Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/04/2018

A chi abbiamo affidato le nostre telecomunicazioni? Fermato Bolloré

Il finanziere francese Vincent Bollorè è in stato di fermo per la corruzione di funzionari pubblici stranieri in una vicenda legata a concessioni portuali in Togo e Guinea. Lo riporta ‘Le Monde’ nella sua versione online.

Il gruppo Bolloré naturalmente “smentisce formalmente” di aver commesso “irregolarità” in Africa attraverso la sua filiale africana SDV Afrique. Le “prestazioni” oggetto dell’inchiesta della giustizia francese sarebbero state “realizzate in completa trasparenza” e l’odierna audizione di Vincent Bolloré “permetterà di chiarire in modo utile alla giustizia queste questioni già oggetto di una expertise indipendente che ha concluso la perfetta regolarità delle operazioni”.

E’ una notizia bomba, sia a Parigi che a Roma, perché Vincent Bollorè è attualmente a capo della cordata che controlla Telecom, l’ex compagnia telefonica pubblica privatizzata da quel genio “di sinistra” chiamato Massimo D’Alema, nella sua breve stagione da premier a Palazzo Chigi.

Per ricordare qualche dettaglio, la Telecom era stata trasformata da società a controllo statale a public company al momento della chiusura dell’Iri (opera di quell’altro genio “democratico” chiamato Roma Prodi); insomma, nessun azionista avrebbe potuto diventare azionista di riferimento, visto che nessuno avrebbe dovuto superare il 2%. D’Alema tolse questo vincolo e di fatto regalò le nostre telecomunicazioni – comprese quelle giudiziarie! – a Matteo Colaninno, il cui figlio nel frattempo diventava una delle giovani promesse... del Pd (o come si chiamava allora).

Colaninno la rivendette ben presto a Marco Tronchetti Provera, debiti compresi, guadagnandoci parecchio. Da Tronchetti Provera, anche tramite qualche “spezzatino”, Telecom passò agli spagnoli di Telefonica e da questi, infine, al gruppo Vivendi, controllato da Bollorè.

Le ultime notizie danno appunto Bolloré interrogato negli uffici della polizia giudiziaria a Nanterre, nel dipartimento degli Hauts-de-Seine, alle porte di Parigi.

La vicenda riguarda le concessioni di ottenimento della gestione dei terminal di navi container. I giudici si chiedono se il gruppo Bolloré non abbia usato Havas, la sua filiale pubblicitaria, per ottenere nel 2010 la gestione dei porti di Conakry, in Guinea e Lomé, in Togo. L’ipotesi è che Havas abbia fornito consulenze e consigli per sostenere l’arrivo al potere di alcuni dirigenti africani in cambio delle concessioni sui porti. Già nel 2016, la sede del gruppo Bolloré Africa Logistics era stata oggetto di una perquisizione nell’ambito dell’inchiesta aperta nel luglio 2012.

Una sordida storia di neocolonialismo alla francese, che anche in altre forme si va dispiegando nell’ex Africa francofona (Mali, Senegal, Niger, Ciad, ecc), ed è tra le concause dell’impoverimento estremo di quell’area (i dirigenti locali sono corrotti per decisione europea, oltre che per tornaconto personale; quelli che non sono disposti a farsi compare e magari contrastano efficacemente le mire delle multinazionali, vengono brutalmente soppressi; vedi Tomas Sankara, presidente del Burkina Faso).

Tornando in casa, c’è davvero da chiedersi “a chi diavolo mai abbiamo dato il controllo delle nostre vite e delle nostre imprese pubbliche” (con le telecomunicazioni, sembra inutile ricordarlo, si controlla Internet, si intercettano telefonate, mail, ecc)?

Per saperne di più vedi http://contropiano.org/news/lavoro-conflitto-news/2018/04/23/tim-dopo-20-anni-ancora-scorribande-finanziarie-0103213

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08/08/2016

Non fatevi distrarre, il pericolo viene da chi sta in alto

Ad avermi buttato in mezzo a una strada, a 50 anni, non è stato uno zingaro e nemmeno un africano. È stato De Benedetti.

A far di me un peso morto è stata la Fornero.

A fingere di proteggermi intanto che si facevano i cazzi loro, non sono stati gli extracomunitari, ma i sindacati.

A prendermi per il culo dicendo una cosa e facendo l’opposto, è Renzi, non i rumeni.

A stravolgere la nostra Costituzione anziché imporne il rispetto, è il parlamento italiano, non quello tunisino.

A distruggere sanità e istruzione, sono stati i governi italiani eletti da italiani, non i rom.

A vessare con metodi medioevali chiunque provi a campare con il poco che racimola, sono funzionari italiani, non libici.

A vendere o spostare verso altre nazioni tutte le principali aziende italiane, non sono stati i marocchini, ma Marchionne, Tronchetti Provera e quelli come loro.

A spingere al suicidio qualche centinaio di poveri cristi, sono stati i governanti italiani, non i profughi.

A sfruttare ogni disgrazia per guadagnarci milionate e distribuendo briciole, sono le grandi cooperative italiane, non quelle serbe.

Quando mi avanzerà abbastanza odio per persone provenienti da altre parti del mondo, forse sposterò il tiro. Per ora mi accontento di riversarlo interamente ai personaggi di cui sopra, miei connazionali e, piuttosto che altri, preferirei fossero loro a trovarsi finalmente nella condizione di dover salire su dei barconi per scappare.
Scappare da qui.

(Michele Monteleone, ex operaio Olivetti)

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21/03/2015

Ciao Pirelli, venduta ai cinesi

Uno degli ultimi pezzi di industria italiana che si era fatta largo nel mondo se ne va. Un luogo simbolo del conflitto di classe nel '900 - la mitica Bicocca - passa di mano, con una partecipazione straniera ancora non quantificata ma certamente molto rilevante. Preludio di una vendita totale nel giro di qualche anno.

Stavolta tocca alla Pirelli, ma dietro non rimane molto, ancora, da vendere. Protagonista anche questa volta Marco Tonchetti Provera, che fa con le gomme la stessa operazione fatta qualche anno fa con Telecom (rilevata da Colaninno, debiti compresi, dopo che quello - con D'Alema presidente del consiglio - aveva scalato una public company che doveva restare tale).

E prima delle gomme - nel 2005 - già si era venduto il comparto dei cavi per energia e telecomunicazioni, uno dei settori più in espansione sul pianeta. E a chi? A Goldman Sachs, una banca di investimento, nemmeno un industriale.

Allora la vendita fu giustificata con la "volontà di investire su Telecom e i pneumatici". Telecom l'ha data via, le gomme se ne vanno ora... Davvero un capitano d'industria, mr Tronchetti...

Nelll'azionariato di Pirelli si prepara a entrare il colosso della chimica cinese ChemChina. La scelta cinese ha molta logica: nel settore pneumatici Pirelli vanta un know how all'avanguardia ed è un marchio molto rispettato in tutto il mondo, anche grazie alla presenza per molti anni nel settore corse (dalla Formula 1 ai rally).

A conclusione del riassetto sulla Bicocca sarà lanciata un'opa su un valore considerato di 7,15 miliardi di euro (15 euro per azione) e uscirà, contemporaneamente, dalla Borsa.

Fino al 2021, sembra, Marco Tronchetti Provera resterà alla guida dell'azienda. Ma mai dire mai, con gente simile. Alla domanda precisa: "Pirelli resterà italiana?" ha risposto nel modo vago di chi sta lasciando ad altri la responsabilità: ''Finché non ci saranno i comunicati non posso dire nulla''.
I passaggi societari che si stanno svolgendo in queste ore riguardano tutta la catena di scatole cinesi (ops...) cui era affidato il controllo azionario di Pirelli. Il primo cda a dover approvare l'accordo con ChemChina è quello di Nuove Partecipazioni, la holding che fa capo allo stesso Marco Tronchetti Provera.

Gli advisor sono al lavoro sulle tecnicalità, forse per questo Pirelli al sollecito di Consob risponde, prima dell'apertura dei mercati, "di non essere stata fino ad oggi destinataria di alcuna comunicazione formale circa il lancio di offerte pubbliche di acquisto". ''Le trattative sono in corso'' risponde invece Camfin alla richiesta di informazioni trasparenti. Obiettivo dichiarato del riassetto è ''garantire stabilità, autonomia e continuità nel percorso di crescita nel tempo del gruppo Pirelli che manterrebbe gli headquarter in Italia''. In particolare l'operazione comporterebbe ''il trasferimento dell'intera partecipazione detenuta da Camfin (26,2% circa) ad un prezzo di euro 15 per azione a una società italiana di nuova costituzione, controllata dal partner industriale internazionale con un contestuale reinvestimento di Camfin in detta società''.

Il pacchetto sul mercato costa già oltre gli 1,87 miliardi calcolati sul valore attribuito dalla stessa società. Una volta perfezionatosi tale trasferimento, verrebbe lanciata un'offerta pubblica di acquisto sulla totalità delle azioni di Pirelli che porterebbe quindi all'uscita dal listino di Borsa.

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24/06/2013

Rete Telecom, lo Stato prova a rimediare agli errori della privatizzazione

Soluzioni pasticciate che vedono il controllo ancora in capo all'ex monopolista non hanno senso. E la neutralità delle infrastrutture servirebbe anche su mobile e tv.

Da quando Romano Prodi nel 1996 cacciò i boiardi al comando di Stet non c’è più stata pace per Telecom. Un sortilegio perseguita l’ex monopolista telefonico. L’aria di rinnovamento voluta dallo stesso Prodi cominciò infatti subito a diradarsi al momento della privatizzazione e il maleficio prese forma. Seconda metà del 1996: si decide di vendere Telecom tutta intera, cioè di non separare la rete dalla parte servizi.

Molte buone ragioni militavano per una scelta diversa (non ultimo il tema del servizio universale), ma le esigenze di cassa presero il sopravvento. Bisognava entrare tra i primi nell’euro e per far questo andava abbattuto il debito pubblico, cospicuamente alimentato dal disavanzo dell’Iri. Nino Andreatta stipulò quindi un accordo con Karel van Miert (allora commissario europeo alla Concorrenza): l’azzeramento del debito Iri con la vendita totale di Telecom. Le telecomunicazioni italiane privatizzate non secondo un quadro di sistema, ma per far soldi.

Il nocciolo duro
Si arriva dunque alla vendita tout court dell’azienda e si sceglie un modello di privatizzazione non improntato all’azionariato diffuso, ma guidato da un gruppo di azionisti forti, il cosiddetto nocciolo duro. Una scelta giustificata dal fatto che l’azionariato diffuso avrebbe potuto favorire il dominio del management. Scelta tuttavia infausta perché da subito quelli del nocciolo duro (tra cui Fiat e Generali) si misero a coltivare le loro prerogative di controllo, più per interesse finanziario che industriale. Il povero Guido Rossi, chiamato alla presidenza della novella azienda, fu subito costretto a dimettersi, non potendo portare avanti l’idea di riformarne la governance secondo un modello “più democratico”.

La maggior parte delle azioni erano state collocate in Borsa e acquistate da piccoli risparmiatori, ma il nocciolo con il suo 10 per cento complessivo volle dettar legge a tutti. E il governo? C’era ancora Prodi, agli sgoccioli. Siamo nel 1998 e nulla si muove. Eppure il governo, nelle linee di indirizzo per la privatizzazione, si era impegnato a garantire una gestione partecipata e trasparente dell’azienda. Ma per il nocciolo duro, in particolare Fiat, neanche a parlarne. Rossi se ne andò, il socio industriale – gli americani di AT&T – fu sloggiato e comparve il mitico Gian Mario Rossignolo. Passa un anno e arrivano i capitani coraggiosi che scalano Telecom a debito, con il beneplacito del governo D’Alema e senza opposizione del nocciolo duro.

Poi nuova scalata, quella di Marco Tronchetti Provera, sempre a debito, con incorporazione di Tim in Telecom e successiva scissione tra le stesse società con conseguente marea di debiti. Qualche insuccesso tecnologico e organizzativo più la svendita degli immobili e siamo ai nostri giorni. Nonostante i debiti, fin quando ci sono stati ricavi si è potuto tirare a campare. Oggi, con la congiuntura economica che tocca pesantemente le telecomunicazioni, le cose cominciano davvero ad andare male. Riparte così il mantra della separazione della rete, per risollevare le sorti dell’azienda. Perché sia una cosa seria e soprattutto utile è però necessario che la rete diventi per intero nuovamente pubblica. Soluzioni pasticciate che vedono il controllo ancora in capo a Telecom non hanno senso.

Se la Cassa Depositi e Prestiti impegna i soldi dei risparmiatori lo deve fare per recuperare alla mano pubblica questa infrastruttura essenziale per il Paese. In altre nazioni industrializzate ciò è avvenuto. La rete come commodity aperta e neutrale. Servono due passaggi: il primo è l’esatta valorizzazione dell’asset. Il calcolo del costo dell’operazione, secondo alcuni intorno ai 10 miliardi, non sta solo nell’infrastruttura in rame, ormai ammortizzata. Dipende invece dal perimetro della separazione, che comunque dovrebbe essere il più ampio possibile e comprendere anche le dorsali in fibra, l’infrastruttura anch’essa in fibra fino agli armadi in prossimità dei palazzi, le tubature in cui passano le reti (le “canalette”), le centrali, le persone che lavorano in Telecom sulla rete.

Nell’era della convergenza
La seconda cosa necessaria è un forte impegno del governo e delle altre istituzioni , in particolare l’Agcom, nonché, ovviamente, l’accordo degli azionisti di Telecom. Quanto al governo, metta mano subito al problema. Il tempo stringe e se la cosa va fatta, la si faccia per una volta non travolti dall’onda della necessità di far soldi per qualcuno e di evitare una tragedia occupazionale e tecnologica per altri. In un’idea di sistema non sarebbe male associare all’operazione anche le reti mobili (cioè impianti e frequenze).

Oggi la convergenza e soprattutto l’accesso in mobilità rendono intimamente connesse le due infrastrutture. Anche se il monopolista dell’etere sicuramente non sarebbe d’accordo, temendo il precedente. Infine, la rete pubblica e aperta non elimina il problema di un suo sviluppo in termini di estensione e tecnologia (il passaggio alla fibra su tutta la filiera). Andrebbe perciò favorita la creazione di un ambiente interessato a tale sviluppo, incentivando i servizi e i contenuti digitali. Compresi quelli televisivi, oggi recintati dai baroni dell’etere.

di Nicola D’Angelo, magistrato amministrativo, già componente dell’Autorità garante per le comunicazioni (Agcom)

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Una volta tanto un articolo ponderato e scritto bene.

06/06/2013

Spezzatino alla Telecom

E’ deciso Telecom scorpora la rete. Dopo essere stata spolpata, si decide di cedere la rete alla Cassa Depositi e Prestiti ed eventualmente con altre aziende proprietarie di rete.

Il consiglio di amministrazione di Telecom del 30 maggio 2013, dopo anni di discussioni in cui il CDA era imbrigliato da interferenze politiche ed economiche, ha approvato il progetto definitivo di societarizzazione della rete di accesso.

Siamo all’epilogo di una lunga storia iniziata con i capitani coraggiosi nel 1999, con a capo Roberto Colaninno, i quali grazie ad un'Opa da 100 mila miliardi di vecchie lire su una Telecom Italia privatizzata da poco per un piatto di lenticchie - appena 27 mila miliardi - dal Tesoro, in ossequio (uno dei tanti atti d'ossequio sbagliati) al malaugurato accordo tra il governo italiano e la commissione europea (il patto Andreatta-Van Miert) che impose al nostro Paese di privatizzare presto e male tante sue ottime aziende.

Ebbene, puntando tanti soldi su Telecom, gli scalatori contavano, come poi accadde nel giro di due anni, di riprenderseli tutti con gli interessi, spolpando il patrimonio dell'azienda. Quando nel 2001 quella cordata vendette la Telecom al gruppo Pirelli, l'azienda era gravata da ben 43 miliardi di euro di debiti.

La nuova gestione pilotata da Marco Tronchetti Provera, subentrato agli scalatori nel luglio del 2001, iniziò a spolpare l’azienda e non solo, basti ricordare durante tale gestione i vari scandali delle intercettazioni abusive legato a varie vicende del 2005-2006, tra cui il caso Abur Omar e lo spionaggio di Alessandra Mussolini prima delle elezioni regionali nel Lazio nel 2005, oltre, secondo la procura di Milano, alle intercettazioni di giudici, giornalisti, politici e uomini di altri servizi (l'indagine peraltro è correlata al suicidio, avvenuto nel 2006, di Adamo Bove, manager di Telecom Italia avente incarichi nel campo della sicurezza).

Nel 2007, il governo Prodi - che vedeva di cattivo occhio la gestione Tronchetti, considerato troppo vicina al rivale Berlusconi - ideò per la prima volta un piano che prevedeva che Telecom Italia scorporasse la rete fissa e la cedesse allo Stato. Tronchetti si oppose, resistette, ma di lì a poco venne travolto dallo scandalo di un’inchiesta sui dossier illeciti, finita poi con il suo completo scagionamento, che però ebbe l’effetto di indurlo a passare la mano.

Il declino di Telecom prosegui anche se quattro anni più tardi quei 43 miliardi di debiti erano stati dimezzati. La successiva fusione tra Telecom e Tim, pur molto gradita dal mercato, ne ricostituì una buona parte.

Oggi la montagna di debiti che ancora grava sull'azienda, 28 miliardi, non può essere più spianata dalla redditività industriale generata dall'azienda stessa, tantomeno se questa vorrà continuare a pagare dividendi e a investire. Al contrario, molti analisti sostengono che di questo passo Telecom rischia, nel giro di qualche anno, di non riuscire più a rimborsare il proprio debito.

Anche considerando la complessità dell’operazione, a partire dal perimetro industriale, quella parte della rete (doppino di rame) che partendo dalle abitazioni arriva sino al primo armadio, che verrà conferito alla newco, comprensivo del suo debito e dipendenti, richiederà tempi non brevi non prima di 18 mesi, nel frattempo andrà avanti la trattativa con Cassa depositi e prestiti ed eventualmente con altre aziende proprietarie di rete.

L’operazione di scorporo comunque costerà caro: secondo alcune stime tra i 90 e 100 milioni. Quanto al valore della newco sarà certamente un terreno di scontro e discussione non facile: secondo alcune indiscrezioni Telecom Italia valuterebbe gli asset scorporati 15 miliardi al netto dei debiti. Una cifra ritenuta decisamente eccessiva da Cdp.

Resta il dubbio che se la Telecom fosse stata un'azienda sana, forse oggi non avrebbe avuto bisogno né di scorporare la rete, né del sostegno della Cdp per accelerare gli investimenti sulle reti veloci. Il processo di scorporo avrà comunque tempi lunghi e andrà ad accavallarsi con la scadenza dei patti di Telco (la holding che controlla il 22,4% di Telecom e che a settembre potrà dare il via alla scissione) e del mandato del management (in carica fino a marzo 2014).

E quindi il nocciolo della questione non è solo delle scelte del management, ma ancora più a monte, è sempre della classe politica italiana, artefice di tutti i problemi nati a seguito delle liberalizzazioni e privatizzazioni a vantaggio del mercato selvaggio, con il risultato di fallimenti a favore della logica azionistica e a sfavore di chi lavora nelle aziende per due lire, coloro i quali dall’oggi al domani si possono trovare senza il lavoro.

Nessuno si preoccupa dei lavoratori e di che cosa rimarrà di una azienda strategica per la nazione che perderebbe una parte rilevantissima del proprio capitale, dopo essere stata spogliata precedentemente di tutti gli immobili di proprietà. L’attuale governo cosa farà per non distruggere quel poco che resta della nostra economia, delle nostre industrie, del nostro lavoro e delle nostre identità impoverendoci ad arte?

Cosa rimarrà dell'azienda Telecom Italia e dei lavoratori che ne fanno parte?!?

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01/04/2013

La7, da Cecchi Gori a Telecom: un ventennio alla rincorsa del terzo polo tv

Né bravi né fortunati. La7 non ha mai avuto proprietari che abbiano saputo trasformarla nel terzo polo televisivo per fare realmente concorrenza a Rai e Mediaset. E adesso rischia anche lo smantellamento di parte del palinsesto perché costa troppo per un canale tv che, solo a fine 2012, ha perso 120 milioni di euro e negli ultimi dieci anni ha accumulato un rosso complessivo da un miliardo. Il nuovo proprietario Urbano Cairo, nato come collaboratore di Silvio Berlusconi a Mediaset, poi diventato editore di settimanali di gossip e anche presidente del Torino calcio, ha dichiarato che non toglierà risorse ai programmi d’informazione, cuore pulsante della rete. Peccato però che i costi della rete lievitino proprio perché ci sono molti programmi realizzati attraverso consulenze esterne, a partire da una parte dello stesso tg di Enrico Mentana e da Omnibus (che la mattina e la sera riassume i principali eventi del giorno). Del resto, Cairo ha comprato La7, messa in vendita dal gruppo Telecom Italia, solo per salvaguardare il suo redditizio incarico di concessionario pubblicitario. Nel 2012, gli spot di La7 hanno raccolto quasi 162 milioni di euro, in calo, ma facendo molto meglio della media di mercato nonostante la crisi.

Anche in passato, comunque, a La7 non è mai andata molto meglio. Nata nel 1974 col nome di Tele Monte Carlo (TMC), canale in italiano della tv del principato di Monaco, passa sotto la proprietà della tv brasiliana Rede Globo e, dalla primavera del 1993, entra a far parte del gruppo Ferruzzi, all’epoca guidato da Raul Gardini. Fino a quell’anno il gruppo di Ravenna era uno dei più importanti del Paese, avendo coltivato affari in svariati settori: dall’agroindustria alla produzione di zucchero grazie a Eridania (azienda attiva tutt’ora), dalla farmaceutica all’editoria (col Messaggero) fino alla chimica, dopo aver ottenuto il controllo del polo nazionale della Montedison. Coi primi anni Novanta, però, scoppia Tangentopoli e nel luglio 1993 Gardini si suicida a Milano, poco prima di essere arrestato con l’accusa di aver pagato mazzette ai politici per la nascita di Enimont, società creata dalla fusione delle attività chimica di Eni e Montedison. Inizia così la crisi definitiva del gruppo Ferruzzi e Tele Monte Carlo si ritrova di nuovo sul mercato. Questa volta per acquistarla c’è Vittorio Cecchi Gori.

Nel 1995 il produttore cinematografico compra TMC e trasforma il canale che già possedeva, Videomusic, in TMC2. E’ adesso che s’inizia a intravedere in Italia la possibilità concreta di creare un terzo polo, in alternativa a Rai e Mediaset. Sembra un matrimonio perfetto: Cecchi Gori produce film, possiede quindi un importante catalogo di titoli da mandare in onda e con Videomusic può creare un gruppo da 150 miliardi di ricavi pubblicitari in vecchie lire, che dà lavoro a 370 dipendenti. Impegnato in politica come senatore del Partito Popolare (ex Dc) e presidente della Fiorentina (che però fallisce sotto la sua proprietà), Cecchi Gori è costretto a vendere quasi tutto nel 2000 (TMC compresa) per far fronte ai debiti. Mantiene solo la proprietà di alcune sale cinematografiche, ma dopo un anno inizia il crollo definitivo con le disavventure giudiziarie: dalle indagini per riciclaggio fino alla bancarotta fraudolenta.

Tele Monte Carlo si separa quindi da Cecchi Gori e finisce in dote a Seat Pagine Gialle nell’agosto del 2000. Agli inizi del nuovo secolo, Tele Monte Carlo è ancora vista come futuro terzo polo tv e questa volta la trasformazione in degno rivale di Rai e Mediaset sembra possibile grazie all’integrazione tra internet, tv e anche telefonia visto che, dal novembre 2000, Seat P.G. entra a far parte del gruppo Telecom. A guidare Seat c’è  Lorenzo Pellicioli, che diventa successivamente amminitratore di De Agostini e consigliere di amministrazione delle assicurazioni Generali. Mentre il gruppo Telecom è diretto da Roberto Colaninno, uno dei “capitani coraggiosi” di Massimo D’Alema. Mentre per Silvio Berlusconi diventerà il capocordata dei 21 “capitani coraggiosi” che hanno rilevato Alitalia tra il 2007 e il 2008. Comunque, TMC non decolla neanche questa volta e, tuttora, nemmeno la compagnia di bandiera tricolore gode di buona salute.

Nel frattempo, Tele Monte Carlo si trasforma in La7 e passa poi sotto l’egida di Marco Tronchetti Provera, guida operativa della Pirelli e nuovo azionista di riferimento del gruppo Telecom. Ma l’avventura nelle telecomunicazioni non porta bene al capo dell’azienda di pneumatici. Nel settembre 2006 lascia la presidenza di Telecom in rotta col governo Prodi e con le indagini in corso per lo scandalo dei dossieraggi illegali della security Telecom. Ad agevolare la buonuscita di Tronchetti Provera da La7 e da tutto il gruppo Telecom sono quindi intervenute le solite banche Intesa e Mediobanca, affiancate dalle Generali e dalla spagnola Telefónica, che per la causa hanno negli anni incassato ingentissime perdite: il saldo nel quinquennio supera abbondantemente i 5 miliardi di euro. Sono questi editori che hanno venduto di recente il canale tv a Urbano Cairo, confermando ancora una volta (almeno) il finale sulla storia dell’emittente: La7 ha avuto diversi e numerosi proprietari, tutti di primo piano sul fronte economico italiano e sempre in stretti rapporti con la politica. Ma con nessuno è riuscita a imporsi come terzo polo tv. Sarà stata solo colpa dell’emittente?

Fonte

Vicende come quelle di La7 dimostrano che il libero mercato esiste solo nella sua concezione teorica.