Il finanziere francese Vincent Bollorè è in stato di fermo per la corruzione di funzionari pubblici stranieri in una vicenda legata a concessioni portuali in Togo e Guinea. Lo riporta ‘Le Monde’ nella sua versione online.
Il gruppo Bolloré naturalmente “smentisce formalmente” di aver commesso “irregolarità” in Africa attraverso la sua filiale africana SDV Afrique. Le “prestazioni” oggetto dell’inchiesta della giustizia francese sarebbero state “realizzate in completa trasparenza” e l’odierna audizione di Vincent Bolloré “permetterà di chiarire in modo utile alla giustizia queste questioni già oggetto di una expertise indipendente che ha concluso la perfetta regolarità delle operazioni”.
E’ una notizia bomba, sia a Parigi che a Roma, perché Vincent Bollorè è attualmente a capo della cordata che controlla Telecom, l’ex compagnia telefonica pubblica privatizzata da quel genio “di sinistra” chiamato Massimo D’Alema, nella sua breve stagione da premier a Palazzo Chigi.
Per ricordare qualche dettaglio, la Telecom era stata trasformata da società a controllo statale a public company al momento della chiusura dell’Iri (opera di quell’altro genio “democratico” chiamato Roma Prodi); insomma, nessun azionista avrebbe potuto diventare azionista di riferimento, visto che nessuno avrebbe dovuto superare il 2%. D’Alema tolse questo vincolo e di fatto regalò le nostre telecomunicazioni – comprese quelle giudiziarie! – a Matteo Colaninno, il cui figlio nel frattempo diventava una delle giovani promesse... del Pd (o come si chiamava allora).
Colaninno la rivendette ben presto a Marco Tronchetti Provera, debiti compresi, guadagnandoci parecchio. Da Tronchetti Provera, anche tramite qualche “spezzatino”, Telecom passò agli spagnoli di Telefonica e da questi, infine, al gruppo Vivendi, controllato da Bollorè.
Le ultime notizie danno appunto Bolloré interrogato negli uffici della polizia giudiziaria a Nanterre, nel dipartimento degli Hauts-de-Seine, alle porte di Parigi.
La vicenda riguarda le concessioni di ottenimento della gestione dei terminal di navi container. I giudici si chiedono se il gruppo Bolloré non abbia usato Havas, la sua filiale pubblicitaria, per ottenere nel 2010 la gestione dei porti di Conakry, in Guinea e Lomé, in Togo. L’ipotesi è che Havas abbia fornito consulenze e consigli per sostenere l’arrivo al potere di alcuni dirigenti africani in cambio delle concessioni sui porti. Già nel 2016, la sede del gruppo Bolloré Africa Logistics era stata oggetto di una perquisizione nell’ambito dell’inchiesta aperta nel luglio 2012.
Una sordida storia di neocolonialismo alla francese, che anche in altre forme si va dispiegando nell’ex Africa francofona (Mali, Senegal, Niger, Ciad, ecc), ed è tra le concause dell’impoverimento estremo di quell’area (i dirigenti locali sono corrotti per decisione europea, oltre che per tornaconto personale; quelli che non sono disposti a farsi compare e magari contrastano efficacemente le mire delle multinazionali, vengono brutalmente soppressi; vedi Tomas Sankara, presidente del Burkina Faso).
Tornando in casa, c’è davvero da chiedersi “a chi diavolo mai abbiamo dato il controllo delle nostre vite e delle nostre imprese pubbliche” (con le telecomunicazioni, sembra inutile ricordarlo, si controlla Internet, si intercettano telefonate, mail, ecc)?
Per saperne di più vedi http://contropiano.org/news/lavoro-conflitto-news/2018/04/23/tim-dopo-20-anni-ancora-scorribande-finanziarie-0103213
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/02/2018
C’era una volta il West e Mamadou non lo sa ancora
Carica nel baule dell’auto due sacchi neri di plastica. Dentro ci sono due borse che è tutto quanto Mamadou Sadio ha protetto dalla polvere del deserto e dalla dogana nigerina. Per arrivare a Niamey si è venduto l’Android comprato come ricordo nel suo secondo soggiorno in Algeria. La prima volta aveva sedici anni e, dopo aver fatto il manovale per qualche mese, si è messo alla scuola di un sarto. Faceva ricami e con questi sbarcava il lunario che nel frattempo si era trasformato in nostalgia di casa. Orfano di entrambi i genitori pensava di trovare in Guinea, suo paese di origine, quanto guadagnava in Algeria. Mamadou decide di tornarvi perché la sua patria è come una matrigna senza nome. Un amico gli paga il viaggio e i briganti ne profittano per arraffare i soldi imprestati per il transito. Ad Algeri comincia col fare il manovale come la prima volta e poi ritorna alla sartoria.
C’era una volta il West che si è trasformato in Far West, un Western all’italiana. Ancora meno attrattivo dei Western-spaghetti. Rimangono come un pugno di dollari da non spartire con nessuno e il sistema organizzato di depredazione globale. Un crepuscolo nel quale il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri. Lo ricordava Antonio Gramsci. Il West fabbrica mostri e li esporta assieme alle mercanzie, le armi e le guerre umanitarie di ultima generazione. Un Western che teme l’arrivo dei nostri che potrebbero tirarlo fuori dal torpore politico ed etico dal quale non ha saputo capire la seduzione. Ora è tardi e forse è bene che cominci a preparare le scialuppe di salvataggio per il prossimo naufragio sulle scogliere.
Mentre sta lavorando in una bottega di ricamo a buon mercato la polizia algerina gli chiede i documenti. Malgrado la sua carta consolare originale è accusato di falso, imprigionato e infine condannato a un anno di carcere. Si trova in una stanza con altre 25 persone, algerini e stranieri di varie nazionalità. Ad ognuno il suo problema e per tutti un filone di pane e mezzo al giorno con ripieno di fagioli variabili. Un bagno comune con la porta aperta e l’acqua occasionale ogni due settimane. L’ora d’aria al mattino e il pomeriggio verso le 16. Una televisione per tutti con film la sera e occasionali partite di calcio in mondovisione. E’ così che passano i 5 mesi di Mamadou che viene graziato per la festa nazionale dell’Algeria. All’uscita riceve il foglio di espulsione stampato in arabo che capisce ma non legge. Si fida sulla parola e stavolta riparte per sempre.
C’era una volta il West che si è trasformato in un campo di battaglia. Le trincee della prima guerra mondiale sono state abbandonate e poi esportate. Si preferiscono ora sistemi più sofisticati e altrettanto invasivi di controllo biometrico. L’economia ha divorato la politica che si limita ad organizzare la spogliazione dell’esistente. La Westernizzazione del mondo ha le settimane contate e, stavolta, non basterà l’arca di Noè per gente distratta a commerciare. Sarà come in quel tempo, e stava già scritto, che ci si sposava, si facevano case, si comprava, si vendeva e si banchettava. Non si prestava attenzione a quello che stava per accadere. In cambio venivano respinti i soccorritori che arrivavano dal mare. Era l’ultima occasione che si presentava al West per salvarsi dai mostri.
Mamadou sa invece dove andare, come lo sa il vento di sabbia che lo ha guidato fin qui. Torna al suo paese con due due borse rivestite di plastica e la carta consolare della Guinea numero 10807. Con poco più di vent’anni, senza una casa e una vita davanti tutta da ricamare.
Niamey, febbraio 018
Fonte
29/09/2015
Diallo e le frontiere elettriche del Niger
Malgrado l’uranio che illumina la Francia, nel Niger l’energia scarseggia. Nel Niger si produce e si svende l’uranio ma soprattutto si esportano frontiere. Arrivare di notte con l’aereo è un’emozione. Il buio fitto che accompagna la discesa verso la capitale Niamey si illumina d’immenso. Sono le luci dell’aeroporto e quelle, sporadiche, lungo la strada che porta al centro. Nell’insieme i riflessi sono a macchia di leopardo e tutto dipende dalla compagnia di distribuzione di elettricità. Nella stagione calda la musica più diffusa in città è quella prodotta dai gruppi elettrogeni. A fatica si cerca di palliare alle croniche insufficienze di produzione. Cresce la capitale e aumentano i consumi di energia poco rinnovabile. La stabilità è assicurata dalle fatture, l’unica cosa puntuale del paese.
Diallo, originario della Guinea, torna a casa dopo pochi mesi passati in Algeria. Più che sufficienti per scoraggiare un’ulteriore permanenza in clandestinità. I soliti cantieri edili, con proprietari siriani, algerini oppure cinesi. La costante comune è la fatica, lo sfruttamento e le paghe da sopravvivenza proletaria da fine ‘800 in Inghilterra. La rivoluzione industriale non è finita per nulla. Solo cambiano i nomi, i luoghi e le modalità. Diallo torna perché vuole riprendere la scuola, abbandonata per mancanza di soldi. La sua famiglia è divisa e lui vive col padre perché sua madre ha un altro marito. Ma è solo lei a chiamarlo ogni giorno e a supplicarlo di tornare indietro prima che sia troppo tardi. Suo padre, invece, era d’accordo con la partenza, così sostiene Diallo.
Torna assieme all’amico Aboubacar, originario dello stesso villaggio di Guinea. Si consolano a vicenda della disfatta e solo sperano d'arrivare in fretta al paese per tornare alla vita di sempre. Non pensavano alle frontiere del Niger. Sono merce esportabile, a livello locale e internazionale. Preziose specie se non tracciate da nessuno e comunque fonte di reddito per molti. Aboubacar aveva portato alcune bottiglie di profumo e tre vestiti completi per le sorelle. Una di loro si vuole sposare e Aboubacar si sente quasi capo famiglia, classe ’93 che precede di un anno Diallo, nato nel ’94. Alla frontiera gli portano via tutto, compresi 30 mila franchi. Gli spiace per i profumi e rimpiange i completi da regalare alle sorelle. Quella che si sposa dovrà rimediare in fretta, contava su di lui.
Diallo aveva nascosto i soldi per il resto del viaggio nella borsa. La prima perquisizione non aveva dato i risultati sperati. La fase successiva è stata molto semplice. Diallo è stato condotto in una stanza a parte, invitato a spogliarsi e a rivelare il luogo del nascondiglio dei soldi. Alla sua ripetuta resistenza il poliziotto ha risposto con l’uso di scariche elettriche sul suo corpo. Un sistema relativamente nuovo e, a quanto sembra, efficace. Le formazioni della polizia di frontiera e i mezzi messi a disposizione per controllare le frontiere cominciano a funzionare davvero. Diallo ha ceduto alla tortura e ha rivelato il nascondiglio segreto della borsa. Anche a lui hanno preso 30 mila franchi e, assieme, la dignità. Le frontiere del Niger sono di colpo provviste di energia elettrica, ‘a gratis’.
Poi c’è il golpe, ormai superato, nel vicino Burkina Faso e persino la partenza per il paese è bloccata alla stazione. Oggi è la festa della Tabaski, rimpianta da migliaia di capri che vorrebbero non essere mai nati. E, una volta di più, manca la corrente in città, ma non alle frontiere del Niger.
Fonte
Diallo, originario della Guinea, torna a casa dopo pochi mesi passati in Algeria. Più che sufficienti per scoraggiare un’ulteriore permanenza in clandestinità. I soliti cantieri edili, con proprietari siriani, algerini oppure cinesi. La costante comune è la fatica, lo sfruttamento e le paghe da sopravvivenza proletaria da fine ‘800 in Inghilterra. La rivoluzione industriale non è finita per nulla. Solo cambiano i nomi, i luoghi e le modalità. Diallo torna perché vuole riprendere la scuola, abbandonata per mancanza di soldi. La sua famiglia è divisa e lui vive col padre perché sua madre ha un altro marito. Ma è solo lei a chiamarlo ogni giorno e a supplicarlo di tornare indietro prima che sia troppo tardi. Suo padre, invece, era d’accordo con la partenza, così sostiene Diallo.
Torna assieme all’amico Aboubacar, originario dello stesso villaggio di Guinea. Si consolano a vicenda della disfatta e solo sperano d'arrivare in fretta al paese per tornare alla vita di sempre. Non pensavano alle frontiere del Niger. Sono merce esportabile, a livello locale e internazionale. Preziose specie se non tracciate da nessuno e comunque fonte di reddito per molti. Aboubacar aveva portato alcune bottiglie di profumo e tre vestiti completi per le sorelle. Una di loro si vuole sposare e Aboubacar si sente quasi capo famiglia, classe ’93 che precede di un anno Diallo, nato nel ’94. Alla frontiera gli portano via tutto, compresi 30 mila franchi. Gli spiace per i profumi e rimpiange i completi da regalare alle sorelle. Quella che si sposa dovrà rimediare in fretta, contava su di lui.
Diallo aveva nascosto i soldi per il resto del viaggio nella borsa. La prima perquisizione non aveva dato i risultati sperati. La fase successiva è stata molto semplice. Diallo è stato condotto in una stanza a parte, invitato a spogliarsi e a rivelare il luogo del nascondiglio dei soldi. Alla sua ripetuta resistenza il poliziotto ha risposto con l’uso di scariche elettriche sul suo corpo. Un sistema relativamente nuovo e, a quanto sembra, efficace. Le formazioni della polizia di frontiera e i mezzi messi a disposizione per controllare le frontiere cominciano a funzionare davvero. Diallo ha ceduto alla tortura e ha rivelato il nascondiglio segreto della borsa. Anche a lui hanno preso 30 mila franchi e, assieme, la dignità. Le frontiere del Niger sono di colpo provviste di energia elettrica, ‘a gratis’.
Poi c’è il golpe, ormai superato, nel vicino Burkina Faso e persino la partenza per il paese è bloccata alla stazione. Oggi è la festa della Tabaski, rimpianta da migliaia di capri che vorrebbero non essere mai nati. E, una volta di più, manca la corrente in città, ma non alle frontiere del Niger.
Fonte
25/05/2015
Le stampelle di Diallo
Diallo è paralizzato dal 2007. La manifestazione di piazza si è per lui trasformata in dramma. La Guinea è da anni uno dei principali produttori di minerale di ferro. Le montagne e anche le colline abbondano di questo materiale. Utile per l’esportazione e non per i cittadini del paese che da anni si dibattono con la politica della miseria. Diallo scappava con la moto poi falciata da un’auto. Da allora è paralizzato alle due gambe. Decide allora di fare sua la causa dei disabili e per questo parte a Marrakech nel Marocco del Re della dinastia che governa in nome dell’Islam e del Capitale.
Posa le stampelle per terra. Arriva da Agadez. Prima viaggia per il Mali e poi l’Algeria. Nel Marocco lavora per i turisti che adorano i suoi disegni pieni di fantasia. L’amico che lo ha invitato parte in Spagna dove il futuro sembra possibile per quelli che camminano sulle acque. Si sente solo e abbandonato al destino che lo ha illuso. Parte e torna in Algeria dove disegna sulla sabbia quanto rimane del sogno che lo ha fatto viaggiare. Diallo sorride e scrive su un foglio di carta l’indirizzo mail nel caso qualcuno si interessasse al suo progetto di associazione di handicappati.
Nel viaggio di ritorno passa per il deserto e lo fermano i tuareg che dalla guerra passano alla rapina. Tra le due operazioni non c’è troppa differenza. Ogni guerra è un affare per creare mercato e benessere per alcuni. Quattro posti di blocco per domandare soldi nel deserto che unisce e separa l’Algeria dal Niger. Tra le complicità dei trasportatori e dei gendarmi che pattugliano l’omertà. Diallo non ha i soldi per pagare la tassa di navigazione e i compagni pagano per lui. Fa il disegnatore e l’incisore di ferite alla dignità di coloro che come lui hanno le stampelle per migrare.
Ha redatto un documento nel quale viene rivendicato lo stesso trattamento. Migranti coi piedi e quelli con le stampelle hanno gli stessi diritti. Ognuno cammina come può. Le stampelle sono un simbolo e una profezia. La follia di migrare con le stampelle. Le stampelle che migrano sono il simbolo dell’abisso nel quale sprofonda la politica. Non c’è futuro per uno come Diallo nel paese terzo produttore mondiale di bauxite. Si spostano le elezioni e si riaggiustano a seconda delle stagioni. Muoiono sulle strade quanti protestano, oppure nello stadio di Conakry, la capitale.
Camminare e migrare con le stampelle è una profezia. Un’utopia che sfida l’impossibile. Le stampelle sono quelle della politica e della civiltà che di essa si nutre. Stampelle sono le frontiere che dividono e si spostano a seconda delle convenienze. Stampelle sono la religione che tutto ingloba di volontà poco divina. Stampelle è Diallo che sfida le più elementari regole del giudizio e delle distanze. Scrive lo statuto per la sua associazione che non troverà finanziatori. Diallo torna al paese che lo ha esportato quattro anni fa. Dice che vuole viaggiare altrove. Le stampelle fanno la storia.
Diallo arriva con suo fratello. Lui ha conosciuto la neve di Algeri e la rete metallica di Melilla nel Marocco. Ha tentato più volte l’assalto alla barriera e si è scoraggiato. Ha fatto sue le stampelle di suo fratello e lo ha accompagnato fino a Niamey. Lui ha dovuto pagare i tuareg e i doganieri. Migliaia di franchi e il cellulare con le foto della traversata del deserto e del mare Mediterraneo. L’altro Diallo non si lamenta e non impreca. Ricorda la neve che si scioglieva al primo sguardo e nella mani non gli rimaneva nulla. Un pò d’acqua da bere come pranzo da condividere col fratello.
Diallo porta le stampelle come un trofeo. Cammina a stento anche con loro. Dice che una volta al paese continuerà a difendere i diritti di quelli come lui. Come lui hanno altre ricchezze da condividere. L’articolo primo della sua carta ricorda che tutti sono uguali davanti alla vita.
Fonte
Posa le stampelle per terra. Arriva da Agadez. Prima viaggia per il Mali e poi l’Algeria. Nel Marocco lavora per i turisti che adorano i suoi disegni pieni di fantasia. L’amico che lo ha invitato parte in Spagna dove il futuro sembra possibile per quelli che camminano sulle acque. Si sente solo e abbandonato al destino che lo ha illuso. Parte e torna in Algeria dove disegna sulla sabbia quanto rimane del sogno che lo ha fatto viaggiare. Diallo sorride e scrive su un foglio di carta l’indirizzo mail nel caso qualcuno si interessasse al suo progetto di associazione di handicappati.
Nel viaggio di ritorno passa per il deserto e lo fermano i tuareg che dalla guerra passano alla rapina. Tra le due operazioni non c’è troppa differenza. Ogni guerra è un affare per creare mercato e benessere per alcuni. Quattro posti di blocco per domandare soldi nel deserto che unisce e separa l’Algeria dal Niger. Tra le complicità dei trasportatori e dei gendarmi che pattugliano l’omertà. Diallo non ha i soldi per pagare la tassa di navigazione e i compagni pagano per lui. Fa il disegnatore e l’incisore di ferite alla dignità di coloro che come lui hanno le stampelle per migrare.
Ha redatto un documento nel quale viene rivendicato lo stesso trattamento. Migranti coi piedi e quelli con le stampelle hanno gli stessi diritti. Ognuno cammina come può. Le stampelle sono un simbolo e una profezia. La follia di migrare con le stampelle. Le stampelle che migrano sono il simbolo dell’abisso nel quale sprofonda la politica. Non c’è futuro per uno come Diallo nel paese terzo produttore mondiale di bauxite. Si spostano le elezioni e si riaggiustano a seconda delle stagioni. Muoiono sulle strade quanti protestano, oppure nello stadio di Conakry, la capitale.
Camminare e migrare con le stampelle è una profezia. Un’utopia che sfida l’impossibile. Le stampelle sono quelle della politica e della civiltà che di essa si nutre. Stampelle sono le frontiere che dividono e si spostano a seconda delle convenienze. Stampelle sono la religione che tutto ingloba di volontà poco divina. Stampelle è Diallo che sfida le più elementari regole del giudizio e delle distanze. Scrive lo statuto per la sua associazione che non troverà finanziatori. Diallo torna al paese che lo ha esportato quattro anni fa. Dice che vuole viaggiare altrove. Le stampelle fanno la storia.
Diallo arriva con suo fratello. Lui ha conosciuto la neve di Algeri e la rete metallica di Melilla nel Marocco. Ha tentato più volte l’assalto alla barriera e si è scoraggiato. Ha fatto sue le stampelle di suo fratello e lo ha accompagnato fino a Niamey. Lui ha dovuto pagare i tuareg e i doganieri. Migliaia di franchi e il cellulare con le foto della traversata del deserto e del mare Mediterraneo. L’altro Diallo non si lamenta e non impreca. Ricorda la neve che si scioglieva al primo sguardo e nella mani non gli rimaneva nulla. Un pò d’acqua da bere come pranzo da condividere col fratello.
Diallo porta le stampelle come un trofeo. Cammina a stento anche con loro. Dice che una volta al paese continuerà a difendere i diritti di quelli come lui. Come lui hanno altre ricchezze da condividere. L’articolo primo della sua carta ricorda che tutti sono uguali davanti alla vita.
Fonte
05/12/2014
Ebola. In Africa occidentale 5 milioni di bambini senza scuola
Chiuse, insieme ad altri edifici pubblici, per scongiurare il diffondersi ulteriore del virus o usate come centri di detenzione per i malati di Ebola. È questo il destino delle scuole in Guinea, Liberia e Sierra Leone: con effetti devastanti soprattutto per le ragazze, le più esposte a situazioni di alto rischio come matrimoni e gravidanze precoci. A rivelarlo è il rapporto ‘Ebola Emergency: Restoring Education, Creating Safe Schools and Preventing Long-term Crisis’ della Global Business Coalition for Education in collaborazione con A World at School, che propone – in attesa della riapertura delle scuole – l’insegnamento attraverso radio, televisione, telefoni cellulari e internet.
Nei tre Paesi sarebbero 5 milioni i bambini costretti a non andare a scuola a causa dell’epidemia di Ebola.
“Con i bambini senza scuola a tempo indeterminato, Ebola minaccia di invertire anni di progresso educativo in Africa occidentale dove i tassi di alfabetizzazione sono già bassi e i sistemi scolastici si stanno solo ora riprendendo da anni di guerra civile” sostiene nel rapporto l’inviato speciale delle Nazioni Unite per l’educazione globale, Gordon Brown.
Il 54% dei bambini rischia di non tornare più in aula se non va a scuola per un anno e “Il rischio di lavoro minorile aumenta rapidamente dato che il contributo all’economia domestica diventa fondamentale per le famiglie”. A essere maggiormente colpiti per le generazioni a venire sarebbero i “più emarginati”, se “scuole sicure” non vengono riaperte.
Ma le scuole prima di essere riaperte – si legge nel rapporto – devono essere pulite e disinfettate, dotate di acqua e servizi igienici migliori. Mentre, una volta riaperte, gli insegnanti andrebbero preparati a riconoscere i sintomi di Ebola in modo da saper individuare eventuali casi. Le scuole in questo modo oltre a garantire un’istruzione fornirebbero anche una “prima linea di difesa nel tracciare e monitorare i potenziali casi di Ebola”.
A introdurre nel mese scorso l’insegnamento via radio è stato il governo della Sierra Leone: “I programmi radiofonici (e televisivi) sono stati ben accolti da genitori e alunni. Il fatto che si stiano impegnando è già un segno di riuscita” ha sostenuto il ministro dell’Informazione, Alpha Kanu. Un altro Paese ad aver introdotto misure analoghe è la Liberia, secondo quanto riportato da Unicef.
Intanto, secondo i dati diffusi mercoledì dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), il bilancio delle vittime di ebola è salito a 6.070 su 17.145 casi al 30 novembre scorso. In Sierra Leone “La trasmissione rimane intensa e persistente in tutto il paese, con l’eccezione del Sud”. Mentre “nelle zone occidentali, come Freetown e Port Loko, il trattamento e la capacità di isolamento continuano ad essere resi carenti da un grande volume di nuovi pazienti”.
La Sierra Leone ha registrato 1.455 su 2.039 nuovi casi nei tre paesi negli ultimi 21 giorni.
Fonte
01/07/2014
Ebola. Epidemia fuori controllo in Guinea, Sierra Leone e Liberia
Il numero di probabili infezioni e il numero di quelle confermate cambia continuamente e rapidamente. Dallo
scorso marzo più di 600 casi di ebola e oltre 390 morti sono stati
documentati, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità tra Guinea,
Liberia e Sierra Leone. Oggi i Paesi dell’Africa Occidentale maggiormente colpiti dal virus.
In Guinea riportati 396 casi di infezione convalidati in laboratorio, con 280 morti. Gli ultimi tre casi nei distretti meridionali di Gueckedou e Telimele.
In Liberia sono 63 i casi confermati e 41 i decessi. Solo nelle ultime settimane 10 nuovi casi e 8 decessi.
In Sierra Leone, il virus ebola con i suoi primi 16 casi è comparso per la prima volta lo scorso maggio. Oggi il numero di morti è arrivato a 46, tra i 176 casi confermati. Il maggior numero dei quali a Kailahun, nella zona est del Paese, al confine con la Liberia.
Il virus ha iniziato a diffondersi in Guinea Conakry all’inizio del 2014.
Nei primi tre mesi dell’anno i casi confermati raggiunsero il numero di
112. 70 i morti. Sembrava che il numero di contagi fosse contenuto,
invece il virus dalle zone rurali, ha lentamente fatto il suo ingresso
nelle aree urbane. Alla fine dello scorso marzo, ebola ha attraversato i
confini della Liberia, raggiungendo Monrovia. E la propagazione ha
perso il controllo, per la difficoltà di tracciare i movimenti delle
persone potenzialmente contagiate.
Pazienti
infetti dal virus sono stati identificati in più di 60 località dei tre
Paesi coinvolti e questo rende il lavoro di limitare l’epidemia
estremamente dispendioso. A fronteggiare la seconda ondata di
infezioni, il lavoro instancabile e continuo di Medici senza Frontiere, a
supporto delle autorità sanitarie nei tre Paesi africani. MSF ha curato
finora 470 pazienti, di cui 215 casi confermati.
La
febbre emorragica è la più temibile conseguenza dell’infezione, che nel
90% dei casi è fatale. La diffusione poco localizzata del virus rende
più complesse le operazioni di intervento, sia per trattare i pazienti,
sia per limitare e circoscrivere l’epidemia.
Essenziali
diventano educare il personale sanitario locale e informare la
popolazione sui metodi per non diffondere la malattia. Necessario
l’isolamento di persone infette. Secondo il parere degli infettivologi
l’epidemia andrà ancora avanti per alcuni mesi.
Di
questo tratterà l’incontro organizzato dall’OMS ad Accra in Ghana, nei
prossimi 2-3 luglio, in cui parteciperanno i ministri della Sanità di
undici Paesi africani e altri rappresentanti.
L’obiettivo della conferenza è lo sviluppo di un piano globale per fermare l’implacabile avanzata del virus.
13/04/2014
Africa - Torna l'incubo Ebola
Crocevia della tratta degli schiavi in Africa Occidentale in passato,
oggi in Guinea Conakry si contano le ultime due vittime del virus
Ebola. L’attenzione mediatica si è appoggiata sull’ignoto Stato
africano, da un lato affacciato sul grande deserto e dall’altro
sull’oceano, dalla metà di marzo. Una delle più violente epidemie di
Ebola degli ultimi anni ha minacciato la popolazione guineana e i
confinanti territori. Dai recenti ragguagli dell’Organizzazione Mondiale
della Sanità, più di un centinaio sarebbero i morti fino ad
oggi nella sola Guinea, i casi compatibili con l’infezione sono invece
158. Casi accertati anche in Liberia, altre decine di contagi che
tendono ad aumentare. Casi denunciati e sospetti in Ghana, Sierra Leone, Senegal e Mali.
L’epidemia sembra essere partita a Sud del fiume Niger. Si tratta del ceppo “Zaïre ebolavirus”, uno dei più devastanti. Le modalità di contagio sono facilitate visti i continui e massivi spostamenti tra zone rurali e grandi città.
Tra Conakry e la zona Sud-Est del Paese, la Croce Rossa Internazionale con l’aiuto di organizzazioni non governative, prima fra tutte Medici Senza Frontiere, continua la lunga campagna per contrastare la diffusione del virus Ebola in questo pezzo di Africa Occidentale. La popolazione dei villaggi del Sud del Paese rimane scarsamente informata. Nessun dato sull’esatta situazione ufficiale del Paese. Timori infondati, voci diffuse rapidamente ed equivoci pericolosi sono il rischioso scenario che potrebbe aleggiare sulle popolazioni della “Guinea delle foreste”.
La febbre emorragica causata dall’Ebola è considerata mortale anche fino al 90% dei casi, per alcuni ceppi. Non esiste nessuna cura, né un vaccino specifico. Reparti di isolamento e la mera cura dei sintomi, quali febbre violenta, mal di testa, dolori muscolari, vomito e diarrea, sono ad oggi tutte le armi che si hanno in mano contro questo virus. Per cui, determinante diventa rintracciare i malati e coloro che hanno avuto contatti con il virus. Secondo l’OMS, le fasi di contenimento dell’epidemia potrebbero proseguire ancora per 3-4 mesi.
Da qualche giorno sono stati allertati alcuni tra gli aeroporti europei, i principali scali delle capitali africane e avviati meticolosi controlli sanitari sui viaggiatori provenienti dai Paesi dove l’epidemia è in atto.
Fonte
L’epidemia sembra essere partita a Sud del fiume Niger. Si tratta del ceppo “Zaïre ebolavirus”, uno dei più devastanti. Le modalità di contagio sono facilitate visti i continui e massivi spostamenti tra zone rurali e grandi città.
Tra Conakry e la zona Sud-Est del Paese, la Croce Rossa Internazionale con l’aiuto di organizzazioni non governative, prima fra tutte Medici Senza Frontiere, continua la lunga campagna per contrastare la diffusione del virus Ebola in questo pezzo di Africa Occidentale. La popolazione dei villaggi del Sud del Paese rimane scarsamente informata. Nessun dato sull’esatta situazione ufficiale del Paese. Timori infondati, voci diffuse rapidamente ed equivoci pericolosi sono il rischioso scenario che potrebbe aleggiare sulle popolazioni della “Guinea delle foreste”.
La febbre emorragica causata dall’Ebola è considerata mortale anche fino al 90% dei casi, per alcuni ceppi. Non esiste nessuna cura, né un vaccino specifico. Reparti di isolamento e la mera cura dei sintomi, quali febbre violenta, mal di testa, dolori muscolari, vomito e diarrea, sono ad oggi tutte le armi che si hanno in mano contro questo virus. Per cui, determinante diventa rintracciare i malati e coloro che hanno avuto contatti con il virus. Secondo l’OMS, le fasi di contenimento dell’epidemia potrebbero proseguire ancora per 3-4 mesi.
Da qualche giorno sono stati allertati alcuni tra gli aeroporti europei, i principali scali delle capitali africane e avviati meticolosi controlli sanitari sui viaggiatori provenienti dai Paesi dove l’epidemia è in atto.
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