Centinaia di manifestanti si sono radunati lunedì 1° giugno nella città di Nanyuki, nel centro del Kenya, per protestare contro la possibile realizzazione di una struttura di quarantena per l’Ebola all’interno di una base militare statunitense. Il centro, stando ai piani originari, avrebbe dovuto accogliere cittadini stelle-e-strisce potenzialmente esposti al virus ma asintomatici.
Ciò che ha scatenato le proteste è il fatto che il Kenya non ha registrato casi della malattia. L’idea che si rischi di far entrare nel paese una tale minaccia virale – che ha già causato oltre 200 vittime nella vicina Uganda e nella Repubblica Democratica del Congo – per via della presenza USA ha suscitato una forte ondata di indignazione.
Reuters ha documentati in video una folla di un centinaio di persone persone riversarsi sulle strade che conducono alla base di Laikipia, mentre polizia e forze armate hanno intensificato la loro presenza nell’area, per presidiare le installazioni statunitensi. Venerdì 29 maggio l’Alta Corte del Kenya ha ordinato la sospensione precauzionale del progetto.
Sono state accolte le obiezioni dei promotori della causa, che sostengono che il sito metta a repentaglio la salute pubblica, soprattutto in relazione alla fragilità del sistema sanitario kenyano, e denunciano una totale mancanza di trasparenza nei patti bilaterali, che dovrebbe prevedere anche uno stanziamento statunitense da 13,5 milioni per sostenere i piani di prevenzione pandemica.
Alla fine della scorsa settimana, infatti, il ministro della Salute Aden Duale ha provato a calmare gli animi, dichiarando che l’accordo rientra in una più ampia strategia nazionale per rafforzare i sistemi di gestione delle emergenze. Ha inoltre affermato che il centro sarebbe pensato per accogliere anche cittadini kenyani.
Ora però è arrivato l’ordine di sospensione dei lavori. Nonostante ciò, diversi aerei militari sono passati per Nanyuki durante il fine settimana. Sembra, insomma, che i preparativi logistici continuino, ignorando la decisione della magistratura.
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03/06/2026
Kenya. Proteste contro il centro per cittadini USA esposti all’Ebola
02/01/2020
Africa - Un decennio colmo di avvenimenti
Egitto – 2012
Per il grande paese africano il decennio appena terminato è coinciso con eventi di portata eccezionale e, purtroppo, costati la vita a migliaia di persone. Il primo all’inizio del 2011 è stato la caduta del regime di Hosni Mubarak, presidente per trent’anni e leader del Partito Nazionale Democratico, avvenuta con quella che è passata alla storia come la “Rivoluzione del 25 gennaio”. Violenti scontri tra forze di sicurezza e manifestanti provocarono la morte di almeno 800 persone e oltre 6.000 feriti. La lotta dei manifestanti egiziani si concentrò su questioni legali e politiche, brutalità della polizia, leggi sullo stato di emergenza, mancanza di libertà politica, libertà civile, libertà di parola, corruzione, alto tasso di disoccupazione, inflazione e salari bassi.
Andati al potere, con le elezioni, i Fratelli musulmani, le proteste degli egiziani non sostenitori del movimento islamista si concentrarono contro il nuovo presidente Mohamed Morsi. Il 22 novembre 2012, milioni di manifestanti iniziarono a protestare contro Morsi, dopo che il suo governo aveva annunciato una dichiarazione costituzionale temporanea che avrebbe garantito al presidente poteri illimitati. A capo delle manifestazioni, organizzazioni e figure dell’opposizione egiziana, principalmente liberali, di sinistra, laici e cristiani. Le dimostrazioni provocarono violenti scontri con decine di morti e centinaia di feriti. Numerosi consiglieri di Morsi diedero le dimissioni in segno di protesta e anche molti giudici manifestarono la propria opinione contro le azioni del presidente.
A dicembre del 2012, Morsi annullò il decreto temporaneo che aveva ampliato la sua autorità presidenziale e rimosso la revisione giudiziaria dei suoi decreti. Ma il suo destino sarebbe stato segnato dal colpo di stato militare. Il 30 giugno 2013, primo anniversario della sua elezione, milioni di oppositori si radunarono in piazza Tahrir e fuori dal palazzo presidenziale, nel sobborgo di Heliopolis, chiedendo le dimissioni del presidente. Il 3 luglio 2013 le forze armate egiziane entrarono in azione mettendo fine alla sua presidenza e diedero vita ad una feroce repressione dei sostenitori del presidente islamista.
Sudafrica – 2013
A 95 anni, il 5 dicembre 2013, muore Nelson Mandela. Leader dei diritti civili, leader politico e simbolo di integrità e riconciliazione, dopo un periodo di quasi tre anni in prigione diventa presidente del Sudafrica.
La sua missione permanente di porre fine all’apartheid è iniziata quando ha lasciato presto la scuola per unirsi all’African National Congress (ANC). Fu nel 1960 che gli sforzi di Mandela divennero più militanti, scatenati quando la polizia aprì il fuoco su un gruppo di manifestanti disarmati nella cittadina di Sharpeville, uccidendo 69 persone.
Poco dopo, l’ANC fu considerato fuorilegge, ma ciò non fermò Mandela che continuò la sua lotta a fianco dell’organizzazione la ‘Umkhonto we Sizwe’ (lancia della nazione).
In qualità di presidente, dal 1994, Mandela ha introdotto innovativi programmi sociali ed economici e ha presieduto l’emanazione di una nuova costituzione che ha istituito un forte governo centrale e vietato la discriminazione razziale.
Guinea Conakry, Sierra Leone, Liberia – 2014
Il 30 dicembre del 2015 è stata dichiarata libera dal focolaio di ebola, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la Guinea Conakry. Nel corso del 2016 vengono dichiarati spenti anche gli ultimi focolai di ebola in Liberia e Sierra Leone.
È stata la fine di una delle più aggressive epidemie del virus ebola in Africa occidentale, che ha contato 28.657 casi conclamati e 11.325 morti. L’ebola ha lasciato orfani circa 6.200 bambini solo in Guinea Conakry.
Il focolaio infettivo è iniziato a Gueckedou, nella Guinea orientale, prima di diffondersi violentemente in Liberia, Sierra Leone e altri sette Paesi limitrofi. La costruzione di sistemi di assistenza sanitaria resilienti, la ferrea vigilanza e la rapidità di risposta sono stati i punti chiavi per sottomettere l’infezione.
Etiopia – 2015
El Niño colpisce le regioni settentrionali dell’Africa orientale con una crescente intensità. L’aumentato rischio di siccità seguito da inondazioni nelle aree fluviali è risultato strettamente correlato alle anomalie climatiche.
I forti eventi di El Niño hanno causato un’importante riduzione nella produzione agricola. Inoltre, l’impatto della variabilità climatica sullo stoccaggio delle acque sotterranee, ha ricevuto ancora una volta un’attenzione limitata, nonostante la diffusa dipendenza da queste come risorsa di acqua potabile e come elemento cruciale in agricoltura e industria.
Il Paese più colpito rimane l’Etiopia con una drammatica siccità che ha costretto 18 milioni di persone alla dipendenza da aiuti umanitari, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO).
Rwanda – 2018
Firmato nella capitale rwandese Kigali, il 21 marzo 2018, l‘African Continental Free Trade Agreement (AfCFTA). Con l’accordo, tenacemente mediato dall’Unione Africana, nasce una zona di libero scambio tra 44 Paesi africani.
L’accordo prevede che i membri riducano le tariffe doganali del 90%, consentendo il libero accesso a merci e servizi in tutto il continente. La Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa (UNECA) ha stimato che l’accordo aumenterà il commercio intra-africano del 52% entro il 2022.
Algeria – 2019
Iniziato il 16 febbraio 2019, sei giorni dopo che Abdelaziz Bouteflika ha annunciato la sua candidatura per un quinto mandato presidenziale, il movimento Revolution of Smiles o Hirak Movement, ha inondato di proteste e manifestazioni le strade algerine.
Queste proteste, senza precedenti dalla guerra civile algerina, sono state pacifiche e hanno portato i militari algerini a insistere sulle dimissioni immediate di Bouteflika, che hanno effettivamente avuto luogo il 2 aprile 2019.
Le crescenti tensioni all’interno del regime algerino possono essere ricondotte all’inizio del dominio di Bouteflika, che è stato caratterizzato dal monopolio dello stato sulle entrate delle risorse naturali utilizzate per finanziare il sistema clientelare del governo volto a garantirne la stabilità.
Le autorità algerine hanno arrestato decine di attivisti del Mouvement pour la démocratie en Algérie dal settembre 2019. Molti rimangono tuttora detenuti con vaghe accuse.
Presi di mira anche i giornalisti che hanno documentato le proteste. I rapporti della polizia negli archivi giudiziari mostrano che la Brigade de Recherche et Investigation, ha monitorato le attività sui social media di alcuni leader del movimento, presentandole come crimini elettronici ai danni della sicurezza dello stato o dell’unità nazionale.
Sud Sudan – 2011
Le celebrazioni sono scoppiate a mezzanotte. Migliaia di manifestanti si sono riversati nelle strade di Juba nelle prime ore del mattino, issando enormi bandiere per festeggiare la nascita di una nuova Nazione. Era il 9 luglio del 2011.
Dopo più di cinquant’anni di guerriglia e due milioni di vite perse, la Repubblica del Sud-Sudan, il 54° stato dell’Africa, ha dunque ufficialmente dichiarato la propria indipendenza.
Dalla metà degli anni ’50, anche prima che il Sudan si liberasse dal giogo coloniale, i sudanesi del sud cercavano maggiori diritti. La lotta del Sud Sudan scoppiò in una vera e propria ribellione negli anni ’60, poi ripresa di nuovo negli anni ’80. Il governo sudanese rispose brutalmente, bombardando villaggi e scatenando milizie arabe che massacrarono civili e ridussero in schiavitù i minorenni.
I gruppi cristiani hanno storicamente difeso il Sud Sudan. Il governo americano ha spinto i ribelli del sud e il governo centrale a firmare un accordo di pace globale che garantisse ai meridionali il diritto alla secessione.
Fonte
Una cronaca davvero molto parziale in alcuni dettagli specifici: da Mandela che non era affatto un pacifista a senso unico come viene dipinto dall'autrice e che abdicò troppo presto nei confronti della giustizia sociale senza cui la parità civile tra bianchi e neri in Sudafrica non si è di fatto ancora realizzata, all'epidemia di Ebola in cui si rimuove come l'occidente strumentalizzò l'emergenza per insediarsi militarmente nelle aree colpite dal contagio, la cui sconfittà si giovò in larga parte degli sforzi profusi a titolo puramente solidaristico da Cuba.
Per il grande paese africano il decennio appena terminato è coinciso con eventi di portata eccezionale e, purtroppo, costati la vita a migliaia di persone. Il primo all’inizio del 2011 è stato la caduta del regime di Hosni Mubarak, presidente per trent’anni e leader del Partito Nazionale Democratico, avvenuta con quella che è passata alla storia come la “Rivoluzione del 25 gennaio”. Violenti scontri tra forze di sicurezza e manifestanti provocarono la morte di almeno 800 persone e oltre 6.000 feriti. La lotta dei manifestanti egiziani si concentrò su questioni legali e politiche, brutalità della polizia, leggi sullo stato di emergenza, mancanza di libertà politica, libertà civile, libertà di parola, corruzione, alto tasso di disoccupazione, inflazione e salari bassi.
Andati al potere, con le elezioni, i Fratelli musulmani, le proteste degli egiziani non sostenitori del movimento islamista si concentrarono contro il nuovo presidente Mohamed Morsi. Il 22 novembre 2012, milioni di manifestanti iniziarono a protestare contro Morsi, dopo che il suo governo aveva annunciato una dichiarazione costituzionale temporanea che avrebbe garantito al presidente poteri illimitati. A capo delle manifestazioni, organizzazioni e figure dell’opposizione egiziana, principalmente liberali, di sinistra, laici e cristiani. Le dimostrazioni provocarono violenti scontri con decine di morti e centinaia di feriti. Numerosi consiglieri di Morsi diedero le dimissioni in segno di protesta e anche molti giudici manifestarono la propria opinione contro le azioni del presidente.
A dicembre del 2012, Morsi annullò il decreto temporaneo che aveva ampliato la sua autorità presidenziale e rimosso la revisione giudiziaria dei suoi decreti. Ma il suo destino sarebbe stato segnato dal colpo di stato militare. Il 30 giugno 2013, primo anniversario della sua elezione, milioni di oppositori si radunarono in piazza Tahrir e fuori dal palazzo presidenziale, nel sobborgo di Heliopolis, chiedendo le dimissioni del presidente. Il 3 luglio 2013 le forze armate egiziane entrarono in azione mettendo fine alla sua presidenza e diedero vita ad una feroce repressione dei sostenitori del presidente islamista.
Sudafrica – 2013
A 95 anni, il 5 dicembre 2013, muore Nelson Mandela. Leader dei diritti civili, leader politico e simbolo di integrità e riconciliazione, dopo un periodo di quasi tre anni in prigione diventa presidente del Sudafrica.
La sua missione permanente di porre fine all’apartheid è iniziata quando ha lasciato presto la scuola per unirsi all’African National Congress (ANC). Fu nel 1960 che gli sforzi di Mandela divennero più militanti, scatenati quando la polizia aprì il fuoco su un gruppo di manifestanti disarmati nella cittadina di Sharpeville, uccidendo 69 persone.
Poco dopo, l’ANC fu considerato fuorilegge, ma ciò non fermò Mandela che continuò la sua lotta a fianco dell’organizzazione la ‘Umkhonto we Sizwe’ (lancia della nazione).
In qualità di presidente, dal 1994, Mandela ha introdotto innovativi programmi sociali ed economici e ha presieduto l’emanazione di una nuova costituzione che ha istituito un forte governo centrale e vietato la discriminazione razziale.
Guinea Conakry, Sierra Leone, Liberia – 2014
Il 30 dicembre del 2015 è stata dichiarata libera dal focolaio di ebola, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la Guinea Conakry. Nel corso del 2016 vengono dichiarati spenti anche gli ultimi focolai di ebola in Liberia e Sierra Leone.
È stata la fine di una delle più aggressive epidemie del virus ebola in Africa occidentale, che ha contato 28.657 casi conclamati e 11.325 morti. L’ebola ha lasciato orfani circa 6.200 bambini solo in Guinea Conakry.
Il focolaio infettivo è iniziato a Gueckedou, nella Guinea orientale, prima di diffondersi violentemente in Liberia, Sierra Leone e altri sette Paesi limitrofi. La costruzione di sistemi di assistenza sanitaria resilienti, la ferrea vigilanza e la rapidità di risposta sono stati i punti chiavi per sottomettere l’infezione.
Etiopia – 2015
El Niño colpisce le regioni settentrionali dell’Africa orientale con una crescente intensità. L’aumentato rischio di siccità seguito da inondazioni nelle aree fluviali è risultato strettamente correlato alle anomalie climatiche.
I forti eventi di El Niño hanno causato un’importante riduzione nella produzione agricola. Inoltre, l’impatto della variabilità climatica sullo stoccaggio delle acque sotterranee, ha ricevuto ancora una volta un’attenzione limitata, nonostante la diffusa dipendenza da queste come risorsa di acqua potabile e come elemento cruciale in agricoltura e industria.
Il Paese più colpito rimane l’Etiopia con una drammatica siccità che ha costretto 18 milioni di persone alla dipendenza da aiuti umanitari, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO).
Rwanda – 2018
Firmato nella capitale rwandese Kigali, il 21 marzo 2018, l‘African Continental Free Trade Agreement (AfCFTA). Con l’accordo, tenacemente mediato dall’Unione Africana, nasce una zona di libero scambio tra 44 Paesi africani.
L’accordo prevede che i membri riducano le tariffe doganali del 90%, consentendo il libero accesso a merci e servizi in tutto il continente. La Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa (UNECA) ha stimato che l’accordo aumenterà il commercio intra-africano del 52% entro il 2022.
Algeria – 2019
Iniziato il 16 febbraio 2019, sei giorni dopo che Abdelaziz Bouteflika ha annunciato la sua candidatura per un quinto mandato presidenziale, il movimento Revolution of Smiles o Hirak Movement, ha inondato di proteste e manifestazioni le strade algerine.
Queste proteste, senza precedenti dalla guerra civile algerina, sono state pacifiche e hanno portato i militari algerini a insistere sulle dimissioni immediate di Bouteflika, che hanno effettivamente avuto luogo il 2 aprile 2019.
Le crescenti tensioni all’interno del regime algerino possono essere ricondotte all’inizio del dominio di Bouteflika, che è stato caratterizzato dal monopolio dello stato sulle entrate delle risorse naturali utilizzate per finanziare il sistema clientelare del governo volto a garantirne la stabilità.
Le autorità algerine hanno arrestato decine di attivisti del Mouvement pour la démocratie en Algérie dal settembre 2019. Molti rimangono tuttora detenuti con vaghe accuse.
Presi di mira anche i giornalisti che hanno documentato le proteste. I rapporti della polizia negli archivi giudiziari mostrano che la Brigade de Recherche et Investigation, ha monitorato le attività sui social media di alcuni leader del movimento, presentandole come crimini elettronici ai danni della sicurezza dello stato o dell’unità nazionale.
Sud Sudan – 2011
Le celebrazioni sono scoppiate a mezzanotte. Migliaia di manifestanti si sono riversati nelle strade di Juba nelle prime ore del mattino, issando enormi bandiere per festeggiare la nascita di una nuova Nazione. Era il 9 luglio del 2011.
Dopo più di cinquant’anni di guerriglia e due milioni di vite perse, la Repubblica del Sud-Sudan, il 54° stato dell’Africa, ha dunque ufficialmente dichiarato la propria indipendenza.
Dalla metà degli anni ’50, anche prima che il Sudan si liberasse dal giogo coloniale, i sudanesi del sud cercavano maggiori diritti. La lotta del Sud Sudan scoppiò in una vera e propria ribellione negli anni ’60, poi ripresa di nuovo negli anni ’80. Il governo sudanese rispose brutalmente, bombardando villaggi e scatenando milizie arabe che massacrarono civili e ridussero in schiavitù i minorenni.
I gruppi cristiani hanno storicamente difeso il Sud Sudan. Il governo americano ha spinto i ribelli del sud e il governo centrale a firmare un accordo di pace globale che garantisse ai meridionali il diritto alla secessione.
Fonte
Una cronaca davvero molto parziale in alcuni dettagli specifici: da Mandela che non era affatto un pacifista a senso unico come viene dipinto dall'autrice e che abdicò troppo presto nei confronti della giustizia sociale senza cui la parità civile tra bianchi e neri in Sudafrica non si è di fatto ancora realizzata, all'epidemia di Ebola in cui si rimuove come l'occidente strumentalizzò l'emergenza per insediarsi militarmente nelle aree colpite dal contagio, la cui sconfittà si giovò in larga parte degli sforzi profusi a titolo puramente solidaristico da Cuba.
09/11/2015
Sierra Leone libera dall'Ebol, ma il paese non è ancora fuori pericolo
di Federica Iezzi
E’ finalmente arrivata, in Sierra Leone, la dichiarazione ufficiale da
parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sull’assenza di
trasmissione del virus ebola per 42 giorni consecutivi.
L’infezione ha ucciso 3.955 persone in tutto il Paese nel corso degli ultimi 18 mesi, lasciando 12 mila orfani. La vicina Liberia è stata dichiarata libera dall’ebola lo scorso settembre, dopo 4.808 casi mortali. La Nigeria ha appena attraversato il traguardo di 61 giorni senza contagi dal virus.
I numeri parlano di 28.607 casi documentati di contagio dal virus ebola, in Africa occidentale, e 11.314 morti.
Per ricordare le vittime del virus della febbre emorragica, un corteo
di migliaia di persone ha sfilato lo scorso sabato sera, in tutte le
strade del centro di Freetown, in Sierra Leone. Celebrazioni, lettura
dei nomi delle vittime, riconoscimenti per i 35.000 membri del personale
sanitario, che hanno combattuto senza sosta a fianco dello staff
internazionale, si sono susseguiti all’ombra dell’albero di cotone di
600 anni, simbolo della città.
Ernest Bai Koroma, presidente della Sierra Leone, ha ricordato ai cittadini che è appena iniziato il periodo di sorveglianza di 90 giorni, seconda tappa fondamentale per dichiarare il Paese fuori pericolo. 1.437 persone sono state sottoposte a test di laboratorio nell’ultima settimana.
Il National Ebola Response Centre continuerà a operare fino alla fine dell’anno. E tutti i casi di morte sospetta dovranno seguire le procedure di sepoltura delle linee-guida tecniche, messe a punto dall’OMS.
Funzionari e operatori sanitari segnalano ancora come incogniti gli effetti collaterali a lungo termine nei pazienti guariti dalla malattia: meningite ebola-correlata, sopravvivenza del virus in particolari siti del corpo umano, meccanismi della trasmissione sessuale.
Partita da Gueckedou in Guinea Conakry,
l’ebola si diffuse in Sierra Leone dal maggio 2014. Da allora almeno 14
mila casi documentati.
Coprifuoco, chiusura delle scuole e degli uffici
pubblici, annullamento delle partite di calcio o delle proiezioni di
film nei cinema, formazione specialistica di 1.970 medici e infermieri,
implementazione dei servizi igienico-sanitari, istituzione di 160 unità
di cura dell’ebola: questi alcuni del provvedimenti presi dal governo di
Koroma, per cercare di arginare l’incalzante contaminazione.
Dai dati di Save the Children 1,8 milioni di bambini nell’ex colonia britannica hanno perso nove mesi di scuola.
Fonte
17/04/2015
Gino Strada: “Ebola è finalmente sotto controllo”. Il contributo di Cuba
Capita raramente, in questi tempi, di leggere un post che parla di vittorie. Ma le sei righe di Gino Strada ci confermano che è vero che le uniche battaglie che si perdono sono quelle che non vengono combattute. In un pappa di disattenzione, inquietudini e strumentalizzazioni razziste, in Africa c'è chi ha combattuto una battaglia sul campo e la sta vincendo: quella contro l'epidemia di Ebola. Una battaglia che ha fatto migliaia di caduti tra chi contrae il virus ma che è riuscita anche a salvare la vita alla gente sperimentando tutte le possibilità per fermare la pandemia. L'infettivologo di Emergency Emanuele Nicastri, aveva contratto il virus mortale ma è riuscito a sconfiggerlo, perché se si lotta seriamente contro le pandemie si può trovare la strada per batterle.
Riportiamo qui di seguito il post diffuso da Gino Strada che, insieme ad Emergency questa battaglia l'ha ingaggiata da subito, senza fanfare e senza troppa collaborazione da parte delle autorità.
E' doveroso sottolineare in tal senso che è stata Cuba il paese che si è impegnato di più per limitare l’epidemia di Ebola e che ha mandato il maggior numero di personale medico e sanitario in Africa. L’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS), in una conferenza stampa tenuta a settembre dello scorso anno, ha ringraziato Cuba per il suo contributo ed aveva auspicato che altri paesi prendessero il suo esempio. Tutto il personale medico inviato da Cuba in Africa per contrastare Ebola ha più di quindici anni di esperienza e ha già lavorato in altri paesi affrontando disastri naturali o altre epidemie di malattie. Oggi più di 50.000 dottori formati a Cuba lavorano in 66 paesi; 4.000 di questi si trovano soltanto in Africa, in 32 nazioni.
Era stato un editoriale del New York Times, a segnalare che i timori dei governi e dell’opinione pubblica per il virus ebola in Occidente non avevano determinato un’adeguata risposta dagli Stati più potenti e che avrebbero di più da offrire. Mentre gli Stati Uniti e molte altre nazioni ricche sono state più che disposte a stanziare fondi e inviare soldi e marines, solo Cuba e poche organizzazioni non governative – vedi Emergency – hanno inviato quello che davvero serviva sul campo: personale medico qualificato.
Sarà un caso ma colui che ha scritto che “le uniche battaglie che si perdono sono quelle che non si combattono”, aveva contribuito alla riuscita di quella rivoluzione. Era il medico Ernesto Che Guevara.
Fonte
Riportiamo qui di seguito il post diffuso da Gino Strada che, insieme ad Emergency questa battaglia l'ha ingaggiata da subito, senza fanfare e senza troppa collaborazione da parte delle autorità.
“Questa volta ci siamo, l’epidemia è sotto controllo. Ci sarà “una coda”, pochi casi sporadici nel Paese, ma questa epidemia in Africa occidentale è stata vinta, finalmente. Il nostro Centro non ha più ammalati, solo pochi convalescenti che saranno dimessi nei prossimi giorni. E anche per me, dopo più di 6 mesi, è finalmente ora di tornare a casa. Grazie a tutto il nostro staff, alle centinaia di persone che si sono impegnate con passione e professionalità. Grazie a tutti voi che ci avete incoraggiato e sostenuto in questa esperienza durissima e rischiosa, da soli non ce l’avremmo fatta”.Sono sei righe importanti e che raccontano molto di una battaglia che ha visto protagonista gente silenziosa e abituata ad accorrere dove gli altri scappano e senza la protezione dei marines, anzi tenendoli alla larga dai propri ospedali.
E' doveroso sottolineare in tal senso che è stata Cuba il paese che si è impegnato di più per limitare l’epidemia di Ebola e che ha mandato il maggior numero di personale medico e sanitario in Africa. L’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS), in una conferenza stampa tenuta a settembre dello scorso anno, ha ringraziato Cuba per il suo contributo ed aveva auspicato che altri paesi prendessero il suo esempio. Tutto il personale medico inviato da Cuba in Africa per contrastare Ebola ha più di quindici anni di esperienza e ha già lavorato in altri paesi affrontando disastri naturali o altre epidemie di malattie. Oggi più di 50.000 dottori formati a Cuba lavorano in 66 paesi; 4.000 di questi si trovano soltanto in Africa, in 32 nazioni.
Era stato un editoriale del New York Times, a segnalare che i timori dei governi e dell’opinione pubblica per il virus ebola in Occidente non avevano determinato un’adeguata risposta dagli Stati più potenti e che avrebbero di più da offrire. Mentre gli Stati Uniti e molte altre nazioni ricche sono state più che disposte a stanziare fondi e inviare soldi e marines, solo Cuba e poche organizzazioni non governative – vedi Emergency – hanno inviato quello che davvero serviva sul campo: personale medico qualificato.
Sarà un caso ma colui che ha scritto che “le uniche battaglie che si perdono sono quelle che non si combattono”, aveva contribuito alla riuscita di quella rivoluzione. Era il medico Ernesto Che Guevara.
Fonte
26/01/2015
Charlie e le apocalissi di Niamey
Non ne sapevano nulla. Di Charlie e delle penne stilografiche che ancora si usano per i bozzetti. Non erano al corrente della manifestazione di Parigi. Sapevano poco o niente di Hollande. Neppure ricordavano bene dove volevano andare. Mamadou, della Guinea dove Ebola diminuisce, mostra la cicatrice ben visibile nel cranio rasato da poco. L'hanno picchiato mentre tentava di dare l'assalto alla rete metallica di Melilla nel Marocco. La città è difesa da una serie di ostacoli per ferire i passaggi dei migranti in territorio spagnolo. Tre reticolati di 6 metri corredati con lame reintrodotte dalle autorità spagnole. Ferite alle mani, al costato, alla testa e soprattutto agli occhi per sempre. Mamadou ha capito che le parole sono lame e le lame parole taglienti. Ha deciso di tornare a casa e di riprendere a fare il commerciante di cose inutili e senza prezzo. La ferita alla testa gli ricorda che i poveri non passano impunemente le frontiere. Oggi inizia la Coppa d’Africa delle Nazioni.
Era già accaduto un’altra volta. Hanno bruciato ancora la chiesa di Zinder. Prima capitale del Niger che dista un migliaio di kilometri da Niamey. All’uscita della cattedrale di Niamey c’è la camionetta dei militari armati di paura. Proteggono quanto rimane della convivenza tra i cittadini dello stesso paese e del mondo. La bandiera è quella nera del lutto che i morti neanche possono fare. Rimangono sulla strada e poi sepolti in fretta per non lasciare traccia. Dopo la preghiera del venerdì sono i simboli della Francia a bruciare. Bruciano anche quelli degli interessi di chi la Francia ha sempre rappresentato. Anche ad Agadez c’è stato un tentativo di saccheggio poi frustrato dalle forze dell’ordine ormai tradito. Alcuni morti e poi quelli che verranno in seguito. Parole come armi e armi come parole che feriscono la testa di Mamadou che parte domattina. Con lui parte l’amico con cui sono stati traditi in Algeria. Lui faceva di mestiere il manovale e dimenticavano di pagarlo.
Potranno perdonargli di rubare. Di giocare al dittatore piccolo. Di essere amico della Francia e di trescare con gli Stati Uniti. Di arricchirsi con la Cina. Di eliminare gli avversari politici. Di comprarsi un aereo quasi nuovo con un sofisticato annesso comunicativo. Di viaggiare quasi sempre. Di aver anticipato impunemente l’inaugurazione della ferrovia. Di blindare la città quando esce la mattina e non torna la sera. Di tutto sarà perdonato. Ma non di essere stato al fianco di Hollande per la manifestazione ‘mondiale’ di Parigi sulle libertà. Non gli sarà mai perdonato di aver portato con sè il vescovo cattolico e il rappresentante delle associazioni musulmane. Di aver camminato assieme per difendere la libertà di disegnarla con le matite a forma di lama. Di non aver spiegato prima che una cosa è uccidere e l’altra disegnare la morte. Di non aver capito che i simboli sono come i reticolati di Melilla e le foreste di Nador. Di non aver calcolato la dignità del popolo.
Neanche loro sapevano nulla di Charlie. In fondo di queste cose non gli interessa nulla. Sono questioni da benpensanti che fabbricano e vendono milioni di copie. Nessuno può permettersi di comprare quel giornale se non si ha di che nutrirsi l’indomani. Sono battaglie da retrovia oppure da salotto. Sanno che è più importante liberare la parola dei poveri. Dei giornali sanno poco o niente. Al massimo vorrebbero arrivare in Europa evitando le prigioni di chi li arresta per i soldi. Devono chiamare a casa per farseli mandare e poi continuare il viaggio. I giornali satirici non sanno niente di questo e raccontano inutili conferme per i potenti del momento. Ismael era partito l’anno scorso con la qualifica di sarto. Sapeva cucire gli abiti finché Ebola gli ha chiesto di indossare la morte. Prima di provare la taglia è scappato per fare il manovale nei cantieri di Algeri. Con i suoi 23 anni rammenda il passato e cuce modelli di futuro.
Ibrahima pensa a sbarcare il lunario. Dalla Guinea è finito in Costa d’Avorio, poi ha attraversato il Burkina Faso. Scavalca il Niger e si trova nella solita Algeria che nega l’esistenza agli africani di pelle nera. Schiavi o niente. Mendicanti quanto basta o al massimo concubine per gli harem col petrolio dal prezzo in ribasso. Torna dalla disperazione e tiene stretti tra le mani i suoi 22 anni col profilo di sabbia. Sono insieme a Souleymane che a 25 anni fa la figura del patriarca. Voleva andare in Marocco e per distrarsi ha cominciato a fare disegni sulla sabbia.
Mauro Armanino, Niamey, gennaio 2015
Fonte
27/12/2014
Il medico di Emergency che ha sconfitto Ebola: «Solo un soldato ferito»
Lui non si sentirà un eroe ma certo è una persona eccezionale. Ci piacerebbe farne il nome, che conosciamo, ma non spetta a noi violare la privacy del malato e della sua famiglia a Catania. «Non credo di essere un eroe ma so per certo di non essere un ‘untore’: sono solo un soldato che si è ferito nella lotta contro un nemico spietato». Lo scrive il medico italiano di Emergency colpito da Ebola e ricoverato allo Spallanzani, in un messaggio reso pubblico della sua Ong. Da notizie ufficiose si parla ormai di guarigione clinica e di prossime dimissione. Nel 2015 la sua ‘resurrezione’ ormai certa. Ma ecco il testo della lettera che il nostro ‘Soldato’ ha mandato per Natale ad Emergency e che la stessa ha oggi reso nota.
Fonte
«L’ultima cosa che ricordo della Sierra Leone è il viaggio fino all’aeroporto assieme ai colleghi e la partenza sull’aereo dell’Aeronautica Militare. Poi l’arrivo in Italia all’interno di un contenitore ermetico e il trasporto all’Istituto Spallanzani.Adesso, un eccezionale 2015 con il suo ritorno in famiglia nella sua bella Catania gentile dottor [...] ‘Soldato’.
Ricordo i primi due o tre giorni trascorsi in isolamento, i farmaci sperimentali che ho iniziato, l’estremo malessere, la nausea, il vomito, l’irrequietezza; pensavo in quei momenti ai pazienti che avevo contribuito a curare, stavo provando le stesse cose che loro avevano provato e cercavo di capire qualcosa di più di ciò che mi stava succedendo, cercavo di mantenere la mente lucida e distaccata per un’analisi “scientifica”.
Ma il malessere era troppo e troppo difficile restare concentrato. Poi la trasfusione di plasma cui credo sia seguita una reazione trasfusionale e la luce della coscienza che grossomodo si spegne.
Mi hanno raccontato di essere stato in rianimazione, di essere stato intubato e sedato; so di avere firmato una serie di consensi per i protocolli sperimentali poi, dopo questo, non ho memoria di nulla, mi mancano due settimane, quelle del mio aggravamento, durante le quali mi sono in qualche modo battuto contro il mio nemico; e pare che sia riuscito a batterlo.
Da qualche giorno sto meglio, lentamente ho ripreso in mano il controllo del mio corpo, riesco a muovermi in autonomia; da qualche giorno ho iniziato a leggere qualcosa di ciò che è stato pubblicato a proposito della mia vicenda; in larga misura parole di conforto, di sostegno e augurali ma anche parole che possono essere giustificate solo dall’ignoranza.
Non credo di essere un “eroe” ma so per certo di non essere un “untore”: sono solo un soldato che si è ferito nella lotta contro un nemico spietato. Una delle cose più belle che ho letto in questi giorni è un articolo online che parla di solidarietà, di rispetto, di dignità. E non posso non pensare ai miei colleghi di Emergency che, anche in questi giorni, sono in Sierra Leone cercando di fare sempre di più e sempre meglio per curare i malati di Ebola.
Ebola è un mostro terribile e temibile ma sono convinto che la sconfitta di questo mostro dipenda in larga misura dal fronte che lo ostacola. Spero che questo fronte possa allargarsi e opporsi a Ebola in modo sempre più efficace”.
Buon Natale!».
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23/12/2014
Ebola, dito puntato contro il FMI
Ormai non se ne parla quasi più sui nostri media, la possibile epidemia di Ebola ventilata in Europa e in occidente fino a qualche settimana fa sembra per ora sventata e assai poco probabile nell’immediato futuro ed ecco che la grande stampa ha abbandonato la questione.
Eppure proprio in queste ore l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato un nuovo allarme sulle recrudescenza della malattia in Africa. Secondo gli ultimi dati resi noti il 16 dicembre - e quindi già superati visto il procedere rapido dell’infezione - i morti erano arrivati a quota 7400 su circa 20 mila casi registrati con un balzo di alcune centinaia di vittime rispetto a pochi giorni prima.
Inoltre proprio in questi giorni una ricerca condotta da alcuni ricercatori del dipartimenti di sociologia dell’Università di Cambridge, dell’Università di Oxford e della London School of Hygiene and Tropical Medicine dimostra che le politiche di austerità budgetarie imposte dall’FMI hanno rallentato lo sviluppo di sistemi e servizi sanitari in grado di contrastare il morbo in Guinea, Liberia e Sierra Leone, i tre paesi africani epicentro dell’epidemia. Secondo lo studio infatti una delle ragioni principali della rapidità con cui Ebola si è diffusa in questi paesi è legata «alla debolezza dei sistemi sanitari della regione», sostiene l’autore principale della ricerca, Alexander Kentikelenis, sociologo dell’Università di Cambridge secondo il quale «I programmi di cui l’FMI si è fatto promotore hanno ridotto i mezzi finanziari e le risorse umane dei sistemi sanitari nei paesi colpiti da Ebola, rimasti totalmente impreparati quando il virus ha iniziato a diffondersi tra le loro popolazioni».
Le conclusioni dello studio sono il risultato di una lunga ricerca durante la quale i ricercatori hanno passato in rassegna le politiche promosse dal Fondo monetario prima dell’epidemia scartabellando i dati forniti dai programmi di prestiti finanziari concessi dall’istituzione tra il 1990 e il 2014, per poi analizzarne l’impatto in Guinea, Liberia e Sierra Leone. «Nel 2013, poco prima dell’emergenza Ebola, i tre paesi sono stati sottoposti alle direttive economiche dell’FMI, e nessuno di loro è riuscito ad aumentare le sue spese sociali nonostante i bisogni urgenti registrati nel settore sanitario», assicurano i ricercatori. Secondo lo studio, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica The Lancet, 20 anni di austerity e piani di aggiustamento hanno finito per mettere in ginocchio le infrastrutture pubbliche sanitarie di molti paesi africani, impedendo a quelli colpiti da Ebola di affrontare in modo adeguato l’epidemia che sta colpendo soprattutto l’Africa centro-occidentale.
Di fronte alle dure accuse i responsabili dell’istituzione internazionale hanno per lo più fatto gli gnorri, mentre un portavoce sostiene che non prevedendo il mandato del Fondo interventi specifici nella sanità pubblica (!) l’FMI non ha alcuna responsabilità in quanto sta accadendo.
Fonte
05/12/2014
Ebola. In Africa occidentale 5 milioni di bambini senza scuola
Chiuse, insieme ad altri edifici pubblici, per scongiurare il diffondersi ulteriore del virus o usate come centri di detenzione per i malati di Ebola. È questo il destino delle scuole in Guinea, Liberia e Sierra Leone: con effetti devastanti soprattutto per le ragazze, le più esposte a situazioni di alto rischio come matrimoni e gravidanze precoci. A rivelarlo è il rapporto ‘Ebola Emergency: Restoring Education, Creating Safe Schools and Preventing Long-term Crisis’ della Global Business Coalition for Education in collaborazione con A World at School, che propone – in attesa della riapertura delle scuole – l’insegnamento attraverso radio, televisione, telefoni cellulari e internet.
Nei tre Paesi sarebbero 5 milioni i bambini costretti a non andare a scuola a causa dell’epidemia di Ebola.
“Con i bambini senza scuola a tempo indeterminato, Ebola minaccia di invertire anni di progresso educativo in Africa occidentale dove i tassi di alfabetizzazione sono già bassi e i sistemi scolastici si stanno solo ora riprendendo da anni di guerra civile” sostiene nel rapporto l’inviato speciale delle Nazioni Unite per l’educazione globale, Gordon Brown.
Il 54% dei bambini rischia di non tornare più in aula se non va a scuola per un anno e “Il rischio di lavoro minorile aumenta rapidamente dato che il contributo all’economia domestica diventa fondamentale per le famiglie”. A essere maggiormente colpiti per le generazioni a venire sarebbero i “più emarginati”, se “scuole sicure” non vengono riaperte.
Ma le scuole prima di essere riaperte – si legge nel rapporto – devono essere pulite e disinfettate, dotate di acqua e servizi igienici migliori. Mentre, una volta riaperte, gli insegnanti andrebbero preparati a riconoscere i sintomi di Ebola in modo da saper individuare eventuali casi. Le scuole in questo modo oltre a garantire un’istruzione fornirebbero anche una “prima linea di difesa nel tracciare e monitorare i potenziali casi di Ebola”.
A introdurre nel mese scorso l’insegnamento via radio è stato il governo della Sierra Leone: “I programmi radiofonici (e televisivi) sono stati ben accolti da genitori e alunni. Il fatto che si stiano impegnando è già un segno di riuscita” ha sostenuto il ministro dell’Informazione, Alpha Kanu. Un altro Paese ad aver introdotto misure analoghe è la Liberia, secondo quanto riportato da Unicef.
Intanto, secondo i dati diffusi mercoledì dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), il bilancio delle vittime di ebola è salito a 6.070 su 17.145 casi al 30 novembre scorso. In Sierra Leone “La trasmissione rimane intensa e persistente in tutto il paese, con l’eccezione del Sud”. Mentre “nelle zone occidentali, come Freetown e Port Loko, il trattamento e la capacità di isolamento continuano ad essere resi carenti da un grande volume di nuovi pazienti”.
La Sierra Leone ha registrato 1.455 su 2.039 nuovi casi nei tre paesi negli ultimi 21 giorni.
Fonte
13/11/2014
L’ebola dove l’ebola non c’è
di Federica Iezzi
Gli ultimi dati: 13.268 casi di ebola, 4.960 morti tra Guinea, Liberia e Sierra Leone, i Paesi dell’Africa Occidentale, maggiormente colpiti, dall’inizio dell’epidemia. Un caso di contagio e una vittima in Mali, una vittima spagnola, quattro contagi di cittadini statunitensi, con una vittima. Dalla metà di ottobre Nigeria e Senegal, sono stati dichiarati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità “ebola-free”. 42 giorni senza nuovi casi.
Dove la situazione è ancora preoccupante è la Mano River region, tra Guinea, Liberia e Sierra Leone. La febbre emorragica continua ad esplodere, nonostante l’enorme sforzo di gestione e contenimento dei contagi, nonostante l’avvio di esclusive infrastrutture sanitarie, nonostante le martellanti campagne di informazione.
Perché questa enorme propagazione allora? Dal 1976, quando ebola fece la sua prima comparsa a Yambuku, nell’ex Zaire, almeno 29 ripetute e continue epidemie hanno flagellato la terra africana. Ultime solo in ordine di tempo quelle in Congo e Uganda del 2012. Hanno avuto luogo in aree remote, in villaggi isolati. Nessuno si è chiesto perché villaggi senza nome, sono stati totalmente sterminati dal virus, sulle colline a nord-est del Congo o nel distretto di Kibaale nell’Uganda occidentale.
Oggi ebola continua a serpeggiare per un territorio di circa 430 mila chilometri quadrati, abitata da 22 milioni di persone. Persone che oggi hanno la libertà di viaggiare, di spostarsi in città densamente popolate, di entrare in un ospedale per avere accesso a cure mediche.
La trasmissione avviene fra parenti e amici dei contagiati. Con lo scambio parallelo di sangue e fluidi biologici (liquido spermatico, secrezioni vaginali, saliva, urina, vomito). Tramite il diretto contatto con i cadavere dei defunti o con le persone guarite, contagiose per almeno ulteriori 50 giorni.
A tutti gli operatori sanitari che lasciano i Paesi endemici e rientrano in Italia viene fatta una valutazione del rischio, imposta dal Ministero della Salute, in base ai criteri indicati da OMS ed European Centre for Disease Prevention and Control. A questo si aggiunge l’opinione, spesso fuori luogo, dettata da un certo grado di autonomia, di enti locali e ASL, che possono decidere con una valutazione del rischio identica, di imporre o meno un isolamento.
Se i nostri operatori sanitari nei Paesi africani endemici hanno seguito tutte le norme di tutela e sempre indossato i dispositivi di protezione individuale, il rischio di diffusione al rientro è basso e l’ordinanza, che impone la quarantena, non diventa obbligatoria. Le misure di quarantena forzata per gli operatori umanitari asintomatici, di ritorno dalle aree colpite dal virus ebola in Africa occidentale, non sono fondate su alcuna base scientifica.
I protocolli dunque permetterebbero di tornare ad una vita normale. Anche nella remota possibilità che l’operatore fosse infetto, finché non ci sono sintomi eclatanti come diarrea, vomito o sanguinamenti, non è comunque contagioso per gli altri.
E in tutto questo nessuna nota della ministra della sanità Beatrice Lorenzin.
E allora inizia lo squilibrio: ripercorrere il tragitto in treno o la mappa delle visite nei negozi sotto casa, tenere i figli lontani da scuola e giardini pubblici, obbligare i familiari a restare chiusi in casa.
E mentre si parla di aiutare a non terrorizzare il mondo rispetto ai Paesi africani che stanno vivendo il dramma dell’ebola, l’Italia risponde con misure di isolamento immotivate. E con misure sproporzionate di sorveglianza negli aeroporti, ricordando tra l’altro, che l’Italia, a differenza di altri Paesi Europei, non ha collegamenti aerei diretti con i Paesi endemici africani.
E le conseguenze dell’ebola dove non c’è l’ebola sono disastrose. In Gambia, 700 chilometri dai focolai del virus, 50-60% in meno di turisti. In Kenya, 7.900 chilometri dalla Sierra Leone, turismo sceso del 75-80%. Crollano anche i viaggi in Sudafrica, 9.500 chilometri dalla Guinea.
Fonte
Gli ultimi dati: 13.268 casi di ebola, 4.960 morti tra Guinea, Liberia e Sierra Leone, i Paesi dell’Africa Occidentale, maggiormente colpiti, dall’inizio dell’epidemia. Un caso di contagio e una vittima in Mali, una vittima spagnola, quattro contagi di cittadini statunitensi, con una vittima. Dalla metà di ottobre Nigeria e Senegal, sono stati dichiarati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità “ebola-free”. 42 giorni senza nuovi casi.
Dove la situazione è ancora preoccupante è la Mano River region, tra Guinea, Liberia e Sierra Leone. La febbre emorragica continua ad esplodere, nonostante l’enorme sforzo di gestione e contenimento dei contagi, nonostante l’avvio di esclusive infrastrutture sanitarie, nonostante le martellanti campagne di informazione.
Perché questa enorme propagazione allora? Dal 1976, quando ebola fece la sua prima comparsa a Yambuku, nell’ex Zaire, almeno 29 ripetute e continue epidemie hanno flagellato la terra africana. Ultime solo in ordine di tempo quelle in Congo e Uganda del 2012. Hanno avuto luogo in aree remote, in villaggi isolati. Nessuno si è chiesto perché villaggi senza nome, sono stati totalmente sterminati dal virus, sulle colline a nord-est del Congo o nel distretto di Kibaale nell’Uganda occidentale.
Oggi ebola continua a serpeggiare per un territorio di circa 430 mila chilometri quadrati, abitata da 22 milioni di persone. Persone che oggi hanno la libertà di viaggiare, di spostarsi in città densamente popolate, di entrare in un ospedale per avere accesso a cure mediche.
La trasmissione avviene fra parenti e amici dei contagiati. Con lo scambio parallelo di sangue e fluidi biologici (liquido spermatico, secrezioni vaginali, saliva, urina, vomito). Tramite il diretto contatto con i cadavere dei defunti o con le persone guarite, contagiose per almeno ulteriori 50 giorni.
A tutti gli operatori sanitari che lasciano i Paesi endemici e rientrano in Italia viene fatta una valutazione del rischio, imposta dal Ministero della Salute, in base ai criteri indicati da OMS ed European Centre for Disease Prevention and Control. A questo si aggiunge l’opinione, spesso fuori luogo, dettata da un certo grado di autonomia, di enti locali e ASL, che possono decidere con una valutazione del rischio identica, di imporre o meno un isolamento.
Se i nostri operatori sanitari nei Paesi africani endemici hanno seguito tutte le norme di tutela e sempre indossato i dispositivi di protezione individuale, il rischio di diffusione al rientro è basso e l’ordinanza, che impone la quarantena, non diventa obbligatoria. Le misure di quarantena forzata per gli operatori umanitari asintomatici, di ritorno dalle aree colpite dal virus ebola in Africa occidentale, non sono fondate su alcuna base scientifica.
I protocolli dunque permetterebbero di tornare ad una vita normale. Anche nella remota possibilità che l’operatore fosse infetto, finché non ci sono sintomi eclatanti come diarrea, vomito o sanguinamenti, non è comunque contagioso per gli altri.
E in tutto questo nessuna nota della ministra della sanità Beatrice Lorenzin.
E allora inizia lo squilibrio: ripercorrere il tragitto in treno o la mappa delle visite nei negozi sotto casa, tenere i figli lontani da scuola e giardini pubblici, obbligare i familiari a restare chiusi in casa.
E mentre si parla di aiutare a non terrorizzare il mondo rispetto ai Paesi africani che stanno vivendo il dramma dell’ebola, l’Italia risponde con misure di isolamento immotivate. E con misure sproporzionate di sorveglianza negli aeroporti, ricordando tra l’altro, che l’Italia, a differenza di altri Paesi Europei, non ha collegamenti aerei diretti con i Paesi endemici africani.
E le conseguenze dell’ebola dove non c’è l’ebola sono disastrose. In Gambia, 700 chilometri dai focolai del virus, 50-60% in meno di turisti. In Kenya, 7.900 chilometri dalla Sierra Leone, turismo sceso del 75-80%. Crollano anche i viaggi in Sudafrica, 9.500 chilometri dalla Guinea.
Fonte
27/10/2014
Ebola? In Italia possono portarlo i soldati Usa
Abbiamo nelle orecchie il berciare dei leghisti e anche di Grillo (che quando vuol sparar scemenze è secondo a pochi): "gli immigrati africani portano l'Ebola!". Facile dire che si tratta di ignoranti allarmisti (e qualche insulto in più se lo meritano certamente...), perché l'evoluzione di questa malattia è così rapida (pochi giorni) che è assolutamente impossibile che dei migranti "clandestini" - quelli che debbono attraversare il Sahara e poi salire su barconi dopo mesi di attesa - possano arrivare vivi su queste sponde.
Al contrario, tutti i casi di infezione reale verificatisi nei paesi avanzati sono riferiti a cittadini occidentali rientrati via aereo dai paesi focolai dell'infezione. Medici, infermieri, missionari, diplomatici di basso rango...
E ora i militari statunitensi. Ricorderete certamente la bizzarra decisione di Obama e del Pentagono di mandare a combattere il virus... da 3.000 marines, mentre i cubani mandavano 300 tra medici e infermieri. Una decisione, quella Usa, contro la logica e parecchio pericolosa. Perché i marines a tutto sono preparati, meno che a vedersela con i nemici invisibili come i virus (certo, ci sono anche reparti specializzati nella guerra chimico-batteriologica, ma non è che rischino meno...).
Ed ecco qui la notizia di oggi, presa dal serissimo e filo americanissimo Sole 24Ore:
Ebola, soldati Usa dalla Liberia in isolamento in Italia
Un gruppo di soldati americani di rientro dalla Liberia, uno dei Paesi dell'Africa occidentale colpiti dall'epidemia di Ebola, sono posti in isolamento in Italia. Lo riferiscono Cnn e Cbs News.
I soldati, riferisce la Cnn, dovranno rimanere nella base militare americana di Vicenza, per 21 giorni, dove saranno monitorati, senza possibilità di contatto con la famiglie. Il Pentagono sostiene che si tratta di una precauzione.
I militari posti sotto osservazione sono attualmente 11 e tra loro c'è anche il generale Darryl Williams, comandante dell'esercito Usa in Africa. Secondo quanto riporta l'emittente Usa, i militari al loro arrivo in Italia sono stati accolti dai carabinieri che indossavano tute protettive. Per la giornata di oggi è atteso il rientro in Italia di altri trenta soldati statunitensi.
Fonte
26/10/2014
10mila casi di Ebola e già 5mila i morti. È una escalation
Superati i 10mila casi di Ebola dall’inizio dell’epidemia in Africa occidentale. I casi accertati sono 10.141 con 4.922 morti. Prima vittima del virus in Mali una bimba di 2 anni. Ha viaggiato in autobus a contatto con numerose persone. New York ordina la quarantena per i passeggeri da zone a rischio.
Un escalation in progressione di innocente memoria scolastica, aritmetica o geometrica? Il malato zero quanti sani potrà contagiare? Uno solo prima che la sua malattia venga accertata? Se parliamo di almeno dell’improbabile uno tra familiari e/o sanitari, esce fuori quello che a scuola ci avevano insegnato a chiamare il ‘fattore di scala’, uno stabilito per il nostro esempio. Diventa facile stabilire che 1 diventa 2, ma 2 produce 4, e 4 faranno 8, e poi 16, 32, e via verso l’ecatombe. Il problema è fermare il contagio, ridurre a zero il ‘fattore di scala’ e poi mettere in campo cure e l’atteso vaccino.
L’Organizzazione mondiale della sanità denuncia che sono stati superati i 10mila casi di Ebola dall’inizio dell’epidemia in Africa occidentale. Esattamente 10.141 quelli accertati, con 4.922 morti. Questo in appena otto mesi. Cifra molto superiore alle poche centinaia delle epidemie precedenti. Nel ‘fattore di scala’ di cui parlavamo prima, l’ottimistico ‘fattore uno, quei contagiati individuati e in terapia potrebbero aver già moltiplicato a 20 mila i prossimi casi. Come forse accaduto per la bimba di 2 anni, dal Gana ha viaggiato in autobus per più di mille chilometri per morire in Mali.
Curare i malati, ma isolare i contagi per fermare quella ‘progressione geometrica’ con un ‘fattore di scala’ che non si fermerebbe a un malato un altro contagiato e sarebbe sterminio. Anche per questo negli Stati Uniti i governatori di New York e del New Jersey hanno annunciato che i passeggeri in ingresso dagli aeroporti JFK e Newark, dopo contatti con malati di Ebola in Liberia, Guinea e Sierra Leone saranno messi in quarantena. Il governatore Cuomo ha chiarito che il provvedimento riguarda tutto il personale medico e paramedico di ritorno dai tre Paesi africani più colpiti da Ebola.
Anche Obama s’è mobilitato. “Dobbiamo lavorare insieme a livello federale, statale e locale. Perché il modo per fermare il virus, è contrastare l’ebola alla fonte, in Africa Occidentale”. Vigilanza massima assieme a rassicurazione. “Sette americani sono stati ricoverati per aver contratto il virus dell’ebola e sono tutti guariti”. Prevenzione a casa prima ancora della diagnosi. Gesto simbolico contro la paura ‘dell’untore’ e del frequentare luoghi e mezzi pubblici, proprio ieri, il presidente ha incontrato l’infermiera di Dallas, Nina Pham, guarita da Ebola, e l’ha salutata con un abbraccio.
Fonte
22/10/2014
"Ebola: perché non collabora con Cuba?". New York Times rimbrotta Obama
I leader di 12 paesi dell’America Latina e dei Caraibi riuniti a Cuba hanno concordato all’Avana una risposta comune contro Ebola, che secondo il presidente cubano Raul Castro minaccia di diventare una delle “più gravi pandemie della storia”.
“Abbiamo deciso di coordinare i nostri sforzi per prevenire e affrontare l’epidemia” e rispondere “alle priorità dei paesi fratelli dei Caraibi”, ha detto il presidente venezuelano, Nicolas Maduro, leggendo le conclusioni del vertice straordinario dell’Alba-Tcp, l’Alleanza bolivariana per i popoli della Nostra America-Trattato del commercio dei popoli.
I capi di stato e di governo del blocco hanno adottato una dichiarazione in 23 punti in cui si impegnano alla “elaborazione di un piano di azione” contro Ebola, entro e non oltre il 5 novembre. Per prepararlo, si terrà il 29 e 30 ottobre a L’Avana un “incontro tecnico” ha detto Maduro.
I leader sudamericani hanno inoltre convenuto di proporre alla Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (Celac), presieduta dal Costa Rica, di “promuovere gli sforzi regionali contro Ebola” decidendo inoltre di intensificare le misure di sorveglianza alle frontiere, in particolare in porti e aeroporti.
In occasione del vertice, Cuba ha anche annunciato l’invio di altre ‘brigate sanitarie’ in Liberia e Guinea, in aggiunta ai 165 medici e infermieri che sono già in Sierra Leone dal 1° ottobre.
“Se lasciata incontrollata, questa minaccia in Africa occidentale può essere una delle peggiori pandemie della storia umana” ha detto Castro, osservando che “nelle vene della nostra America scorre sangue africano”.
Ed incredibilmente, oggi il New York Times ha esplicitamente rimbrottato l’amministrazione Obama che si rifiuta di collaborare con Cuba per contrastare la diffusione dell’Ebola in Africa.
In un editoriale uno dei maggiori e più influenti quotidiani degli Stati Uniti condanna duramente la politica sanitaria adottata da Washington. «L'Avana si è infatti impegnata a inviare centinaia di professionisti medici in Africa occidentale. Pur essendo un Paese impoverito sta giocando il ruolo più importante tra le nazioni che cercano di contenere il virus» scrive oggi il Nyt che, pur affermando che il grande sforzo cubano in campo sanitario internazionale è in realtà legato al desiderio di migliorare il suo profilo internazionale, scrive che l'azione «dovrebbe essere lodata ed emulata». Anche perché Stati Uniti e altri Paesi ricchi sono stati felici di offrire finanziamenti ma «solo Cuba e poche organizzazioni non governative stanno offrendo ciò che è più necessario: medici sul campo. Per questo è una vergogna che Washington - il donatore numero uno nella lotta contro l'Ebola - sia diplomaticamente distaccato dall'Avana, che contribuisce nel modo più coraggioso».
Fonte
Il NYT si idmentica di scrivere che al netto della "politica reale" Cuba manda medici perchè mossa da uno spirito di doslidarietà che il mondo occidentale non conosce più, non a caso gli USA saranno anche i primi finanziatori della campagna contro Ebola, ma in Africa stanno inviando qualche migliaio di militari, non personale medico.
“Abbiamo deciso di coordinare i nostri sforzi per prevenire e affrontare l’epidemia” e rispondere “alle priorità dei paesi fratelli dei Caraibi”, ha detto il presidente venezuelano, Nicolas Maduro, leggendo le conclusioni del vertice straordinario dell’Alba-Tcp, l’Alleanza bolivariana per i popoli della Nostra America-Trattato del commercio dei popoli.
I capi di stato e di governo del blocco hanno adottato una dichiarazione in 23 punti in cui si impegnano alla “elaborazione di un piano di azione” contro Ebola, entro e non oltre il 5 novembre. Per prepararlo, si terrà il 29 e 30 ottobre a L’Avana un “incontro tecnico” ha detto Maduro.
I leader sudamericani hanno inoltre convenuto di proporre alla Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (Celac), presieduta dal Costa Rica, di “promuovere gli sforzi regionali contro Ebola” decidendo inoltre di intensificare le misure di sorveglianza alle frontiere, in particolare in porti e aeroporti.
In occasione del vertice, Cuba ha anche annunciato l’invio di altre ‘brigate sanitarie’ in Liberia e Guinea, in aggiunta ai 165 medici e infermieri che sono già in Sierra Leone dal 1° ottobre.
“Se lasciata incontrollata, questa minaccia in Africa occidentale può essere una delle peggiori pandemie della storia umana” ha detto Castro, osservando che “nelle vene della nostra America scorre sangue africano”.
Ed incredibilmente, oggi il New York Times ha esplicitamente rimbrottato l’amministrazione Obama che si rifiuta di collaborare con Cuba per contrastare la diffusione dell’Ebola in Africa.
In un editoriale uno dei maggiori e più influenti quotidiani degli Stati Uniti condanna duramente la politica sanitaria adottata da Washington. «L'Avana si è infatti impegnata a inviare centinaia di professionisti medici in Africa occidentale. Pur essendo un Paese impoverito sta giocando il ruolo più importante tra le nazioni che cercano di contenere il virus» scrive oggi il Nyt che, pur affermando che il grande sforzo cubano in campo sanitario internazionale è in realtà legato al desiderio di migliorare il suo profilo internazionale, scrive che l'azione «dovrebbe essere lodata ed emulata». Anche perché Stati Uniti e altri Paesi ricchi sono stati felici di offrire finanziamenti ma «solo Cuba e poche organizzazioni non governative stanno offrendo ciò che è più necessario: medici sul campo. Per questo è una vergogna che Washington - il donatore numero uno nella lotta contro l'Ebola - sia diplomaticamente distaccato dall'Avana, che contribuisce nel modo più coraggioso».
Fonte
Il NYT si idmentica di scrivere che al netto della "politica reale" Cuba manda medici perchè mossa da uno spirito di doslidarietà che il mondo occidentale non conosce più, non a caso gli USA saranno anche i primi finanziatori della campagna contro Ebola, ma in Africa stanno inviando qualche migliaio di militari, non personale medico.
20/10/2014
Lotta all'Ebola, elogi a Cuba dall'Onu
L'epidemia di Ebola "ci minaccia tutti" ha detto il presidente cubano Raul Castro inaugurando all'Avana un "summit straordinario" di 12 Paesi dell'America latina e dei Caraibi incentrato sull'epidemia che per il momento sta risparmiando il continente. "Una terribile epidemia si propaga oggi fra i popoli fratelli dell'Africa e ci minaccia tutti", ha dichiarato Castro. "Se questa minaccia non sarà arginata in Africa occidentale potrebbe diventare una delle pandemie più gravi della storia dell'umanità", ha avvertito il presidente cubano davanti a 11 suoi pari del continente riuniti nella capitale cubana.
Cuba, paese maggiormente presente sul campo con più di 450 fra medici e infermieri dispiegati in Africa occidentale, ospita questo summit il cui obiettivo è quello di "armonizzare i protocolli per proteggere la popolazione e prevenire la diffusione della malattia nei Paesi della regione", afferma una nota del ministero degli Esteri cubano. Al vertice sono presenti i nove capi di Stato dell'Alternativa bolivariana per le Americhe (Alba), blocco creato nel 2005 dai Paesi governati dalla sinistra. Oltre a Cuba, comprende Venezuela, Ecuador, Bolivia, Nicaragua e diversi piccoli Stati caraibici. Anche Haiti, Grenada e Saint-Kitts e Nevis sono stati invitati.
Dalle istituzioni internazionali continuano intanto ad arrivare elogi nei confronti di Cuba.
Semplicemente, “straordinario”, ha detto al suo arrivo all’Avana il coordinatore delle Nazioni Unite per la lotta a Ebola, David Navarro, a proposito del contributo dato finora da Cuba con l’invio di personale medico specializzato aggiuntivo in Africa, continente in cui è da tempo presente in campo sanitario.
A poche ore dall’avvio, nella capitale cubana, del Vertice straordinario dell’Alleanza bolivariana per i popoli della Nostra America-Trattato del commercio dei popoli (Alba-Tcp), lo specialista inglese ha ringraziato l’isola per aver inviato “i suoi migliori medici, infermieri e personale” dando così “una dimostrazione di solidarietà, di fratellanza e un sostegno di prima classe”, esortando altri paesi “a portare un aiuto simile”.
Capi di stato e di governo, insieme ai ministri di 12 paesi si prefiggono con il vertice straordinario “di dare il loro contributo unito di fronte a questa importante sfida sanitaria” nelle parole del presidente venezuelano Nicolás Maduro, che parteciperà ai lavori. Presente anche la direttrice generale dell’Organizzazione panamericana della salute (Ops) Carissa Etienne, la prima ad arrivare all’Avana. “Siamo qui per parlare con i capi di Stato anche di quello che sta facendo Cuba, un paese piccolo che si pone da esempio, per affrontare Ebola. Ma anche per condividere la cooperazione tecnica dell’Ops e assicurarci che i paesi siano preparati di fronte a eventuali casi di Ebola” ha detto Etienne.
All’inizio di ottobre, Cuba ha inviato 165 medici e infermieri a combattere Ebola in Sierra Leone: in totale saranno 461 distribuiti prossimamente anche in Liberia e Guinea.
Fonte
Cuba, paese maggiormente presente sul campo con più di 450 fra medici e infermieri dispiegati in Africa occidentale, ospita questo summit il cui obiettivo è quello di "armonizzare i protocolli per proteggere la popolazione e prevenire la diffusione della malattia nei Paesi della regione", afferma una nota del ministero degli Esteri cubano. Al vertice sono presenti i nove capi di Stato dell'Alternativa bolivariana per le Americhe (Alba), blocco creato nel 2005 dai Paesi governati dalla sinistra. Oltre a Cuba, comprende Venezuela, Ecuador, Bolivia, Nicaragua e diversi piccoli Stati caraibici. Anche Haiti, Grenada e Saint-Kitts e Nevis sono stati invitati.
Dalle istituzioni internazionali continuano intanto ad arrivare elogi nei confronti di Cuba.
Semplicemente, “straordinario”, ha detto al suo arrivo all’Avana il coordinatore delle Nazioni Unite per la lotta a Ebola, David Navarro, a proposito del contributo dato finora da Cuba con l’invio di personale medico specializzato aggiuntivo in Africa, continente in cui è da tempo presente in campo sanitario.
A poche ore dall’avvio, nella capitale cubana, del Vertice straordinario dell’Alleanza bolivariana per i popoli della Nostra America-Trattato del commercio dei popoli (Alba-Tcp), lo specialista inglese ha ringraziato l’isola per aver inviato “i suoi migliori medici, infermieri e personale” dando così “una dimostrazione di solidarietà, di fratellanza e un sostegno di prima classe”, esortando altri paesi “a portare un aiuto simile”.
Capi di stato e di governo, insieme ai ministri di 12 paesi si prefiggono con il vertice straordinario “di dare il loro contributo unito di fronte a questa importante sfida sanitaria” nelle parole del presidente venezuelano Nicolás Maduro, che parteciperà ai lavori. Presente anche la direttrice generale dell’Organizzazione panamericana della salute (Ops) Carissa Etienne, la prima ad arrivare all’Avana. “Siamo qui per parlare con i capi di Stato anche di quello che sta facendo Cuba, un paese piccolo che si pone da esempio, per affrontare Ebola. Ma anche per condividere la cooperazione tecnica dell’Ops e assicurarci che i paesi siano preparati di fronte a eventuali casi di Ebola” ha detto Etienne.
All’inizio di ottobre, Cuba ha inviato 165 medici e infermieri a combattere Ebola in Sierra Leone: in totale saranno 461 distribuiti prossimamente anche in Liberia e Guinea.
Fonte
Ebola sottovalutata Gli errori in Africa, Italia impreparata
La buona notizia è che l’infermiera spagnola forse riesce a vincere il virus. La sola notizia positiva. Intanto l’Oms ammette errori in Africa. Obama: ‘No all’isteria’ ma negli Stati Uniti è paura. In Italia gli infermieri lanciano l’allarme: impreparati a far fronte all’emergenza. Reazioni zero.
L’infermiera spagnola Teresa Romero, colpita dall’Ebola, non mostra più presenza del virus nel sangue. Almeno una buona notizia sul fronte della lotta alla malattia nel giorno in cui l’Organizzazione mondiale della Sanità ammette errori e miopia nell’affrontare l’emergenza. Ma anche sulla presunta guarigione dell’infermira spagnola meglio esercitare la prudenza. Un test è risultato negativo. Se anche un secondo test darà risultato negativo, solo allora il caso potrà dichiararsi praticamente chiuso, ma non per questo la paziente potrà essere dichiarata guarita e dimessa.
Intanto, l’Oms si fa un duro esame di coscienza. Staff incompetente, nomine politiche in Africa e burocrazia. Un mix ‘fatale’ che ha impedito all’Organizzazione di cogliere la ”tempesta perfetta che stava arrivando”. E’ un documento interno all’Oms che alimenta i dubbi sulla risposta internazionale al virus dell’Ebola, che può diventare ”disastro umanitario della nostra generazione”. Una risposta non adeguata anche negli Stati Uniti, dove l’ospedale di Dallas del ‘paziente zero’ fa anch’esso mea culpa: in una lettera aperta chiede scusa, ammette carenze e si impegna ad applicare standard più rigidi.
Mentre il presidente americano Barack Obama si appresta a chiedere nuovi fondi al Congresso per combattere l’Ebola in Africa e i ministri degli esteri europei si riuniscono oggi in Lussemburgo. Alzare il livello della risposta contro l’epidemia che, secondo l’Oms, ha fatto già oltre 4.500 vittime. I 28 ministri faranno il punto sui mezzi disponibili e su come fronteggiare il virus. Aiuti internazionali attorno a tre Paesi “leader”: gli Stati Uniti per la Liberia, la Gran Bretagna per la Sierra Leone e la Francia per la Guinea. Poi un dispositivo coordinato di evacuazione sanitaria.
Anche in Italia ci si prepara per affrontare eventuali emergenze simili. Male però, a quanto dichiara Andrea Bottega, segretario nazionale del sindacato delle professioni infermieristiche Nursind, sul Corriere della Sera. «Gli infermieri italiani non sono adeguatamente preparati a fare fronte ad eventuali casi di Ebola: non hanno ricevuto una formazione specifica né rispetto alla malattia né sull’utilizzo dei dispositivi di protezione. In molti ospedali mancano le tute previste e sarebbero state riprese vecchie tute contro la Sars non conformi a quelle previste per i pazienti con Ebola».
Eppure quello che è successo in Spagna, dove un’infermiera si è infettata proprio per non aver utilizzato adeguatamente i guanti di protezione, dovrebbe insegnare. «Diventa fondamentale che operatori e infermieri siano informati, siano fatte delle simulazioni negli ospedali proprio per addestrare gli operatori ad un corretto uso di questi dispositivi». Alcune indicazioni dal sindacato spagnolo degli infermieri fa dire oggi in Italia che la situazione descritta a Madrid non è molto diversa dalla nostra, con problemi evidenti di tutela degli operatori sanitari e per poter garantire assistenza a cure.
Fonte
L'ONU accoglie gli eredi di Bolivar
di Fabrizio Casari
I 193 paesi che compongono l’assemblea generale delle Nazioni Unite hanno votato l’ingresso del Venezuela nel Consiglio di Sicurezza. L’ingresso di Caracas è in qualità di membro a rotazione (mandato valido due anni) in osservanza al regolamento che vede affiancare dieci Paesi ai cinque membri permanenti, cioè Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna.
Pur senza poter disporre del diritto di veto, i dieci membri a rotazione partecipano comunque alle decisioni dell’organismo. Il Venezuela è stato eletto con 181 voti, benché fossero sufficienti 122 per la sua elezione e le astensioni sono state dieci.
L’ingresso del Venezuela è significativo sia sotto l’aspetto globale che continentale. Nell’aspetto globale, evidenziato dal numero particolarmente alto dei Paesi che hanno votato a favore, che sembra voler indicare il bisogno da parte di molte nazioni di riequilibrare politicamente un organismo dove spesso l’Occidente maramaldeggia.
Sul piano continentale il valore è innegabile, dal momento che il Venezuela è stato il candidato unico dell’America Latina, così come deciso in una riunione tra tutti i paesi latinoamericani e caraibici proprio all’ONU nel Luglio scorso. Il Venezuela è stato scelto proprio per voler rappresentare l’unità politica latinoamericana e questo assegna a Caracas, oltre ad un riconoscimento continentale di assoluta grandezza, un ruolo molto più importante di qualunque altro Paese eletto nella stessa occasione come membro del Consiglio di Sicurezza.
L’elezione al Palazzo di Vetro si da in un momento nel quale il governo di Maduro è eletto alla Presidenza dei Paesi Non Allineati, il che certifica un generale riconoscimento di valore ad un paese che con la sua intensa attività nella politica internazionale suscita ammirazione e riconoscimenti - per la coerenza come per i risultati - dei Paesi che non si sentono coinvolti nella destabilizzazione politica e militare permanente provocata dall’impero unipolare.
Nelle stesse ore in cui l’Assemblea Generale dell’ONU eleggeva il Venezuela al Consiglio di Sicurezza, la FAO, l’organizzazione dell’ONU per l’alimentazione, assegnava un importante riconoscimento al governo di Nicolas Maduro per aver raggiunto anticipatamente gli obiettivi previsti dal Conto del Millennio. Il riconoscimento segue altri già assegnati negli ultimi anni e dimostra la validità del cammino venezuelano sul terreno dell’alimentazione.
A
New York non sarà semplice. Il nuovo Consiglio di Sicurezza dell’Onu
s’insedia in un quadro internazionale particolarmente problematico. C’è
il conflitto in Iraq e Siria, dove la coalizione guidata dagli Stati
Uniti risulta come minimo eterogenea, comprendendo paesi (Turchia,
Arabia Saudita e Qatar) che sono veri e propri alleati dell’ISIS contro
il quale sarebbero in guerra e che si muovono a limitare l’azione della
coalizione stessa.
C’è il conflitto in Ucraina, dove resta alto il rischio di un confronto militare regionale tra NATO ed Europa da un lato e Russia dall’altra. Ci sono le proteste teleguidate ad Hong Kong promosse con un chiaro intento destabilizzatore per la Cina, e che avranno un ulteriore input alla vigilia della visita di Stato di Obama a Pechino.
C’è poi la questione della lotta alla diffusione del virus Ebola, significativamente affrontata dagli Stati Uniti con i militari, mentre dai Paesi dell’ALBA (che ieri si sono riuniti a La Habana per determinare uno sforzo comune) arrivano aiuti e medici. Da Cuba in particolare, elogiata per il suo attivismo umanitario anche dal Segretario di Stato USA, John Kerry.
Questi ed altri numerosi conflitti configurano una congiuntura complessa nella quale le Nazioni Unite potranno e dovranno rappresentare un elemento di regolazione e moderazione nei confronti dell’ansia di conquista bellicista da parte di una NATO, che prova ad accendere fuochi in ogni parte del mondo per permettere all’impero in crisi di prestigio internazionale di mantenere e rafforzare la supremazia militare e politica a fil di spada.
Le Nazioni Unite dovranno avere la capacità di affrontare gli spazi politici e giuridici nei quali la comunità internazionale si muove e il Venezuela potrebbe giocare un ruolo determinante esibendo una volontà decisa di mantenersi ferma nei suoi princìpi, rappresentando le ragioni e le aspirazioni delle vittime della destabilizzazione mondiale. In questo senso, il ruolo del Venezuela sarà importantissimo, visto che dovrà rappresentare l’intera America Latina.
Dovrà
riuscire a promuovere la sua cultura dell’integrazione economica e
commerciale, la sua aspirazione all’unità politica continentale e, più
in generale, la sua capacità di proporsi a breve e medio termine come
nuovo asse fondamentale negli equilibri internazionali.
Dovrà valorizzare il peso politico, economico e commerciale della nuova America Latina, proponendo un disegno della governance internazionale su schema multipolare. Si tratta di un compito difficile che metterà a prova la maturità politica del governo venezuelano, ma non sarà solo.
Non sarà comunque semplice questa nuova trincea per la rivoluzione bolivariana. Mentre dovrà cercare un respiro internazionale, dovrà anche porre mano decisa nell’ottimizzazione del suo processo politico, cercando gli aggiustamenti necessari alla sua politica economica.
Nel contempo dovrà continuare a difendersi dall’aggressione di una destra golpista ad alto tasso criminogeno che intende solo il linguaggio della violenza, unica vera risorsa di cui dispone.
Ma nel contempo Caracas dovrà anche dimostrare una capacità negoziale, ponendo sul tavolo nuove e maggiori capacità di mediazione che permettano di elevare ulteriormente il suo prestigio, arma importantissima per resistere con successo alle provocazioni che la destra internazionale, capeggiata da Uribe e diretta da Miami, continua a proporre. La sua vittoria sarà quella di tutta l’America Latina.
Fonte
I 193 paesi che compongono l’assemblea generale delle Nazioni Unite hanno votato l’ingresso del Venezuela nel Consiglio di Sicurezza. L’ingresso di Caracas è in qualità di membro a rotazione (mandato valido due anni) in osservanza al regolamento che vede affiancare dieci Paesi ai cinque membri permanenti, cioè Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna.
Pur senza poter disporre del diritto di veto, i dieci membri a rotazione partecipano comunque alle decisioni dell’organismo. Il Venezuela è stato eletto con 181 voti, benché fossero sufficienti 122 per la sua elezione e le astensioni sono state dieci.
L’ingresso del Venezuela è significativo sia sotto l’aspetto globale che continentale. Nell’aspetto globale, evidenziato dal numero particolarmente alto dei Paesi che hanno votato a favore, che sembra voler indicare il bisogno da parte di molte nazioni di riequilibrare politicamente un organismo dove spesso l’Occidente maramaldeggia.
Sul piano continentale il valore è innegabile, dal momento che il Venezuela è stato il candidato unico dell’America Latina, così come deciso in una riunione tra tutti i paesi latinoamericani e caraibici proprio all’ONU nel Luglio scorso. Il Venezuela è stato scelto proprio per voler rappresentare l’unità politica latinoamericana e questo assegna a Caracas, oltre ad un riconoscimento continentale di assoluta grandezza, un ruolo molto più importante di qualunque altro Paese eletto nella stessa occasione come membro del Consiglio di Sicurezza.
L’elezione al Palazzo di Vetro si da in un momento nel quale il governo di Maduro è eletto alla Presidenza dei Paesi Non Allineati, il che certifica un generale riconoscimento di valore ad un paese che con la sua intensa attività nella politica internazionale suscita ammirazione e riconoscimenti - per la coerenza come per i risultati - dei Paesi che non si sentono coinvolti nella destabilizzazione politica e militare permanente provocata dall’impero unipolare.
Nelle stesse ore in cui l’Assemblea Generale dell’ONU eleggeva il Venezuela al Consiglio di Sicurezza, la FAO, l’organizzazione dell’ONU per l’alimentazione, assegnava un importante riconoscimento al governo di Nicolas Maduro per aver raggiunto anticipatamente gli obiettivi previsti dal Conto del Millennio. Il riconoscimento segue altri già assegnati negli ultimi anni e dimostra la validità del cammino venezuelano sul terreno dell’alimentazione.
C’è il conflitto in Ucraina, dove resta alto il rischio di un confronto militare regionale tra NATO ed Europa da un lato e Russia dall’altra. Ci sono le proteste teleguidate ad Hong Kong promosse con un chiaro intento destabilizzatore per la Cina, e che avranno un ulteriore input alla vigilia della visita di Stato di Obama a Pechino.
C’è poi la questione della lotta alla diffusione del virus Ebola, significativamente affrontata dagli Stati Uniti con i militari, mentre dai Paesi dell’ALBA (che ieri si sono riuniti a La Habana per determinare uno sforzo comune) arrivano aiuti e medici. Da Cuba in particolare, elogiata per il suo attivismo umanitario anche dal Segretario di Stato USA, John Kerry.
Questi ed altri numerosi conflitti configurano una congiuntura complessa nella quale le Nazioni Unite potranno e dovranno rappresentare un elemento di regolazione e moderazione nei confronti dell’ansia di conquista bellicista da parte di una NATO, che prova ad accendere fuochi in ogni parte del mondo per permettere all’impero in crisi di prestigio internazionale di mantenere e rafforzare la supremazia militare e politica a fil di spada.
Le Nazioni Unite dovranno avere la capacità di affrontare gli spazi politici e giuridici nei quali la comunità internazionale si muove e il Venezuela potrebbe giocare un ruolo determinante esibendo una volontà decisa di mantenersi ferma nei suoi princìpi, rappresentando le ragioni e le aspirazioni delle vittime della destabilizzazione mondiale. In questo senso, il ruolo del Venezuela sarà importantissimo, visto che dovrà rappresentare l’intera America Latina.
Dovrà valorizzare il peso politico, economico e commerciale della nuova America Latina, proponendo un disegno della governance internazionale su schema multipolare. Si tratta di un compito difficile che metterà a prova la maturità politica del governo venezuelano, ma non sarà solo.
Non sarà comunque semplice questa nuova trincea per la rivoluzione bolivariana. Mentre dovrà cercare un respiro internazionale, dovrà anche porre mano decisa nell’ottimizzazione del suo processo politico, cercando gli aggiustamenti necessari alla sua politica economica.
Nel contempo dovrà continuare a difendersi dall’aggressione di una destra golpista ad alto tasso criminogeno che intende solo il linguaggio della violenza, unica vera risorsa di cui dispone.
Ma nel contempo Caracas dovrà anche dimostrare una capacità negoziale, ponendo sul tavolo nuove e maggiori capacità di mediazione che permettano di elevare ulteriormente il suo prestigio, arma importantissima per resistere con successo alle provocazioni che la destra internazionale, capeggiata da Uribe e diretta da Miami, continua a proporre. La sua vittoria sarà quella di tutta l’America Latina.
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Ebola: “Le case farmaceutiche non hanno interesse per una malattia che tocca solo i poveri”
Da mesi, l’epidemia di Ebola fa parte dell’attualità. Si vedono certamente immagini scioccanti ma nessuna analisi di fondo del problema. Perché un’epidemia di tale ampiezza? Per “Solidaire”, alcuni studenti di medicina si sono immersi nella questione. Eccone un riassunto.
L’epidemia di Ebola che attualmente imperversa in Africa Occidentale è in misura notevole la più importante epidemia che l’Africa abbia mai conosciuto. Il 26 settembre scorso si contavano già 6.263 malati di cui 2917 deceduti. Ma le conseguenze vanno molto più lontano. Tutto il sistema di cure della Sanità nei paesi interessati è bloccato. I medici e gli infermieri scappano per paura di essere contaminati: in effetti non ci sono abbastanza strumenti di protezione. E’ per questo che, in questi ultimi mesi, si è potuto ugualmente constatare un aumento di altre malattie, come ad esempio la malaria. Cos’è dunque questo virus che causa così tanti morti e perché non si riesce a controllare l’epidemia?
Ebola, una malattia della povertà
Le malattie infettive come Ebola sono quelle che chiamiamo “malattie della povertà”: si producono principalmente in paesi, regioni o gruppi di popolazione poveri. Non è un caso se l’attuale epidemia di Ebola tocchi precisamente tre dei paesi più poveri al mondo. La Liberia, La Guinea e la Sierra Leone figurano rispettivamente ai numeri 175, 179 e 183 sulla lista dei 187 paesi dell’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite. Diversi fattori rendono questi paesi più vulnerabili.
Prima di tutto, nell’Africa Occidentale, la popolazione è in generale meno resistente ai germi patogeni. Le persone in effetti soffrono di malnutrizione, la qual cosa indebolisce il loro sistema immunitario. Poi la propagazione è favorita dalla mancanza di acqua incontaminata e dalle condizioni di vita poco igieniche. Infine il sistema della Sanità è fortemente sottosviluppato.
E’qui la chiave nel trattamento di questa epidemia. La strategia più efficace per contenere l’attuale epidemia di Ebola è l’identificazione delle persone infettate per isolarle e curarle, seguita dalla ricerca e dall’esame dei loro contatti per fermare la catena di trasmissione. E’ anche in questo modo che le precedenti apparizioni di Ebola sono state combattute. Si tratta dunque di misure che, in sé, sono semplici, ma che esigono un perfetto coordinamento. Le strutture delle cure della Sanità di prima linea sono a questo punto cruciali.
Questione di solidarietà
In altre parole, i paesi dell’Africa Occidentale mancano di mezzi. Di mezzi sì, ma anche di persone. Médecins sans Frontières sono stati i primi a suonare il campanello d’allarme. Il 24 giugno già avvisavano che l’epidemia non era più controllabile e le équipes sul posto erano al limite delle loro possibilità. Lanciano un appello alla mobilitazione massiccia per fornire mezzi materiali e umani alla regione. Ma il silenzio è rimasto assordante. Solo il 31 luglio l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha reagito. L’occidente ha a malincuore liberato dei soldi, ma non erano sufficienti. Il 28 agosto, l’OMS e la sua direttrice generale Margaret Chan hanno lanciato una nuova richiesta di aiuto: ‹‹I soldi e il materiale sono importanti ma, da soli, non fermeranno l’epidemia di Ebola››.
Il solo paese che ha reagito immediatamente è stato Cuba. Una notizia che riscalda il cuore. Proprio come per le inondazioni in Pakistan o il Terremoto ad Haiti, il piccolo paese del Terzo Mondo ha mostrato ciò che può fare una società solidale. 165 professionisti della sanità andranno per sei mesi a rafforzare alla base la lotta delle autorità – ciò raddoppierà il numero dei professionisti stranieri presenti sul posto. Margaret Chan ha ringraziato e reso omaggio ai cubani :‹‹ Cuba è mondialmente reputata per formare dei medici e degli infermieri eccellenti e per la generosità del suo aiuto verso altri paesi in sviluppo››.
Malattie "trascurate"
Amit Sengupta, del movimento internazionale People’s Health Movement, ha seguito gli avvenimenti da vicino. ‹‹ Il problema non risiede nella patologia della malattia, ma nella patologia della nostra società e dell’architettura politica ed economica globale›› , spiega. Come esempio cita il disinteresse della ricerca farmaceutica: ‹‹Conosciamo il virus Ebola già da quarant’anni: pertanto non c’è mai stato il vaccino o dei medicinali messi sul mercato. Nessuna casa farmaceutica è interessata ad un medicinale per una malattia che tocca solamente i poveri››. Un solo medicinale contro Ebola è stato analizzato in questi ultimi anni, il famoso ZMapp, sempre allo stadio sperimentale.
Ebola in effetti fa parte di quelle malattie dette ‹‹trascurate››. Come la malaria, la tubercolosi, la Khala Azar, la malattia di Chagas e molte altre. Queste malattie sono tralasciate dall’industria della ricerca perché non possono smorzare sufficientemente la sete di profitto delle multinazionali farmaceutiche. La ginecologa Marleen Temmerman, direttrice del dipartimento della Salute riproduttiva e della Ricerca dell’OMS che ha lavorato per anni in Africa, ha reagito a fine luglio nel De Morgen : ‹‹Occorrerebbe avere più attenzione verso queste “malattie trascurate” che toccano soprattutto l’Africa. E non solamente nei momenti di picco. Attualmente, l’occidente accorda una grande attenzione a Ebola perché la malattia, attraverso la globalizzazione potrebbe arrivare anche da noi. E se tra due anni, scoppiasse un nuovo virus, ci sarebbe di nuovo questa reazione di panico. Ma occorrerebbe occuparsi del problema in modo continuativo››.
Qui sotto una comparazione delle zone toccate da Ebola in Africa dal 1976 al 2014.
Responsabilità
La lentezza della reazione dell’OMS è anche il sintomo di un problema più grande. The Lancet, la celebre rivista medica, ne attribuisce la responsabilità agli stati membri che finanziano l’OMS. In questi ultimi anni, ne hanno ridotto il budget. Di conseguenza, in questi ultimi due anni, il budget per le crisi epidemiche è stato diminuito da 469 milioni nel 2012-2013 a 228 milioni nel 2014-2015. La crisi di Ebola mostra cosa può succedere nel momento in cui la Sanità Pubblica non è più una priorità per lo Stato.
La responsabilità dell’Occidente non sarà mai sufficientemente sottolineata. Per la riduzione dei contributi all’OMS, per il disinvestimento nella ricerca farmaceutica, per avere ignorato gli appelli di urgenza di MSF e dell’OMS e dei paesi interessati. Ma soprattutto: per la storia secolare di sfruttamento, di colonialismo e neocolonialismo. Senza la stretta economica dei debiti e dei rapporti commerciali iniqui, questi paesi avrebbero potuto svilupparsi da tempo: dispositivi sociali, sistema di insegnamento ben organizzato, miglioramenti delle infrastrutture, cure della salute di prima linea accessibili... Solo se l’Africa Occidentale si svilupperà potrà gradualmente riprendere forza e affrontare epidemie come Ebola.
O come dice Rabatiou Sérah Diallo, segretario generale della Confederazione nazionale dei lavoratori della Guinea (DeWereldMorgen, 2 aprile 2014): "Come potremo evitare in futuro un’epidemia come questa? Date alle persone l’accesso ad un insegnamento e un accesso alle cure di buona qualità, date loro un salario corretto per il loro lavoro. Dei cittadini coscienti si occuperanno essi stessi del resto".
Qui sotto le zone contaminate da Ebola nel 2014 e mortalità di Ebola per focolaio e per anno.
Una nuova malattia?
Ebola non è una nuova malattia. E’ stata registrata per la prima volta nel 1976 in Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo. Il belga Peter Piotr è stato uno dei primi ad occuparsi della questione. In Congo l’infezione è apparsa vicino al fiume Ebola, da cui il nome dato al virus. Dal 1976 sono stati registrati 24 focolai d’infezione. Si suppone che la popolazione africana sia stata colpita dalle infezioni di Ebola da più di quarant’anni. Per molto tempo, sono rimaste non registrate nelle comunità rurali.
Trasmissione
Il modo di trasmissione più conosciuto è la contaminazione da umano a umano, attraverso il sangue e altri liquidi corporali. La cura dei pazienti deceduti è a questo proposito molto a rischio. Secondo certe ipotesi, l’uomo potrebbe contrarre il virus attraverso una specie particolare di pipistrelli frugivori (via saliva o deiezioni sui frutti). Si ritiene che anche gli scimpanzé, i gorilla, le piccole scimmie, le antilopi e i porcospini siano fonti di contagio animali. Dato che la possibilità di una fonte di contagio animale non è stata ancora sufficientemente rinforzata scientificamente, la prevenzione e il controllo restano molto difficili.
Quali sono i sintomi di Ebola?
Ebola comincia in modo tipico con un rapido aumento della febbre, brividi e malessere generale. Altri sintomi sono debolezza, diminuzione dell’appetito e forti mal di testa. La manifestazione clinica di Ebola è straordinaria con una rapida progressione dell’infezione verso la morte delle cellule e dei sintomi come sanguinamenti interni ed esterni, vomito e diarrea. Il tasso di mortalità è elevato, e varia tra il 50 e il 90%.
Fonte
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L’epidemia di Ebola che attualmente imperversa in Africa Occidentale è in misura notevole la più importante epidemia che l’Africa abbia mai conosciuto. Il 26 settembre scorso si contavano già 6.263 malati di cui 2917 deceduti. Ma le conseguenze vanno molto più lontano. Tutto il sistema di cure della Sanità nei paesi interessati è bloccato. I medici e gli infermieri scappano per paura di essere contaminati: in effetti non ci sono abbastanza strumenti di protezione. E’ per questo che, in questi ultimi mesi, si è potuto ugualmente constatare un aumento di altre malattie, come ad esempio la malaria. Cos’è dunque questo virus che causa così tanti morti e perché non si riesce a controllare l’epidemia?
Ebola, una malattia della povertà
Le malattie infettive come Ebola sono quelle che chiamiamo “malattie della povertà”: si producono principalmente in paesi, regioni o gruppi di popolazione poveri. Non è un caso se l’attuale epidemia di Ebola tocchi precisamente tre dei paesi più poveri al mondo. La Liberia, La Guinea e la Sierra Leone figurano rispettivamente ai numeri 175, 179 e 183 sulla lista dei 187 paesi dell’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite. Diversi fattori rendono questi paesi più vulnerabili.
Prima di tutto, nell’Africa Occidentale, la popolazione è in generale meno resistente ai germi patogeni. Le persone in effetti soffrono di malnutrizione, la qual cosa indebolisce il loro sistema immunitario. Poi la propagazione è favorita dalla mancanza di acqua incontaminata e dalle condizioni di vita poco igieniche. Infine il sistema della Sanità è fortemente sottosviluppato.
E’qui la chiave nel trattamento di questa epidemia. La strategia più efficace per contenere l’attuale epidemia di Ebola è l’identificazione delle persone infettate per isolarle e curarle, seguita dalla ricerca e dall’esame dei loro contatti per fermare la catena di trasmissione. E’ anche in questo modo che le precedenti apparizioni di Ebola sono state combattute. Si tratta dunque di misure che, in sé, sono semplici, ma che esigono un perfetto coordinamento. Le strutture delle cure della Sanità di prima linea sono a questo punto cruciali.
Questione di solidarietà
In altre parole, i paesi dell’Africa Occidentale mancano di mezzi. Di mezzi sì, ma anche di persone. Médecins sans Frontières sono stati i primi a suonare il campanello d’allarme. Il 24 giugno già avvisavano che l’epidemia non era più controllabile e le équipes sul posto erano al limite delle loro possibilità. Lanciano un appello alla mobilitazione massiccia per fornire mezzi materiali e umani alla regione. Ma il silenzio è rimasto assordante. Solo il 31 luglio l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha reagito. L’occidente ha a malincuore liberato dei soldi, ma non erano sufficienti. Il 28 agosto, l’OMS e la sua direttrice generale Margaret Chan hanno lanciato una nuova richiesta di aiuto: ‹‹I soldi e il materiale sono importanti ma, da soli, non fermeranno l’epidemia di Ebola››.
Il solo paese che ha reagito immediatamente è stato Cuba. Una notizia che riscalda il cuore. Proprio come per le inondazioni in Pakistan o il Terremoto ad Haiti, il piccolo paese del Terzo Mondo ha mostrato ciò che può fare una società solidale. 165 professionisti della sanità andranno per sei mesi a rafforzare alla base la lotta delle autorità – ciò raddoppierà il numero dei professionisti stranieri presenti sul posto. Margaret Chan ha ringraziato e reso omaggio ai cubani :‹‹ Cuba è mondialmente reputata per formare dei medici e degli infermieri eccellenti e per la generosità del suo aiuto verso altri paesi in sviluppo››.
Malattie "trascurate"
Amit Sengupta, del movimento internazionale People’s Health Movement, ha seguito gli avvenimenti da vicino. ‹‹ Il problema non risiede nella patologia della malattia, ma nella patologia della nostra società e dell’architettura politica ed economica globale›› , spiega. Come esempio cita il disinteresse della ricerca farmaceutica: ‹‹Conosciamo il virus Ebola già da quarant’anni: pertanto non c’è mai stato il vaccino o dei medicinali messi sul mercato. Nessuna casa farmaceutica è interessata ad un medicinale per una malattia che tocca solamente i poveri››. Un solo medicinale contro Ebola è stato analizzato in questi ultimi anni, il famoso ZMapp, sempre allo stadio sperimentale.
Ebola in effetti fa parte di quelle malattie dette ‹‹trascurate››. Come la malaria, la tubercolosi, la Khala Azar, la malattia di Chagas e molte altre. Queste malattie sono tralasciate dall’industria della ricerca perché non possono smorzare sufficientemente la sete di profitto delle multinazionali farmaceutiche. La ginecologa Marleen Temmerman, direttrice del dipartimento della Salute riproduttiva e della Ricerca dell’OMS che ha lavorato per anni in Africa, ha reagito a fine luglio nel De Morgen : ‹‹Occorrerebbe avere più attenzione verso queste “malattie trascurate” che toccano soprattutto l’Africa. E non solamente nei momenti di picco. Attualmente, l’occidente accorda una grande attenzione a Ebola perché la malattia, attraverso la globalizzazione potrebbe arrivare anche da noi. E se tra due anni, scoppiasse un nuovo virus, ci sarebbe di nuovo questa reazione di panico. Ma occorrerebbe occuparsi del problema in modo continuativo››.
Qui sotto una comparazione delle zone toccate da Ebola in Africa dal 1976 al 2014.
Responsabilità
La lentezza della reazione dell’OMS è anche il sintomo di un problema più grande. The Lancet, la celebre rivista medica, ne attribuisce la responsabilità agli stati membri che finanziano l’OMS. In questi ultimi anni, ne hanno ridotto il budget. Di conseguenza, in questi ultimi due anni, il budget per le crisi epidemiche è stato diminuito da 469 milioni nel 2012-2013 a 228 milioni nel 2014-2015. La crisi di Ebola mostra cosa può succedere nel momento in cui la Sanità Pubblica non è più una priorità per lo Stato.
La responsabilità dell’Occidente non sarà mai sufficientemente sottolineata. Per la riduzione dei contributi all’OMS, per il disinvestimento nella ricerca farmaceutica, per avere ignorato gli appelli di urgenza di MSF e dell’OMS e dei paesi interessati. Ma soprattutto: per la storia secolare di sfruttamento, di colonialismo e neocolonialismo. Senza la stretta economica dei debiti e dei rapporti commerciali iniqui, questi paesi avrebbero potuto svilupparsi da tempo: dispositivi sociali, sistema di insegnamento ben organizzato, miglioramenti delle infrastrutture, cure della salute di prima linea accessibili... Solo se l’Africa Occidentale si svilupperà potrà gradualmente riprendere forza e affrontare epidemie come Ebola.
O come dice Rabatiou Sérah Diallo, segretario generale della Confederazione nazionale dei lavoratori della Guinea (DeWereldMorgen, 2 aprile 2014): "Come potremo evitare in futuro un’epidemia come questa? Date alle persone l’accesso ad un insegnamento e un accesso alle cure di buona qualità, date loro un salario corretto per il loro lavoro. Dei cittadini coscienti si occuperanno essi stessi del resto".
Qui sotto le zone contaminate da Ebola nel 2014 e mortalità di Ebola per focolaio e per anno.
Una nuova malattia?
Ebola non è una nuova malattia. E’ stata registrata per la prima volta nel 1976 in Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo. Il belga Peter Piotr è stato uno dei primi ad occuparsi della questione. In Congo l’infezione è apparsa vicino al fiume Ebola, da cui il nome dato al virus. Dal 1976 sono stati registrati 24 focolai d’infezione. Si suppone che la popolazione africana sia stata colpita dalle infezioni di Ebola da più di quarant’anni. Per molto tempo, sono rimaste non registrate nelle comunità rurali.
Trasmissione
Il modo di trasmissione più conosciuto è la contaminazione da umano a umano, attraverso il sangue e altri liquidi corporali. La cura dei pazienti deceduti è a questo proposito molto a rischio. Secondo certe ipotesi, l’uomo potrebbe contrarre il virus attraverso una specie particolare di pipistrelli frugivori (via saliva o deiezioni sui frutti). Si ritiene che anche gli scimpanzé, i gorilla, le piccole scimmie, le antilopi e i porcospini siano fonti di contagio animali. Dato che la possibilità di una fonte di contagio animale non è stata ancora sufficientemente rinforzata scientificamente, la prevenzione e il controllo restano molto difficili.
Quali sono i sintomi di Ebola?
Ebola comincia in modo tipico con un rapido aumento della febbre, brividi e malessere generale. Altri sintomi sono debolezza, diminuzione dell’appetito e forti mal di testa. La manifestazione clinica di Ebola è straordinaria con una rapida progressione dell’infezione verso la morte delle cellule e dei sintomi come sanguinamenti interni ed esterni, vomito e diarrea. Il tasso di mortalità è elevato, e varia tra il 50 e il 90%.
Fonte
16/10/2014
Incubo Ebola e Jihad ma con Putin in casa si litigherà d’Ucraina
Oggi e domani Milano ospita il vertice Asia-Europa. Atteso un confronto sulla questione ucraina e sul gas tra il presidente russo e i leader del blocco occidentale. Le contraddizioni di un ordine del giorno politico rispetto ai problemi economici europei e a quelli di salute e sicurezza del mondo.
Vertice del ‘meglio’ del mondo per discutere su come affrontare e risolvere il peggio del pianeta, ti aspetti. La guerra contro lo Stato Islamico in Medio Oriente - ad esempio - e i primi casi di Ebola registrati negli Stati Uniti e in Europa. Oppure la catastrofica crisi economica che investe non soltanto l’Italia ma tutta l’Europa, con gradazioni diverse. E visto che tra i ‘grandi’ c’è anche Putin che non sarà un campione di democrazia o di simpatia, ma dirige un Paese con molte molte risorse, forse potrebbe anche aiutare. Un po’ di gas a buon prezzo, un aiutino in Siria contro Isis. Invece no.
Al centro del vertice resta la questione ucraina e le sanzioni che non si sa se colpiranno più Mosca o la Ue e l’occidente che le decidono. Tutto per quella regione a est di Kiev dove i combattimenti non si sono mai interrotti alla faccia della tregua strombazzata. Quesito chiave: riusciranno i leader dei Paesi occidentali a recuperare spazi e toni col presidente russo Vladimir Putin? A Milano ci sarà anche il presidente ucraino Petro Poroshenko, e potrebbe essere l’occasione. Soluzione o patatrac. Con più di un problemino dalla parte dei ‘buoni’ rispetto al presunto solo ‘cattivo’ che si è arrabbiato.
Il punto su cui Mosca continua a insistere è la presenza di fosse comuni nel sud-est dell’Ucraina. Il Cremlino ha raccolto prove secondo cui militari di Kiev e gruppi della ultradestra nazi-nazionalista ucraina, avrebbero ucciso e occultato i cadaveri di centinaia di civili russofoni. Tra i coinvolti l’ex ministro della Difesa ucraino Valery Geletey, costretto alle dimissioni. La presenza di almeno tre fosse comuni è stata confermata anche da funzionari dell’OSCE. Pochi giorni fa la Duma ha chiesto all’ONU, OSCE e ai governi dei Paesi occidentali di contribuire alle indagini. Verità imbarazzanti.
La doppia mossa di Putin. Domenica 12 ottobre, il presidente russo ha ordinato la conclusione dell’esercitazione militare nella regione di Rostov, al confine con l’Ucraina, facendo rientrare i 17.600 militari dispiegati nell’area. Segnale distensivo preciso da parte del Cremlino: disponibili a trattare e a rassicurare i Paesi Baltici e la Polonia, che avevano denunciato l’atteggiamento aggressivo di Mosca lungo i confini europei. Compiuto un passo avanti verso il dialogo, la Russia non poteva però rimanere a guardare senza reagire al nuovo presenzialismo delle forze NATO voluto nell’est Europa.
Risposta all’invio di truppe e carri armati da parte degli Usa e all’assembramento di navi Nato nel Mar Baltico a pochi chilometri dall’enclave di Kaliningrad. Il ministero della Difesa russo ha annunciato la formazione di tre unità di riservisti composta da 100.000 volontari di esperienza che saranno sottoposti ad addestramento per essere pronti all’azione in caso di chiamata. Obiettivo, circa un milione di effettivi entro il 2020. Putin investirà 750 miliardi di dollari in dieci anni per riorganizzazione l’esercito e dotare il 70% delle forze armate di equipaggiamenti e attrezzature di ultima generazione.
Nessun disgelo a sorpresa prevedibile a Milano. Sul tavolo le sanzioni imposte da Stati Uniti ed Europa e la questione del gas con Kiev che spera di arrivare a un accordo vantaggioso prima dell’inverno. Sconti improbabili dopo un nuovo patto tra Russia e Cina. L’Ue ‘sanziona’ la Russia, e questa aumenta lo scambio con la Cina di 100 miliardi di dollari. Clima rigido tra le parti, quasi da Guerra Fredda. Interessante sondaggio riportato da LookOut in Russia. Il peggior nemico per i russi ? Stati Uniti e Ucraina. Il miglior amico? La Cina. L’obiettivo di qualcuno a Washington era forse di isolare Mosca?
In una intervista al quotidiano serbo ‘Politika’ Vladimir Putin ha recentemente accusato il presidente americano Obama di avere un’attitudine ”ostile” verso la Russia. Putin ha anche avvertito gli Stati Uniti e i loro alleati dei rischi che presenterebbero ”i tentativi di esercitare dei ricatti sulla Russia per la stabilità strategica del mondo”. Putin ha fatto riferimento al discorso di Obama all’Assemblea generale dell’Onu, quando il presidente americano aveva citato tra le principali minacce mondiali quella che aveva definito ”l’aggressione della Russia in Europa”, riferendosi alla crisi in Ucraina.
Fonte
A volte ho l'impressione che l'occidente faccia fatica a digerire il fatto che la Russia, da un decennio a questa parte, non è più il paese dell'era Eltsin. Posso capire che sia una verità di fatto difficile da digerire (soprattutto per i turbo liberisti) ma bisognerebbe prenderne atto, giusto per non rinfocolare uno scacchiere geopolitico mondiale che si muove a grandi passi verso scontri militari potenzialmente incontrollabili.
Vertice del ‘meglio’ del mondo per discutere su come affrontare e risolvere il peggio del pianeta, ti aspetti. La guerra contro lo Stato Islamico in Medio Oriente - ad esempio - e i primi casi di Ebola registrati negli Stati Uniti e in Europa. Oppure la catastrofica crisi economica che investe non soltanto l’Italia ma tutta l’Europa, con gradazioni diverse. E visto che tra i ‘grandi’ c’è anche Putin che non sarà un campione di democrazia o di simpatia, ma dirige un Paese con molte molte risorse, forse potrebbe anche aiutare. Un po’ di gas a buon prezzo, un aiutino in Siria contro Isis. Invece no.
Al centro del vertice resta la questione ucraina e le sanzioni che non si sa se colpiranno più Mosca o la Ue e l’occidente che le decidono. Tutto per quella regione a est di Kiev dove i combattimenti non si sono mai interrotti alla faccia della tregua strombazzata. Quesito chiave: riusciranno i leader dei Paesi occidentali a recuperare spazi e toni col presidente russo Vladimir Putin? A Milano ci sarà anche il presidente ucraino Petro Poroshenko, e potrebbe essere l’occasione. Soluzione o patatrac. Con più di un problemino dalla parte dei ‘buoni’ rispetto al presunto solo ‘cattivo’ che si è arrabbiato.
Il punto su cui Mosca continua a insistere è la presenza di fosse comuni nel sud-est dell’Ucraina. Il Cremlino ha raccolto prove secondo cui militari di Kiev e gruppi della ultradestra nazi-nazionalista ucraina, avrebbero ucciso e occultato i cadaveri di centinaia di civili russofoni. Tra i coinvolti l’ex ministro della Difesa ucraino Valery Geletey, costretto alle dimissioni. La presenza di almeno tre fosse comuni è stata confermata anche da funzionari dell’OSCE. Pochi giorni fa la Duma ha chiesto all’ONU, OSCE e ai governi dei Paesi occidentali di contribuire alle indagini. Verità imbarazzanti.
La doppia mossa di Putin. Domenica 12 ottobre, il presidente russo ha ordinato la conclusione dell’esercitazione militare nella regione di Rostov, al confine con l’Ucraina, facendo rientrare i 17.600 militari dispiegati nell’area. Segnale distensivo preciso da parte del Cremlino: disponibili a trattare e a rassicurare i Paesi Baltici e la Polonia, che avevano denunciato l’atteggiamento aggressivo di Mosca lungo i confini europei. Compiuto un passo avanti verso il dialogo, la Russia non poteva però rimanere a guardare senza reagire al nuovo presenzialismo delle forze NATO voluto nell’est Europa.
Risposta all’invio di truppe e carri armati da parte degli Usa e all’assembramento di navi Nato nel Mar Baltico a pochi chilometri dall’enclave di Kaliningrad. Il ministero della Difesa russo ha annunciato la formazione di tre unità di riservisti composta da 100.000 volontari di esperienza che saranno sottoposti ad addestramento per essere pronti all’azione in caso di chiamata. Obiettivo, circa un milione di effettivi entro il 2020. Putin investirà 750 miliardi di dollari in dieci anni per riorganizzazione l’esercito e dotare il 70% delle forze armate di equipaggiamenti e attrezzature di ultima generazione.
Nessun disgelo a sorpresa prevedibile a Milano. Sul tavolo le sanzioni imposte da Stati Uniti ed Europa e la questione del gas con Kiev che spera di arrivare a un accordo vantaggioso prima dell’inverno. Sconti improbabili dopo un nuovo patto tra Russia e Cina. L’Ue ‘sanziona’ la Russia, e questa aumenta lo scambio con la Cina di 100 miliardi di dollari. Clima rigido tra le parti, quasi da Guerra Fredda. Interessante sondaggio riportato da LookOut in Russia. Il peggior nemico per i russi ? Stati Uniti e Ucraina. Il miglior amico? La Cina. L’obiettivo di qualcuno a Washington era forse di isolare Mosca?
In una intervista al quotidiano serbo ‘Politika’ Vladimir Putin ha recentemente accusato il presidente americano Obama di avere un’attitudine ”ostile” verso la Russia. Putin ha anche avvertito gli Stati Uniti e i loro alleati dei rischi che presenterebbero ”i tentativi di esercitare dei ricatti sulla Russia per la stabilità strategica del mondo”. Putin ha fatto riferimento al discorso di Obama all’Assemblea generale dell’Onu, quando il presidente americano aveva citato tra le principali minacce mondiali quella che aveva definito ”l’aggressione della Russia in Europa”, riferendosi alla crisi in Ucraina.
Fonte
A volte ho l'impressione che l'occidente faccia fatica a digerire il fatto che la Russia, da un decennio a questa parte, non è più il paese dell'era Eltsin. Posso capire che sia una verità di fatto difficile da digerire (soprattutto per i turbo liberisti) ma bisognerebbe prenderne atto, giusto per non rinfocolare uno scacchiere geopolitico mondiale che si muove a grandi passi verso scontri militari potenzialmente incontrollabili.
14/10/2014
Ebola. Pessime notizie, ma diffuse come pillole rassicuranti
L’ultima notizia riguarda il decesso del dipendente delle Nazioni Unite che era stato ricoverato in Germania dopo avere contratto il virus Ebola. Lo ha annunciato l'ospedale dov'era in cura. L’uomo di origine sudanese, era stato ricoverato giovedì scorso a Lipsia e aveva contratto il virus ebola in Liberia. ''Il paziente malato di febbre Ebola è morto nella notte alla clinica Saint Georges a Lipsia'', è la scarna comunicazione dell’ospedale. L’altra è che un caso sospetto "probabile" di Ebola è stato registrato a Bruxelles. A comunicarlo è stato il ministero della salute belga, confermando che nel pomeriggio di ieri è stato ricoverato all'ospedale Saint Pierre, un paziente che all’inizio di ottobre si trovava in Guinea e che ora ha i sintomi del virus. Sono attialmente in corso le analisi e si saprà nelle prossime 24 ore se il paziente ha realmente contratto Ebola o meno. In Spagna restano gravi le condizioni di Teresa Romero, l’infermiera ricoverata all’ospedale Carlo III di Madrid. Le autorità dichiarano che continuano a essere “stabili nella gravità”. Un eufemismo. E in Italia? A Roma sono scattate le procedure di emergenza per un cittadino africano epilettico che si è sentito male all'ufficio immigrazione e che è stato portato al Policlinico, e per un altro caso a Milano di un cittadino del Ghana, il quale durante un processo si è sentito male e ha iniziato a sputare sangue facendo scattare il ricovero all'ospedale Sacco dove però è stato escluso il contagio.
Negli Stati Uniti, la lista delle persone messe “sotto stretto controllo” per aver trattato Thomas Eric Duncan, il “paziente zero” morto di ebola a Dallas si è allungata: una fonte coperta dall'anonimato citata dalla Cnn ha parlato di “decine di persone”, tra cui molti medici e paramedici che si erano presi cura di Duncan. Tra questi vi è l'infermiera dell'Health Presbyterian Hospital di Dallas in Texas - contagiata proprio durante i trattamenti per il liberiano Duncan - non era stata considerata ad alto rischio, ma rientrava nel gruppo dei 18 addetti sanitari del nosocomio che si controllava la temperatura per estrema cautela.
Il virus, negli ultimi mesi, ha infettato in Africa occidentale circa 8 mila persone, provocando il decesso di oltre 3.800 pazienti, con un tasso di mortalità che supera il 46% dei malati. Nel 1976, quando il virus fu scoperto ed era una novità rispetto alla quale non esistevano cure, le vittime di Ebola erano state “solo” 2.500.
Intanto, circa 1.400 soldati statunitensi stanno arrivando in Liberia già per il mese di ottobre ufficialmente “per contribuire a sostenere la lotta contro il virus Ebola che si sta diffondendo in tutta l'Africa occidentale” scrive la pubblicazione militare ArmyTimes. La 101st Airborne Division dell'esercito, con sede a Fort Campbell nel Kentucky, fornirà circa 700 soldati di questo contingente, mentre gli altri 700 verranno da altri reparti. I soldati inviati in Africa saranno in totale 3.000. L’Operazione United Assistance è una missione critica", ha riconosciuto il Gen. Volesky, comandante di una delle unità inviate in Africa. La missione militare statunitense prevede la costruzione di 17.000 posti letto ospedalieri e di una struttura di assistenza sanitaria per i medici infetti e operatori sanitari. Ma le truppe americane, secondo il Pentagono, non forniranno assistenza diretta ai pazienti infettati con il virus Ebola.
Ma esiste un nesso tra il ritorno, ancora più “cattivo e mortale” del virus Ebola, e le sperimentazioni nei laboratori militari? L’invio di 3mila soldati Usa in Africa qualche domandina in più la pone obiettivamente. A tale proposito è interessante, e ve la segnaliamo, questa inchiesta di Marco Mostallino su Lettera 43.
Fonte
10/10/2014
Epidemia Ebola come fu l’Aids negli anni '80
‘I casi di contagio del virus Ebola stanno crescendo in maniera esponenziale, per questo serve un’assistenza di venti volte superiore a quella attuale’ afferma il segretario generale Onu Ban Ki-moon. ‘Le cose andranno peggio prima di migliorare, ma quanto peggio dipende da tutti noi’.
Thomas Frieden, capo di Centers for Disease Control and Prevention, la struttura di vigilanza sanitaria negli Stati Uniti, ha dichiarato che l’epidemia di ebola in Africa è senza precedenti: rappresenta la sfida sanitaria più grande dall’epidemia di Aids all’inizio degli anni 80. «Sarà una guerra lunga», ha detto Frieden. «Nei trent’anni che lavoro nel settore della sanità pubblica, l’unica cosa paragonabile è stato l’Aids». Timori e costi elevatissimi non soltanto in vite umane. La Banca Mondiale stima che Ebola potrebbe costare 32 miliardi di dollari soltanto nei prossimi 15 mesi.
In Spagna intanto le condizioni di salute dell’infermiera affetta da ebola, la prima persona a contrarre il virus in Europa, sono peggiorate. Nel frattempo, due dei medici che hanno curato la donna sono a loro volta sotto osservazione. I due medici non avrebbero comunque mostrato sintomi di ebola. Sotto accusa il sistema sanitaria iberico. Teresa Moreno, l’infermiera contagiata era stata trasferita al pronto soccorso su un’ambulanza non dotata di dispositivi di prevenzione, e utilizzata nelle 12 ore successive per il trasporto di altri pazienti senza essere disinfettata.
Problemi di numeri (oltre che di soldi) attorno a tutta la questione ebola. Allarme Onu: “I casi di contagio del virus Ebola stanno crescendo in maniera esponenziale, per questo serve un’assistenza di venti volte superiore a quella attuale”. Lo ha detto il segretario generale Onu, Ban Ki-moon, a Washington. “Servono laboratori mobili, veicoli, elicotteri, attrezzature di protezione, personale medico addestrato. Dobbiamo lavorare insieme per fornire il miglior standard di cure ad ogni individuo. Le cose andranno peggio prima di migliorare, ma quanto peggio dipende da tutti noi”.
Fonte
09/10/2014
Ebola, la tempesta perfetta
Nicoletta Dentico - tratto da http://ilmanifesto.info
Da quando è tornato a infestare l’Africa, con dinamiche di contagio e parabole epidemiologiche che non si erano mai viste prima, ne ha fatta di strada il virus dell’Ebola. Dal primo passaggio del virus, forse dovuto al contatto fra un contadino di uno sperduto villaggio della Guinea Conakry e una volpe volante (o pipistrello della frutta), tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014.
Da quando è stata finalmente identificata, nel marzo 2014, l’epidemia ha moltiplicato le sue rotte. Oltre i remoti villaggi senza nome, lungo le camionali dirette alle brulicanti città africane. Fuori dai confini sociali della povertà, a lambire la classe media del continente, anch’essa aeromobile ormai. Gli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) registrano 7470 casi in Guinea, Liberia e Sierra Leone, con 3431 decessi.
Ma l’Ebola è uscita ormai anche dal continente africano. È arrivata negli Stati Uniti, con il «caso zero» di virus del 28 settembre in Texas – quello di Thomas Eric Duncan, in lotta tra la vita e la morte mentre scriviamo – il panico nella comunità liberiana di Dallas e nove persone ad altissimo rischio di contagio, secondo le ultime notizie. Di qualche ora fa è anche l’annuncio di un giornalista freelance della Nbc News, Ashoka Mukpo che, infettato la scorsa settimana, è approdato lunedì scorso all’ospedale del Nebraska.
E da ultimo, Ebola è arrivata anche in Europa, con un'infermiera spagnola infettata dal virus dopo essere entrata in contatto con il missionario Manuel Garcia Viejo, infettato in Africa, rimpatriato e poi deceduto nell’ospedale La Paz Carlo III di Madrid. Segnerà una svolta nella gestione della patologia, quest’approdo oltreoceano?
Geopolitica della salute
Il fatto che l’epidemia sia fuori controllo, come aveva anticipato qualche settimana fa la presidente di Medici Senza Frontiere Joanne Liu, e come ormai riconoscono anche nei corridoi dell’Oms, la dice lunga sui dispositivi che muovono la geopolitica della salute, nei tempi interconnessi della globalizzazione. I fenomeni di urbanizzazione e l’espansione delle città, nonché la maggiore mobilità delle persone, creano oggettivamente i presupposti di quella che Mark Woolhouse, epidemiologo delle malattie infettive dell’Università di Edinburgo ha definito «la tempesta perfetta per l’emersione dei virus».
Eppure non tutti i virus attirano la comunità internazionale con lo stesso potere di mobilitazione. «In un certo senso si tratta di una morte annunciata -, commenta Janis Lazdins, già responsabile della ricerca presso la Tropical Disease Research Unit (TDR) dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) -, per diversi anni si è cercato di convincere l’Oms a promuovere la ricerca contro l’Ebola, magari inserendola nel paniere di patologie cui poteva dedicarsi Tdr, ma è sempre stato risposto che si trattava di una malattia focale, di focolai virulenti, capaci di estinguersi da soli. Oggi è cambiato tutto. Ma il rischio è che l’Oms abbia un know-how molto limitato sulla malattia, sicuramente in ambito di ricerca e sviluppo di nuovi farmaci per combatterla».
Solo ad agosto l’Oms ha riconosciuto Ebola come un’emergenza internazionale, segno che non proprio tutti i contagi pesano in ugual misura. Di tutt’altro dinamismo fu la risposta che l’Oms seppe sollecitare nel 2003 al virus della sindrome acuta respiratoria (Sars). Il virus colpì paesi economicamente forti e fulminò in poche settimane pochi businessmen globali approdati in Canada dalle aree dell’Asia riportate come focolai della malattia. A recuperare la reticenza iniziale, se non il vero e proprio occultamento della malattia da parte dei governi, l’Oms riuscì ad attivare un network di risposta globale, costringendo la comunità scientifica internazionale ad uno sforzo di collaborazione che viene ancora oggi additato a modello, e che in pochi mesi produsse i primi strumenti medici.
Eppure i motivi di preoccupazione per la diffusione dell’Ebola non mancano. Le proiezioni pubblicate a metà settembre dall’US Centre for Disease Control and Prevention (CDC) di Atlanta non lasciano scampo. In Sierra Leone e in Liberia soltanto, più di 20 mila nuovi casi potrebbero emergere nelle prossime settimane e qualcosa come 1,4 milioni entro gennaio 2015 se il contagio continuasse a propagarsi ai ritmi attuali.
Il virus ha potuto diffondersi con sorprendente rapidità finora perché il compito di identificarlo e gestirlo è stato lasciato in buona sostanza ai sistemi sanitari del tutto inadeguati di paesi molto poveri, e assolutamente impreparati ad affrontarne la virulenza. Gli ospedali e i presidi sanitari erano, e restano ancora oggi, del tutto sguarniti degli strumenti fondamentali per contenere l’infezione: i guanti, l’acqua corrente, gli scafandri protettivi. Il personale sanitario africano, che già si conta al lumicino, ha pagato un prezzo altissimo in termini di contagio e di vite. Un triste catalogo di disfunzioni politiche, mediche e logistiche, peraltro non nuove. Un elenco fitto di lezioni che Ebola insegna alla comunità sanitaria globale, focalizzata da troppi anni su poche, specifiche, malattie in voga presso la comunità dei donatori, a discapito dell’attenzione rivolta alla salute primaria, alle priorità che per gli africani contano davvero. La prevenzione e la promozione della salute.
L’Ebola però parla anche dell’Oms di questi anni. Racconta le conseguenze della sua debolezza finanziaria e soprattutto politica, un’autentica minaccia alla salute del pianeta. In quanto autorità pubblica con il compito di dirigere e coordinare le operazioni di salute internazionale, l’Oms dovrebbe essere adeguatamente carenata ad intercettare e affrontare tutte le emergenze sanitarie. A questo scopo l’agenzia, proprio all’indomani della Sars, si è dotata di health regulations vincolanti per tutti i suoi 194 membri. Eppure, a parlare con i funzionari di Ginevra in queste settimane, si deve prendere atto che l’agenzia sta grattando il barile dei pochi fondi di cui dispone e sta facendo i conti con la riduzione drastica del suo personale, soprattutto quello della vecchia scuola, che è stato dismesso o ha trasmigrato altrove.
Attenti al «filantropo»
Inoltre l’Oms è stata condizionata negli ultimi anni da un nugolo sempre più ristretto di paesi donatori e di finanziatori privati che hanno lasciato ben poco spazio di manovra all’agenzia in termini di priorità sanitarie. Il filantropo Bill Gates la fa da padrone: dal 2013 è il primo erogatore di fondi dell’Oms, e non era mai avvenuto nella storia dell’agenzia che un privato superasse il finanziamento dei governi. I quali dal canto loro, permettono che tutto questo avvenga, al massimo con qualche mal di pancia. Neppure i potenti Brics fanno eccezione.
Ebola ci costringe dunque a misurare il collasso del governo mondiale della salute. Ora che l’epidemia priva di medicinali essenziali ha innescato la competizione fra case farmaceutiche, aziende biotech e centri di ricerca, si tratta di capire se l’Oms possa accompagnare la corsa al vaccino che si è scatenata, e con quali processi di trasparenza, di competenza tecnica, di arruolamento degli esperti. Già con l’influenza aviaria, l’agenzia è stata fagocitata dal conflitto di interessi, con gravi effetti reputazionali.
Le ricerche contro il virus dell’Ebola, avviate tramite l’uso dei sieri delle persone infette come raccomandato dall’Oms, sono ancora a una fase molto incipiente, nel senso che nessuna sperimentazione è andata oltre il livello animale. Inoltre tutto il discorso della ricerca sembra essere sfuggito, in senso stretto, alle autorità dei paesi colpiti, le quali hanno detto in tutte le lingue di non essere in grado di valutare la qualità dei farmaci contro Ebola. All’Oms non resta che affidarsi alla Food and Drug Administration (Fda), sempre più coinvolta dato l’attivismo delle aziende biotech americane, o all’European Medicines Agency (Ema).
Lo scenario presenta alcuni problemi. Il primo rischio è che i criteri stringenti e competitivi di Fda e Ema rallentino la messa in campo di nuovi vaccini, e producano un impatto indesiderato sul prezzo del prodotto finale, come del resto avviene in maniera sempre più sistematica con i vaccini di ultima generazione. Che ruolo saprà o potrà svolgere l’Oms per negoziare il prezzo dei dispositivi medicali così urgenti? Sarebbe una beffa odiosa se, a fronte dell’emergenza, i farmaci essenziali non fossero accessibili. L’altro problema riguarda il volume di produzione dei nuovi prodotti. Difficile capire che cosa abbia fatto finora l’Oms per spingere quelli che hanno la tecnologia a impegnarsi sui grossi volumi di farmaci, negoziando un accordo fra inventori e produttori del vaccino. Difficile capire se abbia la volontà politica, la leadership necessaria per esercitare questa mediazione sull’accesso di larga scala. Infine, si chiede Janis Lazdins, «una volta pronto il vaccino, chi ne controllerà l’accessibilità: il paese colpito, l’azienda produttrice o il finanziatore del progetto di ricerca?».
C’è un ruolo per l’Organizzazione mondiale della sanità in questo scenario, ci chiediamo noi?
Fonte
Da quando è tornato a infestare l’Africa, con dinamiche di contagio e parabole epidemiologiche che non si erano mai viste prima, ne ha fatta di strada il virus dell’Ebola. Dal primo passaggio del virus, forse dovuto al contatto fra un contadino di uno sperduto villaggio della Guinea Conakry e una volpe volante (o pipistrello della frutta), tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014.
Da quando è stata finalmente identificata, nel marzo 2014, l’epidemia ha moltiplicato le sue rotte. Oltre i remoti villaggi senza nome, lungo le camionali dirette alle brulicanti città africane. Fuori dai confini sociali della povertà, a lambire la classe media del continente, anch’essa aeromobile ormai. Gli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) registrano 7470 casi in Guinea, Liberia e Sierra Leone, con 3431 decessi.
Ma l’Ebola è uscita ormai anche dal continente africano. È arrivata negli Stati Uniti, con il «caso zero» di virus del 28 settembre in Texas – quello di Thomas Eric Duncan, in lotta tra la vita e la morte mentre scriviamo – il panico nella comunità liberiana di Dallas e nove persone ad altissimo rischio di contagio, secondo le ultime notizie. Di qualche ora fa è anche l’annuncio di un giornalista freelance della Nbc News, Ashoka Mukpo che, infettato la scorsa settimana, è approdato lunedì scorso all’ospedale del Nebraska.
E da ultimo, Ebola è arrivata anche in Europa, con un'infermiera spagnola infettata dal virus dopo essere entrata in contatto con il missionario Manuel Garcia Viejo, infettato in Africa, rimpatriato e poi deceduto nell’ospedale La Paz Carlo III di Madrid. Segnerà una svolta nella gestione della patologia, quest’approdo oltreoceano?
Geopolitica della salute
Il fatto che l’epidemia sia fuori controllo, come aveva anticipato qualche settimana fa la presidente di Medici Senza Frontiere Joanne Liu, e come ormai riconoscono anche nei corridoi dell’Oms, la dice lunga sui dispositivi che muovono la geopolitica della salute, nei tempi interconnessi della globalizzazione. I fenomeni di urbanizzazione e l’espansione delle città, nonché la maggiore mobilità delle persone, creano oggettivamente i presupposti di quella che Mark Woolhouse, epidemiologo delle malattie infettive dell’Università di Edinburgo ha definito «la tempesta perfetta per l’emersione dei virus».
Eppure non tutti i virus attirano la comunità internazionale con lo stesso potere di mobilitazione. «In un certo senso si tratta di una morte annunciata -, commenta Janis Lazdins, già responsabile della ricerca presso la Tropical Disease Research Unit (TDR) dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) -, per diversi anni si è cercato di convincere l’Oms a promuovere la ricerca contro l’Ebola, magari inserendola nel paniere di patologie cui poteva dedicarsi Tdr, ma è sempre stato risposto che si trattava di una malattia focale, di focolai virulenti, capaci di estinguersi da soli. Oggi è cambiato tutto. Ma il rischio è che l’Oms abbia un know-how molto limitato sulla malattia, sicuramente in ambito di ricerca e sviluppo di nuovi farmaci per combatterla».
Solo ad agosto l’Oms ha riconosciuto Ebola come un’emergenza internazionale, segno che non proprio tutti i contagi pesano in ugual misura. Di tutt’altro dinamismo fu la risposta che l’Oms seppe sollecitare nel 2003 al virus della sindrome acuta respiratoria (Sars). Il virus colpì paesi economicamente forti e fulminò in poche settimane pochi businessmen globali approdati in Canada dalle aree dell’Asia riportate come focolai della malattia. A recuperare la reticenza iniziale, se non il vero e proprio occultamento della malattia da parte dei governi, l’Oms riuscì ad attivare un network di risposta globale, costringendo la comunità scientifica internazionale ad uno sforzo di collaborazione che viene ancora oggi additato a modello, e che in pochi mesi produsse i primi strumenti medici.
Eppure i motivi di preoccupazione per la diffusione dell’Ebola non mancano. Le proiezioni pubblicate a metà settembre dall’US Centre for Disease Control and Prevention (CDC) di Atlanta non lasciano scampo. In Sierra Leone e in Liberia soltanto, più di 20 mila nuovi casi potrebbero emergere nelle prossime settimane e qualcosa come 1,4 milioni entro gennaio 2015 se il contagio continuasse a propagarsi ai ritmi attuali.
Il virus ha potuto diffondersi con sorprendente rapidità finora perché il compito di identificarlo e gestirlo è stato lasciato in buona sostanza ai sistemi sanitari del tutto inadeguati di paesi molto poveri, e assolutamente impreparati ad affrontarne la virulenza. Gli ospedali e i presidi sanitari erano, e restano ancora oggi, del tutto sguarniti degli strumenti fondamentali per contenere l’infezione: i guanti, l’acqua corrente, gli scafandri protettivi. Il personale sanitario africano, che già si conta al lumicino, ha pagato un prezzo altissimo in termini di contagio e di vite. Un triste catalogo di disfunzioni politiche, mediche e logistiche, peraltro non nuove. Un elenco fitto di lezioni che Ebola insegna alla comunità sanitaria globale, focalizzata da troppi anni su poche, specifiche, malattie in voga presso la comunità dei donatori, a discapito dell’attenzione rivolta alla salute primaria, alle priorità che per gli africani contano davvero. La prevenzione e la promozione della salute.
L’Ebola però parla anche dell’Oms di questi anni. Racconta le conseguenze della sua debolezza finanziaria e soprattutto politica, un’autentica minaccia alla salute del pianeta. In quanto autorità pubblica con il compito di dirigere e coordinare le operazioni di salute internazionale, l’Oms dovrebbe essere adeguatamente carenata ad intercettare e affrontare tutte le emergenze sanitarie. A questo scopo l’agenzia, proprio all’indomani della Sars, si è dotata di health regulations vincolanti per tutti i suoi 194 membri. Eppure, a parlare con i funzionari di Ginevra in queste settimane, si deve prendere atto che l’agenzia sta grattando il barile dei pochi fondi di cui dispone e sta facendo i conti con la riduzione drastica del suo personale, soprattutto quello della vecchia scuola, che è stato dismesso o ha trasmigrato altrove.
Attenti al «filantropo»
Inoltre l’Oms è stata condizionata negli ultimi anni da un nugolo sempre più ristretto di paesi donatori e di finanziatori privati che hanno lasciato ben poco spazio di manovra all’agenzia in termini di priorità sanitarie. Il filantropo Bill Gates la fa da padrone: dal 2013 è il primo erogatore di fondi dell’Oms, e non era mai avvenuto nella storia dell’agenzia che un privato superasse il finanziamento dei governi. I quali dal canto loro, permettono che tutto questo avvenga, al massimo con qualche mal di pancia. Neppure i potenti Brics fanno eccezione.
Ebola ci costringe dunque a misurare il collasso del governo mondiale della salute. Ora che l’epidemia priva di medicinali essenziali ha innescato la competizione fra case farmaceutiche, aziende biotech e centri di ricerca, si tratta di capire se l’Oms possa accompagnare la corsa al vaccino che si è scatenata, e con quali processi di trasparenza, di competenza tecnica, di arruolamento degli esperti. Già con l’influenza aviaria, l’agenzia è stata fagocitata dal conflitto di interessi, con gravi effetti reputazionali.
Le ricerche contro il virus dell’Ebola, avviate tramite l’uso dei sieri delle persone infette come raccomandato dall’Oms, sono ancora a una fase molto incipiente, nel senso che nessuna sperimentazione è andata oltre il livello animale. Inoltre tutto il discorso della ricerca sembra essere sfuggito, in senso stretto, alle autorità dei paesi colpiti, le quali hanno detto in tutte le lingue di non essere in grado di valutare la qualità dei farmaci contro Ebola. All’Oms non resta che affidarsi alla Food and Drug Administration (Fda), sempre più coinvolta dato l’attivismo delle aziende biotech americane, o all’European Medicines Agency (Ema).
Lo scenario presenta alcuni problemi. Il primo rischio è che i criteri stringenti e competitivi di Fda e Ema rallentino la messa in campo di nuovi vaccini, e producano un impatto indesiderato sul prezzo del prodotto finale, come del resto avviene in maniera sempre più sistematica con i vaccini di ultima generazione. Che ruolo saprà o potrà svolgere l’Oms per negoziare il prezzo dei dispositivi medicali così urgenti? Sarebbe una beffa odiosa se, a fronte dell’emergenza, i farmaci essenziali non fossero accessibili. L’altro problema riguarda il volume di produzione dei nuovi prodotti. Difficile capire che cosa abbia fatto finora l’Oms per spingere quelli che hanno la tecnologia a impegnarsi sui grossi volumi di farmaci, negoziando un accordo fra inventori e produttori del vaccino. Difficile capire se abbia la volontà politica, la leadership necessaria per esercitare questa mediazione sull’accesso di larga scala. Infine, si chiede Janis Lazdins, «una volta pronto il vaccino, chi ne controllerà l’accessibilità: il paese colpito, l’azienda produttrice o il finanziatore del progetto di ricerca?».
C’è un ruolo per l’Organizzazione mondiale della sanità in questo scenario, ci chiediamo noi?
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