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22/12/2025

Francia, è crisi nera. Sul bilancio tutti contro tutti

A Parigi emergenze a ripetizione

Non è un bel momento per Emmanuel Macron e per la Francia, in generale. Stanno venendo al pettine i nodi accumulati in anni di governance che, viste col senno di poi, si sono dimostrate più preoccupate di conservare le poltrone che di preparare un futuro solido per il Paese. Questo ha riguardato in particolare il settore pensionistico e la traiettoria degli impegni di spesa per la previdenza sociale. Intendiamoci: è un problema diventato ormai strutturale, con il quale tutte le grandi democrazie industriali del Vecchio continente stanno facendo i conti. Semplicemente, chi ha calcolato di erogare i benefit dello Stato sociale al tempo che fu, non ha saputo proiettare alcuni parametri e oggi la spesa relativa nei bilanci pubblici cresce in modo esponenziale. Ma se a questa ‘deriva’ generale si sommano ‘altre emergenze, ecco che allora il sistema finanziario dello Stato entra in fibrillazione. E scatta l’effetto ‘coperta-corta’. I soldi non bastano a onorare gli impegni e per trovare una soluzione si devono tagliare le spese. O bisogna imporre nuove tasse. In entrambi i casi, tali mosse fatte da qualsiasi governo diventano elettoralmente impopolari ed erodono il consenso. La Francia (come il resto d’Europa) si è trovata in mezzo alle onde gigantesche di una tempesta perfetta, stretta tra gli effetti della pandemia e le turbolenze economiche di una nuova Guerra fredda, dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Il Pil è crollato, la disoccupazione è aumentata e soprattutto ha cominciato ad allargarsi il deficit pubblico. Il resto lo hanno fatto le paturnie di Macron che, in un’epoca di vacche magre, si è impegnato scrupolosamente a moltiplicare le spese per il riarmo. Forse in un rigurgito di nostalgia per la passata grandeur. E come risultato ha perso le elezioni, ha nominato Primi ministri a ripetizione per governi di minoranza attaccati con lo scotch (cambiandoli come le cravatte) e finora non è riuscito nemmeno a far approvare la fondamentale legge di bilancio. Insabbiata in Parlamento, in un clima da rissa all’arma bianca. Insomma, una catastrofe.

Un bilancio... troppo sbilanciato

Pur di restare all’Eliseo, nonostante gli schiaffoni presi nelle recenti battaglie politiche, il Presidente Macron ha firmato un patto col diavolo. Si fa per dire, ovviamente, ma in questo caso c’è del vero, perché si è messo d’accordo con gli antichi nemici socialisti, che hanno promesso di sostenere il governo di Sébastien Lecornu. E questo è niente. Dato che il glorioso PS, che fu il partito di un eroe pacifista come Jean Jaurès, si è turato il naso e ha ottenuto in contraccambio nientemeno che l’annullamento della riforma delle pensioni. Si, avete capito benissimo, la tanto strombazzata rivoluzione del sistema previdenziale Macron se l’è messa sotto la suola delle scarpe. A questo punto, soprattutto al Senato, c’è stato uno spostamento verso destra di una fetta di voti (quelli dei Repubblicani) che prima avrebbero voluto votare il bilancio. Ma che adesso si rifiutano di farlo, perché il buco che si crea dovrebbe essere colmato da nuove tasse. E la Francia ha già un record formidabile di pressione fiscale. «Non ci sarà un secondo miracolo di Natale per Sebastien Lecornu». scrive Le Figaro. Dopo l’approvazione definitiva da parte dell’Assemblea Nazionale del disegno di legge sul finanziamento della previdenza sociale martedì scorso, il bilancio dello Stato stesso non si è concretizzato. I sette senatori e membri del Parlamento, riuniti a porte chiuse venerdì mattina in una sala del Palais Bourbon, hanno rapidamente riconosciuto che non avrebbero raggiunto un accordo sul disegno di legge finanziaria, istituendo così una commissione mista ‘non conclusiva’. Molto rapidamente, ancor prima che i parlamentari lasciassero la sala dove avevano discusso, il Primo Ministro ha riconosciuto il fallimento, lamentando sui social media «la mancanza di volontà di raggiungere un accordo da parte di alcuni». Dopo le concessioni ottenute dal Partito socialista sul disegno di legge sul finanziamento della previdenza sociale – in particolare la sospensione della riforma delle pensioni e l’aumento del CSG (Contributo sociale generale) sui redditi da capitale – sembrava ormai improponibile per i Repubblicani accettare le nuove richieste del partito di Olivier Faure e Boris Vallaud. «Queste richieste – conclude il giornale di Parigi – includevano, ad esempio, un aumento dell’aliquota fiscale sui redditi elevati, una sovrattassa sulle grandi società e il ripristino dell’imposta sulle holding, approvata dall’Assemblea in prima lettura». Lecornu, intanto, ci metterà una pezza con una legge tappabuchi. Spera di ‘convincere’ tutti entro il 31 dicembre, anche se le previsioni raccolte all’Assemblea Nazionale e al Senato sembrano alquanto cupe.

Fillon a Macron: ‘Dimettiti’

Intervistato da Le Figaro l’ex Primo ministro François Fillon sembra quasi scandalizzato per la piega che hanno preso gli avvenimenti. «Nel 2017 – afferma – ho chiesto di votare per Emmanuel Macron. Non avrei mai potuto immaginare che otto anni dopo il Paese si sarebbe trovato in una situazione simile. Macron significa un miliardo di euro di debito aggiuntivo ogni giorno lavorativo. Certamente, da François Mitterrand in poi, ogni Presidente della Repubblica ha aumentato il deficit e accumulato debito. Il governo che ho guidato non ha fatto eccezione a questa tendenza. Siamo stati tutti costretti a gestire le crisi come pompieri che spengono un incendio. Credevamo tutti che la crescita avrebbe ridotto il debito. Così facendo, abbiamo trascurato la questione demografica, la deindustrializzazione dell’Europa in generale e della Francia in particolare. Abbiamo sottovalutato le conseguenze di una tassazione e di una regolamentazione eccessive, che hanno distrutto la nostra competitività».

E, in cauda venenum, Fillon aggiunge: «Se fossi Emmanuel Macron, trarrei le dovute conclusioni dalla situazione del Paese e mi dimetterei per non sprecare diciotto mesi di tempo della nazione. Se decide di terminare il suo mandato, allora dovrebbe sciogliere l’Assemblea Nazionale e dare voce al popolo francese».

Fonte

15/10/2025

Francia - Lecornu rinvia l’attacco alle pensioni per comprare i “socialisti”

Era l’ultima possibilità per il “monaco soldato” – autodefinizione di un uomo senza altra qualità che la disponibilità al sacrificio per “il capo”, Macron – di evitare la fucilazione politica nell’Assemblea Nazionale.

Impossibile ottenere il solito appoggio seminascosto da parte dei fascisti di Le Pen, già pronta la mozione di censura da parte de La France Insoumise, imboscati dietro le colonne gli “alleati” centristi pronti a votare il suo governo “tecnico” ma restii a figurare pubblicamente tra gli assassini dei pensionati, nel suo primo discorso in parlamento da “incaricato bis” Sébastien Lecornu ha dichiarato di voler congelare fino alle prossime elezioni presidenziali del 2027 una legge impopolare che innalza l’età minima pensionabile per la maggior parte dei lavoratori.

Con l’occhio alla parte “concertativa” del mondo sindacale ha così garantito che “non ci sarà nessun aumento dell’età pensionabile da ora fino al gennaio 2028, come ha ulteriormente chiesto ieri il sindacato CFDT”.

Era questa l’unica condizione posta dai sedicenti “socialisti” guidati da Olivier Faure – che hanno platealmente applaudito questo passaggio nel discorso – peraltro entrati in Parlamento solo grazie ad un’alleanza meramente elettorale con Mélénchon e il Partito Comunista. La legge era stata approvata nel 2023 e porta progressivamente l’età minima della pensione a 64 anni, rispetto ai 62 precedenti.

Ma Lecornu non l’ha messa affatto nell’armadio delle “riforme” impossibili. Giura di averla solo rinviata per superare l’ostacolo che ha davanti: trovare una maggioranza che approvi la legge di stabilità entro la fine dell’anno.

“Una sospensione deve essere un’opportunità. Dibattere la questione delle pensioni non è solo un’equazione finanziaria. È una parte essenziale del nostro contratto sociale. E anche questo contratto ha bisogno di una revisione”, ha chiosato promettendo di fatto che la riforma si riproporrà se dovesse essere rieletto Macron alla presidenza della Republique. O qualcuno che ne raccolga il testimone neoliberista e antipopolare.

Lecornu ha insistito sul fatto che una tale sospensione deve essere accompagnata da adeguati risparmi per contenere la spesa pubblica fuori controllo e ridurre un deficit di bilancio che si prevede raggiungerà il 5,4% del prodotto interno lordo quest’anno. “Ma – dico qui in modo molto diretto – sospendere per sospendere non ha senso. La sospensione che non preveda nulla dopo sarebbe irresponsabile. Questa sospensione deve riportare la fiducia necessaria per costruire nuove soluzioni. La sospensione per fare meglio, questa è la soluzione, la sospensione sia un’opportunità”.

Di fatto, la pezza messa momentaneamente sulle pensioni verrà ritagliata con altri interventi mani-di-forbice sulla spesa sociale, sperando che l’impatto sulla popolazione si meno percepibile nell’immediato.

Il governo Leocrnu ieri mattina ha infatti proposto un bilancio mirato a portare il deficit sotto il 5% del PIL per il prossimo anno, che include 31 miliardi di euro di tagli alla spesa e aumenti delle tasse. Il rinvio sulle pensioni “dovrà essere compensato finanziariamente, anche con altre misure di taglio alla spesa”.

Nulla di diverso, insomma, da quel che in Italia abbiamo ascoltato da tutti i governi per quasi un trentennio (dal “governo Dini” del ’95 in poi). Solo che la Francia si ritrova ora a dover fare la stessa strada in tempi molto più stretti e con una resistenza sociale assai più robusta (anche perché buona parte della Cgt non somiglia affatto alla nostrana Cgil).

Nel discorso al Parlamento non sono ovviamente mancate le solite minacce abituali in questi casi: Se “le cose non andranno bene questa settimana, ci stiamo dirigendo verso una grave crisi istituzionale. Lo scioglimento diventerà inevitabile. Non sarò il primo ministro del dissesto dei conti pubblici”.

Del resto si è presentato in aula sapendo bene che la destra fascista e la sinistra radicale avevano già presentato due diverse mozioni di censura nei suoi confronti (in Francia il governo non ha bisogno chiedere il “voto di fiducia”, ma può essere costretto alle dimissioni se la maggioranza approva una mozione di censura).

E Macron aveva annunciato che “le mozioni di censura presentate sono mozioni di scioglimento e devono essere considerate come tali”. In altri termini, l’Asssemblea Nazionale verrebbe sciolte e si andrebbe ancora una volta ad elezioni anticipate, mentre le dimissioni da Presidente di Macron sono considerate “impossibili”.

Anche la Francia si ritrova in balia dei “mercati” dopo aver per un trentennio spinto per regole europee di “austerità” che pensava fossero riservate ai “paesi cicala” del Sud, come Italia e Grecia. La crisi economica e la prospettiva di raddoppiare la spesa militare ha alimentato alla fine i timori che la seconda economia dell’eurozona sia diventata così ingovernabile da non poter più pagare i propri conti.

C’è però anche da registrare la profonda differenza di trattamento riservata dai mercati stessi all’attuale governo francese. La rinuncia alla riforma delle pensioni è stata annunciata a mercati aperti. Se l’avesse fatto l’Italia ai tempi della “Fornero” il prezzo dei Btp sarebbe salito in un attimo al cielo, incrementando spaventosamente lo spread rispetto ai Bund tedeschi.

Nel caso francese, invece, gli Oat (l’equivalente dei Btp) hanno riguadagnato quota e ridotto lo spread, chiaramente per una valutazione che considerava più grave una aperta crisi di regime piuttosto che il rigore nei conti pubblici. Potenza del doppio standard del capitale finanziario multinazionale, alla faccia delle cosiddette “leggi dell’economia liberista”... 

In ogni caso si tratta di una pesante sconfitta momentanea per Macron, il vero alfiere dei mercati e delle banche (lui viene del resto dal vertice di banca Rotschild) e di una vittoria per i movimenti che hanno dato battaglia a lungo.

È dichiarato però che i mercati torneranno all’assalto tra un anno e mezzo e che c’è comunque un prezzo da pagare subito (i dettagli arriveranno con la presentazione della legge di stabilità, nei prossimi giorni). Così come è chiaro che i “socialisti” passano armi e bagagli nel campo centrista e liberista, cosa che renderà impossibile – alle prossime legislative – la formazione di una nuova edizione del Fronte Popolare.

Dipenderà insomma ancora dalla capacità dei movimenti sindacali e sociali far sì che che la forza delle piazze pesi anche elettoralmente, rovesciando gli equilibri nel paese.

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