Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/01/2022

Sequestro al gruppo Gedi per truffa all’Inps

Una storia esemplare su che merda sia il potere in questo paese. Il gruppo editoriale più importante, probabilmente, quello che tutti i giorni spara titoli a 6 colonne quando viene beccato qualcuno che prendeva il reddito di cittadinanza senza averne diritto – e per chiederne dunque l’abolizione in blocco – è stato beccato in flagrante truffa contro l’Inps.

Ovviamente gli importi non sono quelli tipici del reddito di cittadinanza (581 euro, in media), ma un po’ più consistenti: 30-38 milioni. Del resto, è da manuale: se devi fare un reato, tanto vale farlo in grande, no?

Interessante anche il fatto che il gruppo Gedi sia ora della famiglia Agnelli, quella che ha fuso la FCA con il gruppo francese PSA, preparandosi a chiusure di stabilimenti in Italia ma con la precauzione di spostare la sede fiscale in Olanda. Quindi si prepara alla maxi-truffa del secolo, visto che paga le tasse ad Amsterdam (più basse, naturalmente, se non perché spostare la sede?) e chiede sussidi, sovvenzioni, incentivi, agevolazioni qui in Italia.

Prima di passare all’incasso con centinaia di migliaia di ore di cassa integrazione – come conseguenza momentanea della chiusura di stabilimenti ancora non individuati, ci sta pensando Stellantis, ossia il management francese, notoriamente alquanto nazionalista... – a Torino staranno studiando il dossier Gedi. Hai visto mai che da lì arrivino buone idee.

La presunta truffa sarebbe avvenuta però quando il gruppo Gedi apparteneva ad un altro luminare della liberal-democrazia italiana, Carlo De Benedetti, ora a cavallo del quotidiano Domani.

La tecnica non era particolarmente originale: in sostanza una settantina di dipendenti sarebbero stati appositamente demansionati e trasferiti per usufruire della pensione anticipata di cui non avrebbero altrimenti avuto diritto (tra cui anche alcuni dirigenti).

Divertente constatare che, nello stesso periodo (tra il 2011 e il 2015, a cavallo dei governi Monti, Renzi, Gentiloni), quei giornali si battessero fermamente per la “riforma Fornero”.

Senza farsi mancare neanche la beatificazione del “jobs act”, con cui decine di milioni di lavoratori dipendenti hanno perso ogni tutela contro i licenziamenti ingiustificati.

Veramente una bella società, insomma, degna di assumere le vesti di “difesa della libera informazione”, di impugnare la bandiera della “lotta alle fake news” proprio mentre il suo attuale direttore appariva in un leak reso pubblico dal sito fondato da Assange per aver pagato un’agenzia di “informazione” notoriamente “veste ufficiale” della Cia.

Il provvedimento della Procura fa parte di un’inchiesta di cui Il Fatto Quotidiano aveva dato conto nel 2018, quando partirono le prime indagini della Guardia di Finanza. L’impulso all’inchiesta fu dato proprio da alcune rivelazioni del Fatto Quotidiano relative ai carteggi tra un dipendente del gruppo editoriale e l’Inps.

Scriveva ieri Il Fatto Quotidiano che “Il piano di prepensionamenti attuati dal gruppo tra il 2011 e il 2015 ha coinvolto in tutto 69 giornalisti e 187 poligrafici. Nel corso degli anni l’Inps avrebbe ricevuto più di una segnalazione sulle presunte irregolarità provenienti dall’interno dello stesso gruppo.

Tra i destinatari anche l’ex presidente Tito Boeri, che era anche editorialista di Repubblica e che, secondo quanto scrive la Verità, non avrebbe mostrato una particolare solerzia nella gestione della pratica.”


Un caso eclatante di quelle “porte girevoli” tra il sistema degli interessi privati e l’amministrazione pubblica che, dagli Stati Uniti alla vecchi Europa, ha portato alla luce con esempi pratici cosa significhi l’affermazione marxiana sullo Stato come «violenza concentrata e organizzata della società», al servizio della classe dominante.

Non sembra un caso che, a parte la presunta (e smentita) “distrazione” dell’ex presidente Inps Tito Boeri, in difesa del gruppo Gedi si muova la creme de la creme dell’avvocatura italiana.

A difenderla di fronte ai giudici è infatti l’avvocata ed (tra il 2011 e il 2013) ex ministra Paola Severino “che avrebbe dato disposizioni per la creazione di un conto ad hoc in cui depositare i soldi oggetto del sequestro”.

Le notizie riportano che “tra il 2010 e il 2016 il gruppo era riuscito a collezionare 160 milioni di utili”, e dunque la presunta truffa all’Inps non poteva avere neanche la giustificazione dello “stato di necessità”.

La crisi economica arriva infatti dopo. “Dal 2017 al 2020, complice la grave crisi di diffusione de La Repubblica, ma anche de La Stampa e Il Secolo, la società che era dei De Benedetti ha cumulato 450 milioni di rosso. Solo nel 2020, l’anno del passaggio da Cir alla famiglia Agnelli, le perdite sono state di ben 166 milioni. A pesare non solo il calo potente dei ricavi che nel decennio hanno perso 385 milioni, ma anche le pulizie sul valore delle testate.”

Che la carta stampata soffra per l’avanzata inarrestabile dell’informazione online – spesso gratuita o quasi, per i lettori – è certo. Che la caduta di credibilità sia però una componente fondamentale di questa crisi, altrettanto.

Essere individuati e riconosciuti come “la voce del padrone”, quando oltretutto il padrone si chiama Agnelli o De Benedetti, non è esattamente un boost per le vendite.

Qui di seguito anche la lettera con cui Tito Boeri spiega al Fatto il suo operato nella vicenda, dicendosi protagonista nella segnalazione delle irregolarità del gruppo Gedi.
Il 31 dicembre il quotidiano “La Verità” ha riportato la notizia del sequestro di oltre 30 milioni al gruppo GEDI a seguito di un’operazione della Procura di Roma sull’utilizzo improprio di ammortizzatori sociali da parte del gruppo. Non essendo un lettore di quel giornale, ho ricevuto lo stralcio di articolo dal dirigente Inps cui a suo tempo avevo chiesto di seguire la vicenda.

“Le voglio dare una buona notizia”, mi scriveva, “grazie al suo intervento siamo riusciti a smascherare una truffa ai danni dell’Inps; c”è voluto del tempo, ma ci siamo riusciti”.

Leggo l’articolo, ma mi trovo di fronte ad una ricostruzione distorta e maliziosa del mio operato, volta a insinuare che io abbia voluto insabbiare la vicenda.

Come posso documentare, dopo avere ricevuto un messaggio criptico da una persona a me sconosciuta (non era un messaggio anonimo) riguardo a potenziali frodi ai danni dell’istituto, fui io stesso a sollecitare il mittente perché mi offrisse i dettagli della vicenda.

E il giorno stesso in cui ricevetti una mail più circostanziata incaricai il direttore centrale della DC ammortizzatori sociali, struttura competente in materia (e non certo un “dirigente di seconda fascia” come riportato dal vostro giornalista) di approfondire la vicenda.

Posso anche documentare che anche successivamente a questa mia prima segnalazione sollecitai la direzione ad andare a fondo, lasciando poi al direttore generale, una volta appurato che ci potevano essere gli estremi di una frode, il compito di seguirne l’evoluzione.

Se avessi voluto davvero insabbiare la vicenda, lo avrei potuto fare in un’infinita di modi, a partire dall’ignorare il messaggio di una persona a me sconosciuta tra le centinaia di mail che ricevevo ogni giorno. Mi colpisce che Il Fatto di oggi dia spazio alla tesi de “La Verità” sostenendo che non avrei mostrato “particolare solerzia” nel seguire la vicenda senza neanche preoccuparsi di interpellare la direzione competente dell’Inps e il sottoscritto. La prego dunque di pubblicare integralmente questa mia lettera.
Fonte

12/09/2020

I commercialisti della Lega. Un imbroglio da... film

È una vicenda che può risultare davvero difficile da gestire, per la Lega, quella dell’arresto di quattro commercialisti lombardi, tre dei quali hanno importanti funzioni amministrative nel partito. Nonostante la tranquillità ostentata da Salvini, la questione è molto seria e potrebbe mettere in difficoltà la Lega e il suo leader.

Due degli arrestati, Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, sono revisori dei conti dei gruppi parlamentari leghisti ma anche soci, nel loro studio di commercialisti, del tesoriere della Lega, Centemero. Quanto a Michele Scilieri, è proprio nel suo studio che ha sede legale la “Lega per Salvini premier”, nuova denominazione inventata quando, a causa dello scandalo dei 49.000.000 frodati allo stato per spese elettorali mai sostenute, fu necessario far nascere un movimento diverso dalla vecchia Lega Nord, che fu trattata un po’ come una bad company a cui addossare la responsabilità della truffa.

Si tratta quindi di tre figure chiave nella gestione amministrativa della “Lega per Salvini premier”, da cui sarà complicato dissociarsi e che oltretutto ne conoscono molto bene i retroscena e i segreti.

Tra questi forse anche la risposta che ci si pone da anni: dove sono finiti i 49.000.000 di false spese elettorali per cui la Lega è stata condannata a un risarcimento allo Stato, scandalosamente dilazionato in settantacinque anni?

L’affare che ha portato all’arresto dei commercialisti ricorda i peggiori pataccari e s’incentra sull’acquisto e rivendita di un immobile a Cormano, nei pressi del capoluogo lombardo. Tale immobile era di proprietà della ditta Paloschi e doveva avere come esito finale la vendita alla Regione Lombardia per installarvi la sede della Lombardia Film Commission, un’agenzia di promozione cinematografica della regione stessa.

Tuttavia, essendo la Paloschi gravata di debiti con il fisco e temendo quindi che eventuali incassi potessero essere sequestrati, i tre decisero un passaggio intermedio attraverso la società Andromeda, in cui era coinvolto Fabio Barbarossa, quarto arrestato e cognato di Scilieri, che era di fatto amministratore di entrambe le società.

La cifra concordata era di 400.000 euro, pagata con assegni che non risulta siano mai stati incassati (ma forse quei soldi finirono in Svizzera).

In seguito, Andromeda rivendette alla Lombardia Film Commission lo stesso capannone per il doppio, cioè 800.000 euro, una cifra palesemente esagerata per il valore reale dell’immobile. Tutto l’affare, secondo il testimone Luca Sostegni, che nella vicenda ebbe il ruolo di prestanome e che sta collaborando con la giustizia, sembra perché insoddisfatto del compenso, sarebbe stato definito in una riunione prevista inizialmente addirittura nella sede leghista di Via Bellerio a Milano, spostata all’ultimo minuto, per prudenza, in una pizzeria del quartiere.

Un ruolo di regia nella vicenda sarebbe stato giocato da Di Rubba, che era stato presidente della Lombardia Film Commission, anche se in vista dell’affare si era disimpegnato dalla società per non apparire pubblicamente.

L’accusa, contenuta in un fascicolo di 60 pagine redatto dal GIP Fanales non considera credibili i tentativi di difesa degli imputati, che sono accusati di peculato, turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. Un accordo collusivo, per il GIP, “provato” e finalizzato a usare la scelta della nuova sede della Lombardia Film Commission come pretesto per drenare risorse pubbliche.

Fonte

03/08/2020

Il 30% delle imprese ha usato la cassa integrazione senza un calo dei ricavi

Confindustria chiede la libertà di licenziare da subito, e ovviamente tace sul comportamento dei suoi associati, che in massa hanno fatto ricorso alla cassa integrazione senza averne alcun diritto, ossia senza aver subito un danno dalla pandemia.

Il governo assiste in silenzio alla pubblicazione dei dati che certificano il comportamento truffaldino di almeno un terzo delle imprese (saranno solo “mele marce”?), e nessuno tra i partiti presenti in Parlamento osa profferire una sola parola (figuriamoci promuovere un’azione che ne limiti anche legalmente lo strapotere).

I grandi media – tutti indistintamente posseduti dalle più grandi aziende del Paese (solo la famiglia Agnelli controlla Repubblica, La Stampa e L’Espresso, oltre a una costellazione di testate minori) – hanno inserito il silenziatore e tutto fanno meno che dare questo tipo di notizie.

Più facile e “populista” (proprio quelle testate, sarà un caso, si fregiano di condurre una “battaglia” contro il “populismo” non controllato direttamente da loro) mettere invece in prima pagina i “furbetti” che avrebbero incassato illegittimamente il “reddito di cittadinanza”.

In questo caso, secondo i dati Inps, sono stati scoperti 709 beneficiari che non ne avevano diritto e che, nel loro insieme, hanno provocato un danno alle casse dello Stato pari a 4.432.668 euro, poco meno di 4,5 milioni di euro. Giusto ritirargli l’assegno, ma il danno per l’erario è quasi irrilevante.

Nell’audizione dell’Ufficio parlamentare di bilancio, il 28 luglio, è stato però rivelato che cassa integrazione, fondi bilaterali e cassa in deroga sono state richieste finora da circa 553 mila imprese (quel 30% che abbiamo riportato nel titolo).

Le ore di Cig realmente utilizzate sono state 536 milioni (relative ai mesi di febbraio, marzo, aprile e, parzialmente, di maggio) e hanno prodotto una spesa di 10 miliardi. La percentuale di ore utilizzate per Covid, ma senza cali di fatturato, è di oltre il 27%, conferma l’Inps, e il danno si può in questo caso quantificare in 2,7 miliardi.

Tra i cosiddetti “furbetti” e i truffatori delle imprese c’è uno scarto pari a 600 volte (a danno del bilancio pubblico). Ma a quanto pare, resta sempre valida la regola per cui se rubi una mela meriti la galera e ci vai anche; mentre se rubi miliardi la fai franca e sei anche in diritto di pretendere che il governo ti obbedisca in tutto e per tutto.

Qui di seguito uno dei pochi articoli apparsi su un giornale, tratto da il manifesto.

*****

Se per l’Ufficio parlamentare di bilancio un quarto di oltre 1,5 miliardi di ore di cassa integrazione è stato usato dalle imprese che non hanno avuto cali del fatturato durante il lockdown (Il Manifesto 28 luglio), ieri un’analisi dell’Inps e della Banca d’Italia ha circostanziato le dimensioni di questa appropriazione di risorse: un terzo delle imprese ha fatto richiesta, ed ottenuto, di mettere in cassa integrazione i propri dipendenti imponendogli anche una pena supplementare.

Non solo non hanno lavorato, ma hanno perso in media il 27 per cento del loro stipendio che non gli sarà mai restituito. Stando ai primi dati l’uso opportunistico degli ammortizzatori sociali è stato realizzato per circa il 20% nel settore della manifattura e per il 30% nei servizi.

PER AVERE un’idea generale del guadagno realizzato da queste imprese, ancora da specificare per settore e fatturato, è utile riferirsi a questi dati. In media quello che chiamano «risparmio» è stato di circa 1.100 euro per dipendente. Tra le imprese più piccole, che hanno utilizzato prevalentemente la cassa integrazione a causa del Covid in deroga, l’importo medio risparmiato grazie alla riduzione dell’orario di lavoro è stato di 3.900 euro nel bimestre di chiusura per pandemia.

Le imprese più grandi del settore dei servizi, che hanno fruito dell’assegno ordinario Covid, hanno risparmiato in media quasi 24 mila euro. Per le imprese della manifattura, che ricorrono prevalentemente alla Cig ordinaria Covid, il risparmio è stato di circa 21 mila euro.

IERI MATTINA si sentiva il ritornello secondo il quale queste pratiche siano fatte da «furbetti». La nozione suona come assolutoria, e anche abbastanza liquidatoria. Parole simili sono state pronunciate due giorni fa persino da un sindacato che una certa idea su questo uso degli ammortizzatori sociali dovrebbe invece averla.

Converrebbe allora iniziare a ragionare a partire dalla categoria di appropriazione di risorse, anche a danno dei lavoratori a cui nessuno ha pensato di garantire, perlomeno nei mesi dell’emergenza, lo stipendio pieno. Parliamo di persone che, secondo l’indagine dell’Inps-Bankitalia, hanno subito una riduzione oraria di 156 ore, il 90 per cento dell’orario mensile di lavoro a tempo pieno, pari a 173 ore in marzo e aprile.

Va anche notato che, dopo la comunicazione di questi dati, le forze politiche e sindacali non hanno chiesto nemmeno un’indagine, tanto meno hanno evocato una misura minima di giustizia. È un altro segnale di subalternità all’egemonia confindustriale.

Solo poche settimane fa il presidente dell’Inps Pasquale Tridico aveva subodorato l’opportunismo di chi ha sfruttato l’emergenza per guadagnare anche sulla cassa integrazione. È stato aggredito da chi evocava addirittura un’inesistente clima contrario alle imprese. L’imbarazzo che ha accolto questi dati rivela la situazione opposta: un paese inginocchiato davanti alle imprese.

QUESTI ARGOMENTI potrebbero essere interessanti anche per chi lamenta il crollo dei consumi. La perdita del salario legato alla cassa integrazione. Secondo i dati Istat il reddito disponibile lordo è sceso sul trimestre precedente dell’1,6% e, di conseguenza, i consumi sono crollati del 6,4%. Una situazione già grave, destinata inevitabilmente a peggiorare nel secondo trimestre.

In questa situazione sappiamo chi ha continuato a guadagnare mentre c’era chi guadagnava sui lavoratori che perdevano potere d’acquisto. Non «è andato tutto bene». Il mondo del dopo è peggio di quello di prima.

NEL «DECRETO AGOSTO», con cinque mesi di ritardo, il governo ha preso atto dell’esistenza di questo problema. Ed è così che la proroga di altre 18 settimane della Cig sarà «selettiva» e prevederà un «contributo» da parte delle aziende che vi facciano ricorso senza avere avuto perdite «significative». Si parla del 20% di fatturato. Un atto di coraggio che però non sarà retroattivo.

Il coraggio, se uno non ce l’ha, non se lo può dare. In attesa che parta da gennaio un’ondata paurosa di licenziamenti, che resteranno bloccati, per ora il costo di questa operazione tampone sarà di 12-13 miliardi sui 25 miliardi di euro previsti.

Ci sarà il rinnovo dei contratti a tempo senza causale e l’allungamento dell’indennità per i lavoratori dello spettacolo e gli stagionali del turismo. Terminati i bonus da 600 euro per le partite Iva. Il Welfare emergenziale e a pezzi è finito. Continua per altri.

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04/07/2020

Scandali, arresti e contagi. Lombardia in testa in ogni classifica

Pochi giorni fa il Pubblico Ministero di Milano ha depositato gli atti di chiusura d’inchiesta contro undici indagati, tra cui Paolo Storari, ex dirigente del Gruppo San Donato – che conta 18 ospedali privati, tra i quali il San Raffaele di Milano – e alcuni manager di cinque grandi case farmaceutiche: Mylan, Abbvie, Novartis, Eli Lilly Italia e Bayer.

Tra gli indagati, anche l’attuale presidente di Snam, Nicola Bedin, già dirigente del Gruppo San Donato e l’ex capo dell’ufficio acquisti del S. Raffaele.

L’accusa è di aver truffato la regione Lombardia per una cifra totale di più di 10 milioni di euro con un imbroglio abbastanza semplice: gli ospedali acquistavano farmaci dalle aziende a prezzo scontato (dal 2 al 20%) ma al momento di chiedere il rimborso alla Regione dichiaravano di averli pagati a prezzo pieno.

Ma non basta, poiché sembra che il gruppo facesse acquisti molto superiori alla necessità. “per raggiungere gli obiettivi da cui dipendono le note di credito e non in base alle reali esigenze cliniche” facendo scorte sovradimensionate solo a tal fine. Dove finissero i medicinali in eccesso non è dato sapere, per il momento.

Va detto che dopo l’apertura dell’inchiesta, nel dicembre 2019, il Gruppo San Donato rimborsò 10 milioni di euro alla Regione, «anche per ricostituire un rapporto di correttezza con l’istituzione», come dichiarò l’avvocato del gruppo.

Una fiducia che tuttavia non sembra facile da concedere poiché il Gruppo San Donato non pubblica in toto, o solo parzialmente, se si eccettuano il Policlinico San Donato e il San Raffaele, i bilanci delle sue strutture. Un fatto largamente condiviso dalle complessive 789 aziende private accreditate che gestiscono il 40% della sanità lombarda.

Tutto ciò in aperta violazione delle norme che impongono trasparenza e pubblicità su come sono utilizzati i fondi pubblici che tali strutture sanitarie ricevono dalla Regione. In pratica, denaro pubblico inghiottito dai privati e, ancora più grave, approfittando dell’assenza di controlli da parte della Regione.

Di fronte a tutto ciò appare ancora più grave e sospetta la nomina nel Consiglio d’amministrazione del gruppo San Donato di Roberto Maroni, ex presidente della Lombardia, avvenuta pochi giorni fa. Dato che la truffa di cui scriviamo avvenne tra il 2013 e il 2018, quando Maroni era presidente della Regione, è lecito chiedersi come un truffato possa accettare di sedersi, da amministratore, al tavolo con i suoi truffatori che dovrebbe, piuttosto, denunciare.

Sempre sul fronte giudiziario, segnaliamo che la Magistratura di Milano ha aperto un’inchiesta, per ora senza indagati, sulla discussa vicenda riguardante la fornitura di camici e calzari medici per un totale di 500.000 euro alla Regione da parte di una ditta di proprietà del cognato e della moglie del presidente Fontana.

Fornitura avvenuta senza concorso pubblico, per cui la ditta in questione emise regolare fattura alla Regione che tuttavia, dopo che lo scandalo fu denunciato, venne annullata. Una storia tutta da chiarire per la quale l’ipotesi di reato è di turbativa d’asta.

Mentre dilagano gli scandali, la pessima gestione dell’epidemia da parte della giunta lombarda emerge soprattutto dal numero dei contagi che si continuano a registrare in regione, costantemente attestato a circa a circa il 50% delle infezioni di tutta Italia. Una cifra inquietante che tuttavia è difficile da valutare epidemiologicamente a causa del modo assolutamente poco trasparente con cui i dati sono forniti.

Infatti la Regione continua a fornire numeri assoluti sui contagi e sui decessi, senza precisare se tali dati si riferiscono a tamponi effettuati su malati pregressi che non avevano ottenuto questo esame, dopo attese anche di mesi, oppure su nuovi casi sospetti.

Tali dati quindi non permettono di comprendere se si è in presenza di uno strascico di quanto accaduto nei mesi scorsi oppure, e sarebbe preoccupante, di nuovi contagi. Una mancanza di chiarezza e d’informazione che accompagna l’evidente incapacità dell’amministrazione regionale a dominare l’epidemia.

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04/06/2020

I “relativisti del virus” hanno gli scheletri nell’armadio. Chiesto il processo per il prof. Zangrillo


Una delle cosiddette “eccellenze” della sanità privata lombarda, l’ospedale San Raffaele di Milano, è tornato al centro di un'inchiesta giudiziaria per presunti rimborsi illeciti da parte della Regione, un po' come era già accaduto alla fine degli anni ’90.

Questa volta la Procura di Milano contesta alla dirigenza del San Raffaele una presunta truffa da 28 milioni di euro su circa 4 mila interventi chirurgici e si appresta a chiedere il processo per nove persone, tra amministratori, dirigenti e primari dell’ospedale privato, tra cui anche il prof. Alberto Zangrillo, il direttore della terapia intensiva, nei giorni scorsi assurto alle cronache per le sue dichiarazioni rassicuranti sullo stato della pandemia di Covid-19 affermando che “clinicamente il nuovo coronavirus non esiste più”.

Una dichiarazione che ha suscitato la reazione di gran parte della comunità scientifica, ma che ha indubbiamente fatto un favore alla Giunta della Regione Lombardia, alla Confindustria e a tutti i “relativisti” sulla perdurante pericolosità del virus Covid-19.

Ma che fosse una versione piegata a questa logica, ha rivelato anche come non fosse una visione del tutto disinteressata, anzi è una conferma dello stretto intreccio tra sanità privata e fondi pubblici, nella narrazione sulla sanità d’eccellenza in Lombardia.

Come si legge negli atti della Procura di Milano, l’ospedale privato San Raffaele in circa 2 mila interventi chirurgici, gli anestesisti o chirurghi professionisti erano stati sostituiti da medici specializzandi, mentre in 989 casi, nelle sale operatorie, mancava il primo operatore. Sui registri, invece, sarebbe stato segnalato che tutti i “requisiti di presenze dei medici” erano stati rispettati, così da ottenere i cosiddetti `rimborsi dei drg´, cioè per prestazione, dal sistema sanitario pubblico.

Il San Raffaele, in una nota con cui ha replicato alle accuse della Procura, contesta le accuse che gli vengono avanzate ritenendole “assolutamente insussistenti alla disciplina amministrativa relativa all’accreditamento”.

Al contrario, per il pm i dirigenti dell’ospedale privato con la complicità dei primari, avrebbero truffato il sistema sanitario, violando proprio i “requisiti di accreditamento” e, in particolare, quelli “relativi al numero minimo ed alle qualifiche degli operatori chirurgici ed anestesisti che debbono essere presenti per ogni tipo di intervento”. Avrebbero fatto “apparire assolti tali requisiti attraverso `Registri Operatori´ riportanti equipe in apparenza regolarmente costituite” in modo da percepire i conseguenti rimborsi dal “servizio sanitario regionale”, indotto, però, “in errore”.

E poi negli atti giudiziari c’è un giudizio di merito pesante come un macigno ma rivelatore di tutta la logica del sistema: “Il tutto con un ingiusto profitto rappresentato dall’indebito incasso dei finanziamenti pubblici consistiti nei rimborsi del costo degli interventi”.

I rimborsi ritenuti illeciti, per un capo di imputazione ammontano ad un totale di «18.436.018» euro e per l’altro a «10.309.022» euro.

Agli indagati viene contestata anche l’aggravante “di aver commesso il fatto con violazione dei doveri inerenti alla pubblica funzione”.

Sulla vicenda anche la Procura della Corte dei Conti della Lombardia ha aperto un fascicolo per presunto danno erariale, mentre cinque indagati (Alfieri, Chiesa, Zannini, Montorsi e Zangrillo) si dicono “indignati e sconcertati per un’accusa radicalmente inventata”.

Infine, risultano indagati per la legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, anche l’ospedale (formalmente rappresentato dal presidente Gabriele Pelissero) e la Fondazione Monte Tabor (di cui il legale rappresentante è Claudio Macchi). La Fondazione Monte Tabor, nel novembre del 2019, ha patteggiato 1 milione di euro di sanzione pecuniaria e una confisca di altri 9 milioni di euro come provento del reato di corruzione nell’ambito del processo sul caso Maugeri, che vede tra gli imputati l’ex Governatore della Lombardia Roberto Formigoni.

In conclusione è bene rammentare a tutti, che le esternazioni del prof. Zangrillo sono state contestate radicalmente, con toni più o meno felpati o decisi, dalla maggior parte della comunità scientifica. Relativizzare la pericolosità del virus Covid-19, per offrire una sponda a chi vorrebbe riportare le lancette a prima dell’esplosione della pandemia, rimane una operazione inaccettabile e, a questo punto, lo è ancora di più per la fonte da cui proviene.

Fonte

02/01/2020

La mia banca è differente...

Il mondo è dei banchieri, si dice ed è vero. Ma non del tutto. O almeno non dappertutto.

Mettiamo in fila tre notizie. La prima riguarda l’Italia e una storia ormai “stagionata”: il crack di Banca Etruria – l’istituto dove Licio Gelli aveva aperto il conto per le iscrizioni alla Loggia P2.

La novità sta nel rinvio a giudizio, davanti al giudice monocratico del tribunale di Arezzo per bancarotta colposa, di Pierluigi Boschi e altri tredici ex dirigenti e consiglieri dell’ultimo cda dell’istituto di credito prima del fallimento. Secondo l’accusa tutti costoro non avrebbero vigilato su consulenze ritenute “inutili e ripetitive”. In pratica delle elargizioni senza alcun corrispettivo, mascherate come incarichi con parcelle per 4,5 milioni di euro affidati a Mediobanca e Bain e agli studi legali Zoppini di Roma e Grande Stevens di Torino (il cui titolare, Franzo, è stato famoso come “l’avvocato dell’Avvocato”, ossia di Gianni Agnelli).

Un reato minore, per il padre dell’ex ministra iper-renziana Maria Elena, dopo esser stato prosciolto per ben due volte, che non comporta particolari rischi (massimo della pena due anni e mezzo, ma col beneficio della condizionale e della “non menzione” al casellario giudiziario; ossia con la fedina penale che resta “pulita”).

Il caso di Banca Etruria è diventato famoso – oltre che per l’evidente collegamento politico con il “giglio magico” e per l’iperattivismo della ex ministra nel cercare qualche “salvatore” – per le migliaia di normali correntisti che sono rimasti truffati dopo esser stati “convinti” ad acquistare “obbligazioni secondarie” emesse dalla stessa banca, invendibili sul mercato e di valore zero al momento del fallimento.

Per tutto questo, insomma, non pagherà nessuno,

Effettivamente, dunque, si può dire che “il mondo è dei banchieri”. Qui da noi.

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Seconda notizia, sempre italiana: il crack della Popolare di Bari, controllata e diretta dalla famiglia Jacobini, che occupava tutti i ruoli dirigenti (presidente, vice, direttore generale, vice, ecc.) di una banca anch’essa guidata consapevolmente verso il fallimento.

Scrive il Corriere della Sera nell’articolo “Popolare di Bari, la girandola di ville e immobili degli Jacobini”, a firma di Federico Fubini: “In quel maggio 2016 il più giovane dei figli del banchiere Jacobini, il rampollo considerato più abile nelle operazioni finanziarie, deve compierne una delicata: trasferisce sette immobili in un fondo patrimoniale intestato a se stesso e alla moglie Amalia Alicino, che ha sposato cinque anni prima. L’intenzione dichiarata è di «far fronte ai bisogni della famiglia». La natura dei beni è sicuramente in grado di garantire il futuro di questo ramo degli Jacobini. I primi quattro immobili costituiscono un complesso di circa duemila metri quadri nella splendida cornice di Polignano a Mare. C’è poi la parte di Gianluca della nuda proprietà di un appartamento in un quartiere elegante di Bari che il padre aveva comprato vent’anni prima intestandolo ai figli; e la proprietà pro-quota di un altro appartamento di sette vani non lontano dall’ateneo cittadino.”

Che cosa c’è di strano o illegale? Nulla, secondo la legge. “Costituire un fondo patrimoniale per Gianluca Jacobini è un’operazione legittima per cercare di proteggere i beni di una famiglia, anche se a volte le giovani coppie ci pensano al momento di sposarsi e non anni dopo. Ma stavolta l’atto notarile cade in un momento particolare. Due settimane prima l’assemblea della Popolare di Bari si era rivelata la più dolorosa nella storia della banca: il bilancio approvato riporta per il 2015 una perdita molto pesante, 295 milioni, mentre i requisiti patrimoniali subiscono un’erosione di circa l’uno per cento. Per la prima volta la crisi inizia a farsi conclamata. Soprattutto, l’assemblea era stata il primo innesco del panico fra i quasi 70 mila azionisti della Popolare di Bari: delibera la riduzione da 9,53 a 7,5 euro del titolo della banca, dopo che nei due anni precedenti la banca aveva piazzato azioni alla clientela per 330 milioni. Migliaia di piccoli risparmiatori che cercavano di vendere le proprie quote, senza riuscirci, iniziano a capire che rischiano di perdere molto, o tutto. Proprio nella prima metà del 2016 la Banca d’Italia chiede alla Bari di indagare sulle operazioni “baciate” (prestiti concessi in contropartita di sottoscrizioni azionarie) e da giugno la vigilanza avvierà una nuova ispezione il cui esito sarebbe stato «parzialmente sfavorevole»".

Qui il meccanismo della truffa è molto simile a quello usato da Etruria: titoli non commerciabili venduti a clienti inconsapevoli (e non ben informati sui rischi), mentre i dirigenti della banca “si tutelano” da possibili richieste di risarcimento trasferendo le proprie (ricchissime) proprietà immobiliari in un “fondo patrimoniale” formalmente sganciato dalla famiglia stessa.

L’esperto Fubini capisce benissimo il senso e infatti scrive: “il risultato di fatto dell’operazione è che il banchiere rafforza le proprie difese contro eventuali azioni di responsabilità e richieste di risarcimenti – fondate o no, lo diranno i giudici — anche con le mosse successive. Nell’autunno 2018 la Consob sanziona infatti venti dirigenti della Bari, fra cui Gianluca Jacobini, per come hanno piazzato a clienti spesso ignari e impreparati dei titoli oggi di fatto azzerati. Il 2018 della banca si chiuderà con la perdita-monstre di 430 milioni. E il 4 gennaio 2019 l’uomo che in quel momento era ancora condirettore della Bari, presieduta da suo padre, ottiene dallo stesso istituto un mutuo ipotecario trentennale da 300 mila euro garantito dalla favolosa residenza di Polignano a Mare già messa nel fondo patrimoniale. La tenuta di conseguenza diventa ancora più difficile da aggredire con azioni risarcitorie”.

Insomma: anche se la magistratura dovesse infine processare gli Jacobini e condannarli, ai clienti truffati non verrà da loro restituito neanche un centesimo, perché si sono messi al sicuro molto prima che la situazione della banca precipitasse ufficialmente.

Anche in questo caso, dunque, si può dire che “il mondo è dei banchieri”. Qui da noi.

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La terza notizia è simile, ma con esito molto diverso. Scrive sempre il Corriere della Sera: il banchiere “Jiang Xiyun, è stato condannato a morte dal tribunale, con una ‘grazia’ temporanea di due anni, per aver incassato illecitamente una somma superiore ai 100 milioni di dollari.”

Cosa ha fatto, concretamente? “L’ex banchiere è stato ritenuto colpevole di aver trasferito 754 milioni di yuan (108 milioni di dollari) in azioni della Hengfeng sui suoi conti personali in un periodo che va dal 2008 al 2013. Avrebbe inoltre incassato mazzette per altri 60 milioni di yuan insieme a un altro manager della stessa banca”.

Le leggi cinesi sono ovviamente molto diverse da quelle italiane, ma il caso concreto non è molto differente. Un banchiere bastardo si carica sul conto personale somme che avrebbero dovuto restare nelle casse della Hengfeng Bank, compromettendone la funzionalità – insieme ad altre operazioni “spericolate” – fino al punto da dover essere salvata dallo Stato.

L’esito finale è però decisamente opposto: in Italia i banchieri “felloni” quasi sempre riescono ad evitare la galera e addirittura cercano di non rimetterci nemmeno un soldo proprio, in Cina vengono condannati a morte.

Come i nostri lettori sanno, siamo decisamente contrari alla pena di morte e persino all’”ergastolo ostativo” (che comunque non è mai stato comminato a nessun banchiere). Però l’impunita dei banchieri ci sembra decisamente inaccettabile.

La diversità di “sistema sociale”, oltre che giuridico, tra mondo occidentale e Cina emerge qui con notevole nettezza. Nonostante un per molti versi utopico tentativo di “utilizzare il capitalismo per creare la ricchezza su cui edificare il ‘socialismo con caratteristiche cinesi’”, che prevede un ruolo importante per le attività delle banche private, il mondo non è lì dei banchieri.

O perlomeno non lo è al punto da garantire loro l’impunità totale. Anzi...

Inutile castellarci sopra lunghi ragionamenti sulle “società di transizione”. Ci sembra sufficiente, per ora, sapere che c’è una certa differenza. E pure abbastanza importante.

P.s. Per chi si dovesse commuovere anzitempo per la sorte del banchiere condannato a morte, riportiamo la precisazione fornita dallo stesso Corriere: “secondo il diritto cinese una condanna a morte con un periodo di “grazia” può essere trasformata in una condanna a vita se la persona colpita dimostra, nel frattempo, una buona condotta”.

Resterà vivo, insomma, ma sconterà l’ergastolo.

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03/10/2018

Il business dei farmaci sotto inchiesta. Undici arresti tra medici e manager

La Procura di Parma ha indagato 36 persone – di cui per 11 è stata chiesta la custodia cautelare – rivelando un sistema corruttivo per la vendita di farmaci che coinvolgeva medici e aziende farmaceutiche. Tra gli indagati e gli arrestati figurano dirigenti, medici, universitari e rappresentanti del settore farmaceutico.

Le aziende coinvolte nelle attività illecite sono sette, al momento non sono stati resi noti i nomi. Nell’operazione sono stati sequestrati 335.000 euro ritenuti i proventi dei reato di corruzione e truffa. Nell’operazione, che i carabinieri hanno chiamato “Conquibus”, sono coinvolte persone residenti in Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Umbria e Lazio.

L’ordinanza di misure cautelari è stata richiesta dalla Procura della Repubblica di Parma ed emessa dal Gip, che ha disposto l’arresto di un dirigente medico e di un imprenditore e l’applicazione di misure interdittive a carico di altri 9 indagati tra medici universitari e rappresentanti del settore farmaceutico. Sono in corso oltre 40 perquisizioni presso le abitazioni dei professionisti coinvolti e presso le sedi di società e di note aziende farmaceutiche. I reati contestati agli indagati sono corruzione, induzione indebita a dare o promettere utilità, comparaggio farmaceutico, abuso d’ufficio, falso ideologico e truffa aggravata.

L’operazione di oggi sembra essere la prosecuzione di una analoga realizzata sempre a Parma, nel maggio dello scorso anno, dove c’era già stata una inchiesta sul medesimo settore – il connubio tra business, medici e aziende farmaceutiche – che aveva portato all’arresto di 19 persone tra cui luminari della sanità parmense e gli amministratori delegati di aziende come Spindial spa e della Appmed srl.

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11/09/2018

L’arrampicata sugli specchi di Di Maio sui 49 milioni fatti sparire dalla Lega

Di Maio ci ha preso per scemi. Oppure pensa che il suo elettorato sia composto da piccoli fans.

Da giorni ripete come uno scolaretto che non ha nessun imbarazzo rispetto alla vicenda giudiziaria della Lega riguardo ai 49 milioni.

Ha fatto la sua fortuna politica contando gli scontrini altrui ma in questo caso nessun imbarazzo.

Perché? “Perché la vicenda riguarda la gestione Bossi ed il suo cerchio magico”.

Più che una valutazione politica pare un’arrampicata di specchi. Infatti un partito non è un ristorante che cambia gestione, specialmente quando tutt’ora ci sono senatori, deputati, governatori e sindaci che con Bossi ci sono stati 20 anni (Salvini compreso). Ma la cosa più bella è che Salvini 6 mesi fa ha ricandidato colui, Umberto Bossi in persona, che col suo “nuovo” partito, secondo Di Maio, non c’entra più nulla. Lo ha candidato nei listini bloccati, cioè nella fetta di candidati sicuri del posto e calati dal partito. Che bel modo per dissociarsi da uno che aveva creato un cerchio magico e aveva rubato e messo in difficoltà il partito!

Bossi è stato mandato in Senato da Salvini per essere salvato dalle grinfie della giustizia italiana. Probabilmente è la tangente politica che Salvini deve pagare a Bossi in cambio del silenzio che non lo faccia coinvolgere nello scandalo.

Da tutta questa storia quello che ci esce con una pallina rossa al naso è Di Maio che ormai è la marionetta di Salvini.

Per capire come e perchè consigliamo la lettura di questo articolo pre elettorale del febbraio scorso

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12/07/2018

Tagliano le pensioni, non la Fornero

“Aboliremo la Fornero!”. Il grido di battaglia elettorale di Lega e Cinque Stelle, una volta arrivati al governo si va “leggermente” stemperando.

A guardare bene lo si potrebbe declinare in un più minaccioso “aboliremo le pensioni!”. Un po’ alla volta, non in un colpo solo, ma la via sembra tracciata. Non è nuova: si chiama “emergenza” e col tempo diventa “strutturale”, come con le leggi di polizia.

Mentre Luigi Di Maio si fa bello con il decreto sui vitalizi dei parlamentari, portato finalmente in Commissione e quindi all’esame del Parlamento, escono fuori due rilievi fondamentali:

a) i vitalizi in questione riguardano un numero limitato di ex parlamentari, visto che sono già stati aboliti con la riforma entrata in vigore il 1 gennaio del 2012. Di cosa stiamo parlando, allora? Degli assegni che vengono pagati mensilmente a chi è stato membro del Parlamento prima di quella data; ossia di una platea ridotta, piuttosto anziana e sottoposta al normale logorio della fisiologia umana (insomma: ne muoiono un tot ogni anno). Intervenire retroattivamente sulle leggi che regolano quegli assegni si può anche fare, ma si sa già che sarà molto probabilmente annullata dalla Corte di Cassazione in base all’ovvio principio giuridico per cui nessuna legge può avere effetti retroattivi (altrimenti potresti essere processato, in futuro, per aver fatto qualcosa che oggi non è considerato reato dalle leggi ora esistenti!);

b) porterà comunque pochissimi soldi in cassa (circa 40 milioni l’anno), quindi non coprirà alcun costo dell’eventuale modifica della legge Fornero.

Tolto l’elemento simbolico dei vitalizi, per il governo grillin-leghista c’era dunque la necessità di fare un po’ più di cassa con una misura che possa sfuggire alla tagliola della Consulta. Pensa che ti ripensa, alla fine la fantasia fascio-democristiana ha partorito l’ennesimo trucco: un “contributo di solidarietà” da imporre alle “pensioni d’oro”.

I problemi contabili sono però insormontabili, anche a giudizio dell’esperto di pensioni – Alberto Brambilla – messo lì dalla Lega in attesa di sostituire Boeri alla presidenza dell’Inps.

Vale la pena di seguire i suoi calcoli: “Abbiamo calcolato che se si considera il tetto dei 5.000 euro netti mensili le risorse ottenute sarebbero tra i 100 e i 120 milioni. Ma anche se, come sembra ormai orientato a fare Luigi Di Maio, il tetto scendesse a 4.000 euro netti, si otterrebbero 180-200 milioni. Mentre nella peggiore delle ipotesi il contributo di solidarietà vale un miliardo, nella migliore delle ipotesi si potrebbero anche superare i due miliardi”.

Insomma, a tassare un po’ le pensioni più ricche (quelle faraoniche sono pochissime...) non ci si ricava molto, e sicuramente molto meno di quel che servirebbe a mettere in pratica la già deludente “quota 100” con minimo 41 anni di contributi.

Cosa ti inventano a questo punto? La cosa più semplice: imporre il “contributo di solidarietà” a tutti i pensionati, anche quelli al minimo (intorno ai 500 euro mensili). E’ il trucco più vecchio del mondo, in fondo: i poveri sono tanti, anche se si toglie loro una briciola (lo 0,35% della pensione) il totale diventa subito rilevante. Quanto? Tra uno e due miliardi di euro, che non basterebbero lo stesso, ma insomma danno un bel gettito.

Perché il “contributo di solidarietà”, al contrario dell’abolizione dei vitalizi, non sarebbe incostituzionale? Perché è una “misura temporanea”, di emergenza, revocabile... Un po’ come la “tassa per l’Europa” del primo governo Prodi. Certo, uno potrebbe chiedersi “a chi” andrebbe la solidarietà, visto che verrebbero tassati tutti; ma sono dettagli per menti fine, mica per un governo di questa fatta...

Spero che invece venga in mente anche a voi la stessa domanda: ma come si fa a finanziare con un prelievo una tantum una “riforma della Fornero” teoricamente eterna? Rinnovandola ogni anno, come le tasse per i vari terremoti (paghiamo ancora, sembra, quella per il terremoto di Messina del 1908!)...

Tiriamo le somme, a questo punto. Abolire la Fornero “non si può”, altrimenti i mercati e la Troika fanno sentire le zanne e volare lo spread sul debito pubblico. Ridurre di un po’ le pensioni davvero ricche è inutile (e probabilmente incostituzionale). L’unica soluzione diventa ridurre tutte le pensioni, facendo finta di farci un favore...

Sono come sempre geniali, i truffatori all’italiana!

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05/07/2018

Salvini ha un attacco di berlusconite. “Ci hanno votato quindi non ci potete condannare”

Salvini come Berlusconi. Quando arrivano le sentenze di condanna se ne richiede l’invalidamento in nome della “popolarità” assurta a principio costituzionale. All’indomani della sentenza della Cassazione che ordina il sequestro di qualsiasi somma di denaro riferibile al Carroccio fino a raggiungere 49 milioni di euro, la Lega intende chiedere un incontro al Capo dello Stato Sergio Mattarella appena ritornerà dalla Lituania. A riferirlo sono fonti della Lega, a giudizio delle quali “si tratta di un gravissimo attacco alla democrazia per mettere fuori gioco per via giudiziaria il primo partito italiano. Un’azione che non ha precedenti in Italia e in Europa”.

“Si tratta – proseguono le stesse fonti – di un attacco alla Costituzione perchè si nega il diritto a milioni di italiani di essere rappresentati. È una sentenza politica senza senso giuridico”. In questo giudizio c’è anche del vero, nel senso che una sentenza di questo tipo produce conseguenze politiche, ma è noto che l’arrivo e il pronunciamento in Cassazione di una sentenza è un percorso quasi automatico, e l’emissione di una sentenza della Cassazione ha valore definitivo.

L’incontro con Mattarella è stato chiesto dalla Lega per domani, al rientro del presidente della Repubblica dalla visita nelle Repubbliche baltiche. A guidare la delegazione sarà il segretario leghista Salvini, che però è anche Vicepremier e ministro degli Interni.

Dal canto loro i magistrati genovesi che hanno condotto l’inchiesta sui fondi neri della Lega, rispondono alle bordate di Salvini. “Non si tratta di un processo politico. Come non lo sono i procedimenti fatti dalla procura di Genova per fatti che coinvolgevano esponenti di altri partiti. Qui è parte civile il parlamento italiano” ha replicato nella serata di ieri il procuratore di Genova Francesco Cozzi, “Si tratta solo di problemi tecnici, procedurali. Per questo ci siamo rivolti alla Cassazione, perché i nostri uffici seguono la vicenda esclusivamente sotto un profilo tecnico”.

Dal Consiglio Superiore della Magistratura finora nessuno risponde alle critiche della Lega alla sentenza della Cassazione sui fondi del partito, ma a Palazzo dei Marescialli si è tenuto un confronto al termine del Plenum, durante il quale, a quanto si apprende, è stata espressa “seria preoccupazione” per parole e toni che vengono ritenuti “non accettabili”.

La sentenza della Corte di Cassazione, dunque definitiva, ordina che la Guardia di Finanza possa procedere al blocco dei conti della Lega in forza del decreto di sequestro, emesso lo scorso 4 settembre dal pm di Genova, senza necessità di un nuovo provvedimento per eventuali somme trovate su conti in momenti successivi al decreto. E decreta che; “Ovunque venga rinvenuta” qualsiasi somma di denaro riferibile alla Lega Nord – su conti bancari, libretti, depositi – deve essere sequestrata fino a raggiungere 49 milioni di euro, provento della truffa allo Stato per la quale e’ stato condannato in primo grado l’ex leader leghista Umberto Bossi”.

La risposta di Salvini è stata simile a quella di qualsiasi rapinatore condannato dopo aver fatto evaporare il malloppo: “Quei 49 milioni di euro non ci sono, posso fare una colletta, ma è un processo politico che riguarda fatti di 10 anni fa su soldi che io non ho mai visto” ha detto il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini.

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17/01/2018

Delegato Usb mette in luce la truffa dei piani di zona a Fiumicino e il sindaco Montino lo denuncia


Emiliano Piccioni, del Coordinamento regionale dell’USB, si è visto recapitare all’inizio dell’anno una contestazione per diffamazione del sindaco di Fiumicino. La colpa sarebbe quella di aver denunciato una truffa dei piani di zona a Fiumicino di cui lo stesso Emiliano, insieme alla propria famiglia, è stato vittima insieme ad altri inquilini.

A nome del Comitato Inquilini dell’immobile di via E. Berlinguer, il nostro delegato non ha fatto altro che ribadire una situazione ormai nota che vede le istituzioni completamente assenti nella vigilanza e nel controllo dell’operato delle società concessionarie. E’ proprio grazie a questo mancato controllo che a Roma è stato possibile stravolgere completamente il senso dei Piani di Zona, che erano nati per sostenere con fondi pubblici le fasce disagiate della popolazione. Le società private si sono invece impossessate delle risorse, hanno costruito senza preoccuparsi della dotazione minima di servizi che gli competeva (dall’illuminazione alle strade, ecc.), ed hanno preteso di vendere a prezzi di mercato.

Se gli uffici regionali e quelli comunali preposti alla vigilanza sul corretto uso dei fondi per i Piani di Zona avessero svolto con diligenza il loro lavoro tutta la vicenda scandalosa della mega truffa ai danni di migliaia di cittadini e delle casse pubbliche non sarebbe mai stata possibile.

Solo il 19 dicembre dello scorso anno il Comune di Fiumicino ha finalmente avviato la procedura di revoca della concessione al costruttore: ci sono voluti quindi quasi quattro anni dalle prime lettere protocollate inviate dal nostro delegato al Sindaco e all’assessore e decine d’incontri per ottenere i primi segnali di giustizia.

L’accusa di diffamazione suona quindi paradossale: dopo il danno la beffa. Non solo gli inquilini sono stati truffati, come è ormai evidente, ma avrebbero anche sbagliato a denunciarlo. Cosa avrebbero dovuto fare, confidare nell’occhio attento dell’amministrazione locale?!

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15/12/2017

A Livorno lo scandalo dei rifiuti pericolosi: intercettazioni, arresti e scandali. Tutto previsto e prevedibile

A Livorno e provincia è scoppiato lo scandalo del traffico dei rifiuti pericolosi conferiti in discarica come rifiuti “normali”. Uno scandalo gigantesco, un reato pesantissimo che mette a serio rischio la salute di tutti, ma a scandalizzare l’opinione pubblica fino ad ora sono state le intercettazioni degli imputati, sprezzanti anche verso la vita di bambini ricoverati in ospedale.

Il video e l’articolo dello scandalo delle intercettazioni

Due le aziende sequestrate, la Lonzi srl e la Rari srl, entrambe di Livorno ed a pieno regime dentro il sistema di smaltimento livornese e toscano. Secondo l’accusa, nei loro impianti i rifiuti non venivano affatto smaltiti ma piuttosto tritati o miscelati. E a volte neppure questo. Lo scopo di tutto: massimizzare i profitti grazie al falso smaltimento, pagando una ecotassa regionale assai più bassa di quella dovuta. Gli inquirenti hanno calcolato un ricavo di oltre 27 milioni di euro a fronte di tasse evase a danno della Regione Toscana per 4,2 milioni.

Può sembrare strano ma in città nessuno è sorpreso. Gli incendi “improvvisi” ma scadenzati un paio di volte all’anno che lasciavano sul terreno tanta diossina, le lotte dei comitati dei quartier nord che volevano la delocalizzazione dopo tanti morti per tumore, la richiesta di trasparenza per il sistema privato di smaltimento rifiuti a Livorno rappresentano la storia di questa città e di chi aveva sempre lottato perché questi fatti non succedessero più.

Qui la nostra inchiesta del 2013 sugli interessi che girano intorno ai rifiuti a Livorno
http://archivio.senzasoste.it/…/il-denaro-non-puzza-ecco-ch…

Qui un articolo del 2014 con il presidio davanti alla Lonzi
http://archivio.senzasoste.it/…/livorno-bloccato-l-ingresso…

Qui un nostro editoriale di allarme del 2009
http://archivio.senzasoste.it/…/perche-lonzi-metalli-e-unaz…

Qui gli articoli dopo gli incendi del 2009 e del 2012
http://archivio.senzasoste.it/…/livorno-dopo-40-ore-lincend…
http://archivio.senzasoste.it/…/lonzi-metalli-un-incendio-p…

Ci sono anche due le discariche in Toscana finite nel mirino degli inquirenti: la Rea di Rosignano Marittimo, che pochi giorni fa ha ricevuto l’autorizzazione dalla Regione e dalle istituzioni locali al raddoppio (http://www.senzasoste.it/incredibile-scapigliato-piu-inqui…/), e la Rimateria di Piombino, entrambe a partecipazione pubblica. Non sono state sequestrate ma alcuni dipendenti della Rea sono stati raggiunti da misure interdittive. Le indagini dell’ex sostituto della Dda Ettore Squillace Greco sono ancora in corso: una cinquantina gli indagati.

Domanda finale: ma le istituzioni preposte al controllo finora dove erano? Noi ci ricordiamo che ogni volta che succedeva qualcosa erano più che altro preposte a minimizzare.

Redazione 14 dicembre 2017

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06/11/2017

Arrestato l’imprenditore dell’accoglienza. Guadagnava 7mila euro al giorno coi profughi

Un fulgido esempio di “imprenditoria settentrionale”, tutta efficienza e trasparenza, retorica contro migranti e lavoratori “sfaticati”. Col piccolo vizietto della truffa sui fondi pubblici, che non dipende dalla regione di residenza o di origine, ma da un sistema. Per il quale gli esseri umani – a prescindere dal coloro della pelle – “valgono” esattamente il denaro che si può ricavare da loro. Facendoli lavorare oppure curando “l’assistenza”, o meglio ancora intrecciando le due cose...

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Arrestato l’imprenditore dell’accoglienza. Guadagnava 7mila euro al giorno coi profughi

Accoglienza in strutture fantasma e alberghi fatiscenti

Andrea Tumiottohttp://www.lavocedeltrentino.it

Era chiamato l’imprenditore dell’accoglienza e guadagnava fino a 7 mila euro al giorno con i profughi. Ora però è stato arrestato.

La carriera «dell’accoglienza» di Angelo Scaroni, 43enne imprenditore bresciano di Montichiari attivo nel settore del legno e immobiliare, è terminata questa mattina con gli arresti domiciliari decisi dalla procura di Brescia.

Secondo le indagini l’imprenditore si era inventato il business dei migranti. Ora è accusato di truffa ai danni dello Stato nell’ambito della gestione dei profughi. Ed è l’ennesima conferma di come dietro al dramma migratorio sia fiorito un vero e proprio giro d’affari che truffa le casse dello Stato.

Di lui si era cominciato a parlare nel giugno scorso, quando la Procura di Brescia aprì un’inchiesta sugli affari di alcune strutture di accoglienza che ospitavano oltre 300 immigrati. Le strutture erano tutte gestite da imprenditori privati, con modalità poco trasparenti. Alcune di loro avevano vinto bandi della Prefettura per l’accoglienza degli immigrati destinati a Brescia e provincia, ma in alcuni casi le strutture indicate erano inesistenti e in altri casi non avevano le carte in regola per ospitare le persone.

L’imprenditore partecipava ai bandi, non ne ha perso uno dal 2015, mediante autocertificazioni relative alle varie strutture. Solo all’ultimo bando, del settembre scorso, non ha partecipato perché essendo indagato lo ha ritenuto “non opportuno”.

Scaroni, lui o la sua famiglia, è proprietario di una quarantina tra appartamenti, ristoranti e alberghi. Tutti vennero perquisiti dai carabinieri nel giugno scorso. Per vincere gli appalti Scaroni ammassava i profughi in spazi ristretti, guadagnando con essi cifre da capogiro con i famosi 35 euro al giorno che vengono stanziati per l’accoglienza degli immigrati.

A giugno, quando venne messo sotto inchiesta l’imprenditore diceva: “Ho piena fiducia nella magistratura. Sono sicuro che si chiarirà tutto molto presto” e aggiungeva che in merito alle strutture inesistenti forse si trattava solo di errori di compilazione, perché “solo chi non lavora non sbaglia”. In tutto la truffa che Scaroni ha orchestrato e messo in atto nel confronti dello Stato è di circa 900 mila euro.

Anche gli sfortunati profughi giunti a Carpeneda di Vobarno e vittime il 2 luglio del lancio di molotov da parte di ignoti erano arrivati in Val Sabbia proprio grazie a uno dei bandi vinti da Angelo Scaroni.

Per quell’episodio di violenza che fortunatamente si concluse senza feriti le indagini brancolano tutt’oggi nel buio. L’arresto di questa mattina è soltanto l’ennesima tegola giudiziaria nei confronti di Scaroni poiché lo scorso 5 aprile il suo deposito di pellet a Novagli di Montichiari fu distrutto da un gigantesco incendio sviluppatosi per cause mai chiarite.

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18/10/2017

Roma. La truffa dei “piani di zona” e gli incompetenti della giunta

#Roma. La vicenda dei piani di zona. Le risposte-non risposte dell’assessore all’urbanistica del Comune di Roma, che sembra avere poca dimestichezza con le norme che regolano gli interventi pubblici dell’edilizia agevolata. Dalle dichiarazioni riportate si capisce che non sa di cosa parla.

Ricordiamo inoltre all’assessore, rappresentante pubblico poco incline a ricevere i rappresentanti degli inquilini che inviano regolari richieste di incontro, lo sfratto di Ivan Bufacchi, per il quale il Comune di Roma non ha fatto nulla, eseguito il 20 giugno scorso nel Pdz Borghesiana dalla Coop Lega San Paolo, indagata dalla magistratura per truffa ai danni dello Stato.

Ma ricordiamo anche quello di Roberta Maggi, che verrà sfrattata il 26 ottobre e per la quale non è stata avviata nessuna procedura di revoca nonostante, anche in questo caso, la ditta costruttrice sia indagata per truffa.

La puntuale intervista di Ylenia Sina pubblicata su RomaToday del 16 ottobre 2017.

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INTERVISTA | Piani di zona, parla l’assessore Montuori: “Ecco cosa stiamo facendo. Con noi nessuno sarà sfrattato”


Migliaia di cittadini coinvolti. Decine di quartieri, per un totale di centinaia di abitazioni. E oggi, mentre cresce il numero delle inchieste a carico di cooperative di costruzione e funzionari comunali, si allarga la piaga degli sfratti. “Fin da quando sono diventato assessore, quello dei piani di zona era in cima alla lista delle priorità”. Luca Montuori, sulla poltrona dell’Urbanistica dal marzo scorso, è seduto al tavolo del suo ufficio dell’Eur. Davanti a noi, ordinate per argomenti, una decina di cartellette bianche piene di atti, documenti, appunti e relazioni sulla situazione dei piani di zona, quartieri realizzati in buona parte con fondi pubblici e per questo destinati a precise fasce di reddito. “Una questione con parametri talmente vasti e competenze sovrapposte che una delle scommesse sulla quale stiamo lavorando è proprio quella di ridefinire i confini di ciò che di volta in volta andiamo a trattare. Per questo è facile avanzare promesse e invece il nostro compito è quello di trovare soluzioni praticabili. Bisogna mantenere un sano realismo”.

A proposito di realismo, tra inchieste e sfratti c’è molto lavoro da fare. A che punto è l’amministrazione?

Stiamo cercando di tirare una linea, tenendo presente che non tutti gli attori di questa vicenda sono marci. Senza dimenticare che dobbiamo completare i piani di zona per terminare i servizi che non sono stati ancora realizzati. Quindi da una parte agiamo sulle emergenze, dall’altra lavoriamo sul piano strutturale. Per dare una risposta puntuale a tutti i cittadini, ognuno con specifiche situazioni, è necessario definire un metodo. La commissione di indagine creata ad hoc, per esempio, svolge un ruolo di congiunzione tra il dato politico e quello amministrativo. Raccoglie le istanze dei territori coinvolgendo i presidenti di municipio, elabora delle casistiche e le trasmette agli uffici. Caso per caso decidiamo di chiedere dei chiarimenti, di avanzare una diffida immediata fino ad arrivare ad azioni più pesanti come la revoca della convenzione.

A cosa si riferisce quando parla di piano strutturale?

Ho incontrato l’assessore regionale alla Politiche Abitative, Fabio Refrigeri, che si è dimostrato disponibile al dialogo. Serve un tavolo interistituzionale che faccia chiarezza sulle competenze di ognuno. La regione legifera, il comune amministra. Ma quello dei piani di zona è un panorama sconfinato e il tavolo interistituzionale dovrebbe aiutare a stabilire quando si applica una normativa e quando un’altra. Prendiamo l’esempio di Castel Giubileo: alcuni pareri dicono di applicare il ‘prezzo massimo di cessione’, altri sostengono di rifarsi all’equo canone e ai patti territoriali. C’è la necessità di porre una parola definitiva sulla normativa da applicare. È l’unico modo per capire se c’è stato o meno un superamento dei prezzi e quanto incidono in questo senso le cosiddette migliorie.

Il superamento dei prezzi massimi di cessione, però, è stato ‘ammesso’ dal Comune che nel 2013 ha rivisto del tabelle. È certificato che in numerosissimi casi è certo che i prezzi sono stati superati.

Avvalendoci del preziosissimo lavoro della commissione, stiamo procedendo con tutte le verifiche del caso. Ognuno di questi aspetti sembra ovvio ma coinvolge il lavoro di decine di persone. Dirigenti, l’avvocatura capitolina, gli avvocati in difesa degli inquilini, i sindacati.

Prendiamo il caso di Osteria del Curato. Per un totale di 27 inquilini, l’ammontare degli affitti ‘di troppo’ supera i 700 mila euro così ora che la cooperativa sta fallendo sono stati inseriti nell’elenco dei creditori. La presidente del VII municipio è favorevole all’acquisizione di quelle case da parte del Comune. Lei è d’accordo?

Bisogna capire se utilizzando finanziamenti regionali, perché noi fondi non ne abbiamo, si possa procedere con questa ipotesi. Nel caso di Osteria del Curato il Comune è creditore di circa 900 mila euro e potrebbe procedere all’acquisizione con una cifra molto bassa.

Rientrare in possesso delle abitazioni dei piani di zona potrebbe essere un’occasione per incrementare il patrimonio abitativo comunale. Ce n’è bisogno.

Non è così semplice. Andrebbe fatto un bando al quale il liquidatore dovrebbe partecipare. Dovremmo essere sicuri che nessun altro possa vendere al Comune alloggi a prezzi inferiori.

Le convenzioni prevedono che il Comune possa rientrare in possesso degli alloggi di fronte al verificarsi di determinate condizioni, tra cui il fallimento. È così difficile?

Per ogni piano di zona va presa in considerazione una successione notevole di norma sovrapposte e pareri contrastanti da chiarire a pieno prima di procedere per questa strada. Perché se il Comune procede e l’atto viene impugnato, si finisce per danneggiare l’amministrazione. Prendiamo il caso di Osteria del Curato, non dimentichiamo che il curatore fallimentare è nominato dal ministero. Tecnicamente è un liquidatore e prima di procedere in quel senso dovremmo dimostrare che si tratta di un fallimento. In merito ho contatti costanti con l’avvocatura.

Lei parla di un problema di natura burocratica. Nei piani di zona c’è però anche un grosso problema di legalità. Monte Stallonara, Spinaceto, Longoni, Pisana, solo per citarne alcuni, sono quartieri dove costruttori e alcuni funzionari responsabili dei procedimenti sono stati investiti dalle inchieste della magistratura. Come ristabilire la legalità?

La legalità è l’obiettivo minimo che intendiamo ristabilire, ma procedere con la retorica politica non aiuta nessuno. È innegabile che nel passato ci sono state connivenze con una classe politica che ha utilizzato questo settore come merce di scambio e costruzione di consenso. Ma tra i concessionari, i costruttori per capirci, c’è chi ha interesse a isolare questi comportamenti. Inoltre abbiamo un archivio difficile da gestire, con pratiche che non si trovano e convenzioni il cui percorso è difficile da ricostruire.

La deputata Roberta Lombardi, in occasione di un picchetto antisfratto nel piano di zona Longoni, ha dichiarato a Romatoday che negli uffici comunali ci sono delle resistenze. Me lo conferma?

La battaglia della Lombardi sui piani di zona è importante e siamo tutti dalla stessa parte. In questo dipartimento, che nasce dalla fusione di altri due dipartimenti e due uffici strategici, i dipendenti sono tantissimi e io questa affermazione non la posso confermare. Il vero punto è che da qualche anno a questa parte apporre una firma ad un documento è un peso che in molti non si sentono più di prendere.

Su alcuni dei funzionari che all’epoca dei fatti erano responsabili dei procedimenti in questione ci sono delle indagini in corso. Non crede che sia il caso di aumentare il controllo?

La materia è talmente opinabile e scivolosa che il ricorso parte sempre. Probabilmente c’è qualcuno che in passato ha avuto delle aderenze con qualche costruttore o che si è sbilanciato con qualche partito politico. Io non lo posso dire perché non ne ho la certezza. Sono un amministratore. Ho il dovere di governare questa città e non ho bisogno di una visibilità che vada oltre il mio lavoro. Se ci sono delle resistenze è perché gli uffici non si sentono sicuri e tutelati e qualcuno in passato è stato tradito fidandosi del lavoro dei colleghi e pagandone poi le conseguenze.

Passiamo al capitolo sfratti. A Osteria del Curato gli inquilini rischiano di perdere la casa entro la fine del mese. E ancora Longoni, Borghesiana, Spinaceto 2. Non solo le inchieste: gli appuntamenti dell’ufficiale giudiziario sono sempre di più.

Innanzitutto posso assicurare che le persone che abitano in quelle case non ne usciranno. Questa amministrazione ha già dato prova che là dove si verifica la possibilità è pronta a far decadere le convenzioni. Bisogna valutare la strada più rapida per tutelare le persone. Non c’è solo la revoca, si può anche interloquire con i curatori fallimentari e con i costruttori. Preciso inoltre che nel caso di Osteria del Curato, qualora il curatore procedesse con la vendita in blocco, chi acquista il palazzo ‘eredita’ anche le funzioni per cui è stato realizzato, compresi i diritti di chi ci abita.

Alcune persone sono già state allontanare dalle proprie abitazioni nei mesi scorsi. Gli inquilini dei piani di zona non sono intoccabili e alcuni casi sono urgenti. Prendiamo l’esempio di Longoni. Procederete con la revoca?

Questa possibilità è sul tavolo, ma ad oggi non posso dire con certezza che lo faremo.

Non c’è molto tempo. Non si può chiedere uno stop agli sfratti in attesa di fare chiarezza?

Siamo in costante interlocuzione con la Prefettura fermare in blocco gli sfratti non lo può fare il Comune. Noi siamo amministratori, dobbiamo applicare le regole.

Anche le revoche non bastano. A Castelverde, dove avete già provveduto, l’ufficiale giudiziario si è presentato lo stesso.

C’è un problema nell’acquisizione al patrimonio di Roma Capitale. Stiamo cercando di definire la procedura con gli uffici preposti. Abbiamo individuato alcune modalità e siamo in attesa che ci vengano fornite le giuste garanzie.

Quindi gli sgomberi non si fermeranno nemmeno a Castelverde e Tor Vergata, gli unici due piani di zona dove sono state revocate le convenzioni?

Spero che non ci si prenda la responsabilità di uno sfratto quando c’è una delibera del Comune di Roma. Siamo in contatto continuo con la Prefettura. Nel caso di Tor Vergata, poi, il Tar ha scritto nero su bianco che, in attesa della sentenze definitiva, il diritto delle persone ad abitare in quelle case è di molto superiore al diritto economico che si configura per il concessionario. Ripeto, tutela della legalità e diritto alla casa nei piani di zona sono due concetti prioritari che non devono più essere messi in discussione. E’ per questo che vogliamo presto tirare una linea che non permetta più che si creino situazioni emergenziali come quelle che abbiamo di fronte oggi.

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08/10/2017

L’estradizione di Cesare Battisti. Si prepara una truffa all’italiana?

Dunque, giovedì pomeriggio il giudice della convalida ha tramutato il fermo di Cesare Batisti in custodia preventiva illimitata, sì illimitata. Direte voi, ma che cavolo di reato avrà commesso? Nessuno, il giudice non cita nemmeno l’infrazione amministrativa legata alla somma di denaro in eccedenza e non dichiarata che aveva con sé. Infrazione che comporta al massimo una multa. Le accuse di riciclaggio e detenzione di cocaina evocate in udienza si sono perse per strada.

Il magistrato contesta invece l’intenzione di lasciare il Paese. Battisti non aveva obblighi o vincoli di nessun tipo. Poteva lasciare il Brasile a suo rischio e pericolo quando voleva. Dunque la sua colpa sarebbe stata quella di provare a fuggire dalla libertà... per giunta con i suoi documenti! Surreale! E’ palese l’intenzione di sequestrarlo in attesa di risolvere il negoziato segreto con l’Italia. E su questo punto stamattina “O Globo” ci racconta i retroscena della losca trattativa: pare che i brasiliani chiedano la commutazione dell’ergastolo a 30 anni. Infatti il loro codice penale non prevede la pena perpetua.

Uno dei principi cardine del diritto estradizionale è quello della “doppia incriminazione”, non si può estradare qualcuno per un reato che non è previsto nel proprio codice interno. La stessa cosa vale per le pene: non si estrada in Paesi che prevedono sanzioni superiori a quelle indicate nel proprio ordinamento. L’ergastolo è una pena capitale, come la pena di morte. Si ritorna, dunque, indietro: ai tempi di Lula il governo italiano, Napolitano in testa, rifiutò di commutare l’ergastolo a 30 anni e Mattarella provò a raccontare la favoletta che in Italia di fatto l’ergastolo non c’era perché l’istituto della liberazione condizionale può mettervi fine. Peccato che non sia automatico ma discrezionale, senza qui affrontare il nodo delle pene ostative.

Il rischio è che questa volta i brasiliani possano accontentarsi di una semplice dichiarazione, di un impegno verbale e non di una commutazione effettiva. Aggiungo che anche se avvenisse, non sarebbe garanzia di nulla. E’ già accaduto che persone estradate con commutazione dell’ergastolo da Paesi che non contemplavano questa pena, una volta giunti nelle carceri italiane si siano visti ripristinare la pena perpetua dalla magistratura che aveva sancito nel frattempo l’illegittimità dell’accordo stipulato dal ministero della giustizia. L’unica vera garanzia sarebbe una commutazione a 30 anni con decreto del presidente della repubblica. Figuratevi voi Mattarella! Ma l’Italia non vorrà mai creare un precedente che l’obbligherebbe a scarcerare tutti quei prigionieri (tra cui ancora dei detenuti politici) in galera da oltre 30 anni, alcuni prossimi ai 40... Vedrete che finirà con la solita truffa!

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23/06/2017

La grande truffa delle banche venete

I veri delinquenti gestiscono banche, manovrano governi, svuotano di risorse un paese e quando vanno in difficoltà pretendono di essere salvati a spese di tutti i cittadini.

Ideologia? Giudicate voi...

Da circa tre anni le due principali banche venete – Veneto Banca e Popolare di Vicenza – navigano in acque pessime, pure avendo centinaia di sportelli, migliaia di dipendenti e centinaia di migliaia di correntisti. Colpa delle “sofferenze”, dei “crediti incagliati” o peggio ancora “inesigibili”. Ovvero di prestiti concessi e non restituiti, né restituibili.

Non stiamo parlando di poveri lavoratori che hanno acceso un mutuo presso questi istituti – per loro non c’è possibilità di fuga o di non restituzione, grazie all’ipoteca che grava sull’immobile – ma di imprese più o meno grandi, di imprenditori, faccendieri e truffatori ben ammanicati. Una parte delle imprese è stata travolta da dieci anni di crisi, che hanno dissanguato anche gli “eroi” delle mitiche filiere del Nordest, i distretti, ecc., ora costretti a diventare contoterzisti (fabbricanti di componenti che poi verranno assemblati altrove) per conto delle filiere tedesche. Ma una parte ancora più grande delle “sofferenze” riguarda un mondo di magliari più o meno legato alla politica o alle varie massonerie locali, tutti naturalmente travestiti da imprenditori.

Queste due banche avrebbero ormai dovuto prendere la strada obbligata delle imprese fallite: liquidazione coatta amministrativa, nomina di uno o più commissari da parte del governo, vendita delle attività in positivo per soddisfare almeno in parte i creditori.

Strada certamente dolorosa, per i dipendenti che avrebbero perso il lavoro, ma ancora di più per gli azionisti e gli “obbligazionisti senior”, quelli professionali. In alternativa, secondo le infami regole fissate di recente dall’Unione Europea, si sarebbe potuto ricorrere al bail in, massacrando anche in questo caso azionisti e obbligazionisti, ma anche i normali correntisti con più di 100.000 euro depositati (e solo per la quota eccedente, visto che fino a quella cifra c’è la garanzia dello Stato). E’ la strada fatta percorrere a Banca Etruria e altri tre istituti regionali (CariChieti, Banca Marche, CariFerrara), rifilando una clamorosa sòla ai tanti ignari “obbligazionisti subordinati” – ossia “non garantiti” – cui le banche in genere rifilano carta straccia aziendale.

Ma, come spiega anche Luigi Zingales: “In un sistema ideale, dove i bond vengono venduti solo agli investitori istituzionali, il bail-in è corretto. In Italia, dove sono stati rifilati alle famiglie, no”. Dunque Pier Carlo Padoan e Gentiloni hanno preferito non bissare la pessima esperienza renziana su Etruria e le altre, preferendo attendere che arrivasse un “cavaliere bianco” in grado di salvare il salvabile.

Peccato che il cavaliere in questione si sia presentato con le fattezze di avvoltoio di Banca Intesa, che ha offerto un euro – 1 euro – per “comprare” soltanto le parti buone delle due banche venete. Ossia sportelli, conti correnti e dipendenti. Mentre pretende che le “sofferenze” – quantificate dal Sole24Ore in almeno 20 miliardi – vengano comprate da qualcun altro. In più, pretende anche un fondo di risoluzione per sistemare i dipendenti che riterrà eccedenti, dunque da licenziare (fondendo tre banche radicate nel territorio andranno come minimo smaltiti i doppioni che prima si facevano concorrenza).

Diciamo la verità: a fare i banchieri così sono buoni tutti, anche noi. Anzi, potremmo offrire anche 2 euro – il doppio! – per fare esattamente la stessa operazione e magari salvare qualche posto di lavoro in più.

Fin qui tutto sembra andare secondo le famose “regole di mercato”: due banche vanno verso il fallimento, una terza è disposta a prendersele, naturalmente buttando a mare tutto quello che non le serve e potrebbe provocare danni (sofferenze, debiti, cause legali, ecc). Il problema è però: chi diavolo mai dovrebbe farsi avanti per “comprare” le parti deteriorate che non valgono più nulla, pagandole per di più a “valore di libro” (gli importi esatti dei prestiti non restituiti e fin qui tenuti tra le “attività”)?

Solo un imbecille patentato, ovvio, un pollo da spennare.

E questo imbecille si sta facendo avanti. Si chiama Stato italiano e intende mettere 20 miliardi per tappare un buco immenso da cui non tornerà mai indietro un euro.

Ovviamente si tratta di soldi nostri, pagati con le tasse oppure dirottati verso questo scopo, anziché verso la spesa pubblica sociale (sanità, pensioni, istruzione, prevenzione calamità naturali, ecc).

Il governo aveva fiutato l’aria che spirava nelle banche già da tempo, e dunque a Natale 2016 aveva previsto un “fondo di garanzia” – guarda le coincidenze – da 20 miliardi, con cui eventualmente affrontare le prevedibili crisi nel sistema bancario. Il triplo netto di quanto speso in 15 anni per privatizzare Alitalia. Ci venne detto che si trattava solo di “garanzie”, ossia promesse di muovere soldi veri solo in casi straordinarissimi.

Il caso è ora qui. E basta da solo a fagocitare tutto quel tesoretto che sarebbe dovuto servire a coprire l’intero sistema bancario nazionale. E neanche va bene, così com’è.

Il governo dovrà infatti varare un decreto correttivo del vecchio fondo di garanzia, perché quello prevedeva solo due modalità di intervento pubblico: a) “l’acquisto di azioni delle banche per rafforzare patrimonialmente” gli istituti, oppure b) “garanzie su passività di nuova emissione”. Traduciamo: o per entrare nelle banche come azionista, per risanarle e magari guadagnarci qualcosa se l’operazione fosse andata a buon fine, oppure per consentire alla banca di reperire sul mercato nuova liquidità (le garanzie statali servono in questo caso a restituire credibilità operativa a un istituto che l’ha persa).

Qui, invece, si stratta di buttare soldi in un pozzo senza fondo, per soddisfare la marea di creditori che si presenteranno a riscuotere qualcosa che le due banche non potrebbero mai dare.

Si regalano soldi pubblici a operatori finanziari privati, insomma, che sarebbero stati altrimenti “bastonati” dal fallimento delle due banche.

Dov’è l’interesse pubblico, statuale, nell’operazione? Non c’è. Lo Stato non ottiene nulla in cambio, neanche la salvaguardia dell’occupazione. Le parti in attivo delle due banche, infatti, verrebbero prese da Intesa a gratis. Tutto il resto è fare da ufficiale pagatore verso privati.

Confermiamo l’offerta precedente. Anzi, l’alziamo: offriamo 10 euro per ognuna delle due banche, invece del misero euro dell’”offerta” di Intesa. Ce le date?

Come dite? Non siamo abbastanza delinquenti? Lo sospettavamo...

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14/06/2017

Truffe tecnologiche

L’epistemologo Telmo Pievani, uno di cui ci si può fidare, mi assicura che stiamo attraversando una fase propizia per le scienze (specie la biologia), mentre il confine tra ricerca pura e applicata va rapidamente assottigliandosi. E un non scientista come il sottoscritto (seppure convinto con il sociologo Pierre Bourdieu che «il lavoro scientifico è essenzialmente un’attività letteraria e interpretativa») si limita a prenderne atto.

Ben diversa la faccenda relativa alla retorica dell’invenzione prodottizzata[1], su cui crescono business spudorati e vagamente truffaldini, promossi da personaggi in bilico tra il tecno-stregone e l’affarista. Figure recentemente tratteggiate dal cyber-critico di Stanford Evgeny Morozov come gemmazione dell’attacco concentrico alla politica e allo Stato sociale da parte dei finanzieri di Wall Street in combutta con gli imprenditori al silicio dell’omonima Valley[2]. Il tutto confezionato nella tesi ricattatoria che opporsi all’innovazione «equivarrebbe a far fallire gli ideali dell’Illuminismo, con Larry Page (Google) e Mark Zuckerberg (Facebook) nei panni di novelli Diderot e Voltaire in versione nerd»[3].

Ma l’età dell’innocenza “tech” è stata lesionata da “l’affare Snowden” (il tecnico NSA che rivelò il piano del governo americano, in collaborazione con le multinazionali dei Big Data, per costruire un apparato di controllo planetario che ci intrappoli tutti). Allo stesso tempo il disincanto investe anche l’enfasi innovativa e il premio Nobel Paul Krugman si chiedeva su Repubblica del 26 maggio 2015 «se la rivoluzione tecnologica non sia stata gonfiata in maniera fuorviante».

Dunque, opera di furbacchioni camuffati da innovatori. Come ha dimostrato l’economista Mariana Mazzucato smascherando il più celebrato tra i Leonardi del XXI secolo; lo Steve Job che ha costruito il suo smartphone facendo incetta di invenzioni provenienti dal settore pubblico (e pure senza pagare le royalties): dal touch-screen sviluppato dall’Università del Delaware al navigatore Gps, progettato dal dipartimento della Difesa USA. Insomma, packaging, restyling, marketing. “Cooptazioni funzionali”, nel lessico di settore. Pure operazioni commerciali, altro che scoperte rivoluzionarie! A conferma dell’attitudine di buona parte del presunto hi-tech a praticare l’affarismo dietro il paravento misterico che affascina e seduce i disinformati, dribbla ogni verifica. Soprattutto quando si tratta di privati lautamente finanziati dalla mano pubblica. Come nel caso nostrano dell’Istituto Italiano di Tecnologia e del suo intoccabile direttore scientifico (nell’ambiente, Kingolani), che nei giorni scorsi ci hanno presentato la meraviglia del robot fisioterapista Humana[4], presto destinato a essere riprodotto in trenta esemplari trenta (mentre le stime 2017 parlano di un mercato mondiale di migliaia di pezzi per 39 miliardi $[5]), che al prezzo di 100mila€ – stando ai professionisti medici – assembla su poltrone basculanti applicazioni arcinote: tipo la pedana Lybra di Fisiomedica2000, quella stabilometrica ACM, i test del Delos Equilibrium Board.

Un giochino appreso dai maestri multinazionali del business tecnologico. E quando il Parlamento voleva vederci più chiaro nei conti da nababbo di Morego (al 90% erogazioni statali) è subito scattata l’azione di una vasta rete protettiva; dove spicca il trio di ex burlandiani embedded Basso-Pastorino-Tullo[6], a difesa del tesoro IIT: milionate di finanziamento pubblico a un privato operante in totale opacità. Mentre la ricerca nazionale muore per anemia finanziaria.

Però guai a dirlo, visto che la vera start-up tecnologica dell’Istituto è la funzione propaganda; pronta a trasformarsi in ufficio voci per silenziare con abili perfidie i critici (dalla senatrice Cattaneo al sottoscritto) ogni richiesta di controllo democratico su quanto deciso in collina. Che neppure sgocciola sul territorio: il partner per gli umanoidi fisioterapisti è il milanese Gruppo Dompé.

*****
[1] Cfr.Mariana Mazzucato, Lo Stato innovatore, Laterza Roma-Bari 2013 – «Il genio e l’avventatezza di Steve Jobs sono riusciti a produrre profitti e successi in grande quantità solo perché la Apple ha potuto cavalcare l’onda di imponenti investimenti pubblici nelle tecnologie rivoluzionarie che sono alla base dell’iPhone e dell’iPad»

[2] E. Morozov, Silicon Valley: i signori del silicio, Codice, Torino 2017 «la vera natura della segreta alleanza tra il neoliberismo e la Silicon Valley emerge in tutta la sua chiarezza nel dibattito in corso sulla Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP)»
[3] Ivi pag. 5

[4] http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2017/05/20/arrivano-sul-mercato-robot-fisioterapisti-dell-iit-movendo-avvia-produzione_lxD7jn3XVC5FzeJWthjZEJ.html

[5] Cfr. Alec Ross, Il nostro futuro, Feltrinelli, Milano2016 pag. 45

[6] I deputati genovesi renziani Lorenzo Basso e Mario Tullo, il civatiano Luca Pastorino: Tutte creature di Claudio Burlando.

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30/05/2017

“Sui voucher il governo vìola la Costituzione”. Intervista a P. Maddalena

La reintroduzione dei voucher, in una versione ulteriormente peggiorativa e permissiva con le imprese, con il pieno sostegno parlamentare di Berlusconi e della Lega, è avvenuta all’indomani della cancellazione del referendum chiesto dalla Cgil, con circa tre milioni di firme. Cancellazione obbligata, dopo che lo stesso governo Gentiloni, qualche settimana fa, aveva abrogato con apposita legge i voucher.

Una mossa truffaldina mai compiuta da nessun governo in precedenza, perché per tutti era comunque prevalente il dettato costituzionale (una norma abrogata per evitare un referendum dovrebbe restare vietata per almeno dieci anni; qui non sono trascorse nemmeno 10 settimane...).

Su questa che è apparsa subito come una clamorosa violazione della Costituzione, Radio Città Aperta ha intervistato Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte Costituzionale; dunque una delle maggiori autorità riconosciute in questo campo.

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Buongiorno dott. Maddalena. Prima di tutto grazie per essere con noi. Ci occupiamo oggi di un tema molto attuale, e cioè la questione legata ai voucher. I voucher erano stati oggetto di una richiesta di referendum, per cui era stato raccolto il numero di firme necessarie. Questo referendum si sarebbe dovuto tenere ieri, dopo di che è saltato perché il governo ha accolto le istanze referendarie cancellando i voucher. Dopo di che il nuovo colpo di scena. Qualche giorno fa i voucher, usciti dalla porta, rientrano dalla finestra, come si dice. E’ normale secondo lei, da parte di un Parlamento, di un governo, un comportamento di questo tipo?

No, è assolutamente in contrasto con la Costituzione. Noi siamo arrivati all’assurdo. La classe politica, che sempre più si restringe entro se stessa costituendo una corporazione politica, non tiene più conto della volontà popolare. Questa è una cosa gravissima. C’era stato un referendum, viene bloccato un referendum e poi si cambia. Si cambia una disposizione di legge che il popolo voleva fosse fatta in modo diverso, quindi questo dimostra un po’ l’atteggiamento che si è avuto da molto tempo da parte dei nostri governanti, che non si rendono conto di essere rappresentanti del popolo e di gestire, semplicemente, interessi del popolo. Loro invece si oppongono agli interessi popolari e perseguono interessi che non sono quelli del popolo italiano, violando così in pieno la Costituzione nei suoi princìpi e spesso neppure facendo l’interesse nazionale – non si parla più di interesse nazionale, di interesse generale di tutti i cittadini – ma solo l’interesse o di singole imprese, o addirittura interessi personali, leggi ad personam, come abbiamo visto durante un ventennio. Questo criterio prosegue, facendo leggi a favore delle multinazionali e delle banche. Credo che il popolo italiano deve essere stanco di questa rappresentanza e deve completamente rinnovare questi personaggi venendo in prima linea, perché è importante tenere presente questo: la Costituzione non si fonda solo sulla rappresentanza, cioè non riconosce ai cittadini soltanto il diritto di voto, come voleva far credere il Cavaliere. I cittadini hanno un diritto di partecipazione che è sancito nell’art. 3 della Costituzione. Tutti i lavoratori hanno diritto di partecipare all’organizzazione politica, economica e sociale del paese. E ci sono gli strumenti. Uno degli strumenti è il referendum sul piano legislativo. Referendum e proposte di legge popolare. E invece sia del referendum che delle proposte di legge popolare il governo non tiene nessun conto. Ci sono migliaia di proposte popolari che giacciono in Parlamento, che non sono mai state prese in considerazione. Bisogna un po’ anche risvegliare i cittadini, perché i cittadini spesso dimenticano – quasi sempre dimenticano – che loro possono entrare anche nei procedimenti amministrativi. A questo riguardo, sul piano amministrativo, c’è stata una legge importante, la legge 241 del 1990, quindi una legge anche risalente nel tempo, che dà ai portatori degli interessi diffusi, che meglio si chiamerebbero diritti collettivi, di prender parte al procedimento amministrativo se si tratta di procedimenti che intaccano la loro volontà. Poi non dimentichiamo che c’è la via giudiziaria, cioè i cittadini possono ricorrer al giudice secondo l’ultimo comma dell’art. 118 della Costituzione. I cittadini, singoli o associati, possono svolgere attività di interesse generale. La formulazione è ampia, tale da comprendere anche la via giudiziaria, per realizzare i fini di interesse generale. Quindi, insomma, credo che per un lato bisogna dire ai nostri rappresentanti politici che loro debordano dai loro obiettivi e dalle loro competenze, e non tengono in alcun conto la volontà popolare, quindi devono il rispetto. Dall’altra parte bisogna dire a tutti i cittadini che si facciano rispettare, che abbiano più dignità, che si sentano più popolo italiano e non un gruppo di persone disperse come un gregge abbandonato che non ha più chi si prende cura di loro.

Quelli che lei ha elencato poco fa potrebbero essere strumenti da utilizzare anche in questo specifico caso, quello legato ai voucher, per cercare di fermare questo nuovo testo che sarà varato?

Sì. Il testo che sarà varato potrà essere attaccato in vari modi. La prima applicazione che si farà del testo sul piano amministrativo potrà essere attaccato proprio sul piano amministrativo ricorrendo, appunto, alla legge 241 del 1990. Se fallisse questo rapporto con il responsabile del provvedimento, per ottenere una certa attuazione diversa da quella richiesta dai cittadini, allora si potrà anche impugnare il provvedimento amministrativo che scaturisce da questa nuova legge davanti al Tar, chiedendo la remissione degli atti alla Corte Costituzionale per farne rilevare la incostituzionalità. Noi abbiamo questo grande strumento della possibilità di ricorrere alla Corte Costituzionale in via incidentale; cioè dobbiamo prima impugnare l’atto davanti al giudice comune – secondo i casi, il giudice amministrativo o il giudice ordinario – chiedendo che la legge sia rimessa alle valutazioni della Corte Costituzionale per i suoi molteplici aspetti di incostituzionalità.

Un intervento di questo tipo può avere forse tempi più brevi rispetto a raccoglier nuovamente le firme...

La Corte Costituzionale ha tempi brevi. Io ci sono stato 9 anni alla Corte Costituzionale, ho visto che si esaurisce tutto nell’arco di un anno. In ogni caso per agire con urgenza davanti al giudice ordinario si può ricorrere all’art. 700 del codice di procedura civile, chiedendo un provvedimento urgente; e al Tar si può chiedere qualcosa di analogo, cioè la cosiddetta sospensiva che sospende l’attuazione della legge in attesa proprio che si faccia luce al riguardo.

Chiaro. In conclusione una battuta più personale. Quello che mi ha colpito della vicenda è il fatto che, quando sono stati cancellati i voucher, questa decisione non fu motivata con l’obiettivo del referendum. La motivazione ufficiale fu che non si voleva spaccare il paese, già diviso dopo la campagna elettorale per il referendum pregresso del 4 dicembre. Siamo di fronte ad una scusa bella e buona...

Noi viviamo nel mondo della menzogna. Nel linguaggio politico come nel linguaggio pubblicitario si vive nella menzogna. La verità è che sono questi atti che spaccano il paese, perché la cosa forse che più temono gli esponenti neoliberisti – che in questo caso stanno agendo – è quella di avere una massa di persone unite, che agiscono unitariamente. Quindi vogliono loro spaccare il paese, non è che siamo noi che spacchiamo il paese.

Chiarissimo. La ringrazio molto per il suo tempo.

Prego. Un saluto a tutti...

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