Appare quantomeno irrituale il cicaleccio – tardivo e strumentale – del governo e dei mass media sulla “colonizzazione” straniera dell'economia italiana. L'occasione è data dalla scalata ostile del gruppo francese Vivendi a Mediaset. Sui poco onorevoli risvolti politici della vicenda (salvare le aziende di Berlusconi per garantire una stampella al prossimo governo del Pd), abbiamo scritto in altra parte del giornale. Sul fatto che a Vivendi sia stata venduta la quota di maggioranza di una vera azienda “strategica” come Telecom solo pochi hanno dato dimostrazione di memoria e coerenza.
Resta invece da portare alla luce come l'incursione ostile di Vivendi sul sistema delle comunicazioni in Italia (Telecom e Mediaset) sia solo la punta dell'iceberg di un vero e proprio shopping a prezzo di saldo che le aziende francesi e tedesche hanno realizzato negli anni verso aziende italiane. Una svendita di patrimonio industriale, tecnologico e di sistemi che in qualche modo giustifica la categoria di colonizzazione usata tardivamente in questa occasione da alcuni commentatori.
Oggi le aziende francesi hanno partecipazioni azionarie su aziende quotate alla Borsa di Milano per un controvalore di 34,5 miliardi di euro. Il doppio di quelle italiane in Francia. Facendo un stock degli ultimi dieci anni, il rapporto diventa di cinque a uno (29 miliardi le acquisizioni francesi in Italia, 6,3 quelle italiane in Francia). Il 7% del listino di Piazza Affari parla francese, così come quasi un quinto delle partecipazione estere nelle aziende del Belpaese. In termini assoluti è assai meno di quanto controllino alcuni fondi di investimento statunitensi come Blackrock, Vanguard, Carlyle etc. La differenza è che quelli statunitensi sono investimenti solo finanziari, quelli francesi “mordono” invece la struttura industriale, creditizia e di brand del nostro paese.
Si tratta della Edf con Edison, di Lactalis con Parmalat, di Lvmh con Loro Piana e Bulgari, di Bnp Paribas e Crèdite Agricole con banche come Bnl e Cariparma. Meno bene sono andate le scorrerie di Auchan e Carrefour nella grande distribuzione in cui sono scesi al 15,8% del mercato. “I numeri dicono chiaramente che in questi anni il nostro paese è stato terra di conquista delle aziende francesi” commenta il Sole 24 Ore di giovedì.
Più infingarda è invece la strategia delle multinazionali tedesche, le quali già dai tempi dell'acquisizione della Miralanza da parte della Benckiser, hanno un atteggiamento più cannibalesco. Spesso acquisiscono aziende italiane per chiuderle e prendersi la loro quota di mercato. Secondo un rapporto di KPMG del 2015 negli ultimi sette anni, le imprese italiane cedute ai tedeschi sono 72, più di 10 all’anno. E la metà, aggiunge l’autorevole società di revisione olandese, apparteneva al comparto industriale, ultima in ordine di tempo l'Italcementi, per un valore complessivo delle acquisizioni pari a 15 miliardi di euro. Con una strategia chiara: le aziende tedesche puntano ad inglobare dei potenziali concorrenti, togliendoli dal mercato.
Si calcola che dal 2008 – l'anno in cui l'ultima crisi si è manifestata con forza – più di 850 aziende italiane secondo alcune fonti, sono passate sotto il controllo o la partecipazione decisiva di aziende straniere. Superfluo rammentare che a parte alcuni casi come Alitalia, la maggior parte sono andate in mano a multinazionali francesi e tedesche.
Ma perchè alle aziende straniere piace così tanto fare shopping di aziende italiane?
Secondo uno studio curato dal Censis insieme all'Associazione delle Banche Estere durante il governo Renzi, l’attrattività dell’Italia è dovuta principalmente alla qualità delle risorse umane (giudicate con un punteggio di 8,11 lungo una scala da 1 a 10), seguono la solidità del sistema bancario (7,24), scendono invece gli indicatori sulla stabilità politica (5,97), l’efficacia dell'azione di governo (5,95), la disponibilità di reti e infrastrutture logistiche (5,82), la flessibilità del mercato del lavoro (5,53). La perdurante compressione dei salari e l'approvazione del Jobs Act hanno fatto salire indubbiamente quest'ultimo indicatore. Eppure gli investimenti esteri in Italia non hanno prodotto i grandi benefici tanto decantati. Secondo un rapporto del European Attractiveness Survey, nel 2015 solo 1.383 posti di lavoro in più, niente rispetto ai 43mila in Gran Bretagna o ai 19.651 in Polonia o ai 7.126 della Spagna, addirittura la metà di quelli in Portogallo (3.469). Effetti della cannibalizzazione, appunto.
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25/10/2016
Affari e Finanza, dalla politica industriale al fallimento
Il numero di Repubblica in edicola oggi, 24 Ottobre, contiene – come ogni lunedì – l’inserto “Affari e Finanza”: un’occasione speciale per questa testata che proprio nell’occasione compie trent’anni.
E’ stato così dato alle stampe un numero celebrativo nel quale sono contenuti articoli che si occupano delle vicende economiche svoltesi in questo lungo periodo, riferendosi in particolare ai processi di trasformazione che via via si sono verificati nel frattempo.
A questo proposito campeggiano tre interviste con protagonisti dell’epoca: Eugenio Scalfari, fondatore oltre che del quotidiano nel suo insieme anche dell’inserto in questione assieme a Giuseppe Turani (con il quale Scalfari scrisse negli anni ’70 un fortunatissimo saggio sul capitalismo italiano: “La razza padrona”) e a due ex – presidenti del consiglio: Giuliano Amato e Romano Prodi.
La lettura dei tre testi non può che provocare, a giudizio personale, altro che sconcerto considerato l’esito che le politiche messe in atto nel trentennio dai diversi governi, hanno fornito sul piano della qualità della democrazia e della condizione materiale di vita delle cittadine e dei cittadini italiani.
Condizioni di vita complessivamente intese, sia ben chiaro, non soltanto sul piano economico, ma dei diritti, della possibilità di usufruire dello stato sociale, delle infrastrutture, delle condizioni ambientali.
Una premessa di metodo, comunque, in precedenza all’entrare nel merito.
In questi trent’anni hanno governato tutti.
Ha governato il centro destra con i governi Berlusconi (1994 da Aprile a Dicembre; 2001 – 2006; 2008 – Novembre 2011), il centro sinistra (governo Prodi 1996 – 1998 e 2006 – 2008, D’Alema 1998 – 2000, Amato 2000 – 2001 ma il “dottor sottile” era già stato presidente del consiglio dopo le elezioni del 1992, come ricordato nell’intervista che si andrà a citare), i tecnici (Monti, Novembre 2011 – Febbraio 2013), le “larghe intese” (Letta, 2014) fino all’attuale governo Renzi frutto di un connubio tra PD e scissionisti del centro destra (come del resto era capitato anche a D’Alema, che colse il destro di una scissione del centro destra propiziata da Cossiga ma anche di una scissione della sinistra propiziata da Cossutta).
Alla guida dei diversi ministeri si sono così alternati esponenti di tutte le forze politiche provenienti dalle “sensibilità culturali” che avevano percorso il Paese dal dopoguerra in avanti, dall’estrema destra ex-Ordine Nuovo fino all’estrema sinistra già demoproletaria.
Questo richiamo è stato svolto per la pura verità storica anche se il ventennio è stato definito come “berlusconiano” a causa della capacità del padrone di Mediaset di plasmare attorno al suoi metodi e ai suoi intenti l’intero sistema politico.
Tanto è vero che l’attuale governo PD – fuoriusciti dal centro destra ne appare proprio come il più legittimo erede, in particolare proprio nei metodi e nei comportamenti del presidente del Consiglio.
Presidente del Consiglio capace di personalizzare, a parte tutto ciò che gli passa dattorno (in un’opera notevole di strumentalizzazione e d’inganno mediatico) anche un progetto di riforme costituzionali (quelle che saranno sottoposte a referendum il prossimo 4 Dicembre) molto somiglianti nella loro filosofia di fondo (riduzione dei margini di agibilità democratica) a quelle proposte appunto dallo stesso Berlusconi nel 2006 e bocciate dal voto popolare.
Torniamo però all’inserto Affari e Finanza del trentennale e alle interviste dei “tre tenori”.
E’ impressionante, nel leggerle, come non vi si ravveda un minimo di rimpianto, se non di autocritica, per gli esiti disastrosi della loro opera di governo e/o di suggeritori del “principe”.
Scalfari addirittura rivendica il merito di aver convinto Prodi a svolgere la funzione di Presidente dell’IRI (governo Spadolini, incarico mantenuto anche durante il governo Craxi formato dopo le elezioni del 26 – 27 Giugno 1983).
La presidenza dell’IRI da parte di Prodi, che Scalfari ricorda come quella che affrontò il tema tanto propagandato all’epoca “dello Stato che faceva i panettoni”, coincise non tanto e non solo con lo smantellamento delle partecipazioni statali, ma di interi settori nevralgici dell’industria italiana, a partire dalla siderurgia (su quell’operazione ironizzò molto Enrico Cuccia).
Un’operazione, quella riguardante la siderurgia che privò il nostro Paese di una propria capacità strategica in quel comparto produttivo, della quale si risentì moltissimo negli anni successivi.
Nell’intervista a Prodi, invece, si rivendicano due operazioni sulle quali sarebbe meglio che l’ex-presidente del Consiglio riflettesse a lungo: quella dell’ingresso fin dall’inizio nell’eurozona (scelta compiuta a detta proprio dello stesso Prodi con motivazioni d’orgoglio nazionale davvero fuori luogo in un frangente del genere) e quella – del tutto esiziale – dell’allargamento indiscriminato a Est dell’Unione Europea (decisione assunta quando lo stesso professore bolognese era a capo della Commissione di Bruxelles).
Sorprendente sotto questo aspetto la motivazione adottata per giustificare l’allargamento che sarebbe stata quella di “chiudere con la vicenda dell’URSS”: nella sostanza una decisione di tipo economico – politico che ne nascondeva una di carattere geopolitico (in sintonia presumibilmente con la NATO) per isolare la Russia.
Tornando all’ingresso dell’Italia nell’eurozona non si trova una parola almeno di riflessione sulla scelta di collocare il livello di cambio con la lira a 1936, 27 (assolutamente esagerato).
Mentre la scelta del periodo di cosiddetto “doppio binario” lira /euro previsto dalla articolo 155, comma 1, della legge 23 dicembre 2000, n. 388 (legge finanziaria per il 2001) fu opera del governo presieduto da Giuliano Amato, entrato in carica nella primavera del 2000 dopo le dimissioni del governo D’Alema, seguite alla sconfitta subita dal centrosinistra nelle elezioni regionali.
Ed è proprio nell’intervista a Giuliano Amato che arriva la dichiarazione più sconcertante, che fornisce la misura degli errori compiuti da questi personaggi sul piano dell’analisi (“analisi”: una definizione assolutamente generosa).
Il riferimento è ancora al 1992, epoca del primo governo Amato e la domanda riguarda – appunto – le privatizzazioni (all’epoca avvenne quella dell’ENI) che lo stesso Amato definisce “settori industriali liberati dai partiti” (quali? quelli di Amato e soci, di riferimento al CAF. Con Amato sempre in sella beninteso dopo aver recitato la parte del Cardinale Richelieu nel governo Craxi).
Amato oggi afferma:
E’ stato così che si è aperta la strada, invece, al berlusconismo, alla speculazione, alla sparizione di interi settori industriali, all’impoverimento generale, alla crescita della disoccupazione e delle diseguaglianze.
Certamente si sono verificati gli eventi della gestione capitalistica del ciclo successiva al 2007, all’aggressività di nuovi attori nel mercato mondiale, alla presenza di nuovi eventi di natura bellica tali da provocare fenomeni di grande portata come quelli della presenza su larga scala dei migranti.
Alcuni abbagli (chiamiamoli così) appaiono però, adesso come adesso, addirittura enormi: a livello Europeo e interno.
Una lettura sconcertante questa dell’inserto “Affari Finanze” del quale “Repubblica” ha avuto davvero coraggio nel celebrarne i trent’anni in un mix di falsa ingenuità e improntitudine.
Fonte
E’ stato così dato alle stampe un numero celebrativo nel quale sono contenuti articoli che si occupano delle vicende economiche svoltesi in questo lungo periodo, riferendosi in particolare ai processi di trasformazione che via via si sono verificati nel frattempo.
A questo proposito campeggiano tre interviste con protagonisti dell’epoca: Eugenio Scalfari, fondatore oltre che del quotidiano nel suo insieme anche dell’inserto in questione assieme a Giuseppe Turani (con il quale Scalfari scrisse negli anni ’70 un fortunatissimo saggio sul capitalismo italiano: “La razza padrona”) e a due ex – presidenti del consiglio: Giuliano Amato e Romano Prodi.
La lettura dei tre testi non può che provocare, a giudizio personale, altro che sconcerto considerato l’esito che le politiche messe in atto nel trentennio dai diversi governi, hanno fornito sul piano della qualità della democrazia e della condizione materiale di vita delle cittadine e dei cittadini italiani.
Condizioni di vita complessivamente intese, sia ben chiaro, non soltanto sul piano economico, ma dei diritti, della possibilità di usufruire dello stato sociale, delle infrastrutture, delle condizioni ambientali.
Una premessa di metodo, comunque, in precedenza all’entrare nel merito.
In questi trent’anni hanno governato tutti.
Ha governato il centro destra con i governi Berlusconi (1994 da Aprile a Dicembre; 2001 – 2006; 2008 – Novembre 2011), il centro sinistra (governo Prodi 1996 – 1998 e 2006 – 2008, D’Alema 1998 – 2000, Amato 2000 – 2001 ma il “dottor sottile” era già stato presidente del consiglio dopo le elezioni del 1992, come ricordato nell’intervista che si andrà a citare), i tecnici (Monti, Novembre 2011 – Febbraio 2013), le “larghe intese” (Letta, 2014) fino all’attuale governo Renzi frutto di un connubio tra PD e scissionisti del centro destra (come del resto era capitato anche a D’Alema, che colse il destro di una scissione del centro destra propiziata da Cossiga ma anche di una scissione della sinistra propiziata da Cossutta).
Alla guida dei diversi ministeri si sono così alternati esponenti di tutte le forze politiche provenienti dalle “sensibilità culturali” che avevano percorso il Paese dal dopoguerra in avanti, dall’estrema destra ex-Ordine Nuovo fino all’estrema sinistra già demoproletaria.
Questo richiamo è stato svolto per la pura verità storica anche se il ventennio è stato definito come “berlusconiano” a causa della capacità del padrone di Mediaset di plasmare attorno al suoi metodi e ai suoi intenti l’intero sistema politico.
Tanto è vero che l’attuale governo PD – fuoriusciti dal centro destra ne appare proprio come il più legittimo erede, in particolare proprio nei metodi e nei comportamenti del presidente del Consiglio.
Presidente del Consiglio capace di personalizzare, a parte tutto ciò che gli passa dattorno (in un’opera notevole di strumentalizzazione e d’inganno mediatico) anche un progetto di riforme costituzionali (quelle che saranno sottoposte a referendum il prossimo 4 Dicembre) molto somiglianti nella loro filosofia di fondo (riduzione dei margini di agibilità democratica) a quelle proposte appunto dallo stesso Berlusconi nel 2006 e bocciate dal voto popolare.
Torniamo però all’inserto Affari e Finanza del trentennale e alle interviste dei “tre tenori”.
E’ impressionante, nel leggerle, come non vi si ravveda un minimo di rimpianto, se non di autocritica, per gli esiti disastrosi della loro opera di governo e/o di suggeritori del “principe”.
Scalfari addirittura rivendica il merito di aver convinto Prodi a svolgere la funzione di Presidente dell’IRI (governo Spadolini, incarico mantenuto anche durante il governo Craxi formato dopo le elezioni del 26 – 27 Giugno 1983).
La presidenza dell’IRI da parte di Prodi, che Scalfari ricorda come quella che affrontò il tema tanto propagandato all’epoca “dello Stato che faceva i panettoni”, coincise non tanto e non solo con lo smantellamento delle partecipazioni statali, ma di interi settori nevralgici dell’industria italiana, a partire dalla siderurgia (su quell’operazione ironizzò molto Enrico Cuccia).
Un’operazione, quella riguardante la siderurgia che privò il nostro Paese di una propria capacità strategica in quel comparto produttivo, della quale si risentì moltissimo negli anni successivi.
Nell’intervista a Prodi, invece, si rivendicano due operazioni sulle quali sarebbe meglio che l’ex-presidente del Consiglio riflettesse a lungo: quella dell’ingresso fin dall’inizio nell’eurozona (scelta compiuta a detta proprio dello stesso Prodi con motivazioni d’orgoglio nazionale davvero fuori luogo in un frangente del genere) e quella – del tutto esiziale – dell’allargamento indiscriminato a Est dell’Unione Europea (decisione assunta quando lo stesso professore bolognese era a capo della Commissione di Bruxelles).
Sorprendente sotto questo aspetto la motivazione adottata per giustificare l’allargamento che sarebbe stata quella di “chiudere con la vicenda dell’URSS”: nella sostanza una decisione di tipo economico – politico che ne nascondeva una di carattere geopolitico (in sintonia presumibilmente con la NATO) per isolare la Russia.
Tornando all’ingresso dell’Italia nell’eurozona non si trova una parola almeno di riflessione sulla scelta di collocare il livello di cambio con la lira a 1936, 27 (assolutamente esagerato).
Mentre la scelta del periodo di cosiddetto “doppio binario” lira /euro previsto dalla articolo 155, comma 1, della legge 23 dicembre 2000, n. 388 (legge finanziaria per il 2001) fu opera del governo presieduto da Giuliano Amato, entrato in carica nella primavera del 2000 dopo le dimissioni del governo D’Alema, seguite alla sconfitta subita dal centrosinistra nelle elezioni regionali.
Ed è proprio nell’intervista a Giuliano Amato che arriva la dichiarazione più sconcertante, che fornisce la misura degli errori compiuti da questi personaggi sul piano dell’analisi (“analisi”: una definizione assolutamente generosa).
Il riferimento è ancora al 1992, epoca del primo governo Amato e la domanda riguarda – appunto – le privatizzazioni (all’epoca avvenne quella dell’ENI) che lo stesso Amato definisce “settori industriali liberati dai partiti” (quali? quelli di Amato e soci, di riferimento al CAF. Con Amato sempre in sella beninteso dopo aver recitato la parte del Cardinale Richelieu nel governo Craxi).
Amato oggi afferma:
“Ci provammo, immaginavamo una Borsa “aperta” e non più influenzata da un solo player, espressione del famoso Salotto Buono. Immaginavamo la formazione di grandi gruppi a capitale privato, ma con significativa partecipazione pubblica, al servizio della crescita del Paese. Insomma avevamo un’idea di politica industriale, che non era archeologia”.E ancora di fronte alle osservazioni dell’intervistatore, che chiede conto del perché tutto ciò non accadde, ancora una risposta sconcertante:
“Lei ha ragione. Negli anni successivi tutto si è perso. Ma qui c’è poco da accusare il governo: la responsabilità di quelle occasioni mancate va ricercata altrove. Diciamolo: il capitalismo privato non è stato all’altezza delle sfide”.Abbiamo compreso bene? Si era rovesciato il rapporto tra pubblico e privato e si pretendeva che il capitalismo italiano svolgesse una funzione programmatoria lasciando spazio alla partecipazione pubblica in un’ideale Borsa dei sogni aperta e solidale.
E’ stato così che si è aperta la strada, invece, al berlusconismo, alla speculazione, alla sparizione di interi settori industriali, all’impoverimento generale, alla crescita della disoccupazione e delle diseguaglianze.
Certamente si sono verificati gli eventi della gestione capitalistica del ciclo successiva al 2007, all’aggressività di nuovi attori nel mercato mondiale, alla presenza di nuovi eventi di natura bellica tali da provocare fenomeni di grande portata come quelli della presenza su larga scala dei migranti.
Alcuni abbagli (chiamiamoli così) appaiono però, adesso come adesso, addirittura enormi: a livello Europeo e interno.
Una lettura sconcertante questa dell’inserto “Affari Finanze” del quale “Repubblica” ha avuto davvero coraggio nel celebrarne i trent’anni in un mix di falsa ingenuità e improntitudine.
Fonte
19/03/2016
In questo mondo di ladri. Con le mani nel sacco del Sahel
Il furto peggiore è quello di cui non si parla. Ladri di futuro dei giovani che sono la maggioranza delle popolazioni del Sahel. La ruberia del tempo come possibilità di creare spazi di immaginazione sociale. Sono loro, i politici, i primi ladri che sottraggono quanto di più prezioso ci sia nella vita. Loro e le istituzioni finanziarie che fanno dell’economia una rapina a mano armata dei liberi accordi commerciali. Un mondo di ladri che escono da buone scuole o si sono formati sul terreno. Gli aiuti internazionali rubano dignità così come le elezioni truccate, riviste e modellate al servizio del potere. Con le mani nel sacco in questo Sahel dai mille pericoli, commerci e interessi. Ladri matricolati, professionisti e occasionali. C’è posto per le diverse categorie corporative e operative. Ladri sotto gli occhi complici degli imprenditori della menzogna.
In questo mondo di ladri
in questo mondo di eroi…
non siamo molto importanti
A Abdoulaye hanno rubato gli anni. Informatico di professione, tramite facebook arriva a Casablanca nel Marocco. Senza documenti accettabili è espulso e non gli rimane che la Libia per tentare il viaggio altrove. Due mesi di lavoro, 800 euro e un battello che non parte mai, perché il passeur ha rubato i soldi arrivati, di notte, alla spiaggia. Il resto è la nota storia di ritorni annunciati. L’Algeria, il lavoro come manovale, le notti passate sul cantiere, l’altra espulsione e la migrazione a ritroso. Tre anni rubati al tempo e al vento e non rimborsabili. Non c’è nessun colpevole perché il fatto non costituisce reato. Poi arriva la prescrizione e il tempo dimentica. Tornerà a fare l’informatico da qualche parte quando ci sarà la corrente, un ufficio, un ordinatore che funzioni e dei clienti con la voglia di navigare. Lui ci ha provato anche senza mare.
E disprezziamo i politici.
Voi, vi divertite con noi
e vi rubate tra voi.
Loro rubano le frontiere rubate. Migranti e poi rifugiati e soprattutto derubati dal sistema coi suoi sicari. Kouame Kra è nato poco prima della mia partenza dalla Costa d’Avorio. Nel suo villaggio nativo, Boromba, si fabbricano vasi di terracotta rinomati. L’acqua vi si conserva fresca a lungo e si vendono al mercato della domenica mattina. Lunghe file di donne ne portano a decine sulla testa, dopo averli fatti seccare e cotti al fuoco di legna. Kra torna al paese dopo che i gendarmi gli hanno rubato il cellulare. L’amico Ibrahim, coltivatore di mestiere, appena arrivato ad Algeri è derubato dal tassista. Soldi e borse di viaggio che lo obbligano fin dal giorno seguente a dormire sul cantiere. Il datore di lavoro lo paga regolarmente e lui, per difendersi dai ladri, affida i tre mesi di salario ad un amico. Alassane del Burkina come lui che gli ruba tutto.
in questo mondo di ladri
c’è ancora un gruppo di amici
che non si arrendono mai. (Antonello Venditti, In questo mondo di ladri, 1988)
Fonte
02/07/2015
Mes Aynak, la Pompei afghana che può sparire
Mes Aynak sta benone, porta magnificamente i suoi 5000 anni. L’unico problema è l’habitat che per il futuro può creargli gravi problemi. Ha attorno una delle maggiori miniere di rame dell’Afghanistan finita nelle mani del potente China Metallurgical Group. Dal 2007, prima grazie al presidente Karzai ora al suo sostituto Ghani, la corporation ha ricevuto un’autorizzazione trentennale per lo sfruttamento minerario di quel sito, nella provincia di Logar, distante 40 km sud-est da Kabul. Che nelle vicinanze ci sia anche un’antichissima area archeologica nella quale lavorano e studiano alcune équipe di ricercatori viene considerato dalle autorità afghane e, ovviamente, dai manager della compagnìa un elemento insignificante. Infatti sono state aperte delle cave già sul 10% dell’area. Studiosi ritengono che la prosecuzione degli scavi (con fini archeologici) potrà, o potrebbe, riscrivere la storia del Paese e la stessa storia del buddismo. Ma si tratta d’una lotta contro il tempo e contro il business poiché le vestigia di antichi monasteri rischiano la scomparsa definiva. Il gruppo archeologico deve altresì guardarsi dalle incursioni dei taliban, propensi a far fare anche alle statue di Buddha strappate al sottosuolo la fine cruenta riservata ai colossi di Bamiyan nel 2001.
Gli archeologi impegnati in loco, che hanno lanciato un grido d’allarme attraverso una campagna di sostegno e la realizzazione d’un documentario, ricordano che la zona interessata è vastissima, 500.000 metri quadrati, e per valore artistico è comparabile alla nostra Pompei e a Machu Picchu. Lì si trovano mura, caverne, grotte, templi con statue di Buddha; una rarissima raffigurante Siddharta è emersa come per magìa. La parte conosciuta del sito è ancora minima, pari al 10% dell’intera estensione, come si trattasse della punta d’un immenso iceberg sommerso, tutto da esplorare. Il gruppo d’indagine esalta la straordinarietà del luogo capace di produrre scoperte sensazionali attorno a quel melting pot di culture del continente asiatico e della sponda mediorientale, irrorato dai continui contatti e scambi che avvenivano tramite i pellegrini. Se lo sfruttamento minerario dovesse proseguire - e finora nulla è stato fatto dalle autorità afghane interessate solo a incamerare yuan, né da strutture internazionali d’ogni genere, dalle Nazioni Unite all’Unesco - di ogni cosa conosciuta e sconosciuta rimarrebbe solo la testimonianza del citato documentario. Uno scempio degno dell’Isis, basato stavolta sul fondamentalismo degli affari.
Fonte
Gli archeologi impegnati in loco, che hanno lanciato un grido d’allarme attraverso una campagna di sostegno e la realizzazione d’un documentario, ricordano che la zona interessata è vastissima, 500.000 metri quadrati, e per valore artistico è comparabile alla nostra Pompei e a Machu Picchu. Lì si trovano mura, caverne, grotte, templi con statue di Buddha; una rarissima raffigurante Siddharta è emersa come per magìa. La parte conosciuta del sito è ancora minima, pari al 10% dell’intera estensione, come si trattasse della punta d’un immenso iceberg sommerso, tutto da esplorare. Il gruppo d’indagine esalta la straordinarietà del luogo capace di produrre scoperte sensazionali attorno a quel melting pot di culture del continente asiatico e della sponda mediorientale, irrorato dai continui contatti e scambi che avvenivano tramite i pellegrini. Se lo sfruttamento minerario dovesse proseguire - e finora nulla è stato fatto dalle autorità afghane interessate solo a incamerare yuan, né da strutture internazionali d’ogni genere, dalle Nazioni Unite all’Unesco - di ogni cosa conosciuta e sconosciuta rimarrebbe solo la testimonianza del citato documentario. Uno scempio degno dell’Isis, basato stavolta sul fondamentalismo degli affari.
Fonte
29/05/2015
Il Parlamento Europeo vota a favore del Ttip. Decisivi popolari e socialisti
L'europarlamentare della Sinistra Europea/Gue/Lista Tsipras, Eleonora Forenza, poco fa ha diffuso una nota nella quale si informa di come sono andate le cose oggi alla Commissione Commercio Estero del Parlamento Europeo relativamente al Ttip il trattato euroatlantico di liberalizzazione totale che mette il nostro mondo in mano alle multinazionali. La Commissione ha votato a favore del TTIP con 28 voti a favore e 13 contrari. Qui di seguito la nota informativa di Eleonora Forenza:
«Poco fa in Commissione Commercio Estero al Parlamento europeo si è votato sul TTIP il parere della Commissione in vista del prossimo voto in sessione plenaria dell’Europarlamento: la maggioranza formata soprattutto dalla grande coalizione tra socialisti e popolari ha votato di fatto a favore dell’inserimento della clausola ISDS sotto altro nome, la clausola cioè che permetterebbe alle multinazionali di fare causa agli Stati che volessero tentare di mantenere una normativa a difesa dei diritti dei cittadini. Non solo, hanno votato anche un emendamento contro le politiche per contrastare i cambiamenti climatici: la grande coalizione ancora una volta si schiera contro i cittadini e la democrazia.
Il mio voto su questi punti è stato ovviamente negativo e mi sono espressa anche contro il meccanismo della cooperazione regolatoria, che darebbe un potere enorme alle multinazionali. Ho votato inoltre perché non vi siano i servizi pubblici all’interno di questo accordo e più precisamente abbiamo chiesto che i cittadini possano sapere cosa sarà incluso nel trattato e cosa no. Conseguentemente mi sono espressa con voto contrario sull’intero parere della Commissione.
Continua in ogni caso la nostra battaglia contro un trattato che rischia di mettere in pericolo la nostra democrazia, la nostra produzione agroalimentare e i nostri diritti: il prossimo 10 giugno in plenaria voteremo nuovamente e serve la massima mobilitazione dei cittadini, delle associazioni, di tutte e tutti. Ora e sempre #stopTTIP».
Fonte
«Poco fa in Commissione Commercio Estero al Parlamento europeo si è votato sul TTIP il parere della Commissione in vista del prossimo voto in sessione plenaria dell’Europarlamento: la maggioranza formata soprattutto dalla grande coalizione tra socialisti e popolari ha votato di fatto a favore dell’inserimento della clausola ISDS sotto altro nome, la clausola cioè che permetterebbe alle multinazionali di fare causa agli Stati che volessero tentare di mantenere una normativa a difesa dei diritti dei cittadini. Non solo, hanno votato anche un emendamento contro le politiche per contrastare i cambiamenti climatici: la grande coalizione ancora una volta si schiera contro i cittadini e la democrazia.
Il mio voto su questi punti è stato ovviamente negativo e mi sono espressa anche contro il meccanismo della cooperazione regolatoria, che darebbe un potere enorme alle multinazionali. Ho votato inoltre perché non vi siano i servizi pubblici all’interno di questo accordo e più precisamente abbiamo chiesto che i cittadini possano sapere cosa sarà incluso nel trattato e cosa no. Conseguentemente mi sono espressa con voto contrario sull’intero parere della Commissione.
Continua in ogni caso la nostra battaglia contro un trattato che rischia di mettere in pericolo la nostra democrazia, la nostra produzione agroalimentare e i nostri diritti: il prossimo 10 giugno in plenaria voteremo nuovamente e serve la massima mobilitazione dei cittadini, delle associazioni, di tutte e tutti. Ora e sempre #stopTTIP».
Fonte
20/04/2015
L’inferno del “made in Italy”: cucire in uno scantinato per 2 euro l’ora
Gli inferi del Made in Italy. ‘Abiti Puliti’ svela lo sfruttamento dei tessili in Veneto, Toscana e Campania. A valle della filiera le condizioni non sono molto diverse da alcune fabbriche del Bangladesh o della Moldavia.
di Angelo Mastrandrea
La Moldavia o il Bangladesh sono ormai a casa nostra non, come si potrebbe pensare, per via dell’aumento degli immigrati, bensì per le condizioni di lavoro che abbiamo importato da quelle aree del mondo. E’ quello che suggerisce un dossier della Campagna abiti puliti sulle condizioni dei lavoratori del tessile in tre regioni italiane: il Veneto, la Toscana e la Campania, la prima fortemente caratterizzata da un ritorno a casa delle grandi griffe dopo un ventennio di delocalizzazioni, la seconda dalla forte presenza di subfornitori cinesi e la terza dove, storicamente, il confine tra il legale e l’illegale è spesso difficile da riconoscere.
È per questo che il viaggio dei ricercatori della Campagna è un po’ come una discesa negli inferi del made in Italy: seguendo le tracce della filiera produttiva, man mano che si percorre verso il basso la scala dei subappaltatori, può capitare di ritrovarsi in uno scantinato dove si lavora al di fuori di ogni regola o in abitazioni private dove si cuce per due euro l’ora, tante quante ne guadagnavano le due donne impiegate al nero (una di loro appena quindicenne) che nel 2006 morirono nell’incendio del materassificio in cui erano impiegate, in uno scantinato di un palazzo a Montesano sulla Marcellana, nel basso salernitano.
L’episodio, alla vigilia della finale dei Mondiali di calcio che vedrà trionfare l’Italia, indignò gli alti vertici della politica, a cominciare dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ma non è che da allora la situazione sia migliorata. Basta vedere cosa nascondono, ancora oggi, i roghi della Terra dei fuochi: gli scarti dell’industria calzaturiera e dell’abbigliamento, affidati per pochi euro a giovani rom incaricati dello smaltimento illegale. Un circuito difficile da spezzare se non si interviene a monte, laddove il rifiuto si produce.
“Standardizzazione, flessibilità oraria, bassa scolarizzazione dei lavoratori, paura di perdere il posto di lavoro, scarsa sindacalizzazione: tutti elementi tipici delle fabbriche bengalesi o moldave”, denunciano i ricercatori. Le stesse condizioni che avevano denunciato nei mesi scorsi in un analogo rapporto sulle delocalizzazioni nei Paesi dell’Est, con salari da fame, al di sotto dei duecento euro al mese, in una regione della Bulgaria e nelle aree della Turchia vicine al confine con la Siria.
In Italia, almeno per chi lavora alle dirette dipendenze delle griffe, gli stipendi rimangono superiori: 1100-1200 euro di media, anche se per l’Istat nel nord Italia non sono sufficienti ad avere un tenore di vita dignitoso. Ma il problema è nella filiera produttiva. Man mano che ci si addentra nei contratti di fornitura e subfornitura le condizioni lavorative peggiorano, in una situazione definita di “post-occidentalizzazione”, vale a dire di adeguamento delle condizioni di lavoro a quelle dei Paesi entrati in Europa dopo il crollo dell’Unione Sovietica.
Ne viene fuori una piramide lavorativa dove, ai vertici, si trovano i dipendenti diretti dei grandi marchi, quelli che stanno meglio perché hanno il contratto collettivo e sono i più organizzati, e alla base i lavoratori alle dirette dipendenze di piccole imprese cinesi (molto presenti nel settore calzaturiero e nell’abbigliamento) o anche italiane, fino ad arrivare a chi lavora al nero, che sfugge anche alle grandi griffe perché queste ultime tengono i rapporti solo con il primo anello della subfornitura. Così, più si scende, più sono magri i salari e peggiori le condizioni di lavoro. Una catena del lavoro che è molto difficile da ricostruire, anche perché, spiegano gli autori della ricerca, “i marchi non sono per niente disponibili a pubblicizzare i nomi dei loro fornitori e in molti casi non hanno nemmeno il controllo completo dell’intera filiera”.
Secondo la ricerca, la situazione nell’industria italiana dell’abbigliamento e delle calzature è decisamente peggiorata negli ultimi vent’anni: molte imprese hanno chiuso e i fatturati sono diminuiti per via del calo dei consumi. Ora, dopo anni di produzioni esportate in Romania, in Moldavia o in Cina, si assiste a un ritorno delle multinazionali, che però “importano le condizioni di lavoro e i livelli salariali” che hanno trovato altrove. Il caso più emblematico è quello della Riviera del Brenta, tra Padova e Venezia, dove si producono soprattutto calzature femminili.
Qui Prada ha acquistato la Giorgio Moretto e, dalle testimonianze raccolte, “pare sia la griffe con rapporti sindacali più difficili e condizioni di lavoro più critiche”. La compagnia (finita di recente nella bufera per via di un’inchiesta della trasmissione televisiva Report) è anche l’unica delle grandi case del lusso nella Riviera del Brenta che applica il contratto collettivo del cuoio, che è “peggiorativo rispetto a quello calzaturiero”.
I francesi di Louis Vuitton nella stessa area hanno invece fatto due acquisizioni e aperto un nuovo stabilimento a Fiesso d’Artico dove lavorano 360 persone e producono ottocentomila paia di stivali, mocassini, calzature da sera, sportive e ballerine ogni anno. All’interno dello stabilimento veneto, però, non si compie l’intero processo produttivo: oltre alla progettazione, si fanno l’assemblaggio e la finitura, con l’aiuto di robot e di tomaie prestampate e importate dall’India. Il costo per il consumatore è così abbattuto, e pure il lavoro.
Fonte
di Angelo Mastrandrea
La Moldavia o il Bangladesh sono ormai a casa nostra non, come si potrebbe pensare, per via dell’aumento degli immigrati, bensì per le condizioni di lavoro che abbiamo importato da quelle aree del mondo. E’ quello che suggerisce un dossier della Campagna abiti puliti sulle condizioni dei lavoratori del tessile in tre regioni italiane: il Veneto, la Toscana e la Campania, la prima fortemente caratterizzata da un ritorno a casa delle grandi griffe dopo un ventennio di delocalizzazioni, la seconda dalla forte presenza di subfornitori cinesi e la terza dove, storicamente, il confine tra il legale e l’illegale è spesso difficile da riconoscere.
È per questo che il viaggio dei ricercatori della Campagna è un po’ come una discesa negli inferi del made in Italy: seguendo le tracce della filiera produttiva, man mano che si percorre verso il basso la scala dei subappaltatori, può capitare di ritrovarsi in uno scantinato dove si lavora al di fuori di ogni regola o in abitazioni private dove si cuce per due euro l’ora, tante quante ne guadagnavano le due donne impiegate al nero (una di loro appena quindicenne) che nel 2006 morirono nell’incendio del materassificio in cui erano impiegate, in uno scantinato di un palazzo a Montesano sulla Marcellana, nel basso salernitano.
L’episodio, alla vigilia della finale dei Mondiali di calcio che vedrà trionfare l’Italia, indignò gli alti vertici della politica, a cominciare dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ma non è che da allora la situazione sia migliorata. Basta vedere cosa nascondono, ancora oggi, i roghi della Terra dei fuochi: gli scarti dell’industria calzaturiera e dell’abbigliamento, affidati per pochi euro a giovani rom incaricati dello smaltimento illegale. Un circuito difficile da spezzare se non si interviene a monte, laddove il rifiuto si produce.
“Standardizzazione, flessibilità oraria, bassa scolarizzazione dei lavoratori, paura di perdere il posto di lavoro, scarsa sindacalizzazione: tutti elementi tipici delle fabbriche bengalesi o moldave”, denunciano i ricercatori. Le stesse condizioni che avevano denunciato nei mesi scorsi in un analogo rapporto sulle delocalizzazioni nei Paesi dell’Est, con salari da fame, al di sotto dei duecento euro al mese, in una regione della Bulgaria e nelle aree della Turchia vicine al confine con la Siria.
In Italia, almeno per chi lavora alle dirette dipendenze delle griffe, gli stipendi rimangono superiori: 1100-1200 euro di media, anche se per l’Istat nel nord Italia non sono sufficienti ad avere un tenore di vita dignitoso. Ma il problema è nella filiera produttiva. Man mano che ci si addentra nei contratti di fornitura e subfornitura le condizioni lavorative peggiorano, in una situazione definita di “post-occidentalizzazione”, vale a dire di adeguamento delle condizioni di lavoro a quelle dei Paesi entrati in Europa dopo il crollo dell’Unione Sovietica.
Ne viene fuori una piramide lavorativa dove, ai vertici, si trovano i dipendenti diretti dei grandi marchi, quelli che stanno meglio perché hanno il contratto collettivo e sono i più organizzati, e alla base i lavoratori alle dirette dipendenze di piccole imprese cinesi (molto presenti nel settore calzaturiero e nell’abbigliamento) o anche italiane, fino ad arrivare a chi lavora al nero, che sfugge anche alle grandi griffe perché queste ultime tengono i rapporti solo con il primo anello della subfornitura. Così, più si scende, più sono magri i salari e peggiori le condizioni di lavoro. Una catena del lavoro che è molto difficile da ricostruire, anche perché, spiegano gli autori della ricerca, “i marchi non sono per niente disponibili a pubblicizzare i nomi dei loro fornitori e in molti casi non hanno nemmeno il controllo completo dell’intera filiera”.
Secondo la ricerca, la situazione nell’industria italiana dell’abbigliamento e delle calzature è decisamente peggiorata negli ultimi vent’anni: molte imprese hanno chiuso e i fatturati sono diminuiti per via del calo dei consumi. Ora, dopo anni di produzioni esportate in Romania, in Moldavia o in Cina, si assiste a un ritorno delle multinazionali, che però “importano le condizioni di lavoro e i livelli salariali” che hanno trovato altrove. Il caso più emblematico è quello della Riviera del Brenta, tra Padova e Venezia, dove si producono soprattutto calzature femminili.
Qui Prada ha acquistato la Giorgio Moretto e, dalle testimonianze raccolte, “pare sia la griffe con rapporti sindacali più difficili e condizioni di lavoro più critiche”. La compagnia (finita di recente nella bufera per via di un’inchiesta della trasmissione televisiva Report) è anche l’unica delle grandi case del lusso nella Riviera del Brenta che applica il contratto collettivo del cuoio, che è “peggiorativo rispetto a quello calzaturiero”.
I francesi di Louis Vuitton nella stessa area hanno invece fatto due acquisizioni e aperto un nuovo stabilimento a Fiesso d’Artico dove lavorano 360 persone e producono ottocentomila paia di stivali, mocassini, calzature da sera, sportive e ballerine ogni anno. All’interno dello stabilimento veneto, però, non si compie l’intero processo produttivo: oltre alla progettazione, si fanno l’assemblaggio e la finitura, con l’aiuto di robot e di tomaie prestampate e importate dall’India. Il costo per il consumatore è così abbattuto, e pure il lavoro.
Fonte
15/04/2015
Il nodo del fisco
Per quanto possa sembrare scandaloso al lettore europeo, la legislazione americana prevede una tassazione “regressiva” sul reddito, per cui i lavoratori dipendenti pagano le tasse per una aliquota del 35% mentre i redditi superiori al milione di dollari annuo pagano il 15% (1). Questo in ossequio al mantra neo liberista, per cui sono i ricchi a consumare ed investire, quindi devono pagare meno tasse degli altri, perché così investono e stiamo meglio tutti.
Infatti, i ricchi investono, ma in altri titoli finanziari per fare altro denaro che reinvestiranno in altri titoli finanziari e così via, senza che questo crei un solo posto di lavoro. La cosa, a pensarci bene, fa un po’ ribrezzo, al punto che persino quel gentiluomo di Warren Buffet si è detto stufo di pagare tasse percentualmente inferiori a quelle della sua segretaria.
Anche il Presidente della Francia, Françoise Hollande (2), minacciava sfracelli tributari contro i ricchi (per la verità, lo ha fatto un po’ meno in occasione della sua visita alla City a Londra, quando ha spiegato che non ce l’ha con la finanza). E dunque si levi il grido: “Tasse ai ricchi!”. Giustissimo, ma come?
Il guaio è che noi non sappiamo quanto sono ricchi i “ricchi”. Innanzitutto, richiamiamo una delle cose dette all’inizio: da un punto di vista economico, quello che conta non è il numero delle persone da tassare ma la quantità di ricchezza posseduta, per cui, anche se i ricchi in America sono circa 400 famiglie (cioè 1 persona ogni 250.000), e, dunque sembrano irrilevanti numericamente, quello che conta è che hanno la fetta più rilevante della ricchezza nazionale. C’è un modo di ragionare sbagliato, nel quale spesso cadono anche persone di sinistra, che suona più o meno così: “se i cittadini che hanno un reddito superiore al milione di euro (o dollari) sono solo 500, questo vuol dire che la loro ricchezza complessiva ammonta a qualcosa di più di 500 milioni di euro, forse il doppio, il triplo o addirittura dieci volte tanto, dunque, si tratta di una porzione minoritaria della ricchezza, per cui la parte più rilevante è da cercare nella fascia medio-alta, quei 2 milioni di contribuenti che, guadagnando fra i 50.000 ed i 100.000 euro (calcolando una mediana di 75.000) rappresentano una massa di circa 150 miliardi di Euro, cioè 300 volte di più del totale presuntivo precedente” (3).
L’errore è doppio ed è spesso indotto dal modo malizioso con cui vengono proposte le statistiche sui giornali, perché, mentre per la classe contributiva di mezzo si dà un valore minimo ed uno massimo (per cui il lettore calcola approssimativamente la mediana), quella più alta è una classe “aperta” per la quale si indica solo il valore minimo, dunque il lettore è indotto a pensare che la mediana non sarà superiore a cinque o dieci volte il valore più basso.
Ma l’errore più rilevante è l’altro: come abbiamo ripetuto alla nausea, la propensione al risparmio è funzione del reddito, per cui, se il confronto sul reddito può essere relativamente contenuto, quello sui patrimoni raggiunge distanze stellari. Se il reddito degli ultraricchi si conta nell’ordine di decine o forse centinaia di milioni di euro, il patrimonio accumulato spesso supera le diverse migliaia di miliardi. E questo è l’effetto della rendita finanziaria che, non solo produce guadagni crescenti e sempre maggiori rispetto a quelli delle altre classi di reddito, ma, per di più, è anche merito della legislazione fiscale combinata con la normativa sulla libertà di movimento dei capitali adottata dagli anni '80 in poi.
Già nei primi anni '80 si manifestò una elevata erraticità dei capitali da un capo all’altro del Mondo e con conseguenze non sempre auspicabili o di poco conto (4). Dopo, una legislazione sempre più permissiva, il decalogo del Washington consensus, accordi internazionali sempre più favorevoli alla libera circolazione mondiale dei capitali e l’ingresso trionfale delle nuove tecnologie informatiche nella finanza, fecero il resto.
La giustificazione di queste scelte: solo con la libera circolazione di capitali e merci si può garantire l’allocazione ottimale delle risorse. Ma, lasciando impregiudicata la questione della fondatezza di questo assunto, c’era anche dell’altro. Fra gli anni '20 e gli anni '60 c’era stata una crescita notevole del reddito delle classi medie e popolari: i salari erano considerevolmente cresciuti per effetto dell’azione sindacale, un forte intervento statale in economia aveva sostenuto l’occupazione, lo sviluppo del welfare aveva garantito sanità ed istruzione quasi gratuite ai non abbienti ed al ceto medio, lo sviluppo dell’edilizia popolare aveva risolto gran parte del problema abitativo. In definitiva, l’intervento statale in economia (tramite investimenti diretti nelle grandi opere o tramite l’impresa pubblica o indirettamente attraverso l’erogazione di servizi a prezzi politici) aveva costantemente operato un trasferimento di ricchezze dai ceti abbienti a quelli popolari, attraverso la leva fiscale. Nel ventennio 1960-80 la media dei paesi Ocse (5) segnalava che la pressione fiscale era passata dal 25,8% del Pil al 32,16. Bisogna inoltre tenere presente che, nel periodo considerato, i diversi regimi fiscali nazionali erano tendenzialmente ispirati ad una certa progressività sul reddito e basati più sulla tassazione diretta che su quella indiretta, mentre le tariffe dei servizi pubblici (dalle tasse universitarie ai ticket sanitari o al costo dei servizi pubblici) erano molto bassi.
Diamo ora un’occhiata a questi dati relativi alla percentuale del gettito fiscale sul Pil al decennio 2000-2009 (abbiamo scelto i paesi più rappresentativi confrontando il dato del 2000 – prima colonna – con quello del 2009 – seconda colonna; sempre percentuale del gettito fiscale sul Pil):
Usa 29,6% | 24%
Giappone 27,1% | 28,1%
Germania 37,9% | 37%
Francia 45,3% | 41,9%
Italia 42% | 43,5%
Inghilterra 37,4% | 34,3%
Svezia 54,2% | 48,2%
Le media Ocse è scesa dal 37,4% al 32,6%. Dunque, il gettito ha registrato un aumento dal 1980 al 2000 (anche se contenuto) per poi tornare praticamente ai livelli del 1980. Ma, bisogna tenere presente che:
a - nel frattempo la tassazione è andata spostandosi verso le fasce di ceto medio o perché (in paesi come in Italia) l’aliquota massima è rimasta ai livelli nominali precedenti 7 o perché (come negli Usa) si sono applicati sgravi ai redditi maggiori per cui “chi ha di più paga di meno”)
b - sono considerevolmente cresciute un po’ dappertutto i costi di tasse universitarie e scolastiche, ticket sanitari, prezzi dei trasporti pubblici ecc. che, ovviamente, attingono molto di più dalle classi medie e popolari che da quelle abbienti.
Dunque, la pressione fiscale è complessivamente diminuita ed è andata spostandosi verso i ceti medio bassi. Si noti anche il parallelismo fra il calo del gettito fiscale e l’incremento del debito pubblico.
Un caso? Tutt’altro: un obbiettivo raggiunto. Lo scopo vero (o comunque più importante) della normativa sulla libera circolazione dei capitali era proprio quello di sottrarre allo Stato la possibilità di operare quella redistribuzione di ricchezze di cui abbiamo detto. Ed a confermarcelo è un apologeta della globalizzazione come Wolf che, dopo qualche contorsione, ammette:
Il punto è che i capitali finanziari si sono globalizzati, ma il fisco è rimasto nazionale e questo ha avuto come risultato la nascita di uno stato virtuale “Riccolandia” che prende denaro da tutti e non ne versa a nessuno. Ne riparleremo.
Note
1) Federico RAMPINI “Obama inventa la Tassa Buffet” in Repubblica 19.911 p. 15. Per la verità questi graziosi cadeaux agli ultraricchi non sono stati solo opera dei repubblicani ufficiali Bush padre e figlio, ma anche del repubblicano ausiliario Clinton.
2) “S24” 27.1.12 p. 23
3) Le cifre sono convenzionali, per capirci, non si riferiscono a nessun paese in concreto.
4) Robyn T, NAYLOR “Denaro che scotta” Edizioni Comunità, Milano 1989
5) Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo Economico, fondata da tutti i paesi del blocco Nato con l’aggiunta della Svezia.
6) Martin WOLF “Perché la globalizzazione funziona”
7) Se nel 1990 l’aliquota massima del 40%si applicava oltre la soglia dei 50.000 euro attuali, aver mantenuto sostanzialmente invariato quel valore venti anni dopo, senza tener conto della svalutazione, ha significato spostare sempre più verso il basso la soglia oltre la quale scatta il prelievo massimo.
8) Il punto merita un chiarimento: “Temono” di poter diventare beneficiari a causa di un loro eventuale impoverimento.
9) Martin WOLF “Perché la globalizzazione funziona”
Fonte
Infatti, i ricchi investono, ma in altri titoli finanziari per fare altro denaro che reinvestiranno in altri titoli finanziari e così via, senza che questo crei un solo posto di lavoro. La cosa, a pensarci bene, fa un po’ ribrezzo, al punto che persino quel gentiluomo di Warren Buffet si è detto stufo di pagare tasse percentualmente inferiori a quelle della sua segretaria.
Anche il Presidente della Francia, Françoise Hollande (2), minacciava sfracelli tributari contro i ricchi (per la verità, lo ha fatto un po’ meno in occasione della sua visita alla City a Londra, quando ha spiegato che non ce l’ha con la finanza). E dunque si levi il grido: “Tasse ai ricchi!”. Giustissimo, ma come?
Il guaio è che noi non sappiamo quanto sono ricchi i “ricchi”. Innanzitutto, richiamiamo una delle cose dette all’inizio: da un punto di vista economico, quello che conta non è il numero delle persone da tassare ma la quantità di ricchezza posseduta, per cui, anche se i ricchi in America sono circa 400 famiglie (cioè 1 persona ogni 250.000), e, dunque sembrano irrilevanti numericamente, quello che conta è che hanno la fetta più rilevante della ricchezza nazionale. C’è un modo di ragionare sbagliato, nel quale spesso cadono anche persone di sinistra, che suona più o meno così: “se i cittadini che hanno un reddito superiore al milione di euro (o dollari) sono solo 500, questo vuol dire che la loro ricchezza complessiva ammonta a qualcosa di più di 500 milioni di euro, forse il doppio, il triplo o addirittura dieci volte tanto, dunque, si tratta di una porzione minoritaria della ricchezza, per cui la parte più rilevante è da cercare nella fascia medio-alta, quei 2 milioni di contribuenti che, guadagnando fra i 50.000 ed i 100.000 euro (calcolando una mediana di 75.000) rappresentano una massa di circa 150 miliardi di Euro, cioè 300 volte di più del totale presuntivo precedente” (3).
L’errore è doppio ed è spesso indotto dal modo malizioso con cui vengono proposte le statistiche sui giornali, perché, mentre per la classe contributiva di mezzo si dà un valore minimo ed uno massimo (per cui il lettore calcola approssimativamente la mediana), quella più alta è una classe “aperta” per la quale si indica solo il valore minimo, dunque il lettore è indotto a pensare che la mediana non sarà superiore a cinque o dieci volte il valore più basso.
Ma l’errore più rilevante è l’altro: come abbiamo ripetuto alla nausea, la propensione al risparmio è funzione del reddito, per cui, se il confronto sul reddito può essere relativamente contenuto, quello sui patrimoni raggiunge distanze stellari. Se il reddito degli ultraricchi si conta nell’ordine di decine o forse centinaia di milioni di euro, il patrimonio accumulato spesso supera le diverse migliaia di miliardi. E questo è l’effetto della rendita finanziaria che, non solo produce guadagni crescenti e sempre maggiori rispetto a quelli delle altre classi di reddito, ma, per di più, è anche merito della legislazione fiscale combinata con la normativa sulla libertà di movimento dei capitali adottata dagli anni '80 in poi.
Già nei primi anni '80 si manifestò una elevata erraticità dei capitali da un capo all’altro del Mondo e con conseguenze non sempre auspicabili o di poco conto (4). Dopo, una legislazione sempre più permissiva, il decalogo del Washington consensus, accordi internazionali sempre più favorevoli alla libera circolazione mondiale dei capitali e l’ingresso trionfale delle nuove tecnologie informatiche nella finanza, fecero il resto.
La giustificazione di queste scelte: solo con la libera circolazione di capitali e merci si può garantire l’allocazione ottimale delle risorse. Ma, lasciando impregiudicata la questione della fondatezza di questo assunto, c’era anche dell’altro. Fra gli anni '20 e gli anni '60 c’era stata una crescita notevole del reddito delle classi medie e popolari: i salari erano considerevolmente cresciuti per effetto dell’azione sindacale, un forte intervento statale in economia aveva sostenuto l’occupazione, lo sviluppo del welfare aveva garantito sanità ed istruzione quasi gratuite ai non abbienti ed al ceto medio, lo sviluppo dell’edilizia popolare aveva risolto gran parte del problema abitativo. In definitiva, l’intervento statale in economia (tramite investimenti diretti nelle grandi opere o tramite l’impresa pubblica o indirettamente attraverso l’erogazione di servizi a prezzi politici) aveva costantemente operato un trasferimento di ricchezze dai ceti abbienti a quelli popolari, attraverso la leva fiscale. Nel ventennio 1960-80 la media dei paesi Ocse (5) segnalava che la pressione fiscale era passata dal 25,8% del Pil al 32,16. Bisogna inoltre tenere presente che, nel periodo considerato, i diversi regimi fiscali nazionali erano tendenzialmente ispirati ad una certa progressività sul reddito e basati più sulla tassazione diretta che su quella indiretta, mentre le tariffe dei servizi pubblici (dalle tasse universitarie ai ticket sanitari o al costo dei servizi pubblici) erano molto bassi.
Diamo ora un’occhiata a questi dati relativi alla percentuale del gettito fiscale sul Pil al decennio 2000-2009 (abbiamo scelto i paesi più rappresentativi confrontando il dato del 2000 – prima colonna – con quello del 2009 – seconda colonna; sempre percentuale del gettito fiscale sul Pil):
Usa 29,6% | 24%
Giappone 27,1% | 28,1%
Germania 37,9% | 37%
Francia 45,3% | 41,9%
Italia 42% | 43,5%
Inghilterra 37,4% | 34,3%
Svezia 54,2% | 48,2%
Le media Ocse è scesa dal 37,4% al 32,6%. Dunque, il gettito ha registrato un aumento dal 1980 al 2000 (anche se contenuto) per poi tornare praticamente ai livelli del 1980. Ma, bisogna tenere presente che:
a - nel frattempo la tassazione è andata spostandosi verso le fasce di ceto medio o perché (in paesi come in Italia) l’aliquota massima è rimasta ai livelli nominali precedenti 7 o perché (come negli Usa) si sono applicati sgravi ai redditi maggiori per cui “chi ha di più paga di meno”)
b - sono considerevolmente cresciute un po’ dappertutto i costi di tasse universitarie e scolastiche, ticket sanitari, prezzi dei trasporti pubblici ecc. che, ovviamente, attingono molto di più dalle classi medie e popolari che da quelle abbienti.
Dunque, la pressione fiscale è complessivamente diminuita ed è andata spostandosi verso i ceti medio bassi. Si noti anche il parallelismo fra il calo del gettito fiscale e l’incremento del debito pubblico.
Un caso? Tutt’altro: un obbiettivo raggiunto. Lo scopo vero (o comunque più importante) della normativa sulla libera circolazione dei capitali era proprio quello di sottrarre allo Stato la possibilità di operare quella redistribuzione di ricchezze di cui abbiamo detto. Ed a confermarcelo è un apologeta della globalizzazione come Wolf che, dopo qualche contorsione, ammette:
Gli stati possono ancora redistribuire il reddito nella misura in cui coloro che detengono i fattori produttivi o le attività assoggettate alle aliquote più elevate non sono in grado o non desiderano evadere o eludere le tasse. Questi soggetti potrebbero anche essere favorevoli a pagare le tasse, sempre che vedano la retribuzione del reddito come un beneficio relativo a quella giurisdizione, o perchè si identificano con i beneficiari della redistribuzione, o perchè temono (8) di poter diventare essi stessi diventare beneficiari, o perchè attribuiscono importanza alla sicurezza individuale che deriva dal fatto di vivere in mezzo a persone che non si trovano in condizioni disperate (9)Per tagliare corto: i poveracci le tasse le devono pagare mentre quelli “che detengono i fattori produttivi…”, cioè lorsignori, le pagano se gli va; bellissimo quel “potrebbero anche essere favorevoli a pagare le tasse.. (se) non desiderano evadere o eludere le tasse”: bontà loro. Dopo di che qualsiasi principio liberale di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge è praticamente abrogato. Quel che dimostra che liberismo e liberalismo non sono la stessa cosa e la maggioranza dei neo liberisti non sono affatto liberali.
Il punto è che i capitali finanziari si sono globalizzati, ma il fisco è rimasto nazionale e questo ha avuto come risultato la nascita di uno stato virtuale “Riccolandia” che prende denaro da tutti e non ne versa a nessuno. Ne riparleremo.
Note
1) Federico RAMPINI “Obama inventa la Tassa Buffet” in Repubblica 19.911 p. 15. Per la verità questi graziosi cadeaux agli ultraricchi non sono stati solo opera dei repubblicani ufficiali Bush padre e figlio, ma anche del repubblicano ausiliario Clinton.
2) “S24” 27.1.12 p. 23
3) Le cifre sono convenzionali, per capirci, non si riferiscono a nessun paese in concreto.
4) Robyn T, NAYLOR “Denaro che scotta” Edizioni Comunità, Milano 1989
5) Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo Economico, fondata da tutti i paesi del blocco Nato con l’aggiunta della Svezia.
6) Martin WOLF “Perché la globalizzazione funziona”
7) Se nel 1990 l’aliquota massima del 40%si applicava oltre la soglia dei 50.000 euro attuali, aver mantenuto sostanzialmente invariato quel valore venti anni dopo, senza tener conto della svalutazione, ha significato spostare sempre più verso il basso la soglia oltre la quale scatta il prelievo massimo.
8) Il punto merita un chiarimento: “Temono” di poter diventare beneficiari a causa di un loro eventuale impoverimento.
9) Martin WOLF “Perché la globalizzazione funziona”
Fonte
06/02/2015
La maledizione del lavoro gratuito, anche nella scuola
"Il valore di un uomo è, come per tutte le altre cose, il suo prezzo: cioè è quel tanto che viene dato per l'uso della sua forza". Questo scriveva Marx, citando un’intuizione hobbesiana, quasi due secoli fa. Il valore della forza lavoro dipende dalla legge della domanda e dell’offerta, vale a dire che il lavoratore è una merce in preda alle forze impersonali del mercato. Marx aggiunge: “L’operaio libero invece vende se stesso, e pezzo a pezzo. Egli mette all’asta 8, 10, 12, 15 ore della sua vita, ogni giorno, al migliore offerente, al possessore delle materie prime, degli strumenti di lavoro e dei mezzi di sussistenza, cioè ai capitalisti”.
Tutto questo appartiene al passato si dirà, oggi le cose sono molto diverse: esistono diritti, sindacati, leggi a tutela del lavoratore, l’art. 36 della Costituzione repubblicana che dà il diritto a una retribuzione dignitosa. Non è così, con la complicità dei sindacati confederali è stato firmato un accordo che propone ai giovani italiani di lavorare gratis per accogliere i visitatori alla kermesse dell’Expo. Laddove espongono le più grandi multinazionali del pianeta che fatturano miliardi di euro, s’impone ai disoccupati di impiegare il loro tempo senza avere in cambio una retribuzione.
In un contesto del tutto diverso, ormai da tempo, si avanzano pretese analoghe. Nella scuola, infatti, già il governo Monti aveva cercato d’innalzare per legge e a parità di retribuzione l’orario frontale degli insegnanti da 18 a 24 ore, mossa sventata per la massiccia mobilitazione dei docenti. Ora si apprende che, dal prossimo anno, gli insegnanti dovranno “donare” una quota di ore alla scuola per coprire eventuali sostituzioni, in modo tale che si possano tagliare i posti destinati a quei precari che coprivano le cosiddette supplenze brevi.
Questo è solo un aspetto della questione, infatti, nella professione docente, il lavoro gratuito è già previsto nel contratto di lavoro, art. 29 del CCNL, attraverso le cosiddette “attività funzionali all’insegnamento” che comprendono: preparazione delle lezioni e delle esercitazioni; correzione degli elaborati; rapporti individuali con le famiglie; attività di carattere collegiale riguardanti tutti i docenti. Grazie a questa funzione, l’insegnante svolge una quantità di ore per le quali non può percepire compensi né rivendicare il diritto alla retribuzione del lavoro straordinario.
Le due realtà considerate sembrerebbero non avere nulla in comune, in realtà si tratta dello stesso fenomeno, quello del lavoro ormai svalutato e mercificato. Esiste un surplus di disoccupazione giovanile, manodopera di riserva, e un esercito di insegnanti pronti da anni ad entrare nella scuola. In questa situazione, la logica di mercato s’impone e vuole imporsi al lavoratore anche come monito pedagogico: non credere di poter accampare diritti, sei una mera eccedenza, un semplice pezzo da prendere in carico o da sostituire al prezzo corrente di mercato.
Fonte
Tutto questo appartiene al passato si dirà, oggi le cose sono molto diverse: esistono diritti, sindacati, leggi a tutela del lavoratore, l’art. 36 della Costituzione repubblicana che dà il diritto a una retribuzione dignitosa. Non è così, con la complicità dei sindacati confederali è stato firmato un accordo che propone ai giovani italiani di lavorare gratis per accogliere i visitatori alla kermesse dell’Expo. Laddove espongono le più grandi multinazionali del pianeta che fatturano miliardi di euro, s’impone ai disoccupati di impiegare il loro tempo senza avere in cambio una retribuzione.
In un contesto del tutto diverso, ormai da tempo, si avanzano pretese analoghe. Nella scuola, infatti, già il governo Monti aveva cercato d’innalzare per legge e a parità di retribuzione l’orario frontale degli insegnanti da 18 a 24 ore, mossa sventata per la massiccia mobilitazione dei docenti. Ora si apprende che, dal prossimo anno, gli insegnanti dovranno “donare” una quota di ore alla scuola per coprire eventuali sostituzioni, in modo tale che si possano tagliare i posti destinati a quei precari che coprivano le cosiddette supplenze brevi.
Questo è solo un aspetto della questione, infatti, nella professione docente, il lavoro gratuito è già previsto nel contratto di lavoro, art. 29 del CCNL, attraverso le cosiddette “attività funzionali all’insegnamento” che comprendono: preparazione delle lezioni e delle esercitazioni; correzione degli elaborati; rapporti individuali con le famiglie; attività di carattere collegiale riguardanti tutti i docenti. Grazie a questa funzione, l’insegnante svolge una quantità di ore per le quali non può percepire compensi né rivendicare il diritto alla retribuzione del lavoro straordinario.
Le due realtà considerate sembrerebbero non avere nulla in comune, in realtà si tratta dello stesso fenomeno, quello del lavoro ormai svalutato e mercificato. Esiste un surplus di disoccupazione giovanile, manodopera di riserva, e un esercito di insegnanti pronti da anni ad entrare nella scuola. In questa situazione, la logica di mercato s’impone e vuole imporsi al lavoratore anche come monito pedagogico: non credere di poter accampare diritti, sei una mera eccedenza, un semplice pezzo da prendere in carico o da sostituire al prezzo corrente di mercato.
Fonte
22/01/2015
Quante balle sulla Grecia e il suo debito!
La Grecia torna a fare notizia. Si è
interrotto il silenzio sulle intollerabili misure di “austerità”
(= impoverimento di massa) che hanno colpito gran parte della popolazione
negli ultimi anni, e ora suona l’allarme sulla possibilità che
l’”estrema sinistra” di Syriza vinca le prossime elezioni del 25
gennaio, e sulle catastrofiche conseguenze che ciò potrebbe avere sulle
nostre vite e soprattutto sui nostri portafogli. Si sostiene da più
parti, infatti, che “noi tutti” (“ciascun cittadino”
dell’Europa) siamo creditori della Grecia, e se per caso la Grecia
non dovesse ripagare il suo debito a seguito dell’avvento al governo di
Syriza, ci trufferebbe circa 600 euro a testa, in quanto “a soffrirne le
conseguenze non sarebbero potenti banche o speculatori misteriosi, ma
gli Stati”, e quindi “noi cittadini” (così Stefano Lepri, “La Stampa”,
31 dicembre 2014). In definitiva, saremmo “noi”, gente che vive del
proprio lavoro, a pagare per il fatto che la Grecia, il cui debito
statale è intorno al 175% del Pil, ha speso più di quanto poteva – il
sottinteso, non troppo sottinteso, è che i greci (tutti i greci) hanno preteso di vivere al di sopra delle loro possibilità e presentano ora agli altri europei, a tutti gli altri europei, il loro conto-spese in rosso da ripianare.
Una sequenza di balle che proviamo a sgonfiare con un po’ di contro-informazione (di Syriza e della sua politica, parleremo in una seconda nota).
La prima cosa da chiarire è: come si è formato l’enorme debito pubblico greco?
Le ragioni sono tutt’altro che misteriose, anche se poco conosciute.
La prima: in Grecia grandi capitalisti e chiesa sono esentasse. Forse non tutti sanno che... gli armatori greci, proprietari della seconda flotta mercantile al mondo, godono di una pressoché totale esenzione fiscale, prevista addirittura dalla costituzione approvata nel 1975. A questo manipolo di poche centinaia di supermiliardari, va aggiunta la chiesa ortodossa, che è il più grande proprietario terriero del paese e possiede hotel, centri turistici, proprietà immobiliari, imprese, e i cui preti sono a carico dello stato. Esentasse sono poi le enormi fortune trasferite all’estero (calcolate in circa 600 miliardi di euro: quasi il doppio del debito stesso), per non parlare delle 6.575 compagnie offshore, di cui solo 34 pagano le tasse, molte delle quali sono state aiutate a frodare il fisco greco proprio dal Lussemburgo di Juncker, il presidente della Commissione europea...
La seconda: le spese militari. Lo sapevate che per gli armamenti lo stato greco spende il 3,1% del Pil? In percentuale, più di Gran Bretagna e Francia, i due stati europei che più spendono in armi. Tra il 2005 e il 2009, proprio gli anni in cui è andato maggiormente lievitando il suo debito di stato prima dello scoppio della crisi, la Grecia è stata uno dei cinque maggiori importatori di armi in Europa – parola del Sipri di Stoccolma. Da chi ha acquistato aerei da combattimento (il 38% del volume delle sue importazioni)? Da “noi” comuni “cittadini”? Non esattamente. I 26 F16 li ha comprati dalla statunitense Lockheed Martin e i 25 Mirage 2000 dalla francese Dassault, con un contratto di 1,6 miliardi di euro, che ha fatto della Grecia il terzo cliente dell’industria militare francese nei primi dieci anni del secolo.
La terza: le faraoniche spese per le olimpiadi del 2004, in totale si stima oltre i 20 miliardi di euro, triplicate rispetto alle previsioni (è un classico dai “grandi lavori”/grandissimi furti, che abbiamo visto con il Mose e vedremo con l’Expo). Nel 2004 l’indebitamento pubblico balza da 182 a 201 miliardi di euro e il rapporto deficit/Pil dal 3,7% al 7,5%. In questa circostanza la cattiva gestione della cosa pubblica e il sistema di corruzione e tangenti hanno avuto il suo culmine, e i legami con i capitali globali si sono fatti ancora più stretti perché molte grandi imprese europee e statunitensi ci hanno banchettato su alla grande – tra quelle made in Italy IVECO, Impregilo, Finmeccanica, Italcementi, le imprese sportive associate in Assosport, etc.
La quarta: la corruzione dilagante dei più alti funzionari dello stato. Attenzione, però! La corruzione degli amministratori, che fa lievitare le spese e il debito dello stato, presuppone che ci siano dei corruttori che traggono dalle tangenti pagate dei vantaggi enormemente superiori al loro costo. Le prime della classe in questa nobile gara sono finora state le grandi imprese tedesche. Per l’affare della vendita di sottomarini Poseidon, ad esempio, la Hdv e la Ferrostaal avrebbero pagato 23,5 milioni di euro. Per assicurarsi una commessa di 170 carri armati Leopard e missili Stinger, la Krauss-Maffei Wegmann, la Rhienmetall e la Atlas hanno pagato in totale ad Antonis Kantas, il numero uno del settore armamenti del ministero della difesa greco, mazzette per 3,2 milioni di euro. Quindi la Siemens, che ha ammesso il versamento di 1,3 miliardi di euro in tangenti per assicurarsi commesse e appalti alle olimpiadi del 2004, ai danni della società greca Ote. E poi la Daimler, la Deutsche Bahn...
La quinta, ma non certo l’ultima per ordine di grandezza, tutt’altro!, è il pagamento degli interessi sul debito di stato, pari – solo negli ultimi anni – a 40,6 miliardi di euro, a favore degli altri stati europei, tra cui l’Italia (“non abbiamo fatto doni alla Grecia, ma prestiti”, dichiarò a suo tempo Tremonti), del FMI, delle grandi banche europee.
Per coprire le vere cause dell’ingigantimento del debito di stato, accentuato dalla durissima crisi dell’economia greca, sono state confezionate alcune leggende metropolitane da sfatare.
Del tipo: il debito pubblico è dovuto ad un eccesso di spese sociali. In realtà la Grecia dal 1998 al 2007 (anni in cui l’economia greca è costantemente cresciuta del 4% all’anno) ha speso in spese sociali 5.400$ pro capite: meno della metà di Francia e Germania…
Del tipo: “i greci” non hanno voglia di lavorare, son sempre lì a bere ouzo e ballare il sirtaki... in realtà i lavoratori greci sono al primo posto in Europa come ore lavorate annue: 2.017 ore annue di lavoro pro capite, e al terzo tra i 34 paesi dell’OCSE, dopo i lavoratori sud-coreani (2.193 ore di lavoro l’anno) e quelli cileni (2.068 ore) – dati OCSE, 2012.
Anche sulle dimensioni e la portata della punizione inflitta ai lavoratori e alle lavoratrici greche sarebbe il caso di fare un po’ di chiarezza, perché c’è troppo silenzio su questo, anche a sinistra e nei movimenti.
Ecco solo alcuni degli effetti delle misure imposte con i referendum (i dati sono ufficiali): la disoccupazione è al 27,6%, tra i giovani sotto i 35 anni è sopra il 60%; vengono licenziati 3.800 lavoratori a settimana; tra il 2010 e il 2013 ha chiuso il 30% delle imprese; i disoccupati che ricevono sussidi sono diminuiti del 63,7%; i giovani a rischio di povertà sono il 44%; dal 2010 ad oggi la perdita di salario per chi lavora è del 38%, per i pensionati è del 45%; i redditi delle famiglie sono diminuiti del 39%; la mortalità infantile è cresciuta del 42,8%; il 20% dei bambini non ha potuto essere vaccinato; un milione di greci (su 10) non hanno più assistenza sanitaria; il 44% delle famiglie non può sostenere le spese di riscaldamento; oltre 800.000 persone sono registrate presso le Ong e i servizi caritativi della chiesa per ottenere un aiuto alimentare... dobbiamo continuare?
Sacrifici pesanti, è vero, dirà qualcuno, ma la Grecia è stata aiutata con sostanziosi prestiti per far ripartire l’economia: 275 miliardi di euro dal 2010 al 2012, una bella sommetta, che se ben spesa... E invece, dove sono finiti i soldi dei prestiti (concessi “in cambio” delle privatizzazioni, delle ristrutturazioni e dei brutali tagli alla spesa sociale)? In una vera e propria partita di giro, sono finiti per quasi il 90% ai creditori internazionali dello stato greco – banche e stati europei anzitutto, FMI, BCE, proprio i pescecani che accusano i greci di essere dei fannulloni scialacquatori – e alle banche greche per coprire i loro debiti. Lo stato greco ha “visto” solo 27 miliardi di euro (il 10%)... e i lavoratori hanno ricevuto solo bastonate su bastonate.
Intanto i generosi creditori internazionali della Grecia hanno ottenuto dai loro amici e sodali di Atene (Samaras&C.) di mettere in (s)vendita le imprese più appetibili: l’aeroporto di Atene, la lotteria nazionale (ambita da una società italiana), alcuni centri commerciali di prima classe, terreni, spiagge e casinò nelle isole di Rodi e Corfù, la compagnia nazionale del gas, il 35% della compagnia nazionale di raffinazione del petrolio, il 49% delle ferrovie, il 39% delle poste, etc. Ad arraffare le compagnie dell’acqua di Atene e Salonicco sono già pronte la francese Suez Environnement e l’israeliana Mekorot, ma intanto, per renderle più appetibili ancora, ecco un drastico taglio del personale e il prezzo dell’acqua che dal 2001 è triplicato, e continua a salire, salire...
D’altra parte, se l’economia greca va a rotoli, è inevitabile che tutti debbano perdere qualcosa... Beh, non proprio tutti: negli ultimi due anni le 500 imprese più importanti di Grecia hanno aumentato i loro profitti del 19%, e nel corso dei primi mesi del 2013 le imprese quotate in borsa hanno registrato un aumento medio dei loro profitti del 152,6% (!). Le banche greche, rimesse a galla grazie ai fondi pubblici, in seguito hanno “divorato” una decina di banche minori. Altri monopoli, come la compagnia aerea Aegean (che ha assorbito il principale concorrente, un tempo in mani pubbliche, Olympic Air), registrano importanti profitti. Anche gli speculatori traggono i loro vantaggi dalla crisi: il tasso di interesse sui titoli di stato è passato in un anno dal 5,5% al 7,24%.
È questo il punto: è ora di finirla di parlare della Grecia. Esistono in realtà due Grecie tra loro antagoniste: l’una, quella della classe attualmente al comando che (nella sostanza) condivide e mette in atto le politiche della Troika, che ha lucrato e si è arricchita con l’entrata nell’euro, e continua ad arricchirsi nella crisi; l’altra, quella delle classi lavoratrici, che ha pagato e paga un prezzo terribile per mantenere a galla e far ingrassare i responsabili della crisi, grandi capitalisti greci e globali, banchieri, generali, grandi evasori di stato, funzionari corrotti...
Con le balle che la “libera” stampa e le “libere” tv raccontano sul debito greco, gli eurocrati di Bruxelles, Renzi, Merkel, Hollande e quant’altri ci vogliono arruolare nella guerra per imporre ai lavoratori greci, e tanto più agli immigrati in Grecia, altri lunghi anni di lacrime e sangue. Usciamo dal silenzio, e rispondiamogli sui denti: la resistenza e la lotta dei lavoratori greci contro le politiche di impoverimento di massa imposte dalla Troika e da Samaras&C., e per il non pagamento del debito di stato, è la nostra lotta!
18 gennaio 2015
La redazione de “il cuneo rosso”
Fonte
Una sequenza di balle che proviamo a sgonfiare con un po’ di contro-informazione (di Syriza e della sua politica, parleremo in una seconda nota).
La prima cosa da chiarire è: come si è formato l’enorme debito pubblico greco?
Le ragioni sono tutt’altro che misteriose, anche se poco conosciute.
La prima: in Grecia grandi capitalisti e chiesa sono esentasse. Forse non tutti sanno che... gli armatori greci, proprietari della seconda flotta mercantile al mondo, godono di una pressoché totale esenzione fiscale, prevista addirittura dalla costituzione approvata nel 1975. A questo manipolo di poche centinaia di supermiliardari, va aggiunta la chiesa ortodossa, che è il più grande proprietario terriero del paese e possiede hotel, centri turistici, proprietà immobiliari, imprese, e i cui preti sono a carico dello stato. Esentasse sono poi le enormi fortune trasferite all’estero (calcolate in circa 600 miliardi di euro: quasi il doppio del debito stesso), per non parlare delle 6.575 compagnie offshore, di cui solo 34 pagano le tasse, molte delle quali sono state aiutate a frodare il fisco greco proprio dal Lussemburgo di Juncker, il presidente della Commissione europea...
La seconda: le spese militari. Lo sapevate che per gli armamenti lo stato greco spende il 3,1% del Pil? In percentuale, più di Gran Bretagna e Francia, i due stati europei che più spendono in armi. Tra il 2005 e il 2009, proprio gli anni in cui è andato maggiormente lievitando il suo debito di stato prima dello scoppio della crisi, la Grecia è stata uno dei cinque maggiori importatori di armi in Europa – parola del Sipri di Stoccolma. Da chi ha acquistato aerei da combattimento (il 38% del volume delle sue importazioni)? Da “noi” comuni “cittadini”? Non esattamente. I 26 F16 li ha comprati dalla statunitense Lockheed Martin e i 25 Mirage 2000 dalla francese Dassault, con un contratto di 1,6 miliardi di euro, che ha fatto della Grecia il terzo cliente dell’industria militare francese nei primi dieci anni del secolo.
La terza: le faraoniche spese per le olimpiadi del 2004, in totale si stima oltre i 20 miliardi di euro, triplicate rispetto alle previsioni (è un classico dai “grandi lavori”/grandissimi furti, che abbiamo visto con il Mose e vedremo con l’Expo). Nel 2004 l’indebitamento pubblico balza da 182 a 201 miliardi di euro e il rapporto deficit/Pil dal 3,7% al 7,5%. In questa circostanza la cattiva gestione della cosa pubblica e il sistema di corruzione e tangenti hanno avuto il suo culmine, e i legami con i capitali globali si sono fatti ancora più stretti perché molte grandi imprese europee e statunitensi ci hanno banchettato su alla grande – tra quelle made in Italy IVECO, Impregilo, Finmeccanica, Italcementi, le imprese sportive associate in Assosport, etc.
La quarta: la corruzione dilagante dei più alti funzionari dello stato. Attenzione, però! La corruzione degli amministratori, che fa lievitare le spese e il debito dello stato, presuppone che ci siano dei corruttori che traggono dalle tangenti pagate dei vantaggi enormemente superiori al loro costo. Le prime della classe in questa nobile gara sono finora state le grandi imprese tedesche. Per l’affare della vendita di sottomarini Poseidon, ad esempio, la Hdv e la Ferrostaal avrebbero pagato 23,5 milioni di euro. Per assicurarsi una commessa di 170 carri armati Leopard e missili Stinger, la Krauss-Maffei Wegmann, la Rhienmetall e la Atlas hanno pagato in totale ad Antonis Kantas, il numero uno del settore armamenti del ministero della difesa greco, mazzette per 3,2 milioni di euro. Quindi la Siemens, che ha ammesso il versamento di 1,3 miliardi di euro in tangenti per assicurarsi commesse e appalti alle olimpiadi del 2004, ai danni della società greca Ote. E poi la Daimler, la Deutsche Bahn...
La quinta, ma non certo l’ultima per ordine di grandezza, tutt’altro!, è il pagamento degli interessi sul debito di stato, pari – solo negli ultimi anni – a 40,6 miliardi di euro, a favore degli altri stati europei, tra cui l’Italia (“non abbiamo fatto doni alla Grecia, ma prestiti”, dichiarò a suo tempo Tremonti), del FMI, delle grandi banche europee.
Per coprire le vere cause dell’ingigantimento del debito di stato, accentuato dalla durissima crisi dell’economia greca, sono state confezionate alcune leggende metropolitane da sfatare.
Del tipo: il debito pubblico è dovuto ad un eccesso di spese sociali. In realtà la Grecia dal 1998 al 2007 (anni in cui l’economia greca è costantemente cresciuta del 4% all’anno) ha speso in spese sociali 5.400$ pro capite: meno della metà di Francia e Germania…
Del tipo: “i greci” non hanno voglia di lavorare, son sempre lì a bere ouzo e ballare il sirtaki... in realtà i lavoratori greci sono al primo posto in Europa come ore lavorate annue: 2.017 ore annue di lavoro pro capite, e al terzo tra i 34 paesi dell’OCSE, dopo i lavoratori sud-coreani (2.193 ore di lavoro l’anno) e quelli cileni (2.068 ore) – dati OCSE, 2012.
Anche sulle dimensioni e la portata della punizione inflitta ai lavoratori e alle lavoratrici greche sarebbe il caso di fare un po’ di chiarezza, perché c’è troppo silenzio su questo, anche a sinistra e nei movimenti.
Ecco solo alcuni degli effetti delle misure imposte con i referendum (i dati sono ufficiali): la disoccupazione è al 27,6%, tra i giovani sotto i 35 anni è sopra il 60%; vengono licenziati 3.800 lavoratori a settimana; tra il 2010 e il 2013 ha chiuso il 30% delle imprese; i disoccupati che ricevono sussidi sono diminuiti del 63,7%; i giovani a rischio di povertà sono il 44%; dal 2010 ad oggi la perdita di salario per chi lavora è del 38%, per i pensionati è del 45%; i redditi delle famiglie sono diminuiti del 39%; la mortalità infantile è cresciuta del 42,8%; il 20% dei bambini non ha potuto essere vaccinato; un milione di greci (su 10) non hanno più assistenza sanitaria; il 44% delle famiglie non può sostenere le spese di riscaldamento; oltre 800.000 persone sono registrate presso le Ong e i servizi caritativi della chiesa per ottenere un aiuto alimentare... dobbiamo continuare?
Sacrifici pesanti, è vero, dirà qualcuno, ma la Grecia è stata aiutata con sostanziosi prestiti per far ripartire l’economia: 275 miliardi di euro dal 2010 al 2012, una bella sommetta, che se ben spesa... E invece, dove sono finiti i soldi dei prestiti (concessi “in cambio” delle privatizzazioni, delle ristrutturazioni e dei brutali tagli alla spesa sociale)? In una vera e propria partita di giro, sono finiti per quasi il 90% ai creditori internazionali dello stato greco – banche e stati europei anzitutto, FMI, BCE, proprio i pescecani che accusano i greci di essere dei fannulloni scialacquatori – e alle banche greche per coprire i loro debiti. Lo stato greco ha “visto” solo 27 miliardi di euro (il 10%)... e i lavoratori hanno ricevuto solo bastonate su bastonate.
Intanto i generosi creditori internazionali della Grecia hanno ottenuto dai loro amici e sodali di Atene (Samaras&C.) di mettere in (s)vendita le imprese più appetibili: l’aeroporto di Atene, la lotteria nazionale (ambita da una società italiana), alcuni centri commerciali di prima classe, terreni, spiagge e casinò nelle isole di Rodi e Corfù, la compagnia nazionale del gas, il 35% della compagnia nazionale di raffinazione del petrolio, il 49% delle ferrovie, il 39% delle poste, etc. Ad arraffare le compagnie dell’acqua di Atene e Salonicco sono già pronte la francese Suez Environnement e l’israeliana Mekorot, ma intanto, per renderle più appetibili ancora, ecco un drastico taglio del personale e il prezzo dell’acqua che dal 2001 è triplicato, e continua a salire, salire...
D’altra parte, se l’economia greca va a rotoli, è inevitabile che tutti debbano perdere qualcosa... Beh, non proprio tutti: negli ultimi due anni le 500 imprese più importanti di Grecia hanno aumentato i loro profitti del 19%, e nel corso dei primi mesi del 2013 le imprese quotate in borsa hanno registrato un aumento medio dei loro profitti del 152,6% (!). Le banche greche, rimesse a galla grazie ai fondi pubblici, in seguito hanno “divorato” una decina di banche minori. Altri monopoli, come la compagnia aerea Aegean (che ha assorbito il principale concorrente, un tempo in mani pubbliche, Olympic Air), registrano importanti profitti. Anche gli speculatori traggono i loro vantaggi dalla crisi: il tasso di interesse sui titoli di stato è passato in un anno dal 5,5% al 7,24%.
È questo il punto: è ora di finirla di parlare della Grecia. Esistono in realtà due Grecie tra loro antagoniste: l’una, quella della classe attualmente al comando che (nella sostanza) condivide e mette in atto le politiche della Troika, che ha lucrato e si è arricchita con l’entrata nell’euro, e continua ad arricchirsi nella crisi; l’altra, quella delle classi lavoratrici, che ha pagato e paga un prezzo terribile per mantenere a galla e far ingrassare i responsabili della crisi, grandi capitalisti greci e globali, banchieri, generali, grandi evasori di stato, funzionari corrotti...
Con le balle che la “libera” stampa e le “libere” tv raccontano sul debito greco, gli eurocrati di Bruxelles, Renzi, Merkel, Hollande e quant’altri ci vogliono arruolare nella guerra per imporre ai lavoratori greci, e tanto più agli immigrati in Grecia, altri lunghi anni di lacrime e sangue. Usciamo dal silenzio, e rispondiamogli sui denti: la resistenza e la lotta dei lavoratori greci contro le politiche di impoverimento di massa imposte dalla Troika e da Samaras&C., e per il non pagamento del debito di stato, è la nostra lotta!
18 gennaio 2015
La redazione de “il cuneo rosso”
Fonte
19/01/2015
La crisi espropria i poveri per dare ai ricchi
L'Italia è un paese a pezzi, che ha perso il 12% di Prodotto interno lordo (Pil) in sette anni, che sta svendendo a passo di carica le sue aziende principali (in attesa di impegnarsi il Colosseo e la Torre di Pisa), che distrugge posti di lavoro, riduce i salari e le pensioni, offre sempre meno scuola pubblica e fa pagare sempre più cara (ticket) l'assistenza sanitaria universale. Un paese in declino, impoverito, senza qualità?
Non per tutti. La specialità della posizione strategica dei ricchi consiste nel poter fare grandi affari proprio quando la crisi morde di più. Un esempio? Prendiamo il patrimonio immobiliare. Milioni di lavoratori dipendenti sono stati obbligati a comprare casa, indebitandosi per la vita, grazie a una politica della casa che ha eliminato l'edilizia popolare e quindi favorito la crescita esponenziale del livello degli affitti, fino a farli valere quanto un mese di salario o poco meno.
Bene. Nella crisi, si perde il posto di lavoro, i soldi comunque non bastano, se hai una malattia hai bisogno di liquidità pronta cassa, ecc. Quindi sei costretto a vender casa proprio mentre i prezzi crollano; e anche rapidamente, perché c'è un sacco di offerta simile alla tua sul mercato. E quindi se vuoi del cash devi abbassare tu stesso il prezzo più dei "concorrenti" uguali a te.
Una pacchia per chi possiede liquidità in abbondanza (società finanziarie, immobiliari, fondi di investimento, ecc.) che può così fare incetta di immobili a prezzi di saldo. In attesa della risalita del mattone e delle inevitabili plusvalenze a culo incollato sulla poltrona.
Nel 2008 la ricchezza totale posseduta dal 30% più povero degli italiani (sono più di 18 milioni di persone) valeva il doppio delle dieci famiglie più ricche. Fermatevi un attimo a calcolare: in pratica, 9 milioni di persone appartenenti al terzo più povero della popolazione possedeva nel suo insieme quanto le 10 (dieci!) famiglie più ricche. Si può dirlo anche altrimenti: in media, ogni famiglia di questa pattuglia privilegiatissima possedeva quanto 900.000 persone della fascia bassa: 58 miliardi di euro, che a dividerli per dieci o per novecentomila dà numeri decisamente diversi (5,8 miliardi contro 63.000 euro; stiamo parlando di qualsiasi tipo di ricchezza: reddito, case, terreni, gioielli, risparmi, ecc).
Non male, per quei "fortunati". Ma la crisi ha dato loro una bella mano a fare ancora meglio, mentre quelli che avevano mantenuto un lavoro "da fascia bassa" venivano indicati come "privilegiati". Roba da far saltare la pazienza a un papa, diciamo...
Fubini, su Repubblica, ci dà anche qualche nome: Leonardo Del Vecchio, Ferrero, Berlusconi, Giorgio Armani, Francesco Gaetano Caltagirone...
La crisi, dicevamo, ha lavorato decisamente a loro favore: nel 2013 la situazione era radicalmente diversa. I dieci "campioni" della ricchezza nazionale ora totalizzano un patrimonio superiore a quello del 30% più povero. Per loro ci sono 98 miliardi di euro (in media 9,8 a testa, il 70% in più), mentre quei 18 milioni di scalognati hanno perso nel loro complesso il 20%.
Se poi si guarda al quintile più povero (invece che al 30%), il paragone diventa improponibile: quelle dieci famiglie con nome e cognome possiedo sei volte tanto quanto posseduto da 12 milioni di persone.
I dati sono stati pubblicati in uno di quei testi che nessuno legge - una relazione della Banca d'Italia - ma che andrebbero invece messi come letture obbligatorie nelle scuola di ogni ordine e grado.
Che dite? Che così si fomenterebbe l'odio di classe? Ma perché, quelle dieci famiglie (e le altre migliaia appena un po' meno ricche di loro) ci stanno forse dimostrando affetto?
Fonte
Non per tutti. La specialità della posizione strategica dei ricchi consiste nel poter fare grandi affari proprio quando la crisi morde di più. Un esempio? Prendiamo il patrimonio immobiliare. Milioni di lavoratori dipendenti sono stati obbligati a comprare casa, indebitandosi per la vita, grazie a una politica della casa che ha eliminato l'edilizia popolare e quindi favorito la crescita esponenziale del livello degli affitti, fino a farli valere quanto un mese di salario o poco meno.
Bene. Nella crisi, si perde il posto di lavoro, i soldi comunque non bastano, se hai una malattia hai bisogno di liquidità pronta cassa, ecc. Quindi sei costretto a vender casa proprio mentre i prezzi crollano; e anche rapidamente, perché c'è un sacco di offerta simile alla tua sul mercato. E quindi se vuoi del cash devi abbassare tu stesso il prezzo più dei "concorrenti" uguali a te.
Una pacchia per chi possiede liquidità in abbondanza (società finanziarie, immobiliari, fondi di investimento, ecc.) che può così fare incetta di immobili a prezzi di saldo. In attesa della risalita del mattone e delle inevitabili plusvalenze a culo incollato sulla poltrona.
Nel 2008 la ricchezza totale posseduta dal 30% più povero degli italiani (sono più di 18 milioni di persone) valeva il doppio delle dieci famiglie più ricche. Fermatevi un attimo a calcolare: in pratica, 9 milioni di persone appartenenti al terzo più povero della popolazione possedeva nel suo insieme quanto le 10 (dieci!) famiglie più ricche. Si può dirlo anche altrimenti: in media, ogni famiglia di questa pattuglia privilegiatissima possedeva quanto 900.000 persone della fascia bassa: 58 miliardi di euro, che a dividerli per dieci o per novecentomila dà numeri decisamente diversi (5,8 miliardi contro 63.000 euro; stiamo parlando di qualsiasi tipo di ricchezza: reddito, case, terreni, gioielli, risparmi, ecc).
Non male, per quei "fortunati". Ma la crisi ha dato loro una bella mano a fare ancora meglio, mentre quelli che avevano mantenuto un lavoro "da fascia bassa" venivano indicati come "privilegiati". Roba da far saltare la pazienza a un papa, diciamo...
Fubini, su Repubblica, ci dà anche qualche nome: Leonardo Del Vecchio, Ferrero, Berlusconi, Giorgio Armani, Francesco Gaetano Caltagirone...
La crisi, dicevamo, ha lavorato decisamente a loro favore: nel 2013 la situazione era radicalmente diversa. I dieci "campioni" della ricchezza nazionale ora totalizzano un patrimonio superiore a quello del 30% più povero. Per loro ci sono 98 miliardi di euro (in media 9,8 a testa, il 70% in più), mentre quei 18 milioni di scalognati hanno perso nel loro complesso il 20%.
Se poi si guarda al quintile più povero (invece che al 30%), il paragone diventa improponibile: quelle dieci famiglie con nome e cognome possiedo sei volte tanto quanto posseduto da 12 milioni di persone.
I dati sono stati pubblicati in uno di quei testi che nessuno legge - una relazione della Banca d'Italia - ma che andrebbero invece messi come letture obbligatorie nelle scuola di ogni ordine e grado.
Che dite? Che così si fomenterebbe l'odio di classe? Ma perché, quelle dieci famiglie (e le altre migliaia appena un po' meno ricche di loro) ci stanno forse dimostrando affetto?
Fonte
01/01/2015
Aumentano le autostrade dei capitalisti bollettari
Gli auguri di nuovo anno arrivano sempre puntuali e con la stessa formula: le tariffe autostradali aumentano dal primo gennaio. Ricordiamo - è necessario per gli smemorati - che le autostrade italiane sono state costruite con soldi pubblici (ovvero "nostri", con le tasse), ma ad un certo punto sono state date in "concessione" a società private. In nome della "concorrenza" che avrebbe dunque dovuto anche far abbassare le tariffe.
Ideologia spicciola per regalare un business facile facile a imprenditori senza voglia di rischiare (capofila è naturalmente Benetton, che gestisce la tratta più lunga e importante con "Autostrade per l'Italia"). Quale concorrenza è mai possibile tra tratte autostradali? Avete forse mai visto un "privato" costruire un'autostrada alternativa a quella esistente? Mica sono matti: costi altissimi, lievitazione delle perdite assicurata, tempi di ammortamento infiniti...
Bene. Questo carico negato è lasciato ancora adesso allo Stato - con i nostri soldi - mentre ai "privati" è lasciato il privilegio di riscuotere al casello, senza aver investito una lira.
Siccome "c'è la concorrenza", ma le autostrade sono anche un servizio di interesse pubblico, ogni anno i concessionari chiedono l'aumento delle tariffe. E l'ottengono.
La maggior parte delle società ha ottenuto un incremento dell'1,5%, più dell'inflazione 2014 ed anche di quella attesa nel 2015. Il ministero dei trasporti ha giustificato la decisione parlando di misura necessaria «in attuazione di quanto previsto nei vigenti atti convenzionali stipulati da Anas ora ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti con le Società Concessionarie di autostrade, nonché dalla vigente normativa, maturano specifici adeguamenti dei pedaggi autostradali, da determinarsi in applicazione delle formule tariffarie previste negli atti convenzionali approvati e vigenti».
Non manca un tocco di presa per i fondelli. Il ministero delle Infrastrutture unitamente al ministero dell'Economia «hanno ritenuto obiettivo prioritario di interesse pubblico l'adozione di ogni misura idonea a consentire il superamento dell'attuale negativa congiuntura economico-finanziaria e considera la calmierizzazione degli adeguamenti tariffari per l'anno 2015, entro l'1,5%, una misura necessaria al conseguimento di tale obiettivo. Tale misura, peraltro, per non ostacolare il completamento degli investimenti previsti, deve necessariamente inserirsi nel contesto dei rapporti di concessione così come oggi sottoscritti e vincolanti per le parti».
Insomma: siate contenti, perché abbiamo limitato gli aumenti all'1,5%. Loro avevano chiesto naturalmente di più, ma noi pensiamo al vostro bene... Soprattutto a quello dei concessionari, però, che hanno promesso misteriosi "investimenti" da realizzarsi soltanto se c'era l'aumento. Tenuto conto che gli unici investimenti dei concessionari riguardano l'ordinaria manutenzione della rete autostradale, si può facilmente capire anche il margine di guadagno realizzato anno dopo anno. Della questione - e della sollecitudine del governo nei loro confronti - ci eravamo occupati già diversi giorni fa.
L'elenco degli aumenti: Asti-Cuneo 0,00%; ATIVA 1,50%; Autostrade per l'Italia 1,46%; Autostrada del Brennero 0,00%; Autovie Venete 1,50%; Brescia-Padova 1,50%; Consorzio Autostrade Siciliane 0,00%; CAV 1,50%; Centro Padane 0,00%; Autocamionale della Cisa 1,50%; Autostrada dei Fiori 1,50%; Milano Serravalle Milano Tangenziali 1,50%; Tangenziale di Napoli 1,50%; RAV 1,50%; SALT 1,50%; SAT 1,50%; Autostrade Meridionali (SAM) 0,00%; SATAP Tronco A4 1,50%; SATAP Tronco A21 1,50%; SAV 1,50%; SITAF 1,50%; Torino - Savona 1,50%; Strada dei Parchi 1,50%.
Buon anno dal governo Renzi! Ci sono altri 364 giorni così che ci attendono...
Fonte
Ideologia spicciola per regalare un business facile facile a imprenditori senza voglia di rischiare (capofila è naturalmente Benetton, che gestisce la tratta più lunga e importante con "Autostrade per l'Italia"). Quale concorrenza è mai possibile tra tratte autostradali? Avete forse mai visto un "privato" costruire un'autostrada alternativa a quella esistente? Mica sono matti: costi altissimi, lievitazione delle perdite assicurata, tempi di ammortamento infiniti...
Bene. Questo carico negato è lasciato ancora adesso allo Stato - con i nostri soldi - mentre ai "privati" è lasciato il privilegio di riscuotere al casello, senza aver investito una lira.
Siccome "c'è la concorrenza", ma le autostrade sono anche un servizio di interesse pubblico, ogni anno i concessionari chiedono l'aumento delle tariffe. E l'ottengono.
La maggior parte delle società ha ottenuto un incremento dell'1,5%, più dell'inflazione 2014 ed anche di quella attesa nel 2015. Il ministero dei trasporti ha giustificato la decisione parlando di misura necessaria «in attuazione di quanto previsto nei vigenti atti convenzionali stipulati da Anas ora ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti con le Società Concessionarie di autostrade, nonché dalla vigente normativa, maturano specifici adeguamenti dei pedaggi autostradali, da determinarsi in applicazione delle formule tariffarie previste negli atti convenzionali approvati e vigenti».
Non manca un tocco di presa per i fondelli. Il ministero delle Infrastrutture unitamente al ministero dell'Economia «hanno ritenuto obiettivo prioritario di interesse pubblico l'adozione di ogni misura idonea a consentire il superamento dell'attuale negativa congiuntura economico-finanziaria e considera la calmierizzazione degli adeguamenti tariffari per l'anno 2015, entro l'1,5%, una misura necessaria al conseguimento di tale obiettivo. Tale misura, peraltro, per non ostacolare il completamento degli investimenti previsti, deve necessariamente inserirsi nel contesto dei rapporti di concessione così come oggi sottoscritti e vincolanti per le parti».
Insomma: siate contenti, perché abbiamo limitato gli aumenti all'1,5%. Loro avevano chiesto naturalmente di più, ma noi pensiamo al vostro bene... Soprattutto a quello dei concessionari, però, che hanno promesso misteriosi "investimenti" da realizzarsi soltanto se c'era l'aumento. Tenuto conto che gli unici investimenti dei concessionari riguardano l'ordinaria manutenzione della rete autostradale, si può facilmente capire anche il margine di guadagno realizzato anno dopo anno. Della questione - e della sollecitudine del governo nei loro confronti - ci eravamo occupati già diversi giorni fa.
L'elenco degli aumenti: Asti-Cuneo 0,00%; ATIVA 1,50%; Autostrade per l'Italia 1,46%; Autostrada del Brennero 0,00%; Autovie Venete 1,50%; Brescia-Padova 1,50%; Consorzio Autostrade Siciliane 0,00%; CAV 1,50%; Centro Padane 0,00%; Autocamionale della Cisa 1,50%; Autostrada dei Fiori 1,50%; Milano Serravalle Milano Tangenziali 1,50%; Tangenziale di Napoli 1,50%; RAV 1,50%; SALT 1,50%; SAT 1,50%; Autostrade Meridionali (SAM) 0,00%; SATAP Tronco A4 1,50%; SATAP Tronco A21 1,50%; SAV 1,50%; SITAF 1,50%; Torino - Savona 1,50%; Strada dei Parchi 1,50%.
Buon anno dal governo Renzi! Ci sono altri 364 giorni così che ci attendono...
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30/12/2014
Norman Atlantic, una tragedia nel nome del profitto
Comunicato congiunto del sindacato greco Pame e dell'Usb italiana
Ancora una volta è stato provato che la ricerca del profitto, da parte degli armatori, è incompatibile con la sicurezza in mare, è incompatibile con le misure necessarie per proteggere la vita in mare.
E’ evidente, che i naufragi, gli incendi, ecc, sono causati dalle gravi omissioni sulla sicurezza della navigabilità che producono gravi conseguenze per passeggeri e equipaggi.
L’incendio scoppiato all'alba di Domenica 28 dicembre 2014, nel garage della nave «NORMAN ATLANTIC» - battente bandiera italiana, di proprietà di «Visemar DI NAVIGAZIONE SRL», che è stata noleggiata dalla società greca ANEK- ha messo a rischio la vita dei 478 passeggeri e uomini dell’equipaggio.
Questo ulteriore disastro impone seri interrogativi, a cui rispondere con precisione e la necessità di verificare rigorosamente se vi sia stato il rispetto delle norme di sicurezza della navigazione e di tutela della vita umana in mare.
In primo luogo, quali sono le vere cause dell'incendio, se i mezzi antincendio erano efficienti, se erano presenti le paratie antincendio della nave e perché non è stato possibile contrastare l’incendio dall’inizio?
In secondo luogo, dato che qualsiasi ritardo in caso di incendio comporta enormi rischi per la vita delle persone a bordo, perché, anche se l'incendio è scoppiato circa alle 4:00 di Domenica 28 dicembre, sono stati portati sulle scialuppe solo 150 passeggeri? Lasciando a bordo un gran numero di passeggeri pur essendo in una zona (al largo di Corfù), dove, nonostante le specifiche condizioni meteorologiche avverse (senza esagerazioni), sarebbero potute intervenire con tempestività, nelle operazioni di salvataggio, velieri, navi da guerra, rimorchiatori e elicotteri off-shore?
In terzo luogo, qual è la storia della nave? Se è stata riconvertita in un traghetto, è giustificata la presenza di un numero così grande di passeggeri e veicoli? La struttura della nave era adeguata? Gli strumenti di salvataggio erano sufficienti? E hanno funzionato?
In quarto luogo, cosa c’è dietro le ispezioni della nave, come sono state affrontate le osservazioni fatte durante l’ispezione del 19 dicembre 2014 dall'Autorità Portuale di Patrasso? Osservazioni che erano molto gravi per quanto riguarda la navigabilità della «NORMAN ATLANTIC» e che sono disponibili sul sistema "EQUASIS" (www.equasis.org) .
In ogni caso, l'incendio scoppiato sulla nave «NORMAN ATLANTIC», il rischio per la vita di 478 persone a bordo e le omissioni del rispetto delle norme di sicurezza, impongono che vengano stabiliti urgentemente controlli sistematici sulle navi passeggeri per verificare il rispetto degli standard di tutela della vita in mare.
La prima priorità è l'uso di tutti i mezzi e modi per salvare le persone a bordo del traghetto «NORMAN ATLANTIC», senza ulteriori ritardi. Le responsabilità sono grandi.
29 dicembre 2014
Fonte
28/12/2014
La formula Usa per eliminare le pensioni
Più di un milione di camionisti, lavoratori edili e gli altri
lavoratori dotati di un sindacato – pensionati o ancora in attività –
potrebbero vedere le loro prestazioni pensionistiche
drasticamente ridotte, ora che il Congresso ha approvato una proposta
volta a salvare alcuni dei più grandi fondi pensioni del paese. Con un
semplice emendamento al disegno di legge che stabilisce in 1100 miliardi
di dollari la spesa pubblica del prossimo anno, la proposta è stata
approvata dal Senato statunitense pochi giorni fa.
I fondi (e quindi le categorie di lavoratori interessati) sono conosciuti come Piani pensionistici Multiemployer e coprono più di 10 milioni di lavoratori e pensionati. Ma molti di questi fondi si sono trovati alle prese, negli ultimi dieci anni, con un problema comune a tutto l'Occidente sviluppato: forza lavoro che invecchia e perdite finanziarie importanti a causa della recessione. Per non farsi mancare nulla, le imprese più grandi dei settori in questione ha da tempo ritirato la propria partecipazione ai fondi, facendo così mancare un percentuale importante delle entrate dei fondi stessi.
Una serie di fattori che si è ripercosso in modo pesante sulla Pension Benefit Guaranty Corporation, l'agenzia governativa di garanzia per i piani pensionistici; in novembre ha annunciato che le proprie riserve erano pericolosamente basse.
La proposta approvata dal Congresso consentirebbe piani pensionistici ridotti, pagati sia ai pensionati attuali sia a quelli futuri. Verrebbero salvaguardati soltanto i pensionati disabili e gli ultra 80enni, mentre i tagli colpirebbero quelli tra i 75 e gli 80 anni. Si calcola che oltre il 10% dei circa 1.400 piani pensionistici multiemployer sarebbero coinvolti in questa “revisione”.
Persino negli Usa esiste la regola della non retroattività delle leggi, e dunque il taglio degli assegni a coloro che sono già in pensione è vietato. Ciò nonostante, i fondi pensione privati multiemployer in difficoltà finanziarie, vengono ora autorizzati a prendere misure “innovative”, come la riduzione degli assegni erogati e l'aumento dei contributi versati da dipendenti e datori di lavoro. Chiaro? Pagare di più per avere di meno, sia ora sia in futuro.
Si potrà dire: va beh, bisogna tagliare un po', ma quanto vuoi che sia... Diamo atto ai giornali Usa di preferire i dettagli e le storie individuali, mentre difettano alla grande nelle analisi generali (i nostrani preferiscono l'ideologia governativo-confindustriale), e ringraziamo la Cnn per aver fatto parlare alcuni degli interessati. Il camionista in pensione Glenn Nicodemus, per esempio, 64enne, prende attualmente la pensione dal Central States Southeast and Southwest Areas Pension Fund, uno dei fondi “da salvare”, insieme ad altri 300.000 colleghi o ex, vedove comprese. Secondo la proposta del Congresso, Nicodemus può vedere il suo reddito annuale precipitare dai circa 40.000 dollari l'anno attuali fino a 15.000. Per fare i conti in euro basta dividere per 1,24, al cambio attuale... Dal relativo benessere alla fame nera.
Il buon Nicodemus ha trovato anche spazio per un commento sconsolato: "Sono deluso dal fatto che una questione così importante è stata decisa in modo così subdolo, con poca o nessuna discussione sulle conseguenze per milioni di persone".
Data la struttura privastico-finanziaria dei fondi pensione Usa non esiste una sola soluzione. L'entità del taglio sarà dunque proporzionale al deficit finanziario del singolo fondo, senza alcuna regola generale se non quella fondamentale: a pagare devono essere sempre e solo i lavoratori dipendenti.
Sarà per questo che Tito Boeri è satato messo alla guida dell'Inps?
Fonte
I fondi (e quindi le categorie di lavoratori interessati) sono conosciuti come Piani pensionistici Multiemployer e coprono più di 10 milioni di lavoratori e pensionati. Ma molti di questi fondi si sono trovati alle prese, negli ultimi dieci anni, con un problema comune a tutto l'Occidente sviluppato: forza lavoro che invecchia e perdite finanziarie importanti a causa della recessione. Per non farsi mancare nulla, le imprese più grandi dei settori in questione ha da tempo ritirato la propria partecipazione ai fondi, facendo così mancare un percentuale importante delle entrate dei fondi stessi.
Una serie di fattori che si è ripercosso in modo pesante sulla Pension Benefit Guaranty Corporation, l'agenzia governativa di garanzia per i piani pensionistici; in novembre ha annunciato che le proprie riserve erano pericolosamente basse.
La proposta approvata dal Congresso consentirebbe piani pensionistici ridotti, pagati sia ai pensionati attuali sia a quelli futuri. Verrebbero salvaguardati soltanto i pensionati disabili e gli ultra 80enni, mentre i tagli colpirebbero quelli tra i 75 e gli 80 anni. Si calcola che oltre il 10% dei circa 1.400 piani pensionistici multiemployer sarebbero coinvolti in questa “revisione”.
Persino negli Usa esiste la regola della non retroattività delle leggi, e dunque il taglio degli assegni a coloro che sono già in pensione è vietato. Ciò nonostante, i fondi pensione privati multiemployer in difficoltà finanziarie, vengono ora autorizzati a prendere misure “innovative”, come la riduzione degli assegni erogati e l'aumento dei contributi versati da dipendenti e datori di lavoro. Chiaro? Pagare di più per avere di meno, sia ora sia in futuro.
Si potrà dire: va beh, bisogna tagliare un po', ma quanto vuoi che sia... Diamo atto ai giornali Usa di preferire i dettagli e le storie individuali, mentre difettano alla grande nelle analisi generali (i nostrani preferiscono l'ideologia governativo-confindustriale), e ringraziamo la Cnn per aver fatto parlare alcuni degli interessati. Il camionista in pensione Glenn Nicodemus, per esempio, 64enne, prende attualmente la pensione dal Central States Southeast and Southwest Areas Pension Fund, uno dei fondi “da salvare”, insieme ad altri 300.000 colleghi o ex, vedove comprese. Secondo la proposta del Congresso, Nicodemus può vedere il suo reddito annuale precipitare dai circa 40.000 dollari l'anno attuali fino a 15.000. Per fare i conti in euro basta dividere per 1,24, al cambio attuale... Dal relativo benessere alla fame nera.
Il buon Nicodemus ha trovato anche spazio per un commento sconsolato: "Sono deluso dal fatto che una questione così importante è stata decisa in modo così subdolo, con poca o nessuna discussione sulle conseguenze per milioni di persone".
Data la struttura privastico-finanziaria dei fondi pensione Usa non esiste una sola soluzione. L'entità del taglio sarà dunque proporzionale al deficit finanziario del singolo fondo, senza alcuna regola generale se non quella fondamentale: a pagare devono essere sempre e solo i lavoratori dipendenti.
Sarà per questo che Tito Boeri è satato messo alla guida dell'Inps?
Fonte
24/12/2014
Gucci, Prada, Moncler: il tempo dello sfruttamento è la sostanza del valore
Nella puntata
di Report dedicata alla produzione dei piumini Moncler (come delle
borse di Prada) la giornalista responsabile del servizio mostrava come,
per una differenza di circa 20 euro a borsa, la produzione dei capi
fosse stata delocalizzata dai padroni verso la Moldavia, nella lontana
regione della Transnistria. Qui, nelle stesse fabbriche in cui venivano
prodotte le divise per il coro dell’Armata Rossa (!), centinaia di
operaie fabbricano migliaia di piumini e capi per il settore del lusso,
facente parte del cosiddetto “made in Italy”.
La cosa interessante è che, in
pratica, la giornalista di Report ammetteva come al centro della
decisione dei vari grandi marchi ci fosse una duplice ragione: i più alti margini di profitto
grazie ai salari più bassi dei lavoratori moldavi, pur producendo
questi un minor numero di borse ogni giorno rispetto ai lavoratori
italiani dotati di una diversa organizzazione del lavoro; e, fattore che
compensava questo apparente handicap produttivo, una giornata lavorativa più lunga imposta ai lavoratori moldavi (intorno alle 13 ore).
Tali fattori, al netto della
minor produttività, permettono ai marchi della moda di produrre con
margini di profitto alti, quindi con costi risibili (20 euro a piumino)
rispetto al prezzo finale, prezzo che, inglobando l’enorme profitto intascato dai marchi, non corrisponde al valore della merce. Questo è ciò che si chiama estrazione di plusvalore assoluto: viene allungato il tempo di lavoro eccedente,
ovvero il tempo in cui chi lavora produce più dell’equivalente del
proprio salario, a tutto vantaggio di chi si appropria di questa
differenza temporale, poiché, una volta venduta, la merce torna sotto
forma di denaro.
Alla stessa giornalista, che
chiede come mai per “20 euro” valga la pena spostare tutta la
produzione, risponde un addetto della fabbrica intervistato, facendo
notare come 20 euro moltiplicati per 1 milione di piumini, faccia 20 milioni di euro
! Ecco spiegata, col massimo furto di tempo e la minima spesa in
salari, nonostante una minore intensità del lavoro, la scelta di Moncler
e company: una scelta padronale, sia per la quantità che per la qualità
del risultato che, come sempre accade in questa società, mostra come
siano spietate le bronzee leggi del profitto. Di fronte alle immagini e
alle testimonianze, però, molti hanno preferito (tra cui la redazione di
Report) soffermarsi sulle “disumane condizioni delle oche spennate”,
mostrando così un’indubbia sensibilità animalista ma, al contempo, una
strana concezione di quella umana (confermata anche da una recente
puntata nella quale si consigliava di “non lasciare i carcerati con le
mani in mano e metterli a lavorare”) ma tant’è…
Anche nell’ultima puntata della trasmissione, poi, è arrivato qualche scampolo di verità: questa volta si è parlato di Gucci
e del suo “modello produttivo di qualità”. Anche qui vediamo come sia i
piccoli artigiani che i lavoratori addetti alla produzione in larga
scala vengano derubati di tempo e di denaro. I primi lamentano pagamenti
miseri per ogni pezzo prodotto a mano, secondo la “tradizione” vantata
da Gucci nel suo sito, nelle date ore lavorate.
Il punto forte del servizio
sta, ancora una volta, nel mostrare come esista sì un autosfruttamento
da parte dei piccoli imprenditorini dei laboratori (che dicono di
lavorare praticamente gratis per non perdere le commesse di un grande
gruppo come Gucci) ma niente in confronto alle disumane condizioni degli
operai cinesi del territorio toscano.
Questi, infatti, vengono
assunti attraverso un mediatore cinese che non gli garantisce niente
(ferie, malattia ecc.) a parte il lavoro a cottimo (più produci, più sei
pagato, in teoria) formalmente vietato per legge, e una giornata lavorativa che va dalle 9 di mattina alle 11 di sera: 14 ore !
E il bello è che, sempre dalle immagini, si nota come i controlli non
vengano mai effettuati, che tutti sappiano ed abbiano sempre saputo, e
soprattutto come il tempo di questo sfruttamento legalizzato chiamato
“lavoro” sia ancora una volta la misura e la sostanza del valore
prodotto nel mondo. I padroni ringraziano, le istituzioni acconsentono e
il prezzo finale occulta la realtà delle cose: in questa società
mediata dal denaro, che accumulato diventa capitale, o si viene derubati
del proprio tempo per ottenere del denaro, o si viene derubati del
denaro in seguito ad aver affittato il proprio tempo, o entrambi. La strage della fabbrica di Prato dello scorso anno insegna.
Non si scappa.
Di fronte ai tanti discorsi
sui “diritti”, il “giusto profitto” o l’”equo salario”, così come al
“reddito di esistenza” e via dicendo, dopo aver constatato per
l’ennesima volta che questa società si regge su di un furto legalizzato
di tempo e valore, e che quindi farsene dare indietro un po’ non risolve
proprio niente, rappresentando invece un contentino, pensiamo sia il
caso di organizzarsi di conseguenza.
Non vogliamo un “altro mercato”, quindi un altro capitalismo; non esigiamo “più lavoro”, perché queste sono le condizioni (analogo furto di tempo si riscontra
nel lavoro domestico, nel terzo settore come in fabbrica) e non ci sogniamo minimamente di gestire questo baraccone a suon di “riforme”.
Vogliamo proprio un altro mondo, perché è necessario cambiare radicalmente.
Fonte
09/12/2014
Cina: il cimitero dell’hi-tech dove finiscono smartphone e pc da tutto il mondo
Dove finiscono i nostri smartphone e pc?
A Guiyu, Cina, capitale mondiale dei rifiuti elettronici. Reportage dal posto più inquinato del pianeta
Piramidi di smartphone, tastiere
di computer e tablet occupano le strade e nascondono le case. Un branco di
bufali d’acqua rumina in stagni neri da cui affiorano schermi di pc.
Televisioni, cuffie e stampanti sono ammassate nelle risaie. L’aria è
fetida, la nebbia spessa e arancione. Dopo pochi minuti occhi e narici
bruciano. La discarica di immondizia elettronica più grande del mondo
assomiglia in modo sorprendente all’idea dell’inferno che può agitare un
uomo contemporaneo. Una massa con il volto coperto da luride mascherine
guida risciò a motore, carichi di sacchi bianchi da cui pendono cavi,
batterie, schede di frigoriferi e dischetti.
Canali per l’irrigazione e scoli
straripano di liquami densi e oleosi che incollano le suole alla terra.
Il fragore di clacson e ferraglia compressa martella il cervello:
scoppi e fumi di roghi plastici escono da distese di capannoni
pericolanti. Guiyu è la capitale globale dei rifiuti hi-tech e il
disastro che devasta abitanti e natura rivela la faccia nascosta e
inconfessabile del business del secolo. Smaltire apparecchi
elettronici ed elettrodomestici rende oggi poco meno che produrli: il
prezzo da pagare è la vita di essere umani e ambiente. Non è un
caso se il mondo ha scelto questo vecchio villaggio del Guangdong, a
quattrocento chilometri da Guangzhou, per nascondere il cimitero della
rivoluzione digitale. Guiyu, cronicamente sommersa dalle piene, non era
l’ideale per l’agricoltura industriale. Trent’anni fa i contadini hanno
cominciato a riciclare bottiglie. Poi sono passati alle lattine. Dai
primi anni Duemila hanno conquistato il mercato tossico dell’e-waste.
«Un’evoluzione naturale - dice lo smantellatore di computer Lai Yun -:
è lungo la costa sud della Cina che si concentrano le più importanti
multinazionali dell’elettronica. Sono loro le nostre prime clienti. I
gadget hi-tech tornano a morire dove sono nati». Recuperare ciò che
l’umanità butta via è un’impresa da eroi. La tragedia è che, nel
nome del profitto, a Guiyu si sfruttano sistemi incompatibili con la
dignità delle persone e con la salvaguardia della natura. Un
paradosso: il massimo della tecnologia e del design viene oggi distrutto
con il massimo degli espedienti anacronistici, dentro officine
orribili. Quello che l’Onu definisce “il luogo più inquinato del
pianeta” è oggi una città con duecentomila abitanti. Otto su dieci
lavorano nell’e-riciclaggio, monocoltura collettiva: le imprese sono
seimila, tutte famigliari. «Quest’anno - dice il segretario del partito,
Zhang Chu- feng - lavoreremo quasi 2 milioni tonnellate di immondizie
elettroniche, per un giro d’affari di ottocento milioni di dollari». Gli
affari vanno a gonfie vele. Fino a cinque anni fa i rifiuti arrivavano
in nave da Usa, Europa, Giappone e Corea del Sud. Oggi la stessa Cina è
un colosso delle scorie sintetiche. Il mondo nel 2014 produrrà 52
milioni di tonnellate di residui ad alta tecnologia: 8,3 negli Stati
Uniti, 6,9 in Cina.
Il resto si divide tra Occidente,
con il 73 per cento, e Paesi in via di sviluppo, fermi all’11. Lo
scenario è però destinato a mutare rapidamente. «La Cina - spiega Li
Yangpeng, dell’Accademia delle scienze - sfiora i 650 milioni di
cellulari, entro il 2016 sorpasseremo gli Usa anche nella produzione
di rifiuti elettronici. Il mercato americano cresce del 13 per cento
all’anno, quello cinese del 50 per cento. Entro il 2020 oltre la metà
dei rifiuti hi-tech del pianeta sarà prodotta in Cina».
Il business che Guiyu credeva di
dominare sta sfuggendo a ogni controllo. Distruggere un miliardo di
telefonini all’anno, ottocento milioni di pc e quasi due miliardi di
televisioni al plasma, è una bomba a orologeria che può distruggere
l’intera regione. Oltre centotrentamila uomini, donne e adolescenti ogni
mattina si arrampicano su montagne di macerie elettroniche. Fino alla
notte separano, smontano, spaccano con martelli e trapani, sciolgono con
gli acidi, bruciano, seppelliscono nei campi e disperdono nel fiume
le polveri tossiche. Lavorano a mani nude e senza protezioni. Le
case-discariche non sono dotate di filtri né di depuratori. Il clima è
di terrore e intimidazione. Qualcuno grida «via chi vuole toglierci il
lavoro», altri assicurano che «un po’ di sporco non fa male a nessuno».
Nemmeno l’Università di medicina di Shantou, controllata dal governo,
osa però negare l’impressionante evidenza. Nel suolo il piombo supera di
212 volte la soglia di rischio. I pozzi sono contaminati fino a tre
chilometri di profondità. L’acqua contiene gli stessi residui rilevati a
Chernobyl dopo l’esplosione e scoperti nel lago Karachay, dove l’Urss
avviò l’arricchimento del plutonio. Tra gli abitanti la
percentuale di tumori supera del 64 per cento la media nazionale. Uno
studio su 165 bambini da uno a sei anni ha rivelato nel sangue livelli
di piombo “pericolosi”, l’80 per cento degli scolari è affetto da
disturbi respiratori e al sistema nervoso centrale. «Nonostante
tutto questo - Ma Jun, direttore dell’ong Institute of Public and
Environmental Affairs - Guiyu è oggi il luogo di lavoro più ambito della
Cina».
I nuovi schiavi dell’era digitale sperano di non essere anche
dei condannati a morte. Il loro obbiettivo è fare più soldi possibile
nel minor tempo possibile e poi fuggire lontano per sempre. Smantellare
cellulari e pc frutta tra i 650 e gli 820 dollari al mese: il quadruplo
di quanto potrebbero guadagnare nei villaggi poveri dell’interno, o in
una miniera di carbone. Così i riciclatori cinesi dell’e-waste
globale sono quasi sempre giovani migranti dalle zone depresse, spesso
analfabeti che accettano la sfida a tempo sognando di cambiare vita.
Molti, prigionieri dei soldi, si fermano un giorno di troppo. Quattro
cimiteri, anche loro assediati da cumuli di carcasse elettroniche,
suggeriscono che se in questa città c’è qualcosa di semplice, è morire
in fretta. «Il problema - dice l’esperto Leo Chen - non è vivere tra
vecchie tv al plasma e smartphone fulminati. È voler fare in modo che
l’immondizia si trasformi in oro». Letteralmente. Sono acidi e solventi
che consentono di diventare ricchi. Una tonnellata di scorie hi-tech
contiene 300 grammi di oro, 10 di platino, 50 di palladio, 2 chili
d’argento, 25 di stagno e 130 di rame. Chi non risparmia sulla chimica
ricava anche cadmio, berillio, terre rare, acciaio, plastica, vetro. Lo
scorso anno il 5 per cento dell’oro cinese, pari a 15 tonnellate, è
stato estratto dai rifiuti elettronici, concentrato tra quaranta e
ottocento volte di più rispetto ai giacimenti naturali. Il boom sommerso
è tale che un piccolo smantellatore di Guiyu può guadagnare oltre
quindicimila euro al mese, sei volte più di un alto dirigente pubblico.
Nel Guangdong questa devastante
industria sotterranea, impegnata a rivendere i componenti pregiati agli
stessi produttori di gadget ad alta tecnologia, è oggi la prima
responsabile della dispersione di metalli pesanti, gas nocivi e liquidi
corrosivi. E il disastro non deriva dal riciclaggio, indispensabile proprio per salvare il pianeta, ma dalla sete inesauribile di profitto.
«Esistono acidi, solventi e sostanze chimiche - ci dice un operaio che
si presenta come Fan - che accelerano lo scioglimento di circuiti e microchip, separando quantità maggiori di elementi costosi. Usarli,
consente di ingrandire l’azienda e conquistare clienti tra i grandi marchi mondiali, nessuno escluso. Il resto del reddito si fa bruciando,
seppellendo e gettando in mare ciò che non rende». Guiyu è l’eldorado di
questa corsa clandestina e ufficialmente illegale. Attorno a Shenzhen,
dove opera anche il più grande stabilimento del colosso taiwanese
Foxconn, ruota però una galassia di e-villaggi/discarica, camuffati da
aziende agricole e magazzini. Centinaia di container vengono scaricati
ogni giorno dalle navi attraccate al largo, nel Mar cinese meridionale.
Ciò che nemmeno i 130mila schiavi e sfruttatori della “capitale”
riescono a smaltire, sparisce in un universo criminale ancora più
nascosto. Per il governo le imprese della zona autorizzate a trattare
rifiuti speciali sono novantuno. «La loro capacità - dice Ma Tianjie,
portavoce di Greenpeace - ormai non arriva al 43 per cento e in realtà
incide sul 21 per cento dell’immondizia hi-tech. Quattro telefonini e
tablet su cinque spariscono nel mercato nero del riciclaggio, dove regna
solo la legge del massimo guadagno. È un cataclisma, ma l'affare è tale
che la corruzione arriva ai massimi livelli del partito». Guiyu resta
così vittima di se stessa. Gli indumenti lavati, stesi ad asciugare tra
frigo sventrati e fuochi senza fine, risultano ingialliti, o marrone
scuro. Le dita delle donne, usate per aprire gli incastri dei pc,
appaiono scarnificate. Ventenni deportati dal Gaungxi, allettati dagli
straordinari guadagni, esibiscono il volto malato di un vecchio. Un
operaio ci mostra il relitto del penultimo modello di uno smartphone. La
vita media di un cellulare è ormai scesa sotto i due anni. La
tecnologia è sempre più sofisticata, la concorrenza sempre più spietata,
ci dice. Guiyu è il prezzo che il mondo accetta di pagare.
È notte, ma l’e-discarica lavora a
ciclo continuo. In periferia resistono alcune fattorie, nascoste dietro
colonne di Tir che riportano nelle fabbriche del Guangdong parti e
sostanze riutilizzabili. Gli ultimi contadini rimasti qui coltivano riso
che nessuno osa mangiare. «È un concentrato di cadmio - ci dice un uomo
di nome Hiu - sulle scatole viene scritto che è stato coltivato nel
Sichuan. Noi lo chiamiamo “il riso elettronico”. Finisce lontano. Dove,
esattamente, nessuno lo sa».
08/12/2014
In Gran Bretagna cresca soprattutto la fame
Quant'è bello il liberismo! Come cresce l'economia con il privato che comanda! Oddio, l'economia non va avanti da almeno sette anni (tendenti all'ottavo), a meno di non voler chiamare "crescita" quell'asfittico più o meno zero virgola che i più fortunati - non l'Italia - possono vantare.
Ma una cosa cresce di sicuro: disoccupazione e povertà. Il che si traduce in fame. Non è una battuta o una forzatura polemica. C'è un rapporto chiaro, elaborato dal Parlamento e reso pubblico addirittura dal governo Cameron; ovvero dal principale responsabile della situazione, insieme ovviamente agli imprenditori e finanzieri britannici.
Secondo questo rapporto 4 milioni di persone sono a rischio fame nel solo Regno Unito. Gente che sopravvive rivolgendosi alle 272 banche del cibo disseminate nelle grandi e piccole città; ma il loro numero è in continuo aumento. La situazione è definita "particolarmente grave" per circa 500 mila bambini che vivono in famiglie che non possono assicurare loro una alimentazione costante, tantomeno una corretta.
Il governo inglese, dal basso della sua prosopopea pro-impresa, ha affermato che comunque ora considererà ''seriamente'' i risultati del rapporto. Ma, data la sua storia, nessuno sembra disposto a dargli credito.
L'arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, in un intervento sul Mail on Sunday, ha considerato l'emergenza cibo in Gran Bretagna "per certi versi più scioccante di quella in Africa". Solo che la seconda è al centro di numerose campagne internazionali, quella inglese è nascosta sotto il tappeto del trionfalismo liberista.
E dire che fra le cause di questa situazione, il rapporto di Westminster indica fenomeni in vita da decenni: impoverimento di una fascia sempre più ampia della popolazione, i ritardi (o addiritura l'assenza per molte figure sociali) di sussidi pubblici e i costi delle bollette troppo alti.
Com'è quello slogan secondo cui là dove si lascia spazio ai privati e alla concorrenza le tariffe scendono?
Fonte
Ma una cosa cresce di sicuro: disoccupazione e povertà. Il che si traduce in fame. Non è una battuta o una forzatura polemica. C'è un rapporto chiaro, elaborato dal Parlamento e reso pubblico addirittura dal governo Cameron; ovvero dal principale responsabile della situazione, insieme ovviamente agli imprenditori e finanzieri britannici.
Secondo questo rapporto 4 milioni di persone sono a rischio fame nel solo Regno Unito. Gente che sopravvive rivolgendosi alle 272 banche del cibo disseminate nelle grandi e piccole città; ma il loro numero è in continuo aumento. La situazione è definita "particolarmente grave" per circa 500 mila bambini che vivono in famiglie che non possono assicurare loro una alimentazione costante, tantomeno una corretta.
Il governo inglese, dal basso della sua prosopopea pro-impresa, ha affermato che comunque ora considererà ''seriamente'' i risultati del rapporto. Ma, data la sua storia, nessuno sembra disposto a dargli credito.
L'arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, in un intervento sul Mail on Sunday, ha considerato l'emergenza cibo in Gran Bretagna "per certi versi più scioccante di quella in Africa". Solo che la seconda è al centro di numerose campagne internazionali, quella inglese è nascosta sotto il tappeto del trionfalismo liberista.
E dire che fra le cause di questa situazione, il rapporto di Westminster indica fenomeni in vita da decenni: impoverimento di una fascia sempre più ampia della popolazione, i ritardi (o addiritura l'assenza per molte figure sociali) di sussidi pubblici e i costi delle bollette troppo alti.
Com'è quello slogan secondo cui là dove si lascia spazio ai privati e alla concorrenza le tariffe scendono?
Fonte
06/12/2014
Sette anni fa il rogo Thyssen, un miracolo solo per Boccuzzi
Qualche giornale ricorda che oggi è il settimo anniversario della tragedia della ThyssenKrupp a Torino. Sette operai morti, in un incidente che era classificato come possibile dalla stessa azienda - ne avvenivano tutti i giorni, ormai - che faceva affidamento sulla capacità degli operai di farvi fronte. Esponendo se stessi al rischio mortale.
Le misure di sicurezza non erano state più "upgradate" perché lo stabilimento torinese andava verso lo smantellamento; quindi, dal punto di vista aziendale, era inutile spendere anche un euro per qualcosa che sarebbe andato demolito di lì a poco. Avanti col rischio, e speriamo bene.
Un classico dell'infamia, un omicidio premeditato eventuale (se esistesse un reato simile nel codice penale), perché non era certo che potesse accadere, ma solo "probabile". Come appendere un fono acceso sopra una vasca dove qualcuno dovrà fare il bagno di lì a poco; se non lo tocca, bene, altrimenti "frigge",
Il processo istruito da Raffaele Guariniello, che aveva ottenuto condanne per i dirigenti ThyssenKrupp, a cominciare dall'amministratore delegato dell'intero gruppo (Herald Espenhahn, più altri cinque), ora deve essere rifatto. C'è sempre un giudice di secondo o terzo livello (superiore, per carità) che arriva a sentenziare che i padroni non sono responsabili di quel che avviene al di sotto di loro. Come per Eternit, come per altri cento casi.
Ma i giornali di questi giorni tornano sull'anniversario soltanto per un altro motivo. Antonio Boccuzzi, ferito nell'incidente e unico sopravvissuto, era poi diventato deputato del Pd; ovvero l'unico operaio nel parlamento attuale e precedente (chissà perché gli operai non entrano più in parlamento...). Da buon iscritto alla Uilm (sindacato che definire "complice" - con le parole di Maurizio Sacconi - è quasi un complimento), da buon cottimista che accettava di lavorare un numero di ore spaventoso in condizioni di massima insicurezza pur di strappare qualche centinaio di euro in più al mese e una "buona presentazione" a un'altra fabbrica quando la Thyssen avrebbe chiuso, ha trovato normalissimo votare per il jobs act che abolisce l'art. 18. Ovvero quell'articolo dello Statuto dei lavoratori che permetteva a lui e a suoi colleghi - i vivi e i morti - di rifiutare di fare quel lavoro in quelle condizioni. Senza rischiare il posto di lavoro.
Se soltanto avessero voluto, se soltanto non avessero accettato di monetizzare (per pochi spiccioli) il rischio della vita.
Oggi, grazie anche a Boccuzzi, ultimo anello di una catena decisionale che certo non lo consulta prima di un voto parlamentare, altri operai nelle stesse condizioni non potranno più rifiutarsi di andare a morire. Se non a rischio del posto di lavoro.
Perché i giornali padronali sono così attenti e cortesi verso Boccuzzi? Perché in uno dei pochi momenti di lucidità politica il blog di Grillo lo aveva pesantemente criticato, aprendo lo sfogo a commenti che - come sempre avviene in Facebook - non hanno certo dimostrato il dono della misura ("Doveva morire lui al posto dei suoi colleghi", "Tu saresti il primo che dovremmo abbattere", ecc).
Boccuzzi, per noi, deve invece campare a lungo. Perché così potrà perdere il posto da parlamentare e tornare - un po' arricchito, certo - a svegliarsi di notte udendo le grida dei suoi sette colleghi. E magari a sentire un dolore lancinante a quel dito che ha premuto il pulsante del "sì" all'abolizione dell'art. 18. Ogni notte.
Fonte
25/11/2014
L'industria italiana distrugge l'Italia
La canzone che arriva da tutti i palazzi del potere è monotona: "date alle imprese la possibilità di fare quel che vogliono, senza controlli o contrattazione, e tutto si svilupperà velocemente".
Il governino Renzi risponde col jobs act, e anche molte altre schifezze meno propagandate, per dare agli imprenditori italiani la massima libertà: di licenziare i "rompicoglioni", di costruire e installare macchinari perfetti "fino a prova contraria" (e anche dopo, come spiega la sentenza Eternit).
Tutto liscio? Sì, ma c'è sempre un rumore che rovina il coro dei servi... La cosa divertente - si fa veramente per dire - è che il rumore stonato viene dalla stessa Unione Europea, che stamattina ha illustrato le sue ricerche scientifiche, spiegando che l'inquinamento dell'aria e i gas serra prodotti dall'industria in Italia fra 2008 e 2012 sono costati alla società fra 26 e 61 miliardi di euro. Più delle "finanziarie" nel frattempo approvate dai governi Berlusconi e Monti.
A fare i conti in termini di impatto su salute e ambiente, che include morti premature, costi per la sanità, giorni lavorativi persi, problemi di salute, riduzione dei raccolti agricoli, è l'Agenzia europea dell'ambiente (Aea), secondo cui l'Ilva di Taranto è risultata nella top 30 degli impianti Ue più inquinanti.
A voler essere buoni - ci riesce difficile, con questa gente - si potrebbe dire che l'Unione Europea non sa quanto possano essere lazzaroni e menefreghisti gli imprenditori italiani per i quali chiede "maggiore libertà d'azione". Ma sappiamo benissimo che lo sanno benissimo...
Fonte
Il governino Renzi risponde col jobs act, e anche molte altre schifezze meno propagandate, per dare agli imprenditori italiani la massima libertà: di licenziare i "rompicoglioni", di costruire e installare macchinari perfetti "fino a prova contraria" (e anche dopo, come spiega la sentenza Eternit).
Tutto liscio? Sì, ma c'è sempre un rumore che rovina il coro dei servi... La cosa divertente - si fa veramente per dire - è che il rumore stonato viene dalla stessa Unione Europea, che stamattina ha illustrato le sue ricerche scientifiche, spiegando che l'inquinamento dell'aria e i gas serra prodotti dall'industria in Italia fra 2008 e 2012 sono costati alla società fra 26 e 61 miliardi di euro. Più delle "finanziarie" nel frattempo approvate dai governi Berlusconi e Monti.
A fare i conti in termini di impatto su salute e ambiente, che include morti premature, costi per la sanità, giorni lavorativi persi, problemi di salute, riduzione dei raccolti agricoli, è l'Agenzia europea dell'ambiente (Aea), secondo cui l'Ilva di Taranto è risultata nella top 30 degli impianti Ue più inquinanti.
A voler essere buoni - ci riesce difficile, con questa gente - si potrebbe dire che l'Unione Europea non sa quanto possano essere lazzaroni e menefreghisti gli imprenditori italiani per i quali chiede "maggiore libertà d'azione". Ma sappiamo benissimo che lo sanno benissimo...
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