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18/01/2024

Nuovo Patto di Stabilità: può piovere per sempre

Il 2023 si è chiuso con un impeto di chiarezza e onestà intellettuale. Le istituzioni europee hanno, infatti, cercato di sgomberare definitivamente il campo da tutte le sciocchezze con cui anime candide e utili idioti ci ammorbavano dai mesi concitati della pandemia (l’Europa è cambiata! Mai più austerità, la priorità è il benessere delle popolazioni! La lezione è servita, l’Europa ha finalmente capito le virtù di una politica economica espansiva e coordinata!). Con la fine del 2023, infatti, è scaduta la sospensione del Patto di Stabilità e Crescita che era stata decretata per contenere le conseguenze economiche del Covid-19. Una sospensione che, lungi dall’essere dettata da considerazioni di natura umanitaria sulla macelleria sociale che sarebbe derivata dall’applicazione pedissequa delle regole, ha avuto come principale obiettivo quello di salvaguardare i profitti. Ora che l’emergenza è finita e i profitti sono salvi, si torna alle regole.

Dopo mesi di negoziazioni, proposte della Commissione Europea e una ricerca di compromessi sempre più al ribasso, pochi giorni prima di Natale il Consiglio Europeo ha ‘finalmente’ trovato un accordo per la riforma della governance economica europea, riaffermando in maniera forte e chiara che l’austerità fiscale è il principio cardine dell’integrazione europea.

Apparentemente, niente di nuovo sotto il sole, giusto? Purtroppo non è esattamente così. Per capire perché le nuove regoli fiscali rappresentino un salto di qualità e un ulteriore giro di vite, è necessario fare un passo indietro. Fino a prima della sua sospensione, sancita nei mesi più duri della pandemia, il cosiddetto Patto di Stabilità e Crescita era il meccanismo principe di disciplina delle finanze pubbliche dei Paesi membri dell’Unione Europea. Per valutare lo stato di salute dei conti di un Paese, i principali parametri critici erano – e ancora sono e saranno – i seguenti: lo stock di debito pubblico, che deve essere inferiore al 60% in rapporto al PIL, e il deficit, cioè la differenza tra quanto uno Stato spende e quanto incassa su base annua, che non deve superare il 3% del PIL (al netto di circostanze eccezionali e straordinarie).

Per i Paesi che non rispettavano questi parametri, erano previsti dei precisi piani di rientro, cioè delle misure di politica fiscale volte a ritornare nelle fila dei Paesi ‘responsabili’. Ad esempio, per un Paese con un debito pubblico che eccede il 60% del PIL era teoricamente previsto un rientro nei ranghi in venti anni, al ritmo di un ventesimo dell’aggiustamento complessivo richiesto all’anno. Per dare un’idea possiamo prendere ad esempio l’Italia: per il nostro Paese il rapporto debito pubblico/PIL è all’incirca al 141%, cioè oltre 80 punti di PIL sopra il 60%. Per portare questo parametro al 60% in venti anni sarebbe servita una riduzione ad un ritmo di più di quattro punti percentuali di PIL all’anno, cioè più di 80 miliardi ogni anno, per venti anni. Sostanzialmente gli stessi effetti di una guerra o di una pandemia della durata di due decenni, una misura così draconiana da essere, nei fatti, irrealizzabile e inapplicabile, se non si vuole ridurre un Paese in carestia. E qui risiedeva il paradosso: il ‘vecchio’ Patto di Stabilità era così assurdo e fuori di testa da rappresentare sì un’arma potente di disciplina verso i Paesi riottosi ad adeguarsi ai parametri richiesti, ma un’arma spuntata, poiché impossibile da applicare alla lettera. Ecco quindi aprirsi spazi di negoziazione politica e margini di trattativa tra istituzioni europee e Paesi membri, percepiti dai guardiani dei conti come un ostacolo e un inutile orpello.

Le nuove regole risolvono con un colpo netto questa apparente contraddizione. La camicia di forza sarà cucita su misura di ogni singolo Paese, in maniera tale da colpire dove fa più male, in maniera puntuale, scientifica e questa volta applicabile. Proviamo a capire come.

Le 49 pagine che formano il Regolamento relativo al coordinamento efficace delle politiche economiche e alla sorveglianza di bilancio multilaterale partono subito mettendo le cose in chiaro: la risposta alla pandemia, permessa dall’allentarsi dei vincoli di bilancio, è stata efficace nel limitarne la ricaduta economica. Ora però la festa è finita e si torna alla normalità, poiché evitare il collasso delle economie dei Paesi membri è stato pagato al caro prezzo di un aumento generalizzato dei livelli di debito pubblico. Per ovviare a questa situazione, il meccanismo è tanto semplice quanto perverso. Ogni Paese dovrà presentare a Commissione e Consiglio europei un piano fiscale/strutturale di medio termine, dove specificare quali sono i provvedimenti economici e le riforme strutturali che si prevede di prendere per la durata di tutta la legislatura nazionale. La presentazione del piano sarà però preceduta da un ‘dialogo tecnico’ (le parole sono molto importanti qui) con la Commissione Europea; se il Paese in questione non rispetta uno dei due indicatori di salute dei conti pubblici di cui parlavamo prima – un rapporto debito pubblico/PIL maggiore del 60% o un rapporto deficit/PIL maggiore del 3% – la Commissione fornisce al paese anche una ‘traiettoria tecnica’, cioè un garbato suggerimento su quale dovrebbe essere l’andamento della spesa primaria netta (sostanzialmente la spesa pubblica al netto della spesa per interessi sul debito pubblico, della componente ciclica[1] dei sussidi di disoccupazione e di altre voci meno rilevanti) negli anni a venire allo scopo di garantire la sostenibilità del debito pubblico del Paese. Qui risiede una prima, grande novità delle nuove regole di bilancio: la spesa primaria netta – per intenderci, gli stipendi dei dipendenti pubblici (medici, infermieri, insegnanti, giusto per fare qualche esempio), le pensioni, la spesa sanitaria e così via – è la variabile su cui ricade per intero il peso dell’aggiustamento che le istituzioni europee ritengono necessario ai fini di assicurare che il debito pubblico sia sostenibile nel medio termine. Ciò genera due importanti e devastanti conseguenze.

In primo luogo, la spesa primaria netta è una variabile molto più facilmente controllabile: il deficit è calcolato in base alla previsione delle entrate, e quando si stimano le entrate previste (attraverso privatizzazioni e altre amenità) si gonfiano le previsioni e si arriva spesso ad un valore del deficit previsto molto più basso di quello che, in realtà, si registrerà. Con la spesa primaria depurata dalle componenti cicliche (che sono quelle suscettibili di stima) è molto più difficile giocare con i conti, e dunque si è costretti a tagliare davvero. Il controllo, dunque, è molto più pervasivo, diretto ed esplicito. La Commissione detta esplicitamente una traiettoria per la spesa primaria ed è questo il criterio rispetto al quale un Paese viene considerato con le carte in regola o meno.

In secondo luogo, l’attenzione sulla sola spesa apre la strada ad una dinamica perversa: un Paese potrebbe imporre tagli draconiani alla spesa e compensarli con riduzioni equivalenti delle tasse, e così facendo resterebbe nel limbo dei Paesi indisciplinati (perché il deficit non cambierebbe) ma, al contempo, starebbe rispettando il parametro tecnico della riduzione della spesa primaria, magari facendo felici i padroni. Va sottolineato, infatti, che il rispetto della regola sulla spesa primaria netta non è sufficiente a far sì che il Paese esca dalla lista dei cattivi. Lo storico parametro sul deficit va comunque rispettato.

Torniamo al meccanismo che stavamo descrivendo: dopo il ‘dialogo tecnico’ con la Commissione, il Paese redige il suo piano fiscale/strutturale di medio termine e lo presenta al Consiglio Europeo. Il Consiglio, dopo avere ricevuto una raccomandazione della Commissione, lo può approvare o richiedere dei correttivi, valutando se, al termine del periodo di aggiustamento – che è ordinariamente di quattro anni – si rispettano due criteri:

  • il rapporto debito pubblico/PIL deve collocarsi su un sentiero di diminuzione;
  • il rapporto deficit/PIL deve essere stabilmente tenuto a bada. Qui viene fuori la seconda novità, e anche la seconda rogna. Come dicevamo, e fin dagli albori del Trattato di Maastricht, questo criterio era operativamente espresso in un rapporto deficit/PIL inferiore al 3%. Adesso però, mascherato dietro una fumosa espressione – un margine di resilienza comune – si cela un inasprimento che impone ai Paesi un deficit inferiore all’1,5% del PIL. L’idea è semplice quanto economicamente insensata: ciascun Paese deve tenersi a disposizione un cuscinetto per poter aumentare il proprio deficit fino a un massimo del 3% del PIL qualora condizioni economiche straordinarie richiedessero un intervento pubblico a sostegno dell’economia. Come dicevamo, una visione priva di senso e che si fonda sul principio della scarsità – dei soldi, del reddito, di tutto – in virtù della quale è necessario non spendere oggi per poter spendere domani

Come detto, il periodo di aggiustamento ordinario è di quattro anni. Tale periodo, però, può essere portato fino a sette anni in determinate circostanze. Circostanze che, però, sono tutt’altro che positive. Infatti, l’estensione può avvenire solo nel caso in cui il Paese si impegni e dimostri di realizzare determinate riforme concordate con la Commissione Europea, incluse quelle del PNRR. Un ulteriore ricatto che usa la spada di Damocle del rigore (esasperato) di bilancio per imporre riforme strutturali.

È bene specificare che i due criteri sopra citati, il primo fondato su una Debt Sustainability Analysis, il secondo improntato a una Deficit Resilience Safeguard, sono additivi, nel senso che impongono due diversi aggiustamenti al Paese i cui conti non sono in regola, che si sommano l’uno all’altro. Anche qui, può essere utile provare a dare sostanza e numeri a regole apparentemente astratte. A tale scopo, si può fare riferimento a uno studio del think-tank Bruegel, tra i più influenti per quanto riguarda la politica europea e certamente non tacciabile di anti-europeismo. Secondo i calcoli degli autori (spiegati in dettaglio qui), per l’Italia sarebbe necessario un aggiustamento annuo – cioè un taglio della spesa pubblica – che oscilla tra i 12 e i 23 miliardi l’anno, a seconda che il calcolo sia su un orizzonte di sette o quattro anni. Cosa ancora più sconcertante, alla fine del periodo di aggiustamento e una volta tornati nei ranghi dei Paesi rispettabili, l’Italia dovrebbe mantenere un saldo primario di bilancio[2] superiore al 4% del PIL, che, come detto sopra, equivale a uno Stato che sottrae risorse all’economia, ogni anno, per un ammontare superiore a 80 miliardi. Sono numeri apocalittici, che rappresentano una ricetta certa per una recessione permanente e un’esplosione della disoccupazione.

Ma non è finita qui, perché le conclusioni di Bruegel si basano su ipotesi particolarmente ‘ottimistiche’. Lo studio in questione, infatti, ipotizza che i tagli alla spesa pubblica hanno un impatto ridotto e solo temporaneo sull’andamento del reddito e della produzione nazionali, cioè il PIL – in gergo tecnico, assume che i moltiplicatori fiscali sono molto bassi e hanno un effetto che svanisce dopo tre anni, in barba alla letteratura scientifica più seria. Ciò vuol dire che gli scenari tragici preconizzati dallo studio di Bruegel rappresentano la migliore delle ipotesi. Assumendo valori più realistici del moltiplicatore e un funzionamento dell’economia più vicino alla realtà, a seguito dei tagli prescritti il PIL risulterebbe molto più basso di quanto previsto dallo studio in questione. Con il risultato che il Paese si troverebbe ancora più distante dal rispetto dei parametri di finanza pubblica. Quale sarebbe, a questo punto, la risposta da dare secondo le nuove regole? Un’ulteriore riduzione della spesa primaria.

In tale contesto, ogni anno il Paese con i conti non in regola e nel pieno dell’aggiustamento richiesto dovrà presentare alla Commissione un rapporto sullo stato di avanzamento e di progresso della macelleria sociale perpetrata in casa. Un minimo margine di tolleranza sarà dato al Paese che si trova nel mezzo di una crisi economica causata da fattori esterni e inattesi, mentre un occhio di riguardo sarà riservato alle spese militari, che avranno un peso minore nel computo del deficit, perché oltre al danno è bene che ci sia sempre spazio anche per la beffa.

L’Unione Europea mostra ancora una volta il suo volto e lo fa in modo plateale e provocatorio. Una macchina da guerra per l’applicazione dura e semplice delle politiche economiche neoliberiste più estreme e la cancellazione totale di ogni residuo di ciò che resta del modello ad economia mista costruito nei decenni del secondo dopoguerra. Tramite l’apparente neutralità spietata dei numeri e la sempre viva retorica del debito insostenibile si porta a compimento quel disegno iniziato negli anni ’80 di smantellamento dello Stato sociale e dell’economia pubblica, avanzando verso un’integrale privatizzazione dell’economia e confermando la totale rinuncia al perseguimento della piena occupazione. L’obiettivo ultimo di questo scempio distruttivo è l’accelerazione della mastodontica operazione di redistribuzione del reddito e della ricchezza dal basso verso l’alto, il depauperamento di chi già è povero e delle classi medie e l’arricchimento senza limite di pochi a danno della maggioranza.

Sta a noi smascherare, dietro l’apparente freddezza neutrale di numeri e numeretti, un progetto eminentemente politico e sociale e contrapporci con proposte di segno contrario alla marea politica unanime che lo sostiene dal governo all’opposizione che oggi siede in Parlamento.

Note

[1] La teoria economica dominante prevede che ci sia un livello ‘naturale’ del tasso di disoccupazione, a cui l’economia di un Paese naturalmente tende. È però ammesso che ci siano deviazioni temporanee da questo livello. I sussidi di disoccupazione che riceve chi si trova in una situazione di disoccupazione temporanea, destinata a riassorbirsi se si lasciano operare le forze di mercato, sono la componente ciclica dei sussidi di disoccupazione complessivi elargiti.

[2] Il saldo primario di bilancio è la differenza tra le entrate e le uscite di uno Stato, al netto – cioè senza tenere conto tra le spese – degli interessi pagati sul debito pubblico, che per l’Italia ammontano all’incirca al 4.36% del PIL.

Fonte

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