Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/07/2020

Estrattivismo pandemico/2

di Alexik

[A questo link il capitolo precedente]

“Il massacro al villaggio ikoots di San Mateo del Mar non è il risultato di un conflitto interno o post elettorale, così come lo considera il presidente Andrés Manuel López Obrador, ma ha alla sua origine il rifiuto da parte delle assemblee comunitarie dei megaprogetti connessi al canale interoceanico, e mette in evidenza gli interessi di persone e gruppi che aspirano a convertirsi nei capataz locali prima di questa nuova conquista” (Preparatoria Comunitaria José Martì).

La strage di San Mateo de Mar mette a nudo la vacuità delle retoriche sulla ‘quarta trasformazione’, il cambiamento radicale proclamato da López Obrador che tanto entusiasmo aveva generato nella sinistra messicana e internazionale, e che prometteva di farla finita con la corruzione e l’impunità, oltre che di attuare una politica di lotta alle disuguaglianze attraverso il ripristino del ruolo interventista e redistributivo dello Stato, in discontinuità con le politiche neoliberiste dei predecessori.

Una discontinuità promessa nel nome di un nazionalismo interclassista che pretende di coniugare la lotta alla povertà con l’aumento dei profitti e degli investimenti, secondo una narrazione che identifica la causa della miseria nella ‘assenza di sviluppo’ e la soluzione nel più classico ‘desarrollismo’.

È in nome dello sviluppo, della creazione di posti di lavoro, della redistribuzione della ricchezza, e addirittura del ‘rispetto del medio-ambiente’ (!)1, che il governo messicano si appresta alla distruzione delle condizioni di riproduzione economica, sociale e culturale delle comunità investite dai megaprogetti del Tren Maya e del Corridoio Transistmico, prefigurando per loro un futuro di marginalità e sfruttamento salariato nelle maquiladoras e nel turismo di massa, e riproducendo, fra l’altro, le condizioni per il dilagare di quella corruzione, impunità e violenza che la retorica moralizzatrice della ‘quarta trasformazione’ si proponeva di combattere.

A proposito di impunità, attualmente, a un mese dell’eccidio di San Mateo del Mar, i funzionari e i dipendenti pubblici ritenuti responsabili della strage non sono stati nemmeno sollevati dall’incarico, e i familiari delle vittime hanno richiesto l’apertura di un’inchiesta da parte della Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), mostrando evidentemente poca fiducia nella giustizia messicana.

Oltre all’uccisione dei quindici militanti Ikoots nell’Oaxaca, la quarantena ha favorito in tutto il Messico gli assassini di altri attivisti per la difesa ambientale, come quello di Isaac Medardo Herrera, storico difensore delle riserve naturali contro la speculazione edilizia, ucciso da un gruppo armato in casa sua, nello stato di Morelos, seguito da Juan Zamarrón, militante contro la deforestazione nella municipalità di Bocoyna (Chihuahua), ammazzato a domicilio assieme a due suoi familiari.

L’otto aprile è stato il turno di Adán Vez Lira, creatore di un importante progetto di ecoturismo comunitario nel villaggio di La Mancha (Actopan, Veracruz), su una laguna che rappresenta uno dei luoghi di sosta degli uccelli migratori più importanti del mondo. Assieme alla sua gente si era opposto all’assedio delle imprese minerarie, che premono per l’introduzione ad Actopan dell’estrazione a cielo aperto.

I sicari non si sono fermati nemmeno di fronte ai ragazzini, con l’omicidio a San Agustin Loxicha (Oaxaca) di Eugui Roy, 21 anni, studente di biologia, divulgatore scientifico e militante ambientalista.

Nomi di compagni che quasi si perdono nel conto complessivo dei morti ammazzati nel paese che hanno raggiunto il record di quota 17.982 solo nei primi sei mesi di quest’anno.

Scendendo dal Messico al Cono Sur, è la Colombia a detenere il primato delle esecuzioni extragiudiziali di militanti sociali, in un contesto dove gli accordi di pace fra il governo colombiano e le FARC, ratificati all’Avana il 23 giugno 2016, non hanno affatto rimosso le ragioni sociali che avevano dato origine alla guerriglia.

La smobilitazione delle FARC dai territori sotto il loro controllo lascia il campo libero alla penetrazione di interessi estrattivi, alla crescita di egemonia dei cartelli, all’imperversare di gruppi paramilitari di ultradestra (che a differenza delle FARC non hanno smobilitato) e di bande criminali di ogni tipo, esercito compreso.

Per quanto spesso in violenta frizione con le popolazioni locali, le FARC avevano perlomeno avuto, in questo senso, una funzione deterrente.

Dal 2016, la ‘pace’ seguita agli accordi ha per ora lasciato in terra circa un migliaio fra ex guerriglieri tornati alla vita civile e leader sociali, abbattuti con omicidi selettivi.

Nel 2020 sono stati assassinati, oltre a 36 ex guerriglieri, 179 fra militanti indigeni, contadini, sindacalisti e ambientalisti e loro familiari.

Succede in un paese dove non basta nemmeno la copertura come collaboratore ONU a salvarti la vita, come dimostra l’uccisione del cooperante italiano Mario Paciolla del 15 luglio scorso, per le autorità colombiane ufficialmente vittima di un suicidio a cui nessuno crede2.

Quest’anno gli omicidi mirati dei militanti in Colombia sono cresciuti a un ritmo quasi doppio rispetto agli anni scorsi3, e 108 sono stati portati a termine dall’inizio della quarantena.

Per Carlos Medina Gallego, docente della Universidad Nacional de Colombia, in questa escalation è palese la connivenza dello Stato con i gruppi paramilitari, la partecipazione frequente alle violenze di membri delle forze armate, le azioni e le omissioni di alti funzionari, e la responsabilità del governo di ultradestra di Iván Duque4.

Carlos Medina segnala come circa il 70% degli omicidi dei leader sociali siano connessi ai conflitti agrari o ambientali, e circa il 10% alle eradicazione forzate da parte della forza pubblica delle coltivazioni di coca delle comunità indigene e contadine.

Eradicazioni attuate in violazione degli accordi di pace del 2016, che prevedevano il sostegno ad un processo di sostituzione volontaria delle colture, fonte di sostentamento di migliaia di persone nelle campagne.

L’ultimo caduto in questo tipo di conflitto è stato il contadino quindicenne José Oliver Maya Goyes, appartenente al popolo Awà, ucciso il 20 luglio dalla Policía Nacional Antinarcóticos durante un’eradicazione forzata a Putumayo.

Non pago dell’omicidio di minorenni e in spregio agli accordi di pace, il governo Duque sta lavorando per riattivare le fumigazioni aeree di glifosato sulle coltivazioni di coca, vietate dal 2015 per le conseguenze devastanti sull’ambiente e sulla salute delle popolazioni rurali, dimostrate dagli studi dell’OMS.

Sul fronte antiminerario, va ricordata la morte violenta del sociólogo colombiano Jorge Enrique Oramas, ucciso il 16 maggio scorso, conosciuto per la sua instancabile attività nella difesa dell’agricoltura contadina e contro l’agrochimica.

Difensore della biodiversità è stato un irriducibile oppositore dei tentativi di sfruttamento minerario del Parco nazionale dei Farallones di Cali.

Se l’attacco ai difensori della terra in Colombia si articola in centinaia di singoli agguati, Jair Bolsonaro in Brasile ha deciso di fare molto di più.

Non perché in Brasile si disdegnino gli assassini mirati, anzi.

Il 31 marzo nello stato amazzonico del Maranhão è stato ammazzato Zezico Rodrigues Guajajara, coordinatore della Commissione dei capi indigeni e promotore dei Guardiani della Foresta, un gruppo di 120 volontari a protezione del territorio di Araribóia dal disboscamento e dal commercio illegale di legname.

Negli ultimi due mesi del 2019 erano già caduti Paulo Paulino Guajajara, precedente portavoce dei Guardiani della Foresta, ed altri tre indigeni Guajajara, due capivillaggio e un ragazzino (squartato), uccisi in uno stato, il Maranhão, dove la copertura forestale è stata più che dimezzata negli ultimi quattro anni5.

A livello complessivo la situazione non va meglio: tra gennaio e giugno 2020 sono stati perduti oltre tremila chilometri quadrati di foresta amazzonica brasiliana, con un incremento del 25% rispetto al già disastroso 2019.

In maggio Bolsonaro ha deciso di fermare gli incendi schierando l’esercito nelle foreste, e destinandogli un budget 10 volte superiore a quello dell’Ibama, l’Instituto Brasileiro do Meio Ambiente e dos Recursos Naturais deputato a questo tipo di lavoro6.

I risultati della militarizzazione “ambientalista” si vedono: nel solo mese di giugno 2020 nella foresta amazzonica sono stati registrati oltre 2.248 incendi, il 19,5% in più rispetto allo stesso mese dell’anno scorso7.

Le esecuzioni, la deforestazione e gli incendi sono la cifra della pressione esercitata sull’Amazzonia per trasformarla in una distesa per le coltivazioni intensive della soia, pascoli per la produzione di carne, campi di estrazione mineraria e petrolifera, e per imporre megaprogetti idroelettrici ai suoi grandi fiumi.

È il sogno di Bolsonaro e del blocco di potere da lui rappresentato, che trova ostacolo nella resistenza delle popolazioni indigene, già accusate dal presidente di voler impedire il progresso e di rappresentare una minaccia per la sovranità nazionale.

Un ostacolo da abbattere non più solo tramite la condiscendenza verso le uccisioni mirate, ma direttamente con il genocidio, usando il coronavirus.

In una recente lettera aperta, il teologo Frei Betto ha identificato nella determinazione di Bolsonaro nel sabotare l’attuazione delle misure per l’emergenza covid la volontà criminale di decimare la popolazione brasiliana anziana, malata e povera per risparmiare su pensioni, assistenza e sanità8. Una politica genocida che ha dedicato particolare attenzione agli indigeni e agli afrodiscendenti.

L’8 luglio il presidente, invocando ‘l’interesse pubblico’, ha posto infatti il veto ad una legge che intendeva garantire il diritto all’acqua potabile e all’assistenza ospedaliera per le popolazioni indigene e quilombo in tempi di pandemia, ed obbligare il governo a fornire materiali per l’igiene e la pulizia, l’installazione di Internet e la distribuzione di cibo, semi e strumenti agricoli ai loro villaggi.

Ai primi di luglio, secondo l’Articulação dos Povos Indígenas do Brasil (APIB) il coronavirus colpiva già 122 gruppi etnici indigeni brasiliani, con 12 mila contagi e 445 morti tra le comunità originarie del paese, fra le più povere ed escluse dall’accesso all’assistenza sanitaria.

Fra i morti di covid anche Paulinho Paiakan, capo del popolo indigeno Kayap, difensore delle foreste dai tempi della lotta contro la costruzione dell’autostrada Transamazzonica, nei primi anni ’70.

Fu sempre in prima fila contro lo sfruttamento minerario dell’Amazzonia, contro il mercato illegale del legname, e contro la diga di Belo Monte sul fiume Xingu, la seconda centrale idroelettrica del Brasile, voluta da Lula e ultimata da Dilma Rousseff, che comportò all’epoca l’espulsione di 20.000 persone dalle zone allagate, ed ha stravolto per sempre l’ecosistema e la vita degli abitanti del corso del fiume. (Continua)

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30/08/2019

Il G7 approfitta degli incendi per provare a internazionalizzare l’Amazzonia?

I terribili incendi che già hanno devastato quasi mezzo milione di ettari di selva amazzonica in Brasile hanno acceso il fuoco anche alla riunione del Gruppo dei Sette in Francia e hanno bruciacchiato, e lasciato in condizioni critiche, anche il trattato di libero commercio firmato recentemente tra l’Unione Europea e il Mercosur.

Paradossalmente, la vigliacca arrendevolezza dei governi neoliberisti del Mercosur ha salvato la riunione dei sette paesi capitalisti più industrializzati (Stati Uniti, Canada, Francia, Italia, Germania, Gran Bretagna e Giappone) e ha dato una bella mano al presidente francese Emmanuel Macron per rilanciarsi come figura internazionale “a difesa dell’ambiente”.

Ma la cosa più importante è che, nell’immaginario collettivo internazionale, ha fatto fare ai paesi del Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay) la figura degli incompetenti sottosviluppati che hanno bisogno della tutela del mondo “civile” per sopravvivere, perché se si lasciano da soli distruggono il pianeta.

Gli incendi amazzonici si sono estesi con inaspettata rapidità sul terreno della diplomazia europea, quando il presidente francese Emmanuel Macron, ha accusato il suo pari brasiliano, Jair Bolsonaro, di avergli mentito circa i suoi impegni a favore dell’ambiente e ha annunciato la sua decisione di opporsi al TLC tra l’UE e il Mercosur.

Macron ha approfittato dell’enorme incendio dell’Amazzonia, delle provocatorie parole di Bolsonaro e, soprattutto, dell’assenza di reazione intelligente e sovrana degli altri tre paesi del Mercosur (Argentina, Paraguay e Uruguay), non solo per attaccare l’accordo segreto sottoscritto recentemente, ma per aprire la porta dell’offensiva del G7 per l’internazionalizzazione dell’Amazzonia, il polmone del pianeta (e, ovvio, alle sue risorse).

La mini-crisi diplomatica si è estesa al resto d’Europa, e la decisione di Macron è stata appoggiata dall’Irlanda. Anche Germania e Canada hanno rappresentato l’urgenza di parlare del tema dell’Amazzonia. Macron, in un discorso etichettato come manicheo, ha fatto presente che, per colpa di Bolsonaro e della sua politica nell’Amazzonia, si opporrà all’accordo tra l’Unione Europea e il Mercosur, e questo è servito per nascondere, ancora una volta, le responsabilità delle sette potenze nei drammi attuali, tra cui la diseguaglianza mondiale che promuovono.

Secondo documenti pubblicati questa settimana da un sito britannico, Bolsonaro e il suo gabinetto inondato di militari avrebbero un piano ben preciso per l’Amazzonia: costruire un’autostrada e una centrale idraulica nel cuore della selva, un progetto che data all’epoca della dittatura militare brasiliana (1964-1983).

La reazione del governo francese è stata presa con cautela dal governo argentino, che aveva festeggiato alla grande il disuguale accordo di libero commercio tra il Mercosur e l’UE, siglato a giugno dopo 20 anni di negoziati. Però il governo neoliberista di Maurizio Macri è in uscita, e questo pone in dubbio il fatto che questo TLC sia approvato dal Congresso, tenuto conto dell’opposizione sindacale, imprenditoriale e, soprattutto, del settore produttivo.

Macron non ha parlato – ovviamente – del Giappone e della sua predatrice pesca alle balene, della Germania e della sua multinazionale Bayer, proprietaria dell’ecoterrorista Monsanto, dell’Italia e del suo disprezzo per la condizione umana di fronte alla crisi dei migranti nel Mediterraneo, e di tutti come promotori e somministratori di armi che alimentano conflitti come quello dello Yemen, spalleggiano dittature e fanno a pezzi la regione del Medio Oriente.

In un discorso più mediatico che politico, Macron ha chiamato i cittadini a “rispondere all’appello degli oceani e della selva che sta bruciando”, senza dimenticare che per la sua politica coloniale ancora vigente anche la Francia è un paese dell’Amazzonia (per via della Guyana Francese). “Non lanciamo un semplice richiamo, ma una mobilitazione di tutte le potenze” riunite a Biarritz, e questo “insieme ai paesi dell’Amazzonia per lottare contro il fuoco e investire nella riforestazione”, ha detto.

Anche l’ancora presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk ha messo in dubbio la ratifica dell’accordo commerciale tra l’UE e il Mercosur se il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, non combatte gli incendi nell’Amazzonia brasiliana. E Tusk ha pure avvertito che «non faciliterà» il Regno Unito nell’abbandonare l’UE senza accordo.

Mentre Francia e Irlanda hanno minacciato di non approvare questo accordo, la Finlandia, che presiede attualmente l’Unione Europea, ha proposto d’imporre restrizioni alle importazioni di carne dal Brasile, il secondo fornitore di carne mondiale, come forma di pressione al paese per la preservazione dell’Amazzonia. «Non c’è possibilità che l’Irlanda voti a favore dell’accordo se il Brasile non rispetta i suoi impegni con l’ambiente», ha avvisato il premier irlandese Leo Varadkar.

La reazione di Macron si è originata nel mezzo di una estrema tensione tra i due paesi, un giorno dopo che Bolsonaro lo accusasse con un tweet di «avere una mentalità colonialista», che «strumentalizza una questione interna del Brasile e di altri paesi dell’Amazzonia» con «un tono sensazionalista che non contribuisce affatto a risolvere il problema».

Firmato a fine giugno, l’accordo UE-Mercosur, che creerebbe un mercato di 780 milioni di consumatori, è criticato non solo nei paesi del Mercosur, ma anche in Europa dal settore agricolo di vari paesi, oltre che da ecologisti e ONG. Parlamentari europei – a margine del vertice G7 – avevano avvisato della minaccia di Bolsonaro di «lasciare il Mercosur» se l’accoppiata Alberto Fernández-Cristina Kirchner dovesse vincere le elezioni in Argentina il prossimo ottobre.

Alcuni analisti europei preferiscono interpretare la crisi tra Brasile e alcuni paesi europei come un trionfo di Donald Trump, alleato di Bolsonaro e scettico sul cambiamento climatico (come il suo imitatore brasiliano), nemico del multilateralismo, dell’UE e dell’accordo UE-Mercosur.

Però, al di là del disuguale trattato di libero commercio, i sudamericani devono avere chiaro il fatto che dietro i discorsi di protezione ambientale, nella mente dei dirigenti dei sette principali paesi capitalisti, c’è l’impossessarsi del polmone del pianeta e delle sue enormi ricchezze.

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29/08/2019

Non brucia solo l’Amazzonia, e molti fanno i finti tonti


In questo pianeta e in questa estate non sta bruciando solo l’Amazzonia, eppure governi e il sistema dei mass media parlano solo di questo. Le foto che vedete in pagina non vengono dal Brasile ma dall’Africa. È stata Greenpeace a lanciare l’allarme: dopo la Siberia e l’Amazzonia, anche la foresta pluviale del bacino del Congo, la seconda più grande al mondo, rischia di essere colpita da incendi indomabili, come già accaduto nel 2016.

Dal 21 agosto, ossia in meno di una settimana – scrive Greenpeace – sono stati documentati oltre 6.902 incendi in Angola e 3.395 incendi nella vicina Repubblica Democratica del Congo, principalmente in aree coperte dalla savana, un bioma che si trova in molte zone di transizione tra la foresta pluviale e il deserto o la steppa.

La foresta del bacino del Congo ospita milioni di indigeni che ne sono anche i principali custodi, nonché migliaia di specie animali e vegetali. Immagazzina inoltre 115 miliardi di tonnellate di CO2 – equivalenti alle emissioni di combustibili fossili prodotte dagli Stati Uniti in 12 anni – giocando quindi un ruolo fondamentale per regolare il clima del Pianeta.

La crescente domanda globale di risorse naturali come legname e petrolio, e di materie prime agricole, rappresenta una seria minaccia per la regione. Circa un quarto della superficie forestale totale del bacino del Congo (50 milioni di ettari) appartiene già a multinazionali che deforestano per fini industriali. “Invece di dare concessioni a multinazionali che traggono profitto dalla distruzione delle foreste – denuncia Greenpeace – i diritti di gestione delle foreste devono essere trasferiti alle Popolazioni Indigene, nel rispetto delle loro conoscenze tradizionali e degli standard ambientali”.

Ma è bene ricordare ai distratti e ai finti tonti che, solo ad agosto, in Siberia sono andati a fuoco oltre cinque milioni di ettari di foreste, si tratta di una superficie che equivale a poco meno di tutto il patrimonio forestale dell’Italia. La nuvola di fumo ha coperto il Paese e ha attraversato l’Oceano Pacifico, fino a raggiungere gli Stati Uniti. Ed anche in Alaska questa estate si sono susseguiti incendi di dimensioni particolarmente estese.

Il problema, dunque, non è solo l’Amazzonia. Ma le élite, la loro pervasività mediatica e le loro sospette ipotesi di transizione ecologica non avevano sempre detto che occorre avere una visione globale di un problema globale? E allora che non si accendano i riflettori solo sull’Amazzonia, ma anche sull’Africa e la Siberia, non stiamo andando ad un concerto di Sting, stiamo andando incontro all’infarto ecologico del pianeta. Per provare a metterci mano, rapidamente, non si può che ricominciare a ragionare sulla pianificazione ecologica, qualcosa di più e di meglio delle soluzioni ecoprofittevoli della green economy che stanno maturando nei progetti dei grandi gruppi capitalisti. Se continueremo a tenere le volpi a guardia del pollaio non ci saranno alternative sostenibili né praticabili.

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26/08/2019

Battesimo del fuoco


È un Agosto caldissimo. Incendi divampano dall’Artico al Brasile, liberando nell’atmosfera tonnellate di anidride carbonica e devastando comunità umane oltre che veri e propri patrimoni naturali globali. Incendi talvolta spontanei, talvolta dolosi, che a causa dell’aumento delle temperature sono destinati a divenire sempre più inarrestabili. In Amazzonia si calcola un aumento dei roghi dell’83%. 1

Si tratta di roghi essenzialmente dolosi, appiccati da chi spera di ottenere vantaggi economici dalla distruzione delle zone forestali o da chi cerca di allontanare le popolazioni indigene che vivono all’interno della foresta. L’innalzamento delle temperature amplifica la portata degli incendi, con i risultati devastanti riportati un po’ ovunque sui media.

Di diversa natura, invece, gli incendi scoppiati nel circolo polare artico, dall’Alaska alla Siberia2. In questo caso gli incendi sono provocati dall’aumento stesso delle temperature, testimonianza di un cambiamento climatico in rapido avanzamento ma che non si manifesta equamente in tutte le zone del Pianeta, incidendo maggiormente su alcune zone rispetto ad altre. In questi casi, il rischio è doppio: lo scioglimento di strati di permafrost libera grandi quantità di gas rimaste intrappolate sotto i ghiacci, che amplificano le emissioni.

Delle due esperienze esaminate, quella amazzonica merita ulteriori approfondimenti, proprio in quanto caratterizzata da un alto grado di dolosità. Il neo-Presidente Bolsonaro3 non ha mai nascosto la sua scarsa attenzione verso le tematiche ambientali e verso la tutela della foresta Amazzonica. Tenendo fede alle sue promesse, ha condotto una politica volta all’eliminazione delle sanzioni e dei sequestri condotti contro le società colpevoli del disboscamento dell’Amazzonia. Questo, indirettamente, consente di procedere con relativa tranquillità al disboscamento di intere aree, nella speranza che le terre così “liberate” possano essere coltivate o destinate all’allevamento. Tale liberazione avviene in maniera più rapida appiccando incendi. Questa pratica non è estranea neanche, si badi bene, all’Italia, dove pure annualmente gli incendi aumentano sia in quantità che in qualità, in particolar modo al Centro-Sud4. Non possiamo ignorare che gli stessi fenomeni sono in aumento anche nella zona del Mediterraneo.

La questione climatica già segna un punto cruciale per la politica internazionale e nazionale. È la Politica infatti ad amplificare gli effetti del cambiamento climatico “alla fonte”, come nel caso del Brasile, oppure “a valle”, non riuscendo a gestire incendi che scoppiano in zone spesso difficili da raggiungere e con delle portate mostruose. È evidente che una soluzione in entrambi i sensi non può venire da un modello economico, quello capitalista, che innalza a valore unico l’aumento del profitto.

Non c’è ragione che tenga, se per aumentare la propria ricchezza si può passare sopra i diritti dei propri simili, a maggior ragione è possibile ignorare completamente gli aspetti relativi alla tutela dell’ambiente. Tra la corsa al profitto e la salvezza dell’ambiente, si preferirà sempre la prima. Siamo di fronte alla lucida follia di un sistema che necessita oggi più che mai di essere trasformato.

Una soluzione può venire da Paesi come la Cina5, che da anni si impegnano concretamente nella riduzione di emissioni, nella riforestazione di intere aree e persino nella realizzazione di nuovo città “verdi”, peraltro con un grande apporto di professionisti italiani6.

Invece, in questa parte dell’emisfero, più che sul sistema nella sua totalità, ci si concentra sulle abitudini del singolo. La riduzione delle emissioni e dei consumi viene addossata alle classi sociali più deboli, mentre i grandi poli industriali continuano (quasi) indisturbati a inquinare e de localizzare in Paesi dove le normative sulla tutela ambientale sono minori.

Indubbiamente è necessaria una presa di coscienza collettiva, che porti a una maggiore consapevolezza, e a mutare le proprie abitudini (raccolta differenziata, riduzione dell’uso della plastica, riduzione dell’uso di mezzi inquinanti, etc per fare qualche semplice esempio) ma non è su questo mutamento che può basarsi una politica di tutela dell’ambiente efficace. Una politica efficace si basa sul sanzionare le grandi imprese che aggirano le norme sull’ambiente, producono tonnellate di sostanze inquinanti ma puntualmente non ne pagano le conseguenze. Serve, in definitiva, un approccio all’economia che sia più legata alla tutela dell’ambiente, ma tale approccio è possibile solo se si scardina la logica del profitto ad ogni costo, della prevaricazione sull’altro, e se li si sostituisce con la tutela di interessi e beni comuni, con un intervento più deciso contro i soprusi dei grandi gruppi imprenditoriali, con una riqualificazione industriale che sia anche ecologica7.

Come giovani, la questione climatica è per noi di primo interesse, ne va del nostro futuro e per questo ci impegneremo in tutte le manifestazioni per fare in modo che portino con se delle rivendicazioni incentrate sul cambiamento di un sistema economico non più sostenibile, e che nel corso8 dei prossimi decenni favorirà conflitti per il possesso di beni fondamentali, come l’acqua.

“Socialismo o barbarie”, verrebbe da dire, ed è vero oggi più che mai.

Note:

1 https://www.agi.it/fact-checking/numero_incendi_mondo-6069113/news/2019-08-23/

2 https://www.smithsonianmag.com/smart-news/arctic-experiencing-its-worst-wildfire-season-record-180972749/

3 Bolsonaro prima ha giudicato come normale il numero di incendi, poi ha accusato ONG di provocare gli incendi (https://www.reuters.com/article/us-brazil-politics/brazils-bolsonaro-says-ngos-may-be-setting-fires-in-amazon-rainforest-idUSKCN1VB1BY) e ha licenziato il presidente dell’INPE, che lo aveva accusato dell’aumento del disboscamento (https://www.wsj.com/articles/brazil-official-is-fired-after-he-reports-rising-amazon-deforestation-11564772184)

4 Basta ricordare gli incendi del 2007 (http://www.repubblica.it/2007/07/sezioni/cronaca/incendi-2/incendi-2/incendi-2.html)

5 A tal proposito si veda “La Cina della Nuova Era”, di Fosco Giannini e Francesco Maringiò, La città del Sole. 2018 (pp 245-275)

6 https://www.stefanoboeriarchitetti.net/project/liuzhou-masterplan-2/

7 Ne abbiamo scritto qui: https://www.fgci.info/2019/05/23/fridays-for-future-qualche-considerazione-politica-e-ambientale/

Fonte

Bruciare l’Amazzonia è un crimine contro l’umanità


Su quanto sta accadendo nella grande foresta amazzonica, pubblichiamo un documento della rete internazionale Via Campesina della quale è parte decisiva il Movimento Sem Terra brasiliano.

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Nei giorni scorsi città e governi di tutto il mondo hanno assistito alle conseguenze di recenti e gravi crimini contro la foresta pluviale amazzonica. Le nuvole di fumo propagatesi dal sud-est del Brasile e, in particolare, dalla città di San Paolo, sono direttamente collegate al drammatico aumento degli incendi in varie parti della giungla e delle aree di transizione con il Cerrado.

È essenziale che tutta la società brasiliana, latinoamericana e mondiale sappia chiaramente che questo non è un fenomeno isolato. In realtà, è il risultato di una serie di azioni del business agroalimentare e minerario, ampiamente supportate e incoraggiate dal governo di Bolsonaro e che sono iniziate con la sua elezione.

Dopo quasi due decenni di riduzione della deforestazione, l’attuale presidente e il suo ministro dell’ambiente, Ricardo Salles, hanno articolato un discorso violento contro la legislazione brasiliana e i meccanismi di conservazione ambientale, aumentando nel contempo la persecuzione e la criminalizzazione di popolazioni che hanno protetto storicamente i biomi brasiliani: popolazioni indigene e famiglie contadine.

Da quando è in carica il nuovo governo, i discorsi provenienti da Brasilia hanno attaccato le licenze ambientali, il controllo e il monitoraggio dello Stato sulle attività agricole e minerarie, che sono precisamente gli elementi che avrebbero potuto prevenire i crimini di Mariana e Brumadinho, nel Minas Gerais.

Allo stesso tempo, il governo ha consegnato il servizio forestale brasiliano ai rappresentanti delle zone rurali, ha implementato il controllo militare presso l’Istituto Chico Mendes (ICMBio) ed ha vietato le azioni di controllo IBAMA, oltre ad attaccare pubblicamente i server di tutte quelle istituzioni. L’enorme taglio delle risorse, imposto dalla politica neoliberista sotto il comando del ministro delle finanze Paulo Guedes, ha reso la situazione completamente insostenibile.

Le denunce sono iniziate già nel 2018, attraverso villaggi e comunità tradizionali nella regione, che vengono perseguitati dai proprietari terrieri e dalla polizia.

Anche le ONG socio-ambientali vengono criminalizzate e perseguitate da questo governo.

Infine, scienziati di varie organizzazioni, università e persino dell’Istituto nazionale per la ricerca spaziale (INPE), riconosciuti a livello internazionale, hanno denunciato le conseguenze e sono stati accolti con licenziamenti e ordini per la non divulgazione dei dati.

La risposta di paesi come la Norvegia e la Germania a questo brutale cambiamento nella politica del governo è stata la sospensione dei trasferimenti al Fondo Amazzonia, a cui il governo di Bolsonaro ha risposto con disprezzo e accuse completamente infondate.

Le dimensioni del crimine contro l’umanità sono allarmanti. Solo quest’anno, ci sono già più di 70.000 fonti di fuoco, 33.000 delle quali in Amazzonia, con un aumento del 60% rispetto alla media degli ultimi tre anni. Solo tra il 10 e l’11 agosto si è registrato un aumento del 300%, quando i settori del business agroalimentare della regione hanno dichiarato la “Giornata del fuoco”. Le immagini satellitari mostrano anche un progresso nel settore minerario artigianale, che non si vedeva dagli anni ’80, principalmente nei territori indigeni.

Queste azioni, pienamente supportate dall’attuale governo brasiliano, devono essere riconosciute come crimini contro l’umanità e danni irreparabili al popolo e alla natura brasiliani. In tempi in cui il mondo si scontra con le conseguenze dei cambiamenti climatici, questa posizione è completamente inaccettabile.

Dobbiamo anche ricordare che l’Amazzonia non è un territorio “selvaggio”, ma una mega regione diversificata in biodiversità e città. Millenni fa, diverse forme di convivenza in quel bioma producevano beni comuni che oggi non possono essere separati dalla giungla. Non esiste foresta pluviale amazzonica senza i suoi popoli, né esistiamo senza di essa. La conservazione dell’Amazzonia è possibile solo insieme alla difesa dei territori indigeni e tradizionali, all’agroecologia e alle politiche di sanità pubblica, cultura e istruzione che hanno come protagonisti i popoli della regione.

Pertanto, noi organizzazioni contadine de La Vía Campesina, denunciamo i veri colpevoli di questo crimine di proporzioni storiche: l’agroindustria e l’industria mineraria, sostenuta dal governo di Bolsonaro.

Chiediamo la lotta immediata contro i crimini ambientali, mentre chiediamo la garanzia dei diritti dei popoli dell’Amazzonia, i loro reali e storici protettori. È di vitale importanza che l’intera società brasiliana si opponga a questa atrocità! L’Amazzonia è un territorio di vita, cibo, acqua, culture, non distruzione, morte, sfruttamento!

Contro l’avanzata del capitale, i popoli in difesa dell’Amazzonia!

Fonte

23/08/2019

Dalla Siberia all’Amazzonia la Terra brucia, una ipoteca sul futuro


Già a luglio il Servizio di monitoraggio atmosferico Copernicus (Cams) dell’Ue, segnalava che dall’inizio di giugno c’erano stati oltre cento incendi lungo le coste artiche, coinvolgendo non solo la Russia, ma anche l’Alaska, il Canada e la Groenlandia. Negli stessi giorni, sono arrivate le notizie secondo cui ci sarebbe un record di incendi in Amazzonia, mentre da sabato un violento incendio ha devastato l’isola di Gran Canaria, la seconda più grande dell’arcipelago spagnolo nell’Atlantico. L’Organizzazione Meteorologica Mondiale delle Nazioni Unite (Omm) conferma che il fumo dei roghi in Siberia è arrivato a ricoprire una superficie di circa 5 milioni di chilometri quadrati. Un’area più vasta dell’Europa e superiore alla metà degli Stati Uniti. A fare il punto sulla situazione degli incendi nel mondo, è un interessante servizio dell’agenzia Agi.

A monitorare un fenomeno come quello degli incendi ci sono diverse agenzie e organizzazioni – oltre quelle già citate – che cercano di quantificare il numero di roghi in singole aree del pianeta, attraverso strumenti diversi, come le immagini satellitari e non solo.

I ricercatori si concentrano su una serie di parametri diversi, che vanno dalla superficie bruciata alle emissioni prodotte. Secondo il Global Fire Atlas, gli incendi sono una fonte significativa dei gas e dell’areosol atmosferico: le aree che di recente hanno visto un aumento della frequenza dei roghi di conseguenza hanno poi registrato anche maggior CO2 nell’aria.

Di conseguenza, a seconda della metodologia utilizzata, i numeri possono essere diversi. Sono necessari anni per avere stime precise sulla quantità di roghi effettivamente verificatasi.

Le immagini satellitari in tempo reale sono comunque un buon punto di partenza per quantificare il fenomeno.

Dall’inizio anno a oggi, secondo il Global Forest Watch Fires, le osservazioni registrate dal Moderate-resolution Imaging Spectroradiometer (MODIS), anche dal sito della Nasa, rilevano oltre 2 milioni e 910 mila “allerte incendio”. Nello stesso periodo del 2018, erano stati quasi 100 mila in meno; nel 2017, circa 200 mila in meno. Nel 2016 e nel 2015 questo dato era stato più alto, aggirandosi intorno ai 3 milioni di allerta incendio in tutto il mondo.

È vero però che alcune anomalie si stanno registrando in alcune regioni raramente coinvolte in passato. Ad esempio quest’anno nel Circolo Polare Artico gli incendi registrati sono stati costantemente sopra la media rispetto al periodo tra il 2003 e il 2018.

In regioni come l’Amazzonia, invece, in questi giorni sta circolando una statistica dell’Istituto nazionale di ricerche spaziali del Brasile (Inpe), che – oltre ad avere suscitato le ire del presidente Bolsonaro – segnala come dall’inizio dell’anno sono stati calcolati oltre 75.300 incendi in tutto lo stato sudamericano, l’84% in più rispetto all’anno scorso. Secondo l’Inpe, inoltre, la superficie andata a fuoco ad agosto 2019 è stata il 40% in più rispetto allo stesso mese dello scorso anno.

È vero dunque che in Brasile quest’anno si sta registrando un numero di incendi record almeno rispetto agli ultimi 7 anni, anche se occorre tenere conto che l’area dell’Amazzonia è più ampia di quella contenuta nei soli confini brasiliani.

Il 60 per cento della foresta pluviale (si tratta di oltre 4 milioni di chilometri quadrati) è incluso nel Brasile, mentre il restante 40 per cento è suddiviso tra altri Paesi sudamericani, come l’Ecuador, la Guyana, il Perù e il Venezuela.

Secondo i numeri del Global Fires Atlas (elaborati sulla base di quelli della Nasa), dal 1° gennaio 2019 ad oggi, in tutta la regione amazzonica sono stati registrati 99.590 incendi, contro i 53.935 dello stesso periodo del 2018. Tra il 1° gennaio 2016 e il 21 agosto 2016 (anno con il dato più lontano nel tempo disponibile) però erano stati più numerosi: 106.404. A fine 2018, il numero totale dei roghi in Amazzonia registrato era di 192.515, contro i 301.2016 dell’anno precedente.

La domanda che molti si pongono è se ci sia un nesso tra i cambiamenti climatici e i grandi incendi che si stanno registrando nel globo.

Secondo alcune fonti il riscaldamento globale sta facilitando e rendendo più diffuse le condizioni che permettono alle fiamme di divampare in grandi aree geografiche. Un fenomeno non dissimile da quello degli uragani che ormai si manifestano anche in regioni dove erano eventi rarissimi.

È evidente come un pianeta sempre più caldo risenta di periodi di siccità sempre più lunghi e su aree sempre più vaste. Sia il suolo che la vegetazione, privati dell’acqua, saranno più predisposte a prendere fuoco.

Secondo un ricercatore del servizio Copernicus, le ondate anomale di caldo registrato nell’Artico sono indubbiamente tra le cause dei roghi tra Siberia e Alaska. Analogamente secondo uno studio prodotto dalla rivista Nature, “maggiore sarà il livello di aumento medio delle temperature in futuro, maggiore sarà la quantità di superficie devastata dalle fiamme, in un intervallo che va dal 40 per cento al 100 per cento a seconda degli scenari”

Una pianeta più caldo inevitabilmente sarà un pianeta con un maggiore rischio incendi, un processo che alimenta un circolo vizioso e rovinoso aumentando con gli incendi le emissioni nell’atmosfera, che a loro volta portano ad un aumento delle temperature.

Gli eventi “naturali” di queste settimane ci dicono che alcune aree come l’Artico e l’intero Brasile stanno vivendo delle situazioni più critiche rispetto agli anni scorsi. I dati e le rilevazioni scientifiche continuano a rilevare – e prevedere – peggioramenti a causa del riscaldamento globale. Con grande probabilità, in un futuro prossimo, l’aumento generale delle temperature medie renderebbe così “normali” situazioni fino a ieri “anomale” come gli incendi nell’Artico e in Siberia.

Non c’è molto tempo per correre ai ripari. Né si può fare affidamento sempre e solo sulla resilienza della natura. Il problema non è se ci è simpatica o meno Greta. Una rivoluzione ecologica, e la sua pianificazione, sono all’ordine del giorno, quello di oggi.

Fonte

11/08/2019

Brasile - Bolsonaro mette in pericolo la foresta amazzonica e le popolazioni indigene

Giovedì 8 agosto, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dell’ONU ha pubblicato un rapporto speciale su “il cambiamento climatico, la desertificazione, il deterioramento del territorio, la gestione sostenibile del suolo, la sicurezza alimentare e i flussi di gas serra negli ecosistemi terrestri”. Non c’è dubbio che la sintesi per i responsabili politici, negoziata per una settimana a Ginevra, cancellerà alcuni dei termini più controversi. Tuttavia, alcuni dei 196 Stati membri dovrebbero logicamente uscire dalla sessione a testa bassa.

Questo rapporto, che segue quello di ottobre 2018, che avvertiva dell’immenso compito degli Stati per mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C entro il 2050, viene pubblicato alla vigilia della Giornata internazionale delle popolazioni indigene. Aveva l’intento inoltre di ricordare il legame tra la crisi climatica e le popolazioni indigene: queste non solo sono direttamente interessate dal riscaldamento globale, ma possono anche servire come esempio da seguire e come modello nella lotta contro il cambiamento climatico stesso.

Le minacce che gravano su queste comunità sono due: in primo luogo, la crisi climatica stessa, che indebolisce i loro spazi di vita, ma anche le pressioni esercitate sulle loro terre dalle attività umane. Tuttavia, queste terre sono anche trappole per CO2 e serbatoi di biodiversità e contribuiscono a contenere l’aumento delle temperature globali.

Il caso della regione amazzonica illustra perfettamente questo doppio vincolo. Il 68% delle terre indigene e delle aree protette dei nove paesi della regione è attualmente minacciato da strade, miniere, dighe, pozzi, incendi boschivi e, naturalmente, dalla deforestazione.

Il caso del Brasile è stato particolarmente acuto dopo l’elezione del presidente di estrema destra Jair Bolsonaro il 28 ottobre 2018. In meno di un anno ha fatto della foresta amazzonica brasiliana il parco giochi per cercatori d’oro, accaparratori di terre e del business dell’agroalimentare in generale.

A luglio, l’assassinio di Emyra Waiãpa, accoltellato a morte da cercatori d’oro illegali, è stato seguito da un attacco in pieno regola al villaggio di Mariry da parte degli stessi cercatori d’oro. Si sono levate voci che denunciano il ruolo del presidente brasiliano in questa violenza. Sin dalla sua elezione, il governo ha costantemente dichiarato che intende porre fine alle aree protette indigene e renderle accessibili ai minori.

Lunedì 5 agosto, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet ha invitato le autorità brasiliane a indagare sull’omicidio. “La politica proposta dal governo brasiliano di aprire più aree dell’Amazzonia allo sfruttamento minerario potrebbe portare a episodi di violenza, intimidazioni e uccisioni dello stesso tipo di quelli inflitti alla popolazione Waiãpi la scorsa settimana”, ha scritto Michelle Bachelet in un comunicato.

E ha aggiunto: “Invito il governo brasiliano a riconsiderare la sua politica nei confronti delle popolazioni indigene e delle loro terre, affinché l’assassinio di Emrya Waiãpi non segnali una nuova ondata di violenza volta a spaventare le persone al punto di cacciarle dalle loro terre natie e permettere la distruzione delle foreste tropicali, con tutte le conseguenze scientifiche consolidate che hanno esacerbato il cambiamento climatico”.

Bolsonaro probabilmente non è stato impressionato da questo comunicato, poiché ritiene che le popolazioni indigene vivano come “uomini preistorici” verso i quali sarebbe responsabile di portare la civiltà.

Appena entrato in carica, Bolsonaro ha deciso di privare la Fundação Nacional do Índio (Funai) della sua responsabilità di delimitare i territori indigeni, trasferendola al Ministero dell’Agricoltura. L’apertura di grandi aree indigene a cercatori d’oro, agricoltori e operatori del legno non è l’unica prodezza del presidente brasiliano da quando è entrato in carica il 1° gennaio.

Anche se non ha formalmente abolito il Ministero dell’Ambiente, come aveva promesso, di fatto lo ha fortemente indebolito. Ricardo Salles, che ne ha assunto la direzione, è sotto inchiesta per aver modificato il piano di gestione di un’area protetta sul fiume Tietê con “una chiara intenzione di favorire i settori economici”, secondo la Procura della Repubblica di San Paolo.

Il nuovo governo brasiliano ha inoltre autorizzato l’uso di 121 nuovi pesticidi, il 41% dei quali sono classificati come molto tossici o estremamente tossici. La maggior parte di queste sostanze sono utilizzate per la coltivazione del mais o della soia, che vengono poi utilizzate per l’alimentazione del bestiame. Non solo per il bestiame brasiliano: il 37% della soia importata nell’UE proviene dal Brasile.

Questa politica ha ovviamente l’effetto immediato di accelerare la deforestazione del Brasile. L’Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais (INPE) ha recentemente fornito le sue ultime cifre e non sono buone. Secondo questo organo ufficiale, che pubblica i suoi dati dalla metà degli anni ‘70, solo nel mese di luglio sono stati disboscate 2.255 chilometri quadrati di foresta. Si tratta di tre volte di più rispetto allo stesso mese del 2018. Da gennaio la deforestazione è aumentata del 67%.

Cosa dice a riguardo il capo di stato? Bolsonaro grida a cifre false, ritiene che l’agenzia sia nelle mani delle ONG. “Se sommiamo la deforestazione annunciata negli ultimi dieci anni, l’Amazzonia sarebbe già scomparsa. Capisco la necessità di preservarla, ma la psicosi ambientale non esisterà più con me”, ha detto il presidente brasiliano, intervistato da Le Monde. Il direttore dell’INPE è stato licenziato, sostituito lunedì da un colonnello in pensione, Darcton Policarpo Damiao...

Ai giornalisti stranieri, ricevuti alla fine di luglio, Bolsonaro ha detto: “L’Amazzonia appartiene al Brasile, non a voi”. È un’illustrazione perfetta dei legami tra l’estrema destra e il negazionismo climatico – anche se il presidente filippino Rodrigo Duterte non fa eccezione, con il suo paese che detiene il triste primato per il numero di attivisti del clima uccisi dalla sua elezione.

Può l’Unione Europea fidarsi del Presidente brasiliano e continuare a negoziare un accordo di libero scambio con il Brasile (accordo UE-Mercosur, che comprende Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay)? Questo è quello che pensa Emmanuel Macron, convinto che questo sia l’unico modo per fare pressione su Bolsonaro. Questo è anche quello che ha scritto l’editoriale del The Guardian lo scorso 28 luglio.

Secondo il quotidiano britannico, che è in prima linea nelle questioni ecologiche, l’accordo UE-Mercosur “rafforza l’influenza europea con i suoi partner commerciali sudamericani”. Il The Guardian ritiene che l’accesso ai mercati dell’UE abbia “convinto il Brasile a non seguire l’esempio di Donald Trump ritirandosi dall’accordo di Parigi sul clima”.

Ma si può dubitare del risultato finale quando è noto che il Ministro dell’Ambiente Ricardo Salles ha fatto campagna contro il ritiro dell’accordo di Parigi, dichiarando che il Brasile “deve poter mantenere la sua autonomia nel processo decisionale in materia ambientale”. Questa affermazione non sorprende, visto che tutti gli accordi di libero scambio antepongono l’economia all’ambiente.

Inoltre, la credibilità della Francia per esercitare pressioni sul Brasile deve ancora essere dimostrata. Mentre il progetto Montagne d’Or, questa vasta miniera d’oro nel cuore della foresta amazzonica della Guyana francese, sembra essere in cattive condizioni, altri permessi di ricerca mineraria sono stati recentemente concessi dall’amministrazione francese. L’ultimo, il 3 agosto: la società Sands Resources ha ottenuto un permesso per 5.000 ettari di foresta. Secondo il collettivo Or de question, questo progetto fa parte dei quasi 360.000 ettari (3.600 chilometri quadrati) di foresta trasferiti alle società minerarie.

Alla riunione del G20 di Osaka a fine giugno, Macron e Bolsonaro si sono incontrati per la prima volta. In questa occasione, il Presidente brasiliano ha invitato il suo omologo francese a “visitare il Brasile, e in particolare la regione amazzonica”, secondo un portavoce della presidenza brasiliana. Una visita che servirebbe a dimostrare “gli sforzi del Presidente Bolsonaro, insieme al governo, per preservare l’ambiente”.

* Traduzione a cura di Andrea Mencarelli (Potere al Popolo) dell’articolo pubblicato su Mediapart.

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25/03/2012

Brasile, genocidio in Amazzonia

L’appello a fermare “una reale situazione di genocidio” all’interno dell’Amazzonia brasiliana si fa sempre più forte e corale. A farsene portavoce è Survival International, la Ong che difende i diritti dei nativi di ogni parte del pianeta.

“Secondo gli esperti – spiega la Ong – se non si farà qualcosa di più per proteggere i suoi diritti territoriali, violati da taglialegna illegali e allevatori, la tribù brasiliana degli Awá andrà incontro ad estinzione certa”. La Giornata contro ogni discriminazione razziale lanciata dalle Nazioni Unite (21 marzo) è appena trascorsa, e in quell’occasione è stato ribadito con ogni mezzo che la dignità e i diritti degli esseri umani devono venir rispettati, ovunque. Eppure, in tante, troppe, comunità indigene, la gente continua a soffrire proprio per l’odio razziale.

“Gli Awá sono una piccola tribù composta da circa 355 individui – continua Survival -  sopravvissuti a brutali massacri. Vivono nell’Amazzonia orientale e sono una delle ultime tribù di cacciatori-raccoglitori rimaste al mondo. Alcuni restano tuttora incontattati”. La loro vita è completamente dipendente dalla foresta, quindi il disboscamento intensivo che sta rapidamente distruggendo il loro territorio, sta uccidendo anche loro.

“La terra degli Awá è soggetta a invasioni sempre più massicce, e se non saranno prese rapide misure d’emergenza, il futuro di questo popolo sarà l’estinzione” ha dichiarato Bruno Franoso del Funai, l’agenzia governativa agli affari indiani, contattato dagli operatori umanitari. E della stessa opinione è anche un giudice brasiliano che ha visitato il territorio awá col fine di conoscere direttamente in che condizioni siano costretti a vivere. Questo il suo commento: “Abbiamo a che fare con un vero e proprio genocidio”. Definizione ribadita anche dall’antropologa Eliane Cantarino O’Dwyer, che da tempo segue le vicende di questa tribù: “Gli Awá stanno affrontando una reale situazione di genocidio”.

E infatti, lo spicchio di foresta appartenente alla terra ancestrale degli Awá è soggetta a uno dei più alti tassi di deforestazione di tutte le aree indigene amazzoniche. “Le immagini scattate dal satellite su uno dei quattro territori abitati dalla tribù – racconta Survival – mostrano la distruzione di oltre il 30 percento della foresta pluviale. Gli esperti temono in particolare l’impatto che queste invasioni territoriali stanno avendo sugli Awá incontattati, estremamente vulnerabili alle malattie”. E secondo il direttore generale della Ong, Stephen Corry, “Gli Awá sono la tribù più minacciata del mondo. Se i loro diritti non saranno protetti, presto questo popolo esisterà solo sulle pagine dei libri di storia. La sollecitazione dell’Onu a sradicare la discriminazione razziale costituisce un passo importante verso un generale cambio d’atteggiamento, necessario per mantenere intatta la foresta natale degli Awá e salvare le loro vite”.

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