di Luca Mercalli
Ci credereste che l’oceano Pacifico è inclinato, con circa 60-80 cm di dislivello tra l’Australia e il Cile? Il motivo sta nel soffio regolare degli alisei da est verso ovest, che spingono e accumulano l’acqua calda superficiale dell’oceano verso occidente, creando per reazione un risucchio di acque fredde profonde provenienti dall’Antartide che si diffondono lungo la costa del Sud America tramite la corrente di Humboldt.
Le acque fredde sono ben ossigenate e pescose, ma i pescatori dell’Ecuador e del Perù, già secoli fa, notarono che a intervalli di alcuni anni l’oceano si riscaldava e la pesca diminuiva drasticamente gettandoli in miseria. Poiché il picco del riscaldamento oceanico si verificava verso Natale, gli diedero nome “El Niño” riferendosi al Bambin Gesù.
Il motivo di questa anomalia termica oceanica di origine naturale è stato identificato in una inversione della Circolazione di Walker. Si tratta di una cella atmosferica tropicale che unisce una bassa pressione semi-permanente sull’Indonesia, dove l’aria umida sale e genera continui temporali, a un’alta pressione dominante tra Perù e Cile settentrionale, dove regna una severa siccità (è qui il deserto di Atacama).
Questa differenza di pressione viene compensata da intensi venti alisei che spingono l’acqua calda verso ovest, mantenendo l’assetto oceanico normale o più freddo, chiamato “La Niña”.
Ogni 3-7 anni, l’alta pressione del Pacifico orientale si indebolisce, gli alisei si attenuano e l’acqua calda dall’Oceania rifluisce verso il Sud America eliminando il dislivello oceanico e attivando una fase “El Niño”.
Gli effetti di questa anomalia sono sia un riscaldamento del Pianeta, data l’immensa estensione del Pacifico tropicale, sia un accentuarsi degli eventi estremi sulle regioni direttamente interessate: siccità in Australia e Indonesia, piogge alluvionali in Perù e Cile.
Satelliti e boe oceanografiche tengono costantemente sotto controllo questi parametri e ci avvertono in anticipo quando La Niña sta per essere sostituita da El Niño. Ed è ciò che ormai dalla primavera del 2026 si sta evidenziando con sempre maggior vigore: sia per estensione, sia per velocità del riscaldamento questo evento sembra il più intenso da almeno mille anni, cioè da quando esistono ricostruzioni condotte attraverso documenti storici e analisi dei coralli che registrano le variazioni di temperatura dell’acqua.
Si è così coniata la definizione di “Super El Niño” che ha spinto l’organizzazione Meteorologica Mondiale a diramare un allarme sulle conseguenze che il fenomeno, atteso al suo culmine in dicembre con oltre 4 °C di riscaldamento delle acque rispetto al normale, potrà indurre almeno fino a febbraio 2027.
Abbiamo detto che siccità più pronunciate e quindi più incendi potranno interessare Australia e Indonesia, mentre le alluvioni potranno flagellare Perù e Cile. Difficilmente questo genere di eventi atmosferici si spingerà fino all’Europa, troppo lontana e dominata dalle dinamiche dell’oceano Atlantico.
Quindi se quest’autunno avremo alluvioni sul Mediterraneo, si tratterà di eventi non attribuibili al Niño, resi semmai più intensi dall’enorme calore accumulato dal Mare Nostrum in questa estate 2026, la più calda da almeno 270 anni anche in Italia.
Invece il segnale di anomalia termica indotto dal Pacifico bollente si diffonderà su tutto il Pianeta, sommandosi al già incalzante aumento dovuto al riscaldamento globale e rischiando dunque di sfondare nuovi record assoluti di temperatura media globale sia nel 2026, sia nel 2027.
Infatti i precedenti record sono avvenuti quasi sempre in annate di Niño, come nel 2024, che non era nemmeno uno dei più intensi. In questo caso anche l’Italia ha elevate probabilità di sperimentare sia un autunno sia un inverno più caldi del normale, come indica il Centro europeo di previsioni meteo a medio termine (Ecmwf).
Celeste Saulo, segretaria generale dell’organizzazione Meteorologica mondiale con sede a Ginevra, ha detto che “questo eccezionale El Niño richiede un’eccezionale preparazione. Mai negli oltre 50 anni di attività della Wmo abbiamo lanciato una tale mobilitazione nei confronti dei Servizi meteorologici nazionali che saranno in prima linea per salvare vite umane e gestire al meglio i disastri climatici che toccheranno agricoltura, salute, risorse idriche ed energetiche. Non abbiamo tempo da perdere”.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
06/09/2026
Un Niño “super” mai visto: sarà un dicembre a più 4ºc
05/09/2026
Il disastro hymalayano: un prodotto dei criminali del “va tutto bene così”
Compare spesso su questa pagina insieme ad altri nomi come Hansen, Rockstrom, Kate Marvel ma come anche Pasini, Mercalli e tanti altri.
Quello che segue infatti, non lo dico io ometto del terzo piano, ma uno dei climatologi più autorevoli al mondo.
Mann infatti, è un climatologo e geofisico statunitense, professore alla University of Pennsylvania. È una delle figure più autorevoli nella comunicazione del cambiamento climatico e un deciso oppositore della disinformazione climatica.
Ieri ha scritto un articolo sul Guardian la cui sintesi è che bisogna agire, che bisogna accelerare drasticamente la transizione dai combustibili fossili alle energie pulite e trasformare la lotta al cambiamento climatico in una priorità politica.
Ripeto: politica.
In questi giorni ho risposto più volte a persone che mi dicono: “cosa possiamo fare?” La risposta è semplice e quanto mai terribile. Lo sappiamo tutti cosa possiamo e cosa DOBBIAMO fare. Solo la politica non lo sa! Politica e media collegati fanno finta di non sapere e spesso, alimentano e aumentano dibattiti per coglioni.
Ricordate queste parole: “Le catastrofi meteorologiche estreme che hanno colpito la scorsa estate sono state una conseguenza inequivocabile del continuo riscaldamento del nostro pianeta. Le politiche dell’attuale amministrazione, elaborate dagli stessi inquinatori, stanno peggiorando la situazione. Donald Trump e i repubblicani al Congresso che lo assecondano continuano a insistere su politiche che favoriscono l’estrazione e la dipendenza dai combustibili fossili, proprio nel momento in cui dovremmo accelerare il passaggio dalle fonti fossili alle energie pulite”.
Mann scrive che il disastro himalayano è un’immagine concreta di un principio più generale: il riscaldamento globale sta trasformando la probabilità, la violenza e la pericolosità dei fenomeni estremi, e continuare sulla strada attuale significa esporci a rischi sempre maggiori.
L’evento rappresenta un esempio particolarmente evidente di come il riscaldamento globale stia modificando la stabilità degli ambienti montani: il permafrost e il ghiaccio che per millenni hanno contribuito a mantenere coese le montagne si stanno sciogliendo, rendendo più probabili frane, collassi e improvvise inondazioni.
Mann ha inserito però la tragedia nepalese in un quadro molto più ampio. L’estate 2026 è stata caratterizzata da una sequenza eccezionale di ondate di calore, incendi e fenomeni meteorologici estremi negli Stati Uniti e in Europa. E fa riferimento proprio alle ondate di calore europee, responsabili di decine di migliaia di morti, e agli incendi alimentati dalla combinazione di caldo estremo e siccità.
Questi eventi non sono semplicemente coincidenze: la scienza dell’attribuzione permette di quantificare quanto il cambiamento climatico abbia aumentato la probabilità e/o l’intensità di molti eventi estremi.
E nonostante:
- il silenzio imbarazzante del nostro governo, proprio dove servirebbero misure e piani;
- il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato a dicembre 2023, in cui si affidava l’attuazione ad un Osservatorio che andava istituito entro tre mesi ma che è stato varato dopo due anni, mentre i partiti della maggioranza, a Bruxelles, smontavano il Green Deal che avrebbe dovuto ridurre le cause;
- la perdita dei raccolti che Confagricoltura calcola in rese scese del 9 per cento, (riso -10%, grano -9%);
- il conto di tre miliardi di euro ufficializzato da Coldiretti per i danni da caldo e grandine;
E così mentre parleremo di calcio, quello che abbiamo vissuto sembrerà una minaccia lontana e futura e non una realtà già visibile, misurabile, distruttiva.
Chiudo con una considerazione. Chi ancora argomenta che la transizione verde è “troppo costosa”, che è tutto un bluff, che ci vogliono far comperare le auto elettriche o altre crucianate varie, mi auguro non abbia mai a trovarsi in una catastrofe simile. Tanto meno ad avere la responsabilità di risolvere una catastrofe simile.
Anche perché continuare ad argomentare con tesi che possono solo far crescere il dibattito in un oceano di analfabeti, non solo è controproducente ma ormai ha un intento CRIMINALE.
Fonti
https://wgms.ch/global-glacier-state/
https://wgms.ch/latest-glacier-mass-balance-data/
https://www.worldweatherattribution.org/climate-change…/
Fonte
04/09/2026
Emergenza climatica: “Il pianeta si trova ormai in acque inesplorate”
L’allarme è stato amplificato e diffuso dallo stesso segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres: “El Niño si sta intensificando sotto i nostri occhi, la scienza non lascia spazio a dubbi: il Pianeta si trova in acque inesplorate e queste acque si stanno riscaldando. Le temperature continuano a salire e il Mondo è minacciato da condizioni meteorologiche estreme”. A questo punto diventa impossibile sottovalutare o, peggio ancora, negare l’allarme sui cambiamenti climatici globali.
Che El Niño quest’anno sarebbe stato più forte lo si sapeva da tempo, ma ieri gli esperti dell’Onu hanno assicurato di avere ormai in mano stime più che accurate, e che il fenomeno raggiungerà una forza mai registrata prima.
L’agenzia delle Nazioni Unite prevede una probabilità prossima al 100% che El Niño, alimentato da temperature eccezionalmente elevate delle acque dell’Oceano Pacifico, persisterà fino a febbraio 2027.
Questo fattore ha già avuto ripercussioni preoccupanti quest’anno sulle materie prime agricole delle aree tropicali, contribuendo a una grave crisi alimentare nell’America Centrale.
“Se questa traiettoria continuerà – ha detto la segretaria generale della Wmo, Celeste Saulo – potrebbe essere più forte di qualsiasi evento osservato dall’inizio del nostro monitoraggio. Letteralmente fuori scala”. Un Niño molto intenso può modificare significativamente i regimi delle precipitazioni e delle temperature in tutto il Mondo e favorire eventi meteorologici estremi, come tifoni e inondazioni da un lato, o una pesante siccità dall’altro.
Il rapporto della WMO spiega che El Niño è caratterizzato da temperature superficiali oceaniche insolitamente calde nel Pacifico centrale e orientale. Il nome deriva dai pescatori e marinai peruviani che notarono una corrente calda, associata a una riduzione delle catture di pesce, e la chiamarono El Niño (“il Cristo Bambino”), probabilmente perché diventava tipicamente evidente intorno a Natale. Al contrario, un evento come La Niña è caratterizzato da temperature superficiali oceaniche insolitamente fresche nella stessa regione e da un’intensificazione dei venti superficiali predominanti da est a ovest.
Nell’Oceano Pacifico, temperature oceaniche più calde del normale di solito indicano condizioni El Niño, che si verificano quando i venti alisei da est diventano più deboli. Temperature più fresche del normale di solito indicano condizioni di La Niña, quando i venti da est diventano più forti. Durante la fase Neutrale, le temperature oceaniche nel Pacifico tropicale rimangono vicine alla norma.
La transizione tra queste fasi estreme avviene tipicamente ogni due o sette anni. Sia El Niño che La Niña iniziano generalmente a svilupparsi tra marzo e giugno e raggiungono la loro intensità massima tra novembre e febbraio.
Gli effetti di ogni evento El Niño/La Niña variano a seconda dell’intensità, della durata, del periodo dell’anno in cui si sviluppa e di come interagisce con altre modalità di variabilità climatica (come il Dipolo dell’Oceano Indiano). Non tutte le regioni del Mondo sono colpite e, anche all’interno di una regione, gli impatti possono essere diversi. Anche quando l’ENSO (cioè le fasi opposte di un modello climatico naturale) è neutrale, possono comunque verificarsi condizioni meteorologiche estreme.
L’aggiornamento WMO El Niño/La Niña pubblicato a settembre 2026 ha confermato quasi il 100% di probabilità che El Niño persista tra settembre e novembre 2026 e poi tra dicembre 2026 e febbraio 2027. Le previsioni indicano, quindi, un ulteriore rafforzamento di El Niño nei prossimi mesi, con l’evento che si rafforzerà prima di raggiungere il picco verso la fine dell’anno.
L’aggiornamento mensile sul clima stagionale globale della WMO, pubblicato il 3 settembre, conferma che un forte El Niño continua a intensificarsi costantemente e si prevede che dominerà i modelli climatici globali tra settembre e novembre 2026, aumentando la probabilità di temperature superiori alla norma in gran parte del mondo e causando cambiamenti significativi nei modelli di precipitazione. Unito a oceani globali eccezionalmente caldi e alla probabilità di un dipolo positivo nell’Oceano Indiano, si prevede che El Niño influenzerà i modelli meteorologici in molte parti del Mondo nei prossimi mesi.
I negazionisti dei cambiamenti climatici continueranno a fare danni al Pianeta e all’umanità, soprattutto quando si trovano ai posti di comando nei luoghi decisionali. La supremazia della logica del business su tutti gli altri aspetti vuole liquidare tutto nella normale amministrazione, ma non è più così. Non riescono e non vogliono immaginare soluzioni diverse dalle uniche che hanno in mente e che hanno attuato per decenni, ma per questo stanno conducendo il Pianeta all'infarto ecologico e sono responsabili di danni permanenti, in alcuni casi forse irreparabili.
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15/08/2026
La grande secca del Danubio mette in ginocchio Ungheria, Romania e Serbia
Europa centro-orientale a secco
Negli ultimi mesi il livello idrico del Danubio ha raggiunto i minimi storici. L’ondata di calore e la prolungata siccità stanno rendendo sempre più evidente la vulnerabilità dei Paesi dell’Europa centro-orientale, il cui approvvigionamento energetico dipende dal fiume. Non si tratta soltanto di un’emergenza ambientale, agricola e idrica, ma di una vera e propria crisi energetica a catena. Il grande fiume svolge diverse funzioni: dal raffreddamento dei condensatori delle centrali nucleari all’alimentazione degli impianti idroelettrici. In questo scenario, le ripercussioni subite da Ungheria, Romania e Serbia sono emblematiche, documenta InsideOver.
Il fronte debole del nucleare
L’epicentro dell’emergenza si trova a Paks, dove sorge l’unica centrale nucleare ungherese. Costruita a una novantina di chilometri a Sud di Budapest, la struttura a quattro reattori di fabbricazione sovietica garantisce quasi la metà dell’elettricità prodotta nel Paese e un terzo dell’intero fabbisogno nazionale. Per funzionare in sicurezza, l’impianto richiede un flusso ininterrotto di circa 100 metri cubi d’acqua al secondo, prelevati direttamente dal Danubio per il raffreddamento dei condensatori. Con il fiume ridotto al lumicino, le bocche di aspirazione sono rimaste a loro volta a secco.
Acqua l’elemento chiave della vita
Péter Magyar, il neoeletto Presidente ungherese dopo Orban, denuncia che la produzione dell’impianto ha subito un crollo drammatico: dai normali 2.000 megawatt di potenza nominale, la capacità erogata è scesa prima a 965 MW per poi sprofondare nella notte del 2 agosto fino a 240 MW: poco più del 10% del totale. Il punto critico è legato al livello del fiume. A Paks, una quota idrometrica pari a -134 cm impone per protocollo lo spegnimento totale dei reattori, motivo per cui, raggiunta quota -144 nei primi giorni di agosto, è iniziata la complessa procedura di spegnimento.
Un corto circuito strutturale
Parimenti l’acqua del Danubio è essenziale per il raffreddamento della centrale nucleare di Cernavodă la quale, unica in Romania, garantisce una fetta consistente dell’energia nazionale. Mutatis mutandis, le autorità romene hanno programmato di far cessare l’attività di uno dei reattori della centrale nucleare. Tale misura risulta essere l’inevitabile conseguenza della crisi registrata in seno allo snodo idrico di Izvoarele. In tale snodo il fiume si biforca nel braccio di Bala e nel braccio del “Vecchio Danubio” (Dunărea Veche), quest’ultimo diretto verso la centrale nucleare.
Dalla secca alle inondazioni
Conseguenza contraria, recenti, forti precipitazioni hanno causato esondazioni degli affluenti del fiume Teleajen, dalle quali si sono generati detriti e fango che hanno ostruito le infrastrutture di filtraggio, impedendo la presa d’acqua per il raffreddamento del reattore. L’elevata torbidità dell’acqua ha reso impossibile anche il normale processo di potabilizzazione, lasciando a secco diverse migliaia di residenti nel comune e nei centri abitati limitrofi. Per sopperire alla situazione è stato necessario l’intervento della marina militare rumena.
Crisi anche in Serbia
Allo stesso modo, le difficoltà nel raffreddamento hanno coinvolto la più grande centrale idroelettrica serba di Đerdap 1 (che si è vista tagliare la produzione ad appena il 20% della capacità nominale per mancanza di portata) e i complessi a carbone di Kostolac. Per far fronte alla situazione, il governo serbo ha coinvolto anche la popolazione con la richiesta di moderare l’uso dei condizionatori, mentre le temperature estive spingono alle stelle la richiesta di elettricità per il condizionamento. Di fatto, la secca del Danubio ha portato alla luce un cortocircuito strutturale che minaccia l’intera Europa.
Cortocircuito strutturale
È durante questi picchi che le centrali idroelettriche e nucleari sono costrette a tirare il freno per mancanza d’acqua o per il superamento delle temperature massime consentite per la tutela degli ecosistemi fluviali, una dinamica già osservata lungo il Rodano e la Loira in Francia. Senza piogge all’orizzonte e con il termometro stabilmente sopra i 38 °C, i Paesi dell’Europa orientale si trovano oggi costretti a importare energia a caro prezzo dai mercati vicini e a pianificare contingentamenti per le industrie, nel tentativo di proteggere la tenuta delle rispettive reti elettriche impiegate per il condizionamento dei centri abitati.
Fonte
12/09/2024
Siccità in Sicilia, oltre il danno la beffa
A Maggio Schifani, il presidente del governo regionale siciliano, ottiene da parte del Consiglio dei ministri il riconoscimento dello stato di calamità naturale.
A Giugno il governo Meloni chiede alla Commissione UE di riconoscere le condizioni di forza maggiore e circostanze eccezionali a tutto il territorio della Sicilia ai sensi del regolamento UE 2021/2116.
A Luglio: Interrogazione urgente presentata alla Commissione europea dall’europarlamentare siciliano Giuseppe Antoci (M5S/la Sinistra) per chiedere, considerato che il governo italiano ha chiesto l’attivazione del Fondo di solidarietà dell’Ue per l’emergenza idrica siciliana, “Quali misure finanziarie potrebbe impegnare per sostenere la Sicilia nella gestione dell’emergenza idrica?... e quante risorse sono state richieste?”.
Tra Agosto e settembre Bruxelles, che aveva dato la disponibilità a far arrivare fondi da investire in misure contro la siccità, fa sapere ad Antoci che dal governo Meloni non è mai partita la richiesta tanto annunciata. Perché il governo di centrodestra non ha inoltrato la richiesta per i finanziamenti previsti dall’UE? Eppure, avrebbe accentuato il già nutrito clientelismo elettorale fra gli allevatori e gli agricoltori siciliani.
Masochismo destroide? Macché, per poter usufruire del finanziamento i “nostri” governanti avrebbero dovuto realizzare interventi strutturali per garantire un approvvigionamento idrico sufficiente e in pieno rispetto dei requisiti in materia di acqua e ambiente. Tutto chiaro, anche agli allevatori e agli agricoltori siciliani?
Fonte
25/07/2023
Il collasso ecologico di cui eravamo stati avvertiti è iniziato
Così, a giugno, la temperatura superficiale dell’Atlantico settentrionale ha raggiunto l’aumento massimo di 1,3 gradi Celsius rispetto ai valori preindustriali. In una direzione simile – anche se con valori inferiori – è aumentata la temperatura media dei mari a livello globale. D’altra parte, il ritiro dei ghiacci antartici ha raggiunto un nuovo limite, raggiungendo il calo storico del 2016, ma diversi mesi prima, nel bel mezzo della stagione fredda.
La combinazione di questi record ha portato gli scienziati che seguono questi processi ad avvertire del pericolo di un profondo cambiamento nelle correnti che regolano la temperatura e la vita negli oceani e a livello globale. Le ondate di calore registrate sulle coste di gran parte del mondo – Irlanda, Messico, Ecuador, Giappone, Mauritania e Islanda – potrebbero a loro volta esserne la prova.
Questi fenomeni, ovviamente, non sono limitati ai mari. Giovedì 6 luglio, la temperatura globale dell’aria (misurata a due metri dal suolo) ha raggiunto per la prima volta nella storia degli ultimi secoli i 17,23 gradi Celsius, 1,68 gradi Celsius in più rispetto ai valori preindustriali; lo scorso giugno era già stato il mese più caldo della storia. Nel frattempo, anche le temperature nei continenti, in particolare nel Nord, hanno battuto i record: 40 gradi Celsius in Siberia, 50 gradi Celsius in Messico, il giugno più caldo in Inghilterra nella serie storica iniziata nel 1884.
E la sua controparte è la siccità, come quella che sta affliggendo l’Uruguay, dove la carenza di acqua dolce da maggio ha costretto a ricorrere sempre più spesso a fonti salmastre, rendendo l’acqua del rubinetto non potabile per gli abitanti dell’area metropolitana di Montevideo, dove si concentra il 60% della popolazione del Paese. Una siccità che, se dovesse continuare, potrebbe lasciare questa regione del Paese senza acqua potabile, rendendola la prima città al mondo a subire una simile catastrofe.
Ma il caldo soffocante e la siccità portano con sé anche incendi voraci, come quello della foresta boreale che da settimane imperversa in Canada, con più di 500 focolai sparsi in diverse regioni del Paese, molti dei quali incontrollabili, e le immagini diffuse di una New York apocalittica, oscurata e macchiata di rosso sotto una coltre di cenere.
Questo accumulo di prove tragiche, contro tutte le narrazioni negazioniste, rende innegabile che la crisi climatica è già qui, tra noi. E indica anche l’assoluto fallimento delle politiche e delle iniziative adottate per ridurre l’emissione o la presenza di gas serra nell’atmosfera.
In questa direzione, nel maggio del 2023, i livelli di anidride carbonica (CO2) misurati dall’osservatorio di riferimento globale della NOAA alle Hawaii ha raggiunto il massimo storico di 424 parti per milione (ppm), diventando superiore di oltre il 50% rispetto a prima dell’inizio dell’era industriale e, quelle del periodo gennaio-maggio 2023, dello 0,3% rispetto a quelle dello stesso periodo del 2022 e dell’1,6% rispetto a quelle del 2019.
Secondo l’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (IPCC), la temperatura superficiale globale è aumentata più velocemente dal 1970 che in qualsiasi altro periodo di 50 anni per almeno gli ultimi 2.000 anni, lo stesso periodo in cui si sono dispiegati gli accordi internazionali e le iniziative nazionali per combattere le cause del cambiamento climatico. Il fallimento di queste politiche si riflette anche, nel nostro presente, nella persistenza e nella forza di un capitalismo fossile e del suo saccheggio e distruzione socio-ambientale.
Non solo le cosiddette politiche di mitigazione sono fallite, ma anche le cosiddette politiche di adattamento, volte a minimizzare i prevedibili impatti del cambiamento climatico, sono deboli o addirittura assenti.
Sulla stessa linea, il rapporto annuale dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO, Global Annual to Decadal Climate Update), pubblicato nel maggio 2023, avverte che è molto probabile (66% di probabilità) che la temperatura media annuale globale superi 1,5 gradi Celsius in almeno un anno dei prossimi cinque anni (2023-2027), è possibile (32% di probabilità) che la temperatura media supererà 1,5 gradi Celsius ed è quasi certo (98% di probabilità) che almeno uno dei prossimi cinque anni, così come l’intero quinquennio, sarà il più caldo mai registrato; l’IPCC ha stimato gravi conseguenze se questa temperatura verrà superata in modo permanente.
Quanto ci avvicinerà a questo punto l’arrivo del fenomeno El Niño quest’anno ed eventualmente nei prossimi anni? El Niño è un evento di origine climatica che si esprime nel riscaldamento dell’Oceano Pacifico equatoriale orientale e si manifesta in cicli che vanno dai tre agli otto anni. Con antecedenti nel XIX secolo, nel 1924 il climatologo Gilbert Walker coniò il termine “Oscillazione Meridionale” per identificarlo e nel 1969 il meteorologo Jacob Bjerknes suggerì che questo insolito riscaldamento del Pacifico orientale poteva sbilanciare gli alisei e aumentare le acque calde verso est, cioè verso le coste intertropicali del Sud America.
Ma questo non è semplicemente un fenomeno meteorologico tradizionale che si ripete in periodi annuali irregolari. Non si tratta di un fenomeno naturale, anche se molti tentativi sono stati fatti, di volta in volta, per rendere invisibili o negare le sue cause sociali. Al contrario, negli ultimi decenni, le dinamiche della crisi climatica sono aumentate sia in frequenza che in intensità.
Già all’inizio del 2023 si è concluso il terzo episodio continuo di La Niña, la terza volta dal 1950 che si è prolungato per più di tre anni e con intensità crescente. Allo stesso modo, nel 2016, El Niño ha portato al record di temperatura media raggiunto dal Pianeta. E diversi scienziati stimano oggi che questo Super El Niño potrebbe ripetersi con conseguenze sconosciute, dati i livelli di gas serra e le dinamiche dell’attuale crisi climatica.
I vessilli di un cambiamento ispirato alla giustizia sociale e climatica e i percorsi efficaci di questa transizione socio-ecologica sollevati dai movimenti popolari diventano oggi più imperativi e urgenti. È possibile proporre un piano di mitigazione e adattamento popolare di emergenza.
Ma per rendere queste alternative socialmente udibili, per rompere con la cecità ecologica che vuole imporsi, è necessario prima rompere la costruzione epistemologica che vuole inscrivere queste catastrofi, ripetutamente e persistentemente, in un mondo di presunta natura pura, in un campo presumibilmente esterno, estraneo e fuori dal controllo sociale umano.
Si tratta di una matrice di naturalizzazione che, mentre esclude i gruppi sociali e le modalità di organizzazione socioeconomica da qualsiasi responsabilità per le crisi attuali, vuole trasformarle in eventi imprevedibili e inconoscibili che lasciano solo l’opzione della rassegnazione, dell’alienazione religiosa o della resilienza individuale. La messa in discussione di questi punti di vista è inscritta non solo nei discorsi, ma anche nelle pratiche e nelle emozioni, nella risposta alla catastrofe con la (ri)costruzione di legami e valori di affettività, collettività e solidarietà – supporti indispensabili per il cambiamento emancipatorio.
Fonte
19/06/2023
Il paradosso di un’Italia in siccità colpita dalle alluvioni
Innanzitutto, bisogna notare che c’è poca ironia da fare, mentre da Nord a Sud, da Bergamo a Nola, ogni pioggia si è trasformata in eventi atmosferici da zona tropicale, con conseguenti e sostanziosi danni. L’alluvione della Romagna, dopo il caso marchigiano, si è portato via 17 persone: non c’è nulla da ridere.
Poi, non basta un mese di precipitazioni torrenziali, grandine e neve, per rimettere in ordine gli equilibri di un intero ecosistema. La Fondazione Centro Internazionale in Monitoraggio Ambientale (CIMA) ha calcolato il deficit di quantità d’acqua contenuta nella neve delle nostre montagne pari al 49% della media degli ultimi 12 anni.
Bisogna poi tenere a mente che le previsioni del tempo non sono come quelle generali dell’andamento climatico. Francesco Avanzi, ricercatore della CIMA, ricorda che gli “effetti della siccità emergono nel tempo, man mano che la scarsità d’acqua si va facendo sentire sugli ecosistemi, sulle coltivazioni, sull’approvvigionamento energetico, sulla falda acquifera e quindi sui nostri fiumi”.
Ieri era la giornata mondiale della lotta alla desertificazione, pericolo che riguarda quasi un terzo del territorio nazionale secondo l’ISPRA. Secondo un modello dell’Istituto per la Protezione e la Ricerca Ambientale, nel 2022 il 20% del territorio nazionale ha sofferto di siccità estrema, il 40% di siccità severa o moderata.
In Italia solo l’11% dell’acqua piovana viene recuperata, afferma l’ANBI, l’Associazione nazionale consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue. Paragonando le risorse idriche dell’ultimo trentennio con quelle del trentennio 1951-1980, risulta che ne è stato perso il 13%: 19 miliardi di metri cubi, poco meno del Lago di Como.
Si tratta di un volume di acqua pari a due terzi di quello usato annualmente nelle attività umane del paese. Più della metà di questa quota viene prelevata nel distretto padano, soprattutto per alimentare le attività agricole, come se servissero altre prove per dimostrare che la gestione dell’acqua è prima di tutto un problema di modello di sviluppo.
Lo stress idrico, cioè il rapporto tra prelievi idrici totali e disponibilità di acqua dolce superficiale e sotterranea, ha il suo picco proprio lungo il bacino del Po (65,6%). Un valore quasi doppio rispetto a quello di aree considerate tradizionalmente maggiormente esposte al rischio desertificazione, come quelle del Sud e delle Isole.
Il ricercatore ISTAT Stefano Tersigni ha affermato che “il modello agricolo che si è sviluppato negli ultimi 50 anni non è più adeguato alle risorse oggi disponibili, perché ne utilizza troppe ed è poco resiliente ai cambiamenti climatici”. È una questione di caratteri delle filiere produttive, e dunque di organizzazione della produzione e di forme di mercato a cui dà origine.
Anche solo guardando al proprio portafoglio, persino le multinazionali dovrebbero avere interesse a prendere di petto il problema. La Conferenza ONU sull’acqua, tenutasi a New York a fine marzo, ha registrato che dal 1998 al 2017, considerando solo le perdite economiche e non quelle umane, la siccità ha mandato in fumo 124 miliardi di dollari.
Ma è proprio questa la contraddizione fondamentale tra capitale e natura. Il sistema capitalista deve garantire una valorizzazione continua in un mondo finito, e questo alla fine va a detrimento dell’ambiente. Anche gli idrovori allevamenti intensivi sono solo un fenomeno di una società fondata sullo sfruttamento delle risorse, senza nessun equilibrio con esse.
Sempre la Conferenza ONU citata ha previsto che entro il 2030 la domanda globale di acqua dolce supererà del 40% l’offerta disponibile. Appare chiaro che non sono più rimandabili misure per il ripristino dei suoli e per ampliare gli invasi, ma questa coscienza sembra essere ancora poco diffusa nelle agende politiche della classe dirigente occidentale.
C’è poi il nodo che fa da corollario a tutta la questione. Se i nostri governanti decidono di muoversi sulla strada della transizione ecologica, lo fanno senza mettere in discussione l’intero modello, e anzi mettendo in campo misure parziali. E i costi vengono fatti ricadere sulle spalle dei settori popolari.
La battaglia che ci aspetta è avviarsi davvero sulla strada della transizione ecologica, ribaltando le fondamenta del modo di produzione capitalistico. Affinché siano le grandi aziende, i responsabili della crisi climatica – le prime 100 società del fossile hanno prodotto la metà di tutte le emissioni dalla Rivoluzione Industriale – a pagarne i costi, non i lavoratori e le giovani generazioni.
Fonte
20/05/2023
Piogge e alluvioni: le statistiche non valgono
È incredibile che nella stessa regione convivano due anomalie climatiche opposte di portata secolare: a oriente la Romagna in ginocchio per le alluvioni, a occidente il Piacentino e l’adiacente Alessandrino ancora all’asciutto da oltre 17 mesi. Un segno evidente dell’estremizzazione degli eventi meteo.
Gli oltre 250 mm di pioggia caduti in due giorni sull’Appennino romagnolo a seguito del ciclone “Minerva” sono già di per sé un valore eccezionale, che in un clima del passato avremmo visto verificarsi non più di una volta in almeno 50-100 anni. Invece in soli 15 giorni abbiamo visto ripetersi il fenomeno ben due volte includendo le inondazioni del 2-3 maggio, con un totale di precipitazioni che supera ormai i 500 mm in alcune località appenniniche, quanto cade in un intero anno ad Aosta.
Di fronte a queste quantità d’acqua nulla può resistere: è vero che il territorio è cementificato, e ciò aumenta la vulnerabilità ai danni, ma i suoli già saturi non hanno retto al secondo imponente nubifragio e i livelli fluviali hanno spesso superato la scala misurabile dagli idrometri battendo i massimi storici: ARPAE, l’Agenzia meteo regionale, segnala che l’Idice e il Santerno hanno toccato colmi di piena inediti, rispettivamente superiori a 14,38 e 14,87 metri. A poca distanza pure il fiume Misa, oggetto della pesantissima alluvione di Senigallia del 15 settembre 2022, a soli otto mesi ne ha subita una seconda appena meno importante.
Sta saltando la statistica pluviometrica del passato, il nuovo assetto climatico si conferma come via via più estremo, o troppo o troppo poco, in accordo con quanto i modelli di simulazione climatica prevedono inascoltati da trent’anni. E nel weekend una nuova intensa perturbazione investirà il Piemonte con piogge che spegneranno la peggior siccità da due secoli, passando da un estremo all’altro in poche ore.
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04/04/2023
L’allarme ONU sulla carenza d’acqua, mentre viene data in pasto alla finanza
Lo scenario delineato nell’incontro è decisamente peggiore di quello che si aveva fino a poco tempo fa. L’allarme era già stato dato dell’organizzazione di ricerca World Resources Institute, che aveva elaborato una mappa della carenza idrica, con 17 paesi a rischio altissimo entro il 2040.
Le Nazioni Unite danno dati ancora più allarmanti. Entro il 2030 la domanda di acqua dolce supererà l’offerta del 40%, e già oggi più di 2 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile, favorendo la diffusione di diverse malattie (colera, tifo, poliomelite, dissenteria).
Sono invece 1,2 milioni le morti causate dall’uso di acqua non sicura, e a complemento di questi dati un rapporto UNICEF conta circa 190 milioni di bambini messi in pericolo di vita dalla mancanza di acqua in dieci paesi dell’Africa. Sei di questi hanno da poco vissuto un’epidemia di colera.
Lo sviluppo di conflitti per l’accesso all’acqua è una realtà conclamata da tempo: ne sono stati censiti 94 tra il 2000 e il 2009, e sono diventati 263 tra il 2010 e il 2018. Il risultato è un circolo vizioso in cui gli scontri rendono ancora più difficile ottenere servizi idrici e igienici dignitosi.
La siccità causata dalla crisi climatica è anche all’origine di sostanziosi flussi migratori. L’IPCC, il gruppo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, ha calcolato in quasi 90 milioni le persone fuggite da terre non più vivibili nel solo 2021. Entro la metà del secolo se ne stimano più del doppio.
Il rapporto prodotto dall’ONU in occasione della conferenza punta il dito innanzitutto verso le realtà più ricche del mondo, dove avviene la maggior parte del consumo e degli sprechi. Nel rapporto si delineano ben sette raccomandazioni chiave per affrontare il problema.
Si chiede di cancellare circa 700 miliardi di sussidi agricoli mal indirizzati. Il settore rappresenta il 70% dei prelievi mondiali, a cui si accompagnano anche le attività minerarie nel consumo eccessivo di acqua. Questa, viene detto, deve invece essere gestita come bene comune globale, essendo i vari paesi legati ai propri vicini nell’approvvigionamento.
Nel rapporto si fa anche esplicito riferimento alla necessità di lavorare con l’industria per indirizzare al meglio gli investimenti. Proprio questo sembra essere il punto più debole del testo: è proprio dall’aver dato al privato e alla sua ricerca di guadagno il ruolo determinante nel determinare lo sviluppo sociale ad averci portato dove siamo ora.
La contraddizione tra la garanzia dei profitti e la garanzia dell’ambiente l’abbiamo osservata diverse volte. È piuttosto ingenuo credere che le cose cambieranno per l’acqua, solo per l’incipiente crisi: il capitale non ha la capacità di ragionare sul lungo periodo, o almeno non così tanto.
Ha però la capacità di ragionare sulle occasioni più redditizie nel breve e medio termine, e l’acqua è una di quelle. Puntare sulle infrastrutture e nella gestione della risorsa potrebbero portare il privato ad avere 6,35 dollari ogni dollaro investito oggi, dice l’ONU stessa.
Ma soprattutto, «l’oro blu» ha un giro d’affari in crescita di un 5% annuo, che attira gli operatori finanziari. Al di là delle speculazioni dei fondi con vari strumenti attraverso le società del settore, dalla fine del 2020 esistono veri e propri futures sull’acqua della California, e il fenomeno sembra destinato ad espandersi.
Se siamo arrivati ad avere dei titoli derivati (ricordiamolo, all’origine delle peggiori bolle speculative che abbiamo vissuto) sull’andamento del prezzo dell’acqua, è innegabile che ormai ogni cosa sia diventata una merce.
La nostra vita è probabilmente quella che vale di meno, in questo mercato.
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05/03/2023
Razionateci l’acqua, per favore
Articoli sulla crisi da un lato, vasca piena dall’altro
Viviamo in un assoluto paradosso. Articoli di giornali raccontano ormai da mesi, anzi di più, la siccità del Po, la crisi idrica del Paese, il futuro minaccioso senz’acqua.
Eppure possiamo andare in bagno, aprire la vasca e riempirla più volte al giorno.
Possiamo lavarci i capelli quando vogliamo, insomma usare l’acqua che ci pare, addirittura quella potabile anche per lo scarico del wc e per lavarci. In questo modo, però, capire la crisi climatica è difficile.
Si crea una sorta di contraddizione. Da un lato so, a livello razionale, che la crisi c’è, ma il fatto che, dall’altro, anche l’acqua ci sia e abbondante ci rassicura, e ci fa emotivamente rimuovere l’emergenza.
Proviamo a immaginare cosa succederebbe se l’acqua fosse razionata. Se l’avessimo cioè alcune ore al giorno. Se dovessimo litigare per farci una doccia, se fossimo costretti a lavarci i capelli una volta alla settimana. Lo stress aumenterebbe, ma insieme a esso anche le domande: perché non c’è acqua? Perché la razionano? Ce lo chiederebbero anche i nostri figli. E a quel punto una risposta dovremmo trovarla.
Il contatto tra paura e informazione
Probabilmente le persone comincerebbero a informarsi, a chiedere. Allora finalmente ci sarebbe il contatto della parte emotiva con quella razionale, la paura da un lato, l’informazione dall’altro. Allora finalmente la crisi climatica entrerebbe nella pancia delle persone, perché è entrata nelle loro case.
Proprio di recente, ho visto il film Siccità di Paolo Virzì, uscito, dopo il cinema, sulle piattaforme.
A livello di sceneggiatura è un po’ sgangherato, i personaggi non sono poi così credibili, alcuni appaiono macchiette. Eppure, Virzì ha fatto un’operazione veramente coraggiosa di cui avevamo profondamente bisogno. Ha infatti tradotto le aride informazioni sulla crisi climatica, quelle gridate da scienziati e climatologi perfettamente inascoltati, in realtà concreta.
Ha fatto vedere come sarebbe una società senz’acqua, qualcosa che possiamo cominciare a immaginare e che ha un volto drammatico. Fatto soprattutto di conflitti, di scontri, di manifestazioni, di persone che scendono in piazza per protestare.
Fatto di disagio fisico, perché senz’acqua ci si ammala, fatto di malattie. “Voi non sapete l’odio che c’è là fuori”, dice un ragazzo adolescente alla madre. Ed è una frase chiave, perché è quella di un ragazzo che scopre il mondo (senz’acqua) che i genitori gli hanno lasciato.
Finalmente i tg e talk show parlerebbero di crisi
Lo spazio, molto rassicurante, tra le notizie della crisi e la crisi sulla nostra pelle si va riducendo e il contatto prima o poi avverrà. Non sappiamo quando. Tuttavia, siccome sicuramente ci sarà, conviene, appunto, anticiparlo. Farlo accadere cioè quando ancora le risorse sono discrete, farlo quando ancora un margine di azione, sempre più piccolo, ancora c’è.
Razionare l’acqua quando l’acqua ancora non è finita, insomma, sarebbe una mossa fondamentale. Scioccante, sicuramente, ma molto meno di quanto lo sarebbe farlo in maniera ancor più violenta quando la siccità diverrà ancora più drammatica.
Razionare l’acqua consentirebbe, anche, finalmente, far sì che i media, i talk show, i tg, tutti si occupassero del tema. Consentirebbe a scienziati e climatologi di spiegare la situazione, dire forte la loro posizione.
Nelle case con l’acqua razionata, le persone li ascolterebbero con la massima attenzione. Comincerebbe a farsi domande. Questo probabilmente è qualcosa che chi ci governa teme, come d’altronde teme la siccità le cui “soluzioni” sono di una complessità estrema e soprattutto richiedono interventi a lungo e lunghissimo termine. Ma in ogni caso la strada è segnata.
E dunque vietatemi ora di fare il bagno, toglietemi la possibilità di utilizzare quattro o cinque litri di acqua per sciacquare un vasetto, o quella di fare una o più lavatrici al giorno, come fanno alcuni che magari vogliono le lenzuola profumate di bucato ogni sera. Levateci questa possibilità. E finalmente smetteremo di fare finta di niente. Ci fermeremo.
Alzeremo la testa. Cercheremo informazioni su internet. Cominceremo a capire. E quindi anche a protestare, a chiedere protezione e aiuto.
Razionateci l’acqua, per favore. C’è solo da guadagnarci.
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22/02/2023
Le regioni più ricche sono quelle a maggiore rischio ambientale
A rivelarlo è un data base elaborato dalla società Xdi (Cross Dependency Initiative). L’analisi della Xdi dal titolo ‘Gross Domestic Climate Risk’ ha messo a confronto oltre 2.600 regioni (o altre entità substatali) di tutto il mondo in base alle proiezioni dei danni agli edifici e alle proprietà causati da eventi estremi individuando la vulnerabilità dei centri economici.
I rischi principali che causano danni nelle regioni prese in esame in Europa sono le inondazioni ed otto pericoli climatici estremi ossia caldo estremo, incendi boschivi, movimenti del suolo (legati alla siccità), vento estremo e congelamento.
Il confronto del rischio fisico in relazione al clima per il 2050 in Europa ha rilevato come siano la Bassa Sassonia in Germania, le Fiandre in Belgio, Krasnodar in Russia e Veneto, Lombardia, Emilia Romagna in Italia, le regioni europee ai primi posti in classifica delle regioni più a rischio del mondo in una top ten delle prime 100 regioni a rischio.
“Questi risultati sottolineano l’importanza di valutare il rischio climatico fisico nei mercati finanziari, compresi i mercati obbligazionari, data l’entità degli investimenti di capitale rappresentati dagli asset a rischio nelle regioni individuate, la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento globali e la necessità di informare gli investimenti sulla resilienza climatica”, ha dichiarato Rohan Hamden, Ceo di Xdi alla rivista economica Fortune, aggiungendo che “è fondamentale che le aziende, i governi e gli investitori comprendano le implicazioni finanziarie ed economiche del rischio climatico fisico e lo soppesino nel loro processo decisionale prima che i costi si aggravino oltre i limiti finanziari”.
Del resto che i cambiamenti climatici e le emergenze ambientali colpiscano più pesantemente le regioni più industrializzate emerge anche dai recenti dati sulla siccità. È il Nord infatti l’area più in sofferenza.
I dati dei grandi laghi sono peggiori di quelli del gennaio 2022, quando già la situazione era compromessa da mesi di mancanza di precipitazioni significative. La percentuale di riempimento del lago Maggiore è al 18%, il lago d’Iseo al 20,7%, il lago di Como al 23,5%, il lago di Garda al 36,4%. La situazione del manto nevoso getta poi un’ombra scura sul rischio siccità nel 2023.
Eppure più della metà delle risorse superficiali utilizzabili di tutto il paese si trovano proprio nell’Italia settentrionale, il 19% al centro, il 21% al sud e il 7% nelle isole maggiori.
Da alcune ricerche risulta poi che circa il 70% delle risorse sotterranee sia collocato nelle grandi pianure alluvionali del nord, mentre al sud le falde utilizzabili sono davvero poche, con l’eccezione di quella pugliese, con oltre 500 milioni di metri cubi all’anno.
Densità e alti consumi industriali e agricoltura intensiva in Val Padana potrebbero passare così da risorsa a maledizione.
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16/01/2023
Aumentano i costi e mangiare costa caro
Non è solo un'impressione: gli andamenti dell'economia sono ancora particolarmente confusi e contraddittori. Focalizzarsi sulle decisioni di politica monetaria e fiscale, sui tassi e sulle tasse, è importante ma non fornisce chiare indicazioni su quanto sta accadendo.
Meglio, dunque, affidarsi alle rilevazioni, ai dati dell'Eurostat che si riferiscono ai prezzi dei prodotti agricoli e dei generi alimentari in Europa, dando uno sguardo in particolare all'Italia.
Secondo le prime stime di Eurostat, gli indici dei prezzi agricoli per il 2022 indicano un livello sostanzialmente più alto rispetto al 2021 per quasi tutte le principali categorie di prodotti, nonché per i principali "input" di costo per l'attività agricola.
Ci sono stati tre grandi driver che hanno influito sull'aumento dei prezzi.
Il primo è stato lo sconvolgimento dei mercati agricoli globali causato dall'invasione russa dell'Ucraina. La Russia e l'Ucraina sono i principali esportatori di cereali, frumento, mais, semi oleosi (in particolare quelli di girasole) e fertilizzanti.
Il secondo driver è stata la diffusa siccità, che dovrebbe avere ridotto il rendimento sui raccolti, comprese le colture foraggere come il fieno utilizzato come mangime per il bestiame.
Il terzo riguardava altre pressioni inflazionistiche, non ultimo il costo dell'energia poiché le azioni intraprese per eliminare gradualmente la dipendenza dell'UE dai combustibili fossili russi hanno anch'esse fatto salire i prezzi dell'energia.
I dati Eurostat indicano che il prezzo medio dei prodotti agricoli nel loro complesso, registrato alla produzione, nell'UE è aumentato del 24% tra il 2021 e il 2022.
Questi aumenti dei prezzi dei prodotti agricoli vanno correlati all'aumento medio del 30% registrato dal prezzo degli input, in particolare il +87% per i fertilizzanti e gli ammendanti dei terreni e +59% per l'energia ed i lubrificanti.
In Italia, i costi complessivi degli input sono aumentati del 25,7%, dunque un po' al di sotto della media europea.
Gli aumenti di prezzo più marcati sono stati per i cereali (+45%), le uova (+43%) e il latte (+31%). Si sono infatti registrati aumenti di prezzo per tutti i gruppi merceologici, ad eccezione della frutta (-3%).
I cereali, l'aggregato merceologico che a fini statistici comprende frumento, orzo, mais, segale e avena, sono aumentati di una percentuale compresa tra il minimo del 33% di Austria e Paesi Bassi, al massimo del 67% in Ungheria e del 70% in Finlandia.
In Italia, l'aumento dei prezzi dei cereali è stato del 54%, con un aumento che è arrivato nel complesso all'88,7% rispetto ai prezzi del 2015. Nell'intero periodo che va dal 2015 al 2021 l'aumento era stato invece solo del 34,7%. Se il prezzo di pane e pasta schizza verso l'alto, la ragione è questa.
Anche i prezzi delle uova sono aumentati parecchio in tutti i paesi dell'UE tra il 2021 e il 2022, con una percentuale compresa tra il +6% in Lussemburgo e il +7% sia a Cipro che in Grecia, al +68% nei aesi Bassi, al +74% in Belgio e al +76% in Francia.
In Italia, l'aumento del prezzo delle uova è stato in un solo anno del 30,9%, con un aumento che è arrivato nel complesso al 43% rispetto al 2015. In pratica, tra il 2015 ed il 2021 il prezzo delle uova era aumentato solo del 12,1%: in un solo anno, tra il 2021 ed il 2022, il prezzo delle uova è dunque aumentato quasi tre volte di più che in tutti i sei anni precedenti.
Di particolare importanza per le famiglie italiane è il prezzo dell'olio di oliva, che nel nostro Paese è aumentato dell'8,7% rispetto al 2021, mentre era aumentato appena del 3% nell'intero periodo 2015-2021.
In Italia, il prezzo della carne di pollo è aumentato del 35,4% tra il 2022 ed il 2021, mentre era aumentato appena del 6% nell'intero periodo 2015-2021. In un solo anno l'aumento è stato dunque pari a sei volte quello registrato complessivamente nei sei anni precedenti.
Sempre in Italia, nell'ultimo anno i prezzi delle verdure e degli ortaggi sono aumentati del 22,6% mentre erano aumentati del 17,2% nell'intero periodo 2015-2021. In questo caso, ce la siamo cavata dignitosamente.
Per quanto riguarda il prezzo del latte, ha influito la siccità che in tutta l'UE nel 2022 ha ridotto la disponibilità di erba fresca come mangime per le vacche da latte. Gli aumenti del prezzo del latte sono andati da un minimo del 3% a Cipro, al 9% a Malta e addirittura al 50% in Belgio, Lituania, Ungheria e Lettonia.
In Italia, Paese in cui il prezzo del latte è importante non solo per il consumo da fresco ma per la produzione di formaggi che richiedono talora l'importazione di prodotto, nell'ultimo anno si è registrato un aumento del 28,1% quando nell'intero periodo 2015-2021 era stato registrato appena un +5,5%. In un solo anno, il prezzo del latte è aumentato cinque volte di più che in tutti i sei anni precedenti.
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30/08/2022
Yemen - La Legione Straniera a presidiare il GNL francese
Il passo conferma le difficoltà in cui manovra il presidente Macron, sostenitore accanito della produzione di energia nucleare ma che in questi ultimi mesi ha visto le centrali atomiche del suo paese rallentare per il calo del livello delle acque dei fiumi francesi, dovuto alla siccità. La Francia, nota potenza nucleare, già in passato, durante la calda e secca estate del 2003, ha dovuto frenare la produzione di energia elettrica delle proprie centrali per la scarsità di acqua. L’accademico Jeremy Rifkin, in una intervista di qualche tempo fa, spiegò che in Francia il 40% di tutta l’acqua consumata è usata nelle centrali atomiche. E calcoli fatti da specialisti rivelano che un reattore da 1000 Megawatt ha bisogno di 2 milioni e mezzo di acqua al giorno per raffreddarsi.
Senza acqua abbondante per le sue centrali, messo sotto pressione dal gas insufficiente a coprire la domanda interna, Macron ha mandato la forza mercenaria che combatte sotto il tricolore francese, a garantire che l’impianto di Balhaf ritorni pienamente operativo. Lo Yemen non è un grande esportatore di gas in tempo di pace ma ora non esporta nulla a causa della guerra civile che vede i ribelli sciiti Houthi in controllo della capitale Sanaa e di altre ampie porzioni del paese scontrarsi con le forze yemenite governative appoggiate dall’Arabia saudita, dagli Emirati e altri paesi arabi. Parigi, scrive qualche giornale arabo, appare intenzionata a rilanciare l’esportazione del gas yemenita per riportarla per lo meno al livello anteguerra, premurandosi di negoziare con le varie fazioni nemiche e i paesi della regione coinvolti in vario modo nel conflitto (ad eccezione dell’Iran).
Ostacoli ai disegni di Macron non ne mancano. L’impianto di Balhaf è stato trasformato in una base delle milizie pagate dagli Emirati che nei mesi scorsi hanno tenuto a distanza i combattenti Houthi. E le esortazioni lanciate da Mohammed Saleh bin Adyo, l’ex governatore di Shabwa, per esortare i miliziani a lasciare il sito, sono caduti tutti nel vuoto. Abu Dhabi pur essendo alleata di Riyadh (e di Parigi) persegue anche la sua agenda in Yemen e sponsorizza il Consiglio di transizione meridionale e altri gruppi separatisti che cercano di stabilire uno Stato indipendente nel sud del paese. Separatisti che si sono scontrati di recente con le truppe governative non lontano dall’impianto di Balhaf, provocando decine di vittime.
Perciò, anche per la ben addestrata Legione straniera non sarà facile tenere il controllo di una regione tanto instabile nonostante l’accordo per la cooperazione energetica firmato il mese scorso da Parigi e Abu Dhabi che prevede la produzione congiunta di gas liquefatto. Intanto va avanti in un tribunale di Parigi la causa intentata lo scorso 2 giugno da una serie di gruppi per i diritti umani contro tre industrie militari francesi. Sono accusate di complicità in crimini di guerra avendo venduto armi all’Arabia Saudita e agli Emirati, usate poi, assieme a quelle di altri paesi, per bombardare nello Yemen dove hanno fatto numerose vittime civili.
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15/08/2022
Francia - Il doppio standard sulla siccità
Contro questo doppio standard gli attivisti ecologici di Extinction Rebellion hanno riempito le buche di alcuni campi da golf con del cemento per protestare contro l’esenzione che consente di continuare a irrigare i prati, mentre in molti comuni i cittadini non possono consumare acqua in eccesso a causa della siccità. Il ministro dell’ecologia francese a inizio agosto ha portato il livello di allerta per la siccità da “allarme” a “crisi”. Ciò significa che l’acqua può essere destinata solo per ragioni di salute, sicurezza civile, alimentazione e usi sanitari. Tra la pratiche vietate c’è quella di innaffiare il prato di casa o lavare le auto, ma anche irrigare i campi coltivati, con enormi danni all’agricoltura.
“Per denunciare l’accaparramento dell’acqua da parte di questa industria di privilegiati, gli attivisti di una rete denominata “Action Kirikou” hanno sabotato i campi da golf di Vieille-Toulouse e Blagnac, chiudendo permanentemente le buche e danneggiando i prati”, lo riferisce su Instagram Extinction Rebellion della zona di Tolosa.
L’azione di protesta si è svolta al club Vieille-Toulouse e anche al corso Garonne des Sept Deniers. Extinction Rebellion Toulouse ha pubblicato una fotografia su Twitter che mostrava apparentemente una buca da golf piena di cemento e un cartello che diceva “Questa buca sta bevendo 277.000 litri. Bevi così tanto? #Stop Golf”.
In Francia, nonostante le restrizioni, ai gestori dei campi da golf resta consentito irrigare i prati, purché l’attività avvenga nelle ore notturne e sia ridotta al minimo indispensabile, che non deve superare il 30 per cento del volume di acqua normalmente utilizzato.
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02/07/2022
Siccità, nel bacino del Po senza acqua da 120 giorni.
“Non basta fare la danza della pioggia ma dalla montagna al mare ognuno nel proprio campo deve fare la propria parte per salvaguardare l’acqua”. Gianluigi Tacchini è un agricoltore della provincia di Pavia. A febbraio raccontava al fattoquotidiano.it la sua preoccupazione per i 50 giorni senza pioggia. Oggi, a quattro mesi di distanza, “la situazione è precipitata” spiega Tacchini mentre cammina tra i campi di mais. Le piante dovrebbero essere alte oltre due metri in questa stagione ma non superano l’altezza del bacino dell’agricoltore a causa della mancanza d’acqua. “Da queste parti non piove per davvero da sei mesi” ricorda Tacchini. Il temporale di mercoledì sera ha dato solo qualche ora di tregua. La mattina dopo la terra già asciutta con temperature che arrivano a 37 gradi.
“La situazione è drammatica” commenta il segretario generale dell’Autorità Distrettuale del fiume Po-MiTE, Meuccio Berselli. “La portata del fiume è in esaurimento, nel delta abbiamo registrato un valore di 160 metri cubi al secondo mentre l’anno scorso ce n’erano 1000 e il cuneo salino è arrivato a 30,6 chilometro, un record”. Alla radice del problema c’è quella che Berselli definisce una “tempesta perfetta”. “Quest’inverno abbiamo avuto una diminuzione del 60% delle nevicate, nel bacino del Po non piove da 120 giorni (tranne alcuni temporali mercoledì) e le temperature sono più alte rispetto alle medie del periodo di 3-4 gradi. Tre fattori che hanno creato un fabbisogno di acqua importante”. Non basterà qualche giorno di pioggia a colmarlo. Secondo le stime dell’ufficio tecnico dell’Autorità Distrettuale del Po dovrebbe piovere fino al 31 dicembre con le quantità delle medie stagionali per compensare il gap.
Che fare dunque? “Gli invasi non possono più aspettare così come i microinvasi per l’agricoltura – suggerisce Berselli – dobbiamo essere più performanti con la depurazione, ci dobbiamo confrontare con colture che necessitano di meno acqua, dobbiamo migliorare le reti idriche che sono dei colaborodo e perdono il 40% delle acque e infine occorre investire su nuove tecniche di irrigazione”. Una serie di azioni che “non vanno fatte separatamente ma vanno inserite in una strategia da attuare in tempi brevi. Non c’è più tempo”.
17/06/2022
La siccità nel nordovest. C’entrano qualcosa i lavori per il TAV?
Il presidente di SMAT ha dichiarato a la Stampa che “siamo in una fase di elevata siccità che non ha riscontri nei dati degli ultimi cinquant’anni” mentre in alcuni paesi della cintura torinese, come Piossasco, sono comparse le autobotti per riempire i pozzi ormai vuoti. Mentre il “cambiamento climatico”, dopo aver devastato Africa, India e Sudamerica, fa la sua drammatica apparizione anche alle nostre latitudini, in Val di Susa assistiamo al proseguimento del progetto ecocida di raddoppio di una linea AV tra Torino e Lione che provocherà la fuoriuscita dalla falde montane di un quantità d’acqua equivalente al fabbisogno annuo di 600.000 persone.
Il calcolo è stato fatto nel febbraio scorso dal Comitato acqua pubblica di Torino e dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua a partire dai dati forniti dalla stessa azienda promotrice del TAV.
Il cunicolo geognostico scavato a La Maddalena di Chiomonte ha provocato, secondo TELT, 245 perdite idriche significative ancora attive alla fine dei lavori nel febbraio 2017 (lasciando quindi da parte le 78 perdite che si erano già esaurite nei 4 anni di scavi).
La portata complessiva di queste “venute d’acqua” è stata stimata a 102,6 litri al secondo pari a 3,2 milioni di metri cubi annui. Facendo un calcolo ampiamente per difetto quindi, per il solo scavo del tunnel esplorativo abbiamo assistito allo spreco di ciò che consuma il 40% dei valsusini in un anno.
A partire da questo dato si può fare una proiezione su cosa implicherà lo scavo del tunnel TAV, che non è un cunicolo esplorativo di 7 km ma il più lungo tunnel dell’arco alpino, a doppia canna e lungo 57 km.
Sempre rimanendo su una stima molto prudente, lo scavo implicherà la perdita secca dell’equivalente di consumo d’acqua annuo di 600.000 persone. Si tratta, in più, di acqua pregiata, proveniente da falde profonde, classificata ad uso idropotabile, depurata in maniera naturale dal lungo processo di “filtraggio” che subisce penetrando nelle rocce alpine.
Cosa aspettiamo a fermare questo delirio? Che finiscano le lacrime di coccodrillo dei giornali che con una mano promuovono la “transizione ecologica” mentre con l’altra spingono progetti come il TAV?
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02/01/2020
Africa - Un decennio colmo di avvenimenti
Per il grande paese africano il decennio appena terminato è coinciso con eventi di portata eccezionale e, purtroppo, costati la vita a migliaia di persone. Il primo all’inizio del 2011 è stato la caduta del regime di Hosni Mubarak, presidente per trent’anni e leader del Partito Nazionale Democratico, avvenuta con quella che è passata alla storia come la “Rivoluzione del 25 gennaio”. Violenti scontri tra forze di sicurezza e manifestanti provocarono la morte di almeno 800 persone e oltre 6.000 feriti. La lotta dei manifestanti egiziani si concentrò su questioni legali e politiche, brutalità della polizia, leggi sullo stato di emergenza, mancanza di libertà politica, libertà civile, libertà di parola, corruzione, alto tasso di disoccupazione, inflazione e salari bassi.
Andati al potere, con le elezioni, i Fratelli musulmani, le proteste degli egiziani non sostenitori del movimento islamista si concentrarono contro il nuovo presidente Mohamed Morsi. Il 22 novembre 2012, milioni di manifestanti iniziarono a protestare contro Morsi, dopo che il suo governo aveva annunciato una dichiarazione costituzionale temporanea che avrebbe garantito al presidente poteri illimitati. A capo delle manifestazioni, organizzazioni e figure dell’opposizione egiziana, principalmente liberali, di sinistra, laici e cristiani. Le dimostrazioni provocarono violenti scontri con decine di morti e centinaia di feriti. Numerosi consiglieri di Morsi diedero le dimissioni in segno di protesta e anche molti giudici manifestarono la propria opinione contro le azioni del presidente.
A dicembre del 2012, Morsi annullò il decreto temporaneo che aveva ampliato la sua autorità presidenziale e rimosso la revisione giudiziaria dei suoi decreti. Ma il suo destino sarebbe stato segnato dal colpo di stato militare. Il 30 giugno 2013, primo anniversario della sua elezione, milioni di oppositori si radunarono in piazza Tahrir e fuori dal palazzo presidenziale, nel sobborgo di Heliopolis, chiedendo le dimissioni del presidente. Il 3 luglio 2013 le forze armate egiziane entrarono in azione mettendo fine alla sua presidenza e diedero vita ad una feroce repressione dei sostenitori del presidente islamista.
Sudafrica – 2013
A 95 anni, il 5 dicembre 2013, muore Nelson Mandela. Leader dei diritti civili, leader politico e simbolo di integrità e riconciliazione, dopo un periodo di quasi tre anni in prigione diventa presidente del Sudafrica.
La sua missione permanente di porre fine all’apartheid è iniziata quando ha lasciato presto la scuola per unirsi all’African National Congress (ANC). Fu nel 1960 che gli sforzi di Mandela divennero più militanti, scatenati quando la polizia aprì il fuoco su un gruppo di manifestanti disarmati nella cittadina di Sharpeville, uccidendo 69 persone.
Poco dopo, l’ANC fu considerato fuorilegge, ma ciò non fermò Mandela che continuò la sua lotta a fianco dell’organizzazione la ‘Umkhonto we Sizwe’ (lancia della nazione).
In qualità di presidente, dal 1994, Mandela ha introdotto innovativi programmi sociali ed economici e ha presieduto l’emanazione di una nuova costituzione che ha istituito un forte governo centrale e vietato la discriminazione razziale.
Guinea Conakry, Sierra Leone, Liberia – 2014
Il 30 dicembre del 2015 è stata dichiarata libera dal focolaio di ebola, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la Guinea Conakry. Nel corso del 2016 vengono dichiarati spenti anche gli ultimi focolai di ebola in Liberia e Sierra Leone.
È stata la fine di una delle più aggressive epidemie del virus ebola in Africa occidentale, che ha contato 28.657 casi conclamati e 11.325 morti. L’ebola ha lasciato orfani circa 6.200 bambini solo in Guinea Conakry.
Il focolaio infettivo è iniziato a Gueckedou, nella Guinea orientale, prima di diffondersi violentemente in Liberia, Sierra Leone e altri sette Paesi limitrofi. La costruzione di sistemi di assistenza sanitaria resilienti, la ferrea vigilanza e la rapidità di risposta sono stati i punti chiavi per sottomettere l’infezione.
Etiopia – 2015
El Niño colpisce le regioni settentrionali dell’Africa orientale con una crescente intensità. L’aumentato rischio di siccità seguito da inondazioni nelle aree fluviali è risultato strettamente correlato alle anomalie climatiche.
I forti eventi di El Niño hanno causato un’importante riduzione nella produzione agricola. Inoltre, l’impatto della variabilità climatica sullo stoccaggio delle acque sotterranee, ha ricevuto ancora una volta un’attenzione limitata, nonostante la diffusa dipendenza da queste come risorsa di acqua potabile e come elemento cruciale in agricoltura e industria.
Il Paese più colpito rimane l’Etiopia con una drammatica siccità che ha costretto 18 milioni di persone alla dipendenza da aiuti umanitari, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO).
Rwanda – 2018
Firmato nella capitale rwandese Kigali, il 21 marzo 2018, l‘African Continental Free Trade Agreement (AfCFTA). Con l’accordo, tenacemente mediato dall’Unione Africana, nasce una zona di libero scambio tra 44 Paesi africani.
L’accordo prevede che i membri riducano le tariffe doganali del 90%, consentendo il libero accesso a merci e servizi in tutto il continente. La Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa (UNECA) ha stimato che l’accordo aumenterà il commercio intra-africano del 52% entro il 2022.
Algeria – 2019
Iniziato il 16 febbraio 2019, sei giorni dopo che Abdelaziz Bouteflika ha annunciato la sua candidatura per un quinto mandato presidenziale, il movimento Revolution of Smiles o Hirak Movement, ha inondato di proteste e manifestazioni le strade algerine.
Queste proteste, senza precedenti dalla guerra civile algerina, sono state pacifiche e hanno portato i militari algerini a insistere sulle dimissioni immediate di Bouteflika, che hanno effettivamente avuto luogo il 2 aprile 2019.
Le crescenti tensioni all’interno del regime algerino possono essere ricondotte all’inizio del dominio di Bouteflika, che è stato caratterizzato dal monopolio dello stato sulle entrate delle risorse naturali utilizzate per finanziare il sistema clientelare del governo volto a garantirne la stabilità.
Le autorità algerine hanno arrestato decine di attivisti del Mouvement pour la démocratie en Algérie dal settembre 2019. Molti rimangono tuttora detenuti con vaghe accuse.
Presi di mira anche i giornalisti che hanno documentato le proteste. I rapporti della polizia negli archivi giudiziari mostrano che la Brigade de Recherche et Investigation, ha monitorato le attività sui social media di alcuni leader del movimento, presentandole come crimini elettronici ai danni della sicurezza dello stato o dell’unità nazionale.
Sud Sudan – 2011
Le celebrazioni sono scoppiate a mezzanotte. Migliaia di manifestanti si sono riversati nelle strade di Juba nelle prime ore del mattino, issando enormi bandiere per festeggiare la nascita di una nuova Nazione. Era il 9 luglio del 2011.
Dopo più di cinquant’anni di guerriglia e due milioni di vite perse, la Repubblica del Sud-Sudan, il 54° stato dell’Africa, ha dunque ufficialmente dichiarato la propria indipendenza.
Dalla metà degli anni ’50, anche prima che il Sudan si liberasse dal giogo coloniale, i sudanesi del sud cercavano maggiori diritti. La lotta del Sud Sudan scoppiò in una vera e propria ribellione negli anni ’60, poi ripresa di nuovo negli anni ’80. Il governo sudanese rispose brutalmente, bombardando villaggi e scatenando milizie arabe che massacrarono civili e ridussero in schiavitù i minorenni.
I gruppi cristiani hanno storicamente difeso il Sud Sudan. Il governo americano ha spinto i ribelli del sud e il governo centrale a firmare un accordo di pace globale che garantisse ai meridionali il diritto alla secessione.
Fonte
Una cronaca davvero molto parziale in alcuni dettagli specifici: da Mandela che non era affatto un pacifista a senso unico come viene dipinto dall'autrice e che abdicò troppo presto nei confronti della giustizia sociale senza cui la parità civile tra bianchi e neri in Sudafrica non si è di fatto ancora realizzata, all'epidemia di Ebola in cui si rimuove come l'occidente strumentalizzò l'emergenza per insediarsi militarmente nelle aree colpite dal contagio, la cui sconfittà si giovò in larga parte degli sforzi profusi a titolo puramente solidaristico da Cuba.
24/07/2017
Acqua, sarà un anno disastroso per l’agricoltura, il peggiore degli ultimi tre
E’ una politica dell’acqua disastrosa, quella della Regione Toscana, che deve essere addebitata solo a chi la governa, a spese della salute, ma anche dell’economia, come diremo ora.
Negli anni recenti, e tanto più quest’anno, una serie di produzioni agricole sono state accantonate per mancanza d’acqua, mentre quelle insopprimibili (cereali, olio, vino, ortaggi) hanno subito una caduta verticale nella qualità e nelle quantità, che già pesa durissimamente sul reddito degli agricoltori, ed ancora più duramente peserà a breve sui prezzi per tutti. E’ un vero è proprio stato calamitoso, non solo naturale.
Dobbiamo ricordare che la legge Galli, fin dal 1994, e tutte le leggi successive, dichiaravano il consumo civile come prioritario, subito dopo quello agricolo, e solo se resta acqua, il consumo industriale.
In buona parte della Toscana avviene invece esattamente il contrario, pensiamo a tutta la costa, ma anche all’area cartaria nella Lucchesia e alle due aree geotermiche, dove i primi consumatori d’acqua sono le grandi industrie. Inoltre va sottolineato nuovamente che oltre il 90 % delle acque superficiali in Toscana è nella peggiore classe di qualità (sub A3), vere fogne a cielo aperto non solo batteriologiche ma soprattutto chimiche, ed invece di invertire la tendenza, la Regione continua ad autorizzare pratiche inquinanti, da nuove perforazioni geotermiche, allo spandimento di fanghi “di depurazione” su campi, all’autorizzazione alle industrie ad usare acqua dolce, perfino di falda, la più preziosa.
Gli invasi non bastano ed hanno essi stessi delle controindicazioni: ostacolano la ricarica delle falde a valle, impediscono l’apporto di sedimenti alle spiagge aggravando l’erosione, sono essi stessi accumuli di sostanze inquinanti come i pesticidi che periodicamente vanno dragati e smaltiti.
Occorre quindi una inversione ad U della politica dell’acqua: all’industria sia progressivamente, ma velocemente (“adeguarsi ai cambiamenti climatici” afferma da anni l’ONU) vietato l’uso dell’acqua dolce, a cominciare da subito con l’acqua di falda. L’industria si attrezzi con la dissalazione dell’acqua di mare: la popolazione della Val di Cecina, in prima linea da decenni nella guerra dell’acqua, ha dato un esempio molto chiaro, con una petizione popolare che chiede a Solvay di costruire un grande dissalatore di acqua di mare a Rosignano. La stessa indicazione va seguita a Livorno, Piombino, Scarlino, Massa Carrara e nelle aree geotermiche: ovunque cioè dove l’uso industriale dell’acqua sia in competizione con gli usi civile e agricolo.
Se non si imboccasse questa strada, si finirebbe per vedersi costretti ad imboccare quella opposta, che già si delinea nel Grossetano: l’acqua dissalata alla popolazione! o quella dei “tuboni”, miliardi di euro a carico dei cittadini, per spostare la poca acqua rimasta da una parte all’altra della Toscana.
14.7.17
Medicina democratica
Sezione di Livorno e della Val di Cecina
Fonte
03/07/2017
Una emergenza idrica... che fa acqua da tutte le parti
I dati che stanno circolando sui media in questi giorni (diminuzione della disponibilità d’acqua, crollo delle precipitazioni e delle portate di fiumi e sorgenti, aumento delle temperature medie) fanno emergere in tutta la sua drammatica realtà l’acuirsi di una crisi idrica che viene da lontano.
Purtroppo, anche in questa occasione, il dibattito che si è sviluppato nel paese viene piegato agli interessi delle grandi lobby economico-finanziarie che provano così a rilanciare la strategia volta alla definitiva mercificazione del bene acqua e addirittura a mettere sul banco degli imputati i referendum del 2011.
Per l’ennesima volta si prova a cancellare con un tratto di penna e a rimuovere dalla coscienza delle persone le reali cause di una crisi che, come scriveva V. Shiva nel 2003 nel libro “Le guerre dell’acqua”, è una crisi ecologica che ha cause commerciali ma non soluzioni di mercato.
Addirittura si arriva a prospettare come cura esattamente la causa scatenante della malattia, ossia la sottomissione dell’acqua alle regole del mercato, del profitto e della concorrenza.
E’, altresì, evidente come la crisi idrica che si sta palesando in questi giorni in Italia sia il risultato del matrimonio tra il ciclo dell’acqua e il ciclo economico, essa è dovuta principalmente alla scarsità di questa risorsa. Scarsità “man-made”, cioè prodotta dall’uomo, tramite sovrasfruttamento degli acquiferi, inquinamento delle falde e del reticolo fluviale superficiale, urbanizzazione, con conseguente diminuzione della disponibilità, divisione tra consumo agricolo, industriale, uso civile.
E allora l’onestà intellettuale imporrebbe di fare marcia indietro rispetto a una serie di opere e progetti che da una parte tendono a valorizzare economicamente l’acqua e dall’altra considerano il suo depauperamento come un effetto collaterale ineluttabile.
Ne elenchiamo solo dieci delle centinaia in cantiere in Italia:
1) pozzo di petrolio ENI di Carpignano Sesia, in area di ricarica della falda idropotabile di Novara, il Min.Ambiente ha appena approvato il progetto mettendo come prescrizione di “prevedere un approvvigionamento alternativo in caso di contaminazione”;
2) gasdotto Sulmona-Foligno della SNAM, con il tragitto su ben tre crateri sismici con un tunnel appena dietro la più grande sorgente dell’Italia Centrale, quella del Pescara a Popoli, dalla portata di 6000 litri al secondo;
3) Centro Oli di Viggianoche incombe sul Lago del Pertusillo, che disseta 4 milioni di italiani in Puglia e Basilicata, sequestrato nel 2016 e oggi protagonista di un ingente sversamento di petrolio;
4) Sorgente Pertuso: aumento delle captazioni presso la sorgente del Pertuso che alimenta il fiume Aniene nel Lazio;
5) aumento delle captazioni ACEA presso il lago di Bracciano;
6) costruzione delle gallerie dell’autostrada Roma-Pescara, un progetto faraonico da 6,5 miliardi di euro che andrebbe a ledere le falde acquifere presenti nelle montagne carbonatiche tra Lazio e Abruzzo;
7) l’inquinamento prodotto dalla SOLVAY sulla costa toscana tra Rosignano Marittimo e Vadache si configura come una vera e propria “bomba ecologica” visto che anche l’Agenzia Ambientale Onu ha classificato questo tratto costiero come uno dei 15 più inquinanti d’Italia;
8) progetti per uso idroelettrico nel bellunese come sull’intero arco alpino che vanno ad impattare fortemente sugli ecosistemi fluviali;
9) costruzione di un impianto idroelettrico sul fiume Fridonel parco del Pollino con un devastante impatto sull’ecosistema fluviale;
10) l’inquinamento da PFAS(sostanze perfluoroalchiliche potenzialmente pericolose per la salute umana) delle falde ad uso idropotabile nel Veneto tra le province di Padova, Vicenza e Verona.
D’altra parte si prova ad accreditare la tesi per cui i due referendum per l’acqua pubblica del 2011 siano stati la causa della situazione attuale avendo determinato un crollo degli investimenti per cui non sarebbe stato possibile l’ammodernamento delle reti idriche da parte dei gestori.
Una bugia dalle gambe cortissime.
Infatti, gli investimenti sono in decisa flessione sin da fine anni '90 (quindi ben prima dei referendum) nonostante le tariffe dell’acqua siano aumentate più di ogni altro servizio pubblico.
Allora se le tariffe aumentano, gli investimenti diminuiscono e le perdite delle reti aumentano, appare evidente che c’è qualcosa che non torna.
La questione da porsi, che arbitrariamente viene elusa nel dibattito pubblico, è che il finanziamento del servizio idrico integrato ha dimostrato il suo fallimento dal momento in cui al principio del “full cost recovery”, ossia il costo totale del servizio deve essere interamente coperto dalla tariffa, si è associato l’affidamento a soggetti privati: entrate certe e anticipate a fronte di investimenti sempre più ridotti e dilazionati nel tempo. Con i risultati assolutamente inadeguati rispetto alle ingenti opere di cui il servizio idrico necessita.
Superato il concetto del “full cost recovery” ed esautorati i soggetti gestori di natura privatistica, per gli investimenti, occorre progettare, quindi, un sistema di finanziamento basato sia sul ruolo della leva tariffaria, sia su quello della finanza pubblica e della fiscalità generale.
Insomma, il giudizio di fallimento dell’attuale sistema di gestione dell’acqua in Italia è un dato di fatto ben difficilmente contestabile che dovrebbe portare ad un’inversione di rotta immediata soprattutto alla luce della pesante crisi idrica.
Diviene in sostanza irrinunciabile e urgente un cambiamento del sistema passando dalla pianificazione dell’offerta, alla pianificazione e gestione della domanda, rimettendo al centro la tutela e gestione partecipativa dell’acqua e dei beni comuni.
Fonte
03/02/2016
Etiopia - Siccità e dittatura
L’Etiopia si prepara ad affrontare una carestia peggiore rispetto alla crisi del 1984, che causò la morte di almeno un milione di persone, per la carenza estrema di acqua. La nuova siccità che sta aggredendo l’Etiopia è causata dai fenomeni atmosferici legati a El-Niño: riduzione delle precipitazioni e siccità in alcune regioni del mondo e inondazioni in altre, dovute al riscaldamento anomalo delle acque superficiali dell’oceano Pacifico.
L’Etiopia è abitata da 93 milioni di persone, la maggior parte delle quali vive di agricoltura. Ma la siccità ha provocato la perdita della maggior parte delle coltivazioni: i raccolti si sono ridotti dal 50% al 90%, allo stremo gli animali da fattoria.
Secondo i dati del governo etiope e dei partner internazionali umanitari, più di dieci milioni di persone sono a rischio di insicurezza alimentare, soprattutto nelle regioni colpite nel nord e nell’est del Paese. Le stime parlano di almeno 400.000 casi di grave malnutrizione tra i bambini sotto i cinque anni. In totale 40 milioni di persone sono a rischio in dieci Paesi dell’Africa centrale e del sud, tra i quali Malawi, Zimbabwe, Madagascar e Lesotho. Quasi tre milioni di persone sono sulla soglia della malnutrizione in Malawi, almeno 1,5 milioni fronteggiano carenza alimentare in Zimbabwe, quasi due milioni di persone a rischio in Madagascar e 650.000 in Lesotho.
Piccoli villaggi etiopi, nelle zone remote maggiormente colpite a nord-est, centro e sud, combattono la malnutrizione in modeste cliniche che cercano di distribuire razioni alimentari e acqua. Lavorano per soddisfare le esigenze degli almeno 7.500 arrivi ogni giorno. L’Etiopia è sempre stata contrassegnata da ricorrenti carestie e anche a fronte di un aumento della produttività agricola, la minaccia della fame e la fame rimangono. In meno di un anno, il numero di etiopi con bisogno di assistenza alimentare è notevolmente aumentato, da tre milioni a oltre dieci milioni.
Il disagio in Etiopia è già considerevole per le migliaia di donne e bambini che trascorrono fino a sei ore al giorno alla ricerca di acqua. Le scuole sono chiuse nelle zone maggiormente colpite, con conseguente interruzione della formazione per 1,2 milioni di bambini. I servizi sanitari locali segnalano una cronica mancanza di acqua e forniture necessarie per offrire servizi di base, come il parto.
Il Paese con una delle più rapide crescite economiche in Africa, starebbe rispondendo a questa emergenza con un piano nazionale di 300 milioni di dollari, per la distribuzione capillare di aiuti alimentari. Ma sono forti le critiche per la dittatura, con pretese democratiche, di Malatu Teshome e la gestione dei fondi da parte del Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope, attuale partito al potere in Etiopia. Coloro che si oppongono apertamente alla politica di Teshome ricevono scarse risorse, mentre distorte campagne mediatiche di propaganda dicono che il cibo sarebbe sufficiente. Intanto il governo ha disposto l’accesso limitato alle zone colpite del Paese da parte di organizzazioni umanitarie.
L’assistenza internazionale per povertà e fornitura di beni primari per la crescente popolazione e per i 750.000 rifugiati, è sostanziale. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura ha annunciato un piano da 50 milioni di dollari per aiutare gli 1,8 milioni di agricoltori e allevatori di bestiame in Etiopia. L’intervento comprenderà distribuzione di sementi, progetti di irrigazione e accesso ai microcrediti.
Secondo i dati ufficializzati dall’UNICEF, 350.000 bambini sono in attesa di un trattamento per malnutrizione acuta grave. E più di otto milioni di persone aspettano assistenza e soccorso.
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