Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/05/2024

Cinque operai uccisi sul lavoro a Casteldaccia

Un’altra strage di operai. È la terza in quattro mesi. Cinque operai sono rimasti uccisi per intossicazione nel palermitano durante alcune manutenzioni fognarie a Casteldaccia, vicino Palermo.

Un altro operaio è stato soccorso dai vigili del fuoco, tirato fuori dalla cisterna intubato e trasportato nel reparto di Rianimazione all’ospedale Policlinico di Palermo con l’elisoccorso. Altre ambulanze si sono recate sul posto.

I sei sono operai di una ditta privata che stavano effettuando alcuni lavori fognari, per conto dell’Amap, la società che gestisce le condotte idriche e fognarie a Palermo.

L’incidente è avvenuto nell’impianto Amap di sollevamento delle acque reflue sul lungomare di Casteldaccia,

Alcuni di loro hanno cominciato ad accusare malori, verosimilmente a causa di una intossicazione da idrogeno solforato che provoca irritazioni alle vie respiratorie e soffocamento. Uno di loro è riuscito a uscire dai cunicoli e a dare l’allarme; gli altri sei sono rimasti intrappolati e sono svenuti a causa delle esalazioni.

A febbraio altri cinque operai erano morti nel cantiere della Esselunga a Firenze (dove il 1 Maggio si è svolta la manifestazione dei sindacati di base proprio contro gli omicidi sul lavoro). Ad aprile sette tra tecnici e operai sono morti nella centrale idroelettrica di Suviana vicino Bologna.

La legge sull’omicidio sul lavoro va approvata al più presto.

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Il commento di Giorgio Cremaschi

Dopo meno di un mese da quella di Bologna e dopo quella di Firenze, ecco un nuova STRAGE DI OPERAI, stavolta a Palermo.

Maledetti siano gli imprenditori assassini e maledetti anche tutti i loro complici nello Stato e nella politica.

Dobbiamo considerare e trattare come criminale chi si oppone alla legge sugli OMICIDI SUL LAVORO. Dobbiamo combattere la criminalità imprenditoriale sempre più diffusa come una piaga mafiosa che distrugge civiltà e vita.

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A Palermo è di nuovo strage di lavoratori: basta con i giochetti. Subito in discussione la petizione a firma Emma Marrazzo per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro

Sono almeno cinque i lavoratori uccisi per intossicazione dopo essere rimasti intrappolati nelle fognature di un’azienda vinicola, un sesto si trova in gravi condizioni. Erano dipendenti di una ditta esterna ad Amap.

L’ennesima strage, dopo quella di Brandizzo, dell’Esselunga e del lago di Suviana ed ancora una volta a rimanere vittime lavoratori in appalto. USB e Rete Iside, lo scorso 30 aprile, hanno consegnato al Presidente del Senato della Repubblica una petizione con la proposta di introdurre il reato di omicidio sul lavoro nel codice penale, la prima firmataria è Emma Marrazzo (mamma di Luana D’Orazio). Non possiamo più aspettare, chiediamo che la proposta venga immediatamente discussa e approvata dal parlamento.

Basta appalti, basta omicidi sul lavoro.

Unione Sindacale di Base

Rete Iside

Fonte

13/08/2023

Attentato alla sicurezza delle gallerie TAV: pista anarchica o… pista istituzionale?

“Non occorre scomodare i servizi segreti. Il potenziale disastro sotto le montagne è servito: basta confrontare il tunnel che attraversa il Mugello con le norme ministeriali“.

Lo scrive Idra alla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Firenze, che procede per “attentato alla sicurezza dei trasporti, con l’aggravante della finalità di terrorismo e di eversione“, in relazione a quanto accaduto qualche giorni fa in una galleria della tratta ferroviaria appenninica Alta Velocità/Alta Capacità Firenze-Bologna.

“Il primo immediato riflesso in noi, apprendendo la notizia dell’interruzione dell’esercizio della linea – scrive Idra alla Direzione della DDA – è stato quello di collegare la circostanza con le condizioni di insicurezza strutturale di quell’opera, che per 60 km vede incrociarsi in un unico tunnel convogli in grado di raggiungere i 300 km/h, in assenza di una galleria parallela di soccorso (tranne che negli ultimi 11 km, fra Vaglia e Sesto Fiorentino), dotato di vie d’esodo preoccupantemente inadeguate, non rispondenti ai requisiti dettati dal Decreto Ministeriale del 28 ottobre 2005 “Sicurezza nelle gallerie ferroviarie”, concepite peraltro e realizzate – per quanto è stato possibile comprendere – come finestre di cantiere piuttosto che come autentiche uscite di sicurezza”.

E dettaglia: “Uno svio, un guasto serio, un attentato in queste gallerie monotubo a doppio binario, con finestre di fuga collocate – sette su quattordici – a distanze fra loro che superano i 4 chilometri, con pendenze fino al 13,93% e lunghezze fino ad oltre un chilometro e mezzo, in piena montagna appenninica, produrrebbe – temiamo – un bilancio drammatico, in termini di vite umane e di funzionalità dell’infrastruttura, nel tratto di rete strategicamente più importante dell’intero sistema ferroviario dell’Alta Velocità italiano”.

Ma la circostanza permette all’associazione ecologista fiorentina di segnalare alla DDA un’altra anomalia, anche più intollerabile se si pensa che questa volta l’opera è ancora in costruzione, nelle viscere di Firenze, e che il decreto ministeriale da rispettare risale a 18 anni fa.

“L’inchiesta promossa da codesta Direzione nel 2013 ha meritoriamente interrotto le lavorazioni sulla scorta di indagini i cui esiti ci risultano essere tuttora in fase di giudizio. Tuttavia, anche la recente ripresa dei lavori a Firenze con la partenza della nuova fresa Iris a Campo di Marte, rimasta per parecchi anni inutilizzata, sembra inficiata dalla mancata osservanza, ancora una volta, del Decreto Ministeriale “Sicurezza nelle gallerie ferroviarie”, come risulta dal riscontro ricevuto ad una richiesta di informazioni inoltrata al Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco di Firenze”.

La progettazione esecutiva, infatti, risulta priva del piano di emergenza, ed è stata portata a termine a prescindere dal supporto e dal contributo del Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco di Firenze.

Come Idra ha scritto al sindaco Dario Nardella, “questa incresciosa circostanza pare particolarmente riprovevole se, a fianco delle conseguenze che di per sé l’inosservanza della norma è suscettibile di comportare, si considerano gli effetti disastrosi che simili lacune progettuali sono in grado di determinare in un contesto urbano fortemente antropizzato, e in una città come Firenze”.

Una città la cui vulnerabilità idrogeologica è attestata da 43 piene e inondazioni dalla fine del XII secolo a oggi, e drammaticamente confermata dall’alluvione nel 1966 del fiume Arno e da quella nel 1992 dei torrenti Mugnone e Terzolle, nella cui area di esondazione sono ubicati la stazione sotterranea AV e parte dei tunnel.

La documentazione viene doverosamente allegata. Così come quella che, già nel lontano 1998, vedeva lo stesso Comando di Firenze indicare – dopo essere stato ignorato sia nella fase progettuale sia in quella di approvazione – i pericoli paventati per il tunnel appenninico TAV all’epoca in costruzione (che Idra è tornata a denunciare al momento dell’inaugurazione della tratta AV fra Firenze e Bologna, a dicembre 2009).

Era il luglio 1998 quando il Comando provinciale dei Vigili del Fuoco di Firenze fu chiamato a esprimere il proprio parere sull’ultimo segmento della linea, l’interconnessione col Nodo di Firenze, denominata “Variante di Firenze Castello” (un parere peraltro richiesto proprio ai sensi di quella legge 191/74 che risultava essere stata disapplicata tre anni prima per gli altri 60 km di galleria).

Il Comandante provinciale scrisse, a proposito della configurazione dell’opera in costruzione, che “si nutrono seri dubbi sulla rapidità ed efficacia dei mezzi di soccorso”. Nel tunnel fra Firenze e Bologna, osservava infatti, è stata adottata la tipologia costruttiva denominata “galleria monotubo a doppio binario” priva di tunnel di servizio.

“Nel caso di gallerie con finestre intermedie – si legge nel parere del Comando fiorentino – non è possibile avvicinare i mezzi di soccorso, inviati in appoggio al mezzo intermodale, in zone prossime all’incidente. Tali mezzi infatti potranno raggiungere il punto di innesto delle finestre con la galleria di linea, ad una distanza dal luogo dell’incidente, nella peggiore delle ipotesi, di circa 3,5 km”.

Ah! Se solo esistesse ancora un minimo di giornalismo d’inchiesta!

Fonte

27/04/2020

Una “riapertura” da pazzi scriteriati

Il governo Conte ha varato ieri sera il decreto per la “ripartenza” delle attività economiche. Tutte, con un calendario ancora molto in discussione, ma senza eccezioni. Il tutto mentre il contagio ha – sì – rallentato un po’ la sua corsa, ma permane a livelli altissimi.

Una decisione schizofrenica, come da due mesi a questa parte, perché da un lato riguarda tutto il territorio nazionale senza alcuna distinzione tra aree ad alto rischio e territori sostanzialmente “sicuri”, dall’altra colpevolizza preventivamente i singoli cittadini per l’eventuale – prevedibilmente certa – risalita della “curva” dei contagi.

Ancora una volta sembrano aver prevalso le pressioni di Confindustria e Confcommercio. Anche perché, in assenza di una qualsiasi politica europea coordinata, ogni paese del Vecchio Continente è spinto a “ripartire” per proprio conto, cercando di non perdere troppo terreno rispetto ai “competitori” – più che partner – dell’Unione.

Un agire scomposto e dissennato di fronte alla pandemia, che sarà certamente aggravato (a livello nazionale) dall’accavallarsi di “delibere regionali” che introdurranno eccezioni, rallentamenti o accelerazioni motivate più dalla necessità di “distinguersi” che da quelle sanitarie.

Del resto era stato lo stesso epidemiologo Giovanni Rezza, direttore del dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto superiore di Sanità, a spiegare che “Per noi della sanità il rischio accettabile è zero, per gli economisti è 10”. Il prof, politicamente accorto, ha detto “economisti”, ma la definizione investe ovviamente gli imprenditori, che del rischio altrui sistematicamente se ne fregano (a parte eccezioni lodevoli quanto rare).

Il governo, con il decreto che qui potete consultare (DPCM e allegato del 26 aprile 2020.pdf), ha scelto “un rischio 9,5”, potenzialmente catastrofico, ma con responsabilità rovesciata sui cittadini. Come se “gli assembramenti” sui mezzi pubblici o nei luoghi di lavoro (per una impresa che modifica la propria organizzazione del lavoro ce ne sono dieci che non possono o non vogliono farlo) fossero una passeggiata di salute, mentre solo quelli “ludici” pericolosi.

Abbiamo spiegato più volte, fino alla noia, che anche noi avremmo riaperto diverse attività produttive, ma su una base territoriale attenta alla diffusione del virus e in seguito a uno screening di massa affidabile (con i tamponi, insomma, non con i soli “esami sierologici”). Quindi anche prima, nelle zone a basso rischio.

Per spiegare di cosa stiamo parlando rinviamo – qui di seguito – all’intervista fatta da Business Insider al prof. Andrea Crisanti, “il virologo che ha salvato il Veneto” convincendo persino uno come Zaia (quello che protestava, la sera dell’8 marzo, perché si mettevano in “zona arancione” tre province venete) ad adottare i tamponi a tappeto.

Infine, segnaliamo il commento politico di Giorgio Cremaschi, portavoce di Potere al Popolo, che sintetizza da par suo la “logica” sottostante il discorsetto di Conte, ieri sera.

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Dio e mascherina

Giorgio Cremaschi Potere al Popolo!

“Dobbiamo CONVIVERE col coronavirus “. Questo è il concetto di fondo e la prima frase di Conte nella sua conferenza stampa. I provvedimenti che annuncia sono tutti di conseguenza a questo.

Il paese riparte con aree ancora in piena epidemia adottando quel modello eguale per tutti che è alla base della strage di 26000 morti. Avrebbero dovuto chiudere tutto davvero nelle province del Nord dove si diffondeva il contagio e mantenere misure di contenimento altrove. Invece, per obbedire a Confindustria, governo e regioni non hanno mai dichiarato zone rosse definite, ma trasformato tutta l’Italia in una zona arancione.

Il modello cinese non è MAI STATO APPLICATO, il lockdown non c’è stato soprattutto in Lombardia e Piemonte, dove, come dimostra l’INPS, le fabbriche aperte hanno aumentato i contagiati di almeno il 25%. Oggi si dovrebbero trattare diversamente Umbria e Lombardia, Potenza e Milano.

Siccome però i padroni spingono si fa esattamente ciò che chiedeva Fontana: riaprire tutto il 4 maggio. Poi ce la si prenderà con chi non mette le mascherine ai nipoti che vanno a trovare i nonni e con chi non tiene la distanza di sicurezza in casa, mentre su fabbriche e trasporti si chiuderanno occhi bocca e orecchie.

Siamo di fronte al colossale fallimento di tutta la classe dirigente e di tutto il sistema Italia, che riparte senza dati certi e senza misure vere di sicurezza, con un bilancio di vittime inferiore solo a quello degli Stati Uniti.

E questa catastrofe viene presentata come una vittoria, mentre la propaganda del “andrà tutto bene”, ripresa in pubblicità da Toyota, Barilla, Mediaset tutti, colpisce quei nemici della patria che sollevano obiezioni.

Ora si riapre, “basta con gli spiriti antindustriali” ha detto Conte; e che Dio e mascherine ci proteggano.

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Crisanti, il virologo che ha ‘salvato’ il Veneto: “Non mancano i tamponi, ma la volontà di farli. Sbagliato riaprire tutti il 4 maggio”

Gea Scancarello – Business Insider

Andrea Crisanti è un cervello di ritorno: professore di parassitologia molecolare all’Imperial college di Londra, è rientrato in Italia come direttore del laboratorio di microbiologia e virologia dell’Università (e azienda ospedaliera) di Padova, portando competenze preziose. In questi giorni è infatti noto soprattutto per essere l’uomo che ha guidato il Veneto fuori dall’emergenza coronavirus, risparmiando alla regione uno scenario catastrofico come quello lombardo e che è stato indicato da Ernesto Burgio come uno dei pochi se non l’unico vero esperto italiano.

In controtendenza netta e isolata con le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), Crisanti ha insistito per fare i tamponi a tutti i contatti dei presunti infetti, riuscendo a bloccare l’epidemia sul territorio prima che dilagasse negli ospedali.

Eppure, dice, che ancora oggi “questa decisione strategica non è stata fatta propria da altre regioni”. Gli abbiamo chiesto allora di spiegarci il mistero dei tamponi che non si fanno e il nuovo fiorire di test sierologici (“Non servono assolutamente a nulla”).

Ci aiuta a capire una volta per tutte perché ancora ci sono malati o persone che chiamano con sintomi a cui non vengono fatti tamponi? Mancano i materiali? Non c’è la volontà?

È un insieme di cose. All’inizio sicuramente i reagenti sono mancati, ma non credo che adesso siano più un grandissimo problema: penso che ora la vera questione sia che non si è capito perché è così importante fare i tamponi. E non si è capito che fare i tamponi, e particolarmente farli ai contatti e a quelli che potenzialmente sono entrati in contatto con la persona infetta, abbatte la trasmissione. Se non si capisce l’importanza di questa strategia di fatto rimarremo sempre con queste polemiche...

La strategia in Veneto ha funzionato, possibile che ancora gli altri non abbiano capito?

Possibile, sì. In altre regioni si pensa che il tampone serva solo a fare la diagnosi. In realtà, se arriva una persona che sta male, da sette-otto giorni, con tutta la sintomatologia canonica e il quadro radiologico, il tampone non c’è nemmeno bisogno di farlo: dovrebbero farlo invece tutte le persone con cui la persona è entrata in contatto. È, insomma, essenzialmente una questione di decisioni strategiche.

Se non si cambiano queste decisioni strategiche corriamo dei rischi il 4 maggio, alla riapertura?

I rischi esistono perché c’è ancora tantissima trasmissione: tremila casi al giorno sono ancora molti, mica pochi.

Vengono raccontati però come fossero un successo.

Certo, perché eravamo abituati ad altri numeri.

Dove ci si contagia oggi, quali sono i focolai presumibili?

Principalmente a casa e nelle istituzioni, cioè nelle Residenze sanitarie per anziane (Rsa). E poi, ovviamente, nelle fabbriche o in altri ambienti di lavoro: ci sono anche tantissime attività produttive o commerciali che sono attive.

A questo proposito servirebbero informazioni più certe sul virus stesso. Molti dovranno per esempio riaprire gli studi professionali nei prossimi giorni, dovranno aprirsi al contatto col pubblico. Di cosa devono preoccuparsi, concretamente: disinfettare le superfici, mettere divisori in plexiglass o che?

Se le persone usano le mascherine le possibilità che il virus si depositi sulle superfici è di fatto limitata. Certo, il virus resiste sulle superfici in determinate condizioni di temperatura e umidità, come è stato dimostrato in diversi studi: tuttavia, le mascherine aiutano anche in questo, perché bloccando il passaggio delle goccioline danno al virus meno possibilità di depositarsi. Detto questo, certo, anche i plexiglass aiutano.

Cosa sappiamo dell’immunità e di possibili riattivazioni, come quelle denunciate in Corea?

Nulla, assolutamente nulla.

Quindi i test sierologi che ci apprestiamo a fare che valore hanno?

Nessuno, soltanto, chiamiamolo così, un valore epidemiologico, per capire dove il virus si è diffuso in maniera più estesa.

Esistono però casi di persone che erano convinte di aver fatto la malattia, anche se in forma debole, a cui i sierologici non hanno rilevato nulla...

Appunto, continuo a ripeterlo: non servono a nulla questi test.

Con queste pochissime certezze, a che estate andiamo incontro?

È difficile da dire, onestamente non lo so. Stiamo affrontando questa cosa in maniera troppo caotica: ogni regione si sta organizzando in maniera diversa mentre ci vorrebbe una risposta unitaria.

Ma il governo sta cercando di stroncare le spinte regionali e riaprire con regole condivise il 4 maggio.

Il punto è che aprire tutti il 4 maggio è sbagliato! Non tutte le regioni sono pronte, non si conosce l’incidenza della malattia per giorno, per regioni e per classi di popolazione... insomma, è un pasticcio. E d’altronde è sotto gli occhi di tutti: può la Lombardia essere paragonata alla Calabria o alla Sicilia? Sono regioni che hanno casi diversi e capacità di affrontarli diversi, e comunque né per l’una né per le altre sappiamo quali sono i contagi giornalieri. Io rimango basito. Queste sono le cose che non vanno bene: sa quante persone sono state abbandonate a se stesse in questo periodo? Non ne ha idea...

Con chi dovremmo prendercela?

Chiaramente l’epidemia era un evento in qualche modo imprevedibile, nel senso che non era successo in 80 anni: il fatto che non fossimo preparati è deprecabile ma può essere in qualche modo giustificato. Quello che non è giustificabile è riaprire essendo ancora impreparati: questo proprio non va bene.

Molti hanno seguito le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), ma si sono rivelate sbagliatissime. Perché l’Oms ha sbagliato?

Perché non prevedevano il fatto che ci fosse un grande numero di asintomatici, essenzialmente.

Si sono basati su studi cinesi e i cinesi non sono mai stati trasparenti, né sull’inizio della malattia né sul numero dei casi: parliamo di un Paese in cui la trasparenza non è un valore e tutte le informazioni che fornisce vanno prese con un certo scetticismo. Invece l’Oms le ha prese come oro colato e la ha trasmesse a tutto il mondo, con le conseguenze che stiamo vedendo.

E lei come ha fatto a decidere che l’Oms stava sbagliando?

Noi ce ne siamo accorti facendo i tamponi a Vo’: ci siamo resi conto che c’era una percentuale grandissima di persone asintomatiche ma positive.

Aver insistito sui tamponi è stato essenziale, insomma. Ma voi lo avete detto a tutti gli altri per avvertirli?

Certo. Lo abbiamo detto a tutti e si trattava inoltre di dati disponibili, forniti a tutti dal Veneto. Chi avesse voluto, avrebbe potuto vederli, capirli, usarli.

Fonte

18/02/2020

Frecciarossa deragliato: in 10 anni persi 15mila addetti alla manutenzione

A 10 giorni dal disastro ferroviario di Livraga, in cui sono rimasti uccisi i due macchisti di un Frecciarossa e decine tra passeggeri e altri lavoratori a bordo sono rimasti feriti, mentre si sovrappongono le ipotesi investigative delle agenzie di controllo e della magistratura, torniamo a evidenziare un quadro confusionario e per certi versi omissivo sul contesto operativo nelle attività di manutenzione alla Rete Ferroviaria Italiana.

Come abbiamo più volte denunciato, la manutenzione della società del Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane (FSI), è caratterizzata da gravissime lacune organizzative dovute alle politiche di taglio occupazionale e banalizzazione professionale operate in modo intensivo nell’ultimo decennio; in questo periodo gli addetti del settore manutenzione di RFI sono passati da circa 25.000 a poco più di 10.000.

Un buco, creato dai mancati rimpiazzi dei ferrovieri pensionati o trasferiti ad altre mansioni, che ha determinato una pesantissima ricaduta sulle professionalità e sui carichi di lavoro moltiplicatisi anche in funzione del notevole aumento dell’offerta del servizio di trasporto ferroviario e dunque dei treni circolanti.

Un sovraccarico di incombenze ad alta responsabilità che è ricaduto su un numero di addetti progressivamente ridotto fino alla grave insufficienza di oggi, a fronte del massiccio trasferimento della manutenzione alle imprese private del settore. È proprio sullo smantellamento/privatizzazione di intere branche operative di RFI che si deve concentrare l’attenzione.

Il degrado si riversa negativamente sul diritto alla salute e alla sicurezza tanto dei lavoratori interessati quanto degli utenti del servizio, come dimostra la tremenda serie di incidenti gravi nei cantieri di RFI, dove si sono contati 10 morti solo nel 2018 e nei primi mesi del 2019, e i troppi incidenti gravi che hanno interessato la circolazione: bastino a tragico esempio il disastro di Viareggio nel giugno 2009 con 32 morti; quello di Corato in Puglia (linea in concessione a privati) con 23 morti nel luglio 2016; quello di Pioltello nel gennaio 2018 con 3 morti; ora il disastro di Livraga, il primo sulle linea alta velocità di RFI.

A fronte di questo quadro, e alla giostra delle ipotesi sulle cause dell’ultima tragedia, in cui sono chiamati pesantemente in causa 5 lavoratori di RFI e altri soggetti tra cui la stessa RFI e i vertici di ALSTOM (costruttrice di alcuni dispositivi dell’infrastruttura su cui è deragliato il Freccia Rossa), ci preme evidenziare proprio lo scarto negativo tra le enormi responsabilità affidate al personale operativo e le condizioni in cui è costretto a lavorare;

- in una organizzazione che mette al centro la ricerca ossessiva di produttività tutta basata sul ribasso delle condizioni di lavoro;

- sottoposto in modo stressante all’incremento del lavoro notturno e alla riduzione dei riposi giornalieri e settimanali;

- sempre più mischiato, spesso in violazione delle norme di legge, con le maestranze dell’impresa privata dove vigono condizioni di lavoro ancora peggiori, con nastri di prestazione diurni e notturni che si avvicendano senza soluzione di continuità;

- con metà degli organici composti da personale in apprendistato e per questo scarsamente professionalizzato.

Si può parlare dunque di sicurezza se pure si introducono le migliori tecnologie di controllo della circolazione?

USB ha inoltrato presso le sedi istituzionali interessate e presso le stesse società ferroviarie decine di segnalazioni e denunce, ottenendo solo generiche attenzioni dalle prime e il completo disinteresse delle seconde. Ora questa realtà è confermata da fatti sempre più tragici, e per questo la gestione manageriale e politica delle ferrovie italiane deve essere sottoposta a una severa verifica; lo Stato, che di fatto è il responsabile supremo anche delle garanzie nel trasporto ferroviario deve dare risposte soddisfacenti sul diritto alla salute e alla sicurezza di lavoratori e utenti del servizio.

Su questi obiettivi USB intensificherà la sua attività e impegnerà tutte le energie necessarie nella ricerca delle irrinunciabili soluzioni. Mercoledì 19 febbraio prossimo una delegazione di USB Ferrovie incontrerà la dirigenza di ANSFISA (la nuova agenzia per la sicurezza ferroviaria).

Fonte

07/02/2020

Le falle del “Sistema Alta Velocità” in Italia

Attenzione a quelle lunghe gallerie TAV monotubo fra Firenze e Bologna! L’associazione toscana Idra abbraccia commossa le famiglie dei due macchinisti che hanno lasciato stamani la vita sul lavoro nel gravissimo incidente ferroviario nel Lodigiano.

L’associazione segnala vanamente da lustri le falle del sistema TAV, scrivendo a capi di Stato, premier, ministri, parlamentari, prefetti, e informandone i media.

In particolare, Idra segnala l’apparente inosservanza fra Firenze e Bologna delle norme in tutela della sicurezza dettate dal Decreto ministeriale del 28 ottobre 2005, e delle indicazioni della stessa Commissione Sicurezza delle Gallerie ferroviarie istituita presso il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti. Uno ‘svio’ sotto l’Appennino tosco-emiliano nelle gallerie monotubo a doppio binario, con finestre di fuga collocate – sette su quattrodici – a distanze fra loro che superano i quattro chilometri dettati dal Decreto, con pendenze (fino al 13,93%) e lunghezze (fino ad oltre un chilometro e mezzo) ragguardevoli, in piena montagna appenninica, in orario di punta, farebbe piangere un bilancio incomparabilmente più drammatico di quello che si registra oggi a Livraga, sia in termini di vite umane sia in termini di praticabilità di quello che il Parere della Commissione indica come il tratto di rete strategicamente più importante dell’intero sistema ferroviario dell’Alta Velocità italiano (lungo il quale transitano da novembre 2018 anche convogli merci nelle ore notturne).

“Ancora una volta – commenta Idra – tocca ricordare quanto sia indispensabile, urgente e prioritaria la scelta di investire in prevenzione, sicurezza, manutenzione, adeguamenti e buon governo dell’esistente piuttosto che continuare ad avventurarsi in spese pubbliche faraoniche senza confronto pubblico per infrastrutture – come il sottoattraversamento TAV di Firenze, approvato 20 anni fa! – concepite, progettate e appaltate con criteri vetusti e oneri insopportabili per la comunità”.

“Il ruolo di un’informazione indipendente dovrebbe essere – conclude l’associazione fiorentina – quello di fare pressione, attraverso la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, sulle autorità pubbliche se e quando si rivelano ‘distratte’ negli adempimenti loro assegnati dalla legge. Chissà se adesso, dopo Lodi, i grandi organi di informazione vorranno dare finalmente conto delle criticità gravi e documentate che da anni, e ancora negli ultimi mesi, sono state inutilmente poste alla loro attenzione in materia di progettazione, approvazione, esecuzione e monitoraggio della tratta sotterranea TAV Firenze-Bologna e del nodo ferroviario fiorentino!”.

Qui alcuni link all’informazione che serve, se solo ci si decide a utilizzarla:

http://www.idraonlus.it/2019/

http://www.idraonlus.it/2019/

http://www.idraonlus.it/2018/ (col link al Parere della Commissione ministeriale Sicurezza delle Gallerie ferroviarie)

http://www.idraonlus.it/2018/

http://www.idraonlus.it/2018/

Fonte

29/01/2020

Un’altra scossa di repressione

Circa un anno fa ci siamo occupati della questione della repressione e dell’uso del taser da parte delle forze dell’ordine e di guardie giurate ingaggiate da grandi e piccoli gruppi industriali. Nel frattempo, il Governo è cambiato, da gialloverde(nero) a giallorosa, ‘l’odio’ non è più a Palazzo Chigi, ma la repressione permane. Come vedremo, essa ha un solo obiettivo, comune a tutti gli esecutivi che si sono alternati negli ultimi decenni: salvaguardare gli interessi del capitale.

Ricordiamo velocemente che cos’è il taser. Si tratta di un’arma, nota anche come “storditore elettrico” e “dissuasore elettrico” che, per l’appunto, somministra scosse elettriche. I soggetti colpiti si trovano immobilizzati a causa della contrazione dei muscoli dovuta alle scosse. Seppur generalmente definita come “non letale”, l’arma ha causato, secondo Amnesty International, oltre 500 morti negli Stati Uniti tra il 2001 e il 2012. Nel 2018, la stessa organizzazione ha aggiornato il conteggio, parlando di circa 1000 morti tra Stati Uniti e Canada (sempre a partire dal 2001). Si trattava di soggetti, nel 90 percento dei casi, disarmati. Il taser può, quindi, condurre alla morte. Ciò accade soprattutto quando colpisce persone con problemi cardiaci, è vero, ma anche quando le persone che subiscono la scossa sono sotto l’effetto di alcol o droghe o soltanto provate da uno sforzo fisico particolarmente impegnativo, come una fuga disperata. Inoltre, l’arma è in grado di danneggiare in maniera irreversibile il cuore e il sistema respiratorio dei soggetti.

Proprio negli ultimi giorni il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente del Consiglio e del Ministro dell’interno Lamorgese, ha approvato una modifica al DpR 359 del 1991, ovvero il regolamento sull’armamento e le munizioni in dotazione alle forze dell’ordine. Tale modifica regolamentare prevede l’introduzione del taser tra le armi delle forze dell’ordine, “dando quindi piena attuazione – scrive l’Osservatorio sulla repressione – alla misura voluta da Salvini quando era ministro degli interni”.

Sarebbe, però, ingiusto attribuire la diffusione del taser solo a quest’ultimo. Non bisogna essere ingenerosi con gli attuali avversari di Salvini, cioè PD e M5S. Non solo perché, come si è visto, l’ultimo ‘ok’ è figlio del Governo attualmente in carica, ma anche perché ci sono dei precedenti che portano firme ben precise. L’ultimo via libera, per fare un esempio, è arrivato dopo la sperimentazione dell’arma da parte delle forze dell’ordine in 12 città, prevista nel decreto-legge 119 del 2014, emanato dal Governo Renzi con la firma di Angelino Alfano, all’epoca inquilino del Viminale. In sostanza, esponenti dei recenti Governi di tutti gli schieramenti hanno adottato misure volte a estendere l’utilizzo di quest’arma.

Nei fatti, ci vorrà ancora un anno perché la misura funzioni a pieno regime (tempo necessario per l’addestramento del personale all’uso dell’arma e per organizzare l’acquisto della stessa). Dopo, sarà utilizzata abitualmente da Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza. Le novità, però, vanno ad aggiungersi alla sperimentazione dell’uso del taser da parte della Polizia Municipale, grazie al decreto sicurezza (decreto-legge 113/2018) fortemente voluto da Matteo Salvini quando era Ministro dell’Interno, approvato dal Governo Conte-I e confermato in Parlamento dai gialloverdi nel dicembre 2018. Assistiamo, dunque, all’emanazione di una serie di atti normativi che mostrano come, al di là delle discussioni di facciata, le principali forze politiche condividano una tendenza alla repressione delle classi subalterne.

Un ulteriore segno di questa preoccupante comunanza di visioni si è avuta molto di recente. A Prato, proprio in questi giorni, è stata caricata dalle forze dell’ordine una manifestazione organizzata dal sindacato ‘SI Cobas’ per protestare contro le multe comminate ad alcuni lavoratori e studenti accusati di aver effettuato un “blocco stradale” durante una manifestazione svoltasi il 16 ottobre 2019, reato reintrodotto dai decreti sicurezza di Salvini. Queste multe sembrano essere le prime sanzioni derivanti dalla reintroduzione del reato di blocco stradale.

Per riassumere, la destra ha scritto e approvato leggi che aumentano la repressione, mentre è sotto il Governo del sedicente ‘centro-sinistra’ insieme ai 5 Stelle che queste leggi trovano applicazione. La repressione, lo ribadiamo, è bipartisan, mette d’accordo tutti. E il motivo è semplice: la destra e i partiti dell’attuale Governo hanno molto in comune e gli interessi che difendono sono quelli del capitale. Mentre la prima esibisce un finto anti-europeismo, i secondi cercano di far presa sull’elettorato di riferimento con vaghi e strumentali richiami ai sacrosanti diritti civili. Il contrasto tra i due gruppi esiste, ma è un contrasto interno al capitale, per la gestione ordinata dell’austerità e della lotta contro le rivendicazioni dei lavoratori. Ecco spiegato perché i decreti sicurezza, che tanto sono stati criticati dall’opposizione al Governo Conte-I, non vengono abrogati quando le stesse forze politiche entrano nel Governo Conte-bis, ma sono anzi implementati con misure attuative.

Il problema non si limita, tuttavia, alla contingenza, ma si inserisce in un consolidato meccanismo attraverso il quale la repressione viene impartita ai lavoratori, attraverso emergenze e stati di eccezione. Si creano emergenze ad hoc, come, ovviamente, la cosiddetta “invasione” di immigrati dipinti, da Salvini e dai suoi sodali, come corpi estranei parassitari, pronti a trasformare le nostre città in veri e propri inferni di criminalità. Si dice che l’attuale sistema giuridico non è preparato ad affrontarla, perché i giudici sono buonisti, ottimisti e di sinistra. Poi se ne parla, se ne parla, se ne parla, fino a quando diventa il problema principale del Paese (invece dei salari bassi, dei tagli alla scuola pubblica, del pareggio di bilancio, dei problemi della sanità). A quel punto qualcuno si fa carico del problema, si propone la legge speciale, questa viene approvata e poi resta nel sistema giuridico. E produce effetti non solo sugli immigrati, ma anche sui lavoratori indigeni. La legge speciale diventa normale e accettata da tutti. E la repressione aumenta.

Certo, l’Italia non è il paese di Bengodi. Soprattutto nelle periferie delle grandi città, il problema sicurezza, declinato nelle azioni della macro e della microcriminalità, è particolarmente sentito e si aggiunge alla carenza di servizi, alla povertà e all’emarginazione sociale. Ma è legittimo dubitare che il taser possa costituire un deterrente per mafiosi, rapinatori e stupratori. Quella dell’emergenza sicurezza sembra, molto più realisticamente, l’ennesima scusa per giustificare l’estensione delle modalità attraverso le quali si esercita la repressione di elementi ‘scomodi’.

Quella del nemico alle porte è una narrazione tossica, volta allo scopo di creare una continua tensione nel Paese che porti la gente a votare per la repressione e ad accettare sempre più controlli e sempre maggiori restrizioni alla libertà personale, mentre il mercato è sempre più libero e senza barriere, libero anche di far bastonare i lavoratori e far dare loro ‘salutari’ scosse elettriche.

Se si fosse preoccupati per la sicurezza, ci si dovrebbe domandare quanto si possa essere sicuri in un sistema così repressivo e quanto si sia controllati ogni giorno. Ci si dovrebbe chiedere dov’è la sicurezza se strade e ponti crollano, se la sanità pubblica è sotto attacco e colpita da tagli da decenni, se si continuano a contare i morti sul lavoro (quasi mille vittime nel 2019 e i dati disponibili si fermano a novembre).

È giusto che i cittadini si preoccupino per la sicurezza, ma non guardando con paura l’immigrato, il povero o il manifestante, bensì guardando con rabbia i politici e i padroni, chiedendo la sicurezza di poter vivere dignitosamente e liberamente. Una società senza povertà ed emarginazione è una società, oltre che più giusta, anche più sicura.

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04/11/2019

Perché Salvini vince? Capire la Lega

È comune convinzione che Salvini sappia parlare “alla pancia del paese”, la parte più crassa ed impresentabile (non sono insulti, sono solo constatazioni: ogni popolo ha un suo scarto), e siamo in tempi in cui chi sa parlare come lui (Bolsonaro, Trump, eccetera) parte avvantaggiato. Vero ma non basta.

Certamente c’è una parte crassa dell’elettorato, ma, realisticamente, non eccede il 15-20% sul totale e, peraltro, non è tutta della Lega: una bella fetta si disperde fra gli altri alleati del centro destra, il M5s e, diciamolo, anche il Pd.

Qui la Lega va oltre il 35%, e la feccia aiuta ad arrivare a quel risultato, ma non lo spiega, se non in parte limitata. D’altro canto, non è che questi siano popolaccio ora che votano Lega e prima erano civilissimi elettori quando votavano Pd, Forza Italia o M5s.

Il grosso dell’elettorato leghista (che va distinto dalla Lega in quanto partito) è mosso da una serie complessa di motivazioni che vanno capite senza pregiudizi ideologici (il che, peraltro, non significa accettare e condividere certe idee).

Partiamo da una constatazione di fatto: undici anni fa iniziò una crisi dalla quale poi non siamo affatto usciti: la finanza, in parte e momentaneamente, ha tappato la falla, ma occupazione, consumi e indici di crescita sono ancora lontani dai livelli pre crisi.

Questo è particolarmente vero in Italia, dove siamo ad una sostanziale stagnazione decennale. Per di più, otto anni fa, la tempesta dello spread che portò alla caduta del governo Berlusconi, indusse il governo Monti (appoggiato dal Pd) ad una scellerata politica di austerità, che elevò la pressione fiscale a livelli mai toccati prima e questo produsse una contrazione del Pil, per cui il rapporto debito Pil peggiorò. Tuttavia la cosa venne presentata come un rimedio di emergenza.

Solo che poi l’emergenza è diventata normalità e la pressione fiscale è rimasta a quei livelli anche dopo o, pur se di poco, è aumentata con tutti i governi che si sono succeduti (salvo il governo Renzi che, se non altro, non aumentò il carico fiscale pur senza diminuirlo).

È del tutto intuitivo che una pressione fiscale del genere, protratta per ben otto anni provoca una rivolta popolare che si affida a chi prometta di abbassarla di colpo e magari racconta che si può arrivare ad una aliquota del 15% uguale per tutti.

In realtà questo è impossibile, a meno di finanziare il tutto con una impennata del debito per fare la riforma tutta in disavanzo, che di fatto sarebbe un regalo ai più ricchi. Tutte cose vere, ma chi sta per affogare non pensa che il ramo che gli viene teso sia troppo fragile per reggerlo, spera solo che basti. E, per ora, la manovra leghista funziona, perché gli altri non pensano neppure lontanamente di abbassare la pressione fiscale.

Il secondo motivo è la questione della sicurezza che i leghisti hanno legato al problema dell’immigrazione, anche se le statistiche non confortano affatto (o lo fanno molto debolmente) il collegamento fra le due cose, ma questo non importa, perché la “narrazione” leghista è facile da spacciare.

Di fatto esiste un problema sicurezza dovuto non tanto agli immigrati, quanto al generale decadimento dei meccanismi di integrazione sociale dovuti alla crisi: anche gli italiani delinquono di più. A questo si aggiunge la scarsissima tenuta del territorio da parte delle forze di polizia.

Dunque un sentimento di insicurezza c’è e si somma al più generale malessere psicologico dovuto alla situazione socio economica. In questo quadro è molto facile trovare un capro espiatorio per tutto: gli immigrati, possibilmente di colore, perché sono facilmente individuabili. Peraltro, è evidente che l’immigrazione porti con sé dei disagi sociali, perché ci sono evidenti problemi di adattamento reciproco fra immigrati ed indigeni, perché occorre comunque spendere qualcosa per tenerli anche in condizioni miserabili, perché gli irregolari spesso finiscono nelle reti della mala vita, eccetera eccetera.

Ed il riflesso di una parte degli italiani (ovviamente il popolaccio, ma non solo quello) è accettare la spiegazione più semplice che propone rimedi rapidi ed immediati: porti chiusi anche a costo di far morire la gente, rimpatri forzati (che poi non avvengono) eccetera.

La propaganda leghista ha campo libero perché gli altri (5stelle e Pd) non fanno altro che confermarla. I 5stelle sono vergognosamente succubi della Lega (d’altra parte, Di Maio è un uomo di destra e pensa esattamente quello che pensa Salvini in materia), ma anche il Pd, salvo un po’ di pietismo cattolico, per il resto conferma la balla della ”invasione” da cui dovremmo difenderci, si pensi a Minniti.

Di fatto nessuno dei due tenta di avere una linea politica per gestire il problema e Salvini fa una figura da gigante quando dice (e in questo ha ragione) che non sta scritto da nessuna parte che la sola Italia debba farsi carico del problema e che francesi, spagnoli eccetera non possono dare lezioni a nessuno.

Di capire che questo flusso migratorio sia il riflesso delle condizioni disastrose dell’Africa e che quel disastro lo abbiamo combinato anche noi con gli interventi militari, con il land grabbing, corrompendo i governanti africani, sfruttando le materie prime del continente eccetera, non se ne parla nemmeno.

E non si pensa neppure di gestire la situazione mettendo questa gente a lavorare, pur se a salario ridotto, per cui è ovvio che la presenza di queste persone si traduce in una spesa senza contropartita.

Insomma, la Lega gioca senza squadra avversaria in campo, e ci meraviglia che vinca?

Infine c’è un terzo motivo, il più forte di tutti: dopo la sbornia globalista di fine anni novanta-primi anni del secolo, quando tutti si erano convinti di essere di fronte ad un nuovo Rinascimento che avrebbe reso tutti più ricchi e felici, con l’arrivo della crisi, la gente – non solo in Italia – ha iniziato a diffidare sempre più della globalizzazione e delle sue istituzioni sovranazionali.

La Brexit e i successi delle forze cosiddette “sovraniste” non sono nate dal nulla. La sinistra non ha offerto nessuna sponda credibile alla protesta per cui la gente si è orientata verso destra.

So che Salvini non è affatto antiliberista, è organico all’ordinamento capitalistico, che fa solo scena ed al momento buono china (ed ancor più chinerà) la testa, ma oggi la gente vede in lui quello che sa tenere testa all’Europa, che se ne frega dello spread, che sa sbattere il pugno sul tavolo.

Certamente tutto questo è solo il prodotto di una messinscena propagandistica, ma funziona, perché la gente vede nel Pd il partito più omogeneo all’ordinamento attuale e nel M5s una cosa che non si capisce che vuole, che ha cambiato linea diverse volte e non sa di cosa si stia parlando.

In questa situazione, il rischio che Salvini vinca alle elezioni è molto alto (anche se non scontato) e la speranza è che sorgano nuovo competitori in grado di contrastarlo con successo. È ragionevole che poi il governo Salvini sarà un flop di proporzioni gigantesche come quello di Renzi e quello di Di Maio, il guaio è che farà danni radioattivi che richiederanno anni per essere superati.

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07/10/2018

La “sicurezza”, come la democrazia, ha sempre carattere di classe

“E’ necessario considerare la vittoria del fascismo in Germania non solo quale sintomo di debolezza della classe operaia e risultato del tradimento della classe operaia da parte della socialdemocrazia ... è necessario considerarla anche ... come sintomo del fatto che la borghesia non è più in grado di dominare coi vecchi metodi del parlamentarismo e della democrazia borghese” (Stalin, Rapporto al XVII Congresso del VKP(b), gennaio 1934)

“Il paravento della demagogia sociale ha dato [al fascismo] la possibilità di attirare a sé in una serie di paesi, masse di piccola borghesia scombussolate dalla crisi e anche parti degli strati più arretrati del proletariato ... L’arrivo del fascismo al potere, non è un’usuale sostituzione di un governo borghese con un altro, ma è il cambiamento di una forma statale del dominio di classe della borghesia – la democrazia borghese – con un’altra sua forma, con la dittatura terroristica aperta. Ignorare questa distinzione sarebbe un serio errore ... Ma un errore non meno serio e pericoloso è la sottovalutazione del significato che hanno per l’instaurazione della dittatura fascista le misure reazionarie della borghesia che si vanno oggi rafforzando nei paesi di democrazia borghese e che sopprimono le libertà democratiche dei lavoratori, intensificano e decurtano i diritti del parlamento, intensificano le repressioni contro il movimento rivoluzionario.” (Georgij Dimitrov, Rapporto al VII Congresso dell’IC, agosto 1935)

La discussione a proposito del fatto se oggi in Italia si sia in presenza di una più o meno aperta svolta verso la “fascistizzazione” ha una risposta negativa sufficientemente chiara, pur in presenza di misure di crescente carattere reazionario. Non altrettanto nitida la risposta alla domanda su quanto consenso “di massa” l’esecutivo grillo-leghista sia riuscito a creare e sia in grado di conservare attorno al clima di autoritarismo, di repressione diffusa contro ogni opposizione sociale e ogni resistenza dei lavoratori al cappio del capitale. E, in fin dei conti, quello del consenso è tutt’altro che un passo insignificante, anche “solo” in vista delle misure sociali sempre più draconiane che si preparano contro operai, lavoratori, studenti e pensionati.

Da quali settori sociali venga tale “beneplacito”, è una questione ancor più seria e di non semplice determinazione, su cui i comunisti non possono in alcun modo soprassedere, soprattutto perché è indubbio il discreto assenso a un esecutivo dominato da alcuni personaggi che si crogiolano nei propri atteggiamenti da capimanipolo di provincia del ventennio. Un assenso che, su ben precise questioni, sembra venire anche da settori della classe di riferimento dei comunisti, in gran parte destrutturata da disoccupazione e politiche di deindustrializzazione e delocalizzazione.

“La principale base materiale per lo sviluppo dell’autocoscienza di classe proletaria, è la grande industria, allorché l’operaio ... sente quella forza che è davvero in grado di distruggere le classi. Quando gli operai sentono mancare sotto i piedi questa base materiale produttiva, allora uno stato di squilibrio, indeterminatezza, disperazione, sfiducia, attanaglia precisi strati di operai”. (Lenin, X Conferenza panrussa del PCR(b) – maggio 1921).

In tale situazione si inseriscono le nuove misure “sulla sicurezza” adottate dal “governo del cambiamento”. Un “cambiamento” che ha ben poco da invidiare a certi climi europei di ottant’anni fa, come furono nitidamente e plasticamente delineati dai contemporanei.

La dottoressa Käte Neumeier «s’avvide che la lavandaia, presa dallo spavento, era impallidita. Lo Stato nel quale vivevano era riuscito a fare della polizia e indagini relative, cose d’ogni giorno, cose famigliari».

Oggi: quotidiani sgomberi a mano armata di famiglie; anni di galera a chi occupa una fabbrica, manifesta o organizza blocchi stradali per difendere il posto di lavoro; estensione dell’uso della pistola elettrica e dei daspo urbani. Schedature di massa di iscritti a partiti di sinistra che dissentano dalla rosa liberal-confindustriale (dal PD ai grillo-leghisti). D’altronde, già dal tempo di Marco Minniti, come se non ci fosse abbastanza polizia, anche i Sindaci sono diventati tutori dell’ordine, assicurando “la cooperazione della Polizia locale con le Forze di polizia statali”; da tempo, si raccolgono firme “per la sicurezza”; si rinverdisce il sistema della spiata – ora anche digitale – contro chiunque, italiano o straniero che sia, appaia all’occhio borghese, in dissonanza col “comune sentire”. Sul piano sociale: sempre nuove stangate sui servizi essenziali contro lavoratori, disoccupati e pensionati.

«Dopo tutto, era stato per questo che la gente aveva giocato alla rivoluzione. Ma ciò che accadeva dietro alle quinte portava un nome ben diverso: si chiamava servirsi d’un partito per conquistare i centri motori del sistema nervoso economico e politico», pensava nel 1937, con l’invidia del piccolo-borghese, il macellaio e boia a tempo perso Albert Teetjen, pur forse ignaro di quanto avesse scritto una trentina d’anni prima Karl Kautsky a proposito del fatto che il piccolo-borghese “è divenuto il prototipo della meschinità intellettuale, della servilità, della vigliaccheria ... Oggi, la piccola borghesia si è trasformata nella truppa scelta della reazione, vigila su castelli, altari e troni, dai quali spera la salvezza contro la miseria, in cui è stata spinta dallo sviluppo economico”.

Oggi, al governo non c’è più la “casta” berlusconiana, non più i lacchè liberal-democratici di Bruxelles. Il “governo del cambiamento” però non cambia nulla e anzi reprime con la galera chi si oppone alle sue misure di disuguaglianze sociali. Dopo che i governi berlusconiani-montiani-renziani hanno cancellato ogni diritto – lavoro, studio, salute, sicurezza sociale – il “governo del cambiamento” toglie anche il diritto a opporsi a questa macelleria sociale. Riusciranno i grillo-leghisti a conservare il consenso anche della piccola-borghesia, quando questa sperimenterà sulla propria pelle le delizie del “mutamento”?

«Bella organizzazione, quella che, da una parte, spaventava la gente con la possibilità di una guerra contro l’Austria, e dall’altra non riusciva in alcun modo a rimediare alla diminuzione del potere d’acquisto e della voglia di comprare!», s’arrabbiava ottant’anni fa il piccolo-borghese Teetjen, con gli affari della macelleria ridotti a zero per la concorrenza dei grandi magazzini nazionalsocialisti e per il boicottaggio nei suoi confronti messo in atto da chi aveva scoperto la sua seconda occupazione: quella di “vice” boia che, con la propria scure, secondo la “moda” voluta da Hermann Göring, aveva tagliato la testa ai quattro comunisti condannati a morte.

Oggi, governo e “opposizione” non dicono che l’esecutivo attuale è in perfetta continuità con il passato: contro lavoratori e classi popolari. Se il “nuovo” governo cerca consenso con assistenzialismo, autoritarismo e xenofobia, i liberal-democratici del PD invocano l’Europa di banche e monopoli. Lega e M5S a parole sono contro Bruxelles, ma i loro passi sono gli stessi del liberismo “europeista”, con qualche virata verso gli interessi delle piccole imprese, che riscuote – per ora – il consenso di quegli strati sociali sempre oscillanti tra povertà assoluta, sopravvivenza, miraggi di quieto vivere e che si aggrappano ora a questa ora a quella sigla “politica”.

«Non s’era comportato anche lui come un asino calzato e vestito, anzi il vitello di cui parlava una frase propagandistica che i tipi della falce e martello mettevano in circolazione un tempo, durante le campagne elettorali: “Io sono un vitello e voto per il macellaio?”. Proprio così aveva fatto lui, votando per l’NSDAP, e come se non bastasse era entrato nelle SS, le guardie armate del Führer, e come avevano gioito, tutti loro, quando Thyssen aveva gettato sul lastrico, in un colpo solo, un milione e mezzo d’operai, assicurando così al partito di Hitler parecchi milioni di voti, perché ognuno di quelli aveva a casa moglie e genitori!», rimuginava ancora l’ex caporale della Reichswehr e nuovo SS, il beccaio Albert Teetjen, che si sentiva superiore agli operai, ma dipendeva dai loro salari per gli affari della propria bottega.

Oggi si va incontro a una fascistizzazione del potere, accompagnata da un cinico richiamo agli istinti piccolo-borghesi più meschini e dozzinali nella società; ma alle spalle ci sono decenni di privatizzazioni, deregolamentazioni e austerità. Per anni, i portaborse di Bruxelles hanno tolto a chi non ha per regalarlo a chi ha e hanno facilitato licenziamenti in massa, dando un bel contributo alla vittoria di Lega-M5S.

E come a suo tempo la caccia agli ebrei servì a sviare la collera per fame e disoccupazione, oggi le urla contro gli immigrati coprono il silenzio sul vero scontro: tra chi lavora (o non trova lavoro) e chi si arricchisce. Così, per le stangate contro i lavoratori, si incolpano gli immigrati in fuga dalle guerre USA e dalle missioni “di pace” della NATO, in cui anche l’Italia è coinvolta.

Ieri, il “Göbbels” amburghese in sedicesimo, Klaas Vierkant, proclamava che gli ebrei «costituiscono semplicemente la nostra riserva di fondi per pagare in contanti la collera popolare. Dato che i nostri piccolo-borghesi li dobbiamo ingannare per forza di cose, esattamente come facevano i nostri predecessori, gli imperatori romani, dobbiamo anche noi offrir loro almeno panem et circenses, vale a dire gli israeliti. E siamo costretti a ingannarli, se vogliamo ottenere una sempre maggiore concentrazione del potere, del capitale e della libertà, in un numero sempre più limitato di mani».

Oggi, cinque milioni di italiani sono in povertà assoluta: contro di essi, ecco le leggi speciali di Salvini, in diretta continuità con quelle di Minniti su “decoro urbano” e “sicurezza”! Nessuna sicurezza si dà però a chi perde il lavoro e a chi non riesce a trovarlo o alle centinaia di migliaia di italiani che sonno costretti ogni anno a emigrare. I comunisti hanno imparato che la democrazia ha sempre un carattere di classe; hanno imparato da Lenin a chiedersi: “democrazia per quale classe?”. E’ così anche per la “sicurezza.” Come i governi che l’hanno preceduto, anche quello giallo-verde, l’unica sicurezza la garantisce a banche e monopoli.

PS: un mese fa ho letto casualmente una nota di Eros Barone, che non conosco personalmente, ma che devo ringraziare, per avermi fatto conoscere un’opera (“La scure di Wandsbek”) e il suo autore (Arnold Zweig) di cui colpevolmente ignoravo l’esistenza. Le citazioni sottolineate provengono da quel romanzo – la cui prima versione, come ricorda lo stesso Zweig, vide la luce nel 1943, in lingua ebraica, mentre la prima edizione tedesca uscì solo nel 1948 – che offre un quadro quanto mai vivo, intenso e impressionante dell’atmosfera nella città di Amburgo negli anni 1937 e 1938 e dei rapporti della piccola-borghesia con gli addentellati cittadini del potere nazionalsocialista.

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09/08/2018

La “bomba” sull’autostrada. L’esperto: “Sulla sicurezza siamo ancora indietro”


Lunedì scorso uno spaventoso incidente tra un camion cisterna e un altro camion è avvenuto sulla tangenziale di Bologna tra Casalecchio e Borgo Panigale. Il bilancio delle vittime è stato fortunatamente basso anche se ci sono moltissimi feriti. In molti si interrogano sulla sicurezza nei trasporti di materiali pericolosi sulle strade, ma anche sulle ferrovie come vedremo più avanti. Abbiamo intervistato sull'argomento Fabrizio Cerreti, esperto di trasporti e istruttore di guida sicura per i mezzi pesanti e trasporti pericolosi. Le sue considerazioni sono importanti, avvalorate anche dall’esperienza diretta. Prima di diventare istruttore ha passato una vita sui Tir condividendo quindi rischi ed esperienze di chi guida i mezzi pesanti sulle strade e autostrade del nostro paese e in Europa.

In molti sono rimasti impressionati dall’incidente di Borgo Panigale. Abbiamo visto un camion cisterna arrivare senza frenare visibilmente addosso ad altri camion in fila. Poi una prima e una seconda, devastante, esplosione. Come e cosa è accaduto secondo lei?

In mancanza di dati, quindi con l’unico supporto delle immagini trasmesse, il colpo di sonno, più che il malore (vista l’età del conducente), è l’ipotesi più verosimile. Non possiamo avvalerci dei dati registrati dal cronotachigrafo, sicuramente andato distrutto nell’esplosione, però, considerando che da Vicenza a Livorno ci sono oltre 4 ore di guida, cui si aggiungono almeno 2 ore per le operazioni di carico ed altre tre ore di guida da Livorno a Bologna, possiamo dedurre che l’autista aveva sulle spalle almeno 9 ore di lavoro (guida + carico), quindi la stanchezza c’era. Non c’è da meravigliarsi di un colpo di sonno alle due pomeridiane: i processi fisiologici degli esseri viventi sono regolati da ritmi di veglia-sonno (ritmi circadiani) modulati, oltre che da specifici ormoni, dalla variazione di luminosità e temperatura ambiente. Il periodo più critico per viaggiare si colloca in genere tra la mezzanotte e le quattro del mattino e tra le quattordici e le sedici del pomeriggio.

La domanda è: in questo periodo l’autista ha avuto modo di riposare per bene, considerando che trasportava 22 tonnellate di GPL? Difficile saperlo, sappiamo invece che è in Italia è consuetudine per l’autista registrare come riposo le soste per il carico, anche se vi provvede personalmente, quindi formalmente tutto in ordine, in concreto si crolla all’improvviso. E il gran caldo di questi giorni, ammesso si sia preso una pausa, non aiuta a riposare.

Ma che cosa ha provocato quella esplosione?

Si può ragionevolmente supporre che a seguito dell’urto – violentissimo – contro il rimorchio fermo in colonna, il carico del mezzo tamponato, trasportato in colli, abbia preso fuoco (si parla di solventi, prodotti facilmente infiammabili). Il calore sviluppato ha riscaldato il gas contenuto nella cisterna facendo aumentare la pressione oltre il suo punto di rottura provocando l’esplosione e il conseguente incendio del gas fuoriuscito dalla cisterna.

Le cisterne utilizzate per il trasporto di merci pericolose (così dette cisterne ADR), sono costruite e controllate periodicamente in conformità a specifiche tecniche internazionali molto stringenti, prevedono inoltre degli equipaggiamenti di sicurezza che in altre occasioni hanno dimostrato la loro efficacia. È possibile che nell’urto la cisterna sia però rimasta danneggiata indebolendosi, infatti dalle foto sembrerebbe essersi aperta secondo una linea longitudinale, mentre di solito sono le due pareti, frontale e posteriore saldate al cilindro principale, a cedere. Questo potrebbe aver provocato il cedimento del contenitore prima che la pressione interna facesse aprire le valvole di sicurezza per scaricare all’esterno la sovrapressione. Occorre dire che per un po’ la cisterna ha retto, tra l’incendio dei camion e la grande esplosione è infatti trascorso del tempo che ha consentito di sgomberare le strade e ridurre le vittime.

Ma i mezzi pesanti non hanno un sistema frenante automatico?

Non ho dati certi sul veicolo coinvolto. In un’intervista il titolare dell’azienda dichiara che il mezzo aveva due anni di vita, quindi immatricolato nel 2016. Da novembre 2015 i grandi autocarri di nuova costruzione devono avere il sistema AEBS, un dispositivo che attiva automaticamente la frenata in modo da ridurre di almeno 10 km/h (20 km/h dal 2018) la velocità d’impatto contro ostacoli fissi, quindi proprio il caso in questione. Dal filmato non si può dedurre se il sistema sia intervenuto o meno, il fatto è che questi sistemi (analoghi a quelli pubblicizzati dalle case automobilistiche, dove spensierati guidatori chiacchierano amabilmente mentre il veicolo frena da solo davanti a pedoni od altri ostacoli), hanno un elevato tasso di errore perché, a differenza dei sistemi di sicurezza che agiscono su frenata e tenuta di strada gestendo semplici leggi fisiche, entrano di fatto nell’ambito del libero arbitrio (oltre a limiti tecnologici che saranno prima o poi superati). E qui si apre uno scenario completamente diverso che poco ha a che fare con la sicurezza della circolazione. Sintetizzo.

Nel comparto dell’autotrasporto vi sono ingenti investimenti da parte delle case e delle grandi multinazionali di logistica, per mettere a punto la guida autonoma, con l’obiettivo di eliminare l’autista dal ciclo del trasporto, o dimensionarlo (supervisione, carico, ecc.) come già avvenuto in altri settori. Quale il vantaggio? Il costo del lavoro rappresenta in media quasi il 30% del TCO, Costo Totale Azienda, inoltre i Regolamenti limitano le ore di guida del conducente, non del camion, eliminare l’autista significa risparmiare denaro e far marciare senza sosta i mezzi. Vi sembra poco?

Per molti aspetti quell’esplosione ha ricordato un incidente analogo – ma con un costo di vite umane assai più pesante – avvenuto a Viareggio nel 2009. In quel caso però il trasporto pericoloso era su rotaia e non su gomma. Quindi il problema non è solo il trasporto su strada ma la sicurezza complessiva dei trasporti di materiali pericolosi. Che scala di paragone possiamo utilizzare tra Borgo Panigale e Viareggio?

In realtà incidenti stradali nei quali le merci pericolose trasportate hanno giocato un ruolo determinante sono rari: norme tecniche stringenti, controlli e sanzioni persuasive, maggiore formazione degli addetti rendono questi trasporti addirittura più sicuri di altri. Non voglio dire che tutto è perfetto, sto paragonando questi trasporti a quelli generici. Il problema è che gli incidenti che coinvolgono le merci pericolose possono provocare vere e proprie catastrofi, come a Viareggio. E Viareggio ci porta alla ferrovia e alla prevalenza del trasporto su gomma. La questione è più complessa di come si presenta, vero è che una maggior razionalizzazione dei trasporti in Italia è assolutamente necessaria, ma la ferrovia non è panacea di tutti i problemi.

Per quanto riguarda la sicurezza, nei corsi sul trasporto di merci pericolose, la prima cosa che s’insegna è che il pericolo di una sostanza aumenta con il quantitativo trasportato e la ferrovia ne trasporta contemporaneamente molta di più. Tra l’incidente di Bologna e la strage di Viareggio, considerando che la materia era la stessa e il quantitativo coinvolto paragonabile, la differenza probabilmente l’ha fatta il caso, ad iniziare dal luogo: il primo è avvenuto sopra le case, il secondo TRA le case. Anche la dinamica è stata diversa: a Viareggio il gas prima si è incuneato tra case e strade poi si è incendiato. Questo mette in risalto un aspetto tutt’altro che secondario: le linee ferroviarie oggi attraversano interi agglomerati urbani, ancora più di quanto non facciano le autostrade.

Oggi vi sono motivi che rendono la modalità ferroviaria forse addirittura più pericolosa di quella stradale:

- maggior quantitativo di prodotto trasportato.
- la privatizzazione del settore che ha moltiplicato soggetti, compiti, responsabilità e controlli (spesso operati dagli stessi controllati).
- sistema che favorisce il remunerativo trasporto ad alta velocità sacrificando il resto.
- una strategia fortemente orientata a logiche di mercato e al raggiungimento degli obiettivi (con relativi cospicui bonus ai manager) che ha completamente stravolto l’originale funzione di servizio alla collettività.

Siamo ancora una volta di fronte ad una tragica fatalità oppure siamo ancora indietro sul piano della sicurezza nei trasporti, in particolare di quelli con materiali pericolosi?

Siamo indietro sulla sicurezza dei trasporti, sia generici che pericolosi, come siamo indietro sulla sicurezza idrogeologica, sismica e in tanti altri settori. A tutti i livelli vige la ricerca del profitto (qualcuno parla di sopravvivenza, o dei mercati, o del così fan tutti, sempre ottime scuse), e qualità, sicurezza, utilità per la collettività passano in ultima posizione (la TAV insegna). Le leggi ci sono (a parte la curiosa abitudine di dimenticare di emanare i regolamenti d’attuazione, vedi legge sul caporalato), è che a chi gestisce un sistema conviene sempre far finta di niente, magari cercando di salvare la forma, tranne poi inondare i media con lacrime di coccodrillo, fino alla prossima tragedia! Ne sono esempi le continue infrazioni al Regolamento sui tempi di guida, le revisioni periodiche false, il sovraccarico, le frodi fiscali e previdenziali, il ricorso al lavoro a tempo e tanto altro ancora. La legge impone all’azienda un corso sulla sicurezza? Ok, ma che sia il più semplice ed economico possibile, poi, se il lavoratore non ha appreso nulla, non importa, anzi...

Infine, ma non per importanza, le risulta che l’Unione Europea a giugno abbia autorizzato orari di guida più lunghi per i mezzi pesanti? Secondo le organizzazioni degli autotrasportatori i datori di lavoro possono tenere i conducenti in viaggio per tre settimane con non più di 24 ore di riposo. E’ così?

Per fortuna no, o almeno non ancora, quella riportata era la proposta della Commissione Trasporti per il momento bocciata dal Parlamento Europeo che l’ha rimandata in commissione, ma non è detto che sia finita qui. L’attuale Regolamento sui tempi di guida è una valida tutela della sicurezza e del lavoratore ma un ostacolo ai profitti delle aziende, e questo proprio non va giù a qualcuno.

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08/08/2018

Le strade bruciano, la gente muore, ma i vigili del fuoco sono lontani per “superiori esigenze di bilancio”

Bologna e Lesina rappresentano due diverse tragedie, avvenute sulle strade italiane, che devono fare riflettere anche sull’importanza del soccorso pubblico. Il bilancio è stato terribile e i vigili del fuoco che hanno operato non si sono risparmiati in nulla. Né gli è stato risparmiato nulla: non un fotogramma dell’orrore è sfuggito ai loro occhi, velati dal sudore per le infernali condizioni di intervento e dalla commozione perché, per quanto si possa aver fatto l’abitudine a certi scenari, la morte e il dolore ti scuotono da dentro.

Sembrerebbe cinico rivendicare oggi attenzione, farlo in occasioni come queste, ma i riflettori su noi vigili del fuoco si accendono soltanto quando avviene una tragedia. Restano invece spenti quando siamo vicini alla gente nell’ordinaria quotidianità, assistendo tutti e tutto con un’opera incessante che è anche di salvaguardia del territorio.

Purtroppo siamo nell’anno del pareggio di bilancio e proprio nel soccorso pubblico questo si traduce con 301 mila chilometri quadrati di territorio praticamente inaccessibili a tempestivi interventi dei vigili del fuoco. Per salvare una vita bastano meno di dieci minuti, ma per raggiungere certi luoghi di questa Italia i dieci minuti spesso raddoppiano, triplicano, quadruplicano, per quanti salti mortali si facciano per prestare soccorso a chi chiede aiuto.

Bologna è la punta dell’iceberg. Lesina la sua parte sommersa, invisibile. E noi? Noi vigili del fuoco siamo sopra o sotto la linea di galleggiamento dell’iceberg?
Al governo che si dice del cambiamento chiediamo di cambiare in meglio il trattamento dei vigili del fuoco, che sono una risorsa sociale e un modo diretto di dimostrare attenzione verso la popolazione. “Trattamento” non significa solo stipendio, ma anche dotazioni, mezzi, infrastrutture.

Deve cambiare anche la politica verso tutto il mondo del lavoro, perché di lavoro si muore sempre di più. Si muore per tornare dai luoghi di sfruttamento del lavoro nero e si muore per un trasporto pericoloso. Ma si rischia la vita perché la prevenzione, la salvaguardia e quindi i presidi dei vigili del fuoco non sono messi in grado, spesso, di operare al massimo delle proprie possibilità.

L’Unione Sindacale di Base è impegnata in una trattativa con il governo per migliorare le condizioni generali dei vigili del fuoco, che significa migliorare anche le condizioni generali del paese. Ma spesso abbiamo l’impressione che la politica sia distratta.

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17/05/2018

Strage continua. Un operaio dell’Ilva ucciso a Taranto

Un operaio della ditta di carpenterie metalliche Ferplast dell’appalto Ilva, Angelo Fuggiano, di 28 anni, è morto in seguito a un incidente avvenuto nel reparto Ima, al quarto sporgente del porto di Taranto gestito dal Siderurgico. Secondo fonti sindacali, durante il cambio funi per la macchina scaricatrice DM 6, un cavo sarebbe saltato durante la fase di ancoraggio della parte finale travolgendo il lavoratore. Vani sono risultati i tentativi di rianimazione da parte degli operatori del 118. Sul posto anche vigili del fuoco, carabinieri, guardia di finanza e ispettori del lavoro.

Dopo l’incidente, le segreterie territoriale Fim, Fiom, Uilm e Usb di Taranto hanno proclamato lo sciopero dei dipendenti diretti e dell’appalto dalle 11 di oggi fino a tutto il primo turno di domani. L’azienda in una nota afferma che “sono in corso da parte dell’azienda tutte le indagini per poter risalire alle cause dell’evento”. L’Ilva esprime “profondo cordoglio e vicinanza alla famiglia di Angelo Fuggiano e a tutti i suoi cari”.

“Si è superato qualunque limite di sopportazione è una strage continua. La parola emergenza nazionale ormai è riduttiva rispetto a quanto sta avvenendo”. Lo ha detto la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, a margine dell’assemblea dei pensionati dello Spi Cgil. “C’è bisogno – ha concluso – che il Parlamento prenda la parola” su questo tema.

Un altro incidente sul lavoro è avvenuto nelle Marche. Tre operai che stavano eseguendo lavori di sistemazione dei piloni della strada delle Tre Valli Umbre nel territorio di Arquata del Tronto, danneggiata dal terremoto, sono rimasti seriamente feriti in un incidente sul lavoro. Erano su una piattaforma che, per cause che sono al vaglio degli investigatori, si è ribaltata facendoli precipitare. Sono stati soccorsi dai vigili del fuoco e dal personale del 118. Tutti hanno riportato gravi traumi al torace. Uno di loro, il più grave, è già stato trasferito in eliambulanza al Torrette. Sul posto è arrivata una seconda eliambulanza.

Fonte: Ansa

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07/04/2018

Lavoro che uccide. Poletti, Inail e il vuoto intorno

Valutazione del rischio e controlli (quanti ispettori in più?) sono i nodi cruciali della prevenzione

Ancora due morti sul lavoro (a Crotone: Giuseppe Grieco e Chiriac Dragos Petru) e il ministro Poletti convoca un incontro. E’ invitato anche l’Inail – certo non sarebbe congruo escluderlo – che è un ente fino ad ora sempre distintosi per un atteggiamento acritico nei confronti delle valutazioni del rischio fatte dal datore di lavoro.

Ma LA VALUTAZIONE DEL RISCHIO è uno dei nodi cruciali della prevenzione. Il problema è DUNQUE potenziare i servizi ispettivi, in particolare delle Asl che hanno una visione sistemica della prevenzione e assieme all’ispettorato devono validare le valutazioni che sono spesso evasive e inutili.

In Toscana – dopo una strage sul lavoro – sono stati assunti 70 ispettori Asl per la vigilanza nel comparto tessile. Quanti sono invece (in tutto) in Calabria? Certo si possono adottare metodi tecnologici come la videosorveglianza dei cantieri più pericolosi, visto che non possono essere sorvegliati fisicamente tutti; altro che braccialetti modello detenuti. Il cantiere deve partire DOPO che siano state garantite le condizioni minime di sicurezza! Ma le istituzioni fino ad oggi hanno preferito rimuovere la questione.

Il 21 aprile 2002 a Bologna moriva “sepolto vivo” Reuf Islami un operaio albanese di vent’anni; “quasi nessuno” al recente anniversario ha voluto ricordarlo. Ricordare vuol dire riflettere su cose persino semplici: che gli scavi se non sono puntellati crollano e uccidono!

Questo è noto da sempre, cioè da millenni, da prima dell’ obbligo di redigere la valutazione del rischio che deve essere realistica, attendibile, validata dalla vigilanza pubblica. Ovviamente la prevenzione deve raggiungere anche chi non è sotto l’ombrello del documento di valutazione: i tanti anziani (anche 80enni) che muoiono su trattori, per non parlare dei lavoratori in nero sono morti evitabili.

La riunione del 10 aprile indetta dal ministro dovrebbe essere trasformata in un forum permanente e aperto a idee e proposte concrete.

Aspettiamo di sapere: quanti ispettori in più, che tipo di gestione della vigilanza potrebbero essere messi in campo a partire dall’11 aprile? Quale effettiva autonomia si intende garantire ai rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza. Evitiamo l’ennesima dichiarazione di buoni propositi non realizzati.

di Vito Totire medico del lavoro a Bologna

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Il 1° Maggio i Sindacati l’hanno dedicato alla Sicurezza. Io quel giorno porterò il lutto al braccio, fallo anche tu, postati come me, fai sentire la tua vicinanza agli oltre 14000 lavoratori morti in questi dieci anni per infortuni sul lavoro. Fermiamo la strage

DAL 1 GENNAIO SONO 162 I MORTI SUL LAVORO

dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro (**)

Speriamo finalmente in un nuovo governo che metta i morti sul lavoro tra le priorità e non sia indifferente come nell’ ultima legislatura

Dal 1° gennaio 162 morti sui luoghi di lavoro in Italia. Almeno altrettanti muoiono sulle strade e in itinere

Non possono esserci differenze tra i morti sul lavoro, noi monitoriamo tutti quelli che muoiono lavorando, qualsiasi lavoro svolgono, e non ci interessa se dispongono di assicurazioni diverse da quelle dell’INAIL o che non ne hanno nessuno.

Morti nelle Regioni e Province italiane nel 2018 per ordine decrescente

N.B i morti segnalati nelle Regioni sono solo quelli sui LUOGHI DI LAVORO. Ricordo ancora una volta che ce ne sono almeno altrettanti che muoiono sulle strade e in itinere nelle province non sono conteggiati i morti sulle autostrade

VENETO 21: Venezia (2), Belluno (1), Padova‎ (), Rovigo (1), Treviso (7), Verona (7), Vicenza (2). LOMBARDIA 20: Milano (8), Bergamo (2), Brescia (1), Como (1), Cremona (), Lecco (), Lodi (), Mantova (4), Monza Brianza (1), Pavia (1), Sondrio (2), Varese (). PIEMONTE 12: Torino (5), Alessandria (), Asti (1), Biella (), Cuneo (4), Novara (1), Verbano-Cusio-Ossola (1) Vercelli (). CAMPANIA 10: Napoli (5), Avellino (1), Benevento (), Caserta (), Salerno (4). TOSCANA 10: Firenze (1), Arezzo (), Grosseto (1), Livorno (2), Lucca (1), Massa Carrara (2), Pisa‎ (1), Pistoia (), Siena (2) Prato (). EMILIA ROMAGNA 9: Bologna (), Rimini (1). Ferrara (2) Forlì Cesena () Modena (3) Parma (1) Ravenna (2) Reggio Emilia () Piacenza (). ABRUZZO 8: L’Aquila (4), Chieti (2), Pescara (1) Teramo. LAZIO 8: Roma (4), Viterbo (1) Frosinone (1) Latina (2) Rieti (). SICILIA 8: Palermo (1), Agrigento (1), Caltanissetta (1), Catania (5), Enna (), Messina (), Ragusa (), Siracusa (1), Trapani‎ (). CALABRIA 9: Catanzaro (2), Cosenza (2), Crotone (3), Reggio Calabria (1) Vibo Valentia (1). MARCHE 5: Ancona (), Macerata (1), Fermo (), Pesaro-Urbino (), Ascoli Piceno (4). LIGURIA 4: Genova (3), Imperia (), La Spezia (1), Savona (). SARDEGNA 5: Cagliari (1), Carbonia-Iglesias (), Medio Campidano (), Nuoro (), Ogliastra (), Olbia-Tempio (2), Oristano (), Sassari (2). Sulcis Iglesiente (). UMBRIA 2: Perugia (1) Terni (1). PUGLIA 2: Bari (), BAT (1), Brindisi (), Foggia (), Lecce () Taranto (1). FRIULI VENEZIA GIULIA 2: Trieste (), Gorizia (), Pordenone (), Udine (1). Molise 2: Campobasso (2), Isernia (). BASILICATA 2: Potenza (2) Matera (). TRENTINO ALTO ADIGE: Trento (), Bolzano (). VALLE D’AOSTA().

(**) L’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro ha compiuto dieci anni. Aperto il 1° gennaio 2008 dal metalmeccanico in pensione e artista sociale Carlo Soricelli per ricordare i sette lavoratori della Thyssenkrupp di Torino morti poche settimane prima bruciati vivi.

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25/01/2018

Milano. L’incuria assassina fa strage tra i pendolari di Trenord


E così alle porte della città più moderna d’Italia i lavoratori pendolari vengono uccisi e feriti perché si rompono i binari. La strage ferroviaria di Milano è avvenuta per il cedimento strutturale della strada ferrata, dice il prefetto. Pochi giorni fa alla Lamina, sempre a Milano, quattro operai sono morti asfissiati in una fabbrica invasa da gas letale, senza che si accendesse una lampadina, suonasse un allarme, ci fosse una maschera a portata.

Il 16 luglio 2016, 23 persone sono state uccise vicino a Bari, perché due treni si sono scontrati senza che ci fosse un blocco automatico, un sistema di sicurezza elementare.

La strage ferroviaria di Milano è frutto del dilagare di quella incuria assassina che sta seminando di vittime il lavoro, i trasporti, le città. Una incuria che non è più la semplice violazione di questa o quella norma di sicurezza, ma è qualcosa di ben più grave. È l’eliminazione stessa della tutela della persona dall'organizzazione della vita quotidiana. È lo sfruttamento delle persone, ma anche dell’ambiente e degli stessi materiali fino ai limiti estremi. Ogni materiale industriale ha una sua durata ed una sua tenuta, e nel mondo di oggi ci sono infiniti sistemi per controllarne il logoramento.

Le foto dei giunti frantumati dei binari alle porte di Milano ci consegnano l’immagine di una sicurezza ferroviaria tornata indietro di 100 anni. È persino troppo facile confrontare i costi immani dell’alta velocità, con i risparmi vergognosi sulle linee dei pendolari. Chiunque prenda quei treni sa di cosa parlo.

Ma la realtà è molto più grave. Ovunque il rischio per la salute e la vita aumenta e le stragi sempre più ricorrenti sono solo la brutale affermazioni della legge dei grandi numeri. Se si lavora, ci si sposta, si abita e si vive in costante pericolo per la salute e la sicurezza, prima o poi qualche cosa succede. E tutti gli indicatori ci dicono che le morti violente sono in aumento, nelle fabbriche, nelle ferrovie, nelle autostrade – già cancellato il massacro di Brescia di poche settimane fa –, ovunque dal Nord al Sud, dalle città alle campagne si estende la strage.

Si muore per l’incuria assassina di un'organizzazione sociale per cui le persone sono solo merci da consumare sempre più in fratta. La strage di Milano avrà sicuramente dei colpevoli diretti che dovrebbero essere puniti con la massima severità. Ma se non ribaltiamo le regole e i principi infami di questa società fondata sul mercato e sul profitto, potremo solo contare sulla fortuna che la legge dei grandi numeri non scatti per noi.

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17/08/2017

Il soccorso non sarà più così pronto. Esperienze dal vivo...

Il governo ha rivisto il servizio di pronto intervento. Ovviamente l’ha fatto in modo da risparmiare sui costi, ma con la retorica “modernizzatrice”.

Il vantaggio teorico è nel numero unico, ora il 112, cui ci si può rivolgere per qualsiasi evenienza, dall’infarto all’incendio sotto casa.Nulla di strano, in molti paesi funziona in questo modo, ed è effettivamente più semplice -specie in situazioni di emrgenza – dover ricordare un solo numero invece che tanti quanti sono i problemi che possiamo avere.


Gli svantaggi pratici sono invece immensi, a cominciare dal fatto che dall’altra parte della cornetta c’è un risponditore automatico, di quelli ormai in uso in qualsiasi grande azienda, e la cui “utilità” è tutta a favore dell’azienda, che così può tenere a distanza utenti e/o clienti, affidando l’eventuale risposta a un call center.


Il quale, come sappiamo, funziona con lavoratori pagati un fico secco, non sempre nati e residenti in questo paese (che quindi non ne conoscono le coordinate fondamentali, anche se sanno parlare questa lingua), sommariamente “formati” sulle risposte da dare nei vari casi.E che, soprattutto, possono rispondere solo quando il segnale arriva alla loro postazione, magari molti minuti dopo l’inizio della chiamata.


Le conseguenze sulla qualità del servizio sono chiaramente illustrate nel racconto di Francesco Iacovone. Per orizzontarsi meglio nella materia, comunque, potete vedere anche questo articolo e rileggere la tragica esperienza di Valentina Ruggiu alle prese con le bizze di un risponditore automatico. L’inumano è già qui.

*****

Nel silenzio della notte un tonfo secco, come un colpo di grancassa, e il cuore parte, impazzito. Un battito irregolare che supera di gran lunga le 200 pulsazioni al minuto e non ti senti più invincibile.

Solo in casa, le gambe tremano e l’unica salvezza è nella cornetta: “Pronto 118”... le mascelle faticano ad articolarsi e la voce è coperta dall’eco interna di un cuore che ormai va per i cazzi suoi, “...credo di avere un attacco cardiaco”.

L’operatrice non si scompone e mi tranquillizza, chiede il mio nome e comincia a farmi domande, ad infondermi sicurezza. Poi capisce la paura di chi si sentiva invincibile e ora crede di morire, solo in casa e troppo presto. Perché è sempre troppo presto per morire. Mi parla d’altro. Mi dice il suo nome, Tiziana, e mi assicura che rimarrà con me fino all’arrivo dell’ambulanza. Il suo tono è lieve e caccia via le mie streghe, mi asseconda, mi rinfranca. Mi parla ancora d’altro e trasforma quei minuti dell’attesa da interminabili a sopportabili.

Mi sento meno solo e mi attacco alla sua voce, alle sue parole. Sento le sirene dell’ambulanza e lei che mi dice: “Quando hai la diagnosi chiama, stanotte sono di turno. Fammi sapere. Ma stai tranquillo, vedrai che non è un infarto”. La corsa in ospedale e la sua profezia è stata confermata.

Allora c’era il 118, non c’era il numero unico delle emergenze. Allora non c’era quel disco che ti lasciava in attesa, in balia delle tue paure. Bastava spiegarla una volta sola la tua necessità, perché quel numero lo compone chi è in pericolo, spesso in pericolo di vita. E non ha troppo tempo da attendere.

Oggi non basta più e la storia di Valentina Ruggiu mi ha fatto pensare che forse allora… chissà… Mi ha fatto ripensare alla voce senza volto di Tiziana, alla sua umanità e alla sua capacità di rendermi sostenibile quell’attesa del tutto inattesa.

Anche Valentina ha riposto le sue speranze dentro una cornetta, ma ad attenderla ha trovato un disco: “Rimanga in attesa”. E mentre lei attendeva… e attendeva… e attendeva ancora… suo padre Gianfranco, professione cameriere, moriva.

Ripenso a Tiziana, alla sua voce che mi ha accompagnato oltre la paura. A quando l’ho richiamata dal pronto soccorso, felice per lo scampato pericolo. E penso che se quella maledetta sera di tre anni fa fossi morto, non sarei morto in compagnia di un disco che mi ripeteva “Rimanga in attesa”. Accanto avrei avuto Tiziana.

Ecco, allora ripensiamo tutti al ruolo dello stato sociale, di un servizio pubblico e di qualità. Ripensiamo ai tanti eroi che ogni giorno non ci lasciano in attesa, affatto. Grazie Tiziana, grazie di cuore!!

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14/08/2017

O c’è il gasdotto o c’è tutto il resto. Intervista a Elena Gerebizza sul Trans Adriatic Pipeline (TAP)


L’associazione Re:Common da sempre si occupa di grandi opere inutili, distruzione dei territori, politiche energetiche.

Recentemente ha curato la pubblicazione di “L’alleato azero”, una graphic novel illustrata da Claudia Giuliani in cui è raccontata la storia di Khadija Ismayilova, giornalista che ha patito il carcere a causa del suo lavoro di inchiesta sugli interessi e i traffici di Ilham Aliyev, presidente azero, e della sua famiglia. Il 20 giugno scorso abbiamo intercettato Elena Gerebizza, che di Re:Common è parte integrante, al CSOA Gabrio di Torino e le abbiamo posto delle domande sulla questione TAP e su “L’alleato azero”.

AM: Del TAP si è molto parlato a proposito del suo approdo sulle coste pugliesi, ma il progetto prevede di rifornire Nord Italia e Centro Europa, passando inevitabilmente per l’Appennino. A che stato di avanzamento è il progetto su questa parte, e quali sono gli impatti previsti? È vero che il gasdotto passa nell’area interessata dal sisma in centro Italia?

EG: Il TAP si ferma a Melendugno, almeno secondo la descrizione “istituzionale”, cioè la descrizione del progetto data dai governi e dal consorzio TAP. La verità è che se uno guarda veramente cosa stanno costruendo, questo corridoio che nasce in Azerbaigian – e che dovrebbe nascere addirittura in Turkmenistan, ma per ora non sono riusciti a trovare un accordo – arrivato in Italia, da Melendugno prosegue verso nord e cambia nome e quindi la VIA (Valutazione di impatto ambientale) ha un iter diverso, però di fatto è un corridoio unico che quindi punta a prendere gas dall’Azerbaigian – e da altri luoghi forse, perché l’Azerbaigian non ha le riserve che sostiene d’avere – e trasportarlo verso l’Europa. Un’Europa abbastanza indefinita, perché di fatto non c’è un bisogno reale che motivi la richiesta di questo gas. C’è l’idea di costruire un grande mercato del gas in Europa, idea guidata non dalla valutazione reale di quel che serve in Italia e negli altri paesi dell’Unione Europea, ma piuttosto dall’idea del “costruiamolo così ci facciamo i soldi”, facciamolo perché siccome sta finendo il petrolio abbiamo bisogno di trovare un’altra merce da rendere una commodity, come viene denominata, in modo che possa essere una sorta di base materiale per costruire poi un ulteriore sviluppo dei mercati finanziari radicati sul commercio di gas.

Il problema qual è, però? Mentre il petrolio è facilmente trasportabile, infatti una volta estratto e caricato su una nave lo muovi come vuoi, il gas ha bisogno di essere liquefatto e rigassificato se lo trasporti via mare, o se lo trasporti su terra abbisogna di infrastrutture di un certo tipo, per cui l’investimento che va fatto è enorme. In più, quello che il privato vuole è che questo investimento sia pagato dal pubblico, perché questi soggetti privati sostengono “noi ci preoccupiamo, per il bene di tutti, di trovare il gas, voi dovete costruire le vie di trasporto e tutte le infrastrutture necessarie”. Non si tratta solo di gasdotti, ma vediamo – sia nella tratta sud, che va dall’Azerbaigian a Melendugno, che nella tratta appenninica – che è prevista anche la realizzazione di centrali a compressione spinta e depositi del gas, quindi è una cosa molto articolata. La domanda vera è: ammesso che questo pubblico decida di pagare, ha i soldi per farlo? Perché comunque queste sono tutte risorse che se mettiamo lì non mettiamo da altre parti. Nel caso del TAP si sta vedendo che in realtà queste risorse, al momento, ancora non sono state messe sul tavolo. Le richieste sono state fatte, a diverse banche pubbliche europee, ma ancora i prestiti non sono stati concessi.

Per la tratta appenninica la vicenda è iniziata più o meno nello stesso periodo storico, perché il momento in cui si è pensato il TAP è anche il momento in cui si iniziava a sviluppare, come idea, la rete adriatica, poi quest’ultima è partita prima, perché l’hanno astutamente divisa in blocchi e quindi hanno provato ad avviare la realizzazione nelle tratte dove era più semplice costruire questo tubo, sempre partendo dal fatto che nessuno è stato realmente informato su quello che si stava costruendo in quel territorio. È mancata l’informazione su cos’era, quale livello di rischio comportava, a chi serviva o meglio, se serviva o non serviva a qualcuno.

AM: Il primo promotore dell’opera chi è stato?

EG: Un primo promotore è difficile trovarlo, però sicuramente chi vuole costruire questi gasdotti, ma anche le altre infrastrutture che si stanno costruendo oggi in Europa, sono principalmente società di distribuzione del gas e società che fanno trading di gas. Comprano e vendono sui mercati finanziari europei e globali. Nel caso di TAP, ad esempio, tutto è partito da una società svizzera, che oggi si chiama Axpo Trading e all’epoca si chiamava EGL, che aveva poi una EGL Produzione Italia, che principalmente fa compravendita di gas, era cioè il ramo dedicato al trading di quella società. Da lì è partita l’idea. Nel caso della rete adriatica è la SNAM, la nostra società di bandiera, a partecipazione pubblica, che principalmente però fa distribuzione del gas in Italia ma che si interessa anche di comprare e vendere gas sui mercati, quindi c’è proprio questa distinzione netta tra quella che è la distribuzione vera, quella che porta il gas nelle nostre case, e invece tutto quello che sono solamente transazioni finanziarie che sono completamente distinte dal mondo reale nostro.

AM: Dicevi prima che ci sono delle sezioni per cui i lavori sono stati già avviati.

EG: Già nel 2012 era partita la macchina per iniziare a costruire alcune tratte di quella che si chiama rete adriatica, questo gasdotto che dovrebbe attraversare quasi tutto l’Appennino, per una lunghezza di circa 740 chilometri. La parte più complessa, che infatti è quella dove non è partita la costruzione, è quella che interessa principalmente l’Appennino e va da Sulmona a Foligno, attraversa le zone sismiche. Lì oltre al gasdotto si deve costruire anche una centrale a compressione spinta, perché c’è un dislivello significativo da superare, con un rischio serio per chi vive in quel territorio.

Incidenti relativi a gasdotti ce ne sono, anche abbastanza frequenti, non è una cosa rara. Il punto è dove si trovano questi gasdotti e che tipo di sistema di sicurezza è stato messo in atto. Se tu riesci a dirmi che un gasdotto riesce a essere costruito in esenzione della Direttiva Seveso – la normativa europea che guarda al rischio industriale e anche a quello cumulativo – significa che comunque tu lo consideri a rischio molto basso. Però se questo gasdotto attraversa zone dove ci sono altri tipi di produzioni industriali, oppure se fai una centrale che di fatto contiene del gas e quindi diventa un impianto industriale vero e proprio, e mi dici che lo fai in esenzione della Direttiva Seveso allora sì che mi preoccupo. Mi preoccupo perché significa che non è stato studiato nulla per prevenire il rischio e anche per intervenire nel momento di un incidente, per cui questo è uno dei temi caldi posti sia dalle comunità salentine che da tutti gli altri sulla dorsale appenninica, come anche da chi vive in Grecia o altri paesi coinvolti.

Non è chiaro come la vicenda verrà gestita a livello complessivo, per adesso il progetto del TAP è stato fatto tutto in esenzione alla direttiva Seveso, perché dicono che la direttiva non serve applicarla. E considerando le molte forzature nell’autorizzazione del TAP, questo non è per niente rassicurante.

AM: Questo gas ci serve realmente?

EG: No, non ci serve e non ci serviva neanche quando hanno iniziato a pensare di costruire questi gasdotti. Non ci serve perché i consumi del gas sono diminuiti nel tempo, adesso stiamo a livelli più bassi del 2008, non ci serve anche perché di fatto in Europa le infrastrutture per trasportare gas già ci sono, così come i depositi di gas. Il punto è che quel che si cerca di costruire adesso è un altro sistema di distribuzione e stoccaggio che di fatto dovrebbe essere quello più funzionale ai mercati finanziari o a come loro vedono il mercato del gas, che appunto è ancora tutto in divenire. A noi non serve, ma a qualcun altro potrebbe servire. Il punto è chi è questo qualcun altro e se è giusto che l’intero territorio europeo, e anche fuori dai confini dell’Europa, venga ridefinito completamente in funzione di interessi che di fatto sono speculativi, sono interessi privati e privatistici e non hanno niente a che fare con quello che noi desideriamo per il nostro presente né per il nostro futuro.

AM: I territori interessati dal gasdotto avrebbero dei benefici, fosse anche in termini di compensazioni?

EG: I soldi sono stati offerti, c’è chi li ha presi e chi li ha rifiutati. E comunque il punto è tu cosa stai compensando, cioè mi compensi perché? Perché avevo una terra e adesso ci passa un gasdotto e io non posso coltivare più, oppure mi compensi per l’impatto complessivo che il passaggio di quel gasdotto comporterà su tutto il territorio? Per cui nel caso del Salento è proprio la vocazione complessiva di un territorio che adesso è orientato alla tutela dell’ambiente sia per un certo modello agricolo che di sviluppo turistico e che invece verrebbe completamente stravolto se si inizia a costruire un progetto che non è solo il gasdotto, ma è proprio tutto lo sviluppo industriale che porterà con sé. La stessa cosa vale per l’Appennino, quindi sono compensazioni che non compensano per niente. E poi la domanda vera è se veramente pensiamo che dei soldi che possono essere offerti in realtà sono quello che le persone vogliono quando si trovano a perdere tutto il resto, cioè a perdere il loro modo di vivere, a perdere tutto quello che è stato costruito lì negli anni perché qualcosa di nuovo arriva e stravolge tutto.

AM: Si tratterebbe sostanzialmente di una lunghissima ferita, con una fascia di rispetto e tutta una serie di impianti...

EG: Certo, sì. Perché comunque la fascia di media è una fascia di 40 metri dove assolutamente non si può fare niente, ma che poi si allarga, perché c’è la fascia di sicurezza, dove non ci possono essere edifici, non ci possono essere coltivazioni di tipo permanente, cioè tutte le attività che si svolgono su quel territorio vengono influenzate da questo progetto, che non va assolutamente nell’interesse di chi il territorio lo vive, anzi... se guardi all’Appennino, se già c’è un problema di spopolamento, o comunque di come un po’ alla volta le persone vengono allontanate, un progetto di questo tipo una volta che tu inizi o ad affittare la terra con concessioni di 20/30 anni, o addirittura a fare espropri, un po’ alla volta forza le persone ad allontanarsi.

AM: A che punto è la realizzazione del gasdotto nelle altre nazioni toccate dal progetto?

EG: In Grecia e in Albania sono avanzati molto in quella che è tutta la fase di pre-costruzione che vuol dire acquisire le terre, togliere quello che si trova in superficie e iniziare a preparare per la posa dei tubi. La costruzione vera e propria non è ancora realmente iniziata, se non un po’ a macchia di leopardo. In Grecia l’abbiamo visto nella prima decina di chilometri nei pressi del confine turco, dove di fatto non vive quasi nessuno.

Però sia in Grecia che in Albania ci sono ancora problemi seri proprio rispetto all’acquisizione delle terre. Nella provincia di Kavala in Grecia c’è una striscia di dieci chilometri dove i contadini non sono in nessuna maniera intenzionati a vendere o a concedere affitti o passaggi sulle loro terre. Per adesso quella zona lì non è stata toccata. Loro hanno addirittura fatto denuncia contro le società che hanno cercato di entrare con le macchine e quindi è tutto fermo.

[Vedi qui il reportage di Re:Common sulla recente visita in Grecia]

In Albania ci sono un sacco di contadini che hanno cercato di denunciare acquisizione di terre fatte a prezzi bassissimi o pagando le compensazioni a persone che non erano i reali proprietari. Ci sono un sacco di questioni aperte. Io non me la sentirei di dire che la costruzione è iniziata.

AM: Hai cominciato ad accennarlo: ci sono altre opposizioni al Tap oltre a quella di Melendugno e queste che hai appena menzionato?

EG: In Grecia un’opposizione al progetto c’è e ha anche una storia abbastanza lunga. Nasce dal periodo in cui c’era ancora la campagna elettorale di Syriza. In quel periodo sono state fatte molte promesse e una delle promesse era che si sarebbe trovato un percorso alternativo per questo gasdotto e che quindi non avrebbe toccato la piana più fertile del nord della Grecia. Poi nella disillusione complessiva rispetto a Syriza che i greci stanno vivendo adesso c’è anche questo: quelle promesse non sono state mantenute, hanno cercato di cominciare comunque e quindi questa dinamica che prima era di dialogo con i contadini adesso è conflittuale. Ora c’è proprio un blocco totale della costruzione in quella zona.

In altre zone c’è un’opposizione che continua con ricorsi eccetera, ma c’è meno forza complessiva. Questo rientra nella complessità un po’ più ampia della Grecia di oggi dove il livello di pressione sui movimenti e sulle comunità è talmente alto che non ce la stanno facendo a tenere testa a tutto.

In Albania è un po’ più difficile opporsi, come anche in Turchia, perché il livello di repressione da parte dello stato è molto più forte. Si parla di persone che hanno paura a fare domande o a opporsi in maniera netta al progetto perché subiscono minacce da vari soggetti non ben identificati.

In Turchia c’è proprio pressione da parte dello stato, il gasdotto è stato presentato come un progetto di priorità nazionale e quindi chiunque è contrario al gasdotto è anche nemico dello stato. Nonostante questo anche lì, in regioni come Bursa, la regione al confine con la Georgia, ci sono state proteste molto forti sempre legate alla questione dell’acquisizione delle terre, però è più complesso contattare le persone, riuscire a parlare in maniera sicura con loro. I rischi a cui sono esposti sono molto alti.

AM: “L’alleato azero” punta i riflettori sulla condizione dei giornalisti in Azerbaigian, hai voglia di spendere due parole su questo e sulla questione della comunicazione riguardo al progetto.

EG: Noi abbiamo scelto di raccontare la storia di questa giornalista, Khadija Ismayilova, che è stata arrestata proprio perché aveva provato a indagare seriamente sugli interessi diretti degli Aliyev. Ha guardato a come sono state fatte le privatizzazioni in Azerbaigian e ha visto che quelle che di fatto prima erano aziende di stato nel settore minerario e nel settore delle comunicazioni poi sono diventate società private che però facevano riferimento direttamente alle figlie del presidente Aliyev. Questo ovviamente le è costato la libertà.

È stata incarcerata e detenuta per un anno e mezzo circa. È stata liberata nel marzo dello scorso anno e ancora oggi sta a casa sua, ma di fatto la sua libertà è ancora molto limitata: non ha il passaporto, non può andare all’estero, è costantemente tenuta sotto controllo. La sua storia è abbastanza emblematica, ma non è l’unica.

In Azerbaigian sono stati messi sotto attacco anche gli avvocati, gli attivisti per i diritti umani, i blogger, i cantanti. Chiunque in qualche maniera critichi il regime degli Aliyev diventa nemico dello stato. Uno stato che però si presenta come una democrazia, un paese moderno e con cui l’Europa ha relazioni sempre più strette e fondate sul petrolio prima e sul gas oggi.

La denuncia forte riguarda proprio questo: è un regime autoritario a cui l’Europa si sta legando sempre più strettamente. L’Italia anche: le relazioni commerciali che abbiamo con l’Azerbaigian sono in aumento e c’è tutta una macchina orientata a creare relazioni sempre più strette. La domanda è se guardiamo o no all’impatto complessivo che tutto questo ha e se siamo consapevoli che da un lato alcuni dittatori sono cattivi e altri dittatori sono buoni, a seconda di quella che è la convenienza.

Dal 2012 in poi in Azerbaigian la situazione ha cominciato a deteriorarsi sempre di più. Nel 2013, quando ci sono state le elezioni presidenziali, l’unico candidato alternativo ad Aliyev è stato incarcerato durante la campagna elettorale e sta ancora in carcere. Hanno chiuso tutti i giornali, le televisioni indipendenti, hanno iniziato ad arrestare gli attivisti, chiuso le associazioni. La situazione è sempre in costante peggioramento.

Nel momento in cui tu cominci a costruire il gasdotto non solo ti vincoli all’Azerbaigian, perché da lì viene il gas, ma con la Socar che è la società di stato azera che estrae petrolio e gas che è il principale azionista di tutte le tratte di questo gasdotto, anche di quella che arriva in Italia; il tipo di vincolo e di interconnessione che si stabilisce è veramente enorme.

La Socar sta cercando di entrare nel mercato della distribuzione del gas anche in Europa, sta entrando in Grecia dove sta negoziando la privatizzazione della società di stato per la distribuzione del gas greca. È come se si fosse avviata una macchina per cui l’Azerbaigian è stato scelto come partner privilegiato e tutto il resto non conta. Invece secondo noi conta eccome.

È questo il motivo per cui ne parliamo ed è per questo motivo che cerchiamo di aprire spazi in cui si riesca in qualche maniera a essere in contatto con chi lì sta cercando di portare un cambiamento nel paese.

Negli altri paesi chi vuole questo gasdotto ha cercato di utilizzare tutti i mezzi per comprarsi la stampa e l’opinione pubblica. In Grecia il tema Tap è un tema quasi tabù, non se ne parla su nessun giornale a distribuzione nazionale. In Albania è più o meno lo stesso con l’aggravante che i giornalisti ricevono minacce serie se toccano alcuni temi. Il Tap è uno di questi temi intoccabili.

Nell’insieme l’Italia è il paese dove se ne è parlato di più. Lo si è fatto in tante maniere e nel momento in cui la resistenza pacifica di queste comunità si è trovata di fronte la violenza dello stato, con la polizia che è andata in forze a difendere l’impresa – perché questo hanno fatto, hanno protetto i veicoli dell’impresa che volevano iniziare a fare le eradicazioni degli ulivi – in quel momento lì la resistenza ha avuto a livello nazionale la visibilità che prima non ha avuto. Ma è una storia che inizia nel 2011-2012, sta andando avanti da molto.

AM: La cornice utilizzata per parlare dei No Tap è molto simile a quella che si usava qualche tempo fa per i No Tav. Qua erano quattro montanari e là quattro salentini che difendono quattro olivi.

EG: Sì, e anche con i No TAP il tentativo è stato quello di dire è tutto per gli ulivi, stanno difendendo quattro ulivi.

AM: “Sono contro il progresso, hanno una visione miope”... lì non è “ce lo chiede l’Europa”, ma siamo sullo stesso tipo di narrazione...

EG: Sì, la narrazione è molto simile. Infatti anche la paura che anche lì si arrivi a una situazione di scontro netto è molto forte. Anche lì le amministrazioni locali stanno con le persone. Nel 2014 erano 43 i consigli comunali che avevano espresso mozioni contro il Tap, non chiedendo lo spostamento del gasdotto, ma esprimendo proprio la contrarietà all’opera. Adesso, dopo marzo e aprile, dopo questa massiccia presenza di polizia sul territorio e l’attacco forte subito dalla popolazione, i sindaci contrari sono diventati 93.

Questa cosa gli si sta rigirando contro. La presenza dello stato che si sta manifestando così in Salento viene vissuta proprio come un’invasione, un’imposizione dal di fuori, non solo da Roma, ma addirittura dall’Europa e lo spazio per trovare una soluzione non c’è. Se non cancellare il progetto. Nel momento in cui le persone si sono informate in maniera autonoma, come è avvenuto in Val Susa, perché nessuno le ha informate, si sono autoinformate, hanno preso coscienza di ciò che stava accadendo, hanno provato a usare tutti canali possibili per esprimere il loro no, secco, non sono state ascoltate e adesso la situazione è questa.

È una situazione in cui, come in Val Susa, le persone esprimono un no motivato, non è un no ideologico, è un no radicato che porta con sé anche tanti sì. È un no a un certo tipo di modello, ma è un sì a un modello diverso che peraltro è quello che loro stanno già costruendo.

L’Appennino secondo me è la parte in cui la sfida è più alta, perché è molto meno popolato, ma chi oggi vive l’appennino lo fa perché ha fatto una scelta e quindi sta cercando di costruire e portare avanti un modello economico; che è anche una visione complessiva della montagna, di cosa significa vivere in montagna e mantenere un certo tipo di ambiente, che è proprio in netto contrasto con tutto quello che questo progetto porterebbe.

AM: Da una parte si tratta di vivere la montagna e dall’altra di attraversarla e distruggerla.

EG: Sì, anche perché quel tipo di attività non è assolutamente compatibile con tutto il resto. Non è il tubo del gas che passa nella strada sotto casa nostra, è un progetto di un’entità completamente diversa e quindi la scelta è: o c’è il gasdotto o c’è tutto il resto. Di fronte a questo bivio è ovvio che riuscire a esprimere un no secco ha delle implicazioni. Nel caso dell’Appennino, in ballo c’è il futuro che quelle comunità si immaginano per quelle montagne.

Re:Common, con il movimento No Tap, ha scritto una lettera aperta alle istituzioni europee, si può leggere e sottoscrivere a questo link

*intervista pubblicata su Alpinismo Molotov

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