Nell’ultimo decreto sicurezza emanato martedì dal CDM è stato introdotto nel nostro sistema normativo il fermo preventivo di 12 ore nei confronti di liberi cittadini, per ipotetici potenziali motivi di ordine pubblico, fuori da commissioni di reati o da ipotesi di indagini in atto, e soprattutto fuori da ogni autorizzazione, impulso o controllo da parte della Magistratura.
Il governo di destra, perfettamente in linea con l’impostazione costituzionale tecnoautoritaria Trumpiana, ha compiuto un altro passo avanti pesantissimo verso la ulteriore esecutivizzazione autoritaria del nostro sistema costituzionale.
Cosa altro deve accadere di più, dopo i suoi 6 precedenti decreti sicurezza, compreso quello contenente l’art 31 bis, e dopo tutte le nuove normative anti-movimenti ed anti-conflittualità sociale in essi specificamente contenuti?
Siamo giunti oltre ogni limite di possibile tolleranza.
Il fermo preventivo di 12 ore per motivi ipotetici di sicurezza, avviene senza obbligo di presentazione della questione al Magistrato di sorveglianza, con obbligo di presentazione del fermato solamente per ottenere il suo prolungamento al termine delle 12 ore preventive originarie.
Continua il disegno perseguito con la riforma Costituzionalmente distruttiva della Magistratura, fortunatamente bocciata al referendum, della assegnazione alle forze dell’ordine di poteri discrezionali autonomi in tema di gestione dell’ordine pubblico e di regolazione delle libertà individuali.
Il fermo di sicurezza discrezionale di polizia è una misura gravissima, che a questo punto speriamo solamente che ancora una volta possa essere fatta a pezzi dall’ufficio del massimario della Cassazione, come è già avvenuto con il decreto sicurezza.
Ma è evidente a tutti che un sistema costituzionale ancora democratico non può riporre a lungo tutte le sue carte difensive su interventi a posteriori di natura interpretativa compiuti dalla Cassazione, in un sistema giudiziale peraltro non fondato sulla vincolatività dei precedenti, quantomeno fino alle pronunce delle Sezioni Unite Penali che sul “punto di diritto” riescono ad esercitare quantomeno una più rilevante capacità di condizionamento dei magistrati giudicanti.
Non è possibile neppure attendere la reintegrazione della Carta Costituzionale fino a auspicabili giudizi di Incostituzionalità da assumere in via incidentale, comunque ottenibili dopo almeno tre anni dalla introduzione di normative, da subito gravemente lesive dei diritti.
Questo governo pone ormai un serio problema di tenuta Costituzionale nella sua gestione dei diritti di libertà dei cittadini, e di gestione del ‘ordine pubblico e sociale fuori dai limiti di garanzia collettiva definiti dalla Costituzione.
Siamo ampiamente entro le ipotesi in cui l’esercizio di un Diritto di Resistenza Collettivo a tutela del nostro impianto costituzionale sostanziale diviene assolutamente legittimo.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
15/07/2026
Il governo Meloni continua la costruzione di uno stato di polizia
27/05/2026
I fucilieri della polizia italiana
Il ferimento di Marco Basoccu durante i tafferugli precedenti il derby della Mole è stato liquidato come la conseguenza delle schermaglie tra i tifosi delle due squadre. Uno scontro tra tifoserie organizzate, sempre dipinte come masse informi, ai limiti della civilizzazione, di natura pericolosa. Le testimonianze portano in un’altra direzione: sia il padre del ferito, sia l’amico che era accanto a lui, affermano che il giovane è stato colpito da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo dalle forze dell’ordine.
Una versione che richiama altri recenti episodi. Lo scorso 2 ottobre, nel corso di una manifestazione per la Palestina, nei pressi della stazione centrale di Bologna, una ragazza era stata colpita da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo, venendo in seguito manganellata dagli agenti invece di essere soccorsa. Lince, come si fa chiamare la ragazza per questioni di anonimato, è rimasta cieca da un occhio in conseguenza di questo episodio.
Sempre nella città felsinea, testimoni e dimostranti, raccontano che nei mesi scorsi, durante le manifestazioni contro la costruzione del Museo dei Bambini al Pilastro, la pratica dei lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo sarebbe stata ricorrente, e solo la perizia di alcuni dimostranti esperti ha evitato il peggio.
Cosa sta succedendo alla polizia italiana? O meglio, alle autorità preposte al mantenimento dell’ordine pubblico?
Ci viene di rispondere che si tratta di segni tangibili dell’involuzione autoritaria impressa dal governo in carica. Testimoni affermano che il tifoso juventino sarebbe stato colpito da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo. Una versione che richiama altri recenti episodi di azioni di massa, non filtrate da alcuna modalità addomesticabile. Che si muovono in controtendenza rispetto alle aggregazioni ordinate, disciplinate, o convenzionali, come quelle dei villaggi turistici.
Tanto basta per suscitare la preoccupazione di un governo che fin dall’inizio si è distinto per il decreto anti-rave, e che, attraverso i decreti sicurezza, punta a scongiurare le aggregazioni spontanee o politicamente connotate, aumentando i poteri di polizia, incentivando le zone rosse, punendo i blocchi stradali e i sit-in, reintroducendo il fermo preventivo. Anche attraverso l’estensione del DASPO, un provvedimento all’inizio pensato proprio per gli ultrà calcistici, ad altre tipologie di condotte.
Siamo di fronte a una vera e propria paura delle masse, come incubatrici di interazioni ed elaborazioni che potrebbero seriamente disturbare il manovratore.
Per questo si sceglie di operare sia sul piano simbolico, per esempio schierando gli agenti in tenuta anti-sommossa e presidiando le stazioni.
Per convogliare verso l’esterno il messaggio che le aggregazioni di massa sono pericolose. Sia lanciando un messaggio intimidatorio ai dimostranti. Dove non riesce la repressione preventiva, arrivano i lacrimogeni ad altezza d’uomo.
Si tratta di una deriva pericolosa, lesiva delle libertà civili e politiche, che necessiterebbe una mobilitazione articolata per contrastarla. Prima che sia troppo tardi.
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22/04/2026
Il governo mette la fiducia anche sul decreto sicurezza. Hanno timore di tutto… e vergogna di niente
L’esecutivo è ricorso ancora una volta al voto di fiducia affermando che il prolungamento della discussione alla Camera, per poi riportare il testo al Senato entro i tempi utili, si sarebbe arenato davanti all’ostacolo tecnico della mancanza di coperture finanziarie, segnalata dalla Ragioneria dello Stato.
Si tratta del quarto decreto sicurezza da quando è in carica il governo Meloni, rivelando una vocazione all’instaurazione dello stato di polizia che è decisamente grave quanto allarmante.
Ieri c’era stata una dura protesta delle opposizioni culminata con l'“occupazione” dei banchi del Governo da parte dei deputati che si oppongono al decreto sicurezza. Dopo il voto contrario della Camera sulle questioni pregiudiziali di costituzionalità presentate dai partiti di opposizione, la situazione è degenerata in una protesta aperta, con deputati delle opposizioni che hanno occupato l’emiciclo e i banchi del Governo, rendendo impossibile il proseguimento dei lavori.
Per mettere una pezza alla vergogna sull’incentivo agli avvocati (tra l’altra respinta dai diretti interessati), il governo varerà un decreto legge ad hoc per abrogare l’assurda norma che introduce un incentivo economico per gli avvocati che seguono le pratiche di rimpatrio degli immigrati e riescono a convincerli a rimpatriare volontariamente. Questa, secondo quanto si apprende da diverse fonti, sarebbe la soluzione individuata dal governo per superare il casino scatenato sul decreto sicurezza e i rilievi del Quirinale.
Intanto, però, il decreto sicurezza è stato approvato così com’è dalla Camera e sarà corretto con il nuovo decreto legge, che dovrebbe andare in Gazzetta insieme alla legge approvata da Montecitorio.
Con una toppa peggiore del buco il governo approverà poi un altro decreto che “correggerà” la norma per gli incentivi agli avvocati per i rimpatri “allargando la platea” dei destinatari del contributo che verrà elargito anche se la pratica di rimpatrio volontario non va a buon fine.
Benvenuti nel paese-caserma.
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17/04/2026
Anche il Consiglio Superiore della Magistratura boccia il decreto sicurezza
Tradotto: una parte rilevante della magistratura ritiene che il decreto, così com’è scritto, esponga seri dubbi di compatibilità con i principi fondamentali dell’ordinamento.
Il passaggio più netto riguarda il nuovo fermo preventivo introdotto dal governo. La norma consente di accompagnare in questura e trattenere fino a 12 ore persone presenti in occasione di manifestazioni pubbliche sulla base di un semplice “stato di fatto”, cioè di un sospetto di possibile pericolosità.
Per il Csm questa misura incide sul “nucleo essenziale di alcune libertà fondamentali del singolo” e attribuisce alla polizia margini eccessivamente discrezionali. Non solo: il testo non prevede neppure un obbligo chiaro di verbalizzazione del fermo, con il rischio concreto di provvedimenti immotivati e difficilmente contestabili.
È il cuore del problema politico e giuridico del decreto: la libertà personale può essere compressa non per un fatto commesso, ma per una valutazione preventiva dell’autorità di pubblica sicurezza.
Sicurezza come amministrazione del sospetto
Il parere del Csm mette in luce un processo più ampio. Negli ultimi anni la sicurezza è stata progressivamente spostata dal terreno del diritto penale a quello del controllo amministrativo.
Daspo urbani, fogli di via, zone rosse, divieti di accesso, obblighi di firma, sanzioni pecuniarie elevate: strumenti formalmente meno gravi di una condanna penale, ma spesso più rapidi, più discrezionali e con minori garanzie difensive.
È quella che molti giuristi definiscono amministrativizzazione della sicurezza: si limitano diritti fondamentali attraverso atti prefettizi, questorili o di polizia, senza il filtro pieno di un giudice. Il decreto sicurezza si inserisce perfettamente in questa linea e la rafforza.
Il diritto di manifestare sotto pressione
Uno dei bersagli principali del provvedimento resta il diritto di manifestare. Le nuove norme prevedono sanzioni molto pesanti per i promotori di cortei o iniziative non preavvisate, oppure per semplici deviazioni di percorso rispetto agli itinerari autorizzati. In alcuni casi si arriva fino a 10 mila euro di multa. Il risultato concreto è evidente: rendere la protesta economicamente rischiosa e scoraggiare l’organizzazione spontanea di mobilitazioni.
Si aggiungono poi divieti di accesso a determinate aree urbane e restrizioni individuali fondate anche su semplici denunce pregresse. In questo modo la partecipazione a manifestazioni può diventare essa stessa indice di “pericolosità sociale”. Il passaggio è delicato: non si puniscono solo comportamenti specifici, ma si colpisce la presenza nello spazio pubblico e la partecipazione al conflitto sociale.
Anche la forma è contestata
Oltre al merito, restano forti dubbi anche sul metodo scelto dal governo: ancora una volta il ricorso al decreto-legge in assenza di reali presupposti di necessità e urgenza.
Il provvedimento era stato annunciato settimane prima dell’adozione formale e contiene una molteplicità di norme eterogenee. Un uso della decretazione d’urgenza sempre più ordinario, che comprime il dibattito parlamentare e accentua la verticalizzazione del potere esecutivo. Anche su questo il segnale istituzionale è chiaro: la forzatura non riguarda solo i contenuti, ma il modo stesso in cui vengono imposte nuove restrizioni.
Un decreto contro i diritti
Il punto è chiaro: questo decreto non serve a combattere emergenze reali, serve a rafforzare il potere dell’esecutivo e restringere gli spazi di libertà.
Introduce fermi basati sul sospetto, amplia la discrezionalità della polizia, moltiplica sanzioni economiche contro chi manifesta, consegna a prefetti e questori strumenti sempre più invasivi. Si colpisce il dissenso senza passare da un processo, si limita la libertà personale senza reato, si scoraggia la protesta rendendola costosa e rischiosa. Il parere del Csm lo dice con prudenza istituzionale. Ma il dato politico è netto: si sta costruendo un modello in cui i diritti restano scritti sulla carta e vengono svuotati nella pratica. Non è sicurezza. È repressione legalizzata.
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31/03/2026
Le “sciagure” del controllo preventivo di polizia. Dal caso Salis agli anarchici
Su quanto accaduto sabato lo lasciamo raccontare alla stessa Salis: “Intorno alle 7:30 sono stata svegliata dalla polizia nella stanza dove mi trovavo. Hanno bussato alla porta, hanno pronunciato il mio nome, dicevano che si trattava della polizia e mi hanno chiesto di aprire. Io ho aperto, mi hanno chiesto un documento che io gli ho dato, gli ho anche fatto presente che sono un’eurodeputata. Non hanno spiegato il motivo della visita, hanno detto semplicemente che si trattava di accertamenti”.
La deputata europea ha intenzione di avviare un’azione parlamentare a Bruxelles e, attraverso il suo partito, in Italia con un’interrogazione nei confronti del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Non si esclude che l’interrogazione possa essere rivolta anche al ministro degli Esteri, Antonio Tajani.
Fino ad oggi la Questura si è trincerata dietro il fatto che il controllo alla Salis sia stato un atto dovuto in base ad un alert partito dalla Germania e motivato dalla vicinanza della europarlamentare italiana a gruppi antifascisti tedeschi, nel caso specifico si tratterebbe della rete antifascista “Hammerbande”, coinvolta in alcuni procedimenti giudiziari in Germania e in Ungheria. In quest’ultima la Salis è stata detenuta in carcere per mesi, messa sotto processo e scarcerata a seguito della sua elezione a parlamentare europea.
Nel caso della Salis la Questura ha escluso che fosse una messa in atto delle misure preventive introdotte dal nuovo decreto sicurezza ma, appunto, un atto dovuto in base ad una segnalazione proveniente da un altro paese dell’area Schengen.
In realtà le domande degli agenti presentatisi alla camera d’albergo della Salis sono state anche sulla sua eventuale volontà di partecipare alla manifestazione del pomeriggio, ragione per cui il nesso con il fermo preventivo previsto dal nuovo decreto sicurezza verrebbe fuori eccome.
Ma sulle segnalazioni dall’estero e il procedere in automatico su questo, è forse il caso di ricordare agli apparati di polizia che questo modo procedere senza previe verifiche, fu alla base del clamoroso casino combinato a Roma dalla Digos a maggio del 2013 nel caso di Alma Shalabayeva, moglie di un rifugiato politico del Kazakistan. La vicenda ha portato nell’aprile del 2025 alla condanna – anche in secondo grado – dei cinque poliziotti imputati al processo d’appello bis sulle irregolarità nell’espulsione dall’Italia di Alma Shalabayeva, che venne fermata e poi espulsa dall’Italia insieme alla figlia. Si è arrivati al processo con l’accusa non certo leggera di sequestro di persona.
Forse le interrogazioni parlamentari costringeranno il ministro Piantedosi a dare risposte meno farfugliate sulla vicenda di Ilaria Salis.
Non sappiamo se sia stato per voler mettere una pezza alla cantonata di sabato che gli apparati di polizia domenica pomeriggio hanno scelto invece la mano dura, con la scelta clamorosa del fermo di massa nel caso degli anarchici che si erano recati con mazzi di fiori a commemorare i due militanti anarchici morti nell’esplosione del 19 marzo scorso a Roma.
In questo caso ben 91 persone hanno subìto per prime il “fermo preventivo” in nome del famigerato decreto sicurezza varato dal governo Meloni. Gli anarchici sono stati fermati preventivamente prima di raggiungere, domenica 29 marzo, il uogo di ritrovo per ricordare Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, morti il 19 marzo nell’esplosione dentro un casolare al Parco degli Acquedotti nella capitale. “Le persone fermate, però, erano ‘armate’ di fiori, quindi è evidente che non ci fossero presupposti di pericolo”, fa sapere l’avvocata Paola Bevere, intervistata ai microfoni di Radio Onda d’Urto.
Il presidio di commemorazione per i due anarchici morti era stato vietato dal questore di Roma. Polizia e carabinieri hanno dunque identificato i manifestanti e in un secondo momento li hanno portato negli uffici di via Patini per il fotosegnalamento.
Domenica la polizia – addirittura anche con reparti a cavallo – ha quindi blindato tutti gli accessi del Parco degli Acquedotti – frequentatissimo da famiglie e bambini – fermando, identificando e poi portando via in pullman decine di anarchici giovani e meno giovani “armati” di mazzi di fuori.
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23/03/2026
Il governo Meloni spinge il decreto sicurezza verso una stretta ancora più repressiva
La quantità di emendamenti presentati è già di per sé indicativa. Non si tratta di correzioni tecniche o aggiustamenti marginali, ma di una vera e propria offensiva normativa. Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati competono nel rilanciare misure sempre più dure, in una sorta di gara interna a chi riesce a spingersi più avanti nella torsione sicuritaria. Il risultato è un testo che perde qualsiasi equilibrio e assume una funzione chiara: trasformare problemi sociali, economici e politici in questioni di ordine pubblico.
Uno dei terreni su cui questa trasformazione appare più evidente è quello dei CPR. Qui il salto è netto. Non siamo più di fronte a strutture amministrative, ma a spazi sempre più assimilabili a carceri, dove il diritto viene progressivamente piegato alle esigenze dell’espulsione.
L’idea di incentivare economicamente gli avvocati che convincono i migranti ad accettare il rimpatrio rivela una concezione profondamente distorta della difesa: non più tutela dei diritti, ma ingranaggio di una macchina che ha un unico obiettivo, allontanare.
Ancora più significativa è la proposta di spostare le visite mediche dopo l’ingresso nei centri. Non è una scelta neutra. Serve a evitare che condizioni di salute possano bloccare i rimpatri. In altre parole, la garanzia sanitaria viene ridotta a ostacolo da aggirare.
Parallelamente, il decreto rilancia una delle narrazioni più funzionali alla costruzione del consenso: quella delle cosiddette baby gang. Anche qui, la risposta non è sociale ma penale. L’inasprimento delle pene per i minorenni, l’introduzione di aggravanti vaghe e facilmente estendibili, fino alla possibilità – mai del tutto abbandonata – di abbassare l’età dell’imputabilità, segnano un passaggio preciso. Non si interviene sulle condizioni che producono marginalità giovanile, ma si anticipa la soglia della punizione. Si costruisce il deviante prima ancora che il reato.
La stessa logica attraversa le norme dedicate alle manifestazioni. Qui il messaggio è ancora più esplicito. Il conflitto sociale viene trattato come un problema di sicurezza.
L’introduzione di strumenti come le pallottole di vernice per “marcare” i manifestanti o le capsule al peperoncino per disperdere i cortei non è solo un aggiornamento tecnico: è un cambio di paradigma. La piazza diventa uno spazio da controllare, tracciare, neutralizzare.
A questo si aggiunge un forte inasprimento delle pene per i danneggiamenti, con aggravanti automatiche quando le azioni sono collettive. È un passaggio decisivo, perché colpisce non il singolo comportamento, ma la dimensione stessa della protesta.
Dentro questo quadro si inserisce anche un principio particolarmente rivelatore: chi si ferisce durante un’azione ritenuta illecita non ha diritto ad alcun risarcimento. È una rottura simbolica prima ancora che giuridica. Significa affermare che chi si oppone, chi protesta, chi entra in conflitto, perde ogni tutela. Non è più un soggetto di diritto, ma un corpo su cui il potere può esercitarsi senza limiti.
Accanto alla repressione diretta si sviluppa poi un’altra dimensione, più silenziosa ma altrettanto incisiva: quella della sorveglianza. L’estensione dei sistemi di videosorveglianza anche in luoghi come asili nido e strutture per anziani, con l’uso di algoritmi e intelligenza artificiale, segnala un passaggio ulteriore. Non si tratta più di controllare situazioni specifiche, ma di costruire un ambiente in cui la sorveglianza diventa permanente. La sicurezza si trasforma in osservazione continua, preventiva, diffusa.
A completare il quadro, nuovi finanziamenti alle forze di polizia locale e l’estensione delle aggravanti a sempre più categorie professionali. Anche qui il segnale è chiaro: il diritto penale si espande, ingloba nuovi ambiti, diventa la risposta standard a ogni forma di conflitto o tensione sociale.
Tutto questo non avviene nel vuoto. Avviene dentro un contesto segnato dal progressivo arretramento del welfare, dalla precarizzazione del lavoro, dall’aumento delle disuguaglianze. Ma invece di intervenire su queste cause, il potere politico sceglie un’altra strada: trasformare l’insicurezza sociale in un problema di ordine pubblico. Non ridurre la paura, ma governarla.
Il decreto sicurezza, in questo senso, non è una risposta alla crisi. È la sua gestione politica. Non produce più sicurezza, ma più controllo. Non rafforza i diritti, ma li restringe. Non affronta le contraddizioni, ma le sposta sul terreno della punizione.
È qui che il nodo diventa evidente. Quando la sicurezza smette di essere una condizione materiale – fatta di lavoro, casa, servizi, diritti – e diventa una tecnica di governo, ciò che si costruisce non è una società più sicura. È una società più disciplinata. Più sorvegliata. Più diseguale.
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10/03/2026
Cosa non torna sul “video del martello” di Torino
A circa un mese dai fatti, una ricostruzione esclusiva realizzata per VD News, basata su foto, video, testimonianze dirette e atti giudiziari, mette in discussione alcuni passaggi centrali della versione fornita da Calista in merito alla dinamica dell’evento.
La convocazione in solidarietà al centro sociale Askatasuna, sgomberato a dicembre, ha portato nel capoluogo piemontese circa cinquantamila persone. Dopo ore di corteo nel centro cittadino, una parte dei manifestanti si è diretta verso l’edificio che ha ospitato lo spazio per trent’anni, sviando dal percorso autorizzato per raggiungere l’area, fortemente militarizzata sin dalle settimane precedenti.
Nel tardo pomeriggio, si sono verificati i primi scontri nelle strade limitrofe a corso Regina Margherita e, mentre la manifestazione era ancora in corso, sui social già circolavano numerosi video di cariche e interventi delle forze di polizia molto violenti.
Eppure, il “video del martello” ha rapidamente catalizzato l’attenzione pubblica e politica. Quelle immagini, catturate alle ore 19:04 del 31 gennaio da un cronista di Torinoggi.it e rilanciate per primo nel governo dal ministro della Difesa Guido Crosetto alle ore 20:15 su X, hanno spinto l’approvazione del nuovo decreto sicurezza, varato il 23 febbraio 2026, dopo giorni di interlocuzioni con il Quirinale.
Il provvedimento ha introdotto la possibilità per le forze di polizia di trattenere fino a 12 ore soggetti ritenuti potenzialmente “pericolosi per il pacifico svolgimento delle manifestazioni pubbliche”, consente al pubblico ministero di non iscrivere nel registro degli indagati agenti coinvolti nell’uso, ritenuto legittimo, delle armi e prevede un inasprimento delle sanzioni amministrative in caso di manifestazioni non preavvisate alle autorità (fino a dodicimila euro).
Nei giorni successivi agli scontri sono stati eseguiti tre arresti, ma l’unico collegato al video di Calista riguarda quello di A. S., 22 anni. Il giovane, facilmente riconoscibile per il vistoso giubbotto rosso indossato durante i disordini, è stato fermato il giorno successivo ai fatti e tradotto in carcere.
Lì è rimasto per qualche giorno per poi essere scarcerato e posto agli arresti domiciliari, misura tuttora in corso e recentemente confermata dal Tribunale del Riesame di Torino. Oggi, è indagato per concorso in lesioni aggravate a pubblico ufficiale (prognosticate in 20 giorni di malattia), mentre la prima contestazione di rapina aggravata – legata alla sottrazione di parte dell’equipaggiamento dell’agente – è stata già esclusa dal giudice per le indagini preliminari.
Nel corso del procedimento giudiziario a carico di A.S., Calista ha presentato formale querela, fornendo la sua ricostruzione dei fatti. «Insieme alla mia squadra del reparto mobile di Padova mi dirigevo nel controviale di corso Regina Margherita angolo Giardini Pozzo, ove effettuavamo alcune cariche di alleggerimento» ha dichiarato il 1° febbraio alla Digos di Torino.
Inoltre, sosteneva che, dopo il lancio di «pietre, bottiglie, artifici pirotecnici, tombini, martelli e altri oggetti» da parte di alcuni manifestanti, veniva «spinto e afferrato dalle braccia nonché preso a calci alle spalle» e «trascinato diversi metri più avanti la linea di squadra», dove «numerosi soggetti» gli sfilavano casco e scudo prima di colpirlo ripetutamente.
Questa sequenza – spinta, trascinamento oltre la linea del reparto e aggressione collettiva – è smentita da numerosi elementi.
Innanzitutto, nella tarda serata del 31 la giornalista freelance Rita Rapisardi ha diffuso, prima sui suoi canali social e poi in un articolo per il Manifesto, una versione alternativa dei fatti, fondata sulla sua testimonianza diretta. «Quella scena l’ho vista con i miei occhi, ero a cinque metri», ha scritto in un post. «Vedo arrivare una squadra di agenti in antisommossa che corre verso i manifestanti rimasti. A un certo punto uno esce dallo schieramento e si allontana di una quindicina di metri per inseguire un paio di persone».
Secondo la cronista è in quel momento che la situazione è cambiata: «Li manganella, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso, lo spingono e lui cade. Da lì partono i secondi del video virale».
Ulteriori elementi raccolti per VD News rafforzano questa ricostruzione. Un video realizzato dal manifestante G.V. mostra infatti gli attimi immediatamente precedenti alla sequenza diventata virale. Sono le 19:03 e G.V. si trova su corso Regina Margherita, all’altezza di via Giacinto Borelli, nei pressi di un semaforo.
Nelle immagini, una squadra di circa venti agenti in assetto antisommossa si compatta e parte alla carica dei manifestanti, dopo aver subito il lancio di alcuni oggetti. Tra loro – sebbene non sia possibile distinguerlo con certezza dagli altri agenti – ci sarebbe anche Calista.
La registrazione precede di circa un minuto il momento in cui viene documentata la caduta dell’agente e la comparsa del martello (19:04). Anche il luogo ripreso nel filmato, compatibile con quello indicato nelle testimonianze, suggerisce che si tratti proprio del momento in cui Calista si stacca dalla linea e parte all’inseguimento, come sostenuto da Rapisardi.
A rafforzare questa lettura ci sono anche le fotografie e la testimonianza del fotografo freelance Sebastiano Bacci, che ha assistito alla scena da pochi metri. «Mi trovavo sul viale principale di corso Regina Margherita quando ho visto la folla correre verso il parco. Mi giro e vedo persone scavalcare le recinzioni. Allora scavalco anche io la grata e mi posiziono dietro il guardrail».
Poco più avanti, fuori dall’inquadratura, una piccola squadra di agenti stava effettuando una carica per poi arrestarsi contro il muro di un palazzo accanto alla serranda della Regina Copisteria (la stessa del video di G.V.).
È in quel momento che Bacci ha notato un agente correre da solo. «All’inizio non sapevo chi fosse. L’ho visto inseguire due ragazzi, uno con una giacca rossa e uno vestito di nero. Correva brandendo il manganello e provando a colpirli». Per continuare a fotografare la scena il fotografo ha così raggiunto una posizione perpendicolare rispetto a una Ford bianca parcheggiata nel controviale, la stessa che fa capolino nello sfondo del celebre video del martello.
«A quel punto alcuni manifestanti si sono accorti dell’agente rimasto isolato e si sono diretti verso di lui», racconta. «Quando è arrivato all’altezza dell’auto era ormai molto avanti rispetto alla linea della sua squadra. Solo a quel punto è stato circondato».
Le fotografie di Bacci permettono anche di ricostruire con precisione la sequenza temporale: tra il primo scatto e l’ultimo passano circa venti secondi. «Per alcuni istanti nessun suo collega interviene», conclude il fotografo. «Solo dopo arriva un altro agente che lo protegge».
È in quell’arco di tempo che si consuma la scena del martello, poi diffusa ovunque: una manciata di secondi diventata un’immagine simbolo, rapidamente trasformata in materiale utile alla deriva securitaria ormai abbondantemente intrapresa dal Governo Meloni.
Fonte
07/03/2026
Decreto sicurezza, una pioggia di multe per bloccare proteste e dissenso
Tenere traccia dei provvedimenti che piovono non è semplice. I primi sono arrivati nei piccoli centri: Massa Carrara, Catania, Brescia, Pisa, Livorno, Ravenna, Taranto. Poi Bologna con oltre 100 denunce e Genova con 80. L’ultima in ordine di tempo è Cagliari, con un’inchiesta che ha portato a 90 denunce.
Sono più di 400 i denunciati con decine di multe in tutta Italia e mancano Roma e Milano all’appello. Mentre a Torino sono almeno 50 le multe e poi ci sono le denunce, che spesso però racchiudono più episodi, anche manifestazioni che non hanno a che fare con Gaza e che la procura vuole inserire nel filo rosso che collega tutto ad Askatasuna.
«Nelle grandi città è probabile che inviino un unico piano indiziario. Il rischio è che con la partenza della nuova Flotilla, ad aprile, si voglia bloccare il ripetersi dell’autunno», spiega Cristina Mazzoccoli, avvocata di Usb. «Siamo più preoccupati per le multe che per le denunce: il penale ha delle garanzie difensive, mentre nel procedimento amministrativo sono ridotte e le modalità di impugnazione limitate. Per studenti e operai è difficile pagare multe che arrivano fino a 5mila euro».
Non tutti sono accusati di aver bloccato la circolazione, alcuni soltanto di essere entrati in stazione da porte non consentite o aver stazionato sulla banchina. Gli avvocati dei sindacati di base sottolineano come in realtà la circolazione ferroviaria non ha risentito in maniera rilevante: «Vogliamo dimostrarlo chiedendo le audizioni, ma per ora nessun soggetto è stato convocato».
Al momento la decisione collettiva è quella di non pagare e capire se oltre al verbale arriverà anche l’ordinanza di ingiunzione, con la possibilità di ricorrere al giudice di pace. «Le presunzioni di colpevolezza non si basano su dati oggettivi, ma su questioni presupposte su dati di digos e questura: i diretti interessati non vogliono pagare le multe perché non credono di aver fatto nulla, rivendicando il diritto di manifestare», aggiunge Mazzoccoli.
Intanto si moltiplicano le casse di resistenza per raccogliere fondi: «Sono misure restrittive non giustificate da pericolosità». A preoccupare, rispetto all’ultimo pacchetto sicurezza, è la modifica dell’articolo 18 del Tulps (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza) sul preavviso di manifestazione alla questura: finora reato, ma sono state poche le condanne, con la depenalizzazione potrebbe diventare uno degli strumenti più efficaci per fare in modo che le persone desistano dallo scendere in piazza.
«In pratica parcellizzi il procedimento, le multe e le ordinanze diventano singole, non si possono unire per fare una class action. Quindi se prima potevo improvvisare un presidio magari per un evento, come accaduto per la Flotilla, ora si rischia una multa fino a 12mila euro», spiega l’avvocato Gianluca Vitale.
Per stabilire poi chi sono i promotori, potranno essere utilizzati anche i social e risalire a chi ha diffuso per primo l’incontro. «In quest’ultimo decreto i dubbi di incostituzionalità riguardano la proporzionalità della pena e le sanzioni elevate. Una sponda potrebbe essere ricorrere alla Cedu – spiega Vitale – che lascia via libera alle sanzioni, ma tali che non risultino deterrente al diritto di manifestazione, come pare avvenire in questo caso».
Mentre il fermo preventivo, sempre nell’ultimo decreto sicurezza, che limita le persone nella circolazione, si baserebbe su un sospetto di pericolosità e sulla profilazione, anche solo per il fatto di appartenere a un movimento. «Sono tutti mezzi intimidatori – conclude Vitale – Il fermo per identificazione è già usato come pretesto per tenere in questura le persone per ore ma da noi spesso contestato come sequestro di persona, ora diventa legittimo».
Fonte
26/02/2026
Mattarella firma il decreto Sicurezza. Modificato, ma non meno pericoloso
Le quasi tre settimane impiegate dal Presidente della Repubblica per dare l’ok al provvedimento (e Mattarella non è mai stato parco di firme) fanno ben capire la gravità delle misure introdotte nella – pur di facciata – “democrazia liberale”. Sicuramente, l’emersione della verità sui fatti dell’esecuzione di Abderrahim Mansour da parte di un poliziotto che lo taglieggiava ha reso più complicato far accettare le novità del decreto (e ha dato una spallata anche alla propaganda sul prossimo referendum sulla riforma della giustizia).
Ad ogni modo, il testo delle nuove disposizioni arriva in Senato per la discussione parlamentare. Al suo interno, rimangono le misure che rappresentano il “cuore politico” del provvedimento, come è stato chiamato in un servizio di SkyTg24, ovvero il fermo preventivo in caso di manifestazioni pubbliche e lo “scudo penale”, ripensato più come “filtro penale”, che però non attenua l’opportunità di impunità per gli agenti che calcano un po’ troppo la mano...
Partiamo dal fermo preventivo. Rimane, così come rimangono le 12 ore massime entro cui trattenere il “sospetto”. Quello che cambia sono le motivazioni: non più “circostanze di fatto” che arbitrariamente lasciavano in capo alle forze dell’ordine la decisione se procedere al fermo, ma un “attuale pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica”.
Ciò potrà essere desunto anche in relazione alla “rilevanza di precedenti penali o di segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza alle persone o sulle cose in occasione di pubbliche manifestazioni nel corso degli ultimi cinque anni”. Insomma, certamente c’è stato un restringimento della casistica che legittima il fermo preventivo, ma la natura di fondo non è affatto cambiata.
Il “pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica”, se può essere associato a una sorta di “stigma penale” che ci si porta dietro per cinque anni, è una formulazione abbastanza larga da permettere una limitazione concreta del diritto a manifestare.
Rimane poi il nodo dei tempi: il fermo dovrà pur essere comunicato al magistrato, che può disporre il rilascio immediato se ne mancano i presupposti. Ma anche con la burocrazia più veloce del mondo, ci potrebbero volere ore per verificare tutti i documenti e decretare l’illegittimità del fermo. Al fermato, dunque, sarebbe comunque impedito di manifestare.
Lo “scudo” penale, si legge su molte ricostruzioni, diventa un “filtro”. Il pubblico ministero, in presenza di una “causa di giustificazione” (come può essere la legittima difesa o l’uso legittimo delle armi in servizio), effettuerà una “annotazione preliminare” per la persona coinvolta nel fatto, senza iscriverla direttamente nel registro degli indagati.
Le tutele rimangono le stesse (tutela legale, accesso agli atti, e così via), ma si evita l’avvio immediato di procedimenti disciplinari o sospensioni professionali. L’annotazione preliminare ha una durata massima di 150 giorni, dopodiché il pubblico ministero dovrà decidere se archiviare o procedere con l’iscrizione formale tra gli indagati.
Si allungano i tempi per gli accertamenti, ma il fatto che per le forze dell’ordine che usano violenza venga prevista una sorta di “riserva protetta”, alternativa ai percorsi che rispondono al principio che “la legge è uguale per tutti”, rimane. Inoltre, abbiamo sentito questi giorni di casi di “testimoni brutalizzati” e altre oscenità, che mostrano come, con tale “filtro”, sarà più complesso far emergere elementi che spingano verso delle vere e proprie indagini.
Come avevamo scritto tre settimane fa, inoltre, il problema “di modello” rimane: “si costruisce un’idea di legittimità preventiva dell’uso della forza, un’anticipazione di fiducia verso chi reagisce, verso chi “si difende”, verso chi afferma di aver agito in un contesto percepito come minaccioso”. Il rafforzamento delle tutele per gli agenti e misure preventive di detenzione dal sapore fascista blindano il potere e imprimono una svolta verso lo “stato di polizia”.
Nel decreto Sicurezza, poi, rimangono altre misure critiche. Zone rosse, multe esorbitanti per mancato preavviso o deviazione del percorso di una manifestazione. La strategia di colpire “l’indipendenza economica” dei manifestanti, delle organizzazioni e delle associazioni che promuovono mobilitazione è una scelta che mette a serio rischio l’agibilità politica nel paese.
C’è infine un’ultima modifica rispetto al testo originario, cioè il dietrofront sull’obbligo per i commercianti di registrare l’identità di chiunque acquistasse un coltello con lama superiore ai 15 centimetri. La norma avrebbe costretto coltellerie, ferramenta, supermercati e persino catene di arredamento a conservare i dati degli acquirenti (anche di semplici coltelli da cucina) per ben 25 anni.
Si trattava evidentemente della messa in capo a una serie di piccole e grandi attività di una schedatura di massa, con dati sensibili elargiti senza tanti contrappesi o motivazioni concrete di pericolo per la sicurezza. Era anche un impegno sostanzioso per le stesse attività commerciali, che si è preferito eliminare.
Per mantenere però tutto il valore simbolico di questa misura (perché questo era il suo senso fin dall’inizio), rimane il divieto di vendita ai minori con sanzioni amministrative per i genitori. Mettendo in capo a questi ultimi una responsabilità economica indiretta, si vuole percorrere la strada dell’allarmismo sul fenomeno delle “baby gang”. Resta inoltre il rischio di arresto in flagranza per chi viene sorpreso a portare fuori casa strumenti da taglio senza giustificato motivo.
Ovviamente, quello che è stato davvero “ridotto” nel testo arrivato in Senato è l’esborso economico. Vengono stanziati 19 milioni per la videosorveglianza comunale nel biennio 2025/2026, ma spariscono i fondi per gli anni successivi e anche il piano da 50 milioni per la sicurezza ferroviaria.
Non che ce ne sia da rammaricarsi: è evidente che la ragione del provvedimento è tutta beceramente securitaria, nel senso di spingere l’acceleratore sull’idea di un paese nel caos, per cui serva un controllo costante. L’Italia è già uno dei paesi più videosorvegliati in Europa, e di altre migliaia di telecamere non c’è bisogno.
Ma il tema è proprio che la “sicurezza”, per la classe dirigente, va intesa dentro la cornice dell’austerità di bilancio. In un paese segnato da profonde disuguaglianze, salari da fame, sanità e servizi sociali smantellati, crisi abitativa, la sicurezza reale, ovvero quella che si esprime nella piena garanzia di diritti sociali, viene trasformata in un problema di ordine pubblico, a cui rispondere con l’inasprimento di misure repressive. Ovviamente, quanto più a costo zero possibile.
Il vero obiettivo di questo tipo di provvedimenti, com’è chiaro, sono le varie forme di espressione del dissenso, e dunque qualsiasi tipo di opposizione reale agli indirizzi politici di guerra, interna ed esterna, che sono stati adottati dai governi europei per fare fronte alla propria crisi economica e strategica.
E nel frattempo, una sana democrazia, di cui la vera cartina tornasole è lo spazio effettivo di una dialettica politica che passi anche attraverso un inevitabile conflitto sociale, viene seppellita sotto i tratti di una “democratura” che si fonda sulla possibilità di mettere una X su una scheda ogni tanto, ma senza poter davvero poter intervenire sulle scelte politiche di fondo.
Fonte
06/02/2026
La “sicurezza” dei potenti, per sé e le polizie
Una conferma della «legge storica», già ampiamente verificata in corpore vili, per cui l’avanzata della reazione non può mai essere arrestata da un solitario «custode della Costituzione», ma solo da un popolo che si sveglia. Il «custode», infatti, vuoi per «dovere istituzionale», vuoi per temperamento individuale, si predispone sempre ad accompagnare la discesa agli inferi. Hindenburg, insomma, ha fissato un format...
Il testo è naturalmente scritto nel linguaggio legislativo che sembra inventato apposta per occultare, zeppo di riferimenti ad articoli e commi che andrebbero consultati uno per uno, rendendo l’opera di lettura un processo pressoché secolare. Ma il cuore del provvedimento, possiamo dire senza tema di smentita, è la parte dedicata a scoraggiare oltre ogni limite le manifestazioni. Tutte.
Il background «ideologico» era del resto stato esibito apertamente dal prefetto ora ministro dell’interno, all’indomani degli scontri di Torino, e ribadito da tutti gli esponenti del governo: in una manifestazione «non ci sono innocenti», tutti sono «complici» di chi resiste alle «forze dell’ordine».
Trasformare questa concezione in un decreto legge era un po’ complicato, se non si voleva apparire come una gestapo in sedicesimo, e quindi la formulazione «tecnica» è un tantino più asettica. Ma non migliore. E non diminuisce certo l’impressione che sia stata montata volontariamente una “campagna allarmistica” esasperando il fatto, ormai accertato, che molte delle immagini ormai famose sul “poliziotto martellato” siano state manipolate con l’intelligenza artificiale prima di essere pubblicate sui siti istituzionali (ministero dell’interno, ecc.)
Partiamo dai punti certi.
Divieto di partecipazione alle manifestazioni e di accesso alle «zone rosse»
Basta una singola denuncia ricevuta nel corso di una manifestazione degli ultimi cinque anni per vedersi vietare l’accesso alle zone che il prefetto deciderà di ritagliare come «vietate»; ossia per vedersi impedire la partecipazione ad una nuova mobilitazione.
Va sottolineato che il testo prevede espressamente che non serve una «condanna» per aver fatto qualcosa, basta la denuncia (che è un atto deciso da un qualsiasi funzionario di polizia o equivalente, quindi arbitrario o comunque soggetto ad errore, come ogni altra iniziativa umana) per essere condannato ad una «morte civile». Ossia all’impedimento di manifestare la tua idea o contrarietà a prescindere dall’aver effettivamente commesso reati in altre manifestazioni.
È fin troppo facile immaginare che un abnorme aumento delle denunce potrebbe essere l’escamotage «tecnico» per cominciare a svuotare le piazze, visto che ad ogni nuova mobilitazione farebbe seguito un nuovo «stock» di esclusi dal prossimo giro in città.
Il fermo preventivo
A rendere «cogente» il divieto arriva anche il «fermo preventivo», che era una misura già in uso durante il fascismo, circa un secolo fa, e prevedeva la convocazione in questura degli antifascisti schedati abitanti nell’area in cui sarebbe dovuto passare «il duce» o il re.
«Gli ufficiali e gli agenti di polizia possono accompagnare nei propri uffici persone rispetto alle quali, in relazione a specifiche e concrete circostanze di tempo e di luogo e sulla base di elementi di fatto, anche desunti dal possesso di taluno degli strumenti, degli oggetti e dei materiali indicati agli articoli 4 e 4-bis della legge 18 aprile 1975, n. 110, e agli articoli 5 e 5-bis della legge 22 maggio 1975, n. 152, o dalla rilevanza di precedenti penali o di segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza alle persone o sulle cose in occasione di pubbliche manifestazioni nel corso degli ultimi cinque anni, sussista un fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione, e ivi trattenerle per il tempo strettamente necessario ai fini del compimento dei conseguenti accertamenti di polizia e comunque non oltre le dodici ore.»
Nella formulazione odierna questo fermo durerà insomma il tempo necessario a saltare la manifestazione più «una notte in guardina», ossia una “privazione della libertà personale” in base ad una supposizione o un «sospetto» che ha come sottostante una denuncia di polizia.
Siccome in questo modo era troppo evidente l’arbitrio poliziesco – una lista crescente di «sospetti» stilata in base a «segnalazioni» anche prive di riscontri oggettivi (che non hanno insomma portato ad una condanna) – è stato inserito l’obbligo di avvisare il magistrato di turno. Il quale potrebbe teoricamente rispondere che il fermo è arbitrario e disporre quindi l’immediato rilascio del fermato.
Teoricamente, dicevamo. Immaginate voi un magistrato di turno, il sabato pomeriggio (per ovvie ragioni lavorative le manifestazioni importanti, per raggiungere il massimo della partecipazione possibile, vengono convocate di sabato), che riceve decine o centinaia di «avvisi di fermo» – un numero presumibilmente crescente nel tempo, con l’incedere di denunce che raggiungono sempre più persone – e che dovrebbe esaminare il caso, informarsi sui precedenti del fermato, scrivere eventualmente un atto formale che intima il rilascio...
Ben che vada, le risposte arriveranno qualche giorno dopo.
Lo scudo penale
«Per incrementare le tutele per i cittadini e per le forze di polizia, il pubblico ministero, quando appare evidente che un fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione, procede all’annotazione preliminare del nome della persona cui è attribuito il fatto».
Il pasticcio giuridico combinato elaborando questa formula non mancherà di produrre presto tragedie. Cos’è successo?
Il governo voleva «scudare penalmente» poliziotti, carabinieri, ecc, ossia garantire che non sarebbero stati processati e condannati per l’uso improprio delle armi sia nel corso del normale servizio che nelle manifestazioni pubbliche. Ma una norma in questa direzione sarebbe stata ovviamente incostituzionale – «la legge è uguale per tutti», e un omicidio o un ferimento resta tale anche se commesso da qualcuno in divisa – e quindi improponibile.
La toppa è però peggiore del buco. Per far apparire lo «scudo» come una cosa «normale», ossia uguale per tutti i cittadini, si è scelto di predisporre un «registro diverso» rispetto a quello degli «indagati» in cui inserire eventuali accertamenti sia per l’uso della armi fatto da un agente che da un «civile». L’unico caso che poteva accomunare le due figure era la «legittima difesa».
Ma chi decide che è «evidente» che un agente di polizia ha usato le armi solo per difendersi? Un suo superiore, non il magistrato. Questo semmai interverrà solo in seguito ad una segnalazione dubbiosa da parte di quel «superiore». Lo «scudo» insomma c’è, e garantisce la totale impunità... a meno che filmati, testimonianze e fotografie non determinino una «attenzione pubblica» su un caso impossibile da derubricare a «difesa».
L’allargamento ai «civili» crea però una situazione pericolosa. Qualsiasi cittadino armato potrebbe invocare la stessa norma dopo aver ferito o ucciso qualcuno che è «entrato nella sua proprietà», magari sbagliandosi tra un ladro e un vicino di casa. E in quel caso chi stabilisce che è «evidente»? Un magistrato, per forza di cose. Chi mai si prenderebbe la responsabilità di garantire per un omicida senza divisa?
Quindi in quel «registro riservato», lontano dallo sguardo di giornalisti indiscreti, finiranno soltanto uomini della forze dell’ordine. «Sicuri» dell’impunità...
La strategia politica del governo
L’intento è insomma chiarissimo, e la stessa Giorgia Meloni non ha fatto mistero, rivendicando il decreto come tassello fondamentale di una «strategia» che elimini «le piazzate» – come aveva incautamente definito le timide proteste della gente di Niscemi rimasta senza casa – e lasci il potere al riparo da qualsiasi protesta.
La ragione è altrettanto evidente. Se le proteste si sommano, si collegano, individuano la causa del malessere sociale nell’azione del governo e delle grandi imprese, il consenso anche elettorale ne soffrirà certamente. Dunque, l’unica soluzione immaginata è quella di impedire che il movimento cresca, maturi, acquisisca esperienza e piena consapevolezza politica. Con i fermi, i divieti, le multe stratosferiche, ecc..
È la solita illusione dei reazionari – irregimentare la società per garantirsi «stabilità». Non funziona negli Stati Uniti, dove anzi la protesta è diventata un fenomeno anche politicamente più «radicale», spezzando rapidamente la molto presunta egemonia dell’ideologia «Maga», non ha mai funzionato a lungo anche da altre parti. E non funzionerà neanche qui in Italia.
Certo, non sarà un percorso facile. Certo avrà dei costi. Bisognerà immaginare molte altre forme di mobilitazione, studiare i modi per aggirare gli ostacoli, segare il ramo su cui è seduto il potere attualmente dominante. Ma che una società possa essere immobilizzata solo perché il governo lo desidera è di fatto impossibile.
Questo decreto, insomma, che contiene diversi altri provvedimenti, che esamineremo presto, chiarisce forse involontariamente che la «sicurezza» che questo governo vorrebbe realizzare è in primo luogo la propria. Non della popolazione.
E per provare a a realizzare l’obbiettivo deve «tutelare» i corpi di polizia fino a garantirne l’impunità. Trasformandoli così in milizie di fatto «private», ossia «di parte», non più corpi di funzione pubblica.
P.S. Ma quanto vi hanno spaventato le mobilitazioni e gli scioperi generali contro il genocidio in Palestina?
Fonte
05/02/2026
Il decreto sicurezza a Palazzo Chigi. Osservazioni dal Quirinale, basso profilo dalle opposizioni
Su questi due aspetti nei giorni scorsi sono emerse le perplessità del Quirinale sulla loro costituzionalità, ma l’incontro di ieri tra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Mantovano (il vero “uomo nero” di Palazzo Chigi) avrebbe sottolineato la necessità di apportare alcune modifiche al pacchetto sicurezza, in particolare per quanto riguarda il fermo di polizia e lo scudo penale.
Nel primo caso, dagli uffici giuridici del Quirinale si sarebbe fatto notare come non possa bastare un semplice atteggiamento sospetto per effettuarlo; nel secondo si sarebbe evidenziata l’esigenza di evitare una giurisprudenza separata per categorie.
Entrambe le misure sono comunque destinate a far parte di un decreto legge sulla sicurezza che approda oggi in Consiglio dei ministri assieme a un disegno di legge sullo stesso tema.
Per quanto riguarda il cosiddetto scudo penale, secondo indiscrezioni, vi sarebbe la previsione di un registro diverso – non solo esclusivo per le forze dell’ordine ma anche per i civili – così da evitare l’iscrizione automatica nel registro degli indagati di fronte a una causa di giustificazione, come legittima difesa o adempimento di un dovere.
È un tema piuttosto “rognoso” quello dello scudo penale, modificato in modo tecnicamente più prudente rispetto alle anticipazioni iniziali ma, proprio per questo, potenzialmente più pervasivo.
Infatti questo non riguarda soltanto le forze dell’ordine, come ci si sarebbe aspettati in un impianto classico di tutela degli agenti, ma viene esteso anche ai civili.
Il principio ispiratore è che chi commette un reato in presenza di una “evidente causa di giustificabilità” non venga automaticamente iscritto nel registro degli indagati ordinario, bensì in un registro separato, con garanzie formalmente analoghe ma con una corsia preferenziale che dovrebbe portare a una rapida archiviazione, entro trenta giorni, salvo diversa valutazione del pubblico ministero.
La decisione finale sulla giustificabilità resta affidata a un magistrato, e questa è la clausola che viene usata per rassicurare. Ma il punto politico è un altro: si costruisce un’idea di legittimità preventiva dell’uso della forza, un’anticipazione di fiducia verso chi reagisce, verso chi “si difende”, verso chi afferma di aver agito in un contesto percepito come minaccioso.
L’altro tema rognoso è quello del fermo preventivo di 12 ore prima delle manifestazioni contro i sospetti.
“Serve una norma – ha detto il ministro degli Interni Piantedosi nelle sue comunicazioni alla Camera e al Senato – che consenta un vero e proprio efficace intervento preventivo. Per fermare preventivamente ci vuole un fermo preventivo”.
Ma dalle osservazioni del Quirinale sarebbe ritenuto eccessivo il tempo di 12 ore per il fermo di polizia preventivo (Salvini, in una delle sue “sboronate” aveva tentato di portarlo a 24 o anche 48 ore) nei confronti di viene sospettato di costituire un pericolo per lo svolgimento pacifico dei cortei. E sarebbe stato evidenziato che bisogna regolare dettagliatamente i motivi del fermo.
Secondo le ultime indicazioni, l’intenzione dell’esecutivo sarebbe di mantenere il trattenimento per 12 ore per accompagnamento negli uffici di polizia, senza necessità di convalida da parte del magistrato (che comunque dovrebbe riceverne comunicazione) ma solo per chi ha precedenti specifici.
Fra le misure d’urgenza ci sarebbero anche quelle sulle zone rosse attorno alle stazioni. Nel disegno di legge, che poi dovrà affrontare l’iter parlamentare, dovrebbe essere invece essere inserito il cosiddetto ‘blocco navale, ossia la possibilità di interdire (da 30 giorni a 6 mesi) l’attraversamento del limite delle acque territoriali in casi di minacce terroristiche o di pressione migratoria eccezionale, due cose ben diverse ma poste praticamente sullo stesso piano.
“La scelta del governo di usare sia un decreto che un ddl non è neutra. Il decreto serve a rendere operative subito le misure più delicate e simboliche, quelle che incidono direttamente sulla libertà di manifestare, sulla gestione dell’ordine pubblico e sulla costruzione del ‘nemico interno’” – commenta l’Osservatorio Repressione – “Il disegno di legge, invece, ospita le norme che richiedono un lavoro di assestamento politico e mediatico, quelle più ideologiche o più esposte al rischio di rilievi istituzionali. È una strategia ormai riconoscibile: prima si cambia il clima, poi si consolidano le fondamenta”.
In questo inquietante scenario da stato di polizia incombente sul paese, colpisce la pochezza politica e di merito dei partiti dell’opposizione.
Se, per fortuna, hanno evitato la trappola della convergenza su un testo comune con la maggioranza, nella risoluzione unitaria presentata dalle opposizioni M5S-Pd-Iv-AVS per prendere le distanze dalle comunicazioni del ministro Piantedosi al Senato, non ci sono critiche sostanziali alla gestione governativa dell’ordine pubblico, c’è la “condanna delle violenze degli antagonisti a Torino” accanto all’annuncio del no al nuovo decreto sicurezza atteso per oggi in Consiglio dei ministri.
Il documento delle opposizioni insiste con la richiesta di ulteriori assunzioni nelle forze dell’ordine (richiesta che non ha riscontri fattuali), sulle modifiche normative per reintrodurre la procedibilità d’ufficio per “reati di particolare disvalore sociale” oltre all’abrogazione di “alcune recenti norme contenute nel c.d. decreto Nordio” (il riferimento è alla convocazione preventiva degli “arrestandi” per alcuni reati anche gravi), ma si limita a proporre di impegnare il Governo “a non fare ricorso in materia di ordine pubblico allo strumento della decretazione d’urgenza”.
Nel merito, c’è il no al fermo preventivo attraverso nuovi “provvedimenti amministrativi limitativi della libertà personale”, alla cauzione per le manifestazioni e all’immunità penale per i componenti delle forze dell’ordine.
Diciamo che la posta in gioco sul piano della democrazia in questo paese richiederebbe un po' più di coraggio politico che limitarsi a quanto già segnalato dal Quirinale.
Fonte
22/01/2026
La chiamano sicurezza ma è lo “stato di polizia”
Presentato dalla stampa all’opinione pubblica come un provvedimento di emergenza relativo alla criminalità minorile e al divieto sull’uso e la vendita di coltelli – un plateale fumo negli occhi – in realtà questo ennesimo pacchetto sicurezza mira ad un “bersaglio grosso” assai diverso: le manifestazioni.
Il governo punta piuttosto esplicitamente a restringere pesantemente l’agibilità politica nelle piazze affidando alla polizia ampissimi poteri per poter intervenire contro i manifestanti, delineando così uno scenario che potrebbe somigliare moltissimo alle immagini di abusi e brutalità che giungono dalle città statunitensi.
Il pacchetto sicurezza 2026 vorrebbe introdurre la possibilità per la polizia di trattenere, fino a 12 ore, i manifestanti sospettati “di costituire un pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza e l’incolumità pubbliche”. Con questo potere discrezionale alla polizia nelle piazze, ogni manifestazione rischia di degenerare ancora prima di cominciare.
Vengono aumentate fino a 20 mila euro le sanzioni economiche per mancato preavviso di un corteo o sitin, o per deviazione del percorso della manifestazione. È un modo per colpire i movimenti direttamente agendo sulle loro finanze, così come sta avvenendo con le multe che stanno arrivando a decine contro gli attivisti pro Palestina per le manifestazioni di settembre e ottobre o con le sanzioni contro i sindacati per lo sciopero generale del 3 ottobre scorso.
Viene poi aggiunto un reato punendo con la detenzione da sei mesi a cinque anni chi non si ferma a un alt della polizia o si dà alla fuga con modalità “pericolosa per la pubblica e privata incolumità” (si suppone misurabile nella velocità della fuga, ndr). Un articolo che sembra scritto su misura dopo la drammatica vicenda del giovane Ramy a Milano morto durante un inseguimento dei carabinieri.
E proprio per polizia e carabinieri ci sarà ancora più impunità, perché con le nuove misure gli agenti non saranno più iscritti nel registro degli indagati se le loro azioni sono giustificate da “legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità”. In sostanza, da qualunque cosa.
Non poteva mancare anche una sezione dedicata all’immigrazione, dove si vorrebbe introdurre la possibilità di interdizione temporanea del limite delle acque territoriali, in caso di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale. Questa misura potrebbe durare 30 giorni al massimo. In questo caso, i migranti a bordo di tali imbarcazioni, potrebbero essere condotti in paesi diversi da quello di appartenenza o di provenienza. Un articolo ad hoc per consentire la deportazione nel lager allestito in Albania dal governo italiano. Non solo. A complicare la vita agli immigrati ci saranno nuovi limiti sui ricongiungimenti familiari.
Aumenta poi la possibilità di rimpatrio per qualunque straniero sia ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale o anche per “l’integrità delle relazioni internazionali e diplomatiche dello Stato”. Ovvero a prescindere dall’aver commesso reati o meno ma sulla base dello stato delle relazioni diplomatiche del nostro con altri paesi. Il riferimento è quasi ovvio verso Israele, il quale da tempo sta pretendendo dalle autorità italiane la persecuzione di cittadini stranieri residenti in Italia ma attivi nelle manifestazioni per la Palestina o ritenuti “ostili” da Tel Aviv.
Da alcune indiscrezioni pare che su queste misure, incluse quelle contro le manifestazioni, ci sia qualche perplessità dal Quirinale. Ma su questo versante c’è poco da essere ottimisti. L’anticostituzionalità di alcune norme del nuovo pacchetto sicurezza, così come di quelle del decreto sicurezza approvato solo qualche mese fa, sono piuttosto evidenti. Ma è evidente anche l’anticostituzionalità delle scelte militariste fatte dal governo – e dal Quirinale – sul fronte della guerra in Ucraina.
È drammaticamente chiaro come questo provvedimento da vero e proprio stato di polizia sia anche il prodotto di un clima politico condizionato dalla logica di guerra all’esterno e di controllo ferreo sul “fronte interno”, puntando a ridurre, o ancora meglio a eliminare, ogni spazio di dissenso verso le scelte dei governi, soprattutto quelle che possono trascinare il paese dentro scenari da incubo. È questa la cifra dello scontro politico in atto.
Fonte
16/01/2026
In Italia sempre più “stato di polizia”
Il nuovo testo si compone di tre capitoli (Sicurezza pubblica, Immigrazione e Protezione internazionale e Funzionalità Forze di polizia e del Ministero interno) e di 40 articoli.
Con questo decreto il governo sposta il baricentro dalla prevenzione alla punibilità immediata e aggravata.
Il nuovo pacchetto sicurezza del Viminale introduce una logica che va a conformare l’intero ordinamento ovvero che la sicurezza urbana, dei privati cittadini e di chi indossa una divisa diventano prevalenti sulla discrezionalità individuale e sugli iter procedurali.
La novità sostanziale è che il possesso di strumenti potenzialmente atti a offendere o il mancato rispetto delle autorità non vengono più considerati illeciti minori, ma pilastri di una nuova architettura di intimidazione, controllo e repressione politica e sociale.
Attraverso il potenziamento dei poteri delle forze di polizia lo Stato punta a scoraggiare la criminalità diffusa prima ancora che essa si manifesti in atti violenti ma, allo stesso tempo, anche le manifestazioni politiche di piazza.
Il piano messo a punto dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si divide in due binari paralleli.
Il primo è un decreto legge finalizzato a interventi urgenti e strutturali, come l’aumento delle telecamere di videosorveglianza nelle zone rosse cittadine e il potenziamento organico delle forze dell’ordine.
Il secondo è un disegno di legge (Ddl) che contiene le riforme strutturali del codice e delle procedure.
Colpire i minorenni punendo i genitori
Il nuovo pacchetto sicurezza interviene sul fenomeno delle baby gang, introducendo il principio della responsabilità indiretta ma economica dei genitori. Se un minore viene sorpreso con un coltello o riceve un ammonimento del questore (per i maggiori di 14 anni), i genitori saranno puniti con multe che vanno dai 200 ai 1.000 euro.
Mano pesante contro le manifestazioni di piazza
Per quanto riguarda le manifestazioni politiche il nuovo pacchetto sicurezza introduce l’arresto in flagranza differita per il reato di danneggiamento (articolo 6, comma 1, lett. b). Saranno inoltre possibili perquisizioni più estese e il fermo preventivo fino a 12 ore per i soggetti ritenuti pericolosi per l’ordine pubblico.
Viene altresì modificato il terzo comma dell’articolo 24, del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, depenalizzando anche l’ipotesi di disobbedienza all’ordine di scioglimento della riunione o dell’assembramento, attualmente punita con l’arresto e l’ammenda fino a 413 euro, con l’applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria da 2000 a 20.000 euro (articolo 9, comma 1, lett. b). Viene infine modificato l’articolo 654 c.p (Grida e manifestazioni sediziose), primo comma, già depenalizzato, con l’aumento della sanzione amministrativa pecuniaria da 400 a 2400 euro in luogo di quella attualmente prevista da 103 a 619 euro (articolo 9, comma 2).
Sono previste sanzioni fino a 20.000 euro per chi manifesta senza autorizzazione o devia il percorso di un corteo o non scioglie le manifestazioni abbastanza in fretta.
C’è l’introduzione del divieto di partecipare a pubbliche riunioni o di prendere parte a pubblici assembramenti, disposto dal giudice, con immediata esecutività, con la sentenza, anche non definitiva, di condanna per taluni delitti commessi con violenza alle persone o alle cose in occasione o a causa di riunioni o assembramenti pubblici. Tale misura potrà essere graduata dall’Autorità giudiziaria in base alla gravità del fatto e alla pericolosità del suo autore (articolo 10).
Viene introdotta la possibilità per gli agenti di polizia, nel corso di operazioni di prevenzione svolte nell’ambito dei servizi di ordine e sicurezza pubblica disposti per manifestazioni in luogo pubblico o aperte al pubblico, di accompagnare nei propri uffici, e ivi trattenerle per non oltre 12 ore, per gli accertamenti di polizia, persone sospettate di costituire un pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza e l’incolumità pubbliche in relazione a specifiche circostanze di tempo e di luogo, sulla base di elementi di fatto, al possesso di armi, strumenti atti ad offendere, o all’uso di caschi o strumenti che rendono difficoltoso il riconoscimento della persona (articolo 7, comma 2).
Viene introdotta la possibilità di procedere alla perquisizione sul posto anche in occasione di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico ed anche al fine di accertare l’eventuale possesso di strumenti o oggetti atti ad offendere in aggiunta alla perquisizione prevista dall’art. 4, comma 1 della legge 22 maggio 1975, n. 152 (c.d. legge Reale) attualmente consentita solo in casi eccezionali di necessità e di urgenza e nel corso di operazioni di polizia, al solo fine di accertare l’eventuale possesso di armi, esplosivi e strumenti di effrazione. È inoltre prevista la possibilità di espletare tale attività di perquisizione nell’ambito di circoscritte e programmate operazioni di polizia volte alla prevenzione di reati che possono turbare l’ordine e la sicurezza pubblica, in una specifica fascia oraria notturna – dalle ore 23:00 alle ore 04:00 – e in luoghi ben determinati (articolo 7, comma 1, lett. a).
Non toccate i giornalisti durante i cortei
Somiglia fortemente ad una sorta di legge ad personam per i “vittimisti aggressivi” giornalisti della destra l’introduzione di un’aggravante specifica per chi attenta all’incolumità dei giornalisti durante lo svolgimento del loro lavoro nei casi in cui il fatto sia commesso contro gli iscritti all’albo e nei registri dei giornalisti ovvero contro i direttori di testate giornalistiche non iscritti all’albo, durante lo svolgimento delle proprie funzioni o a causa di esse (articolo 13).
Scudo penale per gli agenti di polizia e i cittadini che sparano per legittima difesa
Con il rischio di aumentare l’impunità per i privati cittadini, ma anche per le Forze di polizia, il pubblico ministero non provvede all’iscrizione della persona nel registro delle notizie di reato quando appare che l’uso delle armi è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità), disciplinando l’attività di indagine in presenza delle suddette scriminanti. Sono assicurate le garanzie difensive oggi conseguenti all’iscrizione nel predetto registro (articolo 11).
Complicare la vita alle famiglie di immigrati
Per non farsi mancare nulla, c’è una stretta anche contro gli immigrati.
C’è infatti una stretta sui ricongiungimenti familiari per i quali la legge restringerà le categorie di parenti per i quali è possibile richiedere il visto d’ingresso in Italia, riducendo i margini per l’immigrazione regolare legata ai vincoli di parentela non stretti.
Viene esteso il divieto di accesso alle infrastrutture pubbliche urbane ed extraurbane, attualmente previsto solo per i soggetti condannati con sentenza definitiva o confermata in appello negli ultimi 5 anni per reati contro la persona o il patrimonio, anche nei confronti di coloro che risultino denunciati o condannati, anche con sentenza non definitiva nel corso dei 5 anni precedenti, per reati per cui è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza, commessi in occasione di manifestazioni (articolo 7, comma 1, lett. a). Insomma per un condannato sarà impossibile anche andare a prendere un treno perché le stazioni sono considerate come tali infrastrutture.
Posti di blocco: sottrarsi diventa reato
Con modalità molto “amerikane” diventa illecito penale punito con la reclusione da 6 mesi a 5 anni il non fermarsi all’alt della polizia e darsi alla fuga con modalità pericolosa per la pubblica e privata incolumità, accompagnata dalle misure accessorie della sospensione della patente di guida e della confisca del veicolo, nonché dalla possibilità di arresto in flagranza differita. In tal caso, resta applicabile, in via cautelativa e provvisoria, la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente (articolo 8). Sottrarsi ad un posto di blocco diventa così un reato. Difficile dire se questo ridurrà o aumenterà i casi in cui chi non si ferma viene fatto oggetto di colpi di arma da fuoco – spesso letali – come drammaticamente avvenuto dall’introduzione della famigerata Legge Reale del 1975.
Approfondimenti su questo nuovo pacchetto liberticida e repressivo ci saranno nei prossimi giorni.
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06/09/2024
Fermare la legge che introduce lo stato di polizia contro le lotte sociali
Da qui l’esigenza di definirlo nel modo più appropriato e indicativo possibile, perché è una legge che introduce un regime di stato polizia “mirato” proprio contro chi occupa le case, blocca le strade, picchetta i cancelli di una fabbrica come strumenti di lotta per far pesare i propri interessi e le proprie esigenze dentro e contro un sistema organizzato per rimuoverli e opprimerli.
Questo disegno di legge in discussione lo fa alzando in modo spropositato le pene già esistenti e allargando la platea dei casi nei quali si viene colpiti dalla legge stessa, incluso il reato di solidarietà ai picchetti operai da parte di lavoratori non della stessa azienda o attivisti solidali “perché arrecano danno all’azienda”.
Centinaia di persone hanno partecipato mercoledì pomeriggio a Roma all’assemblea tenutasi su questo argomento al centro sociale Intifada. Una partecipazione significativa ed ampia a dimostrazione che, dopo la prima giornata di mobilitazione a giugno in varie città e sotto Montecitorio, sta giustamente crescendo l’allarme e l’attenzione contro questo che è il terzo pacchetto sicurezza in soli 8 anni.
Prima Minniti, poi il Salvini 1 e adesso questo al quale occorrerà trovare il nome, indicano la preoccupazione – e l’arroganza – delle classi dirigenti nel nostro paese anche in presenza di conflitti sociali non certo paragonabili a quelli degli anni dell’emergenza.
Di cosa hanno paura dunque i governi, siano essi di destra, centro-destra, centro-sinistra da dover mettere in campo continuamente leggi di polizia e liberticide? Hanno paura delle loro responsabilità di fronte alla consapevole crescita delle disuguaglianze sociali come conseguenze delle loro scelte e sanno di non avere margini per gestire il consenso sociale.
La selezione di classe – che privilegia alcuni settori e ne danneggia altri – è ormai la cifra dei governi che si vanno succedendo dal 2011 in poi. Sia quelli che hanno costruito le loro fortune sull’antiberlusconismo, sia quelli che vedono i fascisti ai posti di comando.
Nell’assemblea di mercoledì, dopo l’introduzione di Paolo Di Vetta, si sono alternati moltissimi interventi. Dal “maestro” Tano D’Amico che ha immortalato per anni con le sue foto le lotte proletarie anche nei quartieri che sabato prossimo vedranno sfilare la manifestazione per il cinquantesimo anniversario dell’uccisione del compagno Fabrizio Ceruso, a Ilaria Salis intervenuta da remoto da Bruxelles, dai giuristi Romeo, Lucentini, Crisci e Marcelli a Giuliano Granato di Potere al Popolo, dall’assessore comunale di Roma Catarci ai compagni siciliani che hanno denunciato la persecuzione e la detenzione di Luigi Spera per una azione dimostrativa contro la Leonardo, dagli universitari di Cambiare Rotta al Comitato no inceneritore di Albano a Valentina su donne e carcere, dall’Asia-Usb a compagni storici come Vincenzo Miliucci e ai disoccupati napoletani raggiunti continuamente da misure repressive e restrittive.
Una discussione preoccupata ma determinata a mobilitarsi per fermare questo ulteriore passaggio autoritario e liberticida. Tra i tanti appuntamenti locali è emersa anche la data del 19 ottobre per una manifestazione nazionale contro il Disegno di Legge 1660.
QUI e QUI vedi la diretta con gli interventi all’assemblea.
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22/11/2023
Caserma-Italia. Soldi e tutele solo agli apparati coercitivi
Non solo il numero dei delitti è in calo da molti anni, ma in Italia ci sono più agenti dell’ordine pubblico pro-capite che in ogni altro paese europeo. Nel nostro paese ci sono ben 467,2 poliziotti ogni 10mila abitanti. Prima dell’Italia ci sono solo la Russia, con 564,6 poliziotti e la Turchia.
Il fatto che l’Italia venga subito dopo Paesi ritenuti autoritari, e per questo “stigmatizzati” in Europa e in Occidente per mancanza di democrazia, dovrebbe inquietare. Sono infatti questo tipo di Stati ad aver bisogno di un intenso uso della forza per mantenere l’ordine pubblico.
Non solo. In Italia c’è un poliziotto penitenziario ogni 1,9 detenuti, mentre in Francia i detenuti per poliziotto sono 2,6, in Germania 2,7, in Spagna 3,9 e in Inghilterra e Galles 2,8.
Eppure si continua a favoleggiare di “scarsità i uomini” e “turni massacranti”. O è del tutto falso, oppure una grossa fetta si “imbosca”...
Nonostante questo, il governo continua a finanziare generosamente gli apparati coercitivi piuttosto che quelli di utilità sociale.
“Con la manovra noi stanziamo cinque miliardi di euro per la contrattazione collettiva nazionale di tutto il settore pubblico. In base ai calcoli effettuati dal ministero dell’Economia, tenendo conto della massa salariale e delle retribuzioni medie, e in base anche alle nostre priorità, noi riteniamo che di questi 5 miliardi non meno di 1,4 miliardi saranno destinati alle Forze di polizia e alle Forze armate e altri 100 milioni ai Vigili del fuoco. Dunque, complessivamente un miliardo e mezzo di euro interamente destinato al comparto che voi rappresentate”, ha detto la Meloni intervenendo ad un incontro con le organizzazioni di categoria di polizia, polizia penitenziaria, carabinieri e militari.
Quindi 1,4 miliardi agli uomini e donne in divisa e solo 100 milioni ai Vigili del Fuoco.
Non solo. Lo scarto tra dipendenti “civili” e forze militari si amplia in modo deciso. I nuovi stanziamenti, infatti, in proporzione al personale in servizio, portano in dote circa 1.100 euro per ogni dipendente pubblico e 3.300 euro per ogni agente in divisa.
In Italia, su circa 3 milioni di dipendenti pubblici, ci sono 256mila tra poliziotti, carabinieri e agenti penitenziari, 165mila militari; ma solo 29mila Vigili del Fuoco. Evidentemente questi ultimi non sono considerati altrettanto importanti...
Se poi magari guardiamo al numero di infermiere/i o medici ci sarebbe da buttarsi dalla finestra.
Le “forze dell’ordine”, con il nuovo decreto sicurezza (già il secondo, in un solo anno di governo) potranno girare con armi private anche quando sono fuori servizio e senza dover richiedere un porto d’armi. A loro, già oggi, si aggiungono i circa 40.000 agenti delle società di sicurezza privata.
Sarà una coincidenza, ma in Italia meno del 2,5% della popolazione maschile detiene un’arma da fuoco, mentre l’8,8% dei femminicidi viene commesso da agenti di polizia, carabinieri, agenti della sicurezza privata. Ovvero da coloro che hanno armi da fuoco a disposizione in ogni momento.
L’ultimo decreto sicurezza traspira da ogni poro una mentalità da stato-caserma, o da stato-penale, come dicono spesso gli amici dell’Osservatorio Repressione.
Un decreto che prevede solo aumenti delle pene detentive per chi occupa le case o fa i blocchi stradali (“Chiunque impedisca la libera circolazione su strada, ostruendola col proprio corpo, dovrà risponderne penalmente se il blocco risulti particolarmente offensivo e allarmante, sia per la presenza di più persone e sia per il fatto che sia stato promosso e organizzato preventivamente”).
In caso di “sfratto di necessità” potranno procedere le forze di polizia che raccolgono la denuncia, senza attendere il via libera della magistratura (che a quel punto non può decidere più nulla, essendo lo sfratto già avvenuto, anche se magari illegittimo).
Aumentano le pene anche per chi fa resistenza o oltraggia i pubblici ufficiali, per chi li ferisce (non importa se lievemente o gravemente) o addirittura ne “lede il prestigio o il decoro”.
Ma anche per chi “imbratta edifici pubblici o veicoli di stato”, per cui sarebbe forse eccessiva persino una multa. Aumentano le pene per le rivolte in carcere, e – incredibilmente, persino secondo il Corriere della Sera – per chi disobbedisce agli ordini dei secondini.
Le borseggiatrici finiranno in carcere anche se in gravidanza o madri di un bambino minore di tre anni.
Insomma, sono in arrivo due provvedimenti – uno economico e uno penale – che innalzano enormemente i vantaggi e le tutele per gli uomini e donne in divisa, cioè per coloro che hanno il compito di difendere governi e istituzioni dalla rabbia popolare o dall’opposizione politica.
Una volta tale compito era affidato ai pretoriani nell’antica Roma o ai “gendarmi” nei secoli più recenti, che per questo si vedevano concessi privilegi formali (e informali) superiori a quelli di altri funzionari pubblici e, soprattutto, dei cittadini “normali”.
Ma erano sistemi di potere o di governo più simili a dittature o a regimi autoritari (il famoso “bonapartismo”, analizzato da Marx). Apparati concepiti per tenere sotto il tallone il popolo e gli oppositori politici.
Che cosa è oggi l’Italia governata da Giorgia Meloni e, prima di lei, da Mario Draghi?
Le premesse viste in un anno di governo ci dicono che l’aspirazione è quella di diventare una “democratura” a tutti gli effetti. Un po’ come sta accadendo in tutti i paesi occidentali, che però – come se la cosa non li riguardasse – “stigmatizzano” o “sanzionano” le autocrazie negli altri paesi.
Un gioco vecchio, schifoso, ma soprattutto ormai scoperto. E che rischia di diventare socialmente molto pericoloso...
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18/02/2020
La farsa della “correzione dei Decreti Sicurezza”
Questa comune identità reazionaria la si è vista in occasione della “giornata delle foibe”, in cui sono state pronunciate da tutti i volti della “politica” le stesse frasi fatte prese di peso dalla propaganda fascista del dopoguerra.
E la si vede ancora di più nel cosiddetto “piano per modificare i decreti sicurezza di Salvini”, annunciato nientepopodimeno che dall’attuale ministro dell’interno, il prefetto Luciana Lamorgese (e quando si cominciano a nominare prefetti – rappresentanti del governo in una provincia, inquadrati nei ranghi alti della Polizia, ndr – al posto dei ministri c’è già più di un motivo di “allarme democratico”, anche e soprattutto se nessuno se ne indigna).
Scorrendo l’intervista si vede chiaramente che la “correzione” proposta è più formale che sostanziale, e soltanto in materia di immigrazione; mentre altrettanto spazio e pericolosità riveste la parte dei “decreti Salvini” neanche nominata e che riguarda la gestione dell’ordine pubblico in presenza di manifestazioni politiche e popolari, fino a quelle sportive (un campo dove è stato sperimentato da quasi 30 anni il peggio dell’armamentario repressivo, poi esteso a tutta la “società civile”).
Di misure vere e proprie ancora non si parla, anche perché il ministro deve sottoporre il suo “pacchetto” all’analisi di tutto il governo. Ma quel che intanto dice punta a eliminare alcune “criticità” che hanno aumentato il lavoro per le forze di polizia e creato vuoti che fanno peggiorare, anziché diminuire, la “percezione di insicurezza”. Un classico dell’atteggiamento “poliziottesco”, che non mira mai a risolvere un problema sociale, ma sempre e soltanto ad aumentare la discrezionalità delle polizie e l’uso politico della paura.
Dice infatti Lamorgese che abbandonare le persone “senza offrire loro una prospettiva alimenta il rischio che vengano attratti dai circuiti criminali. Se i migranti si sentono rifiutati dallo stato, tra l’altro, si corre anche il rischio che rispondano al richiamo della radicalizzazione”. Vero, ci mancherebbe. Tutti, anche ai piani alti dell’establishment, avevano criticato questo lato dei “decreti Salvini” per lo stesso motivo. Sottolineiamo, però, che anche la “correzione” avviene nel solco della stessa logica: immigrato = potenziale pericolo (delinquenziale o terroristico). Insomma, si corregge per facilitare l’operatività delle polizia, non per favorire processi di integrazione reale.
La continuità di impostazione porta Lamorgese a suggerire una seconda correzione sul piano dei fondi per le strutture. Qui Salvini aveva operato tagli draconiani, tali da rendere impossibile per chiunque (tranne forse la Caritas, che viene di fatto finanziata dal Vaticano con le risorse dell’8×1000) la gestione di centri di accoglienza, di qualsiasi dimensione.
C’è bisogno “di risorse adeguate” e per questo motivo il Viminale, “davanti a una grave situazione in cui i bandi di gara andavano sempre deserti a causa di tagli lineari, ha riconosciuto ai prefetti la possibilità di aumentare in modo flessibile, a seconda delle diverse esigenze territoriali, i fondi da destinare ai servizi per i migranti”.
Anche qui si corregge un “eccesso propagandistico” del “Truce”, che aveva creato ulteriori problemi invece di risolverli. Ma non si cambia la logica complessiva. Diventa insomma una questione di “grado” e di “efficienza”, non una “cultura” più democratica – e realistica – nei confronti dell’immigrazione.
Tutto qui. Non c’è altro, per il momento. Per gli immigrati cambia davvero poco, come fanno già stamattina notare tanti operatori del settore.
Per esempio. Il primo decreto sicurezza (decreto legge 113/2018, articolo 13) ha stabilito che il permesso di soggiorno temporaneo rilasciato ai richiedenti asilo non rappresenta titolo per l’iscrizione anagrafica. Due successive circolari ministeriali avevano “chiarito” che la norma andava intesa come un divieto assoluto di iscrizione anagrafica per i “richiedenti asilo”. I Comuni che l’avessero comunque concessa avrebbero avuto delle imprecisate ma pesanti conseguenze amministrative.
Una norma non solo ottusa sul piano dei valori, ma anche in contrasto con un intero sistema di leggi che regolano la materia, per le quali lo straniero, regolarmente soggiornante, deve poter effettuare le iscrizioni e variazioni anagrafiche alle medesime condizioni dei cittadini italiani (articolo 6, comma 7 del decreto legislativo 286/1998 – Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero). Tanto che molti Tribunali, affrontando ricorsi legali, avevano di fatto già reso inapplicabile il diktat salviniano. In qualche caso sollevando la questione di legittimità costituzionale.
Senza iscrizione anagrafica nessuna persona – né italiana, né tanto meno straniera – può fare nulla. Non può essere assunto, non può frequentare corsi di formazione e persino di istruzione (come fa a imparare la lingua italiana o un mestiere?). Non ha diritto ad esistere e sopravvivere.
Questo “divieto di iscrizione” non viene invece neanche nominato dal ministro Lamorgese, quindi è intuibile che non verrà “corretto” se non nella misura minima necessaria ad evitare altre condanne in tribunale.
E allora dove è la differenza rispetto a Salvini? Nel fatto che ora non si strepita mediaticamente ad ogni nave che soccorre naufraghi in mare? E che cambia se poi, quando infine vengono fatti sbarcare, li si tratta nello stesso modo?
Ma è sul terreno propriamente repressivo che questo governo non fa neanche finta di voler fare qualcosa di diverso dal precedente. Tutta la parte riguardante le manifestazioni di piazza resta intoccata. Parliamo di norme fascistissime, come quella art. 5 bis: «chiunque, nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, lancia o utilizza illegittimamente, in modo da creare un concreto pericolo per l’incolumità delle persone o l’integrità delle cose, razzi, bengala, fuochi artificiali, petardi, strumenti per l’emissione di fumo o di gas visibile o in grado di nebulizzare gas contenenti principi attivi urticanti, ovvero bastoni, mazze, oggetti contundenti o, comunque, atti a offendere, è punito con la reclusione da uno a quattro anni.»
O l’art. 7, che supera il ridicolo – in difesa della “proprietà privata” – quando prescrive la punizione di «Chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende, in tutto o in parte, inservibili cose mobili o immobili altrui in occasione di manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico è punito con la reclusione da uno a cinque anni».
Ricordiamo che Nicoletta Dosio e altri attivisti NO Tav sono attualmente in carcere per aver fatto guadagnare ognuno 38 euro in meno a testa al concessionario autostrade Gavio, con l’apertura delle sbarre del casello in Val Susa. Un anno di carcere per 38 euro... Questa è la misura della follia repressiva.
Questo è quanto il “governo non salviniano” vuol mantenere con ogni mezzo.
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03/02/2020
I sommersi dell’accoglienza. I “decreti sicurezza” secondo Amnesty International
Il giudizio è senza appello: quel decreto ha gravemente peggiorato il sistema di accoglienza nel nostro Paese e sta generando ghettizzazione e povertà, sia economica che sociale. Con il conseguente aumento delle vittime dello sfruttamento lavorativo e delle attività criminali.
Da sottolineare – cosa che diverse organizzazioni in varia misura rientranti nel “terzo settore” si guardano bene dal fare – che il primo, come il secondo, “decreto sicurezza” targato Salvini è semplicemente la continuazione peggiorativa dei “decreti Minniti“, targati e votati Partito Democratico (anche dopo che il “Matteo primo”, Renzi, era già caduto di sella). Quindi ghettizzazione e povertà preesistevano e sono state certamente peggiorate dalla decretazione fascioleghista e grillina.
Di più (cosa che chi guarda solo al fenomeno immigrazione con intenti “così c’è lavoro per noi” non osa nemmeno citare), quei decreti – tutti, da Minniti a Salvini – criminalizzano qualsiasi protesta in modo tale da renderla di fatto impossibile perché “illegale”. Basta guardare a quanto avvenuto agli operai di Prato che protestavano per il mancato pagamento degli stipendi (da mesi!) e multati per 4.000 euro per non aver rispettato i limiti imposti dalla questura locale (solo un presidio, senza corteo, in una piazzetta in cui i manifestanti non potevano fisicamente entrare).
Interrogarsi sulle migrazioni e in particolare sulle condizioni di vita di migliaia di richiedenti asilo e beneficiari di protezione internazionale – scrive Amnesty nella sintesi del rapporto – significa concentrarsi non solo sulle ragioni della loro partenza, sulle condizioni sociali, politiche e ambientali dei Paesi di origine, sulle caratteristiche del viaggio o sulle terribili esperienze di tortura e violenza che essi possono subire, ma anche sul sistema dell'accoglienza organizzata nel Paese di primo arrivo e sui percorsi di formazione, inclusione sociale, lavorativa e autonomizzazione della persona che finiscono col definire il rapporto tra il Paese di approdo, i migranti e il complesso di diritti di cui essi sono titolari.
Ciò posto, l’analisi del decreto legge n. 113/2018 (e del connesso decreto del ministero dell’Interno 20 novembre 2018) svolta nel rapporto mette in evidenza il processo con cui viene resa ulteriormente fragile la condizione del richiedente asilo e del beneficiario di protezione. Questo processo dura ormai da diversi anni ma il decreto n. 113/2018 amplifica in modo rilevante tale condizione di fragilità, producendo emarginazione sociale e ghettizzazione, insieme alla possibilità per il richiedente asilo di precipitare nell’esercito di invisibili che costituisce preda di interessi criminali e organizzazioni mafiose (sfruttatori, trafficanti, caporali e mafiosi).
Le misure del decreto che escludono i richiedenti asilo dal sistema dell’accoglienza cancellano di fatto la possibilità di percorsi inclusivi e socialmente avanzati, mentre l’abolizione della protezione umanitaria priva migliaia di persone, che si vedono rigettare la richiesta di asilo e che non possono essere rimpatriate, di uno status legale che permetterebbe loro l’accesso ai servizi sanitari, sociali e abitativi, all’istruzione e al lavoro, con evidenti ripercussioni negative su qualità di vita, sicurezza e dignità e con aumento della vulnerabilità e dell’esposizione allo sfruttamento lavorativo e criminale.
Si tratta – conclude la sintesi del rapporto – di un cambiamento normativo che si inserisce nella cornice di una politica fortemente orientata a bloccare gli sbarchi sulle coste italiane di donne, bambini e uomini che scappano da guerre, terrorismo, persecuzioni, cambiamenti climatici e violenze, a limitare in modo sostanziale il godimento di alcuni loro diritti fondamentali e a costruire barriere e ostacoli di carattere amministrativo e legislativo.
Fonte: NumeriPari
Qui il testo integrale del Rapporto
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