sul fuoco. Secondo l’Anfia, l’associazione che rappresenta le imprese della filiera automobilistica citata da Il Post, tra il 2020 e il 2025 l’export italiano di componenti auto in Germania è passato da circa 4 miliardi a quasi 5. La voce più importante è quella delle parti meccaniche – quindi componenti per freni, sospensioni, trasmissioni e altri sistemi – che da sola vale 3,6 miliardi di euro e che negli ultimi cinque anni è aumentata del 18 per cento.
Stando ai dati dell’Anfia, la crisi tedesca dell’automobile sta producendo effetti non lineari: una parte della filiera italiana ha sofferto il rallentamento dei volumi, ma un’altra ha sostituito fornitori tedeschi in difficoltà, soprattutto nelle componenti con un tasso di innovazione tecnologica elevato.
Anche nel settore della meccanica, stando ai dati di ANIMA, l’organizzazione di Confindustria che raggruppa le imprese del settore, il rallentamento tedesco ha sicuramente avuto nel complesso un effetto negativo. Le esportazioni del settore verso la Germania erano arrivate vicino ai 4 miliardi di euro nel 2023, e sono scese a 3,7 miliardi nel 2025 con un rimescolamento nei vari prodotti: c’è chi ha diminuito le esportazioni e c’è chi le ha aumentate, anche se alla fine il saldo risulta in negativo.
A “salvare” l’industria italiana potrebbe essere la spinta delle imprese tedesche ad accorciare le filiere di produzione e fornitura rispetto a quelle asiatiche. Il problema però è quello di come tenere il costo del lavoro basso, come o simile a quello asiatico.
E qui riemergono tutti i dolori e la maledizione dei bassi salari in Italia. Erano bassi, in modo indecente, e dovranno rimanere tali se saranno costretti a essere “competitivi” con quelli delle filiere asiatiche. Paradossalmente, per mantenere le commesse o ottenerne di nuove dalle imprese tedesche, i padroni agiranno, come sempre, solo sul contenimento dei salari in nome della competitività con i salari asiatici delle filiere precedenti. Un brutto scenario. Da mandare a monte.
Fonte
08/04/2026
Contro il disastro annunciato servono soluzioni radicali
Cronache dal disastro
In questo momento lo Stretto di Hormuz è sostanzialmente chiuso mentre per Suez i volumi di transito sono ridotti del 70%. Diventa dunque fondamentale per l’economia globale, a cominciare da quella cinese, il transito attraverso lo Stretto di Malacca, da dove ormai passano quasi tutti i beni provenienti e indirizzati verso l’Asia.
La sua chiusura comporterebbe la paralisi della Cina in pochi giorni. Ora tale Stretto è aperto ma per effetto della chiusura degli altri transiti è fortemente congestionato con ritardi di settimane nella consegna delle merci e con prezzi in ascesa.
Bisogna aggiungere che la navigazione attraverso Malacca è molto complicata per il basso fondale e l’attuale incremento dei passaggi determina maggiori rischi in tale senso, accentuati dalle attività di pirateria. Se una nave si incagliasse, con Hormuz chiuso e Suez a scartamento ridotto, la recessione sarebbe immediata.
Per la prima volta, da anni, siamo di fronte ad una crisi che non è solo il prodotto della speculazione finanziaria ma è dettata dalla follia imperiale di Stati Uniti e Israele; peraltro Trump ipotizza di mandare truppe di terra in Iran, decidendo così di affondare il suo paese che non può sopportare un debito destinato a pagare il 5% di interesse sui Tresaury decennali per fronteggiare ogni giorno una spesa di 4,5 miliardi di dollari per la guerra.
Naturalmente quei tassi di interesse obbligheranno debiti deboli come quello italiano a pagare altrettanto e avere quindi un macigno sui propri conti pubblici. Aggiungerei una nota finale. Con Hormuz chiuso e con Malacca congestionata, la Cina dovrà approvvigionarsi sempre più, via tubo, dalla Russia che avrà vantaggi enormi dalla guerra degli Usa. Viva il capitalismo liberale!
Uno Stato votato alla guerra
Il bilancio dello Stato di Israele è decisamente limitato, in totale 215 miliardi di dollari, paragonabile, per dimensione, a quello dell’Austria.
Ha però una peculiarità evidente costituita dal fatto che le spese militari rappresentano la seconda voce di uscita, dopo l’enorme spesa per interessi, e ben prima della spesa sanitaria che è pari a circa la metà di quella militare.
Dunque si tratta di un paese votato alla guerra, che, in questo momento, sta spendendo circa 750 milioni di dollari al giorno per finanziare l’attacco all’Iran.
Ma il dato più impressionante è proprio l’insostenibilità di questa spesa, che, appunto, genera un enorme costo in tema di interessi sul debito. Il deficit di bilancio oscilla fra il 6 e l’8% ma la gran parte della spesa militare è coperta dagli aiuti ordinari e straordinari americani, che sono vicini ai 30 miliardi di dollari l’anno, e dall’emissione dei war bonds, comprati dalle grandi istituzioni finanziarie americane, con interessi però sempre più alti perché è evidente il rischio reale di insolvenza da parte di Israele che, peraltro, ha problemi anche sul versante energetico, dovendo importare il 70% del petrolio che utilizza e dipendendo molto da Azerbaigian e Kazakistan.
Mi sembra chiaro, dunque, che abbiamo di fronte due realtà, Stati Uniti e Israele, impegnate in conflitti che stanno facendo esplodere il loro debito e che reggono ancora perché i grandi fondi finanziari continuano a comprare i loro titoli. Forse non è un caso che Larry Fink, il ceo di BlackRock, nella sua lettera ai “suoi risparmiatori” li invita a non preoccuparsi della casa ma di accettare un sempre maggior impegno verso il mercato finanziario, perché altrimenti l’esposizione di BlackRock verso debiti fallimentari non potrà essere compensata dalla bolla finanziaria.
P.s. nella catena di approvvigionamento dei carburanti per i jet israeliani, un ruolo importante lo hanno la raffineria Saras di Sarroch in Sardegna e quella Eni di Taranto.
Le truffe della finanza USA
Secondo molto istituti di ricerca, l’attuale guerra genera un rischio di recessione negli Stati Uniti, nell’arco dei prossimi mesi, del 55-60%.
Inoltre i Credit Default Swap, le assicurazioni contro il rischio di un insolvenza del debito degli Stati Uniti sono diventati particolarmente costi, passando dallo 0,15 al 2,1% e superando il costo delle assicurazione del debito di molte economia europee e asiatiche. Nonostante tutto questo, le Agenzie di rating, a cui è assegnato il compito di “valutare” i debiti e, di conseguenza, le condizioni finanziarie di un paese, non declassano il titolo Usa. Perché lo fanno?
La risposta è semplice. Se i titoli di Stato americani venissero declassati pesantemente, tutti gli altri rating del mondo dovrebbero essere rivisti al ribasso. Il debito USA è il “metro” con cui si misura tutto il resto.
Le agenzie di rating sanno che un declassamento aggressivo innescherebbe una vendita massiccia di asset da parte di fondi pensione e banche centrali, causando una depressione economica mondiale che renderebbe il rating stesso irrilevante.
Soprattutto metterebbe in crisi i grandi gestori del risparmio globale, BlackRock in primis, che sono i principali possessori del debito Usa e non potrebbero più metterlo nei fondi dei lavoratori e delle lavoratici globali.
In sintesi, la agenzie di rating hanno costruito i loro parametri sul debito Usa e cosi lo hanno reso collocabile in giro per il mondo. Ora che il debito Usa è diventato pericolosissimo, le Agenzie di rating fanno di tutto per nasconderlo. Naturalmente i principali azionisti delle agenzie sono BlackRock, Vanguard e State Street. Il capitalismo finanziario è un sistema di carte truccate per truffare il Mondo.
La recessione sta arrivando
Lo dicono moltissimi indicatori e potrebbe configurarsi come una crisi davvero globale tale da generare una guerra altrettanto globale e devastante. Da questa prospettiva non si può certo uscire con una “riforma” del neoliberalismo, che è il responsabile principale di tale crisi, costruita su una ulteriore privatizzazione e finanziarizzazione, volta a smontare i sistemi di welfare e sostituirli con l’impero dei fondi privati.
La crisi infatti è così grande che sta divorando i risparmi collettivi che sono la benzina di un simile sistema. Ma da questa crisi non si esce neppure con le politiche keynesiane.
È evidente che, con questa montagna di debito pubblico, finanziare la spesa pubblica impone interessi non sostenibili e così grandi da diventare, in moltissimi casi, la prima voce del bilancio degli Stati, obbligati di fatto ad eliminare il welfare.
Dunque, neoliberalismo e keynesismo – certamente non da mettere sullo stesso piano – non sono in grado di portarci fuori dall’immiserimento del Pianeta.
Non si può non essere radicali nelle soluzioni
Per effetto della guerra in Iran, scatenata da Stati Uniti e Israele, al bilancio dello Stato italiano mancano circa 20 miliardi rispetto alle previsioni della Legge di Bilancio.
In sostanza si tratta di farne un’altra per evitare che neppure le spese essenziali, come sanità e istruzione, vengano garantite. Il punto centrale, allora, è chi pagherà questa copertura, avendo chiaro che ricorrere a nuovo debito, alle condizioni attuali, rischia di essere proibitivo; i rendimenti dei titoli italiani a 10 anni si sono impennati al 4% con un aumento della spesa per interessi di quasi 3 miliardi di euro.
Io penso che se vogliamo evitare un ulteriore impoverimento del Paese e un ulteriore arricchimento dei super ricchi dovremmo pensare ad alcune soluzioni radicali.
In generale dovremmo abbandonare la logica perversa dell’austerità e portare il deficit al 4,5/5% senza preoccuparsi di rientrare negli stupidi parametri europei che, peraltro, oggi servono solo a potersi indebitare, a costi appunto alti, per il riarmo.
Sul versante delle entrate occorre un aumento dell’Ires sulle società energetiche e sulle banche, che stanno facendo formidabili profitti distribuiti a pochissimi grandi azionisti, al 70% non italiani. Serve anche una patrimoniale straordinaria per i patrimoni netti sopra i 4 milioni di euro, una revisione dell’imposta di deposito che dovrebbe salire allo 0,6% per gli impieghi finanziari superiori ai 250 mila euro e un aumento della aliquota sulle plusvalenze al 28%. Sul versante delle uscite, bisogna ridurre la spesa militare, in particolare i circa 10 miliardi destinati all’acquisto di sistemi d’arma.
È bene ricordare che l’incremento della spesa militare rispetto al 2025 è stato pari al 12%, a fronte di voci, a cominciare dalla sanità, che sono cresciute quasi per niente. Bisogna poi accelerare la chiusura delle società pubbliche inattive che sono circa 8.000, senza dipendenti e utilizzate solo per pagare consigli di amministrazioni e collegi sindacali nominati dalla politica.
Contestualmente occorre avviare un processo di rinazionalizzazione e ripubblicizzazione di monopoli naturali come quello dell’energia e quello idrico che, nei prossimi anni, saranno risorse fondamentali per evitare l’impoverimento collettivo.
Mi fermo qui, se la guerra crea povertà bisogna combattere radicalmente la guerra stessa e combattere radicalmente l’impoverimento.
Fonte
14/03/2026
Istat: la guerra contro l'Iran preannuncia la contrazione dell'economia globale
La crisi dello Stretto di Hormuz sta innescando uno shock dal lato dell’offerta energetica, “con potenziali effetti sistemici su crescita, occupazione e inflazione”. Per la prima volta dal 2022, le quotazioni del Brent hanno superato i 100 dollari al barile nei primi giorni di marzo 2026, trascinando al rialzo anche il prezzo del gas naturale. L’istituto di statistica, dunque, prevede tendenza al ribasso dell’economia mondiale per il 2026.
In questo scenario, il pericolo è che ciò diventi un vero e proprio disastro per l’industria italiana, in crisi strutturale già da tempo. La produzione industriale ha registrato a gennaio il secondo calo congiunturale consecutivo (-0,6%), penalizzata soprattutto dai beni strumentali e di consumo. Solo il comparto energia (+4,5%) mostra segni di vitalità, riflettendo però più le tensioni sui prezzi che un reale aumento dei volumi produttivi.
A livello internazionale, il 2025 ha visto gli scambi di merci crescere del 4,4%. Un dato sostenuto in parte dal cosiddetto frontloading: le imprese hanno anticipato gli acquisti all’estero per proteggersi dai rincari delle tariffe imposte dagli Stati Uniti. Tuttavia, il peggioramento del clima geopolitico sta già intaccando la fiducia.
L’Economic Sentiment Indicator (ESI) della Commissione Europea ha segnato a febbraio una decisa flessione (-1,0 punti). Il calo è stato particolarmente marcato proprio in Francia e in Italia, a causa di una forte perdita di fiducia nel settore dei servizi, mentre il commercio al dettaglio è l’unico comparto a mantenere un trend positivo.
A febbraio, l’inflazione in Italia (indice IPCA) è salita all’1,6%. Un dato che si mantiene ancora sotto la media dell’area euro, ma se le tensioni sui mercati energetici dovessero continuare, allora c’è il pericolo che si venga a formare una nuova spirale inflattiva, con i salari che rimarranno ancora al palo. Il tasso di inattività italiano è ancora superiore alla media UE e ai valori dei principali paesi europei, e non c’è misura in vista che punti a migliorare le condizioni dei lavoratori.
Fonte
02/02/2026
Germania è in crisi, vaga nella nebbia
Le ultime notizie dal paese teutonico indicano che la sua crisi economica non si arresta ed entra ormai nel quarto anno. Appare per altro verso ormai chiaro che essa è più grave di quanto possa sembrare a prima vista e che non si tratta tanto di una crisi congiunturale, ma strutturale, di prospettive, tra l’altro con un intreccio quasi inestricabile tra la dimensione economica e quella politica delle difficoltà.
D’altro canto, non ci troviamo di fronte a un caso isolato nel nostro continente, dal momento che le difficoltà toccano la gran parte dei paesi europei, sia pure da più o meno tempo; la Francia, la Gran Bretagna – che pure è fuori dall’UE – e l’Italia, non se la passano molto meglio.
Nessuno di questi paesi mostra indicazioni che tendano a poterlo portare fuori dalle secche; l’unica prospettiva sembra essere al massimo quella di una stagnazione o di una crescita annua dello zero virgola. Unica eccezione a questo quadro deprimente, almeno nell’Europa Occidentale, sembra essere il caso della Spagna, paese che non a caso segue percorsi economici e politici molto differenti e molto più positivi, a nostro parere, rispetto a quelli degli altri attori citati. Ma si cercherà di provvedere al più presto a cancellare questa anomalia.
Più in generale l’area della UE è quella con la minore crescita economica al mondo e questo da parecchio tempo ormai, mentre l’Italia in particolare è tra i primissimi protagonisti mondiali di questa crisi. Il testo che segue si concentra comunque sul caso della Germania, le cui difficoltà, mentre hanno origine da cause solo in parte comuni agli altri paesi europei, tra le quali la presenza di gruppi dirigenti politici largamente non adeguati al compito, hanno riflessi negativi su tutta l’area economica dell’UE, visti tra l’altro il grande peso economico del paese teutonico e i profondi intrecci che legano ormai tra di loro i vari soggetti economici del continente, basti ricordare che sino a ieri Berlino era considerata la locomotiva d’Europa, ed è il primo acquirente delle esportazioni italiane.
Un quadro generale
Dopo il varo del nuovo Governo, il Parlamento tedesco ha approvato, nel marzo del 2025, un provvedimento per allentare largamente il freno del debito pubblico che era iscritto nella Costituzione.
Così il nuovo esecutivo, guidato dal cristian-democratico Friederich Merz – già, a suo tempo, acerrimo nemico di Angela Merkel, che lo aveva saggiamente costretto a lasciare la vita politica – ha approvato in tutta fretta un fondo da 1000 miliardi di euro in dieci anni per ricostruire le decrepite infrastrutture del paese e aumentare fortemente le spese militari, vista, in particolare, la presunta minaccia russa alle porte del paese; i droni non cessano di volteggiare, apparentemente impuniti, sulla testa di Merz.
Sia pure con qualche punto interrogativo, nel paese si era diffuso sul momento un certo ottimismo su una possibile rapida soluzione della crisi economica interna, in particolare del suo settore industriale. Ma siamo alla fine di novembre del 2025 e tale ottimismo non appare ancora suffragato dai dati disponibili, che indicano un persistere dei problemi, mentre si prevede che nel 2025 la crescita del pil del paese si aggirerà intorno alla zero per cento o poco più.
Siamo ancora fermi al livello del 2019, prima del covid. Si spera che il 2026 veda una ripresa sia pure molto moderata dell’economia, come indicano tutte le peraltro ottimistiche previsioni.
Intanto la disoccupazione sta aumentando e, secondo gli ultimi dati disponibili, tocca ormai i tre milioni di persone, livello mai raggiunto in tempi recenti, con un tasso che è passato dal 5,1% del febbraio 2022 al 6,3% dell’ottobre 2025 (Storbeck ed altri, 2025). Tra il 2019 e il 2024 l’industria tedesca ha perso circa 500.000 posti di lavoro (Coulignon, 2025).
Una percentuale rilevante delle imprese pensa poi di ridurre il personale entro poco tempo. Forse a questo punto i bar e i ristoranti del paese riusciranno finalmente a trovare la manodopera necessaria per mandare avanti adeguatamente i loro business, cosa che non succede ormai da diversi anni.
In ogni caso, nel solo settore dell’auto, Volkswagen, Mercedes Benz, Porsche, Bosch, Continental e ZF hanno annunciato la volontà di procedere alla riduzione del numero di occupati per diverse decine di migliaia di unità (Storbeck, 2025). La sola Volkswagen vuole ridimensionare la sua forza lavoro di 35.000 unità entro il 2030. Il fatto è che la produzione di auto nel paese è passata da 6 a 4 milioni di unità in pochissimo tempo e che comunque nei soli primi nove mesi del 2025 si sono persi nel settore circa 50.000 posti di lavoro.
Su di un altro piano, uno studio della Bundesbank mostra che la Germania è tra i paesi dell’Eurozona con le maggiori disuguaglianze nella distribuzione dei patrimoni privati. Anche per quanto riguarda i redditi lordi le differenze si sono accentuate nel tempo (Kreutzmann, 2025). Lo scetticismo sulla capacità del nuovo Cancelliere di superare le difficoltà sta aumentando e secondo una ricerca recente solo meno di un quinto dei tedeschi auspicano che egli si presenti alle prossime elezioni (Editorial, 2025).
La crisi industriale
Come è noto, una crisi profonda tocca in particolare i settori di punta dell’industria teutonica, da quello dell’auto, che secondo alcune stime forse un poco ottimistiche impiega 15 milioni di persone, alla chimica, alla meccanica.
I mali dell’industria tedesca sono ormai chiari: una forte dipendenza dalle esportazioni in un periodo in cui la globalizzazione è sotto accusa; una concorrenza cinese sempre più dura nella stessa Cina, in Germania e nel resto del mondo; la guerra commerciale di Trump, che comporta un forte aumento dei dazi di ingresso negli Stati Uniti (nei primi nove mesi del 2025 le esportazioni verso tale paese sono diminuite del 7,4%; il livello dei dazi è stato fissato da Trump al 15% in generale, ma per molti settori in realtà viene applicata una tariffa del 50%); prezzi dell’energia alle stelle a seguito del blocco delle importazioni di gas a buon mercato dalla Russia (Storbeck ed altri, 2025), punizione questa autoinflitta.
Intanto anche i consumi interni languono, la gente non si fida ed accumula risparmi. Per quanto riguarda poi il settore dell’auto bisogna considerare che 140 anni di competenze quasi esclusive tedesche nella meccanica dei veicoli tendono ormai ad essere cancellate dall’evoluzione tecnologica, evoluzione che, in generale, il paese non riesce palesemente più a governare.
In effetti settori come quelli dell’IA, delle tecnologie per la lotta al cambiamento climatico, dei grandi siti internet e così via non trovano presenze tedesche ed europee di rilievo. Peraltro anche le attività avanzate nelle quali le imprese dei paesi UE sono in qualche modo presenti hanno dei problemi.
Prendiamo il caso della robotica, area nella quale il nostro continente ha tradizionalmente avuto cose importanti da dire. La situazione oggi è tale per cui le principali imprese europee del settore sono ormai in mani straniere: la tedesca Kuka è di proprietà cinese, l’italiana Comau è controllata da un’impresa degli Stati Uniti, mentre la ABB Robotics è passata di recente in mani giapponesi.
In dettaglio, tra il 2019 e il 2024 le esportazioni tedesche verso la Cina sono diminuite del 9%, mentre quelle cinesi verso la Germania sono aumentate nello stesso periodo del 40%. Così mentre il paese teutonico registrava nel 2019 un surplus commerciale con il paese asiatico di 30 miliardi di euro, nel 2024 invece si è trovata con un deficit di 25 miliardi (Coulignon, 2025).
Ma nei primi 10 mesi del 2025 tale deficit si è collocato molto più in alto, sino ai 64,7 miliardi (Le Figaro, 2025). Arriveremo agli 80 miliardi a fine dell’anno?
Come ha scritto Wolfgang Munchau in un suo volume del 2025, la Germania ha un’industria da ventesimo secolo; il mondo è cambiato e la Germania no (Munchau, 2025). Tale giudizio si può tranquillamente estendere al complesso dei paesi UE.
Tra gli altri problemi economici del paese, da molte parti viene segnalato l’eccessivo peso della burocrazia e degli adempimenti relativi; così nel settore edilizio per aprire un nuovo cantiere è necessario seguire circa 3000 adempimenti diversi. Sembra che in particolare le Mittelstand, che costituiscono la struttura portante dell’economia teutonica, come da noi le piccole e medie imprese, siano in difficoltà.
Intanto sul piano politico l’AFD sembra alle porte del potere e una parte importante dei cristian-democratici sembra incline ad imbarcarli in qualche modo, cosa che è già accaduta a Bruxelles, dove il gruppo dei conservatori, guidati dai tedeschi, hanno tranquillamente votato in qualche caso con l’estrema destra.
Le deboli risposte del Governo
Intanto la caduta del freno al debito va certamente considerata come un’iniziativa positiva, mentre meno accettabili appaiono invece almeno una parte degli impieghi previsti per le risorse così sbloccate. Ancora positivi appaiono certo gli investimenti programmati per cercare di rimettere in salute le ormai decrepite infrastrutture del paese. Tra l’altro, la Germania non è certamente oggi il paese in cui i treni arrivano sempre in orario... Ma ci vorranno molti anni perché la situazione si normalizzi.
Peraltro il Consiglio di esperti economici, formato da cinque economisti di livello, che funge da organo di assistenza al Governo e al Parlamento, ha segnalato che circa la metà dei 500 miliardi di spesa previsti su tale voce andrà ad impieghi improduttivi.
Peraltro abbiamo un simile esempio in casa: l’Italia sta terminando di spendere i 220 miliardi dei fondi Next Generation EU e siamo a una crescita dello zero virgola, esattamente come prima. Non osiamo immaginare cosa succederà quando tali fondi saranno esauriti, ciò che avverrà presto.
Incoraggianti sono almeno sulla carta gli investimenti nell’ecologia che il partito dei Verdi è riuscito a far promettere al nuovo Governo. Ma poi ci sono i dolori. Gli enormi stanziamenti previsti per il settore militare nei prossimi anni non possono certo essere anch’essi giudicati come positivi.
Intanto, ovviamente, non ci sarà nessun assalto della Russia alle ricche pianure europee. Ricordiamo di passaggio che negli ultimi secoli essa non ha mai cercato di invadere il resto dell’Europa, mentre gli altri paesi del continente lo hanno fatto più volte, anche se con risultati quasi sempre per loro disastrosi.
In qualche modo tali investimenti servono in realtà da una parte a mascherare la mancanza di idee su come superare le difficoltà dell’economia, mentre parallelamente dall’altra possono essere utilizzati come ciambelle di salvataggio per le grandi imprese del paese in difficoltà di prospettive.
Su di un altro piano, come viene rilevato da più parti, tali investimenti contribuiranno abbastanza poco alla crescita dell’occupazione nel paese, sia per quanto riguarda quella diretta nelle fabbriche di cannoni, sia per lo scarso effetto di diffusione ad altri settori di tali spese. Questo senza poi trascurare che una parte almeno degli stanziamenti andranno a finire nelle case dei produttori di armi statunitensi.
Non bisogna poi dimenticare che sentire il cancelliere Merz affermare che quello tedesco sarà l’esercito europeo più forte d’Europa, non potrà non far venire alla mente tristissimi episodi passati.
Da rilevare poi, a questo punto, che sono del tutto inadeguati invece gli stanziamenti per l’innovazione tecnologica, vero punto di difficoltà dell’industria del paese, salvo qualcosa nel campo della lotta ai mutamenti climatici, se tale lotta almeno sarà portata realmente avanti: ahimè anche dal settore bellico potranno venire delle innovazioni, ma chissà tra quanti anni.
Che fare?
Su cosa bisognerebbe veramente fare per rovesciare la situazione cominciano i problemi. Questo anche perché le misure previste dal Governo non riuscirebbero a ribaltare le cose, ma semmai avrebbero al massimo l’effetto di mantenere a galla un quadro strategicamente abbastanza compromesso. Intanto un ritorno agli acquisti di gas russo sarebbe certamente positivo, ma non è prevedibile che questo possa accadere nel breve termine per i noti problemi politici.
Ricordiamo incidentalmente, comunque, che nel lungo termine i tradizionali rapporti di amicizia che per secoli hanno caratterizzato i due paesi prima o poi saranno a nostro parere ripristinati. D’altro canto sono sul tavolo i rapporti con la Cina.
In questo caso mentre i politici tedeschi, a cominciare dallo stesso Merz, auspicano un rallentamento dei rapporti con il paese asiatico (magari perché teleguidati dagli Stati Uniti) le grandi imprese teutoniche, invece, cercano di sviluppare ancora i rapporti e vanno avanti con importanti progetti nel paese, consce che la loro stessa sopravvivenza dipende molto da tali azioni.
In effetti il paese asiatico è ormai di gran lunga quello guida nei settori pilastro dell’industria tedesca, nell’auto, nella chimica, nella meccanica. In effetti c’è chi propone di imporre ancora dazi sui prodotti cinesi con la scusa di una concorrenza sleale da parte del paese asiatico. Qualcun altro suggerisce di bloccare gli investimenti cinesi nell’UE a meno della cessione di tecnologie alle imprese del continente.
Un caso esemplare della situazione concorrenziale del paese asiatico è fornito ad esempio dal fatto che le esportazioni di macchinari cinesi verso l’UE sono raddoppiate sino a 40 miliardi di euro in sei anni e che esse raggiungeranno plausibilmente i 50 miliardi nel 2025 a scapito ovviamente per la gran parte di quelle tedesche. E la situazione non potrà che aggravarsi. In realtà rapporti più stretti con la Cina e più in generale con i paesi del Sud del mondo sarebbero necessari per andare avanti.
Intanto a livello di UE non passa settimana che non si cerchi di varare qualche provvedimento per ostacolare lo sviluppo delle imprese cinesi nel continente, mentre ci si piega rapidamente a tutti i diktat statunitensi. Un’altra azione masochista.
Conclusioni
La crisi tedesca, come del resto quella della gran parte dei paesi dell’UE, è grave e appare sottovalutata. Le idee messe in campo dal Governo tedesco non sembrano adeguate a rimettere il paese su di un percorso di sviluppo virtuoso; magra consolazione quella di pensare che gli altri grandi paesi europei non sono messi molto meglio (la crescita del pil italiano per il 2025 sarà al massimo dello 0,4% e si prevede che nel periodo 2025-27 essa sarà del 2,0%, il livello più basso tra i paesi dell’UE, mentre la Germania farà poco meglio con il 2,6%).
Il problema di fondo, comune a tutta l’UE e non solo alla Germania, sembra essere quello di non riuscire a individuare una strategia adeguata da una parte a far rivivere il modello sociale europeo in crisi, dall’altra a concentrare gli investimenti nei nuovi settori e di non tentare di ripercorrere vecchie strade (Editorial, 2025).
L’impresa di rimettere in carreggiata il paese appare molto difficile da perseguire, anche perché alcune vie d’uscita possibili non sono perseguite per ragioni politiche dettate almeno in parte da Washington.
Questo fa venire alla mente soprattutto la grave inadeguatezza delle attuali classi dirigenti, inadeguatezza che appare generalizzata sia a livello di singoli paesi che a quello di Bruxelles, con qualche rarissima eccezione. In ogni caso non è scritto da nessuna parte che le cose debbano andare sempre bene sino alla notte dei tempi.
Testi citati nell’articolo
– Coulignon G. de, Droits de dogane, pour la première fois la Chine…, Les Echos, 17 novembre 2025
– Editorial, The Guardian view on Germany under Merz…, www.theguardian.com, 17 novembre 2025
– Kreutzmann S., L’ascensore sociale si è rotto, Internazionale, 21 novembre 2025
– Le Figaro, La Chine détrone à nouveau les Etats-Unis comme premier partner commercial de l’Allemagne, 19 novembre 2025
– Munchau W., Kaputt, the end of the German miracle, Swift Press, Londra, 2025
– Storbeck O. e altri, Can anything halt the decline of German industry?, www.ft.com, 12 novembre 2025
Fonte
17/12/2025
“I fondi russi o morte”
Al centro della discussione l’ormai consumata questione del sequestro – in qualsiasi forma legale – degli asset russi depositati in istituti finanziari europei, per utilizzarli in armamenti e sostegno economico all’Ucraina. Un’idea non solo illegale dal punto di vista del diritto internazionale (neanche la Germania di Hitler venne espropriata dei suoi beni all’estero), ma soprattutto pericolosa per il sistema finanziario europeo.
Se il furto andasse in porto, infatti, sarebbe difficile convincere i titolari esteri di beni in Europa a mantenere qui i loro soldi. E stiamo parlando di circa 90 paesi diversi... E questo senza neanche calcolare il costo della ritorsione russa sugli asset europei da loro (più industriali che finanziari).
In più c’è la resistenza del Belgio – il paese in cui è depositata la gran parte dei soldi russi, tra 140 e 180 miliardi – perché sicuramente perderebbe la causa intentata dalla Russia (già iniziata con un ricorso a Mosca, per ora) e sarebbe obbligato a restituire una cifra che non avrebbe più in deposito. Per un paese così piccolo sarebbe il dissesto sicuro.
Non è finita. Nell’idea trumpiana di “pace” c’è anche quella di utilizzo congiunto, russo-statunitense, di quegli asset per affari comuni post-bellici. Il che ha fatto inalberare il governo tedesco, ma non solo...
Non si conosce ancora ufficialmente la posizione russa, ma la vicenda sembra già ridotta al tesoro dei pirati dei Caraibi, con diverse bande allupate intorno a un “baule” che però ha un legittimo proprietario in vita (e alquanto robusto...) nonché un custode legale magari debole ma “dei nostri” (il Belgio è tra i sei paesi fondatori della UE, tanto che la sede centrale è stata fissata a Bruxelles).
La questione, all’osso, è semplice: o l’Unione Europea agisce “da dittatore” imponendo il sequestro con una decisione a maggioranza invece che all’unanimità (con almeno sei paesi contrari: lo stesso Belgio, Ungheria, Malta, Bulgaria, Italia e Slovacchia), e creando un precedente pericoloso, oppure garantisce collettivamente la cifra sequestrabile, sollevando il solo Belgio dalla responsabilità del risarcimento.
La scelta è insomma tra terremotare gli equilibri interni alla UE facendo saltare alcuni princìpi fissati in trattati, oppure creare un “debito comune” di grande portata.
Sulla seconda ipotesi si sommano molti problemi, che vanno dalla contrarietà dei sedicenti paesi “virtuosi” (quelli del “Grande Nord”, paradossalmente tra i più guerrafondai) alla difficoltà di “piazzare” in breve tempo titoli di debito per oltre 1.000 miliardi di euro (vanno sommati gli 800 per il “riarmo” e quelli per altre iniziative straordinarie).
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha sintetizzato a suo modo il problema: “Non inganniamoci. Se non riusciremo in questo [utilizzare i fondi russi, ndr], la capacità di azione dell’Unione Europea sarà gravemente compromessa per anni, se non per un periodo più lungo”. Affastellare impotenza strategica, disorientamento politico e nuovo debito insostenibile è la miscela giusta per rompersi le corna...
La proposta della Commissione Europea per ora resta quella di sbloccare un prestito da 210 miliardi di euro all’Ucraina ma finanziato e garantito con gli asset russi congelati. Una “mandrakata” da commercialisti fantasiosi che ha però sempre il problema irrisolto: quei soldi la Russia può richiederli indietro in qualunque momento e il Belgio glieli deve restituire...
La cosa è così chiara che è riuscita a capirla persino il cosiddetto “alto rappresentante per la politica estera”, l’estone Kaja Kallas: “non sarebbe facile” ignorare il Belgio, dato che la maggior parte degli asset si trova in quel paese; ergo “Penso che sia importante che loro siano a bordo con qualunque cosa facciamo”.
Ma ogni tentativo di convincere il premier Bart De Wever a privarsi di quei fondi senza garanzie ferree è naturalmente andato fallito, anche perché sottoposto contemporaneamente alla scontata pressione di Mosca e a quella meno prevedibile di Washington, che sembra aver posto un’“opa” su quei conti.
La situazione appare dunque bloccata, ma in qualche modo avviata ad una disastrosa soluzione purchessia. A pesare, infatti, è la profondissima crisi economica tedesca – e dunque dell’intero continente, trasparente già dietro il discorsetto preoccupato di Merz citato prima.
A rafforzare il senso di drammatica urgenza è arrivato ieri anche il presidente della Bdi (la Confindustria tedesca), Peter Leibinger, con un’intervista alla Süddeutsche Zeitung: «È la crisi peggiore dal 1949, il nostro modello è al capolinea».
Il capo degli imprenditori sottolinea che non si tratta di una semplice flessione ciclica, ma di una “crisi strutturale profonda”, che può portare a una deindustrializzazione irreversibile. Tra le ragioni indicate i costi energetici (la perdita del gas russo in seguito al sabotaggio del Nord Stream, organizzato dai servizi segreti ucraini insieme a quelli inglesi), la burocrazia, le “regole europee”, fino alla crescente competizione globale.
Il Pil tedesco chiuderà l’anno tra 0 e +0,1%, mentre l’istituto Ifo prevede quasi 3 milioni di disoccupati, con il settore manifatturiero che ha perso oltre 500mila posti di lavoro dai picchi pre-Covid.
Ed è risaputo che una crisi industriale tedesca significa crollo dell’apparato industriale europeo, in larga parte “contoterzista” della produzione teutonica.
In questo quadro, appare ancor più incomprensibile la scelta “europeista” di far proseguire la guerra in Ucraina nonostante gli Stati Uniti abbiano deciso di sfilarsi in tempi anche rapidi. Tutte le ragioni economiche, infatti, premono per riaprire i canali commerciali con il resto del mondo, se non altro per compensare il colpo subito con i dazi statunitensi.
Ma “dio confonde coloro che vuol perdere”...
Fonte
30/11/2025
ONU: territori palestinesi in rovina, decenni buttati e ricostruzione in salita
Si tratta di un’analisi condotta dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), che fotografa una realtà devastante: l’escalation delle ostilità seguita all’ottobre 2023 ha agito come un acceleratore per una distruzione generalizzata, che si è innestata su di un tessuto già fragile. In soli quindici mesi, Israele ha cancellato oltre vent’anni di sforzi per lo sviluppo economico e sociale.
Ovviamente, la Striscia di Gaza è l’area più colpita. I numeri dell’ONU descrivono un territorio che, nei fatti, non ha più un’economia. Tra il 2023 e il 2024, il PIL gazawi si è contratto dell’87%, riducendosi alla cifra irrisoria di 362 milioni di dollari. Parallelamente, il PIL pro capite è crollato a 161 dollari, uno dei livelli più bassi al mondo, ma anche nei confronti della Cisgiordania. Il reddito di un abitante della Striscia è ormai il 4,6% di quello di un palestinese della West Bank, mentre nel 1994 le due economie si trovavano su piani comparabili.
La distruzione fisica è quasi assoluta. Le immagini satellitari analizzate dall’ONU mostrano un calo del 73% delle luci notturne, simbolo di attività che sono state spente con la forza e che lasciano solo un’atmosfera spettrale. Il 92% delle abitazioni è stato danneggiato o distrutto, lasciando un milione e mezzo di persone senza un tetto sopra la propria testa. Il sistema scolastico è collassato, con gli studenti privi di istruzione formale da quasi due anni, mentre il 50% degli ospedali non funziona più.
Ciò non significa che la Cisgiordania se la passi meglio, a dimostrazione di come il problema, per Israele, non è mai stata Hamas, ma i palestinesi stessi, e qualsiasi ipotesi di loro autodeterminazione. L’onda d’urto è arrivata anche in questa regione: il PIL si è contratto del 17% nel solo 2024.
Qui il terrorismo sionista, che continua a uccidere indiscriminatamente e a perpetrare una violenza sistemica, utilizza anche altri mezzi, come ad esempio delle soffocanti restrizioni alla mobilità. Posti di blocco e barriere hanno frammentato il territorio della Cisgiordania, rendendo un miraggio qualsiasi continuità territoriale necessaria alla formazione di uno stato palestinese.
Ci sono poi le azioni dei coloni: tra l’ottobre 2023 e il luglio 2025 si sono registrati quasi 3.000 attacchi contro palestinesi, e la distruzione di oltre 2.800 loro strutture. Solo a Jenin, ad esempio, 8 mila imprese palestinesi hanno dovuto chiudere i battenti. E una reazione da parte delle autorità palestinesi è resa impossibile anche dal ricatto continuo sui proprio fondi.
L’UNCTAD parla della “peggiore crisi fiscale della storia” dell’Autorità Nazionale Palestinese. Il governo è strangolato finanziariamente. Israele, che controlla i confini, riscuote le imposte sulle importazioni per conto dei palestinesi, ma trattiene unilateralmente quote sempre maggiori di questo denaro.
Dal 2019 ad oggi, le somme trattenute o dedotte da Israele hanno superato 1,76 miliardi di dollari, una cifra enorme che vale quasi il 13% dell’intero PIL palestinese del 2024. Senza queste risorse, il governo palestinese non riesce a pagare gli stipendi pubblici, e il sistema sanitario sopravvive solo accumulando debiti con i fornitori privati.
Le prospettive delineate dall’organismo ONU sono preoccupanti. La sola ricostruzione materiale di Gaza richiederebbe, secondo stime preliminari, oltre 53 miliardi di dollari. Ma i tempi sono la vera incognita: anche nello scenario migliore, ipotizzando la fine immediata delle ostilità e una crescita a doppia cifra sostenuta dagli aiuti, serviranno decenni per riportare Gaza al livello di benessere pre-ottobre 2023.
Senza considerare che qualsiasi ipotesi di autodeterminazione per il popolo palestinese non può di certo essere costruita sul benestare filantropico degli aiuti umanitari. E proprio questo è un altro obiettivo perseguito coscientemente da Tel Aviv.
Dalle Nazioni Unite si alza un ulteriore monito: accanto a un cessate il fuoco davvero reale e stabile serve un piano di salvataggio che includa un reddito di base d’emergenza per la popolazione affamata. Chi dovrebbe pagare questa spesa? Sappiamo bene che dovrebbe essere Israele, ma sappiamo bene anche che i vertici sionisti preferiscono far morire di fame i palestinesi. Parola loro.
Fonte
31/10/2025
Germania: 10 mila disoccupati al mese, crollo produzione ma riarmo
Ad agosto, denuncia il Berliner Zeitung, «la produzione industriale è crollata significativamente». E l’Ufficio federale di statistica, trasforma il titolo in numeri. Industria, edilizia e fornitori di energia hanno prodotto complessivamente il 4,3% in meno rispetto al mese precedente. «Il calo più significativo dall’inizio della guerra in Ucraina», rilancia il giornalismo. Berlino ha visto la produzione industriale in rosso per otto degli ultimi dodici mesi, i dati finali.
Export in declino strutturale
‘Trading Economics’ ricorda che il crollo ad agosto si è avuto in campi strategici: «Nell’industria automobilistica (-18,5%), nella produzione di macchinari e attrezzature (-6,2%), nei prodotti farmaceutici (-10,3%) e nei prodotti informatici, elettronici e ottici (-6,1%)». Il 48% delle esportazioni tedesche secondo Destatis. «La possibilità che a entrare in recessione sia l’intero sistema-Germania», avverte InsideOver. Da agosto 2022 a agosto 2025 il dato mensile dell’export è calato da 136 a 129,7 miliardi di euro, e di fatto Berlino ha perso il 5% del suo potenziale di esportazione.
10mila posti di lavoro in meno ogni mese
L’Istituto Economico Tedesco sostiene che la Germania abbia carenza di personale qualificato, un ‘deficit’ di 400mila lavoratori, mentre – paradossalmente – il Frankfurter Rundschau denuncia che mediamente nel 2025 la Germania sta perdendo 10mila posti di lavoro ogni mese. L’economista Enzo Weber ha ricordato a Die Welt che gli annunci di nuove offerte di lavoro sono ai minimi dall’epoca dell’arrivo del coronavirus nel 2020. Problematiche strutturali che superano l’orizzonte dei singoli governi, ma il cancelliere rischia però di trovarsi impantanato, avverte Andrea Muratore.
Le sfide strutturali
Tra dubbi legittimi e incertezze intanto avanza a fatica il progetto di riconversione industriale per il riarmo, che se può supplire una parte della domanda mancante dall’automotive – meno Volkswagen e più carri armati – certamente non può fare molto per gli altri settori in crisi. C’è la spada di Damocle del settore siderurgico, che dovrebbe alimentare tutti i piani del maxiprogetto da 500 miliardi di euro di investimento in infrastrutture concordato da Merz con gli alleati socialdemocratici. Ma la produzione di acciaio tedesca è diminuita del 12% nella prima metà di quest’anno, colpisce il Financial Times.
Mercato, politica ed economia
Merz ha annunciato agevolazioni fiscali per le imprese per l’acquisto di attrezzature e sussidi sul prezzo dell’elettricità per le industrie ad alta intensità energetica come quella chimica, e ha nominato un responsabile degli investimenti, l’ex presidente della Commerzbank Martin Blessing, per promuovere la Germania come destinazione attraente per i ‘capitali stranieri’ ma ad oggi non si colgono segnali di ripresa e Berlino appare destinata a un altro anno di incertezze.
Tra Usa e Cina
Nel frattempo, sono arrivati i dazi Usa e con la Cina è nata una sfida ricca di tensioni. La Germania, dopo aver fatto la faccia feroce verso la Russia, ha chiesto agli Usa di esentare dalle sanzioni sul petrolio di Mosca la filiale tedesca di Rosneft mentre i costi energetici rimangono un fattore di criticità. Non sarà facile invertire la china per Merz, la cui luna di miele col Paese è già finita, sottolinea Andrea Muratore. E alle cui spalle incombe l’ombra di Alternative fur Deutschland, pronta a sfruttare ogni segnale di malcontento del Paese.
Lista della spesa in armamenti
Centocinquanta giorni dopo aver promesso di trasformare la Germania nella prima potenza militare convenzionale d’Europa il cancelliere Friedrich Merz, presenta la lista della spesa pluriennale da inserire nel bilancio militare del 2026. Un elenco lungo 39 pagine zeppo di armi di ogni genere, marca e paese di origine (tra cui spicca anche Israele), pauroso sotto il profilo del costo economico e inquietante per il salto di qualità della capacità offensiva della Bundeswehr che in futuro «sarà una forza di difesa, ma solo nel nome», avverte Sebastiano Canetta sul manifesto.
Germania da paura
Il riarmo tedesco si apre con 50 caccia-bombardieri F-35 adatti anche al trasporto di ordigni nucleari, mezzo migliaio di blindati fabbricati dal colosso nazionale Rheinmetall, 14 sistemi di difesa aerea Iris-T e 400 Tomahawk con gittata di 2.500 chilometri: lo stesso missile che Donald Trump ha negato a Volodymir Zelensky nel corso dell’ultimo faccia a faccia. Ma arriva anche la prima partita del «muro di droni» promesso di Pistorius all’indomani del «sorvolo ostile» di oggetti non identificati su alcuni siti sensibili del paese. Droni sospettabilissimi nelle mani di troppi per usi di comodo.
Numeri da sballo
In totale la spesa bellica tedesca corrisponde a 377 miliardi di euro, conteggia il sito ‘Politico’ che ha diffuso stralci della lista preparata dal leader Cdu di concerto con gli alleati di governo, il vicecancelliere e ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, e il ministro della Difesa, Boris Pistorius.
Gigante dai piedi d’argilla
In tanti felici e contenti. Volontà di potenza di Merz, perfetto per l’amministrazione Usa, il segretario generale della Nato e la presidente della Commissione Ue che lo prenderà a modello. Salvo il ’dettaglio’ che non c’è la montagna di euro che servono. «Un gigante dai piedi d’argilla», come da bocciatura della manovra da parte della Corte dei Conti per l’esposizione debitoria che da qui al 2029 porterà il deficit statale a 850 miliardi. Chi guadagna davvero dalla valanga di denaro che comunque inizia ad uscire dalle casse UE e di Berlino, «fin da subito, senza rischi d’impresa» – denuncia Vannetta – (così Pistorius), è il settore bellico trainato da Rheinmetall. Da sola l’impresa renana incassa 88 miliardi sul totale delle commesse, ma gioisce non poco pure la bavarese Diehl Defence, seconda beneficiaria dell’affare che nel suo caso vale 17,3 miliardi ed è politicamente targato Csu.
E anche Israele gode
Poi arriveranno i droni; tra le voci di spesa più elevata proprio l’espansione della capacità degli «Heron Tp» prodotti in Israele con l’acquisto di 100 milioni di euro di munizioni dedicate. Si aggiungono a 12 droni tattici «Luna Ng» del valore di 1,6 miliardi e al programma dei droni navali per la marina militare del costo di 671 milioni. Le voci elencate saranno presentate in diverse tranche per essere sottoposte al voto della Commissione bilancio del Bundestag e ogni commessa di valore superiore a 25 milioni di euro necessita del suo via libera, ricorda Politico, ma la lista di Merz prova comunque la definizione già di 320 appalti di cui 178 assegnati. L’industria bellica tedesca porta a casa 160 commesse, ovvero circa 182 miliardi di euro, il resto saranno gare aperte, a eccezione dei contratti obbligati con gli Usa come gli F-35 che saranno 15 più del previsto.
Dall’acciaio al petrolio
Dopo l’acciaio tedesco ora tocca al petrolio russo di Rosneft sottoposto a sanzioni Usa da cui dipendono le tre raffinerie tedesche di Karlsruhe, Vohnburg e Schwedt. Attualmente la filiale Rosneft-Deutschland non è gestita da Mosca ma in regime di amministrazione controllata dai tedeschi e «così il fermo dell’impianto di Schwedt, che al Consiglio di fabbrica appare inevitabile, avrebbe effetti devastanti sull’intero Nord-Est della Germania, compreso l’aeroporto di Berlino» è l’allarme lanciato dalla Cdu del Brandeburgo che ammette: «Il governo Merz sta trattando l’esenzione dalle sanzioni su Rosneft con Trump». Un altro indizio della grande impotenza di Berlino nonostante tutti i muscoli.
Fonte
31/08/2025
Guerrafondai senza un soldo: “l’Europa” che straparla e nessuno se la fila
Sono gli Stati Uniti, in effetti, l’epicentro mondiale della crisi in atto, al punto che all’interno di quel paese si va assistendo ad un clamoroso scontro – di classe, ovviamente, ma anche di egemonia tra i diversi settori in cui è frammentata l’economia statunitense, con colossi in ognuno di essi: industria, finanza, piattaforme di quella che un tempo veniva definita new economy.
Uno scontro che va cancellando non solo i pilastri fondamentali dell’“ordine internazionale” fondato proprio dagli Usa nel secondo dopoguerra (irrobustito poi dal crollo dell’Urss e quindi dall’instaurazione di un “ordine unipolare” globalizzato), ma anche e forse soprattutto gli architravi dell’ordine liberale: tripartizione dei poteri, relativa indipendenza della magistratura, diritti di cittadinanza, libertà civili e di opinione, libertà politiche in senso stretto, laicità delle istituzioni, ecc..
Trasformazioni rapide che accomunano anche l’Europa, lasciando vedere in modo chiaro quanto sia ormai avanzato il superamento della fase “democratica” dell’Occidente.
Anche avendo la consapevolezza di questa accelerata corsa verso il baratro, comunque sorprende – nel caso della classe dirigente continentale – la clamorosa separazione tra elaborazione delle politiche interne, lasciate tuttora a quel “pilota automatico neoliberale” che ha creato la crisi in cui ci troviamo, e focalizzazione sulla politica internazionale, segnata da una pretesa quasi ridicola di “porre condizioni ultimative” ad autentici colossi della geopolitica mondiale (Usa e Russia nel caso della guerra in Ucraina, a Cina e India nel caso del commercio globale), oltre che a paesi ed aree certamente meno potenti, ma non per questo trascurabili (l’intera Africa, l’America Latina, ecc.).
E dire che di segnali inquietanti, anche volendo usare soltanto il metro di misura neoliberista, ce ne sono ormai a bizzeffe. Una classe dirigente seria se ne preoccuperebbe in modo prioritario, prima di lanciarsi in avventure militaresche ormai quasi solitarie (se gli Usa di Trump confermeranno l’intenzione di ridurre il proprio impegno alla sola vendita di armi all’Ucraina, qualora i membri europei della Nato saranno davvero disposti a pagarle).
E qui la contraddizione fatale esplode senza mediazioni.
“Facciamo debito per riarmare l’Europa”, dicono all’unisono, mentre sembrano stanziare altre cifre mostruose in favore di Kiev. Contemporaneamente accettano dazi Usa del 15% sulle proprie esportazioni, mentre cancellano quelli esistenti sulle merci statunitensi; e in più prometto di acquistare armi ed energie, e fare anche investimenti oltreoceano, per oltre 1.000 miliardi in quattro anni. Un suicidio economico causato da subordinazione strategica...
Ma in verità, ora, devono fare i conti con la stagnazione e/o la recessione economica, la crisi del debito pubblico (anche in paesi “virtuosi” che fin qui bacchettavano le “cicale del Sud”) e il conseguente venir meno di quei meccanismo che avevano garantito per quasi 80 anni una relativa coesione sociale.
Qualche dettaglio, e qualche cifra.
Secondo l’ONS (Office for National Statistics) il Regno Unito ha il livello di debito più alto dai primi anni ’60. L’ultima volta che il Regno Unito aveva avuto 3 anni di fila un debito superiore al 90% del PIL era stato quando Harold Macmillan era Primo Ministro (1957-1963).
Qui molti istituti del welfare erano già stati distrutti da Margaret Thatcher e poi da Tony Blair (il “faro” del Veltroni in trip da “vocazione maggioritaria”), venendo a quanto pare sostituiti da una microcriminalità di massa (poco pericolosa per il potere, ma corrosiva per la tenuta sociale).
Il numero di furti nei negozi nel Regno Unito ha raggiunto un livello senza precedenti: nei 12 mesi terminati il 31 marzo, sono stati registrati 530.643 casi in Inghilterra e Galles. “Nei negozi” significa che la quasi totalità sono furti “per bisogno”, per placare la fame, vestirsi, ecc..
In Francia, il primo ministro Francois Bayrou ha chiesto un voto di fiducia da parte dell’Assemblea Nazionale per l’8 settembre, dichiarando il rapporto debito/PIL in forte rialzo (114%) un’emergenza nazionale.
Parigi sta in effetti spendendo in questo momento di più per “servire il debito” (gli interessi sui titoli di stato) che per molti programmi pubblici, un segnale di allarme per la seconda economia più grande d’Europa.
Secondo lui, per ridurre il deficit di bilancio del paese, che nel 2024 ha raggiunto il 5,8% del PIL, è necessario tagliare il bilancio di circa 44 miliardi di euro. Le sue proposte includono il congelamento dell’indicizzazione della spesa per la sicurezza sociale e le pensioni (riduzione della spesa sociale), nonché aliquote fiscali più alte.
Bayrou è il terzo Primo Ministro in un anno, senza una maggioranza parlamentare. Se fosse sfiduciato aumenterebbe la pressione sulla presidenza Macron (che costituzionalmente non sarebbe costretto alla dimissioni, ma difficilmente potrebbe trovare la quadra per un nuovo governo “ai suoi ordini”). L’incertezza sul futuro a breve rischia di agitare i mercati e potrebbe approfondire la crisi di credibilità internazionale proprio mentre la Francia lotta con alti costi del denaro e una crescita debole.
I sindacati e la sinistra radicale (La France Insoumise, più altre formazioni minori) si preparano a una mobilitazione adeguata alla minaccia, con ovvie conseguenze sulla produzione e l’antagonismo sociale.
Dell’Italia è quasi inutile parlare, perché l’aderenza ai diktat del “pilota automatico” è più forte oggi che ai tempi del governo Monti o Draghi, ma di crescita economica non si può trovare traccia e i successi sull’occupazione possono essere vantati sono fino a quando non si vanno a vedere contratti e salari (gli unici in Europa ad essere diminuiti).
Il clima sociale è per ora ancora addormentato, ma il tempo non lavora a favore del governo e dei “prenditori”. Prima o poi la società si sveglierà o collasserà in forme imprevedibili, ma non certo da guardare con ottimismo.
In Germania, Merz ha recentemente scioccato molti con la sua ammissione che “lo stato sociale non è più sostenibile” proprio mentre la spesa pubblica tedesca ha superato di 47 miliardi il record stabilito l’anno precedente e vengono stanziati centinaia di miliardi per costruire “il più forte esercito d’Europa”.
Gli esperti ritengono che la Germania sia ormai in recessione, soprattutto dopo che sia il 2023 che il 2024 hanno registrato una crescita del PIL negativa per la prima volta dai primi anni 2000, ma che il secondo trimestre di quest’anno è stato rivisto in negativo (-0,3%).
Anche un paese non europeo, ma strettamente collegato alle stesse alleanze, come il Canada, versa in una situazione simile. Nel 2° trimestre l’economia canadese si è contratta dell’1,6% in termini annualizzati, peggio del -0,7% che era stato previsto.
Questi paesi, insieme, hanno stanziato 50 miliardi di euro per l’Ucraina, nonostante siano tutti in crisi di bilancio. Non hanno soldi – dicono – da spendere per far vivere dignitosamente le rispettive popolazioni, ma si indebitano per armare se stessi e il proxy ucraino. Anche a costo di rischiare la terza guerra mondiale. Nucleare, peraltro...
Vero è che le “opposizioni parlamentari” – tranne il caso della Francia, entro certi limiti – sono indistinguibili dalle coalizioni al governo, ma prima o poi questo “doppio binario” (“non abbiamo un soldo per sanità e pensioni, ma facciamo debiti per le armi per noi e da regalare a Kiev”) dovrebbe far deragliare anche la pazienza di popoli che sembrano seduti in attesa della fine.
Il resto del Mondo – quello che si è dato appuntamento in questi giorni a Pechino – ha già sciolto gli ormeggi a questa zattera pena di guerrafondai senza un soldo né gente da arruolare.
Fonte
08/04/2025
Il mondo alle prese con la follia USA
L’unica risposta fin qui chiara e ferma è quella cinese, che ha a sua volta innalzato una tariffa doganale del 34% su merci e servizi statunitensi, simmetrica a quella comunicata da Trump pochi giorni fa. E per essere più chiari Pechino ha confermato che “non cederà a ricatti” e “darà battaglia fino alla fine”.
Del resto tutti gli analisti concordano nel ritenere che l’unico paese con cui non si aprirà un negoziato, almeno a breve termine, è proprio la Cina, il principale bersaglio del tentativo Usa di “riequilibrare” i rapporti di scambio commerciale. Ma Pechino già da tempo stava correndo ai ripari, immaginando – senza troppo sforzo – quel che sarebbe accaduto con l’arrivo del tycoon alla Casa Bianca.
La tv statale China Central Television ha rivelato che Xi Jinping ha usato l’espressione «rilancio dei consumi interni» con l’idea che l’aumento dei consumi «contribuirà a stimolare il ciclo economico interno della seconda economia più grande al mondo». Per quanto siano cresciuti i salari cinesi, in effetti, c’è ancora margine per aumentare la capacità di spesa dei cittadini; e non tutti possono vantare un mercato interno di 1,4 miliardi di persone da cui è stata eliminata ogni sacca di povertà.
Anche l’India ha una popolazione di eguali dimensioni, ma la “solvibilità” dei consumatori è infinitamente minore.
In più Pechino ha comunicato un ulteriore aumento delle riserve auree in marzo, per il quinto mese consecutivo. In tempi di turbolenza, si rafforzano le difese...
Tutti gli europei sono invece appesi al gancio dell’incertezza, tra la necessità di rispondere agli Usa con dazi più o meno significativi (5 o 10%, non di più) e la paura di farlo, viste le minacce di Trump, ovvero un rilancio mostruoso nel caso Bruxelles prendesse questa decisione.
Che Trump sia capacissimo di fare una cosa del genere, è certo. Lo ha minacciato anche nei confronti della Cina, che però ha ben altre spalle e soprattutto una guida unitaria di alto livello (persino Confindustria ha riconosciuto, giorni fa, che la leadership di Pechino è quella maggiormente responsabile nella gestione degli affari internazionali).
Quindi nelle capitali europee si ragiona sulla possibilità o meno di aprire un negoziato con Washington, pur dovendo registrare che Ursula von der Leyen, per il momento, non è riuscita neppure a stabilire un contatto telefonico con la Casa Bianca, mentre il commissario al commercio, Šefčovič, nella sua missione a Washington, è riuscito a parlare solo con funzionari di secondo livello.
Insomma, “l’Europa” è trattata come un servo fastidioso ed inutilmente lamentoso, cui verrà comunicato a tempo debito cosa deve fare.
Perciò, nel frattempo, a Bruxelles ci si balocca con una lista di prodotti Usa su cui imporre dazi comunque più bassi di quelli subiti, in modo da “distribuire il danno in modo omogeneo tra i 27 paesi membri”. Curioso, e nulla di più, che tutti abbiano il terrore di imporli sul whisky, come se questo fosse davvero il “punto di non ritorno” per una eventuale guerra commerciale con Trump.
I problemi per l’area europea sono però ben altri, e più seri. La produzione industriale tedesca – la prima del Vecchio Continente – è calata dell’1,3% rispetto a gennaio e del 4% su base annua. Il che aggrava una crisi già esplosiva, visto che il dato è di 13 punti più basso rispetto al periodo pre-Covid e di 18 punti rispetto al picco del novembre 2017.
In termini occupazionali il settore industriale di Berlino ha perso nell’ultimo anno 120.000 posti di lavoro, e altrettanti sono attesi per l’anno in corso.
Perciò il neocancelliere, il democristiano molto di destra Friedrich Merz, ha sfoderato un bazooka da 1000 miliardi di euro (500 solo per il riarmo militare), fottendosene sia delle politiche di austerità (che continua a pretendere per i partner nella UE), sia dei vincoli del debito pubblico.
Vero è che la Germania è l’unico paese europeo che può permettersi di aumentare il debito pubblico (attualmente intorno al 60% del Pil, come da parametri di Maastricht), ma uno scarto così enorme tra i margini di manovra per la Germania e quelli per i “partner” non può restare sotto silenzio a lungo.
Persino i cerberi del “rigore”, in quasi tutti i paesi, cominciano ad ammettere che il “patto di stabilità” va ora completamente rivisto, se non radicalmente abolito.
Non c’è più certezza, insomma. Ed è la peggiore delle situazioni possibili, per “i mercati”. Che infatti, dopo un breve tentativo di “rimbalzo”, hanno ripreso a scendere...
Fonte
05/01/2025
Israele subisce perdite senza precedenti nella guerra in corso contro Gaza e Libano
Nel loro rapporto, gli autori hanno citato i dati dell’Autorità Israeliana per gli Alloggi e l’Immigrazione, secondo cui 600.000 israeliani hanno lasciato il paese dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023, segnando la più grande ondata di emigrazione dalla fondazione di Israele nel 1948.
Le ragioni di questa partenza di massa, sostengono, sono molteplici. Il conflitto militare in corso, l’instabilità economica e le crescenti preoccupazioni per la sicurezza hanno spinto molti, in particolare i professionisti e gli accademici, a trasferirsi all’estero.
Paesi come il Canada e diversi paesi dell’Europa dell’Est sono diventati destinazioni preferite, con il Canada che ha registrato un aumento del 500% dei visti di lavoro temporanei concessi agli israeliani rispetto all’anno precedente.
I ricercatori e gli scienziati, in particolare, sono stati tra i gruppi più numerosi che hanno cercato rifugio all’estero, poiché molti ritengono che l’instabile situazione di sicurezza e l’incertezza economica di Israele rendano impossibile realizzare le loro ambizioni professionali.
Questo esodo di massa non è solo una perdita personale per coloro che se ne vanno, ma rappresenta anche una crisi più profonda per gli obiettivi demografici di Israele.
Helmy Moussa, esperto di questioni israeliane, ha osservato nel rapporto che questa migrazione inversa mina uno degli ideali fondamentali del sionismo: il “raduno degli esuli”. L’aspirazione dello stato ebraico di essere un rifugio globale per gli ebrei è messa a dura prova da questo deflusso dei suoi stessi cittadini.
Le perdite umane e militari aumentano
Il tributo umano del conflitto in corso rimane sconcertante. Mentre la guerra infuria, Israele ha subito perdite significative. Il 7 ottobre 2023, la Resistenza Palestinese ha lanciato un attacco a sorpresa che ha ucciso oltre 1.160 israeliani – sia militari che civili – e ha lasciato più di 1.900 feriti.
Molti dei feriti rimangono in condizioni critiche e la cattura di 251 persone, tra cui soldati, ufficiali e cittadini stranieri, ha aumentato il trauma nazionale.
Anche il tributo in corso dato dalle forze militari israeliane è stato profondo. Secondo i dati ufficiali del Ministero della Difesa israeliano, più di 800 soldati e ufficiali israeliani sono morti nei combattimenti, tra cui 384 uccisi durante le operazioni di terra a Gaza.
Anche il fronte settentrionale con il Libano ha causato la morte di 131 israeliani, mentre il numero complessivo di soldati israeliani feriti ha superato le 5.400 unità. (Si tratta di cifre ufficiali che sono state ripetutamente contestate da fonti palestinesi e indipendenti – PC)
Mentre la guerra continua, l’esercito israeliano sta affrontando sfide operative significative. L’aviazione israeliana, in particolare, sta operando sotto un’intensa pressione. I jet da combattimento, compresi i modelli più vecchi come l’F-15, hanno accumulato migliaia di ore di volo, superando la durata di vita prevista. Questo ha portato a preoccuparsi dell’adeguatezza delle capacità aeree di Israele.
Un rapporto del quotidiano israeliano Maariv ha evidenziato che l’accettazione da parte di Israele di un accordo di cessate il fuoco con Hezbollah il 27 novembre 2024, è stata in parte motivata dalla necessità di rifornire le scorte di equipaggiamento militare e di affrontare le forti pressioni sulla sua forza aerea.
Gli analisti militari, tra cui Avi Ashkenazi di Maariv, suggeriscono che Israele dovrà ora intraprendere acquisizioni massicce di nuovi jet da combattimento, carri armati e altro materiale militare, in particolare dagli Stati Uniti e dalla Germania. Il tributo all’infrastruttura di difesa di Israele avrà probabilmente ripercussioni a lungo termine per sulla sua preparazione militare.
I costi finanziari ed economici aumentano
La guerra ha anche messo a dura prova l’economia israeliana. Secondo il Ministero delle Finanze israeliano, il costo della guerra finora ha raggiunto 106,2 miliardi di shekel (circa 29,1 miliardi di dollari), con spese totali che dovrebbero salire a 250 miliardi di shekel (70 miliardi di dollari) entro il 2025.
Questi costi includono le spese militari, l’acquisto di armi e gli sforzi di ricostruzione che seguiranno la risoluzione finale del conflitto, ha riferito Al-Jazeera.
Oltre agli oneri finanziari diretti, l’economia israeliana in generale è stata colpita dalle interruzioni dei settori chiave. L’industria del turismo è stata particolarmente colpita, con perdite dal turismo in entrata pari a circa 18,7 miliardi di shekel (5,2 miliardi di dollari). Anche il turismo interno ha subito un colpo significativo, contribuendo con ulteriori perdite per 210 milioni di dollari.
La guerra ha ulteriormente interrotto il commercio, con attacchi al porto di Eilat e ad altre infrastrutture che hanno causato problemi logistici.
Inoltre, Israele ha subito danni collaterali sostanziali dai combattimenti in corso. Circa 22.000 ettari di foreste e terreni aperti sono stati distrutti nelle regioni settentrionali e sulle alture del Golan. Queste perdite, pur non essendo direttamente collegate alle operazioni militari, contribuiscono al più ampio tributo economico e dimostrano l’impatto pervasivo della guerra sul paese.
Battute d’arresto strategiche: l’impatto sugli obiettivi a lungo termine di Israele
Sebbene il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia voluto sottolineare i guadagni strategici di Israele nella regione, gli esperti hanno sottolineato che queste vittorie militari possono arrivare a scapito degli interessi nazionali a lungo termine.
Ad esempio, la fuga di talenti, in particolare dalle comunità scientifiche e tecnologiche israeliane, rappresenta una seria sfida per le future prospettive economiche del paese.
Come ha notato il ricercatore Mohammed Al-Bahnasi, molti giovani professionisti e ricercatori stanno lasciando Israele a causa dell’incertezza economica provocata dalla guerra. Queste persone, che spesso sono nel pieno della loro carriera, cercano migliori opportunità in paesi che possono offrire loro stabilità economica e realizzazione professionale.
Questa migrazione inversa del capitale intellettuale di Israele è una seria preoccupazione per il futuro economico del paese, soprattutto nei settori della tecnologia, della scienza e dell’innovazione.
Un Israele che cambia
Il tributo della guerra di Israele a Gaza e al Libano è stato multiforme: umano, militare, finanziario e sociale. Mentre la guerra si protrae, il futuro del paese è sempre più incerto. L’emigrazione di una parte significativa della popolazione israeliana, l’esaurimento delle sue risorse militari e i gravi danni economici indicano una nazione alle prese con una crisi profonda.
I dati e le valutazioni degli esperti citati in questo articolo, come riportato da Al-Ali e Watad, suggeriscono che Israele sta affrontando una profonda resa dei conti.
Mentre Netanyahu può continuare a concentrarsi sui guadagni militari e strategici, il vero costo della guerra – misurato in vite perse, risorse esaurite e cittadini sfollati – potrebbe essere l’eredità più duratura di questo conflitto.
Fonte
11/11/2024
L’economia tedesca si è messa decisamente male
“La mancanza di ordini continua a inibire lo sviluppo economico in Germania”, ha dichiarato Klaus Wohlrabe, responsabile delle indagini IFO. “Quasi nessun settore viene risparmiato”.
Nell’industria, quasi un’azienda su due (47,7%) ha segnalato una mancanza di nuovi affari. Secondo l’indagine, sono proprio i settori chiave come l’ingegneria meccanica o l’industria metallurgica ed elettrica a preoccuparsi delle nuove attività. “L’aumento degli ordini arretrati a settembre può essere un segno di speranza”, ha detto Wohlrabe. “Ma c’è ancora molta strada da fare prima che i libri siano di nuovo pieni”.
Tra i fornitori di servizi, la percentuale di aziende che lamentano la mancanza di ordini è leggermente aumentata, passando dal 31,2 al 32,1%. Mentre è il settore dei trasporti a risultare particolarmente colpito.
Non solo. A causa della debole domanda di manodopera, anche i due terzi delle agenzie di collocamento al lavoro segnalano una mancanza di ordini. “I lavoratori temporanei sono meno richiesti nella situazione attuale”, ha detto Wohlrabe.
Ma la crisi di domanda si va abbattendo anche su settori meno strategici. Ad esempio poco più di un terzo degli esercizi di ristorazione ritiene di avere pochi clienti ai tavoli, mentre nel settore degli eventi, la percentuale di aziende che segnalano un numero insufficiente di ordini è salita al 48,5%, dopo il 38,5% di luglio.
Su tutto questo pesano poi fattori strategici come i costi dell’energia e delle materie prime. Aver perso le forniture di gas a buon mercato dalla Russia a causa delle sanzioni adottate (e del sabotaggio del North Stream 2), ha fatto schizzare in alto i prezzi dell’energia che fino ad oggi avevano garantito all’economia tedesca un vantaggio competitivo.
Inoltre, il quotidiano economico tedesco Handesblatt segnala uno studio della società di consulenza Roland Berger per la Federazione delle industrie tedesche (BDI), il quale rivela come l’industria tedesca stia diventando sempre più dipendente dalle importazioni di materie prime, in particolare dalla Cina.
Questo fattore vede aggiungersi maggiori criticità a causa del risultato delle elezioni statunitensi. Perché con Trump alla Casa Bianca, è prevedibile che i conflitti politici ed economici tra Stati Uniti e Cina si intensificheranno di nuovo, e in modo imprevedibile, e la Germania potrebbe incorrere in strozzature nelle catene di fornitura delle materie prime.
Insomma la forte subalternità della Germania verso gli Stati Uniti – prima nella guerra contro la Russia ed ora con la Cina – ha portato la locomotiva economica europea al deragliamento. Con scelte spesso consapevolmente suicide, sia sul piano economico che politico.
Fonte
08/11/2024
Germania in crisi, si spegne il “governo semaforo”
Questa situazione di stallo ha provocato in Germania – dopo durissime sconfitte elettorali e una crisi economica che sembrava dimenticata, da quelle parti – anche lo spegnimento improvviso del governo “semaforo”, quello tra socialdemocratici, verdi e “gialli” liberali.
Ieri sera il cancelliere rosé, Olaf Scholz, ha chiesto al presidente della Repubblica di “licenziare” Christian Lindner, ministro delle finanze nonché leader dei liberali.
Lo ha fatto al termine di un duro braccio di ferro e riassumendo le ragioni in una lunga lettera, i cui punti chiave sono:
– “garantire costi energetici accessibili e limitare le tariffe di rete per le nostre aziende;
– un pacchetto che garantisca posti di lavoro nel settore automobilistico nell’industria e in numerose aziende fornitrici;
– introduzione e miglioramento delle possibilità di ammortamento fiscale, affinché le aziende possano ora investire in Germania come sede;
– aumentare il sostegno all’Ucraina, che sta affrontando un inverno difficile.”
È abbastanza facile riscontrare le contraddizioni. Il costo dell’energia è infatti esploso – sia per le aziende che per i normali cittadini – a causa della distruzione del gasdotto North Stream, che garantiva gas russo a basso prezzo. La magistratura tedesca ha, dopo un anno di indagini, individuato i responsabili: i servizi segreti ucraini, assistiti da quelli inglesi e statunitensi.
Ciò nonostante il governo “semaforo” avrebbe intenzione di aumentare gli aiuti economici e militari alla junta Zelenskij, vietando al contempo di ricordare – sui media e nel dibattito pubblico – che proprio Kiev è responsabile delle attuali difficoltà tedesche nell’approvvigionamento energetico.
Fa capolino anche la pessima situazione economica generale. Proprio ieri l’Ufficio federale di statistica (Destatis) ha reso noto che la produzione industriale in Germania nel mese di settembre è scesa del 2,5% rispetto al mese precedente ed è calata del 4,6% in confronto allo stesso mese del 2023.
È ormai conoscenza comune che il settore automobilistisco europeo, che ha proprio nella Germania il pivot qualitativo più alto, sta affrontando un violento calo delle vendite per tutti i marchi principali (Volkswagen-Audi, Porsche, Mercedes e Bmw), anche a causa del peggioramento delle relazioni con la Cina (un mercato triplo di quello europeo).
Chiusure di stabilimenti in Germania e licenziamenti di massa sono quindi all’ordine del giorno.
La “pace sociale” costruita sui buoni salari, la sicurezza del posto di lavoro, il welfare diffuso, è ormai a rischio. E lo è dall’inizio del nuovo secolo e proprio per responsabilità dei socialdemocratici, che – al tempo del governo Schroeder – introdussero i “mini-job” e i mini-salari relativi. Ovvero precarietà e salari da fame...
Nell’Est alcune elezioni locali hanno fatto così registrare la quasi scomparsa dell’Spd del cancelliere in carica, l’avanzata dei neonazisti dell’Afd e della lista di sinistra di Sahra Wagenknecht (con però pessime posizioni sull’immigrazione), la “tenuta” democristiana e la quasi scomparsa di Verdi e liberali.
Il quadro politico ufficiale non corrisponde insomma più agli equilibri e agli umori del paese. E ognuno si va riposizionando per accrescere i consensi o ameno non scomparire (è il caso proprio dei liberali, ormai sotto la soglia di sbarramento del 5%).
Peggio ancora, la vittoria a valanga di Trump – citata non a caso nella lettera di Scholz – mette tutta l’Unione Europea in una situazione insostenibile, ancor prima che il tycoon rientri fisicamente alla Casa Binaca e inizi a prendere decisioni in linea con il suo programma elettorale. In primis, i dazi contro le importazioni da Cina ed Europa.
“I socialdemocratici e i verdi – scrive Scholz – sono infatti dell’idea che il cambio radicale a Washington imponga ai tre partiti arrivati ai ferri corti di restare in sella, per dotare i tedeschi di un bilancio e difendersi dalle conseguenze, anche economiche, delle elezioni americane. I liberali propendevano invece per la linea contraria: proprio il voto degli Usa impone ai tedeschi di cambiare rotta subito, reagendo alla crisi con una stretta sui conti.”
Più austerità, insomma, questa volta all’interno del paese guida dell’Unione, che aveva guadagnato moltissimo dall’austerità imposta agli altri paesi membri, oppure – come proposto dal duo Spd-Verdi – “maggiore libertà finanziaria”.
In soldoni, più spesa in deficit e aumento del debito pubblico, fin qui contenuto nel canonico e confortevole 60% del Pil previsto agli accordi di Maastricht.
È lo stesso dilemma che percuote ora come un maglio l’intera Unione Europea: programmare un “debito pubblico comune”, varando gli odiati eurobond, per sostenere sia l’aumento della spesa militare (regalo statunitense per sostenere l’Ucraina e aumentare il finanziamento della stessa Nato) che gli investimenti necessari per irrobustire una crescita ormai negativa e salvaguardare quel tanto di “stato sociale” indispensabile ad arrestare l’“onda nera” (e in parte anche “rossa”) che sale dagli strati più poveri di un paese che ha perso le sue certezze.
Sul piano strettamente politico, la crisi vera e propria verrà formalizzata dopo l’approvazione della “legge di stabilità”, varata con il voto favorevole dei soli Spd e Verdi. Poi le elezioni anticipate, forse già a marzo.
Un salto nel buio, certamente, perché nessuno sa in che mondo vivremo, tra cinque mesi.
Fonte
28/10/2024
La lunga crisi dell’industria italiana e Ue: è come altri periodi o c’è da preoccuparsi? “Cambiano i consumi e manca una visione sul futuro”
Dopo 19 mesi consecutivi di calo della produzione le domande sorgono spontanee: dove sta andando l’industria italiana? È una lunga fase di crisi come ce ne sono state in passato, o qualcosa di peggio? A scendere, inevitabilmente, è pure il fatturato. E vanno male anche gli ordinativi, elemento che proietta ombre anche sui mesi a venire. A resistere sono invece, almeno per ora, l’export e l’occupazione.
I dati dell’auto sono drammatici. Stellantis, l’unico produttore presente in Italia, accusa cali delle vendite a doppia cifra e quasi tutti i siti italiani funzionano ormai a singhiozzo con un ampio ricorso alla cassa integrazione. Ma in profondo rosso sono pure la meccanica, settore di punta della nostra industria italiana o l’abbigliamento e, per la prima volta, la crisi piega anche il lusso. La fase di sofferenza non è esclusiva prerogativa dell’industria italiana, questo va detto. Tuttavia qui il “mal comune, mezzo gaudio” non funziona, anzi, è vero il contrario.
Il cuore industriale dell’Europa, la Germania, è in difficoltà (e la Francia non sta meglio). La manifattura qui vale ancora il 20% dell’economia, il doppio rispetto agli Stati Uniti. Stretta tra una crisi di competitività, innescata dall’aumento dei costi dell’energia provocato dallo stop al gas russo a basso costo, e difficoltà più strutturali, Berlino, fedele ai principi del rigore nei conti pubblici, non può neppure varare grandi piani di sostegno economico come fatto, ad esempio, negli Stati Uniti.
La Cina, oltre a mercato di sbocco, è diventata temibile concorrente in molti settori, a cominciare dall’auto dove la Germania paga un grave ritardo nelle produzioni elettriche. Infine, Berlino, è storicamente molto legata alla Russia e molto presente sui mercati cinesi, patisce quindi in modo particolare “la chiamata” degli Stati Uniti. Quello che è stato battezzato “friendshoring”, ovvero il fare commerci e affari con la sola sfera di paesi considerati amici. Dire Germania significa però dire anche Nord Italia, il cui tessuto industriale è fortemente integrato con le filiere tedesche. Inevitabile che le ripercussioni si facciano sentire.
“La Germania arriva a questa crisi mentre attraversava già una fase di transizione, quindi in un momento di maggiore vulnerabilità”, ci spiega Alessandra Lanza, senior partner del gruppo di consulenza Prometeia. “In Italia la base industriale sta meglio, è più sana e più capitalizzata, con tanta liquidità a disposizione”, aggiunge. Detto ciò, sottolinea Lanza, è indubbio che tutta l’Europa sia alle prese con la necessità di colmare ritardi accumulati negli ultimi anni. In Europa “certe partite ormai sono perse ed è inutile inseguirle. Quello che si può fare è organizzarsi per sfruttare meglio le prossime ondate di innovazione”, osserva.
“Il Vecchio Continente è quasi assente dall’Intelligenza Artificiale generativa che modificherà profondamente il modo di fare impresa. Si tratta di una trasformazione radicale che ‘chiama’ chip ed elementi di base, altri ambito in cui siamo poco presenti”, dice l’economista. Per Lanza “manca ed è mancato uno sguardo lungo, non sui prossimi due anni ma sui futuri venti. Le transizioni green e digitale vanno nella giusta direzione ma abbiamo visto più regolamentazione che politica industriale. E, come se non bastasse, una regolamentazione caratterizzata da un’incertezza delle regole. Gli imprenditori non investono, e questo certamente non va bene, ma dipende anche dalle incertezze del contesto in cui operano, attendono di capire”.
A livello europeo Fedele De Novellis, economista di Ref Ricerche, rimarca pure il ruolo avuto sinora dalla Banca centrale europea. “La domanda è stata frenata anche da tassi elevati. La Bce ha seguito la Federal Reserve ma l’economia europea non era caratterizzata dalle stesse dinamiche, a cominciare dalla natura delle pressioni inflazionistiche. I tassi alti hanno rinforzato l’euro nei confronti delle valute asiatiche, rendendo meno competitivi in termini di prezzi i prodotti europei, già penalizzati dai rincari dei costi energetici”. Si calcola che per l’area euro il tasso neutrale reale sia pari allo 0%, si capisce quindi come l’attuale 3,25% risulti ancora molto restrittivo.
E poi c’è la Cina che “dopo lo stand by del Covid è tornata sui mercati in modo più forte delle attese e con un upgrade nei settori tecnologicamente avanzati”. In Europa pesa inoltre il fattore energia. È vero che le rinnovabili crescono ma i prezzi continua a farli il gas, utilizzato dai cosiddetti produttori marginali. Le quotazioni non sono più sui valori stratosferici dell’autunno 2022 ma rimangono circa doppie rispetto alla media storica. “In prospettiva chi riuscirà a ridurre maggiormente la dipendenza dal gas sarà avvantaggiato. Purtroppo, da questo punto di vista, l’Italia non è ben messa” sottolinea De Novellis.
Al di là delle variabili macroeconomiche, sono in opera tendenze di lungo termine che stanno rimodellando gli stili di consumo con impatti sulla produzione. “Per molti beni durevoli assistiamo ad un passaggio dal prodotto al servizio e ad altre trasformazioni che riducono la domanda”, osserva Lanza. “Prendiamo il caso dell’auto. I giovani si spostano dal possesso al servizio e questo riduce la quantità di vetture richieste sul mercato. Il calo demografico, inoltre, fa si che i potenziali acquirenti diminuiscano. Si va insomma verso quella che viene definita economia di circolarità, meno pezzi, meno capacità produttiva ma più servizi alla clientela”. Anche De Novellis si focalizza su alcune evoluzioni dei consumi. “Le preferenze stanno cambiando, si va verso consumi che possiamo definire esperienziali, a cominciare dai viaggi. Prendiamo l’auto che una volta era lo status symbol per eccellenza. Oggi tra i giovani non è più così, anche perché costano troppo ma non è solo questo”.
Tra i fattori più specificatamente italiani va annoverata la debolezza dei redditi e del potere d’acquisto delle famiglie. “Le spese delle famiglie sono ormai in larga parte assorbite dai consumi obbligati, gli alimentari, le bollette, qualche ricambio nell’abbigliamento, per tutto il resto rimane poco”, ci dice Lanza. “Persino il lusso che di solito resiste meglio alle fasi di crisi è in forte difficoltà”.
Commentando gli ultimi brutti dati del comparto, Diego Andreis, vicepresidente di Federmeccanica, ha detto che “non c’è altra via che puntare sulla competitività: da un lato abbassando i costi e dall’altro incentivando gli investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione”. Competitività non è però necessariamente produttività e qualità delle produzioni. Può semplicemente significare rendere più convenienti sui mercati i beni fatti qui. Ma quali costi si possono ancora abbattere? Non quelli energetici, sicuramente non nel breve periodo. Rimane quello del lavoro ma gli stipendi italiani sono già tra i più bassi d’Europa e tra quelli più penalizzati dall’inflazione. L’innovazione è la strada maestra ma i risultati non si ottengono subito e le imprese italiane si contraddistinguono storicamente per una spesa in ricerca e sviluppo bassa se confrontata con quella dei concorrenti di altri paesi.
Ci soccorre un suggerimento di Lanza: “Dovremmo guardare ad un paese che per molti aspetti ci assomiglia, ovvero il Giappone, con una popolazione anziana e molto indebitato. Eppure da tanti anni gli investimenti in ricerca e sviluppo sono oltre il triplo in rapporto al Pil rispetto ai nostri. Questo permette al paese forse di non guidare le ondate di innovazione ma di posizionarsi in modo da raccoglierne i benefici”.
Uno sguardo al futuro – In un quadro indubbiamente fosco ci sono anche alcuni elementi di positività. Nonostante tutto l’occupazione, per ora, resiste. “Perché c’è un problema sul fronte dell’offerta, legato, ancora, alla demografia. Le aziende faticano a trovare tutto il personale di cui hanno bisogno e sono sottodimensionate”, ricorda Lanza. Tuttavia, secondo De Novellis, è possibile che nei prossimi mesi anche questi dati registreranno quanto meno una frenata.
Lanza ricorda però come l’entrata a regime di Industria 5.0 (piano per supportare e traghettare il passaggio dei processi produttivi a un modello energetico efficiente, ndr) dovrebbe iniziare a tradursi in benefici tangibili nel corso del 2025. De Novellis osserva che i prezzi delle materie prime stiano scendendo e la Cina continua ad “esportare deflazione”. Ciò rende plausibile il ritorno ad una situazione di inflazione prossima molto bassa, che darebbe un po’ di respiro alle famiglie e maggiori margini alla Bce per abbassare ancora il costo del denaro. “Inoltre, dice l’economista di Ref, le aziende iniziano a capire che devono tornare ad attuare sconti e promozioni per sollecitare la domanda”. Tra i fattori di criticità, viceversa, il venir meno del superbonus che avrà impatto sulle costruzioni e su tutte le produzioni collegate.
20/10/2024
La BCE “lima” i tassi di interesse, mentre servirebbe la scure
Tagliati di 25 punti base anche i tassi sulle operazioni di rifinanziamento principali e sulle operazioni di rifinanziamento marginale, scesi rispettivamente al 3,40% e al 3,65%, con effetto dal 23 ottobre 2024.
Ma la stessa presidente Christine Lagarde ci ha tenuto a confermare che la politica monetaria della BCE rimarrà restrittiva perché “Siamo determinati a garantire che l’inflazione torni al target prestabilito in modo sostenibile”.
L’osservazione superficiale è però che la differenza tra il tasso di inflazione e quello di interesse è in questo momento decisamente ampio (1,7 contro 3,25%), e dunque la politica “restrittiva” comporta un rischio consistente di recessione produttiva e, a medio termine, addirittura di una nuova fase recessiva, come quella che costrinse il suo predecessore, Mario Draghi a inventarsi una politica decisamente non ortodossa come quella dei “tassi zero” o – in certi momenti – addirittura negativi.
L’osservazione è comunque confortata dalla constatazione che il pilastro dell’economia europea – la Germania – si trova già ora al secondo anno di recessione, e dunque aumenta la probabilità che “il contagio” si estenda al resto del Vecchio Continente.
Anche perché l’esplosione del caro prezzi, oltre due anni fa, non fu causata – come si suol dire nei testi di macroeconomia neoliberisti – da “eccessivi aumenti salariali” (mai visti…) o da un “surriscaldamento” della dinamica economica, ma – al contrario – da uno choc esterno come l’esplosione dei prezzi dei prodotti energetici all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina e, successivamente, con il sabotaggio del gasdotto North Stream da parte dei servizi di Kiev e statunitensi, che assicurava rifornimenti a basso costo dalla Russia.
Ovvio, insomma, che una politica monetaria molto restrittiva (i tassi di interesse crebbero fino al 4% in appena quindici mesi) doveva costituire una barriera terribile per una dinamica economica che nel frattempo – proprio per le forti incertezze di una guerra alle porte – cominciava velocemente a zoppicare. Basti ricordare la necessità di sostituire le forniture di idrocarburi russi con altri molto più costosi (come il GNL Usa, mediamente più caro di 4 volte).
Ma il processo inverso, dalla politica restrittiva ad una più “accomodante” o comunque in linea con la dinamica economica è decisamente molto più lento (appena lo 0,75% in meno da giugno a oggi).
Nonostante questo, la solitamente garrula Lagarde ha voluto blindare la sua immagine a imitazione dei “falchi” della Bce (tedeschi e olandesi, in primis) lasciandosi andare a battute tipo “Abbiamo spezzato il collo dell’inflazione? Ancora no”, ha detto Lagarde, “ma ci siamo vicini”.
E quindi ha fatto sfoggio di “pensiero austero” ultra-ottimistico. “Sicuramente non prevediamo una recessione” (e quando mai ne hanno prevista una? non vedono neanche quella tedesca, già in atto...), affermando di prevedere per l’area euro “uno scenario di atterraggio morbido”.
Perché “non ci troviamo ancora in quel momento in cui possiamo dire di essere certi che la crescita dell’inflazione stia avvenendo in modo sostenibile al ritmo del 2%, target della BCE”.
L’esperienza della Bce, per quanto ancora relativamente breve, è del resto densa di decisioni sbagliate che è stato poi necessario correggere di corsa. Obbligata, in questo, da uno statuto fondativo scritto da dottrinari senza cervello, che le hanno attribuito un solo obiettivo macroeconomico (contenere l’inflazione) anziché almeno due (il tasso di disoccupazione, per esempio, come nel caso della Federal Reserve Usa).
Detto in altri termini, la Bce guida la politica monetaria del Vecchio Continente con un paraocchi che le preclude la vista sull’economia reale, lasciandola in balia di “curve” che vede sempre dopo esserci caduta dentro...
Fonte