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29/01/2024

Ambiguità e reticenze statunitense sulla base attaccata in territorio siriano

Tre soldati statunitensi morti e 25 feriti, in un luogo ancora imprecisato tra Siria e Giordania. Un giornalista medio dovrebbe chiedersi “cosa ci fanno truppe Usa in Siria?”, ma questo è ormai chiedere troppo alla stampa mainstream.

La seconda domanda è perché mai i vertici Usa (Pentagono e Casa Bianca) diano notizia delle perdite ma rimangano abbottonati sulla località.

Vaga anche la rivendicazione dell’attacco, condotto con droni non con uomini mandati allo sbaraglio: “Resistenza Islamica” è infatti una definizione alquanto generica. Indica che da quelle parti – dove le popolazioni sono quasi interamente musulmane – le truppe occidentali non sono particolarmente benvolute.

Comunque i resistenti, nel loro comunicato, dicono sicuramente qualcosa di più dei vertici Usa: le basi colpite sono più d’una, il che implica non solo un certo controllo del territorio ama anche la capacità di condurre attacchi sincronizzati contro l’esercito più potente del mondo.

La maggior parte degli analisti presume che il grosso delle vittime si sia verificato nella base di al-Tanf in Siria. Una base come minimo “illegale” (realizzata occupando una porzione di territorio siriano con la motivazione di voler “combattere il terrorismo”) che gli Stati Uniti utilizzano da anni per aiutare l’ISIS e addestrare terroristi da usare contro Assad, oltre a bloccare la crucialissima rotta di confine tra Siria e Giordania per mantenere la Siria isolata ed economicamente soffocata.

Segretezza e confusione, con così tante basi illegali americane sparse come cartacce, regnano sovrane. Il silenzio sul luogo dell’attacco è probabilmente un tentativo di minimizzare e nascondere l’attività ad al-Tanf degli Stati Uniti e dare l’apparenza di legalità lasciando nell’incertezza se la base sia in Siria oppure in Giordania. Dove gli Stati Uniti hanno effettivamente il permesso legale di stare, a differenza di al-Tanf.

C’è poi anche il tentativo di mantenere inscalfibile il mito dell’esercito “invincibile” degli Stati Uniti come rappresentato da Hollywood. Mentre un attacco con droni che arriva a segno significa, quanto meno, che non ci sono difese aeree funzionanti. Ma anche che sia le truppe sia i generali lasciano molto a desiderare. Alcuni video girati subito dopo l’attacco mostrano ufficiai e soldati quasi alle lacrime, con il comandante della base che spinge le truppe ad abbandonare la base e disperdersi nel deserto.

Qualcuno a questo punto ironizza pure: “riuscite immaginare queste persone al fronte contro la Russia in Ucraina?”

Sono scene piuttosto diverse da quelle della propaganda sulla guerra in Iraq di 20 anni fa (quella reale, non i film di Hollywood). “Come è possibile? Gli Stati Uniti erano invincibili durante la guerra in Iraq nel 2003”. Quella era una guerra “asimmetrica”, ossia con una parte che possiede di tutto (aerei, missili a lunga gittata, truppe corazzate e aviotrasportate, portaerei, ecc.) e l’altra che ha ben poco e magari tecnologicamente molto arretrato.

Perdi più, a complicare ulteriormente la situazione, prospettando una escalation che diventa sempre meno controllabile, in questo momento girano molte “voci” sul fatto che Israele sta radunando molte truppe al confine libanese e si sta preparando a lanciare una grande invasione fino al fiume Litani.

L’unica cosa certa è che l’anno delle elezioni è appena iniziato e le cose si stanno già sgretolando più rapidamente di quanto chiunque potesse immaginare. E mentre la pentola trabocca, i factotum degli Stati Uniti (Israele e Ucraina) non fanno progressi nel frenare i disastri imminenti.

Parlando in termini razionali, è difficile immaginare come questa situazione possa risolversi senza una totale ritirata degli Stati Uniti dal Medio Oriente o una nuova guerra importante.

Sono naturalmente due scenari assai diversi:

- se gli Stati Uniti si ritirano, questa sarà considerata “la madre di tutti i fallimenti” dell’amministrazione Biden, simile al ritiro afghano moltiplicato per 100. La maggior parte dei “falchi della guerra” repubblicani alimenterà certamente questa interpretazione, dato che sono a busta paga del complesso militare-industriale;

- se Biden invece ordina attacchi importanti diretti all’Iran, potrebbe portare a una serie di escalation che chiuderebbe l’intera regione, avvolgendola nelle fiamme e facendo crollare l’economia mondiale. Il che sarebbe una botta terribile per qualsiasi possibilità di rielezione dell’establishment quest’anno.

È del resto impensabile decidere ora di mettere massicciamente altri soldati sul campo; ci vorrebbe un anno o più di preparazione. L‘invasione dell’Iraq, per esempio, ha richiesto 6 mesi solo per trasportare materiale e risorse nella regione, metterle in posizione, ecc.

Ma l’Iran molto probabilmente non starebbe lì ad aspettare che ciò avvenga, anche perché dispone di sistemi balistici moderni molto più sofisticati di qualsiasi cosa avesse l’Iraq. Quindi l’invasione terrestre è esclusa.

L’unica cosa che potrebbero tentare è una campagna aerea a lungo raggio. Ma anche in questo caso, per raggiungere risultati apprezzabili (ridurre seriamente le capacità militari di Teheran) sarebbe necessaria una vasta campagna della durata di almeno 6-12 mesi. Cosa peraltro non semplice.

La NATO intera, anni fa, ci ha messo 3 mesi per assemblare le forze da scagliare contro la piccola Serbia (6 milioni di abitanti e un territorio relativamente piccolo). L’Iran ha una popolazione di 90 milioni di abitanti e un territorio molto più vasto di quello serbo, senza contare un esercito molto più grande. In breve: ci vorrebbero anni, e durante quegli anni rimarrebbe strozzato il commercio marittimo ed economico nella regione (gas e petrolio, principalmente), facendo crollare l’economia globale.

Tutto può accadere, naturalmente, ma pensare di risolvere il rebus mediorientale a colpi di testa militari – un giorno contro i palestinesi, un altro contro i siriani o il Libano, un altro ancora contro gli Houthi, sullo sfondo anche contro l’Iran – è da pazzi. E di questi tempi pare siano proprio loro a tenere le redini di quasi tutti i governi occidentali.

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