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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/12/2025

Guerra in Ucraina - Volevano 210 miliardi per farli combattere altri due anni

di Fulvio Scaglione

Fare pronostici è sempre un azzardo. Lo sanno bene tutti quelli che, dalle stelle alle stalle, da Mario Draghi a Il Foglio passando per tutti i gradi intermedi, hanno via via pronosticato un colpo di Stato contro Putin, la sconfitta sul campo della Russia, il rapido crollo dell’economia russa e via dicendo.

Quindi so bene di rischiare, ora che un pronostico voglio azzardarlo anch’io: dei famosi 210 miliardi di beni russi congelati in Europa, che parte della Ue (Germania, Paesi del Nord e dell’Est, la von der Leyen) voleva trasferire all’Ucraina, sentiremo di nuovo parlare, anche se il Consiglio Europeo ha nei giorni scorsi deciso di lasciarli congelati in banca e destinare all’Ucraina un prestito da 90 miliardi finanziato dal bilancio Ue.

Ne risentiremo parlare, secondo me, per due ragioni. La prima è che gli Usa, in questa fase contrari allo scongelamento pro-Ucraina, potrebbero cambiare idea se non riuscissero a convincere Putin ad arrivare a un accordo di pace.

La seconda è questa: i 90 miliardi del prestito Ue sono una boccata d’ossigeno per l’Ucraina, ma non molto di più.

Se uno si mette nei panni di quelli che, in Europa, pensano che finanziare a oltranza la resistenza ucraina sia la scelta giusta, lo scongelamento con esproprio aveva un sacco di ragioni valide: danneggiava la Russia e le mandava un messaggio molto forte sulla solidarietà Ue all’Ucraina; finanziava le forze armate ucraine che, come si dice spesso, “combattono per noi”, ovvero contribuiscono alla nostra sicurezza; prolungando la resistenza ucraina logorava la Russia e dava modo al riarmo europei di guadagnare tempo; mostrava agli Stati Uniti che molto si può fare anche senza di loro.

In generale si diceva: con quei 210 miliardi garantiamo all’Ucraina la possibilità di combattere per almeno altri due anni. O di arrivare alla famosa “pace giusta” i cui contorni cambiano di settimana in settimana e che comunque, per come viene solitamente descritta, non ha alcuna possibilità di essere accettata dai russi.

Non è un caso, quindi, se molti rimpiangono l’esito del Consiglio europeo e ne definiscono l’esito un errore. È la tesi del premier polacco Donald Tusk: “O i soldi ora o il sangue domani”.

Da quel punto di vista, lo ripetiamo, tante valide ragioni. Però... Mi piacerebbe che i sostenitori di questa linea rispondessero a una domanda: siete sicuri che all’Ucraina (non a noi, a loro che vanno in prima linea) convenga combattere altri due anni? O addirittura: siete sicuri che l’Ucraina possa combattere altri due anni?

Proviamo a guardare un po’ di dati.

Primo tema: più la guerra si prolunga, più l’Ucraina deve fare i conti con la crescente scarsità di uomini atti al combattimento. Secondo un’inchiesta del Telegraph, almeno 650 mila uomini in età di leva sono fuggiti dal Paese; secondo la deputata ucraina Anna Skorokhod sono almeno 400 mila i disertori o gli AWOL (soldati assenti senza permesso); nel solo 2024, scrive il Financial Times, i procuratori militari ucraini hanno aperto 60 mila casi per diserzione o assenza ingiustificata, più di quanti ne erano stati aperti nei due anni precedenti; e secondo il Military Watch Magazine il tasso di diserzione nel 2025 ha raggiunto i 40 mila uomini al mese.

Secondo: oltre ai circa 8 milioni di ucraini che si trovano all’estero (circa 6 milioni nella Ue), ci sono attualmente 1,8 milioni di sfollati interni generati dalla guerra nel Donbass (2014-2022) e altri 5,7 milioni di sfollati interni generati dall’invasione russa del 2022. Ne ho già parlato qui: e anche in questo caso, i dati raccolti dall’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni ci dicono che il fenomeno è in crescita: tra aprile 2024 e febbraio 2025 la percentuale degli sfollati interni sulla popolazione totale dell’Ucraina è cresciuta dal 10,7% all’11,9%.

Terzo: l’Ucraina è in bancarotta. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, nel 2026 e nel 2027 avrà bisogno di almeno 137 miliardi di euro (160 miliardi di dollari), che dovranno esserle consegnati entro la prossima primavera. Come sappiamo, l’Ue si è risolta a un prestito di 90 miliardi, che a questi ritmi basteranno per meno di un anno, mentre la guerra e le sue distruzioni avanzano.

Quarto: il sistema energetico dell’Ucraina (fino al 2021 integrato con quello di Russia e Bielorussia, per passare pochi giorni dopo l’invasione del 2022 a collegarsi alla rete European ENTSO-E) viene colpito dai russi senza sosta. Secondo i dati del Center for European Policy Analysys (CEPA), l’80% degli impianti ucraini di produzione di energia è stato distrutto o danneggiato dai bombardamenti russi.

La centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, è sotto il controllo dei russi, che hanno inflitto colpi durissimi anche alle centrali idroelettriche, a partire da quella di Kakhovka. Altri due elementi: l’Ucraina importa il 44% dell’energia elettrica (e il 58% del gas) da un Paese non certo amico come l’Ungheria. E i recenti scandali corruttivi del “caso Mindich” ci dicono che il settore soffre di clamorosi problemi di governance.

Qualcuno pensa che i russi smetteranno di colpire le centrali ucraine? O che la guerra girerà in modo che i russi non possano più farlo? E non è difficile immaginare che cosa significhi tutto questo per la popolazione.

Siamo davvero sicuri che l’Ucraina possa andare avanti altri due anni a combattere in queste condizioni? Siamo, anzi, siete sicuri che in altri due anni, con quei problemi già drammatici con ogni probabilità destinati a crescere, l’Ucraina nella sua resistenza e assistita in ogni modo da tutto l’Occidente, riesca a non disgregarsi e a non subire danni maggiori di quelli, indubbi, che subirebbe in caso di un accordo più rapido?

Noi certezze non ne abbiamo. È a quelli ultrasicuri, e ultrasicuri da quattro anni, che chiediamo una risposta.

Fonte

23/12/2025

Pillole di bancarotta /4

Alessandro Volpi ci parla del doppio standard della BCE, che intima agli Stati europei di non tassare le banche ma lascia i loro debiti pubblici in balia dei grandi fondi internazionali. Ci offre una panoramica su proprietà dei giornali, “pluralismo” e “libertà di stampa”, e sul legame tossico fra fondi pensioni e settore immobiliare.

Infine, ci illustra le possibili conseguenze della paventata confisca delle riserve della Banca Centrale Russa, ennesima follia autolesionista dell’Unione europea pervicacemente impegnata nella ricerca del disastro.
Buona lettura!

A questo link le pillole precedenti. I testi delle pillole sono tratti da qui. 

*****

La follia della Bce

Due note sull’istituto presieduto da madame Lagarde. La prima è costituita dal richiamo che la Bce ha fatto ai governi degli Stati europei a non tassare le banche perché sarebbe estremamente pericoloso per la stabilità dei paesi.

Si tratta di un’affermazione davvero incredibile alla luce del fatto che solo le banche italiane hanno realizzato profitti in due anni per circa 100 miliardi di euro.

La seconda si riferisce agli interessi sul debito. Al di là dell’esultanza di Meloni e Giorgetti l’Italia paga nel 2025 106 miliardi di interessi sul debito pubblico contro gli 84 miliardi del 2024; una cifra folle dovuta in gran parte alla fine degli acquisti di debito da parte della Bce e dalla sua sostituzione con i grandi fondi internazionali che chiedono interessi più alti. Magari se la Bce svolgesse un ruolo diverso e non lasciasse i paesi nelle mani dei fondi non sarebbe male. Ma è certo che la Bce non è una banca centrale e, dunque, non si muove nell’interesse delle comunità.
 
A proposito di libertà di stampa, e di egemonia di sinistra

Può essere utile ricordare di chi sono i principali giornali italiani. Partirei dai casi più evidenti di conflitto di interessi e, certamente, espressione di una posizione decisamente filogovernativa. Si tratta dei giornali riconducibili a Gaetano Caltagirone, comprendenti tra gli altri Il Messaggero, il Mattino e il Gazzettino, e ad Antonio Angelucci, a cui appartengono il Giornale, Libero e Il Tempo. Caltagirone e Angellucci, come è noto, hanno un peso decisivo nel sistema bancario, in quello immobiliare e in quello della sanità privata. Angelucci è anche parlamentare della Lega.

Il Secolo XIX è diventato di proprietà dell’armatore Aponte, mentre il gruppo Monti-Riffeser controlla La Nazione, il Resto del Carlino e il Giorno. Il banchiere Enrico Marchi, presidente di Finint, ha acquistato da poco una filiera di giornali del Triveneto e ora punta alla Stampa che Gedi, di proprietà Exor vorrebbe cedere, in maniera separata da Repubblica, il cui compratore sarebbe l’armatore greco Kyriakou.

Il gruppo greco Antenna Group, che sta comprando La Repubblica e le radio GEDI, ha un socio molto ingombrante che dal 2022 è socio del PIF (Public Investment Fund), ovvero il fondo sovrano dell’Arabia Saudita controllato direttamente da Bin Salman.

Si aggiungono il Foglio di proprietà dell’immobiliarista Walter Mainetti, con una quota del banchiere Matteo Apre, Il Riformista e l’Unità dell’imprenditore napoletano Alfredo Romeo. Non mancano nell’elenco il quotidiano di Confindustria e quello del sempre imprendibile Carlo De Benedetti. Confindustria Verona e Confindustria Vicenza hanno, a loro volta, giornali propri come L’Arena, Il giornale di Vicenza e Brescia oggi.

Naturalmente non deve essere trascurato il quotidiano di proprietà di Maurizio Belpietro, La Verità. Infine è obbligatorio menzionare il più venduto quotidiano italiano, Il Corriere della Sera, di Urbano Cairo. Ora, scoprendo questa breve, ma densa lista, mi sembra molto chiaro che una parte rilevante del giornalismo italiano sia attraversata da evidenti conflitti di interessa e da un chiaro posizionamento compreso fra la destra più dura e i liberi moderati, con una evidente predilezione per il centro destra.

Dove sia lo spauracchio dell’egemonia della sinistra mi risulta difficile da capire; ma gridarla consente al monopolio della narrazione filogovernativa di apparire decisamente meno illiberale.
 
Risparmio pensionistico e settore immobiliare

È davvero impressionante constatare quanto ormai il risparmio pensionistico sia determinante nel settore immobiliare. In Italia esiste una decina di grandi società di gestione del risparmio che si occupano di immobili: hanno a disposizione buona parte dei 140 miliardi di euro che si indirizzano verso i fondi immobiliari.

Ma c’è un dato nuovo e davvero inquietante. In passato le società di gestione immobiliare si rivolgevano alla clientela retail direttamente, proponendo i propri fondi. Dunque i compratori erano in genere piccoli risparmiatori che decidevano di comprare quei fondi.
Oggi il 95% del “mercato” immobiliare è costituito dalla già citata decina di Società di risparmio gestito che trattano non più con i singoli risparmiatori ma con le grandi Casse di previdenza pensionistica, da quella degli architetti a quella dei medici a quella dei geometri a cui propongono o da cui ricevono proposte di natura immobiliare.

Il processo avviene, spesso, in questo modo: gli iscritti alla Cassa di previdenza versano i loro risparmi e la Cassa si rivolge alla società di gestione del risparmio per collocare quei risparmi collettivi in un fondo destinato a finanziare una grande operazione immobiliare. Naturalmente la Società di gestione in questione sceglierà progetti altamente remunerativi, in genere a Milano e nelle principali città italiane, dove il “mercato” immobiliare subisce, per effetto di ciò, un costante rialzo dei prezzi destinati a remunerare gli iscritti alla Cassa di previdenza.

È altrettanto naturale che la società di gestione costruisca il proprio fondo puntando ad aree da acquisire a prezzi bassi, con pochi oneri di urbanizzazione, con poche regole urbanistiche – o meglio con molte deroghe alle regole, o con particolari invenzioni “semantiche” – e con tempi di realizzazione molto stretti, magari con appalti, subappalti e cantieri non troppo sicuri.

In estrema sintesi l’affermazione di un binomio fra Società di gestione del risparmio, Casse di previdenza complementare e distorsione costante del settore immobiliare costituisce un elemento centrale del nuovo capitalismo finanziario sempre più basato sulle pensioni private.

Un’ultima considerazione. Di chi è questa decina di Società di gestione? Di pochi ricchissimi italiani – Caltagirone, Pignataro, Catella, Nattino – dei grandi gestori Usa – Blackstone, Apollo, Cerberus, e di qualche fondo sovrano arabo. 

La confisca delle risorse della Banca centrale russa

La vicenda dell’ipotesi di confisca delle risorse della Banca centrale russa da parte dell’Unione europea è davvero incredibile per varie ragioni che provo a mettere in fila.

1) Il totale degli asset della Banca centrale russa detenuti in Europa risulta molto vicino ai 300 miliardi di euro, dunque i 190 detenuti da Euroclear, domiciliata in Belgio, sono solo una parte di questa cifra, ma la Commissione europea sembra volersi concentrare solo su quelli, forse perché gli altri sono nelle mani di importanti e influenti società finanziarie e bancarie.

Bundesbank e Banque de France gestiscono asset sovrani russi per circa 30 miliardi di euro. Le banche svizzere una decina. Clearsteram, una società di proprietà di Deutsche Borse, con sede in Lussemburgo ne detiene un’altra decina di miliardi. Per non parlare del Regno Unito che, attraverso Bank of England ed altre banche private, controlla circa 30 miliardi di euro in asset russi. Appare evidente alla luce di ciò che la confisca solo di quelli detenuti in Belgio è un modo per evitare la confisca da parte degli altri paesi europei dei propri asset sovrani russi.

2) La confisca a titolo di future riparazioni di guerra che la Russia, sconfitta, dovrà pagare implica che il conflitto debba durare fino alla resa definitiva della Russia perché altrimenti i prestiti emessi con questi asset non sarebbero più coperti.

3) Tale confisca è illegale perché si tratta dell’esproprio di beni conservati da una società privata, Euroclear appunto, ad opera di un soggetto istituzionale come l’Unione europea. Peraltro non sarebbe legittimo neppure l’utilizzo per finalità belliche degli interessi maturati da tali asset durante la loro gestione ad opera di Euroclear e degli altri soggetti europei che li detengono.

4) Come ha rilevato persino la Bce tali asset sono in euro e sono detenuti da società e da istituzioni bancarie dell’Eurozona, che detengono gli asset di molti altri paesi. La loro confisca dunque sarebbe un segnale di inaffidabilità dell’euro e dei paesi dell’Eurozona con conseguenze pesanti per la svalutazione dell’euro e dei titoli emessi in euro costretti, per trovare compratori, a pagare interessi più alti.

5) Euroclear, che ha sede in Belgio, non è però di proprietà belga ma ha come soci circa 100 istituti finanziari fra cui spiccano JP Morgan (quindi BlackRock, Vanguard e State Street), Bnp Paribas e Société Genérale che sono interessati al mantenimento degli asset russi, oltre che per evitare cause, anche perché la loro gestione fornisce utili iscritti nel bilancio di Euroclear.

6) Un’eventuale confisca degli asset russi produrrebbe l’immediata, parallela, confisca degli asset europei in Russia il cui valore complessivo è superiore ai 300 miliardi di euro. 

7) È davvero interessante notare che l’operazione di confisca condotta dagli europei non coinvolgerebbe gli Stati Uniti dove la Banca centrale russa non ha praticamente mai depositato i propri asset. Mettere in sequenza questi elementi consente di comprendere l’ennesima follia autolesionista dell’Unione europea pervicacemente impegnata nella ricerca del disastro.

Fonte

19/12/2025

La UE si arrende al debito comune, purché duri la guerra

Alla fine hanno prevalso “i mercati” e i loro interpreti, gli economisti... 

Quella banda di scervellati che si è riunita “ad oltranza” per trovare i soldi da destinare alla guerra in Ucraina – mentre la trattativa di pace li vede esclusi per propria scelta – è arrivata a capire, un attimo prima di finire nel baratro, che era decisamente meno traumatico “fare ulteriore debito” in capo ai diversi Stati della UE piuttosto che destabilizzare i meccanismi finanziari internazionali “rubando” gli asset russi depositati negli istituti europei.

Era da giorni che gli allarmi “tecnici” crescevano di volume e tono. Infrangere il diritto internazionale di proprietà e l’affidabilità di Euroclear (la piattaforma finanziaria con sede in Belgio che detiene formalmente i fondi di Mosca) avrebbe rischiato di far fuggire i capitali di altri paesi stranieri (circa 90, molto diversi tra loro), compromesso la credibilità della UE come partner e tolto qualche pilastro sotto i piedi dell’euro.

Nella notte, dopo inutili tentativi che si infrangevano non solo contro i pareri contrari (Ungheria e Slovacchia apertamente, Belgio, Italia, Malta e Bulgaria con i mezzi toni, la Francia che non voleva farsi togliere neanche gli appena 18 miliardi russi depositati a Parigi, ecc.), anche Merz e van der Leyen hanno preso atto che “la rapina del secolo” non poteva andare in porto.

Da lì in poi la parola è passata agli specialisti della comunicazione, perché disegnassero una diversa “narrativa” incentrata su parole magiche più tranquillizzanti (per “i mercati”): “buon senso”, “pragmatismo”, “stabilità finanziaria”.

Per la Germania e i suoi esponenti è una tramvata in faccia. Il “debito comune” è il loro terrore, non avendo mai voluto né condividere il rischio con gli altri paesi membri né adottare politiche di spesa interna che avrebbero concesso ai partner un mercato di sbocco più ampio (come voleva il “modello mercantilista” che ora anche la Confindustria locale giudica “finito”).

Ma chi voleva e vuole continuare a sostenere la junta di Kiev nella guerra deve farsi carico in qualche modo di pagare i costi di questa scelta suicida. Gli Stati Uniti, ormai è esplicito, se ne stanno tirando fuori, Kiev ha finito i soldi e sta esaurendo anche la “carne da cannone”, i magazzini di armi continentali sono ormai semivuoti... Ergo, o accetti di trattare la pace alle condizioni che la realtà sul campo ha disegnato, oppure metti mano al portafoglio... 

L‘“Europa”, di fronte alla prospettiva di spaccarsi subito e far esplodere anche il caos finanziario, ha scelto il “male minore”: indebitarsi.

Il Consiglio Europeo ha dunque trovato una quadra salvaguardando anche il principio dell’unanimità, programmando di sostenere Kiev per il 2026 e 2027 con un prestito da 90 miliardi, attraverso debito comune.

Per tamponare alla meglio la figuraccia fatta ingranando la retromarcia, al presidente Antonio Costa è stato affidato il compito di dichiarare che: “Oggi abbiamo approvato una decisione per erogare 90 miliardi di euro all’Ucraina per i prossimi due anni. Con urgenza, erogheremo un prestito garantito dal bilancio dell’Unione Europea. Questo affronterà le urgenti esigenze finanziarie dell’Ucraina, e l’Ucraina rimborserà questo prestito solo dopo che la Russia avrà pagato le riparazioni. L’Unione si riserva il diritto di utilizzare i beni immobilizzati per rimborsare questo prestito”.

Ci proveremo ancora, insomma, non è che siamo del tutto rinsaviti... 

Ma anche la soluzione del debito comune, garantito dal bilancio comunitario, presentava i suoi problemi prima della riunione. Ungheria e Slovacchia da mesi dicono apertamente di non voler spendere un altro soldo per Kiev e qualsiasi decisione in materia di bilancio richiede l’unanimità, a prescindere dal “peso” economico e demografico di ogni paese.

Anche qui, insomma, si è dovuto trovare il compromesso: Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca hanno votato a favore della decisione finale solo dopo aver ottenuto – nero su bianco – il diritto di non partecipare, eventualmente, alla spesa. Il loro “contributo” andrà quindi diviso tra gli altri 24 paesi.

Un prestito di 90 miliardi inciderà comunque sulle finanze pubbliche e quindi sulle politiche di spesa dei vari Stati, obbligandoli a tagliare i finanziamenti per welfare, sanità, istruzione, assistenza sociale, ecc. Anche perché altro debito mostruoso è stato già deciso per il riarmo europeo (800 miliardi, spalmati su più anni). E naturalmente, con il “patto di stabilità” in vigore, guai a chi sgarra di un centesimo nella gestione delle finanze pubbliche. A meno che non siano per le armi... 

Perciò è stata elaborata una formula quasi ridicola – più verbale che reale – per non iscrivere immediatamente questi 90 miliardi tra i “debiti”. Ascoltate: “Tale prestito sarà rimborsato dall’Ucraina solo una volta ricevute le riparazioni. Fino ad allora, tali attività rimarranno immobilizzate e l’Unione si riserva il diritto di utilizzarle per rimborsare il prestito, nel pieno rispetto del diritto dell’UE e internazionale”.

In pratica si finge di credere che la Russia, di fatto vincitrice del conflitto armato (vedremo poi in che misura la trattativa con Washington formalizzerà le questioni territoriali e gli altri punti in sospeso), sia obbligabile a pagare “riparazioni di guerra” (cosa che da sempre tocca, semmai, agli sconfitti); anche ricorrendo al furto di quegli asset che oggi non si possono toccare... secondo il diritto internazionale...

Mettendo dunque tutti gli elementi insieme si vede chiaramente che si tratta di un “accordo” abborracciato alla bell’e meglio, con esenzioni ad hoc, “garanzie” scritte sull’acqua, impegni reversibili, ecc. L’unica cosa certa sono i 90 miliardi di debito in più. E qualche ulteriore ostacolo messo sui binari del percorso verso una pace duratura…

La UE, in definitiva, ha rinviato ancora una volta la presa d’atto di una sconfitta strategica. Se avesse proceduto al sequestro dei beni russi avrebbe innescato diverse bombe: caos finanziario, rotture interne, ritorsioni pesanti di Mosca sugli asset europei da quelle parti (soldi, fabbriche, filiali di banche, ecc.).

Ha scelto di proseguire sulla stessa strada ma rallentando il passo. Come quando si scende da una montagna e si sbaglia sentiero. Ad un certo punto non puoi più scendere ancora (c’è un burrone) e sei troppo stanco per risalire. Ma sta arrivando la notte...

Fonte

L’Europa vuole l’escalation finanziaria

di Emiliano Brancaccio

I guerrafondai che stanno apparecchiando la cosiddetta pace in Ucraina sono in disaccordo su un piatto forte da mettere in tavola. Non la linea di confine del Donbass, né le garanzie Nato per la sicurezza futura. La pietanza su cui il dibattito si fa più sanguigno sono i famigerati asset russi.

Cerchiamo di capire la natura dell’oggetto. Sia prima che dopo la guerra, la Russia ha mantenuto la sua vocazione a esportare merci all’estero. Grazie soprattutto alla vendita di petrolio e gas, l’export netto del paese è positivo da molti anni, con punte del 7 percento e stabilmente sopra il 2 percento del Pil.

La conseguenza è che la domanda di rubli è stata sempre piuttosto elevata. Importatori esteri domandano rubli per comprare merci russe, oppure gli stessi esportatori russi incamerano valute estere ma poi le cambiano in rubli per le transazioni interne. Si viene così a creare un eccesso di domanda di rubli, col rischio di un apprezzamento indesiderato della valuta.

Ecco allora che la banca centrale russa decide di “sterilizzare”. Ossia, per tenere sotto controllo il tasso di cambio, vende rubli e in cambio acquista yuan, dollari ed euro, o anche titoli denominati in queste valute estere. Si spiega così gran parte dell’accumulo di “asset russi”, che in larga misura, non a caso, sono di proprietà della Central Bank of Russia.

Di norma, che questi asset siano depositati a Bruxelles o a Fort Knox o a Pechino, nessuno osa dibattere sulla totale libertà del proprietario di rivendicare la titolarità su di essi e di utilizzarli come crede. Questa “normalità”, tuttavia, viene stravolta quando il capitalismo attraversa momenti che potremmo definire di «ritornante accumulazione originaria». Sono le fasi della violenza imperialista, in cui tutto viene messo in discussione, persino il più sacro dei diritti capitalistici: la proprietà.

Non è la prima volta che accade. Stati Uniti e Ue avevano già “congelato” asset depositati all’estero da autorità monetarie di vari paesi, tra cui Siria, Iran e Afghanistan. Questi mantenevano la titolarità della ricchezza ma non potevano più utilizzarla a piacimento. Di solito un tale “congelamento” costituisce una potente arma finanziaria. Durante un conflitto militare, un paese può aver bisogno di utilizzare valuta estera, per impedire il crollo del tasso di cambio e magari per rifornimenti essenziali, tra cui generi di prima necessità. Bloccando i suoi “asset”, dunque, si può realmente mettere in ginocchio una nazione.

Nel caso della Russia, tuttavia, le cose non sono andate come l’Occidente sperava. Dopo l’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito di Putin, la Cina ha incrementato di oltre il 65 percento l’interscambio con l’economia russa. E un aumento di proporzioni simili è avvenuto, guarda caso, con l’intera area Brics. Un risultato di questa maggiore integrazione è che la Russia non ha subìto stravolgimenti del saldo di bilancia commerciale.

Di conseguenza, a Mosca non hanno tanta urgenza di riprendere il controllo degli asset che dal 2022 Ue, Stati Uniti e gli altri del G7 tengono “congelati”. Il problema di diritto proprietario è cruciale ma Putin non ha fretta di risolverlo, può continuare a bombardare l’Ucraina con tutta calma.

Ecco allora spiegato il tentativo di “escalation finanziaria” da parte di vari paesi europei. Non basta più congelare, bisogna confiscare gli asset russi, che debbono diventare vere e proprie riparazioni di guerra a fondo perduto. Dal Regno Unito all’Estonia, la proposta è di passare direttamente all’esproprio.

A ben vedere, si tratta di una posizione opposta a quella degli Stati Uniti, che suggeriscono di utilizzare gli asset russi non come donazioni riparatrici ma al contrario come investimenti remunerativi da attuare in Ucraina, con la partecipazione delle oligarchie russe e dunque con il pieno consenso di Mosca. Orrida ipotesi per i capitalisti europei, che già reputavano l’Ucraina “cosa loro”.

È questa una partita chiave per comprendere l’evoluzione dei rapporti futuri tra gli imperialismi europei e quelli concorrenti di Stati Uniti e Russia. Con il monito della Bce che potrebbe fungere da ago della bilancia. Lagarde avvisa: se si mette in discussione il diritto di proprietà denominate in euro, si mette in crisi la fiducia mondiale intorno alla moneta unica.

In fin dei conti, è un «whatever it takes» adattato alla nuova epoca imperiale: fare tutto il necessario per salvare l’euro, al limite anche lasciare l’Ucraina al suo destino.

Fonte

18/12/2025

“Qui si fa l’Europa”? No, si muore...

Ventisette paesi riuniti per decidere come finanziare ancora la guerra in Ucraina, mettendo soldi per altre armi e stipendi subito e accantonandone altri per la futura ricostruzione del paese. C’è una certezza: il conto è quasi per intero sulle spalle della UE, visto che gli Usa di Trump hanno perso interesse per questa partita.

Il tema centrale degli ultimi giorni è stato: si prendono di prepotenza gli asset russi (210 miliardi) depositati negli istituti europei oppure si fa debito comune (in percentuale alla ricchezza di ogni paese)?

La prima ipotesi è allettante, o lo sembra, perché il conto verrebbe così girato alla Russia. Ma le controindicazioni sono devastanti, specie per un insieme dagli interessi economici non più tanto allineati.

Intanto, come si è scritto più volte, quei soldi sono quasi tutti congelati nell’istituto belga Euroclear, e dunque il premier di quel paese si rifiuta – comprensibilmente – di consentire il prelievo di una cifra mostruosa per le sue finanze con la quasi certezza che poi sarebbe obbligato a restituirla a Mosca. Chiede pertanto “garanzie ferree”, esigibili senza rinvii, dagli altri 26 membri della UE.

E già questo riporta in pratica alla seconda ipotesi: col debito comune? L’idea è esclusa dalla Germania, da sempre contraria e già abbastanza innervosita di suo – insieme ad altri paesi “virtuosi” – per gli effetti della politica monetaria della Bce fin dai tempi del “whatever it takes” di Mario Draghi per salvare l’euro. Gli acquisti di titoli di stato da parte della Bce erano stati per forza di cose sbilanciati, privilegiando i bond delle “cicale” mediterranee, che altrimenti sarebbero andate in default, e trasferendo così un po’ di ricchezza dai paesi solidi a quelli in bilico.

Dunque bisogna cercare di fregarsi i soldi russi... Qui emerge il secondo problema, inaggirabile sul piano “legale”. Euroclear non è propriamente una banca, ma un’infrastruttura che regola transazioni per oltre 30 mila miliardi di euro al mese, in gran parte obbligazioni, di cui assicura la custodia e la regolazione fra le parti in ogni scambio.

Tra i suoi azionisti di riferimento ci sono la banca centrale cinese, i fondi sovrani di Australia, Nuova Zelanda e Singapore, le banche pubbliche della Francia e del Belgio. I depositi fissi ammontano a 42mila miliardi di euro, ma per far fronte alle emergenze dispone di soli 5 miliardi. Niente, di fatto.

La tenuta di Eurclear è tutta affidata alla sua credibilità. Qualsiasi cifra a lei affidata – fossero pure solo 10 euro – restano a disposizione immediata del legittimo proprietario, altrimenti ogni altro depositante troverà impossibile restare tranquillo. Chi mai affiderebbe i propri soldi a qualcuno che può decidere di tenerseli per una scelta politica?

E questo senza neanche calcolare le sicure ritorsioni russe sugli asset europei là giacenti (stabilimenti industriali francesi, 18 miliardi depositati, le filiali di Unicredit ancora aperte, ecc.).

Immaginare marchingegni “legali” per arrivare all’esproprio è insomma possibile, ma nella realtà del mondo degli affari stabilire un simile precedente significar far fuggire quasi tutti gli altri; o almeno quelli “a rischio politico” (arabi, cinesi, ecc.).

È come la differenza tra matematica e fisica. In matematica puoi immaginare qualsiasi cosa, anche uno spazio a “n dimensioni” (da 1 all’infinito) e svolgere tutte le operazioni che ti proponi. In fisica ti devi fermare a sole quattro dimensioni, è già la quinta diventa campo aperto per la letteratura fantascientifica (per qualche dimensione in più, fino a 10-11, bisogna ascoltare e capire i fisici da premio Nobel che ragionano sulla “teoria delle stringhe”).

Il problema che sta davanti ai nanerottoli europei è insomma gigantesco. Non si tratta soltanto di garantire l’eventuale buco da 180 miliardi che si aprirebbe – a richiesta russa – nei conti di Euroclear e quindi del Belgio, ma di mantenere la credibilità mondiale di un’infrastruttura finanziaria che fa girare capitali anche e soprattutto in Europa.

Il che coinvolge direttamente la credibilità della moneta unica, peraltro già di suo sotto tensione per il citato malessere dei “virtuosi”. Ma anche quella della stessa Unione, in queste ore alle prese con la firma dell’accordo commerciale con il Mercosur – la Francia è contraria, la Germania lo sostiene, l’italietta chiede un rinvio, ecc. – e l’ultimatum posto dal brasiliano Lula: “o si firma questo sabato (dopo venti giorni di rinvio), oppure non si fa più”.

Ma non è di questo che finora hanno parlato i 27. Solo del “marchingegno” legale da inventare per mettere le mani su “appena” 180 miliardi.

C’è in definitiva uno scarto bestiale tra la supponenza tardocoloniale con cui si muovono e cianciano questi sedicenti “leader” e la realtà di un Mondo ormai multipolare di fatto, dove cioè i pesi specifici di paesi o macroaree economiche sono decisamente cambiati.

Il grafico qui di fianco mostra senza possibilità di dubbio cosa vada in realtà inteso per “declino europeo” – dunque anche occidentale, euro-atlantico nel suo insieme: non solo o non tanto un “impoverimento assoluto” (che pure c’è stato soprattutto per le classi popolari), quanto una perdita di “peso specifico” in relazione agli altri soggetti, storici o emergenti.

Qualsiasi decisione emerga dal vertice, insomma, a bocce ferme è sbagliata. Sia che si scelga una delle due ipotesi, sia che si proceda “a maggioranza” oppure “all’unanimità”.

Non c’è modo di ribaltare con “marchingegni” una sconfitta strategica sul campo, che mette totalmente in discussione il “modello di crescita” e gestione del potere vigente da quasi 40 anni.

È cambiato il contesto e il sistema delle alleanze (gli Usa stanno pensando ad altro...), non si è più “centrali” come qualche decennio fa, ma ci si sta comunque facendo “nemico” tutto il mondo senza avere più neanche “la forza” per minacciarlo.

Un soprassalto di serietà vitale, da questa borghesia morente, non è nelle attese. Bloccare tutto per cambiare tutto, con una via d’uscita socialista in testa, appare ogni giorno di più l’unico modo di evitare il baratro della guerra.

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17/12/2025

“I fondi russi o morte”

Il vertice dei leader europei, domani, rischia di diventare “storico” in diversi sensi a seconda del risultato finale.

Al centro della discussione l’ormai consumata questione del sequestro – in qualsiasi forma legale – degli asset russi depositati in istituti finanziari europei, per utilizzarli in armamenti e sostegno economico all’Ucraina. Un’idea non solo illegale dal punto di vista del diritto internazionale (neanche la Germania di Hitler venne espropriata dei suoi beni all’estero), ma soprattutto pericolosa per il sistema finanziario europeo.

Se il furto andasse in porto, infatti, sarebbe difficile convincere i titolari esteri di beni in Europa a mantenere qui i loro soldi. E stiamo parlando di circa 90 paesi diversi... E questo senza neanche calcolare il costo della ritorsione russa sugli asset europei da loro (più industriali che finanziari).

In più c’è la resistenza del Belgio – il paese in cui è depositata la gran parte dei soldi russi, tra 140 e 180 miliardi – perché sicuramente perderebbe la causa intentata dalla Russia (già iniziata con un ricorso a Mosca, per ora) e sarebbe obbligato a restituire una cifra che non avrebbe più in deposito. Per un paese così piccolo sarebbe il dissesto sicuro.

Non è finita. Nell’idea trumpiana di “pace” c’è anche quella di utilizzo congiunto, russo-statunitense, di quegli asset per affari comuni post-bellici. Il che ha fatto inalberare il governo tedesco, ma non solo... 

Non si conosce ancora ufficialmente la posizione russa, ma la vicenda sembra già ridotta al tesoro dei pirati dei Caraibi, con diverse bande allupate intorno a un “baule” che però ha un legittimo proprietario in vita (e alquanto robusto...) nonché un custode legale magari debole ma “dei nostri” (il Belgio è tra i sei paesi fondatori della UE, tanto che la sede centrale è stata fissata a Bruxelles).

La questione, all’osso, è semplice: o l’Unione Europea agisce “da dittatore” imponendo il sequestro con una decisione a maggioranza invece che all’unanimità (con almeno sei paesi contrari: lo stesso Belgio, Ungheria, Malta, Bulgaria, Italia e Slovacchia), e creando un precedente pericoloso, oppure garantisce collettivamente la cifra sequestrabile, sollevando il solo Belgio dalla responsabilità del risarcimento.

La scelta è insomma tra terremotare gli equilibri interni alla UE facendo saltare alcuni princìpi fissati in trattati, oppure creare un “debito comune” di grande portata.

Sulla seconda ipotesi si sommano molti problemi, che vanno dalla contrarietà dei sedicenti paesi “virtuosi” (quelli del “Grande Nord”, paradossalmente tra i più guerrafondai) alla difficoltà di “piazzare” in breve tempo titoli di debito per oltre 1.000 miliardi di euro (vanno sommati gli 800 per il “riarmo” e quelli per altre iniziative straordinarie).

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha sintetizzato a suo modo il problema: “Non inganniamoci. Se non riusciremo in questo [utilizzare i fondi russi, ndr], la capacità di azione dell’Unione Europea sarà gravemente compromessa per anni, se non per un periodo più lungo”. Affastellare impotenza strategica, disorientamento politico e nuovo debito insostenibile è la miscela giusta per rompersi le corna... 

La proposta della Commissione Europea per ora resta quella di sbloccare un prestito da 210 miliardi di euro all’Ucraina ma finanziato e garantito con gli asset russi congelati. Una “mandrakata” da commercialisti fantasiosi che ha però sempre il problema irrisolto: quei soldi la Russia può richiederli indietro in qualunque momento e il Belgio glieli deve restituire... 

La cosa è così chiara che è riuscita a capirla persino il cosiddetto “alto rappresentante per la politica estera”, l’estone Kaja Kallas: “non sarebbe facile” ignorare il Belgio, dato che la maggior parte degli asset si trova in quel paese; ergo “Penso che sia importante che loro siano a bordo con qualunque cosa facciamo”.

Ma ogni tentativo di convincere il premier Bart De Wever a privarsi di quei fondi senza garanzie ferree è naturalmente andato fallito, anche perché sottoposto contemporaneamente alla scontata pressione di Mosca e a quella meno prevedibile di Washington, che sembra aver posto un’“opa” su quei conti.

La situazione appare dunque bloccata, ma in qualche modo avviata ad una disastrosa soluzione purchessia. A pesare, infatti, è la profondissima crisi economica tedesca – e dunque dell’intero continente, trasparente già dietro il discorsetto preoccupato di Merz citato prima.

A rafforzare il senso di drammatica urgenza è arrivato ieri anche il presidente della Bdi (la Confindustria tedesca), Peter Leibinger, con un’intervista alla Süddeutsche Zeitung: «È la crisi peggiore dal 1949, il nostro modello è al capolinea».

Il capo degli imprenditori sottolinea che non si tratta di una semplice flessione ciclica, ma di una “crisi strutturale profonda”, che può portare a una deindustrializzazione irreversibile. Tra le ragioni indicate i costi energetici (la perdita del gas russo in seguito al sabotaggio del Nord Stream, organizzato dai servizi segreti ucraini insieme a quelli inglesi), la burocrazia, le “regole europee”, fino alla crescente competizione globale.

Il Pil tedesco chiuderà l’anno tra 0 e +0,1%, mentre l’istituto Ifo prevede quasi 3 milioni di disoccupati, con il settore manifatturiero che ha perso oltre 500mila posti di lavoro dai picchi pre-Covid.

Ed è risaputo che una crisi industriale tedesca significa crollo dell’apparato industriale europeo, in larga parte “contoterzista” della produzione teutonica.

In questo quadro, appare ancor più incomprensibile la scelta “europeista” di far proseguire la guerra in Ucraina nonostante gli Stati Uniti abbiano deciso di sfilarsi in tempi anche rapidi. Tutte le ragioni economiche, infatti, premono per riaprire i canali commerciali con il resto del mondo, se non altro per compensare il colpo subito con i dazi statunitensi.

Ma “dio confonde coloro che vuol perdere”...

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15/12/2025

Guerra in Ucraina - Kiev si adatta alla linea Usa

Qualsiasi trattativa di pace che si rispetti è lunga, condotta sottotraccia e con slogan propagandistici in superficie, dolorosa per tutti perché nel frattempo la guerra continua.

Chi deve affidarsi alle indiscrezioni lasciate trapelare dagli addetti ai lavori – al 99% propaganda – può solo cogliere eventuali modifiche nella “narrazione” dominante che accompagna le trattative da questo lato della barricata. Ossia in campo euro-atlantico e secondo le linee di faglia ormai conclamate tra Usa trumpiani e “volenterosi” del Vecchio Continente.

Seguendo questo criterio abbiamo potuto cogliere lo spostamento passo dopo passo da una posizione totalmente contraria a qualunque soluzione realistica della guerra verso una che prende atto della situazione sul campo e lascia nel cestino gran parte delle sparate retoriche che invece ancora abitano i media mainstream europei.

Il campo di gara è presto disegnato. Usa e Russia hanno raggiunto un’intesa di massima solo in parte resa nota. I “volenterosi” – e a seguire, spesso malvolentieri, il resto dell’Unione Europea – sono contrari a qualsiasi conclusione diversa dalla sconfitta della Russia. La junta di Kiev, sedotta e abbandonata da chi la guerra l’ha voluta (gli Stati Uniti in bersione “dem”), erosa dagli scandali e dalle ruberie, alle prese con l’esaurimento della “carne da cannone” da inviare al fronte, deve lasciare gradualmente da parte i sogni di vittoria e recupero dei territori già persi militarmente.

Gradualmente e ricercando il consenso interno alle bande che contano – neonazisti in testa – per non correre il rischio di trasformare una trattativa di pace in una guerra interna. Sullo sfondo resta il popolo ucraino, cui è stato chiesto un sacrificio senza pari e senza alcun premio possibile alle viste.

Stabilito questo, la lunga riunione di ieri all’hotel Adlon di Berlino con gli inviati Usa Steve Witkoff e Jared Kushner, sembra aver segnato un ulteriore ma chiaro passo avanti di Zelenskij verso l’accettazione di aver perso definitivamente i territori al di là della linea del fronte. Non che sia una cosa strana... In qualsiasi guerra è difficile che ci siano sul piano diplomatico significativi scostamenti dalla situazione sul terreno. Qualche scambio, sì, grosse differenze mai.

Però è significativo che il focus sui territori si sia definitivamente spostato dal “rivogliamo tutto” a “congeliamo il fronte”. Sul punto, rispetto alla richiesta russa, la differenza è relativamente minima. La Crimea è fuori discussione dal 2014. Il Lugansk è totalmente in mano russa, il Donetsk ben oltre il 70%, così come negli altri oblast già inseriti nella Costituzione di Mosca (Kherson, Zaporizhzhia).

La discussione interna al campo occidentale riguarda ormai l’eventuale definizione del “cuscinetto di sicurezza”, la zona demilitarizzata che dovrebbe separare i sue contendenti. Se deve essere ritagliata togliendola soltanto alla parte che Kiev controlla oppure se fare fifty-fifty con la Russia.

Lo spostamento simbolico più significativo sta però nella rinuncia ucraina all’ingresso nella Nato, punto decisivo per definire un vero trattato di pace sul lungo periodo e non solo una “tregua” che si romperebbe al primo movimento non ben ragionato. In compenso Zelenskij chiede “garanzie di sicurezza bilaterali tra l’Ucraina e gli Stati Uniti, vale a dire garanzie sul modello dell’Articolo 5, così come garanzie di sicurezza per noi da parte dei nostri partner europei e di altri Paesi come il Canada, il Giappone e altri”.

Chiaro che il ruolo decisivo – per copertura satellitare e atomica – è in mano agli Usa. Se il Congresso approvasse l’accordo, Kiev sarebbe considerato quasi come un paese Nato pur senza esserlo, almeno sul piano difensivo (non potrebbero però essere schierate truppe e missili occidentali né condotte manovre congiunte sul suo territorio). Bisognerà vedere se Mosca può accettare una soluzione del genere, che all’evidenza può nascondere cento trappole, ma comunque c’è l’abbandono di un punto prima considerato “irrinunciabile”.

Sarebbero buone notizie se il “terzo escluso” – l’Unione Europea e i “volenterosi” double face (stare al tavolo, ma per farlo saltare) non stessero ancora seminando ostacoli rilevanti, a partire dalla mossa azzardatissima del congelamento degli asset russi depositati in Europa quando Putin era un cliente come qualsiasi altro.

Sul punto la Banca centrale russa ha aperto una causa presso il Tribunale arbitrale di Mosca, chiedendo al fondo belga Euroclear un risarcimento di circa 200 miliardi di euro per quel congelamento deciso dalla UE.

È da ricordare che per volontà dei gruppi multinazionali più grandi, in epoca di neoliberismo e “globalizzazione”, tutte le contese legali tra grandi aziende e singoli Stati sono state trasferite da tribunali internazionali a “collegi arbitrali” totalmente privati, spesso composti dagli stessi “avvocati d’affari” che avevano scritto le regole.

Attendersi in questi luoghi oscuri una sentenza sfavorevole ai soggetti privati (gli asset russi sono di questo tipo, non proprietà della Federazione Russa) è un pio desiderio. Dunque si apre una partita che potrebbe presto costringere il Belgio – poverino – a dissanguarsi per aver subito una decisione europea cui era ed è disperatamente contrario.

Senza nemmeno aggiungere la crisi di “affidabilità” che si apre per tutti gli istituti finanziari europei, presso i quali sono depositati asset provenienti da ben 90 paesi diversi. Secondo diversi esperti, per esempio, diversi paesi arabi avrebbero già cominciato a ritirare i propri fondi trasferendoli verso porti più sicuri.

Vedremo presto gli sviluppi, ma a noi sembra chiaro che potremmo presto trovarci in una situazione in cui Kiev accetta di essere rappresentata da Trump nella trattativa diretta con Mosca e “l’Europa” rimane con tutti i cerini in mano: pagare la ricostruzione dell’Ucraina per favorire il suo ingresso nell’Unione, perdere migliaia di miliardi di capitali esteri, investire in riarmo anziché in impegni produttivi altre centinaia di miliardi sottraendoli alla spesa sociale e dunque ai consumi interni...

Con tutte le eventuali conseguenze sociali del caso.

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13/12/2025

Una rapina di guerra. La UE all’assalto dei “fondi russi”

L’Unione Europea – o meglio la sua attuale “direzione politica” – ha piazzato almeno tre bombe sotto il proprio stesso edificio. Ed il bello è che l’ha fatto con una mossa sola.

Ieri sera 25 paesi su 27 hanno dato il loro “ok” al blocco senza scadenza degli asset russi depositati nelle banche europee e in primo luogo del Belgio. L’idea esplicita è quella di appropriarsene per utilizzarli poi a sostegno dell’Ucraina, sia se la guerra prosegue sia per la successiva ricostruzione.

La prima bomba consiste è interna, e consiste nell’abbandono della unanimità sulle decisioni rilevanti, visto che Ungheria e Slovacchia (con governi peraltro di colore politico opposto; di destra Budapest, socialdemocratico quello di Bratislava) hanno confermato il loro “no”.

Il superamento dell’unanimità è avvenuto ricorrendo ad un trucco legale da azzeccagarbugli, ricorrendo all’articolo 122 che permette all’esecutivo europeo, “in una situazione di emergenza economica” di procedere a maggioranza qualificata. La “pezza” è stata messa argomentando che la guerra sta provocando problemi all’economia continentale; il che è persino vero (le “sanzioni” poste alla Russia – 19 “pacchetti” – si sono rivelate suicide, interrompendo lucrosi scambi reciproci, a partire dalla perdita del gas a prezzo molto più basso del GNL statunitense), ma per cause decisamente extra-economiche.

Giustificare una decisione “di guerra” con “problemi tecnici” apre però una voragine nei meccanismi decisionali della UE, perché diventa un precedente per altre scelte simili, mettendo i paesi eventualmente contrari nella condizione di dover valutare se restare o andarsene.

Per di più ben quattro paesi – Italia, Belgio, Bulgaria e Malta – hanno accompagnato il loro sofferto “sì” con una serie di distinguo da cui emerge che acconsentono solo “per spirito di cooperazione” e per non essere accomunati ai due “reprobi” est europei.

I quattro paesi hanno rimarcato che il voto a maggioranza qualificata a cui si è fatto ricorso non debba costituire “un precedente per la politica estera e di sicurezza comune”. E hanno ribadito che il via libera al blocco non deve anticipare in alcun modo il placet sull’uso degli asset. Anzi, i 4 Paesi hanno invitato la Commissione a continuare a cercare soluzioni ponte o vie alternative, che comportino “rischi inferiori”.

In concreto, il dispositivo approvato contiene novità importanti. Innanzitutto evita il rinnovo semestrale del divieto di trasferimento a Mosca delle attività della Banca centrale russa immobilizzate nell’UE. Gli asset restano congelati sine die. O meglio: fino alla fine della guerra e di ogni “attività aggressiva di Mosca” nei confronti dell’Ucraina e dell’UE.

Non è ancora il “furto” dei beni russi, ma pone – sperano i proponenti – le basi “legali” per arrivarci. Complicato, visto che Mosca ha immediatamente annunciato l’apertura di una battaglia legale di enormi dimensioni.

La terza bomba riguarda comunque il futuro dei capitali extraeuropei depositati o investiti in Europa. Sono circa 90 i paesi che si trovano a questo punto esposti – a seconda della propria posizione politica anche temporanea – a decisioni identiche. Difficile, insomma, lasciare depositati beni in istituti finanziari che possono – per una iniziativa politica superiore – appropriarsene. La “fiducia degli investitori” e la “proprietà privata” vengono così demoliti in una volta sola, facendo dell'“Europa” un luogo inaffidabile per investimenti importanti.

Per capire la gravità di una decisione del genere bisogna fare il confronto storico: neanche alla Germania di Hitler o all’Italia fascista fu riservato un trattamento del genere.

La partita non è comunque ancora chiusa definitivamente. Il summit del 18 dicembre oltre a presentarsi come tra i più importanti degli ultimi anni, rischia di tramutarsi in una dura resa dei conti tra i vari paesi.

Ma è chiaro che si vanno moltiplicando le crepe in una costruzione pensata per tempi decisamente diversi da questi.

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07/12/2025

Chi garantisce per i “soldi russi” da girare all’Ucraina? Nessuno…

L’impressione di essere guidati – come Unione Europea e governanti nazionali – da un branco di incompetenti per quanto riguarda le questioni strategiche era già fortissima. Appena temperata dalla insana fiducia instillata nelle opinioni pubbliche circa la loro capacità di controllare le questioni economiche e finanziarie, ben rappresentate dai vincoli inseriti nei trattati che definiscono il “pilota automatico” dell’austerità sui conti pubblici.

Ora anche questa deve crollare davanti all’evidenza.

Sentiamo tutti i giorni che i vertici europei stanno da tempo pensando di sequestrare i fondi russi depositati in banche europee, per una cifra sempre un po’ ballerina ma stabilmente sopra i 140 miliardi per quanto riguarda il solo Belgio, e forse 210 in totale, o di più. Soldi che verrebbero utilizzati per sostenere la guerra dell’Ucraina contro la Russia e, se poi ne avanzano, anche per la ricostruzione dei territori che resteranno a Kiev.

Dal punto di vista commerciale e legale, si tratta di un vero e proprio furto che – fra l’altro – mette in discussione la “difesa della proprietà privata” nell’area del pianeta che più ha fatto di quest’ultima l’unica “libertà” che conti. Per non parlare del rischio che altri paesi, resi edotti dal comportamento piratesco dei poteri europei, portino via i loro soldi verso porti più sicuri (in Europa sono depositati soldi e beni di circa 90 paesi).

Ma, si potrebbe dire, cosa volete che sia un furto davanti ad una guerra e ai suoi orrori... 

Sia pure, ma almeno bisogna saper fare i ladri, no?

E invece quegli svalvolati al vertice della UE – von der Leyen, Kallas, Dombrovskis, ecc. – ogni giorni se ne inventano una nuova per arrivare al punto, man mano che scoprono i problemi che rendono un azzardo quell’idea.

Dopo aver deciso di prendersi quei fondi e farne quel che avevano in mente, si sono accorti che Euroclear Bank, il braccio finanziario dell’istituzione belga, è alquanto restia a farsi togliere i 140 miliardi russi che amministra con profitto (mica crederete che quei soldi stiano fermi in una cassaforte invece di essere investiti da qualche parte, no?).

Si sta andando verso una trattativa di pace – è l’argomento – anche se alla UE non piace il come questo possa avvenire. E nella trattativa c’è naturalmente anche la questione delle sanzioni alla Russia, che potrebbero subito dopo essere cancellate. A quel punto il “legale proprietario” potrebbe richiederli indietro e non ci sarebbe alcuna possibilità di negarglieli. Pena il chiudere i mercati finanziari europei ai “foresti”... 

Se la UE se li prende per pagare il conto in Ucraina, quando bisognerà restituirli saranno però i belgi a doverglieli dare. E per l’economia di quel piccolo paese 140 miliardi sono una cifra che può metterlo in ginocchio. Quindi chiede una “garanzia europea” che copra il rischio di una causa internazionale persa in partenza.

Ok, dicono i grandi pensatori al vertice della UE. Chiediamo alla Banca Centrale Europea (la Bce, presieduta da quell’anima buona sempre disponibile di Christine Lagarde) di fare da “prestatore di ultima istanza”, tanto è lì che si stampano gli euro...

Ma l’istituto di Francoforte spiega subito sottovoce che “la proposta della Commissione europea viola il suo mandato”. Non che non vorrebbe, insomma. È che proprio non può, non è previsto dalla legge (dal trattato europeo fondativo) – sarebbe un finanziamento diretto degli Stati, cosa vietatissima secondo i criteri dell’“austerità” ordoliberista.

È qui che i superbi geniacci dell’Unione Europea – quelli che manco conoscono i trattati che dovrebbero applicare – cominciano a somigliare a pugili suonati, quelli che dopo un ko si rialzano e vogliono riprendere il combattimento, ma inciampano nella nebbia.

E va beh, dicono subito, allora la garanzia la metteranno tutti e 27 i paesi membri. Cosa volete che siano 140 miliardi divisi tra loro? Al massimo ci dice “no” solo Orbàn, che ne dovrebbe mettere al massimo uno o due... 

Ma prima sarebbe bene che ascoltassero le perplessità degli altri ventisei. Sebbene i governi europei siano aperti a garantire una cifra predeterminata, infatti – secondo la confessione fatta qualche giorno fa a POLITICO sotto anonimato – sono però riluttanti a sottoscrivere quella che descrivono come una “carta bianca”. Qualche miliardo va bene, ma 140 proprio no. Perché, semplicemente, metterebbe la sostenibilità finanziaria del loro paese alla mercé di una sentenza giudiziaria, esponendoli potenzialmente a rimborsi per miliardi di euro anche per anni dopo la fine della guerra in Ucraina.

“Se le garanzie sono infinite e senza limiti, allora in cosa ci stiamo cacciando?”, ha sintetizzato un ministro finanziario rimasto anonimo.

“Per molti Stati membri, è politicamente difficile dare questa carta bianca”, ha detto un altro. Vagli a spiegare, poi, alla popolazione che devono stringere la cinghia perché bisogna ridare i soldi ai russi che hanno vinto la guerra e, come tutti i vincitori, non scuciono un centesimo... 

Per assicurarsi il consenso politico, la Commissione ha mostrato ad alcuni ambasciatori UE alcune sezioni della sua proposta giuridica, ma l’importo specifico delle garanzie è stato lasciato in bianco. Ti piace la macchina? Meglio che non ti dica quanto ti può costare... 

L’alternativa sarebbe allora emettere altro debito UE per coprire il deficit di bilancio dell’Ucraina. Ma l’idea è impopolare tra la maggior parte dei governi UE, perché anche questa ovviamente implica l’uso di denaro dei contribuenti. Che è già risucchiato nel riarmo e nel servizio del debito... 

Un ulteriore ostacolo è l’opposizione di qualche paese – non solo l’Ungheria di Orbàn... – perché certe decisioni vanno prese all’unanimità. I furbissimi membri della Commissione – tra un arresto per corruzione e l’altro – hanno scovato un codicillo dei trattati che permetterebbe, su alcune tematiche economiche, di procedere a “maggioranza qualificata”, aggirando i veti.

L’art. 122 dei trattati consentirebbe, secondo alcuni, «di vietare, su base temporanea, qualsiasi trasferimento diretto o indiretto alla Banca centrale di Russia o a suo beneficio» senza richiedere l’unanimità. In pratica è come piazzare una bomba a scoppio ritardato nel processo di costruzione della UE (se posso essere obbligato a fare quello che non voglio, tanto vale che me ne vado alla prima occasione). Ma oltretutto resterebbe comunque il problema del Belgio, sede fisico-legale della maggior parte dei fondi russi.

Un guazzabuglio che von der Leyen & co. vorrebbero comunque mettere in piedi d’autorità, pretendendo “poteri d’emergenza” (in Italia possiamo dare lezioni, in materia...). Ma è più facile far credere che siamo sorvolati tutti i giorni da sciami di “droni russi” piuttosto che realizzare un furto lasciando in brache di tela uno dei tuoi soci...

Nel frattempo la stampa “europeista” e guerrafondaia ha già cominciato a classificare il piccolo paese come “il più valido asset russo”. Con tanto di cancelliere tedesco, Merz, che va direttamente dal premier fiammingo per fornirgli qualche garanzia verbale in più. Ma quello: “niet”, vuole garanzie vere, nero su bianco ed esigibili in caso – ormai inevitabile, dice esplicitamente – che Mosca vinca la guerra e rivoglia tutti i suoi soldi indietro.

Ma se nessuno garantisce niente (al massimo qualche spicciolo) come si fa a portare a termine una rapina con mezzi legali? Il rischio, in una comunità di Stati, deve essere condiviso; non si può scaricare tutto addosso ad uno soltanto (come fatto con l’Ucraina: “vai avanti te, che poi ti copriamo...”). Perché quello, se non è uno stupido o un suprematista esaltato, non ci sta.

Il problema, insomma, non è la resistenza del Belgio, ma l’imbuto in cui si sono cacciati questi super-governanti scelti col manuale Cencelli tra i più obbedienti al “pensiero unico”. E che perciò ogni volta che sono chiamati ad elaborare un pensiero vero, adeguato a risolvere i problemi posti dalla situazione reale, dimostrano una capacità da asilo d’infanzia.

Non perché siano “scemi”, ovviamente. Sono semplicemente le persone sbagliate nei posti sbagliati in un momento molto complicato. Messe lì per difendere banali “interessi di classe” del capitalismo finanziario e multinazionale, al ritmo di un “pilota automatico” fissato in trattati, si ritrovano a ballare musiche che non hanno mai sentito né studiato...

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03/12/2025

Il pasticciaccio dei fondi russi che Bruxelles vorrebbe sequestrare

Anche la Banca Centrale Europea (Bce) ha respinto la richiesta della Commissione europea di fare da garante per il maxi-prestito da 140 miliardi di euro destinato all’Ucraina ma utilizzando i fondi russi sequestrati in Europa. La Bce ha spiegato che il piano violerebbe il divieto di “finanziamento monetario” previsto dai trattati Ue. Lo riferisce il quotidiano britannico “Financial Times”.

Il progetto della Commissione europea punta ad aggirare i vincoli previsti attraverso un “prestito di riparazione” basato sugli asset della banca centrale russa immobilizzati presso Euroclear, mentre gli Stati membri fornirebbero garanzie statali per ripartire il rischio. Tuttavia, la Commissione ha avvertito che i Paesi dell’Ue non sarebbero in grado di reperire rapidamente la liquidità in caso di emergenza, rischiando di mettere “sotto pressione i mercati”. Da qui la richiesta – respinta – che la Bce fungesse da prestatore di ultima istanza per Euroclear, istituto di base in Belgio. Ma la stessa Bce ha ribadito che la proposta “violerebbe il diritto dei trattati”.

Dal canto suo il Belgio ha ripetutamente messo le mani avanti contro i rischi derivanti dall’uso degli asset russi congelati. Il ministro degli Esteri belga, Maxime Prévot, in un’intervista ha affermato che questi rischi “sono semplici: se la Russia ci porta in tribunale avrà tutte le possibilità di vincere e noi non saremo in grado di rimborsare questi 200 miliardi perché rappresentano l’equivalente di un anno di bilancio federale. Significherebbe la bancarotta”. Il ministro ha sottolineato che si tratta della “grande spada di Damocle che pende sulla testa” del Belgio. “Vogliamo evitare di violare il diritto internazionale non basandoci su una decisione giudiziaria, ma sulla volontà politica”.

Anche per il premier belga Bart De Wever l’uso immediato delle riserve statali russe congelate presso Euroclear toglierebbe all’Europa un’importante leva negoziale. De Wever, con una valutazione che deve aver tolto il sonno a molti suoi colleghi europei più bellicosi, ha avvertito che “nell’evento molto probabile in cui la Russia non risulti ufficialmente la parte perdente, essa, come dimostra la storia in altri casi, chiederà legittimamente che i suoi asset sovrani siano restituiti”.

La preoccupazione non è solo o tanto quella militare sul campo ma anche finanziaria. Il Belgio teme di essere il primo paese esposto ad azioni legali o richieste di risarcimento. Per questo De Wever condiziona qualsiasi sostegno al progetto a garanzie molto ampie da parte degli altri Stati europei che vorrebbe “giuridicamente vincolanti, incondizionate, irrevocabili, immediate, con responsabilità solidale”.

Queste garanzie europee dovrebbero andare a copertura dei ben 185 miliardi russi custoditi da Euroclear. Il primo ministro belga chiede inoltre un meccanismo comune per gestire e ripartire i costi di eventuali procedimenti giudiziari e vuole che nel prestito vengano inclusi anche gli asset congelati negli altri paesi europei.

La Commissione europea è al lavoro su soluzioni alternative per garantire la liquidità necessaria a “copertura” del sequestro dei fondi russi. Un portavoce della Commissione ha ricordato che restituire gli asset alla Russia, qualora richiesto, “è parte essenziale” del meccanismo.

Il problema è che i paesi membri della Ue dovrebbero garantire la copertura finanziaria per almeno 140 miliardi di euro (su 185) all’Ucraina sottraendoli però ai propri bilanci nazionali. Vallo a spiegare alle persone che per decenni e ogni anno si sono sentiti sempre rispondere che “non ci sono soldi” per sanità, pensioni, salari, servizi pubblici etc.

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24/10/2025

Comici spaventati guerrieri europei

Se non fosse che stanno comunque prendendo decisioni di terribile portata, sarebbero una compagnia di comici a tratti irresistibile.

L’ultimo vertice europeo di giovedì aveva al centro, come previsto, il 19° pacchetto di sanzioni alla Russia – oggetto di esilaranti sfottò da parte di Maria Zakharova, portavoce del ministero degli esteri di Mosca – nonché lo spinoso tema del sequestro o “utilizzo improprio” dei fondi russi congelati in banche del vecchio Continente.

L’idea è sempre quella: usarli come garanzia per un prestito da 140 miliardi all’Ucraina. Prestito per modo di dire, visto che Kiev non è in condizioni di restituire nulla, semmai di chiedere altri “aiuti”.

Il problema al momento insuperabile resta, però, il Belgio, sede di quelle banche, per nulla intenzionato a perdere il controllo di un asset che vale un quarto del suo Pil e rende un miliardo di entrate fiscali per il piccolo regno. Il Belgio teme ritorsioni legali e finanziarie da Mosca e vuole che altri condividano il rischio.

Ma comunque non ci sta a fare la parte del pauroso: “Un miliardo è un sacco di soldi, ma è un dettaglio se lo paragoni ai problemi legali che stiamo avendo e ai rischi che stiamo già affrontando”, ha detto il premier Bart De Wever, aggiungendo che “Sono andato a Kiev e ho detto: ho un miliardo di entrate fiscali, quindi puoi contare su un miliardo ogni anno”. Spiccioli...

D’altro canto il presidente ucraino Volodymyr Zelenskij aveva giurato ai leader europei che Kiev avrebbe dato priorità all’industria domestica ed europea quando avrebbe speso i soldi del prestito, ma allo stesso tempo ha insistito sulla possibilità di acquistare soprattutto armi americane. Per la UE, in pratica, un gioco tutto a perdere (prestare soldi propri a Kiev perché compri armi Usa, di qui l’idea di usare invece i fondi russi...)

Come per tutte le vicende europee di un certo peso si è deciso di rinviare la decisione. Se ne riparlerà al prossimo vertice, previsto a dicembre.

La situazione legale è tutt’altro che semplice, anche se gli sciroccati ai vertici della UE sarebbero pronti ad ignorarle. Al di là dei trattati internazionali esistenti, infatti, sequestrare beni depositati in Europa ma appartenenti ad un qualsiasi Stato extraeuropeo espone a due rischi certi: la ritorsione da parte dello Stato danneggiato (e ci sono molti beni europei basati in Russia, a cominciare da impianti industriali) e la fuga dei capitali appartenenti ad altri Stati, che temono di poter subire la stessa prassi per ragioni politiche.

Insomma, se si va a toccare la “proprietà privata” rischia di saltare un intero sistema costruito nei secoli. Qualcuno in effetti fa notare che neanche durante la Seconda guerra mondiale si era arrivati a proporre qualcosa del genere nei confronti della Germania nazista.

Così si capiscono meglio le cautele persino di Macron: “Dobbiamo procedere con metodo, perché non possiamo fare nulla che violi il diritto internazionale”, pur assicurando che il progetto di sequestro “Non è stato archiviato, siamo riusciti a discutere i dettagli tecnici”. Ma d’altro canto non ci sono sul tavolo altre soluzioni per finanziare direttamente l’Ucraina, visto che la UE è in recessione e si sta già indebitando a futura memoria per sostenere il riarmo continentale.

Sui “dettagli tecnici”, però, i leader hanno dovuto ascoltare Christine Lagarde, presidentessa della Bce, la quale ha detto che le attività immobilizzate che vengono sequestrate devono essere garantite, poiché “i mercati stanno osservando” (tradotto: “se cominciate a toccare i soldi di qualcuno scappiamo tutti”).

Se “la Russia dovesse effettivamente rivendicare i soldi per qualsiasi motivo... il contante deve esserci immediatamente”, ha spiegato poi il belga De Wever, aggiungendo che sarebbe in gioco “la fiducia dei mercati nell’intero sistema finanziario europeo Questa è una grande domanda: chi darà questa garanzia? [chi ci mette eventualmente i soldi, ndr] Ho chiesto ai miei colleghi: Sei tu? Sono gli stati membri?... Questa domanda non ha ricevuto una risposta con un’ondata di entusiasmo attorno al tavolo”.

Il silenzio di tomba può essere più eloquente di tante dichiarazioni vibranti patriottismo europeo...

Del resto anche l’entusiasmo per la decisione di Trump – sanzioni contro i colossi petroliferi russi Lukoil e Rosneft – è durato il tempo di ascoltare la notizia. Cinque minuti dopo il presunto “falco” antirusso, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, annunciava di aspettarsi “una corrispondente esenzione per la filiale tedesca di Rosneft”.

Cose che succedono quando ti metti a fare il bullo cretino unilaterale all’interno di un sistema economico altamente interconnesso in cui la “nazionalità dei capitali” è sfuggente, ma la loro operatività è decisiva.

Questi “leader europei” sono guerrafondai nel cervello, ma “gli manca il fisico”. E quindi tendono irresistibilmente a recitare un sequel de “L’armata Brancaleone”. Senza neanche riuscire a far ridere... 

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