Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
21/01/2026
La “zampata” della Ue con l’accordo sul Mercosur
Un eventuale rinvio davanti alla Corte di Giustizia da parte del Parlamento europeo provocherebbe un posticipo della ratifica parlamentare ma, come già accaduto nel caso dell’accordo Ceta con il Canada, non ne ostacolerebbe l’applicazione provvisoria.
L’accordo Ue-Mercosur, punta ad aprire ai prodotti europei un mercato di circa 295 milioni di consumatori nell’America Latina e a rafforzare gli scambi tra due blocchi regionali che già oggi muovono volumi rilevanti.
Nel 2024 l’interscambio commerciale tra Unione Europea e Mercosur è stato di circa 112 miliardi di euro. Le imprese Ue hanno esportato verso i quattro Paesi del Mercosur – Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay – beni per 55 miliardi di euro (ci sono poi 29 miliardi di euro di servizi), le importazioni dal Mercosur in Europa sono state di quasi 30 miliardi, cioè poco più di un quarto delle importazioni complessive dai paesi latinoamericani.
Ma le asimmetrie non finiscono qui. C’è anche la qualità degli scambi a delineare una differenza notevole tra i benefici per i due blocchi regionali. La Ue infatti esporta prodotti industriali mentre il Mercosur esporta praticamente solo prodotti agricoli e carne.
L‘intesa prevede la progressiva eliminazione dei dazi. Il Mercosur abolirà le tariffe su oltre il 91% delle merci Ue esportate, con benefici soprattutto per settori oggi colpiti da dazi elevati come automobili, macchinari, prodotti chimici, farmaceutica, abbigliamento e calzature.
Sul fronte più contrastato, ovvero quello agricolo, l’intesa abbassa i dazi sull’export per prodotti europei come vino, cioccolato, bevande. Ma la battaglia attuale si gioca proprio su questo. Le importazioni dall’America Latina di prodotti come carne bovina, pollame, zucchero ed etanolo resteranno limitate, mentre saranno protette 344 indicazioni geografiche europee, vietando le imitazioni.
L’Ue ha poi introdotto ulteriori salvaguardie per i propri agricoltori che dovranno però essere confermate dal Mercosur.
A tale proposito, di fronte al voltafaccia del governo Meloni sull’accordo, gli agricoltori dell’ARI (Associazione Rurali Italiani, che fa parte di Via Campesina) ricordano al governo italiano che il contenuto del trattato non è cambiato dal dicembre 2024 e che non vi era alcun motivo serio per cambiare posizione. “Le clausole di salvaguardia, senza nessuna garanzia della loro effettiva utilizzabilità e tempestività, non sono che una scusa per sostenere il trattato, in quanto sono inadeguate ad affrontare gli impatti locali e strutturali che peseranno sugli agricoltori”.
La valutazione dell’ARI sull’Accordo Ue-Mercosur è severa: “Le multinazionali del settore lattiero-caseario beneficeranno dell’eliminazione di dazi che attualmente arrivano fino al 28%.
I prodotti dell’agricoltura contadina, che trovano nel mercato interno il loro normale spazio di mercato, dovranno affrontare una concorrenza accresciuta con prodotti importati a prezzi ribassati, molti dei quali si avvantaggeranno anche del “contro stagione” poiché alcuni grandi Paesi agricoli del Mercosur sono collocati nell’altro emisfero. I prodotti degli allevamenti, ma non solo, anche quelli dell’ortofrutta saranno sottoposti ad una pressione che farà ridurre ulteriormente il proprio compenso al lavoro contadino”.
Organizzazioni collaterali al governo come Coldiretti e Filiera Italia hanno ribadito la loro opposizione alla firma dell’accordo Mercosur senza reciprocità chiedendo che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Di fronte agli ulteriori finanziamenti compensativi per gli agricoltori europei hanno dichiarato il loro no allo scambio tra fondi della Pac e Mercosur, ma alla fine sembra che lo accetteranno.
L’accordo Ue-Mercosur visto dall’America Latina
Mentre in Europa a protestare sono stati soprattutto gli agricoltori, in America Latina i critici dell’accordo sono assai più numerosi e articolati.
Il Sole 24 Ore sottolinea come il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva – favorevole all’intesa – ha dichiarato che: “In uno scenario internazionale di crescente protezionismo e unilateralismo, l’accordo segnala il sostegno al commercio internazionale come motore di crescita economica, a vantaggio di entrambi i blocchi. Si tratta di una vittoria per il dialogo, la negoziazione e l’impegno per la cooperazione e l’integrazione tra paesi e blocchi”.
Secondo l’Ispi “Per la UE, rafforzare i rapporti con l’America Latina significa ridurre la vulnerabilità alle catene di approvvigionamento asiatiche e consolidare alleanze in un’area ricca di risorse. Per il Brasile di Lula, al contrario, si tratta di confermare la sua ambizione di attore globale, capace di dialogare tanto con Washington e Bruxelles quanto con Pechino e Mosca”.
Diversamente, per diversi soggetti latinoamericani l’accordo è tutt’altro che la Mecca disegnata dai mass media affascinati dalle meraviglie dei mercati aperti. Le maggiori e fondate preoccupazioni, riguardano l’impatto sul tessuto industriale latinoamericano.
Il presidente dell’Associazione delle Piccole e Medie Industrie Argentina (IPA), Daniel Rosato, ha avvertito ad esempio che il trattato di libero scambio tra il Mercosur e l’Unione Europea potrebbe avere un forte impatto negativo sull’industria locale se non verranno attuate misure preventive di rafforzamento per le piccole e medie imprese. Il dirigente imprenditoriale ha previsto la possibile chiusura di circa il 20% del tessuto delle PMI attuali, già colpito dagli effetti della crisi economica.
Stando a quanto pubblicato da Resumen Latinoamericano, in base alla sua analisi, se non verranno corrette le asimmetrie esistenti, “il trattato si trasformerà in una vera e propria “bomba” per la produzione nazionale e trasformerà l’Argentina in un terreno di contesa commerciale tra le grandi potenze”. La posizione dell’associazione è stata diffusa attraverso un rapporto elaborato dall’Osservatorio dell’IPA, nel quale viene dettagliato l’impatto potenziale dell’accordo sul tessuto produttivo.
Allo stesso modo, Rosato ha avvertito che una maggiore primarizzazione delle esportazioni potrebbe generare un deficit commerciale difficile da sostenere a causa della scarsità di valuta estera. “In queste condizioni, non saremo partner dell’Unione Europea, ma semplici acquirenti”, ha sottolineato.
Secondo l’economista brasiliano Paulo Nogueira Batista Jr., ex vicepresidente della banca BRICS ed ex direttore esecutivo del FMI in rappresentanza del Brasile e di altri dieci paesi, l’accordo colloca il Brasile in una posizione di svantaggio rispetto agli europei.
“L’accordo è di tipo neoliberale, o addirittura neocoloniale. Contribuisce a cristallizzare la situazione in cui il Brasile esporta prodotti primari verso l’Unione Europea e importa prodotti manifatturieri. L’accordo è anti-industriale per il Brasile. Apre il mercato brasiliano gradualmente, fino alla completa liberalizzazione dei dazi per le imprese europee, principalmente tedesche, che sono strutturalmente molto più competitive delle nostre industrie”, ha dichiarato in un’intervista su Rádio Brasil de Fato.
“È un accordo che non avrebbe dovuto essere concluso, poiché è partito da una prospettiva molto negativa, negoziata dal governo Bolsonaro. Il governo Lula è riuscito a fare alcuni aggiustamenti specifici, ma non ha cambiato l’essenza neoliberale e neocoloniale”, ha riassunto Nogueira Batista jr. che pure ha ribadito di rimanere un convinto sostenitore di Lula.
Molto più duro è il giudizio di Via Campesina, che ha criticato l’idea che i diversi Stati membri impongano controlli nazionali più severi sui prodotti provenienti dall’America Latina, comprendendo che le uniche misure nazionali “non hanno senso nella realtà del mercato unico dell’UE, poiché le importazioni alimentari possono essere facilmente deviate verso altri porti dove i livelli di controllo sono ancora più bassi”.
Ad esempio circa il 30% delle sostanze chimiche impiegate in agricoltura in Brasile sono vietate nell’Unione europea. Restano aperti anche i dubbi sull’uso di antibiotici come promotori della crescita, proibiti nell’Ue da quasi vent’anni, oltre alle criticità legate alla deforestazione e ai diritti dei lavoratori. L’eliminazione dei dazi, in assenza di una reale convergenza normativa, rischia quindi di importare nel mercato europeo prodotti realizzati con regole che l’Europa non consente ai propri produttori.
L’accordo Ue-Mercosur come mossa geopolitica
Mentre l’Unione Europea appare in serissime difficoltà nell’azione comune sull’Ucraina come nelle relazioni con l’amministrazione Usa di Trump, nel caso dell’Accordo Ue-Mercosur ha dato invece dimostrazione di capacità decisionale ed ha realizzato una incursione significativa e strategica in quello che Trump considera “il proprio emisfero”.
Occorre rammentare che, a discapito delle esportazioni statunitensi, la Ue è già oggi il secondo partner commerciale del Mercosur dopo la Cina, con una quota pari al 16,9% degli scambi totali.
Secondo Foreign Policy “L’accordo è diventato molto più che commercio: è un segno che l’Europa e gran parte del Sud America stanno perseguendo strategie per aumentare la loro autonomia economica e strategica di fronte al protezionismo e alle minacce militari degli Stati Uniti”.
L’UE avrà ora accordi di libero scambio con quasi ottanta paesi rispetto ai venti americani, rappresentando un riequilibrio fondamentale dell’influenza economica globale.
Frances Burwell, dell’Atlantic Council osserva che questo “rappresenta non solo una perdita economica per gli Stati Uniti, ma anche una perdita geopolitica. I crescenti legami economici tra le imprese UE e Mercosur porteranno inevitabilmente a un maggiore allineamento politico, soprattutto mentre le nazioni dell’emisfero sud bilanciano i loro interessi tra Cina e Stati Uniti”.
Insomma l’Unione Europea, in debito di ossigeno su diversi teatri di crisi come Ucraina e Groenlandia, nel caso dell’America Latina sembra aver menato una notevole “zampata” alle ambizioni egemoniche dell’amministrazione USA, ovviamente a discapito delle esigenze popolari nel Cono Sud del continente americano. Forse gli osservatori e gli analisti, nel valutare l’Accordo Ue-Mercosur, hanno prestato troppa attenzione ai fattori commerciali e troppo poco a quelli geopolitici ma, come ormai dimostra la realtà, entrambi agiscono simultaneamente sulla situazione e disegnano scenari.
Ultim’ora: il Parlamento europeo, ha approvato con 334 voti a favore 324 contrari e 11 astenuti la richiesta di inviare il testo dell’accordo commerciale Ue-Mercosur alla Corte di giustizia dell’Unione europea per un parere legale. La mozione è stata presentata dai partiti della sinistra (non il Pd che ha votato contro) mentre quelli di destra si sono astenuti. La Ue per l’attuazione definitiva dell’intesa, dovrà attendere l’esame della Corte, che potrebbe prendere mesi. Solo dopo il parere il Parlamento europeo potrà votare la ratifica finale dell’accordo. La Commissione europea, come avvenuto per l’accordo di libero scambio con il Canada, potrebbe procedere con l’applicazione provvisoria ma al momento questo scenario sembra escluso. In questo mondo alla rovescia, logica avrebbe voluto che la Commissione firmasse l’accordo Mercosur solo dopo l’approvazione del Parlamento e non prima. Ma questa è la “democrazia” nelle istituzioni europee.
Fonte
19/12/2025
Accordo Ue-Mercosur. Scontri in piazza e divaricazioni tra i governi europei
Centinaia di trattori hanno occupato giovedì il centro di Bruxelles e hanno portato a scontri con la polizia durante una protesta di massa degli agricoltori europei contro l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Mercosur, mentre i leader del blocco dibattevano il futuro del patto ai margini di un vertice chiave del Consiglio Europeo.
Le manifestazioni, guidate da produttori rurali di diversi paesi, hanno visto blocchi stradali, lancio di fuochi d’artificio, patate e uova, e l’intervento delle forze di polizia belga con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua.
Le organizzazioni del settore stimano che in piazza sono scese circa 10.000 persone e che più di 150 trattori hanno bloccato il quartiere delle istituzioni europee della capitale belga. L’asse della rivendicazione era il rifiuto dell’accordo commerciale, che accusano di consentire una concorrenza sleale per l’ingresso di alimenti sudamericani prodotti secondo standard ambientali e sanitari meno rigorosi.
L’episodio ha nuovamente messo in luce le forti tensioni politiche che attraversano la fase finale di un accordo negoziato da oltre vent’anni. Mentre la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha detto di sperare ancora di portare avanti la firma, Francia e Italia hanno raddoppiato le loro obiezioni. Il presidente francese Emmanuel Macron ha avvertito che il suo paese non avrebbe sostenuto il trattato senza garanzie più forti per gli agricoltori europei, affermando che “l’accordo non può essere firmato così com’è”, promettendo di bloccare qualsiasi tentativo di imporlo senza ulteriori garanzie.
Dal lato sudamericano, Lula da Silva è stato esplicito nel sottolineare che il momento politico è “ora o mai più”. Per il governo brasiliano, l’accordo consoliderebbe l’accesso al mercato europeo in uno scenario globale segnato dall’avanzamento del protezionismo, dalle tensioni commerciali e dal rallentamento della domanda cinese.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiesto al presidente brasiliano di avere “pazienza” per posticipare la firma prevista per il 20 dicembre. Lo stesso Lula ha confermato la richiesta dopo una conversazione telefonica e ha sottolineato che la Meloni ha richiesto un’attesa di una settimana, dieci giorni o un mese, mentre l’Italia andrà a definire la sua posizione definitiva. Il presidente brasiliano ha avvertito che porterà la proposta al Mercosur per valutare “cosa fare”, in un contesto in cui il Brasile sta spingendo per concludere un accordo che considera strategico.
Differentemente da Italia e Francia, Germania, Spagna e i paesi nordici sostengono invece il trattato Ue-Mercosur come strumento per sostenere le esportazioni industriali e rafforzare la posizione dell’Europa nel commercio internazionale.
Visto dai paesi del Mercosur, in termini commerciali, l’accordo prevede che l’Unione Europea conceda accesso immediato senza dazi a circa il 74 percento delle esportazioni del Mercosur, una percentuale che salirà al 92 percento entro un massimo di 10 anni. Nel caso dei prodotti agroindustriali, circa l’82 percento avrebbe un alleggerimento fiscale totale, una parte immediata e un’altra sfalsata nel tempo.
Per l’Argentina, ad esempio, ciò apre opportunità in settori in cui c’è già una presenza nel mercato europeo, come farina di soia, arachidi, carne, miele, vini, oli essenziali, limoni e prodotti ittici, così come in beni attualmente esportati verso altre destinazioni che potrebbero entrare nell’Unione Europea se verranno rispettati i rigorosi standard tecnici e sanitari.
Uno dei rischi principali è l’erosione delle preferenze nel commercio intra-blocco all’interno del Mercosur. Si stima che circa il 13 percento delle esportazioni argentine verso il Brasile sarebbe esposto a una maggiore concorrenza europea, con il settore automobilistico come il più colpito. Inoltre, si prevede un aumento delle importazioni dall’Unione Europea, parte della quale sostituirebbe i fornitori regionali.
Fonte
18/12/2025
“Qui si fa l’Europa”? No, si muore...
Il tema centrale degli ultimi giorni è stato: si prendono di prepotenza gli asset russi (210 miliardi) depositati negli istituti europei oppure si fa debito comune (in percentuale alla ricchezza di ogni paese)?
La prima ipotesi è allettante, o lo sembra, perché il conto verrebbe così girato alla Russia. Ma le controindicazioni sono devastanti, specie per un insieme dagli interessi economici non più tanto allineati.
Intanto, come si è scritto più volte, quei soldi sono quasi tutti congelati nell’istituto belga Euroclear, e dunque il premier di quel paese si rifiuta – comprensibilmente – di consentire il prelievo di una cifra mostruosa per le sue finanze con la quasi certezza che poi sarebbe obbligato a restituirla a Mosca. Chiede pertanto “garanzie ferree”, esigibili senza rinvii, dagli altri 26 membri della UE.
E già questo riporta in pratica alla seconda ipotesi: col debito comune? L’idea è esclusa dalla Germania, da sempre contraria e già abbastanza innervosita di suo – insieme ad altri paesi “virtuosi” – per gli effetti della politica monetaria della Bce fin dai tempi del “whatever it takes” di Mario Draghi per salvare l’euro. Gli acquisti di titoli di stato da parte della Bce erano stati per forza di cose sbilanciati, privilegiando i bond delle “cicale” mediterranee, che altrimenti sarebbero andate in default, e trasferendo così un po’ di ricchezza dai paesi solidi a quelli in bilico.
Dunque bisogna cercare di fregarsi i soldi russi... Qui emerge il secondo problema, inaggirabile sul piano “legale”. Euroclear non è propriamente una banca, ma un’infrastruttura che regola transazioni per oltre 30 mila miliardi di euro al mese, in gran parte obbligazioni, di cui assicura la custodia e la regolazione fra le parti in ogni scambio.
Tra i suoi azionisti di riferimento ci sono la banca centrale cinese, i fondi sovrani di Australia, Nuova Zelanda e Singapore, le banche pubbliche della Francia e del Belgio. I depositi fissi ammontano a 42mila miliardi di euro, ma per far fronte alle emergenze dispone di soli 5 miliardi. Niente, di fatto.
La tenuta di Eurclear è tutta affidata alla sua credibilità. Qualsiasi cifra a lei affidata – fossero pure solo 10 euro – restano a disposizione immediata del legittimo proprietario, altrimenti ogni altro depositante troverà impossibile restare tranquillo. Chi mai affiderebbe i propri soldi a qualcuno che può decidere di tenerseli per una scelta politica?
E questo senza neanche calcolare le sicure ritorsioni russe sugli asset europei là giacenti (stabilimenti industriali francesi, 18 miliardi depositati, le filiali di Unicredit ancora aperte, ecc.).
Immaginare marchingegni “legali” per arrivare all’esproprio è insomma possibile, ma nella realtà del mondo degli affari stabilire un simile precedente significar far fuggire quasi tutti gli altri; o almeno quelli “a rischio politico” (arabi, cinesi, ecc.).
È come la differenza tra matematica e fisica. In matematica puoi immaginare qualsiasi cosa, anche uno spazio a “n dimensioni” (da 1 all’infinito) e svolgere tutte le operazioni che ti proponi. In fisica ti devi fermare a sole quattro dimensioni, è già la quinta diventa campo aperto per la letteratura fantascientifica (per qualche dimensione in più, fino a 10-11, bisogna ascoltare e capire i fisici da premio Nobel che ragionano sulla “teoria delle stringhe”).
Il problema che sta davanti ai nanerottoli europei è insomma gigantesco. Non si tratta soltanto di garantire l’eventuale buco da 180 miliardi che si aprirebbe – a richiesta russa – nei conti di Euroclear e quindi del Belgio, ma di mantenere la credibilità mondiale di un’infrastruttura finanziaria che fa girare capitali anche e soprattutto in Europa.
Il che coinvolge direttamente la credibilità della moneta unica, peraltro già di suo sotto tensione per il citato malessere dei “virtuosi”. Ma anche quella della stessa Unione, in queste ore alle prese con la firma dell’accordo commerciale con il Mercosur – la Francia è contraria, la Germania lo sostiene, l’italietta chiede un rinvio, ecc. – e l’ultimatum posto dal brasiliano Lula: “o si firma questo sabato (dopo venti giorni di rinvio), oppure non si fa più”.
Ma non è di questo che finora hanno parlato i 27. Solo del “marchingegno” legale da inventare per mettere le mani su “appena” 180 miliardi.
C’è in definitiva uno scarto bestiale tra la supponenza tardocoloniale con cui si muovono e cianciano questi sedicenti “leader” e la realtà di un Mondo ormai multipolare di fatto, dove cioè i pesi specifici di paesi o macroaree economiche sono decisamente cambiati.
Il grafico qui di fianco mostra senza possibilità di dubbio cosa vada in realtà inteso per “declino europeo” – dunque anche occidentale, euro-atlantico nel suo insieme: non solo o non tanto un “impoverimento assoluto” (che pure c’è stato soprattutto per le classi popolari), quanto una perdita di “peso specifico” in relazione agli altri soggetti, storici o emergenti.
Qualsiasi decisione emerga dal vertice, insomma, a bocce ferme è sbagliata. Sia che si scelga una delle due ipotesi, sia che si proceda “a maggioranza” oppure “all’unanimità”.
Non c’è modo di ribaltare con “marchingegni” una sconfitta strategica sul campo, che mette totalmente in discussione il “modello di crescita” e gestione del potere vigente da quasi 40 anni.
È cambiato il contesto e il sistema delle alleanze (gli Usa stanno pensando ad altro...), non si è più “centrali” come qualche decennio fa, ma ci si sta comunque facendo “nemico” tutto il mondo senza avere più neanche “la forza” per minacciarlo.
Un soprassalto di serietà vitale, da questa borghesia morente, non è nelle attese. Bloccare tutto per cambiare tutto, con una via d’uscita socialista in testa, appare ogni giorno di più l’unico modo di evitare il baratro della guerra.
Fonte
29/07/2024
La moneta unica sudamericana: utopia o possibile realtà?
Ricostruire tre decenni, forse anche più, della storia monetaria sudamericana potrebbe risultare un esercizio ambizioso, quasi presuntuoso nel tentativo di afferrare la verità o, almeno, di cercare soluzioni in un labirinto di scenari incerti, che si rivelano tanto illusori quanto fantastici. È evidente che, nel contesto delle aspirazioni commerciali di questa regione, si sta verificando un’attività innovativa significativa. Questo richiede un’analisi delle tappe che hanno portato alle attuali proposte, in un contesto di costante precarietà finanziaria e di complesse dinamiche economiche tra Stati confinanti e gli Stati Uniti. Non sorprende, dunque, che per comprendere appieno il quadro generale sia necessario tornare agli anni ’80 del secolo scorso, un periodo cruciale per molti Paesi occidentali segnato dalle crisi finanziarie ed energetiche. Come è risaputo, gli eventi nel blocco atlantico influiscono con caratteristiche specifiche anche sul continente sudamericano. Proprio in questa parte del mondo, gli anni ’80 hanno generato situazioni di notevole rilievo.
E come in ogni fase dell’umanità, occorre individuare il cosiddetto “breaking point” (punto di rottura) per tracciare la linea temporale che collega tutti gli eventi: il 20 agosto 1982. Questa data, per molti, potrebbe sembrare insignificante, ma è in realtà il punto di svolta per tutto ciò che è seguito. In quel giorno, il governo messicano dichiarò il default sul proprio debito estero, segnando convenzionalmente l’inizio della “crisi del debito” che coinvolse il cuore dell’America Latina. Durante gli anni ’70, in un breve periodo di tempo, diversi Paesi latinoamericani si indebitarono pesantemente con alcune delle più importanti istituzioni finanziarie mondiali, accumulando un’enorme quantità di debito estero. Questo periodo fu caratterizzato da fenomeni di instabilità interconnessi: l’accelerazione del processo di europeizzazione dei mercati per far fronte al blocco sovietico, il completamento dei processi di ricostruzione delle economie occidentali post-belliche e la manovra a “U” del Direttore della Banca Centrale Americana dell’epoca. Quest’ultimo, per contrastare la crescente inflazione dovuta all’aumento dei costi petroliferi causati dalle crisi in Medio Oriente e nell’area di Suez, aumentò drasticamente i tassi d’interesse, provocando uno shock economico[1]. Questo colpì particolarmente i Paesi sudamericani confinanti, che fino ad allora avevano sperato di poter continuare a stampare moneta e spendere senza restrizioni[2].
Questo lavoro si propone di analizzare i momenti più significativi dell’ultimo trentennio della storia monetaria sudamericana, al fine di comprendere come gli equilibri tra gli Stati possano influenzare la loro posizione nel contesto continentale e oltre. Si passerà dall’esame storico alla situazione attuale, con particolare attenzione ai rapporti tra Argentina e Brasile, considerando i due modelli di governance radicalmente diversi che riflettono le politiche monetarie adottate e il ruolo dei due Paesi sia all’interno del continente che nelle relazioni internazionali. Si cercherà quindi di valutare se la dichiarazione di Lula secondo cui “Le relazioni tra Brasile e Argentina saranno le migliori dell’America Latina” si sia dimostrata profetica o meno, alla luce dei cambiamenti avvenuti.
Gli anni ’80 del Sudamerica: dal sogno liberista all’iperinflazione
Con tali premesse, gli anni ’80 furono estremamente tumultuosi sul fronte finanziario, poiché si avvertiva ancora l’impatto duraturo dell’incremento dei tassi d’interesse. Proprio in quel periodo, l’oro e il petrolio guadagnarono status di principali materie prime, mentre gli Stati Uniti decisero di rallentare la politica dei prestiti per le ricostruzioni post-belliche della Seconda Guerra Mondiale, generando tensioni non solo con gli alleati, ma anche nei Paesi sudamericani. Questi ultimi si resero conto della necessità di reinventarsi per mantenere in equilibrio i bilanci pubblici, considerando l’accelerazione del processo volto a creare un mercato all’interno del blocco occidentale.
Durante la Guerra Fredda, i progressi erano spesso rallentati da conflitti e tensioni. In questo contesto, Margaret Thatcher, in Inghilterra, promosse una politica economica neoliberista. Questa politica, caratterizzata da misure economiche anche radicali, dimostrava una grande fermezza nella gestione delle crisi e portò alla creazione di un’importante alleanza con il Segretario di Stato americano Henry Kissinger. Kissinger sosteneva che le crisi economiche non erano causate dai prezzi elevati del petrolio, ma da un eccessivo protezionismo delle valute nazionali.
Questa visione trovava terreno fertile in Sudamerica, dove si iniziò a discutere della necessità di un nuovo ordine geopolitico. Si parlava di una nuova divisione internazionale del lavoro e dell’integrazione di ampie aree del mondo nello sviluppo economico globale.
Si cominciò in America Latina con i “golpes” orchestrati da militari addestrati nelle accademie militari degli Stati Uniti, supportati da consulenti economici provenienti dalle università americane, dove il “pensiero unico liberista” si affermava.[3]
Di conseguenza, sorse la necessità di istituire organismi sovranazionali in grado di monitorare il sistema monetario attraverso l’adozione di parametri definiti e fissi, al fine di prevenire eccessive svalutazioni delle valute. L’obiettivo principale era rafforzare la credibilità e l’efficacia del Fondo Monetario Internazionale (FMI), istituito nel 1945 durante la Seconda Guerra Mondiale attraverso gli Accordi di Bretton Woods, con lo scopo di prevenire grandi crisi finanziarie come quella del 1929, che aveva dato inizio alla Grande Depressione negli Stati Uniti.
Tuttavia, questa strategia non convinse completamente tutti, e si ricorse immediatamente all’acquisto di Buoni Ordinari del Tesoro (BOT) per consolidare le riserve di ciascun Paese. Come spesso accade nell’economia, il fenomeno del “cigno nero” era sempre in agguato e pronto a manifestarsi. Infatti, a partire dalla seconda metà degli anni ’80, l’acquisto continuo di titoli del tesoro provocò un’iperinflazione del mercato tale che il 19 ottobre 1987 si verificò il “Lunedì nero delle borse mondiali“[4]. Secondo Hugh Johnson, esperto di trattative, questo evento era considerato: “la fine del mondo; la fine del toro“.[5]
Le dichiarazioni suscitarono una nuova crisi che portò a una svalutazione dei titoli fino al 20%, colpendo soprattutto l’S&P e il Dow Jones. Inoltre, i sistemi informatici dell’epoca non furono in grado di gestire adeguatamente la situazione. Gli esperti di mercato considerano ancora oggi la crisi del 1987 come la peggiore di sempre, non solo per il suo impatto globale sulle borse, ma anche perché ha evidenziato la necessità in Sudamerica di avere un mercato interno robusto capace di resistere agli effetti delle crisi provenienti dagli Stati Uniti e dall’Occidente.
Le cause del crollo del mercato azionario erano poco chiare e includevano l’incapacità dei sistemi di valutazione del rischio, le modalità di compravendita delle azioni e i tassi d’interesse elevati. Si diffuse l’idea che il crollo fosse stato causato dalla paura e dall’eccessiva indicizzazione dei listini, creando una bolla speculativa che generò una confusione latente, di cui molti non si accorsero fino a trovarsi bloccati in una situazione difficile da gestire. Per comprendere appieno le conseguenze di questo evento, è necessario considerare anche i contesti storici dei Paesi coinvolti.
Il quadro storico sinottico ha spinto alla riflessione sui principali Stati, dai quali emergono, più o meno chiaramente e talvolta in modo distorto, i riferimenti politici. Iniziamo con l’Argentina, dove gli anni ’80 segnarono la fine della dittatura di Jorge Rafael Videla, rovesciato da un colpo di stato guidato dal Generale Roberto Eduardo Viola. Ma questo fu solo il primo dei “golpes” che il Paese attraversò: nello stesso anno, infatti, salì al potere Leopoldo Galtieri, il quale, a seguito della sconfitta nelle Falkland, fu costretto a dimettersi. Le giunte militari non si fermarono qui, continuando soprattutto durante il conflitto con la Gran Bretagna per il controllo delle isole Falkland, una questione che vede ancora oggi l’Argentina rivendicare il diritto di influenza su quelle terre presso l’ONU. Questa rivendicazione si affianca a un crescente interesse cinese nel penetrare il commercio occidentale[6]. Dopo il fallimento di un tentativo di governo nel 1983, la democrazia fu ristabilita con l’elezione di Raúl Alfonsín, che avviò una ripresa economica a Buenos Aires. Alfonsín stabilizzò i rapporti con i partner regionali e cercò di aprire l’Argentina al commercio internazionale, convinto che il paese potesse prosperare attraverso scambi e riforme. Tuttavia, durante la crisi dei mercati del 1987, Alfonsín si rese conto che l’economia argentina aveva fondamenta meno solide di quanto pensasse e che erano necessari interventi per affrontare le difficoltà economiche emergenti in Europa.
Il suo successore, Carlos Menem, continuò le politiche avviate da Alfonsín. Menem capì l’importanza di attuare le riforme sviluppate nei decenni precedenti, ispirate dagli eventi storici come le guerre d’indipendenza contro la Spagna. Dopo queste guerre, i Paesi sudamericani avevano concepito trattati di integrazione economica per aumentare la loro indipendenza economica e presenza sui mercati internazionali, riducendo la dipendenza dall’estero. Questa strategia rispondeva anche alla necessità di industrializzazione e di creare occupazione per stimolare la crescita del PIL, che fino ad allora era stata insoddisfacente. La Commissione Economica per l’America Latina (CEPAL), fondata nel 1948 per promuovere il libero scambio nella regione, fornì un contesto utile per questo obiettivo. I presupposti per un mercato unico erano già presenti e dovevano solo essere aggiornati alle condizioni attuali.
Tuttavia, questo processo non poteva essere realizzato unilateralmente; era essenziale stabilire relazioni commerciali durature con alleati e partner, allo scopo di bilanciare le esportazioni e le importazioni in modo da ridurre le discrepanze con le altre potenze mondiali.
Tra i Paesi sudamericani, il Brasile era particolarmente rilevante. Negli anni ’80, il Brasile affrontò un momento cruciale, cercando di instaurare la democrazia mentre era immerso in una grave crisi economica. La situazione cominciò a cambiare nel 1985, quando José Sarney divenne presidente, succedendo a João Figueiredo, il cui vice, Tancredo Neves, era deceduto. Sarney, purtroppo, non aveva il pieno sostegno dei suoi colleghi e continuava a sostenere il vecchio sistema che aveva portato a un’inflazione molto alta, gravando sull’economia del Brasile. Tuttavia, nonostante le difficoltà, Sarney riuscì a mantenere una certa speranza di superare la crisi.
Nel 1988, il Brasile adottò una nuova Costituzione, considerata molto più moderna e progressista rispetto ai modelli precedenti e alle tendenze autoritarie dei Paesi vicini. La nuova Costituzione includeva il riconoscimento dei diritti dei lavoratori e mirava a promuovere il progresso sociale in vari ambiti, come la cultura, l’economia e il sostegno alle persone più svantaggiate. Tuttavia, la stabilità costituzionale fu messa a rischio.
Negli anni ’90, Fernando Collor de Mello entrò sulla scena politica brasiliana e criticò gli stipendi elevati dei dipendenti pubblici, che considerava responsabili dell’inflazione crescente. Questa critica portò a problemi economici profondi, che influenzarono seriamente la vita politica ed economica del Paese.
Collor de Mello aveva un forte sostegno elettorale, avendo sconfitto Lula nelle elezioni precedenti. Questo portò a una maggiore vicinanza politica con l’Argentina, e i segnali positivi provenienti da Buenos Aires ispirarono politici e cittadini brasiliani a cercare un cambiamento, sfidando le influenze esterne che sembravano mantenere il Sudamerica in una condizione di subordinazione. Questo desiderio di riscatto era radicato anche nel passato economico solido del Brasile e di altri Paesi sudamericani come il Cile, il Perù, il Paraguay e l’Uruguay.
Le implicazioni sulle monete nazionali e il Mercosur
Dal punto di vista monetario, sin dalla fine della Prima Guerra Mondiale, il dollaro è stato il principale punto di riferimento. Gli Stati Uniti, approfittando della svalutazione delle banche britanniche, hanno acquisito un controllo significativo sulle aziende sudamericane. Ad esempio, le imprese americane controllavano circa il 60% della produzione di zucchero a Cuba, il 92% del rame in Cile, e la totalità della produzione industriale in Paesi sudamericani come Guatemala, Honduras e Venezuela.
Questo controllo commerciale ha avuto conseguenze anche sul piano politico. I governi militari, capaci di mantenere l’ordine e prevenire disordini civili, ricevevano ampio sostegno poiché garantivano la stabilità necessaria per mantenere il controllo politico ed economico. Il dollaro è diventato la valuta dominante, soprattutto per l’export e le transazioni commerciali, arricchendo gli Stati Uniti e indebolendo le valute locali.
Le monete sudamericane mostravano costantemente segni di debolezza rispetto al dollaro, con un divario troppo ampio per considerare un avvicinamento. Gli Stati Uniti, attraverso la gestione regolata della propria moneta e le politiche della Federal Reserve, esercitavano un controllo che non poteva essere ignorato. Questa situazione si aggravava ulteriormente a causa dei tassi di indebitamento elevati dei Paesi sudamericani.
Nonostante la diffusa dollarizzazione, questi anni segnarono per alcuni Paesi sudamericani un’era di inflazione ribattezzata “iperinflazione”, caratterizzata da una continua emissione di moneta. Questo fenomeno fu strettamente legato alla scoperta di immense risorse petrolifere, che spinsero gli Stati a basare le loro economie esclusivamente sui giacimenti di combustibili fossili. Un caso emblematico fu quello del Venezuela, che raggiunse un tasso di estrazione del 100%. Tuttavia, il governo di Caracas decise di nazionalizzare l’industria petrolifera, provocando uno scossone difficile da gestire. Negli anni ’80, temendo l’esaurimento delle preziose riserve di petrolio, il governo venezuelano decise di ridurre la produzione di barili. Nello stesso periodo, a causa di un eccesso di offerta, il prezzo del petrolio crollò: questo mix fu letale e l’economia venezuelana, che dipendeva per il 96% dalle entrate petrolifere, vacillò. In sei anni, dal 1981 al 1987, il prezzo del petrolio precipitò da 106 a 32 dollari al barile, e il PIL del paese seguì la stessa tendenza, diminuendo del 46%. Il decennio fu crudele, e con minori risorse economiche, il Venezuela si rese conto gradualmente dell’insostenibilità del suo modello di welfare state.[7]
Con il crollo dei petroldollari e l’eccessiva emissione di moneta, l’intero sistema economico e monetario sudamericano ha visto la formazione di una bolla inflazionistica difficile da gestire. Questa situazione ha innescato una serie di effetti a catena che hanno influenzato anche le politiche economiche di altri Stati, portando a discussioni su modifiche dei tassi di cambio e alla dedollarizzazione. Paesi come Argentina e Brasile hanno attraversato diverse crisi a causa della difficoltà dei governi di garantire stabilità politica ed economica, con frequenti cambiamenti di politica monetaria che hanno alimentato l’uso instabile della valuta.
Il caso dell’Argentina è particolarmente significativo. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il paese ha subito crisi economiche che hanno portato a frequenti svalutazioni della moneta e alla creazione di nuove denominazioni per correggere i disavanzi di bilancio. Ci sono state cinque fasi principali nella storia del peso argentino:
- 1881-1969: il peso argentino era la valuta principale durante un periodo di crescita economica guidata dall’industria e dal petrolio.
- Anni ’70: la crisi dei mercati portò alla svalutazione del Peso Moneda Nacional, che fu sostituito dal Peso Ley con un tasso di cambio di uno a cento.
- 1983: fu introdotto il Peso Argentino con un tasso di cambio di uno a diecimila, ma anche questa misura si rivelò inefficace.
- 1991: il Peso Argentino fu sostituito dal Nuovo Peso, mantenendo un tasso di cambio di uno a diecimila.
Strategia di Convertibilità: Negli anni ’90, l’Argentina legò il nuovo Peso al dollaro con un tasso di cambio fisso di uno a uno (1:1) per stabilizzare l’economia e migliorare la competitività.
Anche il Brasile ha avuto una storia simile con il Real. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il Real fu temporaneamente sostituito dal Cruzeiro, che sopravvisse nonostante alti tassi di inflazione. Ispirandosi al modello argentino e adottando nuovi piani economici negli anni ’90, il Brasile introdusse il Real come valuta ufficiale, fissando anch’esso un tasso di cambio di uno a uno.[8]
In questo contesto, il dollaro era visto come un modello da seguire per guidare l’economia, migliorare la posizione globale e diventare una delle principali potenze economiche. L’obiettivo era esportare materie prime come caffè, cacao, cioccolato e prodotti ortofrutticoli. Inoltre, si cercava di attrarre investitori stranieri introducendo manodopera specializzata, il che portava alla delocalizzazione delle sedi aziendali e contribuiva in modo significativo alla crescita del PIL.
Il Real brasiliano, però, attraversò diversi periodi di crisi, in particolare riguardo al tasso di cambio. Il rapporto cambiò da due a uno nel 1999, a quattro a uno nel 2002, per poi stabilizzarsi a livelli più sostenibili a metà degli anni 2000. Questo miglioramento non riguardava solo l’avvicinamento al dollaro e al mercato statunitense, ma anche un allineamento delle strategie di sviluppo economico tra Argentina e Brasile. Questi due Paesi divennero un punto di riferimento per l’intera regione dell’America Latina. Entrambe le economie avevano precedentemente trascurato questo processo a causa della presenza dei regimi militari.
La ritrovata democrazia puntava a ricostruire non solo il tessuto sociale e valoriale, ma soprattutto quello economico, che era stato gravemente danneggiato da interessi irresponsabili. L’enorme peso dei debiti esteri accumulati negli anni precedenti, la mancanza di nuovi prestiti e la necessità di investimenti per modernizzare e rendere competitive le imprese sui mercati internazionali rendevano evidente la necessità di cooperare per evitare un collasso economico simile a quello dei Paesi vicini.
Nel 1985, il Presidente argentino Alfonsín e il Presidente brasiliano Sarney confermarono l’intenzione di perseguire obiettivi comuni. Si cercò di creare un quadro politico adatto per questo scopo. L’Argentina propose una “associazione preferenziale” con il Brasile e invitò i rappresentanti brasiliani a una riunione privata all’inizio del 1986 per discutere la proposta. Poco dopo, il Brasile invitò a sua volta i rappresentanti argentini per definire i dettagli dell’accordo.
Nel dicembre 1985, con la dichiarazione di Foz de Iguazú, i due Paesi si impegnarono a presentare entro metà 1986 una relazione con i principi fondamentali per lo sviluppo di una cooperazione che si configurava come un’unione doganale. L’obiettivo era facilitare la circolazione delle merci e creare condizioni di mercato favorevoli per una competizione positiva. Questo impegno si concretizzò l’anno successivo quando l’Argentina invitò ufficialmente il Brasile a una serie di incontri tecnici per definire meglio i parametri del mercato comune, cercando di evitare gli errori del passato come l’aumento del protezionismo, che era avvenuto in iniziative precedenti come l’ALADI.
Concordati i dettagli, fu tracciata una roadmap con linee guida precise, tra cui il libero commercio per aumentare la produzione, lo sviluppo industriale basato sulla tecnologia piuttosto che sulle materie prime, il rinnovo delle attrezzature e l’apertura verso nuove opportunità commerciali e tecnologiche.
Nel 1988, il trattato fu firmato anche dall’Uruguay, e successivamente fu sottoscritto il Trattato di Asunción del Paraguay, con un periodo di prova di quattro anni durante il quale i Paesi partecipanti ottennero l’accesso al libero scambio. Il Mercosur (Mercado Común del Sur) entrò in vigore il 1° gennaio 1995, comprendendo Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay, e fu aperto ad altri Stati. Questo trattato rappresentava una concreta realizzazione di un’idea di unione doganale che risaliva ai primi del ‘900, ma che non si era mai realizzata a causa dei regimi politici precedenti. La restaurazione della democrazia permise di riprendere e concretizzare questa idea. L’obiettivo era armonizzare le spese e creare una rete di scambi duratura.
Il Mercosur ha due organi principali:
- Il Consiglio del Mercato Comune composto dai Ministri degli Esteri o dell’Economia dei Paesi membri. Questo consiglio si occupa della pianificazione e delle decisioni politiche. La presidenza viene assunta a turno da ciascun membro per sei mesi, seguendo un ordine alfabetico. Le decisioni devono essere prese all’unanimità per garantire che tutti i membri abbiano voce in capitolo.
- Il Gruppo del Mercato Comune (GMC) gestisce le funzioni esecutive e traduce le decisioni del Consiglio in azioni pratiche. Si occupa di applicare le norme dei trattati e di negoziare con Paesi esterni. Il GMC si riunisce ogni tre mesi e le decisioni sono prese all’unanimità. È composto da quattro membri permanenti e quattro supplenti per ogni Paese membro.
La collaborazione tra i governi argentini e brasiliani ha aiutato il Mercosur a svilupparsi, anche se l’Argentina ha affrontato una grave crisi economica all’inizio degli anni 2000, dovuta all’iperinflazione e al dominio del dollaro. Gli eventi globali, come il conflitto in Afghanistan e gli attacchi terroristici di Al-Qaeda, hanno influenzato il valore del dollaro e i mercati esteri.
Nonostante le sfide, il Mercosur è riuscito a inserirsi nei principali forum commerciali globali, aderendo all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Questo ha aumentato la sua credibilità e ha contribuito a migliorare le prospettive di sviluppo, anche grazie alla presenza di una forte comunità di immigrati di origine italiana e occidentale.
Tuttavia, con il cambiamento dei governi in Argentina e Brasile, il processo di integrazione del Mercosur ha rallentato a causa della maggiore attenzione ai problemi interni dei vari Stati.
Durante la presidenza di Jair Bolsonaro, dal 2018 al 2023, il Brasile ha vissuto una fase difficile. Bolsonaro, un veterano del Parlamento brasiliano dal 1991, è salito al potere dopo la condanna e successiva assoluzione del suo rivale Lula da Silva. La sua elezione è stata significativa, poiché ha ottenuto il sostegno dei “fazenderos”, gli agricoltori che, nonostante il loro tradizionale orientamento a sinistra, si erano sentiti trascurati dalle precedenti amministrazioni di Lula e Rousseff.[9] Bolsonaro, sostenitore dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha affrontato la pandemia di Covid-19 con posizioni contrarie alla scienza ufficiale. Per mantenere attivo il sistema produttivo, ha contribuito a far diventare il Brasile uno dei Paesi con il più alto numero di contagi. Ha minimizzato l’importanza delle chiusure e ha promosso teorie del complotto internazionali.
Durante il suo mandato, l’Argentina ha continuato a richiedere prestiti internazionali per cercare di risolvere il proprio debito pubblico, raggiungendo un tasso di inflazione del 95% nel 2019. Questo ha avvicinato il Paese al rischio di un nuovo default, accentuato dall’instabilità politica interna.
Con la fine della crisi pandemica e l’assoluzione di Lula nel 2021, seguita dalla sua rielezione nel 2022, è riemersa la proposta di creare una moneta unica digitale per migliorare le esportazioni tra Argentina e Brasile.
Sotto la guida di Lula, il Brasile ha avanzato la proposta di creare una nuova moneta chiamata “SUR” (acronimo di SUD) per i Paesi del Sudamerica. L’idea è di aumentare le esportazioni e fornire un punto di riferimento monetario stabile, mantenendo comunque il real brasiliano e il peso argentino.
La proposta ha suscitato polemiche. Da un lato, potrebbe rappresentare un tentativo di distaccarsi dal dollaro come valuta per gli scambi commerciali con i Paesi vicini. Dall’altro lato, ha sollevato dubbi sulla sua realizzabilità e sui rischi economici.
Lula ha chiesto scusa agli argentini per le tensioni causate dall’atteggiamento di Bolsonaro e ha ribadito la volontà del Brasile di promuovere l’integrazione continentale tra governi di sinistra. Tuttavia, la proposta è stata vista come una provocazione verso gli Stati Uniti e ha sollevato interrogativi sulla sua fattibilità.
La proposta di integrazione monetaria tra Brasile e Argentina non si basa su parametri simili a quelli dell’Unione Europea. Il SUR sarebbe un’unità di conto destinata a rafforzare l’economia della regione e a facilitare il commercio bilaterale, ma non fungerebbe né come moneta di scambio né come riserva.
Un esempio comparabile è il SUCRE (Sistema Unificado de Compensacion Nacional), lanciato da Cuba per facilitare il commercio tra Bolivia, Nicaragua e Venezuela. Il SUCRE aveva l’obiettivo di ridurre la dipendenza dal dollaro, ma fallì poco dopo il suo avvio.
Non è chiaro se Lula stia cercando di entrare nel mercato delle monete digitali con questa proposta. Tuttavia, è evidente che la creazione di una nuova moneta, come il SUR, potrebbe indicare un tentativo dei Paesi sudamericani di ridurre la dipendenza dal dollaro e di ottenere maggiore autonomia economica. Sebbene il dollaro abbia avuto effetti positivi sul commercio, ha anche creato una forte dipendenza che i Paesi della regione desiderano superare.
Con questa proposta, Lula si posiziona come leader di un possibile cambiamento economico in Sudamerica, evidenziando il ruolo del Brasile nella regione. Questo tentativo potrebbe mettere in secondo piano l’Argentina, poiché il Brasile ha gestito meglio la ripresa economica post-Covid grazie a un’industria più solida. Lula, avendo osservato lo sviluppo dell’euro, riconosce i benefici di una moneta unica per i mercati, ma non è certo che una simile manovra sia realizzabile in Sudamerica.
L’economista Andrea Cornia dell’Università di Firenze osserva: “Questo renderebbe le economie sudamericane meno dipendenti dal dollaro. Attualmente, tutte le materie prime, inclusi petrolio e altri beni, sono valutati in dollari, il che rappresenta un problema per le economie instabili del Sudamerica. Con il SUR, invece, gli scambi avverrebbero nella stessa moneta. Noi europei conosciamo i benefici di una moneta unica.”[10]
Dall’analisi emerge chiaramente che, prima di avviare un processo di integrazione economica in Sudamerica, i Paesi della regione dovrebbero sistemare i propri bilanci, in modo simile a quanto avvenuto con il Trattato di Maastricht in Europa. È fondamentale affrontare prima il problema dell’inflazione e delle disuguaglianze sociali, che sono ancora evidenti e urgenti. Finora, sono state adottate solo misure temporanee che hanno dato risultati deludenti. Tuttavia, è importante notare che il divario nei settori assistenziale, sanitario e scolastico, soprattutto nelle grandi città, è diminuito.
Un altro aspetto da considerare è la limitazione geografica degli interventi. Paesi come la Guyana e il Belize, legati al colonialismo inglese, hanno una stabilità difficile da modificare. Quindi, un’unione economica composta dai principali Paesi dell’America Latina – Argentina, Brasile, Cile, Paraguay, Uruguay e Messico – dovrebbe riconoscere Lula come leader, simile al ruolo che la Germania di Angela Merkel ha avuto in Europa, come sottolinea il Professor Cornia.
Tuttavia, Lula affronta una nuova sfida con il cambiamento politico in Argentina. Javier Milei, un ultra-liberista, è salito al potere e propone di fare una riforma radicale dell’economia argentina. Tra le sue proposte ci sono l’eliminazione di ministeri ritenuti non necessari[11], e la dollarizzazione dell’economia, con l’intento di cancellare il debito pubblico e ricominciare da zero. Tuttavia, ci sono due fattori che influenzano l’inflazione: la svalutazione del tasso di cambio e le aspettative future.
Dopo una svalutazione iniziale del peso del 54%, il governo ha previsto ulteriori svalutazioni del 2% al mese. Queste svalutazioni rendono le importazioni più costose e contribuiscono all’inflazione. Attualmente, il tasso di cambio ufficiale è di 838 pesos per dollaro americano, mentre il tasso di cambio informale, noto come “cambio blue”, è di circa 1.085 pesos per dollaro (dati aggiornati al 23 febbraio 2024).
Infine, dopo un lungo periodo di inflazione, le aspettative di individui e aziende sono influenzate più dall’esperienza passata che dai cambiamenti futuri, creando un meccanismo inflazionistico difficile da modificare. A partire da dicembre, l’inflazione è aumentata notevolmente a causa dell’aumento delle tariffe di molti servizi pubblici e degli effetti della svalutazione. Infatti, l’inflazione è stata del 25,5% a dicembre 2023 e del 20,6% a gennaio 2024 (variazione mensile). Nonostante il miglioramento rispetto a dicembre, l’inflazione rimane molto elevata e la lotta contro di essa non può considerarsi conclusa solo con l’azzeramento del disavanzo di bilancio.[12]
Conclusioni
Appare evidente, quindi, che sarà estremamente difficile per Lula abbattere il muro ideologico che si è creato con l’Argentina, anche se continua a mantenere rapporti molto stretti con l’opposizione di sinistra del governo di Buenos Aires. Al momento sembra che il progetto sia stato accantonato e che l’obiettivo principale di Lula sia quello di criticare il “vicino di casa” per le sue affinità ideologiche e personali con l’ex presidente Bolsonaro, dal quale è proibito avvicinarsi in Brasile a causa delle accuse di tentato condizionamento delle elezioni precedenti, con l’obiettivo di sovvertire il risultato delle urne e alimentare tensioni civili, analogamente a quanto fece Trump in occasione dell’elezione di Joe Biden alla Casa Bianca con gli eventi del 6 gennaio 2021.
Ciò che si prospetta all’orizzonte è un banco di prova significativo sia per Lula, per dimostrare le sue capacità di leadership nel contesto sudamericano, sia per l’Argentina, per mostrare al mondo la sua vera natura e se ha imparato dagli errori passati, evitando di ripetere le stesse problematiche del Brasile e di trovarsi in situazioni svantaggiose per il futuro, sia a livello nazionale che internazionale.
In questo contesto, i dati argentini sono significativi. Milei ha avviato una politica economica di austera riduzione che non si limita solo all’adeguamento ministeriale, ma si estende anche al tasso di cambio della moneta, che è passato da 320 a 800 pesos per un dollaro, con l’obiettivo di promuovere un uso sempre più diffuso del dollaro. Questo contrasta direttamente con gli obiettivi di creazione di una moneta unica sudamericana. È proprio per questo motivo che ora spetta a Lula un ruolo di mediatore con gli altri paesi sudamericani, per dimostrare come Milei stia riportando l’Argentina agli oscuri giorni del populismo estremo, specialmente nei primi anni del secondo decennio del 2000.
Con un tasso di inflazione del 211,4% nel 2023, è difficile immaginare che Lula possa influenzare significativamente le politiche argentine per realizzare l’idea di una moneta unica. Ciò comporterà inevitabilmente un periodo di instabilità nell’area, poiché sarà necessario trovare un modo per garantire uno scambio commerciale corretto, specialmente considerando che Buenos Aires ha ora un forte bisogno di importazioni per evitare il default.
È in questo contesto che il resto degli attori deve dimostrare di sapersi adattare e riconoscere il Brasile non solo come punto di riferimento normativo, ma anche economico. Proprio ora che il governo di Lula ha approvato la “Nova Industria Brasil”, testimoniando come il settore manifatturiero abbia registrato la maggiore ripresa post-Covid, è chiaro che si riconosce nel lavoro di Lula una visione strategica che posiziona il Brasile in una posizione contrattuale favorevole.
Il presente lavoro rappresenta il risultato di una ricerca collaborativa. L’introduzione e il primo capitolo sono stati redatti dal Prof. Renato Ghezzi, mentre il secondo capitolo è stato curato dal dottor Elia Fiorenza. Le conclusioni sono state elaborate congiuntamente da entrambi gli autori.
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[1] James Boughton, Silent Revolution: The International Monetary Fund, 1979-1989, International Monetary Fund, 2001, p. 269
[2] Youssef Cassis, Crises and opportunities: The shaping of modern finance, New York, Oxford University Press, 2011, p. 37.
[3] Leonardo Casalino, Cahiers d’études italiennes, , UG, Éditions/Université Grenoble Alpes, 2012 p. 13.
[4] Il 19 ottobre 1987, noto come “Lunedì Nero”, è il giorno con il maggior ribasso storico delle Borse mondiali in una sola seduta, superando la crisi del 1929. In tale giornata, il Dow Jones perse il 22% del suo valore, un calo doppio rispetto a quello del “giovedì nero” del 24 ottobre 1929. Contesto e Conseguenze: Nel 1987, il mercato azionario americano, che aveva sperimentato una forte crescita economica negli anni ’80, impiegò due anni per recuperare i livelli precedenti. Il panico del Lunedì Nero fu amplificato dall’uso crescente di sistemi elettronici e dalla globalizzazione. In risposta, furono introdotti meccanismi di sospensione automatica delle contrattazioni per ridurre l’impatto dei ribassi superiori al 10%. Da allora, i maggiori crolli del mercato hanno comportato perdite intorno al 7%, come nel caso dell’attacco alle Torri Gemelle l’11 settembre 2001.
[5] Gaia Giorgio Fedi, Il lunedì nero che sconvolse le Borse mondiali (e la lezione che possiamo trarne) in FocusRisparmio, 18.10.2021. https://www.focusrisparmio.com/news/lunedi-nero-wall-street-benetti-gam, (link consultato 10.02.2024)
[6] Stefano Modena, Falkland e Malvinas: una contesa tra passato e futuro, in Geopolitica.info, 04.10.2023, https://www.geopolitica.info/falkland-e-malvinas-una-contesa-tra-passato-e-futuro/, (link consultato il 04.02.2024).
[7] Alessandro Rosset, Venezuela, storia di uno Stato ricco gestito male, in Orizzonti Politici, 12 novembre 2018. https://www.orizzontipolitici.it/venezuela-storia-di-uno-stato-ricco-gestito-male/, (link consultato il 03.04.2024)
[8] Il Real del Brasile: storia, valore e cambio della moneta brasiliana, in Small World Financial, 14 marzo 2023.
https://www.smallworldfs.com/it/blog/il-real-del-brasile-storia-valore-e-cambio-della-moneta-brasiliana, (link consultato il 13.04.2024)
[9] Francesca Campanini, L’assoluzione di Lula e la complicata situazione del Brasile, in Frammenti Rivista, 1° aprile 2021. https://www.frammentirivista.it/lula-situazione-brasile/, (link consultato il 15.04.2024).
[10] Maurizio Bongiovanni, Il piano di Lula: una moneta unica per l’America Latina, in Valori (Fondazione Finanza Etica) 17 giugno 2022. https://valori.it/lula-moneta-unica-america-latina/ (link consultato il 21.04.2024).
[11] Simona Lazzari, Argentina: Milei eliminerà 12 ministeri, in Periodicodaily, 22 novembre 2023. https://www.periodicodaily.com/argentina-milei-eliminera-12-ministeri/, (link consultato il 26.04.2024).
[12] Argentina: prova della realtà per la cura Milei, in ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), 05 marzo 2024. https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/argentina-prova-della-realta-per-la-cura-milei-165395, (link consultato il 25.04.2024).
05/07/2023
Brasile - Lula mette in riga l’Unione Europea per l’accordo con il Mercosur
L’Unione Europea ha provato ad aggiungere alcune clausole all’accordo con il Mercosur – il cosiddetto “documento aggiuntivo” – che Lula, e i paesi latinoamericani non sembrano affatto gradire.
“Non è ammissibile rinunciare al potere d’acquisto dello Stato, uno dei pochi strumenti di politica industriale che ci è rimasto“, ha detto Lula intervenendo al vertice in Argentina del Mercosur, il mercato comune dell’America meridionale.
Lula ha assunto la presidenza del blocco latinoamericano e la terrà fino alla fine di quest’anno, con l’obiettivo di sbloccare l’accordo con l’Unione Europea ma anche di ridefinirne i parametri, fino ad oggi tutti a vantaggio della UE.
L’accordo tra UE e Mercosur era stato raggiunto nel 2019 durante il governo di Jair Bolsonaro dopo 20 anni di trattative. Ci sono ancora parti del trattato in fase di negoziazione e che Lula vorrebbe risolvere entro quest’anno.
“Mi impegno a concludere un accordo con l’Unione Europea, che deve essere equilibrato. Il documento aggiuntivo presentato dall’UE a marzo di quest’anno è inaccettabile” – ha affermato Lula – “I partner strategici non negoziano con diffidenza. È imperativo che il Mercosur presenti una risposta rapida e energica“, ha sottolineato Lula al vertice, dichiarandosi disponibile a firmare un accordo con l’UE, ma non con “una spada puntata alla testa“.
“Non vogliamo imposizioni – ha dichiarato –. È un accordo di partenariato strategico e nessun partner strategico punta una spada alla testa dell’altro. Sediamoci, sistemiamo le divergenze e vediamo cosa va bene per gli europei, e cosa va bene per il Mercosur e per il Brasile“, riferendosi al documento aggiuntivo sull’ambiente che Bruxelles vuole aggiungere all’intesa.
Coerentemente con il cambiamento del clima che ormai si respira nelle relazioni internazionali, il Mercosur non guarda solo all’accordo con l’Unione Europea, ma intende “esplorare nuovi fronti negoziali con partner come Cina, Indonesia, Vietnam e i Paesi dell’America centrale e dei Caraibi“, ha sottolineato Lula perché “la proliferazione di barriere commerciali perpetua le disuguaglianze e danneggia i Paesi in via di sviluppo“.
Già intervenendo al forum di Parigi sul “Patto per il finanziamento globale” del 27 giugno scorso, Lula aveva denunciato che “Alcuni si spaventano quando parlo di creare nuove valute in nuovi scambi. Non so perché il Brasile e l’Argentina debbano commerciare in dollari, perché la gente non possa farlo nelle nostre valute. Non so perché il Brasile e la Cina non possano farlo nelle nostre valute, perché io debba comprare dollari“.
Fonte
22/07/2022
Zelenski non è gradito in America Latina
Al vertice del Mercosur infatti non sarà invitato ad intervenire. Il viceministro degli Esteri del Paraguay, Raul Cano, ha annunciato che non è stato raggiunto un accordo tra i membri del Mercato comune dell’America del Sud (Mercosur) sulla partecipazione del presidente dell’Ucraina, Zelensky, al vertice dei capi di Stato che si apre oggi ad Asunciòn.
Del Mercosur fanno parte Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay, e vede come partner Cile, Bolivia, Colombia, Ecuador e Venezuela. Il Messico vi partecipa come osservatore.
“Non c’è stato consenso sulla partecipazione di Zelensky per cui abbiamo informato la controparte ucraina che in tali circostanza non ci sono le condizioni per poter dialogare come Mercosur con il presidente ucraino”, ha detto Cano in dichiarazioni raccolte dall’agenzia di stampa ufficiale “Ip”.
Il viceministro ha quindi sottolineato che il blocco regionale decide per statuto all’unanimità e non essendosi data tale condizione non è stato possibile accogliere la richiesta di partecipazione di Zelensky che era stata presentata dall’ambasciata di Kiev a Buenos Aires.
Cano non ha chiarito quali sono stati i Paesi che si sono opposti ad una partecipazione del capo dello Stato ucraino al vertice del Mercosur, anche se indiscrezioni che circolavano da alcune ore indicano che a porre il veto sia stato il Brasile di Jair Bolsonaro.
Zelensky in un’intervista aveva criticato il governo brasiliano per la dichiarata neutralità nel conflitto tra Ucraina e Russia.
Fonte
13/11/2020
No alla firma del Trattato tra Ue e Mercosur
In Europa l’Austria con un voto parlamentare ha impegnato il governo a mettere il veto sulla ratifica europea, Francia, Irlanda, Belgio, Polonia fortemente perplessi, l’Italia non si è espressa.
L’Europarlamento, preoccupato per l’ondata di opinione scatenata dai roghi in Amazzonia, dice che l’accordo non si può firmare “nella sua attuale forma”; i piani della Commissione europea e del Governo tedesco (che fino a dicembre presiede il semestre europeo) di sottoporre entro il 2020 l’accordo alla ratifica del Consiglio UE (e quindi dei capi di stato e di governo dei paesi membri) sono falliti, anche per l’azione delle organizzazioni e dei movimenti come il nostro.
Tuttavia la Direzione generale Commercio della Commissione europea, il governo tedesco e altri attori spinti dall’interesse dell’agrobusiness e dell’industria automobilistica tedesca, cercano ancora di salvare il trattato UE-Mercosur sperano di farcela concordando un documento supplementare – chiamato dichiarazione interpretativa – con la promessa di non distruggere l’ambiente e non violare i diritti umani con il trattato commerciale. Tuttavia, queste carte non hanno alcun effetto su ciò che resta scritto nell’accordo UE-Mercosur: sono soltanto dichiarazioni di intenti senza valore.
Mail bombing di protesta contro la firma del Trattato
Noi attivisti dei movimenti per la giustizia climatica e sociale chiediamo a voi – come già accaduto in Francia e Austria – un netto rifiuto del trattato commerciale tra Unione europea e Mercosur, il mercato comune sudamericano formato da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Questo rifiuto deve essere manifestato con un veto in Consiglio Europeo quando il testo dell’accordo verrà sottoposto a ratifica.
Le nostre preoccupazioni, sollevate nelle piazze e sui media da mesi – e raccolte dalla presidenza tedesca dell’Unione – riguardano l’impatto devastante che il trattato di liberalizzazione commerciale potrebbe avere sulla salute e sul futuro della foresta amazzonica, delle popolazioni indigene e dei cittadini italiani, europei e latinoamericani. In Amazzonia nel solo 2020 il tasso di deforestazione è aumentato del 34% rispetto all’anno precedente, con oltre 9 mila km quadrati disboscati. Un dato allarmante per un ecosistema unico a livello planetario, che ospita il 10% delle specie viventi, assorbe il 9% dell’anidride carbonica globale e sostiene la vita di 420 comunità indigene in nove Paesi dell’America Latina.
Nonostante lo sdegno internazionale per le politiche ecocide del presidente Brasiliano Jair Bolsonaro, nulla è stato fatto per cambiare le cose. Anzi: dopo vent’anni di negoziati semi-segreti, la Commissione europea ha annunciato nel giugno 2019 il raggiungimento di un accordo commerciale con il blocco del Mercosur. Pochi mesi dopo, ha lanciato il Green Deal. Queste due proposte sono semplicemente incompatibili: il pianeta, ma anche le nostre economie, non possono assorbire un aumento delle importazioni di carne, soia e biocarburanti dal Mercosur, in cambio di maggiori esportazioni di auto diesel in Sud America.
L’aumento dell’export di carne bovina previsto dall’accordo UE-Mercosur, ad esempio, potrebbe accrescere la deforestazione in Amazzonia del 25% l’anno nei prossimi sei anni. In più, nonostante l’Unione europea abbia vietato il 27% dei 190 pesticidi autorizzati in Brasile, l’accordo faciliterà l’ingresso di prodotti agricoli trattati con questi principi attivi nel mercato europeo.
Il tutto senza concreti vincoli ambientali e sociali e con una riduzione dei controlli sui prodotti in arrivo. La denuncia di eventuali violazioni lungo queste filiere così rischiose sarà ridotta ad un mero avvertimento non vincolante, senza possibilità di sanzione.
Se non si oppone a questo accordo – che mina alla base gli obiettivi del Green Deal – l’Italia, che è tra i principali partner commerciali dei paesi Mercosur, si rende complice di un crimine ecologico e sociale senza precedenti.
Vi chiediamo di far sentire la nostra voce in Europa e ascoltare gli appelli che nel nostro continente e in America Latina si levano da mesi.
Agite adesso: dite stop all’accordo UE-Mercosur.
Mail bombing qui.
Fonte
30/08/2019
Il G7 approfitta degli incendi per provare a internazionalizzare l’Amazzonia?
Paradossalmente, la vigliacca arrendevolezza dei governi neoliberisti del Mercosur ha salvato la riunione dei sette paesi capitalisti più industrializzati (Stati Uniti, Canada, Francia, Italia, Germania, Gran Bretagna e Giappone) e ha dato una bella mano al presidente francese Emmanuel Macron per rilanciarsi come figura internazionale “a difesa dell’ambiente”.
Ma la cosa più importante è che, nell’immaginario collettivo internazionale, ha fatto fare ai paesi del Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay) la figura degli incompetenti sottosviluppati che hanno bisogno della tutela del mondo “civile” per sopravvivere, perché se si lasciano da soli distruggono il pianeta.
Gli incendi amazzonici si sono estesi con inaspettata rapidità sul terreno della diplomazia europea, quando il presidente francese Emmanuel Macron, ha accusato il suo pari brasiliano, Jair Bolsonaro, di avergli mentito circa i suoi impegni a favore dell’ambiente e ha annunciato la sua decisione di opporsi al TLC tra l’UE e il Mercosur.
Macron ha approfittato dell’enorme incendio dell’Amazzonia, delle provocatorie parole di Bolsonaro e, soprattutto, dell’assenza di reazione intelligente e sovrana degli altri tre paesi del Mercosur (Argentina, Paraguay e Uruguay), non solo per attaccare l’accordo segreto sottoscritto recentemente, ma per aprire la porta dell’offensiva del G7 per l’internazionalizzazione dell’Amazzonia, il polmone del pianeta (e, ovvio, alle sue risorse).
La mini-crisi diplomatica si è estesa al resto d’Europa, e la decisione di Macron è stata appoggiata dall’Irlanda. Anche Germania e Canada hanno rappresentato l’urgenza di parlare del tema dell’Amazzonia. Macron, in un discorso etichettato come manicheo, ha fatto presente che, per colpa di Bolsonaro e della sua politica nell’Amazzonia, si opporrà all’accordo tra l’Unione Europea e il Mercosur, e questo è servito per nascondere, ancora una volta, le responsabilità delle sette potenze nei drammi attuali, tra cui la diseguaglianza mondiale che promuovono.
Secondo documenti pubblicati questa settimana da un sito britannico, Bolsonaro e il suo gabinetto inondato di militari avrebbero un piano ben preciso per l’Amazzonia: costruire un’autostrada e una centrale idraulica nel cuore della selva, un progetto che data all’epoca della dittatura militare brasiliana (1964-1983).
La reazione del governo francese è stata presa con cautela dal governo argentino, che aveva festeggiato alla grande il disuguale accordo di libero commercio tra il Mercosur e l’UE, siglato a giugno dopo 20 anni di negoziati. Però il governo neoliberista di Maurizio Macri è in uscita, e questo pone in dubbio il fatto che questo TLC sia approvato dal Congresso, tenuto conto dell’opposizione sindacale, imprenditoriale e, soprattutto, del settore produttivo.
Macron non ha parlato – ovviamente – del Giappone e della sua predatrice pesca alle balene, della Germania e della sua multinazionale Bayer, proprietaria dell’ecoterrorista Monsanto, dell’Italia e del suo disprezzo per la condizione umana di fronte alla crisi dei migranti nel Mediterraneo, e di tutti come promotori e somministratori di armi che alimentano conflitti come quello dello Yemen, spalleggiano dittature e fanno a pezzi la regione del Medio Oriente.
In un discorso più mediatico che politico, Macron ha chiamato i cittadini a “rispondere all’appello degli oceani e della selva che sta bruciando”, senza dimenticare che per la sua politica coloniale ancora vigente anche la Francia è un paese dell’Amazzonia (per via della Guyana Francese). “Non lanciamo un semplice richiamo, ma una mobilitazione di tutte le potenze” riunite a Biarritz, e questo “insieme ai paesi dell’Amazzonia per lottare contro il fuoco e investire nella riforestazione”, ha detto.
Anche l’ancora presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk ha messo in dubbio la ratifica dell’accordo commerciale tra l’UE e il Mercosur se il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, non combatte gli incendi nell’Amazzonia brasiliana. E Tusk ha pure avvertito che «non faciliterà» il Regno Unito nell’abbandonare l’UE senza accordo.
Mentre Francia e Irlanda hanno minacciato di non approvare questo accordo, la Finlandia, che presiede attualmente l’Unione Europea, ha proposto d’imporre restrizioni alle importazioni di carne dal Brasile, il secondo fornitore di carne mondiale, come forma di pressione al paese per la preservazione dell’Amazzonia. «Non c’è possibilità che l’Irlanda voti a favore dell’accordo se il Brasile non rispetta i suoi impegni con l’ambiente», ha avvisato il premier irlandese Leo Varadkar.
La reazione di Macron si è originata nel mezzo di una estrema tensione tra i due paesi, un giorno dopo che Bolsonaro lo accusasse con un tweet di «avere una mentalità colonialista», che «strumentalizza una questione interna del Brasile e di altri paesi dell’Amazzonia» con «un tono sensazionalista che non contribuisce affatto a risolvere il problema».
Firmato a fine giugno, l’accordo UE-Mercosur, che creerebbe un mercato di 780 milioni di consumatori, è criticato non solo nei paesi del Mercosur, ma anche in Europa dal settore agricolo di vari paesi, oltre che da ecologisti e ONG. Parlamentari europei – a margine del vertice G7 – avevano avvisato della minaccia di Bolsonaro di «lasciare il Mercosur» se l’accoppiata Alberto Fernández-Cristina Kirchner dovesse vincere le elezioni in Argentina il prossimo ottobre.
Alcuni analisti europei preferiscono interpretare la crisi tra Brasile e alcuni paesi europei come un trionfo di Donald Trump, alleato di Bolsonaro e scettico sul cambiamento climatico (come il suo imitatore brasiliano), nemico del multilateralismo, dell’UE e dell’accordo UE-Mercosur.
Però, al di là del disuguale trattato di libero commercio, i sudamericani devono avere chiaro il fatto che dietro i discorsi di protezione ambientale, nella mente dei dirigenti dei sette principali paesi capitalisti, c’è l’impossessarsi del polmone del pianeta e delle sue enormi ricchezze.
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