Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/04/2026
28/03/2024
Milano calibro 4.0: inquinamento e addio freddo
Una domenica di febbraio sui Navigli di Milano: ci aspetteremmo freddo, nebbia, brume malinconiche, secondo la ‘tradizionale’ iconografia di Milano consegnataci dalla letteratura e dal cinema, nonché dall’immaginario comune. E invece lo scorso febbraio c’era un caldo che sembrava maggio, un sole battente ed era pieno di turisti a mezze maniche. Evidentemente, il cambiamento climatico che sta avanzando sempre più rapido sta creando una profonda frattura in certe rappresentazioni mentali, derivate dall’immaginario condiviso e riproposte da diverse forme artistiche (al cinema e alla letteratura potremmo allora aggiungere anche la pittura), che ci proponevano immagini-tipo della realtà. La nebbia a Milano è una di queste. E poco importa che ci siano ancora rare giornate di nebbia, una volta ogni tanto; quello che ci preme sottolineare è che oggi non possiamo più rimanere intrappolati in queste immagini stereotipate, consegnateci dalla tradizione, perché fanno parte di un mondo che non esiste più. La stringente realtà del cambiamento del clima sta perciò mutando inesorabilmente anche le nostre proiezioni mentali e psicologiche.
Pensiamo al 1956 di Totò, Peppino e la malafemmina, in cui Totò e Peppino, per recarsi a Milano, si vestono (comunque iperbolicamente e comicamente) come se andassero in Siberia, oppure al 1960 di Rocco e i suoi fratelli, che ci mostra un rigido e nevoso inverno milanese. Quella Milano non esiste più, come non esiste più quella rappresentata da Testori nei racconti de Il Ponte della Ghisolfa (1958): è un mondo lontano, uno spazio che è mutato architettonicamente, divorato dall’universo della società dei consumi che ha mutato il volto anche di Milano (basta leggersi, allora, un capolavoro come La vita agra del grande Luciano Bianciardi). Ma è pure uno spazio che ha subito un mutamento in virtù del cambiamento del clima, come moltissimi altri luoghi nel mondo che, in virtù di questi cambiamenti, hanno subito delle trasformazioni anche ben più tragiche. Nel 1972 Fernando Di Leo gira Milano calibro 9, tratto dall’omonima raccolta di racconti di Giorgio Scerbanenco, e ci ripropone l’immagina di una Milano fredda, livida e nebbiosa, rappresa in una malinconia invernale soprattutto nello scenario dei navigli. In alcuni racconti di Scerbanenco, la nebbia si insinua dappertutto, non solo per le strade ma entra anche negli androni dei palazzi, come se fosse una materia vivente. Nel 2024 siamo costretti a pensare che quella Milano lì è ormai uno stereotipo finto, artefatto, appartenente al passato. Viviamo in un tempo in cui non solo è cambiato lo spazio che ci accoglie (ad esempio, lo spazio urbano), come è sempre avvenuto in passato (gli spazi sono sempre stati modificati dall’uomo) ma anche le condizioni climatiche che avvolgono questo spazio. Non c’è più il freddo intenso ma siamo avvolti da un inquinamento che sta raggiungendo livelli altissimi. Come leggiamo in questo articolo, l’inquinamento non è provocato solo dalle industrie o dalle automobili ma anche, e in misura non certo poco rilevante, dagli allevamenti intensivi che infestano la pianura padana.
Nella mia immaginazione fantastica e surreale l’atmosfera, bucata come un groviera, fa passare venti caldi e gelidi come un colabrodo. Non è certo così scientificamente ma succede che siamo esposti ai capricci di un clima bizzarro. Il clima si è tropicalizzato e le stagioni si sono spostate avanti, cosicché a ottobre abbiamo spesso 30 gradi a Milano. Abbiamo avuto mesi consecutivi di piogge quest’anno, con un clima mite, mentre avrebbe dovuto essere freddo e ghiacciato. Stando ai ricordi degli anni '70, perlomeno. E così i piumini invernali servono raramente, e raramente ghiacciano le strade. Che poi è subito pronto il famigerato sale grosso che passa alla vegetazione dei campi intorno pronto ad ucciderla (delenda Carthago). Le tecnologie dei pannelli solari sono da decenni in decollo, ma non decollano a livello massivo. Lo stato può dare soldi per la ristrutturazione di palazzi e case con una copertura di un composto di plastiche: altro inquinamento che si produce.
Ma tornando alla Milano della nebbia, quest’ultima non esiste più da decenni. Era il suo fascino peculiare. Ricordo da bambina quando mano nella mano con mio nonno si camminava tra strade milanesi con questa leggera foschia autunnale che rendeva magica l’atmosfera, come il territorio delle favole dei druidi del nord. C’era una volta il nord.
Fonte
Pensiamo al 1956 di Totò, Peppino e la malafemmina, in cui Totò e Peppino, per recarsi a Milano, si vestono (comunque iperbolicamente e comicamente) come se andassero in Siberia, oppure al 1960 di Rocco e i suoi fratelli, che ci mostra un rigido e nevoso inverno milanese. Quella Milano non esiste più, come non esiste più quella rappresentata da Testori nei racconti de Il Ponte della Ghisolfa (1958): è un mondo lontano, uno spazio che è mutato architettonicamente, divorato dall’universo della società dei consumi che ha mutato il volto anche di Milano (basta leggersi, allora, un capolavoro come La vita agra del grande Luciano Bianciardi). Ma è pure uno spazio che ha subito un mutamento in virtù del cambiamento del clima, come moltissimi altri luoghi nel mondo che, in virtù di questi cambiamenti, hanno subito delle trasformazioni anche ben più tragiche. Nel 1972 Fernando Di Leo gira Milano calibro 9, tratto dall’omonima raccolta di racconti di Giorgio Scerbanenco, e ci ripropone l’immagina di una Milano fredda, livida e nebbiosa, rappresa in una malinconia invernale soprattutto nello scenario dei navigli. In alcuni racconti di Scerbanenco, la nebbia si insinua dappertutto, non solo per le strade ma entra anche negli androni dei palazzi, come se fosse una materia vivente. Nel 2024 siamo costretti a pensare che quella Milano lì è ormai uno stereotipo finto, artefatto, appartenente al passato. Viviamo in un tempo in cui non solo è cambiato lo spazio che ci accoglie (ad esempio, lo spazio urbano), come è sempre avvenuto in passato (gli spazi sono sempre stati modificati dall’uomo) ma anche le condizioni climatiche che avvolgono questo spazio. Non c’è più il freddo intenso ma siamo avvolti da un inquinamento che sta raggiungendo livelli altissimi. Come leggiamo in questo articolo, l’inquinamento non è provocato solo dalle industrie o dalle automobili ma anche, e in misura non certo poco rilevante, dagli allevamenti intensivi che infestano la pianura padana.
Nella mia immaginazione fantastica e surreale l’atmosfera, bucata come un groviera, fa passare venti caldi e gelidi come un colabrodo. Non è certo così scientificamente ma succede che siamo esposti ai capricci di un clima bizzarro. Il clima si è tropicalizzato e le stagioni si sono spostate avanti, cosicché a ottobre abbiamo spesso 30 gradi a Milano. Abbiamo avuto mesi consecutivi di piogge quest’anno, con un clima mite, mentre avrebbe dovuto essere freddo e ghiacciato. Stando ai ricordi degli anni '70, perlomeno. E così i piumini invernali servono raramente, e raramente ghiacciano le strade. Che poi è subito pronto il famigerato sale grosso che passa alla vegetazione dei campi intorno pronto ad ucciderla (delenda Carthago). Le tecnologie dei pannelli solari sono da decenni in decollo, ma non decollano a livello massivo. Lo stato può dare soldi per la ristrutturazione di palazzi e case con una copertura di un composto di plastiche: altro inquinamento che si produce.
Ma tornando alla Milano della nebbia, quest’ultima non esiste più da decenni. Era il suo fascino peculiare. Ricordo da bambina quando mano nella mano con mio nonno si camminava tra strade milanesi con questa leggera foschia autunnale che rendeva magica l’atmosfera, come il territorio delle favole dei druidi del nord. C’era una volta il nord.
Fonte
01/11/2023
Silenzio stampa sulla peste suina negli allevamenti padani
Il 19 ottobre Greenpeace ha lanciato un allarme: la peste suina (PSA) è arrivata negli allevamenti della Pianura Padana e in poche settimane sono stati abbattuti circa 40.000 suini che si aggiungono ai cinghiali morti a causa della stessa malattia in questi mesi!
La prima diagnosi della malattia è stata fatta il 7 gennaio 2022 sulla carcassa di un cinghiale, nelle montagne tra Piemonte e Liguria e da allora la diffusione della malattia è sembrata inarrestabile fino ad arrivare negli allevamenti intensivi.
Non possiamo escludere del tutto che qualche giornale ne abbia dato notizia, ma intanto noi non ne abbiamo trovate né sulla stampa né nei notiziari televisivi e la cosa è preoccupante perché gli allevamenti intensivi sono dei veri e propri focolai di virus e serbatoi di materiale inquinante, oltre ad essere luoghi di tortura per gli animali, e un’allerta delle istituzioni locali e nazionali – ove mai si occupassero realmente del “bene comune” salute – dovrebbe essere un obbligo.
Nelle gabbie degli allevamenti non ci sono solo esemplari in “normali” condizioni fisiche ma anche animali con ferite ulcerose, sporchi, zoppicanti, morenti; vederli è uno spettacolo rivoltante. Triturazione di pulcini (si, avete capito bene!), conigli in due, tre per gabbia e impossibilitati a muoversi, scrofe che partoriscono in gabbie dove non è possibile nemmeno distendersi.
Uno spettacolo che fa ancora più rabbia quando vediamo la pubblicità nostrana che ci mostra bovini che ascoltano sonate di Beethoven e muggiscono felici mentre fanno la doccia.
Già noti ed accertati come fonte di inquinamento dell’aria e del suolo, gli allevamenti intensivi hanno un tasso standard di mortalità degli animali intorno al 20% (stime OIE) nonostante le pesanti somministrazioni di antibiotici e le vaccinazioni.
Date queste condizioni, raramente si eseguono accertamenti per verificare le cause di morte e questo finisce per nascondere l’eventualità di morte per peste suina che, pertanto, resta latente fino a che non raggiunge una certa dimensione che ne fa maturare il sospetto ed avviare gli accertamenti.
Le maggiori concentrazioni di allevamenti intensivi si trovano in Pianura Padana: solo in Piemonte e Lombardia si allevano più di cinque milioni di suini e se il virus PSA supera la barriera degli allevamenti, la sua diffusione assume velocità e dimensioni enormi con una mortalità intorno all’80%.
Lo smaltimento dei cadaveri animali si somma all’alta concentrazione di ammoniaca nell’aria, all’alta quantità di batteri che aggrediscono le deiezioni degli animali, all’azoto e fosforo in quantità tali da inquinare pesantemente le falde acquifere: un bilancio devastante!
Se esaminiamo il modo di produzione degli allevamenti intensivi, troviamo tutti i canoni di conduzione dell’industria capitalistica.
Mortalità accettata come se si trattasse di uno scarto di produzione di pezzi difettosi alla lavorazione; economie di scala che consentono una riduzione dei costi di approvvigionamento dei mangimi; distribuzione in serie dell’alimentazione; “lavorazione” in serie del materiale “carne”, dall’uccisione alla prima macellazione come un qualsiasi semilavorato; personale operaio salariato sottoposto a tempi e ritmi come nell’assemblaggio di un qualsiasi macchinario dell’industria metalmeccanica.
La morte di un animale, che nell’allevamento domestico viene considerata una sciagura, qui è accettata come una normale perdita, come uno sfrido di lavorazione, come rischio d’impresa. Questa non è agricoltura, è capitalismo!
Ed il danno totale alla salute umana non viene considerato: l’uomo è un semplice consumatore che fa parte del ciclo del profitto.
L’abbassamento del prezzo – dovuto al sistema di produzione – la comodità e rapidità della preparazione hanno fatto della carne un cibo fast food ma anche un cibo spazzatura (una delle denunce più documentate è il libro di Eric Schlosser, Fast Food Nation. Il lato oscuro del cheeseburger, Ed. Tropea, 2002). Ormoni ed antibiotici somministrati agli animali (ma ormai estesi a tutti gli altri alimenti) vengono sempre più associati all’obesità, alle disfunzioni ormonali, ai disturbi cardiocircolatori.
In tutto questo non possiamo non considerare le idiozie della sovranità alimentare sventolata dal nostro governo come potente innovazione, come salto delle mentalità. Al livello di stupidità della propaganda del regime Meloni&parenti si associa il silenzio totale, la protezione delle italiche maialate – mai termine fu più calzante – che disinvoltamente ci porteranno nuove epidemie il cui costo ricadrà per intero su chi non ha le risorse e le condizioni di vita per potersi nutrire nella più semplice e salutare maniera.
Non deve passare in secondo piano – neppure su questi temi – la lotta contro il governo in carica, il nostro nemico interno. Né deve passare sotto silenzio l’operato dell’associazione a delinquere che siede nel Parlamento mandata al governo dall’altra banditesca associazione confindustriale dei padroni, grandi, medi e piccoli.
Nello stesso tempo questa battaglia deve essere considerata e condotta all’interno della più generale lotta per l’ambiente: l’ammoniaca rilasciata dagli allevamenti intensivi si combina nell’aria con ossidi di zolfo e di azoto e forma il particolato fine, quelle polveri sottili, quello smog che avvelena i polmoni e si aggiunge a quanto prodotto dal traffico automobilistico.
Chi pensa e agisce, anche con le migliori intenzioni, solo su aspetti particolari della “questione” ambientale non rende un buon servizio alla causa.
Ogni particolare ci porta costantemente al carattere generale ed universale del problema. Tornando al consumo di carne, sappiamo che il record è detenuto da Usa e Australia, ma sappiamo che la forbice col sud del mondo si va chiudendo.
Il rapporto Ocse-Fao del 5 luglio 2021 stimava già allora una crescita del 14% del consumo globale di carne proprio nei paesi cosiddetti in via di sviluppo. Il caso Cina è emblematico per essere diventato non solo il primo produttore mondiale di carne suina, ma anche per un incremento del consumo interno che porta quel paese a coprire un terzo dell’aumento complessivo di quel 14% di cui si parlava.
Molti problemi si aprono e tutti a scala mondiale: l’incremento dell’erosione degli ecosistemi, dell’inquinamento climatico ed ambientale, la qualità di vita degli animali, la qualità del lavoro dei proletari addetti alla macellazione costretti a lavorare in condizioni brutali, in un ambiente lurido ed insano, maleodorante, obbligati a stare per ore con gli stivali e le tute gommate insozzate di sangue tra gli scarti di macellazione.
Altrettanto importante – è arduo fare graduatorie – è il consumo di suolo e l’abbattimento delle foreste per fare spazio al “materiale” da nutrizione, ai foraggi. Continuando così, presto non ci sarà più terra da camminare, aria da respirare, cielo da guardare.
Nessuno di noi disdegna snobisticamente l’azione dei comitati locali, di interventi puntuali, di proposte particolari. Non mettiamo in campo il solito rimando alla rivoluzione mondiale caro ai principisti che eludono le necessità della lotta “qui e ora”; ma pensiamo che non c’è concretezza senza il collegamento stretto di qualsiasi proposta particolare al carattere generale della contraddizione, al suo carattere sistemico.
Non possiamo accettare false “soluzioni” all’inquinamento dell’aria che contemplino un modo di vivere con tute, caschi respiratori, e bombole di ossigeno sulle spalle.
Il riferimento non è esagerato perché purtroppo, per esempio, tra gli stessi che ammettono il riscaldamento globale c’è l’attitudine a pensare che la soluzione consista nel costruire sistemi di protezione, ombreggiamenti ed espedienti di adattamento.
Mentre tra coloro che ammettono il graduale innalzamento del livello del mare, c’è un’analoga attitudine a proporre l’arretramento delle costruzioni ed il loro innalzamento a mo’ di palafitte.
Tutte queste ed analoghe proposte non solo non denunciano le cause finendo per oscurarle, non solo rappresentano forme di adattamento al disastro ambientale in corso senza che si prospetti una rimozione delle cause. Per di più spesso finiscono per dar credito a “soluzioni” che aggravano nel tempo il problema che vorrebbero risolvere.
L’auto elettrica è un esempio lampante di questo modo di affrontare l’inquinamento da traffico urbano la cui trattazione richiederebbe molto spazio e tempo ma che già comincia a farsi spazio in numerosi studi per il suo bilancio, per la sua “impronta” anti-ecologica: non mancheremo di trattarne.
Per ora concludiamo col richiamo a considerare ogni lotta, ogni iniziativa come parte di un unico problema e come risultato del modo di produzione capitalistico. Su questo principio chiamiamo all’innalzamento del livello di coscienza, all’unità dei movimenti, alla moltiplicazione delle iniziative, alla loro maggiore radicalità – a cominciare dalla denuncia della diffusione della peste suina negli allevamenti padani che le istituzioni stanno finora cercando di insabbiare.
Fonte
La prima diagnosi della malattia è stata fatta il 7 gennaio 2022 sulla carcassa di un cinghiale, nelle montagne tra Piemonte e Liguria e da allora la diffusione della malattia è sembrata inarrestabile fino ad arrivare negli allevamenti intensivi.
Non possiamo escludere del tutto che qualche giornale ne abbia dato notizia, ma intanto noi non ne abbiamo trovate né sulla stampa né nei notiziari televisivi e la cosa è preoccupante perché gli allevamenti intensivi sono dei veri e propri focolai di virus e serbatoi di materiale inquinante, oltre ad essere luoghi di tortura per gli animali, e un’allerta delle istituzioni locali e nazionali – ove mai si occupassero realmente del “bene comune” salute – dovrebbe essere un obbligo.
Nelle gabbie degli allevamenti non ci sono solo esemplari in “normali” condizioni fisiche ma anche animali con ferite ulcerose, sporchi, zoppicanti, morenti; vederli è uno spettacolo rivoltante. Triturazione di pulcini (si, avete capito bene!), conigli in due, tre per gabbia e impossibilitati a muoversi, scrofe che partoriscono in gabbie dove non è possibile nemmeno distendersi.
Uno spettacolo che fa ancora più rabbia quando vediamo la pubblicità nostrana che ci mostra bovini che ascoltano sonate di Beethoven e muggiscono felici mentre fanno la doccia.
Già noti ed accertati come fonte di inquinamento dell’aria e del suolo, gli allevamenti intensivi hanno un tasso standard di mortalità degli animali intorno al 20% (stime OIE) nonostante le pesanti somministrazioni di antibiotici e le vaccinazioni.
Date queste condizioni, raramente si eseguono accertamenti per verificare le cause di morte e questo finisce per nascondere l’eventualità di morte per peste suina che, pertanto, resta latente fino a che non raggiunge una certa dimensione che ne fa maturare il sospetto ed avviare gli accertamenti.
Le maggiori concentrazioni di allevamenti intensivi si trovano in Pianura Padana: solo in Piemonte e Lombardia si allevano più di cinque milioni di suini e se il virus PSA supera la barriera degli allevamenti, la sua diffusione assume velocità e dimensioni enormi con una mortalità intorno all’80%.
Lo smaltimento dei cadaveri animali si somma all’alta concentrazione di ammoniaca nell’aria, all’alta quantità di batteri che aggrediscono le deiezioni degli animali, all’azoto e fosforo in quantità tali da inquinare pesantemente le falde acquifere: un bilancio devastante!
Se esaminiamo il modo di produzione degli allevamenti intensivi, troviamo tutti i canoni di conduzione dell’industria capitalistica.
Mortalità accettata come se si trattasse di uno scarto di produzione di pezzi difettosi alla lavorazione; economie di scala che consentono una riduzione dei costi di approvvigionamento dei mangimi; distribuzione in serie dell’alimentazione; “lavorazione” in serie del materiale “carne”, dall’uccisione alla prima macellazione come un qualsiasi semilavorato; personale operaio salariato sottoposto a tempi e ritmi come nell’assemblaggio di un qualsiasi macchinario dell’industria metalmeccanica.
La morte di un animale, che nell’allevamento domestico viene considerata una sciagura, qui è accettata come una normale perdita, come uno sfrido di lavorazione, come rischio d’impresa. Questa non è agricoltura, è capitalismo!
Ed il danno totale alla salute umana non viene considerato: l’uomo è un semplice consumatore che fa parte del ciclo del profitto.
L’abbassamento del prezzo – dovuto al sistema di produzione – la comodità e rapidità della preparazione hanno fatto della carne un cibo fast food ma anche un cibo spazzatura (una delle denunce più documentate è il libro di Eric Schlosser, Fast Food Nation. Il lato oscuro del cheeseburger, Ed. Tropea, 2002). Ormoni ed antibiotici somministrati agli animali (ma ormai estesi a tutti gli altri alimenti) vengono sempre più associati all’obesità, alle disfunzioni ormonali, ai disturbi cardiocircolatori.
In tutto questo non possiamo non considerare le idiozie della sovranità alimentare sventolata dal nostro governo come potente innovazione, come salto delle mentalità. Al livello di stupidità della propaganda del regime Meloni&parenti si associa il silenzio totale, la protezione delle italiche maialate – mai termine fu più calzante – che disinvoltamente ci porteranno nuove epidemie il cui costo ricadrà per intero su chi non ha le risorse e le condizioni di vita per potersi nutrire nella più semplice e salutare maniera.
Non deve passare in secondo piano – neppure su questi temi – la lotta contro il governo in carica, il nostro nemico interno. Né deve passare sotto silenzio l’operato dell’associazione a delinquere che siede nel Parlamento mandata al governo dall’altra banditesca associazione confindustriale dei padroni, grandi, medi e piccoli.
Nello stesso tempo questa battaglia deve essere considerata e condotta all’interno della più generale lotta per l’ambiente: l’ammoniaca rilasciata dagli allevamenti intensivi si combina nell’aria con ossidi di zolfo e di azoto e forma il particolato fine, quelle polveri sottili, quello smog che avvelena i polmoni e si aggiunge a quanto prodotto dal traffico automobilistico.
Chi pensa e agisce, anche con le migliori intenzioni, solo su aspetti particolari della “questione” ambientale non rende un buon servizio alla causa.
Ogni particolare ci porta costantemente al carattere generale ed universale del problema. Tornando al consumo di carne, sappiamo che il record è detenuto da Usa e Australia, ma sappiamo che la forbice col sud del mondo si va chiudendo.
Il rapporto Ocse-Fao del 5 luglio 2021 stimava già allora una crescita del 14% del consumo globale di carne proprio nei paesi cosiddetti in via di sviluppo. Il caso Cina è emblematico per essere diventato non solo il primo produttore mondiale di carne suina, ma anche per un incremento del consumo interno che porta quel paese a coprire un terzo dell’aumento complessivo di quel 14% di cui si parlava.
Molti problemi si aprono e tutti a scala mondiale: l’incremento dell’erosione degli ecosistemi, dell’inquinamento climatico ed ambientale, la qualità di vita degli animali, la qualità del lavoro dei proletari addetti alla macellazione costretti a lavorare in condizioni brutali, in un ambiente lurido ed insano, maleodorante, obbligati a stare per ore con gli stivali e le tute gommate insozzate di sangue tra gli scarti di macellazione.
Altrettanto importante – è arduo fare graduatorie – è il consumo di suolo e l’abbattimento delle foreste per fare spazio al “materiale” da nutrizione, ai foraggi. Continuando così, presto non ci sarà più terra da camminare, aria da respirare, cielo da guardare.
Nessuno di noi disdegna snobisticamente l’azione dei comitati locali, di interventi puntuali, di proposte particolari. Non mettiamo in campo il solito rimando alla rivoluzione mondiale caro ai principisti che eludono le necessità della lotta “qui e ora”; ma pensiamo che non c’è concretezza senza il collegamento stretto di qualsiasi proposta particolare al carattere generale della contraddizione, al suo carattere sistemico.
Non possiamo accettare false “soluzioni” all’inquinamento dell’aria che contemplino un modo di vivere con tute, caschi respiratori, e bombole di ossigeno sulle spalle.
Il riferimento non è esagerato perché purtroppo, per esempio, tra gli stessi che ammettono il riscaldamento globale c’è l’attitudine a pensare che la soluzione consista nel costruire sistemi di protezione, ombreggiamenti ed espedienti di adattamento.
Mentre tra coloro che ammettono il graduale innalzamento del livello del mare, c’è un’analoga attitudine a proporre l’arretramento delle costruzioni ed il loro innalzamento a mo’ di palafitte.
Tutte queste ed analoghe proposte non solo non denunciano le cause finendo per oscurarle, non solo rappresentano forme di adattamento al disastro ambientale in corso senza che si prospetti una rimozione delle cause. Per di più spesso finiscono per dar credito a “soluzioni” che aggravano nel tempo il problema che vorrebbero risolvere.
L’auto elettrica è un esempio lampante di questo modo di affrontare l’inquinamento da traffico urbano la cui trattazione richiederebbe molto spazio e tempo ma che già comincia a farsi spazio in numerosi studi per il suo bilancio, per la sua “impronta” anti-ecologica: non mancheremo di trattarne.
Per ora concludiamo col richiamo a considerare ogni lotta, ogni iniziativa come parte di un unico problema e come risultato del modo di produzione capitalistico. Su questo principio chiamiamo all’innalzamento del livello di coscienza, all’unità dei movimenti, alla moltiplicazione delle iniziative, alla loro maggiore radicalità – a cominciare dalla denuncia della diffusione della peste suina negli allevamenti padani che le istituzioni stanno finora cercando di insabbiare.
Fonte
19/06/2023
Il paradosso di un’Italia in siccità colpita dalle alluvioni
Quando nell’ultimo mese e poco più, dopo un lungo periodo di mancanza di piogge, l’acqua ha cominciato a cadere senza sosta sulla penisola, non si sono fatti attendere i commenti ironici di chi ha considerato questo clima tropicale come una soluzione alla siccità. Ebbene, non è così, e il problema è più complesso.
Innanzitutto, bisogna notare che c’è poca ironia da fare, mentre da Nord a Sud, da Bergamo a Nola, ogni pioggia si è trasformata in eventi atmosferici da zona tropicale, con conseguenti e sostanziosi danni. L’alluvione della Romagna, dopo il caso marchigiano, si è portato via 17 persone: non c’è nulla da ridere.
Poi, non basta un mese di precipitazioni torrenziali, grandine e neve, per rimettere in ordine gli equilibri di un intero ecosistema. La Fondazione Centro Internazionale in Monitoraggio Ambientale (CIMA) ha calcolato il deficit di quantità d’acqua contenuta nella neve delle nostre montagne pari al 49% della media degli ultimi 12 anni.
Bisogna poi tenere a mente che le previsioni del tempo non sono come quelle generali dell’andamento climatico. Francesco Avanzi, ricercatore della CIMA, ricorda che gli “effetti della siccità emergono nel tempo, man mano che la scarsità d’acqua si va facendo sentire sugli ecosistemi, sulle coltivazioni, sull’approvvigionamento energetico, sulla falda acquifera e quindi sui nostri fiumi”.
Ieri era la giornata mondiale della lotta alla desertificazione, pericolo che riguarda quasi un terzo del territorio nazionale secondo l’ISPRA. Secondo un modello dell’Istituto per la Protezione e la Ricerca Ambientale, nel 2022 il 20% del territorio nazionale ha sofferto di siccità estrema, il 40% di siccità severa o moderata.
In Italia solo l’11% dell’acqua piovana viene recuperata, afferma l’ANBI, l’Associazione nazionale consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue. Paragonando le risorse idriche dell’ultimo trentennio con quelle del trentennio 1951-1980, risulta che ne è stato perso il 13%: 19 miliardi di metri cubi, poco meno del Lago di Como.
Si tratta di un volume di acqua pari a due terzi di quello usato annualmente nelle attività umane del paese. Più della metà di questa quota viene prelevata nel distretto padano, soprattutto per alimentare le attività agricole, come se servissero altre prove per dimostrare che la gestione dell’acqua è prima di tutto un problema di modello di sviluppo.
Lo stress idrico, cioè il rapporto tra prelievi idrici totali e disponibilità di acqua dolce superficiale e sotterranea, ha il suo picco proprio lungo il bacino del Po (65,6%). Un valore quasi doppio rispetto a quello di aree considerate tradizionalmente maggiormente esposte al rischio desertificazione, come quelle del Sud e delle Isole.
Il ricercatore ISTAT Stefano Tersigni ha affermato che “il modello agricolo che si è sviluppato negli ultimi 50 anni non è più adeguato alle risorse oggi disponibili, perché ne utilizza troppe ed è poco resiliente ai cambiamenti climatici”. È una questione di caratteri delle filiere produttive, e dunque di organizzazione della produzione e di forme di mercato a cui dà origine.
Anche solo guardando al proprio portafoglio, persino le multinazionali dovrebbero avere interesse a prendere di petto il problema. La Conferenza ONU sull’acqua, tenutasi a New York a fine marzo, ha registrato che dal 1998 al 2017, considerando solo le perdite economiche e non quelle umane, la siccità ha mandato in fumo 124 miliardi di dollari.
Ma è proprio questa la contraddizione fondamentale tra capitale e natura. Il sistema capitalista deve garantire una valorizzazione continua in un mondo finito, e questo alla fine va a detrimento dell’ambiente. Anche gli idrovori allevamenti intensivi sono solo un fenomeno di una società fondata sullo sfruttamento delle risorse, senza nessun equilibrio con esse.
Sempre la Conferenza ONU citata ha previsto che entro il 2030 la domanda globale di acqua dolce supererà del 40% l’offerta disponibile. Appare chiaro che non sono più rimandabili misure per il ripristino dei suoli e per ampliare gli invasi, ma questa coscienza sembra essere ancora poco diffusa nelle agende politiche della classe dirigente occidentale.
C’è poi il nodo che fa da corollario a tutta la questione. Se i nostri governanti decidono di muoversi sulla strada della transizione ecologica, lo fanno senza mettere in discussione l’intero modello, e anzi mettendo in campo misure parziali. E i costi vengono fatti ricadere sulle spalle dei settori popolari.
La battaglia che ci aspetta è avviarsi davvero sulla strada della transizione ecologica, ribaltando le fondamenta del modo di produzione capitalistico. Affinché siano le grandi aziende, i responsabili della crisi climatica – le prime 100 società del fossile hanno prodotto la metà di tutte le emissioni dalla Rivoluzione Industriale – a pagarne i costi, non i lavoratori e le giovani generazioni.
Fonte
Innanzitutto, bisogna notare che c’è poca ironia da fare, mentre da Nord a Sud, da Bergamo a Nola, ogni pioggia si è trasformata in eventi atmosferici da zona tropicale, con conseguenti e sostanziosi danni. L’alluvione della Romagna, dopo il caso marchigiano, si è portato via 17 persone: non c’è nulla da ridere.
Poi, non basta un mese di precipitazioni torrenziali, grandine e neve, per rimettere in ordine gli equilibri di un intero ecosistema. La Fondazione Centro Internazionale in Monitoraggio Ambientale (CIMA) ha calcolato il deficit di quantità d’acqua contenuta nella neve delle nostre montagne pari al 49% della media degli ultimi 12 anni.
Bisogna poi tenere a mente che le previsioni del tempo non sono come quelle generali dell’andamento climatico. Francesco Avanzi, ricercatore della CIMA, ricorda che gli “effetti della siccità emergono nel tempo, man mano che la scarsità d’acqua si va facendo sentire sugli ecosistemi, sulle coltivazioni, sull’approvvigionamento energetico, sulla falda acquifera e quindi sui nostri fiumi”.
Ieri era la giornata mondiale della lotta alla desertificazione, pericolo che riguarda quasi un terzo del territorio nazionale secondo l’ISPRA. Secondo un modello dell’Istituto per la Protezione e la Ricerca Ambientale, nel 2022 il 20% del territorio nazionale ha sofferto di siccità estrema, il 40% di siccità severa o moderata.
In Italia solo l’11% dell’acqua piovana viene recuperata, afferma l’ANBI, l’Associazione nazionale consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue. Paragonando le risorse idriche dell’ultimo trentennio con quelle del trentennio 1951-1980, risulta che ne è stato perso il 13%: 19 miliardi di metri cubi, poco meno del Lago di Como.
Si tratta di un volume di acqua pari a due terzi di quello usato annualmente nelle attività umane del paese. Più della metà di questa quota viene prelevata nel distretto padano, soprattutto per alimentare le attività agricole, come se servissero altre prove per dimostrare che la gestione dell’acqua è prima di tutto un problema di modello di sviluppo.
Lo stress idrico, cioè il rapporto tra prelievi idrici totali e disponibilità di acqua dolce superficiale e sotterranea, ha il suo picco proprio lungo il bacino del Po (65,6%). Un valore quasi doppio rispetto a quello di aree considerate tradizionalmente maggiormente esposte al rischio desertificazione, come quelle del Sud e delle Isole.
Il ricercatore ISTAT Stefano Tersigni ha affermato che “il modello agricolo che si è sviluppato negli ultimi 50 anni non è più adeguato alle risorse oggi disponibili, perché ne utilizza troppe ed è poco resiliente ai cambiamenti climatici”. È una questione di caratteri delle filiere produttive, e dunque di organizzazione della produzione e di forme di mercato a cui dà origine.
Anche solo guardando al proprio portafoglio, persino le multinazionali dovrebbero avere interesse a prendere di petto il problema. La Conferenza ONU sull’acqua, tenutasi a New York a fine marzo, ha registrato che dal 1998 al 2017, considerando solo le perdite economiche e non quelle umane, la siccità ha mandato in fumo 124 miliardi di dollari.
Ma è proprio questa la contraddizione fondamentale tra capitale e natura. Il sistema capitalista deve garantire una valorizzazione continua in un mondo finito, e questo alla fine va a detrimento dell’ambiente. Anche gli idrovori allevamenti intensivi sono solo un fenomeno di una società fondata sullo sfruttamento delle risorse, senza nessun equilibrio con esse.
Sempre la Conferenza ONU citata ha previsto che entro il 2030 la domanda globale di acqua dolce supererà del 40% l’offerta disponibile. Appare chiaro che non sono più rimandabili misure per il ripristino dei suoli e per ampliare gli invasi, ma questa coscienza sembra essere ancora poco diffusa nelle agende politiche della classe dirigente occidentale.
C’è poi il nodo che fa da corollario a tutta la questione. Se i nostri governanti decidono di muoversi sulla strada della transizione ecologica, lo fanno senza mettere in discussione l’intero modello, e anzi mettendo in campo misure parziali. E i costi vengono fatti ricadere sulle spalle dei settori popolari.
La battaglia che ci aspetta è avviarsi davvero sulla strada della transizione ecologica, ribaltando le fondamenta del modo di produzione capitalistico. Affinché siano le grandi aziende, i responsabili della crisi climatica – le prime 100 società del fossile hanno prodotto la metà di tutte le emissioni dalla Rivoluzione Industriale – a pagarne i costi, non i lavoratori e le giovani generazioni.
Fonte
28/05/2023
Allevamenti intensivi e sfruttamento animale alla luce dell’alluvione in Romagna
Nel corso degli anni, l’allevamento intensivo e lo sfruttamento degli animali sono diventati un tema di crescente preoccupazione e dibattito. Questa pratica ha portato a gravi conseguenze sia per gli animali coinvolti che per la salute umana.
In particolare, la mancanza di piani di evacuazione per gli animali nelle aziende allevatrici, evidenziata recentemente dopo l’alluvione in Romagna, e il rischio di diffusione di zoonosi richiedono un’azione urgente e una critica ferma nei confronti del sistema.
Inoltre, è importante equiparare lo sfruttamento intensivo degli animali al lavoro nero e sottolineare le aziende agricole che non rispettano le leggi che tutelano la salute e sicurezza in Italia.
Gli allevamenti intensivi
Gli allevamenti intensivi sono caratterizzati da condizioni di vita estremamente anguste e sovraffollate per gli animali coinvolti. Questo sistema priva gli animali della possibilità di esprimere i loro comportamenti naturali, causando stress, sofferenza e malattie.
Le pratiche di selezione genetica utilizzate per massimizzare la produzione spesso portano a gravi problemi di salute negli animali, come malformazioni e malattie genetiche.
Lo sfruttamento degli animali per la produzione di carne, latte e uova è moralmente inaccettabile e richiede una riflessione approfondita sulla nostra relazione con il resto degli animali non-umani.
Gli effetti dell’alluvione in Romagna
L’alluvione che ha colpito la Romagna ha evidenziato una grave mancanza di piani di evacuazione per gli animali allevati nelle aziende agricole. Gli animali sono stati lasciati indietro a fronte di un imminente pericolo, senza alcun piano o infrastruttura adeguata per garantire la loro sicurezza.
Questo è non solo una forma di trascuratezza, ma una violazione del dovere etico di prendersi cura degli animali, tutelati dal 2022 dall’articolo 9 della Costituzione Italiana, che fino a oggi abbiamo sfruttato per i nostri fini.
Le conseguenze di questa mancanza di preparazione sono state catastrofiche, migliaia di maiali morti nelle gabbie annegati in mezzo metro di acqua, 60.000 galline stipate nei pollai travolte dalle acque.
I rischi per la salute
Oltre alla mancanza di piani di evacuazione, gli allevamenti intensivi rappresentano un serio rischio per la diffusione di zoonosi, ovvero malattie trasmissibili dagli animali all’uomo. La promiscuità e le condizioni insalubri degli allevamenti intensivi creano un terreno fertile per lo sviluppo e la diffusione di malattie come l’influenza aviaria e la salmonella.
Queste malattie possono avere gravi conseguenze per la salute umana, mettendo a rischio la vita delle persone e richiedendo un intervento sanitario urgente. La mancanza di controlli adeguati e di regolamentazione in queste aziende aggrava ulteriormente il rischio di zoonosi.
Di intensivo c’è lo sfruttamento
Lo sfruttamento intensivo degli animali all’interno degli allevamenti può essere equiparato al “lavoro nero”, in cui i lavoratori sono sfruttati senza rispetto per i loro diritti e la loro dignità. Gli animali allevati intensivamente sono sottoposti a condizioni di vita fatte di privazione della libertà e a un trattamento che viola i principi etici fondamentali.
Inoltre, molte aziende agricole non rispettano le leggi che tutelano la salute e la sicurezza sia degli animali che dei lavoratori. Questa mancanza di responsabilità e rispetto delle leggi rappresenta un problema sistemico che richiede una maggiore vigilanza, una severa applicazione delle normative esistenti e un vero piano di incentivi statali per quelle (poche) aziende e dipendenti che portano avanti politiche etiche nel rispetto dei diritti dei lavoratori, degli animali e dell’ambiente.
La critica necessaria è al sistema
La critica agli allevamenti intensivi e allo sfruttamento animale non deve essere sottovalutata.
La mancanza di piani di evacuazione per gli animali nelle aziende allevatrici dopo l’alluvione in Romagna e il rischio di diffusione di zoonosi richiedono un’azione immediata da parte delle autorità competenti.
È fondamentale promuovere un cambiamento di paradigma che ponga il benessere degli animali e dell’ambiente al centro delle nostre decisioni e che applichi rigorosamente le leggi che tutelano la salute e la sicurezza.
Solo allora potremo aspirare a una società più giusta, rispettosa e compassionevole verso tutti gli esseri viventi.
Fonte
In particolare, la mancanza di piani di evacuazione per gli animali nelle aziende allevatrici, evidenziata recentemente dopo l’alluvione in Romagna, e il rischio di diffusione di zoonosi richiedono un’azione urgente e una critica ferma nei confronti del sistema.
Inoltre, è importante equiparare lo sfruttamento intensivo degli animali al lavoro nero e sottolineare le aziende agricole che non rispettano le leggi che tutelano la salute e sicurezza in Italia.
Gli allevamenti intensivi
Gli allevamenti intensivi sono caratterizzati da condizioni di vita estremamente anguste e sovraffollate per gli animali coinvolti. Questo sistema priva gli animali della possibilità di esprimere i loro comportamenti naturali, causando stress, sofferenza e malattie.
Le pratiche di selezione genetica utilizzate per massimizzare la produzione spesso portano a gravi problemi di salute negli animali, come malformazioni e malattie genetiche.
Lo sfruttamento degli animali per la produzione di carne, latte e uova è moralmente inaccettabile e richiede una riflessione approfondita sulla nostra relazione con il resto degli animali non-umani.
Gli effetti dell’alluvione in Romagna
L’alluvione che ha colpito la Romagna ha evidenziato una grave mancanza di piani di evacuazione per gli animali allevati nelle aziende agricole. Gli animali sono stati lasciati indietro a fronte di un imminente pericolo, senza alcun piano o infrastruttura adeguata per garantire la loro sicurezza.
Questo è non solo una forma di trascuratezza, ma una violazione del dovere etico di prendersi cura degli animali, tutelati dal 2022 dall’articolo 9 della Costituzione Italiana, che fino a oggi abbiamo sfruttato per i nostri fini.
Le conseguenze di questa mancanza di preparazione sono state catastrofiche, migliaia di maiali morti nelle gabbie annegati in mezzo metro di acqua, 60.000 galline stipate nei pollai travolte dalle acque.
I rischi per la salute
Oltre alla mancanza di piani di evacuazione, gli allevamenti intensivi rappresentano un serio rischio per la diffusione di zoonosi, ovvero malattie trasmissibili dagli animali all’uomo. La promiscuità e le condizioni insalubri degli allevamenti intensivi creano un terreno fertile per lo sviluppo e la diffusione di malattie come l’influenza aviaria e la salmonella.
Queste malattie possono avere gravi conseguenze per la salute umana, mettendo a rischio la vita delle persone e richiedendo un intervento sanitario urgente. La mancanza di controlli adeguati e di regolamentazione in queste aziende aggrava ulteriormente il rischio di zoonosi.
Di intensivo c’è lo sfruttamento
Lo sfruttamento intensivo degli animali all’interno degli allevamenti può essere equiparato al “lavoro nero”, in cui i lavoratori sono sfruttati senza rispetto per i loro diritti e la loro dignità. Gli animali allevati intensivamente sono sottoposti a condizioni di vita fatte di privazione della libertà e a un trattamento che viola i principi etici fondamentali.
Inoltre, molte aziende agricole non rispettano le leggi che tutelano la salute e la sicurezza sia degli animali che dei lavoratori. Questa mancanza di responsabilità e rispetto delle leggi rappresenta un problema sistemico che richiede una maggiore vigilanza, una severa applicazione delle normative esistenti e un vero piano di incentivi statali per quelle (poche) aziende e dipendenti che portano avanti politiche etiche nel rispetto dei diritti dei lavoratori, degli animali e dell’ambiente.
La critica necessaria è al sistema
La critica agli allevamenti intensivi e allo sfruttamento animale non deve essere sottovalutata.
La mancanza di piani di evacuazione per gli animali nelle aziende allevatrici dopo l’alluvione in Romagna e il rischio di diffusione di zoonosi richiedono un’azione immediata da parte delle autorità competenti.
È fondamentale promuovere un cambiamento di paradigma che ponga il benessere degli animali e dell’ambiente al centro delle nostre decisioni e che applichi rigorosamente le leggi che tutelano la salute e la sicurezza.
Solo allora potremo aspirare a una società più giusta, rispettosa e compassionevole verso tutti gli esseri viventi.
Fonte
29/04/2020
Troppa vita, poco valore, sterminio assicurato
Ogni mattina, si svegliano, cacano e fanno colazione 8 milioni e 612 mila maiali, distribuiti perlopiù in Lombardia (4 milioni e 300 mila), Piemonte (1milione e 250 mila) ed Emilia Romagna (1 milione e 100 mila).
Il lockdown non ha interessato gli animali, i quali sono già da sempre bloccati e confinati in cellette e spazi limitati, e già da tempo sperimentano le psicosi che toccano adesso anche a noi. Alle galline (500 milioni in Italia), per evitare battibecchi e turpiloqui, il becco, di solito, glielo amputano.
Il confinamento degli umani non è certo una conseguenza diretta del confinamento e del trattamento industriale e dello sfruttamento subito dagli animali, ma non ci metterei la mano sul fuoco.
Il fatto è che i maiali, e questa paura davvero avvicina tutti gli esseri viventi, porcelli o meno, per effetto del lockdown, rischiano di essere abbattuti, e non per diventare prosciutti e mortadelle al pistacchio, ma perché, anche per loro, come per i lavoratori, l’offerta comincia a superare la domanda – e non c’è legge di Say che tenga!
Quando ciò accade, e il riequilibrio è affidato al mercato, l’essere vivente diventa carne da macello, peggio, finisce nelle camere a gas.
Nel Minnesota, riferisce la Reuters, gli allevatori Kerry e Barb Mergen hanno avuto un tuffo al cuore quando sono arrivati gli operatori della Daybreak Foods Inc con le autobotti di anidride carbonica, necessaria per gasare gli animali della fattoria.
La chiusura dei ristoranti e delle mense, che negli USA assorbono fino al 50% del consumo di cibo, ha ridotto drasticamente la vendita di carne. Le filiere sono bloccate, gli animali rimangono nelle stalle.
Tutti abbiamo sperimentato cosa significhi pigiarsi su un vagone, quando salta una corsa della metropolitana o del treno suburbano. Per gli animali avviati al macello, le corse saltate sono più di una. Si tratta di meccanismi delicati, che non sono ripristinabili immediatamente.
In Italia, ogni anno, vengo macellate, all’incirca, 500 milioni di galline, in media 1 milione e 360 mila al giorno. Ogni giorno che salta, significa più galline ammassate negli stabilimenti. Provate a fare il conto.
Nell’Iowa, riferisce sempre Reuters, un allevatore, non sapendo più dove trasferire i maiali adulti, per far posto ai maialini portati in pancia dalle madri, è stato costretto a fare iniezioni alle scrofe per indurre l’aborto. A differenza delle mucche, i maiali non possono essere liberati al pascolo. Negli Usa sono allevati e ingrassati in ambienti a temperatura controllata. Fuori si ammalerebbero, si ferirebbero, non sarebbero in grado di camminare.
Nel Minnesota gli animali sono tenuti a digiuno, oppure vengono nutriti con baccelli di soia (la corchia). Riempiono la pancia, ma sono poco nutrienti. Gli animali non ingrassano, e si spera ci sia più spazio.
Nella sua fattoria in Iowa, Dean Meyer, uccide 125 maialini a settimana. Li butta nell’umido e li rimacina per farne fertilizzante. Non è un bel vedere. Considerando che molti umani si affollano alle mense dei poveri per elemosinare un pasto.
Il dipartimento dell’agricoltura sta lavorando a un piano nazionale di sterminio. Ci sono ripercussioni anche in Canada. Anche qui è iniziata la soppressione e il compostaggio, o l’abbandono nelle discariche.
Non è una situazione facile. Gli agricoltori hanno subito anche minacce. Buttano cibo nelle discariche, quando in giro, anche in America, ci sono persone che muoiono di fame.
Ma questo è il capitalismo, questo è il libero mercato. È così tutti i giorni, anche quando non ci sono emergenze.
Se ci piace la libertà del mercato, se ci piace il laissez-faire, se ci piace fare quel più ci aggrada, infischiandosene del prossimo, accomodiamoci pure, apriamo il nostro Baedeker e partiamo per Grand Tour culinario, chiudiamo gli occhi, sperando che il gas sia riserva solo per pigs.
Fonte
26/02/2012
Overdose di antibiotici nell'allevamento industriale
Il consumo di antibiotici prescritti dai
medici non è nulla se paragonato alla quantità ingerita con
l'alimentazione. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS),
la metà degli antibiotici prodotti nel mondo è destinata agli animali.
Una somma che si alza all’80% negli Stati Uniti! Un rapporto della Food and Drug Administration
statunitense(FDA) stima che gli animali da allevamento consumano 13.000
tonnellate di antibiotici l’anno anno [1]. Questo sovraconsumo
favorisce lo sviluppo di batteri resistenti che possono essere
rintracciati nei cibi in caso di cottura insufficiente. Alcuni
ricercatori hanno mostrato, peraltro, che gli antibiotici non sono presenti solamente nella carne, ma anche nei cereali o nei legumi coltivate nel
terreno fertilizzato col letame del bestiame.
Un studio pubblicato dalla rivista medica Clinical Infectious Diseases nel 2011 rivela che la metà della carne di bue, di pollo, di maiale e di tacchino venduta nei grandi magazzini degli Stati Uniti contiene germi resistenti agli antibiotici (lo stafilococco MRSA). Lo scorso agosto 16.000 tonnellate di tacchino contaminate dalla salmonella – resistente ai medicinali - sono state ritirate dal gigante agroalimentare Cargill. Bilancio: un morto e un centinaio di ricoveri.
La Francia detiene il record di resistenza agli antibiotici
Si sta sviluppando una resistenza agli antibiotici. "Ogni anno 100.000 americani muoiono in ospedale per un'infezione batterica, e non è che la punta dell'iceberg. Il 70% di queste infezioni è resistente ai trattamenti utilizzati abitualmente", ha affermato la deputata democratica Louise Slaughter [2], intervistata dal Guardian. La Francia detiene il record di resistenza agli antibiotici in Europa: il 50% per la penicillina e il 28% per la meticillina [3]. L'Unione Europea ha reagito nel 2006, vietando il consumo di antibiotici per aumentare la crescita degli animali. Negli allevamenti francesi vengono ancora consumate più di mille tonnellate di antibiotici ogni anno. Un studio dell'agenzia nazionale della medicina veterinaria ha valutato la presenza degli antibiotici in 67,7 mg per chilo di carne prodotta. Ha ricordato che gli "antibiotici recenti sono generalmente più attivi ed è sufficiente una somministrazione più ridotta". La Germania non fa eccezione, con i polli industriali ingozzati di “antibiotici”.
Malgrado questa inquietante constatazione, negli Stati Uniti l'agenzia per l'alimentazione (Food and Drug Administration) potrebbe operare un’inversione di marcia “preoccupante". Alla fine di dicembre, ha ritirato la promessa – che risale agli anni ’70 - di controllare l’utilizzo di due degli antibiotici più utilizzati: la penicillina e la tetraciclina. I produttori potranno continuare a somministrarla a piacimento ai loro animali. La FDA preferisce, invece, concentrare gli sforzi sulla "possibilità di riforma volontaria" da parte degli agricoltori. Questa decisione - pubblicata con discrezione nel registro federale (Gazzetta ufficiale) alla vigilia di Natale - "non deve essere interpretata come il segno che la FDA non ha alcuna preoccupazione sanitaria" sull'argomento, si è sentita obbligata di precisare. Un simpatico ";regalo di Natale dell’FDA alle fattorie industriali", hanno ironizzato alcuni commentatori.
Venti miliardi di dollari l’anno a carico del sistema sanitario
Questa sovradosaggio di antibiotici ha un suo costo: ogni anno l’MRSA (stafilococco resistente alla meticillina) è responsabile del decesso di 19.000 pazienti negli Stati Uniti, e provoca sette milioni di visite dal medico o nei pronto soccorso, ha stimato Maryn McKenna, giornalista specializzata in salute pubblica: "Ogni volta che una persona contrae l’MRSA, i costi sanitari sono moltiplicati per quattro. La resistenza agli antibiotici è un peso enorme per la salute pubblica nella nostra società." Un costo stimato in venti miliardi di dollari l’anno per il sistema sanitario statunitense.
Ma la lobby agroalimentare combatte anche la battaglia delle cifre: per la National Turkey Federation, gli antibiotici permettono di diminuire di un terzo il costo di produzione [4]. Gli antibiotici diminuiscono il tempo di crescita e sono necessari perché gli animali possono riuscire a vivere ammucchiati a migliaia nei porcili e nei pollai. Senza antibiotici, ci vorrebbero più infrastrutture agricole. E 175.000 tonnellate di cibo in più, un grosso danno per la produzione del tacchino negli Stati Uniti, affermano i professionisti del settore.
Sono gli argomenti che sembrano avere convinto la FDA a respingere ogni decisione per regolamentare il consumo di antibiotici. Probabilmente - in periodo elettorale -, per evitare un finanziamento massiccio da parte della lobby agroalimentare della campagna repubblicana. In gennaio, dopo aver subito una caterva di critiche, la FDA ha annunciato di voler limitare da aprile l'utilizzo di una categoria di antibiotici, le cefalosporine, per i bovini, i maiali e il pollame. Una buona iniziativa di comunicazione: i media hanno ripreso all’unisono questa decisione, sottolineando gli sforzi della FDA per "limitare l'uso degli antibiotici”. Ma si sono dimenticati di precisare che le cefalosporine rappresentano solo lo 0,5% degli antibiotici utilizzati nell'allevamento. I consumatori non hanno molto da rallegrarsi. E neppure potrà risolvere questo grave problema sanitario.
Note:
[1] Nel 2000 l'Istituto per la Salute animale, in rappresentanza dei produttori di medicinali veterinari, ha valutato il consumo di antibiotici nell'allevamento in 8.000 l’anno negli Stati Uniti.
[2] Autore di un testo di legge sulla resistenza agli antibiotici: “Preservation of Antibiotics for Medical Treatment Act”.
[3] Utilizzate rispettivamente contro il pneumococco e lo stafilococco dorato, i principali batteri all'origine degli infezioni nosocomiali. Fonte: Rapporto parlamentare, Ufficio parlamentare di valutazione delle politiche sanitarie, depositato il 22 giugno 2006.
[4] "Today at retail outlets here in the D.C. market, a conventionally raised turkey costs $1.29 per pound. A similar whole turkey that was produced without antibiotics costs $2.29 per pound. With the average consumer purchasing a 15 pound whole turkey, that would mean there would be $15 tacked on to their grocery bill", Michael Rybolt, National Turkey Federation, audizione alla sottocommissione per l'allevamento della Camera dei Rappresentanti.
Fonte.
Un studio pubblicato dalla rivista medica Clinical Infectious Diseases nel 2011 rivela che la metà della carne di bue, di pollo, di maiale e di tacchino venduta nei grandi magazzini degli Stati Uniti contiene germi resistenti agli antibiotici (lo stafilococco MRSA). Lo scorso agosto 16.000 tonnellate di tacchino contaminate dalla salmonella – resistente ai medicinali - sono state ritirate dal gigante agroalimentare Cargill. Bilancio: un morto e un centinaio di ricoveri.
La Francia detiene il record di resistenza agli antibiotici
Si sta sviluppando una resistenza agli antibiotici. "Ogni anno 100.000 americani muoiono in ospedale per un'infezione batterica, e non è che la punta dell'iceberg. Il 70% di queste infezioni è resistente ai trattamenti utilizzati abitualmente", ha affermato la deputata democratica Louise Slaughter [2], intervistata dal Guardian. La Francia detiene il record di resistenza agli antibiotici in Europa: il 50% per la penicillina e il 28% per la meticillina [3]. L'Unione Europea ha reagito nel 2006, vietando il consumo di antibiotici per aumentare la crescita degli animali. Negli allevamenti francesi vengono ancora consumate più di mille tonnellate di antibiotici ogni anno. Un studio dell'agenzia nazionale della medicina veterinaria ha valutato la presenza degli antibiotici in 67,7 mg per chilo di carne prodotta. Ha ricordato che gli "antibiotici recenti sono generalmente più attivi ed è sufficiente una somministrazione più ridotta". La Germania non fa eccezione, con i polli industriali ingozzati di “antibiotici”.
Malgrado questa inquietante constatazione, negli Stati Uniti l'agenzia per l'alimentazione (Food and Drug Administration) potrebbe operare un’inversione di marcia “preoccupante". Alla fine di dicembre, ha ritirato la promessa – che risale agli anni ’70 - di controllare l’utilizzo di due degli antibiotici più utilizzati: la penicillina e la tetraciclina. I produttori potranno continuare a somministrarla a piacimento ai loro animali. La FDA preferisce, invece, concentrare gli sforzi sulla "possibilità di riforma volontaria" da parte degli agricoltori. Questa decisione - pubblicata con discrezione nel registro federale (Gazzetta ufficiale) alla vigilia di Natale - "non deve essere interpretata come il segno che la FDA non ha alcuna preoccupazione sanitaria" sull'argomento, si è sentita obbligata di precisare. Un simpatico ";regalo di Natale dell’FDA alle fattorie industriali", hanno ironizzato alcuni commentatori.
Venti miliardi di dollari l’anno a carico del sistema sanitario
Questa sovradosaggio di antibiotici ha un suo costo: ogni anno l’MRSA (stafilococco resistente alla meticillina) è responsabile del decesso di 19.000 pazienti negli Stati Uniti, e provoca sette milioni di visite dal medico o nei pronto soccorso, ha stimato Maryn McKenna, giornalista specializzata in salute pubblica: "Ogni volta che una persona contrae l’MRSA, i costi sanitari sono moltiplicati per quattro. La resistenza agli antibiotici è un peso enorme per la salute pubblica nella nostra società." Un costo stimato in venti miliardi di dollari l’anno per il sistema sanitario statunitense.
Ma la lobby agroalimentare combatte anche la battaglia delle cifre: per la National Turkey Federation, gli antibiotici permettono di diminuire di un terzo il costo di produzione [4]. Gli antibiotici diminuiscono il tempo di crescita e sono necessari perché gli animali possono riuscire a vivere ammucchiati a migliaia nei porcili e nei pollai. Senza antibiotici, ci vorrebbero più infrastrutture agricole. E 175.000 tonnellate di cibo in più, un grosso danno per la produzione del tacchino negli Stati Uniti, affermano i professionisti del settore.
Sono gli argomenti che sembrano avere convinto la FDA a respingere ogni decisione per regolamentare il consumo di antibiotici. Probabilmente - in periodo elettorale -, per evitare un finanziamento massiccio da parte della lobby agroalimentare della campagna repubblicana. In gennaio, dopo aver subito una caterva di critiche, la FDA ha annunciato di voler limitare da aprile l'utilizzo di una categoria di antibiotici, le cefalosporine, per i bovini, i maiali e il pollame. Una buona iniziativa di comunicazione: i media hanno ripreso all’unisono questa decisione, sottolineando gli sforzi della FDA per "limitare l'uso degli antibiotici”. Ma si sono dimenticati di precisare che le cefalosporine rappresentano solo lo 0,5% degli antibiotici utilizzati nell'allevamento. I consumatori non hanno molto da rallegrarsi. E neppure potrà risolvere questo grave problema sanitario.
Note:
[1] Nel 2000 l'Istituto per la Salute animale, in rappresentanza dei produttori di medicinali veterinari, ha valutato il consumo di antibiotici nell'allevamento in 8.000 l’anno negli Stati Uniti.
[2] Autore di un testo di legge sulla resistenza agli antibiotici: “Preservation of Antibiotics for Medical Treatment Act”.
[3] Utilizzate rispettivamente contro il pneumococco e lo stafilococco dorato, i principali batteri all'origine degli infezioni nosocomiali. Fonte: Rapporto parlamentare, Ufficio parlamentare di valutazione delle politiche sanitarie, depositato il 22 giugno 2006.
[4] "Today at retail outlets here in the D.C. market, a conventionally raised turkey costs $1.29 per pound. A similar whole turkey that was produced without antibiotics costs $2.29 per pound. With the average consumer purchasing a 15 pound whole turkey, that would mean there would be $15 tacked on to their grocery bill", Michael Rybolt, National Turkey Federation, audizione alla sottocommissione per l'allevamento della Camera dei Rappresentanti.
Fonte.
12/01/2012
Triturati vivi a milioni
Ogni anno, in Italia, 50 milioni di galline ovaiole producono 13 miliardi di uova.
Poco meno di 300 a testa. Nel 2010 il fatturato delle uova è stato di 1
miliardo e mezzo. Produrre un uovo costa 0,07 € e ne rende, se
destinato al consumo diretto, 0,10. Per 9 euro all’anno, una gallina fa
una tale vita di merda che in confronto l’inferno è una gita fuori
porta.
Costretta in una gabbia dalle dimensioni inferiori a un foglio di carta. Le zampe seviziate dal reticolo metallico sul fondo. Il becco amputato, pieno di innervazioni, che provoca dolore ogni giorno fino alla morte precoce. Nessuno spazio per muoversi. Condannata a stare perennemente al buio o esposta ad una costante luce artificiale. Condizioni igieniche: escrementizie.
Se proprio dovete nascere gallina ovaiola, almeno cercate di nascere maschio. Avrete la vita più facile. Siccome non producete uova e non crescete abbastanza velocemente da rappresentare un valore aggiunto per gli scaffali dei supermercati, la vita grama del vegetale in gabbia vi verrà risparmiata. Non che veniate liberati, questo no... Verrete semplicemente uccisi alla nascita. Per la precisione, triturati vivi da una macchina che farà di voi farina di carne buona per i mangimi. Almeno morirete in fretta. Se assumiamo che per ogni due uova che si schiudono, uno contenga un maschio e l’altro una femmina, ogni anno in Italia ci sono altri 50 milioni di pulcini che aprono gli occhi al mondo poco prima di essere spremuti da un torchio di acciaio. Ottocentomila milioni di tonnellate potenziali di carne viva sottoposta a crudeltà pura.
Per evitare questo orrore non vedo soluzioni alternative rispetto al cessare di alimentare questa catena degna di un episodio di “Saw, l’enigmista”. Ma se proprio non potete fare a meno di mangiare le vostre 220 uova pro-capite all’anno, quando andate al supermercato assicuratevi almeno di comprare solo quelle che recano il codice identificativo degli allevamenti all’aperto. Il primo numero deve essere 0 (uovo da agricoltura biologica) o 1 (uovo da allevamento all’aperto). Fatelo tutti e vedrete che la produzione si adeguerà. E a voi non costerebbe poi molto: produrre un uovo all’aperto, anziché in gabbie convenzionali, costa solo 2,6 centesimi di euro in più. Undici centesimi alla settimana per consumatore. Cinque euro all’anno per salvare 50 milioni di galline da una vita atroce. O forse il vostro cinismo preferisce bersi l’ennesima birra in pace?
La direttiva europea 1999/74/CE sulla protezione delle galline ovaiole stabilisce che il loro allevamento in gabbie non modificate venga vietato a partire dal 1° gennaio 2012. Non stabilisce il divieto di utilizzo delle gabbie, ma impone una serie di vincoli alle loro dimensioni, al sistema di circolazione dell'acqua corrente, alle pavimentazioni e ad altri dettagli che sono ampiamente insufficienti, ma che rappresentano comunque un miglioramento delle condizioni di vita degli animali. Ad oggi, 9 gennaio, l’Inghilterra si sta già adeguando. I 4.970 allevamenti italiani, invece, come è consuetudine stanno a guardare.
Fonte.
Costretta in una gabbia dalle dimensioni inferiori a un foglio di carta. Le zampe seviziate dal reticolo metallico sul fondo. Il becco amputato, pieno di innervazioni, che provoca dolore ogni giorno fino alla morte precoce. Nessuno spazio per muoversi. Condannata a stare perennemente al buio o esposta ad una costante luce artificiale. Condizioni igieniche: escrementizie.
Se proprio dovete nascere gallina ovaiola, almeno cercate di nascere maschio. Avrete la vita più facile. Siccome non producete uova e non crescete abbastanza velocemente da rappresentare un valore aggiunto per gli scaffali dei supermercati, la vita grama del vegetale in gabbia vi verrà risparmiata. Non che veniate liberati, questo no... Verrete semplicemente uccisi alla nascita. Per la precisione, triturati vivi da una macchina che farà di voi farina di carne buona per i mangimi. Almeno morirete in fretta. Se assumiamo che per ogni due uova che si schiudono, uno contenga un maschio e l’altro una femmina, ogni anno in Italia ci sono altri 50 milioni di pulcini che aprono gli occhi al mondo poco prima di essere spremuti da un torchio di acciaio. Ottocentomila milioni di tonnellate potenziali di carne viva sottoposta a crudeltà pura.
Per evitare questo orrore non vedo soluzioni alternative rispetto al cessare di alimentare questa catena degna di un episodio di “Saw, l’enigmista”. Ma se proprio non potete fare a meno di mangiare le vostre 220 uova pro-capite all’anno, quando andate al supermercato assicuratevi almeno di comprare solo quelle che recano il codice identificativo degli allevamenti all’aperto. Il primo numero deve essere 0 (uovo da agricoltura biologica) o 1 (uovo da allevamento all’aperto). Fatelo tutti e vedrete che la produzione si adeguerà. E a voi non costerebbe poi molto: produrre un uovo all’aperto, anziché in gabbie convenzionali, costa solo 2,6 centesimi di euro in più. Undici centesimi alla settimana per consumatore. Cinque euro all’anno per salvare 50 milioni di galline da una vita atroce. O forse il vostro cinismo preferisce bersi l’ennesima birra in pace?
La direttiva europea 1999/74/CE sulla protezione delle galline ovaiole stabilisce che il loro allevamento in gabbie non modificate venga vietato a partire dal 1° gennaio 2012. Non stabilisce il divieto di utilizzo delle gabbie, ma impone una serie di vincoli alle loro dimensioni, al sistema di circolazione dell'acqua corrente, alle pavimentazioni e ad altri dettagli che sono ampiamente insufficienti, ma che rappresentano comunque un miglioramento delle condizioni di vita degli animali. Ad oggi, 9 gennaio, l’Inghilterra si sta già adeguando. I 4.970 allevamenti italiani, invece, come è consuetudine stanno a guardare.
Fonte.
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