Come i nostri lettori sanno bene, noi non troviamo significative differenze tra il governo “giallorosè” e quello precedente, “gialloverde”. Se non nelle formule verbali che accompagnano provvedimenti assolutamente identici e quasi sovrapponibili.
Questa comune identità reazionaria la si è vista in occasione della “giornata delle foibe”, in cui sono state pronunciate da tutti i volti della “politica” le stesse frasi fatte prese di peso dalla propaganda fascista del dopoguerra.
E la si vede ancora di più nel cosiddetto “piano per modificare i decreti sicurezza di Salvini”, annunciato nientepopodimeno che dall’attuale ministro dell’interno, il prefetto Luciana Lamorgese (e quando si cominciano a nominare prefetti – rappresentanti del governo in una provincia, inquadrati nei ranghi alti della Polizia, ndr – al posto dei ministri c’è già più di un motivo di “allarme democratico”, anche e soprattutto se nessuno se ne indigna).
Scorrendo l’intervista si vede chiaramente che la “correzione” proposta è più formale che sostanziale, e soltanto in materia di immigrazione; mentre altrettanto spazio e pericolosità riveste la parte dei “decreti Salvini” neanche nominata e che riguarda la gestione dell’ordine pubblico in presenza di manifestazioni politiche e popolari, fino a quelle sportive (un campo dove è stato sperimentato da quasi 30 anni il peggio dell’armamentario repressivo, poi esteso a tutta la “società civile”).
Di misure vere e proprie ancora non si parla, anche perché il ministro deve sottoporre il suo “pacchetto” all’analisi di tutto il governo. Ma quel che intanto dice punta a eliminare alcune “criticità” che hanno aumentato il lavoro per le forze di polizia e creato vuoti che fanno peggiorare, anziché diminuire, la “percezione di insicurezza”. Un classico dell’atteggiamento “poliziottesco”, che non mira mai a risolvere un problema sociale, ma sempre e soltanto ad aumentare la discrezionalità delle polizie e l’uso politico della paura.
Dice infatti Lamorgese che abbandonare le persone “senza offrire loro una prospettiva alimenta il rischio che vengano attratti dai circuiti criminali. Se i migranti si sentono rifiutati dallo stato, tra l’altro, si corre anche il rischio che rispondano al richiamo della radicalizzazione”. Vero, ci mancherebbe. Tutti, anche ai piani alti dell’establishment, avevano criticato questo lato dei “decreti Salvini” per lo stesso motivo. Sottolineiamo, però, che anche la “correzione” avviene nel solco della stessa logica: immigrato = potenziale pericolo (delinquenziale o terroristico). Insomma, si corregge per facilitare l’operatività delle polizia, non per favorire processi di integrazione reale.
La continuità di impostazione porta Lamorgese a suggerire una seconda correzione sul piano dei fondi per le strutture. Qui Salvini aveva operato tagli draconiani, tali da rendere impossibile per chiunque (tranne forse la Caritas, che viene di fatto finanziata dal Vaticano con le risorse dell’8×1000) la gestione di centri di accoglienza, di qualsiasi dimensione.
C’è bisogno “di risorse adeguate” e per questo motivo il Viminale, “davanti a una grave situazione in cui i bandi di gara andavano sempre deserti a causa di tagli lineari, ha riconosciuto ai prefetti la possibilità di aumentare in modo flessibile, a seconda delle diverse esigenze territoriali, i fondi da destinare ai servizi per i migranti”.
Anche qui si corregge un “eccesso propagandistico” del “Truce”, che aveva creato ulteriori problemi invece di risolverli. Ma non si cambia la logica complessiva. Diventa insomma una questione di “grado” e di “efficienza”, non una “cultura” più democratica – e realistica – nei confronti dell’immigrazione.
Tutto qui. Non c’è altro, per il momento. Per gli immigrati cambia davvero poco, come fanno già stamattina notare tanti operatori del settore.
Per esempio. Il primo decreto sicurezza (decreto legge 113/2018, articolo 13) ha stabilito che il permesso di soggiorno temporaneo rilasciato ai richiedenti asilo non rappresenta titolo per l’iscrizione anagrafica. Due successive circolari ministeriali avevano “chiarito” che la norma andava intesa come un divieto assoluto di iscrizione anagrafica per i “richiedenti asilo”. I Comuni che l’avessero comunque concessa avrebbero avuto delle imprecisate ma pesanti conseguenze amministrative.
Una norma non solo ottusa sul piano dei valori, ma anche in contrasto con un intero sistema di leggi che regolano la materia, per le quali lo straniero, regolarmente soggiornante, deve poter effettuare le iscrizioni e variazioni anagrafiche alle medesime condizioni dei cittadini italiani (articolo 6, comma 7 del decreto legislativo 286/1998 – Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero). Tanto che molti Tribunali, affrontando ricorsi legali, avevano di fatto già reso inapplicabile il diktat salviniano. In qualche caso sollevando la questione di legittimità costituzionale.
Senza iscrizione anagrafica nessuna persona – né italiana, né tanto meno straniera – può fare nulla. Non può essere assunto, non può frequentare corsi di formazione e persino di istruzione (come fa a imparare la lingua italiana o un mestiere?). Non ha diritto ad esistere e sopravvivere.
Questo “divieto di iscrizione” non viene invece neanche nominato dal ministro Lamorgese, quindi è intuibile che non verrà “corretto” se non nella misura minima necessaria ad evitare altre condanne in tribunale.
E allora dove è la differenza rispetto a Salvini? Nel fatto che ora non si strepita mediaticamente ad ogni nave che soccorre naufraghi in mare? E che cambia se poi, quando infine vengono fatti sbarcare, li si tratta nello stesso modo?
Ma è sul terreno propriamente repressivo che questo governo non fa neanche finta di voler fare qualcosa di diverso dal precedente. Tutta la parte riguardante le manifestazioni di piazza resta intoccata. Parliamo di norme fascistissime, come quella art. 5 bis: «chiunque, nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, lancia o utilizza illegittimamente, in modo da creare un concreto pericolo per l’incolumità delle persone o l’integrità delle cose, razzi, bengala, fuochi artificiali, petardi, strumenti per l’emissione di fumo o di gas visibile o in grado di nebulizzare gas contenenti principi attivi urticanti, ovvero bastoni, mazze, oggetti contundenti o, comunque, atti a offendere, è punito con la reclusione da uno a quattro anni.»
O l’art. 7, che supera il ridicolo – in difesa della “proprietà privata” – quando prescrive la punizione di «Chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende, in tutto o in parte, inservibili cose mobili o immobili altrui in occasione di manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico è punito con la reclusione da uno a cinque anni».
Ricordiamo che Nicoletta Dosio e altri attivisti NO Tav sono attualmente in carcere per aver fatto guadagnare ognuno 38 euro in meno a testa al concessionario autostrade Gavio, con l’apertura delle sbarre del casello in Val Susa. Un anno di carcere per 38 euro... Questa è la misura della follia repressiva.
Questo è quanto il “governo non salviniano” vuol mantenere con ogni mezzo.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/02/2020
03/02/2020
I sommersi dell’accoglienza. I “decreti sicurezza” secondo Amnesty International
Nel rapporto “I sommersi dell’accoglienza” Amnesty International traccia un primo bilancio della applicazione del decreto legge 4 ottobre 2018, n. 1132 (cosiddetto "decreto sicurezza", convertito in legge 1 dicembre 2018, n. 132) emanato dal governo gialloverde.
Il giudizio è senza appello: quel decreto ha gravemente peggiorato il sistema di accoglienza nel nostro Paese e sta generando ghettizzazione e povertà, sia economica che sociale. Con il conseguente aumento delle vittime dello sfruttamento lavorativo e delle attività criminali.
Da sottolineare – cosa che diverse organizzazioni in varia misura rientranti nel “terzo settore” si guardano bene dal fare – che il primo, come il secondo, “decreto sicurezza” targato Salvini è semplicemente la continuazione peggiorativa dei “decreti Minniti“, targati e votati Partito Democratico (anche dopo che il “Matteo primo”, Renzi, era già caduto di sella). Quindi ghettizzazione e povertà preesistevano e sono state certamente peggiorate dalla decretazione fascioleghista e grillina.
Di più (cosa che chi guarda solo al fenomeno immigrazione con intenti “così c’è lavoro per noi” non osa nemmeno citare), quei decreti – tutti, da Minniti a Salvini – criminalizzano qualsiasi protesta in modo tale da renderla di fatto impossibile perché “illegale”. Basta guardare a quanto avvenuto agli operai di Prato che protestavano per il mancato pagamento degli stipendi (da mesi!) e multati per 4.000 euro per non aver rispettato i limiti imposti dalla questura locale (solo un presidio, senza corteo, in una piazzetta in cui i manifestanti non potevano fisicamente entrare).
Interrogarsi sulle migrazioni e in particolare sulle condizioni di vita di migliaia di richiedenti asilo e beneficiari di protezione internazionale – scrive Amnesty nella sintesi del rapporto – significa concentrarsi non solo sulle ragioni della loro partenza, sulle condizioni sociali, politiche e ambientali dei Paesi di origine, sulle caratteristiche del viaggio o sulle terribili esperienze di tortura e violenza che essi possono subire, ma anche sul sistema dell'accoglienza organizzata nel Paese di primo arrivo e sui percorsi di formazione, inclusione sociale, lavorativa e autonomizzazione della persona che finiscono col definire il rapporto tra il Paese di approdo, i migranti e il complesso di diritti di cui essi sono titolari.
Ciò posto, l’analisi del decreto legge n. 113/2018 (e del connesso decreto del ministero dell’Interno 20 novembre 2018) svolta nel rapporto mette in evidenza il processo con cui viene resa ulteriormente fragile la condizione del richiedente asilo e del beneficiario di protezione. Questo processo dura ormai da diversi anni ma il decreto n. 113/2018 amplifica in modo rilevante tale condizione di fragilità, producendo emarginazione sociale e ghettizzazione, insieme alla possibilità per il richiedente asilo di precipitare nell’esercito di invisibili che costituisce preda di interessi criminali e organizzazioni mafiose (sfruttatori, trafficanti, caporali e mafiosi).
Le misure del decreto che escludono i richiedenti asilo dal sistema dell’accoglienza cancellano di fatto la possibilità di percorsi inclusivi e socialmente avanzati, mentre l’abolizione della protezione umanitaria priva migliaia di persone, che si vedono rigettare la richiesta di asilo e che non possono essere rimpatriate, di uno status legale che permetterebbe loro l’accesso ai servizi sanitari, sociali e abitativi, all’istruzione e al lavoro, con evidenti ripercussioni negative su qualità di vita, sicurezza e dignità e con aumento della vulnerabilità e dell’esposizione allo sfruttamento lavorativo e criminale.
Si tratta – conclude la sintesi del rapporto – di un cambiamento normativo che si inserisce nella cornice di una politica fortemente orientata a bloccare gli sbarchi sulle coste italiane di donne, bambini e uomini che scappano da guerre, terrorismo, persecuzioni, cambiamenti climatici e violenze, a limitare in modo sostanziale il godimento di alcuni loro diritti fondamentali e a costruire barriere e ostacoli di carattere amministrativo e legislativo.
Fonte: NumeriPari
Qui il testo integrale del Rapporto
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Il giudizio è senza appello: quel decreto ha gravemente peggiorato il sistema di accoglienza nel nostro Paese e sta generando ghettizzazione e povertà, sia economica che sociale. Con il conseguente aumento delle vittime dello sfruttamento lavorativo e delle attività criminali.
Da sottolineare – cosa che diverse organizzazioni in varia misura rientranti nel “terzo settore” si guardano bene dal fare – che il primo, come il secondo, “decreto sicurezza” targato Salvini è semplicemente la continuazione peggiorativa dei “decreti Minniti“, targati e votati Partito Democratico (anche dopo che il “Matteo primo”, Renzi, era già caduto di sella). Quindi ghettizzazione e povertà preesistevano e sono state certamente peggiorate dalla decretazione fascioleghista e grillina.
Di più (cosa che chi guarda solo al fenomeno immigrazione con intenti “così c’è lavoro per noi” non osa nemmeno citare), quei decreti – tutti, da Minniti a Salvini – criminalizzano qualsiasi protesta in modo tale da renderla di fatto impossibile perché “illegale”. Basta guardare a quanto avvenuto agli operai di Prato che protestavano per il mancato pagamento degli stipendi (da mesi!) e multati per 4.000 euro per non aver rispettato i limiti imposti dalla questura locale (solo un presidio, senza corteo, in una piazzetta in cui i manifestanti non potevano fisicamente entrare).
Interrogarsi sulle migrazioni e in particolare sulle condizioni di vita di migliaia di richiedenti asilo e beneficiari di protezione internazionale – scrive Amnesty nella sintesi del rapporto – significa concentrarsi non solo sulle ragioni della loro partenza, sulle condizioni sociali, politiche e ambientali dei Paesi di origine, sulle caratteristiche del viaggio o sulle terribili esperienze di tortura e violenza che essi possono subire, ma anche sul sistema dell'accoglienza organizzata nel Paese di primo arrivo e sui percorsi di formazione, inclusione sociale, lavorativa e autonomizzazione della persona che finiscono col definire il rapporto tra il Paese di approdo, i migranti e il complesso di diritti di cui essi sono titolari.
Ciò posto, l’analisi del decreto legge n. 113/2018 (e del connesso decreto del ministero dell’Interno 20 novembre 2018) svolta nel rapporto mette in evidenza il processo con cui viene resa ulteriormente fragile la condizione del richiedente asilo e del beneficiario di protezione. Questo processo dura ormai da diversi anni ma il decreto n. 113/2018 amplifica in modo rilevante tale condizione di fragilità, producendo emarginazione sociale e ghettizzazione, insieme alla possibilità per il richiedente asilo di precipitare nell’esercito di invisibili che costituisce preda di interessi criminali e organizzazioni mafiose (sfruttatori, trafficanti, caporali e mafiosi).
Le misure del decreto che escludono i richiedenti asilo dal sistema dell’accoglienza cancellano di fatto la possibilità di percorsi inclusivi e socialmente avanzati, mentre l’abolizione della protezione umanitaria priva migliaia di persone, che si vedono rigettare la richiesta di asilo e che non possono essere rimpatriate, di uno status legale che permetterebbe loro l’accesso ai servizi sanitari, sociali e abitativi, all’istruzione e al lavoro, con evidenti ripercussioni negative su qualità di vita, sicurezza e dignità e con aumento della vulnerabilità e dell’esposizione allo sfruttamento lavorativo e criminale.
Si tratta – conclude la sintesi del rapporto – di un cambiamento normativo che si inserisce nella cornice di una politica fortemente orientata a bloccare gli sbarchi sulle coste italiane di donne, bambini e uomini che scappano da guerre, terrorismo, persecuzioni, cambiamenti climatici e violenze, a limitare in modo sostanziale il godimento di alcuni loro diritti fondamentali e a costruire barriere e ostacoli di carattere amministrativo e legislativo.
Fonte: NumeriPari
Qui il testo integrale del Rapporto
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30/12/2019
La lettera di due studentesse solidali con gli operai e multate per blocco stradale a Prato
Qui di seguito la lettera che due studentesse delle scuole medie superiori hanno inviato al giornale “La Nazione”. Le due studentesse, insieme a diciannove operai, sono state sanzionate per 4mila euro per aver partecipato al blocco stradale fatto dai lavoratori impegnati in una vertenza sindacale alla lavanderia Superlativa di Prato. Una società regolata dai Decreti Sicurezza è come la mafia: una montagna di merda.
Caro direttore,
siamo #Elena e #Margherita, due ragazze di #Firenze. Ogni mattina, come tutti i nostri coetanei, ci alziamo e andiamo a scuola, il pomeriggio studiamo e passiamo il tempo libero con gli amici. Siamo due ragazze normalissime, che però qualche giorno fa si sono viste recapitare a casa una multa di 4000 euro. Può immaginare la sorpresa all’apertura della busta, ma niente rispetto allo sgomento che abbiamo provato scorrendo le righe dell’ammenda. In breve siamo accusate, insieme ad altri 21 operai, di blocco stradale e grazie al #DecretoSicurezza voluto l’anno scorso da Matteo Salvini adesso verremo punite per il pericolosissimo reato di #solidarietà. Sì, perché questo abbiamo fatto.
La mattina del 16 ottobre abbiamo letto dell’investimento di una sindacalista davanti alla fabbrica #Superlativa di Prato, i cui operai da mesi sono in sciopero perché non vengono pagati dall’azienda, e le cui vicende avevamo seguito anche in estate. Molti giornali infatti avevano parlato delle condizioni di lavoro disumane degli operai di Superlativa e delle loro semplici richieste: avere quello stipendio che mancava ormai da sette mesi. Quella mattina, dunque, abbiamo deciso di prendere il treno e andare pure noi davanti a quei cancelli, con il semplice intento di manifestare la nostra vicinanza tanto agli operai quanto alla sindacalista ferita. Non ci sembrava che chiedere il rispetto di un contratto potesse essere in un qualche modo criminale, ma le multe che sono state recapitate due mesi più tardi a noi e ad altri 21 operai questo farebbero pensare.
Ci chiediamo, quindi, come sia possibile tutto questo.
Lo scorso 30 novembre la nostra città, Firenze, è stata letteralmente invasa da un mare di quarantamila #sardine e in Piazza della Repubblica, stretti come tutti gli altri, c’eravamo anche noi. Non ci piacciono le parole di odio di Salvini, e come giovani ci sentiamo doppiamente attaccati dalle sue politiche perché (e questo nessuno lo dovrebbe mai dimenticare) il Paese che vorrebbe costruire è quello che, un giorno, erediteremo noi. E allora forse quello che oggi ciascuno si dovrebbe chiedere è se l’Italia che ci volete lasciare è proprio questa, in cui due ragazze solidali con degli operai vengono multate; in cui la priorità pare essere diventata quella di impedire l’ingresso ai migranti piuttosto che mettere in campo delle politiche grazie alle quali i giovani come noi non debbano diventare loro stessi emigranti, cercando sorte migliore all’estero; e i paradossi che potremmo elencare sarebbero ancora tanti. Noi non crediamo in queste pratiche di odio cieco verso il prossimo e pensiamo che, nonostante le mille difficoltà, stia ancora ad un’istituzione come la scuola stimolare nei ragazzi e nelle ragazze di oggi quel pensiero critico di cui tanto si parla. E allora, signor direttore, non possiamo fare a meno di domandarci come sia possibile che quando abbiamo semplicemente deciso di mettere in pratica proprio quel pensiero critico ci siamo poi ritrovate con un’ammenda di 4000 euro.
In tantissimi, dicevamo, siamo scesi nelle piazze di tutta Italia per chiedere un cambiamento in questa politica, e abbiamo visto proprio moltissimi esponenti di varie forze del Parlamento spendere parole in favore di questo fenomeno “di novità”. Ma non è più tempo delle #parole, gli effetti dei provvedimenti razzisti si stanno cominciando a vedere, e sta succedendo adesso: da ormai quasi quattro mesi è in carica un governo, che purtroppo però non ha ancora trovato il tempo per eliminare una legge fascista come il Decreto Sicurezza.
La nostra speranza è che questo tempo si trovi al più presto, di modo da cancellare una norma così ingiusta.
Cordiali saluti
Elena e Margherita
Fonte
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Caro direttore,
siamo #Elena e #Margherita, due ragazze di #Firenze. Ogni mattina, come tutti i nostri coetanei, ci alziamo e andiamo a scuola, il pomeriggio studiamo e passiamo il tempo libero con gli amici. Siamo due ragazze normalissime, che però qualche giorno fa si sono viste recapitare a casa una multa di 4000 euro. Può immaginare la sorpresa all’apertura della busta, ma niente rispetto allo sgomento che abbiamo provato scorrendo le righe dell’ammenda. In breve siamo accusate, insieme ad altri 21 operai, di blocco stradale e grazie al #DecretoSicurezza voluto l’anno scorso da Matteo Salvini adesso verremo punite per il pericolosissimo reato di #solidarietà. Sì, perché questo abbiamo fatto.
La mattina del 16 ottobre abbiamo letto dell’investimento di una sindacalista davanti alla fabbrica #Superlativa di Prato, i cui operai da mesi sono in sciopero perché non vengono pagati dall’azienda, e le cui vicende avevamo seguito anche in estate. Molti giornali infatti avevano parlato delle condizioni di lavoro disumane degli operai di Superlativa e delle loro semplici richieste: avere quello stipendio che mancava ormai da sette mesi. Quella mattina, dunque, abbiamo deciso di prendere il treno e andare pure noi davanti a quei cancelli, con il semplice intento di manifestare la nostra vicinanza tanto agli operai quanto alla sindacalista ferita. Non ci sembrava che chiedere il rispetto di un contratto potesse essere in un qualche modo criminale, ma le multe che sono state recapitate due mesi più tardi a noi e ad altri 21 operai questo farebbero pensare.
Ci chiediamo, quindi, come sia possibile tutto questo.
Lo scorso 30 novembre la nostra città, Firenze, è stata letteralmente invasa da un mare di quarantamila #sardine e in Piazza della Repubblica, stretti come tutti gli altri, c’eravamo anche noi. Non ci piacciono le parole di odio di Salvini, e come giovani ci sentiamo doppiamente attaccati dalle sue politiche perché (e questo nessuno lo dovrebbe mai dimenticare) il Paese che vorrebbe costruire è quello che, un giorno, erediteremo noi. E allora forse quello che oggi ciascuno si dovrebbe chiedere è se l’Italia che ci volete lasciare è proprio questa, in cui due ragazze solidali con degli operai vengono multate; in cui la priorità pare essere diventata quella di impedire l’ingresso ai migranti piuttosto che mettere in campo delle politiche grazie alle quali i giovani come noi non debbano diventare loro stessi emigranti, cercando sorte migliore all’estero; e i paradossi che potremmo elencare sarebbero ancora tanti. Noi non crediamo in queste pratiche di odio cieco verso il prossimo e pensiamo che, nonostante le mille difficoltà, stia ancora ad un’istituzione come la scuola stimolare nei ragazzi e nelle ragazze di oggi quel pensiero critico di cui tanto si parla. E allora, signor direttore, non possiamo fare a meno di domandarci come sia possibile che quando abbiamo semplicemente deciso di mettere in pratica proprio quel pensiero critico ci siamo poi ritrovate con un’ammenda di 4000 euro.
In tantissimi, dicevamo, siamo scesi nelle piazze di tutta Italia per chiedere un cambiamento in questa politica, e abbiamo visto proprio moltissimi esponenti di varie forze del Parlamento spendere parole in favore di questo fenomeno “di novità”. Ma non è più tempo delle #parole, gli effetti dei provvedimenti razzisti si stanno cominciando a vedere, e sta succedendo adesso: da ormai quasi quattro mesi è in carica un governo, che purtroppo però non ha ancora trovato il tempo per eliminare una legge fascista come il Decreto Sicurezza.
La nostra speranza è che questo tempo si trovi al più presto, di modo da cancellare una norma così ingiusta.
Cordiali saluti
Elena e Margherita
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15/08/2019
Open Arms. Ministri in conflitto sullo sbarco a Lampedusa
L’Ong spagnola Open Arms ferma da 13 giorni davanti a Lampedusa con 147 migranti naufragati a bordo, nei giorni scorsi aveva presentato un ricorso al Tar contro il divieto di sbarco nel porto italiano. “A seguito del ricorso presentato dai nostri legali presso il Tar del Lazio in data 13 agosto 2019 nel quale facevamo presente la violazione delle norme di Diritto Internazionale del mare in materia di soccorso presenti all’interno del Decreto Sicurezza Bis, lo stesso oggi risponde riconoscendo la suddetta violazione nonché la situazione di eccezionale gravità ed urgenza dovuta alla permanenza protratta in mare dei naufraghi a bordo della nostra nave”. A rendere nota la sentenza del Tar è la stessa la ong spagnola annunciando che si dirigerà ora verso “il porto sicuro più vicino” e che non può che essere Lampedusa.
Immediata la reazione del ministro dell’Interno Matteo Salvini, il quale ha annunciato in una diretta Facebook che firmerà subito un provvedimento per impedire lo sbarco della nave. “Pensate in che Paese strano viviamo, un avvocato del Tribunale amministrativo del Lazio vuole dare il permesso di sbarcare a una nave straniera piena di immigrati".
Di avviso completamente diverso da Salvini è però il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, la quale non ha firmato il divieto all’ingresso nelle acque territoriali per la Open Arms come chiesto ministro dell’Interno. Lo si apprende da fonti del Viminale, secondo cui “la scelta non sorprende, visto che la titolare della Difesa ha ordinato alle navi della Marina Militare di scortare verso il nostro Paese l’imbarcazione spagnola”.
Infatti due navi della Marina Militare stanno scortando a distanza verso le acque territoriali italiane la Open Arms, che attualmente naviga a tre nodi in direzione di Lampedusa.
Fonte
Immediata la reazione del ministro dell’Interno Matteo Salvini, il quale ha annunciato in una diretta Facebook che firmerà subito un provvedimento per impedire lo sbarco della nave. “Pensate in che Paese strano viviamo, un avvocato del Tribunale amministrativo del Lazio vuole dare il permesso di sbarcare a una nave straniera piena di immigrati".
Di avviso completamente diverso da Salvini è però il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, la quale non ha firmato il divieto all’ingresso nelle acque territoriali per la Open Arms come chiesto ministro dell’Interno. Lo si apprende da fonti del Viminale, secondo cui “la scelta non sorprende, visto che la titolare della Difesa ha ordinato alle navi della Marina Militare di scortare verso il nostro Paese l’imbarcazione spagnola”.
Infatti due navi della Marina Militare stanno scortando a distanza verso le acque territoriali italiane la Open Arms, che attualmente naviga a tre nodi in direzione di Lampedusa.
Fonte
12/08/2019
Decreto Sicurezza bis: come violare la Costituzione in soli diciotto articoli
Che Matteo Salvini – e la visione politica che lui rappresenta – non sia, diciamo così, molto interessato a rispettare alla lettera i dettami della Costituzione e le regole che tengono in piedi l’assetto democratico di questo paese non lo diciamo noi. Lo esplicita lo stesso (ex?) Ministro dell’Interno nonché (ex?) vicepremier con le sue esternazioni, con le sue comunicazioni social, con la sua visione politica e sociale che esprime quasi ogni cosa faccia.
Il problema, naturalmente, è che a rappresentare un approccio vagamente antidemocratico non è una persona qualunque. È il vicepresidente del Consiglio, appunto, nonché Ministro dell’Interno.
Che poi è la stessa persona che sta chiedendo “pieni poteri” al popolo per governare: ma chi governa, in Italia, lo fa solo con i poteri che gli attribuisce la Costituzione.
Ce n’è un altro, di problema, che forse al momento è quello principale: l’inserimento nell’ordinamento legislativo di provvedimenti che abbiano il sapore dell’incostituzionalità.
Parliamo ovviamente del decreto sicurezza bis, l’ultima fatica – pare – del governo gialloverde prima della caduta: approvato in Senato i primi di agosto, si compone di diciotto articoli. I primi cinque si riferiscono esplicitamente al soccorso in mare, gli altri intervengono sul codice penale rispetto la gestione dell’ordine pubblico, con particolare attenzione alle manifestazioni di protesta e sportive.
Cosa preveda questo decreto ormai è noto: il ministro dell’Interno “può limitare o vietare l’ingresso il transito o la sosta di navi nel mare territoriale” per motivi di sicurezza, quando si pensa che sia stato violato il testo unico sull’immigrazione e sia stato compiuto il reato di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.
È prevista una sanzione va da 150 mila euro fino a 1 milione per il comandante della nave “in caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane”. Come sanzione aggiuntiva è previsto anche il sequestro della nave. Sono stanziate 500 mila euro per il 2019, un milione di euro per il 2020 e un milione e mezzo per il 2021 per il contrasto al reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e per operazioni di polizia sotto copertura. Questo per quel che riguarda il soccorso. Spunta poi una nuova fattispecie delittuosa per sanzionare chi nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, utilizza – in modo da creare concreto pericolo a persone o cose – razzi, fuochi artificiali, petardi od oggetti simili, nonché facendo ricorso a mazze, bastoni o altri oggetti contundenti o comunque atti ad offendere”. Sono previste aggravanti “qualora i reati siano commessi nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico”. Il ministero della Giustizia è autorizzato ad assumere, per il biennio 2019-2020, con contratto di lavoro a tempo determinato di durata annuale, un contingente massimo di ottocento unità di personale amministrativo non dirigenziale” e a stanziare “3.518.433 euro per il 2019 e 24.629.026 euro per il 2020”. Nelle manifestazioni sportive è inoltre previsto il Daspo (divieto di accesso) per “coloro che siano denunciati per aver preso parte attiva a episodi di violenza su persone o cose in occasione o a causa di manifestazioni sportive, o che nelle medesime circostanze abbiano incitato, inneggiato o indotto alla violenza”; “coloro che risultino avere tenuto, anche all’estero, sia singolarmente che in gruppo, una condotta finalizzata alla partecipazione attiva a episodi di violenza, di minaccia o di intimidazione”; “coloro che risultino denunciati o condannati, anche con sentenza non definitiva, nel corso dei cinque anni precedenti”.
Anche solo a leggerne un riassunto, il dubbio che assale è stato lo stesso per molti: ma questa roba non è anticostituzionale?
Ad esempio, per il costituzionalista Gaetano Azzariti potrebbe esserlo: «A mio parere il decreto da un lato è contraddittorio» ha dichiarato in una intervista al quotidiano La Repubblica. «Dall’altro – ha aggiunto – per alcuni profili, si pone in contrasto con la Costituzione. Gli articoli 1 e 2 sui divieti d’ingresso, sulle multe e sul sequestro delle navi, impongono il rispetto degli obblighi internazionali ma, al tempo stesso, li contraddicono prevedendo limiti o divieti incompatibili con il diritto del mare, nonché con la Costituzione. Non è possibile prevedere sanzioni comminate nei confronti di atti doverosi (il salvataggio di persone in mare, ndr). Spesso si dimentica che gli obblighi di soccorso non trovano radici solo nel diritto internazionale, ma anche in quel fondamentale dovere inderogabile di solidarietà che la Costituzione impone e che le leggi sanzionano con reati tipo l’omissione di soccorso».
Privo di senso appare anche una possibile distinzione tra italiani e migranti: «La Costituzione si riferisce alla persona umana, senza distinzioni di sesso, razza o provenienza geografica», spiega sempre Azzariti su la Repubblica.
Stessa valutazione anche rispetto la stretta sulle manifestazioni: «Le norme attuali sono molto rigorose, per lo più predisposte negli anni Settanta, ai tempi del terrorismo, quindi in una situazione di reale emergenza. Inoltre la Costituzione esprime un forte favore nei confronti della partecipazione politica in piazza che dovrebbe essere particolarmente sentita dai leader che si dichiarano populisti, ma che all’opposto scrivono norme per governare senza il controllo del popolo a cominciare dagli ostacoli posti alle manifestazioni. Interpreto così le pene più gravi per la minaccia e la resistenza al pubblico ufficiale che potrebbero punire pure forme verbali di dissenso e non azioni violente» (sempre tratto dall’intervista su La repubblica, ndr).
Una valutazione netta, ribadita e sostenuta nei giorni successivi all’approvazione del decreto in Senato da parte di altri costituzionalisti, come ad esempio Ugo de Siervo, ex presidente della Corte Costituzionale: “l’assurdità delle sanzioni previste, enormemente larghe, mentre vi sono una serie di accordi internazionali che impongono il salvataggio dei naufraghi” ha affermato de Siervo, aggiungendo un ulteriore spunto di analisi: “il legislatore non ha affatto considerato la diversità dei possibili comportamenti. Si pensi alla diversità tra una nave che si impegni sempre nel salvataggio e altri natanti che episodicamente o casualmente operino per salvare vite umane. Anche entrando in una logica repressiva occorre distinguere situazioni molto diverse tra loro”. Anche per lui, desta preoccupazione anche la parte relativa all’incremento di pena per reati contro i pubblici ufficiali, in riferimento all’“estrema genericità della previsione di sanzionare anche comportamenti molto tenui nei riguardi di forme di resistenza o minaccia a una serie indefinita di pubblici ufficiali: non aver distinto con precisione a chi ci si riferisce porta al paradosso che ogni comportamento anche tenue di resistenza possa riguardare non solo i poliziotti, ma vigili urbani, i più diversi dipendenti pubblici, perfino gli insegnanti. Si tratta davvero di una norma a dir poco generica”.
Sono due voci, illustri certo, che vanno ad aggiungersi alla serie di critiche che si sono levate nei confronti di questo provvedimento, che è stato, per molti inspiegabilmente, firmato dal Presidente della Repubblica. Il Quirinale non ha ritenuto di valutarlo subito come incostituzionale: ha preferito esprimere “perplessità”. In particolare, Mattarella ha posto l’accento sulla mancanza di criterio per quel che riguarda le sanzioni nei confronti delle navi, in quanto non è inserito alcun tipo di distinzione: troppa vaghezza, troppa libertà di interpretazione.
Stessa vaghezza riscontrata negli articoli che parlano di oltraggio a pubblico ufficiale: nessuna specifica anche in questo caso, con il concreto rischio di veder comminata una pena a chi offenda, per esempio, un direttore di ufficio postale.
Un atteggiamento forse troppo accondiscendente, da parte del capo dello Stato.
Anche perchè non c’è solo la Costituzione, a “mettersi di traverso” a questo decreto. Ci sono anche una decina di accordi e trattati internazionali, tra cui la Dichiarazione universale dei diritti umani (1948), la Convenzione europea sui diritti dell’uomo (1950), la Convenzione sullo Statuto dei rifugiati o Convenzione di Ginevra (1951), la Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (1966), il Patto internazionale sui diritti civili e politici (1966), la Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo (1979), la Convenzione Onu sul diritto del mare (1982), la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (2000).
E, naturalmente, come detto, la nostra Costituzione: in modo abbastanza evidente per quel che riguarda l’articolo 10 (“L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici”), probabilmente anche rispetto all’articolo 2 (“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”).
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Il problema, naturalmente, è che a rappresentare un approccio vagamente antidemocratico non è una persona qualunque. È il vicepresidente del Consiglio, appunto, nonché Ministro dell’Interno.
Che poi è la stessa persona che sta chiedendo “pieni poteri” al popolo per governare: ma chi governa, in Italia, lo fa solo con i poteri che gli attribuisce la Costituzione.
Ce n’è un altro, di problema, che forse al momento è quello principale: l’inserimento nell’ordinamento legislativo di provvedimenti che abbiano il sapore dell’incostituzionalità.
Parliamo ovviamente del decreto sicurezza bis, l’ultima fatica – pare – del governo gialloverde prima della caduta: approvato in Senato i primi di agosto, si compone di diciotto articoli. I primi cinque si riferiscono esplicitamente al soccorso in mare, gli altri intervengono sul codice penale rispetto la gestione dell’ordine pubblico, con particolare attenzione alle manifestazioni di protesta e sportive.
Cosa preveda questo decreto ormai è noto: il ministro dell’Interno “può limitare o vietare l’ingresso il transito o la sosta di navi nel mare territoriale” per motivi di sicurezza, quando si pensa che sia stato violato il testo unico sull’immigrazione e sia stato compiuto il reato di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.
È prevista una sanzione va da 150 mila euro fino a 1 milione per il comandante della nave “in caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane”. Come sanzione aggiuntiva è previsto anche il sequestro della nave. Sono stanziate 500 mila euro per il 2019, un milione di euro per il 2020 e un milione e mezzo per il 2021 per il contrasto al reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e per operazioni di polizia sotto copertura. Questo per quel che riguarda il soccorso. Spunta poi una nuova fattispecie delittuosa per sanzionare chi nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, utilizza – in modo da creare concreto pericolo a persone o cose – razzi, fuochi artificiali, petardi od oggetti simili, nonché facendo ricorso a mazze, bastoni o altri oggetti contundenti o comunque atti ad offendere”. Sono previste aggravanti “qualora i reati siano commessi nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico”. Il ministero della Giustizia è autorizzato ad assumere, per il biennio 2019-2020, con contratto di lavoro a tempo determinato di durata annuale, un contingente massimo di ottocento unità di personale amministrativo non dirigenziale” e a stanziare “3.518.433 euro per il 2019 e 24.629.026 euro per il 2020”. Nelle manifestazioni sportive è inoltre previsto il Daspo (divieto di accesso) per “coloro che siano denunciati per aver preso parte attiva a episodi di violenza su persone o cose in occasione o a causa di manifestazioni sportive, o che nelle medesime circostanze abbiano incitato, inneggiato o indotto alla violenza”; “coloro che risultino avere tenuto, anche all’estero, sia singolarmente che in gruppo, una condotta finalizzata alla partecipazione attiva a episodi di violenza, di minaccia o di intimidazione”; “coloro che risultino denunciati o condannati, anche con sentenza non definitiva, nel corso dei cinque anni precedenti”.
Anche solo a leggerne un riassunto, il dubbio che assale è stato lo stesso per molti: ma questa roba non è anticostituzionale?
Ad esempio, per il costituzionalista Gaetano Azzariti potrebbe esserlo: «A mio parere il decreto da un lato è contraddittorio» ha dichiarato in una intervista al quotidiano La Repubblica. «Dall’altro – ha aggiunto – per alcuni profili, si pone in contrasto con la Costituzione. Gli articoli 1 e 2 sui divieti d’ingresso, sulle multe e sul sequestro delle navi, impongono il rispetto degli obblighi internazionali ma, al tempo stesso, li contraddicono prevedendo limiti o divieti incompatibili con il diritto del mare, nonché con la Costituzione. Non è possibile prevedere sanzioni comminate nei confronti di atti doverosi (il salvataggio di persone in mare, ndr). Spesso si dimentica che gli obblighi di soccorso non trovano radici solo nel diritto internazionale, ma anche in quel fondamentale dovere inderogabile di solidarietà che la Costituzione impone e che le leggi sanzionano con reati tipo l’omissione di soccorso».
Privo di senso appare anche una possibile distinzione tra italiani e migranti: «La Costituzione si riferisce alla persona umana, senza distinzioni di sesso, razza o provenienza geografica», spiega sempre Azzariti su la Repubblica.
Stessa valutazione anche rispetto la stretta sulle manifestazioni: «Le norme attuali sono molto rigorose, per lo più predisposte negli anni Settanta, ai tempi del terrorismo, quindi in una situazione di reale emergenza. Inoltre la Costituzione esprime un forte favore nei confronti della partecipazione politica in piazza che dovrebbe essere particolarmente sentita dai leader che si dichiarano populisti, ma che all’opposto scrivono norme per governare senza il controllo del popolo a cominciare dagli ostacoli posti alle manifestazioni. Interpreto così le pene più gravi per la minaccia e la resistenza al pubblico ufficiale che potrebbero punire pure forme verbali di dissenso e non azioni violente» (sempre tratto dall’intervista su La repubblica, ndr).
Una valutazione netta, ribadita e sostenuta nei giorni successivi all’approvazione del decreto in Senato da parte di altri costituzionalisti, come ad esempio Ugo de Siervo, ex presidente della Corte Costituzionale: “l’assurdità delle sanzioni previste, enormemente larghe, mentre vi sono una serie di accordi internazionali che impongono il salvataggio dei naufraghi” ha affermato de Siervo, aggiungendo un ulteriore spunto di analisi: “il legislatore non ha affatto considerato la diversità dei possibili comportamenti. Si pensi alla diversità tra una nave che si impegni sempre nel salvataggio e altri natanti che episodicamente o casualmente operino per salvare vite umane. Anche entrando in una logica repressiva occorre distinguere situazioni molto diverse tra loro”. Anche per lui, desta preoccupazione anche la parte relativa all’incremento di pena per reati contro i pubblici ufficiali, in riferimento all’“estrema genericità della previsione di sanzionare anche comportamenti molto tenui nei riguardi di forme di resistenza o minaccia a una serie indefinita di pubblici ufficiali: non aver distinto con precisione a chi ci si riferisce porta al paradosso che ogni comportamento anche tenue di resistenza possa riguardare non solo i poliziotti, ma vigili urbani, i più diversi dipendenti pubblici, perfino gli insegnanti. Si tratta davvero di una norma a dir poco generica”.
Sono due voci, illustri certo, che vanno ad aggiungersi alla serie di critiche che si sono levate nei confronti di questo provvedimento, che è stato, per molti inspiegabilmente, firmato dal Presidente della Repubblica. Il Quirinale non ha ritenuto di valutarlo subito come incostituzionale: ha preferito esprimere “perplessità”. In particolare, Mattarella ha posto l’accento sulla mancanza di criterio per quel che riguarda le sanzioni nei confronti delle navi, in quanto non è inserito alcun tipo di distinzione: troppa vaghezza, troppa libertà di interpretazione.
Stessa vaghezza riscontrata negli articoli che parlano di oltraggio a pubblico ufficiale: nessuna specifica anche in questo caso, con il concreto rischio di veder comminata una pena a chi offenda, per esempio, un direttore di ufficio postale.
Un atteggiamento forse troppo accondiscendente, da parte del capo dello Stato.
Anche perchè non c’è solo la Costituzione, a “mettersi di traverso” a questo decreto. Ci sono anche una decina di accordi e trattati internazionali, tra cui la Dichiarazione universale dei diritti umani (1948), la Convenzione europea sui diritti dell’uomo (1950), la Convenzione sullo Statuto dei rifugiati o Convenzione di Ginevra (1951), la Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (1966), il Patto internazionale sui diritti civili e politici (1966), la Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo (1979), la Convenzione Onu sul diritto del mare (1982), la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (2000).
E, naturalmente, come detto, la nostra Costituzione: in modo abbastanza evidente per quel che riguarda l’articolo 10 (“L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici”), probabilmente anche rispetto all’articolo 2 (“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”).
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06/08/2019
Da adesso siamo in uno Stato di polizia, con “fiducia”
Come previsto il Senato ha confermato la fiducia al governo gialloverde sul Decreto sicurezza-bis con 160 sì, un pelo sotto la soglia del 161 voti.
I senatori presenti in aula erano 289, i votanti sono stati 238. Con la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale questo provvedimento liberticida contro il diritto di manifestazione, le possibilità di protestare e di soccorrere immigrati in mare, sarà legge dello Stato. I sì, appunto, sono stati 160, i voti contrari 57 e 21 gli astenuti. In tutto sono stati 9 i voti M5s che sono mancati all’appello sulla fiducia al governo. Sei senatori pentastellati non hanno votato (Montevecchi, La Mura, Ciampolillo, Fattori, Bogo, Mantero), mentre tre (Nugnes, Martelli e De Falco) hanno votato no. Per il M5S aver votato questa legge vergognosa peserà negativamente quanto e forse più della prova di forza sul Tav.
Hanno votato contro i senatori del Pd e Sinistra Italiana. I fascisti di Fratelli d’Italia come già annunciato si sono astenuti mentre quelli di Forza Italia non hanno partecipato al voto pur rimanendo in Aula. Parole evocative quelle dell’ex presidente del Senato Pietro Grasso quando ha affermato: “Un passo alla volta state trasformando il tempio della democrazia in quell’aula sorda e grigia, in quel bivacco di manipoli evocato in un periodo di cui alcuni, anche qui dentro provano nostalgia”.
Fuori dalle aule istituzionali si svolto l’ennesimo sit in di protesta contro l’approvazione del decreto. Ma la manifestazione si è dovuta tenere in piazza Montecitorio nonostante la discussione fosse al Senato, nei pressi del quale non era stata autorizzata alcuna possibilità di protesta.
Il Decreto Sicurezza bis, che aggrava quello già precedentemente approvato da questo governo, si compone di 18 articoli. Solo i primi cinque sono dedicati alla repressione del soccorso degli immigrati, in particolare per quanto riguarda il soccorso in mare, ma nella comunicazione politica contro questo provvedimento ha prevalso più questo aspetto che quello relativo alla repressione del diritto di manifestazione.
Nell’articolo 1 si stabilisce che il ministro dell’interno “può limitare o vietare l’ingresso il transito o la sosta di navi nel mare territoriale” per ragioni di ordine e sicurezza, ovvero quando si presuppone che sia stato violato il testo unico sull’immigrazione e in particolare si sia compiuto il reato di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.
Ma già dall’art.6 è tutto concentrato sulla repressione delle manifestazioni politiche o sportive con norme pesantemente più repressive. “Si introduce una nuova fattispecie delittuosa, che punisce chiunque, nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, utilizza – in modo da creare concreto pericolo a persone o cose – razzi, fuochi artificiali, petardi od oggetti simili, nonché facendo ricorso a mazze, bastoni o altri oggetti contundenti o comunque atti ad offendere”. Sono previste aggravanti “qualora i reati siano commessi nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico”.
Nelle manifestazioni pubbliche e aperte al pubblico è vietato l’uso dei caschi o di qualsiasi altro dispositivo che renda irriconoscibile una persona. All’articolo 7 si prevede di inasprire le pene per chi compie una serie di reati: “Violenza o minaccia a un pubblico ufficiale”, “Resistenza a un pubblico ufficiale”, “Violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario o ai suoi singoli componenti”, “devastazione e saccheggio”, “Interruzione di ufficio o servizio pubblico o di pubblica necessità”. Sono inasprite le pene per oltraggio a pubblico ufficiale.
Benvenuti in Italia, Stato di polizia, i micidiali effetti saranno leggibili tra breve tempo.
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