Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/06/2026

La troika si mobilita, di nuovo

Io non so perché il conduttore della trasmissione televisiva “Che tempo che fa” abbia posto a Christine Lagarde, Presidente della Banca centrale europea, le domande che le ha posto. Lo avrà fatto per tanti motivi ma, comunque, non è importante rifletterci perché erano domande fuori luogo, nate da chi sa quale contorto processo mentale.

Il tema rilevante è un altro: Christine Lagarde non doveva essere lì a rispondere a quelle domande. Sembra incredibile che la Presidente della Banca centrale europea sia andata in una trasmissione televisiva italiana ad esprimere le proprie opinioni su un tema che non rientra nella sua sfera decisionale, bensì in quello della Commissione europea. Che abbia dichiarato la sua contrarietà a concedere all’Italia la possibilità di accedere alla ‘clausola di salvaguardia’ per derogare ai vincoli sul bilancio pubblico fissati dal “Patto di stabilità e crescita”.

Dov’è finita la mitica discrezione dei banchieri centrali?

Dov’è finita la mitica divisione dei poteri delle democrazie liberali europee?

I bilanci pubblici di gran parte dei Paesi membri dell’Unione europea sono sotto stress – e lo saranno per molti anni ancora – a causa del piano pluriennale di riarmo che è stato deciso di attuare. Lo sono persino i bilanci pubblici della Germania, della Francia e dell’Italia, le tre più grandi economie dell’Unione.

Per facilitare il riarmo riducendo lo stress (politico) che il consistente aumento della spesa militare comporta, la Commissione europea ha deciso di permettere ai Paesi di chiedere la deroga ai vincoli del “Patto di stabilità e crescita”. 18 Paesi l’hanno chiesta e ottenuta, tra i quali Germania e Francia. L’ha chiesta anche l’Italia. E Christine Lagarde si precipita in Italia a dire in televisione che la Commissione europea non dovrebbe accettare la richiesta.

Pur trovandosi nella ‘procedura di infrazione’ per deficit pubblico eccessivo, l’Italia può chiedere di utilizzare la clausola di salvaguardia, e spetterà poi alla Commissione europea decidere se concederla o meno. Un deficit eccessivo di un niente, comunque: attualmente il suo disavanzo pubblico è stimato al 3,1%, lo 0,1% oltre il limite massimo. Ma la Presidente della Banca centrale europea ammonisce che le regole devono essere rispettate. In questo caso, tuttavia, non c’è nessuna regola da rispettare, piuttosto una valutazione complessiva che spetta alla Commissione europea.

L’Italia ha fatto richiesta di accedere alla clausola di salvaguardia e derogare ai vincoli del “Patto di stabilità e crescita” – con la consueta confusione e vittimismo, certo, facendo finta di non sapere quanto sia grande, se solo lo volesse esercitare, il peso politico che avrebbe nel Consiglio europeo, considerata la sua dimensione demografica ed economica. Comunque, ora sta negoziando con la Commissione europea. La Presidente della Banca centrale europea non doveva permettersi nessun commento pubblico. Aveva canali istituzionali per esprimere direttamente alla Commissione europea la sua contrarietà alla concessione della deroga.

Ma di quali regole parla Christine Lagarde? L’Italia ha accumulato nel tempo un debito pubblico ben oltre il doppio di quello che secondo le regole del “Patto di stabilità e crescita” dovrebbe avere in proporzione al prodotto lordo. Dovrebbe essere il 60%, ma ha raggiunto il 143%. Però, la si tiene nella procedura di infrazione perché il suo disavanzo pubblico è dello 0,1% oltre il limite.

Ma, chi si è preoccupato delle regole quando, con l’approvazione del PNRR, si è permesso all’Italia di fare circa 120 miliardi di debito? Un’anomalia tanto clamorosa, ma passata inosservata nel dibattito pubblico: la Francia, la Germania e la Spagna (e molti altri Paesi membri) hanno formulato PNRR che non prevedevano neanche un euro di prestito dall’Unione europea.

In Italia la ‘crisi fiscale’ che si trascina da decenni è arrivata al punto di rottura con il Governo Draghi, e il Governo Meloni non ha capito che cosa aveva ereditato. Lo sta capendo in queste settimane, mentre inizia la fase finale della legislatura e si sta entrando in campagna elettorale. Il cerchio si stringe, e Meloni non sa che fare. A sottolineare il fallimento del Governo Meloni entra in gioco in modo irrituale la Banca centrale europea. Interviene anche il Fondo Monetario Internazionale che, preoccupato per bassa crescita e debito pubblico, suggerisce ‘decisive’ misure di politica economica. E, infine, la Commissione europea. La ‘troika’ si mobilita – di nuovo.

Puntualmente, con la ‘troika’ si mobilita anche la tecnostruttura giornalistico-accademica italiana. Leggo oggi su “La Stampa” uno dei suoi più autorevoli membri affermare, tempestivamente, che fare ora più debito peggiorerebbe la situazione delle “donne e dei giovani”. Quello fatto recentemente, invece? Nesso causale misterioso: verità sciamaniche. È iniziato il dibattito pre-elettorale, e la ‘troika’ ha già dettato i temi da svolgere.

L’Italia non è in grado di attuare il piano di riarmo che ha sottoscritto. Non ha le risorse per farlo. (Anche Paesi come Francia e Germania non le hanno e devono indebitarsi – e ridurre la spesa sociale). Inoltre, la crisi energetica ha peggiorato la situazione. In questi anni l’Italia si è indebitata per effettuare gli investimenti previsti dal PNRR ma non ha effettuato, se non in minima parte, quelli previsti dai Fondi strutturali.

La ‘troika’ fa notare che sono lì le risorse finanziare utilizzabili per attuare il piano di armamenti e per superare la crisi energetica. Ma, per realizzare quegli investimenti, l’Italia – come d’obbligo – deve cofinanziarli e le risorse non le ha.

L’Italia avrebbe ora bisogno di un dibattito pubblico – di un giornalismo – capace di declinare la drammaticità della situazione. 

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28/05/2026

La ricetta sovranista che danneggia proprio l’Italia

di Emiliano Brancaccio

La narrazione sulle magnifiche sorti della “Melonomics” scricchiola ogni giorno di più. Le ultime previsioni della Commissione Ue situano l’Italia all’ultimo posto nella classifica della crescita cumulata fino al prossimo anno. Nel 2026, in particolare, il Pil italiano aumenterà di appena lo 0,5 percento, contro una media Ue dell’1,1 percento e paesi come la Spagna che potrebbero sfiorare il 3 percento. L’inflazione, al contrario, schizzerà al 3,2 percento, al di sopra della media europea.

Evidentemente, le glorie del governo Meloni in campo economico venivano soprattutto da luce riflessa. Vale a dire, dalla sospensione del Patto di stabilità e dalle risorse del PNRR, entrambe ereditate dai governi precedenti. Per lungo tempo i meloniani hanno cercato di snobbare il lascito testamentario, ritenendolo persino deleterio. Eppure, guarda caso, una volta esaurita la spinta di quei due strumenti, l’economia italiana è tornata alla sua vecchia traiettoria di semi-stagnazione, scivolando di nuovo nei bassifondi delle graduatorie europee.

Per giunta, il quadro rischia di aggravarsi. Con lo sblocco di Hormuz ancora fuori dai radar e la crisi internazionale che si spande, l’Italia si candida a diventare il primo grande paese a finire nel gorgo di una potenziale “disoccu-flazione”, vale a dire: contemporanea distruzione di posti di lavoro e di potere d’acquisto.

Non è lo scenario ideale per il governo, soprattutto in anno pre-elettorale. Meloni e soci provano allora a giocarsi una nuova carta con l’Europa. Visto che l’eredità dei due grandi motori macroeconomici è in esaurimento, Roma chiede una deroga ai vincoli del Patto di stabilità allo scopo di elargire qualche soldo in più per fronteggiare le nuove proteste contro il caro-carburanti. Del resto, gli autotrasportatori sono già sul piede di guerra e per molte famiglie il costo dell’energia fossile è tornato a mordere.

Certo, Meloni vorrebbe dare gli stessi spicci a chi si ferma alla pompa con un suv e a chi in utilitaria. Ma si sa, la destra di governo alla distribuzione non bada. Se le compensazioni andranno più ai ricchi che ai poveri, poco male. L’importante è avere margini per elargire.

Per quanto iniqua, la proposta italiana non è del tutto priva di fondamento legale. Approvato nel 2024, il nuovo patto di stabilità ha infatti ammesso deviazioni eccezionali dai vincoli di bilancio per categorie di spesa non specificate. Solo in seguito il Consiglio Ue ha interpretato la deroga in un’ottica puramente militarista, consentendo scostamenti solo per il riarmo. Nulla però impedisce di ammettere altri tipi di deroghe.

Il problema è che le autorità europee si stanno opponendo proprio alla specifica deroga proposta dall’Italia. Il primo a contestare è stato il solito Dombrovskis. Ma poi si è aggiunta anche la voce, ben più pesante, della presidente Bce Christine Lagarde. La loro diagnosi è che la crisi nasce da una restrizione dell’offerta globale di energia fossile che potrebbe anche durare a lungo. In una situazione del genere, con l’offerta di fossili che si contrae, non è saggio creare deficit per spingere ancora sulla domanda, perché si rischia di alimentare solo ulteriori pressioni inflazionistiche. L’unica risposta efficace alla crisi, dunque, è ridurre strutturalmente la dipendenza da petrolio e gas accelerando la transizione verso le fonti rinnovabili.

La ricetta ha senso. Almeno per una volta, Bruxelles e Francoforte non raccontano fandonie.

Ma per Meloni e soci non sarà facile uscire dal garbuglio. I dati Eurostat richiamati dalla Corte dei Conti e gli ultimi rapporti di Ambiente Italia mostrano che l’Italia affronta la strozzatura dell’offerta globale di fossili in una situazione di grave ritardo. Dal 2019, la quota di rinnovabili sui consumi finali è aumentata in Europa del 27 percento, con picchi del 35 in Francia e del 42 percento in Spagna. In Italia, l’aumento è stato di appena il 7 percento. Dopo aver assecondato Trump e i petrolieri, non ci si poteva aspettare molto altro.

Il risultato è paradossale. La “Melonomics” era stata presentata come il miglior distillato economico del sovranismo. A quanto pare, invece, sta aumentando la vulnerabilità dell’Italia agli effetti del grande disordine mondiale.

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23/05/2026

Che cosa implica seguire la folle “dottrina” comunitaria del rigore

di Alessandro Volpi

Il lettone Valdis Dombrovskis, commissario europeo per l’Economia (con deleghe anche a Produttività, attuazione e semplificazione) nella “squadra” von der Leyen, ha dichiarato, a margine delle pessime previsioni sull’andamento dell’economia europea nel 2026 e nel 2027, che l’unica strada è quella dell’austerità: poca spesa pubblica, poco debito e “cautela”.

Per capire la follia di queste posizioni è utile fare riferimento proprio ai numeri forniti dalle “stime di primavera” della Commissione. La “crescita” nel 2026 sarà secondo lo scenario migliore dell’1,1% e in quello peggiore dello 0,5%, mentre nel 2027 dovrebbe “salire” all’1,4 nell’ipotesi migliore e allo 0,7 in quello peggiore. Dunque, l’economia dell’Ue, stando alle valutazioni della stessa Commissione, è inchiodata allo 0%, peraltro con il rischio reale di peggioramenti severi qualora la crisi di Hormuz non si esaurisse rapidamente.

Ancora secondo i dati della Commissione, questo ridottissimo incremento del Pil è dipeso quasi interamente dall’effetto dell’intervento pubblico del PNRR, che garantisce una spinta almeno dello 0,4%: quindi senza l’intervento pubblico – e sottolineo pubblico – l’affanno sarebbe asfissia totale.

Ma la sequenza di dati eloquenti non finisce qui. Nel 2026 saranno molto probabilmente 11 gli Stati europei in cui il rapporto deficit/Pil risulterà superiore al 3% e che finiranno in procedura di infrazione: tra questi figurano la Francia, l’Italia, la Polonia, la Romania e persino la Germania. È significativo notare che tra i Paesi “virtuosi”, cioè sotto il 3%, compaiono il paradiso fiscale dell’Irlanda e i grandi beneficiari netti di finanziamenti europei come Lettonia, Lituania, Estonia e Croazia.

Alla luce di questi dati la domanda che sorge spontanea è semplice: che cosa significa per i Paesi che non rispettano il vincolo del 3% seguire la “dottrina” Dombrovskis-von der Leyen del rigore? Significa correggere i propri conti pubblici dello 0,5% del Pil l’anno. Per l’Italia, ad esempio, vuol dire un taglio di 10-11 miliardi di euro, da reperire sottraendoli, in primis, alla spesa per il welfare e per gli investimenti pubblici. Estesa a tutti gli 11 Paesi che stanno violando la regola europea, questa prospettiva si traduce in decine di miliardi tolti ad ogni possibilità di miglioramento delle condizioni economiche solo per rispettare un vincolo del tutto privo di senso.

Peraltro proprio l’esperienza del PNRR dimostra che solo gli investimenti pubblici tengono in piedi il Paese. Ma perché la regola europea è priva di senso? La risposta è chiara. L’impianto dei vincoli europei dovrebbe servire ad evitare la crescita dell’inflazione e un maggior costo dei debiti pubblici: due condizioni che, attualmente, hanno ben poco a che vedere con il rispetto del Patto di stabilità. L’inflazione dipende infatti dall’aumento dei prezzi dell’energia e dei beni importati in Europa e non certo da un aumento dei consumi interni; quindi se per ridurre l’inflazione si punta ad azzerare, con l’austerità, i consumi si determina lo strangolamento della popolazione e del sistema produttivo europei. La seconda condizione riguarda l’aumento degli interessi sul debito pubblico. Questo aumento dipende, in questa fase, dalla forte lievitazione dei rendimenti del colossale debito degli Stati Uniti che fa concorrenza ai debiti del resto del mondo; ma si tratta di una concorrenza disperata perché il debito statunitense è fortemente in crisi proprio per la sua dimensione monstre.

In questo senso se gli Stati europei facessero più debito, garantito dalla Bce, avrebbero le risorse per finanziare nuovi Piani di intervento pubblico, in grado come il PNRR di spingere la domanda, senza che questo possa riverberarsi troppo sui tassi di interesse e soprattutto li renderebbe sostenibili attraverso l’incremento del Pil. Risulta così evidente che l’Europa di questa Commissione è devastante; anche perché il sospetto vero è che l’austerità punti alla distruzione degli Stati sociali per costringere la popolazione europea a destinare tutti i propri risparmi alla finanziarizzazione della Borsa americana dove stanno arrivando le tre operazioni del secolo. La quotazione di SpaceX, Anthropic e OpenAI, per cui serviranno 5.000 miliardi di dollari.

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13/05/2026

La CGIA raddoppia i costi dello shock energetico: 29 miliardi nel 2026

L’instabilità cronica nello Stretto di Hormuz e il conflitto in Iran, che continua a soffocare le rotte globali del greggio, presentano un conto salatissimo all’economia italiana. Alla fine di marzo l’Ufficio studi della CGIA di Mestre aveva calcolato un costo dovuto all’aggressione all’Iran intorno ai 15 miliardi di euro.

Oggi il calcolo arriva a quasi 29 miliardi di euro nel solo 2026, per famiglie e imprese. Una cifra significativa che incide direttamente sui bilanci domestici e sulla competitività della nostra industria. Si paga lo scotto di rincari a doppia cifra su ogni fronte: dai trasporti al riscaldamento, fino alla produzione industriale.

La voce più pesante del bilancio energetico nazionale riguarda i carburanti. Con i prezzi alla pompa stabilmente attorno ai 2 euro al litro, la spesa per benzina e diesel subirà un incremento di 13,6 miliardi di euro (+20,4% rispetto al 2025). Non va meglio sul fronte delle utenze domestiche e industriali: sull’energia elettrica si stima un rincaro di 10,2 miliardi di euro (+12,9%), e sul gas naturale di 5 miliardi di euro (+14,6%).

A livello territoriale, sul lato prettamente dei numeri il peso maggiore è scontato dal nord del paese. La Lombardia guida la classifica dei rincari con un aggravio di 5,4 miliardi, seguita dall’Emilia-Romagna (+3 miliardi) e dal Veneto (+2,9 miliardi). Si tratta delle regioni con la più alta densità di attività manifatturiere, e dove quindi la produzione ha più “fame” di energia.

Tuttavia, se guardiamo alle percentuali di aumento sui carburanti, è il Mezzogiorno a soffrire maggiormente. La Basilicata registra l’incremento più marcato (+21,6%), seguita da Campania e Puglia (+21,3%). Un dato che sottolinea come la dipendenza dai trasporti su gomma renda le regioni del Sud particolarmente vulnerabili alle oscillazioni del mercato petrolifero.

Sugli interventi governativi, la CGIA è categorica. Il governo Meloni è intervenuto con il cosiddetto “decreto Bollette”, una manovra da circa 5 miliardi di euro approvata per mitigare gli effetti della crisi, e con il taglio delle accise sui carburanti (attualmente ridotto a 5 centesimi per la benzina, mentre restano 20 centesimi per il gasolio), con un costo di circa un miliardo al mese e la scadenza fissata al 22 maggio.

Queste risorse sono però considerate inadeguate a frenare lo shock economico. La CGIA ribadisce che la soluzione non può essere solo nazionale, chiedendo invece la sospensione del Patto di Stabilità, per permettere agli stati membri della UE di finanziare i sostegni senza pesare sul calcolo del deficit.

L’Ufficio studi chiede inoltre di fissare un tetto al prezzo del gas e di separarlo da quello dell’energia elettrica; la tassazione degli extraprofitti; addirittura un taglio coordinato delle imposte sulle bollette a livello comunitario. La CGIA mostra come, senza un intervento strutturale, il rischio è che lo shock energetico si trasformi in una recessione profonda, e nell’aggravarsi della deindustrializzazione.

Ma a Bruxelles la logica continua a essere quella di rimanere ostinatamente sulla strada passata, nonostante le condizioni del presente siano cambiate profondamente. C’è poca predisposizione a intervenire sui profitti delle grandi compagnie, mentre lacci e lacciuoli dei trattati europei vengono difesi strenuamente, per non ammettere la loro irrazionalità, persino economica.

È il sintomo di un’evidente inadeguatezza strategica, e della mancanza di idee su come promuovere la UE come attore globale in uno scenario ben diverso da quello di trent’anni fa. Ed è inoltre un messaggio chiaro a chi vuole costruire un’alternativa, che deve essere necessariamente al di fuori di questi meccanismi e vincoli comunitari.

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23/04/2026

Contro l’austerità di guerra europea

E così per solo un decimo di punto, il Governo Meloni ha sforato il vincolo europeo del 3% nel deficit di bilancio. È una piccola discrepanza rispetto a un debito pubblico che ha superato ogni record andando oltre i tremila miliardi di euro, ma i suoi effetti saranno devastanti per il paese; a maggior ragione con l’economia che si sta fermando a causa delle guerre di Trump e Netanyahu.

Accettando il nuovo patto di stabilità e non opponendosi al restauro del vincolo del 3%, il Governo Meloni voleva ottenere il pieno riconoscimento di un ruolo guida a livello europeo, invece si è messo nei guai, assieme al paese che vorrebbe governare.

Il tetto al deficit è nato con il Trattato di Maastricht, che nel 1992 istituì l’Unione Europea. Quel vincolo faceva parte di tutte le restrizioni imposte dalla Banca centrale tedesca ai paesi “spendaccioni”, per avere l’onore di unirsi alla potenza economica tedesca.

Il Trattato di Maastricht prescriveva che il debito pubblico non dovesse mai superare il 60% del prodotto interno di un paese, e che il deficit tra entrate e uscite del bilancio pubblico annuale non potesse essere superiore al 3%, pena misure punitive economiche e sociali.

Erano vincoli stupidi, come li definì proprio l’europeista Romano Prodi, che poi li ha sempre rispettati. Ma quei vincoli hanno avuto una funzione di politica economica fondamentale: imporre, con l’austerità di bilancio, il liberismo, le privatizzazioni e lo smantellamento dello stato sociale. Tutti i paesi europei, con maggiore o minore pesantezza, hanno subìto questa politica, destra e sinistra si sono alternate nei governi, ma hanno sempre attuato le stesse scelte di fondo.

“Lo vuole l’Europa” è stato il mantra che ha accompagnato le controriforme; ed è proprio dalla devastazione delle conquiste sociali europee che le radici essiccate del fascismo hanno ricevuto nuova linfa.

Con la pandemia i vincoli di Maastricht erano stati sospesi, perché era impossibile che l’economia sopravvisse al combinato disposto tra arresto delle attività e austerità di bilancio. Lo stato doveva spendere per impedire il collasso economico.

Poi però tutta quell’esperienza è stata rimossa, e le élite politico finanziarie che comandano nella UE hanno imposto il ritorno ai vincoli di Maastricht.

In realtà questo ritorno è stato a metà, perché tutti gli Stati, compresi i “ virtuosi” del Nord e la Germania, hanno un debito pubblico ben superiore al 60% del PIL. Restava solo il famigerato “tre per cento” come principio guida, che veniva aggiornato con una aggravante. Infatti la UE, che ha deciso il folle aumento delle spese militari in obbedienza alla NATO e a Trump, ha anche permesso ai paesi che applicano il rigore di bilancio, di tener fuori dal deficit quello che si spende per le armi.

È chiaro l’orrore? Per la sanità, la scuola, i servizi sociali vale il vincolo del 3%, per cannoni, missili e droni no. È l’austerità di guerra europea, quella annunciata e propagandata da Draghi, che a suo tempo la sintetizzò con la battuta: per armarsi contro la Russia si può anche rinunciare ai condizionatori. A ben più dei condizionatori dovrà rinunciare la grande maggioranza della popolazione italiana.

Lo sforamento del patto di stabilità fa sì che l’Italia non possa mettere le spese militari fuori dal deficit di bilancio. Cosi il riarmo ci costerà due volte: perché ogni euro in più per le armi dovrà essere direttamente sottratto alla spesa sociale, E il Governo Meloni ha accettato che la spesa per armi arrivi fino al 5%del PIL. Ci rendiamo conto di che catastrofe per il nostro paese significhi il doppio vincolo dell’austerità di bilancio e del riarmo?

È bene ricordare che già oggi il bilancio dello Stato è in “attivo primario”. Cioè lo Stato prende dai cittadini in tasse e contribuiti PIÙ di quello che restituisce in servizi e stipendi. Il deficit è dovuto unicamente al fatto che tutto l’attivo del bilancio, più altro debito, serve a pagare gli interessi del debito pubblico.

Insomma il 3% di tetto al deficit di bilancio ed il 5% di obiettivo per la spesa militare sono insostenibili separatamente, distruttivi assieme.

Oggi più che mai la politica estera è anche politica interna e il vincolo euroatlantico, accettato da Meloni e non denunciato dal campo largo, ci porterà ad una mostruosa recessione economica.

Il solo modo per difendere davvero i salari e le condizioni di vita della popolazione è rompere con i vincoli UE e NATO e rifiutare l’austerità di guerra europea. Ogni altra politica ci porta verso il collasso sociale e la guerra.

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09/03/2025

Per sanità e istruzione non è possibile derogare alle ferree regole europee. Per le armi sì

di Alessandro Volpi

Il piano europeo “ReArm Europe” presentato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, sul quale è stata trovata una sostanziale condivisione da parte degli Stati membri, è ancorato a una prospettiva totalmente bellicista.

Il piano infatti parte dalla prospettiva che l’Europa stia per entrare in una sorta di Terza guerra mondiale contro la Russia e contro chi sosterrà Mosca, senza poter disporre di alcun aiuto americano; una costruzione di fantapolitica a cui mancano troppi elementi di realtà. Ma la politica del riarmo ha bisogno di una retorica della difesa da una possibile invasione russa dopo che gli Stati Uniti hanno sospeso gli aiuti all’Ucraina e implica un vero e proprio cambiamento di paradigma per cui gli europei devono destinare la gran parte della propria spesa pubblica e dei capitali privati al riarmo.

Le manifestazioni per la pace diventano rapidamente l’espressione di una visione dove essere armati diviene un obbligo, una sorta di dovere morale, e l’unico vero deterrente contro la guerra, secondo un modello storicamente devastante che ha generato soltanto drammatici conflitti.

La Russia è un nemico irriducibile con cui non si può negoziare se non dopo la sua sconfitta e dunque ogni spazio di mediazione, di confronto, di dialettica sparisce, sostituito dalla narrazione belluina del nemico. Il pragmatismo dei tanti “pacifisti armati” pare dimenticare del tutto che le guerre si evitano prima di tutto rimuovendo lo “spirito della guerra” come dominus delle relazioni internazionali.

Il paradosso però è che mentre ci armiamo dichiariamo esplicitamente di non voler mandare un solo soldato sul fronte, coltivando un fariseismo che è ormai il tratto tipico della fase attuale. Cosa che induce la Commissione europea a rimuovere i vincoli del Patto di stabilità soltanto per il riarmo, proprio perché si tratta di un imperativo categorico, ormai di matrice morale: se gli Stati aumenteranno almeno dell’1,5% del loro Pil la spesa per il riarmo, potranno farlo senza che quella spesa rientri nei vincoli del Patto.

In altre parole, non è possibile derogare alle ferree regole europee per la sanità, ormai in profonda crisi, per la spesa sociale, legata al crescente impoverimento, per l’istruzione, per la transizione ecologica, per la tutela del territorio, ma per le armi sì. Alla luce del dovere morale di riarmarsi diventa superfluo il fatto che l’Europa abbia bisogno di maggiori risorse pubbliche per fronteggiare l’invecchiamento della popolazione, per l’istruzione di milioni di giovani legati ai grandi spostamenti di popolazione, alla trasformazione produttiva in termini sostenibili, alle profonde disuguaglianze.

Nessuna di queste esigenze strutturali ha un valore paragonabile a quello delle armi, tanto da consentire ai singoli Stati membri non solo di tenere fuori dal Patto le spese militari ma di poter negoziare persino le somme attribuite per le politiche di Coesione o per altre finalità purché simili rinegoziazioni finiscano in armi.

Nell’orizzonte del “ReArm Europe” compare, esplicito, l’invito a creare un mercato unico dei capitali e a favorire strategie di finanziarizzazione verso il settore delle armi, anche attraverso la Banca europea degli investimenti, così da facilitare la piena declinazione del capitalismo in termini bellici.

Il Piano è l’indicazione per i grandi fondi Usa – BlackRock, Vanguard e State Street – per quelli europei, tipo Amundi, e per le grandi banche di comprare i titoli dell’industria delle armi – peraltro ben specificata dal documento “difesa aerea e missilistica, sistemi di artiglieria, missili e munizioni, droni e sistemi anti-drone” – mettendo in secondo piano le altre forme di investimento, con la conseguenza di generare una vera e propria, colossale bolla speculativa.

Così le “manifestazioni pro-Europa” un risultato immediato lo stanno ottenendo ed è l’impennata dei titoli azionari delle principali imprese di armi europee in grado di registrare record e di riorganizzarsi rapidamente. Non è un caso che la Borsa tedesca sia trascinata da Rheinmetall, quella italiana da Leonardo, quella francese da Thales e quella inglese da Bae Systems.

Peraltro Rheinmetall e Leonardo hanno annunciato una joint venture e la loro forte crescita azionaria trascina con sé quella delle banche come Unicredit, che hanno legami stretti proprio con quel tipo di industrie. A rinfocolare simili aspettative si aggiunge al “ReArm Europe” la decisione della Commissione di indirizzare i fondi di vari programmi europei alla corsa agli armamenti mettendo insieme subito una dote di 144 miliardi di euro. A ciò possono contribuire le politiche della Bce che si è dichiaratamente espressa a favore del Piano di riarmo, con riduzione dei tassi al 2,65% e soprattutto con la chiara indicazione che il Pil, ora stimato per il 2025 a meno dell’1%, possa crescere solo con la riconversione armata.

L’Europa è in guerra e vuole un’economia di guerra che distruggerà il sistema produttivo, violenterà i sistemi di welfare e coltiverà odi nazionalistici capaci di distruggere il senso di convivenza collettiva.

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12/09/2024

I primi tratti della prossima manovra finanziaria del Governo Meloni

Da qualche giorno è partita la corsa contro il tempo per presentare entro il 20 settembre la prossima legge di bilancio alla Commissione UE (anche se un ritardo è già stato in pratica annunciato dal ministro dell’Economia Giorgetti). E soprattutto, questa corsa si presenta in salita, con 10 miliardi da recuperare in breve tempo, secondo Il Sole 24 Ore.

L’ammontare effettivo della manovra non è ancora chiaro (si è accennato a una cifra intorno ai 25 miliardi), ma se si vuole confermare le misure che stanno più care al governo e si deve rientrare di una decina di miliardi di debito, come imposto da Bruxelles, i conti sono impietosi.

Ad aiutare Palazzo Chigi ci sono gli oltre 19 miliardi di gettito fiscale extra arrivati nei primi 7 mesi del 2024.

Non però dal punto di vista squisitamente tecnico, come ha fatto presente Giorgetti. “Ci sono nuove regole” dettate dal Patto di Stabilità, ha detto il ministro, “che rendono complicato per noi fare il bilancio. Anche per gli emendamenti, perché bisogna rispettare nuove clausole” sulla spesa.

Ma su alcuni nodi politici sembra esserci pieno accordo nella maggioranza. Il segretario di Forza Italia, Antonio Tajani, ha sottolineato due punti: “il taglio del cuneo fiscale è indispensabile per favorire la crescita e le privatizzazioni servono a favorire la copertura per altre iniziative come l’aumento delle pensioni minime.

L’intenzione è quella di portare la minima a 630 euro, appena una quindicina di euro in più della soglia prevista per il 2024. Con l’aumento del costo della vita degli ultimi due anni è da capire come possano pensare che con una cifra del genere si possa campare, mentre la logica espressa dal ministro degli Esteri è palesemente ricattatoria.

Il taglio del cuneo fiscale ha dato un centinaio di euro in più in busta paga a circa 14 milioni di lavoratori, che allo stesso tempo se lo stanno pagando con aumenti di altre tasse o riduzione di servizi pubblici. È un ‘gioco delle tre carte’ per evitare di aumentare davvero i salari a scapito del profitto e della rendita.

Per di più, viene messo in collegamento l’aumento irrisorio delle pensioni con la definitiva svendita al privato degli asset pubblici. Privato che ha mostrato, in trent’anni di parassitismo esemplificato, ad esempio, dalla famiglia Benetton, di saper solo aumentare i costi e peggiorare il servizio.

Tra le altre indiscrezioni da ricordare, nella Relazione tecnica a una bozza di norma del ministero per la Pubblica Amministrazione si legge della possibilità che i dipendenti restino a lavoro, su base volontaria, oltre i 67 anni e fino ai 70.

Il loro compito dovrebbe essere quello di svolgere attività di tutoraggio e affiancamento o esigenze funzionali altrimenti non assolvibili.

Nella bozza viene evocato lo scopo di un migliore passaggio di competenze, ma anche il reale motivo dietro questa decisione: una minore spesa previdenziale, realizzata a costo zero.

Inoltre, con le pensioni sempre più da fame che vengono erogate, la volontarietà sarà solo un’illusione, con molti lavoratori che prolungheranno la vita lavorativa per garantirsi un reddito decente.

Insomma, le avvisaglie della prossima legge di bilancio devono far preoccupare i settori popolari.

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28/08/2024

Il governo Meloni apre le danze sulla finanziaria 2025

Giorgia Meloni è tornata a Palazzo Chigi, e lo ha voluto annunciare sui social. Il solito sorriso, per nascondere le criticità del primo dossier su cui si è già ricominciato a lavorare, ovvero quello della prossima manovra di bilancio: un nodo difficile da sciogliere.

Al ministero dell’Economia, con Giorgetti rientrato al posto di comando, sono già partite le prime ricognizione tecniche per arrivare con qualche dato al vertice di maggioranza di venerdì. Innanzitutto, si lavorerà sui tagli possibili, ministero per ministero.

La questione della riduzione delle spese è sempre stata il fulcro di ogni finanziaria, almeno negli ultimi quindici anni. Ma questa volta pesa anche la procedura di infrazione europea, aperta dopo l’inaugurazione del nuovo Patto di Stabilità.

L’Italia dovrebbe ridurre il disavanzo strutturale dello 0,5% del PIL da qui ai prossimi sette anni: si parla di circa 10 miliardi l’anno, una cifra enorme da sottrarre al bilancio dello Stato. Se a ciò si aggiunge la volontà di rifinanziare le misure decise lo scorso anno (stimate in 18 miliardi), la legge di bilancio già si avvicinerebbe ai 30 miliardi.

Le coperture su cui Palazzo Chigi vuole fare affidamento, per ora, non sono affatto sufficienti e, in alcuni casi, non possono essere ancora quantificate. Entrate fiscali varie, il concordato con gli autonomi, la quinta rata della Rottamazione quater, ecc, non danno grandi rassicurazioni.

Insomma, di certo non briciole, per le quali non basterà qualche sforbiciata qua e là. Di per sé, la cifra che il governo dovrebbe già considerare, se deciderà di non tornare sui propri passi, lascerà poco spazio ad ulteriori provvedimenti.

Ad ogni modo, entro il 20 settembre dovrà essere messo nero su bianco il Piano strutturale di bilancio (PSB), che avrà una validità di 4 o 5 anni e potrà contenere “riforme” lungo un arco di sette anni. Per quella scadenza, esso dovrà essere inviato alla Commissione Europea.

Con il respiro e la cogenza di questo documento, i vertici europei hanno deciso di essere meno flessibili e di non guardare più agli aggiustamenti continui. Ora, la volontà è quella di mettere in moto programmi di spesa a più lungo termine: non si potrà più sgarrare o tornare sui propri passi anno per anno.

L’orizzonte temporale sarà più o meno quello della legislatura e così, in questo caso di transizione, il PSB dovrebbe arrivare alla fine del 2027. Dunque, entro un mese il governo Meloni mostrerà quali sono le sue reali intenzioni rispetto al proprio mandato, con la possibilità di future deviazioni piuttosto limitate.

In teoria, l’approvazione del documento per la trasmissione alle camere del Parlamento è fissata al 5 settembre, quindi c’è poco più di una settimana prima di sapere come deciderà di comportarsi il governo Meloni. Ma quel che è interessante notare è la variazione di peso relativo tra le capitali europee e Bruxelles.

Nel PSB va infatti indicato il percorso della spesa primaria netta (senza gli interessi, le uscite legate al ciclo economico e quelle legate a programmi UE). È vero che, per circostanze eccezionali o nel caso di cambi di governo, possono essere fatte modifiche, ma il cambiamento di tono è netto.

Se prima, pur rispettando i vincoli europei, i governi potevano definire annualmente il tipo di intervento che volevano implementare, ora Bruxelles arriverà a dare il via libera alle politiche da effettuare per cicli lunghi. Gli organi nazionali potranno – e dovranno – fare solo i “buoni amministratori”, facendo sì che i piani vengano rispettati.

Ci troviamo di fronte alla realizzazione di un’ulteriore verticalizzazione della politica europea, rispondente alle mire che Bruxelles ha rispetto al suo peso nella competizione globale.

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22/08/2024

Panetta, gli interessi sul debito, l’istruzione e l’austerità europea

Il Meeting annuale di Rimini, organizzato dall’area di Comunione e Liberazione, è sempre un’occasione interessante per tastare le preoccupazioni e le priorità della classe dominante, al ritorno dalle vacanze estive. Siamo quasi a metà di questo appuntamento e qualcosa è già uscito.

Questa volta è stato il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, a fare alcune considerazioni che è utile commentare. Il nodo fondamentale che ha evidenziato l’economista è lo stesso che sentiamo da decenni: il compito del governo, di qualsiasi colore sia, è quello di ridurre il debito pubblico in rapporto al PIL.

Panetta ha dichiarato che “affrontare il nodo del debito richiede politiche di bilancio orientate alla stabilità e al graduale conseguimento di avanzi primari adeguati. Tuttavia, la riduzione del debito sarà ardua senza un’accelerazione dello sviluppo economico”.

Lo spauracchio evocato per il futuro è sempre quello delle proiezioni demografiche, con l’aumento del numero dei pensionati rispetto al numero di chi lavora. Ovviamente, è stato ribadito che bisogna aumentare la partecipazione al mercato del lavoro di donne e giovani, anche questa formula ricorrente in tv ma che mai si è tradotta in politiche concrete.

Anzi (ed è questo il dato che ha creato più scalpore), Panetta ha detto: “l’Italia è l’unico Paese dell’area dell’euro in cui la spesa pubblica per interessi sul debito è pressoché equivalente a quella per l’istruzione. Sottolineo questo confronto perché è emblematico di come l’alto debito stia gravando sul futuro delle giovani generazioni.

Ma qui cominciano a crearsi delle crepe nella narrazione che siamo ormai abituati a sorbirci. Innanzitutto, perché è lo stesso governatore della Banca d’Italia a proporre un collegamento tra una componente specifica del debito pubblico e le opportunità di formazione e di emancipazione dei giovani del Belpaese.

Dal 1991 al 2020, l’Italia ha registrato un avanzo primario ogni singolo anno, escluso il 2009 – in seguito alla crisi del biennio precedente – e il 2020, l’anno della pandemia del Covid-19. Possiamo discutere sull’entità di questo avanzo, ma Roma ha già fatto i compiti che gli affida Panetta, e non è cambiato molto. Anzi...


Il messaggio che l’economista sta mandando è che, in realtà, bisogna continuare a tagliare i servizi pubblici per diminuire la spesa o aumentare le entrate, mentre nulla può (o deve) essere fatto contro la speculazione sul debito. Almeno finché, nel nostro modello sociale, a governare davvero sarà il mercato e i suoi capitali, ci teniamo e facciamo crescere gli oltre 70 miliardi l’anno di interessi sul debito.

La speculazione ha tra l’altro approfittato della fase di alti tassi di interesse della BCE: al taglio di giugno l’Ufficio Parlamentare di Bilancio aveva calcolato un possibile risparmio di 3 miliardi per quest’anno. Con una diminuzione complessiva di 100 punti nel corso del 2024, il risparmio sarebbe arrivato a 7 miliardi nel 2025 e a 10 miliardi nel 2026.

Questo Panetta ha dimenticato di dirlo. Ha però ribadito un pensiero che ha già espresso in passato, e che non sempre si sente: “le politiche di austerità adottate [nel periodo 2010-12] hanno accentuato in più paesi gli effetti recessivi della crisi”, mentre “le risposte alle crisi più recenti, innescate dalla pandemia e dallo shock energetico, hanno invece segnato un progresso nell’impostazione delle politiche comuni”.

Il governatore della Banca d’Italia è da tempo un fermo sostenitore di un passo avanti nell’integrazione europea. Per renderla un polo autonomo capace di competere sul piano globale, come vorrebbe Draghi ad esempio, ma è comunque una linea che, seppur con lo stesso obiettivo, si distacca da quella che ha ripreso piede a Bruxelles.

A breve Palazzo Chigi avvierà il lavoro sulla manovra del 2025, ed entro il 20 settembre deve presentare alla UE il Piano strutturale di bilancio a medio termine, secondo le clausole del nuovo Patto di Stabilità. La procedura d’infrazione aleggia sulle scelte del governo e un’ulteriore tornata di austerità appare l’unica strada.

Del resto, è il pilota automatico dei vincoli esterni, quello europeo sulla spesa sociale a cui, oggi, è tornato ad associarsi quello della NATO della deriva bellicista. Senza rompere questa gabbia non se ne esce...

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22/07/2024

Persino la Corte dei Conti invita a sostenere la sanità pubblica

Enrico Flaccadoro, membro della Corte dei Conti, è stato ascoltato in audizione presso la Commissione Affari sociali della Camera in merito al progetto di legge “Disposizioni concernenti finanziamento, organizzazione e il funzionamento del SSN”, oggi sotto studio.

Si tratta di un testo che tocca molti punti, e prevede anche una delega al governo per il riordino delle agevolazioni fiscali per l’assistenza sanitaria complementare. Flaccadoro ha esaminato tutto il progetto, e si è concentrato sulla questione delle coperture economiche.

Il giudizio è stato subito espresso in maniera molto netta e chiara. La Corte aveva “già sottolineato come il livello di spesa sanitaria in Italia sia più contenuto degli altri paesi UE”.

“Ciò spinge a riguardare la spesa sanitaria e va considerato anche che la spesa sanitaria privata sta crescendo in modo consistente, con una forte differenza della capacità di spesa tra fasce più e meno agiate della popolazione”.

“C’è dunque bisogno di mantenere un livello di spesa pubblica elevato”. Questa è la conclusione, che però poco si adegua sia al nuovo Patto di Stabilità, sia alle scelte politiche degli ultimi anni e alla pietra tombale sul SSN che sarà l’autonomia differenziata.

All’articolo 1 della norma proposta, viene scritto che si vorrebbe portare la spesa sanitaria pubblica all’8% del PIL. Stando alle analisi della Fondazione Gimbe, al 2024 si prevede che la percentuale si fermerà al 6,4: come si possa trovare più di un punto e mezzo di PIL sotto infrazione UE è da capire.

Nel testo si legge che si vorrebbe inoltre usare l’indice di deprivazione per redistribuire le risorse tra le varie regioni, rispondendo all’esigenza di assottigliare le asimmetrie del Paese.

E tuttavia, Flaccadoro ha sottolineato anche come, poiché si tratta di valori che fluttuano negli anni, ciò potrebbe rendere difficile la programmazione economica e finanziaria della sanità pubblica.

Giampaolo Arachi, del Consiglio dell’Ufficio parlamentare di bilancio della Camera ha tenuto a ribadire che il SSN mostra ancora una forte resilienza. Ma anche lui non ha potuto evitare di sottolineare la situazione arretrata rispetto alle altre economie avanzate.

Egli ha preso a riferimento i dati del 2021, che tenevano conto anche dei trasferimenti Covid. La situazione non era comunque migliore: “la quota del 7% del Pil nel 2021 per la sanità è più bassa della media dei paesi UE ed anche la spesa pro capite è più bassa sia della media UE sia dei paesi Ocse”.

Oggi, “sono di nuovo diffuse le preoccupazioni su personale e liste d’attesa” e le storture, se non risolte, porteranno il SSN a perdere la capacità di risposta alle esigenze sanitarie della popolazione che ancora mantiene.

Difficile immaginare possa accadere con questo governo e dentro la gabbia dell’austerità europea.

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05/05/2024

Il Governo Meloni alla fiera del nulla

Il Consiglio dei Ministri del 30 aprile passerà alla storia come tentativo del Governo Meloni di vendere fumo. Il Governo ha infatti annunciato ben due misure (il “bonus 100 euro” e il Decreto coesione) che a suo dire servirebbero a rilanciare l’economia, mentre rappresentano semplicemente due scatole vuote.

Analizziamole entrambe, cominciando dal “bonus 100 euro”, e ricordando anzitutto la sua genesi.

Il Governo verso metà aprile annuncia che è imminente una misura, che esso stesso definisce “bonus tredicesime”, e che doveva inizialmente consistere in un contributo di circa 80 euro (annui) ai titolari di reddito da lavoro dipendente non superiore a 15.000 euro l’anno. La misura doveva essere approvata nel Consiglio dei Ministri del 23 aprile, ma con l’avvicinarsi della scadenza se ne parla sempre meno: per “approfondimenti contabili”, dice il Governo. Passa qualche giorno, e la misura diventa il “bonus 100 euro” che viene effettivamente approvato nel Consiglio dei Ministri del 30 aprile. Sembrerebbe che l’importo, benché sempre misero, sia aumentato, ma ci son un sacco di fregature.

Prima di tutto, cambiano le condizioni di accesso: la soglia di reddito sale a 28.000 euro (e questo apparentemente è un bene) ma è l’unica nota positiva: per accedere al reddito occorre avere coniuge e almeno 1 figlio a carico (o solo 1 figlio in caso di famiglie monogenitoriali): questo vuol dire che se prima una famiglia in cui i due genitori guadagnavano meno di 15.000 euro aveva diritto entrambi a 80 euro, ora la stessa famiglia non ha diritto a nulla! L’unico modo per rientrare nella categoria dei beneficiari è che uno dei due sia disoccupato. E non sia mai il figlio faccia qualche lavoretto: basta che abbia guadagnato in tutto l’anno più di 2.840 euro (la somma oltre la quale non si risulta fiscalmente a carico dei genitori o del coniuge) per far perdere il diritto al beneficio. E meno male che si trattava di misure per sostenere il lavoro dipendente...

Continuando l’analisi, la situazione (pare incredibile, ma tant’è) peggiora: i 100 euro non saranno veramente 100, perché pare saranno “fiscalmente imponibili”, e quindi si ridurranno verosimilmente a una somma fra i 70 e 80 euro, sempre all’anno: di fatto, equivale a meno di 7 euro al mese. Infine, questa somma verrà versata a gennaio e non più a dicembre, anche se con sprezzo del ridicolo il Viceministro Leo (padre di questa proposta) continua a dire che l’obiettivo è sostenere la spesa per consumi in particolare nel periodo di Natale (?!?).

In realtà lo slittamento a gennaio nasconde un’altra insidia: nella conferenza stampa di presentazione, Leo ha infatti specificato che, erogando il bonus a gennaio 2025, per verificare la soglia dei 28.000 euro si farà riferimento alla retribuzione conseguita nel 2024. Ora come ben noto, dopo l’ondata di inflazione avuta nel 2023, nel corso del 2024 diversi contratti di lavoro sono stati rinnovati: niente di rilevante, anzi come abbiamo detto più volte i rinnovi sono sempre stati ben al di sotto del solo recupero dell’inflazione; tuttavia il loro aumento nominale rischia di portare “oltre la soglia” eventuali possibili beneficiari.

Lo slittamento a gennaio però ha soprattutto un’altra motivazione, ed è questo l’aspetto che più rende l’idea del “niente” che vale questa misura: come ricordato sopra l’intervento è stato posticipato per “approfondimenti contabili”, e poi in conferenza stampa Leo ha usato più volte il termine “attenzione maniacale per i conti pubblici” che contraddistingue l’atteggiamento del Governo. Su domanda esplicita, ha dovuto confessare quanto “vale” questa misura, cioè quale è l’impegno di spesa previsto dal Governo: 100 milioni di euro.

Ci sono molti modi per capire quanto questa cifra, per un paese come l’Italia, rappresenti assolutamente il nulla. Il totale della spesa pubblica in Italia per il 2024 è pari a circa 886,5 miliardi, il che vuol dire che un impegno aggiuntivo di 100 milioni rappresenta lo 0,01% della spesa. Eppure il Governo fatica a trovare questa cifra, e rimanda la spesa al 2025. Per avere un’idea, è come se una persona che guadagna 1.500 euro avesse difficoltà a trovare 17 centesimi da spendere...

Si potrebbe dire che non ha senso paragonare la spesa pubblica complessiva con l’incremento di spesa previsto da una singola misura: ammesso e non concesso che sia vero (i numeri e le proporzioni restano quelli) proponiamo allora un altro confronto: il bilancio del Ministero della Difesa in Italia nel 2024 supererà i 29 miliardi, con una crescita di almeno 1,4 miliardi rispetto al 2023. Insomma, è un problema (tanto da rinviarlo al 2025) trovare 100 milioni per lavoratori dipendenti, ma nello stesso anno è possibile trovare un importo superiore di 14 volte per aumentare la spesa militare.

Passiamo quindi alla seconda scatola vuota, ovvero le misure inserite nel “Decreto coesione”. Come dice il nome del Decreto, il Governo si esercita in una rimodulazione della governance dei fondi di coesione (fondi di provenienza essenzialmente europea) finalizzata al “rafforzamento istituzionale”, grazie all’espansione delle funzioni della Cabina di regia per la definizione dei piani operativi del Fondo Sviluppo e Coesione (FSC), l’introduzione di misure per l’accelerazione dell’utilizzo delle risorse, l’individuazione di interventi prioritari nei settori strategici, la creazione di sistemi di monitoraggio e la reintroduzione dei fondi di perequazione infrastrutturale.

Splendide parole, a cui segue una lunga lista di “bonus” finalizzati a sostenere l’occupazione: c’è un bonus per chi assume donne, per chi assume giovani under 35, un bonus per chi assume nella Zona Economica Speciale nel Sud Italia, addirittura incentivi all’autoimpiego di berlusconiana memoria. Insomma, sembrerebbe che il Governo mette sul piatto un sacco di soldi per sostenere l’occupazione, soprattutto attraverso sgravi contributivi per chi assume.

Lasciando un attimo da parte un punto economico fondamentale (e cioè che questa strategia riprende la storia secondo cui l’occupazione dipenderebbe principalmente dalle politiche dal lato dell’offerta, per cui compito dello Stato è semplicemente sostenere chi assume, anche facendosi carico per un certo periodo di tempo di parte degli oneri sociali), il fatto banalmente è... che tutti questi soldi sul tavolo non ci sono proprio. Meglio, non sono soldi nuovi, non c’è quasi nessun finanziamento aggiuntivo da parte del Governo, ma semplicemente vengono ripescati fondi accantonati in altri fondi che il Governo stesso non riusciva a spendere (da qui l’esigenza di una nuova governante) e messi sotto altri cappelli dal nome più accattivante, specialmente in vista delle imminenti elezioni europee. E soprattutto, ricordiamo sempre, misure di questo tipo (detrazioni e sgravi sulle assunzioni) sono soldi regalati alle imprese, in quanto non c’è alcuna prova che poi si traducano in aumenti salariali e/o maggiore occupazione effettiva.

Ricapitolando, il Governo mette in campo risorse ridicole (i 100 milioni del bonus tredicesime), oppure si rivende come nuova spesa somme che aveva già considerato in precedenza. Un’operazione tanto raffazzonata che la stampa e l’opposizione hanno avuto gioco facile a metterne in evidenza la scarsa consistenza. Ma allora perché il Governo lo ha fatto? Un indizio ce lo fornisce sempre il Vice Ministro Leo con la citata “attenzione maniacale per i conti pubblici”: da quest’anno infatti torna in vigore il Patto di Stabilità, addirittura peggiorato rispetto alla versione pre-Covid, e il Governo di conseguenza si prepara a imporre una nuova stagione di austerità, nella quale risorse “fresche” da impegnare per rilanciare l’economia ce ne saranno sempre di meno. A fronte di ciò il Governo, che ad esempio sul tema della fiscalità aveva promesso il classico “meno tasse per tutti” si adegua di buon grado: del resto il nuovo Patto di Stabilità lo hanno accettato anche loro a livello di capi di Governo e ministri dell’economia, nonostante la scenetta del tardivo voto contrario da parte degli europarlamentari.

E allora se l’opposizione parlamentare si limita a osservare con malcelata soddisfazione che il Governo è rimesso in riga dalla “realtà dei fatti”, noi al contrario crediamo che è proprio questa realtà dei fatti che deve essere ridiscussa: le politiche fiscali di questo Governo sono sommamente ingiuste e da criticare, ma se nel poco onorevole derby fra tali politiche e austerità è quest’ultima a vincere c’è poco da gioire.

Compito della classe lavoratrice è da un lato lottare per avere aumenti salariali, e dall’altro esigere un livello di finanziamento della spesa pubblica – e in particolare la spesa sociale – adeguato a garantire servizi degni di questo nome; mancette e giochi delle tre carte li lasciamo a chi non può fare altro che squallide operazioni di maquillage.

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22/04/2024

Approvato il DEF: il Governo nasconde l’austerità

Il Governo è in difficoltà, è debole. Questo è il precipitato politico di un ragionamento che prende le mosse dalla scelta del Governo di approvare un Documento di economia e finanza (DEF) privo delle principali informazioni sulle tendenze della finanza pubblica e dei conseguenti effetti macroeconomici.

Il DEF è il principale strumento di programmazione economica del Governo, serve a definire il quadro della finanza pubblica per l’anno in corso e per il successivo triennio. In pratica, con il DEF il Governo è chiamato a mettere nero su bianco da un lato quanto spenderà per servizi pubblici, pensioni, sanità, infrastrutture, spesa sociale, scuola, università, ricerca, cultura, e dall’altro come finanzierà quella spesa, cioè a dire quale parte di quella spesa sarà coperta dalle tasse (e dunque dalle risorse tratte dalle tasche dei cittadini) e quale parte, invece, sarà coperta attraverso il debito pubblico, prendendo a prestito risorse.

Nel DEF approvato il 9 aprile dal Consiglio dei Ministri, tutte queste informazioni sono state omesse: il Governo ha deciso di affiancare al quadro tendenziale, che rappresenta le stime circa l’andamento macroeconomico del Paese a parità di condizioni (quindi senza un intervento correttivo del Governo), non un quadro programmatico attuale (che tenga conto quindi dei nuovi interventi di politica economica che il Governo stesso decide di porre in essere), bensì il quadro programmatico definito lo scorso settembre (sette mesi fa!) in occasione dell’aggiornamento del DEF del 2023, dunque una previsione datata, risalente ad un contesto economico e di finanza pubblica ormai superato.

È la prima volta nella storia che un Governo rinuncia a definire il piano programmatico della finanza pubblica per gli anni della sua legislatura.

Perché lo ha fatto?

La ragione ufficiale, una scusa di carattere tecnico-regolamentare, è tanto semplice da risultare banale. Lo avrebbe fatto, secondo il Ministro dell’economia Giorgetti, perché quest’anno entra in vigore il nuovo Patto di stabilità e crescita, il quale impone ai Paesi membri dell’Unione europea di definire a settembre, con un Piano strutturale nazionale di bilancio a medio termine (questo il nome del nuovo documento programmatico previsto dall’Europa), il percorso di rientro dal debito pubblico accumulato in passato sulla base di indicazioni che la Commissione europea pubblicherà solo in estate: per questa ragione, ci dicono, il Governo sarebbe costretto ad attendere settembre per chiarire il percorso della finanza pubblica in coerenza con le nuove regole europee.

Tuttavia, l’argomento non convince neanche un po’. Infatti, il nuovo Patto di stabilità e crescita entrerà effettivamente in vigore dopo l’estate. Solo a partire dal prossimo anno, dunque, questo Piano sostituirà a tutti gli effetti il DEF.

Peraltro, qualsiasi previsione elaborata nell’attuale DEF potrebbe essere utilmente integrata e aggiornata a settembre in coincidenza con la Nota di aggiornamento del DEF (NADEF), dunque vi è perfetta continuità tra la vecchia e la nuova programmazione: il Governo avrebbe potuto, in piena tranquillità, svelare le sue previsioni attuali e poi, a settembre, allinearle alle indicazioni della Commissione europea.

In pratica, ad oggi il DEF resta il principale tassello che il Governo deve definire per tracciare il quadro di finanza pubblica, cioè la sua politica economica.

Con la decisione di svuotare il DEF 2024 dei suoi contenuti principali, il Governo ha deliberatamente deciso di nascondere le sue scelte fondamentali di politica economica dei prossimi mesi e anni.

Per chiarire quali siano le reali ragioni che hanno spinto il Governo Meloni ad una scelta tanto singolare occorre mettere in fila almeno tre circostanze.

La prima la abbiamo già citata, ma solo come circostanza formale, mentre assume a nostro avviso tutti i connotati di un fattore sostanzialmente determinante: quest’anno tornano a funzionare – dopo l’eccezione dell’emergenza pandemica e degli anni di ripresa da quella crisi – le regole di bilancio dell’Unione europea, e tornano sotto una nuova veste, quella del nuovo Patto di stabilità e crescita, che impone a tutti i Paesi membri caratterizzati da elevato debito pubblico, in primis l’Italia, un rigido percorso di tagli alla spesa pubblica. È il ritorno della logica dell’austerità, che con i vincoli al debito pubblico impone la scarsità delle risorse finanziarie a tutti i Paesi dell’Unione europea per indebolirne lo stato sociale ed esporre la classe lavoratrice europea al ricatto del capitale: disoccupazione di massa, precarietà e povertà come pilastri necessari di una società tutta schiacciata sulla continua ricerca del profitto da parte di una minoranza di privilegiati.

Con il ritorno dei vincoli europei nella loro veste rinnovata, l’Italia sarà costretta nei prossimi anni a continuare e addirittura aumentare enormi tagli di spesa pubblica ogni anno (fra i 12 e i 23 miliardi all’anno secondo alcuni), senza alcuna possibilità di varare misure di stimolo alla produzione e all’occupazione.

Questo è il primo fattore da prendere in considerazione, l’orizzonte di politica economica in cui si muove ogni Governo che scelga il campo della piena compatibilità con l’Unione europea, e sappiamo bene che il Governo Meloni ha sposato fin dall’inizio la linea della continuità con il Governo Draghi. Certo, lo ha fatto in una stagione, quella della sospensione delle regole di bilancio europee, in cui tutto era più facile, ma da quest’anno si torna sui binari dall’austerità e dunque alla necessità, per i Governi, di varare misure draconiane e impopolari per assicurare la prescritta riduzione del debito pubblico.

A questo fattore si deve aggiungere un altro elemento, non a caso ampiamente enfatizzato dal Ministro Giorgetti proprio in relazione alle più recenti tendenze di finanza pubblica, ovvero gli effetti fiscali del cosiddetto superbonus. Quella misura, che consentiva di ristrutturare casa senza spendere un euro, ma addirittura guadagnando un premio (il 10% del costo dell’intervento veniva aggiunto ai rimborsi, attirando così l’interesse delle banche nell’operazione), e che in misura preponderante ha favorito le classi agiate (ne hanno usufruito 73 mila condomini, 351 mila tra villette, edifici e unità abitative unifamiliari indipendenti e addirittura 6 castelli!) e le imprese del settore costruzioni, ha avuto un costo per le casse dello Stato che è stato sistematicamente sottostimato negli anni, sfuggendo al controllo dei Governi che si sono succeduti e oscillando secondo le stime  (tra ecobonus e bonus facciate) fra i 150 e i 200 miliardi di euro dal 2020, quando la misura è stata introdotto in piena pandemia, ad oggi.

Il peso finanziario del superbonus, lievitato di anno in anno, si è allargato a macchia d’olio nel bilancio dello Stato, come dimostrano i dati relativi all’anno appena trascorso quando, a fronte di un deficit (la differenza tra le spese e le entrate dello Stato) stimato del 5,3% del PIL, l’inatteso costo del superbonus ha costretto il Governo a rivedere il dato del deficit a fine anno al 7,2%.

Il problema politico posto da questo fenomeno dovrebbe essere dunque evidente: il Governo si trova tra l’incudine della nuova disciplina di bilancio europea, che lascia margini minimi alle manovre fiscali degli Stati, ed il martello di una misura varata dal Governo Conte II, nel lontano 2020, che sta ancora dispiegando i suoi effetti sul bilancio dello Stato, erodendo qualsiasi margine di manovra.

La vicenda del superbonus è comunque utile per mettere in evidenza due ulteriori follie del sistema di regole di governance economica che ci siamo auto inflitti: in primo luogo, qualsiasi politica di spesa pubblica (a prescindere della sua “qualità”) si scontra prima o poi con il paradigma dell’austerità... ed è quest’ultima a vincere. In secondo luogo e di conseguenza, le scelte politiche passate condizionano la politica economica di qualsiasi governo in carica (che quindi ha gioco facile a dire che non può attuare le politiche promesse).

Tornando alla questione principale, se il Governo avesse inserito nel DEF 2024 le rilevanti informazioni circa la spesa pubblica, il deficit e il debito pubblico, avrebbe dovuto mettere nero su bianco che i conti non tornano, e dunque confessare la necessità di una manovra correttiva da attuare entro l’autunno per arginare l’emorragia del bilancio statale attraverso tagli allo stato sociale e alle pensioni ed aumenti delle tasse.

Attenzione però: l’opposizione parlamentare (ma anche buona parte della stampa) limita le sue critiche solo a questo aspetto, cioè al fatto che il Governo attraverso questo giochino nasconde “il reale stato dei conti”, condividendo però nella sostanza (come fosse un dato di natura) che da questo debba discendere un intervento lacrime e sangue. Insomma, nella sostanza, Governo e opposizione sembrano condividere che a questo punto ci sia una sola strada da seguire: austerità, austerità, austerità. Non si tratta a ben vedere solo di ipocrisia, ma viene a galla un punto politico fondamentale: il problema non è tanto (o meglio, non è solo) denunciare le conseguenze, ma svelare le cause profonde di tali misure, e quindi metterne in luce la componente politica, che non ha nulla di automatico né di “tecnico”.

Una storia che abbiamo visto tante volte, e che dunque non ci stupirebbe, ma che non poteva essere raccontata oggi, nel DEF. Perché, e veniamo alla terza ed ultima circostanza che vogliamo sottolineare, siamo prossimi ad un’importante scadenza elettorale, le elezioni europee di giugno, ed il Governo non ha alcuna intenzione di svelare quali siano le inevitabili conseguenze della sua adesione cieca alla governance europea per cittadini e lavoratori.

Tacendo sulle cifre più importanti del DEF, il Governo prova goffamente ad occultare la responsabilità politica delle sue scelte, nasconde agli occhi dei suoi elettori la prossima manovra lacrime e sangue, che è già scritta nei numeri del bilancio dello Stato e discende direttamente dalla volontà di assecondare l’austerità europea.

Ed è a partire da qui (e quindi dal rifiuto del paradigma economico europeo, vecchio e presunto nuovo) che deve partire la nostra azione. Un Governo che nasconde la mano con cui taglia sanità, spesa sociale, pensioni, infrastrutture, scuola, ricerca, cultura, è un Governo debole, questo è il dato politico da tenere a mente quando nei movimenti sociali e politici ci si attiverà per organizzare la resistenza alla prossima stagione di macelleria sociale che si profila all’orizzonte, ormai nitidamente.

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18/01/2024

Nuovo Patto di Stabilità: può piovere per sempre

Il 2023 si è chiuso con un impeto di chiarezza e onestà intellettuale. Le istituzioni europee hanno, infatti, cercato di sgomberare definitivamente il campo da tutte le sciocchezze con cui anime candide e utili idioti ci ammorbavano dai mesi concitati della pandemia (l’Europa è cambiata! Mai più austerità, la priorità è il benessere delle popolazioni! La lezione è servita, l’Europa ha finalmente capito le virtù di una politica economica espansiva e coordinata!). Con la fine del 2023, infatti, è scaduta la sospensione del Patto di Stabilità e Crescita che era stata decretata per contenere le conseguenze economiche del Covid-19. Una sospensione che, lungi dall’essere dettata da considerazioni di natura umanitaria sulla macelleria sociale che sarebbe derivata dall’applicazione pedissequa delle regole, ha avuto come principale obiettivo quello di salvaguardare i profitti. Ora che l’emergenza è finita e i profitti sono salvi, si torna alle regole.

Dopo mesi di negoziazioni, proposte della Commissione Europea e una ricerca di compromessi sempre più al ribasso, pochi giorni prima di Natale il Consiglio Europeo ha ‘finalmente’ trovato un accordo per la riforma della governance economica europea, riaffermando in maniera forte e chiara che l’austerità fiscale è il principio cardine dell’integrazione europea.

Apparentemente, niente di nuovo sotto il sole, giusto? Purtroppo non è esattamente così. Per capire perché le nuove regoli fiscali rappresentino un salto di qualità e un ulteriore giro di vite, è necessario fare un passo indietro. Fino a prima della sua sospensione, sancita nei mesi più duri della pandemia, il cosiddetto Patto di Stabilità e Crescita era il meccanismo principe di disciplina delle finanze pubbliche dei Paesi membri dell’Unione Europea. Per valutare lo stato di salute dei conti di un Paese, i principali parametri critici erano – e ancora sono e saranno – i seguenti: lo stock di debito pubblico, che deve essere inferiore al 60% in rapporto al PIL, e il deficit, cioè la differenza tra quanto uno Stato spende e quanto incassa su base annua, che non deve superare il 3% del PIL (al netto di circostanze eccezionali e straordinarie).

Per i Paesi che non rispettavano questi parametri, erano previsti dei precisi piani di rientro, cioè delle misure di politica fiscale volte a ritornare nelle fila dei Paesi ‘responsabili’. Ad esempio, per un Paese con un debito pubblico che eccede il 60% del PIL era teoricamente previsto un rientro nei ranghi in venti anni, al ritmo di un ventesimo dell’aggiustamento complessivo richiesto all’anno. Per dare un’idea possiamo prendere ad esempio l’Italia: per il nostro Paese il rapporto debito pubblico/PIL è all’incirca al 141%, cioè oltre 80 punti di PIL sopra il 60%. Per portare questo parametro al 60% in venti anni sarebbe servita una riduzione ad un ritmo di più di quattro punti percentuali di PIL all’anno, cioè più di 80 miliardi ogni anno, per venti anni. Sostanzialmente gli stessi effetti di una guerra o di una pandemia della durata di due decenni, una misura così draconiana da essere, nei fatti, irrealizzabile e inapplicabile, se non si vuole ridurre un Paese in carestia. E qui risiedeva il paradosso: il ‘vecchio’ Patto di Stabilità era così assurdo e fuori di testa da rappresentare sì un’arma potente di disciplina verso i Paesi riottosi ad adeguarsi ai parametri richiesti, ma un’arma spuntata, poiché impossibile da applicare alla lettera. Ecco quindi aprirsi spazi di negoziazione politica e margini di trattativa tra istituzioni europee e Paesi membri, percepiti dai guardiani dei conti come un ostacolo e un inutile orpello.

Le nuove regole risolvono con un colpo netto questa apparente contraddizione. La camicia di forza sarà cucita su misura di ogni singolo Paese, in maniera tale da colpire dove fa più male, in maniera puntuale, scientifica e questa volta applicabile. Proviamo a capire come.

Le 49 pagine che formano il Regolamento relativo al coordinamento efficace delle politiche economiche e alla sorveglianza di bilancio multilaterale partono subito mettendo le cose in chiaro: la risposta alla pandemia, permessa dall’allentarsi dei vincoli di bilancio, è stata efficace nel limitarne la ricaduta economica. Ora però la festa è finita e si torna alla normalità, poiché evitare il collasso delle economie dei Paesi membri è stato pagato al caro prezzo di un aumento generalizzato dei livelli di debito pubblico. Per ovviare a questa situazione, il meccanismo è tanto semplice quanto perverso. Ogni Paese dovrà presentare a Commissione e Consiglio europei un piano fiscale/strutturale di medio termine, dove specificare quali sono i provvedimenti economici e le riforme strutturali che si prevede di prendere per la durata di tutta la legislatura nazionale. La presentazione del piano sarà però preceduta da un ‘dialogo tecnico’ (le parole sono molto importanti qui) con la Commissione Europea; se il Paese in questione non rispetta uno dei due indicatori di salute dei conti pubblici di cui parlavamo prima – un rapporto debito pubblico/PIL maggiore del 60% o un rapporto deficit/PIL maggiore del 3% – la Commissione fornisce al paese anche una ‘traiettoria tecnica’, cioè un garbato suggerimento su quale dovrebbe essere l’andamento della spesa primaria netta (sostanzialmente la spesa pubblica al netto della spesa per interessi sul debito pubblico, della componente ciclica[1] dei sussidi di disoccupazione e di altre voci meno rilevanti) negli anni a venire allo scopo di garantire la sostenibilità del debito pubblico del Paese. Qui risiede una prima, grande novità delle nuove regole di bilancio: la spesa primaria netta – per intenderci, gli stipendi dei dipendenti pubblici (medici, infermieri, insegnanti, giusto per fare qualche esempio), le pensioni, la spesa sanitaria e così via – è la variabile su cui ricade per intero il peso dell’aggiustamento che le istituzioni europee ritengono necessario ai fini di assicurare che il debito pubblico sia sostenibile nel medio termine. Ciò genera due importanti e devastanti conseguenze.

In primo luogo, la spesa primaria netta è una variabile molto più facilmente controllabile: il deficit è calcolato in base alla previsione delle entrate, e quando si stimano le entrate previste (attraverso privatizzazioni e altre amenità) si gonfiano le previsioni e si arriva spesso ad un valore del deficit previsto molto più basso di quello che, in realtà, si registrerà. Con la spesa primaria depurata dalle componenti cicliche (che sono quelle suscettibili di stima) è molto più difficile giocare con i conti, e dunque si è costretti a tagliare davvero. Il controllo, dunque, è molto più pervasivo, diretto ed esplicito. La Commissione detta esplicitamente una traiettoria per la spesa primaria ed è questo il criterio rispetto al quale un Paese viene considerato con le carte in regola o meno.

In secondo luogo, l’attenzione sulla sola spesa apre la strada ad una dinamica perversa: un Paese potrebbe imporre tagli draconiani alla spesa e compensarli con riduzioni equivalenti delle tasse, e così facendo resterebbe nel limbo dei Paesi indisciplinati (perché il deficit non cambierebbe) ma, al contempo, starebbe rispettando il parametro tecnico della riduzione della spesa primaria, magari facendo felici i padroni. Va sottolineato, infatti, che il rispetto della regola sulla spesa primaria netta non è sufficiente a far sì che il Paese esca dalla lista dei cattivi. Lo storico parametro sul deficit va comunque rispettato.

Torniamo al meccanismo che stavamo descrivendo: dopo il ‘dialogo tecnico’ con la Commissione, il Paese redige il suo piano fiscale/strutturale di medio termine e lo presenta al Consiglio Europeo. Il Consiglio, dopo avere ricevuto una raccomandazione della Commissione, lo può approvare o richiedere dei correttivi, valutando se, al termine del periodo di aggiustamento – che è ordinariamente di quattro anni – si rispettano due criteri:

  • il rapporto debito pubblico/PIL deve collocarsi su un sentiero di diminuzione;
  • il rapporto deficit/PIL deve essere stabilmente tenuto a bada. Qui viene fuori la seconda novità, e anche la seconda rogna. Come dicevamo, e fin dagli albori del Trattato di Maastricht, questo criterio era operativamente espresso in un rapporto deficit/PIL inferiore al 3%. Adesso però, mascherato dietro una fumosa espressione – un margine di resilienza comune – si cela un inasprimento che impone ai Paesi un deficit inferiore all’1,5% del PIL. L’idea è semplice quanto economicamente insensata: ciascun Paese deve tenersi a disposizione un cuscinetto per poter aumentare il proprio deficit fino a un massimo del 3% del PIL qualora condizioni economiche straordinarie richiedessero un intervento pubblico a sostegno dell’economia. Come dicevamo, una visione priva di senso e che si fonda sul principio della scarsità – dei soldi, del reddito, di tutto – in virtù della quale è necessario non spendere oggi per poter spendere domani

Come detto, il periodo di aggiustamento ordinario è di quattro anni. Tale periodo, però, può essere portato fino a sette anni in determinate circostanze. Circostanze che, però, sono tutt’altro che positive. Infatti, l’estensione può avvenire solo nel caso in cui il Paese si impegni e dimostri di realizzare determinate riforme concordate con la Commissione Europea, incluse quelle del PNRR. Un ulteriore ricatto che usa la spada di Damocle del rigore (esasperato) di bilancio per imporre riforme strutturali.

È bene specificare che i due criteri sopra citati, il primo fondato su una Debt Sustainability Analysis, il secondo improntato a una Deficit Resilience Safeguard, sono additivi, nel senso che impongono due diversi aggiustamenti al Paese i cui conti non sono in regola, che si sommano l’uno all’altro. Anche qui, può essere utile provare a dare sostanza e numeri a regole apparentemente astratte. A tale scopo, si può fare riferimento a uno studio del think-tank Bruegel, tra i più influenti per quanto riguarda la politica europea e certamente non tacciabile di anti-europeismo. Secondo i calcoli degli autori (spiegati in dettaglio qui), per l’Italia sarebbe necessario un aggiustamento annuo – cioè un taglio della spesa pubblica – che oscilla tra i 12 e i 23 miliardi l’anno, a seconda che il calcolo sia su un orizzonte di sette o quattro anni. Cosa ancora più sconcertante, alla fine del periodo di aggiustamento e una volta tornati nei ranghi dei Paesi rispettabili, l’Italia dovrebbe mantenere un saldo primario di bilancio[2] superiore al 4% del PIL, che, come detto sopra, equivale a uno Stato che sottrae risorse all’economia, ogni anno, per un ammontare superiore a 80 miliardi. Sono numeri apocalittici, che rappresentano una ricetta certa per una recessione permanente e un’esplosione della disoccupazione.

Ma non è finita qui, perché le conclusioni di Bruegel si basano su ipotesi particolarmente ‘ottimistiche’. Lo studio in questione, infatti, ipotizza che i tagli alla spesa pubblica hanno un impatto ridotto e solo temporaneo sull’andamento del reddito e della produzione nazionali, cioè il PIL – in gergo tecnico, assume che i moltiplicatori fiscali sono molto bassi e hanno un effetto che svanisce dopo tre anni, in barba alla letteratura scientifica più seria. Ciò vuol dire che gli scenari tragici preconizzati dallo studio di Bruegel rappresentano la migliore delle ipotesi. Assumendo valori più realistici del moltiplicatore e un funzionamento dell’economia più vicino alla realtà, a seguito dei tagli prescritti il PIL risulterebbe molto più basso di quanto previsto dallo studio in questione. Con il risultato che il Paese si troverebbe ancora più distante dal rispetto dei parametri di finanza pubblica. Quale sarebbe, a questo punto, la risposta da dare secondo le nuove regole? Un’ulteriore riduzione della spesa primaria.

In tale contesto, ogni anno il Paese con i conti non in regola e nel pieno dell’aggiustamento richiesto dovrà presentare alla Commissione un rapporto sullo stato di avanzamento e di progresso della macelleria sociale perpetrata in casa. Un minimo margine di tolleranza sarà dato al Paese che si trova nel mezzo di una crisi economica causata da fattori esterni e inattesi, mentre un occhio di riguardo sarà riservato alle spese militari, che avranno un peso minore nel computo del deficit, perché oltre al danno è bene che ci sia sempre spazio anche per la beffa.

L’Unione Europea mostra ancora una volta il suo volto e lo fa in modo plateale e provocatorio. Una macchina da guerra per l’applicazione dura e semplice delle politiche economiche neoliberiste più estreme e la cancellazione totale di ogni residuo di ciò che resta del modello ad economia mista costruito nei decenni del secondo dopoguerra. Tramite l’apparente neutralità spietata dei numeri e la sempre viva retorica del debito insostenibile si porta a compimento quel disegno iniziato negli anni ’80 di smantellamento dello Stato sociale e dell’economia pubblica, avanzando verso un’integrale privatizzazione dell’economia e confermando la totale rinuncia al perseguimento della piena occupazione. L’obiettivo ultimo di questo scempio distruttivo è l’accelerazione della mastodontica operazione di redistribuzione del reddito e della ricchezza dal basso verso l’alto, il depauperamento di chi già è povero e delle classi medie e l’arricchimento senza limite di pochi a danno della maggioranza.

Sta a noi smascherare, dietro l’apparente freddezza neutrale di numeri e numeretti, un progetto eminentemente politico e sociale e contrapporci con proposte di segno contrario alla marea politica unanime che lo sostiene dal governo all’opposizione che oggi siede in Parlamento.

Note

[1] La teoria economica dominante prevede che ci sia un livello ‘naturale’ del tasso di disoccupazione, a cui l’economia di un Paese naturalmente tende. È però ammesso che ci siano deviazioni temporanee da questo livello. I sussidi di disoccupazione che riceve chi si trova in una situazione di disoccupazione temporanea, destinata a riassorbirsi se si lasciano operare le forze di mercato, sono la componente ciclica dei sussidi di disoccupazione complessivi elargiti.

[2] Il saldo primario di bilancio è la differenza tra le entrate e le uscite di uno Stato, al netto – cioè senza tenere conto tra le spese – degli interessi pagati sul debito pubblico, che per l’Italia ammontano all’incirca al 4.36% del PIL.

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26/12/2023

Niente Mes, per ora. Ma forse non hanno capito perché

Dai media mainstream più “europeisti” è impossibile capire il legame tra riforma del Patto di Stabilità e Mes, e quindi anche le ragioni per cui il governo Meloni ha ritenuto possibile calare le braghe sul primo trattato e affidare al Parlamento il compito di rifiutare il secondo.

Dai media giù “governisti”, al contrario ma non troppo, è impossibile capire le ragioni concrete (affidate a Salvini, figuriamoci un po’...) di entrambe le mosse.

Abbiamo perciò messo insieme due pezzi molto informativi tratti da testate specializzate in materia economica e finanziaria (TeleBorsa e MilanoFinanza), che insieme raccontano una storia più comprensibile e meno “ideologica”.

Sulle maggiori restrizioni previste dai nuovi parametri del Patto di Stabilità il giudizio è unanime: sono peggio di prima. L’unica “novità positiva” viene individuata in una flessibilità transitoria pari a tre anni (a partire dal 2025), passati i quali sarà notte fonda per la capacità di manovra indipendente di qualsiasi governo europeo. Ma a quel punto il governo Meloni non ci sarà sicuramente più e quindi, avranno pensato, se la veda a chi tocca.

Sul Mes, invece, l’insistenza di Francia e Germania – sposata appieno dai pasdaran “europeisti” – è più comprensibile se si guarda, come MilanoFinanza fa, allo stato di salute delle maggiori banche europee. Perché il “nuovo Mes”, comunemente chiamato “fondo salva-stati”, è tecnicamente un fondo salva-banche, perché di fatto inapplicabile per gli Stati a causa delle condizionalità incrociate con quelle del Patto di Stabilità

E qui si scopre che la Bce – non certo il Soviet supremo dei nemici del capitalismo – ha alzato i requisiti (leverage ratio) per sei banche “sistemiche”: Bnp Paribas, Commerzbank, Deutsche Bank, Société Générale, Kbc Group e Barclays Bank Ireland.

Due francesi, due tedesche, due anglosassoni (ci perdonino gli irlandesi...). E non certo le più piccole.

Perché sono decisamente troppo esposte verso i crediti derivati funzionanti “a leva” – gli stessi che furono il carburante per la grande crisi post-Lehmann Brothers – al punto da far sorgere il sospetto che facciano window dressing, ovvero si liberino degli “eccessi di rischio” nei giorni precedenti “gli esami di valutazione” dei vari enti di controllo, per poi ritornare ai giochi più speculativi subito dopo.

Messa così si capisce che le banche indicate sono quelle da considerare prime candidate ad operazioni di salvataggio in caso di tempesta sui mercati. Ma i costi, se si applica il “nuovo Mes”, dovranno essere condivisi da tutti i paesi dell’eurozona.

Quasi senza volerlo, insomma, questo Parlamento – hanno votato contro l’approvazione anche i Cinque Stelle, ma non i berlusconiani – ha fatto una cosa non stupida.

Politicamente rischiosa, certo, perché a Bruxelles (Parigi e Berlino) su certe cose non si scherza. E, palesemente, questo Parlamento italico non ha un “piano B” diverso dal seguire il carro euro-atlantico.

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24/12/2023

Il nuovo MES nasce già vecchio e da rifare

di Guido Salerno Aletta

L'Italia ha sottoscritto, ma non ancora ratificato, il Trattato che riforma il MES, il cosiddetto Fondo Salvastati che fu varato nel 2012 insieme al Patto di Stabilità e Crescita (PSG), il Trattato che introdusse il cosiddetto Fiscal Compact, disciplinando così per circa un decennio i bilanci degli Stati dell'Unione europea in termini di limiti posti al deficit ed al debito pubblico.

Ora, però, dal 2024, è previsto un doppio cambiamento. Da una parte, dovrebbe entrare in vigore il nuovo Trattato sul MES, per il quale manca solo la ratifica dell'Italia; dall'altra verrebbe abbandonato anche il Trattato sul Fiscal Compact: per la disciplina dei bilanci pubblici si ritorna alle norme del Trattato europeo, modificando sulla base di un testo definito insieme tra Commissione, Consiglio e Parlamento europeo l'Allegato al Trattato europeo che precisa i limiti ai rapporti deficit/PIL e debito/PIL. Le trattative tra i governi sono state particolarmente intense, e l'ultima occasione in calendario per trovare un accordo quest'anno è la riunione dell'Ecofin del 20 dicembre.

C'è da ricordare inoltre che, mentre i limiti alla finanza pubblica stabiliti sulla base del Trattato europeo si applicano a tutti gli Stati aderenti all'Unione, il MES è adottato e si applica ai soli Stati che hanno scelto l'euro: questo meccanismo servirebbe ad evitare che il default del debito pubblico di uno Stato aderente all'euro, o di una sua istituzione finanziaria, possa scatenare una crisi sistemica che incida sulla stabilità della moneta unica.

La stretta correlazione tra i criteri europei in materia di bilanci pubblici e condizioni per l'attivazione del MES viene sancita nell'Allegato III del nuovo Trattato, in cui sono esplicitate le condizioni a cui possono essere concessi prestiti agli Stati, sia quelli precauzionali che quelli di emergenza.

A ben ragione, dunque, tutti i governi italiani hanno sempre sostenuto la stretta correlazione tra la riforma del MES e quella del PSG: visto l'elevatissimo rapporto tra debito pubblico e PIL che ha l'Italia, e considerato che l'ottenimento di un prestito in condizioni di emergenza è condizionato alla preliminare verifica della sostenibilità del debito, risulta indispensabile stabilire con precisione come venga stabilita la sussistenza o meno di questa "condizione di sostenibilità".

È ovvio che ci sono i giudizi delle Agenzie di rating, che attribuiscono a ciascuno Stato un grado di solvibilità cui corrisponde il pagamento di tassi di interesse sul debito che corrispondono ad un più o meno elevato "premio al rischio" corso dai sottoscrittori dei titoli, ma rinviare esclusivamente a queste valutazioni significherebbe rendere del tutto superfluo il giudizio del Consiglio dei Governatori del MES che decide all'unanimità non solo sulla sostenibilità del debito in essere del Paese che ha chiesto il prestito di emergenza al MES, ma anche sulla capacità di restituire queste stesse somme eliminando gli squilibri che hanno determinato la situazione di crisi.

Non basta infatti affermare che il prestito di emergenza del MES, deve essere concesso a "condizioni di severa condizionalità", nell'ottica del creditore privato: il Consiglio dei Governatori deve avere un parametro più preciso per poter intervenire ed eventualmente per condizionare l'intervento di emergenza ad una preventiva ristrutturazione controllata del debito pubblico del Paese che chiede un prestito di emergenza: questo è il punto cruciale per l'Italia, che ha un elevatissimo rapporto debito/PIL.

Questo "parametro politico" non può che essere rappresentato dalle regole che gli Stati aderenti all'Unione devono rispettare per i propri bilanci, e sulla cui base la Commissione europea adotta le occorrenti Raccomandazioni ed eventualmente, nel caso di sforamento, apre una Procedura di infrazione per deficit eccessivo ovvero per debito eccessivo.

Il nuovo Trattato MES, ed in particolare l'Allegato III, furono scritti nel 2020, quando era in vigore il Trattato sul Fiscal Compact, di cui si riprendono l'impostazione e le condizioni.

Uno Stato può ottenere una linea di credito precauzionale (Precautionary Conditioned Credit Line, PCCL) solo se soddisfa le seguenti condizioni:

1) non essere soggetto alla procedura per disavanzi eccessivi;

2) rispettare i seguenti parametri quantitativi di bilancio nei due anni precedenti alla richiesta di assistenza finanziaria:

- un disavanzo inferiore al 3% del PIL;

- un saldo di bilancio strutturale pari o superiore al valore di riferimento minimo specifico per Paese;

- un rapporto debito/PIL inferiore al 60% del PIL o una riduzione di questo rapporto di 1/20 all'anno;

- non evidenziare squilibri eccessivi nel quadro della sorveglianza macroeconomica dell'UE;

- presentare riscontri storici di accesso ai mercati dei capitali internazionali a condizioni ragionevoli;

- presentare una posizione sull'estero sostenibile;

- non evidenziare gravi vulnerabilità del settore finanziario che mettono a rischio la stabilità finanziaria.

Già leggendo questo elenco di condizioni, in particolare quelle relative al debito che deve essere inferiore al 60% del PIL e che nel precedente biennio alla richiesta deve essere stato ridotto di 1/20 l'anno, se ne ricava la assoluta inagibilità dello strumento del credito precauzionale.

Sulla base del nuovo Trattato MES, nessuno Stato europeo potrebbe ricevere una linea di credito precauzionale. A questo proposito, l'Articolo 14 dispone che "Il Consiglio dei governatori può decidere di variare i criteri di ammissibilità applicabili all'assistenza finanziaria precauzionale del MES, e modificare di conseguenza l'allegato III. La modifica entra in vigore dopo che i membri del MES hanno notificato al depositario l'avvenuto completamento delle procedure nazionali applicabili". Questo significa che il Consiglio dei Governatori potrebbe decidere di modificare unicamente le condizioni di ammissibilità per l'assistenza precauzionale, ma che queste dovranno comunque essere ratificate da tutti gli Stati membri.

Sempre nell'Allegato III si prevede che la linea di credito di emergenza, soggetta a condizioni rafforzate (Enhanced Conditions Credit Line, ECCL), possa essere concessa ai membri del MES "cui il mancato soddisfacimento di alcuni criteri di ammissibilità preclude l'accesso a una linea di credito condizionale precauzionale, ma che presentano una situazione economica e finanziaria generale comunque solida e un debito pubblico sostenibile". Ma non c'è nessuna disposizione che consenta al Consiglio dei Governatori di modificare questa disposizione: si rimane nella incertezza più completa, ameno di non ricorrere per analogia al rispetto delle norme ancora in discussione per rimpiazzare il Fiscal Compact. Ma è una questione aperta e delicatissima.

A parte la singolarità della affermazione secondo cui chiederebbe un prestito al MES uno Stato che gode di buona salute economica e finanziaria, anche in questo caso occorrerebbe riscrivere l'Allegato III per raccordarlo alle future norme europee in tema di sostenibilità delle finanze pubbliche.

Se non venisse modificato, chiarendo la portata di queste clausole circa la sostenibilità del debito, il nuovo Trattato MES servirebbe solo a far scattare il procedimento semplificato di ristrutturazione che viene introdotto dall'Art 12 del nuovo Trattato, in base al quale "A tutti i titoli di Stato della zona euro di nuova emissione con scadenza superiore a un anno emessi a partire dal 1° gennaio 2022 si applicano clausole di azione collettiva con votazione a maggioranza singola". In pratica, viene solo oliato il sistema che fu imposto alla Grecia dalla vecchia Troika, composta da Commissione, Bce e Fmi: prima ristrutturi il debito, poi ti fornisco l'assistenza finanziaria, ma alle mie condizioni.

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11/12/2023

Un “patto di stabilità” che destabilizza pure Monti

Alla fine, persino Mario Monti è costretto ad ammettere che “il nuovo Patto di Stabilità” – nella forma che va prendendo nelle riunioni dei mnistri finanziari dell’Unione Europea – “non è all’altezza delle sfide che la UE deve affrontare”.

E lo fa, come sempre, dalle colonne del Corriere della Sera, che certo non è una testata “sovranista”.

Dopo questa prima mazzata – piuttosto inattesa da chi era stato innalzato in appena 24 ore al soglio di senatore a vita e primo ministro, al grido di “lo vuole l’Europa” – l’ex Commissario cerca di attenuare la durezza del giudizio, almeno nelle formule verbali.

E non è dunque affatto necessario seguirlo nelle barocche distinzioni tra il “vecchio” patto (“comprensibile”, secondo lui, alle opinioni pubbliche europee) e quello nuovo, che difetterebbe proprio dal punto di vista della “leggibilità”.

Quello antico – ammette anche lui – “era scritto con l’accetta”, ad ogni prescrizione corrispondeva una sanzione, grosso modo, ma aveva tra l’altro il difetto di non essere davvero applicabile, perché i “parametri di Maastricht” assunti come obiettivi “virtuosi” erano, sì, numericamente semplici, ma economicamente “stupidi” (parola di Romano Prodi!).

In altri termini, quel patto obbediva formalmente ad una teoria economica allora dominante – il neoliberismo, che imponeva la distruzione del “modello sociale europeo”, tra privatizzazioni e liberalizzazioni, riduzione del debito pubblico e del ruolo dello Stato nell’economia – ma non ha mai avuto nessuna capacità di “stimolare la crescita” di un intero continente.

Quel patto, così come scritto, favoriva molto i paesi più forti (la Germania, in testa, e quelli del Nord in genere), ma distruggeva quelli già deboli. Senza peraltro migliorare “l’integrazione europea”.

Mario Monti, questa cosa, non l’ammetterebbe neanche sotto tortura. Dunque è costretto a un’arrampicata sugli specchi che lo porta a ricordare il “diverso contesto” economico e politico, evocando le speranze (e la propaganda fatta di promesse: “lavoreremo un giorno in meno guadagnando come se lavorassimo un giorno in più”, arrivò a dire Prodi per benedire l’euro), l’”egemonia positiva” della Germania di Merkel, ecc.

Sorprendente, per uno che ha massacrato insieme a Mario Draghi il patrimonio di imprese pubbliche, è la critica postuma al “vecchio patto” che “era certamente troppo parco nel dare spazio agli investimenti pubblici, con conseguenze che hanno pesato a lungo sulla crescita e l’ammodernamento strutturale delle economie europee”.

Roma da togliergli tutte le lauree honoris causa assegnategli nel corso del tempo... Ma come: sei tra quelli che più hanno detto, scritto, fatto per eliminare la possibilità di “investimenti pubblici” ed adesso – solo adesso – scopri che era una stronzata suicida? Ma torna a studiare... E soprattutto smettila di elargire pareri sul “che fare”.

Soprattutto perché, proprio alla fine del suo editoriale, il pentito Monti arriva a criticare il “nuovo patto” quasi con gli stessi argomenti che su questo giornale abbiamo avuto modo di illustrare.

Leggiamolo: “Il nuovo patto risente dell’influenza della Germania, tuttora forte, ma che da qualche tempo si è appannata, ha perso in autorità morale, a volte esporta instabilità o ricorre ad artifici contabili”.

Peggio ancora, “Il negoziato negli ultimi mesi ne ha reso ancor più impervia la comprensione ai non tecnici, da ultimo per le esigenze reclamate con forza dal ministro tedesco Lindner. Il combinato disposto dell’esigenza sua di apparire in Germania come rigoroso – soprattutto dopo la pesante sentenza della Corte Costituzionale [che ha dichiarato illegale uno dei 29 “veicoli” fuori bilancio, aprendo così un buco da 60 miliardi nel bilancio federale, ndr] – senza esserlo però troppo nei confronti delle esigenze altrui, pur esse di politica interna (soprattutto del governo italiano […] e del governo francese”.

Detto papale papale: il “nuovo patto” è un pasticcio immondo di regole inventate per consentire a tutti i governi dei paesi più grandi di non avere problemi elettorali gravi alle oramai prossime scadenze nazionali. Ma c’entrano poco con l’economia e persino con la necessità “strategica” di creare una Unione solida e non raccogliticcia.

A questo punto non sorprende più neanche l’ultima chicca che il vecchio Mario si lascia scappare, e che contraddice tutto quel che lui ha rappresentato negli ultimi venti anni in Europa e in Italia.

“Si dovrebbe mettere forte pressione su di loro [Scholz e Lindner, ndr] per convincerli che la Germania in primo luogo, e con essa tutta l’Europa, non possono avere una crescita adeguata finché nel loro paese si mantiene lo Schuldenbremse, freno sul debito, come regola istituzionale (che peraltro ora hanno eluso) invece di qualcosa di simile a una Golden rule che era nella Costituzione tedesca nei decenni del miracolo economico”.

Insomma: basta con il freno sul debito pubblico, avanti con gli investimenti pubblici, la Germania la faccia finita di recitare la parte della “virtuosa” e vedrete come si torna a crescere...

La crisi fa davvero male, se Mario Monti diventa quasi keynesiano...

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