Sette morti, ospedali allagati, la gente sui tetti, case isolate, ponti che crollano, canali che esondano, strade che diventano fiumi, file di automobili e detriti trascinati via dalla corrente d’acqua impetuosa che ha rotto gli argini di fiumi e canali.
A Prato è esondato il Bisenzio inondando interi quartieri. La piena dell’Arno, a 57 anni dalla grande alluvione di Firenze, fa ancora paura. Alcune zone della pianura fiorentina riprese dall’alto sembrano il Bangladesh dopo l’alluvione.
Il “governatore” Giani si traveste da manager della protezione civile e manda in giro filmati rassicuranti. Il sindaco di Prato, Biffoni, invita la gente a non uscire di casa e se la prende con la pioggia caduta in quantità straordinaria.
Nardella, invece, è letteralmente sparito.
I tg nazionali e regionali nemmeno si sognano di rammentare la quantità di cemento che questi signori hanno riversato sulla piana fiorentina negli ultimi 30 anni.
La Piana di Firenze-Prato-Pistoia è una conca intermontana di origine alluvionale nell’entroterra della Toscana settentrionale nell’area dove si stendono, senza, ormai, soluzione di continuità, le aree urbane di Firenze, Prato e Pistoia ed accoglie su un territorio di 4800 kmq il 40% ca. della popolazione e delle imprese della regione.
Un fazzoletto di terra in cui anche gli angoli più remoti e nascosti nell’arco di tre decenni, sono stati sventrati da un’opera di cementificazione selvaggia tra le più intense e devastanti d’Europa con ritmi di consumo del suolo impressionanti.
In poco meno di 30 anni, boschi ed aree verdi sono stati/e rasi/e al suolo per far posto dapprima ad enormi ed inutili centri commerciali per poi, intorno, far crescere, senza sosta, file di palazzi, palazzine e villette a schiera, in barba ad ogni parametro, senza piani urbani e con intere giunte ed uffici tecnici finiti a processo per corruzione ed altre malefatte.
Ed ecco che arriva il cambiamento climatico e si paga il conto, noi, tutti.
Loro, invece, quelli dell'”urbanistica contrattata”, quelli che hanno creato una scombinatissima “area metropolitana” senza nessun criterio se non quello di versare più cemento possibile laddove possibile, ora se la prendono con il “maltempo”.
Ma sono gli stessi che hanno prodotto uno scempio urbanistico-ambientale tra i più terrificanti d’Italia degli ultimi 50 anni lungo i 35 km ca della cosiddetta “piana fiorentina”.
Lo si ripete, stancamente, da anni ma gli eventi eccezionali causati dal cambiamento climatico rendono non più rinviabile una grande opera di manutenzione straordinaria e risanamento del territorio (ad es. interventi sugli argini dei fiumi e sulla rete viaria).
Le casse di espansione dell’Arno le hanno fatte ma probabilmente erano state progettate prima che diventassero drammatica normalità gli eventi catastrofici di questi ultimi anni.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/11/2023
20/04/2020
Tamponi privati: smentisco, nego, anzi un po’ confermo!
Sempre più la sanità privata si dimostra essere quel viscido inviluppo di interessi che specula sulla salute dei cittadini, vedendola non come un diritto e un bene della collettività, ma come fonte di guadagno. Dunque, anche la pandemia deve diventare un modo per far soldi.
In particolare, ci riferiamo alla scabrosa vicenda dei tamponi effettuati a pagamento da istituti e laboratori privati, che stanno speculando sulle carenze del sistema sanitario che provocano ansia e incertezza nei cittadini, i quali non possono fruire di tale esame se non in limitatissimi casi. Si dice, perché mancano i reagenti.
Ebbene, invece, di reagenti almeno un po’ di disponibilità c’è, se ai primi di aprile alcuni laboratori privati di Prato hanno annunciato che presso di loro si sarebbe potuto ottenere il tampone a pagamento per 102 euro. L’iniziativa è stata immediatamente bloccata dalla regione Toscana.
In Lombardia invece, sembra sia stato il ben noto Ospedale San Raffaele, una delle colonne dell’”eccellenza” lombarda ormai dimostratasi una sommatoria d’incapacità, pessima organizzazione e malaffare, a tentare l’operazione.
Non si dimentichi che il San Raffaele fa parte dell’importante gruppo San Donato, un colosso della sanità privata di proprietà della famiglia Rotelli, con forti agganci politici, tanto che oggi è presieduto dall’ex ministro Angiolino Alfano. E che non manca di essere mediaticamente molto presente per attirare sottoscrizioni private, la più recente quella della coppia Ferragni-Fedez.
Alcuni giorni fa, il consigliere regionale Samuele Astuti ha denunciato che in Lombardia diversi laboratori e ospedali privati avevano iniziato a effettuare privatamente dei tamponi, e che presso il San Raffaele il test era effettuato al costo di 120 euro.
Il San Raffaele ha smentito, ma con parole che risultano inquietanti dichiarando di “non eseguire tamponi naso-faringei per Covid-19 a utenza esterna e a pagamento, bensì (...) esclusivamente ai pazienti, al personale sanitario proprio e di strutture sanitarie e socio sanitarie regionali, come indicato dalle delibere regionali. H San Raffaele Resnati, la società che gestisce alcuni poliambulatori in Milano legati al Irccs Ospedale San Raffaele, ha erogato il tampone per Covid-19 all’interno delle convenzioni di medicina del lavoro instaurate con alcune aziende per gli adempimenti del D.Lgs 81/08 e, eccezionalmente, a soggetti possibilmente portatori del virus Sars-Cov-2, e quindi possibilmente infettanti, e solo su richiesta specifica del medico di medicina generale o di altri medici specialisti“.
“Tuttavia – conclude la nota – a seguito di un disguido amministrativo, uno dei poliambulatori della società H San Raffaele Resnati ha erogato a poche persone la prestazione, associando un codice errato. Queste persone sono già state contattate per il rimborso dovuto“.
Insomma, dal comunicato del San Raffaele emerge che qualche prestazione privata ad aziende e a singoli c’è stata, ma per questi ultimi si è trattato di un “errore in un codice”.
Forse saremo troppo sospettosi, ma non è che la procedura era stata avviata e poi, quando lo scandalo cominciava a montare, si è deciso di fermarla?
Rimane comunque la consegna a essere vigilanti sulle speculazioni, facili in questo momento. Siamo alla vigilia dell’applicazione dei test sierologici, più semplici dei tamponi, e abbiamo già visto in rete dei filmati che esaltano macchinette che, usate in cliniche private, danno il risultato in pochi secondi, come uno scontrino fiscale del panettiere. Per quale cifra non si sa.
Attenzione!
Fonte
In particolare, ci riferiamo alla scabrosa vicenda dei tamponi effettuati a pagamento da istituti e laboratori privati, che stanno speculando sulle carenze del sistema sanitario che provocano ansia e incertezza nei cittadini, i quali non possono fruire di tale esame se non in limitatissimi casi. Si dice, perché mancano i reagenti.
Ebbene, invece, di reagenti almeno un po’ di disponibilità c’è, se ai primi di aprile alcuni laboratori privati di Prato hanno annunciato che presso di loro si sarebbe potuto ottenere il tampone a pagamento per 102 euro. L’iniziativa è stata immediatamente bloccata dalla regione Toscana.
In Lombardia invece, sembra sia stato il ben noto Ospedale San Raffaele, una delle colonne dell’”eccellenza” lombarda ormai dimostratasi una sommatoria d’incapacità, pessima organizzazione e malaffare, a tentare l’operazione.
Non si dimentichi che il San Raffaele fa parte dell’importante gruppo San Donato, un colosso della sanità privata di proprietà della famiglia Rotelli, con forti agganci politici, tanto che oggi è presieduto dall’ex ministro Angiolino Alfano. E che non manca di essere mediaticamente molto presente per attirare sottoscrizioni private, la più recente quella della coppia Ferragni-Fedez.
Alcuni giorni fa, il consigliere regionale Samuele Astuti ha denunciato che in Lombardia diversi laboratori e ospedali privati avevano iniziato a effettuare privatamente dei tamponi, e che presso il San Raffaele il test era effettuato al costo di 120 euro.
Il San Raffaele ha smentito, ma con parole che risultano inquietanti dichiarando di “non eseguire tamponi naso-faringei per Covid-19 a utenza esterna e a pagamento, bensì (...) esclusivamente ai pazienti, al personale sanitario proprio e di strutture sanitarie e socio sanitarie regionali, come indicato dalle delibere regionali. H San Raffaele Resnati, la società che gestisce alcuni poliambulatori in Milano legati al Irccs Ospedale San Raffaele, ha erogato il tampone per Covid-19 all’interno delle convenzioni di medicina del lavoro instaurate con alcune aziende per gli adempimenti del D.Lgs 81/08 e, eccezionalmente, a soggetti possibilmente portatori del virus Sars-Cov-2, e quindi possibilmente infettanti, e solo su richiesta specifica del medico di medicina generale o di altri medici specialisti“.
“Tuttavia – conclude la nota – a seguito di un disguido amministrativo, uno dei poliambulatori della società H San Raffaele Resnati ha erogato a poche persone la prestazione, associando un codice errato. Queste persone sono già state contattate per il rimborso dovuto“.
Insomma, dal comunicato del San Raffaele emerge che qualche prestazione privata ad aziende e a singoli c’è stata, ma per questi ultimi si è trattato di un “errore in un codice”.
Forse saremo troppo sospettosi, ma non è che la procedura era stata avviata e poi, quando lo scandalo cominciava a montare, si è deciso di fermarla?
Rimane comunque la consegna a essere vigilanti sulle speculazioni, facili in questo momento. Siamo alla vigilia dell’applicazione dei test sierologici, più semplici dei tamponi, e abbiamo già visto in rete dei filmati che esaltano macchinette che, usate in cliniche private, danno il risultato in pochi secondi, come uno scontrino fiscale del panettiere. Per quale cifra non si sa.
Attenzione!
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30/12/2019
La lettera di due studentesse solidali con gli operai e multate per blocco stradale a Prato
Qui di seguito la lettera che due studentesse delle scuole medie superiori hanno inviato al giornale “La Nazione”. Le due studentesse, insieme a diciannove operai, sono state sanzionate per 4mila euro per aver partecipato al blocco stradale fatto dai lavoratori impegnati in una vertenza sindacale alla lavanderia Superlativa di Prato. Una società regolata dai Decreti Sicurezza è come la mafia: una montagna di merda.
Caro direttore,
siamo #Elena e #Margherita, due ragazze di #Firenze. Ogni mattina, come tutti i nostri coetanei, ci alziamo e andiamo a scuola, il pomeriggio studiamo e passiamo il tempo libero con gli amici. Siamo due ragazze normalissime, che però qualche giorno fa si sono viste recapitare a casa una multa di 4000 euro. Può immaginare la sorpresa all’apertura della busta, ma niente rispetto allo sgomento che abbiamo provato scorrendo le righe dell’ammenda. In breve siamo accusate, insieme ad altri 21 operai, di blocco stradale e grazie al #DecretoSicurezza voluto l’anno scorso da Matteo Salvini adesso verremo punite per il pericolosissimo reato di #solidarietà. Sì, perché questo abbiamo fatto.
La mattina del 16 ottobre abbiamo letto dell’investimento di una sindacalista davanti alla fabbrica #Superlativa di Prato, i cui operai da mesi sono in sciopero perché non vengono pagati dall’azienda, e le cui vicende avevamo seguito anche in estate. Molti giornali infatti avevano parlato delle condizioni di lavoro disumane degli operai di Superlativa e delle loro semplici richieste: avere quello stipendio che mancava ormai da sette mesi. Quella mattina, dunque, abbiamo deciso di prendere il treno e andare pure noi davanti a quei cancelli, con il semplice intento di manifestare la nostra vicinanza tanto agli operai quanto alla sindacalista ferita. Non ci sembrava che chiedere il rispetto di un contratto potesse essere in un qualche modo criminale, ma le multe che sono state recapitate due mesi più tardi a noi e ad altri 21 operai questo farebbero pensare.
Ci chiediamo, quindi, come sia possibile tutto questo.
Lo scorso 30 novembre la nostra città, Firenze, è stata letteralmente invasa da un mare di quarantamila #sardine e in Piazza della Repubblica, stretti come tutti gli altri, c’eravamo anche noi. Non ci piacciono le parole di odio di Salvini, e come giovani ci sentiamo doppiamente attaccati dalle sue politiche perché (e questo nessuno lo dovrebbe mai dimenticare) il Paese che vorrebbe costruire è quello che, un giorno, erediteremo noi. E allora forse quello che oggi ciascuno si dovrebbe chiedere è se l’Italia che ci volete lasciare è proprio questa, in cui due ragazze solidali con degli operai vengono multate; in cui la priorità pare essere diventata quella di impedire l’ingresso ai migranti piuttosto che mettere in campo delle politiche grazie alle quali i giovani come noi non debbano diventare loro stessi emigranti, cercando sorte migliore all’estero; e i paradossi che potremmo elencare sarebbero ancora tanti. Noi non crediamo in queste pratiche di odio cieco verso il prossimo e pensiamo che, nonostante le mille difficoltà, stia ancora ad un’istituzione come la scuola stimolare nei ragazzi e nelle ragazze di oggi quel pensiero critico di cui tanto si parla. E allora, signor direttore, non possiamo fare a meno di domandarci come sia possibile che quando abbiamo semplicemente deciso di mettere in pratica proprio quel pensiero critico ci siamo poi ritrovate con un’ammenda di 4000 euro.
In tantissimi, dicevamo, siamo scesi nelle piazze di tutta Italia per chiedere un cambiamento in questa politica, e abbiamo visto proprio moltissimi esponenti di varie forze del Parlamento spendere parole in favore di questo fenomeno “di novità”. Ma non è più tempo delle #parole, gli effetti dei provvedimenti razzisti si stanno cominciando a vedere, e sta succedendo adesso: da ormai quasi quattro mesi è in carica un governo, che purtroppo però non ha ancora trovato il tempo per eliminare una legge fascista come il Decreto Sicurezza.
La nostra speranza è che questo tempo si trovi al più presto, di modo da cancellare una norma così ingiusta.
Cordiali saluti
Elena e Margherita
Fonte
*****
Caro direttore,
siamo #Elena e #Margherita, due ragazze di #Firenze. Ogni mattina, come tutti i nostri coetanei, ci alziamo e andiamo a scuola, il pomeriggio studiamo e passiamo il tempo libero con gli amici. Siamo due ragazze normalissime, che però qualche giorno fa si sono viste recapitare a casa una multa di 4000 euro. Può immaginare la sorpresa all’apertura della busta, ma niente rispetto allo sgomento che abbiamo provato scorrendo le righe dell’ammenda. In breve siamo accusate, insieme ad altri 21 operai, di blocco stradale e grazie al #DecretoSicurezza voluto l’anno scorso da Matteo Salvini adesso verremo punite per il pericolosissimo reato di #solidarietà. Sì, perché questo abbiamo fatto.
La mattina del 16 ottobre abbiamo letto dell’investimento di una sindacalista davanti alla fabbrica #Superlativa di Prato, i cui operai da mesi sono in sciopero perché non vengono pagati dall’azienda, e le cui vicende avevamo seguito anche in estate. Molti giornali infatti avevano parlato delle condizioni di lavoro disumane degli operai di Superlativa e delle loro semplici richieste: avere quello stipendio che mancava ormai da sette mesi. Quella mattina, dunque, abbiamo deciso di prendere il treno e andare pure noi davanti a quei cancelli, con il semplice intento di manifestare la nostra vicinanza tanto agli operai quanto alla sindacalista ferita. Non ci sembrava che chiedere il rispetto di un contratto potesse essere in un qualche modo criminale, ma le multe che sono state recapitate due mesi più tardi a noi e ad altri 21 operai questo farebbero pensare.
Ci chiediamo, quindi, come sia possibile tutto questo.
Lo scorso 30 novembre la nostra città, Firenze, è stata letteralmente invasa da un mare di quarantamila #sardine e in Piazza della Repubblica, stretti come tutti gli altri, c’eravamo anche noi. Non ci piacciono le parole di odio di Salvini, e come giovani ci sentiamo doppiamente attaccati dalle sue politiche perché (e questo nessuno lo dovrebbe mai dimenticare) il Paese che vorrebbe costruire è quello che, un giorno, erediteremo noi. E allora forse quello che oggi ciascuno si dovrebbe chiedere è se l’Italia che ci volete lasciare è proprio questa, in cui due ragazze solidali con degli operai vengono multate; in cui la priorità pare essere diventata quella di impedire l’ingresso ai migranti piuttosto che mettere in campo delle politiche grazie alle quali i giovani come noi non debbano diventare loro stessi emigranti, cercando sorte migliore all’estero; e i paradossi che potremmo elencare sarebbero ancora tanti. Noi non crediamo in queste pratiche di odio cieco verso il prossimo e pensiamo che, nonostante le mille difficoltà, stia ancora ad un’istituzione come la scuola stimolare nei ragazzi e nelle ragazze di oggi quel pensiero critico di cui tanto si parla. E allora, signor direttore, non possiamo fare a meno di domandarci come sia possibile che quando abbiamo semplicemente deciso di mettere in pratica proprio quel pensiero critico ci siamo poi ritrovate con un’ammenda di 4000 euro.
In tantissimi, dicevamo, siamo scesi nelle piazze di tutta Italia per chiedere un cambiamento in questa politica, e abbiamo visto proprio moltissimi esponenti di varie forze del Parlamento spendere parole in favore di questo fenomeno “di novità”. Ma non è più tempo delle #parole, gli effetti dei provvedimenti razzisti si stanno cominciando a vedere, e sta succedendo adesso: da ormai quasi quattro mesi è in carica un governo, che purtroppo però non ha ancora trovato il tempo per eliminare una legge fascista come il Decreto Sicurezza.
La nostra speranza è che questo tempo si trovi al più presto, di modo da cancellare una norma così ingiusta.
Cordiali saluti
Elena e Margherita
Fonte
27/12/2019
Prato - Pesantissime sanzioni economiche inflitte ai lavoratori grazie alla Legge Salvini
L’Associazione Nazionale Giuristi Democratici manifesta il proprio forte sconcerto per la decisione di infliggere sanzioni fino a quattromila euro, il massimo consentito, a taluni lavoratori del sindacato S.i. Cobas e altri manifestanti solidali di Prato, colpevoli solamente di aver esercitato i propri diritti costituzionali allo sciopero, alla riunione ed alla libera manifestazione del pensiero.
Si tratta di una delle prime applicazioni dell’art. 23 della Legge Salvini n. 132 del 2018.
La normativa, criticata anche nel parere del Consiglio Superiore della Magistratura al disegno di legge, conferma la sua ispirazione autoritaria e repressiva volta a soffocare ogni conflitto sociale.
Ciò è tanto più grave in questo caso, data la condizione di precarietà e sfruttamento dei lavoratori colpiti, in buona parte immigrati, deprivati di ogni possibilità di denunciare le gravi violazioni del diritto e della dignità umana di cui sono oggetto e di mobilitarsi contro di esse.
L’Associazione Nazionale Giuristi Democratici si associa quindi alla lunga serie di soggetti politici e sociali che chiedono con sempre maggior forza l’abolizione dei cosiddetti decreti sicurezza che ogni giorno di più rivelano la propria natura di strumento al servizio di chi vuole mantenere nella società italiana le attuali diseguaglianze, aggiungendovi la repressione del dissenso.
Fonte
Si tratta di una delle prime applicazioni dell’art. 23 della Legge Salvini n. 132 del 2018.
La normativa, criticata anche nel parere del Consiglio Superiore della Magistratura al disegno di legge, conferma la sua ispirazione autoritaria e repressiva volta a soffocare ogni conflitto sociale.
Ciò è tanto più grave in questo caso, data la condizione di precarietà e sfruttamento dei lavoratori colpiti, in buona parte immigrati, deprivati di ogni possibilità di denunciare le gravi violazioni del diritto e della dignità umana di cui sono oggetto e di mobilitarsi contro di esse.
L’Associazione Nazionale Giuristi Democratici si associa quindi alla lunga serie di soggetti politici e sociali che chiedono con sempre maggior forza l’abolizione dei cosiddetti decreti sicurezza che ogni giorno di più rivelano la propria natura di strumento al servizio di chi vuole mantenere nella società italiana le attuali diseguaglianze, aggiungendovi la repressione del dissenso.
Fonte
29/03/2019
Prato respinge i fascisti, ma si piega ai diktat contro i palestinesi
La città di Prato, in poche settimane, è diventata protagonista di due avvenimenti che rivelano i lati peggiori di questo paese, e lo fanno in modo assolutamente trasversale.
Sabato scorso è stata respinta la provocazione dei fascisti di Forza Nuova che voleva sfilare per le vie della città. La provocazione fascista è stata fortemente rintuzzata da una riuscita mobilitazione popolare di massa.
Ma nella stessa Prato che pure si è rivelata democratica e antifascista si va consumando una discriminazione politica e razziale che meriterebbe una analoga risposta.
Il riferimento va al Festival “Mediterraneo Downtown” che si terrà dal 5 al 7 aprile nella cittadina toscana. Un festival che vorrebbe offrire un racconto diverso delle diverse sponde di una regione che si allunga dall’Europa all’Africa e al Medio Oriente.
La tre giorni è stata presentata mercoledì 27, durante una conferenza stampa a Palazzo Strozzi Sacrati a Firenze, sede della presidenza della Regione Toscana la quale, insieme al Cospe e al Comune di Prato e in collaborazione con Libera, Amnesty International e Legambiente, ne è stata fin dall’inizio promotrice.
Apprendiamo dalla stampa locale che gli organizzatori hanno annunciato che la palestinese Manal Tamini, madre di due giovani prigionieri politici palestinesi e zia della giovane attivista Ahed Tamimi, arrestata dagli israeliani e diventata icona internazionale della resistenza del popolo palestinese, è stata contattata per annullare la sua partecipazione al festival, onde “evitare equivoci su posizioni antisemite”. Una decisione che è stata pubblicamente apprezzata dall’assessore regionale Bugli.
Contro la presenza di Manal Tamimi si erano inalberati, in modo del tutto trasversale, i deputati di Forza Italia Stefano Mugnai e Erica Mazzetti e il saggista di area Pd, Fabio Panerai. E prima di loro l’ambasciata israeliana e tutta la rete di organismi filo-sionisti e filo-israeliani attiva nel nostro paese.
Sul palco del Festival si confronteranno scrittori come Tahar Ben Jelloun – autore del best seller “Il razzismo spiegato a mia figlia” – e Sandro Veronesi, il pratese che ha scritto, tra gli altri, “Caos calmo”.
Il Premio “Mediterraneo di pace” sarà conferito a Sihem Bensedrine, giornalista e presidente di una commissione costituzionale in Tunisia che raccoglie testimonianze delle vittime di tortura. Per il filone ‘economie mediterranee’ ci saranno la stilista di origini marocchine Hind Laram, e Ghapios Garas, imprenditore egiziano di una società di informatica,
Nel Festival “Mediterraneo Downtown” Manal Tamimi avrebbe dovuto partecipare ad un dibattito su “Per giustizia e per amore. La lotta delle donne per i diritti”, insieme con Ilaria Cucchi.
Ma in tutto questo parterre, si è scelto di tenere fuori una palestinese accusata dagli apparati ideologici israeliani per un vignetta. Occorre che gli organizzatori abbiano il coraggio di confessare che se Manal Tamimi fosse stata israeliana non le sarebbe stato revocato l’invito a partecipare.
E’ una vergogna e una discriminazione politica e razziale che la Prato che ha saputo respingere i fascisti solo qualche giorno fa, dovrebbe saper riscattare, anche in questa occasione.
Fonte
Sabato scorso è stata respinta la provocazione dei fascisti di Forza Nuova che voleva sfilare per le vie della città. La provocazione fascista è stata fortemente rintuzzata da una riuscita mobilitazione popolare di massa.
Ma nella stessa Prato che pure si è rivelata democratica e antifascista si va consumando una discriminazione politica e razziale che meriterebbe una analoga risposta.
Il riferimento va al Festival “Mediterraneo Downtown” che si terrà dal 5 al 7 aprile nella cittadina toscana. Un festival che vorrebbe offrire un racconto diverso delle diverse sponde di una regione che si allunga dall’Europa all’Africa e al Medio Oriente.
La tre giorni è stata presentata mercoledì 27, durante una conferenza stampa a Palazzo Strozzi Sacrati a Firenze, sede della presidenza della Regione Toscana la quale, insieme al Cospe e al Comune di Prato e in collaborazione con Libera, Amnesty International e Legambiente, ne è stata fin dall’inizio promotrice.
Apprendiamo dalla stampa locale che gli organizzatori hanno annunciato che la palestinese Manal Tamini, madre di due giovani prigionieri politici palestinesi e zia della giovane attivista Ahed Tamimi, arrestata dagli israeliani e diventata icona internazionale della resistenza del popolo palestinese, è stata contattata per annullare la sua partecipazione al festival, onde “evitare equivoci su posizioni antisemite”. Una decisione che è stata pubblicamente apprezzata dall’assessore regionale Bugli.
Contro la presenza di Manal Tamimi si erano inalberati, in modo del tutto trasversale, i deputati di Forza Italia Stefano Mugnai e Erica Mazzetti e il saggista di area Pd, Fabio Panerai. E prima di loro l’ambasciata israeliana e tutta la rete di organismi filo-sionisti e filo-israeliani attiva nel nostro paese.
Sul palco del Festival si confronteranno scrittori come Tahar Ben Jelloun – autore del best seller “Il razzismo spiegato a mia figlia” – e Sandro Veronesi, il pratese che ha scritto, tra gli altri, “Caos calmo”.
Il Premio “Mediterraneo di pace” sarà conferito a Sihem Bensedrine, giornalista e presidente di una commissione costituzionale in Tunisia che raccoglie testimonianze delle vittime di tortura. Per il filone ‘economie mediterranee’ ci saranno la stilista di origini marocchine Hind Laram, e Ghapios Garas, imprenditore egiziano di una società di informatica,
Nel Festival “Mediterraneo Downtown” Manal Tamimi avrebbe dovuto partecipare ad un dibattito su “Per giustizia e per amore. La lotta delle donne per i diritti”, insieme con Ilaria Cucchi.
Ma in tutto questo parterre, si è scelto di tenere fuori una palestinese accusata dagli apparati ideologici israeliani per un vignetta. Occorre che gli organizzatori abbiano il coraggio di confessare che se Manal Tamimi fosse stata israeliana non le sarebbe stato revocato l’invito a partecipare.
E’ una vergogna e una discriminazione politica e razziale che la Prato che ha saputo respingere i fascisti solo qualche giorno fa, dovrebbe saper riscattare, anche in questa occasione.
Fonte
24/03/2019
A Prato una marea antifascista annichilisce le provocazioni di Forza Nuova
In pochissimi si sono recati in Piazza del Mercato Nuovo per la celebrazione del fasci di combattimento, mentre almeno cinquemila persone hanno partecipato alla manifestazione antifascista.
È blindatissima piazza del Mercato Nuovo a Prato, occupata dai fascisti di Forza Nuova che si sono riuniti nel sabato nero per la commemorazione del centenario dei fasci di combattimento. Ma se i nostalgici pensavano di trovare una grande affluenza sono rimasti delusi: pochissimi si sono presentati, forse una cinquantina, mentre dall’interno del Tempio Buddista che si trova proprio in piazza, i monaci all’interno hanno pregato per respingere l’oscurità di ogni intolleranza.
E la soddisfazione maggiore è stata l’enorme affluenza che invece, a Piazza Santa Maria delle Carceri, ha visto la contromanifestazione antifascista che ha contato anche la partecipazione del sindaco della città, Matteo Biffone, insieme ad altre cinquemila persone. Cinquemila per resistere, per rivendicare la natura antifascista di Prato, della Toscana e dell’Italia intera.
Fonte
03/12/2013
Prato? Il futuro di Livorno nel migliore dei casi
E' abbastanza evidente che Livorno fa davvero una grossa difficoltà ad intravedere un futuro. L'assenza di progettazione, assieme al pieno di retorica, presente da un quarto di secolo matura oggi i propri frutti velenosi.
Pochi sanno che nel 1987, quindi più di un quarto di secolo fa, l'allora amministrazione comunale si rifiutò di far inserire Livorno nell'ambito della aree a declino industriale sostenute e finanziate dalla comunità europea dell'epoca. Serpeggiava infatti un senso di disagio, più forte dell'attrazione dei finanziamenti per le aree di crisi, nel dover ammettere pubblicamente la fine di un modello industriale. Modello che era entrato in crisi conclamata durante gli anni '80 con la disoccupazione dell'epoca che schizzò da 4.000 senza lavoro all'inizio di quel decennio a 25.000 alla fine (secondo i criteri statistici dell'epoca). Sappiamo come è andata a finire: al permanere della retorica "operaia e di sinistra", ancora ottima per il consenso generale, nei primi anni '90 corrispondeva un processo di deindustrializzazione della città inondata di cemento, di capitali liberati dall'industria, di liquidazioni, di prepensionamenti e di pensioni rivalutate.
Quando, alle elezioni del 1992, il Pds e Rifondazione assieme prendono più voti del Pci da solo per la retorica si tratta della conferma delle radici operaie e comuniste della città. Mentre, nel mondo reale, significava che attraverso i partiti e i soggetti tradizionali era passata silenziosamente una ristrutturazione, nell'asse economico-sociale cittadino, che era vissuta come soddisfacente. Il Pds, poi Ds, è stato il partito che ha comunque meglio capito questa trasformazione. Mantenendo il proprio potere su basi nuove. Mentre Rifondazione, guardando questo dato all'indietro, ha parlato politicamente un linguaggio che non esisteva già più all'epoca, o meglio era privo di riscontro reale, finendo per contrarsi fino alla dimensione della forma politica testimoniale.
Ma cosa è Livorno oggi, dopo un ventennio di ristrutturazioni industriali, e un peso incomparabilmente minore del salario "produttivo" in città anche rispetto a 10 anni fa, e in pieno rallentamento del settore immobiliare?
La recente classifica del Sole 24 ore sugli indici di benessere delle città, senza entrare negli aspetti metodologici, qualcosa aiuta a capire. Prima di tutto stiamo parlando dell'Italia, di un paese che sta scendendo, a livello di Pil, nelle classifiche di ricchezza europee e mondiali. Un paese che ha indici piuttosto bassi nella creazione di tecnologie e nella riproduzione del sistema formativo, entrambi il petrolio dell'oggi e del domani, e che trova Livorno scendere nella speciale classifica interna del benessere. Insomma, l'Italia è in caduta libera e Livorno scende nella classifica interna di questo paese.
Paragonarsi al passato e andare a vedere la classifica di quindici anni fa non ha senso. Alla fine degli anni '90 essere al 47esimo posto, come è accaduto, nella classifica del Sole significava maggiore benessere del trentunesimo di oggi. Il crollo dell'economia italiana, una volta entrati nell'euro, e gli choc della crisi finanziaria, nonché la riduzione drammatica dei livelli salariali, fanno valere questo 31esimo posto molto meno del 47esimo del '99.
La nostra posizione nella crisi italiana ci avvicina quindi verso zone economiche dell'est europeo, anche per la caratteristica patriarcale del potere livornese, la cui emancipazione dai drammi strutturali sarà, se tutto va bene, questione della metà del secolo nuovo. Basta parlare con le badanti moldave o ucraine che sono a Livorno per capire quanto, dalle nostre parti, cominciano a sentire aria di casa. Anche perché, a livello di Pil pro capite, Livorno è scesa dal 45esimo al 55esimo posto in Italia, tra i capoluoghi di provincia, in tre anni. Quanto più la crisi ha inciso, tanto più Livorno è precipitata. Di riflesso si capisce non ci sono capitali: il minor tasso di creazione di imprese in Toscana ce l'ha proprio Livorno. Visto che per il prossimo lustro, se va tutto bene, si prevede una crescita zero in Italia, con contrazione ulteriore di posti di lavoro, si comprende come la crisi, se le cose restano in questo modo, è solo destinata ad accentuarsi.
Sul tasso di innovazione è significativo il fatto che a Trieste, non proprio il centro dello sviluppo europeo, ci sia, secondo lo stesso Tirreno "il doppio del doppio del doppio" di start-up innovative rispetto a Livorno. E qui non è solo questione di capitali: il collasso del sistema formativo locale, più pericoloso per il futuro della chiusura di tutte le fabbriche, indica che Livorno non riesce a produrre ricchezza nella nuova economia della conoscenza (e non a caso si passa dal 45esimo di pil procapite al 55esimo in tre anni..). D'altronde questa non è solo la città dove, per un progetto, si è respinti dalla provincia e assunti alla Nasa come è accaduto. E' anche la città con il più basso tasso di laureati della Toscana e un tasso molto alto di abbandoni scolastici di valore nazionale. Ed è solo nel mondo a parte della politica livornese che, di fronte all'analisi pubblica di dati che inchioderebbero qualsiasi classe dirigente alle dimissioni, si accusi di fare "filosofia". Pensando di cavarsela con qualche luogo comune del popolino dell'epoca pre-industriale.
La realtà parla un altro linguaggio: Prato, con la sua strage, potrebbe essere il futuro di Livorno solo nel migliore dei casi. Capitali, logistica, flessibilità, territorio dedicato al (si fa per dire) sviluppo. Fiscalisti, avvocati, immobiliari, ricercatori, istituzioni entro la programmazione di distretto. Questo è il macrolotto pratese dove è avvenuta la strage. Mito della "crescita" destinato ad infrangersi nella cruda realtà dell'accumulazione. Bene, Livorno non è in grado neanche di garantirsi quella miseria.
In troppi stanno scherzando col fuoco, sul nostro territorio, rispetto alla portata della crisi e ai suoi drammatici effetti futuri. Parlando di alleanze, di sondaggi, di personaggi. Ma i dati parlano chiaro: auguri vivissimi a chi pensa che sia possibile galleggiare, magari nascondendosi entro la retorica della discontinuità, per il prossimo lustro. E' a rischio persino la sopravvivenza del triangolo mattone-porto-banche, che ha "regolato" la creazione della voragine economica della città. Qui ogni pezzo del sistema va estratto per essere rimesso entro un sistema del tutto nuovo. Pena l'estinzione della città. Il resto, compresa l'illusione di stare in qualche nicchia protetta, è chiacchiera mentre solo il senso dell'urgenza è realismo.
per Senza Soste, Ian St. John
3 dicembre 2013
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Pochi sanno che nel 1987, quindi più di un quarto di secolo fa, l'allora amministrazione comunale si rifiutò di far inserire Livorno nell'ambito della aree a declino industriale sostenute e finanziate dalla comunità europea dell'epoca. Serpeggiava infatti un senso di disagio, più forte dell'attrazione dei finanziamenti per le aree di crisi, nel dover ammettere pubblicamente la fine di un modello industriale. Modello che era entrato in crisi conclamata durante gli anni '80 con la disoccupazione dell'epoca che schizzò da 4.000 senza lavoro all'inizio di quel decennio a 25.000 alla fine (secondo i criteri statistici dell'epoca). Sappiamo come è andata a finire: al permanere della retorica "operaia e di sinistra", ancora ottima per il consenso generale, nei primi anni '90 corrispondeva un processo di deindustrializzazione della città inondata di cemento, di capitali liberati dall'industria, di liquidazioni, di prepensionamenti e di pensioni rivalutate.
Quando, alle elezioni del 1992, il Pds e Rifondazione assieme prendono più voti del Pci da solo per la retorica si tratta della conferma delle radici operaie e comuniste della città. Mentre, nel mondo reale, significava che attraverso i partiti e i soggetti tradizionali era passata silenziosamente una ristrutturazione, nell'asse economico-sociale cittadino, che era vissuta come soddisfacente. Il Pds, poi Ds, è stato il partito che ha comunque meglio capito questa trasformazione. Mantenendo il proprio potere su basi nuove. Mentre Rifondazione, guardando questo dato all'indietro, ha parlato politicamente un linguaggio che non esisteva già più all'epoca, o meglio era privo di riscontro reale, finendo per contrarsi fino alla dimensione della forma politica testimoniale.
Ma cosa è Livorno oggi, dopo un ventennio di ristrutturazioni industriali, e un peso incomparabilmente minore del salario "produttivo" in città anche rispetto a 10 anni fa, e in pieno rallentamento del settore immobiliare?
La recente classifica del Sole 24 ore sugli indici di benessere delle città, senza entrare negli aspetti metodologici, qualcosa aiuta a capire. Prima di tutto stiamo parlando dell'Italia, di un paese che sta scendendo, a livello di Pil, nelle classifiche di ricchezza europee e mondiali. Un paese che ha indici piuttosto bassi nella creazione di tecnologie e nella riproduzione del sistema formativo, entrambi il petrolio dell'oggi e del domani, e che trova Livorno scendere nella speciale classifica interna del benessere. Insomma, l'Italia è in caduta libera e Livorno scende nella classifica interna di questo paese.
Paragonarsi al passato e andare a vedere la classifica di quindici anni fa non ha senso. Alla fine degli anni '90 essere al 47esimo posto, come è accaduto, nella classifica del Sole significava maggiore benessere del trentunesimo di oggi. Il crollo dell'economia italiana, una volta entrati nell'euro, e gli choc della crisi finanziaria, nonché la riduzione drammatica dei livelli salariali, fanno valere questo 31esimo posto molto meno del 47esimo del '99.
La nostra posizione nella crisi italiana ci avvicina quindi verso zone economiche dell'est europeo, anche per la caratteristica patriarcale del potere livornese, la cui emancipazione dai drammi strutturali sarà, se tutto va bene, questione della metà del secolo nuovo. Basta parlare con le badanti moldave o ucraine che sono a Livorno per capire quanto, dalle nostre parti, cominciano a sentire aria di casa. Anche perché, a livello di Pil pro capite, Livorno è scesa dal 45esimo al 55esimo posto in Italia, tra i capoluoghi di provincia, in tre anni. Quanto più la crisi ha inciso, tanto più Livorno è precipitata. Di riflesso si capisce non ci sono capitali: il minor tasso di creazione di imprese in Toscana ce l'ha proprio Livorno. Visto che per il prossimo lustro, se va tutto bene, si prevede una crescita zero in Italia, con contrazione ulteriore di posti di lavoro, si comprende come la crisi, se le cose restano in questo modo, è solo destinata ad accentuarsi.
Sul tasso di innovazione è significativo il fatto che a Trieste, non proprio il centro dello sviluppo europeo, ci sia, secondo lo stesso Tirreno "il doppio del doppio del doppio" di start-up innovative rispetto a Livorno. E qui non è solo questione di capitali: il collasso del sistema formativo locale, più pericoloso per il futuro della chiusura di tutte le fabbriche, indica che Livorno non riesce a produrre ricchezza nella nuova economia della conoscenza (e non a caso si passa dal 45esimo di pil procapite al 55esimo in tre anni..). D'altronde questa non è solo la città dove, per un progetto, si è respinti dalla provincia e assunti alla Nasa come è accaduto. E' anche la città con il più basso tasso di laureati della Toscana e un tasso molto alto di abbandoni scolastici di valore nazionale. Ed è solo nel mondo a parte della politica livornese che, di fronte all'analisi pubblica di dati che inchioderebbero qualsiasi classe dirigente alle dimissioni, si accusi di fare "filosofia". Pensando di cavarsela con qualche luogo comune del popolino dell'epoca pre-industriale.
La realtà parla un altro linguaggio: Prato, con la sua strage, potrebbe essere il futuro di Livorno solo nel migliore dei casi. Capitali, logistica, flessibilità, territorio dedicato al (si fa per dire) sviluppo. Fiscalisti, avvocati, immobiliari, ricercatori, istituzioni entro la programmazione di distretto. Questo è il macrolotto pratese dove è avvenuta la strage. Mito della "crescita" destinato ad infrangersi nella cruda realtà dell'accumulazione. Bene, Livorno non è in grado neanche di garantirsi quella miseria.
In troppi stanno scherzando col fuoco, sul nostro territorio, rispetto alla portata della crisi e ai suoi drammatici effetti futuri. Parlando di alleanze, di sondaggi, di personaggi. Ma i dati parlano chiaro: auguri vivissimi a chi pensa che sia possibile galleggiare, magari nascondendosi entro la retorica della discontinuità, per il prossimo lustro. E' a rischio persino la sopravvivenza del triangolo mattone-porto-banche, che ha "regolato" la creazione della voragine economica della città. Qui ogni pezzo del sistema va estratto per essere rimesso entro un sistema del tutto nuovo. Pena l'estinzione della città. Il resto, compresa l'illusione di stare in qualche nicchia protetta, è chiacchiera mentre solo il senso dell'urgenza è realismo.
per Senza Soste, Ian St. John
3 dicembre 2013
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02/12/2013
Prato, la Guangdong italiana edificata dal centrosinistra. Dove si muore bruciati vivi
Sembra strano, specie in un mondo dove i territori si interconnettono, ma la realtà pratese non è chiaramente percepita in tante zone della Toscana. Eppure basta fare due passi nel secondo capoluogo di provincia della nostra regione per imbattersi in strade frequentate solo da cinesi. Oppure in autobus dove, a seconda dell'ora, puoi essere l'unico italiano. In un mare di cinesi, mescolato tra pakistani e immigrati di origine africana o slava. Prato altro non è che, dati alla mano, il più straordinario melting pot della nostra regione. Dove è più facile, per la strada, trovare gente che parla al cellulare in forte accento straniero, o nella lingua madre, che in italiano.
Chi si occupa, dal punto di vista della ricerca, della demografia del luogo lo dice poi chiaramente: "non sappiamo realmente quanta immigrazione c'è sul nostro territorio, sicuramente molto più delle statistiche ufficiali". E le statistiche ufficiali parlano di 6,32 per cento, rispetto alla popolazione complessiva, di abitanti di origine cinese e 1,04 per cento di origine pakistane. Basta dare un colpo d'occhio alla città ogni giorno, ancor di più conoscendo i durissimi orari di lavoro a cui sono sottoposti i migranti, per capire che l'immigrazione reale a Prato è molto più alta. In un capoluogo di provincia che è comunque, ufficialmente, il sesto in Italia per presenza di immigrati. In una città che, da sola, ha il 10 per cento di cinesi presenti in tutta Italia.
La tragedia del 1 dicembre non è però un caso: altro non è che il frutto maturo di un modello neoliberista feroce edificato negli anni dal centrosinistra. La riprova? La strage non è avvenuta in quartiere dismesso, o in una fabbrica abbandonata e poi riutilizzata, ma al Macrolotto di Prato. Zona che altro non è che la più grande area di lottizzazione industriale privata realizzata in Italia dagli anni '80. Non proprio un luogo abbandonato quindi ma l'area della pianificazione della ristrutturazione liberista di quella parte di Toscana, progettata da regione, industriali, sindacati, banche. Se c'è una genealogia dei passaggi di proprietà, di capitale e di capannoni, delle ristrutturazioni in peggio delle condizioni di lavoro è il Macrolotto, vero libro aperto degli orrori liberisti edificati dal centrosinistra in trenta anni di deregolazione.
Il Macrolotto (nella foto) non è un'area con capannoni dove nessuno si conosce: ha organismi di vero e proprio autogoverno. Economico e finanziario. Consulenze regionali, provinciali e di ricerca. Ovviamente non è il mondo liberista di ieri ma quello di domani. Dove imprese mutano composizione di capitale, proprietari, orari e ritmi di lavoro, processi e prodotti a seconda di dove va il mercato il giorno dopo. Il tutto dietro la benedizione dell' "inseguite l'innovazione", con capitali che arrivano da ogni parte del pianeta, e "arricchitevi". Una Renziland già operativa da un trentennio, un incubo ad egemonia Pd nonostante che a Prato il comune sia maggioranza centrodestra. Con assessori che ordinano perquisizioni a negozi di extracomunitari fatte con l'elicottero e gli agenti calati dall'alto. Ma a tanto rigore spettacolarizzato corrisponde la deregolazione totale del territorio: basta che arrivino capitali, che qualcuno venda la propria forza lavoro a costi asiatici e tutto è possibile a Prato. Culla del modello della "crescita" caro ai Renzi, ai Letta nel silenzio-assenso più clamoroso da parte della Cgil.
Ecco che, da due decenni almeno, si è importato così il modello di relazioni industriali cinese in Italia: diritti zero e morti dietro l'angolo. Non deve infatti sfuggire a nessuno che la Cina, ufficialmente, è il paese con più morti sul lavoro (in assoluto e in percentuale rispetto alla popolazione) di tutto il pianeta. Ecco cosa si è importato grazie alla pluridecennale programmazione nell'attirare capitali dall'estero. Perché sono i capitali, non le persone, che combinano questi disastri. Domenica 1 in forma di strage. Col fuoco e col fumo. Prato come Guangdong, quindi. Ma non a caso: grazie alla serena programmazione della civile Toscana. Un pezzo di futuro già operativo da decenni in nome della "crescita", e dell'integralismo dell'export che tanto piace all'Irpet ormai in preda ai Chigago Boys del Pd.
Siccome però alla faccia di bronzo non c'è mai fine, Enrico "Karin B." Rossi, presidente della Toscana, si è presentato a Prato di fronte alle tv a denunciare che "a Prato ci sono salari da terzo mondo". Far finta di cascare dal pero è bello, ma sempre meno gente abbocca alla propaganda di un centrosinistra che come progetto di vita offre l'agonia. Quando non capitano stragi sul lavoro come queste.
Redazione - 1 dicembre 2013
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Chi si occupa, dal punto di vista della ricerca, della demografia del luogo lo dice poi chiaramente: "non sappiamo realmente quanta immigrazione c'è sul nostro territorio, sicuramente molto più delle statistiche ufficiali". E le statistiche ufficiali parlano di 6,32 per cento, rispetto alla popolazione complessiva, di abitanti di origine cinese e 1,04 per cento di origine pakistane. Basta dare un colpo d'occhio alla città ogni giorno, ancor di più conoscendo i durissimi orari di lavoro a cui sono sottoposti i migranti, per capire che l'immigrazione reale a Prato è molto più alta. In un capoluogo di provincia che è comunque, ufficialmente, il sesto in Italia per presenza di immigrati. In una città che, da sola, ha il 10 per cento di cinesi presenti in tutta Italia.
La tragedia del 1 dicembre non è però un caso: altro non è che il frutto maturo di un modello neoliberista feroce edificato negli anni dal centrosinistra. La riprova? La strage non è avvenuta in quartiere dismesso, o in una fabbrica abbandonata e poi riutilizzata, ma al Macrolotto di Prato. Zona che altro non è che la più grande area di lottizzazione industriale privata realizzata in Italia dagli anni '80. Non proprio un luogo abbandonato quindi ma l'area della pianificazione della ristrutturazione liberista di quella parte di Toscana, progettata da regione, industriali, sindacati, banche. Se c'è una genealogia dei passaggi di proprietà, di capitale e di capannoni, delle ristrutturazioni in peggio delle condizioni di lavoro è il Macrolotto, vero libro aperto degli orrori liberisti edificati dal centrosinistra in trenta anni di deregolazione.
Il Macrolotto (nella foto) non è un'area con capannoni dove nessuno si conosce: ha organismi di vero e proprio autogoverno. Economico e finanziario. Consulenze regionali, provinciali e di ricerca. Ovviamente non è il mondo liberista di ieri ma quello di domani. Dove imprese mutano composizione di capitale, proprietari, orari e ritmi di lavoro, processi e prodotti a seconda di dove va il mercato il giorno dopo. Il tutto dietro la benedizione dell' "inseguite l'innovazione", con capitali che arrivano da ogni parte del pianeta, e "arricchitevi". Una Renziland già operativa da un trentennio, un incubo ad egemonia Pd nonostante che a Prato il comune sia maggioranza centrodestra. Con assessori che ordinano perquisizioni a negozi di extracomunitari fatte con l'elicottero e gli agenti calati dall'alto. Ma a tanto rigore spettacolarizzato corrisponde la deregolazione totale del territorio: basta che arrivino capitali, che qualcuno venda la propria forza lavoro a costi asiatici e tutto è possibile a Prato. Culla del modello della "crescita" caro ai Renzi, ai Letta nel silenzio-assenso più clamoroso da parte della Cgil.
Ecco che, da due decenni almeno, si è importato così il modello di relazioni industriali cinese in Italia: diritti zero e morti dietro l'angolo. Non deve infatti sfuggire a nessuno che la Cina, ufficialmente, è il paese con più morti sul lavoro (in assoluto e in percentuale rispetto alla popolazione) di tutto il pianeta. Ecco cosa si è importato grazie alla pluridecennale programmazione nell'attirare capitali dall'estero. Perché sono i capitali, non le persone, che combinano questi disastri. Domenica 1 in forma di strage. Col fuoco e col fumo. Prato come Guangdong, quindi. Ma non a caso: grazie alla serena programmazione della civile Toscana. Un pezzo di futuro già operativo da decenni in nome della "crescita", e dell'integralismo dell'export che tanto piace all'Irpet ormai in preda ai Chigago Boys del Pd.
Siccome però alla faccia di bronzo non c'è mai fine, Enrico "Karin B." Rossi, presidente della Toscana, si è presentato a Prato di fronte alle tv a denunciare che "a Prato ci sono salari da terzo mondo". Far finta di cascare dal pero è bello, ma sempre meno gente abbocca alla propaganda di un centrosinistra che come progetto di vita offre l'agonia. Quando non capitano stragi sul lavoro come queste.
Redazione - 1 dicembre 2013
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