Nel 2022, il vicecapo Adam Glueck, del dipartimento di polizia di Cape Girardeau, nel Missouri sud-orientale, acquistò guanti a scossa elettrica per i suoi agenti dopo averli scoperti in una fiera. E i suoi dipendenti, disse, non ne avevano mai abbastanza.
“Se in questo momento provassi a togliere i guanti a quegli agenti, credo che avremmo un ammutinamento tra le mani“, scherzò Glueck in un’intervista podcast un paio di anni dopo. “Ci si sono davvero affezionati“.
I guanti a scossa, spiegò poi, permettono a chi li indossa di infliggere dolore senza lasciare il tipo di segni che potrebbero sembrare sgradevoli ai testimoni o rendere un agente vulnerabile a cause legali.
“Nella società di oggi, sapete, tutti filmano tutto, tutti hanno un telefono cellulare“, disse Glueck. Se un agente prende a pugni qualcuno in video, può diventare virale in un istante; persino un taser standard lascia ferite da puntura. Ma “il guanto ha un impatto visivo ridotto e sembra migliore in video e agli occhi dei testimoni. Con un guanto, non ci sono segni di bruciatura o cicatrici“.
I guanti, prodotti da un’azienda chiamata Compliant Technologies, sono stati usati per anni da polizia, sceriffi, guardie carcerarie e persino agenti di sicurezza scolastica. Sono stati descritti da gruppi come Amnesty International come “facilmente utilizzabili in modo improprio per la tortura“. E questa settimana, l’ICE ha pubblicato un piano per ordinarne 20 milioni di dollari.
Il dispositivo si chiama GLOVE, acronimo di Generated Low Output Voltage Emitter (Emettitore a Bassa Tensione Generato). Sembra un normale guanto da lavoro nero imbottito, ma quando chi lo indossa preme un piccolo pulsante sul polso del guanto, produce una scossa elettrica dolorosa.
“Abbiamo un detto: sentire per credere“, ha dichiarato Jeff Niklaus, amministratore delegato di Compliant Technologies, in un video su YouTube del 2022. In clip promozionali, si vedono persone che perdono il controllo degli arti, cadono a terra e gridano dal dolore dopo un leggero tocco del GLOVE.
Nel 2022, l’azienda lo definiva un'”arma” nei post su Instagram. Da allora, però, ha ridimensionato il linguaggio definendolo “un dispositivo di distrazione conduttiva e de-escalation“, presentando la tecnologia sul suo sito web come “umana“.
Organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International hanno da tempo sollevato preoccupazioni sui dispositivi a scossa elettrica come il GLOVE, così come su altri prodotti venduti da Compliant Technologies, come cinture e giubbotti a scossa elettrica, che l’azienda raccomanda per il trasporto dei detenuti, l’uso in aula e l’uso su “individui aggressivi” durante procedure mediche come prelievi di sangue.
La tecnologia non è regolamentata “nonostante i chiari rischi per i diritti umani associati al suo utilizzo“, hanno scritto i ricercatori di Amnesty International in un rapporto del 2025 che dettaglia casi in cui dispositivi a scossa elettrica sono stati usati per la tortura. Il rapporto si conclude con la raccomandazione che i paesi “cessino l’uso, dismettano e distruggano eventuali scorte di tali proibite armi a scossa elettrica“.
Yumna Rizvi, analista politica senior del Center for Victims of Torture, ha definito i guanti “attrezzatura intrinsecamente abusiva che facilita la tortura“. Alcuni dipartimenti di polizia che usano i dispositivi emettono linee guida che ne sconsigliano l’uso contro donne incinte, anziani o persone in catene.
Un manuale utente del GLOVE del 2021 osserva che può causare “un aumento della pressione sanguigna” e “cambiamenti del ritmo cardiaco” e raccomanda agli utenti di evitare di dare scosse a “persone con condizioni di salute evidenti“.
Il manuale include anche un’immagine che recita “il male è impotente quando i buoni non hanno paura“, sovrapposta a una bandiera Blue Lives Matter.
“Come è possibile che l’ICE vada in giro con questi guanti?” si chiede Rizvi. “È intrinsecamente dannoso. Non ha alcuno scopo legittimo per le forze dell’ordine“.
“I nostri agenti sono altamente addestrati nelle tattiche di de-escalation e ricevono regolarmente formazione continua sull’uso della forza,” ha dichiarato un portavoce dell’ICE a Mother Jones; Compliant Technologies non ha risposto a una richiesta di commento.
I dispositivi “saranno assegnati agli ufficiali e agenti di Homeland Security Investigations (H.S.I.) e Enforcement Removal Operations (ERO)“, secondo un avviso pubblicato dal DHS il 10 agosto. Saranno consegnati entro la fine di marzo 2027.
Compliant Technologies è stata fondata nel 2018 da Jeff Niklaus, ex pilota di elicotteri Blackhawk dell’esercito in Afghanistan e Somalia, che crede che il presidente Donald Trump sia stato “unto” da Dio. È anche un teorico della cospirazione a tempo perso: in un’intervista podcast del 2025, ha incolpato il vaccino e l’inclusione di donne e persone LGBTQ nelle forze armate da parte dell’amministrazione Biden per il tragico incidente aereo tra un aereo di linea e un elicottero militare.
In un’intervista del mese scorso all’International Law Enforcement Educators & Trainers Association, Niklaus ha dichiarato di essersi ispirato a fondare la sua azienda dopo aver partecipato alla battaglia di Mogadiscio del 1993, su cui si basa il libro Black Hawk Down.
“Se guardate al perché… voglio dire, abbiamo perso 18 ragazzi in un solo giorno“, ha detto Niklaus. (In quel giorno furono uccise centinaia di somali, insieme a 18 americani). “Quindi, per me personalmente, se possiamo aiutare a salvare o fermare il ferimento di almeno 18 persone, allora sento di aver fatto qualcosa come azienda“, ha affermato.
Ma la sua tecnologia ha anche ferito delle persone. Una causa pendente per morte ingiusta sostiene che un uomo di 43 anni di nome Jonathan Mansfield sia morto perché gli agenti penitenziari lo hanno scosso 27 volte con i guanti e 13 volte con un taser. Due delle scosse con i guanti sono durate 45 e 99 secondi. Il limite raccomandato dal produttore è di 15 secondi.
Un uomo con problemi cardiaci ha fatto causa dopo essere stato scosso in una fiera a Las Vegas, come riportato dall’Associated Press. E nel 2023, un uomo detenuto nel carcere della contea di Bullitt, nel Kentucky, ha citato in giudizio un dipendente di quel carcere per averlo scosso ripetutamente con i guanti.
“I guanti sembrano esattamente come un taser“, ha detto Josh Elswick, che era in manette e catene quando è stato scosso. I rappresentanti del carcere della contea di Bullitt hanno dichiarato ai media locali che avrebbero smesso di usare i guanti a scossa elettrica poco dopo.
Ma le polizie locali in tutto il paese continuano ad acquistare con entusiasmo i guanti, in gran parte per poter danneggiare le persone ed evitare di essere citate in giudizio. “Ha avuto successo, dagli agenti di pattuglia alle guardie carcerarie“, ha detto lo sceriffo della contea di Lumpkin, Stacy Jarrard, in un video promozionale di Compliant Technologies.
“È stato un ottimo strumento per mitigare la responsabilità legale“, secondo Justin Hall, guardia carceraria della contea di Nelson. Anche Bob Couey dello sceriffo della contea di Floyd ha elogiato il GLOVE: “Raccomando vivamente questi guanti a chiunque cerchi uno strumento utile che non porti a cause legali“.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Taser. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Taser. Mostra tutti i post
17/08/2026
L’azienda orwelliana dietro i nuovi guanti a scossa elettrica dell’ICE
20/08/2025
Taser, uno strumento di tortura che spesso uccide
Tra sabato 16 e domenica 17 agosto è morto Gianpaolo Demartis. Era in stato confusionale e stava aggredendo dei passanti. C’è stato l’intervento delle forze dell’ordine, l’uso del taser. Poco dopo, Gianpaolo è deceduto.
Domenica 17 agosto era sera quando alcuni vicini di Elton Bani hanno chiamato i carabinieri perché sentivano rumori. I carabinieri sono intervenuti, hanno trovato Elton in stato di agitazione. Anche qui l’uso del taser: una prima volta, una seconda (pare a vuoto); poi, passato di mano, una terza. Poco dopo, in ambulanza, Elton Bani è deceduto. Come Gianpaolo. Le indagini accerteranno le cause delle due morti.
Certo, però, che due morti in due giorni a seguito dell’utilizzo del taser dovrebbero riaprire un dibattito pubblico che, invece, non esiste se non in microcircuiti. “Il Manifesto” del 19 agosto titola “Due vittime del taser in 48 ore ma la destra ne vuole ancora di più”.
Nel clima punitivista in cui viviamo non sorprende. Sebbene il taser nel 2007 sia stato dichiarato strumento di tortura da parte dell’ONU, in violazione della convenzione delle Nazioni Unite del 1984. Sebbene l’ONU ne parli come di strumento potenzialmente mortale.
Se la destra spinge sull’equazione forze dell’ordine più armate uguale più sicurezza, la parte politica opposta che fa? Segue a ruota. Copia.
Prendiamo il Comune di Napoli, elogiato come modello di quello che può essere un centrosinistra vincente, capace di sconfiggere le destre tanto in Regione Campania quanto a livello nazionale.
Con la deliberazione 561 del 4 dicembre 2024 la giunta “progressista” approvava il regolamento che introduceva la sperimentazione del taser per sei mesi.
Il 20 gennaio 2025, il sindaco Gaetano Manfredi dalle colonne del principale quotidiano cittadino, il caltagironiano Mattino, affermava “Sì agli agenti con il taser”. Dieci giorni prima, il 10 gennaio, era stato preceduto dall’Assessore alla Polizia Locale, l’ex questore Antonio De Iesu che, secondo quanto riportato dal Corriere del Mezzogiorno, ha sostenuto che il taser rappresenta uno strumento importante per garantire la sicurezza dei cittadini e degli agenti. In fondo era stato lui a proporre il taser alla giunta “progressista”...
Il dibattito che si tenne in Commissione polizia municipale e legalità è un affresco per osservare cosa sia il potere politico bifronte che abbiamo davanti.
Tra i più entusiasti sostenitori dell’introduzione del taser ci fu infatti Catello Maresca, ex magistrato ed ex candidato sindaco delle destre proprio contro Manfredi: “un passo fondamentale per la sicurezza in città”. Solo un po’ meno raggiante Maria Grazia Vitelli del PD che, parlando di uno “strumento potenzialmente mortale” (ONU dixit) – il taser – lo celebrò come una soluzione alle difficoltà quotidiane degli agenti.
La spesa prevista per la sperimentazione è pari a poco meno di ventimila euro (18.495€). Nel caso dovesse essere considerata positiva si parla del possibile acquisto di 43 taser per la modica cifra di centomila euro. Non proprio bruscolini.
Dietro la sperimentazione del taser in uno dei principali Comuni amministrati dal campo largo – anzi: larghissimo visto che tiene dentro anche pezzi che furono di Forza Italia – c’è una cultura politica che impedisce di parlare come di eccezione. Tra il centrosinistra manfrediano e le destre c’è, al contrario, una corrispondenza di amorosi sensi.
Sempre nel capoluogo partenopeo, infatti, è da dicembre 2024 che è stata avviata la sperimentazione delle “zone rosse”, volute dal Governo di ultradestra (ma inventate dall’ex Ministro Minniti, PD) e fortemente richieste da molti sindaci di centrosinistra, tra cui l’ineffabile Manfredi.
Ci è voluto il TAR, attivato da un ricorso di cittadini e consiglieri di municipalità (tra loro quelli eletti con Potere al Popolo!), ad annullare l’ordinanza che le istituiva: secondo il Tribunale mancavano i requisiti di emergenza richiesti e si limitava indebitamente la libertà di movimento dei cittadini.
Il TAR, dunque, ha fatto crollare uno dei presupposti di qualunque politica securitaria e autoritaria: l’esistenza di una presunta emergenza che, invece, semplicemente non c’è.
Non è solo la destra a volere più taser, cioè più repressione. Meloni, Salvini e soci hanno vinto da tempo la battaglia delle idee, anche grazie al potere mediatico che ha imposto la questione in cima all’agenda.
Su troppi territori il centrosinistra è solo la brutta copia delle destre al governo a Roma, altro che alternativa.
Fonte
Domenica 17 agosto era sera quando alcuni vicini di Elton Bani hanno chiamato i carabinieri perché sentivano rumori. I carabinieri sono intervenuti, hanno trovato Elton in stato di agitazione. Anche qui l’uso del taser: una prima volta, una seconda (pare a vuoto); poi, passato di mano, una terza. Poco dopo, in ambulanza, Elton Bani è deceduto. Come Gianpaolo. Le indagini accerteranno le cause delle due morti.
Certo, però, che due morti in due giorni a seguito dell’utilizzo del taser dovrebbero riaprire un dibattito pubblico che, invece, non esiste se non in microcircuiti. “Il Manifesto” del 19 agosto titola “Due vittime del taser in 48 ore ma la destra ne vuole ancora di più”.
Nel clima punitivista in cui viviamo non sorprende. Sebbene il taser nel 2007 sia stato dichiarato strumento di tortura da parte dell’ONU, in violazione della convenzione delle Nazioni Unite del 1984. Sebbene l’ONU ne parli come di strumento potenzialmente mortale.
Se la destra spinge sull’equazione forze dell’ordine più armate uguale più sicurezza, la parte politica opposta che fa? Segue a ruota. Copia.
Prendiamo il Comune di Napoli, elogiato come modello di quello che può essere un centrosinistra vincente, capace di sconfiggere le destre tanto in Regione Campania quanto a livello nazionale.
Con la deliberazione 561 del 4 dicembre 2024 la giunta “progressista” approvava il regolamento che introduceva la sperimentazione del taser per sei mesi.
Il 20 gennaio 2025, il sindaco Gaetano Manfredi dalle colonne del principale quotidiano cittadino, il caltagironiano Mattino, affermava “Sì agli agenti con il taser”. Dieci giorni prima, il 10 gennaio, era stato preceduto dall’Assessore alla Polizia Locale, l’ex questore Antonio De Iesu che, secondo quanto riportato dal Corriere del Mezzogiorno, ha sostenuto che il taser rappresenta uno strumento importante per garantire la sicurezza dei cittadini e degli agenti. In fondo era stato lui a proporre il taser alla giunta “progressista”...
Il dibattito che si tenne in Commissione polizia municipale e legalità è un affresco per osservare cosa sia il potere politico bifronte che abbiamo davanti.
Tra i più entusiasti sostenitori dell’introduzione del taser ci fu infatti Catello Maresca, ex magistrato ed ex candidato sindaco delle destre proprio contro Manfredi: “un passo fondamentale per la sicurezza in città”. Solo un po’ meno raggiante Maria Grazia Vitelli del PD che, parlando di uno “strumento potenzialmente mortale” (ONU dixit) – il taser – lo celebrò come una soluzione alle difficoltà quotidiane degli agenti.
La spesa prevista per la sperimentazione è pari a poco meno di ventimila euro (18.495€). Nel caso dovesse essere considerata positiva si parla del possibile acquisto di 43 taser per la modica cifra di centomila euro. Non proprio bruscolini.
Dietro la sperimentazione del taser in uno dei principali Comuni amministrati dal campo largo – anzi: larghissimo visto che tiene dentro anche pezzi che furono di Forza Italia – c’è una cultura politica che impedisce di parlare come di eccezione. Tra il centrosinistra manfrediano e le destre c’è, al contrario, una corrispondenza di amorosi sensi.
Sempre nel capoluogo partenopeo, infatti, è da dicembre 2024 che è stata avviata la sperimentazione delle “zone rosse”, volute dal Governo di ultradestra (ma inventate dall’ex Ministro Minniti, PD) e fortemente richieste da molti sindaci di centrosinistra, tra cui l’ineffabile Manfredi.
Ci è voluto il TAR, attivato da un ricorso di cittadini e consiglieri di municipalità (tra loro quelli eletti con Potere al Popolo!), ad annullare l’ordinanza che le istituiva: secondo il Tribunale mancavano i requisiti di emergenza richiesti e si limitava indebitamente la libertà di movimento dei cittadini.
Il TAR, dunque, ha fatto crollare uno dei presupposti di qualunque politica securitaria e autoritaria: l’esistenza di una presunta emergenza che, invece, semplicemente non c’è.
Non è solo la destra a volere più taser, cioè più repressione. Meloni, Salvini e soci hanno vinto da tempo la battaglia delle idee, anche grazie al potere mediatico che ha imposto la questione in cima all’agenda.
Su troppi territori il centrosinistra è solo la brutta copia delle destre al governo a Roma, altro che alternativa.
Fonte
19/08/2025
Italia - Due morti in due giorni. Il taser può essere letale
Dopo il caso di Olbia, dove un uomo di 57 anni ha avuto un arresto cardiaco ed è morto dopo che i Carabinieri gli hanno sparato con la pistola taser, un’altra persona è morta dopo essere stata colpita: si tratta di un uomo di 47 anni di origini albanesi che è deceduto a Sant’Olcese, sulle alture di Genova, nella serata di domenica. I colpi, secondo gli inquirenti, potrebbero aver provocato nell’uomo un arresto cardiaco. La pm Paola Calleri nelle prossime ore aprirà un fascicolo per omicidio colposo e disporrà l’autopsia.
Sul caso di Olbia la procura di Tempio Pausania ha aperto un fascicolo per omicidio colposo e ha disposto l’autopsia che sarà fissata nei prossimi giorni. Le indagini sono state affidate alla polizia. Il fratello dell’uomo rimasto ucciso, Giampaolo Demartis, chiede “tutta la verità su cosa è accaduto” e se era necessario sparare col taser.
Ma i due casi di morte causati dall’uso del taser di questi giorni non sono gli unici. L’ultimo risale al giugno scorso a Pescara. In quel caso, la magistratura ha decretato che Riccardo Zappone, 30 anni, era morto per l’emorragia causata da una rissa precedente all’intervento della polizia. Altri due casi si sono verificati nel 2024 e nel 2023 a Bolzano e a Chieti. Ma anche per questi episodi i magistrati non hanno individuato un collegamento diretto per la morte delle persone all’uso del taser da parte degli uomini in divisa.
Fonte
Sul caso di Olbia la procura di Tempio Pausania ha aperto un fascicolo per omicidio colposo e ha disposto l’autopsia che sarà fissata nei prossimi giorni. Le indagini sono state affidate alla polizia. Il fratello dell’uomo rimasto ucciso, Giampaolo Demartis, chiede “tutta la verità su cosa è accaduto” e se era necessario sparare col taser.
Ma i due casi di morte causati dall’uso del taser di questi giorni non sono gli unici. L’ultimo risale al giugno scorso a Pescara. In quel caso, la magistratura ha decretato che Riccardo Zappone, 30 anni, era morto per l’emorragia causata da una rissa precedente all’intervento della polizia. Altri due casi si sono verificati nel 2024 e nel 2023 a Bolzano e a Chieti. Ma anche per questi episodi i magistrati non hanno individuato un collegamento diretto per la morte delle persone all’uso del taser da parte degli uomini in divisa.
Fonte
15/08/2023
La pena di morte diffusa e l’ideologia della paura
È arrivata, per molti aspetti inattesa, sulle prime pagine dei giornali la notizia della morte di Simone De Gregorio, 35 anni, avvenuta a San Giovanni Teatino (Chieti) a causa dei colpi di pistola/taser effettuati dai carabinieri della locale compagnia.
Ovviamente – è un atto formalmente dovuto – la Procura della Repubblica ha avviato una inchiesta per “omicidio colposo”.
Simone De Gregorio era un giovane con evidenti ed accertati problemi psicofisici. L’altro giorno nel corso di una crisi nervosa si è denudato in pubblico e questa sua “colpa” ha provocato l’intervento dei carabinieri i quali hanno esploso, immediatamente, due colpi di “pistola/taser” che hanno bloccato Simone.
Subito dopo – come se non bastasse – alcuni infermieri del 118 hanno iniettato, arbitrariamente, un narcotico a Simone e, di li a poco, è sopraggiunto il decesso.
La morte di Simone De Gregorio non è un errore e né – tantomeno – una fatalità ma è il prodotto ovvio e consequenziale ad un crescente uso, da parte dei reparti delle varie forze dell’ordine, di uno strumento letale – la pistola/taser – che solo una falsa – quanto interessata – campagna di gestione mediatica vuole accreditare come un mezzo innovativo che eviterebbe l’uso delle armi da fuoco.
La pistola/taser – come dimostrano le statistiche realizzate nei paesi anglosassoni dove questo strumento di coercizione e di offesa è ampiamente utilizzato – hanno un tasso elevato di letalità mortale in quanto gli effetti delle potenti e immobilizzanti scariche elettriche intervengono e si sommano su soggetti fisici i quali sono già segnati da altre patologie fisiche e mentali, le quali (mixate con le conseguenze dei colpi della pistola/taser) provocano o la morte o gravi e permanenti invalidazioni.
Già solo questa condizione oggettiva dovrebbe essere da monito alla diffusione di questo strumento mortale ma – come registrano le cronache degli ultimi anni – stiamo invece assistendo ad una parossistica corsa, particolarmente da parte delle varie polizie municipali, all’acquisto e all’uso dispiegato di questa strumentazione.
Infatti l’introduzione della “pistola/taser” è comunemente giustificata e presentata come l’utensile necessario per le campagne a “difesa del decoro urbano” che, periodicamente, i veri “professionisti della paura” (le amministrazioni comunali che si fanno promotrici di crociate securitarie, i sociologi d’accatto che filosofeggiano sui comportamenti ritenti sconvenienti e non a norma con la morale corrente, le varie forze dell’ordine chiamate alla repressione delle cosiddette ‘vite di scarto’) innestano nel corpo sociale del paese, nell’immaginario collettivo e nei codici prevalenti della comunicazione vigente.
Non c’è città o territorio (in Italia e non solo!) dove – a detta di questi mistificatori – esiste un “problema di sicurezza e di richiesta d’ordine” che spingerebbe per una ulteriore blindatura della vita, dei suoi tempi e del complesso delle relazioni sociali.
Non esageriamo se affermiamo che tale “diffusa percezione di paura e di insicurezza” è una condizione – sia nella forma individuale e sia in quella collettiva – indotta artatamente dai media, da articolate e subdole campagne di frantumazione sociale, di feroce desolidarizzazione nel rapporto tra le persone e di implementazione di sentimenti e pratiche individualiste, razziste e schifosamente particolaristiche.
E che questa complessa operazione (di segno reazionario e distopico) sia, autoritariamente, “calata dall’alto” è palesemente dimostrata dalle stesse statistiche ufficiali le quali, nella maggioranza degli indicatori assunti come metro di valutazione, segnalano – inequivocabilmente – la diminuzione del numero dei reati anche in porzioni del paese ritenute ad “alto tasso criminale”.
Si conferma – dunque – anche in vicende umanamente tristi, come l’omicidio di Simone De Gregorio, una tendenza ad un uso più accentuato della violenza e dei diversi strumenti di morte da parte delle forze di polizia.
Una linea di condotta che avvertiamo nelle aree metropolitane, nelle periferie degradate, nelle carceri e nei luoghi che non dovrebbero essere sottratti alla “legalità” come le caserme (ricordiamo la “Caserma Levante di Piacenza”?)
Una linea di condotta che occorre costantemente denunciare pubblicamente e contro cui cominciare a mobilitarsi sul piano politico, sociale e legale per impedire che gli abusi, le vessazioni e i comportamenti illegali e discriminati diventino una “normale consuetudine in uso” a cui dovremmo, anche inconsapevolmente, abituarci e, magari, subire passivamente.
Da questo punto di vista ciò che accade in Francia – pur in presenza di un alto tasso di conflitto sociale – dimostra come gli apparati repressivi dello Stato se lasciati “al loro spirito animale” sono in grado di dare luogo ad una serie inenarrabile di soprusi e di violazione degli stessi ordinamenti vigenti senza farsi scrupolo dei codici e delle varie “garanzie costituzionali”.
Ma la morte di Simone De Gregorio, di Stefano Cucchi, di Federico Aldovrandi, di Francesco Mastrogiovanni – per citare i nomi più noti nel mare magnum dei tanti giovani, dei detenuti, degli immigrati e di quanti hanno conosciuto le tante forme della violenza di Stato – ci sprona a mantenere viva l’attenzione e il costante invito a non sottacere, in alcun modo, ad una società militarizzata ed oscura.
Fonte
Ovviamente – è un atto formalmente dovuto – la Procura della Repubblica ha avviato una inchiesta per “omicidio colposo”.
Simone De Gregorio era un giovane con evidenti ed accertati problemi psicofisici. L’altro giorno nel corso di una crisi nervosa si è denudato in pubblico e questa sua “colpa” ha provocato l’intervento dei carabinieri i quali hanno esploso, immediatamente, due colpi di “pistola/taser” che hanno bloccato Simone.
Subito dopo – come se non bastasse – alcuni infermieri del 118 hanno iniettato, arbitrariamente, un narcotico a Simone e, di li a poco, è sopraggiunto il decesso.
La morte di Simone De Gregorio non è un errore e né – tantomeno – una fatalità ma è il prodotto ovvio e consequenziale ad un crescente uso, da parte dei reparti delle varie forze dell’ordine, di uno strumento letale – la pistola/taser – che solo una falsa – quanto interessata – campagna di gestione mediatica vuole accreditare come un mezzo innovativo che eviterebbe l’uso delle armi da fuoco.
La pistola/taser – come dimostrano le statistiche realizzate nei paesi anglosassoni dove questo strumento di coercizione e di offesa è ampiamente utilizzato – hanno un tasso elevato di letalità mortale in quanto gli effetti delle potenti e immobilizzanti scariche elettriche intervengono e si sommano su soggetti fisici i quali sono già segnati da altre patologie fisiche e mentali, le quali (mixate con le conseguenze dei colpi della pistola/taser) provocano o la morte o gravi e permanenti invalidazioni.
Già solo questa condizione oggettiva dovrebbe essere da monito alla diffusione di questo strumento mortale ma – come registrano le cronache degli ultimi anni – stiamo invece assistendo ad una parossistica corsa, particolarmente da parte delle varie polizie municipali, all’acquisto e all’uso dispiegato di questa strumentazione.
Infatti l’introduzione della “pistola/taser” è comunemente giustificata e presentata come l’utensile necessario per le campagne a “difesa del decoro urbano” che, periodicamente, i veri “professionisti della paura” (le amministrazioni comunali che si fanno promotrici di crociate securitarie, i sociologi d’accatto che filosofeggiano sui comportamenti ritenti sconvenienti e non a norma con la morale corrente, le varie forze dell’ordine chiamate alla repressione delle cosiddette ‘vite di scarto’) innestano nel corpo sociale del paese, nell’immaginario collettivo e nei codici prevalenti della comunicazione vigente.
Non c’è città o territorio (in Italia e non solo!) dove – a detta di questi mistificatori – esiste un “problema di sicurezza e di richiesta d’ordine” che spingerebbe per una ulteriore blindatura della vita, dei suoi tempi e del complesso delle relazioni sociali.
Non esageriamo se affermiamo che tale “diffusa percezione di paura e di insicurezza” è una condizione – sia nella forma individuale e sia in quella collettiva – indotta artatamente dai media, da articolate e subdole campagne di frantumazione sociale, di feroce desolidarizzazione nel rapporto tra le persone e di implementazione di sentimenti e pratiche individualiste, razziste e schifosamente particolaristiche.
E che questa complessa operazione (di segno reazionario e distopico) sia, autoritariamente, “calata dall’alto” è palesemente dimostrata dalle stesse statistiche ufficiali le quali, nella maggioranza degli indicatori assunti come metro di valutazione, segnalano – inequivocabilmente – la diminuzione del numero dei reati anche in porzioni del paese ritenute ad “alto tasso criminale”.
Si conferma – dunque – anche in vicende umanamente tristi, come l’omicidio di Simone De Gregorio, una tendenza ad un uso più accentuato della violenza e dei diversi strumenti di morte da parte delle forze di polizia.
Una linea di condotta che avvertiamo nelle aree metropolitane, nelle periferie degradate, nelle carceri e nei luoghi che non dovrebbero essere sottratti alla “legalità” come le caserme (ricordiamo la “Caserma Levante di Piacenza”?)
Una linea di condotta che occorre costantemente denunciare pubblicamente e contro cui cominciare a mobilitarsi sul piano politico, sociale e legale per impedire che gli abusi, le vessazioni e i comportamenti illegali e discriminati diventino una “normale consuetudine in uso” a cui dovremmo, anche inconsapevolmente, abituarci e, magari, subire passivamente.
Da questo punto di vista ciò che accade in Francia – pur in presenza di un alto tasso di conflitto sociale – dimostra come gli apparati repressivi dello Stato se lasciati “al loro spirito animale” sono in grado di dare luogo ad una serie inenarrabile di soprusi e di violazione degli stessi ordinamenti vigenti senza farsi scrupolo dei codici e delle varie “garanzie costituzionali”.
Ma la morte di Simone De Gregorio, di Stefano Cucchi, di Federico Aldovrandi, di Francesco Mastrogiovanni – per citare i nomi più noti nel mare magnum dei tanti giovani, dei detenuti, degli immigrati e di quanti hanno conosciuto le tante forme della violenza di Stato – ci sprona a mantenere viva l’attenzione e il costante invito a non sottacere, in alcun modo, ad una società militarizzata ed oscura.
Fonte
01/06/2023
Ampliamento dell’uso dei taser, la retorica securitaria dilaga ancora
Nella mattina di ieri, discutendo il Dl Pubblica Amministrazione, la Camera ha decretato l’ampliamento dell’uso del taser da parte della polizia locale. Le Commissioni Affari costituzionali e Lavoro della Camera hanno infatti approvato un identico emendamento di Lega e Fratelli d’Italia sul tema.
Già ai tempi dei decreti sicurezza, l’adozione del taser era stato un cavallo di battaglia di Matteo Salvini. Era stata poi la grande ammucchiata del «governo dei migliori», con la ministra dell’Interno Lamorgese, a prevederlo ufficialmente nella normativa italiana.
Da un anno a questa parte e fino a oggi, però, tale strumento poteva essere fornito in dotazione solo alle forze dell’ordine dei capoluoghi di provincia e delle amministrazioni locali con una popolazione superiore ai 100 mila abitanti. Ora invece tale limite è stato ridotto ai comuni dai 20 mila abitanti in su.
“Ancora una volta il nostro impegno porta a risultati tangibili per tutelare i cittadini e garantire sicurezza nelle nostre città” afferma una nota di vari deputati leghisti. Che cosa ci sia di tangibile rispetto alla profondità della crisi sociale ed economica del paese non è dato saperlo.
Quello che sappiamo per certo è che l’ulteriore estensione nella dotazione di queste pistole a impulsi elettrici risponde a due tendenze collegate. Da una parte c’è il veicolarsi di un messaggio di insicurezza collettiva per instillare paura, dall’altra c’è l’uso di questa paura per legittimare l’ampliato ricorso alla repressione poliziesca per far fronte all’instabilità sociale.
Se si cerca velocemente su internet notizie intorno al taser, si vede che la sua sperimentazione negli ultimi mesi si è diffusa, con un’approvazione bipartisan. Come a Piacenza, dove è stato introdotto dalla Lega, ma dove anche un esponente del PD ne ha riconosciuto il “forte potere dissuasivo”.
L’emendamento arriva in contemporanea ad un’altra notizia rilanciata a Vicenza, dove un uomo in escandescenza si è fermato alla vista della pistola elettrica. Ma sicuramente ciò che più ha aiutato questa narrazione securitaria sono stati gli eventi di qualche giorno fa a Milano.
Il pestaggio perpetrato dalla polizia locale meneghina e le inevitabili accuse sono stati colti al volo dal capogruppo leghista della Città metropolitana, Samuele Piscina. Egli ha usato questo caso di violenza poliziesca per chiedere altri taser e preparare ulteriormente il terreno a tale emendamento, e Sala sembra pronto a parlarne: due facce della stessa medaglia.
Questa è la soluzione di una classe dominante in piena crisi di legittimazione politica, in una fase in cui le contraddizioni dell’organizzazione capitalistica si incancreniscono. Crediamo invece che quel di cui abbiamo bisogno è un cambio radicale delle politiche economiche e sociali, perché rispondano ai bisogni dei settori popolari.
Fonte
Già ai tempi dei decreti sicurezza, l’adozione del taser era stato un cavallo di battaglia di Matteo Salvini. Era stata poi la grande ammucchiata del «governo dei migliori», con la ministra dell’Interno Lamorgese, a prevederlo ufficialmente nella normativa italiana.
Da un anno a questa parte e fino a oggi, però, tale strumento poteva essere fornito in dotazione solo alle forze dell’ordine dei capoluoghi di provincia e delle amministrazioni locali con una popolazione superiore ai 100 mila abitanti. Ora invece tale limite è stato ridotto ai comuni dai 20 mila abitanti in su.
“Ancora una volta il nostro impegno porta a risultati tangibili per tutelare i cittadini e garantire sicurezza nelle nostre città” afferma una nota di vari deputati leghisti. Che cosa ci sia di tangibile rispetto alla profondità della crisi sociale ed economica del paese non è dato saperlo.
Quello che sappiamo per certo è che l’ulteriore estensione nella dotazione di queste pistole a impulsi elettrici risponde a due tendenze collegate. Da una parte c’è il veicolarsi di un messaggio di insicurezza collettiva per instillare paura, dall’altra c’è l’uso di questa paura per legittimare l’ampliato ricorso alla repressione poliziesca per far fronte all’instabilità sociale.
Se si cerca velocemente su internet notizie intorno al taser, si vede che la sua sperimentazione negli ultimi mesi si è diffusa, con un’approvazione bipartisan. Come a Piacenza, dove è stato introdotto dalla Lega, ma dove anche un esponente del PD ne ha riconosciuto il “forte potere dissuasivo”.
L’emendamento arriva in contemporanea ad un’altra notizia rilanciata a Vicenza, dove un uomo in escandescenza si è fermato alla vista della pistola elettrica. Ma sicuramente ciò che più ha aiutato questa narrazione securitaria sono stati gli eventi di qualche giorno fa a Milano.
Il pestaggio perpetrato dalla polizia locale meneghina e le inevitabili accuse sono stati colti al volo dal capogruppo leghista della Città metropolitana, Samuele Piscina. Egli ha usato questo caso di violenza poliziesca per chiedere altri taser e preparare ulteriormente il terreno a tale emendamento, e Sala sembra pronto a parlarne: due facce della stessa medaglia.
Questa è la soluzione di una classe dominante in piena crisi di legittimazione politica, in una fase in cui le contraddizioni dell’organizzazione capitalistica si incancreniscono. Crediamo invece che quel di cui abbiamo bisogno è un cambio radicale delle politiche economiche e sociali, perché rispondano ai bisogni dei settori popolari.
Fonte
02/02/2023
Vasto come Memphis? Poliziotto con il taser contro un commerciante
Le immagini sembrano mutuate da quelle, più drammatiche, che spesso arrivano dagli Stati Uniti, ma il grave fatto è avvenuto a Vasto, una cittadina sul mare in provincia di Chieti dove un agente di polizia ha utilizzato il taser contro un commerciante durante un fermo nato da un banalissimo diverbio. L’utilizzo del taser – ripreso in video – è avvenuto in assenza di qualsivoglia “pericolo”, come invece è specificamente indicato nelle regole di utilizzo.
L’abuso di polizia è stato però ripreso da un testimone presente davanti alla pescheria di via Crispi con un telefonino. Guarda il video.
Le immagini mostrano una discussione animata tra un commerciante – Giovanni De Rosa – e un poliziotto che poco prima aveva fermato diversi clienti della pescheria: l’agente avrebbe chiesto all’interlocutore di mostrare i documenti e l’altro gli avrebbe risposto di non averli con sé e di dover tornare a lavorare.
Il poliziotto a quel punto ha intimato al commerciante di seguirlo in commissariato: “Sto lavorando”, è stata la risposta ottenuta. Ne nasce così discussione, ma del tutto pacifica, anche se spesso si sentono pronunciare minacce di arresto.
Ad un certo punto uno dei due poliziotti ha estratto il taser, la pistola elettrica in dotazione alle forze dell’ordine emettendo una scarica (al secondo 37 del video) e minacciando di rivolgere l’arma nei confronti del commerciante e di sua moglie, nel frattempo accorsa in suo aiuto.
“Ti devi mettere giù, ti sparo col taser”, dice l’agente. “Lasciatelo”, urla la donna, prima di cadere a terra. Qualcuno da dentro grida: “Si è appena operato”, mentre la donna dice al poliziotto: “Sei un animale”.
Dopo aver riposto il taser nella custodia l’agente, supportato da un collega, è passato alla “modalità amerikana” scaraventando per terra il commerciante e ammanettandolo. Il commerciante, reduce da un’operazione all’inguine molto recente, ha cercato di spiegare che non poteva mettersi in determinate posizioni.
Paradossalmente uno dei presenti ha chiesto l’intervento dei carabinieri, avvertendo che si stava operando un chiaro abuso. Fin qui quello che è stato possibile documentare attraverso il video.
Ma il calvario del pescivendolo Giovanni De Rosa non è finito qui. Infatti una volta condotto nel commissariato di polizia di Vasto, gli abusi sono proseguiti, nonostante i postumi della recente operazione all’inguine.
Secondo quanto ha dichiarato il commerciante a Fanpage “Mi hanno portato in una stanza. Eravamo io e i due agenti di polizia che mi avevano fermato: mi hanno fatto denudare, poi mi hanno fatto chinare e perquisito anche nelle parti intime. Non ho potuto oppormi. Fortunatamente poco dopo sono arrivati i miei avvocati e hanno calmato gli animi dei poliziotti”.
La versione dei poliziotti è stata affidata al loro legale, l’avvocato Fiorenzo Cieri, il quale secondo quanto riferito dal sito locale ChiaroQuotidiano.it, afferma che “nel video si vede solo ciò che è accaduto dopo, ma si tratta della conseguenza di ciò che era avvenuto in precedenza. Non è stato sparato alcun dardo con il taser, che ha emesso solo un segnale sonoro usato come deterrente. I miei assistiti – aggiunge – quereleranno, persona per persona, tutti coloro che si sono resi autori di commenti offensivi. Mi meraviglio della facilità con cui non si ha rispetto per la divisa”.
Viene da dire che, come in ogni aspetto della vita sociale, il rispetto va meritato.
L’Osservatorio Repressione segnala quanto riporta la pagina web locale Primonumero, la quale rammenta che l’agente di polizia protagonista dell’accaduto a Vasto, non è nuovo a episodi che hanno fatto discutere.
La sera del 7 febbraio 2019 infatti, mentre insieme a un collega dava la caccia a una banda di rapinatori che aveva appena ripulito una gioielleria, l’agente sparò diversi colpi di pistola contro un’auto scambiata per quella dei rapinatori. Uno dei proiettili si fermò a pochi centimetri dal finestrino del lato passeggero e solo per miracolo nessuno restò ferito.
In sede civile le due vittime, due residenti del luogo, sono state risarcite, non si ha notizia invece della conclusione del processo penale.
Le forze dell’ordine, secondo i recenti provvedimenti adottati, adesso possono avvalersi del Taser – una pistola elettrica che rilascia scariche immobilizzanti – ma il suo uso è previsto entro determinati limiti di proporzione rispetto al pericolo in corso e decisamente non è il caso di quanto abbiamo visto a Vasto.
Fonte
L’abuso di polizia è stato però ripreso da un testimone presente davanti alla pescheria di via Crispi con un telefonino. Guarda il video.
Le immagini mostrano una discussione animata tra un commerciante – Giovanni De Rosa – e un poliziotto che poco prima aveva fermato diversi clienti della pescheria: l’agente avrebbe chiesto all’interlocutore di mostrare i documenti e l’altro gli avrebbe risposto di non averli con sé e di dover tornare a lavorare.
Il poliziotto a quel punto ha intimato al commerciante di seguirlo in commissariato: “Sto lavorando”, è stata la risposta ottenuta. Ne nasce così discussione, ma del tutto pacifica, anche se spesso si sentono pronunciare minacce di arresto.
Ad un certo punto uno dei due poliziotti ha estratto il taser, la pistola elettrica in dotazione alle forze dell’ordine emettendo una scarica (al secondo 37 del video) e minacciando di rivolgere l’arma nei confronti del commerciante e di sua moglie, nel frattempo accorsa in suo aiuto.
“Ti devi mettere giù, ti sparo col taser”, dice l’agente. “Lasciatelo”, urla la donna, prima di cadere a terra. Qualcuno da dentro grida: “Si è appena operato”, mentre la donna dice al poliziotto: “Sei un animale”.
Dopo aver riposto il taser nella custodia l’agente, supportato da un collega, è passato alla “modalità amerikana” scaraventando per terra il commerciante e ammanettandolo. Il commerciante, reduce da un’operazione all’inguine molto recente, ha cercato di spiegare che non poteva mettersi in determinate posizioni.
Paradossalmente uno dei presenti ha chiesto l’intervento dei carabinieri, avvertendo che si stava operando un chiaro abuso. Fin qui quello che è stato possibile documentare attraverso il video.
Ma il calvario del pescivendolo Giovanni De Rosa non è finito qui. Infatti una volta condotto nel commissariato di polizia di Vasto, gli abusi sono proseguiti, nonostante i postumi della recente operazione all’inguine.
Secondo quanto ha dichiarato il commerciante a Fanpage “Mi hanno portato in una stanza. Eravamo io e i due agenti di polizia che mi avevano fermato: mi hanno fatto denudare, poi mi hanno fatto chinare e perquisito anche nelle parti intime. Non ho potuto oppormi. Fortunatamente poco dopo sono arrivati i miei avvocati e hanno calmato gli animi dei poliziotti”.
La versione dei poliziotti è stata affidata al loro legale, l’avvocato Fiorenzo Cieri, il quale secondo quanto riferito dal sito locale ChiaroQuotidiano.it, afferma che “nel video si vede solo ciò che è accaduto dopo, ma si tratta della conseguenza di ciò che era avvenuto in precedenza. Non è stato sparato alcun dardo con il taser, che ha emesso solo un segnale sonoro usato come deterrente. I miei assistiti – aggiunge – quereleranno, persona per persona, tutti coloro che si sono resi autori di commenti offensivi. Mi meraviglio della facilità con cui non si ha rispetto per la divisa”.
Viene da dire che, come in ogni aspetto della vita sociale, il rispetto va meritato.
L’Osservatorio Repressione segnala quanto riporta la pagina web locale Primonumero, la quale rammenta che l’agente di polizia protagonista dell’accaduto a Vasto, non è nuovo a episodi che hanno fatto discutere.
La sera del 7 febbraio 2019 infatti, mentre insieme a un collega dava la caccia a una banda di rapinatori che aveva appena ripulito una gioielleria, l’agente sparò diversi colpi di pistola contro un’auto scambiata per quella dei rapinatori. Uno dei proiettili si fermò a pochi centimetri dal finestrino del lato passeggero e solo per miracolo nessuno restò ferito.
In sede civile le due vittime, due residenti del luogo, sono state risarcite, non si ha notizia invece della conclusione del processo penale.
Le forze dell’ordine, secondo i recenti provvedimenti adottati, adesso possono avvalersi del Taser – una pistola elettrica che rilascia scariche immobilizzanti – ma il suo uso è previsto entro determinati limiti di proporzione rispetto al pericolo in corso e decisamente non è il caso di quanto abbiamo visto a Vasto.
Fonte
14/01/2023
USA - Assassini in divisa - Terzo afroamericano ucciso a Los Angeles
Un filmato scioccante mostra Keenan Anderson, un insegnante di liceo il cui cugino è co-fondatore di Black Lives Matter Patrisse Cullors, implorare per la sua vita mentre i poliziotti lo immobilizzano e si accaniscono con un taser.
I filmati della polizia mostrano i poliziotti che mettono Anderson in manette. Un comunicato stampa della polizia di Los Angeles afferma che è stato poi preso in custodia e trasferito in ambulanza in un ospedale di Santa Monica, dove è stato dichiarato morto per arresto cardiaco circa quattro ore dopo l’uso della forza.
Anderson era un insegnante di inglese in una scuola pubblica a maggioranza nera a Washington, ed era a Los Angeles in visita a parenti e amici, ha riferito il Washington Post, citando Cullors.
Anderson è il terzo afroamericano a morire dopo un violento intervento della polizia di Los Angeles nell’arco di una settimana. Lo stesso capo del dipartimento di polizia, insolitamente, ha affermato che almeno una delle vittime avrebbe potuto essere evitata.
Le riprese della telecamera del corpo mostrano Anderson, 31 anni, che urla ripetutamente: “Stanno cercando di farmi George Floyd!” mentre i poliziotti lo immobilizzano in mezzo alla strada il 3 gennaio scorso. Un agente ha tenuto il gomito sul collo di Anderson mentre era inchiodato a terra. Allo stesso tempo, dopo che la polizia ha emesso una serie di avvertimenti, un altro agente ha applicato un taser ad Anderson per quasi 30 secondi di fila.
Guarda il video.
I filmati della polizia mostrano i poliziotti che mettono Anderson in manette. Un comunicato stampa della polizia di Los Angeles afferma che è stato poi preso in custodia e trasferito in ambulanza in un ospedale di Santa Monica, dove è stato dichiarato morto per arresto cardiaco circa quattro ore dopo l’uso della forza.
Anderson era un insegnante di inglese in una scuola pubblica a maggioranza nera a Washington, ed era a Los Angeles in visita a parenti e amici, ha riferito il Washington Post, citando Cullors.
Anderson è il terzo afroamericano a morire dopo un violento intervento della polizia di Los Angeles nell’arco di una settimana. Lo stesso capo del dipartimento di polizia, insolitamente, ha affermato che almeno una delle vittime avrebbe potuto essere evitata.
Le riprese della telecamera del corpo mostrano Anderson, 31 anni, che urla ripetutamente: “Stanno cercando di farmi George Floyd!” mentre i poliziotti lo immobilizzano in mezzo alla strada il 3 gennaio scorso. Un agente ha tenuto il gomito sul collo di Anderson mentre era inchiodato a terra. Allo stesso tempo, dopo che la polizia ha emesso una serie di avvertimenti, un altro agente ha applicato un taser ad Anderson per quasi 30 secondi di fila.
Guarda il video.
Qui di seguito un commento di Giorgio Cremaschi su quanto accaduto a Los Angeles.Fonte
La polizia di Los Angeles ha assassinato con taser e soffocamento Keenan Anderson, 31 anni, insegnante, afroamericano.
La vittima aveva appena subìto un incidente stradale, ma invece che aiutato è stato aggredito da criminali in divisa, a cui invano ha gridato di non fargli fare la fine Geoge Floyd.
Anderson è cugino di una delle fondatrici di Black Lives Matter, il movimento sorto contro le violenze e gli omicidi razzisti della polizia, che continuano impuniti.
Questo sono gli USA che fanno guerra nel mondo per la democrazia e la “libertà”.
06/04/2022
Il ghisa è morto, arriva il taser
Per i milanesi meno giovani, quelli che hanno passato i cinquanta, il vigile urbano, meglio detto in città ghisa non è mai stato una figura repressiva.
Il ghisa era cosi chiamato per lo strano casco della sua divisa. In realtà tale casco, allungato in altezza, che sarebbe stato di un peso insostenibile se davvero di ghisa, era di sughero e serviva soprattutto a farlo notare nei crocevia quando dirigeva il traffico.
Si trattava di una figura istituzionale, ma piuttosto familiare e bonaria, dedicata soprattutto al buon funzionamento della città. Le mamme ansiose raccomandavano ai bambini, se avessero perso la strada di casa, di rivolgersi a un ghisa, mentre i turisti guardavano le bandierine cucite sulla manica della divisa per sapere se potevano avere informazioni nella loro lingua.
Solo Totò sbagliò tutto, quando in Totò, Peppino e la malafemmina, si rivolse, in Piazza del Duomo, a un ghisa, in un incomprensibile patois italo francese che ne provocò le ire.
Durante gli anni sessanta e settanta, quando Milano era un grande ribollire politico, i ghisa dimostrarono equilibrio, mantenendo la loro neutralità dalla repressione e guadagnandosi stima e rispetto. Al massimo, li si poteva temere quando si scorrazzava in troppi dentro a una vecchia cinquecento, rischiando una multa inappellabile.
Che i ghisa avessero la pistola, quasi nessuno lo sapeva. Ce ne si accorgeva solo in estate, quando, lasciati cappotti e giacche, si poteva notare la fondina in cui alloggiava una piccola rivoltella che quasi mai nessuno dei vigili usò.
Poi, negli anni 2000, i vigili urbani diventarono “polizia locale”. Mai come in questo caso, le parole hanno avuto un senso. Moto e automobili di grossa cilindrata, sirene a tutto volume, manganelli, manette e grosse pistole in bella mostra. Berretti all’americana, più adatti agli inseguimenti che non il vecchio e ingombrante casco di sughero.
Ma, soprattutto, un radicale cambio d’atteggiamento verso i cittadini, autoritario e aggressivo e la costante presenza in situazioni come sgomberi di case, allontanamento di senza tetto ecc.
La polizia locale, in pratica, è usata ormai come un quarto corpo d’ordine pubblico dopo la polizia, i carabinieri, la guarda di finanza, quest’ultima usata peraltro negli ultimi anni più per reprimere le manifestazioni che gli evasori fiscali.
Ora il ciclo si completa. Il consiglio comunale milanese ha approvato una mozione della leghista Silvia Sardone, quella per cui occupare una casa per bisogno è un “furto di casa” (la proprietà privata soprattutto, no?) che introduce la sperimentazione del taser come arma per la polizia locale.
La mozione è passata solo perché ai voti della destra si sono aggiunti quelli di un nutrito gruppo di consiglieri della maggioranza, tra cui alcuni assai importanti, come quello del capogruppo PD Barberis.
Nel 2019, il consiglio comunale, retto dalla stessa maggioranza di oggi, aveva respinto l’impiego del taser nella polizia locale. Un’ennesima svolta autoritaria della maggioranza che sostiene Sala.
Il sindaco, del resto, tra gli strepiti di gioia dei leghisti e dei fascisti, ha dettato una dichiarazione molto imbarazzata in cui ha affermato che la disciplina della maggioranza la richiede solo su alcune delibere, lasciando altre all’orientamento politico personale e che in ogni caso non è contrario per principio al taser, ma che ci vuole prudenza. Cerchio e botte, come si dice.
È ben noto che il taser è tutt’altro che innocuo perché le sue forti scariche possono provocare danni rilevanti per chi le subisce, in alcuni casi sino alla morte. Il suo impiego per un corpo come la polizia locale è del tutto ingiustificato e frutto solo delle smanie securitarie della destra, tra l’altro in una città dove, secondo i dati ufficiali della Questura, la criminalità è in costante diminuzione.
Vigileremo per controllare se e come la giunta Sala darà seguito a questa delibera consiliare che, temiamo, potrà legittimare l’uso di un’arma così pericolosa e più volte anche denunciata come strumento di tortura in molte situazioni d’intervento della Polizia locale, quali occupazioni di appartamenti, sfratti, allontanamenti di senza tetto, verifiche su “clandestini”, infrazioni stradali, schiamazzi. Insomma, situazioni di disagio sociale o di marginalità che richiederebbero tutt’altro tipo d’intervento, sociale e non repressivo.
Fonte
Il ghisa era cosi chiamato per lo strano casco della sua divisa. In realtà tale casco, allungato in altezza, che sarebbe stato di un peso insostenibile se davvero di ghisa, era di sughero e serviva soprattutto a farlo notare nei crocevia quando dirigeva il traffico.
Si trattava di una figura istituzionale, ma piuttosto familiare e bonaria, dedicata soprattutto al buon funzionamento della città. Le mamme ansiose raccomandavano ai bambini, se avessero perso la strada di casa, di rivolgersi a un ghisa, mentre i turisti guardavano le bandierine cucite sulla manica della divisa per sapere se potevano avere informazioni nella loro lingua.
Solo Totò sbagliò tutto, quando in Totò, Peppino e la malafemmina, si rivolse, in Piazza del Duomo, a un ghisa, in un incomprensibile patois italo francese che ne provocò le ire.
Durante gli anni sessanta e settanta, quando Milano era un grande ribollire politico, i ghisa dimostrarono equilibrio, mantenendo la loro neutralità dalla repressione e guadagnandosi stima e rispetto. Al massimo, li si poteva temere quando si scorrazzava in troppi dentro a una vecchia cinquecento, rischiando una multa inappellabile.
Che i ghisa avessero la pistola, quasi nessuno lo sapeva. Ce ne si accorgeva solo in estate, quando, lasciati cappotti e giacche, si poteva notare la fondina in cui alloggiava una piccola rivoltella che quasi mai nessuno dei vigili usò.
Poi, negli anni 2000, i vigili urbani diventarono “polizia locale”. Mai come in questo caso, le parole hanno avuto un senso. Moto e automobili di grossa cilindrata, sirene a tutto volume, manganelli, manette e grosse pistole in bella mostra. Berretti all’americana, più adatti agli inseguimenti che non il vecchio e ingombrante casco di sughero.
Ma, soprattutto, un radicale cambio d’atteggiamento verso i cittadini, autoritario e aggressivo e la costante presenza in situazioni come sgomberi di case, allontanamento di senza tetto ecc.
La polizia locale, in pratica, è usata ormai come un quarto corpo d’ordine pubblico dopo la polizia, i carabinieri, la guarda di finanza, quest’ultima usata peraltro negli ultimi anni più per reprimere le manifestazioni che gli evasori fiscali.
Ora il ciclo si completa. Il consiglio comunale milanese ha approvato una mozione della leghista Silvia Sardone, quella per cui occupare una casa per bisogno è un “furto di casa” (la proprietà privata soprattutto, no?) che introduce la sperimentazione del taser come arma per la polizia locale.
La mozione è passata solo perché ai voti della destra si sono aggiunti quelli di un nutrito gruppo di consiglieri della maggioranza, tra cui alcuni assai importanti, come quello del capogruppo PD Barberis.
Nel 2019, il consiglio comunale, retto dalla stessa maggioranza di oggi, aveva respinto l’impiego del taser nella polizia locale. Un’ennesima svolta autoritaria della maggioranza che sostiene Sala.
Il sindaco, del resto, tra gli strepiti di gioia dei leghisti e dei fascisti, ha dettato una dichiarazione molto imbarazzata in cui ha affermato che la disciplina della maggioranza la richiede solo su alcune delibere, lasciando altre all’orientamento politico personale e che in ogni caso non è contrario per principio al taser, ma che ci vuole prudenza. Cerchio e botte, come si dice.
È ben noto che il taser è tutt’altro che innocuo perché le sue forti scariche possono provocare danni rilevanti per chi le subisce, in alcuni casi sino alla morte. Il suo impiego per un corpo come la polizia locale è del tutto ingiustificato e frutto solo delle smanie securitarie della destra, tra l’altro in una città dove, secondo i dati ufficiali della Questura, la criminalità è in costante diminuzione.
Vigileremo per controllare se e come la giunta Sala darà seguito a questa delibera consiliare che, temiamo, potrà legittimare l’uso di un’arma così pericolosa e più volte anche denunciata come strumento di tortura in molte situazioni d’intervento della Polizia locale, quali occupazioni di appartamenti, sfratti, allontanamenti di senza tetto, verifiche su “clandestini”, infrazioni stradali, schiamazzi. Insomma, situazioni di disagio sociale o di marginalità che richiederebbero tutt’altro tipo d’intervento, sociale e non repressivo.
Fonte
29/01/2020
Un’altra scossa di repressione
Circa un anno fa ci siamo occupati della questione della repressione e dell’uso del taser
da parte delle forze dell’ordine e di guardie giurate ingaggiate da
grandi e piccoli gruppi industriali. Nel frattempo, il Governo è
cambiato, da gialloverde(nero) a giallorosa,
‘l’odio’ non è più a Palazzo Chigi, ma la repressione permane. Come
vedremo, essa ha un solo obiettivo, comune a tutti gli esecutivi che si
sono alternati negli ultimi decenni: salvaguardare gli interessi del capitale.
Ricordiamo velocemente che cos’è il taser. Si tratta di un’arma, nota anche come “storditore elettrico” e “dissuasore elettrico” che, per l’appunto, somministra scosse elettriche. I soggetti colpiti si trovano immobilizzati a causa della contrazione dei muscoli dovuta alle scosse. Seppur generalmente definita come “non letale”, l’arma ha causato, secondo Amnesty International, oltre 500 morti negli Stati Uniti tra il 2001 e il 2012. Nel 2018, la stessa organizzazione ha aggiornato il conteggio, parlando di circa 1000 morti tra Stati Uniti e Canada (sempre a partire dal 2001). Si trattava di soggetti, nel 90 percento dei casi, disarmati. Il taser può, quindi, condurre alla morte. Ciò accade soprattutto quando colpisce persone con problemi cardiaci, è vero, ma anche quando le persone che subiscono la scossa sono sotto l’effetto di alcol o droghe o soltanto provate da uno sforzo fisico particolarmente impegnativo, come una fuga disperata. Inoltre, l’arma è in grado di danneggiare in maniera irreversibile il cuore e il sistema respiratorio dei soggetti.
Proprio negli ultimi giorni il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente del Consiglio e del Ministro dell’interno Lamorgese, ha approvato una modifica al DpR 359 del 1991, ovvero il regolamento sull’armamento e le munizioni in dotazione alle forze dell’ordine. Tale modifica regolamentare prevede l’introduzione del taser tra le armi delle forze dell’ordine, “dando quindi piena attuazione – scrive l’Osservatorio sulla repressione – alla misura voluta da Salvini quando era ministro degli interni”.
Sarebbe, però, ingiusto attribuire la diffusione del taser solo a quest’ultimo. Non bisogna essere ingenerosi con gli attuali avversari di Salvini, cioè PD e M5S. Non solo perché, come si è visto, l’ultimo ‘ok’ è figlio del Governo attualmente in carica, ma anche perché ci sono dei precedenti che portano firme ben precise. L’ultimo via libera, per fare un esempio, è arrivato dopo la sperimentazione dell’arma da parte delle forze dell’ordine in 12 città, prevista nel decreto-legge 119 del 2014, emanato dal Governo Renzi con la firma di Angelino Alfano, all’epoca inquilino del Viminale. In sostanza, esponenti dei recenti Governi di tutti gli schieramenti hanno adottato misure volte a estendere l’utilizzo di quest’arma.
Nei fatti, ci vorrà ancora un anno perché la misura funzioni a pieno regime (tempo necessario per l’addestramento del personale all’uso dell’arma e per organizzare l’acquisto della stessa). Dopo, sarà utilizzata abitualmente da Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza. Le novità, però, vanno ad aggiungersi alla sperimentazione dell’uso del taser da parte della Polizia Municipale, grazie al decreto sicurezza (decreto-legge 113/2018) fortemente voluto da Matteo Salvini quando era Ministro dell’Interno, approvato dal Governo Conte-I e confermato in Parlamento dai gialloverdi nel dicembre 2018. Assistiamo, dunque, all’emanazione di una serie di atti normativi che mostrano come, al di là delle discussioni di facciata, le principali forze politiche condividano una tendenza alla repressione delle classi subalterne.
Un ulteriore segno di questa preoccupante comunanza di visioni si è avuta molto di recente. A Prato, proprio in questi giorni, è stata caricata dalle forze dell’ordine una manifestazione organizzata dal sindacato ‘SI Cobas’ per protestare contro le multe comminate ad alcuni lavoratori e studenti accusati di aver effettuato un “blocco stradale” durante una manifestazione svoltasi il 16 ottobre 2019, reato reintrodotto dai decreti sicurezza di Salvini. Queste multe sembrano essere le prime sanzioni derivanti dalla reintroduzione del reato di blocco stradale.
Per riassumere, la destra ha scritto e approvato leggi che aumentano la repressione, mentre è sotto il Governo del sedicente ‘centro-sinistra’ insieme ai 5 Stelle che queste leggi trovano applicazione. La repressione, lo ribadiamo, è bipartisan, mette d’accordo tutti. E il motivo è semplice: la destra e i partiti dell’attuale Governo hanno molto in comune e gli interessi che difendono sono quelli del capitale. Mentre la prima esibisce un finto anti-europeismo, i secondi cercano di far presa sull’elettorato di riferimento con vaghi e strumentali richiami ai sacrosanti diritti civili. Il contrasto tra i due gruppi esiste, ma è un contrasto interno al capitale, per la gestione ordinata dell’austerità e della lotta contro le rivendicazioni dei lavoratori. Ecco spiegato perché i decreti sicurezza, che tanto sono stati criticati dall’opposizione al Governo Conte-I, non vengono abrogati quando le stesse forze politiche entrano nel Governo Conte-bis, ma sono anzi implementati con misure attuative.
Il problema non si limita, tuttavia, alla contingenza, ma si inserisce in un consolidato meccanismo attraverso il quale la repressione viene impartita ai lavoratori, attraverso emergenze e stati di eccezione. Si creano emergenze ad hoc, come, ovviamente, la cosiddetta “invasione” di immigrati dipinti, da Salvini e dai suoi sodali, come corpi estranei parassitari, pronti a trasformare le nostre città in veri e propri inferni di criminalità. Si dice che l’attuale sistema giuridico non è preparato ad affrontarla, perché i giudici sono buonisti, ottimisti e di sinistra. Poi se ne parla, se ne parla, se ne parla, fino a quando diventa il problema principale del Paese (invece dei salari bassi, dei tagli alla scuola pubblica, del pareggio di bilancio, dei problemi della sanità). A quel punto qualcuno si fa carico del problema, si propone la legge speciale, questa viene approvata e poi resta nel sistema giuridico. E produce effetti non solo sugli immigrati, ma anche sui lavoratori indigeni. La legge speciale diventa normale e accettata da tutti. E la repressione aumenta.
Certo, l’Italia non è il paese di Bengodi. Soprattutto nelle periferie delle grandi città, il problema sicurezza, declinato nelle azioni della macro e della microcriminalità, è particolarmente sentito e si aggiunge alla carenza di servizi, alla povertà e all’emarginazione sociale. Ma è legittimo dubitare che il taser possa costituire un deterrente per mafiosi, rapinatori e stupratori. Quella dell’emergenza sicurezza sembra, molto più realisticamente, l’ennesima scusa per giustificare l’estensione delle modalità attraverso le quali si esercita la repressione di elementi ‘scomodi’.
Quella del nemico alle porte è una narrazione tossica, volta allo scopo di creare una continua tensione nel Paese che porti la gente a votare per la repressione e ad accettare sempre più controlli e sempre maggiori restrizioni alla libertà personale, mentre il mercato è sempre più libero e senza barriere, libero anche di far bastonare i lavoratori e far dare loro ‘salutari’ scosse elettriche.
Se si fosse preoccupati per la sicurezza, ci si dovrebbe domandare quanto si possa essere sicuri in un sistema così repressivo e quanto si sia controllati ogni giorno. Ci si dovrebbe chiedere dov’è la sicurezza se strade e ponti crollano, se la sanità pubblica è sotto attacco e colpita da tagli da decenni, se si continuano a contare i morti sul lavoro (quasi mille vittime nel 2019 e i dati disponibili si fermano a novembre).
È giusto che i cittadini si preoccupino per la sicurezza, ma non guardando con paura l’immigrato, il povero o il manifestante, bensì guardando con rabbia i politici e i padroni, chiedendo la sicurezza di poter vivere dignitosamente e liberamente. Una società senza povertà ed emarginazione è una società, oltre che più giusta, anche più sicura.
Fonte
Ricordiamo velocemente che cos’è il taser. Si tratta di un’arma, nota anche come “storditore elettrico” e “dissuasore elettrico” che, per l’appunto, somministra scosse elettriche. I soggetti colpiti si trovano immobilizzati a causa della contrazione dei muscoli dovuta alle scosse. Seppur generalmente definita come “non letale”, l’arma ha causato, secondo Amnesty International, oltre 500 morti negli Stati Uniti tra il 2001 e il 2012. Nel 2018, la stessa organizzazione ha aggiornato il conteggio, parlando di circa 1000 morti tra Stati Uniti e Canada (sempre a partire dal 2001). Si trattava di soggetti, nel 90 percento dei casi, disarmati. Il taser può, quindi, condurre alla morte. Ciò accade soprattutto quando colpisce persone con problemi cardiaci, è vero, ma anche quando le persone che subiscono la scossa sono sotto l’effetto di alcol o droghe o soltanto provate da uno sforzo fisico particolarmente impegnativo, come una fuga disperata. Inoltre, l’arma è in grado di danneggiare in maniera irreversibile il cuore e il sistema respiratorio dei soggetti.
Proprio negli ultimi giorni il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente del Consiglio e del Ministro dell’interno Lamorgese, ha approvato una modifica al DpR 359 del 1991, ovvero il regolamento sull’armamento e le munizioni in dotazione alle forze dell’ordine. Tale modifica regolamentare prevede l’introduzione del taser tra le armi delle forze dell’ordine, “dando quindi piena attuazione – scrive l’Osservatorio sulla repressione – alla misura voluta da Salvini quando era ministro degli interni”.
Sarebbe, però, ingiusto attribuire la diffusione del taser solo a quest’ultimo. Non bisogna essere ingenerosi con gli attuali avversari di Salvini, cioè PD e M5S. Non solo perché, come si è visto, l’ultimo ‘ok’ è figlio del Governo attualmente in carica, ma anche perché ci sono dei precedenti che portano firme ben precise. L’ultimo via libera, per fare un esempio, è arrivato dopo la sperimentazione dell’arma da parte delle forze dell’ordine in 12 città, prevista nel decreto-legge 119 del 2014, emanato dal Governo Renzi con la firma di Angelino Alfano, all’epoca inquilino del Viminale. In sostanza, esponenti dei recenti Governi di tutti gli schieramenti hanno adottato misure volte a estendere l’utilizzo di quest’arma.
Nei fatti, ci vorrà ancora un anno perché la misura funzioni a pieno regime (tempo necessario per l’addestramento del personale all’uso dell’arma e per organizzare l’acquisto della stessa). Dopo, sarà utilizzata abitualmente da Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza. Le novità, però, vanno ad aggiungersi alla sperimentazione dell’uso del taser da parte della Polizia Municipale, grazie al decreto sicurezza (decreto-legge 113/2018) fortemente voluto da Matteo Salvini quando era Ministro dell’Interno, approvato dal Governo Conte-I e confermato in Parlamento dai gialloverdi nel dicembre 2018. Assistiamo, dunque, all’emanazione di una serie di atti normativi che mostrano come, al di là delle discussioni di facciata, le principali forze politiche condividano una tendenza alla repressione delle classi subalterne.
Un ulteriore segno di questa preoccupante comunanza di visioni si è avuta molto di recente. A Prato, proprio in questi giorni, è stata caricata dalle forze dell’ordine una manifestazione organizzata dal sindacato ‘SI Cobas’ per protestare contro le multe comminate ad alcuni lavoratori e studenti accusati di aver effettuato un “blocco stradale” durante una manifestazione svoltasi il 16 ottobre 2019, reato reintrodotto dai decreti sicurezza di Salvini. Queste multe sembrano essere le prime sanzioni derivanti dalla reintroduzione del reato di blocco stradale.
Per riassumere, la destra ha scritto e approvato leggi che aumentano la repressione, mentre è sotto il Governo del sedicente ‘centro-sinistra’ insieme ai 5 Stelle che queste leggi trovano applicazione. La repressione, lo ribadiamo, è bipartisan, mette d’accordo tutti. E il motivo è semplice: la destra e i partiti dell’attuale Governo hanno molto in comune e gli interessi che difendono sono quelli del capitale. Mentre la prima esibisce un finto anti-europeismo, i secondi cercano di far presa sull’elettorato di riferimento con vaghi e strumentali richiami ai sacrosanti diritti civili. Il contrasto tra i due gruppi esiste, ma è un contrasto interno al capitale, per la gestione ordinata dell’austerità e della lotta contro le rivendicazioni dei lavoratori. Ecco spiegato perché i decreti sicurezza, che tanto sono stati criticati dall’opposizione al Governo Conte-I, non vengono abrogati quando le stesse forze politiche entrano nel Governo Conte-bis, ma sono anzi implementati con misure attuative.
Il problema non si limita, tuttavia, alla contingenza, ma si inserisce in un consolidato meccanismo attraverso il quale la repressione viene impartita ai lavoratori, attraverso emergenze e stati di eccezione. Si creano emergenze ad hoc, come, ovviamente, la cosiddetta “invasione” di immigrati dipinti, da Salvini e dai suoi sodali, come corpi estranei parassitari, pronti a trasformare le nostre città in veri e propri inferni di criminalità. Si dice che l’attuale sistema giuridico non è preparato ad affrontarla, perché i giudici sono buonisti, ottimisti e di sinistra. Poi se ne parla, se ne parla, se ne parla, fino a quando diventa il problema principale del Paese (invece dei salari bassi, dei tagli alla scuola pubblica, del pareggio di bilancio, dei problemi della sanità). A quel punto qualcuno si fa carico del problema, si propone la legge speciale, questa viene approvata e poi resta nel sistema giuridico. E produce effetti non solo sugli immigrati, ma anche sui lavoratori indigeni. La legge speciale diventa normale e accettata da tutti. E la repressione aumenta.
Certo, l’Italia non è il paese di Bengodi. Soprattutto nelle periferie delle grandi città, il problema sicurezza, declinato nelle azioni della macro e della microcriminalità, è particolarmente sentito e si aggiunge alla carenza di servizi, alla povertà e all’emarginazione sociale. Ma è legittimo dubitare che il taser possa costituire un deterrente per mafiosi, rapinatori e stupratori. Quella dell’emergenza sicurezza sembra, molto più realisticamente, l’ennesima scusa per giustificare l’estensione delle modalità attraverso le quali si esercita la repressione di elementi ‘scomodi’.
Quella del nemico alle porte è una narrazione tossica, volta allo scopo di creare una continua tensione nel Paese che porti la gente a votare per la repressione e ad accettare sempre più controlli e sempre maggiori restrizioni alla libertà personale, mentre il mercato è sempre più libero e senza barriere, libero anche di far bastonare i lavoratori e far dare loro ‘salutari’ scosse elettriche.
Se si fosse preoccupati per la sicurezza, ci si dovrebbe domandare quanto si possa essere sicuri in un sistema così repressivo e quanto si sia controllati ogni giorno. Ci si dovrebbe chiedere dov’è la sicurezza se strade e ponti crollano, se la sanità pubblica è sotto attacco e colpita da tagli da decenni, se si continuano a contare i morti sul lavoro (quasi mille vittime nel 2019 e i dati disponibili si fermano a novembre).
È giusto che i cittadini si preoccupino per la sicurezza, ma non guardando con paura l’immigrato, il povero o il manifestante, bensì guardando con rabbia i politici e i padroni, chiedendo la sicurezza di poter vivere dignitosamente e liberamente. Una società senza povertà ed emarginazione è una società, oltre che più giusta, anche più sicura.
Fonte
05/07/2018
Il Taser alla polizia italiana. Un’arma letale descritta come un giocattolo
Parte oggi in 11 città italiane (Milano, Napoli, Torino, Bologna, Firenze, Palermo, Catania, Padova, Caserta, Reggio Emilia e Brindisi) l’autorizzazione all’uso del Taser da parte delle forze di polizia. Per ora in via “sperimentale”, con un ridotto numero di pistole elettroniche. Lo sforzo gigantesco, messo in piedi dal ministero dell’interno e dagli organi di informazione mainstream, è quello di presentare questa arma come “non letale”, nonostante le centinaia di morti provocate dal suo uso nel paese che l’ha inventata, prodotta e usata: gli Stati Uniti.
L’occasione per inaugurare questa nuova via alla repressione militare è stata involontariamente fornita da alcuni agenti incapaci che, a Genova, hanno ucciso a colpi di pistola “normale” Jefferson Tomalà, un ragazzo di venti anni originario dell’Ecuador. Erano stati chiamati dalla Asl per farsi dare una mano nel bloccare il ragazzo, sofferente a livello psichico e in stato di agitazione, dopo la richiesta d’aiuto da parte della famiglia. C’era infatti necessità di praticare un TSO (trattamento sanitario obbligatorio), ma gli agenti aggrediti dal ragazzo armato di coltello, non avevano trovato di meglio che sparargli.
Da qui l’idea di introdurre il Taser, presentato appunto come alternativa “non letale” in grado di “immobilizzare” una persona. Ovviamente è falso, come certificato appunto dalle centinaia di vittime. E il ministero dell’interno ne è perfettamente a conoscenza – le denunce provengono da Amnesty, non da pericolosi istituti bolscevichi – tanto che il capo della Polizia, Franco Gabrielli, si è affrettato a presentare i dispositivi acquistati per le polizie italiane come “un modello ‘personalizzato’ di arma, caratterizzato da un amperaggio ridotto, con scariche ancora più corte rispetto ai cinque secondi dei modelli classici, e predisposte in modo da cessare automaticamente senza bisogno dell’intervento manuale”.
Ciò nonostante le preoccupazioni espresse, nelle sedi istituzionali, da figure come il Garante dei detenuti, che nella sua relazione annuale ha sottolineato già come il taser sia “uno strumento che richiede molta più cautela di quanto la sua definizione di non letalità lasci presupporre. Il beneficio derivante da un minor utilizzo delle armi letali è controbilanciato da alcuni elementi negativi non trascurabili: i potenziali rischi di abuso; la sofferenza provocata dalla scarica elettrica alla quale è associato, oltre alla perdita di controllo del sistema muscolare, anche un dolore acuto; le ulteriori conseguenze di tipo fisico dal momento che la persona colpita dal taser normalmente rovina a terra e quindi può provocarsi lesioni alla testa o a altre parti del corpo. Nei casi più gravi, infine, la morte per arresto cardiaco o conseguenze, per esempio, sulla salute del feto nel caso di donne incinte“.
Tanto più che probabilmente l’uso del Taser potrebbe essere autorizzato nei contesti dove normalmente non è consentito l’impiego delle armi tradizionali. In pratica, potrebbe essere usato in decine di situazioni in cui gli agenti saranno tentati di ricorrere alle “maniere spicce”, confidando appunto nelle caratteristiche “non letali” del giocattolo loro affidato.
Amnesty International e l’Onu hanno invece classificato i taser come strumenti di tortura.
Della pericolosità del Taser si scrive documentatamente da anni. Qui riportiamo il rapporto Morti da Taser negli Stati Uniti, risalente ormai al 2012. E’ attualissimo, dunque agghiacciante.
Secondo informazioni raccolte da Amnesty International, tra il giugno 2001 e il mese di giugno 2012 almeno 515 persone negli USA sono morte dopo essere state colpite da ‘Taser’ durante il loro arresto e/o nel corso della loro detenzione.
I dispositivi Taser1 sono armi che sparano proiettili a forma di dardo che producono scariche elettriche, e sono comunemente classificate come armi “a trasferimento di energia” (Conducted Energy Devices o CED). Vengono utilizzate a breve distanza come armi paralizzanti, rilasciano scariche elettriche a bassa intensità e ad alto voltaggio che agiscono sul sistema nervoso centrale e causano contrazioni muscolari incontrollate, rendendo temporaneamente incapacitato il soggetto.
Negli Stati Uniti attualmente le forze di polizia sono autorizzate all’impiego di Taser e altri dispositivi CED spesso in situazioni che non richiedono un tale eccessivo uso della forza.
Molti dipartimenti di polizia le utilizzano per rendere inermi individui che oppongono resistenza o emotivamente disturbati ma che non costituiscono una seria minaccia per la sicurezza.
Dispositivi Taser sono stati utilizzati su studenti, donne incinte, malati mentali o in stato di ubriachezza, anziani affetti da demenza senile, e individui che soffrono di attacchi epilettici.
Amnesty ritiene che Taser e dispositivi simili, oltre che prestarsi intrinsecamente all’abuso, siano potenzialmente letali, specialmente se utilizzati su persone vulnerabili, come coloro che soffrono di malattie cardiache o che sono sotto l’effetto di sostanze stimolanti o droghe. Tra le vittime anche persone apparentemente in buone condizioni di salute o il cui organismo non presentava tracce di stupefacenti, sono ugualmente morte dopo essere state colpite.
Amnesty International chiede che tali armi vadano adoperate solo in quei contesti in cui siano effettivamente alternative all’utilizzo delle armi da fuoco e l’emanazione di linee guida nazionali che regolamentino in modo più restrittivo l’utilizzo di Taser in sostituzione di migliaia di regolamenti applicati attualmente da forze dell’ordine statali e locali.
In un rapporto del 2008, ‘Less than letal? The use of Stun Weapons in US law Enforcement‘, Amnesty International ha esaminato centinaia di dati relativi ai decessi causati dall’impiego di ‘Taser’, tra cui 98 autopsie e studi sulla sicurezza di tali strumenti.
Tra i casi analizzati, il 90% di coloro che sono deceduti a causa dei ‘Taser’ non erano armati. Molte di queste vittime sono state colpite più volte.
I medici che hanno condotto le autopsie hanno ritenuto l’utilizzo di ‘Taser’ come la causa e/o comunque un fattore che ha contribuito al verificarsi di queste morti in più di 60 casi, e in numerosi altri casi la causa del decesso è rimasta sconosciuta.
Nella maggior parte dei casi mortali le vittime sarebbero decedute per arresto cardio – respiratorio poco dopo essere state colpite. Alcune sono morte immediatamente, altre sono state dichiarate morte successivamente in ospedale dopo che sono falliti i tentativi di rianimazione.
Alcuni studi e medici esperti hanno scoperto che il rischio di gravi effetti collaterali – per coloro che sono stati colpiti da ‘Taser’ – è più elevato in persone sofferenti di cuore e/o in coloro in cui il cui sistema immunitario è compromesso dall’uso delle droghe o successivamente ad una colluttazione.
“Anche se i decessi causati dall’impiego del ‘Taser’ sono relativamente rari, i gravi effetti collaterali possono verificarsi velocemente, senza pre-allarme, e sono irreversibili”, ha affermato Susan Lee, Direttrice del Programma Americhe di Amnesty International.
“A causa di questo rischio, tali armi dovrebbero essere adoperate con estrema cautela, cioè solo in situazioni in cui non vi siano alternative meno pericolose”.
L’ articolo ‘Sudden Cardiac Arrest and Death Associated with Application of Shocks from a TASER Electronic Control Device’ pubblicato nel mese di aprile 2012 dalla rivista dell’ American Heart Association “Circulation,” presenta i risultati di uno studio da cui emergono prove scientifiche del fatto che dispositivi Taser possono causare arresto cardiaco e la morte.
Tra i decessi che si sono verificati di recente vi è pure quello di Allen Kephart, di 43 anni, che è morto nel mese di maggio 2011 dopo essere stato bloccato dalla polizia a causa di una sospetta infrazione del traffico nella Contea di San Bernardino, in California. E’ morto dopo che tre poliziotti l’avevano colpito con ‘Taser’ per ben 16 volte.
Questi poliziotti – in seguito – sono stati scagionati.
Nel mese di novembre del 2011, Roger Anthony è caduto dalla sua bicicletta ed è morto dopo essere stato colpito da un poliziotto. A quanto pare il poliziotto aveva colpito Anthony – che aveva problemi di udito – perchè non aveva risposto all’ordine di accostare la bicicletta.
Nessuno dei due uomini era armato quando hanno subito questo trattamento da parte della polizia.
“La cosa terribile è che la maggior parte di coloro che sono morti in seguito all’utilizzo dei ‘Taser’ non costituiva una grave minaccia per l’ordine pubblico”, ha detto Susan Lee.
Di seguito le statistiche sui decessi connessi all’utilizzo di taser da parte della polizia tratte da: “Statistical analysis of deaths following police Taser use” AI Index: AMR 51/013/2012 – del 15 Febbraio 2012
L’analisi statistica mostra la distribuzione dei decessi che hanno fatto seguito all’utilizzo di taser ed è riferita agli Stati (tabella 1), alle Contee (tabella 2) e alle diverse forze di polizia (tabella 3):
Il 13 febbraio 2012 Johnnie Kamahi Warren è stata una delle ultime persone a morire dopo essere stato colpito per almeno due volte con un dispositivo ‘Taser’ di un poliziotto a Dohan, in Alabama. Il quarantatreenne Warren, che sembra fosse disarmato ed ubriaco, ha smesso di respirare poco dopo aver subito le scosse del ‘Taser’ ed è stato dichiarato morto in ospedale meno di due ore più tardi.
L’utilizzo di tali armi nel genere di situazioni descritte è contrario agli standard internazionali che prevedono che la polizia ricorra all’uso della forza solo come ultima risorsa, in proporzione alla minaccia e in modo da minimizzare dolore e danni.
In molti casi le azioni della polizia sembrano equivalere a tortura o ad altri trattamenti crudeli inumani o degradanti che sono proibiti dalla normativa internazionale.
“Delle centinaia di persone che sono morte in seguito all’utilizzo di ‘Taser’ da parte della polizia, dozzine di loro sono decedute in seguito ad un non necessario impiego della forza”, ha detto Susan Lee, Direttrice del Programma Americhe di Amnesty International.
“Ciò è inaccettabile e sono imperative delle linee guida più restrittive sull’uso dei ‘Taser’”.
Per ulteriori informazioni: coord.nordamerica@amnesty.it
1 In questo documento il termine Taser si riferisce ad una o più armi prodotte dalla TASER International sotto il marchio commerciale TASER®. Esistono in commercio anche altri dispositivi a trasferimento di energia (tecnologia CED), che comprendono quelli prodotti sotto il marchio STINGER®. I motivi di preoccupazione documentati qui fanno riferimento a tutte le armi di questo tipo.
2 http://www.amnesty.org/en/library/info/AMR51/013/2012/en
Fonte
L’occasione per inaugurare questa nuova via alla repressione militare è stata involontariamente fornita da alcuni agenti incapaci che, a Genova, hanno ucciso a colpi di pistola “normale” Jefferson Tomalà, un ragazzo di venti anni originario dell’Ecuador. Erano stati chiamati dalla Asl per farsi dare una mano nel bloccare il ragazzo, sofferente a livello psichico e in stato di agitazione, dopo la richiesta d’aiuto da parte della famiglia. C’era infatti necessità di praticare un TSO (trattamento sanitario obbligatorio), ma gli agenti aggrediti dal ragazzo armato di coltello, non avevano trovato di meglio che sparargli.
Da qui l’idea di introdurre il Taser, presentato appunto come alternativa “non letale” in grado di “immobilizzare” una persona. Ovviamente è falso, come certificato appunto dalle centinaia di vittime. E il ministero dell’interno ne è perfettamente a conoscenza – le denunce provengono da Amnesty, non da pericolosi istituti bolscevichi – tanto che il capo della Polizia, Franco Gabrielli, si è affrettato a presentare i dispositivi acquistati per le polizie italiane come “un modello ‘personalizzato’ di arma, caratterizzato da un amperaggio ridotto, con scariche ancora più corte rispetto ai cinque secondi dei modelli classici, e predisposte in modo da cessare automaticamente senza bisogno dell’intervento manuale”.
Ciò nonostante le preoccupazioni espresse, nelle sedi istituzionali, da figure come il Garante dei detenuti, che nella sua relazione annuale ha sottolineato già come il taser sia “uno strumento che richiede molta più cautela di quanto la sua definizione di non letalità lasci presupporre. Il beneficio derivante da un minor utilizzo delle armi letali è controbilanciato da alcuni elementi negativi non trascurabili: i potenziali rischi di abuso; la sofferenza provocata dalla scarica elettrica alla quale è associato, oltre alla perdita di controllo del sistema muscolare, anche un dolore acuto; le ulteriori conseguenze di tipo fisico dal momento che la persona colpita dal taser normalmente rovina a terra e quindi può provocarsi lesioni alla testa o a altre parti del corpo. Nei casi più gravi, infine, la morte per arresto cardiaco o conseguenze, per esempio, sulla salute del feto nel caso di donne incinte“.
Tanto più che probabilmente l’uso del Taser potrebbe essere autorizzato nei contesti dove normalmente non è consentito l’impiego delle armi tradizionali. In pratica, potrebbe essere usato in decine di situazioni in cui gli agenti saranno tentati di ricorrere alle “maniere spicce”, confidando appunto nelle caratteristiche “non letali” del giocattolo loro affidato.
Amnesty International e l’Onu hanno invece classificato i taser come strumenti di tortura.
Della pericolosità del Taser si scrive documentatamente da anni. Qui riportiamo il rapporto Morti da Taser negli Stati Uniti, risalente ormai al 2012. E’ attualissimo, dunque agghiacciante.
*****
Secondo informazioni raccolte da Amnesty International, tra il giugno 2001 e il mese di giugno 2012 almeno 515 persone negli USA sono morte dopo essere state colpite da ‘Taser’ durante il loro arresto e/o nel corso della loro detenzione.
I dispositivi Taser1 sono armi che sparano proiettili a forma di dardo che producono scariche elettriche, e sono comunemente classificate come armi “a trasferimento di energia” (Conducted Energy Devices o CED). Vengono utilizzate a breve distanza come armi paralizzanti, rilasciano scariche elettriche a bassa intensità e ad alto voltaggio che agiscono sul sistema nervoso centrale e causano contrazioni muscolari incontrollate, rendendo temporaneamente incapacitato il soggetto.
Negli Stati Uniti attualmente le forze di polizia sono autorizzate all’impiego di Taser e altri dispositivi CED spesso in situazioni che non richiedono un tale eccessivo uso della forza.
Molti dipartimenti di polizia le utilizzano per rendere inermi individui che oppongono resistenza o emotivamente disturbati ma che non costituiscono una seria minaccia per la sicurezza.
Dispositivi Taser sono stati utilizzati su studenti, donne incinte, malati mentali o in stato di ubriachezza, anziani affetti da demenza senile, e individui che soffrono di attacchi epilettici.
Amnesty ritiene che Taser e dispositivi simili, oltre che prestarsi intrinsecamente all’abuso, siano potenzialmente letali, specialmente se utilizzati su persone vulnerabili, come coloro che soffrono di malattie cardiache o che sono sotto l’effetto di sostanze stimolanti o droghe. Tra le vittime anche persone apparentemente in buone condizioni di salute o il cui organismo non presentava tracce di stupefacenti, sono ugualmente morte dopo essere state colpite.
Amnesty International chiede che tali armi vadano adoperate solo in quei contesti in cui siano effettivamente alternative all’utilizzo delle armi da fuoco e l’emanazione di linee guida nazionali che regolamentino in modo più restrittivo l’utilizzo di Taser in sostituzione di migliaia di regolamenti applicati attualmente da forze dell’ordine statali e locali.
In un rapporto del 2008, ‘Less than letal? The use of Stun Weapons in US law Enforcement‘, Amnesty International ha esaminato centinaia di dati relativi ai decessi causati dall’impiego di ‘Taser’, tra cui 98 autopsie e studi sulla sicurezza di tali strumenti.
Tra i casi analizzati, il 90% di coloro che sono deceduti a causa dei ‘Taser’ non erano armati. Molte di queste vittime sono state colpite più volte.
I medici che hanno condotto le autopsie hanno ritenuto l’utilizzo di ‘Taser’ come la causa e/o comunque un fattore che ha contribuito al verificarsi di queste morti in più di 60 casi, e in numerosi altri casi la causa del decesso è rimasta sconosciuta.
Nella maggior parte dei casi mortali le vittime sarebbero decedute per arresto cardio – respiratorio poco dopo essere state colpite. Alcune sono morte immediatamente, altre sono state dichiarate morte successivamente in ospedale dopo che sono falliti i tentativi di rianimazione.
Alcuni studi e medici esperti hanno scoperto che il rischio di gravi effetti collaterali – per coloro che sono stati colpiti da ‘Taser’ – è più elevato in persone sofferenti di cuore e/o in coloro in cui il cui sistema immunitario è compromesso dall’uso delle droghe o successivamente ad una colluttazione.
“Anche se i decessi causati dall’impiego del ‘Taser’ sono relativamente rari, i gravi effetti collaterali possono verificarsi velocemente, senza pre-allarme, e sono irreversibili”, ha affermato Susan Lee, Direttrice del Programma Americhe di Amnesty International.
“A causa di questo rischio, tali armi dovrebbero essere adoperate con estrema cautela, cioè solo in situazioni in cui non vi siano alternative meno pericolose”.
L’ articolo ‘Sudden Cardiac Arrest and Death Associated with Application of Shocks from a TASER Electronic Control Device’ pubblicato nel mese di aprile 2012 dalla rivista dell’ American Heart Association “Circulation,” presenta i risultati di uno studio da cui emergono prove scientifiche del fatto che dispositivi Taser possono causare arresto cardiaco e la morte.
Tra i decessi che si sono verificati di recente vi è pure quello di Allen Kephart, di 43 anni, che è morto nel mese di maggio 2011 dopo essere stato bloccato dalla polizia a causa di una sospetta infrazione del traffico nella Contea di San Bernardino, in California. E’ morto dopo che tre poliziotti l’avevano colpito con ‘Taser’ per ben 16 volte.
Questi poliziotti – in seguito – sono stati scagionati.
Nel mese di novembre del 2011, Roger Anthony è caduto dalla sua bicicletta ed è morto dopo essere stato colpito da un poliziotto. A quanto pare il poliziotto aveva colpito Anthony – che aveva problemi di udito – perchè non aveva risposto all’ordine di accostare la bicicletta.
Nessuno dei due uomini era armato quando hanno subito questo trattamento da parte della polizia.
“La cosa terribile è che la maggior parte di coloro che sono morti in seguito all’utilizzo dei ‘Taser’ non costituiva una grave minaccia per l’ordine pubblico”, ha detto Susan Lee.
Di seguito le statistiche sui decessi connessi all’utilizzo di taser da parte della polizia tratte da: “Statistical analysis of deaths following police Taser use” AI Index: AMR 51/013/2012 – del 15 Febbraio 2012
L’analisi statistica mostra la distribuzione dei decessi che hanno fatto seguito all’utilizzo di taser ed è riferita agli Stati (tabella 1), alle Contee (tabella 2) e alle diverse forze di polizia (tabella 3):
Il 13 febbraio 2012 Johnnie Kamahi Warren è stata una delle ultime persone a morire dopo essere stato colpito per almeno due volte con un dispositivo ‘Taser’ di un poliziotto a Dohan, in Alabama. Il quarantatreenne Warren, che sembra fosse disarmato ed ubriaco, ha smesso di respirare poco dopo aver subito le scosse del ‘Taser’ ed è stato dichiarato morto in ospedale meno di due ore più tardi.
L’utilizzo di tali armi nel genere di situazioni descritte è contrario agli standard internazionali che prevedono che la polizia ricorra all’uso della forza solo come ultima risorsa, in proporzione alla minaccia e in modo da minimizzare dolore e danni.
In molti casi le azioni della polizia sembrano equivalere a tortura o ad altri trattamenti crudeli inumani o degradanti che sono proibiti dalla normativa internazionale.
“Delle centinaia di persone che sono morte in seguito all’utilizzo di ‘Taser’ da parte della polizia, dozzine di loro sono decedute in seguito ad un non necessario impiego della forza”, ha detto Susan Lee, Direttrice del Programma Americhe di Amnesty International.
“Ciò è inaccettabile e sono imperative delle linee guida più restrittive sull’uso dei ‘Taser’”.
Per ulteriori informazioni: coord.nordamerica@amnesty.it
1 In questo documento il termine Taser si riferisce ad una o più armi prodotte dalla TASER International sotto il marchio commerciale TASER®. Esistono in commercio anche altri dispositivi a trasferimento di energia (tecnologia CED), che comprendono quelli prodotti sotto il marchio STINGER®. I motivi di preoccupazione documentati qui fanno riferimento a tutte le armi di questo tipo.
2 http://www.amnesty.org/en/library/info/AMR51/013/2012/en
Fonte
19/06/2018
Taser ai poliziotti. Uno strumento di tortura gira per le città
In piena orgia retorica securitaria l’unico provvedimento concreto – fin qui – l’ha preso il capo della polizia, Franco Gabrielli. Ha infatti avviato la sperimentazione della pistola Taser in sei città italiane, promettendo che ne sarà dotato alla fine ogni agente di polizia.
L’ha fatto – sarà stato un caso – il giorno dopo che una pattuglia di poliziotti chiamata per fare eseguire un Tso (trattamento sanitario obbligatorio) su un giovane con la psiche in disordine, lo ha ucciso con cinque colpi di pistola dopo essere stata aggredita dal ragazzo con un coltello.
Non sfugge dunque il tentativo di collegare i due fatti – l’“uso eccessivo della forza” da parte degli agenti e la necessità comunque, in determinate situazioni, di bloccare una persona non in grado di intendere e volere, ma abbastanza pericolosa – per far passare la distribuzione del Taser come una “misura di civiltà”. Se gli agenti di Genova l’avessero avuta in dotazione, insomma, probabilmente quel ragazzo sarebbe ancora vivo.
Vero, nel caso specifico, non c’è problema ad ammetterlo.
Ma quando si parla di armi in dotazione alle forze di polizia non ci si può ovviamente far incantare da un caso particolarissimo – un Tso su un giovane fuori controllo; un evento piuttosto raro – come se questo fosse la normalità dell’operare poliziesco. Al contrario, la maggior parte delle volte l’uso di mezzi violenti – dalla manganellata al colpo di pistola – non è affatto “necessario”, nonostante i rapporti presentati post factum dicano regolarmente l’opposto. Disporre di un’arma considerata “non letale” può insomma spingere molti agenti “poco professionali” a usarla spesso, anche quando assolutamente non indispensabile, per risolvere situazioni affrontabili altrimenti, magari con un po’ di “lavoro” in più. Ma un Taser non è un giocattolo o un “tranquillante”.
Persino una testata niente affatto bolscevica o vicina ai black bloc, come Lettera 43, solleva parecchi dubbi tecnici e politici sull’utilizzo del Taser. L’articolo, che qui sotto, vi proponiamo, ricorda intanto alcune cose che è bene sapere:
a) Il Taser è un’arma considerata non letale, ma è uno strumento di tortura (definizione approvata dall’Onu);
b) è un’arma a tutti gli effetti, tanto che per acquistarla serve il normale porto d’armi;
c) può uccidere, perché la soglia di tolleranza alle scosse elettriche varia da individuo a individuo; negli Stati Uniti, paradiso delle armi e della violenza poliziesca, i casi di omicidio con il Taser sono stati numerosi; «Ci sono tantissimi casi in cui vengono usati al termine di un inseguimento e dunque quando la persona che viene colpita è in condizioni di stress. Il problema è che non sai chi hai di fronte. Quando non sai chi hai di fronte e usi un’arma come quella rischi di fare un danno molto elevato».
Quanto basta per accogliere questa “sperimentazione” con forte sospetto e nessun sospiro di sollievo. Monitoreremo attentamente tutti i casi che la cronaca, indubbiamente, porterà in primo piano.
Avere in circolazione alcune decine di migliaia di uomini e donne in divisa, con al fianco uno strumento di tortura, non fa sentire affatto “sicuri”. Anzi...
*****
Taser: i rischi della pistola elettrica in mano alle forze dell’ordine
In sei città italiane partirà la sperimentazione. L’arma in sé non è letale. Ma Onu e Amnesty International l’hanno definita uno strumento di tortura.
I due dardi partono, viaggiano a 55 metri al secondo e poi si conficcano sotto la pelle. Arriva la scossa: il corpo si irrigidisce e cade a terra. Sono questi gli effetti del taser, la pistola elettrica che il capo della polizia Franco Gabrielli ha promesso alle forze dell’ordine italiane. La sperimentazione dovrebbe partire in sei città: Milano, Brindisi, Caserta, Catania, Padova e Reggio Emilia.
COME FUNZIONA IL TASER. Si presenta più o meno come una pistola. Quando si preme il grilletto invece dei proiettili vengono sparati due piccoli dardi di metallo collegati entrambi a un filo. Una volta che i due punteruoli, che restano sempre collegati al filo, toccano l’obiettivo, una scossa di corrente passa da una puntale di metallo all’altro creando un’immediata paralisi dei muscoli. Non è necessario che i due dardi si infilino sotto la pelle, è sufficiente che tocchino i vestiti. Come altre armi il taser prende il nome dal suo inventore, infatti è l’acronimo di Thomas A. Swift’s electronic rifle, il fucile eletrico di Thomas A. Swift.
GLI EFFETTI SUL CORPO. Nel settembre 2015 un collettivo di Youtuber ha mostrato gli effetti di questa arma. Gli Slow Mo Guys hanno registrato in slow motion il momento esatto in cui i dardi colpiscono la vittima. A fare da cavia umana per la causa è stato Dan Hafen, responsabile delle vendite di un’azienda che produce telecamere. Il video ha superato i 25 milioni di visualizzazioni. La fama val bene una scossa.
In Italia i taser non si possono acquistare liberamente. Può comprarli solo chi possiede un porto d’armi ma alcune armerie vendono versioni depotenziate. Nel 2007 una commissione dell’Onu si è espressa molto duramente sull’uso di quest’arma: «Costituisce una forma di tortura, che in certi casi può condurre alla morte com’è dimostrato da numerosi studi e da episodi accaduti in seguito all’uso pratico di questi strumenti».
I RISCHI SECONDO AMNESTY. ll rischio infatti è che la polizia li usi con più disinvoltura rispetto alle armi da fuoco. Sulla stessa linea anche Amnesty International, come dichiarato dal suo portavoce Riccardo Noury in un’intervista a Radio Popolare: «Ci sono tantissimi casi in cui vengono usati al termine di un inseguimento e dunque quando la persona che viene colpita è in condizioni di stress. Il problema è che non sai chi hai di fronte. Quando non sai chi hai di fronte e usi un’arma come quella rischi di fare un danno molto elevato».
Fonte
02/10/2014
Tasi e Taser. E' l'ordine pubblico bellezza!!!
L'emendamento lo ha presentato un parlamentare di Forza Italia (Fontana), ma per ora solo Sel e M5S si sono messi di traverso.
Il progetto di dotare i poliziotti italiani delle dolorose – e tavolta mortali – pistole a scarica elettrica, più conosciute come Taser, si colloca all’interno del nuovo decreto legge che ha l’obiettivo di “contrastare la violenza negli stadi” e come al solito saranno i tifosi a fare da cavie per provvedimenti repressivi che poi vengono estesi al resto della società. Del resto, come noto, le misure peggiori vengono sempre sperimentate – come in un laboratorio vivente – contro un pezzo di società sulla cui repressione, anche oltre le righe e le regole, si registrano ampi consensi e scarsissima opposizione. E' successo per il Daspo, la schedatura tramite la tessera del tifoso, l'uso dei droni. Ma l'introduzione della Taser presenta controindicazioni che dovrebbero diventare iniziativa pubblica e determinata, prima che ci scappi il primo morto. Fino ad oggi ce ne sono stati 61 ogni anno.
Secondo Amnesty International, infatti dal 2001, l'anno in cui la Taser è entrata in dotazione alle polizie negli Stati Uniti, i morti ‘taserizzati’ sono stati 864, e il 90% di questi era disarmato. “Studi medici a nostra disposizione dimostrano come persone che soffrono di disturbi cardiaci, o in particolari stati di alterazione emotiva e sotto sforzo, possono perdere la vita o riportare gravissime conseguenze se colpiti da questa arma. Oltre al rischio di un uso eccessivo e gratuito, c’è anche la possibilità’ di non sapere chi si sta colpendo” ha dichiarato Riccardo Noury di Amnesty Italia.
Taser è l’acronimo di Thomas A. Swift’s Electronic Rifle. Il marchio Taser è stato depositato dalla Taser International, Inc. Attualmente in Italia l’acquisto di pistole elettriche è possibile solo tramite autorizzazione. Nel 1997 il Ministero degli Interni diramò una circolare per porre forti limiti alla vendita di pistole Taser. L’Onu ha classificato questa arma come “strumento di tortura” e come tale, in molti casi, è stata usata dalle forze di polizia negli Stati Uniti e, nel caso più noto, in Bulgaria.
L'accanimento sul piano del rafforzamento degli apparati coercitivi dello Stato, difficilmente può essere scollegato dal timore delle proteste dovute alle misure lacrime e sangue imposte alla società dai governi e dalle istituzioni europee. Non certo casualmente, appena si è profilata la possibilità di una agitazione delle forze di polizia a fronte del blocco dei contratti pubblici, il governo è corso a recuperare un miliardo di euro per bloccare ogni cedimento nelle file di coloro che hanno il compito istituzionale di proteggere le èlite e tenere a bada la gente esasperata dai tagli, dai licenziamenti, dal crollo dei salari, dagli sfratti o dall'aumento delle tasse. Tasi e Taser dunque, cominciando ad usare questi strumenti contro i “reietti” (i tifosi) che pochi o nessuno hanno interesse a tutelare ma che anzi sono oggetto della pubblica esecrazione.
Fonte
Il progetto di dotare i poliziotti italiani delle dolorose – e tavolta mortali – pistole a scarica elettrica, più conosciute come Taser, si colloca all’interno del nuovo decreto legge che ha l’obiettivo di “contrastare la violenza negli stadi” e come al solito saranno i tifosi a fare da cavie per provvedimenti repressivi che poi vengono estesi al resto della società. Del resto, come noto, le misure peggiori vengono sempre sperimentate – come in un laboratorio vivente – contro un pezzo di società sulla cui repressione, anche oltre le righe e le regole, si registrano ampi consensi e scarsissima opposizione. E' successo per il Daspo, la schedatura tramite la tessera del tifoso, l'uso dei droni. Ma l'introduzione della Taser presenta controindicazioni che dovrebbero diventare iniziativa pubblica e determinata, prima che ci scappi il primo morto. Fino ad oggi ce ne sono stati 61 ogni anno.
Secondo Amnesty International, infatti dal 2001, l'anno in cui la Taser è entrata in dotazione alle polizie negli Stati Uniti, i morti ‘taserizzati’ sono stati 864, e il 90% di questi era disarmato. “Studi medici a nostra disposizione dimostrano come persone che soffrono di disturbi cardiaci, o in particolari stati di alterazione emotiva e sotto sforzo, possono perdere la vita o riportare gravissime conseguenze se colpiti da questa arma. Oltre al rischio di un uso eccessivo e gratuito, c’è anche la possibilità’ di non sapere chi si sta colpendo” ha dichiarato Riccardo Noury di Amnesty Italia.
Taser è l’acronimo di Thomas A. Swift’s Electronic Rifle. Il marchio Taser è stato depositato dalla Taser International, Inc. Attualmente in Italia l’acquisto di pistole elettriche è possibile solo tramite autorizzazione. Nel 1997 il Ministero degli Interni diramò una circolare per porre forti limiti alla vendita di pistole Taser. L’Onu ha classificato questa arma come “strumento di tortura” e come tale, in molti casi, è stata usata dalle forze di polizia negli Stati Uniti e, nel caso più noto, in Bulgaria.
L'accanimento sul piano del rafforzamento degli apparati coercitivi dello Stato, difficilmente può essere scollegato dal timore delle proteste dovute alle misure lacrime e sangue imposte alla società dai governi e dalle istituzioni europee. Non certo casualmente, appena si è profilata la possibilità di una agitazione delle forze di polizia a fronte del blocco dei contratti pubblici, il governo è corso a recuperare un miliardo di euro per bloccare ogni cedimento nelle file di coloro che hanno il compito istituzionale di proteggere le èlite e tenere a bada la gente esasperata dai tagli, dai licenziamenti, dal crollo dei salari, dagli sfratti o dall'aumento delle tasse. Tasi e Taser dunque, cominciando ad usare questi strumenti contro i “reietti” (i tifosi) che pochi o nessuno hanno interesse a tutelare ma che anzi sono oggetto della pubblica esecrazione.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)