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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/08/2020
Giannuli - La riduzione delle pensioni dei parlamentari
Il Movimento 5 stelle ha fatto della battaglia della spesa per la
politica una delle sue bandiere. Oggi parliamo del tema della riduzione
dei vitalizi. Serve? Quanto tagliare? Proviamo a ragionare con
raziocinio.
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28/07/2018
La fantastica luna di miele del governo giallo-verde (cave canem)
Ha detto Di Maio “La riduzione dei vitalizi degli ex parlamentari è importante perché un pensionato al minimo almeno saprà che vive in un paese più giusto”. Dunque, è un provvedimento che serve a far sentire “più giusta” la sua condizione al pensionato al minimo?
Intanto la riforma Fornero, per ora, non viene toccata e, quindi, possiamo solo limitarci a registrare la vaga promessa di Di Maio & Salvini di andare entro l’anno verso un regime “quota 100 + 41 anni e 5 mesi”. Magari fosse vero e in ogni caso, se così fosse, resterebbe in piedi il sistema contributivo che è stato il vero colpo inferto al sistema previdenziale dalla riforma Dini (Legge 335/1995). Il quale, va ricordato, ebbe l’avallo decisivo di CGIL, CISL e UIL in cambio di quegli enti bilaterali con cui gestire i fondi pensione ”chiusi”.
Quella controriforma abrogò il sistema retributivo e solidaristico in favore del sistema contributivo, che permette di percepire una pensione che corrisponde ai soli contributi versati; il che vuol dire importi che variano moltissimo, totalmente dipendenti dalla capacità reddituale, e la condanna di massa a lavorare quasi tutta la vita dal momento che l’ingresso nel mondo del lavoro avviene sempre più tardi e, troppo spesso, per periodi a tempo determinato.
Ma il punto è: come si concilia quella che, in assenza di atti concreti, è solo una dichiarazione di intenti, con l’altra promessa forte della Lega di fare la Flat Tax, ovvero, un norma che sottrarrebbe alla fiscalità pubblica una parte imponente di tasse che ora provengono proprio dai redditi più alti? Mistero, ma se ce lo spiegassero, almeno un pochino ed in punta di numeri, ne saremmo ben contenti. E poi, al MEF, hanno messo quel Tria che ha già dato ampia dimostrazione di volere operare in stretta continuità con i suoi predecessori, saldamente entro i vincoli imposti dalla UE e nell’assoluto rispetto del principio del “pareggio di bilancio” inserito in Costituzione dal tanto vituperato governo Monti.
E, comunque, tutti gli altri “tagli ai privilegi” sono stati rimandati a data da destinarsi. Si, perché nella narrazione pentastellata qualcosa non torna proprio. Ad esempio, se è vero che i parlamentari del M5S Stelle, quando erano all’opposizione, si tagliavano lo stipendio è vero pure che, una volta al governo, avrebbero potuto tagliarlo a tutti i parlamentari (dunque, anche a sé stessi) con la stessa solerzia con cui l’hanno fatto nei confronti degli ex parlamentari. Tuttavia, si sono ben guardati dal farlo.
Sicuramente, la campagna “antiparlamentare” (non priva di qualche ragione), che ha campeggiato negli ultimi anni su tutti i media nazionali, ha reso il taglio dei vitalizi un provvedimento facile da intraprendere e certamente molto popolare, sebbene probabilmente destinato ad essere stroncato dai ricorsi, dal momento che la casta giudiziaria (leggi: alti magistrati) sicuramente ne farà strame al fine di evitare un precedente che metterebbe a rischio anche i propri lauti emolumenti che considera diritti acquisiti intangibili (nel rispetto, comunque, del fondamentale principio di “non retroattività” che deve caratterizzare qualsiasi legge).
Insomma, la sensazione forte è che questo tanto sbandierato “taglio ai vitalizi”, più che costituire l’avvio di una grande stagione di riduzione delle enormi disuguaglianze che si sono determinate nel nostro paese e di contrasto reale alla povertà dilagante, sia un provvedimento meramente simbolico, ovvero, uno specchietto per le allodole che serve a coprire tutte le giravolte che si sono già consumate ed anche quelle che verranno.
L’ex deputato Grillini, autore di tante battaglie contro le discriminazioni sessuali ed ammalato di tumore con pochissima speranza di vita, ha detto che quando sarà tagliato il suo vitalizio, non potrà pagarsi più l’assistenza domiciliare. Così ha deciso di usare il proprio corpo malato per fare l’ultima battaglia affinché sia garantita a tutti l’assistenza domiciliare gratuita.
Ecco, Grillini, pur nella sua grave condizione, è stato fatto oggetto di insulti e contumelie di ogni genere. C’è da che riflettere.
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Intanto la riforma Fornero, per ora, non viene toccata e, quindi, possiamo solo limitarci a registrare la vaga promessa di Di Maio & Salvini di andare entro l’anno verso un regime “quota 100 + 41 anni e 5 mesi”. Magari fosse vero e in ogni caso, se così fosse, resterebbe in piedi il sistema contributivo che è stato il vero colpo inferto al sistema previdenziale dalla riforma Dini (Legge 335/1995). Il quale, va ricordato, ebbe l’avallo decisivo di CGIL, CISL e UIL in cambio di quegli enti bilaterali con cui gestire i fondi pensione ”chiusi”.
Quella controriforma abrogò il sistema retributivo e solidaristico in favore del sistema contributivo, che permette di percepire una pensione che corrisponde ai soli contributi versati; il che vuol dire importi che variano moltissimo, totalmente dipendenti dalla capacità reddituale, e la condanna di massa a lavorare quasi tutta la vita dal momento che l’ingresso nel mondo del lavoro avviene sempre più tardi e, troppo spesso, per periodi a tempo determinato.
Ma il punto è: come si concilia quella che, in assenza di atti concreti, è solo una dichiarazione di intenti, con l’altra promessa forte della Lega di fare la Flat Tax, ovvero, un norma che sottrarrebbe alla fiscalità pubblica una parte imponente di tasse che ora provengono proprio dai redditi più alti? Mistero, ma se ce lo spiegassero, almeno un pochino ed in punta di numeri, ne saremmo ben contenti. E poi, al MEF, hanno messo quel Tria che ha già dato ampia dimostrazione di volere operare in stretta continuità con i suoi predecessori, saldamente entro i vincoli imposti dalla UE e nell’assoluto rispetto del principio del “pareggio di bilancio” inserito in Costituzione dal tanto vituperato governo Monti.
E, comunque, tutti gli altri “tagli ai privilegi” sono stati rimandati a data da destinarsi. Si, perché nella narrazione pentastellata qualcosa non torna proprio. Ad esempio, se è vero che i parlamentari del M5S Stelle, quando erano all’opposizione, si tagliavano lo stipendio è vero pure che, una volta al governo, avrebbero potuto tagliarlo a tutti i parlamentari (dunque, anche a sé stessi) con la stessa solerzia con cui l’hanno fatto nei confronti degli ex parlamentari. Tuttavia, si sono ben guardati dal farlo.
Sicuramente, la campagna “antiparlamentare” (non priva di qualche ragione), che ha campeggiato negli ultimi anni su tutti i media nazionali, ha reso il taglio dei vitalizi un provvedimento facile da intraprendere e certamente molto popolare, sebbene probabilmente destinato ad essere stroncato dai ricorsi, dal momento che la casta giudiziaria (leggi: alti magistrati) sicuramente ne farà strame al fine di evitare un precedente che metterebbe a rischio anche i propri lauti emolumenti che considera diritti acquisiti intangibili (nel rispetto, comunque, del fondamentale principio di “non retroattività” che deve caratterizzare qualsiasi legge).
Insomma, la sensazione forte è che questo tanto sbandierato “taglio ai vitalizi”, più che costituire l’avvio di una grande stagione di riduzione delle enormi disuguaglianze che si sono determinate nel nostro paese e di contrasto reale alla povertà dilagante, sia un provvedimento meramente simbolico, ovvero, uno specchietto per le allodole che serve a coprire tutte le giravolte che si sono già consumate ed anche quelle che verranno.
L’ex deputato Grillini, autore di tante battaglie contro le discriminazioni sessuali ed ammalato di tumore con pochissima speranza di vita, ha detto che quando sarà tagliato il suo vitalizio, non potrà pagarsi più l’assistenza domiciliare. Così ha deciso di usare il proprio corpo malato per fare l’ultima battaglia affinché sia garantita a tutti l’assistenza domiciliare gratuita.
Ecco, Grillini, pur nella sua grave condizione, è stato fatto oggetto di insulti e contumelie di ogni genere. C’è da che riflettere.
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24/07/2018
Tra governo e Boeri è finto scontro sulle pensioni, il problema è difendere l’Inps
Lo scontro tra governo e Boeri è rilevatore della precarietà istituzionale che vive il paese determinata dalle tentazioni autoritarie ammantate da propaganda da permanente campagna elettorale da parte dei partiti al governo e dall’arroganza dei postumi renziani da parte del presidente dell’Inps. Boeri andava bene quando assecondava la revisione dei vitalizi dei parlamentari e il taglio delle pensioni cosiddette d’oro.
Entrambi i provvedimenti aprono la strada per il ricalcolo contributivo delle pensioni in atto. Boeri non va più bene quando attacca la nebulosità del decreto dignità o la quota 100 e osa affermare che gli immigrati regolari e regolarizzati in termini di contribuzione previdenziale sono essenziali per il pagamento delle pensioni attuali. È un pessimo gioco delle parti in cui entrambi i giocatori imputano all’avversario i propri insuccessi, ma tutti agiscono contro il sistema previdenziale pubblico e non solo.
I vitalizi non sono assimilabili alle pensioni, lo hanno sancito Corte Costituzionale e Cassazione, e non sono erogati dall’Inps, ma da Camera, Senato e Regioni per quanto di competenza. Di fatto sono aboliti dal 2012, l’operazione in atto, attua un ricalcolo contributivo per il pregresso, quando in realtà era in vigore il sistema di calcolo retributivo per le pensioni, e i vitalizi non lo sono. Il risparmio di 40 milioni annui va a beneficio del bilancio della camera e non dell’Inps, tuttavia Boeri ha fornito i propri tecnici per calcolare il montante e l’aspettativa di vita dei deputati, per poi criticare la delibera della Camera perché troppo blanda e comunque non includente i senatori.
Cos’è che raccoglie l’interesse di Boeri? Il ricalcolo contributivo del pregresso e quindi delle pensioni in atto, suo obiettivo strategico. Maggiore interesse da parte di Boeri riscuote anche il taglio delle cosiddette pensioni d’oro oltre i 4000/5000 euro. Stessa modalità con il ricalcolo contributivo introdotto laddove vigeva il calcolo retributivo. Paradosso dell’improvvisazione a fronte di un taglio delle pensioni d’oro si potrebbe assistere ad un loro incremento ben superiore al taglio grazie all’introduzione della flat tax.
Il procedere in maniera frammentaria e demagogica da parte del governo determina anche queste amenità.
Boeri afferma che gli immigrati producono 8 miliardi di entrate contributive a fronte di 3 miliardi restituiti in forma di servizi. A parte il fatto che dimentica di dire che sta parlando di immigrati regolarizzati, mentre migliaia di altri sono affidati al sommerso che i servizi ispettivi, ora unificati, non riescono a vedere. La mancanza di tutele di questi ultimi consente al ministro dell’interno di costruire le proprie campagne politiche di attacco all’immigrazione distinguendo tra immigrati buoni e cattivi. Non interessa il finanziamento delle previdenza pubblica? Sicuramente no se il mentore della Lega per le pensioni è il professor Brambilla da sempre fautore della previdenza integrativa privata, dei fondi pensione e così via. L’ultima trovata del Prof. Brambilla è la proposta di effettuare, sotto forma di prelievo di solidarietà lo 0.35% da ogni pensione per aumentare le pensioni minime.
Ora stiamo parlando di aumentare il carico fiscale sulle pensioni perché di questo si tratta anche se viene mascherato da prelievo di solidarietà per impedire i ricorsi dei pensionati come hanno suggerito le sentenze della Corte Costituzionale, definendo legittimi tali prelievi per un presunto interesse generale. È bene tuttavia ricordare che sulla spesa pensionistica (168 mld) lo stato preleva ogni anno 53 miliardi di irpef, il mancato rimborso delle perequazione (come sancito dalla CEDU) ha consentito un risparmio di circa 16 miliardi di arretrati non più da versare, se a questo aggiungiamo le spese sanitarie private, i ticket sanitari, l’incremento delle bollette delle utenze domestiche e così via, ci domandiamo è proprio il caso di aumentare il carico fiscale sulle pensioni? O forse non sarebbe il casi di cominciare l’applicazione della flat tax, da pensionati e lavoratori dipendenti anziché dalle imprese?
Il prof. Boeri che si erge a paladino della lotta alla povertà, tanto da presagire la modifica della funzione dell’Inps da istituto previdenziale a agenzia per la protezione sociale, in realtà introduce, all’interno di una rigida compatibilità finanziaria, il criterio togliere ai molti (pensionati) per dare ai pochi (assistenza social ). Nel mirino rientrano poi tutte le forme di pensioni come la reversibilità, le pensioni di invalidità, la quattordicesima, ecc. Il governo con la flat tax mira a togliere deduzioni e detrazioni producendo un taglio analogo a quello proposto dal prof. Boeri sulle pensioni in atto.
Al di là della propaganda non solo non si combatte la povertà, affrontandone le vere cause, ma la si istituzionalizza come livello di vita sociale. Non è un caso che si parla di incremento delle pensioni minime fino a 780 euro mensili definiti come soglia di povertà, mentre analogamente si determina il reddito di cittadinanza sulla cifra di 780 euro e la presunta pensione di garanzia per i giovani, sempre a 780 euro. Vale a dire la soglia di povertà è il reddito a cui aspirare, ma non solo. Il reddito di cittadinanza, così come vagamente annunciato, con l’obbligo di accettare le proposte di lavoro che vengono offerte dal mercato, inevitabilmente fisserà nei fatti, come salario minimo i 780 euro di povertà. Quindi possiamo aspettarci un decremento salariale stabilizzato sulla soglia di povertà. Questa è vera decrescita, non sappiamo ancora quanto felice.
Il prof. Boeri per realizzare questo processo di trasformazione dell’Inps, ha gestito l’Ente in maniera sempre più autocratica destrutturando progressivamente l’Istituto e liberando servizi e prestazioni nel mercato privato inevitabilmente speculativo. L’obiettivo è rendere progressivamente le prestazioni dell’Ente totalmente a carico dell’utente.
Che significa: NOI SCEGLIAMO COMUNQUE L’INPS?
Vuol dire assumere una campagna di difesa della previdenza pubblica, delle pensioni e del diritto ad andare in pensione dignitosamente. Vuol dire pretendere che l’Inps sia restituita in termini si possibilità di accesso, controllo, prestazioni e funzioni, ai lavoratori e ai pensionati contro ogni forma di tecnicismo falsamente efficientista. Vuol dire costruire gli strumenti organizzativi per ricomporre intorno al lavoro e alla pensione i settori sociali frammentati e sottoposti al continuo ricatto della precarietà lavorativa e sociale. Per tutto questo i pensionati ci sono e ribadiscono che non c’è età pensionabile per le lotte sociali.
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Entrambi i provvedimenti aprono la strada per il ricalcolo contributivo delle pensioni in atto. Boeri non va più bene quando attacca la nebulosità del decreto dignità o la quota 100 e osa affermare che gli immigrati regolari e regolarizzati in termini di contribuzione previdenziale sono essenziali per il pagamento delle pensioni attuali. È un pessimo gioco delle parti in cui entrambi i giocatori imputano all’avversario i propri insuccessi, ma tutti agiscono contro il sistema previdenziale pubblico e non solo.
I vitalizi non sono assimilabili alle pensioni, lo hanno sancito Corte Costituzionale e Cassazione, e non sono erogati dall’Inps, ma da Camera, Senato e Regioni per quanto di competenza. Di fatto sono aboliti dal 2012, l’operazione in atto, attua un ricalcolo contributivo per il pregresso, quando in realtà era in vigore il sistema di calcolo retributivo per le pensioni, e i vitalizi non lo sono. Il risparmio di 40 milioni annui va a beneficio del bilancio della camera e non dell’Inps, tuttavia Boeri ha fornito i propri tecnici per calcolare il montante e l’aspettativa di vita dei deputati, per poi criticare la delibera della Camera perché troppo blanda e comunque non includente i senatori.
Cos’è che raccoglie l’interesse di Boeri? Il ricalcolo contributivo del pregresso e quindi delle pensioni in atto, suo obiettivo strategico. Maggiore interesse da parte di Boeri riscuote anche il taglio delle cosiddette pensioni d’oro oltre i 4000/5000 euro. Stessa modalità con il ricalcolo contributivo introdotto laddove vigeva il calcolo retributivo. Paradosso dell’improvvisazione a fronte di un taglio delle pensioni d’oro si potrebbe assistere ad un loro incremento ben superiore al taglio grazie all’introduzione della flat tax.
Il procedere in maniera frammentaria e demagogica da parte del governo determina anche queste amenità.
Boeri afferma che gli immigrati producono 8 miliardi di entrate contributive a fronte di 3 miliardi restituiti in forma di servizi. A parte il fatto che dimentica di dire che sta parlando di immigrati regolarizzati, mentre migliaia di altri sono affidati al sommerso che i servizi ispettivi, ora unificati, non riescono a vedere. La mancanza di tutele di questi ultimi consente al ministro dell’interno di costruire le proprie campagne politiche di attacco all’immigrazione distinguendo tra immigrati buoni e cattivi. Non interessa il finanziamento delle previdenza pubblica? Sicuramente no se il mentore della Lega per le pensioni è il professor Brambilla da sempre fautore della previdenza integrativa privata, dei fondi pensione e così via. L’ultima trovata del Prof. Brambilla è la proposta di effettuare, sotto forma di prelievo di solidarietà lo 0.35% da ogni pensione per aumentare le pensioni minime.
Ora stiamo parlando di aumentare il carico fiscale sulle pensioni perché di questo si tratta anche se viene mascherato da prelievo di solidarietà per impedire i ricorsi dei pensionati come hanno suggerito le sentenze della Corte Costituzionale, definendo legittimi tali prelievi per un presunto interesse generale. È bene tuttavia ricordare che sulla spesa pensionistica (168 mld) lo stato preleva ogni anno 53 miliardi di irpef, il mancato rimborso delle perequazione (come sancito dalla CEDU) ha consentito un risparmio di circa 16 miliardi di arretrati non più da versare, se a questo aggiungiamo le spese sanitarie private, i ticket sanitari, l’incremento delle bollette delle utenze domestiche e così via, ci domandiamo è proprio il caso di aumentare il carico fiscale sulle pensioni? O forse non sarebbe il casi di cominciare l’applicazione della flat tax, da pensionati e lavoratori dipendenti anziché dalle imprese?
Il prof. Boeri che si erge a paladino della lotta alla povertà, tanto da presagire la modifica della funzione dell’Inps da istituto previdenziale a agenzia per la protezione sociale, in realtà introduce, all’interno di una rigida compatibilità finanziaria, il criterio togliere ai molti (pensionati) per dare ai pochi (assistenza social ). Nel mirino rientrano poi tutte le forme di pensioni come la reversibilità, le pensioni di invalidità, la quattordicesima, ecc. Il governo con la flat tax mira a togliere deduzioni e detrazioni producendo un taglio analogo a quello proposto dal prof. Boeri sulle pensioni in atto.
Al di là della propaganda non solo non si combatte la povertà, affrontandone le vere cause, ma la si istituzionalizza come livello di vita sociale. Non è un caso che si parla di incremento delle pensioni minime fino a 780 euro mensili definiti come soglia di povertà, mentre analogamente si determina il reddito di cittadinanza sulla cifra di 780 euro e la presunta pensione di garanzia per i giovani, sempre a 780 euro. Vale a dire la soglia di povertà è il reddito a cui aspirare, ma non solo. Il reddito di cittadinanza, così come vagamente annunciato, con l’obbligo di accettare le proposte di lavoro che vengono offerte dal mercato, inevitabilmente fisserà nei fatti, come salario minimo i 780 euro di povertà. Quindi possiamo aspettarci un decremento salariale stabilizzato sulla soglia di povertà. Questa è vera decrescita, non sappiamo ancora quanto felice.
Il prof. Boeri per realizzare questo processo di trasformazione dell’Inps, ha gestito l’Ente in maniera sempre più autocratica destrutturando progressivamente l’Istituto e liberando servizi e prestazioni nel mercato privato inevitabilmente speculativo. L’obiettivo è rendere progressivamente le prestazioni dell’Ente totalmente a carico dell’utente.
Che significa: NOI SCEGLIAMO COMUNQUE L’INPS?
Vuol dire assumere una campagna di difesa della previdenza pubblica, delle pensioni e del diritto ad andare in pensione dignitosamente. Vuol dire pretendere che l’Inps sia restituita in termini si possibilità di accesso, controllo, prestazioni e funzioni, ai lavoratori e ai pensionati contro ogni forma di tecnicismo falsamente efficientista. Vuol dire costruire gli strumenti organizzativi per ricomporre intorno al lavoro e alla pensione i settori sociali frammentati e sottoposti al continuo ricatto della precarietà lavorativa e sociale. Per tutto questo i pensionati ci sono e ribadiscono che non c’è età pensionabile per le lotte sociali.
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12/07/2018
Tagliano le pensioni, non la Fornero
“Aboliremo la Fornero!”. Il grido di battaglia elettorale di Lega e Cinque Stelle, una volta arrivati al governo si va “leggermente” stemperando.
A guardare bene lo si potrebbe declinare in un più minaccioso “aboliremo le pensioni!”. Un po’ alla volta, non in un colpo solo, ma la via sembra tracciata. Non è nuova: si chiama “emergenza” e col tempo diventa “strutturale”, come con le leggi di polizia.
Mentre Luigi Di Maio si fa bello con il decreto sui vitalizi dei parlamentari, portato finalmente in Commissione e quindi all’esame del Parlamento, escono fuori due rilievi fondamentali:
a) i vitalizi in questione riguardano un numero limitato di ex parlamentari, visto che sono già stati aboliti con la riforma entrata in vigore il 1 gennaio del 2012. Di cosa stiamo parlando, allora? Degli assegni che vengono pagati mensilmente a chi è stato membro del Parlamento prima di quella data; ossia di una platea ridotta, piuttosto anziana e sottoposta al normale logorio della fisiologia umana (insomma: ne muoiono un tot ogni anno). Intervenire retroattivamente sulle leggi che regolano quegli assegni si può anche fare, ma si sa già che sarà molto probabilmente annullata dalla Corte di Cassazione in base all’ovvio principio giuridico per cui nessuna legge può avere effetti retroattivi (altrimenti potresti essere processato, in futuro, per aver fatto qualcosa che oggi non è considerato reato dalle leggi ora esistenti!);
b) porterà comunque pochissimi soldi in cassa (circa 40 milioni l’anno), quindi non coprirà alcun costo dell’eventuale modifica della legge Fornero.
Tolto l’elemento simbolico dei vitalizi, per il governo grillin-leghista c’era dunque la necessità di fare un po’ più di cassa con una misura che possa sfuggire alla tagliola della Consulta. Pensa che ti ripensa, alla fine la fantasia fascio-democristiana ha partorito l’ennesimo trucco: un “contributo di solidarietà” da imporre alle “pensioni d’oro”.
I problemi contabili sono però insormontabili, anche a giudizio dell’esperto di pensioni – Alberto Brambilla – messo lì dalla Lega in attesa di sostituire Boeri alla presidenza dell’Inps.
Vale la pena di seguire i suoi calcoli: “Abbiamo calcolato che se si considera il tetto dei 5.000 euro netti mensili le risorse ottenute sarebbero tra i 100 e i 120 milioni. Ma anche se, come sembra ormai orientato a fare Luigi Di Maio, il tetto scendesse a 4.000 euro netti, si otterrebbero 180-200 milioni. Mentre nella peggiore delle ipotesi il contributo di solidarietà vale un miliardo, nella migliore delle ipotesi si potrebbero anche superare i due miliardi”.
Insomma, a tassare un po’ le pensioni più ricche (quelle faraoniche sono pochissime...) non ci si ricava molto, e sicuramente molto meno di quel che servirebbe a mettere in pratica la già deludente “quota 100” con minimo 41 anni di contributi.
Cosa ti inventano a questo punto? La cosa più semplice: imporre il “contributo di solidarietà” a tutti i pensionati, anche quelli al minimo (intorno ai 500 euro mensili). E’ il trucco più vecchio del mondo, in fondo: i poveri sono tanti, anche se si toglie loro una briciola (lo 0,35% della pensione) il totale diventa subito rilevante. Quanto? Tra uno e due miliardi di euro, che non basterebbero lo stesso, ma insomma danno un bel gettito.
Perché il “contributo di solidarietà”, al contrario dell’abolizione dei vitalizi, non sarebbe incostituzionale? Perché è una “misura temporanea”, di emergenza, revocabile... Un po’ come la “tassa per l’Europa” del primo governo Prodi. Certo, uno potrebbe chiedersi “a chi” andrebbe la solidarietà, visto che verrebbero tassati tutti; ma sono dettagli per menti fine, mica per un governo di questa fatta...
Spero che invece venga in mente anche a voi la stessa domanda: ma come si fa a finanziare con un prelievo una tantum una “riforma della Fornero” teoricamente eterna? Rinnovandola ogni anno, come le tasse per i vari terremoti (paghiamo ancora, sembra, quella per il terremoto di Messina del 1908!)...
Tiriamo le somme, a questo punto. Abolire la Fornero “non si può”, altrimenti i mercati e la Troika fanno sentire le zanne e volare lo spread sul debito pubblico. Ridurre di un po’ le pensioni davvero ricche è inutile (e probabilmente incostituzionale). L’unica soluzione diventa ridurre tutte le pensioni, facendo finta di farci un favore...
Sono come sempre geniali, i truffatori all’italiana!
Fonte
A guardare bene lo si potrebbe declinare in un più minaccioso “aboliremo le pensioni!”. Un po’ alla volta, non in un colpo solo, ma la via sembra tracciata. Non è nuova: si chiama “emergenza” e col tempo diventa “strutturale”, come con le leggi di polizia.
Mentre Luigi Di Maio si fa bello con il decreto sui vitalizi dei parlamentari, portato finalmente in Commissione e quindi all’esame del Parlamento, escono fuori due rilievi fondamentali:
a) i vitalizi in questione riguardano un numero limitato di ex parlamentari, visto che sono già stati aboliti con la riforma entrata in vigore il 1 gennaio del 2012. Di cosa stiamo parlando, allora? Degli assegni che vengono pagati mensilmente a chi è stato membro del Parlamento prima di quella data; ossia di una platea ridotta, piuttosto anziana e sottoposta al normale logorio della fisiologia umana (insomma: ne muoiono un tot ogni anno). Intervenire retroattivamente sulle leggi che regolano quegli assegni si può anche fare, ma si sa già che sarà molto probabilmente annullata dalla Corte di Cassazione in base all’ovvio principio giuridico per cui nessuna legge può avere effetti retroattivi (altrimenti potresti essere processato, in futuro, per aver fatto qualcosa che oggi non è considerato reato dalle leggi ora esistenti!);
b) porterà comunque pochissimi soldi in cassa (circa 40 milioni l’anno), quindi non coprirà alcun costo dell’eventuale modifica della legge Fornero.
Tolto l’elemento simbolico dei vitalizi, per il governo grillin-leghista c’era dunque la necessità di fare un po’ più di cassa con una misura che possa sfuggire alla tagliola della Consulta. Pensa che ti ripensa, alla fine la fantasia fascio-democristiana ha partorito l’ennesimo trucco: un “contributo di solidarietà” da imporre alle “pensioni d’oro”.
I problemi contabili sono però insormontabili, anche a giudizio dell’esperto di pensioni – Alberto Brambilla – messo lì dalla Lega in attesa di sostituire Boeri alla presidenza dell’Inps.
Vale la pena di seguire i suoi calcoli: “Abbiamo calcolato che se si considera il tetto dei 5.000 euro netti mensili le risorse ottenute sarebbero tra i 100 e i 120 milioni. Ma anche se, come sembra ormai orientato a fare Luigi Di Maio, il tetto scendesse a 4.000 euro netti, si otterrebbero 180-200 milioni. Mentre nella peggiore delle ipotesi il contributo di solidarietà vale un miliardo, nella migliore delle ipotesi si potrebbero anche superare i due miliardi”.
Insomma, a tassare un po’ le pensioni più ricche (quelle faraoniche sono pochissime...) non ci si ricava molto, e sicuramente molto meno di quel che servirebbe a mettere in pratica la già deludente “quota 100” con minimo 41 anni di contributi.
Cosa ti inventano a questo punto? La cosa più semplice: imporre il “contributo di solidarietà” a tutti i pensionati, anche quelli al minimo (intorno ai 500 euro mensili). E’ il trucco più vecchio del mondo, in fondo: i poveri sono tanti, anche se si toglie loro una briciola (lo 0,35% della pensione) il totale diventa subito rilevante. Quanto? Tra uno e due miliardi di euro, che non basterebbero lo stesso, ma insomma danno un bel gettito.
Perché il “contributo di solidarietà”, al contrario dell’abolizione dei vitalizi, non sarebbe incostituzionale? Perché è una “misura temporanea”, di emergenza, revocabile... Un po’ come la “tassa per l’Europa” del primo governo Prodi. Certo, uno potrebbe chiedersi “a chi” andrebbe la solidarietà, visto che verrebbero tassati tutti; ma sono dettagli per menti fine, mica per un governo di questa fatta...
Spero che invece venga in mente anche a voi la stessa domanda: ma come si fa a finanziare con un prelievo una tantum una “riforma della Fornero” teoricamente eterna? Rinnovandola ogni anno, come le tasse per i vari terremoti (paghiamo ancora, sembra, quella per il terremoto di Messina del 1908!)...
Tiriamo le somme, a questo punto. Abolire la Fornero “non si può”, altrimenti i mercati e la Troika fanno sentire le zanne e volare lo spread sul debito pubblico. Ridurre di un po’ le pensioni davvero ricche è inutile (e probabilmente incostituzionale). L’unica soluzione diventa ridurre tutte le pensioni, facendo finta di farci un favore...
Sono come sempre geniali, i truffatori all’italiana!
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31/07/2017
Ma quale riforma dei vitalizi! Richetti e soci puntano alle pensioni
La proposta di legge in condominio tra Richetti e M5S e in via di approvazione introduce elementi inquietanti di destrutturazione del sistema previdenziale. Quello dei vitalizi è palesemente un alibi per far passare un progetto ben più articolato di ricalcolo delle pensioni erogate.
I vitalizi sono già calcolati con il contributivo dal 2012 e danno diritto alla pensione quando viene maturata l’età pensionabile. La legge Richetti impone il ricalcolo dei vitalizi maturati in precedenza con il metodo contributivo, e non solo. Propone il ricalcolo anche per i vitalizi maturati prima del 1995 anno in cui è stato introdotto il calcolo contributivo delle pensioni.
Quindi non solo ha effetto retroattivo, ma trasforma in contributivo il calcolo dei vitalizi maturati con il sistema retributivo. Tutto senza la riforma dell’articolo 38 della Costituzione utilizzata come richiamo per distogliere dalla reale portata della legge Richetti. È questa la legge che apre alla possibilità di ricalcolo delle pensioni erogate con il sistema retributivo, altro che leggi costituzionali.
La furia sanfedista di PD e soci tutta protesa a ricostruire un verginità politica capace di nascondere l’insipienza progettuale delle forze politiche, trasforma questa vicenda in una battaglia di equità. È vero che si rischia di apparire difensori dei vitalizi, ma la difesa è del principio dei diritti acquisiti contro la retroattività strumentale delle leggi.
L’obiettivo è ben più corposo e non ha niente a che vedere con moralizzazione e lotta ai privilegi.
Ma qual è il grosso risparmio realizzato con questa legge? 740 milioni in dieci anni, vale a dire lo 0.0002 % della spesa pubblica. Un’inezia persino ridicola se non servisse a nascondere le vere intenzioni del governo. Non a caso la Ragioneria dello Stato con il suo rapporto rilancia l’allarme sulla tenuta del sistema previdenziale, mentre Boeri impazza tra debito implicito e caccia ai pensionati che scappano all’estero. L’accerchiamento al sistema previdenziale pubblico è un processo complesso che ha natura strategica, la difesa del diritto alla pensione deve diventare un percorso di lotte sociali.
Cgil Cisl Uil portano avanti i loro incontri segreti con il governo farneticando sulla pensione di garanzia per i giovani ai quali non si riesce a dare un reddito sociale minimo, avendo in animo la logica affaristica dell’APE sociale o meno e soprattutto della previdenza complementare riaprendo la caccia al tfr che i lavoratori non vogliono cedere. Il primo ottobre è la giornata internazionale di lotta dei pensionati, organizziamo la nostra presenza nell’ambito delle iniziative di mobilitazione.
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I vitalizi sono già calcolati con il contributivo dal 2012 e danno diritto alla pensione quando viene maturata l’età pensionabile. La legge Richetti impone il ricalcolo dei vitalizi maturati in precedenza con il metodo contributivo, e non solo. Propone il ricalcolo anche per i vitalizi maturati prima del 1995 anno in cui è stato introdotto il calcolo contributivo delle pensioni.
Quindi non solo ha effetto retroattivo, ma trasforma in contributivo il calcolo dei vitalizi maturati con il sistema retributivo. Tutto senza la riforma dell’articolo 38 della Costituzione utilizzata come richiamo per distogliere dalla reale portata della legge Richetti. È questa la legge che apre alla possibilità di ricalcolo delle pensioni erogate con il sistema retributivo, altro che leggi costituzionali.
La furia sanfedista di PD e soci tutta protesa a ricostruire un verginità politica capace di nascondere l’insipienza progettuale delle forze politiche, trasforma questa vicenda in una battaglia di equità. È vero che si rischia di apparire difensori dei vitalizi, ma la difesa è del principio dei diritti acquisiti contro la retroattività strumentale delle leggi.
L’obiettivo è ben più corposo e non ha niente a che vedere con moralizzazione e lotta ai privilegi.
Ma qual è il grosso risparmio realizzato con questa legge? 740 milioni in dieci anni, vale a dire lo 0.0002 % della spesa pubblica. Un’inezia persino ridicola se non servisse a nascondere le vere intenzioni del governo. Non a caso la Ragioneria dello Stato con il suo rapporto rilancia l’allarme sulla tenuta del sistema previdenziale, mentre Boeri impazza tra debito implicito e caccia ai pensionati che scappano all’estero. L’accerchiamento al sistema previdenziale pubblico è un processo complesso che ha natura strategica, la difesa del diritto alla pensione deve diventare un percorso di lotte sociali.
Cgil Cisl Uil portano avanti i loro incontri segreti con il governo farneticando sulla pensione di garanzia per i giovani ai quali non si riesce a dare un reddito sociale minimo, avendo in animo la logica affaristica dell’APE sociale o meno e soprattutto della previdenza complementare riaprendo la caccia al tfr che i lavoratori non vogliono cedere. Il primo ottobre è la giornata internazionale di lotta dei pensionati, organizziamo la nostra presenza nell’ambito delle iniziative di mobilitazione.
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08/03/2017
Una proposta molto semplice sulla questione dei vitalizi parlamentari
Come si sa, il M5s ha proposto l’abolizione dei vitalizi per i parlamentari definiti “privilegio medievale” (medievale? Ma nel Medio Evo non c’era il parlamento o sbaglio?). Il Pd
ha annunciato una sua proposta ed Emiliano si è lanciato in una
spericolata proposta di abolire lo stipendio parlamentare.
A proposito della proposta di Emiliano, vorrei ricordare che la sua non è una proposta nuovissima: ci pensò già Tucidide (mio storico amatissimo, ma politicamente fautore del partito aristocratico) ottenendo in questo modo, l’espulsione dalle magistrature cittadine di chi non fosse appartenente alle classi nobili. E la stessa cosa accadeva nel Parlamento dell’Italia Liberale (nella quale lo Statuto escludeva perentoriamente che la carica di deputato potesse essere retribuita). Questi populisti credono di aver scoperto chissà quale cosa nuova, ma in realtà scoprono sempre l’acqua calda.
Partiamo da una idea: il lavoro si paga, anche perché, se faccio una cosa non ne faccio un’altra e, a meno di essere il figlio di Gianni Agnelli, per vivere ho bisogno di un salario, o chiamatelo come volete. Quello di parlamentare è un lavoro (quando viene fatto decentemente) ed anche non semplice, per cui, allo stesso modo in cui il direttore di una fabbrica prende più di un operaio (da almeno 20 anni stiamo esagerando con i differenziali retributivi, ma in sé pare giusto che chi svolge un lavoro con maggiori responsabilità, riceva una paga adeguata ad esse) è giusto che un parlamentare riceva una retribuzione a livello del suo lavoro (poi in una occasione diversa torneremo su quale possa essere una giusta retribuzione per un parlamentare, e sui criteri per formarla, mentre è palese che attualmente si tratta di cifre esagerate).
Poi va tenuto presente che quello di parlamentare è un impiego che comporta molte spese, perché devi vivere fuori casa, perché spesso ti capita di offrire un pranzo o una cena a chi viene a trovarti a Roma, perché devi leggere una certa quantità di libri e giornali, perché devi viaggiare per andare a fare comizi o presiedere convegni eccetera eccetera. Ma questo aspetto consideriamolo a parte nella voce dei rimborsi e ne parleremo. E lasciamo anche da parte la questione di quanti possano continuare a ricevere lo stipendio del lavoro precedente mentre sono in aspettativa o situazioni simili.
Per ora fissiamo un punto: che è giusto che ci sia una retribuzione parlamentare dignitosa, al livello del posto ricoperto, ma che, ovviamente, sia tassata come quella di qualsiasi cittadino. Almeno su questo siamo d’accordo?
Il vitalizio o, se preferiamo, la pensione non è altro che salario differito, per cui si accantona una parte della retribuzione per il momento in cui si uscirà dall’attività produttiva. Ed allora, nulla di strano che anche un parlamentare sia trattato in questo modo. In sé mi pare che non si tratti di alcun privilegio. Al solito il problema è del quanto ed a quali condizioni.
Qui però è sorta una questione da anni: perché il parlamentare possa godere della pensione, occorre che la legislatura abbia avuto una certa durata (attualmente 4 anni 6 mesi ed un giorno). E questo scatena uno psicodramma ogni volta che si renda necessario sciogliere anticipatamente le Camere, mentre, all’opposto, c’è chi pretende di sciogliere il Parlamento prima proprio per non far scattare il vitalizio il che è una scemenza come l’altra.
Ma allora come se ne esce? Io penso ad una cosa molto semplice: tenendo conto che con la riforma Fornero siamo passati da metodo retributivo a quello contributivo, allo stato attuale tutti i lavoratori dipendenti hanno una partita pensionistica aperta, mentre quelli autonomi spesso, non sempre la hanno e disoccupati e precari non la hanno affatto. La cosa più semplice è che i contributi detratti dalla paga dei parlamentari, vengano versati sulla posizione pensionistica di ciascuno e, se qualcuno non ha una partita, la si crei. Per cui un giorno o 5 anni, non ha importanza, i contributi vanno a sommarsi al resto in proporzione ai versamenti e vengono considerati ai fini della pensione globale. Non mi sembra né una cosa scandalosa né una cosa difficile da fare ed, in questo modo, toglieremmo per sempre di torno la noiosissima questione del termine da raggiungere per poter sciogliere le Camere.
Che ne pensate? Troppo semplice? Se poi vogliamo parlare dell’entità delle retribuzioni dei parlamentari, delle condizioni di versamento eccetera va benissimo ma è una cosa diversa che potremmo affrontare separatamente.
Fonte
A proposito della proposta di Emiliano, vorrei ricordare che la sua non è una proposta nuovissima: ci pensò già Tucidide (mio storico amatissimo, ma politicamente fautore del partito aristocratico) ottenendo in questo modo, l’espulsione dalle magistrature cittadine di chi non fosse appartenente alle classi nobili. E la stessa cosa accadeva nel Parlamento dell’Italia Liberale (nella quale lo Statuto escludeva perentoriamente che la carica di deputato potesse essere retribuita). Questi populisti credono di aver scoperto chissà quale cosa nuova, ma in realtà scoprono sempre l’acqua calda.
Partiamo da una idea: il lavoro si paga, anche perché, se faccio una cosa non ne faccio un’altra e, a meno di essere il figlio di Gianni Agnelli, per vivere ho bisogno di un salario, o chiamatelo come volete. Quello di parlamentare è un lavoro (quando viene fatto decentemente) ed anche non semplice, per cui, allo stesso modo in cui il direttore di una fabbrica prende più di un operaio (da almeno 20 anni stiamo esagerando con i differenziali retributivi, ma in sé pare giusto che chi svolge un lavoro con maggiori responsabilità, riceva una paga adeguata ad esse) è giusto che un parlamentare riceva una retribuzione a livello del suo lavoro (poi in una occasione diversa torneremo su quale possa essere una giusta retribuzione per un parlamentare, e sui criteri per formarla, mentre è palese che attualmente si tratta di cifre esagerate).
Poi va tenuto presente che quello di parlamentare è un impiego che comporta molte spese, perché devi vivere fuori casa, perché spesso ti capita di offrire un pranzo o una cena a chi viene a trovarti a Roma, perché devi leggere una certa quantità di libri e giornali, perché devi viaggiare per andare a fare comizi o presiedere convegni eccetera eccetera. Ma questo aspetto consideriamolo a parte nella voce dei rimborsi e ne parleremo. E lasciamo anche da parte la questione di quanti possano continuare a ricevere lo stipendio del lavoro precedente mentre sono in aspettativa o situazioni simili.
Per ora fissiamo un punto: che è giusto che ci sia una retribuzione parlamentare dignitosa, al livello del posto ricoperto, ma che, ovviamente, sia tassata come quella di qualsiasi cittadino. Almeno su questo siamo d’accordo?
Il vitalizio o, se preferiamo, la pensione non è altro che salario differito, per cui si accantona una parte della retribuzione per il momento in cui si uscirà dall’attività produttiva. Ed allora, nulla di strano che anche un parlamentare sia trattato in questo modo. In sé mi pare che non si tratti di alcun privilegio. Al solito il problema è del quanto ed a quali condizioni.
Qui però è sorta una questione da anni: perché il parlamentare possa godere della pensione, occorre che la legislatura abbia avuto una certa durata (attualmente 4 anni 6 mesi ed un giorno). E questo scatena uno psicodramma ogni volta che si renda necessario sciogliere anticipatamente le Camere, mentre, all’opposto, c’è chi pretende di sciogliere il Parlamento prima proprio per non far scattare il vitalizio il che è una scemenza come l’altra.
Ma allora come se ne esce? Io penso ad una cosa molto semplice: tenendo conto che con la riforma Fornero siamo passati da metodo retributivo a quello contributivo, allo stato attuale tutti i lavoratori dipendenti hanno una partita pensionistica aperta, mentre quelli autonomi spesso, non sempre la hanno e disoccupati e precari non la hanno affatto. La cosa più semplice è che i contributi detratti dalla paga dei parlamentari, vengano versati sulla posizione pensionistica di ciascuno e, se qualcuno non ha una partita, la si crei. Per cui un giorno o 5 anni, non ha importanza, i contributi vanno a sommarsi al resto in proporzione ai versamenti e vengono considerati ai fini della pensione globale. Non mi sembra né una cosa scandalosa né una cosa difficile da fare ed, in questo modo, toglieremmo per sempre di torno la noiosissima questione del termine da raggiungere per poter sciogliere le Camere.
Che ne pensate? Troppo semplice? Se poi vogliamo parlare dell’entità delle retribuzioni dei parlamentari, delle condizioni di versamento eccetera va benissimo ma è una cosa diversa che potremmo affrontare separatamente.
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08/05/2015
Altra bufala renziana: "tolti i vitalizi ai condannati"
Un regime fondato sulla menzogna e l'impoverimento di massa ha un bisogno disperato di provvedimenti "populisti", che raccolgano almeno parte dell'indignazione pubblica verso i privilegi della "kasta". E così si deve inventare continuamente delle autentiche "bufale" che possano servire allo scopo.
Ma "l'abolizione dei vitalizi ai condannati" gli è venuta decisamente male. Sparata dai media mainstream in prima pagina quasi si trattasse di una palingenesi della politica, a poche settimane dal voto alle regionali, la legge approvata dal parlamento mostra la corda fin dalle prime righe.
Tecnicamente, si tratta della delibera che cancella il "privilegio previdenziale" per il parlamentare che subisce una condanna definitiva a più di due anni per reati di mafia, terrorismo, contro la pubblica amministrazione (ma non per l'abuso d'ufficio) e per tutti quelli che prevedono condanne non inferiori nel massimo a 6 anni, tra cui anche la frode fiscale, ma non il finanziamento illecito ai partiti.
I "ma" sono tanti, decisamente troppi. Intanto: la condanna deve essere stata superiore ai 2 anni. In secondo luogo, e decisivo, se si è nel frattempo ottenuta la "riabilitazione", il vitalizio resta. Cos'è la "riabilitazione"? Un meccanismo di legge, valido per tutti i cittadini condannati in via definitiva che abbiano scontato per intero la pena, e che sano stati anche privati in via temporanea dei diritti civili attivi e passivi (diritto di voto e di essere candidato). In pratica, vine "ripulita la fedina penale", con l'ordine a casellario giudiziario di cancellare la menzione delle condanne e dei reati. Lo si ottiene (quasi) sempre, trascorso un periodo di tempo dal fine pena. Ed è giusto così.
Ma si escludono dal ritiro del vitalizio tutti gli ex parlamentari condannati a meno di due anni e "riabilitati", in pratica la legge colpisce solo quattro persone: Cesare Previsti, Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi (che certo non hanno bisogno anche dei 5-6.000 euro al mese di vitalizio). Ci perde 1.500 euro anche Giuseppe Ciarrapico, ma se ne farà un ragione facilmente. Non comprerà più cannoli in carcere (forse) Totò Cuffaro - ex presidente della Regione Sicilia e poi parlamentare per avere l'immunità - che deve scontare ancora sette anni per associazione mafiosa. E forse anche Toni Negri, eletto con i radicali all'inizio degli anni '80 e poi scappato in Francia quando si andava profilando la sua condanna nel processo "7 aprile". A lui dovrebbe venir quindi tolto un assegno di circa 2.000 euro al mese, perché è stato parlamentare soltanto per una legislatura, e neanche intera.
Si vengono invece a salvare tutti gli altri. Un elenco sterminato: Arnaldo Forlani, Paolo Cirino Pomicino, Domenico Nania (sette mesi per quando pestava i compagni, da fascista, negli anni '70), Roberto Maroni, Claudio Martelli, Gianni De Michelis, Renato Farina, Giorgio La Malfa, Paolo Pillitteri, ecc, ecc, ecc.
Un po' poco, come "eliminazione di un insopportabile premio per delinquenti", non vi pare?
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Ma "l'abolizione dei vitalizi ai condannati" gli è venuta decisamente male. Sparata dai media mainstream in prima pagina quasi si trattasse di una palingenesi della politica, a poche settimane dal voto alle regionali, la legge approvata dal parlamento mostra la corda fin dalle prime righe.
Tecnicamente, si tratta della delibera che cancella il "privilegio previdenziale" per il parlamentare che subisce una condanna definitiva a più di due anni per reati di mafia, terrorismo, contro la pubblica amministrazione (ma non per l'abuso d'ufficio) e per tutti quelli che prevedono condanne non inferiori nel massimo a 6 anni, tra cui anche la frode fiscale, ma non il finanziamento illecito ai partiti.
I "ma" sono tanti, decisamente troppi. Intanto: la condanna deve essere stata superiore ai 2 anni. In secondo luogo, e decisivo, se si è nel frattempo ottenuta la "riabilitazione", il vitalizio resta. Cos'è la "riabilitazione"? Un meccanismo di legge, valido per tutti i cittadini condannati in via definitiva che abbiano scontato per intero la pena, e che sano stati anche privati in via temporanea dei diritti civili attivi e passivi (diritto di voto e di essere candidato). In pratica, vine "ripulita la fedina penale", con l'ordine a casellario giudiziario di cancellare la menzione delle condanne e dei reati. Lo si ottiene (quasi) sempre, trascorso un periodo di tempo dal fine pena. Ed è giusto così.
Ma si escludono dal ritiro del vitalizio tutti gli ex parlamentari condannati a meno di due anni e "riabilitati", in pratica la legge colpisce solo quattro persone: Cesare Previsti, Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi (che certo non hanno bisogno anche dei 5-6.000 euro al mese di vitalizio). Ci perde 1.500 euro anche Giuseppe Ciarrapico, ma se ne farà un ragione facilmente. Non comprerà più cannoli in carcere (forse) Totò Cuffaro - ex presidente della Regione Sicilia e poi parlamentare per avere l'immunità - che deve scontare ancora sette anni per associazione mafiosa. E forse anche Toni Negri, eletto con i radicali all'inizio degli anni '80 e poi scappato in Francia quando si andava profilando la sua condanna nel processo "7 aprile". A lui dovrebbe venir quindi tolto un assegno di circa 2.000 euro al mese, perché è stato parlamentare soltanto per una legislatura, e neanche intera.
Si vengono invece a salvare tutti gli altri. Un elenco sterminato: Arnaldo Forlani, Paolo Cirino Pomicino, Domenico Nania (sette mesi per quando pestava i compagni, da fascista, negli anni '70), Roberto Maroni, Claudio Martelli, Gianni De Michelis, Renato Farina, Giorgio La Malfa, Paolo Pillitteri, ecc, ecc, ecc.
Un po' poco, come "eliminazione di un insopportabile premio per delinquenti", non vi pare?
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