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22/01/2024

La guerra, prossima ventura e presente

La mostrificazione (termine orrendo e anch’esso mostruoso, ma rende l’idea) della Russia e di tutto ciò che è russo da parte nostra non ha nulla a che vedere con la Russia in sé e ancor meno col sostegno all’Ucraina, ma risponde a logiche completamente interne – interne alla NATO, o all’Occidente, o al “giardino” di Borrell, chiamatelo come volete, e segnatamente alla sua organizzazione militare ed economica.

Non diciamo, mi pare, nulla di nuovo e che non abbiamo già ripetuto varie volte. All’inizio si è trattato di una colossale occasione per svuotare i magazzini della roba vecchia che stava lì ad arrugginire dai tempi della guerra fredda, la cui presenza impediva nuove commesse e nuovi investimenti (“mamma, possiamo comprare dei cannoni?” “Ce li abbiamo a casa i cannoni”) e costava parecchio, in termini di manutenzione e spazio di stoccaggio.

Mandandoli in Ucraina ci si guadagnava qualcosa, si faceva bella figura, e si costringevano i governi nazionali e l’Unione Europea (in questa circostanza del tutto coincidente alla NATO, e soprattutto completamente subordinata) a tirare fuori soldi per comprare armi nuove o meno vecchie, nella solita partita di giro nella quale guadagnano tutti, produttori, fornitori, intermediari e utilizzatori finali.

Anche qui, nulla di nuovo: alla fine non c’è troppa differenza tra il mercato delle auto usate e dei semoventi usati, e la guerra in Ucraina per i nostri eserciti è stata un po’ come l’Euro 4 e l’Euro 5 per il parco macchine europeo.

Ultimamente, però, qualcosa è cambiato. Due cose, sostanzialmente. La prima, il conflitto in Ucraina ci ha fatto capire bruscamente che il tipo di eserciti che stavamo costruendo, ossia piccoli, ipertecnologici e iperspecializzati, ma con pochi uomini e pochi mezzi, non funziona quando non hai a che fare con beduini, pastorelli e valligiani.

La seconda, ancora più terribile: il nostro sistema industriale, che sognavamo onnipotente e in grado di sfornare qualsiasi cosa desiderassimo in tempi brevissimi e in quantità stratosferiche, non è più in grado di produrre quello che ci serve per un conflitto convenzionale del tipo che stiamo vedendo in Ucraina o a Gaza. Non abbiamo munizioni ed equipaggiamento sufficiente, e soprattutto non abbiamo più i mezzi per procuracelo.

Ah, ce n’è una terza: buona parte del mondo si è stufata di noi, e non si sta facendo più problemi a farcelo notare.

Quello che serve, dunque, è ripensare interamente il nostro sistema produttivo, ovvero la nostra società. “Pace o condizionatori”, aveva detto quel signore: ma lo aveva detto troppo presto, e la gente lo ha preso in giro.

Non c’era stato il tempo di preparare l’opinione pubblica alla necessità di tagliare non i condizionatori, ma l’istruzione, la sanità, la spesa pubblica in generale, e convertirla in spese militari per provare a mantenere la nostra supremazia globale.

E questo spiega il perché del discorso che negli ultimi mesi si è fatto sempre più tambureggiante, secondo il quale dopo l’Ucraina (che, faccio notare, abbiamo già tranquillamente data per persa) sarà la volta del Baltico, della Polonia, e poi chissà di che altro, e quindi è necessario “difendersi”, e per difendersi produrre, e per produrre trovare i soldi, togliendoli a qualcos’altro (quest’ultimo dettaglio non viene comunicato, ma è abbastanza ovvio).

Abbiamo letto prima accenni e poi appelli, ma finora affidati a giornalisti collusi col sistema di prebende liberal-atlantiste, che potevamo leggere o meno, seguire o meno, approvare o meno, e a qualche politico di seconda fascia o di paesi piccini che non vedono l’ora di sacrificare il continente sperando di vincere la guerra che i loro nonni, per fortuna, hanno perso.

Finché ieri, finalmente, non ci ha pensato l’ammiraglio Bauer, comandante del NATO Military Committee, composto dai Capi di Stato Maggiore di tutti i Paesi NATO, a mettere in chiaro le cose (trovate tutto qui).

Entro vent’anni, ha detto, ci troveremo nella necessità di impegnarci in una guerra totale contro la Russia, per la quale non dobbiamo solo rinnovare le nostre forze armate ma riorganizzare la società.

Non possiamo più dare per scontata la pace: “dobbiamo essere pronti a vasto spettro. Bisogna mettere in piedi un sistema per trovare più gente se si arriva alla guerra, che ci si arrivi o no. Poi si parla di mobilitazione, riservisti o coscrizione. Bisogna poter contare su una base industriale che sia capace di produrre armamenti e munizioni abbastanza velocemente da poter continuare il conflitto se ce ne sarà uno”.

Riorganizzare la produzione industriale – con buona pace dei condizionatori e pure delle terapie intensive – e magari un bel ritorno alla leva così saremo pronti per quando Putin ci attaccherà.

Gli stessi discorsi, ovviamente, si fanno dall’altra parte, anche se loro la leva già ce l’hanno e pure la produzione industriale.

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