Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
03/12/2025
Cala lo spread, ma non per merito del governo
La recente “promozione” dei conti pubblici italiani da parte di Moody’s (da Baa3 a Baa2) e la riduzione dello spread sono stati salutati dal Governo come successi storici. Una verifica più attenta di ciò che è successo può, però, indurre a dubitare dell’interpretazione dell’Esecutivo. Vediamo perché.
Innanzitutto, va messo in evidenza il radicale cambiamento di opinione su questi temi da parte dell’attuale maggioranza e della sua leader: nel 2018, Giorgia Meloni definiva il giudizio delle agenzie di rating “attendibile come la previsione di una cartomante”, aggiungendo che le istituzioni che valutano la solidità dei conti pubblici di un Paese sono niente altro che “pagliacci”.
In effetti, vi sono buone ragioni per dubitare dell’efficacia e della trasparenza del loro operato, nello svolgimento del loro compito di valutare la capacità di uno Stato di rimborsare il debito: gli errori commessi sono stati clamorosi, a partire dall’assegnazione di un buon giudizio a Lehman Brothers poco prima del suo fallimento, per continuare con la valutazione positiva attribuita a Parmalat a ridosso del crack finanziario e per finire con l’apprezzamento dei mutui subprime in concomitanza con l’ondata di insolvenze.
Vi è di più, dal momento che alcuni economisti attribuiscono la crisi finanziaria globale del 2007-2008 proprio agli errori di valutazione commessi dalle agenzie di rating.
In secondo luogo, il Governo si è mosso, in questi anni, in un contesto favorevole alla riduzione del rapporto debito pubblico/Pil, dal momento che, come sempre accade, l’inflazione avvantaggia i debitori e, dunque, rende più facilmente possibile una riduzione del debito.
In terzo luogo, la riduzione dello spread – e, dunque, il risparmio di costo degli interessi – è soprattutto l’effetto del peggioramento dei fondamentali di Germania e Francia. Come è noto, la Germania – alle prese con la fuoriuscita dalla recessione – ha varato misure di aumento della spesa pubblica per infrastrutture e riarmo, intraprendendo un sentiero che, di norma, viene bocciato dagli investitori, sensibili soprattutto al rigore di bilancio.
L’instabilità politica francese, d’altra parte, con ripetute crisi di Governo e difficoltà nell’approvazione della legge finanziaria si è tradotta in crescente incertezza e quest’ultima nel deprezzamento dei titoli.
Alla riduzione dello spread concorre anche una manovra finanziaria improntata al consolidamento fiscale, che evita la procedura d’infrazione in corso da parte della Commissione Europea (con le conseguenti sanzioni). Ma, anche in questo caso, il Governo non ha molte ragioni per attribuirsi il merito di questo risultato, dal momento che la procedura d’infrazione è stata aperta nel giugno 2024 – dunque al secondo anno dell’Esecutivo Meloni – per i conti del 2023, sulla base di un rapporto deficit/Pil superiore al 3%.
Infine, non ha fin qui prodotto risultati la strategia del Governo di “ridurre la dipendenza dai creditori stranieri”, vincolando una parte delle emissioni di titoli di Stato (BtP Italia) all’acquisto da parte di cittadini italiani, assumendo che sia meno rischiosa la detenzione di titoli di Stato da parte dei residenti.
Banca d’Italia, con aggiornamento ad agosto 2025, rileva che la quantità di titoli detenuti da stranieri è notevolmente superiore rispetto a quello nel portafoglio degli italiani (33-34%, dato considerato eccezionalmente elevato), dato confermato su fonte FABI (Federazione autonoma bancari italiani), per il quale gli investitori esteri detengono ancora la gran parte dei titoli italiani.
C’è poi da chiedersi a quale prezzo si riesce (se si riesce) a conseguire l’obiettivo di una riduzione strutturale del rapporto debito pubblico/Pil. Vi è, al riguardo, consenso unanime che la Legge di stabilità in corso di approvazione si colloca all’interno di una lunga fase di austerità, che si può far cominciare con le manovre “lacrime e sangue” dei primi anni Novanta.
Come mostrato da un’ampia letteratura scientifica, e come autorevolmente ammesso dallo stesso Fondo Monetario Internazionale, le politiche di austerità fanno aumentare, non ridurre, il rapporto debito/Pil, a ragione del fatto che la riduzione della spesa pubblica – soprattutto in fasi recessive – riduce il tasso di crescita del Pil e, dunque, il denominatore.
Ne è prova l’esperienza italiana dell’austerità del biennio 2011-2013 (Governo Monti), che ha prodotto un aumento del rapporto debito pubblico/Pil di circa 15 punti percentuali.
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12/06/2024
I primi effetti economici post-elezioni europee
Il primo indizio ce lo fornisce l’apertura di oggi di Milano Finanza (Mf), quotidiano finanziario di proprietà di Intesa San Paolo il cui titolo d’apertura è eloquente: “al voto Ue vince lo spread”.
Il famigerato differenziale tra i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani ha chiuso nella giornata di ieri a 141 punti, +8 rispetto a prima delle elezioni, dovuto secondo la redazione all’instabilità politica portata dal risultato europeo.
In termini finanziari, questo si traduce nell’aumento degli interessi da pagare (fare più debito) da parte dello Stato italiano per finanziare la spesa pubblica.
In secondo luogo, le vittorie delle destre europee trascinate da Le Pen e Meloni, così narrata nonostante FdI abbia perso 700 mila voti rispetto al 2022, spingono la presidente della Bce Christine Lagarde ad affermare che “potrebbero passare molti mesi prima di un ulteriore taglio dei tassi”, rallentando cioè il processo di allentamento della stretta economica inaugurato per combattere l’inflazione.
Un terzo elemento è il minimo da sei mesi a questa parte toccato proprio ieri dall’euro nel cambio con il dollaro e la sterlina.
L’indebolimento della moneta europea favorisce le esportazioni, ma rende più costose le importazioni (con un euro si acquistano meno beni denominati in dollari o sterline).
Per le prospettive nostrane, questo si riflette in negativo nella strutturale dipendenza italiana dalle importazioni di beni energetici e materie prime, di cui il dollaro risulta ancora la valuta favorita per la compravendita.
In quarto luogo, nella giornata di ieri il primo Consiglio dei ministri convocato dopo le elezioni ha approvato in via preliminare il recepimento della direttiva Ue sulla liberalizzazione del mercato dei crediti deteriorati (Npl – non performing loans).
La Secondary market directive, emanata in sede Ue nel 2021, si prefigge di armonizzare le regole per la cessione dei Npl al fine di incoraggiarne la circolazione nel mercato secondario, favorendo lo sviluppo di tale segmento.
Giova appena ricordare che i Npl furono i grandi protagonisti in negativo della crisi immobiliare e finanziaria del 2007-2008, quando la massiccia esposizione degli intermediari a questa “carta senza alcun valore” decretò il collasso del sistema finanziario, salvato solo dai soldi dei contribuenti a discapito dei conti pubblici di mezzo mondo.
Come se non bastasse, quinto, l’Istat sempre ieri ha certificato il quindicesimo calo tendenziale consecutivo della produzione industriale italiana, -2,9% ad aprile rispetto allo stesso mese del 2023.
Mese su mese, il calo è trainato dalla flessione della produzione dei beni strumentali (-3,1%) ed energetici (-3,6%), a cui si aggiunge il -3,9% registrato dalla produzione dei beni di consumo.
Se, come molti analisti hanno fatto, queste elezioni si riveleranno un momento decisivo della storia dell’Unione europea, e quindi del futuro dei membri che ne fanno parte, il quadro immediato che ne emerge lascia presagire un orizzonte poco chiaro e molto scuro.
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06/10/2023
04/10/2023
Brancaccio - Banalità del complottismo sullo spread
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30/09/2023
L’ombra del “governo tecnico” aleggia di nuovo
Non importa quanto sia grande la maggioranza raccolta alle elezioni – cui partecipa ormai quasi una minoranza degli aventi diritto – quando i problemi si rivelano irrisolvibili ecco che quella minaccia diventa concreta.
Non c’è una tempistica esatta, ma in genere da quando “l’ipotesi” viene nominata a quando il fatto si verifica passano alcuni mesi.
Giocando come al solito a fare dei suoi handicap dei punti di forza, Giorgia Meloni ha osato nominare per prima pubblicamente quel mormorio che da qualche mese gira per il “palazzo”, senza troppo distinguere – al suo interno – tra maggioranza e opposizione.
“È una cosa che non ci preoccupa, l’Italia e solida e cresce di più della media europea. E poi un Governo tecnico da chi dovrebbe essere sostenuto, da quelli del superbonus? Quello sì sarebbe un problema per i conti. So leggere la politica e so leggere la realtà: la sinistra continui a fare la lista dei ministri del governo tecnico, che noi intanto governiamo“.
I giornali della sua area si concentrano sui dettagli, chiamando in causa come “padrini della sinistra”, vere menti del “pensato golpe”, nientepopodimeno che gli “Agnelli che soffiano sullo spread” (Il giornale), o “il barchino dei tecnici” (Libero). E via complottando per le spicce...
Lo schema, in effetti, appare sempre lo stesso. Un governo apertamente di destra (e questo è il più a destra della storia recente, praticamente fascioleghista) va in difficoltà sull’economia e il debito pubblico, si comincia a scontrare con “l’Europa” (soprattutto con Francia e Germania, che vi detengono la golden share) e vede salire lo spread rispetto ai titoli di stato di quei paesi. Segno certo che “i mercati”, prima neutrali, cominciano a diffidare della sua tenuta e così facendo ne accelerano la caduta.
L’evento più noto è sempre il 2011, con la lettera scritta da Jean-Claude Trichet e Mario Draghi (presidenti uscente ed entrante della Bce) per indicare dettagliatamente le “riforme” che l’Italia avrebbe dovuto rapidamente fare, le contorsioni dell’esecutivo Berlusconi per far finta di obbedire facendo diversamente, fino a quando – a dicembre – il Caimano rassegnò le dimissioni stretto nella tenaglia dello spread a 575 punti e soprattutto del crollo delle azioni Mediaset del 12% in poche ore. Subentrò Monti, com’è noto...
La situazione oggi è piuttosto diversa: tutta l'Europa è ancora in crisi economica, anche a causa del supporto all’Ucraina, attraversata da flussi migratori imponenti (soprattutto di ucraini in fuga dalle bombe e dal servizio militare, però), il picco dello spread è arrivato appena l’altro giorno a 200 punti, l’Italia è uno dei servi più fedeli degli Usa sul piano militare, nessuno dei partner europei è in condizioni tali da poter dettare legge come allora (meno di tutti Berlino, vero bersaglio della strategia Usa).
Com’è possibile che ci sia la tentazione di un replay del 2011 e che sia anche credibile?
Se i “capi della sinistra” sono individuati nella famiglia Agnelli-Elkann si capisce che la devastazione mentale è arrivata a un punto da ictus. E buona parte delle ragioni che stanno portando all’harakiri della classe politica sono le stesse che hanno prodotto la maggioranza che sostiene il governo Meloni e stanno ora preparando la sua dissoluzione.
Si chiamano crisi ambientale, economica, demografica, guerra, e anche flussi migratori di crescente ampiezza. Problemi “sistemici” che vengono affrontati con un impasto maleodorante di ignoranza, furbizia, incompetenza, improvvisazione, fame di potere e cecità strategica.
Che il governo Meloni abbia fatto degli sbarchi e delle navi ong il “cuore” della polemica con la Germania è quasi una dimostrazione di quelle “doti” appena elencate.
Si può certamente nascondere al “popolo bue” che le navi ong raccolgono appena il 5% dei migranti in mare (una cifra che certo non può fare di loro “la causa” dei maggiori arrivi). Si può altresì nascondere che, tra tutte le navi ong battenti bandiera tedesca, solo una – la Sos Humanity – abbia ricevuti fondi dal governo di Berlino (una sgrammaticatura, certo, ma non una strategia, quindi risibile come casus belli).
Si possono accusare i “poteri forti” di essere “di sinistra” e volere un altro governo, ma solo un gruppo di dementi può seriamente pensare (che sia vero e) che gli eventuali vantaggi elettorali di questa sequela di fesserie possano valere di più di una tranquilla mediazione – il compromesso è la regola nei rapporti interstatuali fissati nei trattati – su argomenti decisamente secondari (l’accoglienza dei migranti raccolti in mare).
Il quadro reale in cui agisce qualsiasi governo continentale è noto, e non è cambiato se non per un dettaglio decisamente importante: l’autonomia strategica dell’Unione Europea è stata fortemente ridimensionata dalla scelta Usa di far esplodere la guerra nel Vecchio Continente.
Un evento che ha fortemente “perturbato” la governance europea, già stressata da due anni di pandemia, costringendola a contrattare regole un po’ differenti da quelle definite da Maastricht in poi.
Ma sempre in quel quadro un qualsiasi governo deve muoversi. L’aveva sperimentato duramente la Grecia nel 2015, con tutt’altro governo (e il fatto che un broker statunitense di Goldman Sachs sia diventato ora il nuovo segretario di Syriza dimostra quanto profonda sia stata la “militarizzazione subordinata” della classe politica ellenica).
L’aveva sperimentato anche il governo “giallo-verde” tra grillini e leghisti, durato appena un anno e subito “tecnicizzato” grazie a un gigantesco errore di calcolo di Salvini (i sondaggi sono una droga pesante...). Molto simile a quello che sta facendo ora Meloni.
È infatti l’idea che sulle questioni fondamentali (economia, bilancio degli Stati, privatizzazioni, cessione di asset strategici, ecc.) sia possibile stabilire politiche nazionali differenti da quelle comunitarie.
Diciamolo meglio: se hai la potenza economica di Germania e Francia (molto meno la seconda), puoi giocarti meglio le carte dell’”interesse nazionale”, mediando poco o nulla o appena quanto basta. Se non hai quella forza, non hai molto spazio di manovra.
Ed è ovvio che quella “forza” non è una forza solo “nazionale” nel senso del passaporto, ma sostanziata da gruppi multinazionali – finanziari, industriali, tecnologici – che hanno l’Europa come teatro principale del proprio business e se ne servono (o tentano di farlo) per accrescere la propria “competitività” nel mondo.
Potenze che si misurano in migliaia di miliardi da muovere sui “mercati” determinandone le dinamiche, spesso in modo anche per loro incontrollabile. E a cui non puoi certamente opporre il “peso” di miserabili interessi privatistici di imprenditori di quinta fila, “balneari”, commercianti, evasori fiscali, immobiliaristi e costruttori del “quartierino”. Ossia gli interessi della vera “base sociale” di questo governo.
Questo quadro condiziona ovviamente anche qualsiasi ipotesi – un sogno, nelle condizioni odierne – di una vera “sinistra alternativa” in grado di raccogliere nuovamente i consensi popolari e proporsi a sua volta come governo del paese.
Si troverebbe – ci troveremmo – nella stessa identica posizione della Meloni: condizionati, spuntati nelle decisioni fondamentali, circondati e infine rovesciati (chiedete a Tsipras e Varoufakis, per conferma).
Ne deriva che un qualsiasi programma di cambiamento sociale – seppur diverso ed opposto ai pasticci inverecondi della destra fascioleghista – diventa possibile solo fuori da questo sistema costrittivo di alleanze internazionali (Unione Europea e Nato).
Il che significa, contemporaneamente, stringere accordi quantomeno commerciali e industriali con altre alleanze, meno invasive (il mondo dei Brics si va allargando proprio per questo).
Ce li vedete voi una Meloni e un Salvini – la loro vera “base sociale” – rompere con le filiere tedesche e la Nato per muoversi in sinergia con Cina, India, Brasile, ecc.?
No, ovvio.
Le loro attuali preoccupazioni “internazionali” vanno dal tentativo di essere accettati nella “destra moderata europea” (Meloni) a quello di costruire un blocco neofascista vero e proprio (Salvini) con Le Pen, l’AfD tedesca, estremisti vari dell’Est europeo.
Due “strategie” differenti che terremotano i rapporti all’interno della maggioranza, ma che si risolverebbero o nella “continuità totale” con gli esecutivi precedenti o con la “balcanizzazione” delle istituzioni continentali, per inseguire semmai una più ferrea subordinazione agli Usa.
E dunque la ghigliottina pendente del “governo tecnico” comincia inevitabilmente a scendere. Per tagliare le stupide illusioni che basti “picchiare i pugni sul tavolo” per raccogliere qualche risultato.
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23/07/2022
Non è successo niente: Draghi lascia il posto al suo pilota automatico
Con un tempismo straordinario, la crisi di governo che si è consumata negli ultimi giorni ha visto il Presidente del Consiglio Draghi presentare le sue dimissioni definitive esattamente nello stesso giorno in cui la Banca Centrale Europea (BCE), per bocca della sua Presidente Christine Lagarde, ufficializzava delle importanti, e funeste, novità per quanto riguarda la politica monetaria dell’area euro. La misura più appariscente riguarda un aumento dei tassi di interesse, il primo dopo undici anni e di ammontare doppio rispetto a quanto sembrava nell’aria nelle settimane passate. Come già avevamo avuto modo di discutere approfonditamente, questo provvedimento ha due precise implicazioni. Da un lato, è un attacco diretto al potere d’acquisto della stragrande maggioranza della popolazione, sacrificato sull’altare della difesa dei profitti. Dall’altro, è un’ulteriore mazzata alla stagnante economia europea, sempre più avviluppata nelle autoinflitte conseguenze economiche della guerra in Ucraina.
Non finisce qui, purtroppo. Contestualmente, la BCE ha anche varato un nuovo strumento di politica monetaria, il Transition Protection Instrument (TPI), ossia il famigerato scudo anti-spread. Il tempismo stupisce, e preoccupa, perché il TPI rappresenta la più aggiornata e rifinita evoluzione del famigerato “pilota automatico”, termine coniato proprio dal Draghi Presidente della BCE per definire quell’insieme di strumenti di disciplina fiscale che avrebbero garantito la rigida applicazione dell’austerità e delle politiche neoliberiste in ciascun Paese membro dell’Unione Europea a prescindere dall’indirizzo politico del governo di turno.
Con il “pilota automatico”, le istituzioni europee hanno dimostrato di riuscire a condizionare la politica economica dei Paesi membri attraverso il ricatto dello spread: qualsiasi governo, di qualsiasi colore politico e indirizzo ideale, sarebbe stato costretto a conformarsi alle prescrizioni della Commissione Europea dalla minaccia dell’instabilità finanziaria, una minaccia che si materializzava non appena la BCE allentava il suo sostegno monetario. Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e poi Italia hanno dovuto applicare – dal 2010 ad oggi – le rigide agende politiche neoliberiste prescritte dalla Commissione per non ritrovarsi abbandonati dalla BCE in balia della speculazione finanziaria. Lo strumento tecnico attraverso cui si esercita il ricatto dello spread è rappresentato dagli acquisti di titoli del debito pubblico effettuati dalla BCE: quando questa acquista, ad esempio, i titoli di Stato italiani, ne sostiene la domanda e dunque riduce il tasso di interesse che l’Italia deve pagare ai creditori; specularmente, quando la BCE riduce i suoi acquisti di quei titoli, l’Italia vede crescere il costo del suo debito pubblico e compromette la sua stabilità finanziaria.
Come dicevamo, il 21 luglio, mentre il premier italiano Draghi presentava le sue dimissioni, la BCE introduceva il TPI, un nuovo strumento attraverso cui acquistare titoli di Stato sui mercati finanziari per governare i tassi di interesse nell’area dell’euro. Il TPI consente alla BCE di acquistare titoli pubblici di uno Stato membro solo a condizione che siano verificate quattro condizioni: a) disciplina fiscale, b) stabilità macroeconomica, c) sostenibilità del debito pubblico ed infine d) rispetto delle condizioni del PNRR e delle altre raccomandazioni della Commissione Europea.
La prima condizione implica sostanzialmente che il Paese in questione non stia accumulando nuovo debito, cosa possibile solo aumentando le tasse e tagliando la spesa sociale, la sanità pubblica, le pensioni ed i servizi pubblici. La seconda condizione richiede invece l’assenza di quelli che la Commissione Europea definisce “squilibri macroeconomici”, che includono anche – per fare un esempio – un tasso troppo elevato di crescita dei salari: per carità! La terza condizione prevede una valutazione della BCE circa la sostenibilità del debito pubblico: per capire l’arbitrarietà di questa valutazione, basti pensare che la Grecia venne dichiarata prossima al fallimento con un debito pubblico pari al 120% del PIL e, successivamente, venne promossa a Paese virtuoso con un debito pubblico prossimo al 200% del PIL. Miracolosamente, la valutazione della BCE era cambiata drasticamente quando la Grecia aveva firmato un memorandum of understanding che ha impegnato i governi che si sono succeduti nel decennio successivo a mettere in ginocchio la società greca attraverso le più rigide politiche di austerità, in quello che potremmo definire come il primo esperimento di “pilota automatico”.
Infine, il quarto requisito di accesso al TPI richiede che il Paese beneficiario degli acquisti della BCE stia rispettando tutti gli impegni assunti nell’ambito del PNRR (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), cioè le famose 528 condizioni capestro, nonché tutte le prescrizioni della Commissione contenute nelle periodiche Raccomandazioni Specifiche per Paese. Finalmente, e si spera in maniera definitiva, viene messa una pietra tombale sopra alla favola, che ci è stata raccontata negli ultimi due anni, circa le virtù salvifiche di questo PNRR, che ci era stato venduto come un regalo delle istituzioni europee privo di qualsiasi condizionalità, e che invece si rivela essere l’ennesimo cavallo di Troia dell’austerità: mancare un obiettivo stabilito nel PNRR significa perdere lo scudo della BCE sui mercati finanziari e finire in balia della speculazione finanziaria. Con il PNRR, dunque, le istituzioni europee sono riuscite ad estendere a tutti gli Stati membri quella camicia di forza che aveva consentito di piegare l’economia greca alle violente politiche di smantellamento dello stato sociale, di attacco alle pensioni e ai salari e di precarizzazione del lavoro. Difatti, il PNRR non fa che impegnare i Paesi in un’agenda neoliberista a tappe forzate: se una di queste tappe viene mancata, la speculazione finanziaria può scagliarsi contro il Paese “indisciplinato” nella piena certezza che la BCE non interverrà, perché così funziona il TPI, come d’altronde già abbondantemente previsto.
Così, proprio mentre Draghi abbandona Palazzo Chigi sbattendo la porta, la sua spregiudicata agenda politica neoliberista rientra dalla finestra attraverso il nuovo strumento di politica monetaria della BCE. Davanti al fallimento politico dell’ennesimo governo tecnico imposto al Paese, la classe dirigente europea rispolvera l’arma del ricatto del debito che tanto efficace si è dimostrata, in passato, come strumento di disciplina delle economie europee a suon di spread.
Gli eventi di questi ultimi giorni ci ricordano anche che, qualsiasi sarà l’esito delle elezioni del prossimo 25 settembre, il programma di governo è già pronto ed è scritto nero su bianco nel PNRR, messo appunto dall’esecutivo Draghi e vincolante per chiunque uscirà vittorioso dalle urne per tutta la durata della legislatura, pena l’esplosione dell’instabilità finanziaria sotto la spinta della BCE. Salvini, Letta e Meloni potranno così azzuffarsi sulle briciole e sulle quisquilie, consapevoli che l’agenda di politica economica e sociale sarà la stessa, chiunque di essi prevalga, perché questa è la naturale e unica conseguenza dell’adesione cieca alla politica del pilota automatico di matrice europea. E, visto che stiamo entrando in campagna elettorale, è buffo osservare che pezzi degli stessi partiti che hanno sostenuto il governo Draghi ora provino improvvisamente a rimettere i panni barricaderi, con una divisione dei ruoli fra poliziotto buono e poliziotto cattivo che era insopportabile prima ed è intollerabile ora che escono dalla prova del governo.
Noi da parte nostra ripetiamo che niente di buono potrà venire da questi, ma continuiamo a riporre speranza in chi – finora fuori dall’arco parlamentare – in questi anni ha coerentemente individuato il meccanismo europeo quale uno dei fattori di controllo degli interessi della classe lavoratrice. La strada da fare è ancora molto lunga, ma il cammino è iniziato.
17/06/2022
La BCE all’assalto dei salari: parte seconda
La Banca Centrale Europea (BCE), giovedì 9 giugno, ha annunciato una storica virata nella politica monetaria dell’area euro: l’aumento dei tassi di interesse e la fine degli acquisti diretti di titoli pubblici da parte dell'Istituto. Queste decisioni non saranno neutrali né per il potere d’acquisto della classe lavoratrice, come mostrato nella prima parte di questo contributo, né per la stabilità finanziaria e quindi politica dei paesi dell’area euro.
La manovra di politica monetaria di giovedì non si limita alla leva, pur fondamentale, dei tassi di interesse. L’altro pilastro della gestione finanziaria dell’area euro dell’ultimo decennio che viene abbattuto è il protagonismo della banca centrale negli acquisti di titoli pubblici sui mercati, che già a marzo scorso aveva segnato il passo con la fine del programma di acquisti di titoli varato per contrastare gli effetti della pandemia, il Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP).
A partire dal 2010, quando i tassi di interesse sui titoli greci volavano alle stelle, la BCE ha introdotto una serie di strumenti che le consentissero di acquistare direttamente sui mercati finanziari i titoli del debito pubblico dei Paesi membri. Così, prima con il Greek Loan Facility vennero acquistati i titoli del debito pubblico greco per frenare la spirale speculativa che si era abbattuta sul Paese, poi con il Securities Market Programme ed il fondo salva stati (oggi European Stability Mechanism) gli acquisti si sono estesi ai cosiddetti PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), la periferia dell’Unione dove si stava allargando il fronte dell’instabilità finanziaria esploso in Grecia. Passata la stagione emergenziale, la BCE aveva introdotto l’Asset Purchase Programme (APP), evoluzione di tutti gli strumenti precedenti, il quale serviva a gestire i flussi di questi acquisti diretti di titoli pubblici europei in maniera più equilibrata: questo strumento consentiva di comprare titoli della periferia ma anche titoli dei Paesi centrali, Germania in primis, e dunque di ribilanciare il costo del denaro pagato dai governi dell’area dell’euro e di governare pienamente gli spread, cioè i divari tra i tassi di interesse sui titoli di Stato dei vari Paesi europei. Infatti, ogni volta che la banca centrale acquista i titoli del debito pubblico di un Paese, spinge al ribasso il tasso di interesse su quei titoli perché ne alimenta la domanda: gli acquisti di titoli sono uno strumento di contenimento del costo del debito pubblico sostenuto dai governi, ovvero il principale strumento attraverso cui è stata garantita la stabilità finanziaria dell’area euro negli ultimi dieci anni.
Per avere un’idea più concreta di cosa significhi questo, guardiamo agli effetti sul costo del debito pubblico italiano del contesto di politica monetaria degli ultimi dieci anni, caratterizzato da tassi di interesse al limite minimo e acquisti diretti di titoli di Stato da parte della banca centrale: il costo medio all’emissione dei titoli del debito pubblico italiano è passato dal 3,61% del 2011 allo 0,1% del 2021. Da luglio, però, si volta pagina.
Proprio mentre decide di aumentare i tassi di interesse, con l’annuncio di giovedì la BCE termina l’APP, mettendo fine all’acquisto di ulteriori titoli pubblici europei sui mercati finanziari. Questa specificazione, “ulteriori”, è fondamentale per comprendere la mossa dell’autorità monetaria europea. Infatti, la banca centrale ha annunciato la fine degli acquisti netti, ma non degli acquisti lordi: non verranno più comprati nuovi titoli di Stato europei, ma quelli acquistati nell’ultimo decennio resteranno nei conti della BCE e, alla scadenza saranno reinvestiti sempre nell’acquisto di titoli di Stato, in modo da mantenere inalterata la quantità di titoli pubblici europei detenuta dall’autorità monetaria. Questo dettaglio è fondamentale perché, nel decennio di acquisti netti positivi la BCE ha accumulato, tra APP e PEPP, circa 4.500 miliardi di euro di debito pubblico dei paesi europei. Per provare a dare maggiore concretezza a queste cifre astronomiche, proviamo a concentrare l’attenzione sull’Italia: vi sono oggi in circolazione 2.300 miliardi di euro di titoli del debito pubblico italiano di cui 727 miliardi, cioè il 31,6%, detenuto dalla BCE in virtù degli acquisti effettuati tramite i due principali programmi, APP (448 miliardi) e PEPP (279 miliardi). In altre parole, attraverso acquisti diretti sui mercati finanziari, la BCE è giunta a detenere un terzo del debito pubblico dell’Italia e, analogamente, dei principali Paesi europei. Per fare cosa?
Con la fine degli acquisti netti decretata dalla BCE, questo patrimonio di circa 4.500 miliardi di euro di debito pubblico dei paesi dell’area euro smetterà di crescere ma non inizierà a diminuire, e resterà nella pancia della banca centrale. Con un’importante, ulteriore, specificazione: la composizione di questa massa di titoli pubblici potrà variare secondo logiche che la stessa banca centrale si riserva di definire nel prossimo futuro. In sostanza, la BCE si impegna a tenere in pancia titoli del debito pubblico di tutti i paesi europei per un ammontare pari a 4.500 miliardi di euro, ma si tiene la libertà di scegliere la composizione di questi 4.500 miliardi. Se da una parte, quindi, gli acquisti netti dell’area euro presa nel suo complesso non varieranno, potranno cambiare gli acquisti netti che la BCE farà in relazione ai titoli del debito pubblico dei singoli paesi. Infatti, potrà tranquillamente decidere di diminuire i 727 miliardi di debito italiano per comprare, ad esempio, più titoli tedeschi, portoghesi e spagnoli. E proprio qui veniamo al nodo della questione, al punto politico di maggiore attualità, ossia come la stabilità finanziaria di un paese poi influenza la sua stabilità politica.
Infatti, quando discutiamo della composizione dei titoli di Stato detenuti dalla BCE stiamo discutendo del potere che quella montagna di titoli conferisce alla banca centrale nel determinare la stabilità o l’instabilità finanziaria di singoli Paesi dell’area euro. Non appena la banca centrale deciderà di modificare l’attuale composizione del suo patrimonio di titoli pubblici, potrà acquistare nuovi titoli pubblici di un Paese solo con i proventi derivanti dal disinvestimento dei titoli pubblici di un altro Paese. Abbiamo detto che l’acquisto di titoli pubblici da parte della banca centrale è una straordinaria arma di contenimento del costo del debito pubblico di un Paese; esattamente alla stessa maniera, la vendita di titoli pubblici detenuti dalla banca centrale è una straordinaria arma di aumento del costo del debito pubblico, e può innescare una spirale nei tassi di interesse capace di far saltare la stabilità finanziaria di qualsiasi Paese dell’area euro. È l’ormai nota dinamica degli spread, che fotografano esattamente la distanza che separa i tassi di interesse sui diversi debiti pubblici. Quando la BCE tira la coperta, lascia alcuni Paesi in balia dei mercati finanziari, e per questa ragione vedremo allargarsi i divari tra i tassi dei Paesi che restano al sicuro, sotto l’ombrello della banca centrale, e quelli scoperti e vulnerabili.
Per dare contenuto a questi ragionamenti proviamo, di nuovo, a guardare agli effetti sull’Italia di questa politica monetaria. Rispetto ad un anno fa, il rendimento dei BTP a 10 anni (i titoli maggiormente rappresentativi del debito pubblico italiano) è passato dallo 0,7% all’odierno 3,9%. Si potrebbe pensare che questo sia solo l’effetto sui mercati finanziari della prospettiva di aumento dei tassi di interesse annunciato dalla BCE. Basta volgere lo sguardo verso Berlino per capire che così non è, e che accanto alla tendenza generalizzata all’aumento dei tassi di interesse della BCE rilevano, nel contesto attuale, le scelte adottate dalla banca centrale in tema di acquisti diretti di titoli. Infatti, anche il rendimento dei bund decennali, gli omologhi tedeschi dei nostri BTP a 10 anni, è aumentato nell’ultimo anno, ma in misura sensibilmente minore, passando dal terreno negativo del -0,3% all’attuale 1,5%. Lo spread tra il tasso italiano e quello tedesco ci permette di cogliere all’istante il punto, perché vediamo che è passato, in un anno, da 100 punti base a 240 punti base, più che raddoppiando.
Insomma, i tassi di interesse sono aumentati per tutti, ma non per tutti i Paesi alla stessa maniera. Ci sono alcuni Paesi, tra cui la Germania, che soffrono meno l’aumento dei tassi mentre altri, tra cui l’Italia, risultano maggiormente esposti al rialzo. Questa maggiore o minore vulnerabilità ai capricci dei mercati finanziari dipende anche dal grado di protezione del debito pubblico garantito dall’autorità monetaria. Con la fine degli acquisti netti di titoli da parte della BCE, questa protezione finisce per dipendere esclusivamente dalla composizione del portafoglio di titoli pubblici detenuto dalla banca centrale: da oggi, qualsiasi decisione di disinvestimento dai titoli di Stato di un Paese dell’area euro da parte della BCE equivale alla fine della sua stabilità finanziaria. È proprio alla luce di questo scenario di elevatissima incertezza che assistiamo, già in queste settimane, ad un pronunciato allargamento degli spread: i mercati finanziari stanno semplicemente anticipando quello che è facile aspettarsi, e cioè il progressivo abbandono dei Paesi della periferia dell’area euro alla speculazione da parte della BCE, esattamente come accadde, più di dieci anni fa, con la Grecia. E come nel caso greco, i governi lasciati in balia dei mercati finanziari finiscono tra le braccia delle autorità europee, chiedendo un supporto finanziario che sarà condizionato alle solite riforme liberiste e alla solita rigida applicazione delle misure di austerità che servono a smantellare salari e stato sociale.
Non a caso, negli ultimi giorni si è iniziato a parlare – proprio come avvenne nel 2011 – della necessità di uno “scudo anti-spread” e il 15 giugno la BCE ha annunciato la prossima introduzione di un nuovo strumento. A breve, dunque, conosceremo i dettagli delle condizioni a cui la banca centrale subordinerà i suoi interventi in difesa dei debiti pubblici europei, secondo una dinamica sperimentata in Grecia e replicata in tutta la periferia europea negli anni a seguire. Dunque, la BCE deve decidere cosa chiedere in cambio della tutela della stabilità finanziaria, e la storia ci insegna che chiederà riforme, contenimento dei salari e riduzione della spesa pubblica, ovvero smantellamento dello stato sociale.
La BCE dal volto italiano di Mario Draghi presidiò, dalla torre di Francoforte e con l’arma dello spread, la lunga stagione di governi tecnici e di unità nazionale che hanno scandito la vita politica del nostro Paese negli ultimi due lustri, garantendo la piena compatibilità delle scelte governative con il perimetro politico ultraliberista imposto dalle istituzioni europee in un frangente storico di emersione delle spinte populiste incarnate dal successo elettorale del Movimento Cinque Stelle, che aveva fatto vacillare la stabilità politica del Paese dell’ultimo trentennio. Analogamente, la BCE dal volto francese di Christine Lagarde anticipa di poche ore con una stretta monetaria di portata storica lo smottamento della stabilità politica francese indotto dal successo elettorale di Nupes, la coalizione guidata da Jean-Luc Mélenchon, lanciando un messaggio chiarissimo ai mercati finanziari. Nell’istante in cui le scelte politiche di un Paese dovessero virare rispetto alla linea definita a Bruxelles, la sua stabilità finanziaria sarà compromessa, e con quella la sua tenuta economica e sociale da un lato e la stabilità politica dall’altro. È un ricatto che discende direttamente dall’uso sapiente delle principali leve della politica monetaria da parte di una classe dirigente che è pronta a tutto per difendere gli interessi di pochi dalla rivendicazione di maggiore giustizia sociale gridata nelle urne dal popolo francese e riecheggiata in ogni angolo d’Europa in cui la popolazione soffre precarietà, disoccupazione e fratture sociali che, dopo la pandemia e con la guerra in casa, continuano ad allargarsi.
La BCE si muove, ma non è chiaro cosa farà
Questa mossa – sponsorizzata dai “falchi” dell’Europa del Nord per punire fra l’altro l’Italia, rea di fare concorrenza sleale con salari bassissimi pur essendo un paese core della Ue (non la Bulgaria, insomma) – aveva concorso largamente al crollo del borse continentali e soprattutto al crollo dei prezzi dei titoli di stato dei paesi Pigs.
Il che, come sanno gli addetti ai lavori, si traduce automaticamente in un “aumento dei rendimenti”, ossia delle cifre che gli stati devono pagare per gli interessi sul debito.
Ma data la struttura incompleta dell’Unione Europea – non c’è una politica fiscale comune, ma solo una politica di bilancio “controllata da Bruxelles”, oltre ad economie parecchio differenti tra loro – questo aumento è profondamente differenziato, con l’effetto paradossale per cui gli stati messi peggio sono anche quelli che devono sborsare di più, esposti come sono alla speculazione.
È questa quella che i media specializzati chiamano “frammentazione degli spread” e che, alla faccia della protervia dei “falchi”, rischia di diventare una delle cause di erosione della “tenuta unitaria” della UE. Se alcuni paesi – specie i più grandi, come appunto l’Italia – si ritrovano a rischio default sul debito pubblico (che non significa “impossibilità di pagare”, ma impossibilità di rifinanziare il debito in scadenza, rinnovandolo), neanche quelli presuntamente “virtuosi” potrebbero sentirsi al sicuro.
Da questa consavolezza è derivata la riunione straordinaria, ieri mattina e in teleconferenza, del Direttivo della Bce, che ha preso in considerazione i diversi strumenti di intervento possibile sul mercato per ridurre la “frammentazione degli spread al di sopra dei fondamentali”.
Quest’ultima è una formula di compromesso, naturalmente. Significa che i paesi con più debito pubblico dovranno comunque essere “puniti” sborsando di più per il servizio del debito, ma non illimitatamente – come tende a fare la normale speculazione dei mercati – bensì entro i limiti considerati “appropriati”, in relazione appunto ai “fondamentali” delle singole economie.
Altrettanto naturalmente, cosa sia “appropriato” dipende dall’atteggiamento dei “giudici”. Per i falchi della Bce questo limite allo spread è molto ampio, per le “colombe” è molto più ridotto.
Christine Lagarde comunque, dopo aver avallato la scelta disastrosa dello scorso fine settimana, ha avuto mano semi-libera nell’uso di uno strumento già a disposizione. Si tratta del PEPP, flessibile abbastanza per “preservare il funzionamento dei meccanismi di trasmissione della politica monetaria”.
In pratica si tratta di un fondo utilizzato a piene mani durante la pandemia, che ha comportato acquisti di titoli di stato da parte della Bce, un po’ di tutti i paesi dell’eurozona. Al momento, ha raggiunto un portafoglio titoli da 1.700 miliardi circa, con una quota di titoli italiani attorno ai 280 miliardi, contro i 412 miliardi di titoli tedeschi (notare la differenza a favore dei ben più apprezzati titoli di Berlino, che si è tradotta per anni nella possibilità di rifinanziare il proprio debito a gratis, anzi, guadagnandoci qualcosa in virtù dei tassi di interesse negativi).
In teoria, ogni titolo decennale tedesco in scadenza – con restituzione quindi del capitale – potrebbe/dovrebbe essere reinvestito in Btp italiani, Bonos spagnoli et similia. Questo farebbe salire il prezzo di questi titoli di stato e quindi ridurre il “rendimento”, ovvero la cifra da sborsare per gli stati interessati.
Fuori dai tecnicismi, si tratta di un meccanismo che conserva alcuni meccanismi del quantitative easing, ma soltanto a favore degli stati con maggiore debito pubblico e spread tendenzialmente più alto.
Ma non senza condizioni...
Infatti la Bce sta considerando anche l’uso degli Omt (operazioni monetarie definitive), altro strumento inventato da Mario Draghi quasi 10 anni fa, ma mai utilizzato per nessun paese. Perché prevedeva come condizione la richiesta di aiuto al MES da parte dello Stato colpito dalla speculazione.
In pratica, uno stato poteva essere “protetto” dai mercati solo se si metteva completamente nelle mani del Mes (diretto da un “falco” tedesco, peraltro). Il che, nelle condizioni attuali (inflazione da offerta e causa guerra, non certo per politiche di bilancio di “manica larga”) risulta effettivamente fuori bersaglio.
Sarà un caso – non lo è – ma proprio nelle ore in cui la Bce si riuniva e il trio Macron-Draghi-Scholz preparava i bagagli per la visita a Kiev, Mosca riduceva le forniture di gas a Berlino (-40%) e Roma (-15%). Il prezzo del gas internazionale è immediatamente schizzato verso l’alto, a dimostrazione del fatto che questa inflazione non è affrontabile con la manovra sui tassi di interesse (c’è arrivato persino Giavazzi...).
Di fatto, però, pur indicando la necessità di trovare uno “strumento anti-frammentazione degli spread”, la Bce non lo ha ancora trovato, o per lo meno non lo ha indicato esplicitamente. Si è limitata ad incaricare i propri “uffici tecnici” di studiarne alcuni, con la dovuta calma. Il che comporta il forte rischio che “i mercati” provino a vedere se la Banca centrale bluffa oppure no.
Per il momento verrà usato il PEPP, sperando che basti (non è detto che la tempistica dei titoli migliori in scadenza coincida con la necessità di acquistare quelli più “junk”).
I mercati per un giorno hanno apprezzato, nei prossimi si vedrà...
E intanto la Federal Reserve spara un rialzo dei tassi dello 0,75%, il più alto da un quarto di secolo. A dimostrazione del fatto che affrontare problemi nuovi con l’ideologia monetarista anni ’80 è fare come gli sciamani che impongono sacrifici umani contro la siccità...
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13/06/2022
Fuga dall'Euro?
Non basta aumentare i tassi, se rimangono le incertezze sui debiti pubblici
La BCE ha deluso i mercati: basta vedere l'andamento del cambio euro/dollaro del 9 giugno: poco prima del Comunicato del Consiglio, alle 14,30, aveva raggiunto quota 1,076 in risalita rispetto al livello di 1,069 delle ore 10. Alle 21:30 era precipitato a 1,061. Rispetto ad un anno fa, a giugno 2021, quando il cambio era a 1,21 c'era stato un crollo, e la ripresa rispetto al minimo di 1,04 registrato ai primi di maggio scorso dipendeva dalle attese che si stavano consolidando circa le iniziative volte a tutelare la stabilità dei debiti pubblici.
Attese che sono andate deluse.
Non è uscito fuori niente più di quanto non fosse scontato, sia la conclusione al 1° luglio prossimo del APP, il nome tecnico con cui si definisce il Qe, che l'aumento di un quarto di punto a luglio del tasso di riferimento principale, che sarà seguito a settembre da un altro aumento.
Sia nel Comunicato che nella conferenza stampa ci sono accenni vaghi sugli interventi che potranno essere assunti nel caso di frammentazione finanziaria e di mancata trasmissione delle decisioni di politica monetaria, senza anticipare né i livelli, né le soglie di divaricazione degli spread che daranno vita ad interventi sul mercato per evitare ulteriori tensioni.
Per di più, l'armamentario disponibile è limitato alle sole risorse del PEPP, che verranno reinvestite alla scadenza dei titoli in portafoglio, modulando gli interventi per tipologie di attività e per Paesi a seconda delle necessità.
In pratica, la BCE ha detto che non userà il "bazooka", che non immetterà altra liquidità per comprare i titoli di Stato che dovessero mostrare andamenti eccessivamente alti di spread, derivanti dalle vendite sul mercato secondario. Effettuerà una sorta di swap, offrendo in vendita i titoli di migliore qualità e dunque quelli con i tassi più moderati (come i Bund tedeschi) per acquistare quelli di qualità inferiore e con i rendimenti troppo elevati (come i BTP italiani).
Il motivo della insoddisfazione è chiaro: i rendimenti dei Bund a 10 anni sono oggi ad un livello sideralmente più basso rispetto ai corrispondenti titoli del Tesoro statunitense: sia in termini nominali, ma soprattutto in termini reali, non vale assolutamente la pena acquistarli.
Al contrario, i titoli di Stato italiani, pur tenendo conto del rischio implicato, hanno almeno un rendimento nominale accettabile.
E quindi si è arrivati al paradosso: la decisione della BCE ha determinato sia un aumento dello spread dei titoli italiani rispetto a quelli tedeschi che una flessione del cambio dell'euro sul dollaro.
In pratica, i mercati hanno dimostrato di non fidarsi né della tenuta dei titoli italiani né del vantaggio degli investimenti in euro rispetto a quelli in dollari.
Di fronte ad una forte inflazione da costi all'importazione da mercati esteri, l'aumento dei tassi di interesse serve solo a ridurre la tosatura dei risparmi. E' ovvio, infatti, che gli attuali tassi reali negativi favoriscono il debitore a danno del creditore: ma in una situazione post-crisi pandemica, quale stiamo vivendo, e con tutte le incertezze derivanti dalla guerra in Ucraina, decidere solo un aumento dei tassi può scoraggiare definitivamente le imprese e le famiglie, già taglieggiate nei costi e nei redditi dagli aumenti dei prezzi.
I mercati non si sentono sicuri: si attendevano invece una posizione forte sulla stabilità dei Paesi che hanno i debiti pubblici più elevati e sui tassi di interesse considerati sostenibili.
Fonte
11/06/2022
Niente più droga monetaria, e i mercati impazziscono
Di fatto, Christine Lagarde e il board di Francoforte hanno deciso di seguire la Federal Reserve statunitense sulla via della “lotta all’inflazione”, che si attesta ormai all’8% sia negli Usa che in Europa. Questo significa la fine del quantitative easing (soldi stampati dalle banche centrale per inondare proprio i mercati finanziari e impedire il loro crollo; una pratica che dura dallo scoppio della crisi del 2008).
Al contrario, la Bce dovrebbe cominciare a vendere i titoli precedentemente acquistati, contribuendo così alla caduta del loro prezzo.
E qui sta la prima differenza, dal punto di vista degli effetti, rispetto alla politica monetaria Usa. Lì infatti, essendo un solo stato federale, i titoli di stato sono emessi dal dipartimento del Tesoro di Washington, senza differenziazioni interne. Qui nell’Unione Europea, invece, ogni “vendita” cade in misura disomogenea sui titoli emessi da ben 27 Stati diversi.
E sappiamo ormai tutti benissimo che la caduta di prezzo è relativamente bassa per i titoli dei paesi con poco debito pubblico (ritenuti più “sani”) e progressivamente più alta per quelli di paesi con alto debito, tra cui l’Italia.
È lo spread, bellezza, che torna a mordere come ai vecchi tempi nonostante che a Palazzo Chigi sia insediato l’ex presidente della Bce, Mario Draghi, che fu proprio l’inventore del quantitative easing. Non c’è più gratitudine, signora mia...
Abbiamo già visto che questa inflazione è relativamente indifferente al livello dei tassi di interesse, perché causata da uno shock da offerta, ovvero l’aumento dei prezzi degli idrocarburi e di diverse materie prime, anche alimentari (il grano, in primis), per la guerra in Ucraina, le sanzioni contro la Russia e altri paesi (limitando così le fonti di fornitura), la siccità in molti paesi produttori, i lunghi lockdown che hanno reso introvabili alcuni componenti, ecc.
Ma comunque l’aumento dei tassi va a incidere sui prestiti all’economia reale, sui mutui, le vendite al consumo, i salari (se non agganciati all’inflazione), sugli stessi titoli di stato, specie quelli a rendimento fisso e non inflation linked.
Dinamiche che svuotano le tasche di lavoratori e piccoli risparmiatori, gonfiando al tempo stesso le tasche di chi può muovere miliardi, invece che spiccioli, e che dunque può comportarsi come un market mover: provocare i movimenti che tornano a proprio vantaggio. Tipo far crollare le quotazioni di alcune azioni e obbligazioni per poi acquistarle a prezzi stracciati. Magari con il meccanismo delle “vendite allo scoperto” (con cui si vendono titoli che non si hanno ma che ci si fa “prestare”).
I mercati hanno così decisamente interpretato come mosse da “falco” quelle della Banca centrale europea: fine dal primo luglio del piano di acquisti, rialzo di 0,25 punti a giugno, poi un successivo ritocco a settembre, ancora da definire ma che potrebbe anche essere di mezzo punto percentuale.
Oltre settembre la Bce è incline a intraprendere un percorso più graduale, meno aggressivo di quello della Fed, ma comunque considerato pericoloso dai mercati, che decisamente non hanno gradito lo scudo antispread solo parziale annunciato a salvaguardia dei Paesi più indebitati, come dimostra il rendimento del decennale italiano, volato al 3,72%, il valore più altro dal 2014.
Intanto l’inflazione, come ampiamente previsto, continua a crescere, indifferente alle politiche monetari pensate per domarla.
Gli apprendisti stregoni della finanza hanno creato un mostro (trasformando la finanza da un “servizio utile” in un “settore industriale indipendente”). E il rischio serio è che ora ne verremo tutti divorati nella “grande correzione” di valori gonfiati dalle iniezioni di liquidità praticate per un decennio.
In piena guerra, per di più...
Fonte
28/05/2022
Zero spread
Sono davvero dei sonnambuli, a Bruxelles e a Francoforte: pur sapendo di andare incontro ad un precipizio, hanno paura di aprire gli occhi.
La situazione è drammatica, e se sfugge di mano non basteranno né il MES, il Fondo Salva Stati, né gli interventi disperati della BCE con l'OMT, l'acquisto illimitato di titoli di Stato quando non vi sia più accesso ai mercati in condizioni di sostenibilità finanziaria: l'euro andrebbe in frantumi. L'Unione Europea, pure, evaporerebbe.
Bisogna trovare un meccanismo idoneo a bloccare gli spread sui debiti pubblici, decidendo subito, visto che la BCE ha già deciso di chiudere l'ombrello della liquidità e che la Commissione ha ripreso ad agitare il bastone.
Da una parte, infatti, i debiti pubblici negli scorsi due anni sono cresciuti a dismisura per le misure volte a contrastare l'emergenza pandemica e poi sono stati imbottiti, soprattutto in Italia, di nuovi impegni di spesa per finanziare il PNRR. Dall'altra, la BCE ha già dichiarato concluso il programma di emergenza PEPP e si appresta ad alzare i tassi di interesse.
Per l'Italia si prospettano tempi duri: il costo del finanziamento del debito pubblico salirà e sarà ancora più difficile rispettare gli obiettivi di riduzione del rapporto debito/PIL.
Paradossalmente, solo l'inflazione ci verrebbe incontro: essendo un parametro basato su grandezze nominali, in euro correnti, l'aumento dei prezzi andrebbe a gonfiare artificialmente il PIL e dunque il rapporto migliorerebbe.
Se i tassi non salissero affatto rispetto ai livelli attuali, ci troveremmo nel paradosso di essere in una situazione di stagnazione o anche di contrazione del PIL reale, cioè in recessione, con una inflazione che taglieggia comunque i redditi, e con tassi di interesse che non remunerano il capitale investito: una situazione in cui perdono tutti.
Ma con la libertà di movimento dei capitali, è difficile fermare i disinvestimenti e dunque le vendite dei titoli che rendono troppo poco: lo spread, che è misurato sul mercato secondario, salirebbe comunque. E quindi, al momento delle emissioni per il rinnovo del debito in scadenza, sarebbe gioco forza adeguarvisi.
Quale che sia la decisione della BCE in materia di tassi, le prospettive sono queste.
C'è una incognita, però: se i costi del servizio del debito, e quindi i tassi di interesse, crescono in modo troppo rapido come è successo negli anni Ottanta, in questo caso i debiti pubblici crescono ad una velocità superiore anche a quella del PIL nominale, e quindi il rapporto debito/ PIL peggiora. La situazione sfuggirebbe di mano rapidamente.
C'è un altro aspetto da considerare: poiché si tratta di inflazione importata, come successe con la seconda crisi petrolifera degli anni Ottanta, una stretta monetaria non avrebbe altro effetto se non quello di far piantare l'economia.
Questo è il dilemma per tutti: Commissione europea, BCE, governi, investitori.
A Bruxelles fanno i cerchiobottisti: mentre hanno rinviato di un altro anno ancora l'operatività del Fiscal Compact, la Commissione ha mandato segnali di forte preoccupazione per la situazione italiana: ripete il solito mantra delle riforme, liberalizzazioni e fisco, mentre ha tolto il piede dall'acceleratore per la giustizia e le pensioni. Fanno politica pure loro, visto che sono temi divisivi dal punto di vista istituzionale e sociale.
Il catenaccio sull'Italia è stato chiuso a tripla mandata: se non fa le riforme concordate non ottiene i fondi per gli investimenti programmati con il PNRR; e se non ottiene questi fondi per investimenti l'economia va subito in recessione.
Le spese per investimenti iscritte nel bilancio dello Stato sono infatti prevalentemente finanziate dal NGUE, i 209 miliardi di fondi europei legati all'attuazione del PNRR attraverso l'erogazione di prestiti condizionati alla attuazione delle riforme.
Niente scostamenti ulteriori di bilancio, dunque, cioè niente maggiori deficit per affrontare le sempre nuove emergenze, controllo ferreo della spesa corrente che ha ripreso a crescere, impegno a ridurre il debito.
Non possiamo andare avanti ad occhi chiusi: nella misura in cui si rispettano i vincoli europei, quali che essi siano ed anche se non ci piacciono affatto, abbiamo tutto il diritto a pretendere una garanzia di protezione rispetto alle ubbie dei Mercati ed alle tempeste finanziarie che hanno origini ed obiettivi spesso oscuri.
Fonte
13/01/2022
Lo spread, da “minaccia automatica” a generatore di caos
Tra tutte, e non è paradossale, la più “anomala” è la Banca centrale europea (Bce), che gestisce la moneta comune di 19 paesi membri dell’Unione Europea. Ma non di tutti (restano ancora fuori Polonia, Repubblica Ceca, Croazia, Ungheria, Romania, Svezia, Danimarca).
In questo ruolo la Bce dovrebbe assicurare la “convergenza finanziaria” tra i paesi aderenti, altrimenti le differenze nazionali (quanto a crescita, sistemi fiscali, esigenze dei bilanci nazionali, ecc.) renderebbero sempre instabile l’euro.
Come si vede, qui non stiamo parlando di criteri di “giustizia” sociale o redistributiva, ma semplicemente dei meccanismi di funzionamento di una moneta che ha assunto un grande ruolo sui mercati internazionali. Meglio ancora, si parla della sua “missione” nella costruzione dello spazio comune, che va al di là di quanto previsto dallo stesso statuto della Bce (la stabilità della moneta tramite la lotta all’inflazione, e basta).
In una articolata analisi dei ruoli “strategici” delle varie banche centrali, Guido Salerno Aletta – su TeleBorsa, questa volta – fotografa la principale anomalia della Bce rispetto al suo ruolo strategico: gestire una moneta significa avere un tasso di interesse su tutta l’area sottoposta alla sua gestione. Ma “il fatto è che i tassi di interesse nazionali non sono affatto determinati dalla BCE, ma dall’andamento dei titoli di Stato quotati sul mercato.”
Questa differenza è il famoso spread tra i rendimenti dei titoli di stato del paese più forte – la Germania – e quelli di tutti gli altri paesi, secondo una classifica e valori che variano di fatto ogni giorno. “Anche se la BCE presta il denaro a tutte le Banche al medesimo prezzo, queste operano poi secondo il ‘rischio-Paese’ di ciascuna”.
Mentre Usa, Giappone, Gran Bretagna sono aree omogenee dal punto di vista finanziario e monetario (stessi tassi di interesse dappertutto, anche esistono ovviamente aree disomogenee dal punto di vista dello sviluppo), nell’Eurozona ogni paese è virtualmente solo davanti alle forze dei “mercati finanziari”, non potendo – vincolato com’è ad una moneta che non gestisce direttamente – agire reattivamente sul cambio o sulla quantità di moneta per far fronte alla speculazione.
Il “prestatore di ultima istanza” – la Bce – è quotidianamente indifferente al destino dei singoli paesi, anzi usa il proprio potere per condizionarne le scelte. Intervenendo infine a “difesa” solo quando e se il possibile default di uno o più paesi viene considerato “problema sistemico” in grado di mettere a rischio la moneta comune.
Qui, naturalmente, c’è un giudizio molto critico, dal punto di vista della politica monetaria in regime capitalistico, sull’operato della Bce – compreso soprattutto il periodo di Mario Draghi presidente – e sui meccanismi del quantitative easing che dura ormai da quasi 10 anni.
“La BCE sarebbe dovuta intervenire selettivamente, per evitare che i titoli pubblici dei Paesi che facevano i ‘compiti a casa’ come la Grecia, la Spagna e l’Italia venissero massacrati” dai mercati“.
Avrebbe probabilmente “stampato” assai meno moneta di quanto non sia avvenuto, con i gravi effetti che si sono poi registrati (tassi di interesse reali sottozero, fuga verso il dollaro di quella stessa massa monetaria creata da Francoforte, nessuna ricaduta positiva sull’economia reale, asset inflation dei titoli azionari, ecc.).
Insomma, “bisognava solo limare gli spread ingiustificati”, favorendo così la “convergenza finanziaria” tra i paesi dell’Eurozona.
Ovvio che “il massacro” dei paesi euro-mediterranei ha comportato invece benefici per altre economie interne all’Unione, che hanno potuto così agevolmente impossessarsi di asset pubblici svenduti per cercare di limare il debito pubblico (tutte le infrastrutture della Grecia: porti, aeroporti, centrali elettriche, autostrade), senza peraltro riuscirci.
Oppure per ridisegnare le filiere produttive, rendendo “contoterzisti” numerosi distretti industriali locali (il Nordest italiano al servizio dell’industria tedesca, per esempio).
Ora la risalita rapida dell’inflazione, cui gli Usa reagiscono immediatamente stoppando il loro quantitative easing e programmando invece diversi aumenti dei tassi di interesse, mette la Bce in un angolo da cui, per uscirne, dovrà inventarsi l’ennesimo “intervento non convenzionale”. Ma senza aver fatto alcun passo avanti verso la “convergenza finanziaria” e dunque con la solita, enorme, esposizione alla speculazione dei “mercati”.
L’illusione che il “pilota automatico” fosse la soluzione a tutti i problemi sta finendo in frantumi. E siccome i “piloti umani” sembrano ora a corto di idee, sarà bene allacciare le cinture e predisporsi a una stagione di conflitti aspri. E “non convenzionali”...
Buona lettura.
“Zero spread” per evitare il caos
Guido Salerno Aletta * – Agenzia Teleborsa
Le Banche Centrali hanno compiti strategici che vanno molto al di là del loro compito formale, sostanzialmente analogo, che riguarda la stabilità della moneta e la ricerca della massima occupazione:
– la FED americana deve assicurare la primazia globale del dollaro e di Wall Street;
– la Bank of England deve proteggere il ruolo della City di Londra;
– la Bank of Japan deve assicurare il funzionamento di un modello socioeconomico assolutamente unico al mondo;
– la Banca Centrale Europea deve assicurare la convergenza finanziaria tra i Paesi aderenti: è questo il presupposto indispensabile per assicurare la stabilità della moneta unica.
È un momento assai delicato quello che stiamo vivendo: i segnali di accelerazione dell’inflazione, congiunti alla forte ripresa dell’economia americana, hanno già indotto la FED a pianificare una riduzione progressiva del Qe e fino a quattro aumenti dei tassi di interesse nel corso del 2022: il rialzo sui titoli di Stato americani comporta una loro più forte attrattiva come global safe asset ed un rafforzamento del dollaro.
In pratica, anche se gli USA sono il più grande debitore mondiale, con una posizione finanziaria netta negativa per oltre 16 mila miliardi di dollari alla fine del terzo trimestre dello scorso anno e con un nuovo record del deficit commerciale che ha raggiunto i 785 miliardi di dollari nei primi undici mesi del 2021, la loro crescita è ancora percepita come inarrestabile ed attira gli investitori sia sui titoli federali, riducendo la stretta sui tassi di interesse che è stata determinata dalla immissione di liquidità.
La funzione strategica della FED è dunque ulteriore rispetto alle previsioni statutarie e legislative, in base alle quali deve ricercare la maggior crescita economica e dell’occupazione che sono possibili in condizioni di stabilità monetaria: da una parte il ruolo del dollaro come moneta di riserva globale e quale strumento fondamentale per le transazioni economiche e finanziarie, e dall’altra la necessità di mantenere forte l’attrattività del debito federale americano e degli strumenti quotati a Wall Street, rappresentano la Stella Polare da cui la FED non può mai discostarsi.
Una missione strategica guida la FED in ogni sua decisione: mantenere elevata la forza del dollaro come strumento geopolitico. Tutti devono fare dunque i conti con le decisioni della FED, preparandosi ad un rialzo globale dei tassi di interesse.
La missione della Bank of Japan (BoJ) è diversa. Da anni il Giappone si trova di fronte ad una inarrestabile caduta dei prezzi: l’aumento della produttività viene scaricato sui prezzi, rendendo le merci giapponesi sempre più competitive sui mercati internazionali.
È un modello economico che funziona in modo assai diverso da quello convenzionale: i lavoratori non chiedono aumenti salariali perché la loro remunerazione aumenta in termini reali per via della diminuzione continua dei prezzi al consumo.
Di converso, c’è il tema del reimpiego dell’attivo commerciale strutturale, una massa di risorse che affluisce in Giappone e che viene utilizzata per mantenere in equilibrio questo sistema sotto un duplice profilo: bisogna evitare che lo Yen si rivaluti sul dollaro, perché altrimenti si ridurrebbe il vantaggio commerciale di prezzo; occorre evitare che si formino tensioni speculative sugli asset azionari o immobiliari come accadde con la bolla del Nikkei.
Una parte consistente dell’avanzo commerciale giapponese viene dunque usato per investire in titoli del Tesoro americano; i Giapponesi danno a prestito agli USA una parte degli stessi dollari con cui gli USA hanno pagato le loro importazioni dal Giappone. In pratica, evitano che gli USA stampino altri dollari da parte della FED e lucrano sugli interessi pagati dai Treasury Bond.
Un’altra parte di questo attivo commerciale viene utilizzata per finanziare il debito pubblico, arrivato a livelli stratosferici, oltre il 260% del PIL: è la stessa BoJ che si fa carico di assorbire comunque le emissioni, avendo come obiettivo quello di mantenere il “tasso zero a dieci anni”.
Il Tesoro giapponese non ha dunque nessun onere di bilancio, finanziandosi a tasso zero. I cittadini giapponesi vedono aumentare il valore reale dei loro depositi bancari, visto che il livello dei prezzi al consumo tende a diminuire, non hanno bisogno di ottenere una remunerazione sui loro conti.
Le imprese ed i cittadini sono tutti ben felici perché non bisogna finanziare con nuove tasse le spese pubbliche per investimenti.
È un sistema tanto apparentemente incomprensibile quanto funzionale: la BoJ ed il governo hanno ormai rinunciato a combattere la deflazione, ma anzi la usano come strumento di competitività commerciale internazionale. Il debito pubblico viene finanziato con una quota del surplus commerciale e quindi non sottrae risorse al risparmio interno; non determina costi per il bilancio essendo a tasso zero e quindi non è finanziato con nuove tasse; contribuisce alla crescita della produttività.
È un sistema completamente diverso da quello statunitense: lo Yen sta a rimorchio del dollaro e non sono gli alti rendimenti sul debito pubblico ad attrarre gli investitori.
Diverso ancora è l’assetto della Gran Bretagna. Soppiantata dal dollaro da quasi un secolo, la sterlina non è più la regina delle monete, ma la Banca d’Inghilterra (BoE) non se ne rammarica più di tanto: non deve neppure preoccuparsi di difenderla dalla speculazione, perché la City opera con tutte le valute del mondo ad esclusione della sterlina.
La BoE opera dunque in modo tale che la sterlina sia funzionale alla economia britannica. Il suo compito è proteggere la City come centro finanziario globale, senza coinvolgere la sterlina. I capitali affluiscono alla City a prescindere dalla forza o dalla debolezza della sterlina: è un perfetto disaccoppiamento.
Diversamente da Wall Street, che è piazza globale di quotazione e di trading, la City non ha alcun bisogno né della BoE né della Sterlina per continuare a svolgere i suoi lucrosi affari.
La questione della Banca centrale Europea (BCE) è ancora diversa. Nel Trattato e nello Statuto, è previsto come unico compito quello di assicurare la stabilità della moneta: la crescita economica è considerata solo come obiettivo secondario.
Essendo l’Euro la moneta unica di più Stati, la BCE si trova al vertice del Sistema delle Banche Centrali Nazionali (SBCN) che fanno riferimento ad assetti economici enormemente diversi tra loro: non c’è paragone possibile tra la Germania e Cipro o tra l’Irlanda e l’Austria. Avere una moneta stabile significa tenere sotto controllo la liquidità, il credito ed i tassi di interesse. Il compito strategico della BCE è assicurare la convergenza nell’Eurozona.
Il fatto è che i tassi di interesse nazionali non sono affatto determinati dalla BCE, ma dall’andamento dei titoli di Stato quotati sul mercato. E i tassi di interesse sui titoli pubblici dipendono dal rating dei rispettivi Stati: dal migliore attribuito alla Germania al peggiore attribuito alla Grecia, passando per l’Italia. E le imprese pagano interessi commisurati al rating dello Stato in cui lavorano: anche se la BCE presta il denaro a tutte le Banche al medesimo prezzo, queste operano poi secondo il “rischio-Paese” di ciascuna.
In pratica, a vent’anni dalla introduzione dell’Euro, ogni paese europeo paga tassi diversi a seconda delle proprie condizioni economiche e finanziarie. L’Italia, anche come imprese, è sempre stata penalizzata a causa dell’alto debito pubblico.
È inimmaginabile avere un’area economica e finanziaria stabile quando i tassi di interesse sono così diversi e soprattutto quando, sotto il vento sferzante della speculazione, la BCE alza le mani in alto affermando che può intervenire con il programma OTM solo dopo un “atto di sottomissione” del Governo e la accettazione delle condizioni draconiane imposte dalla Commissione europea.
L’Eurozona è quindi l’unica area del mondo in cui la speculazione ha uno spazio libero e garantito per massacrare gli Stati.
Le operazioni di Qe, di acquisto di titoli del debito pubblico sul mercato secondario (PSPP) che sono state adottate a partire dal 2013, come quelle in corso con il PEPP, sono maldestre, perché vengono effettuate sulla base di un astratto principio di neutralità: i titoli sono stati comprati in proporzione alla partecipazione delle singole Banche Centrali Nazionali al capitale della BCE. In pratica in proporzione al PIL di ciascun Paese aderente all’Eurozona.
Si affermava, per giustificare il Qe, che l’obiettivo era quello di assicurare la stabilità della moneta (che corrisponde ad un livello di inflazione vicino ma non superiore al 2% annuo): in realtà si trattava di contrastare la deflazione che derivava dalla politica fiscale enormemente restrittiva. E, ciononostante, la speculazione continuava ad imperversare.
La BCE sarebbe dovuta intervenire selettivamente, per evitare che i titoli pubblici dei Paesi che facevano i “compiti a casa” come la Grecia, la Spagna e l’Italia venissero massacrati.
Comprando tutti i titoli indistintamente, il livello generale dei tassi è precipitato sotto lo zero, soprattutto per i titoli più solidi come i Bund.
Bisognava solo limare gli spread ingiustificati: l’effetto dei tassi negativi è stato devastante, perché gli investitori si sono visti tosati di quote del loro capitale, finanziando loro i prenditori.
Il sistema bancario europeo ha cominciato ad azzerare i tassi sui depositi e ad avere difficoltà a mantenere intatto il loro valore nominale, visto che tutti gli impieghi istituzionali e gli stessi depositi ulteriori rispetto alla riserve obbligatorie presso la BCE avevano ormai un tasso negativo.
E la liquidità in Euro immessa dalla BCE ha preso spesso la via del dollaro.
Ora che la FED ha deciso per una politica monetaria più restrittiva, la BCE è nel panico. Se ne segue l’indirizzo senza adottare altri accorgimenti, schizzerebbe in modo incontrollabile l’aumento degli spread sui debiti pubblici europei, che già ora si manifesta in modo generalizzato, con quello dei BTP italiani stabilmente ormai su quota 130/140 punti base rispetto ai 90 dello scorso inverno.
Occorre che la BCE cambi radicalmente metodi e si attenga al suo unico vero obiettivo strategico, rappresentato dalla convergenza delle condizioni finanziarie nell’Eurozona: la stabilità della moneta unica si fonda sulla convergenza dei tassi di interesse, a cominciare da quelli sui titoli di Stato.
Quelli sui Bund devono salire molto più velocemente di quelli sui BTP, perché il rendimento reale dei primi (-5/6%) è già da troppo tempo eccessivamente penalizzante.
Se i tassi di interesse dei titoli tedeschi ed italiani crescessero in parallelo, o peggio se quelli italiani dovessero crescere ancor più velocemente di quelli tedeschi per via del più alto rapporto debito/PIL, si rischia la catastrofe.
Le ipotesi di sterilizzare il “debito pandemico” detenuto dalla BCE e dalla singole Banche centrali girandoli al MES è complessa, costosa e richiede anni. La riforma del Fiscal Compact non vedrà la luce prima di un anno almeno.
Le prediche bruxellesi sulle virtù salvifiche del NGUE, così come le promesse romane del PNRR non incantano i mercati, già pronti a mordere.
La BCE deve assicurare la stabilità della moneta unica, ma questa è impossibile senza la convergenza tra le economie dell’Eurozona. Dopo le decisioni della FED, senza la convergenza sui tassi di interesse sui debiti pubblici nell’Eurozona, c’è il caos sui mercati ed il pericolo di un collasso dell’euro.
A Francoforte si sveglino, prima che sia troppo tardi:
- abbandonino la follia dei tassi negativi che sta distruggendo le banche e tosando gli investitori, sempre più invogliati ad abbandonare l’Euro per il dollaro;
- comprino e vendano titoli di Stato in modo differenziato al fine di rendere omogenei e stabili i tassi di interesse, ad un livello sostenibile per l’intera Eurozona.
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24/03/2020
Covidbond: il feticcio dell’Europa solidale
Al di là delle sfumature, per Covidbond si intende un prestito concesso dalle istituzioni europee ai Paesi membri colpiti dalla pandemia, finalizzato a finanziare le spese sanitarie necessarie a fronteggiare la diffusione del virus, nonché a rilanciare l’economia dopo lo shock. Le caratteristiche fondamentali di questo strumento, secondo i proponenti, sono due. Da un lato, dovrebbe essere destinato a tutti i Paesi membri: la pandemia ha colpito tutti, dunque esiste un problema comune che imporrebbe una risposta europea. Dall’altro, e proprio perché il prestito è immaginato per tutti i Paesi, dovrebbe derogare alla principale regola europea sulla concessione di aiuti finanziari, cioè alla condizionalità: se fino a ieri l’Unione Europea ha prestato denaro a Paesi in crisi solo subordinatamente all’impegno nell’attuazione dell’austerità, oggi, con i Covidbond, dovrebbe concedere un prestito sostanzialmente incondizionato per far fronte ad un’emergenza sanitaria comune. Le uniche condizioni del prestito sarebbero legate all’esigenza di dimostrare che i fondi ricevuti da ciascun Paese siano stati effettivamente impiegati per combattere la pandemia. La proposta dei Covidbond dovrebbe costituire la plastica rappresentazione dell’idea di un’Unione Europea solidale, che nell’emergenza ritrova la coesione perduta. Tale rappresentazione, però, è ingannevole. Il Covidbond non rappresenta altro che un feticcio, che fornisce l’immagine ribaltata della realtà, alimentando l’illusione di una “Europa dei popoli”, unita e solidale, proprio mentre il dispositivo disciplinante dell’austerità si accinge ad imporre ai popoli piegati dalla pandemia il ricatto del debito.
Il feticcio può essere decostruito a partire dalle sue premesse, che ad uno sguardo attento si rivelano infondate. È senz’altro vero che i Paesi europei hanno, in questi giorni drammatici, un problema comune, un’emergenza sanitaria che colpisce italiani e tedeschi, olandesi e greci. L’inganno si annida nel passaggio logico immediatamente successivo: non è affatto vero, cioè, che a questo comune problema sanitario corrisponda il comune bisogno di un prestito europeo. La proposta dei Covidbond poggia sulla falsa premessa, un mantra per chi sogna l’Europa dei popoli, che siamo tutti sulla stessa barca: se è vero che tutti i Paesi europei soffrono la pandemia, non è vero che tutti soffrono la scarsità di fondi. Dal punto di vista finanziario, insomma, non siamo affatto sulla stessa barca. Per capirlo basta guardare alla Germania, un Paese che sta discutendo una manovra finanziaria di emergenza da almeno 150 miliardi di euro, contro i 25 faticosamente messi in campo dall’Italia, epicentro della pandemia. Il feticcio serve a proiettare l’immagine capovolta dell’Unione Europea: dietro allo spirito di solidarietà incarnato dalla proposta di Covidbond si nasconde un’Europa divisa tra Paesi centrali, che governano le leve della politica economica, e Paesi periferici, sottoposti al ricatto del debito per aggiogare le proprie economie al dominio dei grandi capitali transeuropei. Dietro all’illusione della coesione europea si annida il dato di realtà dello spread, un “divario”, per l’appunto, la differenza nel costo del debito pubblico che è imposta alla periferia europea non solo tramite l’architettura istituzionale dell’Unione Europea, ma anche attraverso le scelte dell’autorità monetaria.
Proprio l’evoluzione dello spread negli ultimi giorni ci aiuta a capire quali siano le spiegazioni di queste scelte e ci mostra limpidamente l’infondatezza della proposta di Covidbond. Davanti alla crisi sanitaria, l’Italia ha dovuto aumentare il ricorso al debito pubblico per circa 20 miliardi di euro. Quando si è affacciata sui mercati finanziari, per contrarre quel debito, ha ricevuto l’accoglienza che chiunque di noi riceverebbe a casa dell’usuraio: maggiore è il bisogno del denaro, maggiore la drammaticità della situazione, e maggiore sarà il costo del prestito, il tasso di interesse che il creditore pretende. L’Italia ha visto crescere lo spread: era pari a circa 100 punti prima della pandemia, è schizzato a oltre 300 all’esplodere dell’emergenza (complice l’ormai tristemente nota dichiarazione della governatrice della BCE, Christine Lagarde) e poi si è attestato comunque a 200 punti, anche dopo che la BCE ha messo in campo tutta la sua forza, una forza che evidentemente usa, discrezionalmente, per gestire gli spread, mai per contrastarli. L’Italia, dunque, non può procedere in autonomia, finanziando gli interventi necessari a contrastare l’epidemia sui mercati, perché si esporrebbe agli attacchi speculativi che l’autorità monetaria ha solo rallentato, ma non sembra disposta a contrastare realmente. L’Italia, in altri termini, avrebbe un gran bisogno di quel prestito europeo incondizionato, dei Covidbond. Ma lo spread al 2% ci dice di più, ci dice che la Germania non ha affatto bisogno di quel prestito. Perché se i nostri titoli di Stato decennali ci costano circa l’1,7% di interessi, quello spread indica chiaramente che i corrispondenti titoli di Stato tedeschi registrano tassi di interesse negativi. La Germania, insomma, può indebitarsi oggi per i 150 miliardi di euro che le servono a fronteggiare la crisi, e dovrà restituire tra dieci anni meno di 150 miliardi di euro: tassi di interesse negativi significano infatti che il creditore è addirittura disposto a pagare il debitore, pur di garantire al proprio denaro un impiego sicuro e privo di rischi.
Lo spread, in conclusione, è la dura realtà che fa svanire le illusioni europeiste. La Germania si accinge a raccogliere sui mercati tutto il denaro di cui ha bisogno per fronteggiare la pandemia; può farlo perché l’architettura istituzionale dell’Unione Europea garantisce ai Paesi centrali, e solo ai Paesi centrali, lo scudo contro ogni speculazione. Essi possono indebitarsi a costi calmierati, oggi addirittura negativi, e dunque non hanno alcun bisogno di un prestito da parte delle istituzioni europee: se la cavano benissimo da soli. Pertanto, l’esigenza di un prestito esterno, di risorse finanziarie messe a disposizione a costi non proibitivi, insomma il bisogno dei Covidbond è un’esigenza tutt’altro che comune, e riguarda solamente i Paesi periferici. Per questo i Covidbond sono solo un feticcio, utile ad alimentare l’illusione che l’Unione Europea possa in qualche maniera esserci d’aiuto. Sono solo un feticcio perché la Germania, e con lei il blocco dei Paesi centrali, ha già intrapreso un’altra strada per rispondere all’epidemia. Cade la premessa dei Covidbond, pensati per supportare tutti, e con essa viene meno l’idea che l’Unione Europea possa concedere prestiti incondizionati. Detto in altri termini, i Covidbond, così come li abbiamo descritti (concessi senza condizioni), molto probabilmente non si faranno mai, se non per importi risibili. Si profila, invece, uno scenario a noi già noto, in cui i Paesi periferici, solo i Paesi periferici, dovranno chiedere aiuto alle istituzioni europee, ma in cambio di cosa? La risposta, purtroppo, è sempre la stessa. In cambio degli aiuti, le istituzioni europee pretendono più tagli alla spesa pubblica, più austerità. E l’obiettivo ultimo è, anch’esso, sempre uguale: la disoccupazione come strumento di disciplina, per garantire bassi salari e profitti il più possibile elevati. Come ogni virus che si rispetti, insomma, anche l’austerità muta, ma soltanto per espandersi più velocemente.
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06/11/2019
Quelle banche che lavorano per il declino del paese
Banca Intesa, uno dei due principali istituti di credito italiani, ha presentato la sua trimestrale rivelando di aver conseguito utili superiori alle attese degli analisti (3,3 miliardi, nei primi nove mesi dell’anno), ma di certo non si accontenta.
Il suo amministratore delegato, Carlo Messina, ha infatti contestualmente illustrato un piano per aumentare vertiginosamente gli introiti. Come? “Mobilizzando” i 240 miliardi di risparmi degli italiani – di tutte le classi sociali che hanno un conto in banca, magari anche solo per ricevere stipendio o pensione –, convincendo quei correntisti timorosi ad affidarsi al “risparmio gestito”. Ossia alle Sgr controllate dalle banche.
In tal modo, va da sé, ci sarebbe un aumento delle entrate da commissioni e la banca potrebbe evitare di trasferire sui clienti i tassi di interesse negativi che da qualche tempo vanno scontando grazie ai quantitative easing della Bce.
Unico problema: per “convincere” davvero i prudentissimi risparmiatori italiani ad affidarsi alla speculazione finanziaria c’è necessità che lo spread tra Btp e Bund scenda sotto i 100 punti.
Su questo Messina è esplicito: “Se il governo farà il lavoro giusto di portare lo spread sotto i 100 punti base ci sarà una crescita significativa delle masse gestite e quindi un aumento delle commissioni”.
Cosa deve fare un governo per far scendere lo spread sotto quella quota? Ma è semplice! Deve superare le stesse richieste dell’Unione Europea e del Fiscal Compact, “sorprendere i mercati” con politiche di austerità severissime che riducano davvero il debito pubblico, et voilà... quei soldi “dormienti” sui conti correnti prenderanno a svolazzare in giro per il mondo, all’interno di “portafogli gestiti” da professionisti del settore.
L’a.d. Messina non sembra cogliere il lato debole della sua pensata. Per attuare quelle politiche di austerità bisogna tagliare la spesa pubblica, i servizi sociali (sanità, pensioni, istruzione, ecc), tenere bassi i salari e moltiplicare la precarietà del lavoro. Insomma, fare “politiche deflazionistiche” che comprimono la domanda interna e anche il “risparmio”.
Peggio ancora. Tagliando la spesa sociale, molti di quegli anonimi “correntisti” saranno costretti a metter mano ai risparmi per pagarsi cure mediche, istruzione per i figli, ecc. Insomma, a svuotare i conti, altro che darli in gestione alle banche...
Messina, che sa fare il suo mestiere, obbietterebbe che – in fondo – la quota di risparmi dormienti in mano a lavoratori dipendenti è poca roba. Il grosso di quei 240 miliardi appartiene infatti a titolari di imprese che hanno preferito “tesaurizzare” i profitti invece di investirli in attività produttive.
E qui è il punto. Se le imprese hanno raccolto – o sottratto – valore nella produzione in questo paese, le banche dovrebbero (secondo la funzione che dicono di assolvere) “convincerle” a investire in un incremento delle attività. Facendo così crescere l’economia del paese, aumentare la domanda interna e anche la massa dei profitti.
Invece no. Le banche dicono ai proprietari/azionisti delle imprese “date quei soldi a noi, li porteremo noi all’estero investendo in attività finanziarie anziché produttive”. Di fatto, lavorano per il degrado accelerato del paese e per la crescita dei propri profitti.
Borghesia compradora, viene definita di solito. Pirati arricchiti che sognano soltanto di scappare con il proprio “tessoro” in qualche paradiso fiscale e turistico.
Gente da spazzare via al più presto, per riprenderci in mano il nostro destino.
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01/10/2019
Quantitative Easing: la lotta di classe al tempo dello spread
Attraverso questo meccanismo, la BCE ha introdotto nell’economia europea tra i 60 e gli 80 miliardi di euro ogni mese dal marzo 2015 al dicembre scorso, quando il programma di acquisti netti è stato provvisoriamente concluso, nell’ipotesi che tre anni di stimoli monetari fossero stati sufficienti a rivitalizzare il sistema finanziario e produttivo dell’area euro. Invece, il primo semestre del 2019 ha mostrato evidenti segni di stagnazione, con la produzione in calo persino nel cuore pulsante dell’Europa, la Germania, e l’inflazione al di sotto delle aspettative.
Insomma, gli effetti positivi del QE sull’economia europea non si sono mai visti, nonostante la massiccia iniezione di liquidità messa in atto dalla BCE a partire dal 2015. Il Presidente della BCE, Mario Draghi, ha sostanzialmente ammesso questo fallimento, ma ovviamente ne imputa ad altri la responsabilità: secondo Draghi la politica monetaria sta facendo tutto ciò che è in suo potere per rilanciare l’economia europea, ma senza un briciolo di politica fiscale espansiva da parte della Germania diventa impossibile evitare il baratro di un’altra recessione. Il realtà, l’attento Draghi non ha mai nominato espressamente la Germania, ma ha apertamente parlato di “governi che hanno a disposizione spazio fiscale (ossia, che hanno debito e deficit sotto controllo, ndr) e stanno fronteggiando un rallentamento”. Più chiaro di così non poteva essere: infatti, la Germania, come abbiamo recentemente visto, sta mostrando tutti i segnali di una crisi. Quel che ci interessa è che la stessa BCE ammette la sostanziale inefficacia del QE come strumento di rilancio dell’economia. Ma allora perché rimettere in moto il programma di acquisti netti? Quali sono gli effetti più importanti del QE, al di là delle dichiarazioni ufficiali?
Due sono gli effetti principali del Quantitative Easing sull’economia. Il primo è stato spesso menzionato, ma sempre di sfuggita – e vedremo perché. Gli acquisti di titoli pubblici operati dalla BCE hanno senza dubbio l’effetto di comprimere il costo del debito pubblico pagato dai governi dell’area euro. Difatti, gli acquisti della banca centrale rafforzano la domanda di titoli del debito pubblico e, per questa via, determinano una riduzione del tasso d’interesse pagato dai governi, dando sollievo ai conti pubblici proprio nella fase in cui l’austerità rende più stringenti i vincoli di bilancio europei del Fiscal Compact. Da quando la BCE ha annunciato l’intenzione di riprendere il QE (discorso di Sintra del luglio scorso), il costo del debito pubblico italiano ha iniziato una parabola discendente dal 3% allo 0,8% registrato in questi giorni. Questo è senza dubbio un effetto positivo del Quantitiative Easing, perché riduce la quota di spesa pubblica destinata al servizio del debito e dunque, in un contesto di vincoli alla spesa, aumenta la quota di spesa pubblica che può essere destinata alla spesa sociale.
Dicevamo che spesso i commentatori glissano sull’importanza di questo effetto positivo del QE, e sapete perché? Perché si tratta di un effetto collaterale, assolutamente indesiderato dall’autorità monetaria europea – che ha per l’appunto disegnato il programma di acquisti in modo tale da rendere minimo l’impatto positivo del QE sul costo del debito pubblico dei paesi periferici. La banca centrale si impegna a suddividere tra i paesi europei i suoi acquisti mensili non sulla base dell’entità dei debiti pubblici detenuti da ciascun paese, ma sulla base della quota del capitale della BCE detenuta da ciascun paese: un criterio che rispetta le gerarchie politiche interne all’Europa, non un criterio di ottimizzazione degli acquisti. Ciò significa che la BCE acquista soprattutto titoli del debito pubblico tedeschi, ed in misura sensibilmente inferiore titoli di Stato italiani. Se si aggiunge a questo la diversa struttura del debito pubblico dei due paesi – il debito pubblico italiano è sostanzialmente tutto debito dello Stato centrale, cioè BTP, mentre quello tedesco è per metà debito degli stati federati – si comprende come sia possibile che il QE non abbia ancora azzerato i differenziali tra i costi del debito pubblico dell’area euro, il fatidico spread. In buona sostanza, la BCE potrebbe liberare molte più risorse nel bilancio degli Stati della periferia europea se solo modificasse le regole del QE, realizzando acquisti direttamente proporzionali al debito pubblico dei singoli paesi. Se lo facesse, probabilmente non sentiremmo più parlare di spread ed il servizio del debito pubblico diventerebbe trascurabile – come avviene in Giappone. E come di fatto avviene anche in Germania, dove il tasso di interesse sui titoli pubblici decennali è oggi prossimo a -0,6%: la pubblica amministrazione tedesca si indebita a tassi negativi, il che significa che riceve denaro dai creditori per contrarre nuovo debito. Tutto grazie al fatto che la Germania è il paese che maggiormente beneficia degli acquisti netti realizzati dalla banca centrale.
D’altronde, e arriviamo al punto, il QE è stato disegnato dall’autorità monetaria europea proprio per rendere maggiore il suo controllo della politica economica dei singoli paesi. Se la BCE acquistasse in massa il debito pubblico dei paesi periferici, questi sarebbero messi nelle condizioni di praticare politiche fiscali espansive, rilanciando l’occupazione e i salari. Al contrario, la politica monetaria viene usata come una camicia di forza, tanto più stretta quanto maggiore è il grado di disciplina che si vuole imporre: la Germania è privilegiata dal QE, e Draghi la incoraggia addirittura ad aumentare il deficit pubblico per sostenere l’economia europea tutta, mentre i paesi periferici, dall’Italia alla Grecia, devono sottostare alla più stringente disciplina di bilancio e rispettare l’agognata agenda delle riforme. Perché? Perché il loro stato sociale è ancora troppo consistente, troppo generoso, e deve essere abbattuto a suon di austerità, lacrime e sangue. In questo senso, il secondo effetto principale del QE è una vera e propria minaccia per qualsiasi opzione di riscatto sociale nella periferia d’Europa. Con i suoi acquisti, infatti, la BCE è entrata in possesso di una quota consistente del debito pubblico di tutti i paesi dell’area euro; detto in altri termini, l’autorità monetaria europea è divenuta il principale creditore dei paesi dell’euro. E i creditori, si sa, hanno un grande potere sui loro debitori. Pensiamo al caso italiano: la BCE detiene oltre 360 miliardi di euro di titoli di Stato italiani. Qualora un governo democraticamente eletto decidesse di violare i vincoli europei al fine di restituire dignità ai lavoratori promuovendo una crescita inclusiva e favorevole alle classi subalterne tramite un consistente aumento della spesa pubblica, l’autorità monetaria non dovrebbe fare altro che iniziare a svendere parte dei titoli di Stato italiani in suo possesso sui mercati: così facendo, ne farebbe crollare le quotazioni spingendo al rialzo il costo del debito pubblico con una dinamica identica a quella che, dieci anni fa, ha dato inizio alla crisi greca. Vi sembra fantascienza? Eppure un assaggio di tutto questo si è avuto in tempi recenti: per disciplinare il nascente governo giallo-verde, la BCE ha calibrato i suoi acquisti in modo tale da indurre un aumento degli spread in concomitanza con la discussione sulla compagine governativa, ed ha poi raffreddato i mercati con ingenti acquisti di BTP subito dopo che la nuova maggioranza ha accettato i tecnici scelti dal Quirinale nei dicasteri di maggiore importanza (in particolare Tria all’economia e Moavero Milanesi agli esteri).
Da un punto di vista politico, il fatto stesso che un’enorme quantità di titoli pubblici risieda nelle casse della BCE fornisce a quest’ultima un potere immenso che influenza la gestione del debito pubblico dei singoli paesi: con il QE, la banca centrale finisce col detenere una massa di titoli di Stato potenzialmente esplosiva se gettata sul mercato, un’arma che le garantisce una forza persuasiva enorme sulle decisioni di politica fiscale dei singoli Stati e quindi, in ultimo, sulla possibilità di effettuare politiche fiscali espansive a sostegno della collettività. Tenendo le redini dei debiti pubblici europei attraverso gli acquisti del QE, l’autorità monetaria europea assurge a dominus del sistema politico dei paesi più deboli, costretti a sottostare al più ferreo rigore di bilancio dalla mera minaccia di una ritorsione finanziaria.
Un punto deve essere chiarito. In linea teorica, non vi è nulla di sbagliato in un ruolo dominante della banca centrale nella gestione del debito pubblico di un paese. Di norma, infatti, si suppone che la banca centrale si ponga al servizio della sua collettività. In Europa le cose stanno diversamente: i paesi dell’euro hanno rinunciato alla sovranità monetaria, delegandola ad un’autorità indipendente – la BCE – che impiega le leve di politica monetaria per tenere sotto scacco i governi nazionali ed imporre ad un intero continente le politiche di austerità. Il problema, quindi, non sta certo nel protagonismo della banca centrale in sé, quanto piuttosto nel fatto che la BCE adopera tutta la sua autorità, tutto il suo potere sul governo della moneta, per mettere in ginocchio i lavoratori europei e distruggere lo stato sociale. Se vogliamo difenderci da questa lotta di classe condotta dall’alto verso il basso, dobbiamo prestare attenzione anche alla politica monetaria, e al bazooka che la BCE tiene puntato sulle nostre rivendicazioni.
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