Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/07/2026
07/02/2026
Italia - Milioni di lavoratori in pensione, i bassi salari dietro al crollo demografico
Vediamo alcuni di questi numeri. Secondo un’elaborazione di Adapt basata sui dati Istat, l’Italia vedrà oltre 4 milioni di persone andare finalmente in pensione entro il prossimo decennio. Nonostante i continui aumenti dell’età pensionabile e i tanti impedimenti per usufruire di un’uscita anticipata dal lavoro, alla fine circa un quinto degli attuali occupati potranno finalmente entrare in quiescenza.
Oggi, i lavoratori tra i 55 e i 64 anni rappresentano il 23% del totale. Non può dunque sorprendere che il pensionamento si avvicina per molti di loro. Mentre comparti come quelli legati a servizi digitali e attività con maggiori risvolti artistici può contare su una forza lavoro in genere più giovane, il cuore produttivo e amministrativo del paese si trova in tutt’altra condizione.
Nella Pubblica Amministrazione e nell’istruzione l’età media dei lavoratori supera i 50 anni. Nella manifattura ci sono 872 mila lavoratori tra i 55 e i 64 anni, il che significa che quasi un quinto del totale è prossimo alla pensione. Per riassumere, la PA, la scuola e l’industria perderanno il 18,6% di coloro che sono impegnati in questi settori.
Senza un ricambio generazionale adeguato, la loro uscita per pensionamento creerà voragini difficili da colmare. Al contrario, percorsi impossibili e costosi, insieme a prospettive retributive terribili spingono molti giovani a lasciare il paese, mentre, sul lungo termine, nemmeno i nuovi nati danno speranze.
Il numero di nascite è ormai stabilmente sotto la soglia delle 400mila unità l’anno, con un tasso di fecondità che nel 2024 ha toccato il minimo storico. Questo dato, unito alla difficoltà d’ingresso nel mercato del lavoro non solo dei giovani, ma nello specifico anche delle donne in generale, crea un corto circuito. Con un tasso di occupazione femminile al 54% (che precipita al 43,1% al Sud), l’Italia è 12 punti sotto la media UE.
C’è poi il nodo migranti. I prenditori italiani hanno usato a lungo gli stranieri, magari ancor più facilmente ricattabili se irregolari, per fare profitto pagando salari da fame. Ma lo spostamento a destra dell’opinione pubblica, attentamente alimentato per creare le condizioni di repressione di qualsiasi tentativo di alzare la testa, ha anche prodotto una narrazione ideologica in cui lo straniero è un problema.
Un altro cortocircuito di un sistema al degrado. Oggi, il 10,5% degli occupati è straniero, e quello che probabilmente si vedrà in futuro è il tentativo di tenere insieme la criminalizzazione dell’immigrato insieme alla volontà di attirare forza lavoro qualificata per colmare i gap che si andranno automaticamente a creare con i giovani italiani incentivati a fuggire da un paese che non gli offre nulla (già oggi ci sono 1,4 milioni NEET).
Infine, pochi giorni fa è uscito un articolo molto dettagliato su Il Sole 24 Ore che ha evidenziato un dato di fatto, che però la politica si ostina a voler nascondere (basta sentire le dichiarazioni di Giorgia Meloni): il crollo demografico deriva dal lavoro sottopagato. Lo mostra l’incrocio dei dati Istat e dei report dell’Area Studi di Mediobanca.
L’economia italiana non è affatto in crisi, se guardata dal lato dei capitali. Nel 2023, la quota dei profitti (il rapporto tra risultato lordo di gestione e valore aggiunto) ha superato il 46%, un picco storico. Il risultato lordo di gestione delle società finanziarie ha sfiorato i 480 miliardi di euro.
Di contro, la quota di ricchezza destinata ai salari è sprofondata al suo minimo storico, circa il 39% del PIL. Nonostante lo shock energetico e l’inflazione, gli imprenditori hanno saputo proteggere i propri margini di guadagno traslando i costi sui prezzi finali. E anche la storiella dei bassi salari a causa della bassa produttività viene smontata: visti i margini di profitto, vuol dire che una parte di quel “valore” prodotto potrebbe tranquillamente andare in tasca ai lavoratori.
A dirlo sono i paragoni con alcuni paesi altamente industrializzati dell’Asia, in genere visti come la punta di diamante della produttività. Se guardiamo al rapporto tra PIL e ore lavorate, l’Italia risulta statisticamente più produttiva di colossi come Giappone e Corea del Sud (il Belpaese produce 74/75 dollari ogni ora contro i 51/69 del Giappone e 47/64 della Corea del Sud).
La produttività italiana è addirittura cinque volte maggiore di quella cinese, ai primi posti per automazione dei processi produttivi e dove i salari nelle più importanti città ormai raggiungono livelli occidentali, ma con un minor costo della vita.
Scrivono su Il Sole: “poiché il PIL è, semplificando, la somma dei profitti, delle rendite e dei salari, se un’azienda ha un potere di mercato enorme (un monopolio, un marchio di lusso, o tariffe energetiche gonfiate), quella risulterà ‘produttiva’, anche se i suoi dipendenti lavorano esattamente come quelli di una ditta concorrente”.
Stando agli autori dell’articolo de Il Sole, in molti di questi paesi si preferisce una più alta occupazione al poter scrivere un numero alto sulle tabelle ministeriali. Non solo come strumento di ammortizzazione sociale, ma anche perché ciò permette di mantenere attivo il ciclo economico e di valorizzazione, con un ritorno sull’intera collettività. Insomma, la manfrina della produttività nasconde in realtà una scelta politica.
E tornando al tema del crollo demografico, anche questo non si risolve invocando i “valori della famiglia”, ma affrontando la questione salariale. Il valore aggiunto prodotto dall’Italia esiste, ma viene drenato da costi energetici folli, rendite immobiliari e margini aziendali record. Bisogna smettere di parlare di “scarsa produttività” e iniziare a parlare di relazioni industriali che favoriscano i salari al profitto.
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20/01/2026
I “padroni del mondo” e le pensioni italiane
Non è un mistero che la ricchezza si stia sempre più concentrando in poche mani, una tendenza alla centralizzazione dei capitali che si esprime nei monopoli dei grandi fondi finanziari americani, i più consistenti, in termini economici, sono i cosiddetti big three (BlackRock, Vanguard Group, State Street Global). Questi fondi gestiscono patrimoni, nello specifico i primi dieci al mondo, che hanno registrato un attivo di 44 mila miliardi di dollari nel 2022, i menzionati Black Rock e Vanguard ne gestiscono la metà; in sostanza, due fondi gestiscono un giro economico pari a circa 1/5 del PIL mondiale [2]. I primi dieci fondi del mondo partecipano, inoltre, in quote tra il 30 % e il 40 % delle prime 500 società mondiali, denotando la tendenza alla formazione di un’oligarchia finanziaria che domina l’economia “reale” euro-atlantica. Per effettuare un paragone con la finanza europea, essa gestisce patrimoni che a confronto appaiono fortemente sottodimensionati, le prime 10 società europee di risparmio gestito hanno attivi che sfiorano “soltanto” i 13 mila miliardi (e sono partecipate spesso e volentieri dai fondi americani), con solo cinque fondi che gestiscono cadauno circa mille miliardi (con la sola Amundi che gestisce in solitaria più di duemila miliardi).
In Italia le pensioni pubbliche sono gestite dall’INPS che chiude il bilancio 2025 con un attivo di 7,5 miliardi, risorse che sono fortemente soggette agli appetiti dei grandi fondi speculativi, delle banche e delle assicurazioni (a loro volta partecipate dai grandi fondi). Negli ultimi decenni la legislazione italiana ha favorito, con l'avallo di CGIL, CISL e UIL, il traghettamento progressivo di quote consistenti di salario diretto e indiretto nei fondi, in primis tramite i rinnovi dei CCNL che prevedono lo scambio tra aumenti retributivi reali e welfare aziendale che avalla i fondi integrativi pensionistici privati, la sanità privata e le polizze assicurative gestite sempre dai grandi fondi americani.
Nell’ultima legge di bilancio vediamo un imponente vantaggio fiscale al meccanismo delle pensioni private, tramite l’aumento della deducibilità annua del contributo versato ai fondi pensione. E ancora più incisivo e pericoloso l’obbligo del TFR nei fondi pensione privati per i neoassunti dal primo luglio 2026, e il silenzio-assenso come formula per negare tale trasferimento, una destinazione che USB denuncia con forza come meccanismo di appropriazione e finanziarizzazione del salario differito.
Nei primi nove mesi del 2025 i fondi pensione italiani hanno raccolto contributi per 11,7 miliardi di euro, (Relazione Covip settembre 2025), risorse che rappresentano l'architrave di una deriva finanziaria, borsistica e speculativa che ha prosciugato l'economia reale negli ultimi decenni. Sostenere la previdenza complementare significa consegnare le tutele sociali alla speculazione e ai grandi colossi bancari, alle assicurazioni, trasformando il futuro dei lavoratori e delle lavoratrici in una scommessa d'azzardo sui mercati azionari.
USB - Federazione del Sociale
Note
[1] https://www.ft.com/content/9c3c1ec8-9ccf-46bb-977d-e877dcf564e6
[2] Cfr. A. Volpi, I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia, Laterza, Roma-Bari, 2024; Id., La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale, Laterza, Roma-Bari, 2025; Indice S&P 500: https://www.britannica.com/money/economic-indicator.
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22/12/2025
Elsa Meloni Fornero
Il governo Meloni odia le donne e gli operai.
Avevano presentato peggioramenti brutali della legge pensionistica più feroce d’Europa. Poi, di fronte alla vergogna che travolgeva Matteo Salvini che aveva fatto tutte le sue campagne elettorali contro la legge Fornero, hanno fatto una parziale marcia indietro.
Si tolgono truffe incostituzionali come quella che sostanzialmente annullava il riscatto della laurea. Si attenua l’aumento dell’età della pensione, ma non lo si ferma. Così mese dopo mese si avvicina la pensione a settant’anni.
Resta il regalo ai fondi pensione privati, con la rapina a loro favore del TFR dei nuovi assunti. Resta la mancata vera indicizzazione delle pensioni, il che vuol dire che sempre più pensionati vedranno diminuire il loro reddito reale e peggiorare la loro vita.
Ma c’è una correzione della manovra che mostra tutto l’odio di classe di questo governo che finge di stare con il popolo. Hanno deciso di colpire il diritto ad andare in pensione prima per chi è andato a lavorare da ragazzo e per chi fa lavori usuranti, mentre hanno confermato l’abolizione del diritto delle donne alla pensione anticipata anche se con meno soldi.
Insomma gli operai devono rischiare salute e vita da anziani, mentre le donne si arrangino.
È bene ricordare che in Francia si continua ad andare in pensione a 62 anni, perché Macron ha per ora congelato la sua “legge Fornero”, mentre da noi siamo quasi a 68 anni di età e 44 di contributi.
Matteo Salvini continua ad imbrogliare, ma Giorgia Meloni in fondo è coerente. Lei ha scelto di essere l’obbediente esecutrice in Italia dell’austerità europea e del riarmo NATO. E questa sua scelta non è di oggi, perché la deputata Giorgia Meloni nel 2012 aveva proprio votato la legge Fornero.
Ora la porta avanti perché per la finanza internazionale quella legge è una vera e proprio bandiera. Elsa Meloni Fornero.
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Francia, è crisi nera. Sul bilancio tutti contro tutti
Non è un bel momento per Emmanuel Macron e per la Francia, in generale. Stanno venendo al pettine i nodi accumulati in anni di governance che, viste col senno di poi, si sono dimostrate più preoccupate di conservare le poltrone che di preparare un futuro solido per il Paese. Questo ha riguardato in particolare il settore pensionistico e la traiettoria degli impegni di spesa per la previdenza sociale. Intendiamoci: è un problema diventato ormai strutturale, con il quale tutte le grandi democrazie industriali del Vecchio continente stanno facendo i conti. Semplicemente, chi ha calcolato di erogare i benefit dello Stato sociale al tempo che fu, non ha saputo proiettare alcuni parametri e oggi la spesa relativa nei bilanci pubblici cresce in modo esponenziale. Ma se a questa ‘deriva’ generale si sommano ‘altre emergenze, ecco che allora il sistema finanziario dello Stato entra in fibrillazione. E scatta l’effetto ‘coperta-corta’. I soldi non bastano a onorare gli impegni e per trovare una soluzione si devono tagliare le spese. O bisogna imporre nuove tasse. In entrambi i casi, tali mosse fatte da qualsiasi governo diventano elettoralmente impopolari ed erodono il consenso. La Francia (come il resto d’Europa) si è trovata in mezzo alle onde gigantesche di una tempesta perfetta, stretta tra gli effetti della pandemia e le turbolenze economiche di una nuova Guerra fredda, dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Il Pil è crollato, la disoccupazione è aumentata e soprattutto ha cominciato ad allargarsi il deficit pubblico. Il resto lo hanno fatto le paturnie di Macron che, in un’epoca di vacche magre, si è impegnato scrupolosamente a moltiplicare le spese per il riarmo. Forse in un rigurgito di nostalgia per la passata grandeur. E come risultato ha perso le elezioni, ha nominato Primi ministri a ripetizione per governi di minoranza attaccati con lo scotch (cambiandoli come le cravatte) e finora non è riuscito nemmeno a far approvare la fondamentale legge di bilancio. Insabbiata in Parlamento, in un clima da rissa all’arma bianca. Insomma, una catastrofe.
Un bilancio... troppo sbilanciato
Pur di restare all’Eliseo, nonostante gli schiaffoni presi nelle recenti battaglie politiche, il Presidente Macron ha firmato un patto col diavolo. Si fa per dire, ovviamente, ma in questo caso c’è del vero, perché si è messo d’accordo con gli antichi nemici socialisti, che hanno promesso di sostenere il governo di Sébastien Lecornu. E questo è niente. Dato che il glorioso PS, che fu il partito di un eroe pacifista come Jean Jaurès, si è turato il naso e ha ottenuto in contraccambio nientemeno che l’annullamento della riforma delle pensioni. Si, avete capito benissimo, la tanto strombazzata rivoluzione del sistema previdenziale Macron se l’è messa sotto la suola delle scarpe. A questo punto, soprattutto al Senato, c’è stato uno spostamento verso destra di una fetta di voti (quelli dei Repubblicani) che prima avrebbero voluto votare il bilancio. Ma che adesso si rifiutano di farlo, perché il buco che si crea dovrebbe essere colmato da nuove tasse. E la Francia ha già un record formidabile di pressione fiscale. «Non ci sarà un secondo miracolo di Natale per Sebastien Lecornu». scrive Le Figaro. Dopo l’approvazione definitiva da parte dell’Assemblea Nazionale del disegno di legge sul finanziamento della previdenza sociale martedì scorso, il bilancio dello Stato stesso non si è concretizzato. I sette senatori e membri del Parlamento, riuniti a porte chiuse venerdì mattina in una sala del Palais Bourbon, hanno rapidamente riconosciuto che non avrebbero raggiunto un accordo sul disegno di legge finanziaria, istituendo così una commissione mista ‘non conclusiva’. Molto rapidamente, ancor prima che i parlamentari lasciassero la sala dove avevano discusso, il Primo Ministro ha riconosciuto il fallimento, lamentando sui social media «la mancanza di volontà di raggiungere un accordo da parte di alcuni». Dopo le concessioni ottenute dal Partito socialista sul disegno di legge sul finanziamento della previdenza sociale – in particolare la sospensione della riforma delle pensioni e l’aumento del CSG (Contributo sociale generale) sui redditi da capitale – sembrava ormai improponibile per i Repubblicani accettare le nuove richieste del partito di Olivier Faure e Boris Vallaud. «Queste richieste – conclude il giornale di Parigi – includevano, ad esempio, un aumento dell’aliquota fiscale sui redditi elevati, una sovrattassa sulle grandi società e il ripristino dell’imposta sulle holding, approvata dall’Assemblea in prima lettura». Lecornu, intanto, ci metterà una pezza con una legge tappabuchi. Spera di ‘convincere’ tutti entro il 31 dicembre, anche se le previsioni raccolte all’Assemblea Nazionale e al Senato sembrano alquanto cupe.
Fillon a Macron: ‘Dimettiti’
Intervistato da Le Figaro l’ex Primo ministro François Fillon sembra quasi scandalizzato per la piega che hanno preso gli avvenimenti. «Nel 2017 – afferma – ho chiesto di votare per Emmanuel Macron. Non avrei mai potuto immaginare che otto anni dopo il Paese si sarebbe trovato in una situazione simile. Macron significa un miliardo di euro di debito aggiuntivo ogni giorno lavorativo. Certamente, da François Mitterrand in poi, ogni Presidente della Repubblica ha aumentato il deficit e accumulato debito. Il governo che ho guidato non ha fatto eccezione a questa tendenza. Siamo stati tutti costretti a gestire le crisi come pompieri che spengono un incendio. Credevamo tutti che la crescita avrebbe ridotto il debito. Così facendo, abbiamo trascurato la questione demografica, la deindustrializzazione dell’Europa in generale e della Francia in particolare. Abbiamo sottovalutato le conseguenze di una tassazione e di una regolamentazione eccessive, che hanno distrutto la nostra competitività».
E, in cauda venenum, Fillon aggiunge: «Se fossi Emmanuel Macron, trarrei le dovute conclusioni dalla situazione del Paese e mi dimetterei per non sprecare diciotto mesi di tempo della nazione. Se decide di terminare il suo mandato, allora dovrebbe sciogliere l’Assemblea Nazionale e dare voce al popolo francese».
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17/12/2025
L’imbroglione
Vi ricordate quando Salvini chiedeva e prendeva i voti degli operai opponendosi fieramente alla Legge Fornero?
Oggi il governo Meloni ha definitivamente confermato quella legge iniqua e feroce, anzi l’ha peggiorata. Ancora mesi in più di lavoro e ci si avvicina ai 70 anni, mentre il pagamento della pensione viene ancora più ritardato.
Totalmente fregati coloro che avevano riscattato la laurea, che lavoreranno quasi tre anni in più. E poi ai giovani neoassunti viene rapinato il TFR, la liquidazione, a favore dei fondi pensioni delle compagnie di assicurazione. Infine nessun vero adeguamento all’inflazione delle pensioni, che continueranno a svalutarsi e a impoverirsi.
Un bel regalo alla finanza e alle banche da parte di Giorgia Meloni, che per questo può vantare il calo dello spread, perché taglia la spesa sociale, aumenta quella per le armi e obbedisce a tutti i banchieri e ai guerrafondai occidentali.
Un governo di imbroglioni, finti sovranisti e veri servi di Draghi, Ursula von der Leyen, loro padroni in comproprietà con Trump. Ma tra tutti gli imbrogli e gli imbroglioni il più ridicolo è Salvini; e più di lui fa pena chi ancora sta con lui.
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30/11/2025
Ocse: in Italia la pensione arriverà ai 70 anni
Nello studio si legge: “sulla base della legislazione in vigore l’età normale della pensione aumenterà in oltre la metà dei Paesi Ocse per stabilirsi in una forchetta compresa dai 62 anni in Colombia (per gli uomini, 57 per le donne), nel Lussemburgo e in Slovenia, ai 70 anni o più in Danimarca, Estonia, Italia, Paesi Bassi e Svezia”.
Questa soglia scatterà in Italia, secondo i meccanismi automatici legati all’aspettativa di vita, nel 2067. Chi oggi inizia a lavorare, e ha 22 anni (una situazione di un giovane che ha appena ottenuto una laurea triennale, per capirci), può “ambire”, sempre che avrà una carriera lavorativa piuttosto continuativa, ad andare in pensione con 46 anni e un mese di contributi nel 2071, a 68 anni.
Una vita tumulata nel lavoro, e non vale il detto “mal comune mezzo gaudio” se si pensa ad altri paesi che faranno persino peggio: in Estonia l’età pensionabile potrebbe arrivare a 71 anni, in Danimarca addirittura a 74. Dei 38 paesi Ocse, ovviamente, non tutti stanno vivendo prospettive del genere.
L’età di pensionamento media del gruppo, lo scorso anno, era di 64,7 anni per gli uomini e 63,9 anni per le donne. Per chi ha iniziato a lavorare nel 2024, la prospettiva era un po’ più alta: in media, 66,4 anni per gli uomini e 65,9 anni per le donne. Ma alcuni paesi, come Colombia, Slovenia e Lussemburgo, tolte possibili riforme, lasceranno invariata la propria età pensionabile.
È scontato affermare che ciò dipenderà anche dal rapporto tra popolazione in età lavorativa e anziani. Da qui al 2050, riferisce l’Ocse, la proporzione tra la popolazione sopra i 65 anni e quella tra i 20 e i 64 aumenterà di oltre il 25%. In numeri, ciò si traduce nel fatto che se oggi ci sono 39 persone oltre i 65 anni ogni 100 in età attiva, in un quarto di secolo queste diventeranno 64 ogni cento.
La discesa media della popolazione in età lavorativa è prevista intorno al 13%, ma in Italia il calo potrebbe superare il 35%, attestandosi tra i dati peggiori dell’Ocse. E non c’è dubbio: meno sono i giovani, meno possono essere i contributi con i quali si pagano le pensioni.
Però bisogna evitare di scadere nella trappola preparata dalla propaganda neoliberista, che prende i numeri sulla spesa pensionistica per giustificare i tagli o l’aumento dell’età pensionabile. Perché, innanzitutto, esistono vari sistemi di pagamento pensionistico: se un sistema fondato sui contributi non basta, allora deve essere la fiscalità generale a pagare il rimanente.
Ovviamente, questa opzione viene rifiutata perché è evidente che, per trovare le risorse, bisognerebbe finalmente riformare la tassazione in maniera più equa, e prendere molto di più dai redditi più alti. Collegato a ciò, c’è proprio la seconda motivazione, ovvero che la quiescenza dopo 40 anni di lavoro è il risultato di un patto sociale.
Uno dei tratti delle società che vogliono dirsi civili dovrebbe essere quello di non far più lavorare gli anziani, e garantire loro dei diritti economici, che dovrebbero essere tali non secondo virtù di bilancio. Questo traguardo del passato è però una conquista delle lotte dei lavoratori, e da decenni le classi dirigenti stanno trasformando questo patto sociale.
La pensione non è più un diritto che serve a salvaguardare la vita di chi è arrivato ai limiti dell’età lavorativa, come obiettivo sociale, ma è tornata a essere poco più di una prestazione assicurativa individuale, quantificata con un calcolo sempre più insufficiente, e relegata ad anni in cui il lavoratore è già stato spremuto in ogni sua forza ed energia, quando ormai insomma non può essere più sfruttato ulteriormente.
Tenendo presente questo aspetto, i tre omicidi giornalieri di lavoratori, il tentativo di peggiorare ulteriormente le condizioni di lavoro, la riduzione dei servizi sanitari, è anche facile mettere in dubbio che le prospettive di vita aumentino ulteriormente. Ma ciò non avverrà, dunque, per raggiunti limiti naturali, bensì perché il capitale avrà preso tutto dalla forza lavoro, fino a distruggerla.
La necessità di riaccendere il conflitto, sociale e politico, emerge da sola, una volta avuta questa presa di coscienza.
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15/10/2025
Francia - Lecornu rinvia l’attacco alle pensioni per comprare i “socialisti”
Impossibile ottenere il solito appoggio seminascosto da parte dei fascisti di Le Pen, già pronta la mozione di censura da parte de La France Insoumise, imboscati dietro le colonne gli “alleati” centristi pronti a votare il suo governo “tecnico” ma restii a figurare pubblicamente tra gli assassini dei pensionati, nel suo primo discorso in parlamento da “incaricato bis” Sébastien Lecornu ha dichiarato di voler congelare fino alle prossime elezioni presidenziali del 2027 una legge impopolare che innalza l’età minima pensionabile per la maggior parte dei lavoratori.
Con l’occhio alla parte “concertativa” del mondo sindacale ha così garantito che “non ci sarà nessun aumento dell’età pensionabile da ora fino al gennaio 2028, come ha ulteriormente chiesto ieri il sindacato CFDT”.
Era questa l’unica condizione posta dai sedicenti “socialisti” guidati da Olivier Faure – che hanno platealmente applaudito questo passaggio nel discorso – peraltro entrati in Parlamento solo grazie ad un’alleanza meramente elettorale con Mélénchon e il Partito Comunista. La legge era stata approvata nel 2023 e porta progressivamente l’età minima della pensione a 64 anni, rispetto ai 62 precedenti.
Ma Lecornu non l’ha messa affatto nell’armadio delle “riforme” impossibili. Giura di averla solo rinviata per superare l’ostacolo che ha davanti: trovare una maggioranza che approvi la legge di stabilità entro la fine dell’anno.
“Una sospensione deve essere un’opportunità. Dibattere la questione delle pensioni non è solo un’equazione finanziaria. È una parte essenziale del nostro contratto sociale. E anche questo contratto ha bisogno di una revisione”, ha chiosato promettendo di fatto che la riforma si riproporrà se dovesse essere rieletto Macron alla presidenza della Republique. O qualcuno che ne raccolga il testimone neoliberista e antipopolare.
Lecornu ha insistito sul fatto che una tale sospensione deve essere accompagnata da adeguati risparmi per contenere la spesa pubblica fuori controllo e ridurre un deficit di bilancio che si prevede raggiungerà il 5,4% del prodotto interno lordo quest’anno. “Ma – dico qui in modo molto diretto – sospendere per sospendere non ha senso. La sospensione che non preveda nulla dopo sarebbe irresponsabile. Questa sospensione deve riportare la fiducia necessaria per costruire nuove soluzioni. La sospensione per fare meglio, questa è la soluzione, la sospensione sia un’opportunità”.
Di fatto, la pezza messa momentaneamente sulle pensioni verrà ritagliata con altri interventi mani-di-forbice sulla spesa sociale, sperando che l’impatto sulla popolazione si meno percepibile nell’immediato.
Il governo Leocrnu ieri mattina ha infatti proposto un bilancio mirato a portare il deficit sotto il 5% del PIL per il prossimo anno, che include 31 miliardi di euro di tagli alla spesa e aumenti delle tasse. Il rinvio sulle pensioni “dovrà essere compensato finanziariamente, anche con altre misure di taglio alla spesa”.
Nulla di diverso, insomma, da quel che in Italia abbiamo ascoltato da tutti i governi per quasi un trentennio (dal “governo Dini” del ’95 in poi). Solo che la Francia si ritrova ora a dover fare la stessa strada in tempi molto più stretti e con una resistenza sociale assai più robusta (anche perché buona parte della Cgt non somiglia affatto alla nostrana Cgil).
Nel discorso al Parlamento non sono ovviamente mancate le solite minacce abituali in questi casi: Se “le cose non andranno bene questa settimana, ci stiamo dirigendo verso una grave crisi istituzionale. Lo scioglimento diventerà inevitabile. Non sarò il primo ministro del dissesto dei conti pubblici”.
Del resto si è presentato in aula sapendo bene che la destra fascista e la sinistra radicale avevano già presentato due diverse mozioni di censura nei suoi confronti (in Francia il governo non ha bisogno chiedere il “voto di fiducia”, ma può essere costretto alle dimissioni se la maggioranza approva una mozione di censura).
E Macron aveva annunciato che “le mozioni di censura presentate sono mozioni di scioglimento e devono essere considerate come tali”. In altri termini, l’Asssemblea Nazionale verrebbe sciolte e si andrebbe ancora una volta ad elezioni anticipate, mentre le dimissioni da Presidente di Macron sono considerate “impossibili”.
Anche la Francia si ritrova in balia dei “mercati” dopo aver per un trentennio spinto per regole europee di “austerità” che pensava fossero riservate ai “paesi cicala” del Sud, come Italia e Grecia. La crisi economica e la prospettiva di raddoppiare la spesa militare ha alimentato alla fine i timori che la seconda economia dell’eurozona sia diventata così ingovernabile da non poter più pagare i propri conti.
C’è però anche da registrare la profonda differenza di trattamento riservata dai mercati stessi all’attuale governo francese. La rinuncia alla riforma delle pensioni è stata annunciata a mercati aperti. Se l’avesse fatto l’Italia ai tempi della “Fornero” il prezzo dei Btp sarebbe salito in un attimo al cielo, incrementando spaventosamente lo spread rispetto ai Bund tedeschi.
Nel caso francese, invece, gli Oat (l’equivalente dei Btp) hanno riguadagnato quota e ridotto lo spread, chiaramente per una valutazione che considerava più grave una aperta crisi di regime piuttosto che il rigore nei conti pubblici. Potenza del doppio standard del capitale finanziario multinazionale, alla faccia delle cosiddette “leggi dell’economia liberista”...
In ogni caso si tratta di una pesante sconfitta momentanea per Macron, il vero alfiere dei mercati e delle banche (lui viene del resto dal vertice di banca Rotschild) e di una vittoria per i movimenti che hanno dato battaglia a lungo.
È dichiarato però che i mercati torneranno all’assalto tra un anno e mezzo e che c’è comunque un prezzo da pagare subito (i dettagli arriveranno con la presentazione della legge di stabilità, nei prossimi giorni). Così come è chiaro che i “socialisti” passano armi e bagagli nel campo centrista e liberista, cosa che renderà impossibile – alle prossime legislative – la formazione di una nuova edizione del Fronte Popolare.
Dipenderà insomma ancora dalla capacità dei movimenti sindacali e sociali far sì che che la forza delle piazze pesi anche elettoralmente, rovesciando gli equilibri nel paese.
Fonte
09/10/2025
Francia in crisi, ma il Regno Unito sta peggio
Sostanzialmente esiste, di base, una crescente difficoltà dei sistemi politico-sociali occidentali (ed europei in particolare) a garantire gli stessi livelli di welfare raggiunti fino a qualche anno fa. Il fenomeno è complesso e coinvolge fattori congiunturali e anche scelte di governance sbagliate. In particolare, alcuni settori della previdenza sono entrati nel mirino di esecutivi ansiosi di far quadrare i conti pubblici. Debiti comunque accumulati, in buona misura, anche per colpa di pratiche di malgoverno. Prima di tutto è stata la spesa per i sistemi pensionistici a far sballare le previsioni, seguita dalla pessima infiltrazione della politica (urbi et orbi) nella gestione della sanità. Tutto è stato poi complicato dal perverso rapporto tra spesa pubblica e consenso, che nelle democrazie occidentali resta un passaggio onnipresente del confronto elettorale. Ragion per cui si è preferito più spesso fare debiti, piuttosto che aumentare le tasse o puntare su sanguinosi tagli di spesa sociale. Ma ora i nodi sono venuti al pettine e, semplicemente, il prossimo Premier francese ha zero margini di manovra per la legge di bilancio. I numeri sono come pietre e indicano che l’Esagono è sull’orlo di una crisi del debito sovrano. Il che non significa certo che finirà come la Grecia, ma vuol dire di sicuro che immetterà ancora più instabilità sui mercati europei. Perché il suo difficile momento economico si accompagna a una fase di ingovernabilità politica, divenuta ormai cronica.
Ma a ‘fondamentali’ Londra sta peggio
Sui parametri fondamentali dell’economia il Regno Unito non sta certo meglio della Francia. Anzi, si può senz’altro affermare che certi valori predicono uno scenario che potrebbe rivelarsi altrettanto inquietante per i mercati. Innanzitutto, i tassi di interesse sui bond a 10 anni sono saliti al 4,7%, cioè ben un punto in più rispetto a quelli francesi. Mentre il deficit di bilancio su Pil sfiora il 5% e la bilancia dei conti correnti, con un -3,2% è la seconda peggiore d’Europa, dopo la Grecia. Ma dove il Regno Unito fa incrociare le dita a chi ancora investe nei suoi titoli è nel campo minato dell’inflazione: con un 3,8% Sir Keir Starmer batte tutti e di gran lunga (a parte l’Austria) e comincia a guastare i sonni del governatore della Banca d’Inghilterra. Si, perché alzare ancora i tassi per difendersi significherebbe aumentare il servizio del debito e quindi il buco di bilancio. Che per ora arriva a una somma, compresa tra 40 e 45 miliardi di sterline, già assai complicata da reperire. E, in effetti, visto come vanno le cose, il governo laburista deve darsi una mossa, perché un nuovo temibile avversario si avvicina al galoppo. Si tratta di Reform UK, il partito dei populisti di Nigel Farage, che assorbe consensi come una spugna ogni giorno di più.
C’è maretta dentro il Labour
Dunque, nelle ultime settimane i rendimenti obbligazionari britannici hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi 30 anni. E la sterlina ha avuto alti e bassi. Una sterlina che cala accompagnata da rendimenti più elevati è una ricetta per la catastrofe finanziaria pubblica. Una congiunzione micidiale, specie se si inserisce in un ciclo di stagnazione, con esigenze di tagli (alla spesa) e tasse (in aumento). Il problema più scottante, anche per Londra, rimane però quello della gestione (e del finanziamento) del sistema pensionistico. Parliamoci chiaro: è questa la ‘madre’ di tutte le questioni sociali nell’Europa contemporanea. Il motivo? Faciloneria della politica, calcoli sbagliati e promesse non mantenute. Ma a fronte di un disastro annunciato, con quale faccia vai poi a dire a chi ha lavorato una vita di ‘stringere la cinghia’, perché bisogna comprare i carri armati per la sicurezza nazionale? E, infatti, si guardano bene dal pronunciare questa equazione. Più prosaicamente parlano di «sacrifici in tempo di crisi». Insomma, ci siamo capiti. Hanno sbagliato le previsioni di spesa (tutti) e adesso non sanno come girare la frittata. Perché (segnatevelo) di questo passo i soldi per pagare le pensioni in Europa non basteranno più. E allora? Beh, certo quelli che comprano armi per giocare alla guerra saranno i primi a essere cacciati dagli elettori. Intanto, però, dentro il Labour vengono a confronto le due anime, «quella ‘di lotta’ e quella ‘di governo’». Si confrontano attraverso l’aspra campagna elettorale per la carica di vice-presidente del partito. Una è incarnata dalla barricadera Lucy Powell, che vorrebbe spostare il Labour sulle sue più tradizionali posizioni progressiste. L’altra, invece, vede scendere in campo la ‘pupilla di Starmer, Bridget Phillipson, che è anche Ministro dell’Istruzione. «Sono orgogliosa dei risultati ottenuti dal Partito laburista – ha detto la Powell – ma dobbiamo riconoscere che sono stati commessi degli errori. Non possiamo nascondere il fatto che le cose non stanno andando bene».
Farage il convitato di pietra
La Powell si riferisce al crescente successo di Nigel Farage, che col suo ‘Reform UK’ sta praticamente intercettando tutti i voti degli scontenti del Paese, che cominciano a essere una massa imponente, difficilmente calcolabile. Ecco perché il popoulista Farage, che prima veniva trattato quasi come una macchietta della politica, adesso è diventato un temibilissimo outsider. E ancora ci teniamo larghi. La verità è che la crisi dei tradizionali partiti di massa ha prima decimato i Conservatori, e adesso sta colpendo dolorosamente e di rimbalzo anche i laburisti. Perché gli oggettivi problemi finanziari del Regno Unito, aggravati dalla Brexit, ora premiano chi non è mai stato al governo. Una prova? Quest’anno, alle comunali Reform UK ha raddoppiato o triplicato i consensi. Ma quello che fa più paura e che continua a guadagnare terreno in tutti i polls, e non solo a scapito dei Conservatori. Pesca abbondantemente anche fra gli indecisi e, addirittura, tra liberali e qualche laburista pentito. Una prova? Ha scritto Polly Toynbee, editorialista del Guardian: «Il Regno Unito ha bisogno del Partito Conservatore. Questa è una frase che non mi sarei mai aspettata di scrivere. Per gran parte della mia vita sotto il loro feudo, il ‘partito naturale del governo’ ha comandato i media, le imprese e le donazioni politiche. Ha presieduto, soprattutto a partire dagli anni ’80, alla supremazia del capitale a scapito del lavoro, delle altissime disuguaglianze, del degrado dei servizi pubblici e dell’individualismo egocentrico. Dovrebbe quindi essere un piacere leggere ovunque il suo necrologio, visto che apparentemente si trova ad affrontare ‘l’oblio’, ‘l’abisso’ e ‘l’estinzione’. La prospettiva di una Gran Bretagna senza un Partito conservatore è difficile da comprendere.
Paura a destra dei Conservatori
Ma potremmo sentirne la mancanza se venissero sostituiti da qualcosa di peggio. La prossima iterazione della destra rischia di essere il mondo trumpista e persecutorio degli stranieri di Nigel Farage e Tony Robinson. Il discorso di apertura della conferenza di Kemi Badenoch ha spinto il suo partito ancora più avanti su questa linea: imitando le sue politiche, rende il ‘faragismo’ rispettabile». Che dire? Evidentemente, il populismo inglese è talmente temibile e in grado di proporre una sorpresa ‘alla francese’, che persino un giornale di antico progressismo come il Guardian arriva ad augurare «lunga vita al Partito conservatore», pur di non ritrovarsi tra i piedi Reform UK.
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02/09/2025
Il governo Meloni prepara un altro ricatto ai lavoratori
I punti fermi, per ora, sono quelli dell’austerità unioneuropeista, condivisa in tutto e per tutto dal centrodestra. Come da decenni a questa parte, ciò significa ridurre la spesa sociale (ovviamente, per far posto ad altre spese inutili per le classi popolari, come quelle per la guerra) e smantellare quel poco che è rimasto dei pilastri pubblici della previdenza.
Ad esempio, rafforzando quella complementare. E il tutto avviene tramite un ricatto sottile, ma molto evidente: siccome le pensioni, col passaggio definitivo al sistema contributivo in un paese di precarietà e salari da fame, avranno livelli assolutamente insufficienti per la sopravvivenza dei pensionati, allora dovranno essere dirottate altre prestazioni per garantire trasferimenti al limite del dignitoso.
Il sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon, ha in mente di destinare il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) a una sorta di integrazione dell’assegno, per raggiungere la soglia minima per legge, e poter magari andare in pensione leggermente prima. La ministra Calderone, invece, predilige l’utilizzo del TFR per far aderire gli attuali lavoratori ai fondi pensione complementari.
Già oggi è possibile stornare i fondi della ‘liquidazione’ per incrementare l’importo della pensione futura, ma la realtà è che in Italia lo sviluppo della previdenza complementare ha sempre faticato a decollare. I lavoratori, giustamente, non vogliono scambiare un diritto per un altro, e conoscono bene i pericoli di queste forme integrative.
La ministra ha già promesso che ne parlerà coi sindacati, ma qui c’è un altro problema. Alcuni di questi fondi, quelli cosiddetti ‘negoziali’, sono gestiti proprio da alcune organizzazioni dei lavoratori, il che chiaramente potrebbe spingerle all’assenso verso una riforma del genere. Mentre molti altri sono sostanzialmente fondi privati, che reinvestono il frutto del lavoro nel mercato finanziario.
Questa mossa sarebbe uno strumento ulteriore per garantire alla finanza l’afflusso di nuove risorse, in questa fase di crisi, ma legherebbe anche i risparmi previdenziali di milioni di lavoratori all’andamento delle borse. Non una prospettiva di solide garanzie per chi vive della propria fatica giornaliera, ma sappiamo bene che di questo le classi dirigenti non si preoccupano.
Sul piatto rimangono anche altre questioni spinose. L’uscita anticipata dal mondo del lavoro per chi svolge lavori usuranti, gli effetti della Legge Fornero che porterà l’età pensionabile a 67 anni e 3 mesi nel 2027, Opzione Donna. Chissà quali altri giochi di bilancio si inventerà il governo, togliendo quello che è già dei lavoratori per tappare altri buchi.
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10/07/2025
Francia, la Grande Armèe di Macron la pagano i pensionati
Nelle segrete stanze, l’establishment politico parigino deve far quadrare il cerchio: trovare il modo di riarmarsi fino ai denti, senza scassare i conti dello Stato che già traballano. Macron è un illustre marpione. Sa benissimo che la Russia, solo per tenere il fronte ucraino, già spende il 7,1 per cento del Prodotto interno lordo (dati Sipri, Stoccolma). Ed è quasi al limite. Più si alza l’asticella e più si ‘scolla’ la struttura sociale. Quindi? Putin, anche volendolo (cosa di cui dubitiamo), non potrebbe andare da nessuna parte. Per inedia. E allora, Macron come spiega (al di là delle elucubrazioni sulla incombente invasione sarmatica) il robusto aumento delle spese militari? Semplice, affidandosi alle parole del suo Ministro dell’Economia, Eric Lombard, il quale ha illustrato i piani del governo per arrivare (gradualmente) a una spesa per la difesa del 5 per cento del Pil.
Una china di instabilità politica
Uno sforzo che, per la Francia, non sarà indolore, dati i cronici problemi di bilancio e la pericolosa china di instabilità politica presa dal Paese, sempre più socialmente spaccato. Dunque, nell’attribuire uno dei motivi del riarmo al principio di ‘collegialità atlantica’ (in altre parole, il diktat di Trump), il governo francese ha spiegato che esso rappresenta anche una eccellente opportunità di risparmio e rilancio dell’economia. Saranno proposte obbligazioni bancarie, che i privati potranno sottoscrivere, per sostenere le nuove spese per la difesa, ottenendo un buon guadagno in termini di rendimento. Così TF1 riporta le parole del ministro: «Certo, c’è del rischio – ammette – ma l’obiettivo è investire in ‘buone aziende’». «E in realtà, a lungo termine, i risparmi danno più frutti. Per chi ha risparmi, è un modo per prepararsi al futuro», ha sostenuto il capo di Bercy. «Saranno buoni investimenti, perché sono sia buone che cattive notizie, ma dovremo, a lungo termine, aumentare il nostro impegno nella difesa nazionale».
Miliardi per una lobby potentissima
Questa iniziativa – conclude TF1 – è tuttavia ben lungi dall’essere sufficiente a finanziare l’ascesa dell’industria della difesa: «le aziende del settore necessitano di circa cinque miliardi di dollari in equity, nuovi capitali, finanziamenti da investitori pubblici e privati per aumentare le linee di produzione e svilupparsi», ha spiegato ancora Eric Lombard. «In particolare, ci sono 4 mila piccole e medie imprese, che necessitano di capitali, prestiti e finanziamenti», ha insistito. Quindi, è chiaro. La strategia finanziaria di Macron mira a rifornire di capitali, anche privati, la base industriale e tecnologica della difesa francese. Stiamo parlando di nove grandi gruppi, come Dassault Aviation, Safran, Thales e Airbus, oltre a più di 4.500 piccole e medie imprese. Una lobby potentissima, che fa della Francia una protagonista mondiale nel redditizio settore della produzione di sistemi d’arma, veicoli da combattimento, caccia da superiorità aerea e guerra elettronica. Basti solo pensare che il business militare pone l’Esagono al secondo posto al mondo (assieme alla Russia) per vendite complessive, con l’11 per cento del totale.
Esercito vetrina armata
Il primo utilizzo dei ‘prodotti’ Made in France, dev’essere testato nelle Forze armate transalpine, ‘vetrina’ per il supermarket delle cannoniere. Problemi? Una montagna. I piani di sviluppo degli armamenti, quasi tutti ad alta tecnologia, devono essere poliennali. La domanda dipende dalle congiunture geopolitiche internazionali: le tregue e le paci fanno male al ‘business’. E quindi anche al mercato delle armi, facendo crollare le azioni di chi ci ha investito sopra. Insomma, lo sviluppo, la realizzazione e l’acquisizione di armamenti di ultima generazione vanno finanziati dallo Stato. Con tagli (alla spesa pubblica) o tasse, non si scappa. E in Francia? Beh, tutte e due le cose. Macron è un pericoloso ‘gambler’, gli piace giocare d’azzardo. Spesso perde, ma anziché pagare firma cambiali (politiche), che prima o dopo qualcuno gli sventolerà sotto il naso.
Bilancio 2026 da paura
«Bilancio 2026: lo spettro dell’aumento delle tasse si fa sempre più concreto», titola secco Le Figaro, attribuendo al governo Bayrou propositi ‘suicidi’, se si considerano le tensioni sociali già esistenti e il fatto che mentre si taglia il welfare, con la stessa sfrontatezza si aumenta subito la spesa militare. Che passa dal 2,1 per cento fino a raddoppiare nel 2030 e a stabilizzarsi al 5 per cento, nel 2035. Le Figaro scrive: «La Presidente dell’Assemblea nazionale, Yael Braun-Pivet, pur appartenendo a Renaissance (che ama presentarsi come il partito della riduzione delle tasse), ha ammesso che, nella preparazione del bilancio, che dovrebbe evidenziare uno sforzo di 40 miliardi, ‘non possiamo ignorare le entrate ed escludere a priori qualsiasi aumento delle tasse’. La deputata sta anche aprendo la strada proponendo, su Les Échos, di eliminare la detrazione fiscale del 10% sulle pensioni di vecchiaia o di aumentare l’aliquota più alta del CSG (contributo sociale)». Tutto questo per non parlare dei provvedimenti, già circolati in anteprima, e che riguardano la ‘riforma’ (cioè il ridimensionamento) del Servizio sanitario nazionale. Una medicina amarissima, che sarà fatta trangugiare al popolo francese in settimana, quando sarà approvata la molto controversa legge di bilancio.
‘Legge Putin’ e le crescenti diseguaglianze
Legge di bilancio che potremmo definire anche “legge Putin”, dato che dietro il ‘babau russo’, l’uomo nero che toglie il sonno ai nipotini di Napoleone, c’è l’esigenza di raccattare una quarantina di miliardi di euro, senza abbassare le saracinesche del Matignon. E tutto questo, proprio in un momento in cui Le Figaro titola: «Forte aumento della disuguaglianza e del tasso di povertà al livello più alto degli ultimi 30 anni. La scommessa fallita di Emmanuel Macron». L’articolo si riferisce al piano presentato dal Presidente francese nel 2018 per migliorare la situazione e al riscontro, catastrofico, dell’Istituto nazionale di statistica (INSEE) alla fine del 2023. «Crescenti disuguaglianze e povertà». Nel 2023 – dice il quotidiano parigino – 9,8 milioni di persone vivevano al di sotto della soglia di povertà monetaria nella Francia metropolitana, ha rivelato lunedì l’INSEE. Questa cifra è significativamente più alta rispetto all’anno precedente. Secondo l’Istituto, «il tasso di povertà (la percentuale di individui che vivono con meno di 1.288 euro al mese) è aumentato di 0,9 punti percentuali, raggiungendo il 15,4%. Si tratta di un livello che non si vedeva dal 1996, anno del primo studio INSEE sull’argomento».
‘La madre di tutte le catastrofi’ sulle pensioni
In questo ‘vernissage’ delle disgrazie macroniane, non abbiamo parlato della ‘madre di tutte le catastrofi’: la riforma delle pensioni, che merita un necrologio politico a parte. Ma che sarà il nemico più coriaceo della sua Grande Armèe. Siamo sicuri che ai reggimenti di ardimentosi (e spremuti) pensionati, dimenticati dallo Stato, che protestando civilmente in piazza (e alle urne) grideranno la loro rabbia, le divisioni corazzate di Macron gli faranno un baffo.
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12/05/2025
Il vero degrado è lavorare una vita e rimanere poveri
Intanto bisognerebbe che qualcuno spiegasse alla professoressa che il bilancio INPS ha chiuso gli ultimi tre esercizi in attivo. Ma la nostra se ne guarda bene dal ricordarlo, presa com’è dal loop del “non ci sono soldi – non ci sono soldi”.
In ogni caso, le variabili da considerare per valutare la tenuta presente e futura dei conti dell’INPS – prima fra tutte la sempre invocata e mai attuata separazione dell’assistenza dalla previdenza – sono molte e non hanno molto a che fare con il saldo negativo di nascite e decessi.
Comunque vada, ed al netto delle chiacchiere di Salvini, in base al meccanismo dell’agganciamento all’indice della speranza di vita previsto dalla norma ancora in vigore e che porta ancora il suo nome, fra qualche anno l’età pensionabile potrebbe superare i 70 anni. E, grazie al calcolo “contributivo” ed al lavoro precario ed intermittente, le pensioni saranno talmente da fame che, anche andati in pensione a 70 anni, sempre più pensionati continueranno a lavorare in nero ed a fare lavori pericolosi tipo salire su impalcature senza sistemi di protezione ed imbracatura per rimediare quel che consentirà loro di arrivare a fine mese.
In Francia hanno fatto mesi di sciopero perché non volevano andare in pensione a 64 anni anziché 62. Ma ci vanno con il calcolo retributivo, l’unico che garantisce un livello di vita minimamente dignitoso.
E in Italia? Qui i sindacati complici della distruzione del nostra sistema pensionistico si sono tuffati, esattamente 30 anni fa, nei fondi pensione “chiusi”, ovvero, con i sindacalisti di Cgil, Cisl e Uil infilati illo tempore dentro i consigli di amministrazione dei fondi pensione (in palese conflitto di interesse). Altro che Francia...
Da allora tirano la volata alle assicurazioni private che vorrebbero rendere obbligatoria la devoluzione automatica del TFR (Trattamento di Fine Rapporto) direttamente ai fondi pensione e puntano sulla trasformazione del sistema pensionistico attuale in un ente erogatore di elargizioni caritatevoli nei confronti dei poveri assoluti.
A rapinare il TFR dei lavoratori ci ha provato anche la plurilaureata della domenica e ministra del lavoro, Elvira Calderone, con un emendamento in legge di bilancio senza, però, riuscirci. Una torta, quella dei TFR, che vale svariate decine di miliardi di euro su cui i grandi gruppi finanziari e speculativi non vedono l’ora di mettere le mani.
Intanto il grande filosofo che si rifà direttamente a quelli greci antichi, Umberto Galimberti, in una recente intervista ha dichiarato che già a sessant’anni l’uomo potrebbe tranquillamente lasciare questo mondo. Si, magari sotto una pressa, oppure liquefatto in un deposito di idrocarburi.
Visto che, in base al sistema previdenziale attuale, a 60 anni siamo ancora nel bel mezzo della nostra vita lavorativa, quale morte più saggia ed in linea con gli insegnamenti dei grandi filosofi greci se non quella di prendersi uno schioppone definitivo sul posto di lavoro? Del povero lavoratore in infinita attesa di una pensione, si scriverà nei necrologi “onore a lei/lui, è morto lavorando per l’azienda XY a cui è rimasto sempre devoto ed a cui ha dedicato i migliori anni della sua vita... ed anche i peggiori”.
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26/03/2025
Francia - Quando la guerra attacca le pensioni
«Infine, le attuali discussioni sulle pensioni non possono ignorare del tutto l’attuale contesto internazionale. La necessità di aumentare considerevolmente la nostra spesa militare nei prossimi anni, se non trimestri, sta diventando sempre più chiara e pressante. Il graduale ingresso, più o meno esplicito, in un’economia di guerra renderà secondari, se non addirittura irrisori, gli attuali dibattiti sull’età pensionabile. La questione diventerà invece, in questo ambito e tra le molte altre decisioni da prendere, come aumentare rapidamente questa età pensionabile oltre i 64 anni decisi nella legge del 2023...»In breve, l’entrata in (un economia di) guerra “rende irrisori i dibattiti attuali sulle pensioni” mettendo con le spalle al muro ogni negoziazione in corso sulla riforma della legge sulle pensioni del 2023, proprio nel momento in cui con il nuovo governo di Bayrou (un po’ più a sinistra solo se comparato a Barnier, e scelto da Macron per neutralizzare la spinta del Front Populaire dopo la caduta del governo) si erano riaperte le trattative che vedono coinvolte le organizzazioni sindacali e padronali per discutere la possibilità di abbassamento dell’età pensionistica, ad oggi fissata a 64 anni dalla riforma di 2 anni fa.
A confermare questo passo indietro sul piano delle trattative, è intervenuto direttamente il primo ministro, la scorsa domenica sulla trasmissione “Questions politiques”, escludendo la possibilità di un ri-abbassamento dell’età pensionabile a 62 anni.
Niente di cui sorprendersi: che la formula preferita da industrie belliche e capi di stato liberal-guerrafondai sia tagliare al pubblico per finanziare la guerra, è storia tristemente nota. In questo caso, è l’incalzante cronoprogramma a essere spudorato, dal momento che le parole del fedelissimo di Macron e di Bayrou arrivano a margine del tavolo settimanale della “conclave retraite” apertosi solo all’inizio del 2025, irritando, a buon diritto, i sindacati.
Anche il Rassemblement National ha avuto da ridire; attraverso la figura di di Laurent Jacobelli, membro dell’Assemblea Nazionale, ha criticato la tattica macronista di utilizzare “alibi” esterni per non occuparsi della politica interna.
È così che la “conclave retraites” si è sfasciata nel giro di due settimane, con l’abbandono del tavolo da parte di vari sindacati, tra cui anche la CGT, di fronte alla chiusura della possibilità di un abbassamento dell’età pensionabile.
Eppure, anche nel fronte antigovernativo e tra gli strenui difensori delle pensioni francesi, non mancano i guerrafondai.
In una dinamica che ricorda quella italiana, i sindacati riformisti e complici, come la CFDT (Confédération française des travailleurs chrétiens), la CFE-CGC (Confédération française de l’encadrement – Confédération générale des cadres), la CFTC (Confédération française démocratique du travail) e FO (Confédération générale du travail – Force ouvrière), sono tutti favorevoli a un rafforzamento della difesa, basta che non avvenga a spese della sola causa che dovrebbero, in teoria, difendere, la sécurité sociale francese.
Cyril Chabanie, presidente della CFTC, è intervenuto nel dibattito lunedì 10 marzo, su FranceInfo, rispondendo a caldo alle affermazioni del presidente del COR:
“Non appena si parla di sforzo bellico, la prima idea che viene in mente è quella di aumentare l’età pensionabile prevista dalla legge, quando ci sono molti altri modi per finanziare questo sforzo bellico.”Un messaggio che rispecchia l’atteggiamento di tutto un mondo della “sinistra”, erede di quella socialdemocrazia che all’alba della Prima guerra mondiale votava per l’entrata in guerra pur continuando a riempirsi la bocca con diritti sociali e rivoluzione e che, da allora, non ha mai smesso di scendere a compromessi di fronte a ogni tornante storico, agendo da stabilizzatori del sistema, costruendo quella “paix industrielle” che annichilisce le ambizioni della classe lavoratrice, e rimanendo subalterni agli interessi imperialisti di chi promuove la guerra spacciandola per legittima difesa.
Eppure, l’equazione è facile: non ci può essere giustizia sociale con la guerra.
In questo scenario politico caratterizzato dal riarmo europeo, che rimescola le carte anche sul tavolo nei negoziati tra parti sociali in materia di pensioni, a due anni dalle mobilitazioni contro la riforma pensionistica, e a pochi giorni dalla piazza (il 20 marzo) chiamata dalla URC-CGT che si appellava alla mobilitazione dei pensionati “pour reconquérir la sécurité sociale”, ricordiamo la storia della Sécurité Sociale francese, che getta le sue radici in un profondo e attivo rifiuto della guerra e in una proposta di società differente.
Una breve storia della Sécurité Sociale
Nata in seno alla Resistenza, dalle ceneri della Seconda guerra mondiale, grazie alla spinta del Partito Comunista Francese, in testa Ambroise Croizat, il sistema di previdenza sociale francese venne approvato nel 1945, e da allora continua a difendersi dai ripetuti attacchi di padroni e signori della guerra.
Questa legge capovolgeva i principi su cui si erano basate le leggi precedenti, rispettivamente la loi des retarites ouvrières et paysannes del 5 aprile 1910, definita dalla CGT di allora (nata nel 1895) come una “pensione per i morti”, considerando che la speranza di vita per un operaio francese all’inizio del XX secolo era di 49 anni per gli uomini e 52 per le donne; e la legge sulle Assurances sociales del 1928, completata nel 1930, che aveva allargato il dispositivo pensionistico, assemblando le casse destinate a malattia, maternità, invalidità e vecchiaia, ma mantenendo il principio di capitalizzazione e affidandone la gestione alle società mutuali.
Rapporto politico del Comitato centrale: Congresso nazionale del Partito comunista francese dal 31 marzo al 6 aprile 1929 a Parigi. Nell’ambito di una valutazione generale da parte del Comitato Centrale della situazione politica francese e della tattica da adottare, il PCF attaccò le assicurazioni sociali (la legge era stata approvata l’anno precedente), considerandole uno strumento di “pace sociale” (“pace industriale”), di corruzione dei datori di lavoro e di rafforzamento della collaborazione con le organizzazioni riformiste, e quindi una minaccia per il movimento operaio e la CGTU.
Con la fine della guerra, il 15 marzo 1944, venne adottato un programma da parte del Consiglio nazionale di Resistenza (CNR) che, accanto a un programma di nazionalizzazioni economiche, annunciava «un sistema di sicurezza sociale completo, volto a fornire a tutti i cittadini un mezzo di sussistenza in tutti i casi in cui non siano in grado di ottenerlo attraverso il lavoro, con una gestione che appartiene ai rappresentanti delle parti interessate e allo Stato».
È su questo programma che, nell’ottobre 1945, venne istituito il sistema d Sécurité sociale, che riuniva “in una sola cassa tutte le forme anteriori di assicurazione sociale e la finanzia attraverso un contributo intersettoriale a tasso unico”.
Senza entrare nei dettagli tecnici, la rilevanza di questo passaggio è legata ad alcuni principi fondamentali su cui la legge del 1945 si basa, e che restano l’ossatura dello stato sociale francese, nonostante i costanti attacchi degli ultimi decenni.
Basandosi sull’assunto “a ognuno secondo i suoi bisogni e ciascuno secondo le proprie possibilità”, le ordinanze del 4 e del 19 ottobre si basano su 4 principi: una cassa unica (che gestisce l’insieme dei rischi sociali: malattia, infortuni sul lavoro, vecchiaia e maternità), l’universalità delle prestazioni, il finanziamento per contributi e una gestione democratica da parte degli assurés, ovvero i diretti interessati. Dal punto di vista delle pensioni, una legge del 1941 aveva già introdotto un sistema di ripartizione, riconfermato dal sistema pensionistico.
I pionieri assoluti della riforma furono il Partito Comunista Francese e la CGT, con Ambroise Croizat come ministro del lavoro, in collaborazione con l’alto funzionario Pierre Laroque, che all’alba della liberazione aveva affermato «questa è una rivoluzione che deve essere fatta ed è una rivoluzione che faremo!».
50 anni di lotta di classe dall’alto contro il sistema di previdenza francese
La riforma delle pensioni del 2023, contro cui le forze dell’opposizione francese continuano a mobilitarsi, è solo l’ultimo tassello di un processo di smantellamento che è iniziato appena dopo l’introduzione del sistema di Sécurité Sociale, che fin dagli inizi dovette confrontarsi con l’ostilità di mutue, interessi padronali e interessi corporativi di quelle categorie che pretendevano uno statuto speciale abdicando il regime generale.
Il primo grande colpo sferrato al sistema di Sécu avvenne nel 1967, con le ordinanze Jeanneney del 21 agosto che aumentano i contributi, riducono le prestazioni, aboliscono le elezioni dei fondi primari, smantellando il sistema democratico su cui si fondava la Sécu, e separano i regimi di famiglia, malattia e vecchiaia in tre fondi nazionali autonomi.
Nel 1983 l’abbassamento dell’età pensionabile a tasso pieno a 60 anni è l’ultima grande misura di progresso messa in opera, prima del “tournant de la rigueur”, che da quel momento in avanti avrebbe continuato fino ad oggi a smantellare il sistema di previdenza francese.
Con la riforma Balladur nel 1993 – che alza ulteriormente i contributi – le pensioni vengono adeguate all’inflazione e non più ai salari, e il piano Juppé del 1995 punta ad applicare questa misura anche al settore pubblico. Diventa compito dei parlamentari votare ogni anno la legge di finanziamento della Sécurité sociale, che prima era in capo ai partenaires sociaux.
In breve, il finanziamento della Sécu si piega a una logica di adattamento delle prestazioni in base ai finanziamenti e non tanto ai bisogni reali, legandone le sorti anche ai rigidi criteri budgetari europei. Inoltre, questa riforma porta alla soppressione definitiva delle elezioni degli amministratori delle casse della «Sécu», che erano state per breve tempo reintrodotte da François Mitterrand nel 1983 dopo la riforma del 1967. Ne fa seguito una grande mobilitazione sindacale e sociale, che per 3 settimane blocca il paese, ottenendo solo in parte la limitazione della riforma.
Da allora altre tre riforme hanno aggravato la situazione. Nel 2010, con Sarkozy, l’età di pensionamento legale viene alzata a 62 anni; nel 2014 Hollande approva la riforma Touraine che porta a 43 anni la durata dei contributi conferente diritto a una pensione a tasso pieno; infine, nel 2023, Macron alza l’età pensionabile a 64 anni, scatenando la furia dei lavoratori francesi, che per mesi hanno riempito le piazze, riaprendo l’acceso dibattito che ancora oggi infuoca l’Assemblea Nazionale, di fronte ai nuovi “sacrifici” che si prevedono per finanziare la guerra.
Difendere le pensioni vuol dire dichiarare guerra alla guerra
Nata dalla “guerra alla guerra” dei partigiani contro il nazifascismo, e dalla spinta soggettiva di un sindacato confederale e di un partito forti guidati da dirigenti rivoluzionari, la Sécurité Sociale francese è il prodotto di una fase storica caratterizzata da un bouleverement dei rapporti di forza tra classi, dimostrando ancora oggi che nessuno dei diritti di cui godiamo è frutto di una concessione dall’alto.
Neppure i subdoli sistemi di menagement aziendale sviluppati con la ristrutturazione neoliberista, che introducono modelli di democrazia aziendale e governance più sostenibili, hanno niente a che fare con i diritti dei lavoratori, che attraverso questi dispositivi vengono resi più ricattabili e mansueti di fronte a nuove strategie di pacificazione sociale, frutto di una lotta di classe condotta dall’alto verso il basso.
Non esiste nessun meccanismo interno al sistema che porti alla generalizzazione dell’interesse dei lavoratori, ma solo la capacità della classe, organizzata, in un determinato momento storico, di far valere i propri rapporti di forza e imporre il proprio interesse specifico, che, come nel caso della Sécurité Sociale, da specifico si fa generale.
Oggi, in un momento in cui, ancora una volta, vediamo attaccati gli scarni resti di uno stato sociale conquistato dalle lotte che ci hanno preceduto in nome del riarmo, è quanto mai necessario articolare politicamente la difesa sindacale ed economica dei diritti, smascherando il torbido pulviscolo di interessi che si nasconde dietro questi attacchi, e condannando, senza se e senza ma, una guerra che mai è stata e mai sarà portata avanti nell’interesse dei lavoratori e delle lavoratrici.
Fonte
01/02/2025
Italia - Non c'è tregua per le pensioni
Per le pensioni italiane, si sa, non vi è mai tregua. Non pago degli interventi restrittivi già delineati in autunno, e nei due anni precedenti della legislatura, il governo Meloni, nel pieno delle feste natalizie, ha inserito in extremis nella legge di bilancio l’ennesimo tassello del feroce accanimento contro il sistema previdenziale pubblico.
E così, insieme al rinnovo dei tagli alle percentuali di indicizzazione all’inflazione e all’allungamento delle finestre di attesa per l’accesso alla pensione anticipata, entra in scena, come un colpo contro la Croce Rossa, l’inasprimento dei requisiti di accesso alla pensione anticipata puramente contributiva.
Vediamo, in primo luogo, a quale forma di pensione stiamo facendo riferimento. Nel ginepraio della normativa previdenziale italiana, tra le varie strade alternative, sempre più depotenziate e marginalizzate, rispetto a quella “standard” costituita dalla pensione di vecchiaia a 67 anni, vi è, in vigore dalla Riforma Fornero del 2012, la possibilità, per chi abbia iniziato a versare contributi dal 1996 (ovvero con il solo sistema contributivo) di andare in pensione a 64 anni con almeno 20 anni di contributi e con un primo assegno pensionistico pari almeno a un certo multiplo dell’importo mensile dell’assegno sociale. Si tratta di un’opzione che nei primi anni dopo la sua definizione ebbe scarsissima adesione poiché con solo 20 anni di contributi il sistema contributivo conduce ad una rendita pensionistica bassissima e solo in pochi potevano contare su un primo assegno pari, all’epoca, a 2,8 volte l’assegno sociale. Ricordiamo, infatti, che la pensione, nel sistema contributivo, è funzione dei contributi versati lungo tutta la vita lavorativa dell’individuo. Rispetto al sistema previgente, ovvero quello retributivo (che prevedeva che la pensione fosse commisurata allaretribuzione degli ultimi anni di carriera lavorativa), il sistema contributivo dà vita a pensioni più basse.
Con il trascorrere degli anni la platea dei potenziali beneficiari dell’anticipata totalmente contributiva si è lentamente allargata e si allargherà sempre più nei prossimi anni. Ad oggi, chi abbia iniziato a versare i contributi nel 1996 avrebbe totalizzato 29 anni di contribuzione. Di fronte ad un’opzione che, seppur molto penalizzante dal punto di vista economico – a causa dei meccanismi impliciti del sistema contributivo – potrebbe diventare nell’immediato futuro appetibile e sostenibile per qualcuno, il governo che fa? Ne riduce accuratamente il perimetro con un doppio provvedimento a tenaglia.
1. Aumenta la soglia minima per l’accesso all’opzione che da 2,8 volte l’assegno sociale passerà da quest’anno a 3 volte, ovvero circa 1720 euro al mese. Un requisito inspiegabile se non come forma punitiva dei più poveri ai quali viene preclusa a priori l’adesione a questa possibilità.
2. Aumenta da 20 a 25 per il 2025 e a 30 a decorrere dal 2030 il numero minimo di anni di contribuzione necessari per accedere a questa forma di pensionamento.
Pian piano, insomma, si va a neutralizzare uno strumento evidentemente concepito come transitorio con l’idea di portarlo ad esaurimento nel corso dei prossimi anni lasciando in campo soltanto i due pilastri della pensione di vecchiaia (ad oggi 67 anni e 20 anni di contributi, più un importo minimo di pensione pari all’assegno sociale per chi ha iniziato a versare dal 1996) e di quella anticipata priva di requisiti anagrafici (ad oggi 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 e 10 mesi per le donne).
La previdenza complementare per andare in pensione prima: non flessibilità, ma lusso per pochi
Vi è inoltre un altro dettaglio interessante sulla vicenda. Alle suddette restrizioni il governo ha accompagnato un’ulteriore misura presentata come favorevole per i lavoratori: la possibilità di unire ai fini del raggiungimento dell’importo minimo necessario per accedere alla pensione anticipata contributiva, le eventuali somme di denaro destinate alla previdenza complementare.
Questa possibilità, presentata come un generoso ampliamento dei margini di libertà del lavoratore, è, in primo luogo, una scelta accessibile a pochissimi. Non a caso, la relazione tecnica della manovra quantifica in 100 (destinati a diventare, nei prossimi anni, ben 600) il numero di persone potenzialmente interessate. Questo perché la previdenza complementare è un lusso che soltanto pochi lavoratori possono permettersi: solo coloro che riescono a risparmiare abbastanza da alimentare in maniera significativa il loro conto contributivo volontario.
E questo ci permette di affrontare un altro punto: la natura profondamente discriminatoria della misura. La pensione complementare, da sempre, è appannaggio dei pochi fortunati che possono permettersela. E la discriminazione non è solo reddituale, perché se si guarda alla composizione sociodemografica della platea degli iscritti, sono prevalenti gli uomini (62% del totale), gli iscritti del Nord (57,1%) e i lavoratori con più di 35 anni (oltre l’80%). In altri termini, a essere meno presenti sono le donne, i lavoratori del Mezzogiorno e i giovani. Esattamente le categorie più deboli nel mercato del lavoro. Questi dati sono tratti dalla Relazione COVIP (la Commissione di Vigilanza sui fondi pensione) per il 2023, ma sono la conferma di ciò che si registra anno dopo anno nelle relazioni di tale organismo.
E i dati COVIP ci dicono anche che spesso e volentieri (specialmente quando il periodo interessato è toccato da turbolenze finanziarie, e dunque la necessità di protezione è maggiore) i rendimenti dei fondi pensione sono stati inferiori a quelli del TFR; e, di conseguenza, è ancora più immorale il fatto che la convenienza per i lavoratori venga forzata attraverso incentivi fiscali: attraverso tali incentivi, si utilizzano risorse a carico della fiscalità generale (e a vantaggio solo di alcuni) per favorire l’afflusso di fondi a un settore privato che, come si è detto, è meno “conveniente”.
L’assalto (l’ennesimo) al TFR
La trovata del governo nasconde in verità i termini di una grossa partita che va avanti da quasi vent’anni attorno al sistema previdenziale italiano e, in forme simili, degli altri paesi europei.
Proprio vent’anni fa, nel contesto della graduale restrizione dei diritti pensionistici, il decreto legislativo 252/2005 riformò la disciplina delle forme di previdenza complementare, già introdotte dalla legge 421/1992, prevedendo, tra le altre cose, la possibilità per i lavoratori di devolvere il TFR presso fondi pensione negoziali o privati anziché lasciarlo, come tradizionalmente era sempre avvenuto, in azienda. Secondo quella norma la scelta del versamento del TFR in azienda era modificabile in qualunque momento mentre il versamento del TFR maturando in un fondo pensione rappresentava una scelta irreversibile.
Nel 2007 il governo Prodi introdusse la disciplina del silenzio-assenso, per la quale in assenza di un’esplicita preferenza espressa sulla destinazione del TFR, quest’ultimo sarebbe stato convogliato irreversibilmente nei fondi pensioni. Da allora i neoassunti nei primi sei mesi del rapporto di lavoro devono stabilire la destinazione del proprio TFR e in caso di silenzio la scelta ricade automaticamente sui fondi pensione.
Malgrado questo e malgrado gli ingenti vantaggi fiscali di cui gode la previdenza complementare oggi soltanto un terzo dei lavoratori ha optato (esplicitamente o passivamente) per destinare il proprio TFR ai fondi pensioni, mentre il resto dei due terzi ha optato per lasciarlo in azienda. Quest’ultima opzione nel concreto implica due possibili esiti. Per le imprese medio-piccole con meno di 50 dipendenti il TFR resta nelle casse aziendali fornendo a queste ultime utile liquidità, mentre per le grandi aziende (oltre i 50 dipendenti) si ha un accantonamento presso un Fondo di Tesoreria INPS e tale liquidità diventa dunque fruibile dall’ente per la spesa previdenziale corrente.
Qualora invece venga scelta (attivamente o passivamente) la destinazione presso i fondi pensione si apre un ventaglio di diverse ipotesi che includono, nell’essenziale, l’esistenza di fondi chiusi negoziali gestiti dalle parti sindacali e senza scopo di lucro e fondi aperti di natura privata con scopo di lucro. In entrambi i casi i soldi dei lavoratori vengono investiti nella sfera finanziaria con prospettive di rendimento molto variabili, senza alcuna garanzia di mantenimento del valore reale del capitale investito. Il TFR in azienda (o presso la Tesoreria INPS) viene invece automaticamente rivalutato al 75% dell’inflazione più un 1,5% costante.
Malgrado gli evidenti rischi della previdenza complementare, da vent’anni si avvicendano campagne di promozione di quello che viene definito un irrinunciabile pilastro del sistema pensionistico alimentate dalle sirene sull’ineluttabile inadeguatezza della previdenza pubblica. Contestualmente è stata plasmata una legislazione costruita ad arte per incentivare o forzare milioni di lavoratori ad aderirvi. Milioni e milioni di euro dei lavoratori dirottati verso la speculazione finanziaria.
Malgrado tutto questo la previdenza complementare, sebbene in crescita, fatica a decollare davvero. Ed ecco che i governi di turno si affannano a rinnovare ogni tipo di strumento per favorirla ad ogni costo.
È in questo contesto che va inquadrata la norma che consentirebbe ai lavoratori di cumulare le quote di pensione integrativa ai fini del raggiungimento del valore minimo (3 volte l’assegno sociale) per accedere alla pensione contributiva anticipata.
Ed è in questo stesso contesto che si inquadra anche un altro recentissimo tema di discussione ruotante attorno ad una doppia possibile proposta discussa negli scorsi mesi e rieditata negli ultimi giorni nuovamente volta a convincere o obbligare i riottosi lavoratori a dirottare il proprio TFR verso i fondi pensione.
Una prima proposta caldeggiata dalla Lega in autunno (ed ora, sembra, provvisoriamente accantonata) consisterebbe nell’obbligare i lavoratori a versare il 25% del TFR ai fondi pensione complementari. Una proposta diretta e senza fronzoli che ha suscitato qualche perplessità nello stesso governo. Ne è seguita una seconda proposta, sembra di maggior successo, caldeggiata in particolare da Fratelli d’Italia: una riedizione nel 2025 del semestre di silenzio-assenso già sperimentato nel 2007, in cui non soltanto i neoassunti (come già avviene oggi per i primi sei mesi di un nuovo contratto), ma tutti i lavoratori sarebbero messi di fronte alla ridiscussione della scelta sulla destinazione del proprio TFR. In caso non dovessero esprimere alcuna scelta, le proprie quote di TFR d’ora in avanti andrebbero automaticamente e irreversibilmente nei fondi pensione. E questo varrebbe anche per chi finora ha esplicitamente optato per il TFR in azienda.
Dal momento che la legislazione di oggi già consente di transitare volontariamente dalla strada del TFR in azienda alla strada dei fondi pensione (ed impedisce invece il percorso inverso), è più che evidente l’intento manipolatorio della misura: catturare nelle maglie della previdenza complementare centinaia di migliaia di lavoratori “distratti” che nei sei mesi suddetti non dovessero esplicitamente dichiarare la loro opzione vuoi per inerzia vuoi per scarsa informazione. Un trucchetto che ebbe buon gioco nel 2007 per tutti i lavoratori e che per i neoassunti ha continuato a funzionare continuativamente portando nel periodo 2007-2023 ben 609.000 lavoratori (dati tratti dalla già citata relazione COVIP relativa al 2023) nelle braccia della previdenza complementare attraverso un’adesione tacita. Non proprio un esercizio dignitoso di democrazia partecipativa.
La stessa relazione COVIP ci informa, tuttavia, che al 2023 solo il 36,9% dei lavoratori italiani (dipendenti e autonomi) risulta iscritto a qualche forma di previdenza complementare e solo il 26,7% ha versato contributi volontari (oltre alle quote TFR) nel corso del 2023. È evidente che le politiche di forsennata incentivazione portate avanti tramite meccanismi truffa e incentivi fiscali di dubbia costituzionalità che discriminano i trattamenti previdenziali pubblici rispetto a quelli privati hanno funzionato soltanto in parte. Vi è ancora un’enorme quota di lavoratori e lavoratrici che di previdenza complementare non vuole saperne. Ed ecco allora rientrare in gioco trucchi, trucchetti e meccanismi volti a ingrossare la quota di redditi da lavoro da destinare alla speculazione finanziaria privata.
La partita delle pensioni, ancora una volta, vede operare alacremente gli smantellatori di professione dello Stato sociale e del ruolo dello Stato nell’economia a favore degli interessi di banche, assicurazioni e fondi di investimento. A fronte di questo scempio programmato da decenni occorre rilanciare con forza il sistema pensionistico pubblico garantendo pensioni adeguate a lavoratori e lavoratrici del futuro.
29/10/2024
Pensioni: nella Legge di Bilancio appena una carità di Stato
Il valore attuale della pensione minima è di 598,61 euro per gli under 75 e di 614,77 euro per gli over 75 che, con l’adeguamento al costo della vita, arriveranno così a 616,9 euro, cifre ben lontane dai 1.000,00 euro sbandierati in campagna elettorale e per cui continueremo a batterci.
Oltre 5 milioni di Italiani sono censiti tra chi si colloca al di sotto della soglia di povertà, oltre 4,5 milioni di pensioni non raggiungono i 1.000,00 euro.
Dai provvedimenti varati da questo Governo si fa sempre più forte la sensazione che non si voglia affrontare il problema ed anzi si sprofondi, in tema di pensioni, alla fine dell’800 alle Opere Pie, al mutualismo operaio, alla beneficenza caritatevole della borghesia liberale con cui si provava ad affrontare il problema degli infortuni, dell’invalidità, vecchiaia e superstiti, prima dell’approvazione nel 1898 della Cassa di previdenza libera sussidiata dallo Stato, per la quale l’iscrizione era ancora volontaria.
Piuttosto che allo smantellamento della “Legge Fornero”, a forza di interventi peggiorativi il Governo Meloni sembra tornare indietro anche rispetto al 1898, manca solo la riattivazione delle Poor laws e delle workhouse di Oliver Twist, che forse a pensarci bene sono già attive come quella appena varata in Albania, insieme a tutte le altre presenti nel territorio nazionale, per la gestione del fenomeno dell’immigrazione insieme con lo sfruttamento o per meglio dire schiavismo soprattutto in agricoltura.
Un’assoluta regressione rispetto all’Art.38 del dettato costituzionale, che ha affidato allo Stato il superamento della condizione di bisogno, come fattore necessario per garantire ai cittadini di questo Paese il pieno godimento di tutti i diritti civili e politici.
Come a dire che oggi questi diritti sono di fatto negati a causa della condizione materiale di bisogno di chi si trova sotto la soglia di povertà, che non si modifica con tre euro in più, mentre la ricchezza ed il capitale appaiono sempre più arroganti e, difesi dal Governo, non intendono accettare “sacrifici” sul piano fiscale, rendendosi disponibili tuttalpiù a concedere caritatevolmente solo l’elemosina.
Fonte
18/10/2024
Finanziaria 2025: una manovra contro il nostro futuro
Vediamo nel concreto le voci principali della manovra.
La conferma del taglio del cuneo fiscale (o contributivo): è il vanto dell’intera manovra, il fumo negli occhi di un incremento delle retribuzioni fino a 35mila euro. Il governo si impegna a confermarlo almeno per i prossimi 5 anni e a spostare l’onere dai contributi previdenziali (che fin qui hanno pesato sui conti dell’INPS finendo per alimentare la spinta a nuove riforme peggiorative del sistema pensionistico) alle detrazioni fiscali. In media si tratta di 100 euro in più in busta paga, ma per i redditi più bassi parliamo di molto meno. È la classica partita di giro: l’incremento per i salari è purtroppo solo apparente perché corrisponde ad una perdita netta sul fronte dei servizi pubblici (i tagli). Un’operazione per non aumentare i salari attraverso i rinnovi contrattuali, dando la sensazione di averlo fatto.
Accorpamento delle aliquote IRPEF su tre scaglioni: anche questa è la conferma di una misura già varata lo scorso anno, con la quale si sono ridotti a tre gli scaglioni del prelievo fiscale. Le aliquote saranno quindi del 23% per chi ha redditi fino a 28mila, del 35% per chi arriva fino a 50mila e del 43% sopra questa soglia. Con il taglio del cuneo fiscale queste due misure da sole coprono 14miliardi di euro, quasi la metà dell’intera manovra. Per avere un’idea della logica di questa misura bisogna operare un confronto con il sistema che era in vigore nel 2020, quando gli scaglioni erano 5, con il primo fino a 15mila euro tassato al 23% e l’ultimo, il quinto, per i redditi oltre i 75mila, tassati al 43%. La misura adottata è intervenuta sul grosso dei contribuenti, che affolla gli scaglioni centrali, che viene premiato dall’appiattimento del sistema. Ma il dato fondamentale è che alla riduzione delle entrate non corrisponde nessun sistema compensativo che vada a recuperare le risorse dai ceti più ricchi. La conseguenza non può che essere un taglio netto alla spesa sociale.
Il taglio della spesa pubblica: secondo le nuove regole della UE, sottoscritte dal governo Meloni, la spesa pubblica non potrà salire nei prossimi anni più dell’1,5% in termini nominali. Considerata l’inflazione prevista per il 2025 all’1,9%, il governo per rispettare i parametri europei dovrà operare dei tagli. Nella Finanziaria 2025 sono previsti tagli lineari del 5% per ogni ministero. Senza chiarire l’entità della spesa il governo ha però affermato, in totale controtendenza con le necessità di recupero del deficit, il potenziamento degli investimenti nel settore della difesa.
Pensioni: le uniche novità di rilievo sono negative, pur se ancora in discussione. Il governo sta studiando incentivi per chi sceglie di rimanere al lavoro pur avendo maturato i requisiti per la pensione. L’altra misura riguarda invece il sostegno ai Fondi Pensione con l’introduzione del semestre di silenzio/assenso: si confida cioè nella distrazione dei lavoratori neo assunti per incrementare i Fondi pensionistici privati. A parte il vergognoso fumo negli occhi di pochi euro di incremento delle pensioni minime che riguardano più di 2milioni e 100mila persone inchiodate a 614 euro mensili, quindi ben sotto la soglia di povertà, il governo continua ad ignorare il disastro del sistema contributivo che ci condanna a pensioni da fame.
Incentivi all’occupazione e bonus vari: ancora decontribuzioni per le imprese che assumono nella ZES (il Mezzogiorno), un meccanismo che negli anni è servito a deprimere il bilancio dell’INPS ma non ha mai sostenuto la creazione di occupazione stabile e dignitosa. A questo si aggiunge una serie di bonus per chi accetta di andare a lavorare oltre i 100 km dalla propria residenza, o a favore della natalità (1000 euro promette il governo per ogni nuovo nato) o l’esenzione fiscale dei fringe benefit aziendali. Tutti sistemi di scarsissimo impatto ma che servono a gestire il grande tema dei salari senza disturbare i padroni.
Perché in fondo la questione è sempre la stessa: i salari. A spiegarlo, numeri alla mano, è stato pochi giorni fa l’Osservatorio delle Imprese della Facoltà di Ingegneria dell’Università La Sapienza di Roma, che ha pubblicato un dossier su “Dinamica dei redditi - recenti squilibri nell’industria italiana”. Il Dossier descrive bene come dal 2019 al 2023 il fatturato e il valore aggiunto delle aziende medie e grandi in Italia siano cresciuti rispettivamente del 34% e del 33% (quindi di almeno 1/3) ma con una fortissima distorsione nella distribuzione di quest’ultimo. La parte che è andata al lavoro, racconta l’Osservatorio, è scesa del 12%, mentre quella dell’utile netto è salita del 14%. I padroni si sono spartiti ricchi dividendi ma ai lavoratori non è andato niente. I salari hanno subito un arretramento, perciò, non solo rispetto al rincaro del costo della vita (l’inflazione) ma anche rispetto ai profitti, che peraltro per l’80%, spiega sempre l’Osservatorio, non sono stati reinvestiti nell’attività aziendale ma sono finiti altrove.
In questi dati si nasconde la vera filosofia della legge di Bilancio del 2025. La parte di società che si sta arricchendo viene tenuta accuratamente al riparo da qualsiasi intervento. Profitti e rendite non vengono toccati, ma anzi blanditi da continue decontribuzioni e dai massicci finanziamenti del PNRR. Per i lavoratori ci sono solo le partite di giro, soldi che vengono dati in cambio di ricche contropartite con la riduzione della spesa sociale. E per chi è in fondo alla piramide sociale, ci si dovrebbe accontentare dei bonus una tantum.
Dietro il racconto falso ed ipocrita del governo c’è la dura realtà di un Paese senza futuro, dove le disuguaglianze aumentano e tutto viene messo nelle mani delle aziende private. Mentre una piccola parte di società diventa opulenta ed incrementa i consumi di lusso, si allarga l’area della povertà e una fetta di ceto medio sprofonda più in basso. E le risorse vere vengono messe sulla guerra.
È ora di dire basta, è ora di sciopero generale.
Unione Sindacale di Base
Fonte
11/10/2024
La grande truffa del “cuneo fiscale”
Quando ero all’inizio della mia militanza sindacale una delle prime cose che mi vennero insegnate era di contrastare il salario in nero, cioè la paga data ai lavoratori senza tasse e contributi.
Anche i lavoratori a volte erano tentati da questa insidia del padrone, che spiegava che essa era molto più conveniente, perché così si prendevano più soldi.
Allora la prima cosa che noi spiegavamo ai lavoratori era che il loro salario complessivo era quello lordo, che anche le tasse e i contributi erano loro soldi, e che quelli in nero ricevuti oggi erano pensioni in meno domani. Solo il padrone ci guadagnava, perché la sua apparente generosità nascondeva un risparmio sulla busta paga che finiva nei suoi profitti: pagava gli aumenti ai lavoratori coi soldi dei lavoratori.
Nel corso di questi decenni di trionfo dell’ideologia liberista e dei suoi interessi di classe, il salario dei lavoratori è diventato “costo del lavoro”. Cioè il lavoro, invece che essere la fonte del guadagno delle imprese, diveniva per esse un semplice costo. Povero padrone, egli manteneva i suoi dipendenti per puro altruismo, ma quanto gli pesavano!
Mentre i salari sprofondavano, valenti esperti, quasi tutti i politici e anche sindacalisti compiacenti facevano propria la spiegazione confindustriale di questo fenomeno. Esso non era dovuto, come si sarebbe potuto supporre, alla distruzione dei diritti dei lavoratori, alla precarietà, alla troppa moderazione dei grandi sindacati… No, il calo dei salari era dovuto alla crescita insopportabile del “costo del lavoro”. Era una falsità che diventava economia, politica e persino senso comune.
Secondo i dati ISTAT l’incidenza media del costo del lavoro sul fatturato delle imprese manifatturiere è attorno al 15%, in imprese come Stellantis arriva all’8%. Quindi l’incidenza della paga lorda del lavoratore sul bilancio delle imprese è tra le più basse del mondo OCSE. Non solo il salario netto è tra i più bassi tra i paesi sviluppati, ma anche quello che le imprese chiamano “costo del lavoro” lo è.
Poi si aggiunge l’iniquità del sistema fiscale che tutti conosciamo: lavoratori dipendenti e pensionati pagano da soli l’85-90% dell’IRPEF.
Quindi sarebbe stato giusto ridurre strutturalmente le tasse sulla busta paga del lavoratore, facendo pagare di più in proporzione ai ricchi in base al loro patrimonio reale. E naturalmente aumentare davvero i salari. Invece non è andata così.
Tutti i governi, da Renzi in poi, hanno pensato di far avere ai lavoratori incrementi parziali delle buste paga riducendo i contributi previdenziali e qualche tassa, ma lo hanno fatto allo stesso modo del padrone che dà la paga in nero. Tutto questo è stato chiamato “riduzione del cuneo fiscale”, cioè far crescere apparentemente il salario netto del lavoratore, riducendo tasse e contributi pensionistici pagati dal padrone.
Non c’è stata alcuna giustizia fiscale, le timidissime riduzioni delle tasse sulla busta paga non sono state compensate da un aumento della pressione fiscale sui profitti e sulla ricchezza accumulata degli imprenditori, anzi essi hanno goduto di ben più poderosi sgravi fiscali. Pensiamo alla riduzione dell’aliquota – o addirittura a casi di totale esenzione – dell’IRAP, la tassa regionale con cui si finanzia le sanità.
Insomma i pochi euro di aumento apparente delle retribuzioni dei lavoratori sono stati finanziati da loro stessi; e sono stati poi pagati con il peggioramento o il maggior costo di tutti i servizi pubblici.
Per dirla con il linguaggio di una volta, un piccolo aumento del salario netto è stato pagato da una forte riduzione del salario sociale.
Oggi il taglio del cuneo fiscale si identifica sostanzialmente con la riduzione dei contributi pensionistici. Cioè il lavoratore riceve qualche decina di euro in più al mese in cambio di minori versamenti all’INPS. Mancati versamenti che o sono coperti dallo stato, o creano un buco previdenziale il cui danno ricadrà sui lavoratori stessi.
La Banca d’Italia ha chiarito che questa operazione costa 11 miliardi all’anno, che diventeranno in proporzione meno pensioni o meno servizi pubblici, se lo Stato dovrà ripianare l’ammanco. E tutto questo mentre gli impegni assunti dal Governo Meloni con Bruxelles impongono 13 miliardi di tagli alla spesa pubblica all’anno, per tutti i prossimi anni.
Insomma tutta l’operazione “riduzione del costo del lavoro”, e taglio del cuneo fiscale, è una truffa ai danni delle lavoratrici e dei lavoratori.
Perché si aumenta la busta paga del lavoratore con i suoi stessi soldi.
Perché si assolvono le imprese dal dovere di aumentare davvero le retribuzioni.
Perché si colpiscono le pensioni, la sanità, i servizi pubblici.
Per aumentare i salari bisogna davvero aumentare i salari, netti e lordi. E non a caso i più accesi fautori della riduzione del cuneo fiscale sono anche i più fieri avversari del salario minimo di legge.
E se si vogliono davvero la giustizia fiscale e distributiva, si facciano pagare le tasse ai ricchi e agli evasori, invece che finanziare gli aumenti dei salari con i soldi dei lavoratori.
Fonte
08/10/2024
Non si gioca col Pil e la previdenza
Sul primo fronte, Via XX Settembre quantifica la durezza della stretta della Bce sui tassi di interesse – +450 punti nel giro di due anni – decisa per combattere un tasso di inflazione che ad un certo punto aveva superato il 10% annuo.
Bankitalia non mette ovviamente in dubbio la necessità di quella scelta, obbligatoria nel quadro di una visione neoliberista dell’economia, ma precisa i danni che ha provocato sull’economia reale: l’inasprimento monetario avrebbe ridotto la crescita del Pil di circa l’1% nel 2022, tra 3,5 e 5% nel 2023 e intorno al 2% nel 2024.
In pratica l’economia europea ha smesso di crescere da tre anni a questa parte, e poco consola la constatazione che non tutti i paesi hanno reagito allo stesso modo (più colpita la Germania, ex “locomotiva d’Europa”, il che è una pessima notizia per tutti gli altri).
Esplicita, in questa analisi, la previsione che la Bce taglierà di nuovo i tassi nella riunione della prossima settimana – dopo le sforbiciate di giugno e settembre – ma deciso anche l’avvertimento: neanche questo sarà sufficiente a facilitare la trasmissione del denaro verso gli investimenti produttivi, dato che le banche hanno aumentato l’attenzione per la “rischiosità” delle singole imprese.
Anche perché l’inflazione europea viaggia ormai all’1,8%, ben sotto il livello “desiderabile” (il 2%), e ritrovarsi di nuovo in deflazione solo tre anni dopo non è proprio un traguardo felice.
Se si pensa all’autentico crollo del settore automobilistico europeo, che trascina un indotto di enormi proporzioni, si comprende quanto far ripartire “la crescita” – in assenza totale di investimenti pubblici – sarà un’impresa per nulla facile e sicuramente dai tempi lunghi.
Indirettamente questa analisi di Bankitalia influisce sul giudizio relativo alle cifre “sparate” dal governo Meloni, tutte abbellite per giustificare scelte di corto respiro da inserire nella “legge di stabilità”.
La prima cosa che salta agli occhi è la stima del Pil per l’anno in corso, che il Mef di Giorgetti indica all’1,2%, mentre secondo la banca centrale sarà al massimo dello 0,8%. La cifra del Pil è importante non solo in sé (ricadute su occupazione, entrate fiscali, ecc.), ma anche – o soprattutto – perché fa da denominatore nelle frazioni “deficit/Pil” e “debito/Pil”, fondamentali nel sottoporre la “manovra” al giudizio insindacabile e “austero” della Commissione europea.
Detto in soldoni; un Pil anche solo leggermente più basso implica un deficit e un debito proporzionalmente più alti, e quindi la necessità di interventi ancora più duri sulla spesa pubblica.
Non proprio una buona notizia per una manovra che già ora fatica a trovare le voci da comprimere in modo il più possibile “indolore”, tanto da far andare in primo piano la favola del “faremo pagare le banche” (sappiamo com’è finita un anno fa l’analoga barzelletta sugli “extraprofitti”).
Ancora più secca la critica – indiretta, certo, Bankitalia sa esprimersi in modo molto “istituzionale”, senza scivoloni di bassa lega – all’obiettivo governativo di rendere “strutturali” gli sgravi contributivi sul lavoro. Se il Pil ne beneficerebbe nel breve (i lavoratori dipendenti si troverebbero qualche spicciolo in più in busta paga, che ovviamente spenderebbero subito visto che il salario in genere non permette di arrivare a fine mese), alla lunga il sistema pensionistico potrebbe traballare.
È quello che andiamo ripetendo da anni: i contributi previdenziali sono già soldi dei lavoratori (la quota di salario che va nutrire i fondi Inps e quindi la pensione futura), ed è una macabra presa per i fondelli quella di renderli “disponibili subito”, perché contemporaneamente si svuota “la riserva” che garantirà un reddito anche dopo aver smesso di lavorare.
Questo dal punto di vista dei singoli lavoratori, che avrebbero perciò bisogno di aumenti veri in busta paga (ossia più salario cash e, di conseguenza, anche più contributi previdenziali).
Bankitalia ci aggiunge il punto di vista “sistemico”: questa operazione, alla lunga, fa saltare il sistema pensionistico pubblico, già compromesso dai salari bassissimi, precari, ecc. (meno salario c’è e ovviamente meno contributi previdenziali escono fuori).
Quindi il presunto “atto di generosità” di un governo che fa la mossa di metterti a disposizione forse 50 euro al mese è in realtà un atto criminale che porterà a pensioni (ancora di più) da fame; o a nessuna pensione.
Fonte
