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30/06/2018

“Qui non cede nessuno”. Un ricordo di Domenico Losurdo

Avevo 16 anni, non avevo avuto bisogno di leggere Marx per occupare la scuola, ma sentivo il bisogno di capirci di più. Troppe letture e ascolti disordinati, mi dissi: partiamo dalle basi. Andai in libreria e comprai il “Manifesto del Partito Comunista”. C’erano tante edizioni, alla fine scelsi quella della Laterza, perché aprendo le prime pagine la mia attenzione era stata catturata da una bellissima introduzione. Era scritta dal signore qui sopra, Domenico Losurdo.

Da quel momento e fino a ieri che Losurdo ci ha lasciati, non ho mai smesso di seguire quello che scriveva. Anche perché era già diventato raro, nei miei anni universitari, trovare un filosofo marxista. Ricordo un pomeriggio all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, avevo vent’anni e lui aveva appena finito una bellissima lezione, avrei voluto dirglielo, ma mi vergognavo già di mio, poi c’era altra gente davanti e non volevo passare per leccaculo, quindi galleggiai lì intorno cinque minuti e poi andai via. Che cosa stupida e inutile, la timidezza.

Ma cinque anni dopo ero a Parigi e per caso venni a sapere che interveniva alla Fête de l’Huma: sarà stata l’ebbrezza dell’estero, sarà stato che non ero più studente, lo fermai e gli feci i complimenti. Il suo libro su Gramsci era stato utilissimo per un saggio che stavo scrivendo, e l’avevo perdonato anche se in un altro libro mi aveva distrutto Nietzsche. Poi c’era la sua “Controstoria del liberalismo” che anche oggi andrebbe fatta leggere in tutte le scuole di ogni ordine e grado...

Di quel fugace incontro ricordo una persona cortese, non priva però di una sua severità, che ora apprezzo. In tempi così frivoli, non è poco dire di qualcuno: è serio.

E poi ci vuole sempre coraggio a dire delle cose scomode. Uno con il suo talento e la sua applicazione avrebbe potuto fare ben altra carriera. Invece parlava dell’URSS e cercava di capire, di difendere, di spiegare documenti alla mano. Non posso dire di essere d’accordo con tutto quello che ha scritto negli anni, ma come non vedere la nobiltà del tentativo, come non apprezzare la capacità di sottrarsi all’ideologia dominante e alle mode intellettuali?

L’ultima cosa che me lo ha reso caro è accaduta qualche mese fa. Quando abbiamo lanciato “Potere al Popolo!”, Losurdo fece una battaglia dentro al suo partito, il PCI, per far sì che aderisse. Molti erano scettici – si capisce: questioni di età, di provenienze –, e non volevano venire dietro a ‘sti matti di un centro sociale. Losurdo invece, pur essendo un compagno “vecchio stile”, aveva capito il senso del nostro tentativo. E scrisse anche un appello per sostenerlo, in cui individuò perfettamente i punti essenziali della nostra azione:
“Unire ciò che è stato diviso, ricucendo il tessuto lacerato della società. Ridare organizzazione e rappresentanza alle classi subalterne. Riequilibrare i rapporti di forza nel conflitto politico e sociale. Ridistribuire ricchezza e uguaglianza nel paese...“
Ecco, mi resta questa amarezza. Di non averlo incontrato dopo il suo appello, di non avergli detto grazie, di non avergli detto: vedi? sono quel dottorando del 2007, quello studente del 2002, quel liceale del ’98 – alla fine, in qualche modo assurdo, ci siamo ritrovati, vecchi e giovani comunisti. Potete stare sereni, il testimone è passato: qui non cede nessuno.

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I nodi e il pettine

Alcune note sul responso delle urne nelle ultime elezioni politiche ed amministrative

I recenti risultati elettorali hanno evidenziato così nettamente le responsabilità dirette del PD nella sua débâcle e nell’avanzata apparentemente inarrestabile della Lega che insistervi rischia di divenire pedante, ma soprattutto poco utile per l’analisi del presente e del futuro politico del paese e delle forze di classe in campo.

Con il voto del 4 marzo, al quale è seguito l’ancora più pesante messaggio delle elezioni amministrative, conclusesi con i ballottaggi del 24 giugno scorso, si è materializzato quel “rancore sociale” evidenziato dall’Istat.

La “sinistra di governo” è stata spazzata via, a partire dalle sue presunte “casematte” in terra toscana. Chi si sorprende di questi risultati non ha seguito la vicenda sociale degli ultimi anni dal punto di vista di chi oggi vota “per vendetta” oppure si tiene lontano dalle urne. I centri storici opulenti ed esclusivi, grazie a investimenti economici e di polizia garantiti dal PD, sono assediati da periferie abbandonate a sé stesse. I benestanti votano “a sinistra”, i poveri si affidano alla demagogia securitaria e populista della Lega.

Il termine sinistra si è trasformato in un epiteto, che allontana il popolo, persino dalla disponibilità a prendere un volantino in un presidio o in un banchetto.

Evidentemente, il responso delle urne ha fatto emergere un livore verso una intera cultura politica, che negli ultimi 25 anni ha sacrificato il legame di massa alle alleanze con il PD e le sue propaggini sindacali e socio/culturali, quelle stesse che in tempi recentissimi si sono opposte alla manifestazione antifascista di Macerata e poi si sono coagulate intorno al democristianissimo Mattarella, ventriloquo di una Unione Europea che ha imposto al governo legastellato un ministro dell’economia consono ai voleri di Bruxelles.

La strada perseguita dalla sinistra in tutti questi anni ha trovato quindi il suo punto di implosione, che impone ai più accorti di misurarsi finalmente con la concretezza della realtà sociale e politica prodotta da una crisi sistemica del capitalismo senza precedenti, che produce crisi di egemonia delle classi dominanti, scuotendo dalle fondamenta il vecchio sistema di accordi e alleanze a livello internazionale. Nel ridotto continentale la crisi mette in fibrillazione tutta l’Unione Europea, dove più che gli esecutivi nazionali governa il cosiddetto “pilota automatico”, imponendo la solita e unica ricetta possibile per classi dominanti divise sulla gestione delle emergenze (migranti, debito pubblico), ma unite nella difesa del sistema e degli interessi del padronato.

Il governo Conte incarna la rivalsa della piccola e media borghesia di fronte alla sua pauperizzazione, indotta dalle politiche recessive della UE. Un esecutivo che ha i numeri, man non un progetto in grado di rispondere ai processi di centralizzazione economica a livello planetario i quali, come idrovore, risucchiano interi paesi ed aree economiche. La risposta è un populismo reazionario senza prospettive, se non quelle di adattarsi entro i margini imposti dall’Unione Europea stessa, come dimostrano le prime dichiarazioni del Ministro dell’Economia Tria.

L’alternativa a questo vuoto di prospettive è stata messa in campo dal decadente imperialismo statunitense rappresentato dall’amministrazione Trump: guerra commerciale (i dazi) e guerre guerreggiate.

Oggi Salvini parla alle pance, domani dovrà riempirle, e la prospettiva di ulteriore crisi che si apre, determinata anche dall’offensiva statunitense contro le economie della UE e degli altri colossi economici mondiali, dà veramente poche o nessuna chance a questo secondo tempo della politica dell’esecutivo appena insediatosi.

Venendo al ridotto locale, il risultato pisano disvela in maniera brutale quanto questi processi abbiamo scavato a fondo nel corpo sociale di periferie colpite duramente dalla disoccupazione, dalla precarietà del lavoro e del vivere. Nei quartieri popolari la lega ha raggiunto percentuali che vanno dal 28 al 40%, conquistando insediamenti una volta a stretta egemonia PCI. Più che il tema immigrazione, che ha indubbiamente una sua valenza in termini di condizionamento ideologico e psicologico, è la condizione materiale che ha spostato a destra parti consistenti dell’elettorato popolare.

Di fronte a questa nuova situazione, che formalizza una condizione maturata in anni e anni di politiche antipopolari, occorre mantenere la barra dritta sull’intervento politico nel nostro blocco sociale di riferimento. Il tempo delle coalizioni politiciste “a sinistra” come panacea di tutti i mali si è concluso da oltre 10 anni.

Solo da una nuova internità alla classe potrà emergere una soggettività collettiva in grado di rafforzare delle fondamenta che ancora esistono nel paese, come ci ha dimostrato l’ultima manifestazione nazionale del 16 giugno scorso a Roma, indetta dal sindacalismo di classe e sostenuta da organizzazioni comuniste e anticapitaliste.

Una strada che ha iniziato ad intraprendere Potere al Popolo!, coalizione di forze e di soggettività unite intorno all’obiettivo di costruire un soggetto politico autonomo e indipendente dall’intero quadro politico nazionale.

Occorre preservare e rafforzare questa spinta indipendente, dandogli gambe politiche, organizzative e un programma in grado di far radicare Potere al Popolo! in ogni città, contro gli esecutivi che si alternano alla guida di un paese e contro il polo imperialista europeo, incarnato dall’Unione Europea e dai suoi trattati, vera e propria gabbia da rompere, per riaprire una prospettiva generale di cambiamento in senso socialista della società, a livello nazionale e continentale.

I comunisti hanno il compito di sostenere questo percorso, mettendo a disposizione energie intellettuali e materiali. La Rete dei Comunisti ed i suoi militanti, a Pisa come in tutto il paese, ha sin da subito partecipato con entusiasmo a Potere al Popolo!, contribuendo fattivamente alle sue attività sui territori.

Continueremo con determinazione su questa strada.

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La “strabuona scuola”...

In questi ultimi giorni, tutte le principali testate giornalistiche, nonché i siti dei sindacati firmatari, danno l’annuncio :

“È stata eliminata la chiamata diretta dei docenti da parte del Preside, un primo colpo contro la Buona Scuola”.

Niente di più falso!

Non solo la chiamata diretta resta, per ammissione dello stesso Ministro Bussetti, ma addirittura viene ribadita nell’accordo sindacale firmato da CGIL/flc-CISL-UIL-GILDA/unams e Governo il 26 giugno 2018.

Scrive Bussetti:
“Con l’accordo sindacale, siglato oggi presso gli Uffici del MIUR, già dal prossimo anno scolastico si elimina, così come preannunciato in questi giorni, l’istituto della cosiddetta chiamata diretta dei docenti. In attesa dell’intervento legislativo di definitiva abrogazione, che è mia intenzione proporre nel primo provvedimento utile, con l’accordo sindacale di oggi si dà attuazione a una precisa previsione del contratto del governo del cambiamento, sostituendo la chiamata diretta, connotata da eccessiva discrezionalità e da profili di inefficienza, con criteri trasparenti e obiettivi di mobilità ed assegnazione dei docenti dagli uffici territoriali agli istituti scolastici”.
Così il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Marco Bussetti.

Quindi la chiamata diretta rimane, lo si ribadisce nell’accordo del 26/6, dove si giustifica il temporaneo provvedimento sulla mobilità del personale docente in quanto la chiusura dell’anno scolastico e “dei lavori dei Collegi dei Docenti, non consentono l’attivazione di quelle procedure di compartecipazione ed imparzialità nell’individuare i requisiti professionali sulla base dei quali i Dirigenti scolastici possano procedere (n.d.r. alla chiamata diretta) garantendo la pubblicazione di criteri oggettivi”.

Come dire: siccome non facciamo in tempo a stabilire le caratteristiche che devono avere i docenti da selezionare, per l’anno prossimo si va a graduatoria!

Ma non finisce qui. I sindacati firmatari dell’accordo si vantano dello straordinario risultato conseguito nell’estendere il bonus premiale (prima appannaggio dei soli docenti di ruolo) anche ai docenti precari!

Quindi: non solo il bonus premiale non viene messo in discussione, ma addirittura se ne estende la fruizione: come dire che è talmente caro il mantenimento di questa misura a premialità discrezionale che bisogna aumentare la platea degli aspiranti!

Peccato che il programma del M5Stelle prometteva l’esatto contrario, cioè l’abolizione del bonus come misura iniqua e discriminatoria.

Peggio di così, non si poteva cominciare!

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Messico. La sfida di Amlo

Domani si vota in Messico. I sondaggi anche questa volta lo danno in testa, ma le urne hanno sempre dato un responso diverso (anche grazie ai brogli). Lui è Andrès Manuel Lòpez Obrador, favorito da tutti i sondaggi con oltre venti punti percentuali. In coerenza con la passione tutta latinoamericana dei diminutivi e delle sigle, lo chiamano Amlo. Un populista di sinistra secondo i suoi moltissimi avversari, una speranza per tanti messicani che vogliono eleggerlo per le sue idee progressiste, per la promessa di rompere con il passato delle misure neoliberali e lottare senza quartiere contro la corruzione.

Amlo è stato per due volte il candidato presidenziale del Partito della Rivoluzione Democratica (Prd) nel 2006 e nel 2012 ma senza riuscire a vincere. Nel 2006 contro i brogli ci fu una sorta di rivolta popolare nella capitale Città del Messico.

Quattro anni fa ha fondato il partito Morena (Movimiento Regeneración Nacional), ed ora alla testa della coalizione Juntos Haremos Historia, è rimasto l’unico candidato presidenziale progressista in partita.

Niente da fare per Marichuy, María de Jesús Patricio Martínez, la candidata zapatista che aveva attraversato tutto il paese, che è rimasta esclusa dalla competizione elettorale per non essere riuscita a raccogliere il numero di firme necessarie per potersi presentare.

In un documento pubblico, L’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, il Congresso Nazionale Indigeno ed altre organizzazioni spiegano che: “Ottenere il numero di firme sufficienti ci avrebbe permesso di approfittare di quello spazio per continuare a dare visibilità ai popoli originari, ai loro dolori e alle loro lotte, segnalando allo stesso tempo il carattere criminale del sistema, per farci eco dei dolori e delle rabbie che pullulano in tutto il territorio nazionale, e per promuovere l’organizzazione, l’autogestione, la resistenza e la ribellione. Non ci siamo riusciti, ma dobbiamo continuare la nostra strada cercando altre forme, metodi e modi, con ingegno, creatività e audacia, per ottenere quello che vogliamo” (1)

“Siamo stanchi dei governi neoliberali. Vogliamo che questo governo distrugga tutte le riforme strutturali che Pena Nieto aveva varato” riassume le proprie aspettative uno dei sostenitori di Amlo.

Il riferimento è alle riforme antipopolari di Pena Neto presidente uscente del Partito Rivoluzionario Istituzionale, il partito conservatore che è stato al potere ininterrottamente in Messico dal 1921 al 2000. Politiche liberiste accusate di aver impoverito la popolazione senza risolvere né la corruzione dilagante, né la violenza sempre più pesante. Si vota per le presidenziali, ma anche per le elezioni politiche e per molte sfide locali, e decine di candidati sono stati uccisi nei mesi della campagna elettorale. Il primo luglio infatti si svolgeranno le elezioni più grandi della storia del Paese, con 3400 candidati alle presidenziali, politiche, al seggio di otto governatori, più quello di Città del Messico, e di 1600 sindaci.

I due rivali di Amlo, sono José Antonio Meade del Partito Rivoluzionario Istituzionale e Ricardo Anaya del PAN, il Partito di Azione Nazionale (di centrodestra) che accusano Lòpez Obrador di usare slogan vuoti su come combattere la povertà e contrastare la corruzione, ma senza dire come.

Amlo più modestamente ha promesso di dimezzarsi lo stipendio ed ha abbassato il tiro sulle sue proposte più contestate dalla organizzazione padronale messicana. Non chiede più di abrogare la privatizzazione del settore energetico approvata da Pena Nieto, ma di rivedere i contratti già in essere. Amlo ha promesso di bloccare la costruzione del nuovo aeroporto internazionale di Città del Messico sul lago di Texcoco, contro il quale anni fa c’erano state grandi proteste dei movimenti sociali represse nel sangue, ma più di qualche osservatore ritiene che comunque sarà costretto a venire a patti con i gruppi imprenditoriali che hanno sostenuto e supportato il contestato e controverso Pacto por Mèxico ratificato da Pri, Pan e Prd (1)

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«Non sono stati i migranti a rubarmi il lavoro ma le multinazionali»

Marcello, 56enne lavoratore alla Bekaert di Figline, commenta l’annuncio dell’azienda di licenziare 318 dipendenti: «Non ho paura di chi arriva su una barca, ma dei padroni che chiudono una fabbrica con una lettera di licenziamento».

FIRENZE – Marcello Gostinelli, 56 anni, sta per perdere il lavoro. E’ un operaio della Bekaert da 35 anni. Bekaert è l’azienda di Figline Valdarno, in provincia di Firenze, che fabbrica cordicelle in acciaio per penumatici. Lui si occupa del collaudo del prodotto finito. Insieme a lui, sono a rischio licenziamento altri 317 operai. Tutti, venerdì scorso, hanno ricevuto una lettera a casa in cui l’azienda, di proprietà belga, annuncia la chiusura. Ieri (27 giugno) Marcello ha partecipato al presidio antirazzista in piazza Ognissanti a Firenze.

E sul palco, con le lacrime agli occhi, ha detto queste parole: «Non ho paura di chi ha il coraggio di venire qua, su una barca, senza nulla, per aggrapparsi agli scogli e cercare una vita migliore. Ho paura dei ricchissimi, che arrivano, sfruttano il mio lavoro, mi prendono tutto, e poi mi chiudono lo stabilimento in trenta minuti». Un modo coraggioso di ribadire che i migranti non rubano il lavoro, almeno lui la pensa così: «Non sono stati i migranti a rubarmi il lavoro, ma le multinazionali».

Marcello ha spiegato: «In un momento come questo sarebbe stato facile fare demagogia e dire che i migranti ci rubano il lavoro e vengono qui a delinquere, queste persone vengono dipinte come mostri, ma non ci si rende conto che i veri mostri sono i signori delle multinazionali che fanno speculazione sulla pelle della gente come noi, se continuiamo a dare la colpa agli stranieri perdiamo di vista i veri responsabili delle nostre condizioni sociali ed economiche, che invece sono quelli che hanno chiuso un’azienda in mezz’ora».

Poi ha ricordato il momento in cui ha scoperto del licenziamento imminente: «Erano le 8.30 di mattina ed ero appena entrato al lavoro, il caporeparto è venuto verso di me, mi ha abbracciato e mi ha detto che avrebbero chiuso l’azienda».

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29/06/2018

Partiti di governo ai piedi dei neonazisti di “Lealtà e azione”

“La destra e la sinistra? Categorie superate, che appartengono ormai ad un lontano passato. Il fascismo? Una fissazione di pochi esaltati – gli antifascisti – che continuano a guardare indietro senza rendersi conto che ormai i tempi sono cambiati e che il nostro paese ha sviluppato gli anticorpi necessari ad evitare il ritorno di forze antidemocratiche”. Questo, su per giù, lo spartito che da qualche anno a questa parte viene recitato incessantemente da molte forze politiche; su tutte, in questa speciale disciplina, spiccano proprio i partiti di governo, quel MoVimento 5 Stelle e quella Lega che stanno dando vita al governo più di destra che il nostro paese abbia conosciuto.

Eppure, dando uno sguardo al paese reale (come dicono quelli bravi), le cose non stanno esattamente così. I movimenti politici di estrema destra, forti di questo rassicurante ritornello, sentono di avere sempre più mano libera per iniziative, scorribande, aggressioni. Dai bangla tour tipici della Capitale fino ai fatti di Macerata, la connotazione politica di molti episodi violenti capitati negli ultimi mesi appare evidente. Ma questo non sembra affatto preoccupare chi, da qualche settimana, guida il nostro paese. Al contrario: la soddisfazione sembra massima.

L’ultima indicazione in tal senso arriva da Abbiategrasso, dove il 6 e 7 luglio prossimi si terrà (in uno spazio pubblico concesso dall’amministrazione comunale) la “Festa del Sole”, appuntamento annuale di “Lealtà e Azione”, movimento politico neofascista apertamente ispirato alle gesta del generale nazista delle Waffen SS Leon Degrelle.

A preoccupare basterebbe l’esistenza stessa dell’iniziativa, ma – purtroppo – le notizie inquietanti non finiscono qui. Già, perché all’edizione 2018 della “Festa del Sole” prenderanno parte membri delle “nostre” istituzioni, ai livelli più alti: dagli assessori regionali lombardi Giulio Gallera di Forza Italia (welfare) e Stefano Bruno Galli (cultura), fino ai parlamentari Igor Iezzi, Paolo Grimoldi, William De Vecchis e Carlo Fidanza: i primi tre arrivati in Parlamento in quota Lega, l’ultimo appartenente a Fratelli d’Italia.

D’altra parte, la saldatura tra il partito di Matteo Salvini e “Lealtà e Azione” non è una novità: già nel corso della campagna elettorale in vista delle ultime elezioni, infatti, le due forze avevano deciso di organizzare sul territorio lombardo banchetti comuni, anche con la partecipazione di elementi di spicco della Lega. Naturalmente, LeA aveva poi apertamente invitato i suoi militanti a scegliere i verdi, nel segreto dell’urna elettorale, con grande soddisfazione della dirigenza del partito.

E’ però bene chiarire alcuni aspetti relativi a questo gruppo: due dei suoi “leader” – Stefano Del Miglio e Giacomo Pedrazzoli – sono stati condannati per il pestaggio e l’accoltellamento, avvenuto a Milano, di un militante di sinistra. L’accusa iniziale era di tentato omicidio, ridotta poi a lesioni gravi.

Ma anche questo non ha fatto cambiare idea ai parlamentari e agli assessori sopra elencati, tanto che il 6 luglio parteciperanno alla conferenza dal titolo “Tra autonomia e sovranità”, alla quale seguirà il concerto di band assai note nel mondo dell’estrema destra italiana: dagli Hobbit ai Testudo, i richiami nostalgici alla Repubblica di Salò non mancheranno. Ma i riferimenti non si fermano qui: nel logo dell’iniziativa, infatti, spicca un lupo che stringe tra i denti una rosa rossa, in una evidente citazione della X Mas di Junio Valerio Borghese.

Sia chiaro, a preoccuparci non è la singola iniziativa (sarà interessante anche valutare la partecipazione), ma il quadro generale: lo sdoganamento del neofascismo è iniziato da tempo ed ha rapidamente preso campo, accompagnato da un’intolleranza che investe tutte quelle categorie della società che – a vario titolo – possono essere considerate “marginali” o “diverse”: dagli immigrati ai rom, fino agli omosessuali, l’aria che tira è tutt’altro che rassicurante. Ma, d’altra parte, “destra e sinistra non esistono più”...

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Scienza e militanza. Un ricordo di Domenico Losurdo

di Angelo d’Orsi

Il destino è sovente beffardo, oltre che crudele. Quando mi giunge la notizia, peraltro attesa, della scomparsa di Domenico Losurdo (nato nel 1941, a Sannicandro, in Puglia), mi è venuto alla mente Antonio Labriola, filosofo socratico, che poco amava scrivere ed affidava il suo sapere perlopiù alla parola detta, più che a quella fermata sulla carta: Labriola morì di un cancro alla gola, che gli impedì di parlare prima di strapparlo alla vita. Losurdo, storico e filosofo, militante comunista, docente, studioso di altissimo livello, scrittore prolifico, e insomma, quel che si dice “una gran testa”, è morto di un tumore al cervello che se l’è portato via in tutta fretta, lasciandoci attoniti. Quel cervello che sembrava inarrestabile, generoso quanto rigoroso, una vera macchina da guerra, sconfitto da una stupida malattia.

Il suo attivismo quasi frenetico, sia che si trattasse di scrivere un articolo, di lavorare a una ricerca, o di tenere una conferenza, era sempre pronto. Saliva su un treno, con un piccolo bagaglio, con le sue camicie a righe, sempre senza cravatta, con abiti sempre da mezza stagione, e macinava chilometri e chilometri, per portare una sua visione del mondo in giro per l’Italia, per l’Europa, per il mondo: sono pochi i Paesi in cui Losurdo non sia stato invitato, per convegni, lezioni, o presentazioni di traduzioni dei suoi libri. E sono stati davvero tanti, quei libri, tutti ricchi di dottrina, persino ridondanti. Un regesto, anche incompleto, risulterebbe improponibile in uno spazio come questo. Il fatto è che Domenico, Mimmo per gli amici, è stato uomo davvero dai molteplici interessi, tra filosofia e dottrine politiche, in grado di coprire, grazie ad una erudizione sterminata, campi assai vasti del sapere.

Di formazione filosofo, Losurdo aveva a differenza di buona parte dei suoi colleghi, non solo il massimo rispetto per la storia, compresa la dimensione biografica degli autori che studiava, ma ha nutrito ogni suo scritto di storicità. Era ben conscio che, per citare ancora Labriola, “le idee non cascano dal cielo”, e dietro, sotto, le idee egli cercò sempre le basi strutturali, i contesti ideologici, cercando, da autentico e ferrato storico materialista, di mettere in luce le connessioni tra economia e ideologia, tra interessi sociali e dibattiti culturali. Un marxista per convinzione, sia per gli ideali politici, sia per una precisa scelta metodologica. Era persuaso, Losurdo, che senza mettere in luce quelle connessioni, senza scavare nel backstage delle idee politiche, non si potesse averne piena cognizione.

Comunista non pentito, aveva aderito al tentativo del piccolo partito cui era iscritto, il PdCI di dare vita a un nuovo, possibilmente grande partito comunista italiano: quando alle prime prove gli esiti elettorali furono modesti e, con un po’ di malizia, glielo feci notare, egli senza scomporsi mi rispose: “Noi lavoriamo sui tempi lunghi”, reiterando l’invito ad aggregarmi. Che non raccolsi, naturalmente, né, del resto, condividevo tutti gli orientamenti di Losurdo, anche se ho recensito e presentato parecchi suoi libri, e soprattutto abbiamo condotto molte battaglie in comune, in primo luogo quelle contro la retorica sionista pronta a usare il tabù dell’antisemitismo per emarginare e condannare all’isolamento chiunque criticasse i governanti israeliani.

Discutendo alcuni suoi lavori, non ho rinunciato alle critiche, sempre mettendo in evidenza da un lato la prodigiosa capacità produttiva, e dall’altro l’originalità di molte sue analisi, mai scontate, anche se, talvolta, per chi conosceva il pensiero losurdiano, prevedibili. Aveva il chiodo fisso dell’antimperialismo, e si batteva perché la stessa categoria teorica di “imperialismo” e quella ad essa vicinissima di “colonialismo” ricuperassero piena cittadinanza nelle analisi geopolitiche. Ammiratore critico (ossia tutt’altro che becero, ma il dissenso qui tra noi era sensibile) di Stalin, come grande protagonista della lotta mondiale al nazifascismo, negli ultimi anni si era molto occupato della Cina, diventandone un esperto, sul piano dell’analisi ideologica. Ma rimase fino alla fine un militante, un combattente, e nei suoi interventi pubblici non abbandonava mai un certo tono comiziante, capace di tener desto l’uditorio, e di animarlo, anche se non sempre di convincerlo.

A lungo docente di Storia della filosofia nell’Ateneo di Urbino, ne era diventato poi professore emerito, e ricopriva diversi prestigiosi incarichi scientifici a livello internazionale, specie nel mondo degli studi hegeliani e marxengelsiani.

Nella vastissima bibliografia losurdiana, arbitrariamente, scelgo questi titoli: La comunità, la morte, l’Occidente (Bollati Boringhieri, 1991), forse il suo libro più affascinante; Il revisionismo storico. Problemi e miti (Laterza, 1996), caposaldo teorico della lotta antirevisionistica; Nietzsche, il ribelle aristocratico (Bollati Boringhieri, 1997), un autentico capolavoro, a dispetto della sua mole impressionante; Controstoria del liberalismo (Carocci, 2005), un affresco che svela il “lato oscuro” della pseudo-democrazia liberale; Il linguaggio dell’Impero (Laterza, 2007), un’analisi tanto più preziosa oggi davanti al “trumpismo”; La lotta di classe. Una storia politica e filosofica (Laterza, 2015), una lettura originale dell’eterno scontro tra oppressi e oppressori; Un mondo senza guerre (Carocci, 2016), libro che aggiunge a una sapiente analisi del mondo bellicistico una prospettiva di alternativa radicale. E l’ultimo: Il marxismo occidentale (Laterza, 2017), del quale è rilevante il sottotitolo: “Come nacque, come morì, come può rinascere”, dove si nota perfettamente la natura duplice dell’autore: studioso e militante. E la sua scomparsa, dunque, suona come un mesto messaggio per il mondo degli studi, ma anche per il quello della militanza politica. Anche sotto questo aspetto, Domenico Losurdo appare una figura oggi insostituibile. Il che rende la sua perdita gravissima.

(28 giugno 2018)

La UE fa finta di non spaccarsi e prosegue nello spremere le popolazioni

L’Unione Europea è salva, almeno a parole. E nella notte ha trovato un faticoso compromesso proprio sulle parole da infilare nel comunicato finale. Ma oltre alle parole è difficile immaginare qualche condivisione concreta.

Sarà il caso di andare per ordine, e in modo abbastanza sintetico, visto che l’annuncio dell’accordo è stato dato all’alba.

Fissato con l’idea di farne l’appuntamento decisivo per la “rifondazione” della UE, a costo di creare una “Europa a due velocità”, questo vertice ha rischiato la rottura completa sulla gestione dei flussi migratori. Lo scarto tra progettazione e risultati dà insomma la misura del conflitto scatenato tra i vari interessi (non solo o non tanto “nazionali”) da politiche europee che hanno creato o aggravato squilibri, diseguaglianze, egoismi da ricchi, odio e paura verso chi “sta sotto”. E siccome ogni strato sociale ha qualcuno che “sta sotto” il suo livello, ecco che il razzismo fascista ha preso corpo e forza in tutta Europa.

La gestione dei migranti è diventata così, per tutti i protagonisti dell’Unione Europea, un punto da risolvere in qualsiasi modo per distrarre la propria opinione pubblica, pressata ovunque dal peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, nonché dalla riduzione del welfare e dei servizi pubblici. Quasi naturale, insomma, che sia stata la questione principale per tutti gli organi di stampa, a qualsiasi livello e di qualsiasi orientamento o proprietà.

L’accordo su questo fronte è stato raggiunto solo all’alba, si diceva, ed è articolato in dodici punti. Quello fondamentale è però soltanto uno: tutto quel che segue avverrà su base volontaria. Non c’è insomma nessun obbligo comunitario per nessun paese – se non sul fronte dei finanziamenti – di accogliere profughi. Anzi. C’è una sostanziale chiusura militare delle frontiere europee, secondo cui tutte le persone salvate in mare o fermate in altri modi, saranno prigioniere in “centri chiusi” alle frontiere dei “paesi volenterosi”, europei e non, fin quando le autorità non avranno deciso se classificarle come aventi diritto d’asilo oppure come “migranti economici” da rimpatriare velocemente.

L’approccio strategico – questo, sì, davvero “condiviso”, è infatti «rafforzare l’azione per prevenire un ritorno ai flussi incontrollati del 2015 e per ridurre ulteriormente la migrazione illegale, sulle rotte esistenti e su quelle nuove». Per questo, accettando la richiesta del governo grillin-leghista, si prevede «sul territorio europeo chi viene salvato secondo il diritto internazionale debba essere preso in carico sulla base di uno sforzo condiviso, attraverso il trasferimento in centri controllati istituiti in alcuni Stati membri, solo su base volontaria».

La precisazione sulla “volontarietà”, è fin troppo facile capirlo, esclude qualsiasi redistribuzione di profughi aventi diritto tra i vari paesi. Se non resteranno nei paesi di primo sbarco (Italia, Grecia, Malta, Spagna) bisognerà ringraziare i “volenterosi” disposti a prendersene una certa quota, decisa autonomamente in base alle proprie esigenze nazionali.

Si gioca sulle parole, come si vede, tra uno “sforzo condiviso” e una “base volontaria”, creando le premesse certe per ulteriori scontri tra governi che potranno considerarsi tutti liberi di fare quel che preferiscono, ma “in modo condiviso”. I gesuiti, insomma, hanno fatto scuola a tutti...

In particolare, i 28 hanno deciso «di esplorare il concetto di piattaforme regionali di sbarco», gestite in collaborazione con l’Alto commissariato dell’ONU per i rifugiati. «Queste piattaforme dovranno valutare le situazioni dei singoli, nel pieno rispetto del diritto internazionale, e senza creare un fattore di attrazione» dei migranti che vogliono arrivare in Europa. Non si precisa se le piattaforme debbano essere sul territorio europeo o in paesi terzi.

Il che, lo si ammetterà senza sforzo, è un bel pasticcio. Di fatto, l’Unione cerca di scaricare parte del peso del problema su altri (in parte l’Onu, in parte altri paesi mediterranei o dell’Africa sahariana), senza peraltro aver ancora stretto con questi soggetti terzi alcun accordo specifico. E infatti parecchi dei diplomatici di professione che hanno potuto leggere il testo hanno fatto notare che bisognerà risolvere non pochi problemi politici e giuridici.

La parte più facile è comunque l’eliminazione dei testimoni civili di quel che accade nel mar Mediterrano. L’impegno comune dei 28 è per “rafforzare il sostegno alla Guardia costiera libica”, e l’invito a «tutte le navi che operano nel Mediterraneo a rispettare le leggi applicabili e a non ostruire le operazioni della Guardia costiera libica». Quel che accade ai migranti sull’altra sponda, non è “affare” che interessi all’Europa...

“Esternalizzare il problema” era del resto l’unico compromesso possibile in una “comunità” dove tutti cercano di allontanare da sé quel problema. E qui si è avuta la verifica dell’indebolimento della Germania – e in particolare di Angela Merkel – come “guida” del processo di integrazione. La cancelliera tedesca doveva a tutti i costi spuntare un accordo sul blocco dei cosiddetti “movimenti secondari” – i migranti che passano dal paese di primo sbarco a quello ritenuto migliore per rifarsi una vita – per silenziare almeno in parte le richieste ultimative arrivate dal “suo” ministro dell’interno (Horst Seehofer, capo della Csu bavarese), che minaccia esplicitamente una crisi di governo e il ritorno a nuove elezioni. La pressione della destra interna è in questi giorni pressoché incontenibile, al punto che i para-nazisti di Alternative fur Deutschland addebitano tranquillamente la disfatta tedesca ai mondiali di calcio... alla presenza di calciatori etnicamente impuri!

Più semplice l’accordo sui fondi. Sono previsti trasferimenti per 500 milioni di euro dal Fondo europeo di sviluppo per rifinanziare il trust Fund per l’Africa, oltre a sbloccare altri 3 miliardi di euro per la Turchia.

Anche il regolamento di Dublino, ormai defunto per tutti, verrà modificato all’unanimità, come richiesto sempre dai Paesi di Visegrad, e non con la maggioranza qualificata, come invece sarebbe previsto dal trattato. Una “vittoria” per i paesi del gruppo di Visegrad, che si vedono così attribuire un diritto di veto su qualsiasi evoluzione che preveda una loro corresponsabilizzazione.

Più vaghi, ma inquietanti, i riferimenti allo “sviluppo economico dell’Africa”, con riferimento all’Agenda 2063, che palesemente prefigura un potente ritorno a pratiche colonialiste appena appena riverniciate.

Chiusa la questione immigrazione, su cui tutti hanno concentrato l’attenzione dell’opinione pubblica, nel silenzio più completo sembrano essere stati approvati invece i robustissimi punti economici previsti dall’ordine del giorno (anche se una coda di confronto tra i paesi dell’Eurozona è prevista per oggi).

Li elenchiamo per far capire quanto siano questi i veri pilastri di una governance che perpetua diseguaglianze e tensioni in grado di distruggere la struttura sociale e produttiva di interi paesi.

In ballo c’era infatti l’approvazione delle raccomandazioni specifiche per paese diffuse dalla Commissione Ue lo scorso 23 maggio.

In questo documento sono dettagliate le misure che ogni paese deve adottare da qui a 12 mesi. Per l’Italia il margine è strettissimo sul fronte dei conti pubblici, visto che la Ue richiede un aggiustamento strutturale dello 0,6% nel 2019, mentre il ministro Tria proverà a contrattare una maggiore flessibilità di dimensioni pressoché identiche. Secondo l’impostazione Ue ci sarebbero insomma da tagliare o trovare almeno 10 miliardi subito, mentre il governo pretenderebbe un maggior deficit vicino a quella cifra. La distanza tra due posizioni era calcolata in 20 miliardi. Vedremo...

Altra raccomandazione “che non si può rifiutare” è quella di «utilizzare entrate straordinarie per accelerare la riduzione del rapporto debito pubblico/PIL».

Mentre potrebbe avere effetti esplosivi sul sistema bancario nazionale l’ordine proveniente da Bruxelles: l’Italia deve «mantenere il ritmo della riduzione dell’elevato stock di crediti deteriorati e sostenere ulteriori misure di ristrutturazione e risanamento dei bilanci delle banche, anche per gli istituti di piccole e medie dimensioni». Al contrario, le migliaia di miliardi di “prodotti derivati illiquidi” (ossia invendibili, carta straccia) in mano alle banche tedesche e francesi non costituirebbero un “problema sistemico”. Solo una bomba atomica...

Ma la ciccia più interessante, dal punto di vista della popolazione italiana, è nell’indicazione di Bruxelles per «spostare la pressione fiscale dal lavoro, in particolare riducendo le agevolazioni fiscali e riformando i valori catastali non aggiornati. Intensificare gli sforzi per ridurre l’economia sommersa, in particolare potenziando i pagamenti elettronici obbligatori mediante un abbassamento dei limiti legali per i pagamenti in contanti. Ridurre il peso delle pensioni di vecchiaia nella spesa pubblica al fine di creare margini per l’altra spesa sociale».

Traduciamo, anche se forse non sarebbe necessario:
a) L’aggiornamento dei valori catastali delle case di proprietà è immediatamente un aumento delle tasse sulla casa (Imu), delle dichiarazioni dei redditi e relativa tassazione, ecc;
b) Il pagamento elettronico obbligatorio riduce certamente l’evasione fiscale, ma si trasforma automaticamente in un controllo totale della capacità di spesa dei cittadini;
c) “Ridurre il peso delle pensioni di vecchiaia” – quelle erogate quando proprio sei costretto per legge a uscire dal lavoro, oggi a 66 anni e 7 mesi – si può fare in molti modi:
1) aumentando ancora l’età pensionabile,
2) riducendo l’importo delle pensioni già erogate, ossia l’assegno mensile.

Su quest’ultimo punto – chiaramente incostituzionale, a legislazione attuale – l’attuale governo sta lavorando con un’altra “arma di distrazione di massa”, ossia i vitalizi degli ex parlamentari. Da questi tireranno fuori, è stato calcolato, appena 40 milioni di euro l’anno. I miliardi di risparmio si faranno mettendo mano alle pensioni di milioni di poveracci.

Come? Creando un precedente molto “popolare” di legge con effetti retroattivi (cosa vietata da tutte le Costituzioni liberali). Per ridurre di una fetecchia i vitalizi di poche migliaia di odiosi privilegiati si ammette la possibilità di “ricalcolare” un’intera carriera lavorativa con il più penalizzante “metodo contributivo” Ma siccome “la legge è uguale per tutti”, una volta fatta l’eccezione alla norma costituzionale, questa eccezione diventa la nuova regola. E dunque un governo può ridurre le pensioni già erogate a milioni di persone “ricalcolandole” con un altro metodo.

Su questo sarà necessario tornare quanto prima ma, come si può agevolmente vedere, “l’invasione dei migranti” non è esattamente il primo dei problemi di questo paese. Un po’ come “il traffico” a Palermo...

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Libia, la nuova barriera per respingere il flusso dei profughi

“Sono felice e ringrazio chi mi ha salvato la vita, poi per quello che accadrà vedremo, ma almeno sono vivo e sono scappato dalla Libia” queste sono le parole di Lamine, gambiano di 22 anni, uno dei migranti che hanno raggiunto il nostro paese nel 2017 e sono ospitati nei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) in tutta Italia. Il 20 giugno c’è stata la giornata del rifugiato, una festa dell’UNHCR per ricordare tutte quelle persone – oltre 68 milioni nel 2017 di cui oltre la metà minori – che hanno dovuto abbandonare la propria terra a causa di un conflitto, di persecuzioni o di condizioni di vita insostenibili.

Sono circa 13.000 gli sbarchi nel 2018 – in confronto ai 100mila del 2016 e 2017 – con profughi e migranti provenienti prevalentemente dall’Africa subsahariana (Mali, Burkina Faso, Gambia, Senegal, Niger, Nigeria, Guinea e Sudan). Tecnicamente vengono classificati come migranti “economici” e non veri e propri richiedenti asilo come i siriani, gli afgani o i somali. C’è anche da comprendere quale sia la differenza tra chi scappa da un paese in guerra e chi proviene da stati come la regione meridionale del Senegal (Casamance), del Burkina Faso, del Niger dove lo stato è inesistente e vige “la legge del più forte”, come il nord della Nigeria, del Ciad, del Camerun o del Mali, flagellati dai massacri dei gruppi jihadisti come Boko Haram o Al Qaida nel Maghreb (AQMI), o come il Sudan dove le milizie degli Janjawid continuano ad imperversare e mietere vittime nel Darfur.

Tutte le storie ed i racconti dei migranti, qualsiasi sia la provenienza, hanno però, un preciso denominatore comune: la Libia. Nell’immaginario e nei sogni di tutti i migranti il paese libico ha rappresentato una nazione dai soldi facili, fino alla caduta del dittatore Gheddafi, mentre adesso è diventato un paese senza legge e senza regole, diviso tra clan, milizie e terroristi jihadisti (Daesh) che gestiscono il traffico di migranti. La Libia di oggi è amministrata, se così si può dire, da due governi paralleli, senza apparati di polizia e pubblica sicurezza, con una situazione molto analoga a quella del 2003 in Iraq dopo l’intervento americano.

Nonostante questa situazione di instabilità e insicurezza, il paese libico continua a mantenere un forte potere attrattivo nei confronti dei migranti africani perché rappresenta la porta verso un continente considerato “civile ed accogliente”.

Tutti raccontano di essere arrivati in Libia dai confini meridionali, Niger e Ciad in prevalenza, nelle oasi di Al Qatrun e Sabha nel sud-ovest e Kufra nel sud-est: cittadine diventate tristemente famose perché in quelle zone sono stati creati numerosi “campi di prigionia” e “di smistamento” per gli africani che arrivano in Libia e dove centinaia di migranti subiscono torture e violenze per indurre i prigionieri a chiedere alle famiglie soldi per la loro liberazione.

In Libia, a Sabha come a Tripoli, esistono zone dove i migranti che arrivano vengono presi dai diversi caporali e cominciano a lavorare, in prevalenza nel settore edile, come muratori, o nei servizi “come schiavi nelle residenze dei ricchi”. Tutti vivono reclusi dove lavorano, visto che uscire è pericoloso perché – come racconta Suleyman, sudanese di 23 anni – “se va bene ti derubano o ti portano nei campi di prigionia, se va male ti ammazzano per strada”.

Una totale negazione dei più basilari diritti umani da indurre, oltre alle numerose dichiarazioni e proteste di ONG e dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), lo stesso Commissario per i diritti umani, il giordano Zeid Raad al Hussein, a definire la collaborazione tra UE e Libia come “disumana” e “strumentale al respingimento dei migranti senza alcun rispetto della dignità di uomini torturati, donne violentate o minori” .

“Ci troviamo in un momento decisivo dove la risposta adeguata a queste migrazioni” – ha affermato Filippo Grandi, commissario ONU per i rifugiati – “richiede un approccio globale e solidale per accogliere meglio i rifugiati ed equilibrare la loro ripartizione”. Parole che mettono in evidenza – dopo la vicenda Aquarius ed il rifiuto degli accordi di Dublino da parte del blocco di Visegrad insieme al governo italiano – le difficoltà dell’UE nell’affrontare il tema dell’immigrazione in Europa. Un rischio di deriva xenofoba da parte di molti stati dell’Unione nelle sue politiche di respingimento visto che la maggior parte di essi è favorevole “ad un blocco del flusso migratorio al di fuori delle frontiere europee in paesi come la Libia o la Turchia, senza il rispetto e la tutela dei diritti umani” come ribadito da Grandi.

La comunità internazionale si riunirà il prossimo 10 dicembre in Marocco per ratificare un nuovo “Patto mondiale sui Rifugiati” visto che, secondo l’UNHCR “nel 2017 non ci sono mai state così tante persone profughe dalla seconda guerra mondiale”. Il presidente americano Trump ha già annunciato che non lo firmerà ed il governo Conte-Salvini-Di Maio, quasi certamente, neanche.

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Siria - Putin e Trump discuteranno del ritiro iraniano

Vladimir Putin conferma il graduale rientro in patria di uomini e mezzi russi dalla Siria – 13 aerei, 14 elicotteri e 1.140 soldati negli ultimi giorni – ma, più di tutto, si preparerebbe a discutere anche del ritiro dei reparti iraniani in Siria durante il vertice che avrà con Donald Trump e che dovrebbe tenersi il 15 luglio. Questo è almeno ciò che riferisce Al Hayat, quotidiano panarabo con sede a Londra, citando una non meglio precisata fonte diplomatica. Gli Stati Uniti, secondo il quotidiano, vogliono il completo ritiro dell’Iran dalla Siria, in accordo con quanto chiede con forza Israele che negli ultimi mesi ha attaccato più volte con la sua aviazione presunte postazioni militari iraniane in Siria e convogli di armi inviate, afferma Tel Aviv, da Tehran al movimento sciita libanese Hezbollah. Al Hayat sostiene che anche la Giordania sarebbe contraria alla presenza di forze dell’Iran e che gli Usa continueranno a dare luce verde ad attacchi israeliani contro installazioni militari iraniane in Siria.

Non è facile accertare l’affidabilità delle indiscrezioni riferite da al Hayat, giornale legato alle monarchie sunnite del Golfo e, quindi, schierato contro Tehran e Damasco. Tuttavia da tempo qualcosa bolle in pentola e da più parti si sostiene che Mosca si sarebbe convinta, dietro le forti pressioni di Israele e Usa, ad intimare all’alleato Iran di ritirare le sue forze in Siria. E in Iran qualcuno sostiene che proprio il presidente siriano Bashar Assad, che grazie all’aiuto iraniano ha rafforzato la sua posizione e sconfitto i jihadisti ribelli, sarebbe ora orientato a rinunciare all’assistenza iraniana per compiacere la Russia. Il deputato Behrooz Bonyadi ha accusato senza mezzi termini la Siria e la Russia di voler “sacrificare” l’Iran e ha rivolto un attacco frontale ad Assad, storico alleato di Tehran. “Oggi vediamo Assad migliorare enormemente il suo rapporto con il presidente russo Vladimir Putin”, ha detto Bonyadi, che ha accusato il presidente siriano di sottovalutare il significato dei “martiri dei santuari”, termine usato dall’Iran per riferirsi ai suoi combattenti caduti in Siria.

Certo è che le grandi potenze continuano a giocare la loro partita e la Turchia sembra aver il pieno sostegno di Washington alle sue strategie diplomatiche e militari in Siria. Ieri durante una sua audizione al Senato degli Stati Uniti, il segretario di Stato degli Usa, Mike Pompeo, ha assicurato che la Turchia sarà “parte importante” della soluzione al conflitto siriano. Alla fine, la Turchia sarà parte della soluzione in Siria, una parte importante, dobbiamo riconoscerlo e fare del nostro meglio per collaborare”. Pompeo ha aggiunto che dopo il voto del 24 giugno in Turchia, che ha visto la rielezione a presidente di Recep Tayyip Erdogan, Washington e Ankara possono dare avvio a “un dialogo più costruttivo”. Il segretario di stato si è poi espresso sul cosiddetto piano per Manbij, città nel Rojava curdo a nord della Siria, che ha concordato con il ministro degli esteri turco, Mevlut Cavusoglu, incontrato a Washington il 4 giugno. Secondo Pompeo, l’iniziativa vedrà gli Stati Uniti e la Turchia “collaborare per risolvere questioni molto complicate tra i diversi gruppi etnici di Manbij”.

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“Giù le mani dalla Legge Fornero”, lo dice la Bce. La gabbia si chiude, governo avvisato

Prevedibile come un temporale di autunno, la Banca Centrale Europea ha fatto scattare la gabbia che rinchiude ogni velleità di vere riforme sociali nei paesi membri dell’Eurozona.

“In alcuni Paesi, per esempio Spagna e Italia, sembra esserci un elevato rischio che le riforme delle pensioni adottate in precedenza siano cancellate” sentenzia la Bce nell’ultimo bollettino economico, in cui viene inserita un’analisi sull’invecchiamento della popolazione – l’Aeging Report 2018 – a sostegno della tesi non scritta ma leggibile tra le righe per cui: “o i vecchi muoiono prima o diventano un costo non accettabile”.

La Banca centrale europea nel bollettino economico, indicando le consuete raccomandazioni per la correzione dei conti pubblici, sottolinea inoltre che “La ‘discrezionalità’ adottata nell’accordare una riduzione dei requisiti di aggiustamento a due paesi nel 2018”, e cioè Italia e Slovenia, riflette un’applicazione del patto di stabilità “possibile a scapito della completa trasparenza, coerenza e prevedibilità dell’intero quadro di riferimento”.

Per la Bce il rischio che in paesi come Italia e Spagna, si modifichino le penalizzanti controriforme pensionistiche – come la Legge Fornero – potrebbe aumentare anche per i paesi in cui, ad oggi, si prevedono importanti cali dei tassi di sostituzione (cioè una riduzione del numero degli occupati che non compensi quello dei nuovi pensionati, ndr). In tali casi in alternativa, potrebbe aumentare il rischio di sempre maggiori trasferimenti di natura assistenziale qualora i piani pensionistici privati non fossero in grado di sopperire al divario”.

Nell’avviso di garanzia inviato al governo italiano, il documento della Bce ricorda infine il “considerevole aumento” dello spread tra i titoli di stato Italiani e i Bund tedeschi innescato sui mercati dal contratto di governo firmato da Movimento 5 Stelle e Lega. “Dopo aver evidenziato fluttuazioni relativamente moderate nella prima parte del periodo in esame, i differenziali dei titoli di Stato italiani sono considerevolmente aumentati dopo il 15 maggio quando i mercati hanno conosciuto i dettagli contenuti nella proposta di programma avanzata dal nuovo governo. Le condizioni dei mercati delle obbligazioni sovrane sono da allora rimaste volatili con i differenziali dei titoli di Stato italiani ben al di sopra dei rispettivi livelli di aprile. Anche i mercati dei titoli di Stato di altri paesi dell’area dell’euro sono stati in varia misura coinvolti”.

In generale secondo la Bce i differenziali sui titoli di Stato hanno mostrato un considerevole livello di volatilità dalla seconda metà di maggio, in un contesto caratterizzato da incertezza politica in Italia.

Insomma o si rompe la gabbia dell’Eurozona o ci si muore dentro. Tra le due è decisamente migliore la prima ipotesi.

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Scuola - Tra il fattore insegnamento e la prassi politica

Nel processo di produzione e riproduzione capitalistica la scuola gioca, in maniera sempre più evidente, un ruolo cruciale. Nella catena del valore l’istituzione scolastica ha il compito di sfornare tipologie diverse di lavoratori.

Da anni buona parte degli insegnanti manifesta un crescente disagio verso le molteplici forme di ristrutturazione didattica, veicolate dalle continue controriforme che hanno reso l’istruzione sempre più prona e assoggettata alle direttive del mercato. Spesso, tuttavia, anche le posizioni più critiche, susseguitesi negli ultimi anni, hanno rappresentato, di fatto, una fase “artigianale”, meglio luddista, che ha finito coll’opporsi e col rifiutare gli strumenti della “nuova didattica e della nuova pedagogia”, senza peraltro porsi la questione dei nuovi processi di accumulazione e ristrutturazione del capitale avviatisi negli ultimi trent’anni.

Per dirla con Gramsci, non sempre si è colto il principio in base al quale “la crisi del programma e dell’organizzazione scolastica, cioè dell’indirizzo generale di una politica di formazione dei moderni quadri intellettuali è, in gran parte, un aspetto e una complicazione della crisi organica più complessiva e generale”.[1]

Molto spesso le battaglie di questi anni, generose e talora animate da notevole radicalità, si sono rivolte a questo o quell’aspetto della scuola o della didattica, sia che si trattasse dell’opposizione all’alternanza scuola – lavoro, sia che si rifiutasse la didattica per competenze o il modello stesso di scuola. Ciò che talvolta è mancato e che manca è l’analisi di sistema, ovvero il raccordo del cosiddetto mondo della scuola con le esigenze dettate dal modo e dai rapporti di produzione vigenti.

Laddove si confligge con la Buona scuola, con l’alternanza scuola – lavoro o con la didattica per competenze, aspetti peraltro fortemente integrati tra loro e con l’attuale modo di produzione, è necessario porre anche la questione dell’interesse di classe e delle ragioni strutturali che hanno piegato il sistema scuola agli interessi del modo di produzione e riproduzione del valore.

La mancata comprensione della complementarità dei differenti piani finisce col configurarsi come una sorta di conflittualità neo-luddistica che attacca lo strumento ideato dal capitale senza ledere la mano che lo governa. A tal proposito è ancora opportuno citare Gramsci: “Siccome queste varie categorie di intellettuali tradizionali sentono con «spirito di corpo» la loro ininterrotta continuità storica e la loro «qualifica», così essi propongono se stessi come autonomi e indipendenti dal gruppo sociale dominante; questa auto-posizione non è senza conseguenze nel campo ideologico e politico, conseguenze di vasta portata”[2].

Ancora oggi, infatti, è sentimento estremamente diffuso tra gli insegnanti il percepire il mondo della scuola come un universo a se stante, senza porte e senza finestre, autoreferenziale, bastante a se stesso, quasi fosse un realtà metafisica, svincolata dai rapporti economico-sociali. È una percezione fallace che non si traduce solo nell’incapacità di cogliere la scuola come facente parte di una base materiale, ma produce spesso atteggiamenti di paralisi di fronte alle novità, di personalizzazione delle problematiche, ovvero di identificazione delle controriforme con questo o quel ministro di turno. Si tratta, in fin dei conti, di un processo che derubrica a scelte soggettive quelle che sono invece esigenze di ristrutturazione dettate dal capitale.

Sarà necessario indagare attraverso l’analisi di dati oggettivi, quali la composizione di classe del personale docente, se questa visione ideologica e distorta sia dovuta a una certa appartenenza di ceto sociale o se sia piuttosto il risultato dell’egemonia culturale della classe dominante.

La questione che si deve porre per una critica che voglia essere davvero radicale e complessiva, è quindi quella del ruolo giocato dall’insegnante odierno negli attuali processi di produzione e di accumulazione capitalistica.

Il docente è l’ingranaggio minimo di “un sistema integrato di interessi e partenariati tra istanze del capitale, decisori politici ed esecutori tecnici”. Il docente è, infine, un imprescindibile anello della catena di valorizzazione del cosiddetto “capitale umano”, in quanto produce, quantifica e misura le competenze attese dal sistema produttivo. Tutti questi processi vengono accumulati e compendiati nella redazione del cosiddetto profilo in uscita dello studente. Si tratta di un documento che ne definisce i livelli di “competenza”, di “fruibilità” e di “sfruttabilità” da parte del mercato. Tradotto in termini di classe, il profilo dello studente indica la tipologia di forza lavoro che la scuola produce, filtra e immette sul mercato a disposizione del capitale.

Nel suo essere organico al sistema, spesso in modo inconsapevole, l’insegnante diventa produttore di manodopera cognitiva e riproduttore di ideologia. Da un lato produce, infatti, forza-lavoro da immettere sul mercato secondo le linee direttrici imposte dal capitale, dall’altro consolida il sistema attraverso la riproduzione ideologica e la connessa costruzione del consenso. ”Siamo entrati ormai nell’era educativa del taylorismo cognitivo, nella catena di montaggio, virtualmente infinita, delle competenze che servono o che potrebbero servire al mercato e che il docente s’incarica di certificare e stampigliare come codici a barre su macchine “intelligenti”.

Coerentemente con quanto descritto, il lavoro dell’insegnante ha subito una mutazione genetica che ha privato la funzione docente di qualsiasi margine di autonomia, assoggettandola alla quantificazione, alla misurazione e all’assoluta conformità.

Serve un rovesciamento dialettico in grado di ribaltare completamente la situazione. Serve un punto di vista comunista, volto a rovesciare l’egemonia del pensiero unico, consolidatosi in trent’anni di dittatura del capitale. Gli insegnanti che si reputano tali dovrebbero proporre un’analisi generale che incorpori e superi anche la stessa visione di resistenza sindacale. Serve un lavoro politico alto, in grado di portare le contraddizioni della scuola alla loro dimensione sistemica e sociale. La battaglia delle idee deve accompagnarsi alla lotta di classe e al conflitto sociale, uscendo da una dimensione di scissione atomistica nella quale è stata per troppo tempo relegata, perdendo quella visione organica e dialettica, capace di rovesciare i rapporti di produzione e di forza che hanno costruito l’attuale modello di scuola.

Rete dei Comunisti

Note

[1] A. Gramsci, Quaderni dal carcere, 12

[2] A. Gramsci, Quaderni dal carcere, 12

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28/06/2018

E’ morto Domenico Losurdo, filosofo e marxista

Pubblichiamo qui il ricordo della Rete dei Comunisti e di Stefano G. Azzarà, che con Losurdo ha studiato e lavorato.

La morte dello studioso, del compagno Domenico Losurdo è una perdita che pesa. Particolarmente in una fase storica, come quella che viviamo, in cui le ragioni dell’alternativa, del riscatto sociale e della liberazione dal lavoro salariato sembrano offuscate e smarrite sotto il peso e la evidente pervasività dell’offensiva borghese.

Losurdo è stato un intellettuale comunista a tutto tondo. Losurdo è stato uno scienziato della teoria il quale – da materialista e, quindi, da marxista autentico – non si è mai tolto il cappello a fronte delle ideologie dominanti e delle loro mastodontiche forme di esercizio e di comando. Mai banale, mai dogmatico, mai impressionistico nei confronti della materia sociale che ha studiato, interpretato e, quando necessario, sapientemente demistificato. In questo contesto Domenico Losurdo ha dato un notevole contributo al generale processo di critica del liberalismo in tutte le sue diversificate rappresentazioni e del capitalismo. Sul versante filosofico e storico lo studio e la rigorosa ricerca di Losurdo ha contribuito allo smantellamento di alcune (forti) narrazioni capitalistiche su temi e snodi di fondamentale importanza non solo per disarticolare il sistema ideologico di pensiero dominante ma anche per mantenere aperta – su tutto l’arco delle contraddizioni – la strada del cambiamento societario, dell’alternativa di sistema e del socialismo.

Nei suoi scritti la spinta al mutamento e alla necessità della rottura rivoluzionaria è sempre presente senza mai dimenticare la storia, l’epopea ma anche la necessità di un bilancio del movimento comunista internazionale e di alcuni suoi grandi interpreti che hanno segnato, in ogni caso, la nostra contemporaneità.

Enormi sono i suoi lavori editoriali e lo studio accumulato nei decenni, sia in Italia sia all'estero. Non a caso Domenico Losurdo è stato apprezzato anche da chi, pur da posizioni teoriche distanti dal marxismo, riconosceva la qualità e serietà del suo contributo ideale ed intellettuale.

Ora è il momento del lutto e del cordoglio ma ritorneremo, in maniera più sistematica, sul contributo elaborato da Losurdo con l’auspicio di mantenere viva la “battaglia delle idee” e la lotta a fondo ad ogni tentativo di voler affermare il modo di produzione capitalistico come “fine della storia”.

Rete dei Comunisti

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Dall’intervista che chiude il mio libro “L”humanité commune: Dialectique hégélienne, critique du libéralisme et reconstruction du matérialisme historique chez Domenico Losurdo” (Delga, Paris 2012).

Grazie di tutto.

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Azzarà. Come incide questa debolezza teorica sullo stato della sinistra attuale? L'Europa si confronta oggi con trasformazioni imponenti che stanno mutando il volto del mondo. Sono trasformazioni che riguardano i rapporti di forza internazionali sul piano politico e su quello economico, ma anche l'equilibrio tra Stato e mercato, la natura della democrazia, le grandi migrazioni. La sinistra non sembra avere oggi né idee, né prospettive politiche.

Losurdo. Con la crisi prima e col crollo poi del «socialismo reale», in Occidente e in Italia in modo particolare la sinistra ha smarrito ogni reale autonomia. Sul piano storico ha sostanzialmente desunto dai vincitori il bilancio storico del Novecento. Due sono i punti centrali di tale bilancio: per larghissima parte della sua storia, la Russia sovietica è il paese dell’orrore e persino della follia criminale. Per quanto riguarda la Cina, il prodigioso sviluppo economico che si verifica a partire dalla fine degli anni '70 non ha nulla a che fare col socialismo ma si spiega soltanto con la conversione del grande paese asiatico al capitalismo. A partire da questi due capisaldi ogni tentativo di costruire una società post-capitalistica è oggetto di totale liquidazione e persino di criminalizzazione, e l’unica possibile salvezza risiede nella difesa o nel ristabilimento del capitalismo. E paradossale, ma sia pure con sfumature e giudizi di valore talvolta diversi, questo bilancio viene spesso sottoscritto dalla sinistra, compresa quella «radicale».

Ancora più grave è la subalternità di cui la sinistra dà prova sul piano più propriamente teorico. Nell'analizzare la grande crisi storica che si sviluppa nel Novecento, l’ideologia dominante evita accuratamente di parlare di capitalismo, socialismo, colonialismo, imperialismo, militarismo. Queste categorie sono considerate troppo volgari. I terribili conflitti e le tragedie del Novecento sono invece spiegate con l’avvento delle «religioni politiche» (Voegelin), delle «ideologie» e degli «stili di pensiero totalitari» (Bracher), dell«assolutismo filosofico» ovvero del «totalitarismo epistemologico» (Kelsen), della pretesa di «visione totale» e di «sapere totale» che già in Marx produce il «fanatismo della certezza» (Jaspers), della «pretesa di validità totale» avanzata dalle ideologie novecentesche (Arendt).

Se questa è l’origine della malattia novecentesca, il rimedio è a portata di mano: è sufficiente un’iniezione di «pensiero debole», di «relativismo» e di «nichilismo» (penso al Vattimo degli anni Ottanta). In tal modo non solo la sinistra fornisce il suo bravo contributo alla cancellazione di capitoli fondamentali di storia: i massacri e i genocidi coloniali sono stati tranquillamente teorizzati e messi in pratica in un periodo di tempo in cui il liberalismo si coniugava spesso con l’empirismo e il problematicismo; prima ancora dell’avvento del pensiero forte novecentesco, la prima guerra mondiale ha imposto col terrore a tutta la popolazione maschile adulta la disponibilità e la prontezza ad uccidere e ad essere uccisi.

Per di più, come medico per eccellenza della malattia novecentesca viene spesso celebrato Nietzsche, che pure si attribuisce il merito di essersi opposto «ad una falsità che dura da millenni» e che aggiunge: «Io per primo ho scoperto la verità, proprio perché per primo ho sentito la menzogna come menzogna, la ho fiutata» (Ecce homo, Perché io sono un destino, 1). Così enfatica è l’idea di verità, che coloro i quali sono riluttanti ad accoglierla sono da considerare folli: sì, si tratta di farla finita con le «malattie mentali» e con il «manicomio di interi millenni» (L’Anticristo, § 38). D’altro canto, il presunto campione del «pensiero debole» e del «relativismo» non esita a lanciare parole d’ordine ultimative: difesa della schiavitù quale fondamento ineludibile della civiltà; «annientamento di milioni di malriusciti»; «annientamento delle razze decadenti»! La piattaforma teorico-politica suggerita a suo tempo da Vattimo – ma che Vattimo stesso pare oggi mettere in discussione – mi sembra insostenibile da ogni punto di vista.

Altre correnti del pensiero dominante indicano il rimedio alle tragedie del Novecento non già nel relativismo, ma, al contrario, nel recupero della saldezza delle norme morali, sacrificate da comunisti e nazisti sull’altare del machiavellismo e della Realpolitik (Aron e Bobbio) ovvero della filosofia della storia e della presunta necessità storica (Berlin e Arendt).

Nella sinistra e nella stessa sinistra radicale (si pensi a «Empire» di Hardt e Negri) è divenuta un punto di riferimento soprattutto Arendt. Rimossa o sottoscritta è la liquidazione a cui lei procede di Marx e della rivoluzione francese con la connessa celebrazione della rivoluzione americana (e il conseguente indiretto omaggio al mito genealogico che trasfigura gli Usa quale «impero per la libertà», secondo la definizione cara a Jefferson, che pure era proprietario di schiavi). In questo caso ancora più assordante è il silenzio sulla tradizione colonialista e imperialista alle spalle delle tragedie del Novecento. Arendt condanna l’idea di necessità storica nella rivoluzione francese, e soprattutto in Marx e nel movimento comunista; dimentica però che il movimento comunista si è formato nel corso della lotta contro la tesi del carattere ineluttabile e provvidenziale dell’assoggettamento e talvolta dell’annientamento delle «razze inferiori» ad opera dell’Occidente, si è formato nel corso della lotta contro il «partito del destino», secondo le definizione cara a Hobson, il critico inglese dell’imperialismo, letto e apprezzato da Lenin.

Arendt contrappone negativamente la rivoluzione francese, sviluppatasi all’insegna dell’idea di necessità storica, alla rivoluzione americana, che trionfa all’insegna dell’idea di libertà. In realtà l’idea di necessità storica agisce con modalità diverse in entrambe le rivoluzioni: se in Francia viene considerata ineludibile anche l’emancipazione degli schiavi, che è in effetti sancita dalla Convenzione giacobina, negli Usa il motivo del Manifest Destiny consacra la conquista dell’Ovest, inarrestabile nonostante la riluttanza e la resistenza dei pellerossa, già agli occhi di Franklin destinati dalla «Provvidenza» ad essere spazzati via.

Arendt muore nel 1975, non ancora settantenne. In questa morte precoce c’è un elemento paradossale di fortuna sul piano filosofico. Solo successivamente intervengono gli sviluppi storici che falsificano totalmente la piattaforma teorica della filosofa scomparsa: a partire dalla presidenza Reagan sono proprio gli Stati Uniti a impugnare la bandiera della filosofia della storia contro l’Urss e i paesi che si richiamano al comunismo, destinati a finire nella «spazzatura della storia» e comunque collocati ai giorni nostri lo proclamano Obama e Hillary Clinton «dalla parte sbagliata della storia». Più longevi ma meno fortunati sul piano filosofico sono i devoti di Arendt, che continuano a ripetere la vecchia filastrocca, senza accorgersi del radicale rovesciamento di posizioni che nel frattempo si è verificato sul piano mondiale.

Subalterna sul piano del bilancio storico così come delle categorie filosofiche, la sinistra (compresa quella radicale) è chiaramente incapace di procedere a un«analisi concreta della situazione concreta». Tanto più, se teniamo presente che alla catastrofe teorico-politica ha contribuito ulteriormente una mossa sciagurata, quella che contrappone negativamente il «marxismo orientale» al «marxismo occidentale». Alle spalle di questa mossa agisce una lunga e infausta tradizione.

In Italia, subito dopo la rivoluzione d’ottobre, Filippo Turati, che continua a fare professione di marxismo, non riesce a vedere nei Soviet null’altro che l’espressione politica di un’«orda» barbarica (estranea e ostile all’Occidente). A partire dagli anni '70 del secolo scorso, la divaricazione tra marxisti orientali e marxisti occidentali ha visto contrapporsi da un lato marxisti che esercitano il potere e dall’altro marxisti che sono all’opposizione e che si concentrano sempre più sulla «teoria critica», sulla «decostruzione», anzi sulla denuncia del potere e dei rapporti di potere in quanto tali, e che progressivamente nella loro lontananza dal potere e dalla lotta per il potere ritengono di individuare la condizione privilegiata per la riscoperta del marxismo «autentico».

E’ una tendenza che ai giorni nostri raggiunge il suo apice nella tesi formulata da Holloway, in base alla quale il problema reale è «cambiare il mondo senza prendere il potere»! A partire da tali presupposti, cosa si può capire di un partito come il Partito comunista cinese che, gestendo il potere in un paese-continente, lo libera dalla dipendenza economica (oltre che politica), dal sottosviluppo e dalla miseria di massa, chiude il lungo ciclo storico caratterizzato dall’assoggettamento e annientamento delle civiltà extra-europee ad opera dell’Occidente colonialista e imperialista, dichiarando al tempo stesso che tutto ciò è solo la prima tappa di un lungo processo all’insegna della costruzione di una società post-capitalistica?

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Ai confini della docenza. Per la critica dell'Università

di RICCARDO BELLOFIORE, GIOVANNA VERTOVA

Sottoposta negli ultimi anni a un processo di revisione normativa che non ha pari nell'ambito della pubblica amministrazione, l'università italiana appare profondamente in crisi. Ma quali sono le ragioni che l'hanno ridotta in queste condizioni? Se lo chiedono Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova nell'Introduzione al volume "Ai confini della docenza. Per la critica dell'Università", uscito per i tipi della Accademia University Press (Torino), che può essere scaricato gratuitamente qui. Ringraziamo i curatori e la casa editrice per averci gentilmente concesso di pubblicare il testo.

Non è facile parlare di Università, per una serie di motivi. Prima di tutto perché, nonostante il comune sentire, da quando è stata introdotta la prima riforma di cui parliamo, la riforma Berlinguer del 2000 (anche se certo si dovrebbe e potrebbe andare indietro, sino alle molte ambiguità della legge Ruberti del 1990) l’Università è diventata la cavia per una sequenza di innovazioni organizzative permanenti, e devastanti, che stanno distruggendo un ciclo superiore di insegnamento che spesso poteva essere di esempio per gli altri paesi. Da allora, ogni Governo ha legiferato sull’Università. Ogni Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha continuato, con scadenza quasi mensile, a emanare decreti che (contro-)rivoluzionano la vita accademica. L’Università è così sottoposta ad un permanente riassetto organizzativo, e ad uno stravolgimento della sua filosofia e della sua funzione, che è di grave danno per la struttura degli studi e dell’insegnamento: qualsiasi teoria dell’organizzazione degna di questo nome sa che, introdotta una innovazione, occorre lasciar passare del tempo, metterla pienamente in pratica, prima di introdurre nuove modifiche: non si ha, altrimenti, la possibilità di valutarne gli effetti. Una Università in cambiamento perenne impedisce di prendere atto dell’esito delle riforme introdotte e diventa un ammasso di macerie, coperto dalla retorica ‘nuovista’.

Secondariamente, i meccanismi di funzionamento dell’Università sono opachi e pressoché incomprensibili per gli ‘esterni’, e spesso anche gli ‘interni’ non sanno molto di ciò che direttamente non li riguardi. La stampa e l’informazione hanno più volte mostrato di non sapere di cosa stavano scrivendo quando si occupavano di Università; ma anche la più parte dei partiti, dei sindacati e degli stessi lavoratori del comparto hanno una conoscenza vaga e approssimativa della loro realtà. Non stupisce che le ricadute che ogni singolo nuovo decreto ministeriale ha sugli studenti, sui docenti, sul personale tecnico-amministrativo rimanga ignota al largo pubblico, e soggetta a commenti ed editoriali di rara superficialità, sempre più improntati ad un populismo becero.

Ultimo punto, in questo elenco senz’altro incompleto: nel nostro paese è in corso da anni, anzi da decenni, un processo dai toni denigratori contro i lavoratori del pubblico impiego; all’interno di questa categoria, i docenti universitari vengono considerati una categoria privilegiata, ricorrendo a statistiche internazionali che sono dei falsi e che rovesciano la realtà. Questo clima di ostilità crea le condizioni affinché qualsiasi critica all’Università, qualsiasi voce fuori dal coro, soprattutto se formulata da chi non sia inquadrato in organizzazioni politiche o sindacali, venga tacciata come un mero tentativo di salvare il proprio ‘particulare’ a scapito della collettività.

Questo volume prova a presentare una critica dell’Università un po’ diversa da quelle correnti, e forse originale in alcuni dei suoi snodi principali. Riproponiamo, in larga parte, scritti già pubblicati altrove, ma dispersi su vari quotidiani e/o riviste, che ci pare siano agili e di facile lettura, e che però facciano sistema e costituiscano un filo di ragionamento unitario, adeguato ad affrontare di petto le questioni che abbiamo appena richiamato.

La prima parte, dedicata a La crisi dell’Università, si apre con alcuni contributi di Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova e propone, in sequenza, una analisi delle riforme Berlinguer, Gelmini e Moratti, e dei suoi primi risultati: la conoscenza svilita alle competenze e alla triade autodistruttiva sapere-saper essere-saper fare; il sapere ‘pesato e venduto un tanto al chilo’; l’accelerazione del ritmo degli studi e l’impoverimento della loro sedimentazione; la morte dell’università come luogo primo del pensiero critico. A ciò si accompagna la questione della valutazione della ricerca, che è invece ben presente nella discussione, e a cui si dedica con efficacia l’attenzione e l’azione di ROARS, che ci pare svolga un ruolo meritorio e insostituibile. Al tempo stesso, crediamo però che quella questione vada inquadrata nella realtà più ampia dell’università di oggi: la rinascita ancora più feroce e fuori da ogni controllo del ‘baronato’ degli ordinari, l’arbitrarietà del governo dell’università (la famigerata governance) spesso accompagnata all’arbitrio della conduzione rettorale, il sostanziale tacitare il dissenso, l’aggiramento di quelle che erano norme e consuetudini di una vera e propria civiltà universitaria stravolta ora a ‘comunità’ che deve essere ‘solidale’ e in ‘competizione’ con le altre sedi. È la dura realtà dell’‘autonomia’, non nelle parole ma nei fatti.

I due capitoli che seguono, di Gugliemo Forges Davanzati, intersecano queste riforme con lo stato non brillante del capitalismo italiano, sottolineando i forti legami tra le specificità del sistema produttivo italiano e il modello di Università che tanto ferocemente viene perseguito e imposto. Anche in questi due contributi non manca la critica alla valutazione della ricerca, soprattutto nelle discipline economiche che l’autore come noi conosce meglio (ma il problema è trasversale, visto anche l’‘imperialismo’ dell’economica), per mostrare come anche il sistema di valutazione che è stato introdotto sia organico ai desiderata della classe dominante. Il discorso di Forges Davanzati tocca anche la questione – cruciale, ma inevasa – del lavoro in Università, sfatando molti miti. Quando si osserva l’Università come ‘luogo di lavoro’ al pari di una fabbrica o di un ufficio, e la si analizza senza i paraocchi della sua condizione ritenuta speciale, emergono i problemi tipici degli altri luoghi di lavoro: la crescente precarietà scambiata per flessibilità, i rapporti di potere su base gerarchica (ma non solo) sempre più violenti, i sotto-finanziamenti e i bassi salari ormai generalizzati, ma in cui ognuno vede l’altro come un avversario.

I successivi due capitoli di Michele dal Lago allargano l’orizzonte oltre i confini dell’Italia, e fanno vedere bene come le nuove politiche sull’istruzione, fortemente volute dalle grandi istituzioni mondiali – Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale in testa – esemplifichino l'ideologia neoliberista che pretende (in modo miope, perché ciò è controproduttivo anche dal punto di vista capitalistico) che l’istruzione si riduca il più possibile a variabile dipendente del mondo delle imprese. La ristrutturazione dei sistemi formativi è stata la risposta all’impellente domanda da parte delle aziende di fornire loro lavoratori più ‘flessibili’, più ‘competenti’, più mansueti, sino al mito che il singolo lavoratore vada visto come l’imprenditore di se stesso (qualcosa che non può che scatenare una guerra individuale di tutti contro tutti, in cui la competizione si riduce a concorrenza distruttiva). Alla fine, diciamo noi, cittadini e lavoratori più ignoranti e meno critici, dunque più subalterni.

Questa prima parte si chiude con la ripubblicazione di un articolo fondamentale di Lucio Magri, uno dei suoi più belli, che mostra come la riforma della scuola, ma ciò vale per tutto il sistema di istruzione, non possa che essere ‘la madre di tutte le riforme’, affrontando l’annoso problema della scuola o istruzione di massa.

La seconda parte del volume si volge alla critica dell’economia politica, ponendosi in dialogo con il benvenuto movimento di Rethinking Economics (‘Ripensare la scienza economica’). Siamo convinti che quanto diciamo nel caso ‘estremo’ dell’economia valga in larga misura anche in altre discipline, senz’altro nelle scienze umane e sociali (ma forse, appunto, non solo). Non ci si vuole limitare a sostenere le legittime obiezioni e critiche del movimento, la via facile della docenza di sinistra pronta ad applaudire. Si vuole anche ragionare su quelle che a noi paiono alcune debolezze e forse ingenuità.

Un punto è l’invocazione di un maggiore ‘pluralismo’ nell’insegnamento universitario della scienza economica: nessuno negherà l’opportunità del pluralismo, che è il requisito minimo al pari della buona educazione; ma il pluralismo non risolve nessuno dei problemi dell’università, né costituisce una risposta efficace alle difficoltà attuali. Nelle sue ‘Undici tesi’ Riccardo Bellofiore ricorda che la specificità della migliore tradizione del pensiero economico italiano degli anni Cinquanta-Sessanta-Settanta del Novecento, allora decisamente più avanzata rispetto ad altri paesi, non si è mai concretata nell’invocazione di un maggior ‘pluralismo’. In modi diversi, i Maestri di allora davano piuttosto l’esempio di una pratica della ‘pluralità’ nella ricerca, nella didattica, nella selezione. Si riconosceva l’opposizione simultanea di diversi ‘stili di ragionamento scientifico’ che si incarnavano in teorie economiche in conflitto, che dovevano tutte avere pari dignità nella didattica anche di base, e che tutte dovevano essere maneggiate anche dall’economista in erba per avere una idea dello stato delle cose in una scienza sociale come l’economia.

I due scritti successivi danno due esempi di questo discorso al più alto livello. Augusto Graziani sottolinea l’importanza dello studio della storia del pensiero economico nei curricula di Economia (e qui ci riferiamo non solo ai curricula strettamente economici, ma anche ai curricula dove l’economia non può non essere presente, come i curricula degli aziendalisti, degli scienziati sociali, degli scienziati politici). Ma Graziani, a leggere con attenzione, dice in realtà molto di più, e di molto più radicale. Dice che lo stesso discorso teorico e analitico può procedere in modo positivo solo se ha coscienza delle proprie origini storiche e le prolunga. Lo studio della storia del pensiero economico (Bellofiore preferisce la dizione schumpeteriana ‘storia dell’analisi economica’) e la costruzione della teoria economica non sono, a ben vedere, due cose distanti: sono, in fondo, la medesima cosa. Questa è la ‘pluralità’ di cui parla Bellofiore.

Lo scritto di Claudio Napoleoni che pubblichiamo risale addirittura al 1973-74, e che è conservato presso il Fondo Napoleoni, non ha perso nulla della sua attualità. Si tratta di un progetto che ‘disegna’ la struttura di un possibile Seminario di Economia Politica, e che tiene pienamente conto della necessità di integrare unitariamente storia della teoria, approfondimento analitico sulle questioni aperte, interpretazione della realtà. Secondo Napoleoni bisogna sottrarsi all’uso di una manualistica che pretenda di insegnare presunte ‘Istituzioni’ di economia. Sin dai corsi di base, si dovrebbe dare spazio allo studio delle fonti primarie del pensiero economico, rivelare la problematicità interna delle varie tradizioni, mostrarne l’utilità per l’analisi di situazioni concrete (tutti punti omogenei al discorso di Graziani, basta vedere la struttura inconsueta dei suoi manuali dalla metà degli anni Settanta). Interessante la durata del seminario che Napoleoni propone: non uno, ma due anni. Non c’è solo bisogno di studiare diversamente, c’è bisogno di studiare lentamente, in un contesto nel quale lo studente abbia la possibilità di sedimentare le conoscenze acquisite. Tutto il contrario dell’odierna Università. Il movimento studentesco – senza il quale la lotta per una diversa università non va da nessuna parte – dovrebbe, giustamente, rivendicare di ‘studiare con lentezza’, all’interno di percorsi di studi che concedano tempo per acquisire ed elaborare il sapere. Il diritto allo studio deve diventare diritto a studiare.

Un altro dei punti su cui dialogare con Rethinking Economics sta nell’urgenza, a parer nostro, di evitare di focalizzarsi esclusivamente sulla parte didattica, separata dalle altre. Gli studenti chiedono un diverso insegnamento dell’economia: a nostro parere, non si può scollegare questa più che giustificata richiesta dalla questione del reclutamento della docenza. Se il reclutamento e/o l’avanzamento di carriera dei docenti è strutturato in modo da favorire solo gli economisti che aderiscono ai filoni dominanti, inevitabilmente la stessa didattica ne risentirà. Diciamocelo: l’economista tradizionale non è interessato ad insegnare teorie economiche alternative e in competizione tra di loro semplicemente perché non le conosce; e nessuno gli ha imposto questa conoscenza come requisito per l’accesso alla carriera di docente. Le rivendicazioni per una didattica diversa non possono, insomma, essere scollegate dal problema del reclutamento, ed entrambe non possono essere scollegate dal problema della valutazione della ricerca in economia. Anche per questo, a noi pare, la prima parte del volume non è separata dalla seconda parte. In questo legame stretto che poniamo tra le tre questioni sta, crediamo, una delle originalità dell’approccio che proponiamo per un discorso critico sull’università.

Il volume si chiude con la presentazione di una ricerca condotta nell’Ateneo di Bergamo. Nel solco della tradizione delle inchieste sui luoghi di lavoro, la ricerca è partita da un quesito unico e semplice, rivolto a tutti i lavoratori e a tutte le lavoratrici: se ed in che modo tutti i lavoratori (non solo la docenza, ma anche i tecnici ed gli amministrativi, assunti regolarmente o precari; ed anche, idealmente, i dipendenti dalle cooperative come uscieri o per le pulizie) riescano a svolgere le loro mansioni per raggiungere i compiti che all’Università sono affidati dalla legge. La discussione si è svolta in gruppi collettivi che vedevano la presenza delle varie figure, e in parte per interviste. La ricerca è stata sostenuta finanziariamente dalla FLC provinciale e nazionale; ed è stata condotta da Francesco Garibaldo ed Emilio Rebecchi, non nuovi a inchieste del genere.

Alcuni docenti dell’Ateneo hanno provato, in un incontro con il Rettore e il Direttore Generale di allora, a sollecitare una collaborazione attiva dell’Ateneo stesso, chiedendo al Consiglio di Amministrazione di farsi anch’esso promotore dell’iniziativa. La risposta è stata seccamente negativa, ed istruttiva. Attraverso una serie di obiezioni, dalle minime alle massime, ci è risultato chiaro che i vertici dell’Ateneo bergamasco non gradiscono che l’organizzazione del lavoro in Università sia oggetto di studio (e, putacaso, di critica) in una ricerca che coinvolge trasversalmente chi in Università lavora, al fine di evidenziare carenze e fare proposte per migliorare la situazione. Una ricerca che aveva tutte le caratteristiche di una ricerca pilota. La ricerca è stata una assoluta novità nel panorama italiano. Al momento in cui scriviamo non siamo a conoscenza di ricerche analoghe, anche se la FLC aveva intenzione di programmarne altre.

Siamo convinti che a dar fastidio alle gerarchie accademiche era anche quest’altra circostanza – un altro, ci pare, dei punti originali della visione che proponiamo. Con questa ricerca, forse, per la prima volta l’Università viene considerata anche in quanto luogo di lavoro in senso stretto, non soltanto un luogo di alta formazione. Una realtà dove lavoratrici e lavoratori in carne ed ossa si scontrano quotidianamente con tutti i processi di riorganizzazione di cui si è parlato precedentemente. È un peccato che non ci siano maggiori inchieste di questo tipo perché, se si guardasse all’Università come luogo di lavoro ‘come tutti gli altri’, si scoprirebbe come essa sia stata investita dalla gran parte dei processi che hanno interessato il mondo del lavoro in generale: decentramento (quanti servizi dell’Università sono subappaltati a cooperative?); flessibilizzazione (quanti dipendenti dell’Università, sia della componente docenza che di quella tecnica e amministrativa, sono assunti con contratti precari?); misurazione ossessiva dei risultati al fine di integrazioni salariali o, in questo caso, di finanziamenti ministeriali (quanti dati vengono raccolti per misurare il non misurabile? Competenze degli studenti, valutazione della ricerca, ecc.); burocratizzazione (quanti documenti vanno redatti al fine di svolgere anche solo una singola mansione?).

I risultati della ricerca sottolineano come i ‘peggiori’ nemici delle lavoratrici e dei lavoratori – che, si noti, dalla ricerca risultano sentirsi ancora orgogliosi di far parte di una istituzione pubblica – siano le due caratteristiche principali, introdotte fin dalle prime riforme: l’aziendalizzazione (cioè la gestione della organizzazione del lavoro in università come se fosse una azienda) e la dipendenza troppo forte da una domanda di lavoro, oltretutto povera, idiosincratica, incapace di guardare lontano. Sempre più in difficoltà l’idea, che in fondo rimanda alla nostra Costituzione, che l’Università debba formare cittadini istruiti, non solo lavoratori. Forse, se si fossero ascoltate ieri e si ascoltassero oggi anche le opinioni di chi lavora in Università, le riforme avrebbero avuto altri contenuti.

Chiudiamo questo volume nell’anniversario del Sessantotto. Non si tratta di mitizzare la ricorrenza (anche se certo è inaccettabile la sbrigativa liquidazione, anche da sinistra, di quel fondamentale episodio storico che è diventata sempre più di moda). Il Sessantotto fu molte cose insieme: ma certo fu anche, e crucialmente, un movimento che assumeva l’Università come luogo cruciale della trasformazione sociale. Dall’università, come dalla scuola, il conflitto si estese a macchia d’olio ovunque. Non fu solo in grado di connettersi alle lotte del mondo del lavoro. Pur perdendo progressivamente il fuoco sul mondo dell’istruzione (e fu un male), divenne parte di una ‘lunga marcia’ nella società, di una universale rimessa in discussione del proprio ruolo. Insieme agli altri momenti di questo conflitto trasversale, fu capace di promuovere una vera e propria rivoluzione in una realtà che nei primi anni Sessanta si presentava ‘chiusa’, totalitaria, senza prospettive, come a noi sembra quella in cui viviamo.

Un discorso sull’università come sulla scuola potrà nuovamente aver presa sullo stato delle cose, e promuoverne una trasformazione, soltanto quando le diverse realtà che vivono e lavorano nel mondo dell’istruzione sapranno guardare a se stesse, ma anche alle loro relazioni reciproche, con la stessa radicalità e lo stesso coraggio di allora.

Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova insegnano Economia Politica all’Università di Bergamo.

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Faenza. I “guardiani del pensiero” leghisti all’opera contro una insegnante

La Lega ha presentato un esposto alla Procura ipotizzando il condizionamento di una insegnante dietro l’appello alla solidarietà coi migranti contenuto in alcuni temi in relazione alla vicenda Aquarius. L’inaccettabile ingerenza politica leghista è avvenuta al liceo Torricelli di Faenza in occasione degli esami di maturità.

L’accusa dei leghisti è diretta contro una docente che avrebbe invitato gli studenti in occasione della prova scritta d’italiano, a scrivere sulla vicenda Aquarius, prendendo posizione e schierandosi contro il Governo.

I consiglieri locali Gabriele Padovani e Jacopo Berti, riporta l’Ansa, fanno sapere che “è venuta a galla anche una foto della prof in pieno saluto comunista in posa con studenti: segnaleremo il tutto al Provveditorato, perché la scuola dev’essere apolitica e i professori devono insegnare non indottrinare”. Un episodio all’apparenza allucinante, ma alla luce del licenziamento da parte del Miur dell’insegnante torinese per le parole pronunciate in una manifestazione, non appare scontata la tenuta delle difese immunitarie costituzionali nel nostro paese.

Nell’esposto, a firma del presidente romagnolo della Lega Gianluca Pini e della segretaria provinciale Samantha Gardin, si definisce l’iniziativa come “volta a far sottoscrivere ai maturandi una sorta di appello-condanna all’operato dell’attuale Governo in materia di contrasto all’immigrazione clandestina”, con una “palese pressione psicologica” sugli studenti.

La Lega ha presentato anche una interrogazione al Consiglio comunale. Lo stesso Padovani fa sapere di volere andare in fondo alla vicenda. “Ho presentato anche un’interrogazione al Consiglio comunale di lunedì”, ha precisato Padovani, “Mi sembra strano che a fronte di una prova d’esame che viene ricevuta in busta chiusa dal Ministero, diversi ragazzi eseguano lo stesso tema, recitando tutti la richiesta di applicazione dell’articolo 2 della Costituzione”. Insomma per i pretoriani del pensiero leghisti, la scelta del tema di attualità da parte degli studenti va vista con sospetto. Il prossimo anno verranno proposte come tracce solo quelle letterarie e quelle storiche... ma attenti a quella che scegliete e che cosa scrivete.

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Tria e la Lega affossano il “decreto dignità”

“Beppe abbiamo un problema”. L’invocazione diventata un tormentone, ovviamente spostandosi da Houston a Genova, si adatta bene a quanto sta accadendo dentro la triade di governo.

Il problema, ovviamente, sono le risorse per fare le cose promesse in campagna elettorale e sulle quali c’è una forte aspettativa da parte degli elettori. Ma dei tre contraenti del governo, due si stanno mettendo di traverso.

Lo stop al decreto dignità – voluto dal vicepremier e ministro Di Maio, ma fortemente osteggiato dalle associazioni degli imprenditori e dunque anche dalla Lega – è arrivato dal ministro dell’Economia Giovanni Tria, con una scelta condivisa e appoggiata dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giorgetti. Lo stesso Giorgetti che durante il Consiglio dei ministri ha ammonito i colleghi a verificare sempre le coperture finanziarie dei provvedimenti che intendono varare.

Ieri sera dall’ordine del giorno del Consiglio dei ministri è infatti scomparso il decreto legge “dignità”, messo a punto dal vicepremier e pluri-ministro Di Maio. Si tratta di un provvedimento piuttosto articolato, che vorrebbe intervenire su molti temi, dalla pubblicità del gioco d’azzardo alle regole per le assunzioni, passando per l’abolizione di molte misure fiscali di lotta all’evasione e una tassa sulle delocalizzazioni.

Secondo Di Maio, il decreto “sta facendo il giro delle Sette Chiese, tra bollinature e cose che sto scoprendo solo adesso, ma il testo è pronto. Deve essere solo vidimato dai mille e uno organi di questo paese”. Dunque sembrerebbe solo un problema burocratico (ma non ha minacciato interventi in materia...).

La faccenda appare però assai più complessa, sia sul piano economico che politico. Il decreto legge è stato infatti stoppato dal ministro dell’Economia Giovanni Tria: gli uffici della Ragioneria avrebbero avuto da ridire sulle coperture finanziarie di alcune misure, giudicate insufficienti e inadeguate. A cominciare dall’abolizione dell’obbligo dello split payment, un meccanismo tributario mirato a contrastare l’evasione del pagamento dell’Iva quando si ha a che fare con la pubblica amministrazione. Una misura, introdotta nel 2015 dal governo Renzi, che ha indubbiamente complicato la vita dei contribuenti onesti, costretti a gestire problemi di liquidità. Ma lo split payment ha dato buoni risultati sul piano del gettito Iva nel biennio 2015-2016, quantificabile in circa 3,5 miliardi.

Ma non è un mistero che il “decreto Dignità” punterebbe anche a ridurre il grado di flessibilità e precarietà del mercato del Lavoro, né che la Lega pesca molti consensi tra i prenditori delle piccole medie e imprese, spesso sopravvissute alla crisi solo spremendo fino all’osso dipendenti senza più diritti e tutele.

Dunque il sodalizio tra i professori euri-nomani e la Lega avrebbe sostanzialmente congelato il primo provvedimento “sociale” del nuovo governo, pur di non dispiacere i guardiani di Bruxelles che vegliano sul rispetto dei vincoli di bilancio e gli industrialotti leghisti.

Il problema quindi c’è. Non sarà il primo e non sarà l’ultimo per questo governo.

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