Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/10/2026

Francia - Migliaia in piazza in tutto il paese. Duri scontri a Parigi e in altre città

Più di 800mila persone hanno partecipato oggi alle manifestazioni organizzate in tutta la Francia contro il carovita secondo i numeri forniti dal sindacato Cgt.

I Gilet Gialli hanno convocato per il 31 ottobre una nuova giornata di mobilitazione in tutta la Francia con manifestazioni e sit-in davanti all’Assemblea Nazionale e ai municipi, per protestare contro quella che definiscono una “deriva autoritaria” del governo. Il movimento denuncia il divieto di numerose manifestazioni dopo i recenti disordini e accusa l’esecutivo di repressione, mancanza di ascolto e tentativi di dividere la protesta.

“Le nostre libertà sono sotto attacco”, affermano i coordinatori Benjamin Ball e Azelma Sigaux, che annunciano una mobilitazione in difesa della libertà di manifestare e delle libertà civili.

Secondo quanto riporta Le Monde il Ministro dell’Interno riferisce di aver effettuato 1000 arresti durante le manifestazioni “Mentre parlo, siamo quasi a 1000 arresti. Ovviamente, questo numero aumenterà quando i dati saranno consolidati. Il 17 ottobre, nello stesso momento, eravamo a 385 arresti”,  ha detto il portavoce del ministero degli Interni in una conferenza stampa.

Violenti scontri sono scoppiati a Parigi al termine della manifestazione che ha portato in piazza 110mila persone. Gli scontri sono iniziati intorno alle 17.30, poco dopo l’arrivo del corteo a Porte de Vincennes.

Ma manifestazioni e scontri ci sono stati un po’ in tutto il Paese, in particolare a Lione, Lille, Tolosa e Nantes.

Un manifestante è rimasto gravemente ferito alla mano, durante gli scontri con la polizia al termine del corteo a Tolosa. Secondo un soccorritore presente sul posto, la vittima avrebbe perso diverse dita della mano destra a causa dell’esplosione di un ordigno. Gli scontri sono scoppiati nel quartiere delle Arrnes, dove alcuni manifestanti si sono scontrati con le forze dell’ordine, che hanno utilizzato gas lacrimogeni e granate antisommossa. Alla manifestazione hanno partecipato 26.500 persone secondo la prefettura, 80mila secondo il sindacato Cgt. Nel centro di Tolosa resta in vigore un coprifuoco da mezzanotte alle 5 del mattino.

Tensioni anche a Lione, dove le autorità hanno vietato manifestazioni in diverse zone della città. Le forze dell’ordine hanno usato gas lacrimogeni per disperdere un assembramento non autorizzato di circa 150 persone vicino all’Università Lyon 3, mentre 25mila persone hanno partecipato alla seconda ondata di proteste a Lione questo sabato, riferisce Le Figaro. Un ingente dispiegamento di polizia è stato presente in tutto il centro, dove è stato imposto il divieto di manifestazioni dalle 10 alle 23.

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20/10/2026

Esercito e coprifuoco, ammazza che “dialogo”…

Sopprimiamo la tentazione di dire “l’avevamo detto”. Quando una classe dirigente senza leve economiche del comando si trova ad affrontare un’insorgenza sociale di grandi dimensioni l’unica cosa che le viene in mente è il ricorso alla polizia. Anzi, addirittura all’esercito... 

Succede anche dopo il lungo weekend tra Milano, Torino e Bologna, ma in questo momento è Milano l’epicentro politico della “nuova ondata sociale”, misconosciuta, sottovalutata, e ancora negata da chi si rifiuta persino di capire da dove sia venuta fuori.

Hanno solo un martello in mano, lo usano per tutto, tranne che per se stessi (per il momento...). Quindi il ministro della difesa Crosetto, in attesa della dotazione necessaria a condurre la guerra contro la Russia (bum!), invia 500 soldati a Milano per “rafforzare l’ordine pubblico”.

Non con compiti di “sorvegliare obiettivi sensibili” – fin qui sono state toccate solo vetrine e scaffali di negozi “alla moda”, e mettere un paracadutista a guardia di Gucci o Vuitton sarebbe un messaggio sociale un po’ troppo esplicito – ma per dare man forte a polizia, carabinieri, finanza e “ghisa”.

Non serve un esperto per capire che “il nemico” di questa classe dirigente è soprattutto in casa, anzi sono proprio quei giovani che – nei piani onirici dei guerrafondai – dovrebbero ingrassare la massa della carne da cannone per la guerra.

Persino Bava Beccaris avrebbe da obiettare... 

Il fatto che l’80% dei fermati sia minorenne, per la “madre, cristiana, italiana”, non significa nulla. Eppure non c’è bisogno di uno psicologo dell’età evolutiva per sapere che anche le eventuali escandescenze di un minore sono sempre un sintomo, non “un progetto criminale”. Serve maturità anche per progettare di dar fuoco al mondo, che diavolo... 

Sul tavolo del consiglio dei ministri si passano bozze con nuovi reati, nuove pene tendenti all’ergastolo, divieti di assembramento. Idee stupide buttate giù nella gara a chi la spara più grossa, e proprio per questo pericolose.

Ma non è un deficit intellettivo solo italico, ormai. Il portaborse di Macron messo a Palazzo Matignon, Sebastien Lecornu, ha gettato i residui travestimenti democratici della République per disporre una lunga serie di coprifuoco notturni, a Parigi, Marsisglia e in decine di altre città.

“Coprifuoco” significa divieto di girare per strada, per qualsiasi motivo durante certe ore e in determinati luoghi. Una misura di guerra – o da pandemia – che indica paura e assenza di scrupoli.

Il paese che ha insegnato all’Europa cosa significa rovesciare una monarchia definitivamente – tagliando la testa al re, forse in mancanza di vetrine da sfondare – si ritrova con un monarca in scadenza (ad aprile, comunque, Macron se ne andrà) che vieta tutto pur di far approvare una legge finanziaria che farà strage degli ultimi scampoli di welfare francese.

La farà passare con qualche marchingegno regolamentare ben oltre il limite della costituzionalità, con il supporto silenzioso della destra fascista di Marine Le Pen, che stavolta – nei movimenti – non ha provato neanche a mettere piede.

L’obiettivo dell’erede di Vichy è “meloniano”, infatti. Ossia farsi accettare dalla tecnoburocrazia di Bruxelles e Francoforte (sponda Bce), sposando in pieno i piani di austerità e riarmo, magari con qualche aiuto in meno all’Ucraina e qualche soldo in più per l’Armée.

Ridotta in formule note, con queste decisioni i governi dei due paesi – guidati rispettivamente da un sedicente “liberale” e da una post-fascista – stabiliscono che l’unica libertà a contare è quella del capitale, soprattutto finanziario (entrambi i paesi, come anche la Germania, sono ormai con una crisi industriale pressoché irrecuperabile tra le mani). Mentre quella dei popoli è solo uno straccio da agitare quando serve, ma da rimettere nell’armadio quando la gente comincia a pretendere i suoi diritti.

Non si tratta di ideologia, ma di fatti accertati. Macron è cresciuto in una grande banca quasi mitologica – Rothshild – prima di ascendere alla guida del ministero dell’economia con il “socialista” Hollande, che poi ha sostituito per manifesta incapacità.

In Italia idem, ma con biografie personali assai meno prestigiose, dal vago sentore ammorbante. E i banchieri nostrani non sono certo meno violenti di quelli d’Oltralpe (vedremo gli sviluppi delle indagini su MontePaschi...).

Analisi a parte, è chiaro che queste scelte incideranno pesantemente sulle prossime scadenze di piazza. C’è un appello di fonte ignota a scendere in strada già il prossimo sabato, sempre a Milano. Ma soprattutto c’è lo sciopero generale del 30 ottobre che fa da catalizzatore per gli innumerevoli settori sociali che si vanno mobilitando (portuali di mezzo mondo, nel primo sciopero intercontinentale dei porti contro il traffico di armi e le guerre; studenti e giovani dei quartieri; operai che vanno perdendo il posto di lavoro, senza casa, autotrasportatori, ecc.).

I governi senza altri strumenti che la violenza poliziesca sono una minaccia per tutti, anche quando – furbescamente – provano a stabilire un rapporto preferenziale con alcuni (per esempio le piccole aziende dell’autotrasporto o della Coldiretti, storicamente “vicine” ai partiti al governo).

Si è definitivamente rotta la “passività sociale”. Ogni giorno ci sarà da inventare nuove forme di mobilitazione, lotta, riflessione collettiva. Tenendo conto dell’esperienza pluridecennale già accumulata...

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18/10/2026

Macron va alla guerra civile

Parigi. La grande giornata di mobilitazione stava giungendo al termine, segnando una nuova tappa nella convergenza delle lotte sociali in Francia. Dopo settimane di mobilitazione studentesca, le piazze francesi sono tornate a riempirsi, questa volta con una partecipazione che oltre il mondo della scuola ha coinvolto lavoratori, sindacati e Gilet gialli, contro il carovita e le politiche di austerità del governo Lecornu.

L’appuntamento del 17 ottobre, nato soprattutto fuori dai canali tradizionali della mobilitazione sindacale, e lanciato inizialmente sui social network, in continuità con l’esperienza dei Gilet gialli e con il movimento Bloquons tout dello scorso anno, ha raccolto la rabbia sociale contro l’impennata dei prezzi del carburante, i salari stagnanti e il progressivo smantellamento dei servizi pubblici.

Una mobilitazione che arriva proprio mentre l’Assemblea nazionale discute il bilancio 2027 del governo Lecornu, con un piano di tagli alla spesa pubblica da 54 miliardi di euro.

Anche diverse organizzazioni sindacali hanno deciso di sostenere la giornata. «La rabbia è immensa, è profonda, e se il governo pensa di cavarsela con annunci cosmetici o prendendo tempo, si sbaglia di grosso», ha dichiarato Sophie Binet, segretaria generale della CGT. La stessa organizzazione ha già convocato, insieme all’intersindacale, una nuova giornata di sciopero e manifestazioni per il 5 novembre.

Nonostante l’allargamento, i liceali rimangono i protagonisti indiscussi della giornata, animando le piazze dal nord al sud del Paese, e continuando a fare scuola per una generazione ormai mobilitata a livello europeo, dal Belgio all’Italia. In piazza dal 18 settembre, gli studenti non hanno ancora ottenuto risposte concrete alle proprie rivendicazioni, nemmeno dopo l’ultimo incontro di giovedì con il ministro dell’Istruzione.

Al centro delle proteste ci sono il sistema di selezione universitaria Parcoursup, le classi sovraffollate, la mancanza di insegnanti e le condizioni fatiscenti degli edifici scolastici.

Di fronte alla generalizzazione della mobilitazione, il governo ha scelto ancora una volta la strada della repressione. Dopo aver cercato di screditare il movimento liceale, descrivendolo come ormai in esaurimento, il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha nuovamente autorizzato il pieno utilizzo delle granate assordanti, il cui impiego era stato limitato soltanto due settimane prima, dopo che uno studente aveva perso una mano durante una manifestazione.

Parigi blindata, il corteo autorizzato bloccato dalla polizia

La tensione era evidente già alla vigilia della giornata. Venerdì 16 ottobre, dopo lunghe trattative con le organizzazioni studentesche, la prefettura di Parigi ha vietato il percorso inizialmente proposto verso Place de la Concorde, respingendo successivamente anche l’alternativa che prevedeva l’arrivo a Place de la Bourse.

Sono stati inoltre emanati divieti di manifestazione nei pressi dell’Eliseo, degli altri luoghi del potere e di Place de la Bastille. Soltanto dopo ulteriori negoziati è stato raggiunto un accordo con la CGT per un percorso autorizzato da Place de la République a Place de Clichy, al quale sabato mattina hanno aderito anche le organizzazioni studentesche, compreso il coordinamento Interfac Île-de-France.

Fin dalle prime ore della mattina, però, Parigi è stata blindata. Numerose stazioni della metropolitana sono state chiuse, mentre le forze dell’ordine hanno moltiplicato controlli e perquisizioni.

Nel frattempo, da Gare du Nord, Opéra e altri punti della capitale sono partiti cortei spontanei che hanno tentato di aggirare i blocchi della polizia, incontrando la violenza delle forze dell’ordine intervenute per disperdere i gruppi o accerchiarli nelle strade del centro.

Intorno a mezzogiorno, Place de la République ha cominciato a riempirsi di manifestanti. Ma ben prima delle 14, orario previsto per la partenza del corteo ufficiale, sono iniziate le prime cariche e i lanci di lacrimogeni e granate assordanti, con diversi feriti tra i giovani manifestanti. Migliaia di persone sono rimaste bloccate nella piazza, circondata dalle forze dell’ordine, e cordoni di gendarmi hanno chiuso gli accessi.

Le Monde ha diffuso un video esplicativo sulla “technique de la nasse” utilizzata dalle forze dell’ordine francesi per accerchiare e disperdere la manifestazione impiegando un utilizzo di forza spropositata.

Anche il corteo autorizzato, al quale hanno partecipato sindacati, studenti e militanti delle organizzazioni politiche di sinistra, è rimasto a lungo immobilizzato sul boulevard Magenta, dove la deputata della France insoumise Clémence Guetté, presente sul posto, ha denunciato la gestione poliziesca della piazza e le condizioni in cui vengono trattenuti i manifestanti, costretti a rimanere in mezzo ai lacrimogeni, mentre si sono verificati malori e momenti di panico.

Alle 15, a un’ora dalla partenza prevista, il corteo ufficiale si trovava ancora a poche centinaia di metri da République, mentre nel resto della capitale, proseguivano i movimenti dei cortei spontanei e gli scontri con la polizia. Soltanto intorno alle 16 la testa del corteo raggiunge finalmente Place de Clichy, dopo ore di tensioni, blocchi e interventi della polizia che hanno segnato l’intera giornata.

Da Tolosa a Marsiglia, un salto di scala fuori dall’Ile de France

La mobilitazione del 17 ottobre non si è limitata alla capitale. In decine di città francesi, migliaia di persone sono scese in piazza, con una partecipazione particolarmente importante della gioventù, affiancata da lavoratori, organizzazioni sindacali e Gilet gialli.

A Tolosa, una delle piazze più imponenti, hanno manifestato 35mila persone secondo la prefettura e oltre 60mila secondo gli organizzatori. La giornata è stata segnata da pesanti interventi della polizia.

Particolarmente grave la denuncia della CGT locale: sul percorso autorizzato, all’altezza del Pont des Catalans, le forze dell’ordine avrebbero attaccato con granate di disaccerchiamento la testa del corteo sindacale, ferendo quattro dirigenti CGT e FSU, tutte evacuate. Il segretario della CGT locale ha chiamato direttamente in causa il prefetto e il primo ministro Lecornu.

A Marsiglia, dopo blocchi e scontri nel centro, sono stati danneggiati il commissariato della polizia municipale e il municipio, dove hanno fatto irruzione alcune decine di manifestanti. A Lione, durante una manifestazione non autorizzata, è stato incendiato l’ufficio del turismo di Place Bellecour. A Lille, ripetute cariche e lanci di lacrimogeni hanno impedito per ore la partenza del corteo autorizzato, mentre a Rennes la polizia ha utilizzato lacrimogeni e idranti.

Importanti anche i numeri della partecipazione: 20mila manifestanti a Lione e Nantes, 10mila a Rennes secondo il ministero dell’Interno, e tra 5mila e 6mila a Orléans secondo le stime raccolte da Mediapart.

A Parigi, un agente di polizia travestito da lavoratore delle costruzioni spara un proiettile contro un camion antincendio, viene catturato e arrestato dalla folla di manifestanti. 

L’individuo è stato identificato come un agente di polizia, dopo che i manifestanti lo hanno fermato.

In tutta la Francia, dimostrazioni di massa e pacifiche sono avvenute uno dopo l’altro questo sabato 17 ottobre, contro il costo elevato della vita e in continuità alla rivolta dei giovani che si è intensificata per tre settimane per l’abolizione dei Parcoursup e delle condizioni educative decenti.

Invece di ascoltare le loro richieste, il governo Macronista ha organizzato il caos e moltiplicato la violenza contro i manifestanti.

A Saint-Etienne, un giovane ha avuto la mano strappata a causa di una granata lanciata dalla polizia. Accuse, pestaggi, gas lacrimogeno, colpi sparati da LBD, le truppe di repressione continuano a applicare l’istruzione di Laurent Nunez “di non avere alcuna moderazione” di fronte ai manifestanti, agli studenti delle scuole superiori, agli studenti, ai dipendenti, agli disoccupati, ai funzionari e a molti settori della società nel movimento per i loro diritti.

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17/10/2026

«Non ci fermiamo», intervista a Sabrine Kharbach dell’Union Etudiante

Dopo quasi un mese di mobilitazione il ministro dell’educazione nazionale Édouard Geffray ha annunciato l’assunzione di tremila insegnanti supplenti per coprire una parte dei posti vacanti. Nell’anno scolastico passato circa il 10% delle lezioni non è stato assicurato a casa della mancanza di docenti. Di fronte alle rivendicazioni formulate dai liceali come giudicate queste misure?

Ci si chiede perché non sia stato fatto prima: il fatto che gli studenti delle scuole superiori debbano battersi per scuotere il governo dimostra, in un certo senso l’incompetenza dei nostri dirigenti. È una piccola vittoria, ma ampiamente insufficiente. In ogni caso non ci piegheremo alla loro politica di miseria. I francesi non sono stupidi, sono stanchi di farsi prendere in giro e di non essere ascoltati.

Noi, come rappresentanti degli studenti, siamo rimpallati di ministero in ministero per dirci «vi ascoltiamo», ma nessuna misura concreta è stata presa. Abbiamo chiesto di incontrare il primo ministro Sébastien Lecornu e non ci è stata data alcuna risposta. Cercano di perdere tempo, conosciamo la loro strategia.

Gli abbiamo detto chiaramente che non ci fermeremo se non ci saranno 10 miliardi sul tavolo e se le nostre rivendicazioni non saranno ascoltate, che continueremo a mobilitarci e che non saremo noi a pagare le conseguenze dei tagli all’educazione.

Oggi si uniscono al movimento, in modo ancor più massiccio, oltre ai liceali, anche i professori, le studentesse e gli studenti universitari, i pompieri, gli agricoltori e il 17 saremo insieme ai gilets jaunes. Il settanta per cento dei francesi sostiene la nostra mobilitazione. Non è una questione di etichette, la questione è che i francesi non ne possono più.

E questa è l’occasione per rialzare la testa dopo dieci anni di macronismo, che ci hanno tutti abbattuti. Non lasceremo nulla e continueremo a lottare finché non avremo dei risultati.

Martedì è stata un altra grande giornata di mobilitazione, con un alta affluenza allo sciopero del settore scolastico e l’90% delle università bloccate. Contrariamente al reflusso preannunciato dal governo, hanno partecipato 480mila manifestanti, di cui 100mila solo a Parigi. A che punto siamo del movimento liceale?

A differenza di quello che dicono i media e il governo, cioè che il movimento si sta arenando, la giornata di martedì ha dimostrato l’opposto, con un grande sostegno dei professori che hanno scioperato per difendere i propri alunni. Più di duecento licei erano chiusi e stiamo ricevendo il supporto di ampi settori della società civile.

Erano anni che non si vedeva una mobilizzazione di un’ampiezza tale. E ciò spaventa il governo, che sta utilizzando tutti i mezzi per soffocarla. Il fatto che non ci siano state violenze durante il corteo parigino dimostra che sono gli interventi delle forze dell’ordine che provocano i disordini.

Alla fine, infatti, quando i camion di crs sono arrivati, sono cominciati i problemi. La polizia ha bloccato tutti gli accessi a la place Vauban, impedendo ai manifestanti di defluire, e ha iniziato a caricare e lanciare lacrimogeni.

Avevamo chiesto che gli accessi fossero aperti, per permettere alle persone di lasciare il corteo nella calma, e hanno fatto esattamente l’opposto. Scatenando il panico e controllando tutti quelli che volevano uscire dall’accerchiamento, oltre ad effettuare diversi arresti.

Tutto questo è illegale, perché va garantito un deflusso alla fine di una manifestazione dichiarata. Questo prova che chi scatena veramente la violenza è la polizia, utilizzando in modo sproporzionato tutte le armi in suo possesso, dalle lbd alle “granate di disaccerchiamento”.

Dopo aver lanciato un sondaggio per capire quali tra le 10 rivendicazioni dei liceali fossero le più urgenti, il ministro Geffray ha risposto che non lancerà una riforma dell’educazione a sei mesi dalle presidenziali. Ha proposto piuttosto di mettere il dibattito sul tavolo e di avviare una riflessione sull’argomento, lasciando ai futuri candidati il compito di avanzare delle proposte di riforma. Cosa rispondete?

Pensano che i giovani non siano consapevoli della situazione politica ed economica e non capiscano cosa stia succedendo. Ma noi capiamo benissimo, quando vediamo che vengono stanziati 400 miliardi di euro in più per l’esercito. È una vera presa in giro.

Secondo il sondaggio il 70% dei liceali mette l’orario scolastico in cima alla lista dei problemi e il 60% evoca delle condizioni materiali inadeguate per lo svolgersi delle lezioni (edifici degradati, classi sovraffollate, ecc.). Seguono con il 30% la questione dei professori mancanti e con il 20% il parcoursup.

Non serve a nulla, però, fare un sondaggio se poi non si propongono delle risposte. Questo sondaggio è ridicolo, inoltre, perché avevamo già presentato al governo le 10 rivendicazioni che preoccupano maggiormente i liceali e avevamo calcolato la cifra di 10 miliardi per fargli fronte.

Non possiamo scegliere tra avere un tetto che non ci cade sulla testa e dei supplenti che assicurano le lezioni. Tutte le rivendicazioni sono ugualmente importanti. Il governo può trovare i fondi, ma non lo vuole fare.

Il consiglio di analisi economica ha, ad esempio, proposto una tassa sulle grandi successioni. È una possibilità tra le altre, ma non c’è alcuna volontà. Abbiamo 211 miliardi di euro di aiuti alle imprese, di cui 39 miliardi di sovvenzioni che lo Stato dona direttamente alle aziende. Chiedere 10 miliardi per l’educazione ci sembra il minimo. Attendiamo delle risposte.

La riposta repressiva, invece, è arrivata sin da subito. Ottomila arresti in tre settimane di mobilitazione, di cui la maggior parte minori, che hanno dato luogo a circa 2700 procedimenti giudiziari, oltre a centinaia di feriti tra alunni e personale scolastico. Una cifra che supera di gran lunga il movimento dei Gilets jeunes e persino il maggio del ’68. Perché il governo ha reagito con una repressione simile e cosa prevedete per il proseguo della mobilitazione?

È importante parlare del ’68 e del numero di arresti, perché bisogna rimontare al 17 ottobre del 1961, al momento della guerra d’indipendenza dell’Algeria, per ritrovare un numero maggiore. Quel giorno migliaia di studenti e lavoratori algerini manifestavano nelle strade di Parigi e sono stati repressi selvaggiamente, arrestati e annegati nella Senna.

Questo è il referente storico che il governo sta imponendo, e che ci permette di dire che sta conducendo una vera guerra sociale e razziale. Sociale perché sta smantellando quello che resta dei servizi pubblici, e razziale perché è evidente il trattamento differenziato tra le banlieues e i centri città, come è chiaro il modo differente con cui vengono attaccati gli studenti musulmani, con il divieto di portare il velo, ad esempio, o l’ultima legge sulla “presunzione d’innocenza” per le forze dell’ordine.

Quello che vediamo, sia nel contesto internazionale sia in Francia, è innanzitutto la costruzione di un nemico all’interno del paese, per poi dividere i giovani delle banlieues e quelli dei centri città. Noi non vogliamo che la gioventù sia divisa perché vive le stesse condizioni, e questa mobilitazione testimonia la sua unità. Persino i licei privati sono scesi in piazza per esprimere la loro solidarietà.

E il fatto che non ci siamo divisi disturba molto il governo. È in atto una militarizzazione dell’educazione nazionale, con 400 licei chiusi amministrativamente e il divieto in molti casi di assembrarsi davanti agli istituti.

Non si era mai visto qualcosa del genere, ma non ci facciamo spaventare. Gli studenti universitari si sono schierati in massa con i liceali, con delle occupazioni storiche come quella di oggi a l’École des hautes études commerciales di Parigi. Persino i più privilegiati non fanno mancare il loro sostegno alla lotta per un'educazione degna, e il 17 si uniranno a noi anche i gilets jaunes.

Al contrario di quello che dice la narrativa ufficiale, infatti, la mobilitazione si sta amplificando, toccando ampi settori della società. E senza risposte non abbiamo intenzione di fermarci.

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15/10/2026

Studenti e popolo contro il potere e i fascisti. La lezione francese

L’“atto V” del movimento degli studenti francesi ha dimostrato visivamente due cose: che la mobilitazione si va allargando e che il governo Lecornu-Macron non riesce a fermarla, né con la repressione più brutale né con la promessa di “ascolto” delle ragioni della protesta. Troppo poco, troppo tardi e dopo troppa violenza poliziesca insensata.

Quel che va sottolineato, perché altrettanto visibile ma tenuto disperatamente sottotraccia dal sistema mediatico unificato, è la maturità politica di questo movimento.

Non si accontenta di dar sfogo alla rabbia sacrosanta, non si limita alla “propaganda del necessario cambiamento”, non cede alle lusinghe o alle minacce. Vuole ottenere una vittoria politica, ossia costringere il governo a scelte radicalmente opposte a quelle che ha in cantiere. E punta dritto sugli snodi politico-istituzionali reali.

Ieri i cortei parigini – non gli unici, certo, ma ovviamente i più partecipati – hanno avuto come obiettivo Hotel de Matignon, sede del governo. Con il primo ministro Lecornu che nelle stesse ore doveva presentare la sua proposta di “legge di stabilità”, la finanziaria che assegna le priorità di spesa dello Stato per il prossimo anno. Di cui, prima si conosceva solo l’entità complessiva (tra i 40 e 50 miliardi) e il fatto che sarebbe stata “lacrime e sangue”. Ossia tagli alla spesa sociale e nuove tasse.

Il percorso parlamentare già chiarisce molto su cosa si muove tra i partiti. Il governo, fin dall’inizio della legislatura, non ha una maggioranza e si è barcamenato tra nuovi presidenti del consiglio (Lecornu è il settimo in nove anni di presidenza Macron, il quarto in questa tornata) e maggioranze ad hoc sui singoli provvedimenti, grazie ai gollisti (sempre) e ai più ondivaghi “socialisti” (che hanno rotto il Nuovo Fronte Popolare, egemonizzato da La France Insoumise di Mélenchon), e soprattutto ai fascisti guidati da Marine Le Pen, in forma meno evidente.

Ieri il panorama era solo formalmente cambiato. I “socialisti” – che hanno ormai scelto Glucksmann (il peggior rappresentante possibile, praticamente un funzionario della Nato) come candidato alle presidenziali – avevano presentato una mozione di rifiuto preventivo della legge finanziaria, che avrebbe cancellato il dibattito consentendo al governo di evitare di mettere chiaramente sul tavolo le sue carte.

I fascisti hanno deciso di votare contro questa mozione, anticipando però in qualche misura la disponibilità a sostenere la “linea dei sacrifici”.

In fondo la stessa Marine Le Pen, nei giorni scorsi aveva attaccato i movimenti degli studenti e dei sindacati, ma aveva anche presentato il suo programma economico nel caso di vittoria alle presidenziali di primavera. Praticamente lo stesso programma di Lecornu-Macron: aumento dell’età pensionabile, tagli alla spesa per 140 miliardi nel quinquennio, deficit sotto il 3% come richiesto dalla UE, riduzione del debito fino al 112%, pareggio di bilancio entro i primi 18 mesi di governo, inserimento dei vincoli di spesa nella Costituzione (come in Italia, di fatto), ecc.. Il tutto coperto dallo straccio sporco del “patriottismo economico”.

Messa così, la destra si è dichiarata pubblicamente nemico mortale dei movimenti – e al servizio del capitale, come spiega ottimamente Lordon – al pari di Macron, rinfoderando una volta per tutte le presunte velleità “anti-europeiste” che tanto preoccupavano (per finta) i liberali.

Gli studenti quindi non hanno altra strada che sviluppare ancor più la mobilitazione, forti di un sostegno popolare che va crescendo di giorno in giorno, e della scesa in campo sia dei sindacati che dei Gilet Jaunes “rinnovati”.

Sabato 17 se ne avrà la prima dimostrazione pratica, con blocchi e manifestazioni ancora una volta in tutto il Paese. E mai come in questo caso sarà impossibile – per i liberal-liberisti pronti a cedere le leve del governo all’ultradestra – giocare la carta narrativa degli “opposti populismi”. Le Pen è un cagnolino fedele, gli unici “nemici” sono – di nuovo – il popolo e la sinistra di alternativa.

Si torna a contrapposizioni sociali e politiche dotate di una logica, insomma, fuori dal chiacchiericcio su “valori” che restavano indefiniti per poter essere meglio aggirati.

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10/10/2026

“Marciare su Matignon martedì”

«Matignon! Matignon!»: questo è stato il grido scandito la sera di giovedì 8 ottobre alla Bourse du Travail di Parigi. Dopo una giornata particolarmente agitata, in una sala gremita all’inverosimile, una grande assemblea che riuniva centinaia di liceali e universitari ha lanciato un appello a marciare verso il palazzo del Primo Ministro martedì 13 ottobre.

In un appello pubblicato giovedì – mentre la settimana è stata segnata da due giornate di mobilitazioni imponenti e da centinaia di iniziative in tutto il Paese – 15 assemblee generali studentesche delle università dell’Île-de-France invitano a «una marcia congiunta verso Matignon, sede del potere esecutivo, in occasione del voto sul bilancio il 13 ottobre».

È infatti il ​​giorno in cui il governo tenterà di far approvare all’Assemblea una manovra di bilancio di austerità massiccia e violenta.

Finalmente, un movimento si dà i mezzi per mettere sotto pressione il governo, invece di sfilare docilmente lungo arterie controllate e lontane dai luoghi strategici. Il testo, firmato da studenti di tutte le università della regione parigina, invita i «compagni e le compagne, riuniti nelle rispettive assemblee generali, a seguirci in questa direzione».

E al di fuori della capitale? Se è vero che Parigi pullula di centri di potere facilmente raggiungibili, è possibile prendere di mira anche altri luoghi che incarnano l’autorità e il capitalismo nel resto della Francia: prefetture, rettorati, municipi, sedi di organi di informazione, commissariati, banche, centri logistici, snodi dei trasporti...

Diversi sindacati del settore dell’istruzione pubblica hanno indetto uno sciopero per il 13 ottobre. Questa giornata rappresenterà il prossimo «atto» della sollevazione giovanile e potrebbe costituire un ulteriore passo avanti nel rafforzamento di un movimento potenzialmente storico, in vista dell’appello a bloccare tutto il 17 ottobre contro il rincaro dei prezzi.

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09/10/2026

I placebo di Matignon e la rivolta nelle strade

Da Parigi. Il potere trema e distribuisce placebo. L’allocuzione televisiva del Primo Ministro Sébastien Lecornu, trasmessa con l’urgenza delle grandi crisi dall’Hôtel de Matignon [la sede del governo, ndr], ne è lo specchio fedele. Di fronte alla scossa sociale, l’esecutivo ha scelto la tattica del rinvio e dei proclami. Ma la realtà delle lotte non si cura della retorica ministeriale.

Riserve strategiche: un ammortizzatore di carta

Al centro della manovra di disinnesco governativa c’è l’annuncio dello sblocco straordinario di 10 milioni di barili di gasolio dalle riserve strategiche nazionali. L’obiettivo dichiarato? Determinare una riduzione automatica dei prezzi alla pompa da 12 a 18 centesimi al litro.

La promessa è altisonante: un calo “sostanziale” dei prezzi. La realtà economica, analizzata da osservatori più lucidi, è ben diversa.

Si tratta di un’operazione puramente psicologica. Un palliativo effimero. Il consumo globale di greggio divora queste cifre in poche ore. Soprattutto, la misura non tocca il vero nodo strutturale: il peso delle accise e dell’IVA, che il governo si rifiuta tassativamente di tagliare. Svuotare le riserve oggi significa doverle ricomprare domani, generando una futura domanda che farà risalire i prezzi.

Matignon offre un’aspirina a un malato cronico, sperando solo di guadagnare tempo.

Banchi e bilanci

Il secondo fronte dello scontro è quello delle scuola.

Da metà settembre, il movimento studentesco blocca centinaia di istituti. Le rivendicazioni sono sempre identiche: classi sovraffollate, istituti degradati, carenza di insegnanti, precarietà assoluta.

La risposta del Primo Ministro è stata un capolavoro di fumo negli occhi. Ha lodato le “parole preziose” dei giovani, ma ha difeso il suo bilancio per l’Istruzione e ha decretato una sospensione straordinaria delle lezioni per organizzare un ben astratto “tempo di democrazia interna”.

La reazione del fronte giovanile e dei sindacati degli insegnanti è stata una netta levata di scudi. I collettivi studenteschi hanno respinto l’offerta al mittente: “Vogliamo fatti, non scadenze a fine mese”. I sindacati hanno bollato la sospensione dei corsi come una “cacofonia irrispettosa” che aggrava il caos.

Ma è sulle cifre che lo scontro diventa un divario economico incolmabile: le organizzazioni dei liceali esigono un piano immediato da 10 miliardi di euro, liquidando la proposta sbandierata da Lecornu di aggiungere ancora 1,2 miliardi di euro per l’Éducation nationale, come un’elemosina già divorata dall’inflazione.

I blocchi e le manifestazioni continuano a oltranza.

La negazione della piazza e la rivendicazione della repressione

Il discorso di Lecornu ha toccato il punto di rottura assoluto proprio sulla gestione dell’ordine pubblico. Il Premier ha difeso ciecamente l’operato della polizia, sostenendo che le forze dell’ordine non hanno il mandato di aggredire i liceali, ma solo di contenere l’“ultraviolenza urbana”.

Una versione smentita dai fatti: i dati parlano di oltre 5.000 fermi e di minorenni mutilati nel corso delle cariche. Per i sindacati e i comitati dei genitori, la risposta di Matignon è solo violenza di Stato: è una promessa repressiva che però non spaventa i manifestanti, bensì salda la solidarietà tra giovani, professori e famiglie.

Il vero terrore di Matignon: la convergence des luttes

Perché questa fretta? Perché attingere alle riserve strategiche del Paese?

La risposta ha una data precisa, il 17 ottobre e un appello spontaneo, anonimo, ma ultracondiviso sui social, per una giornata di mobilitazione nazionale contro il rincaro del carburante e il caro vita.

L’esecutivo teme una nuova esplosione dei Gilets Jaunes. La «resurrezione» di un movimento di massa e spontaneo, innescato dalla miscela esplosiva tra il diesel oltre i 2,36 euro al litro e la rabbia sociale che diventa incontenibile.

La paura più grande del governo si chiama ormai convergence des luttes. Se la rivolta degli studenti si unisce agli scioperi dei lavoratori (i sindacati CFDT, CGT, FO, Unsa e FSU hanno indetto uno sciopero nazionale per il prossimo 5 novembre ), e dei sindacati agricoli, senza omettere “l’onda digitale de 17 ottobre”, il Paese si avvia verso un blocco totale, verso lo sciopero generale.

Senza una maggioranza in Parlamento, l’esecutivo cammina su un filo sottilissimo. Il dibattito sulla legge di bilancio è alle porte. Una mozione di sfiducia potrebbe far cadere il governo in qualsiasi momento. La retorica della pacificazione di Lecornu è fallita prima ancora che i televisori si spegnessero. La parola ora torna nelle piazze.

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07/10/2026

Francia - L’onda studentesca si salda con i sindacati. Panico all’Eliseo

La gioventù francese non è più sola nelle piazze, e l’onda d’urto adesso fa vacillare il potere.

Nemmeno i 488 fermi eseguiti ieri in tutto il Paese, né le cariche della polizia a Place de la Nation o i lacrimogeni lanciati un po’ ovunque, sono riusciti a piegare l’«Atto III» di un movimento studentesco che continua a raccogliere una partecipazione impressionante nelle piazze, almeno 450.000 i manifestanti di ieri.

A fare da scudo ai liceali contro la brutalità esibita dalle forze antisommossa sguinzagliate, su ordine dell’Eliseo, sono scesi in campo ufficialmente i sindacati: CGT, Force Ouvrière (FO), FSU e Solidaires.

La mobilitazione si è trasformata in una spallata interprofessionale totale che ha largamente superato i confini delle scuole.

Accanto ai docenti hanno scioperato i lavoratori degli ospedali, della funzione pubblica e persino i comparti strategici dei trasporti e dell’energia, uniti contro il congelamento dei salari e i tagli del bilancio, destinati a ridurre il deficit al 5%.

Anche i trattori della Confédération paysanne erano presenti.

Hanno presidiato i licei nella Manica, nel Maine-et-Loire e nella Drôme, spingendosi in Alvernia fino a «assediare» il «Sommet de l’élevage» a Cournon-d’Auvergne, dove la Ministra dell’Agricoltura è stata costretta ad annullare la sua visita ufficiale.

Davanti a un Paese paralizzato e al drammatico bilancio dei giorni scorsi – che vede molti giovani gravemente feriti, fra cui un quattordicenne con la mano mutilata da una granata a Lens, un sedicenne gravemente ferito a un occhio a Argenteuil da un colpo di LBD e un altro adolescente che ha perso un occhio durante gli scontri a Tours – Emmanuel Macron ha convocato d’urgenza un vertice all’Eliseo, ieri sera, con il Premier Lecornu, il Ministro dell’Interno Nuñez e il Ministro dell’Educazione Geffray.

Macron tenta disperatamente di presentare l’incontro come un semplice e ordinario «monitoraggio della situazione», diverse indiscrezioni confermano invece che dietro le quinte il clima era di massima tensione e che il Capo dello Stato ha mostrato segni di grande nervosismo. Il Presidente è fortemente preoccupato dal rischio di un cortocircuito istituzionale e dal totale isolamento politico del governo.

Per cercare di riprendere il controllo il vertice ha «ideato» questa manovra: l’obbligo di liberare una mezza giornata di corsi da qui a venerdì in tutti i licei francesi.

Presentata ufficialmente da Lecornu all’Assemblea Nazionale come la concessione di un “tempo di democrazia e dibattito interno”, la misura nasconde l’obiettivo di isolare la protesta dentro le mura scolastiche. Obbligando gli studenti a entrare nelle aule per discuterne anziché presidiare i cancelli, il governo spera così di smantellare i picchetti... ingenui!

Questa decisione ha scatenato invece la furia dei sindacati. Durissima la reazione dello SNPDEN-UNSA, il sindacato maggioritario dei presidi francesi: rifiutano di fare da ammortizzatori sociali e moderatori della rabbia studentesca davanti a quella che hanno apertamente liquidato come una “totale cacofonia”.

Ma la scadenza più temuta dall’intelligence e dagli apparati di sicurezza del governo si avvicina sempre più. Il 17 ottobre è prevista una grande giornata di mobilitazione e protesta nazionale contro il caro carburanti.

Non è guidata da partiti o sigle istituzionali, ma è nata da una dinamica puramente virale su TikTok, innescata dal video-sfogo del profilo anonimo «v2.95» contro la fiammata dei prezzi e si è diffusa in modo impressionante.

La scelta della data del 17 ottobre non è casuale, anticipa volutamente di un mese esatto l’anniversario della storica mobilitazione dei Gilets Jaunes del novembre 2018. Questo movimento spontaneo rifiuta i tradizionali cortei autorizzati per puntare all’azione diretta sul territorio: presidi improvvisati sugli assi strategici (Autostrade, rotonde ecc.) e blocco mirato dei depositi energetici.

Alla sola idea di una «convergenza delle lotte», ovvero di una fusione tra il movimento studentesco, la mobilitazione dei “nuovi gilets jaunes” e l’opposizione parlamentare di sinistra... il governo trema. E se poi osserva l’orizzonte che punta direttamente al 5 novembre, il governo va proprio nel panico.

È infatti questa la data scelta dall’intersindacale per far scattare uno sciopero generale che bloccherà contemporaneamente il settore pubblico e quello privato.

Se la convergenza delle lotte dovesse concretizzarsi, il movimento dell’autunno francese si trasformerebbe in uno stato di mobilitazione, di agitazione, di rivolta permanente.

Una pressione che diventerebbe presto insostenibile per il governo macronista, isolato, e in fase terminale avanzata.

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30/09/2026

Inflazione, carburanti, salari bassi: sciopero in Francia

Francia, sciopero contro la politica di austerità del governo e contro il nuovo congelamento dei salari nel settore pubblico. Sono oltre 170 le manifestazioni che hanno attraversato ieri la Francia. Una rara e compatta unione intersindacale (otto sigle tra cui CGT, CFDT, FO, UNSA, FSU, Solidaires, CFE-CGC e FA-FP) che ha coinvolto circa sei milioni di dipendenti pubblici di tre grandi settori: statale, territoriale e ospedaliero.

Il blocco del “Point d’indice” è stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso già stracolmo.

Il Primo Ministro, religiosamente macronista, Sébastien Lecornu, ha annunciato infatti l’intenzione di congelare, nuovamente, per il 2027 il valore base usato per calcolare gli stipendi di statali, militari e personale sanitario che, fra blocco salariale e picco d’inflazione generalizzato, hanno perso oltre il 16% del loro potere d’acquisto.

Un paradosso che, a causa del mancato adeguamento all’inflazione galoppante, fa sì che circa 862.000 dipendenti pubblici percepiscano oggi una retribuzione di base ormai inferiore al salario minimo legale.

Da sottolineare la fortissima presenza dei pompieri fra i numerosi manifestanti, che secondo le stime della CGT, erano complessivamente 300mila in tutta la Francia.

La mobilitazione sindacale è stata fissata strategicamente a due giorni dalla presentazione del disegno di legge finanziaria per il 2027, che prevede ancora tagli drastici a sanità, scuola e servizi (non sostituendo ad esempio un terzo dei dipendenti che vanno in pensione), mentre aumentano vertiginosamente le spese militari e per il riarmo in un paese che è ufficialmente in economia di guerra dal 2022.

Interessante infine sottolineare come alcune prefetture, alcuni rappresentanti dello Stato e del governo nelle regioni, non esitino più a qualificare come un evento di “vigilance” una mobilizzazione sindacale di massa.

Vigilance, “allerta manifestazione”, si legge sul sito di questa prefettura, che tratta una manifestazione sindacale con lo stesso segnale d’allarme di quando annuncia una tempesta climatica o un terremoto...

Il potente movimento sociale che si annuncia in Francia, inquieta visibilmente sia l’ultimo sconquassato governo macronista, sia tutti coloro che immaginavano che i giochi delle prossime presidenziali fossero già conclusi sbarrando ancora una volta a Mélenchon l’accesso al secondo turno. Lo scontro appare sempre più evidente: o una Francia ecosocialista o una Francia assolutamente liberal-fascista.

P.S. Le cariche di polizia contro gli studenti, ieri, hanno portato ad oltre 400 arresti.

L’articolo di Contre Attaque: 

Si dice spesso che una società «si misura dal modo in cui tratta i suoi bambini». Con i sociopatici al governo, la questione è chiara: applicano un programma completo di tortura alla gioventù.

Distruzione dell’istruzione, arruolamento nell’esercito, devastazione dell’ambiente, divieto delle feste, repressione sistematica di tutto ciò che riunisce i giovani, precarietà assoluta, licenza di uccidere. Assolutamente tutto è fatto per spegnere le nuove generazioni, privarle di futuro e di speranza.

E quando questi giovani alzano la testa, sono orde in uniforme a farli tacere. In questi ultimi due giorni abbiamo visto adolescenti strangolate in mezzo alla strada, minori gassati e bloccati a terra, liceali picchiati, una liceale a cui viene sbattuta la testa contro una fermata del tram, arresti arbitrari e getti di gas in pieno viso. Ma anche LBD puntati all’altezza della testa, e munizioni lanciate gratuitamente in presenza di eletti. Un poliziotto ha persino sparato con il lanciagranate dritto in testa a un liceale a un metro di distanza, cosa che avrebbe potuto ucciderlo. Lo Stato ha ancora una volta mollato i suoi cani e tolto la museruola.

Ieri, il Ministro dell’Interno stesso assumeva al 100% la responsabilità di ciò che stava facendo subire alla gioventù in lotta, mentre i media occultavano gli innumerevoli video delle violenze poliziesche, fabbricando al contempo una narrazione ansiogena sui blocchi. Metodi da dittatura.

Ecco dunque una compilation di immagini dell’attuale movimento liceale. Lasciar passare questo, queste angherie commesse sui nostri fratelli, le nostre sorelle, i nostri figli, i nostri amici, da orde di bruti giurati, significa lasciar passare il peggio. Se la nostra società si misura con le violenze commesse sui minori, allora siamo già caduti molto in basso, ed è più che tempo di svegliarsi.



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22/12/2025

Francia, è crisi nera. Sul bilancio tutti contro tutti

A Parigi emergenze a ripetizione

Non è un bel momento per Emmanuel Macron e per la Francia, in generale. Stanno venendo al pettine i nodi accumulati in anni di governance che, viste col senno di poi, si sono dimostrate più preoccupate di conservare le poltrone che di preparare un futuro solido per il Paese. Questo ha riguardato in particolare il settore pensionistico e la traiettoria degli impegni di spesa per la previdenza sociale. Intendiamoci: è un problema diventato ormai strutturale, con il quale tutte le grandi democrazie industriali del Vecchio continente stanno facendo i conti. Semplicemente, chi ha calcolato di erogare i benefit dello Stato sociale al tempo che fu, non ha saputo proiettare alcuni parametri e oggi la spesa relativa nei bilanci pubblici cresce in modo esponenziale. Ma se a questa ‘deriva’ generale si sommano ‘altre emergenze, ecco che allora il sistema finanziario dello Stato entra in fibrillazione. E scatta l’effetto ‘coperta-corta’. I soldi non bastano a onorare gli impegni e per trovare una soluzione si devono tagliare le spese. O bisogna imporre nuove tasse. In entrambi i casi, tali mosse fatte da qualsiasi governo diventano elettoralmente impopolari ed erodono il consenso. La Francia (come il resto d’Europa) si è trovata in mezzo alle onde gigantesche di una tempesta perfetta, stretta tra gli effetti della pandemia e le turbolenze economiche di una nuova Guerra fredda, dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Il Pil è crollato, la disoccupazione è aumentata e soprattutto ha cominciato ad allargarsi il deficit pubblico. Il resto lo hanno fatto le paturnie di Macron che, in un’epoca di vacche magre, si è impegnato scrupolosamente a moltiplicare le spese per il riarmo. Forse in un rigurgito di nostalgia per la passata grandeur. E come risultato ha perso le elezioni, ha nominato Primi ministri a ripetizione per governi di minoranza attaccati con lo scotch (cambiandoli come le cravatte) e finora non è riuscito nemmeno a far approvare la fondamentale legge di bilancio. Insabbiata in Parlamento, in un clima da rissa all’arma bianca. Insomma, una catastrofe.

Un bilancio... troppo sbilanciato

Pur di restare all’Eliseo, nonostante gli schiaffoni presi nelle recenti battaglie politiche, il Presidente Macron ha firmato un patto col diavolo. Si fa per dire, ovviamente, ma in questo caso c’è del vero, perché si è messo d’accordo con gli antichi nemici socialisti, che hanno promesso di sostenere il governo di Sébastien Lecornu. E questo è niente. Dato che il glorioso PS, che fu il partito di un eroe pacifista come Jean Jaurès, si è turato il naso e ha ottenuto in contraccambio nientemeno che l’annullamento della riforma delle pensioni. Si, avete capito benissimo, la tanto strombazzata rivoluzione del sistema previdenziale Macron se l’è messa sotto la suola delle scarpe. A questo punto, soprattutto al Senato, c’è stato uno spostamento verso destra di una fetta di voti (quelli dei Repubblicani) che prima avrebbero voluto votare il bilancio. Ma che adesso si rifiutano di farlo, perché il buco che si crea dovrebbe essere colmato da nuove tasse. E la Francia ha già un record formidabile di pressione fiscale. «Non ci sarà un secondo miracolo di Natale per Sebastien Lecornu». scrive Le Figaro. Dopo l’approvazione definitiva da parte dell’Assemblea Nazionale del disegno di legge sul finanziamento della previdenza sociale martedì scorso, il bilancio dello Stato stesso non si è concretizzato. I sette senatori e membri del Parlamento, riuniti a porte chiuse venerdì mattina in una sala del Palais Bourbon, hanno rapidamente riconosciuto che non avrebbero raggiunto un accordo sul disegno di legge finanziaria, istituendo così una commissione mista ‘non conclusiva’. Molto rapidamente, ancor prima che i parlamentari lasciassero la sala dove avevano discusso, il Primo Ministro ha riconosciuto il fallimento, lamentando sui social media «la mancanza di volontà di raggiungere un accordo da parte di alcuni». Dopo le concessioni ottenute dal Partito socialista sul disegno di legge sul finanziamento della previdenza sociale – in particolare la sospensione della riforma delle pensioni e l’aumento del CSG (Contributo sociale generale) sui redditi da capitale – sembrava ormai improponibile per i Repubblicani accettare le nuove richieste del partito di Olivier Faure e Boris Vallaud. «Queste richieste – conclude il giornale di Parigi – includevano, ad esempio, un aumento dell’aliquota fiscale sui redditi elevati, una sovrattassa sulle grandi società e il ripristino dell’imposta sulle holding, approvata dall’Assemblea in prima lettura». Lecornu, intanto, ci metterà una pezza con una legge tappabuchi. Spera di ‘convincere’ tutti entro il 31 dicembre, anche se le previsioni raccolte all’Assemblea Nazionale e al Senato sembrano alquanto cupe.

Fillon a Macron: ‘Dimettiti’

Intervistato da Le Figaro l’ex Primo ministro François Fillon sembra quasi scandalizzato per la piega che hanno preso gli avvenimenti. «Nel 2017 – afferma – ho chiesto di votare per Emmanuel Macron. Non avrei mai potuto immaginare che otto anni dopo il Paese si sarebbe trovato in una situazione simile. Macron significa un miliardo di euro di debito aggiuntivo ogni giorno lavorativo. Certamente, da François Mitterrand in poi, ogni Presidente della Repubblica ha aumentato il deficit e accumulato debito. Il governo che ho guidato non ha fatto eccezione a questa tendenza. Siamo stati tutti costretti a gestire le crisi come pompieri che spengono un incendio. Credevamo tutti che la crescita avrebbe ridotto il debito. Così facendo, abbiamo trascurato la questione demografica, la deindustrializzazione dell’Europa in generale e della Francia in particolare. Abbiamo sottovalutato le conseguenze di una tassazione e di una regolamentazione eccessive, che hanno distrutto la nostra competitività».

E, in cauda venenum, Fillon aggiunge: «Se fossi Emmanuel Macron, trarrei le dovute conclusioni dalla situazione del Paese e mi dimetterei per non sprecare diciotto mesi di tempo della nazione. Se decide di terminare il suo mandato, allora dovrebbe sciogliere l’Assemblea Nazionale e dare voce al popolo francese».

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15/10/2025

Francia - Lecornu rinvia l’attacco alle pensioni per comprare i “socialisti”

Era l’ultima possibilità per il “monaco soldato” – autodefinizione di un uomo senza altra qualità che la disponibilità al sacrificio per “il capo”, Macron – di evitare la fucilazione politica nell’Assemblea Nazionale.

Impossibile ottenere il solito appoggio seminascosto da parte dei fascisti di Le Pen, già pronta la mozione di censura da parte de La France Insoumise, imboscati dietro le colonne gli “alleati” centristi pronti a votare il suo governo “tecnico” ma restii a figurare pubblicamente tra gli assassini dei pensionati, nel suo primo discorso in parlamento da “incaricato bis” Sébastien Lecornu ha dichiarato di voler congelare fino alle prossime elezioni presidenziali del 2027 una legge impopolare che innalza l’età minima pensionabile per la maggior parte dei lavoratori.

Con l’occhio alla parte “concertativa” del mondo sindacale ha così garantito che “non ci sarà nessun aumento dell’età pensionabile da ora fino al gennaio 2028, come ha ulteriormente chiesto ieri il sindacato CFDT”.

Era questa l’unica condizione posta dai sedicenti “socialisti” guidati da Olivier Faure – che hanno platealmente applaudito questo passaggio nel discorso – peraltro entrati in Parlamento solo grazie ad un’alleanza meramente elettorale con Mélénchon e il Partito Comunista. La legge era stata approvata nel 2023 e porta progressivamente l’età minima della pensione a 64 anni, rispetto ai 62 precedenti.

Ma Lecornu non l’ha messa affatto nell’armadio delle “riforme” impossibili. Giura di averla solo rinviata per superare l’ostacolo che ha davanti: trovare una maggioranza che approvi la legge di stabilità entro la fine dell’anno.

“Una sospensione deve essere un’opportunità. Dibattere la questione delle pensioni non è solo un’equazione finanziaria. È una parte essenziale del nostro contratto sociale. E anche questo contratto ha bisogno di una revisione”, ha chiosato promettendo di fatto che la riforma si riproporrà se dovesse essere rieletto Macron alla presidenza della Republique. O qualcuno che ne raccolga il testimone neoliberista e antipopolare.

Lecornu ha insistito sul fatto che una tale sospensione deve essere accompagnata da adeguati risparmi per contenere la spesa pubblica fuori controllo e ridurre un deficit di bilancio che si prevede raggiungerà il 5,4% del prodotto interno lordo quest’anno. “Ma – dico qui in modo molto diretto – sospendere per sospendere non ha senso. La sospensione che non preveda nulla dopo sarebbe irresponsabile. Questa sospensione deve riportare la fiducia necessaria per costruire nuove soluzioni. La sospensione per fare meglio, questa è la soluzione, la sospensione sia un’opportunità”.

Di fatto, la pezza messa momentaneamente sulle pensioni verrà ritagliata con altri interventi mani-di-forbice sulla spesa sociale, sperando che l’impatto sulla popolazione si meno percepibile nell’immediato.

Il governo Leocrnu ieri mattina ha infatti proposto un bilancio mirato a portare il deficit sotto il 5% del PIL per il prossimo anno, che include 31 miliardi di euro di tagli alla spesa e aumenti delle tasse. Il rinvio sulle pensioni “dovrà essere compensato finanziariamente, anche con altre misure di taglio alla spesa”.

Nulla di diverso, insomma, da quel che in Italia abbiamo ascoltato da tutti i governi per quasi un trentennio (dal “governo Dini” del ’95 in poi). Solo che la Francia si ritrova ora a dover fare la stessa strada in tempi molto più stretti e con una resistenza sociale assai più robusta (anche perché buona parte della Cgt non somiglia affatto alla nostrana Cgil).

Nel discorso al Parlamento non sono ovviamente mancate le solite minacce abituali in questi casi: Se “le cose non andranno bene questa settimana, ci stiamo dirigendo verso una grave crisi istituzionale. Lo scioglimento diventerà inevitabile. Non sarò il primo ministro del dissesto dei conti pubblici”.

Del resto si è presentato in aula sapendo bene che la destra fascista e la sinistra radicale avevano già presentato due diverse mozioni di censura nei suoi confronti (in Francia il governo non ha bisogno chiedere il “voto di fiducia”, ma può essere costretto alle dimissioni se la maggioranza approva una mozione di censura).

E Macron aveva annunciato che “le mozioni di censura presentate sono mozioni di scioglimento e devono essere considerate come tali”. In altri termini, l’Asssemblea Nazionale verrebbe sciolte e si andrebbe ancora una volta ad elezioni anticipate, mentre le dimissioni da Presidente di Macron sono considerate “impossibili”.

Anche la Francia si ritrova in balia dei “mercati” dopo aver per un trentennio spinto per regole europee di “austerità” che pensava fossero riservate ai “paesi cicala” del Sud, come Italia e Grecia. La crisi economica e la prospettiva di raddoppiare la spesa militare ha alimentato alla fine i timori che la seconda economia dell’eurozona sia diventata così ingovernabile da non poter più pagare i propri conti.

C’è però anche da registrare la profonda differenza di trattamento riservata dai mercati stessi all’attuale governo francese. La rinuncia alla riforma delle pensioni è stata annunciata a mercati aperti. Se l’avesse fatto l’Italia ai tempi della “Fornero” il prezzo dei Btp sarebbe salito in un attimo al cielo, incrementando spaventosamente lo spread rispetto ai Bund tedeschi.

Nel caso francese, invece, gli Oat (l’equivalente dei Btp) hanno riguadagnato quota e ridotto lo spread, chiaramente per una valutazione che considerava più grave una aperta crisi di regime piuttosto che il rigore nei conti pubblici. Potenza del doppio standard del capitale finanziario multinazionale, alla faccia delle cosiddette “leggi dell’economia liberista”... 

In ogni caso si tratta di una pesante sconfitta momentanea per Macron, il vero alfiere dei mercati e delle banche (lui viene del resto dal vertice di banca Rotschild) e di una vittoria per i movimenti che hanno dato battaglia a lungo.

È dichiarato però che i mercati torneranno all’assalto tra un anno e mezzo e che c’è comunque un prezzo da pagare subito (i dettagli arriveranno con la presentazione della legge di stabilità, nei prossimi giorni). Così come è chiaro che i “socialisti” passano armi e bagagli nel campo centrista e liberista, cosa che renderà impossibile – alle prossime legislative – la formazione di una nuova edizione del Fronte Popolare.

Dipenderà insomma ancora dalla capacità dei movimenti sindacali e sociali far sì che che la forza delle piazze pesi anche elettoralmente, rovesciando gli equilibri nel paese.

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