La Regione Lombardia ha, di fatto, abbandonato le persone positive costrette a casa, perchè tra l’assistenza telefonica offerta dai medici di base, oberati di lavoro, e la corsa al Pronto Soccorso se ci si sente male, c’è il deserto.
Infatti, tra medico di base e ospedale dovrebbero esistere le USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale), strutture territoriali dedicate a seguire i pazienti a domicilio. Però in Lombardia le USCA sono nemmeno un terzo delle 200 che costituirebbero il numero minimo per garantire un intervento efficace.
A colmare questa assenza della sanità pubblica ci ha pensato il ben noto ospedale privato San Raffaele. Chi desidera, può avere una consulenza in telemedicina “per soli 90 euro”.
Se il medico ne constata la necessità, il paziente è indirizzato all’acquisto di un pacchetto di diagnosi a domicilio, costituito da un prelievo di sangue, da una radiografia del torace e da un controllo della saturazione. Segue referto finale. Il tutto “per soli 450 euro”.
Tutte cose che, nella sanità pubblica, sono semi-gratuite perché la spesa sanitaria è coperta dalle tasse...
Un altro grande favore ai privati è stato offerto dalla ATS di Milano, ormai incapace di gestire i tamponi, fatto che è una resa totale di fronte alla pandemia.
Per quanti hanno superato il periodo di quarantena o nei casi peggiori la malattia vera e propria, non è possibile prenotare il tampone di guarigione che, dopo 10 giorni di confino, può garantire la ripresa della vita lavorativa qualora risulti negativo. Il sito della ATS per prenotare i tamponi risulta “in manutenzione” e non si sa quando sarà riattivato.
Del resto l’ATS era stata chiara già diversi giorni orsono, quando aveva invitato i pazienti a sottoporsi al tampone presso le strutture private. Purtroppo anche queste strutture cominciano ad avere difficoltà a tenere il passo, e molti pensano a quanto indicato dal Ministero della Salute, vale a dire rientrare al lavoro senza tampone dopo 21 giorni dall’accertamento di positività e una settimana senza sintomi.
Tuttavia, le imprese chiedono il certificato medico di negatività, quindi i lavoratori sono costretti a cercarsi il primo tampone possibile tra i privati. Costo tra 75 e 125 euro.
Intanto a Milano è stato aperto un centro per i tamponi rapidi presso il parcheggio della metro di Trenno, alloggiato in tende fornite dall’esercito e in cui lavora personale militare e degli ospedali San Paolo e San Carlo.
La presenza del personale di questi due ospedali è importante e smentisce ancora una volta il progetto a lungo sostenuto dalla Regione – chiudere queste due strutture – che coprono invece un bacino importante della città e contro la dismissione delle quali si è costituito un partecipato comitato di cittadini.
Infine, non vogliamo immaginare quali conseguenze potrebbe avere l’estensione alla Lombardia della sentenza del TAR del Lazio che decreta che i medici di base non devono seguire i pazienti Covid, poiché ciò sottrae tempo a chi ha altre patologie.
Per chi ha contratto il Covid, secondo il TAR del Lazio, esistono le USCA, appositamente concepite per assistere tali pazienti. Tuttavia, come detto all’inizio, in Lombardia le USCA sono quasi introvabili, quindi a chi si ammala resterebbero solo i Pronto Soccorso, che sono già ben oltre il limite di guardia.
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17/11/2020
05/09/2020
Zangrillo, faccia di bronzo
Il 31 maggio, Alberto Zangrillo, direttore della terapia intensiva del privatissimo e lussuosissimo San Raffaele di Milano, affermava che il coranavirus clinicamente non esisteva più. Successivamente è giunto a sostenere che il Covid fosse clinicamente morto.
Ora Zangrillo sta cercando in tutti i modi di guarire da quel virus inesistente e morto il suo più danaroso paziente, Silvio Berlusconi.
In questi mesi Zangrillo è diventato una bandiera per tutti coloro che sostenevano come la malattia fosse un complotto del potere – a sua volta asservito ai cinesi – e alcuni di essi domani a Roma scenderanno in piazza coi nazifascisti di Forza Nuova.
Ora l’ineffabile primario, osannato dai terrapiattisti della pandemia e dagli avanguardisti della mascherina, messo un poco alle strette dalla realtà, afferma che sì, forse le sue affermazioni passate, le ultime un mese fa, erano un poco stonate.
Stonate? Ma Zangrillo crede di essere Bocelli, che almeno ha chiesto scusa per le sue analoghe bischerate? Si può essere celebrità e colossali facce di bronzo, Alberto Zangrillo lo conferma.
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18/06/2020
Roma - Al San Raffaele impennata dei contagi e lavoratori senza stipendio
A Roma le strutture del San Raffaele, di proprietà dell’imprenditore Antonio Angelucci, hanno messo a rischio l’intera sicurezza sanitaria della città. Ultimo in ordine di tempo il San Raffaele della Pisana che ha generato un indice di contagio triplicato, motivo per il quale la Regione Lazio è tornata a sfiorare la soglia di rischio.
A Roma e provincia, dall’inizio della pandemia, le strutture del San Raffaele contano circa 350 contagi e circa 40 decessi. E mentre si contano contagi e morti nella struttura di Rocca di Papa (21 vittime), dove la Regione sta valutando il ritiro dell’accreditamento, l’imprenditore non ha pagato ai lavoratori lo stipendio di maggio a causa della situazione problematica venutasi a creare.
Milioni di euro di fatturato e non pagano gli stipendi per 20 giorni di zona rossa? Minacce di licenziamento se la Regione toglie la convenzione? Tutto ciò è inaccettabile!
Come abbiamo detto più e più volte da l’inizio della pandemia gli imprenditori della Sanità Privata fanno profitti con la salute, ma sulle spalle di lavoratori, lavoratrici e pazienti. In più oggi minacciano i licenziamenti per strumentalizzare gli operatori sanitari anche con il sostegno dei soliti sindacati.
Basta speculazioni – Basta ricatti a lavoratori e lavoratrici.
La Regione deve garantire la salute di tutti e tutte e il lavoro a chi per anni ha svolto in maniera professionale il suo lavoro.
Fonte
A Roma e provincia, dall’inizio della pandemia, le strutture del San Raffaele contano circa 350 contagi e circa 40 decessi. E mentre si contano contagi e morti nella struttura di Rocca di Papa (21 vittime), dove la Regione sta valutando il ritiro dell’accreditamento, l’imprenditore non ha pagato ai lavoratori lo stipendio di maggio a causa della situazione problematica venutasi a creare.
Milioni di euro di fatturato e non pagano gli stipendi per 20 giorni di zona rossa? Minacce di licenziamento se la Regione toglie la convenzione? Tutto ciò è inaccettabile!
Come abbiamo detto più e più volte da l’inizio della pandemia gli imprenditori della Sanità Privata fanno profitti con la salute, ma sulle spalle di lavoratori, lavoratrici e pazienti. In più oggi minacciano i licenziamenti per strumentalizzare gli operatori sanitari anche con il sostegno dei soliti sindacati.
Basta speculazioni – Basta ricatti a lavoratori e lavoratrici.
La Regione deve garantire la salute di tutti e tutte e il lavoro a chi per anni ha svolto in maniera professionale il suo lavoro.
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04/06/2020
I “relativisti del virus” hanno gli scheletri nell’armadio. Chiesto il processo per il prof. Zangrillo
Una delle cosiddette “eccellenze” della sanità privata lombarda, l’ospedale San Raffaele di Milano, è tornato al centro di un'inchiesta giudiziaria per presunti rimborsi illeciti da parte della Regione, un po' come era già accaduto alla fine degli anni ’90.
Questa volta la Procura di Milano contesta alla dirigenza del San Raffaele una presunta truffa da 28 milioni di euro su circa 4 mila interventi chirurgici e si appresta a chiedere il processo per nove persone, tra amministratori, dirigenti e primari dell’ospedale privato, tra cui anche il prof. Alberto Zangrillo, il direttore della terapia intensiva, nei giorni scorsi assurto alle cronache per le sue dichiarazioni rassicuranti sullo stato della pandemia di Covid-19 affermando che “clinicamente il nuovo coronavirus non esiste più”.
Una dichiarazione che ha suscitato la reazione di gran parte della comunità scientifica, ma che ha indubbiamente fatto un favore alla Giunta della Regione Lombardia, alla Confindustria e a tutti i “relativisti” sulla perdurante pericolosità del virus Covid-19.
Ma che fosse una versione piegata a questa logica, ha rivelato anche come non fosse una visione del tutto disinteressata, anzi è una conferma dello stretto intreccio tra sanità privata e fondi pubblici, nella narrazione sulla sanità d’eccellenza in Lombardia.
Come si legge negli atti della Procura di Milano, l’ospedale privato San Raffaele in circa 2 mila interventi chirurgici, gli anestesisti o chirurghi professionisti erano stati sostituiti da medici specializzandi, mentre in 989 casi, nelle sale operatorie, mancava il primo operatore. Sui registri, invece, sarebbe stato segnalato che tutti i “requisiti di presenze dei medici” erano stati rispettati, così da ottenere i cosiddetti `rimborsi dei drg´, cioè per prestazione, dal sistema sanitario pubblico.
Il San Raffaele, in una nota con cui ha replicato alle accuse della Procura, contesta le accuse che gli vengono avanzate ritenendole “assolutamente insussistenti alla disciplina amministrativa relativa all’accreditamento”.
Al contrario, per il pm i dirigenti dell’ospedale privato con la complicità dei primari, avrebbero truffato il sistema sanitario, violando proprio i “requisiti di accreditamento” e, in particolare, quelli “relativi al numero minimo ed alle qualifiche degli operatori chirurgici ed anestesisti che debbono essere presenti per ogni tipo di intervento”. Avrebbero fatto “apparire assolti tali requisiti attraverso `Registri Operatori´ riportanti equipe in apparenza regolarmente costituite” in modo da percepire i conseguenti rimborsi dal “servizio sanitario regionale”, indotto, però, “in errore”.
E poi negli atti giudiziari c’è un giudizio di merito pesante come un macigno ma rivelatore di tutta la logica del sistema: “Il tutto con un ingiusto profitto rappresentato dall’indebito incasso dei finanziamenti pubblici consistiti nei rimborsi del costo degli interventi”.
I rimborsi ritenuti illeciti, per un capo di imputazione ammontano ad un totale di «18.436.018» euro e per l’altro a «10.309.022» euro.
Agli indagati viene contestata anche l’aggravante “di aver commesso il fatto con violazione dei doveri inerenti alla pubblica funzione”.
Sulla vicenda anche la Procura della Corte dei Conti della Lombardia ha aperto un fascicolo per presunto danno erariale, mentre cinque indagati (Alfieri, Chiesa, Zannini, Montorsi e Zangrillo) si dicono “indignati e sconcertati per un’accusa radicalmente inventata”.
Infine, risultano indagati per la legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, anche l’ospedale (formalmente rappresentato dal presidente Gabriele Pelissero) e la Fondazione Monte Tabor (di cui il legale rappresentante è Claudio Macchi). La Fondazione Monte Tabor, nel novembre del 2019, ha patteggiato 1 milione di euro di sanzione pecuniaria e una confisca di altri 9 milioni di euro come provento del reato di corruzione nell’ambito del processo sul caso Maugeri, che vede tra gli imputati l’ex Governatore della Lombardia Roberto Formigoni.
In conclusione è bene rammentare a tutti, che le esternazioni del prof. Zangrillo sono state contestate radicalmente, con toni più o meno felpati o decisi, dalla maggior parte della comunità scientifica. Relativizzare la pericolosità del virus Covid-19, per offrire una sponda a chi vorrebbe riportare le lancette a prima dell’esplosione della pandemia, rimane una operazione inaccettabile e, a questo punto, lo è ancora di più per la fonte da cui proviene.
Fonte
20/04/2020
Tamponi privati: smentisco, nego, anzi un po’ confermo!
Sempre più la sanità privata si dimostra essere quel viscido inviluppo di interessi che specula sulla salute dei cittadini, vedendola non come un diritto e un bene della collettività, ma come fonte di guadagno. Dunque, anche la pandemia deve diventare un modo per far soldi.
In particolare, ci riferiamo alla scabrosa vicenda dei tamponi effettuati a pagamento da istituti e laboratori privati, che stanno speculando sulle carenze del sistema sanitario che provocano ansia e incertezza nei cittadini, i quali non possono fruire di tale esame se non in limitatissimi casi. Si dice, perché mancano i reagenti.
Ebbene, invece, di reagenti almeno un po’ di disponibilità c’è, se ai primi di aprile alcuni laboratori privati di Prato hanno annunciato che presso di loro si sarebbe potuto ottenere il tampone a pagamento per 102 euro. L’iniziativa è stata immediatamente bloccata dalla regione Toscana.
In Lombardia invece, sembra sia stato il ben noto Ospedale San Raffaele, una delle colonne dell’”eccellenza” lombarda ormai dimostratasi una sommatoria d’incapacità, pessima organizzazione e malaffare, a tentare l’operazione.
Non si dimentichi che il San Raffaele fa parte dell’importante gruppo San Donato, un colosso della sanità privata di proprietà della famiglia Rotelli, con forti agganci politici, tanto che oggi è presieduto dall’ex ministro Angiolino Alfano. E che non manca di essere mediaticamente molto presente per attirare sottoscrizioni private, la più recente quella della coppia Ferragni-Fedez.
Alcuni giorni fa, il consigliere regionale Samuele Astuti ha denunciato che in Lombardia diversi laboratori e ospedali privati avevano iniziato a effettuare privatamente dei tamponi, e che presso il San Raffaele il test era effettuato al costo di 120 euro.
Il San Raffaele ha smentito, ma con parole che risultano inquietanti dichiarando di “non eseguire tamponi naso-faringei per Covid-19 a utenza esterna e a pagamento, bensì (...) esclusivamente ai pazienti, al personale sanitario proprio e di strutture sanitarie e socio sanitarie regionali, come indicato dalle delibere regionali. H San Raffaele Resnati, la società che gestisce alcuni poliambulatori in Milano legati al Irccs Ospedale San Raffaele, ha erogato il tampone per Covid-19 all’interno delle convenzioni di medicina del lavoro instaurate con alcune aziende per gli adempimenti del D.Lgs 81/08 e, eccezionalmente, a soggetti possibilmente portatori del virus Sars-Cov-2, e quindi possibilmente infettanti, e solo su richiesta specifica del medico di medicina generale o di altri medici specialisti“.
“Tuttavia – conclude la nota – a seguito di un disguido amministrativo, uno dei poliambulatori della società H San Raffaele Resnati ha erogato a poche persone la prestazione, associando un codice errato. Queste persone sono già state contattate per il rimborso dovuto“.
Insomma, dal comunicato del San Raffaele emerge che qualche prestazione privata ad aziende e a singoli c’è stata, ma per questi ultimi si è trattato di un “errore in un codice”.
Forse saremo troppo sospettosi, ma non è che la procedura era stata avviata e poi, quando lo scandalo cominciava a montare, si è deciso di fermarla?
Rimane comunque la consegna a essere vigilanti sulle speculazioni, facili in questo momento. Siamo alla vigilia dell’applicazione dei test sierologici, più semplici dei tamponi, e abbiamo già visto in rete dei filmati che esaltano macchinette che, usate in cliniche private, danno il risultato in pochi secondi, come uno scontrino fiscale del panettiere. Per quale cifra non si sa.
Attenzione!
Fonte
In particolare, ci riferiamo alla scabrosa vicenda dei tamponi effettuati a pagamento da istituti e laboratori privati, che stanno speculando sulle carenze del sistema sanitario che provocano ansia e incertezza nei cittadini, i quali non possono fruire di tale esame se non in limitatissimi casi. Si dice, perché mancano i reagenti.
Ebbene, invece, di reagenti almeno un po’ di disponibilità c’è, se ai primi di aprile alcuni laboratori privati di Prato hanno annunciato che presso di loro si sarebbe potuto ottenere il tampone a pagamento per 102 euro. L’iniziativa è stata immediatamente bloccata dalla regione Toscana.
In Lombardia invece, sembra sia stato il ben noto Ospedale San Raffaele, una delle colonne dell’”eccellenza” lombarda ormai dimostratasi una sommatoria d’incapacità, pessima organizzazione e malaffare, a tentare l’operazione.
Non si dimentichi che il San Raffaele fa parte dell’importante gruppo San Donato, un colosso della sanità privata di proprietà della famiglia Rotelli, con forti agganci politici, tanto che oggi è presieduto dall’ex ministro Angiolino Alfano. E che non manca di essere mediaticamente molto presente per attirare sottoscrizioni private, la più recente quella della coppia Ferragni-Fedez.
Alcuni giorni fa, il consigliere regionale Samuele Astuti ha denunciato che in Lombardia diversi laboratori e ospedali privati avevano iniziato a effettuare privatamente dei tamponi, e che presso il San Raffaele il test era effettuato al costo di 120 euro.
Il San Raffaele ha smentito, ma con parole che risultano inquietanti dichiarando di “non eseguire tamponi naso-faringei per Covid-19 a utenza esterna e a pagamento, bensì (...) esclusivamente ai pazienti, al personale sanitario proprio e di strutture sanitarie e socio sanitarie regionali, come indicato dalle delibere regionali. H San Raffaele Resnati, la società che gestisce alcuni poliambulatori in Milano legati al Irccs Ospedale San Raffaele, ha erogato il tampone per Covid-19 all’interno delle convenzioni di medicina del lavoro instaurate con alcune aziende per gli adempimenti del D.Lgs 81/08 e, eccezionalmente, a soggetti possibilmente portatori del virus Sars-Cov-2, e quindi possibilmente infettanti, e solo su richiesta specifica del medico di medicina generale o di altri medici specialisti“.
“Tuttavia – conclude la nota – a seguito di un disguido amministrativo, uno dei poliambulatori della società H San Raffaele Resnati ha erogato a poche persone la prestazione, associando un codice errato. Queste persone sono già state contattate per il rimborso dovuto“.
Insomma, dal comunicato del San Raffaele emerge che qualche prestazione privata ad aziende e a singoli c’è stata, ma per questi ultimi si è trattato di un “errore in un codice”.
Forse saremo troppo sospettosi, ma non è che la procedura era stata avviata e poi, quando lo scandalo cominciava a montare, si è deciso di fermarla?
Rimane comunque la consegna a essere vigilanti sulle speculazioni, facili in questo momento. Siamo alla vigilia dell’applicazione dei test sierologici, più semplici dei tamponi, e abbiamo già visto in rete dei filmati che esaltano macchinette che, usate in cliniche private, danno il risultato in pochi secondi, come uno scontrino fiscale del panettiere. Per quale cifra non si sa.
Attenzione!
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24/04/2013
San Raffaele. La parola ai lavoratori in lotta
Una lotta durissima: licenziamenti, riduzione dei salari e cariche
della polizia. Il tutto nel "fiore all'occhiello" della sanità lombarda
dell'era Don Verzé, Formigoni e Berlusconi.
L'ospedale San Raffaele di Milano si è trasformato in pochi anni da modello di riferimento della “buona sanità” privata – ovviamente cattolica – a luogo di conflitto sociale e sindacale particolarmente aspro. Fondato nel 1969 da don Luigi Maria Verzé, il prelato amicissimo di Berlusconi, ma in rapporto anche con il Sismi, che ne è stato presidente fino al luglio 2011, appena qualche mese prima della sua morte. Disinvolto affarista della salute, fece da precursore in iniziative davvero poco accostabili alle cure mediche; per esempio, aprendo la Galleria delle Botteghe, per la prima volta un centro commerciale veniva ad occupare una parte rilevante di un'ospedale.
Ciò nonostante, gli affari sono andati progressivamente sempre peggio, con numerose inchieste giudiziarie che nei decenni hanno dovuto mettere il naso sulla gestione “allegra” della fondazione Monte Tabor, tra irregolarità costruttive, veri e propri abusi edilizi e accuse di ricettazione. Fino al fallimento e alla vendita dell'ospedale «a un prezzo irrisorio» al “re delle cliniche” romane, Antonio Angelucci. Il quale, solo pochi mesi dopo, lo rivendette allo Stato, suscitando scandalo e alcune interrogazioni parlamentari.
L'ultimo e attuale proprietario è invece Giuseppe Rotelli, presidente del gruppo ospedaliero San Donato, subentrato nel maggio 2012. Da allora è stato un crescendo di conflitti, con un referendum che ha bocciato a stragrandissima maggioranza un “accordo aziendale” ignobile firmato da alcune Rsu, ma non riconosciuto neanche dai sindacali confederali di appartenenza.
Ne parliamo con Daniela Rottoli, delegata Usb, tra i lavoratori che erano saliti sul tetto dell'ospedale, mercoledì scorso, dopo le cariche della polizia contro i dipendenti che occupavano le “accettazioni”.
Qual'è la situazione, ora?
Stamattina c'è stata un'altra grande assemblea e abbiamo occupato di nuovo le accettazioni. Non ci sono stati nuovi scontri con la polizia, che bloccava i pazienti agli ingressi e quindi hanno fermato il loro flusso. Poi si sono accorti che un gruppo di lavoratori era riuscito a entrare da un altro ingresso e quindi hanno rinunciato, facendo largo ai pazienti che volevano entrare, senza altri problemi. Abbiamo tenuto l'assemblea fino alle 12,30 e siamo ancora in attesa di incontrare la maggioranza alla Regione Lombardia. Mercoledì scorso, quando siamo andati sul tetto, avevamo chiesto che la regione si attivasse, ma si erano presentati solo quelli dell'opposizione, i grillini e Ambrosoli. Eravamo scesi soltanto quando la Digos ci aveva comunicato che Mantovani (un amministratore multitasking, contemporaneamente senatore Pdl, vicepresidente alla Regione, assessore alla salute e sindaco del suo paese, ndr) e altri sarebbero venuti per incontrarci. Poi invece si è fatto vivo soltanto il prefetto. La stanno mandando in realtà per le lunghe. Ieri ci hanno chiesto di mandare una mail; e l'abbiamo fatto. Oggi ci hanno chiesto un fax che richiedesse ufficialmente un incontro. Fatto anche questo. Vediamo che cosa ne esce...
Quant'è importante il San Raffaele nella sanità lombarda?
Hanno sempre detto che era “il fiore all'occhiello”! Ma non capiamo cosa ne vogliano fare... Rotelli ha rilanciato di 200 milioni sul prezzo, pur di acquistarlo; eppure sapeva che c'era un buco da un miliardo e mezzo. Insomma, l'ha fortemente voluto... Anche se c'è da dire che con lo scorporo tra attività core e attività non core la dimensione della voragine dovrebbe essere stata ridotta di molto, da maggio dell'anno scorso ad oggi. Però Rotelli, fin dal discorso con cui ha accompagnato l'acquisto, si è subito posto un obiettivo impossibile: il pareggio di bilancio entro la fine del 2012. Altrimenti avrebbe abbassato i livelli occupazionali. A luglio, infatti, ha comunicato via lettera che avrebbe aperto le procedure per i licenziamenti, poi cominciati a novembre. E nello stesso momento disdiceva anche il contratto esistente, per la parte economica, a partire dal 31 dicembre, in coincidenza con altre scadenze. Insomma, diceva che da fine gennaio avrebbe decurtato gli stipendi, come poi ha effettivamente fatto.
Cosa prevedeva l'accordo bocciato col referendum tra i lavoratori?
Quell'accordo è stato firmato solo da nove delegati dei sindacati confederali, ma le loro stesse organizzazioni non l'hanno firmato. La Cgil perché prevedeva la “deroga” indicata dall'art. 8 della “manovra Sacconi” (agosto 2012, ndr). C'era infatti un cambio di contratto (dal pubblico al privato), con la deroga per la parte economica e l'abolizione di una serie di voci sul salario accessorio. Intendevano così raggiungere un taglio del salario del 9%, ma come alternativa prevedevano 244 licenziamenti. Poi hanno fatto tutte e due le cose: il taglio dei salari e dei livelli occupazionali. In pratica, per un dipendente con 25 anni di anzianità, sono 350 euro al mese in meno. Su 1.700-1.800, non sono davvero pochi.
I primi 40 licenziamenti. Con che criteri sono stati individuati?
Con criteri fasulli, non quelli di legge. Per esempio han messo fuori gente con 33 anni di anzianità... In pratica, volendo individuare dei criteri, hanno diviso i reparti in tre categorie: ad alta,media, bassa specializzazione. L'organico è ovunque ridotto all'osso. Nei laboratori, dove ci può stare un infermiere anche con poca esperienza, mandano via soprattutto i lavoratori più anziani. Nelle “aree critiche”, dove oltre al diploma serve tanta esperienza, mandano via quelli più giovani. In prevalenza mandano via i “generici”, ma quando si assume un infermiere non è che lo si prende già specializzato (cardiologia, chirurgia, ecc). In generale, però, viene eliminato tutto il personale “scomodo”, a partire da quelli con “ridotta capacità lavorativa”. E si va direttamente in mobilità, perché nella sanità non c'è la cassa integrazione! Ci sono poi complicazioni incredibili. Perché qui fino al 1996 eravamo assunti come “privato” e si versavano contributi all'Inps, poi siamo passati con l'Inpdap quando siamo diventati “pubblici”. Poi di nuovo con l'Inps, dal maggio scorso. Per quelli che vanno fuori ora c'è persino il rischio di non prendere neanche l'indennità di mobilità, perché non hanno maturato un anno di anzianità con la nuova cassa. E, per finire, c'è la certezza di doversi pagare la “riunificazione” delle carriere contributive dopo aver lavorato una vita nello stesso posto. Ma l'Inpdap, al di sotto dei venti anni, non riconosce gli spezzoni di carriera. Un disastro...
Vi è arrivata solidarietà?
Da tutte le parti. Abbiamo raccolto 125.000 firme soltanto tra i pazienti. Che continuano a venire qui anche adesso, nonostante le occupazioni e la lotta. Vogliono che questo ospedale continui a funzionare, ci si trovano bene come prima...
Cosa manca perché una lotta riesca a vincere?
Le spaccature tra i sindacati, fin dalla firma dell'accordo a Roma, hanno creato divisioni anche tra i lavoratori. Per bocciare il referendum ci siamo ritrovati tutti d'accordo, ma sul piano delle organizzazioni non c'è un fronte comune. La Cgil, per esempio, spinge per i “contratti di solidarietà” (riduzione di orario e integrazione di stipendio, pur di mantenere i livelli occupazionali, ndr). Ma se non vedo il bilancio dell'azienda, e quindi non posso sapere con certezza che c'è un “rosso”, uno stato di crisi reale, come faccio a fare una trattativa seria su questo obiettivo? Senza un piano industriale, senza informazioni... Più in generale, guarda a livello politico quel che succede. La Regione Lombardia è in perfetta continuità col passato, nonostante gli scandali e gli arresti. Non siamo ancora capaci di unire i lavoratori e i cittadini... Le responsabilità dei sindacati confederali sono grosse. Fino a prima delle elezioni andavano a braccetto con i partiti di governo, qui – ora – inseguono la lotta. Domani, una volta fatto un governo, cosa faranno?
Fonte
L'ospedale San Raffaele di Milano si è trasformato in pochi anni da modello di riferimento della “buona sanità” privata – ovviamente cattolica – a luogo di conflitto sociale e sindacale particolarmente aspro. Fondato nel 1969 da don Luigi Maria Verzé, il prelato amicissimo di Berlusconi, ma in rapporto anche con il Sismi, che ne è stato presidente fino al luglio 2011, appena qualche mese prima della sua morte. Disinvolto affarista della salute, fece da precursore in iniziative davvero poco accostabili alle cure mediche; per esempio, aprendo la Galleria delle Botteghe, per la prima volta un centro commerciale veniva ad occupare una parte rilevante di un'ospedale.
Ciò nonostante, gli affari sono andati progressivamente sempre peggio, con numerose inchieste giudiziarie che nei decenni hanno dovuto mettere il naso sulla gestione “allegra” della fondazione Monte Tabor, tra irregolarità costruttive, veri e propri abusi edilizi e accuse di ricettazione. Fino al fallimento e alla vendita dell'ospedale «a un prezzo irrisorio» al “re delle cliniche” romane, Antonio Angelucci. Il quale, solo pochi mesi dopo, lo rivendette allo Stato, suscitando scandalo e alcune interrogazioni parlamentari.
L'ultimo e attuale proprietario è invece Giuseppe Rotelli, presidente del gruppo ospedaliero San Donato, subentrato nel maggio 2012. Da allora è stato un crescendo di conflitti, con un referendum che ha bocciato a stragrandissima maggioranza un “accordo aziendale” ignobile firmato da alcune Rsu, ma non riconosciuto neanche dai sindacali confederali di appartenenza.
Ne parliamo con Daniela Rottoli, delegata Usb, tra i lavoratori che erano saliti sul tetto dell'ospedale, mercoledì scorso, dopo le cariche della polizia contro i dipendenti che occupavano le “accettazioni”.
Qual'è la situazione, ora?
Stamattina c'è stata un'altra grande assemblea e abbiamo occupato di nuovo le accettazioni. Non ci sono stati nuovi scontri con la polizia, che bloccava i pazienti agli ingressi e quindi hanno fermato il loro flusso. Poi si sono accorti che un gruppo di lavoratori era riuscito a entrare da un altro ingresso e quindi hanno rinunciato, facendo largo ai pazienti che volevano entrare, senza altri problemi. Abbiamo tenuto l'assemblea fino alle 12,30 e siamo ancora in attesa di incontrare la maggioranza alla Regione Lombardia. Mercoledì scorso, quando siamo andati sul tetto, avevamo chiesto che la regione si attivasse, ma si erano presentati solo quelli dell'opposizione, i grillini e Ambrosoli. Eravamo scesi soltanto quando la Digos ci aveva comunicato che Mantovani (un amministratore multitasking, contemporaneamente senatore Pdl, vicepresidente alla Regione, assessore alla salute e sindaco del suo paese, ndr) e altri sarebbero venuti per incontrarci. Poi invece si è fatto vivo soltanto il prefetto. La stanno mandando in realtà per le lunghe. Ieri ci hanno chiesto di mandare una mail; e l'abbiamo fatto. Oggi ci hanno chiesto un fax che richiedesse ufficialmente un incontro. Fatto anche questo. Vediamo che cosa ne esce...
Quant'è importante il San Raffaele nella sanità lombarda?
Hanno sempre detto che era “il fiore all'occhiello”! Ma non capiamo cosa ne vogliano fare... Rotelli ha rilanciato di 200 milioni sul prezzo, pur di acquistarlo; eppure sapeva che c'era un buco da un miliardo e mezzo. Insomma, l'ha fortemente voluto... Anche se c'è da dire che con lo scorporo tra attività core e attività non core la dimensione della voragine dovrebbe essere stata ridotta di molto, da maggio dell'anno scorso ad oggi. Però Rotelli, fin dal discorso con cui ha accompagnato l'acquisto, si è subito posto un obiettivo impossibile: il pareggio di bilancio entro la fine del 2012. Altrimenti avrebbe abbassato i livelli occupazionali. A luglio, infatti, ha comunicato via lettera che avrebbe aperto le procedure per i licenziamenti, poi cominciati a novembre. E nello stesso momento disdiceva anche il contratto esistente, per la parte economica, a partire dal 31 dicembre, in coincidenza con altre scadenze. Insomma, diceva che da fine gennaio avrebbe decurtato gli stipendi, come poi ha effettivamente fatto.
Cosa prevedeva l'accordo bocciato col referendum tra i lavoratori?
Quell'accordo è stato firmato solo da nove delegati dei sindacati confederali, ma le loro stesse organizzazioni non l'hanno firmato. La Cgil perché prevedeva la “deroga” indicata dall'art. 8 della “manovra Sacconi” (agosto 2012, ndr). C'era infatti un cambio di contratto (dal pubblico al privato), con la deroga per la parte economica e l'abolizione di una serie di voci sul salario accessorio. Intendevano così raggiungere un taglio del salario del 9%, ma come alternativa prevedevano 244 licenziamenti. Poi hanno fatto tutte e due le cose: il taglio dei salari e dei livelli occupazionali. In pratica, per un dipendente con 25 anni di anzianità, sono 350 euro al mese in meno. Su 1.700-1.800, non sono davvero pochi.
I primi 40 licenziamenti. Con che criteri sono stati individuati?
Con criteri fasulli, non quelli di legge. Per esempio han messo fuori gente con 33 anni di anzianità... In pratica, volendo individuare dei criteri, hanno diviso i reparti in tre categorie: ad alta,media, bassa specializzazione. L'organico è ovunque ridotto all'osso. Nei laboratori, dove ci può stare un infermiere anche con poca esperienza, mandano via soprattutto i lavoratori più anziani. Nelle “aree critiche”, dove oltre al diploma serve tanta esperienza, mandano via quelli più giovani. In prevalenza mandano via i “generici”, ma quando si assume un infermiere non è che lo si prende già specializzato (cardiologia, chirurgia, ecc). In generale, però, viene eliminato tutto il personale “scomodo”, a partire da quelli con “ridotta capacità lavorativa”. E si va direttamente in mobilità, perché nella sanità non c'è la cassa integrazione! Ci sono poi complicazioni incredibili. Perché qui fino al 1996 eravamo assunti come “privato” e si versavano contributi all'Inps, poi siamo passati con l'Inpdap quando siamo diventati “pubblici”. Poi di nuovo con l'Inps, dal maggio scorso. Per quelli che vanno fuori ora c'è persino il rischio di non prendere neanche l'indennità di mobilità, perché non hanno maturato un anno di anzianità con la nuova cassa. E, per finire, c'è la certezza di doversi pagare la “riunificazione” delle carriere contributive dopo aver lavorato una vita nello stesso posto. Ma l'Inpdap, al di sotto dei venti anni, non riconosce gli spezzoni di carriera. Un disastro...
Vi è arrivata solidarietà?
Da tutte le parti. Abbiamo raccolto 125.000 firme soltanto tra i pazienti. Che continuano a venire qui anche adesso, nonostante le occupazioni e la lotta. Vogliono che questo ospedale continui a funzionare, ci si trovano bene come prima...
Cosa manca perché una lotta riesca a vincere?
Le spaccature tra i sindacati, fin dalla firma dell'accordo a Roma, hanno creato divisioni anche tra i lavoratori. Per bocciare il referendum ci siamo ritrovati tutti d'accordo, ma sul piano delle organizzazioni non c'è un fronte comune. La Cgil, per esempio, spinge per i “contratti di solidarietà” (riduzione di orario e integrazione di stipendio, pur di mantenere i livelli occupazionali, ndr). Ma se non vedo il bilancio dell'azienda, e quindi non posso sapere con certezza che c'è un “rosso”, uno stato di crisi reale, come faccio a fare una trattativa seria su questo obiettivo? Senza un piano industriale, senza informazioni... Più in generale, guarda a livello politico quel che succede. La Regione Lombardia è in perfetta continuità col passato, nonostante gli scandali e gli arresti. Non siamo ancora capaci di unire i lavoratori e i cittadini... Le responsabilità dei sindacati confederali sono grosse. Fino a prima delle elezioni andavano a braccetto con i partiti di governo, qui – ora – inseguono la lotta. Domani, una volta fatto un governo, cosa faranno?
Fonte
05/02/2013
Nazionalizzazioni. Una questione di priorità
Monte dei Paschi di Siena, Alcoa, Ilva, San Raffaele, evocano o fanno
aleggiare l'opzione delle nazionalizzazioni. Ma il problema è il
presupposto... E' su questo – oltre che sulle ricadute concrete – che
occorre marcare le distanze e le priorità.
Il ministro dell'Economia Vittorio Grilli, nel corso dell'audizione alle commissioni Finanze di Camera e Senato sulla vicenda del Monte dei Paschi di Siena ha affermato: «L'intervento dello Stato, in questo caso, non si configura come intervento di salvataggio di una banca insolvente». Una linea confermata anche dal Comitato sulla stabilità che in mattinata ha parlato di «situazione patrimoniale complessiva solida». Grilli, durante una seduta parlamentare tesissima, ha rimandato al mittente tutte le accuse di scarsa vigilanza sugli impicci del Mps che aleggiano in queste ore. Ma tra le varie considerazioni è aleggiato che la nazionalizzazione è una strada possibile, come del resto ha confermato anche l'attuale presidente di Mps, Alessandro Profumo per il quale «potenzialmente può accadere. E sottolineo potenzialmente perché abbiamo fatto un piano industriale che dovrebbe consentirci di restituire il finanziamento». «Questa è una banca - ha detto Profumo - che ha comunque una sua solidità patrimoniale, che riceve un supporto pubblico e che ha trentamila persone che lavorano in modo intenso». In pratica funziona così: lo Stato presta tre miliardi di euro alla banca Mps – tramite i Monti-bond – ad un tasso tra il 5 e il 9%. Se la banca non sarà in grado di restituire i soldi nei tempi previsti dovrà cedere l'equivalente in proprie azioni al Ministero del Tesoro, il quale vedrà quindi crescere il proprio peso azionario nella banca (si calcola che possa arrivare al 68%).
Nulla di tutto questo è stato invece previsto finora per le crisi industriali. Il 1 dicembre scorso il ministro Clini, relativamente alla nazionalizzazione dell'Ilva, non l'aveva voluta chiamare con il suo nome e cognome davanti ai giornalisti alla fine del lungo consiglio dei ministri, ma potrebbe essere esattamente questa la conseguenza dell'applicazione degli articoli 42 e 43 della Costituzione citati per ben due volte dal ministro nel corso dei suoi interventi. «Se l'azienda non adempie» alle prescrizioni previste dal decreto legge sull'Ilva varato dal Consiglio dei Ministri" - ha detto Clini- «si potrà arrivare all'adozione di provvedimenti di amministrazione straordinari e atti sostitutivi in base agli articoli 42 e 43 della Costituzione, in considerazione dell'interesse strategico nazionale dell'impianto».
Due vicende diverse ma emblematiche del fatto che la ri-nazionalizzazione di banche e industrie strategiche, volendo, avrebbe tutti gli strumenti legali e costituzionali per essere messa in atto. «A fini di utilità generale», si legge infatti nell'art. 43 della Costituzione, «la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale». Anche il terzo comma dell'art.42 recita: «La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d'interesse generale». Volendo dunque si potrebbe fare. Però... C'è un però infatti nel doppio standard utilizzato dal governo nelle ipotesi di salvataggio di una grande banca nazionale o di una grande industria nazionale, ed è il presupposto.
Nel caso di una banca il presupposto è che la grande banca va salvata comunque per evitare che la sua crisi abbia un “effetto sistemico”, magari finanziandola con un prestito pubblico. La banca cercherà di ripianare i buchi, licenzierà migliaia di dipendenti per abbassare come di consueto il costo del lavoro e avrà tutto il tempo per restituire il prestito ricevuto restando nelle mani degli azionisti privati. Se non vi riuscirà, il Ministero del Tesoro, che nel frattempo ha accresciuto il suo peso nelle quote della banca, la affiderà ad un commissario che “risanerà” i conti e poi cercherà di rivendere la banca ad uno o più soggetti privati.
Nel caso di una crisi industriale – vedi l'Alcoa – fin dall'inizio si è invece lasciato tutto nelle mani del mercato e dell'individuazione di un possibile acquirente privato. In assenza di questo la fabbrica ha chiuso, la produzione è cessata e viene cannibalizzata dalle multinazionali straniere che si prendono la sua quota di mercato mentre i lavoratori vengono gettati in mezzo alla strada. L'alluminio che serve al sistema industriale verrà dunque importato dall'estero.
Nel caso dell'Ilva – a differenza dell'Alcoa – si è affacciata invece l'ipotesi della ri-nazionalizzazione come estrema ratio solo di fronte alla fuga dei capitali della proprietà (i Riva) e agli alti costi della bonifica di un grande impianto che si è dimostrato nocivo per la popolazione. In questo caso – e tardivamente – ci si accorge che anche uno stabilimento industriale delle dimensioni dell'Ilva può avere un effetto sistemico sull'economia reale.
Infine potremmo segnalare una terza vicenda che non riguarda una grande banca o una grande industria ma un servizio strategico come un grande ospedale. E' il caso del San Raffaele di Milano. In questo caso si tratta di una struttura in mano a privati che hanno fatto più impicci del Monte dei Paschi di Siena, creando buchi in bilancio fino a portare al collasso una struttura sanitaria “di eccellenza”, privata, ma con funzioni pubbliche. Dallo Stato non viene alcuna sollecitazione o soluzione. L'atteggiamento è più simile a quello dell'Alcoa. Un ospedale, insomma, può chiudere tranquillamente, la cosa non ha alcun effetto sistemico preoccupante per il capitale finanziario e la salute dei cittadini e la sorte dei lavoratori non viene ritenuta affatto una priorità.
Esiste dunque una scala di priorità nell'agenda dei governi delle banche, come quelli che abbiamo in Italia e nell'Unione Europea, e vede appunto la salvaguardia delle banche in cima a questa lista. Tutto il resto – fabbriche, servizi strategici, lavoro, salute – può essere lasciato perire. Solo in casi del tutto eccezionali – come l'Ilva – si può prendere in considerazione l'idea di un intervento pubblico, un intervento però “a tempo”, quello necessario a ristrutturare, ridurre i costi (quello del lavoro innanzitutto) e riconsegnarla ai privati.
Impugnare la battaglia per le nazionalizzazioni significa scardinare completamente questa logica e riaffermare la priorità dell'interesse collettivo rispetto a quello privato, una cifra questa del tutto assente dall'agenda del prossimo governo e dell'Unione Europea. Il presupposto, in questo caso, non può che essere quello di rovesciare il tavolo e l'ordine delle priorità.
Fonte
Il ministro dell'Economia Vittorio Grilli, nel corso dell'audizione alle commissioni Finanze di Camera e Senato sulla vicenda del Monte dei Paschi di Siena ha affermato: «L'intervento dello Stato, in questo caso, non si configura come intervento di salvataggio di una banca insolvente». Una linea confermata anche dal Comitato sulla stabilità che in mattinata ha parlato di «situazione patrimoniale complessiva solida». Grilli, durante una seduta parlamentare tesissima, ha rimandato al mittente tutte le accuse di scarsa vigilanza sugli impicci del Mps che aleggiano in queste ore. Ma tra le varie considerazioni è aleggiato che la nazionalizzazione è una strada possibile, come del resto ha confermato anche l'attuale presidente di Mps, Alessandro Profumo per il quale «potenzialmente può accadere. E sottolineo potenzialmente perché abbiamo fatto un piano industriale che dovrebbe consentirci di restituire il finanziamento». «Questa è una banca - ha detto Profumo - che ha comunque una sua solidità patrimoniale, che riceve un supporto pubblico e che ha trentamila persone che lavorano in modo intenso». In pratica funziona così: lo Stato presta tre miliardi di euro alla banca Mps – tramite i Monti-bond – ad un tasso tra il 5 e il 9%. Se la banca non sarà in grado di restituire i soldi nei tempi previsti dovrà cedere l'equivalente in proprie azioni al Ministero del Tesoro, il quale vedrà quindi crescere il proprio peso azionario nella banca (si calcola che possa arrivare al 68%).
Nulla di tutto questo è stato invece previsto finora per le crisi industriali. Il 1 dicembre scorso il ministro Clini, relativamente alla nazionalizzazione dell'Ilva, non l'aveva voluta chiamare con il suo nome e cognome davanti ai giornalisti alla fine del lungo consiglio dei ministri, ma potrebbe essere esattamente questa la conseguenza dell'applicazione degli articoli 42 e 43 della Costituzione citati per ben due volte dal ministro nel corso dei suoi interventi. «Se l'azienda non adempie» alle prescrizioni previste dal decreto legge sull'Ilva varato dal Consiglio dei Ministri" - ha detto Clini- «si potrà arrivare all'adozione di provvedimenti di amministrazione straordinari e atti sostitutivi in base agli articoli 42 e 43 della Costituzione, in considerazione dell'interesse strategico nazionale dell'impianto».
Due vicende diverse ma emblematiche del fatto che la ri-nazionalizzazione di banche e industrie strategiche, volendo, avrebbe tutti gli strumenti legali e costituzionali per essere messa in atto. «A fini di utilità generale», si legge infatti nell'art. 43 della Costituzione, «la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale». Anche il terzo comma dell'art.42 recita: «La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d'interesse generale». Volendo dunque si potrebbe fare. Però... C'è un però infatti nel doppio standard utilizzato dal governo nelle ipotesi di salvataggio di una grande banca nazionale o di una grande industria nazionale, ed è il presupposto.
Nel caso di una banca il presupposto è che la grande banca va salvata comunque per evitare che la sua crisi abbia un “effetto sistemico”, magari finanziandola con un prestito pubblico. La banca cercherà di ripianare i buchi, licenzierà migliaia di dipendenti per abbassare come di consueto il costo del lavoro e avrà tutto il tempo per restituire il prestito ricevuto restando nelle mani degli azionisti privati. Se non vi riuscirà, il Ministero del Tesoro, che nel frattempo ha accresciuto il suo peso nelle quote della banca, la affiderà ad un commissario che “risanerà” i conti e poi cercherà di rivendere la banca ad uno o più soggetti privati.
Nel caso di una crisi industriale – vedi l'Alcoa – fin dall'inizio si è invece lasciato tutto nelle mani del mercato e dell'individuazione di un possibile acquirente privato. In assenza di questo la fabbrica ha chiuso, la produzione è cessata e viene cannibalizzata dalle multinazionali straniere che si prendono la sua quota di mercato mentre i lavoratori vengono gettati in mezzo alla strada. L'alluminio che serve al sistema industriale verrà dunque importato dall'estero.
Nel caso dell'Ilva – a differenza dell'Alcoa – si è affacciata invece l'ipotesi della ri-nazionalizzazione come estrema ratio solo di fronte alla fuga dei capitali della proprietà (i Riva) e agli alti costi della bonifica di un grande impianto che si è dimostrato nocivo per la popolazione. In questo caso – e tardivamente – ci si accorge che anche uno stabilimento industriale delle dimensioni dell'Ilva può avere un effetto sistemico sull'economia reale.
Infine potremmo segnalare una terza vicenda che non riguarda una grande banca o una grande industria ma un servizio strategico come un grande ospedale. E' il caso del San Raffaele di Milano. In questo caso si tratta di una struttura in mano a privati che hanno fatto più impicci del Monte dei Paschi di Siena, creando buchi in bilancio fino a portare al collasso una struttura sanitaria “di eccellenza”, privata, ma con funzioni pubbliche. Dallo Stato non viene alcuna sollecitazione o soluzione. L'atteggiamento è più simile a quello dell'Alcoa. Un ospedale, insomma, può chiudere tranquillamente, la cosa non ha alcun effetto sistemico preoccupante per il capitale finanziario e la salute dei cittadini e la sorte dei lavoratori non viene ritenuta affatto una priorità.
Esiste dunque una scala di priorità nell'agenda dei governi delle banche, come quelli che abbiamo in Italia e nell'Unione Europea, e vede appunto la salvaguardia delle banche in cima a questa lista. Tutto il resto – fabbriche, servizi strategici, lavoro, salute – può essere lasciato perire. Solo in casi del tutto eccezionali – come l'Ilva – si può prendere in considerazione l'idea di un intervento pubblico, un intervento però “a tempo”, quello necessario a ristrutturare, ridurre i costi (quello del lavoro innanzitutto) e riconsegnarla ai privati.
Impugnare la battaglia per le nazionalizzazioni significa scardinare completamente questa logica e riaffermare la priorità dell'interesse collettivo rispetto a quello privato, una cifra questa del tutto assente dall'agenda del prossimo governo e dell'Unione Europea. Il presupposto, in questo caso, non può che essere quello di rovesciare il tavolo e l'ordine delle priorità.
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