Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
27/07/2024
India - Prosegue la protesta degli agricoltori del Punjab
Ashok Balhara, presidente del sindacato Kisan Mazdoor Sanghatan, spiega che le richieste della protesta sono l’applicazione per legge del sistema del Minimo Prezzo Supportato (MSP) a tutti gli agricoltori indiani e su un totale di 23 tipi di raccolto, l’aumento del MSP del 50% e l’annullamento di tutti i debiti degli agricoltori con lo Stato.
Il sistema dell’MSP assicura l’acquisto delle produzioni da parte del Governo, qualora sul mercato vengano proposti prezzi inferiori al prezzo minimo stabilito. Ogni anno il governo pubblica gli MSP per 23 coltivazioni, ma vengono applicati solo a riso e grano e solo negli Stati del Punjab, dell’Haryana e nell’ovest dell’Uttar Pradesh: in tutta l’India solo il 6% degli agricoltori indiani usufruisce dell’MSP.
Il settore agricolo è estremamente fragile: il 50% della popolazione dipende dall’agricoltura, che, però, contribuisce solo al 17,5% del PIL del Paese e l’85% degli agricoltori è marginale e possiede pochi acri di terra (un acro equivale a 0,4 ettari) e un bracciante guadagna dalle 400 alle 700 rupie al giorno (tra i 4,5 € e gli 8 € al giorno). Eppure, l’India è oggi il secondo produttore di grano al mondo dopo la Cina, con almeno 110 milioni di tonnellate, di cui 15% prodotti solo dal Punjab, che copre solo 1,5% della superficie del Paese. L’abbondanza di acqua e la terra particolarmente fertile hanno trasformato questo piccolo Stato, con l’arrivo della Rivoluzione Verde negli anni ’60, nel “Cestino del Pane dell’India”.
Il prezzo pagato in termini ambientali e sanitari è stato, però, estremamente elevato. L’applicazione del MSP ha favorito una coltivazione massiccia quasi esclusivamente di grano e riso, in un regime praticamente monocolturale. La falda è ampiamente sovrasfruttata; l’impoverimento dei suoli e l’aumento della resistenza dei parassiti ai pesticidi hanno spinto gli agricoltori ad incrementare l’uso di fitofarmaci, che, risalendo la catena alimentare, sono diventati una delle cause principali dell’incremento vertiginoso di casi di cancro. Oggi in Punjab l’incidenza è di oltre 101 casi ogni 100.000 abitanti per gli uomini e 127 per le donne, contro una media nazionale di 80.
Non solo: l’effetto combinato di indebitamento delle famiglie per l’acquisto di sementi, fitofarmaci e macchinari, attraverso i prestiti agevolati del Governo, ma anche di usurai locali, e la perdita di raccolti, per le frequenti siccità dovute al Cambiamento Climatico e gli attacchi dei parassiti, ha causato un incremento dei casi di suicidio. Secondo l’ultimo rapporto del National Crime Records Bureau (NCRB, 2022) i suicidi in India sono stati 11.290, più di uno ogni ora. Come nel caso dei fratelli Malkeet e Birbal, che hanno perso il padre nel 2017, sommerso dai debiti, dopo che per 5 anni il suo campo di cotone è stato attaccato dal verme rosa del cotone, distruggendo il raccolto.
Umendra Dutt, fondatore dell’ONG Kheti Virasat Mission (KVM), spiega che dalla Rivoluzione Verde in poi, è andato perduto un intero sistema culturale basato sul concetto di villaggio rurale come organismo vivente autosufficiente e in armonia con la Natura, come teorizzato dallo stesso Mahatma Gandhi. Si sono perdute coltivazioni locali, tra cui il cotone Desi, e insieme ad esse anche diverse competenze e lavori, come la tessitura. KVM dal 2005 diffonde i principi dell’agricoltura biologica e naturale in Punjab attraverso corsi rivolti a migliaia di agricoltori, aiutandoli a convertire le proprie coltivazioni. Tra questi Swarn Singh, agricoltore socio di KVM, che ha convertito tutte le coltivazioni al biologico nel 2003, dopo la morte della moglie per un tumore. Oggi, con l’avanzare dell’età ha smesso di coltivare e ha messo in affitto la terra, che viene coltivata nuovamente con metodi convenzionali. Molti agricoltori intervistati sostengono che, senza un sistema di prezzi garantiti e, soprattutto, basato sulla qualità dei raccolti, una maggiore diffusione del biologico, che ha rese inferiori, fatica ad affermarsi.
Gli agricoltori che oggi protestano, sostengono che l’applicazione del MSP a tutte le 23 coltivazioni sarebbe un modo per avviare quanto meno un processo di diversificazione e, quindi, di riduzione della pressione sulla falda e di uso dei fitofarmaci entro i limiti consigliati; ma secondo un articolo pubblicato da The Indian Express, a firma dell’economista agraria Shweta Saini e del’ex Segretario all’Agricoltura del Governo indiano, Nanda Kumar, senza ulteriori incentivi e sforzi per incrementare le rese delle coltivazioni, questa misura non sarebbe sufficiente.
Alla luce di un quadro così complesso le richieste dei sindacati sembrano essere solo un piccolo passo verso una rigenerazione di questo settore, che, ancora prima che economico, è culturale e ambientale, ma soprattutto la base vitale della società, non solo indiana.
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26/07/2024
La metà dei lavoratori impiegati nell’agricoltura è irregolare
Le aziende agricole ispezionate sono 109, con 505 lavoratori trovati impiegati durante i controlli. Le aziende che hanno presentato delle irregolarità sono 62 (57%), mentre 236 sono i lavoratori senza regolare inquadramento (47%), con 3 minorenni e 136 cittadini extracomunitari.
Tra loro, i lavoratori impiegati senza contratto sono 64, di cui 23 completamente sprovvisti di regolare permesso di soggiorno.
L’esito dei controlli ha portato a 27 provvedimenti di sospensione dell’attività d’impresa, di cui 17 per lavoro “in nero”, sette per gravi violazioni in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e 3 per entrambe le fattispecie.
Come si apprende da Agenzia Nova, le sanzioni amministrative comminate sono pari a 475 mila euro.
Nella provincia di Latina, la stessa dove si è consumato l’omicidio sul lavoro di Singh Satnam, sono state controllate 34 aziende, con 14 che sono risultate irregolari (41%) e tre sono state sospese.
I lavoratori controllati sono stati 130, 32 dei quali sono risultati irregolari (24%) e 5 completamente “in nero”.
Nel corso di una delle ispezioni, “sette lavoratori extracomunitari hanno tentato la fuga alla vista dei Carabinieri. Una volta raggiunti e identificati, i sette sono risultati sprovvisti di adeguata formazione e informazione nonché in possesso di un contratto di lavoro subordinato di tipo stagionale con decorrenza dal 1° luglio al 31 agosto”, riporta sempre l’Agenzia, “quindi successivo alla morte del bracciante agricolo Singh Satnam”.
Per l’ennesima volta, l’Italia si conferma una Repubblica fondata sul lavoro irregolare, dove il padroncino di turno ha la “libertà” di fare il bello e il cattivo tempo nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici.
Di fronte a mille morti all’anno da più di un decennio e a una serie ormai sterminata di report che certificano l’irregolarità della stragrande maggioranza di imprese che operano sul territorio italiano, il governo Meloni discute invece di un sistema di verifiche e ispezioni ancora più morbido di quello attuale, già martoriato dal cronico sottodimensionamento dell’Ispettorato, che tra le alte novità prevedrebbe 10 mesi di stop garantiti ai controlli all’azienda che avesse superato con esito positivo l’ispezione.
Queste sono le “riforme gratis” che tanto piacciono all’Unione europea, quelle che non influiscono sul bilancio dello Stato e consegnano ai nostalgici oggi al governo il ruolo che storicamente gli compete: bastonare il mondo del lavoro.
La riscossa non può che passare attraverso una rottura verticale con quei partiti (Pd e accoliti) e quelle organizzazioni sindacali (Cgil, Cisl e Uil) che fanno del “contrasto alle destre” uno slogan elettorale, senza però portare al momento buono nessun cambiamento positivo per chi vive, lavora e studia nel nostro Paese.
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18/01/2024
Biodiversità come mito, biotecnologie come business
La schizofrenia non è una malattia, a Bruxelles, ma una ben sperimentata tecnica di governo: basta dare ragione a tutte le proposte più estreme, dagli ecologisti che chiedono il ritorno alla Natura incontaminata alle Multinazionali che continuano a dettare legge con le loro tecnologie in campo agricolo e nella alimentazione sintetica, per vantarsi di essere sempre all'avanguardia.
La prospettiva è di trasformare l'Europa in una sorta di Zoo.
Accanto all'obiettivo della "rinaturalizzazione" del territorio, creando delle vere e proprie isole in cui la Natura tornerà ad essere incontaminata, con le specie naturali libere di riprodursi e la biodiversità ad essere la regola, si pongono limiti sempre più stringenti all'agricoltura, giustificati dalla necessità di combattere l'abuso dei concimi chimici che bruciano il terreno, i diserbanti asserviti alle singole varietà coltivate, i pesticidi che da una parte contrastano gli insetti e gli organismi patogeni e dall'altra annientano gli agenti impollinatori, come le api. Nel settore dell'allevamento, si impongono giuste regole sul benessere animale, con il divieto di gabbie anguste e di metodi strazianti per l'abbattimento dei capi.
Il problema, in fondo, è uno solo: il passaggio che si è avuto dall'agricoltura tradizionale, quella condotta dai piccoli proprietari terrieri, a quella intensiva su base industriale in cui gli ettari ed i capi allevati si contano a migliaia. La maggiore produttività di quest'ultimo sistema ha spinto i piccoli agricoltori ed allevatori ad entrare in concorrenza spietata con le imprese di grandi dimensioni, adottando metodi di sfruttamento ancora più feroci nella coltivazione della terra e di alimentazione degli animali: solo così possono cercare di sopravvivere.
Le conseguenze in campo agricolo sono state devastanti: le tantissime varietà tradizionali sono state abbandonate a favore delle poche sementi sempre più produttive, messe a disposizione dalle multinazionali insieme ai necessari concimi chimici ed ai diserbanti. La Grande Distribuzione Organizzata, che domina il mercato alimentare, ha fatto anch'essa la sua parte: ha bisogno di standard qualitativi elevati, e soprattutto di varietà di frutta e di verdura che non marciscano velocemente tra il momento della raccolta e quello della vendita nei supermercati. A ritroso, questo ha reso necessario abbandonare le tante varietà agricole tradizionali, meno produttive e meno resistenti.
Questi sono i fattori che hanno ridotto la biodiversità in campo agricolo e nell'allevamento, creando un sistema ecologicamente non sostenibile ed economicamente penalizzante per i piccoli operatori. I margini di profitto si sono spostati a favore delle Multinazionali e della Grande Distribuzione.
Qui sta il paradosso di Bruxelles: per contrastare l'innegabile degrado dei terreni dal punto pedologico, l'inquinamento delle acque sotterranee e la riduzione delle varietà coltivate ed allevate, propone di ridurre le aree destinate ad uso agricolo. In pratica, si passa dai Parchi e dalle Riserve naturali alle Aree di Rinaturalizzazione.
La conseguenza di questa decisione è aberrante: voler ridurre il territorio da destinare all'agricoltura, per restituirlo alla Natura incontaminata, significa dover sfruttare maggiormente quello che rimane. Invece di favorire il ritorno all'agricoltura sostenibile e all'allevamento brado, si aumenta il differenziale naturalistico tra le aree protette e le aree coltivate.
Ed è paradossale il capovolgimento della logica secondo cui "Chi inquina, paga!": al consumatore, le carni o le uova da allevamento e da agricoltura biologica devono costare di meno, e non di più, rispetto a quelle che provengono da una filiera produttiva che abusa di mangimi industriali, di concimi chimici, di diserbanti e di pesticidi di ogni sorta.
Non è un caso, a questo punto, che la Food and Drug Administration statunitense abbia già dato la sua autorizzazione alla commercializzazione della carne di pollo prodotta in laboratorio: dopo gli OGM in agricoltura, le Multinazionali puntano a spiantare l'allevamento tradizionale con la carne sintetica. Gli ecologisti sarebbero pure d'accordo: non ci sono solo le deiezioni degli animali che inquinano, ma c'è pure la CO2 che emettono a danneggiare l'ambiente!
In fondo, perché mai le Multinazionali delle biotecnologie si dovrebbero opporre alla strategia di "Rinaturalizzazione" del territorio? È questa scelta, solo apparentemente ecologica, che renderà invece necessarie tecniche produttive sempre più industrializzate ed artificiali mentre danneggia quelle agricole e di allevamento a basso impatto ambientale e che salvaguardano la vera biodiversità in campo alimentare.
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21/07/2023
L’accordo sul grano e la fame nei paesi poveri
La decisione, è detto, è legata alla fine del cosiddetto “Accordo sul grano” e la relativa riduzione del corridoio umanitario marittimo. Mosca aggiunge che i paesi la cui bandiera è issata su dette navi, verranno considerati implicati nel conflitto dalla parte del regime di Kiev.
Alcune zone nei bacini nordoccidentale e sudorientale delle acque internazionali del mar Nero sono state dichiarate temporaneamente pericolose per la navigazione: sono stati diramati i relativi avvisi informativi previsti dalla procedura sulla revoca delle garanzie di sicurezza ai natanti.
Questo, per quanto riguarda l’aspetto strettamente militare della questione sul ritiro russo dalla Black Sea Grain Initiative.
Sul piano “alimentare”, Jeune Afrique lamenta il pericolo di un balzo dei prezzi alimentari nei paesi africani, in larga parte dipendenti da cereali ucraini e russi.
Secondo l’ONU, scrive Maher Hajbi, la decisione di Mosca avrà conseguenze di vasta portata per «centinaia di milioni di persone bisognose», soprattutto in Africa. Infatti, le importazioni africane di grano rappresentano quasi il 90% del commercio con la Russia e circa il 50% con l’Ucraina.
Secondo la FAO, alcuni paesi africani hanno una dipendenza “pericolosa” dalle esportazioni cerealicole russo-ucraine; tra il 2018 e il 2020, l’Africa ha importato circa 3,7 miliardi di dollari di cereali dalla Russia e 1,4 miliardi dall’Ucraina.
In base a dati UNCTAD, tra il 2018 e il 2020, Benin e Somalia sono dipesi totalmente dal grano russo e ucraino, che ha rappresentato il 100% del loro approvvigionamento.
Primo importatore mondiale e primo consumatore africano di cereali, l’Egitto acquista l’81% del fabbisogno da Mosca (61%) e Kiev (20%); altri 15 paesi africani dipendono per oltre il 55% dei propri approvvigionamenti da Ucraina e Russia: in particolare Sudan (75%), RDC (68%), Senegal (65%), Congo 61%.
Altra questione: avere una precisa rappresentazione di quali siano i diretti fornitori, ad esempio, della produzione agricola ucraina, dal momento che, come ribadito da Mosca, vari “intermediari” europei, acquistano grano ucraino a prezzi di dumping, lo trasformano e lo rivendono «come prodotto finito ad alto valore aggiunto.
Gli occidentali guadagnano due volte, sia sulla vendita che sulla lavorazione del grano. Inoltre, USA e UE stanno speculando sui prezzi, creando una carenza artificiale di merci, e stanno spingendo i prodotti agricoli russi fuori dai mercati mondiali attraverso l’imposizione di sanzioni unilaterali illegali».
Ragion per cui il ritiro di Mosca dall’Accordo non significa che la Russia interrompa le proprie forniture di cereali, in particolare a vari paesi africani, come la vulgata agitata anche dai fascisti di governo, secondo cui il ritiro russo dall’accordo mostrerebbe i veri amici e nemici dei Paesi poveri.
Quanto il mercato dipenda in larga parte dagli “intermediari” euro-atlantici, lo dimostrerebbero d’altronde anche le cifre riportate dall’economista algerino Mahfoud Kaoubi, che parla di un rialzo sui mercati internazionali del prezzo del grano del 3% e del mais per il 2%. Kaoubi teme anche il pericolo che l’India, secondo produttore di grano al mondo, possa in qualsiasi momento giocare la carta del divieto di esportazione, aggravando così il rischio di penuria di scorte nei paesi africani, alcuni dei quali, già dall’inizio del conflitto in Ucraina, cercano di affidarsi alle risorse locali.
In Camerun, Costa d’Avorio, Egitto, per esempio, si ricorre a manioca e patate dolci per fare il pane; il Togo si è posto l’obiettivo di produrre 10.000 tonnellate di fonio entro il 2028. Un’alternativa ai cereali ucraini e russi sono sorgo e miglio.
Da parte sua, la Russia cerca di non allentare i propri legami africani, anche seguendo la strada del sostegno alle produzioni locali, attraverso i fertilizzanti, che sono uno degli elementi contestati da Mosca, il cui mancato rispetto da parte occidentale ha contribuito a provocare la decisione sul ritiro dall’Accordo.
La questione dei fertilizzanti, nota Estelle Maussion ancora su Jeune Afrique, è a tal punto importante che il programma del secondo vertice Russia-Africa (si terrà a Piter il 27 e 28 luglio) prevede una tavola rotonda specifica sul tema: “La stabilità del mercato dei fertilizzanti come garanzia per lo sradicamento della fame nei Paesi africani”.
A Piter si parlerà anche in particolare del “Partenariato Russia-Africa a favore della sovranità alimentare”, sottolineando che i fertilizzanti sono fondamentali per molte produzioni africane tra cui cotone, cacao e cereali.
La Russia è tra l’altro uno dei maggiori produttori mondiali di fertilizzanti naturali e, stando alla presentazione della suddetta tavola rotonda, Mosca, dopo aver distribuito a titolo gratuito fertilizzanti a vari paesi africani, intende ora «trasferire tecnologie agricole avanzate in Africa».
«Partnership strategiche a lungo termine con i fornitori russi, consentiranno ai Paesi di aumentare la produttività agricola, formare personale industriale qualificato, creare nuovi posti di lavoro e fornire generi alimentari di base alla popolazione», è detto nella nota di presentazione del summit, uno dei cui curatori di punta è il consorzio Uralkhim-Uralkalij, che nel 2022 ha condotto una trentina di corsi di formazione, con alcune migliaia di partecipanti africani.
Tra l’altro, oltre Uralkhim-Uralkalij, la Russia vanta altri tre colossi mondiali nel settore dei fertilizzanti: Akron, EvroKhim e FosAgro, la cui crescita esponenziale di esportazione in Africa è fuori discussione, in particolare con centinaia di migliaia di tonnellate di NPK (Azoto-Fosforo-Potassio), principale fertilizzante fosfatico utilizzato in Africa.
Secondo uno studio condotto da FAO-WFP, realizzato su iniziativa dell’organizzazione dell’Africa occidentale, nel 2021 i flussi complessivi di fertilizzanti russi hanno rappresentato il 50% del fabbisogno del Togo, il 40% del Ghana, il 35% del Burkina Faso e del Senegal, circa il 30% della Costa d’Avorio e oltre il 20% di Mali e Guinea.
Mosca si è mossa anche sul piano dell’immagine: su proposta di Vladimir Putin, Uralkhim-Uralkalij ha messo gratuitamente a disposizione 300.000 tonnellate di prodotti bloccati nei porti europei a causa delle sanzioni UE.
Dopo una prima spedizione a fine 2022 (23.000 tonnellate di NPK) in Burkina Faso, ne sono seguite altre due nel 2023, in Malawi (20.000 tonnellate di NPK) e Kenya (24.000 tonnellate di potassa, urea e NPK), per un totale di 77.000 tonnellate.
Annunciata una quarta spedizione, in Nigeria per lo stesso volume e la stessa tripla composizione del Kenya, ma non ancora effettuata, che avrebbe portato il volume totale a 110.000 tonnellate.
Di fatto, ha precisato il Ministero degli esteri russo, delle 262.000 tonnellate di previste forniture gratuite di fertilizzanti russi ai paesi più poveri, sotto egida ONU, ma bloccate in Lettonia, Estonia, Belgio e Paesi Bassi, nel 2023 sono state effettuate solo due spedizioni: 20.000 tonnellate in Malawi e 34.000 tonnellate in Kenya.
«In linea con le pratiche e le abitudini coloniali, la UE ha bloccato la nostra iniziativa. Ci sono voluti sei mesi per portare la spedizione in Malawi e solo di recente è stato possibile effettuare un’altra consegna in Kenya», ha dichiarato Sergej Lavrov lo scorso maggio, durante una visita in Kenya e Burundi.
Sul versante commerciale, non è da meno anche l’altro grosso produttore russo, FosAgro, che nel 2022 ha venduto circa 11 milioni di tonnellate di fertilizzanti, in crescita del 6,4% su base annuale: le vendite africane verso 21 Paesi, tra cui Sudafrica, Benin, Kenya, Costa d’Avorio, Mali e Camerun, hanno rappresentato il 6% della sua attività complessiva nel 2021.
Nel 2022, FosAgro è stata il primo esportatore russo in Africa con circa 500.000 tonnellate: più 25% in un anno.
Per chiudere, sul piano militare, con la decisione russa del 20 luglio sul blocco dei porti ucraini sul mar Nero, il livello di contrapposizione si fa ancora più elevato: l’Ucraina, osserva il politologo Dmitrij Soin, ha un «disperato bisogno di quei porti; non può sussistere senza la costa del mar Nero: è un duro colpo per la sua economia e le capacità di difesa».
Il blocco dei porti, però, può comportare non solo perdite da parte ucraina, ma anche cambiamenti nelle posizioni dei paesi occidentali: i soggetti «dell’accordo sul grano dovranno prendere una posizione chiara sul conflitto».
Soin ritiene che Mosca debba prepararsi a possibili provocazioni in mare: «ciò potrebbe portare a un nuovo ciclo di isteria globale anti-russa e alla giustificazione del sostegno all’Ucraina. Unica opzione, è quella di creare una situazione per cui quelle navi non abbiano dove attraccare».
Vale a dire, Mosca dovrebbe portare colpi precisi alle infrastrutture costiere: senza banchine, né hangar, né gru, i porti saranno completamente inutili.
E Mosca ha già cominciato.
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19/06/2023
Il paradosso di un’Italia in siccità colpita dalle alluvioni
Innanzitutto, bisogna notare che c’è poca ironia da fare, mentre da Nord a Sud, da Bergamo a Nola, ogni pioggia si è trasformata in eventi atmosferici da zona tropicale, con conseguenti e sostanziosi danni. L’alluvione della Romagna, dopo il caso marchigiano, si è portato via 17 persone: non c’è nulla da ridere.
Poi, non basta un mese di precipitazioni torrenziali, grandine e neve, per rimettere in ordine gli equilibri di un intero ecosistema. La Fondazione Centro Internazionale in Monitoraggio Ambientale (CIMA) ha calcolato il deficit di quantità d’acqua contenuta nella neve delle nostre montagne pari al 49% della media degli ultimi 12 anni.
Bisogna poi tenere a mente che le previsioni del tempo non sono come quelle generali dell’andamento climatico. Francesco Avanzi, ricercatore della CIMA, ricorda che gli “effetti della siccità emergono nel tempo, man mano che la scarsità d’acqua si va facendo sentire sugli ecosistemi, sulle coltivazioni, sull’approvvigionamento energetico, sulla falda acquifera e quindi sui nostri fiumi”.
Ieri era la giornata mondiale della lotta alla desertificazione, pericolo che riguarda quasi un terzo del territorio nazionale secondo l’ISPRA. Secondo un modello dell’Istituto per la Protezione e la Ricerca Ambientale, nel 2022 il 20% del territorio nazionale ha sofferto di siccità estrema, il 40% di siccità severa o moderata.
In Italia solo l’11% dell’acqua piovana viene recuperata, afferma l’ANBI, l’Associazione nazionale consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue. Paragonando le risorse idriche dell’ultimo trentennio con quelle del trentennio 1951-1980, risulta che ne è stato perso il 13%: 19 miliardi di metri cubi, poco meno del Lago di Como.
Si tratta di un volume di acqua pari a due terzi di quello usato annualmente nelle attività umane del paese. Più della metà di questa quota viene prelevata nel distretto padano, soprattutto per alimentare le attività agricole, come se servissero altre prove per dimostrare che la gestione dell’acqua è prima di tutto un problema di modello di sviluppo.
Lo stress idrico, cioè il rapporto tra prelievi idrici totali e disponibilità di acqua dolce superficiale e sotterranea, ha il suo picco proprio lungo il bacino del Po (65,6%). Un valore quasi doppio rispetto a quello di aree considerate tradizionalmente maggiormente esposte al rischio desertificazione, come quelle del Sud e delle Isole.
Il ricercatore ISTAT Stefano Tersigni ha affermato che “il modello agricolo che si è sviluppato negli ultimi 50 anni non è più adeguato alle risorse oggi disponibili, perché ne utilizza troppe ed è poco resiliente ai cambiamenti climatici”. È una questione di caratteri delle filiere produttive, e dunque di organizzazione della produzione e di forme di mercato a cui dà origine.
Anche solo guardando al proprio portafoglio, persino le multinazionali dovrebbero avere interesse a prendere di petto il problema. La Conferenza ONU sull’acqua, tenutasi a New York a fine marzo, ha registrato che dal 1998 al 2017, considerando solo le perdite economiche e non quelle umane, la siccità ha mandato in fumo 124 miliardi di dollari.
Ma è proprio questa la contraddizione fondamentale tra capitale e natura. Il sistema capitalista deve garantire una valorizzazione continua in un mondo finito, e questo alla fine va a detrimento dell’ambiente. Anche gli idrovori allevamenti intensivi sono solo un fenomeno di una società fondata sullo sfruttamento delle risorse, senza nessun equilibrio con esse.
Sempre la Conferenza ONU citata ha previsto che entro il 2030 la domanda globale di acqua dolce supererà del 40% l’offerta disponibile. Appare chiaro che non sono più rimandabili misure per il ripristino dei suoli e per ampliare gli invasi, ma questa coscienza sembra essere ancora poco diffusa nelle agende politiche della classe dirigente occidentale.
C’è poi il nodo che fa da corollario a tutta la questione. Se i nostri governanti decidono di muoversi sulla strada della transizione ecologica, lo fanno senza mettere in discussione l’intero modello, e anzi mettendo in campo misure parziali. E i costi vengono fatti ricadere sulle spalle dei settori popolari.
La battaglia che ci aspetta è avviarsi davvero sulla strada della transizione ecologica, ribaltando le fondamenta del modo di produzione capitalistico. Affinché siano le grandi aziende, i responsabili della crisi climatica – le prime 100 società del fossile hanno prodotto la metà di tutte le emissioni dalla Rivoluzione Industriale – a pagarne i costi, non i lavoratori e le giovani generazioni.
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02/04/2023
Le agevolazioni comunitarie all’Ucraina provocano una crisi agricola nei paesi dell’Est Europa
Secondo il giornale “Un’ondata di rabbia ha travolto i villaggi dell’Europa orientale. Polacchi, rumeni e bulgari sono indignati per l’afflusso incontrollato di grano dalla vicina Ucraina“.
Di fronte al grano ucraino a buon mercato, gli agricoltori polacchi non possono vendere i loro prodotti, quindi “condannano questa concorrenza sleale degli ucraini“, scrive Le Figarò.
È importante rammentare che nel maggio 2022, l’Unione Europea ha abolito i dazi doganali per un anno su tutti i prodotti agricoli importati dall’Ucraina per sostenerne l’economia.
Di conseguenza, è iniziata una concorrenza sfrenata nei porti europei, e “sono stati i prodotti dall’Ucraina che sono riusciti ad andare avanti, perché qualcuno ha dato loro privilegi”, riassume Le Figarò.
I primi ministri di diversi paesi europei dell’Est hanno chiesto alla presidente della Commissione europea von Der Leyen di intervenire nella crisi causata dall’afflusso di grano dall’Ucraina.
L’appello è stato presentato dai rappresentanti di Romania, Polonia, Ungheria, Bulgaria, Slovacchia. La lettera segnala i problemi dovuti ad “un aumento significativo della fornitura di prodotti ucraini ai mercati dei paesi membri dell’UE, in particolare quelli confinanti con l’Ucraina o situati vicino ad essa”.
Anche il think thank italiano Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) scriveva due giorni fa che la concessione de facto del regime preferenziale di unione doganale alle merci ucraine e la tolleranza applicata nei confronti dei diversi standard qualitativi e sanitari dei prodotti “hanno provocato un vero allarme in quei Paesi limitrofi con simili economie produttive”.
Le importazioni di grano ucraino in Romania, stimate in 1,17 miliardi di euro l’anno scorso, hanno fatto crollare il prezzo del grano rumeno costringendo i contadini locali ad ammassare il raccolto nei silos, o ancor peggio, a lasciar marcire il grano nei campi.
Nello stesso periodo, le importazioni di pollo ucraino in Polonia sono cresciute dell’80% rispetto all’anno precedente, fino a spingere gruppi di contadini polacchi esasperati a tentativi di blocco delle solidarity lanes della Ue con l’Ucraina.
Le numerose proteste hanno ricevuto il supporto del Commissario europeo (polacco) all’Agricoltura, Janusz Wojciechowski, che il 20 marzo ha chiesto agli Stati membri il via libera per sbloccare 56 milioni di euro dal fondo di riserva d’emergenza della Politica Agricola Comune (PAC) per alleviare i danni derivanti dalla distorsione dei mercati centro-europei dovuta all’influsso di derrate ucraine.
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16/10/2021
Il virus è neoliberista
L’epidemiologo evoluzionista Robert Wallace parla con gli operatori sanitari di Left Voice Mike Pappas, Tre Kwon e Cliff Willmeng sulle origini del Covid e sull’incapacità del capitalismo di rispondere alla crisi.
Mike Pappas: Da dove viene il Covid e come ci siamo arrivati?
Per formazione sono un epidemiologo evoluzionista. Sono abituato a prendere sequenze genetiche, come l’influenza aviaria, o l’H5N1, la prima rock star virale del secolo, ed osservare tali sequenze presso le varie località della Cina e dell’Eurasia per poi costruire degli alberi filogenetici.
Si tratta di alberi evolutivi che mostrano come i vari ceppi siano tra loro collegati. E poiché conosciamo le località in cui campioniamo questi ceppi, possiamo dedurre mediante l’albero quali sono state le località interessate in precedenza da un ceppo virale.
Siamo in grado, in altre parole, di costruire una mappa dei diversi ceppi basandoci sulle sole sequenze genetiche. Lo abbiamo fatto per l’H5N1 (l’aviaria). Abbiamo identificato una provincia sud-orientale della Cina chiamata Guangdong, che sembra essere l’area di origine dell’H5N1 prima che si riversasse ad Hong Kong.
Il problema è che ho commesso un errore nella mia carriera. Qualcosa ha suscitato la mia curiosità. Non sempre è una buona mossa se vuoi far carriera nella scienza. La scienza è largamente legata alle convinzioni dell’establishment circa la natura del capitalismo e dell’impero. E la curiosità è costretta entro specifici percorsi di indagine. Ci sono persone incredibilmente intelligenti che spesso devono lavorare restando entro i limiti davvero ristretti di ciò che è lecito esplorare.
La mia curiosità mi ha messo nei guai perché volevo sapere perché l’H5N1 è emerso nel Guangdong nel 1997. Non era possibile trovare la risposta nelle sequenze genetiche. Mi sono quindi addentrato nella storia dell’agricoltura della regione e nell’economia politica dell’agribusiness globale per capire come i diversi settori agricoli si sono evoluti in Cina e altrove, trovando che l’agribusiness è probabilmente il peggior modello – o il migliore – che vi possa essere per selezionare agenti patogeni tra i più mortali.
Vedi via via emergere, in tempo reale e quasi annualmente, tutta una varietà di agenti patogeni: hai altre influenze aviarie; l’otto, la sette e la nove, che emergono nel 2013; hai l’H5N1, emerso un paio di anni dopo in tutta Europa.
Negli Stati Uniti l’H5N1 ha ucciso 50 milioni di polli. Ma non c’è solo l’influenza aviaria. L’influenza suina, H1N1, è emersa fuori da Città del Messico nei suini per poi diventare una vera pandemia. Vi sono Zika e SARS.
Quasi ogni anno emerge ogni tipo di agenti patogeni. Stanno anzi iniziando ad emergere in parallelo. In molti abbiamo seguito da vicino la vicenda di un virus chiamato peste suina africana che ha avuto origine in Africa tra i maiali selvatici, ma anche domestici; si è riversato in Europa e più di recente in Europa orientale, ed infine è arrivato in Cina, nel 2018, dove ha ucciso metà della popolazione di suini.
Il sistema immunitario del maiale è molto simile a quello umano, quindi eravamo molto preoccupati. Tutto ciò che circola nei maiali domestici potrebbe fare danni piuttosto seri agli umani.
Il nostro team, composto da biologi evoluzionisti, ecologi, geografi e scienziati sociali di vario genere, ha così iniziato a chiedersi come e perché questi virus stiano emergendo in rapida sequenza.
Si dedicano solitamente molto tempo e attenzioni agli agenti patogeni e in particolare ai virus perché ci si concentra sull’oggetto del meccanismo causale, vale a dire il virus o il vaccino.
La ricerca delle cause va però chiaramente oltre ciò che è sotto la lente del microscopio: dev’essere ricerca sul campo, bisogna uscire nel mondo. Abbiamo perciò preso l’abitudine di denominare alcuni di questi patogeni con nomi di movimenti politici o anche di singole personalità politiche.
Al di là dell’ironia, abbiamo in mente qualcosa di estremamente serio: le decisioni assunte dai governi e dalle economie più forti, che definiscono determinati modi di relazionarsi al mondo e hanno un effetto profondo sull’emersione degli agenti patogeni.
Per esempio, chiamiamo “influenza NAFTA” l’influenza suina H1N1 emersa nel 2009, dall’accordo di libero scambio nordamericano. Tale accordo, stipulato nel 1994, ha rimosso ogni barriera consentendo alle multinazionali di riversare carne sul mercato interno messicano e distruggendo così quel settore dell’economia locale.
A quel punto gli agricoltori messicani potevano, o vendere perché non erano in grado di competere, o consolidare le proprie aziende e renderle abbastanza grandi da poter competere con le nuove filiali create dalle multinazionali americane, tra cui Smithfield.
Questo ha cambiato profondamente l’agricoltura messicana e l’allevamento di suini. Il mosaico di piccole fattorie tipico del paesaggio messicano si è trasformato in qualcosa di molto più statunitense.
Puoi tracciare la sequenze genetica del nuovo H1N1 e scoprire che il genoma dell’influenza è segmentato. Quando due diverse influenze infettano un singolo ospite, possono infatti scambiarsi i loro segmenti, proprio come fanno dei giocatori con le proprie carte il sabato sera.
Con l’H1N1, gran parte del lavoro svolto in campo genetico dimostra che alcuni di quei segmenti sono emersi da maiali degli Stati Uniti e del Canada, e che altri provenivano dall’Eurasia. Come mai stanno insieme? A differenza dell’influenza aviaria, non puoi dar la colpa agli uccelli acquatici selvatici, che volano da un continente all’altro; i maiali in genere non volano, a meno che non vengano esportati da un paese all’altro.
In concomitanza con il rivoluzionamento dell’allevamento industriale, tradottosi in una crescente concentrazione degli allevamenti e in una perdita di biodiversità – ce ne occuperemo a tempo debito – si è avuto un aumento delle esportazioni di suini da una parte all’altra del mondo; anche gli agenti patogeni, e le relative influenze, sono stati dunque trasportati da una parte all’altra del mondo.
Per tornare al NAFTA, in questo caso l’accordo ha permesso di abbattere le barriere permettendo alle multinazionali di entrare; ma sono così entrate anche le varie influenze, che si sono tra loro ricombinate fino all’emersione nel 2009 di un nuovo agente patogeno nei dintorni di Città del Messico – patogeno che ha poi cominciato a passare da uomo a uomo causando una pandemia.
Un altro caso da noi rinominato è stata l’epidemia di ebola che nel 2013 colpì l’Africa occidentale. L’abbiamo chiamata “Ebola neoliberista”, in parte a causa dei programmi di aggiustamento strutturale imposti ai paesi dell’Africa occidentale.
Per ottenere prestiti dalla Banca Mondiale e dal FMI questi paesi devono spesso ristrutturare le loro economie per consentire alle multinazionali di entrare, e devono tagliare i budget di spesa per la salute pubblica e quella degli animali.
Nel caso dell’Africa occidentale abbiamo un crescente movimento nell’ultima delle aree forestali lì rimaste per allontanare le popolazioni locali dall’agroforestazione contadina e consentire l’emergere di un diverso tipo di imprese nazionali e multinazionali basata su piantagioni a monocoltura, che distruggono le foreste locali.
Cosa ha a che fare tutto ciò con ebola? Ebbene, le foreste sono luoghi molto complessi. Se ne attraversi una, sarà difficile tener traccia di tutto ciò che vi sta accadendo. C’è così tanta complessità, e quella complessità svolge un lavoro in nostro favore.
Si tratta di una proprietà scoperta recentemente, secondo la quale la complessità delle foreste e dei sistemi ecologici in genere è tale che nessun patogeno presente in un organismo ospitante può da lì attecchire su di una serie di ospiti diversi, proiettandosi fuori dalla foresta e dall’ambiente locale fino a raggiungere una città vicina.
Tuttavia, che si tratti di piantagioni, disboscamento o estrazione mineraria, quando permetti alle multinazionali di entrare, distruggi di fatto la foresta. La maggior parte delle specie ospiti, riserve naturali per molti agenti patogeni, si estingueranno, ma altre non lo faranno.
Molti animali e specie non si estinguono così facilmente. Sono plastici sul piano del comportamento. I pipistrelli dimostrano questo genere di plasticità e si spostano proprio nelle monocolture. Voglio dire, non sono affatto male: hanno molto spazio per volare dalle tane e dai luoghi di foraggiamento. Non ci sono concorrenti o predatori.
E c’è un’interfaccia crescente tra le persone del posto assunte da aziende nazionali e multinazionali per aiutare a gestire queste piantagioni. E anche per via della proletarizzazione in atto, si tratta di persone che non riescono a pagare tutte le bollette. Molti sono emigrati verso i capoluoghi regionali, da cui ritornano durante il periodo vegetativo; ed ecco qui il cerchio, il ciclo, per così dire.
Qualsiasi agente patogeno, o ebola, che faccia il salto dai pipistrelli o dagli insetti attecchisce sui lavoratori locali addetti al bestiame o alle piantagioni, o sui taglialegna, o sui minatori, e quei lavoratori poi emigrano nelle città della zona.
La salute pubblica è in declino a causa dei programmi di aggiustamento strutturale. Le infezioni da ebola sono sempre difficili da riconoscere. Poi il virus passa da uomo a uomo e si comincia a ballare. Ecco perché c’è un virus ebola che geneticamente non è così diverso dai precedenti ebola emersi a partire dalla metà degli anni Settanta.
L’ebola, in genere, si riverserebbe in un villaggio o due portando i tassi di mortalità al 90% – davvero qualcosa di terribile. Potrebbe eliminare un gruppo di gorilla, e chiusa lì. Non andrebbe oltre.
Ma quando sfoltisci il paesaggio periurbano dalla foresta profonda fino alla città, fornisci al virus una traiettoria perfetta che va dalla foresta direttamente dentro la città più vicina.
Il virus di per sé non è cambiato, ma abbiamo dovuto distinguere tra l’oggetto in sé del virus e dei vaccini, e la profilassi e l’ambiente, vale a dire le più ampie relazioni ecologiche e sociologiche tra l’uomo e gli animali, gli animali selvatici, il bestiame, i raccolti etc. È il cambiamento del contesto ad aver guidato il virus, non il virus stesso.
Il virus causa l’epidemia, ma lo fa insieme ad un’economia globale in evoluzione, che ha investito l’Africa occidentale così a fondo da permettere al virus di farsi strada, arrivando ad infettare 35.000 persone e ucciderne 11.000, con i corpi lasciati nelle strade dei capoluoghi di regione.
Ora, cosa ha a che fare tutto ciò con il Covid-19? È il circolo della produzione che dal capoluogo regionale passa per lo spazio periurbano fino alla foresta profonda, e ritorno. I diversi patogeni emergono in diverse parti di questo circuito di produzione.
Ebola, come abbiamo detto, emerge dalle foreste remote con i pipistrelli locali, e si riversa sui lavoratori, che poi migrando lo portano nei capoluoghi di regione. È in gran parte alla fine del circuito che si crea quindi una situazione di emergenza.
Poi ci sono virus come SARS-2, che causa il Covid-19. Questi stanno emergendo in tutta l’area interessata dai circuiti della produzione. La valutazione del nostro gruppo di ricerca rispetto alle ipotesi circa un’origine “sul campo” del Covid-19, è che il virus sia emerso nella Cina meridionale o centrale.
Non mi addentrerò nella storia della Cina. In generale voglio solo dire che dopo Mao c’è una Cina che decide di seguire la via dello sviluppo capitalista. Non discuto ora se sia stato un bene o un male; si può dire che milioni di cinesi sono stati tirati fuori dalla povertà e milioni sono rimasti indietro. Ma per lo più i cinesi hanno deciso di basarsi sull’autosfruttamento delle proprie risorse per lo sviluppo economico, piuttosto che seguire il modello coloniale tradizionale del Nord globale, che semplicemente sfrutta il Sud globale.
Così facendo, i cinesi hanno eroso la loro stessa foresta, come è successo con ebola in Africa. Hai l’erosione dell’ultima delle foreste causata dall’allevamento di bestiame tradizionale, ma c’è anche un altro settore, che non interessa solo la Cina, ed è il settore in crescita del cibo selvatico: il pangolino, lo zibetto e simili, che vengono sempre più trattati come bestiame tradizionale – è un cibo sempre più integrato nell’economia alimentare capitalista.
Entrambi i settori – bestiame tradizionale e monocolture, ed il settore alimentare più selvatico – hanno iniziato a dettar legge sulle foreste meridionali e centrali della Cina.
È stato documentato che l’aumento dell’interfaccia con i pipistrelli costituisce un serbatoio per una varietà di coronavirus. SARS-1 emerge nel 2002, un periodo in cui l’uso di pesticidi in Cina è andato aumentando anche più che negli Stati Uniti, riducendo la popolazione di insetti e privando molti pipistrelli del proprio nutrimento; ciò li ha costretti a volare per un’area più ampia, per procacciarsi del cibo, aumentando anche per questa via l’interfaccia con l'uomo.
Ho notato, Mike, che mi hai chiesto dell’ipotesi circa l’origine ambientale della pandemia, in parte perché sospetto tu voglia evitare di discutere l’ipotesi della produzione del virus in laboratorio, in parte perché ci sono così tanti pazzi che la stanno sostenendo.
Vorrei però dire che potrebbe essere accaduto. Nel 2013, un gruppo dell’Università di Princeton ha pubblicato un rapporto secondo cui, dopo l’H5N1 e dopo l’11 settembre, i paesi di tutto il mondo hanno iniziato a costruire laboratori di biosicurezza con livelli di biosicurezza (BSL) 3 e 4, dove vengono gestiti i patogeni peggiori, i più pericolosi. Sono stati costruiti a migliaia in tutto il mondo.
Una perdita di laboratorio è rara, ma se un evento raro ha sufficienti possibilità di manifestarsi, esso inclina verso l’inevitabile, tanto che si tratta di un’ipotesi ancora sul tavolo.
Insomma, ci son voluti 15 anni per capire come è emersa la SARS-1, non basteranno 19 mesi per capire come è emersa la SARS-2; quindi entrambe le opzioni sono possibili, anche se sono più incline a sostenere la teoria dell’origine ambientale della pandemia, alla luce delle possibilità che i coronavirus hanno di fare esperimenti con il sistema immunitario umano.
Alcuni dati genetici indicano che con ogni probabilità la SARS-2 circolava nelle popolazioni umane anni prima che esplodesse a Wuhan, con grande dispiacere per i sostenitori della tesi della fuga di laboratorio.
Ecco come, a nostro avviso, il Covid-19 ha avuto un’origine ambientale. Che è fondamentalmente legata alle decisioni e alla governance in fatto di interventi di salute pubblica.
Mike Pappas: Ora che sempre più persone sono vaccinate, c’è questa retorica sul fatto che esiste una soluzione per la pandemia. “Semplicemente: o prendi il vaccino, o sei parte del problema”. Naturalmente, noi vogliamo che le persone ricevano il vaccino. Ma tu hai parlato di come le vaccinazioni di per sé non siano la bacchetta magica. Puoi spiegarlo meglio?
Innanzitutto, come stiamo scoprendo proprio ora, l’idea che solo chi può pagare per i vaccini debba avervi accesso [i paesi ricchi, ndr], consente al virus di continuare a diffondersi ed evolversi, comprese le varianti che possono sfuggire al vaccino. Così non funziona. Il modello capitalista di produzione, che permette la profilassi solo a chi può pagare, è pessimo in termini di salute pubblica.
La seconda cosa da capire è che queste innovazioni mediche non sono mai sufficienti. La salute va al di là del corpo individuale. È un qualcosa che condividiamo nel corpo sociale. La salute pubblica è una qualità che connota l’economia politica e i modelli di governance adottati da ciascun paese.
Ci sono cose che vanno oltre la portata dell’intervento umano. Questa non è una di quelle. Il che significa che anche una pandemia che tutto d’un tratto è ovunque, è determinata dalle decisioni prese dai governi in tutto il mondo. O, come in questo caso – un vero shock per molti – è determinata dalla decisione di fare o non fare qualcosa.
Possiamo parlare della differenza tra i paesi capitalisti e gli altri; dovremo farlo a tempo debito. Ma non è solo questo. Un governo dovrebbe dire: “Sai che c’è? La nostra ragion d’essere è aiutare la popolazione con i beni comuni e soddisfare i bisogni delle persone, che dobbiamo evidentemente rappresentare, quale che sia il modello di governance”.
Ci sono paesi che si sono impegnati in questo senso. Lo stato cinese ha inizialmente fallito nell’affrontare l’emergenza Covid. Ma per salvaguardare la propria popolazione si è rapidamente riorganizzato: se c’è un focolaio di Covid-19, la tal provincia o la tal città è inondata con migliaia di operatori sanitari pubblici per l’intervento detto Tetris – test, tracciamento, isolamento – necessario per rintracciare chi è stato infettato e isolarlo prima che infetti qualcun altro. E assicurarsi che chi vive isolato o viene obbligato a restare a casa, possa sopravvivere.
Ricordo le prime foto di New York City nel marzo 2020 quando c’erano principalmente lavoratori neri e ispanici in giro nelle metropolitane che andavano al lavoro, indipendentemente dal fatto che fossero o meno dei cosiddetti lavoratori essenziali, erano in giro perché dovevano pagare le bollette.
Non c’era altro modo di guadagnare quanto gli serviva per l’affitto o per procurarsi del cibo se non uscire e lavorare. È così che il Covid li ha presi a New York, ed è esploso perché ai governi non importava nulla di loro.
Quindi è stata davvero straordinaria la dichiarazione di Trump, un totale buffone, un disastro totale, quando ha detto che avrebbero dato parecchio denaro per sviluppare dei vaccini. È notevole. Non pensavo che l’avrebbero fatto.
Di solito i vaccini impiegano anni prima di essere sviluppati, e non era mai stato sviluppato un vaccino contro il coronavirus; e così alla fine lo hanno consegnato.
Ma non si tratta di una vaccinazione sterilizzante, nel senso che chi è vaccinato può ancora contagiare. Tuttavia, fornisce immunità contro la malattia. Impedirà sostanzialmente che tu venga ucciso dal virus, o comunque ricoverato in ospedale. E a giugno, negli Stati Uniti, il 99% delle persone uccise dal Covid-19 non erano state vaccinate.
Ma il vaccino non basta. Perché per l’incapacità di dar seguito agli interventi non farmaceutici di cui abbiamo parlato – gli ordini di stare a casa, la necessità di isolare le persone malate – non siamo stati affatto in grado di farlo. Ci siamo rifiutati di farlo.
Abbiamo perso la nozione stessa di salute pubblica, che avrebbe significato assumere centinaia di migliaia, se non milioni di operatori sanitari pubblici e di comunità, per farli scendere in strada ad aiutare la gente. Avrebbe significato fare quel che hanno fatto altri paesi, ovvero pagare le persone per stare a casa piuttosto che costringere i lavoratori a uscire per pagarsi le bollette. È ridicolo.
Quei paesi (Nuova Zelanda, Vietnam, Taiwan, Islanda, per esempio) si sono occupati della questione in quattro mesi. Qui siamo al 17° mese e non abbiamo ancora il controllo di una pandemia. Non abbiamo neanche più idea di cosa sia un intervento di salute pubblica.
Questo è il risultato della mercificazione spinta degli interventi medici, riguardanti sia la medicina sia la sua messa in opera. Quindi ogni minuto al pronto soccorso o nello studio di un medico è fatturabile. Questa non è salute pubblica.
Devi collegare la scala dell’epidemia a quella dell’intervento, e degli ospedali sotto-finanziati non sono la scala a cui opera Covid-19. L’azione di contrasto funziona molto di più a un livello che richiede interventi comunitari fuori dagli ospedali e all’estero, e non soltanto nei punti di intervento medico.
Se non hai le strutture per adottare interventi non farmaceutici alla maniera di paesi come il piccolo Vietnam, in grado di reagire in breve tempo impedendo all’epidemia di prendere piede – se il paese più ricco nella storia dell’umanità non è in grado di fare nemmeno quello, allora è chiaro che qui [negli Stati Uniti] un sistema sanitario pubblico ancora non esiste realmente, ma ne hai comunque bisogno per distribuire i vaccini e far sì che la gente esca e vada in giro.
Qui negli Stati Uniti abbiamo trasformato la salute pubblica in un affare individuale. E ciò non riguarda solo Trump, ma anche Biden. Intervenendo sui vaccini, Biden ha detto: “La responsabilità è tua, se non ti vaccini, perché tutti noi vogliamo fare grigliate entro il 4 luglio, e se non ti vaccini rovinerai tutto”.
Ha anche detto: “Oh, chi di voi è vaccinato può togliersi la mascherina perché non infetterà nessuno”, quando già allora eravamo in tanti a sapere che non era vero.
Entrambe queste cose hanno inviato un segnale all’intero paese, che tu fossi vaccinato o meno, che potevi toglierti la mascherina. Le mascherine come strumento di intervento sono state così gettate sotto l’autobus. Gli interventi non farmaceutici sono stati accantonati in un momento in cui dovevamo continuare a guadagnare la fiducia delle persone in tali azioni, per poterle attuare tutte nello stesso tempo.
Esiste un modello di intervento di sanità pubblica assimilabile al formaggio svizzero. I vaccini fanno molto, ma non impediscono alle persone di essere contagiate. Ci sono dei buchi in quella fetta di formaggio. Ecco perché dovevi metterci sopra un’altra fetta. Potrebbe anche avere buchi, ma sono in punti diversi.
Se sovrapponi diversi strati di formaggio, tutti i buchi vengono riempiti in virtù di una sorta di modello olistico di intervento, secondo il quale ricorri a mezzi svariati per liberarti dell’influenza e impedire che si diffonda nella comunità: test di vaccinazione, tracciare le persone in isolamento, pagarle per stare a casa, rendere disponibili trasporti alimentari per sfamarle, municipalizzare i ristoranti, e così via.
Paghi i ristoranti per preparare del cibo per la gente del posto. Questo sarebbe un programma di governo. Ma tutto ciò viene rifiutato come una violazione dell’ideologia capitalista che richiede che tutti gli interventi generino profitto.
Mike Pappas: Nei paesi in cui abbiamo dei tassi di vaccinazione davvero alti, come Israele, stiamo assistendo ad un nuovo aumento del numero dei casi e dei ricoveri ospedalieri. Volevo porti domande su questo perché ho visto un sacco di teorie diverse sul perché ciò può accadere. Si parla di qualsiasi cosa, dalla fuga immunitaria al possibile declino dell’immunità, alle teorie del potenziamento dipendente dall’anticorpo (ADE) e quel tipo di cose. Mi chiedo cosa ne pensi e cosa stiamo vedendo in quei paesi.
Direi che sono tutte possibilità in gioco. Se si torna all’indietro per puntare il dito, ai liberali piace mettere sotto accusa Trump e gli antivaccinisti per non averlo fatto. E c’è un elemento, tipo: “Beh, dovresti andare a morire”, che è ridicolo perché per quanto orribile possiamo considerare la politica di certa gente, deve davvero esserci una nozione di destino condiviso, e la comprensione che la salute e il benessere del mio prossimo sono fondamentalmente legati ai miei.
Gli agenti patogeni sono strani, perché sono nel contempo troppo piccoli e troppo grandi per essere visti, dal momento che le ondate di epidemie investono interi stati e paesi. E per noi è difficile coglierlo in tempo reale.
Quindi il benessere delle persone che non ci piacciono è integralmente correlato al nostro benessere. Non è una faccenda etica; non mi piacciono i nazisti, non mi piacciono i trumpisti, e ho le mie idee sul loro destino. Tuttavia, il benessere in termini di salute pubblica va oltre, e dobbiamo capire che anche coloro che non si vaccinano, sono di fatto i nostri fratelli e sorelle epidemiologici, e il loro benessere è legato al nostro.
Il New York Times ha pubblicato un articolo in cui è stato fatto un sondaggio. Non si tratta soltanto di anti-vaccinisti duri e puri, entra in gioco la divisione per classi. Molte persone al di sotto di un certo livello di reddito non sono vaccinate. Chi non ha cibo a sufficienza, chi ha problemi con l’affitto.
Questo è correlato ed è insieme la dimostrazione di una governance fallimentare a livello sia statale che federale, rispetto alla capacità di andare là fuori, parlare con le persone, trovarle. E ciò richiederebbe che gli operatori sanitari di comunità andassero per le strade, a decine di migliaia. L’amministrazione Biden non è riuscita a fare questo. È una sua colpa. Non è solo qualcosa che riguarda Trump. È una questione di governo capitalista.
È nostro dovere aiutare la gente, e ci vuole un duro lavoro, è ridicolo doverlo ricordare. Ecco perché assumi migliaia e decine di migliaia di operatori sanitari di comunità, che cammineranno nei quartieri, in cui spesso vivono, e parleranno con le persone.
Devi lavorare sulle persone: ogni settimana, ogni mese e anche ogni giorno, per far loro riflettere su cosa sia il vaccino, ascoltandole. Non si tratta solo di parlare con il medico, non è abbastanza. Si tratta di parlare, in prima persona, alle persone che sono i tuoi vicini. E se qualcuno continua a presentarsi ed è gentile con te e rispettoso, puoi avere quella conversazione che potrà spingerà le persone a capire che il vaccino ha senso.
A proposito dei vaccini stessi. Sì, voglio dire, tutto ciò che descrivi è in atto. Hai la variante Delta, tra le altre, che emerge in un modo che i dati arrivati anche pochi mesi fa indicavano che i vari vaccini di qualunque azienda, Pfizer, Moderna, o tutti in genere, stanno iniziando lentamente a perdere forza.
Abbiamo appreso prima in Inghilterra che una dose di Pfizer non era sufficiente, ed ecco che abbiamo la doppia dose. Ora parlano di richiami perché le varianti si stanno evolvendo.
Questa è una fase di evoluzione, gli agenti patogeni si stanno evolvendo. E più permetti ai virus di diffondersi nel mondo, più permetti alle varianti di emergere e sconfiggere i tuoi vaccini.
La radice di ciò è negli interventi di tipo liberista. Se hai intenzione di rimproverare gli anti-vaccinisti trumpisti per non aver fatto il vaccino, come diavolo fai a sostenere gli sforzi della Fondazione Gates contro la medicina aperta?
La Fondazione Gates e le aziende farmaceutiche hanno sostanzialmente detto all’OMS: “non lo farai in questo modo”. COVAX, che stava cercando di vaccinare il 20% della popolazione nei paesi a basso reddito con vaccini scontati, ha ampiamente fallito, in parte proprio a causa di questi diritti di proprietà intellettuale, che impediscono che la produzione di vaccini avvenga in tutto il mondo.
Se lasci che la maggior parte del mondo non venga vaccinata, allora, in sostanza, consenti al virus di fare milioni di esperimenti per capire come evolvere in risposta alle varie cose che gli stiamo lanciando contro. Quindi è del tutto controproducente.
Questo è ciò che fa il capitalismo. È il suo modo di fare soldi. Stanno andando avanti in un modo che è perfetto per distruggere la Terra, che si tratti del cambiamento climatico o di queste pandemie – l’unica cosa che conta è che un pugno di miliardari continuino a fare un sacco di soldi.
Le aziende farmaceutiche hanno davvero guidato la salute pubblica globale orientandola verso la produzione esclusiva di incentivi per coloro che possono pagare, piuttosto che impegnarsi nell’intervento condiviso di salute pubblica, in una governance globale basata sul principio secondo cui: “La salute dei miei vicini è importante per me, vacciniamo il mondo intero e faremo del nostro meglio per ridurre il Covid abbastanza da impedirgli di scatenarsi per lungo tempo”.
I primi modelli che ho visto nel marzo 2020 prevedevano che, negli scenari peggiori, l’epidemia sarebbe continuata fino al 2024. Ora c’è chi parla del 2025. Sei nel settore della salute, pensa a quanto sia stato estenuante anche solo un anno e mezzo. Potrebbero esserci più ondate all’anno perché chi è al potere si è rifiutato di prendere la cosa abbastanza sul serio.
Milioni di persone sono morte, ma è un tasso di mortalità appena dall’1 al 2%. Cosa succederà se avremo l’emergere annuale di virus con tassi di mortalità del 5%, 25%, 30%? Questo, in sostanza, era una specie di softball per un sistema di governance globale. E molti paesi hanno fallito perché sono vincolati alla classe capitalista.****
Mike Pappas: Al di là delle aziende farmaceutiche, in che modo i vari settori della classe capitalista hanno cercato di sfruttare la pandemia a proprio vantaggio?
Come sapete, ho esaminato il settore agricolo. Mi sono dedicato all’agricoltura perché mi sono reso conto che non puoi limitarti a gestire le epidemie una volta che un virus passa da uomo a uomo. I buoi, a quel punto, hanno già lasciato la stalla.
Voglio dire: abbiamo parlato di tutti i modi in cui un corretto intervento di sanità pubblica ridurrebbe al minimo i danni e ci consentirebbe di emergere indenni, o relativamente meno feriti, in modo da poter tornare ad una vita senza pandemia.
E mi sono reso conto che per farlo, dobbiamo cambiare le nostre pratiche agricole e intervenire a quel livello per ridurre al minimo la possibilità che nuovi agenti patogeni emergano dal bestiame e dal pollame.
Quindi, ho tenuto d’occhio il settore agricolo. E ora qui negli Stati Uniti c’è stato l’ormai famigerato intervento, il Defence Production Act (DPA) di Trump, che non ha prodotto più dispositivi di protezione individuale (DPI), di cui avevano bisogno gli infermieri, i medici e le persone che lavorano nel pubblico. Ma ha consentito ai vari impianti di lavorazione del pollame e del bestiame di continuare a produrre, mentre migliaia di lavoratori degli impianti sono stati infettati e sono morti.
È la cosa più ovvia, la volontà di far andare le cose come prima. In apparenza serviva a sfamare l’America, ma non era affatto così. Voglio dire, c’è un calo del consumo di carne tra gli americani, e ce n’era in abbondanza a disposizione.
Quella decisione aveva invece più a che fare con l’intento di soddisfare la domanda estera. I cinesi avevano subito un calo della produzione suina a causa della peste suina africana. Anche se il consumo di carne americana era diminuito, lo spazio costruito per la lavorazione stava aumentando di milioni di piedi quadrati, in molti stati.
Quindi l’intervento di Trump riguardava più i mercati esteri, piuttosto che rispondere ad un appello nazionalistico per l’approvvigionamento alimentare statunitense. Naturalmente c’è stata una smentita da parte del settore della carne circa la sua pericolosità.
L’amministrazione Trump ha permesso agli impianti di trasformazione di accelerare le loro operazioni tanto da costringere i lavoratori alla catena di montaggio ad ammassarsi gli uni sugli altri, e ciò ha aumentato la probabilità di diffusione dell’infezione. In altre parole, l’intero settore è stato consacrato all’adozione di pratiche che diffondono il virus.
Oggi siamo all’ipocrisia, con il settore alimentare che, dal momento che è stato prodotto il vaccino, richiede che i suoi operai vengano prima vaccinati. E dovrebbero esserlo, ma questo dimostra la totale ipocrisia dell’industria della carne, che cerca ora di vaccinare quei lavoratori che ha gettato sotto l’autobus durante il primo anno dell’epidemia.
Una pericolosa infezione si è infatti diffusa a partire da questi impianti rurali di confezionamento della carne fino a raggiungere le comunità locali, infettando migliaia di persone che con tutta evidenza non erano vicine a nessuna delle città costiere dove l’epidemia è iniziata negli Stati Uniti.
A causa del carattere industrializzato e globalizzato delle linee di approvvigionamento della carne, ci sono contee situate nelle aree più interne e rurali del paese che sono state colpite piuttosto duramente dall’epidemia, anche se non erano collegate a nessuna città.
Una simile diffusione del virus ha a che fare con i modi, i più svariati, con cui le comunità rurali sono state trattate riducendole a zone da sacrificare, nelle quali l’agricoltura industriale spazza via non solo il paesaggio, ma anche la capacità degli agricoltori locali e di chi processa la carne di controllare un processo decisionale che va ad incidere su ciò che accade alle loro comunità.
Cliff Willmeng: Come percepisce il tuo lavoro la comunità scientifica, e come ne stai discutendo?
Sono stato per un po’ all’Università del Minnesota come docente di geografia. Non molto a lungo. Ho detto la mia quando è emerso l’H1N1. Ho parlato criticamente dell’influenza, ma il Minnesota è una città-azienda, uno stato agroalimentare.
Voglio dire, non è che ti lascino una testa di un maiale ai piedi del letto. Succede molto più in stile Minnesota. Non fanno uscire nuovi bandi di concorso, non ti rinnovano il contratto, cose del genere. È così che fanno.
Ma il processo di filtraggio è reale. Il realismo capitalista è davvero reale. È qualcosa che si insinua in profondità, nel tessuto stesso della pratica scientifica, fino ai formalismi matematici.
Gran parte della modellazione scientifica – i modelli di suscettibilità, e quelli infettivi e di guarigione in epidemiologia – sono così concentrati sui singoli individui infetti e sul virus stesso da tralasciare i termini stocastici che determinano se una pandemia esplode o si contrae.
In altre parole, tutto ciò che abbiamo appena descritto qui in termini molto politici, in termini di economia politica e storia mondiale, è fondamentale per il modo in cui gli scienziati affrontano il problema, ma è anche alla base della loro crescita come scienziati, a cominciare da come sono stati formati fin dall’inizio della propria carriera.
Prendi Richard Lewontin, il famoso biologo dialettico, genetista evoluzionista di grande fama che ha lavorato con Richard Levins per molti anni. Non è l’unico ad averlo detto, ma ricordo la sua visione, secondo cui gli scienziati fanno parte della società prima ancora di diventare scienziati. Sono imbevuti degli istinti della loro classe sociale e hanno insegnato quegli istinti mentre diventavano parte di quelle che spesso sono istituzioni d’élite che non si dedicano soltanto alle questioni specifiche della biologia molecolare o della computazione evolutiva, ma anche come destreggiarsi nella vita lavorativa.
Quanto a chi paga per la scienza, a livello di governo, NIH e NSF – i finanziamenti si stanno riducendo. L’età media di chi ottiene borse di studio è salita alle stelle. Quindi, sì, i giovani docenti sono soggetti alla disciplina del lavoro. Le università statali sono sempre più sotto finanziate. Quindi devono rivolgersi al settore privato per i finanziamenti in ricerca e sviluppo.
Così qui nel Midwest le università che hanno finanziamenti pubblici devono rivolgersi all’agrobusiness per avere i soldi necessari ad andare avanti. La scienza non si riduce ad un metodo. Non è solo: “Oh, ho una domanda. Raccoglierò dei dati, li testerò e vedrò se posso rifiutare l’ipotesi, o la versione bayesiana consistente nell’assegnare delle probabilità a posteriori a ciascuna di queste ipotesi”, e tutto il resto.
Hai un sacco di menti brillanti a cui è assegnato il compito di cercare risposte a domande che non sono state poste da loro.
Quindi, quando una pandemia bussa alla tua porta, non sai cosa fare perché hai speso miliardi di dollari per rispondere a domande che non avevano nulla a che fare con essa, o a domande su come monetizzare questa cosa.
Questi sono fallimenti istituzionali. Questo è ciò che il nostro gruppo di ricerca chiama fallimenti della cognizione istituzionale. Quello a cui assistiamo qui è la putrefazione della classe dirigente americana, una classe politica che comprende anche la sfera della scienza.
Quando ti trovi di fronte a un problema che richiede che diverse unità di governo e della società interagiscano e lavorino insieme, e riflettano sulla natura del problema e sulle risposte da dare, devi avere una macchina ben oliata che sia aperta a comprendere la vera natura delle cose.
I cinesi hanno prodotto la loro versione, i neozelandesi anche; erano versioni leggermente diverse tra loro, ma la loro cognizione istituzionale è entrata in azione. Sono arrivati a delle risposte. E hanno agito di conseguenza.
Cosa stanno facendo gli Stati Uniti? Nient’altro che esitare, non riuscire a trovare una risposta o tornare alla risposta sbagliata. Insomma, a gennaio 2020, il Covid-19 sta emergendo in Cina. Negli Stati Uniti facciamo finta che non stia succedendo nulla, arriva sulle nostre coste, e facciamo ancora finta che non stia succedendo nulla; ok, quindi abbiamo perso quella scommessa. Abbiamo sbagliato.
E cosa succede a gennaio 2021? Hai la variante Delta. Cosa facciamo? Torniamo indietro. Oh, abbiamo i vaccini. Toglieremo la mascherina. Torneremo a ripetere esattamente il primo errore, e fingere che non ci accadrà nulla in caso di pericolo.
Ne veniamo fuori con la stessa cosa, anche perché la nostra classe politica si identifica solo con il riflesso allo specchio delle sue stesse presunzioni. L’idea di investire nei beni comuni è completamente fuori discussione. Sei alle corde, strutturalmente.
Tutti i politici, di qualunque partito si tratti, sono letteralmente incapaci di pensare a delle soluzioni. E questo vale anche per i nostri scienziati, incapaci di pensare a delle soluzioni che richiedano cambiamenti profondi nella natura politica della nostra società.
Qualcuno dice: “Rob, dovremmo avere te al potere, amico. Tu sei quello della salute pubblica. Se potessi gestire le cose, cosa faresti?”. E direi, beh, posso indicarti capitolo e versetto, ma ciò che farei richiede che arrivi una società completamente diversa; solo così Rob Wallace o altri molto più intelligenti di me saranno in grado di prendere simili decisioni.
Alla fine degli anni Sessanta avevi un gruppo di scienziati radicali in una molteplicità di campi, nelle scienze naturali, con un tocco di medicina sociale latinoamericana qui negli Stati Uniti. Jack Geiger, Levins e Lewontin: sono stati tutti spazzati via.
Si dice spesso che la scienza progredisca un funerale alla volta. Ma in questo caso, non che tutto andasse bene negli anni Settanta, ma almeno c’era ancora il senso di una connessione con una svolta sociale.
Quando il programma neoliberista è arrivato nelle università, quelle persone erano state tutte eliminate. Sono stati licenziati. Sono stati neutralizzati. Quindi, quanto alle persone come me, troviamo le nostre strade ai margini perché veniamo scremati.
D’altra parte, il mondo si trova di fronte a problemi per risolvere i quali i radicali hanno molto da dire. Quando è emerso l’H5N1, l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura, che per molti agricoltori è come la Morte nera, all’improvviso ha ricevuto un sacco di soldi. E mi hanno fatto un contratto per lavorare sull’H5N1. Ho potuto fare degli interventi che, almeno a livello scientifico, contenevano degli interessanti passi in avanti. Ma poi l’H5N1 è stato risolto politicamente, anche se è ancora un problema in termini di epidemiologia.
Questo è il problema. Quando risolvi qualcosa sul piano politico, il che significa – ed è un modo elegante per dirlo – mettere il problema sotto il tappeto, il problema rimane. Emergono nuovi agenti patogeni e tu continui a tirare i dadi anno dopo anno, a fare le cose a casaccio; ora lo facciamo un paio di volte all’anno.
Devi tornare alla nostra prima domanda. Ci sono tanti nuovi patogeni che stanno emergendo. E invariabilmente uno finisce con il far centro, perché è contagioso e virulento, e si infila nel traffico globale, che è in aumento e molto più integrato, nel commercio, ma anche nei viaggi, tanto che penso avrebbe dovuto far parte di quel modello dei circuiti di produzione.
Una volta raggiunta la capitale regionale, sale su un aereo e in un paio d’ore il virus sta bevendo Martini a Miami Beach. Non trova ostacoli. Ecco perché è fondamentale orientarsi verso dei nuovi modelli di solidarietà umana, se non altro perché le forme di produzione e il nostro modello di civiltà ci hanno portato ad una situazione in cui un patogeno può emergere nell’area più remota che si possa immaginare, ed arrivare fino all’altro capo del mondo in breve tempo.
I “fratelli nemici in competizione tra loro” – come Marx chiamava i capitalisti – lavorano insieme per imporre la disciplina del lavoro, o addirittura commettono omicidi di massa per proteggere i loro interessi. Ma sono quanto mai distanti da ciò che noi tutti condividiamo.
Noi siamo ancora strettamente legati alla matrice ecologica da cui dipende la nostra specie. Quando vedi una foresta, non è solo qualcosa da distruggere con il disboscamento. Funge da barriera contro gli agenti patogeni, e fornisce anche acqua pulita, e aria pura: l’intera matrice ecologica da cui dipendiamo, tutti gli animali, gli insetti, le piante e la diversità.
Questo è in definitiva il motivo per cui l’alternativa è ecosocialismo o barbarie.
Cliff Willmeng: Quale sarebbe il tuo messaggio per gli operatori sanitari? E quale sarebbe un modello decisionale migliore nell’assistenza sanitaria?
Non voglio sembrare il Dr. Doom [personaggio dei fumetti statunitensi], va bene? Perché siamo nella merda, di brutto. Non lo negherò. Tracciare tutto ciò è un contributo importante, equivale a dire: “Oh, questo è il livello a cui avvengono le cose, è una faccenda seria. Dobbiamo attirare l’attenzione su questo”. Non sono nel campo medico. Non sono un’infermiera, né un medico. Mi rimetto a chi ne sa molto di più su questi temi.
Direi però un paio di cose. La prima è questa. Volendo tracciare un’analogia con quanto avviene in agricoltura, ho parlato del problema della privazione di agricoltori e comunità rurali del diritto di prendere decisioni a livello locale. Ciò conduce a un modello estrattivista che distrugge le comunità locali, le quali finiscono con l’inviare tutto il denaro via oleodotto per esempio al quartier generale della Monsanto a St. Louis, o simili.
Questo aspetto del controllo locale è incredibilmente importante. E non importa quale modello si intenda adottare – anarchico, socialista o comunista, imperniato sulla pianificazione centrale.
Deve comunque esservi un qualche elemento di controllo del processo decisionale a livello locale, è estremamente importante che chi fa parte delle comunità locali sappia cosa sta succedendo; questo anche se dobbiamo impegnarci pure nella costruzione di una solidarietà tra comunità che vada da una contea ad un’altra situata all’altro capo del mondo.
Le infermiere e alcuni medici sono stati molto in prima linea su questo punto. Quando il CDC ha emanato l’obbligo della mascherina a maggio, hanno detto che se sei vaccinato, non hai bisogno della tua mascherina. Ed è notevole per dei dirigenti della sanità pubblica, che come specie tendono ad essere piuttosto codardi, il fatto che erano così sbalorditi da scrivere un editoriale feroce. Tanto di cappello.
Chiaramente, molti sindacati degli infermieri erano d’accordo. Alcuni dei sindacati nazionali erano fermamente convinti che si trattasse di una stronzata e hanno fornito spiegazioni dettagliate sul perché. Gli infermieri hanno una certa autorità morale tra molti membri della comunità.
Direi che va supportato un programma che vada molto al di là dei soli vaccini. Molte persone devono essere vaccinate, ma non si tratta solo di parlare con qualcuno in una clinica o in un ambulatorio.
Se si vuol davvero andare avanti, dobbiamo spingere in modo molto pragmatico sulla nozione di operatore sanitario di comunità, e avere migliaia, decine di migliaia di operatori, che possano visitare la gente, verificare come stanno, quali sono le loro esigenze. Anche persone che sarebbero fondamentalmente in disaccordo, e non vorrebbero vedere un tale lavoratore. Una visita ripetuta svilupperebbe realmente la fiducia necessaria per avere quelle conversazioni altrimenti difficili.
Alla fine potrei sostenere il rovesciamento del capitalismo. E questo è un buon punto di partenza. Ma come primo passo pragmatico, parlando di cacciare anzitutto il covid-19 dagli ospedali, dove operano gli infermieri, lo sforzo di salute pubblica deve estendersi fino a comprendere le comunità, per ridurre il livello di infezione della comunità stessa, e far sì che gli ospedali non vengano invasi dai malati di covid.
Ciò significa costringere i politici in varie giurisdizioni a finanziare il genere di interventi Tetris che sono stati in gran parte abbandonati, o non sono mai stati adottati. E comporta l’assunzione di molte persone con buoni salari e garanzie, perché non è un lavoro facile o alla scala dimensionale necessaria.
Ma dobbiamo poi arrivare a chiederci come possiamo anzitutto impedire a questi patogeni di emergere. Il settore medico deve intervenire sull’agricoltura, se non si vuole ripetere l’esperienza.
Ciò significa intervenire, dire che non si può più fare agricoltura a questo modo, dobbiamo farlo in un modo nuovo, che promuova la salute rurale a livello individuale e comunitario. Dobbiamo restituire alle persone la capacità di controllare le cose. È una strada molto lunga, che riguarda i benefici per la salute pubblica del controllo comunitario. Il danno alla salute della comunità e il settore agricolo sono strettamente connessi.
Altri paesi hanno risolto la faccenda. C’è stato un recente focolaio in una città cinese, e hanno inviato lì 70.000 operatori sanitari pubblici, di corsa. Sono molto attenti a quanto accade negli ospedali e nella comunità.
Questo non fa parte dell’istinto americano, perché qui ci si vorrebbe sbarazzare dei problemi sul nascere per non doversene occupare. Si parlava di appiattire la curva e tutto il resto. Ne hai sentito parlare ultimamente? No. È tutto finito.
Abbiamo fallito. Vogliamo solo aprire i luoghi di produzione. Prendi i tuoi fottuti vaccini. Se non lo fai, è colpa tua. E se muori, beh è sfortuna, amico. E, sai, bisogna servire l’economia, amico.
In che modo un ospedale basato sul modello aziendale può adottare un modello di operatori sanitari di comunità? Cosa faranno? Vuoi sbattere una banconota in faccia a chi incontri per strada e dirgli: “Ehi, dovresti fare il vaccino. A proposito, ecco i soldi”.
È un lavoro senza profitto. Se hai intenzione di dire: “Non faremo nulla con profitto e lasceremo che il governo paghi per questo”, i governi diranno: “Noi non lo facciamo” perché “la base imponibile si è ristretta”, o perché’ “non vogliamo, vogliamo gestire il governo come un’azienda”, e tutta quell’ideologia, allora, per definizione, gli ospedali non possono farlo.
Ci sono infermieri di comunità. Ci sono, a quanto ho capito, persone che effettivamente scendono in strada e fanno quel genere di lavoro.
Ma come si fa ad andare più in profondità? So che il modello cubano è più sul pezzo; la loro nozione di salute comprende tutti i luoghi in cui la gente vive effettivamente, senza limitarsi alla loro casa.
Non si tratta solo di visite domiciliari. Si tratta di vedere come la salute della comunità dipenda organicamente dalla possibilità di agire a tutti i livelli. Che si tratti di un uragano che si abbatte o di un’epidemia. Si tratta anche di sostenere l’auto-organizzazione in modo che la cognizione istituzionale possa penetrare nella vita comunitaria – la capacità della comunità di decidere cosa fare e come intervenire.
Penso di averlo scritto su Dead Epidemiologists. Quando mi è stato diagnosticato il Covid, non c’era con me nessun operatore sanitario di comunità. Nessuno ha bussato alla mia porta.
Ho avuto la diagnosi per via telematica, da un’infermiera che non mi ha visto né tonsille né narici. E non era colpa dell’infermiera. Riguarda la decisione presa dalla società, di gestire un pericoloso focolaio, in un momento in cui non sapevamo nulla di Covid, con la telemedicina e nient’altro. Questo è profondamente inquietante. Ha davvero mostrato qual è lo stato della salute pubblica in questo paese ad un livello molto personale.
Fonte
20/06/2021
L’ultima “tentazione” dei diseredati di San Ferdinando.
Non c’è bisogno di scomodare scene bibliche. Forse è sufficiente riportare un celebre aforisma di Oscar Wilde: «I can resist everything except temptation», per dire, spostando la questione dal cielo alla terra, che è difficilissimo resistere all’odore dei soldi, al tintinnio del denaro, inteso come simbolo che corrompe le anime pie, figuriamoci poi se i soggetti coinvolti sono socialmente ricattabili e afflitti dal bisogno.
Ed è ciò che è successo ai braccianti migranti delle campagne di San Ferdinando, i quali, nel seguire il corso del diritto consuetudinario dei lavoratori agricoli calabresi, hanno infranto, per altri sentieri, la “legge” che esclude gran parte di loro dai benefici del reddito di cittadinanza, in quanto non residenti in Italia da almeno dieci anni.
Sembra che il diavolo tentatore (il denaro) si annidi nelle sedi dei Caf e dei patronati della zona, in quanto alcuni impiegati intrallazzoni avrebbero avviato le istanze per ottenere i sussidi, senza verificare i requisiti di accesso dei migranti.
Così come ci sono impiegati degli stessi uffici che, a fronte di un determinato ammontare di denaro, registrano “falsi braccianti italiani” in aziende inesistenti.
Una situazione davvero bizzarra!
Braccianti che si rompono la schiena e sono fradici di sudore, per l’intenso sforzo fisico a cui sono sottoposti, ma che non sono visibili, tranne quando vengono investiti, con le loro biciclette, sulle strade buie della Piana, prima dell’alba e dopo il tramonto, e “finti braccianti” che percepiscono indennità previdenziali quali disoccupazione, malattia, maternità e contributi.
Premesso che, in più occasioni, mi sono espresso criticamente nei confronti dei sostenitori del reddito di cittadinanza – in quanto continuo a portare avanti la tesi della riduzione e redistribuzione del lavoro necessario tra occupati, precari e disoccupati (italiani e stranieri) – sono convinto, per un altro verso, che un simile attacco rappresenti un duro colpo a tutti quei lavoratori e lavoratrici con contratti di lavoro atipici, che vivono di espedienti o effettuano le loro prestazioni lavorative a nero, che si ribellano a orari di lavoro massacranti o che hanno perso il diritto ad altre forme di sostegno al reddito, ma nel contesto che stiamo esaminando, credo che possa essere inteso come un ennesimo affondo per criminalizzare i migranti e mantenerli in uno stato di semi-schiavitù
Il loro peculato, per l’appunto, consiste nell’aver abboccato all’esca del sistema delle tutele sociali, nell’aver osato prelevare pochi spiccioli dai rubinetti dei flussi finanziari, destinati ad alleviare l’immiserimento generalizzato in cui versano i lavoratori agricoli.
Si tratta di braccianti, senza fissa dimora, che si spostano da una regione all’altra e che raccolgono gran parte della frutta e degli ortaggi che finiscono sulle nostre tavole.
Molto spesso, non hanno un contratto regolare, ma lavorano a nero e quindi non possono accedere a tutte quelle forme di integrazione del reddito, di cui godono, tra l’altro, tutti coloro che ricevono le marchette, anche da titolari di aziende fantasma, per prestazioni lavorative mai effettuate.
Nel 1975, quando fu posata la prima pietra per la realizzazione del quinto centro siderurgico nei comuni di Eranova e San Ferdinando, la produzione dell’acciaio, a livello globale, era già in declino.
Il miraggio della grande industria fu brevissimo, ma sconquassò gli equilibri preesistenti, trasformando ettari di agrumeti e uliveti in un deserto.
Svanito questo grande sogno, quest’area, a forte vocazione agricola e con un discreto tessuto commerciale, riaffermò la sua posizione nella divisione internazionale del lavoro, esportando prodotti agricoli di qualità e forza lavoro che via via veniva resa superflua.
Nonostante le speculazioni fondiarie poste in essere dalle organizzazioni mafiose locali e le dinamiche competitive messe in atto da altri produttori internazionali, i proprietari di piccoli appezzamenti di terreno denominati “giardini”, per circa un ventennio, riuscirono a ricavare un reddito, che gli permise di costruirsi una casa e mandare i propri figli all’università.
Man mano che la guerra commerciale si fece più cruenta, gli aiuti dell’UE, per riprodurre le condizioni di esistenza di queste piccole aziende, si resero sempre più indispensabili, con l’aggravante, però, che il sostegno dei PAC privilegiò i grandi estorsori – una specie di nuovi latifondisti – i quali, acquisirono la terra dei coltivatori diretti, nella prospettiva di gestire una fetta cospicua dei fondi destinati all’integrazione della produzione agricola.
Allo stesso tempo, se i margini tra i prezzi di vendita e i costi di produzione di clementine e arance si ridussero all’osso, attestandosi rispettivamente nell’ordine di 8 e 3 centesimi per Kg, il differenziale, per quanto riguarda le arance destinate alla trasformazione, divenne addirittura negativo, nel senso che, in alcune annate, le oscillazioni del mercato determinarono un prezzo di vendita pari a 6 centesimi per Kg, un prezzo troppo basso per ripagare i costi di raccolta.
A far precipitare il prezzo così in basso contribuirono le scelte manageriali di molte industrie di trasformazione, di rifornirsi del succo concentrato proveniente dal Brasile, il cui rendimento era molto più conveniente della materia prima della Piana.
L’arrivo della forza lavoro schiavizzata, com’è noto, non sollevò quest’area dal suo lento degrado, anzi tutte le complicazioni e le tensioni vennero a galla con le rivolta di Rosarno nel 2010.
Insomma, se il quadro, oltre che ad essere desolante, è privo di soggetti collettivi in grado di trovare una sintesi ai conflitti sociali che sono emersi, in seguito alla sostituzione della manodopera locale con i migranti della baraccopoli, su quali basi si regge la ristrutturazione dei 7.000 ettari di terra destinati alla produzione degli agrumi?
L’architrave di questo sistema poggia sul depauperamento del territorio, strozzamento degli agricoltori, connivenza e complicità dei “finti braccianti” locali, nel mungere la mucca delle sovvenzioni pubbliche e ricattabilità sociale dei lavoratori migranti.
A trarne consistenti vantaggi, invece, troviamo una rampante classe di capitalisti agrari, costituita dai gestori degli OP (Organizzazione dei produttori) e dai proprietari dei grandi capannoni di lavorazione degli agrumi, i quali, nella maggior parte dei casi, hanno concentrato la proprietà fondiaria, in vista del fatto che i finanziamenti dell’UE sono commisurati all’ampiezza dei fondi agricoli.
Sono costoro che si accaparrano gli agrumi delle campagne della Piana e impongono i prezzi stracciati, anche perché operano in nome e per conto della Distribuzione Organizzata, Coop e Conad, e della GDO, in cui domina Esselunga, seguita da altri marchi – Auchan, Despar, eccetera.
Ed è proprio nei circuiti parassitari dell’intermediazione commerciale che avviene il prosciugamento del valore, derivante dalla coltivazione di prodotti agricoli di qualità, che si ottengono in questo fazzoletto di terra, alla punta dello stivale.
Un valore che non verrebbe alla luce, senza i finanziamenti pubblici dell’UE ai capitalisti agrari, da un lato, e senza lo sfruttamento selvaggio della manodopera migrante, priva dei diritti basilari, dall’altro lato.
L’intera filiera produttiva si bloccherebbe, se, da un giorno all’altro, l’esercito dei disperati si dileguasse, poiché i “nuovi latifondisti“ non potrebbero avallare la loro richiesta delle indennità agricole. E di conseguenza, questi ultimi collasserebbero, trainando nella loro orbita i braccianti, finti e reali, a cui dichiarano 51 o 101 giornate, al fine di fargli ottenere le indennità che eroga l’INPS.
Ecco, dunque, l’accesso ai benefici del reddito di cittadinanza da parte dei diseredati di San Ferdinando potrebbe mettere in discussione proprio l’assetto socioeconomico che si è venuto a formare negli ultimi anni, il quale si mantiene, come ho cercato di delineare, sul torbido legame tra la proprietà fondiaria e le politiche di sostegno alla produzione agricola e sulla spremitura della forza lavoro migrante, sino all’ultima goccia di sudore.
Ma in realtà, il loro tentativo di emancipazione è stato neutralizzato dalla legge reale, quella stessa legge che consente ai proprietari dei grandi fondi d’incassare il denaro pubblico indispensabile per la continuazione della produzione di agrumi, mentre ignora il caporalato, il lavoro nero, i salari da fame, i finti braccianti, le condizioni di vita miserevoli nel ghetto di San Ferdinando e soprattutto eclissa lo sfruttamento brutale dei lavoratori agricoli extra-comunitari.
Fonte
10/03/2021
La digitalizzazione dell’agricoltura
Lavorando con la natura e non contro di essa, l’adattamento dei processi produttivi agricoli alle mutazioni è fondamentale. Le mutazioni sono sistemiche e complesse. Questo richiede conoscenze, capacità, tempo, diversificazione e gestione dinamica dei fatti aziendali. Evidentemente richiede anche una condizione economica degna di una vita civile per chi vive del lavoro dei campi.
“L’Agricoltura 4.0, che mutua le logiche dell’Industria 4.0, è oggi un paradigma che prevede l’utilizzo armonico di diverse tecnologie finalizzate a migliorare la resa e la sostenibilità dell’attività agricola, la qualità produttiva e di trasformazione, le condizioni sociali e l’impatto ambientale dell’intera filiera” (Fonte).
Un’agricoltura che mutua le logiche dell’industria. Produrre radicchio è come produrre bulloni. Dalla rivoluzione verde in poi viene ripetuto questo atto di fede, smentito poi sistematicamente dalla realtà. La migliore riprova è la necessità di sostenere con un costante flusso di ingenti risorse economiche il modello agricolo industriale a forte capitalizzazione. Infatti il 20% delle imprese agricole italiane che ricevono soldi comunitari cattura oltre l’87% di quei soldi.
Migliorare la resa e la sostenibilità, così come le condizioni sociali – immagino, di chi ci vive e lavora – attraverso tecnologie basate sulla digitalizzazione e la connettività, è la modernizzazione della vecchia visione industrialista. Con il corollario abituale di “resistenza, ritardi, arretratezza degli operatori”, cioè donne e uomini che ogni giorno ci permettono di avere qualcosa nel piatto, più o meno di qualità secondo il reddito di cui disponiamo.
“Ma un ostacolo alla digitalizzazione e modernizzazione dell’agricoltura è rappresentato dalla mancanza di connettività in campagna. Spesso basta spostarsi dai centri abitati per perdere il segnale del 4G e la connessione internet assicurata dal doppino di rame ha una velocità estenuante, certo non sufficiente a sostenere il traffico dati di una azienda moderna”, dice la Commissione europea nel suo rapporto del 2020.
Allora, ammesso che i miracoli promessi si avverino e che ogni trattore sia connesso ad una superba rete di satelliti, che ogni contadino/a possa starsene seduto in casa e guidare il suo trattore-robot che ara il campo, come funzionerà se il campo misura solo due ettari e tutta l’azienda ha una dimensione inferiore a 5 ettari, come il 71% delle aziende agricole italiane.
Quel trattore, magari senza sbagliare una solco, produrrà una massa di dati, un flusso costante di informazioni. E questo è il vero affare, l’internet delle cose è una miniera da sfruttare economicamente senza grandi costi, il “minerale” non è sepolto ma è gratuitamente a disposizione di chi ha mezzi per sfruttarlo perché sensori sparsi nei campi, robot nelle sale di mungitura, connessioni satellitari dei trattori, sistemi irrigui robotizzati, macchine per raccogliere gli ortaggi in serra, sono stati acquistati da agricoltori, ma i dati che producono non gli appartengono perché non ha la capacità di immagazzinarli, gestirli, trasformarli in informazioni e venderli. Niente di diverso di quello che succede con FB ad esempio.
Lo sviluppo della connettività degli strumenti agricoli produrrà, secondo quanto sostenuto da “OnFarm” (un provider di sistemi di connessione per l’agricoltura) una media di 4,1 milioni di dati per azienda agricola prima del 2050. (Digital Transformation Monitor Industry 4.0 in agriculture: Focus on IoT aspects - EC)
Il trattore e gli attrezzi che vi sono collegati sono strumenti abituali dell’agricoltura e aiutano chi lavora nei campi a faticare di meno. La connettività e le tecnologie di geolocalizzazione (GPS) possono ottimizzare l’uso di questi strumenti agricoli ma il pacchetto, obbligatorio per certe case costruttrici, lo paghi a parte e costa intorno agli 8.000€.
Considerando che i calcoli universitari ci dicono che si possono risparmiare una decina di euro ad ettaro di carburante con l’ottimizzazione dei percorsi di lavorazione, ci vogliono 8 anni di lavoro in un’azienda che fa lavorazioni per 100 ettari. In Italia le aziende che hanno oltre 100 ettari di superficie agricola sono poco più di 17.000 su 1,5 milioni di aziende (ISTAT)!
L’industria europea delle macchine agricole occupa circa 135.000 persone, produce un volume di circa 26 miliardi di euro ma i trattori sono difficili da cambiare, costano cari. In Germania l’età media dei trattori è (2020) 27,5 anni. Allora l’agricoltura 4.0 a quali aziende agricole si rivolge?
C’è altro. La dematerializzazione di attività e oggetti o forme di vita, crea valore alle informazioni tratte dai dati digitalizzati. Questa è una risorsa nuova per produrre profitto dalle attività agricole, meglio che piantare patate. E non casualmente, nella descrizione dell’agricoltura di precisione che fa Monsanto/Bayer si insiste sulla necessità della costruzione della base dei dati aziendali sui miglioramenti ottenuti con le sementi utilizzate.
“Digital Sequence Information” – DSI, principalmente si riferisce alle informazioni sul DNA che vengono digitalizzate ed ha un valore fondamentale quando si tratta di informazioni sulla genetica di sementi o animali allevati. In particolare per le sementi consente attività che non richiedono più il controllo o la detenzione del materiale biologico. Il termine “DSI” attualmente non ha una definizione concordata tra i Governi.
Le differenze terminologiche nascondono un conflitto d’interesse difficilmente risolvibile: alcuni paesi e le industrie ritengono che DSI siano solo “dati” quindi come tali appartengono a chi li colleziona che ha diritto di farne l’uso che vuole, altri paesi ed i movimenti sociali ritengono, al contrario, che DSI siano la risorsa vivente da cui sono tratte le informazioni e che quindi il loro accesso ed uso siano strettamente regolamentatati, così come è regolamentato l’accesso alle sementi come base per la produzione di nuove varietà di sementi stesse.
Controllare le informazioni genetiche permette di controllare, attraverso l’edizione del genoma, la “creazione” di nuove varietà di sementi con l’uso di potenti motori di ricerca capaci di scovare caratteri utili per immettere sul mercato una novità, di imporre un diritto di proprietà industriale sul carattere contenuto nella nuova semente. Rafforzando così la concentrazione del potere di mercato nelle mani di poche gigantesche imprese a carattere transazionale (tra le 6 imprese sementiere più importanti del pianeta, quattro sono europee).
Inoltre, l’attuale dematerializzazione delle sementi genera una perdita inestimabile di tutte le informazioni genetiche non digitalizzabili. La FAO ritiene che il 75% della perdita di biodiversità coltivata sia dovuta alla diffusione di varietà commercialmente uniformi e stabili. Le centinaia di milioni di agricoltori che riproducono le loro sementi ogni anno creano molta più nuova diversità di qualche migliaio di ricercatori nei laboratori con attrezzature sofisticate.
Digitalizzare i trattori, digitalizzare le sementi, digitalizzare i processi produttivi, visioni vendute come la soluzione miracolosa per “modernizzare” l’agricoltura, un’agricoltura con sempre meno persone nei campi, artificializzata, standardizzata e sempre più simile ad un’industria metalmeccanica. Che cibo sarà capace di mettere nei nostri piatti?
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