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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/10/2026

Fuori l’Italia dai giochi dell’apocalisse nucleare NATO

Per una settimana i cieli italiani si trasformeranno nel teatro di una delle più delicate e imponenti manovre militari dell’Alleanza Atlantica. Dal 13 al 20 ottobre si svolgerà “Steadfast Noon 2026”, l’annuale esercitazione della NATO ideata per testare la prontezza e le procedure di “deterrenza” (dicono i guerrafondai...) nucleare, simulando l’impiego delle armi atomiche statunitensi schierate sul suolo europeo.

L’operazione è legata agli accordi di condivisione nucleare che coinvolgono nazioni come Italia, Belgio, Germania, Paesi Bassi e Turchia. Sebbene le attività si svolgano senza l’uso di testate reali, l’evento ha giustamente innescato dure reazioni. Innanzitutto perché, ha denunciato AVS, la notizia dell’esercitazione non è giunta attraverso comunicazioni ufficiali del governo alle Camere, bensì attraverso un documento tecnico destinato all’aviazione civile.

Il piano di Steadfast Noon delinea una fitta ragnatela di rotte che attraverserà l’intera penisola nelle giornate del 13, 14, 16 e 20 ottobre. I velivoli decolleranno dagli scali dell’Aeronautica Militare di Ghedi (Brescia), Aviano (Pordenone), Amendola (Foggia), Gioia del Colle (Bari) e Trapani.

Rotte di raccordo taglieranno l’Italia dal Friuli e dalla pianura lombarda lungo l’Appennino tosco-emiliano, dalla Puglia verso ovest e dalla Sicilia occidentale, convergendo verso ampi settori del Mar Tirreno e della costa orientale della Sardegna. La mappa dei corridoi aerei sembra essere sostanzialmente la stessa del 2023, quando i cieli italiani ospitarono quell’edizione dell’esercitazione militare.

Nel nostro paese, i siti cardine sono le basi di Aviano e Ghedi, dove sono stoccate le bombe termonucleari a gravità statunitensi. Durante l’esercitazione, gli equipaggi dei caccia a duplice capacità convenzionale e nucleare simulano le manovre di avvicinamento e sgancio, scortati da caccia di copertura e aerei cisterna.

I nodi che emergono da questa vicenda sono almeno tre. Il primo è di carattere “materiale”: dove si svolgeranno le sessioni di tiro segnalate nei bollettini e con quale tipo di munizionamento? Che tipo di effetti avranno sull’ambiente e sulla salute dei cittadini che potrebbero essere coinvolti, loro malgrado, nelle ricadute delle esercitazioni, in particolare in Sardegna?

Il secondo riguarda lo stato comatoso della nostra “democrazia”. È assurdo che il Ministero dalla Difesa tratti l’esercitazione come una questione tecnica, come una semplice nota da inviare all’aviazione civile per evitare “danni collaterali”. L’assoluta mancanza di trasparenza sull’utilizzo del Paese come una piattaforma militare per armi nucleari altrui palesa la preoccupazione del governo intorno alla crescente opposizione alla deriva bellicista promossa dalle classi dominanti occidentali.

E da qui emerge l’ultimo nodo, quello prettamente politico-strategico. Il vero problema, al di là di quel che denuncia AVS, è l’adesione all’alleanza aggressiva e mortifera della NATO, e ai vincoli e automatismi a cui questa gabbia dà origine. L‘Italia dovrebbe certo aderire al Trattato ONU per la proibizione delle armi nucleari (TPNW) e pretendere il ritiro delle testate atomiche dal territorio nazionale.

Ma è proprio l’adesione all’Alleanza Atlantica, intesa come piattaforma di proiezione degli interessi imperialistici, anche con la perpetua minaccia nucleare, che deve essere messa in discussione. Non è un caso che nessun paese NATO abbia firmato il trattato appena citato, e gli unici paesi europei ad averlo ratificato (tolti San Marino, il Vaticano, e Malta) siano l’Austria e l’Irlanda, che non fanno appunto parte dell’Alleanza.

Bisogna tutelare la popolazione italiana, rendendo il paese un promotore di diplomazia, non della futura – e ultima – guerra mondiale.

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04/10/2026

La guerra ibrida della NATO, spiegata candidamente da Rutte

Lo scorso mercoledì, 30 settembre, si è tenuto un evento organizzato dal canale Euronews, intitolato “Defence & Space Summit 2026”. All’iniziativa, svoltasi a Bruxelles, sono stati invitati a parlare anche importanti figure politiche (con posizioni non sempre coincidenti) quali Mark Rutte, gli ambasciatori USA presso la NATO e la UE, i capi dei governi bulgaro e lituano, rispettivamente Rumen Radev e Mindaugas Sinkevičius.

Era inevitabile che, in una fase che rappresenta un tornante storico come quella che viviamo oggi, ci fossero voci con opinioni e priorità differenti da mettere in evidenza. Il segretario della NATO ha messo in chiaro le proprie: dire il falso, sempre. Dopo aver rilanciato anche la necessità che la UE diventi un attore guerrafondaio e di destabilizzazione a livello mondiale.

Andiamo con ordine. Sull’ultimo tema, Rutte ha detto, parlando di Asia occidentale, che “l’Europa non è riuscita a neutralizzare le capacità nucleari dell’Iran. […] Tra dieci anni potremo e dovremo farlo. Non dovrebbero essere gli americani a occuparsene”, e lo stesso, a suo avviso, vale per gli Houthi.

Ricordiamo che il “problema” nucleare iraniano non esisteva, fintanto che gli USA non si sono sfilati dall’accordo siglato da Obama nel 2015 e le capitali europee hanno votato per reintrodurre le sanzioni all’Iran, nonostante Teheran abbia sempre rispettato i termini dell’accordo, insieme alle altre potenze occidentali.

E tuttavia, Rutte ha parlato dell’importanza che il Vecchio Continente sia in grado, nell’arco di una decina d’anni, di impelagarsi in un’iniziativa di avventurismo bellico come quella che già ora ha messo in scacco gli Stati Uniti. Uno statista coi controfiocchi, insomma... 

Tra gli argomenti principali su cui è intervenuto c’è stato il momento dedicato alla “guerra ibrida”. Quella pratica che da più parti – anche dalla “sinistra” compatibilista e imperiale – viene indicata come la principale minaccia per le “democrazie” europee è stata collegata dal politico olandese, com’era facile aspettarsi, alla Russia.

Purtroppo per lui, ancora una volta, ne è uscito come una figura macchiettistica, inadeguata... ma soprattutto bugiarda e pericolosa per la pace. I giornalisti lì presenti, in una intervista congiunta con Sinkevičius, hanno posto alcune semplici domande, di fronte alle quali i veri agenti della disinformazione sono risultati essere non i bot russi, ma i vertici delle istituzioni occidentali.

Dopo settimane di fantomatici piani d’attacco del Cremlino contro Italia, Francia e Spagna, esercitazioni volte non a preparare la difesa di territori UE o NATO, ma a colpire Kaliningrad – ovvero un’exclave internazionalmente riconosciuta come prima sovietica e poi russa fin dal 1945 – dopo l’accusa senza prove da parte dell’Estonia di un sabotaggio ordito da Mosca a una fabbrica di droni, ora i due politici si sono ritrovati a dover parlare dei fatti.

“Esistono prove concrete, reali, che dimostrino che i servizi di intelligence hanno fornito informazioni che indicano che la Russia si sta preparando a qualcosa?”. Il primo ministro lituano ha risposto con semplicità: “in realtà, no”.

Di cosa si sta parlando, allora, quando tutti i media mainstream continuano a lanciare l’allarme sull’imminente minaccia russa?

Stanno praticando la “guerra ibrida”, ma quella della NATO. “Avete sentito il Comandante Supremo alleato dire: ‘Quando possibile, quando siete sicuri che si tratti dei russi – o quasi sicuri che si tratti dei russi – attribuite la responsabilità ai russi, esattamente come ha fatto l’Estonia’. Lo apprezzo”, ha dichiarato Rutte.

Insomma, ogni volta che potete mettete in giro informazioni non verificate riguardo al fatto che ogni problema che emerge tra Lisbona e il Volga è colpa di Putin. Proprio come ha fatto l’Estonia con la fabbrica di droni.

È un atteggiamento che favorisce evidentemente la disinformazione, ma è disinformazione “democratica”, nel modo di pensare dell’alleanza atlantica. Quindi va bene.

Detto da un politico che è tra i più fermi sostenitori della UE come “faro di civiltà”, con Bruxelles che ha addirittura varato un “Ministero della Verità” union-europeista, tutto ciò dimostra solo una cosa: i sistemi politici occidentali sono ormai “democrature”, in cui il dissenso è un crimine e l’unica libertà di pensiero concessa è quella guerrafondaia.

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13/09/2026

Gli USA pressano gli alleati NATO per abbandonare la Corte Penale Internazionale

Secondo quanto rivelato da un’inchiesta di Politico, gli Stati Uniti hanno chiesto agli alleati della NATO di ritirarsi dal trattato istitutivo della Corte Penale Internazionale (CPI) e di collaborare per depotenziarne l’operato a livello globale. La richiesta è stata avanzata a porte chiuse a Bruxelles, durante una riunione tra i rappresentanti permanenti dei 32 paesi membri dell’alleanza.

Come ormai d’abitudine per l’amministrazione Trump, non sono mancate minacce velate. L’inviato statunitense, Matthew Whitaker, avrebbe chiuso il proprio discorso dicendo ai partner: “osserveremo attentamente chi si schiera dalla parte dell’America”. Come per l’aggressione all’Iran, la Casa Bianca sta usando attivamente la propria posizione dominante nella filiera occidentale come leva per riallineare i “vassalli” europei ai propri interessi.

Parallelamente al vertice, la delegazione stelle-e-strisce ha fatto circolare un documento programmatico molto netto. Washington dichiara l’intenzione di voler smantellare sistematicamente le capacità della CPI. “Vi chiediamo con fermezza di adottare immediatamente le misure necessarie per il ritiro”, affermerebbe il testo statunitense.

L‘amministrazione Trump sollecita le capitali alleate ad avviare immediatamente le procedure di recesso dallo Statuto di Roma, il trattato del 1998 su cui si fonda la Corte, a interrompere ogni sostegno materiale, finanziario e logistico all’istituzione dell’Aja, e a condannare pubblicamente i presunti “abusi di potere” dell’organismo internazionale, definito una minaccia alla sovranità nazionale.

L’offensiva diplomatica rappresenta il culmine di una linea dura condotta dal Segretario di Stato americano Marco Rubio, che neanche troppo dietro le quinte vede pure Israele impegnato nello smantellamento del diritto internazionale. Una vittoria sostanziale è stata raggiunta con la destituzione del procuratore della Corte Penale Internazionale Karim Khan.

Washington contesta i mandati di arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, emessi per i crimini commessi a Gaza. Ad ogni modo, è sin dall’amministrazione Clinton che gli USA hanno ostacolato le attività dell’Aja. Anche Biden, pur togliendo le sanzioni imposte ai giudici durante la prima amministrazione Trump, ha ribadito la tutela dei cittadini statunitensi contro le accuse mosse in relazione ai crimini compiuti durante la guerra in Afghanistan.

Stando alle informazioni raccolte da Politico attraverso tre funzionari rimasti anonimi, di fronte a questa nuova offensiva contro la CPI sono stati la Francia e i Paesi Bassi a esprimere la più netta contrarietà alle richieste statunitensi. Ma come detto, non è Washington ad aver cambiato atteggiamento. In realtà, è proprio in seno alla UE che diversi paesi hanno nei fatti disconosciuto e delegittimato i mandati dell’Aja.

L’aereo di Netanyahu è passato più volte nello spazio aereo greco e italiano, e a inizio del 2026 ha sorvolato anche il territorio francese. Roma ha evidentemente mancato di adempiere agli obblighi dello Statuto di Roma anche nel caso Almasri. Insomma, di facciata i paesi del Vecchio Continente si dicono a tutela del diritto internazionale, ma nei fatti se ne disinteressano quando ciò va in conflitto con i propri interessi imperialistici.

Per questo appare evidente che la questione CPI, in questo frangente, viene trasformato in un ulteriore teatro di attrito tra le due sponde dell’Atlantico. Da parte sua, la Corte ha risposto confermando che l’istituzione continuerà a svolgere il proprio lavoro, dicendosi pronta a resistere a ogni tentativo di interferenza e delegittimazione.

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18/08/2026

Trump vuole i soldi e “l’anima” degli altri membri della Nato

I paesi membri della Nato si sono visti recapitare recentemente un documento da parte degli Stati Uniti in cui vengono poste una serie di domande volte a valutare il loro sostegno a Trump.

Il documento, in pratica una sorta di questionario, è stato visionato e reso noto in questi giorni dall’agenzia Bloomberg.

Tra le domande ce ne sono alcune del tipo: il Paese ha “espresso pubblicamente il proprio sostegno” alla politica estera statunitense? Quali “restrizioni” ha imposto il Paese alle forze armate statunitensi nell’uso delle proprie basi?

Il documento intende poi valutare se i Paesi membri della Nato stiano effettuando acquisti presso appaltatori della difesa statunitensi e chiede inoltre se si siano “opposti pubblicamente a normative” che “ostacolano” i contratti con le aziende statunitensi.

Come noto Washington guarda con preoccupazione ai rapporti economici nel settore della difesa con i propri partner atlantici.

Il questionario prende infatti in considerazione gli acquisti effettuati presso aziende militari statunitensi. Un passaggio che tende a inficiare pesantemente la spinta dell’Unione europea a privilegiare maggiormente gli acquisti nel settore della difesa da aziende europee piuttosto che da quelle statunitensi.

L’altro obiettivo dichiarato dal documento è quello di condizionare la futura distribuzione della presenza militare statunitense in Europa, in base alle risposte ricevute. Questa iniziativa si inserisce nel contesto di una revisione più ampia della presenza militare USA in Europa, che dovrebbe concludersi a dicembre e che ha già portato all’annuncio del ritiro di 5.000 soldati dalla Germania 

La sostanza è quella di voler sapere se: “Il paese ha dimostrato di allinearsi all’approccio statunitense sulla base di tre opzioni: “forte, chiaro e discreto?”. Secondo Bloomberg questo approccio fa riferimento a una frase del segretario alla Difesa Pete Hegseth.

I governi europei della Nato si trovano ora – e nuovamente – di fronte ad una “alternativa del diavolo”: accettare il diktat statunitense sull’acquisto di armamenti o procedere sulla strada dell’autonomia strategica di un proprio complesso militare-industriale. Non solo. Con la guerra in corso in Ucraina e l’evocazione dello scontro con la Russia come “scelta esistenziale”, gli europei devono decidere se proseguire su questa strada suicida da soli o rimanere ancora vincolati all’ombrello di sicurezza statunitense.

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17/08/2026

Bilderberg? È vecchia. Davos? È noiosa. Benvenuti a “Dialog”

Se pensavate che il destino del pianeta venisse deciso ancora nelle ovattate sale di Davos, tra una omelette al caviale e una conferenza sulla sostenibilità aziendale, o negli incontri riservati e ormai un po’ ripetitivi del Gruppo Bilderberg, siete rimasti drammaticamente indietro. Quelli sono stati i Summit del Novecento, finiti dritti nell’archivio della nostalgia geopolitica.

Oggi l’Élite che conta davvero, quella che non perde tempo con i comunicati stampa, che detiene le chiavi d’accesso sia al capitale finanziario sia ai codici dell’Intelligenza Artificiale e che decide se e quando fare le guerre, si riunisce altrove.

Benvenuti a Dialog, il forum segretissimo creato dal miliardario anarco-libertario Peter Thiel e dall’imprenditore dei dati Auren Hoffman, diventato a tutti gli effetti la nuova “Assemblea Segreta del Complesso Militare Tecnocratico” (come già spiegato nel mio recente libro “Webcracy”).

Mentre il mondo si arrostisce al sole metallico del Ferragosto 2026 o scivola distrattamente tra un videoclip e una news su un social e l’altro, dal 12 al 16 agosto i padroni dell’algoritmo, dell’energia e della finanza, più i generali della NATO e una pattuglia di politici occidentali di prima fascia, si erano dati appuntamento in Irlanda. Per l’esattezza nella lussuosa tenuta di Powerscourt, nel verde isolato della contea di Wicklow, a due passi da Dublino.

Il piano originale era rigorosamente “top secret” fin quando un clamoroso incidente informatico ha trasformato il meeting riservatissimo nel caso mediatico e politico dell’anno.

Lo scoop del data-leak: quando l’élite della privacy rivela la password

C’è un’ironia sottile, ai limiti della poesia popolare, in tutta questa storia: “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”. Stiamo parlando di una riunione ideata da Peter Thiel — il fondatore di Palantir, titano della sorveglianza di massa e della guerra digitale — in cui agli ospiti veniva chiesto di firmare accordi di riservatezza draconiani e di consegnare smartphone e tablet prima di sedersi al tavolo.

Ebbene, questo tempio dell’inviolabilità informatica è crollato per colpa di un banale errore di configurazione: un database su Airtable (una specie di Excel evoluto) lasciato spalancato e liberamente accessibile online.

La falla è stata individuata e i dati rinvenuti sono stati resi pubblici dall’attivista informatica e hacker Maia Arson Crimew. Maia è un personaggio: una donna trans nata in Svizzera, che usa esclusivamente le lettere minuscole quale gesto simbolico per rifiutare l’importanza attribuita al Nome Proprio, alla centralità dell’Ego e alla rappresentazione formale borghese/istituzionale.

Divenuta famosa nel 2021 per aver reso nota la lista No-Fly del governo statunitense, l’attivista ha dichiarato di aver trovato l’accesso alle liste di Dialog partendo (ma guarda un po’) da una segnalazione anonima.

Nel giro di poche ore, le inchieste investigative di testate come WIRED, Forbes e del quotidiano irlandese The Journal hanno svelato ciò che avrebbe dovuto rimanere sepolto sotto strati di Segreto di Stato: l’elenco completo dei 222 invitati, i dossier interni di profilazione e l’agenda dettagliata dei lavori. Che meraviglia!

I documenti rivelavano che Dialog gestisce persino un algoritmo interno per profilare gli ospiti: ogni partecipante veniva classificato in base a ricchezza, grado d’influenza politica e inclinazioni ideologiche per stabilire dove sedersi a tavola, con chi parlare e persino per offrire un bizzarro servizio interno di “ricerca di affinità”.

A differenza di un normale convegno d’affari o di una conferenza geopolitica, i form di registrazione su Airtable chiedevano esplicitamente ai partecipanti di specificare dettagli personali e la propria disponibilità a partecipare a programmi di abbinamento sia erotici che politici, gestiti direttamente dall’organizzazione.

Nel modulo di iscrizione ai partecipanti veniva chiesto se fossero “in cerca d’amore” e se volessero essere inseriti nei registri per single. Ma non solo: l’obiettivo era creare sinergie strategiche e ideologiche. Ad esempio, mettere allo stesso tavolo un politico in cerca di finanziamenti con un investitore della Silicon Valley sensibile alle stesse battaglie, oppure far incontrare il dirigente di una startup di droni militari con un generale della NATO interessato alle sue tecnologie. Semplice, no?

Non conferenze, ma “Azione Diretta”: il menù dei Padroni della guerra

Se a Davos ci si ammanta di retorica sul cambiamento climatico, a Dialog le maschere sarebbero cadute. Il format non prevedeva lezioni frontali o noiosi panel, ma piccoli tavoli di discussione da 8-12 persone guidati da un moderatore.

Dalle schede emerse da Airtable, i temi in agenda a Dublino sembravano usciti direttamente da un romanzo distopico o meglio da un “manuale di sopravvivenza per oligarchi”. Ecco la lista...

“Navigating WW III” (Orientarsi nella Terza Guerra Mondiale): Una guida pratica per gestire i mercati e le infrastrutture mentre il pianeta brucia e i suoi abitanti scompaiono.

“Battlefield Technologies” (Tecnologie da campo di battaglia): Come integrare l’Intelligenza Artificiale, i droni autonomi e la potenza di calcolo nei sistemi d’arma della NATO e dell’intelligence.

“Bring Back Nuclear” (Tornare al nucleare): Il rilancio del nucleare come unica fonte energetica in grado di soddisfare i mostruosi consumi di elettricità dei data center per l’AI.

“It’s Fun to Be in Charge” (È divertente essere al comando): Una disinvolta riflessione su come esercitare il potere autocratico e tecnocratico senza la seccatura dell’opposizione parlamentare.

“Build-a-Cult” (Costruire un culto): Una sessione su come costruire movimenti ideologici o para-religiosi digitali, moderata ironicamente dai fondatori di app di preghiera come Pray.com.

L’obiettivo dichiarato non era il dibattito accademico dunque, ma quella che nei documenti viene definita “Direct Action”: creare un canale direttissimo tra chi produce tecnologia militare e chi detiene i bilanci/budget di Difesa delle superpotenze.

I VIP presenti

Il parterre svelato dai file è una fotografia di gruppo di un certo Potere Occidentale. Tra gli invitati figuravano il generale Alexus Grynkewich (comandante supremo delle forze NATO); l’ex generale Stanley McChrystal e perfino attori hollywoodiani come Joseph Gordon-Levitt e Josh Brolin, arruolati nell’orbita tech per il loro peso mediatico.

Tra i “politici” USA nel dossier “invitati” si rinvenivano: il Segretario al Tesoro USA, Scott Bessent; il senatore repubblicano, Ted Cruz; l’ideologo della “sinistra liberal”, Ezra Klein; il senatore democratico, Cory Booker; il direttore dell’intelligence nazionale USA, Tulsi Gabbard; il deputato democratico, Jim Himes; l’ex segretario al Tesoro, Larry Summers e (come poteva mancare?) il genero di Trump, Jared Kushner.

Tra le personalità saudite: la Principessa Reema bint Bandar Al-Saud, ambasciatrice in USA e il Principe Turki al-Faisal, ex capo dei servizi segreti sauditi (GIP) e storico ambasciatore a Londra e Washington.

Tra i politici europei: Jens Spahn, membro del parlamento tedesco ed ex Ministro della Salute; Tom Tugendhat, deputato britannico del Partito Conservatore ed ex sottosegretario alla Sicurezza del Regno Unito; Matt Clifford, consigliere del Primo Ministro britannico per le strategie sull’Intelligenza Artificiale.

E l’Italia? Le location da sogno e i dossier riservati

In questo scacchiere euroatlantico/saudita, qual è la posizione dell’Italia? Negli elenchi trapelati non comparivano ministri di primo piano del nostro governo, ma la presenza del Belpaese era tutt’altro che marginale: rinvenibile su due livelli strategici.

Il primo è quello logistico ed estetico. Prima di approdare in Irlanda, uno dei vertici preliminari più esclusivi e blindati di Dialog si è tenuto in primavera a Venezia, nella cornice del San Clemente Palace, situato su un’isola privata della laguna tra la Giudecca e il Lido. L’Italia offre l’ambientazione perfetta per le élite che desiderano discutere di transumanesimo ed economia bellica circondate dal lusso e lontane da sguardi indiscreti.

Il secondo livello riguarda gli apparati d’intelligence e gli esperti di geopolitica. Nei documenti compaiono contatti e profili di accademici e diplomatici italiani afferenti alla NATO Defence College Foundation di Roma, interpellati in veste di consulenti su temi caldi come la sicurezza delle rotte marittime nel Mediterraneo e l’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulla guerra cibernetica.

I dati confermano una tendenza precisa del club: l’assenza di esponenti della politica parlamentare italiana “di facciata”, a favore di figure inserite nei circuiti della finanza internazionale e degli apparati di analisi strategica legati all’asse NATO.

Una vittoria della Società Civile

Testate come The Journal, l’Irish Examiner e l’emittente nazionale RTÉ hanno confermato che la maxi-conferenza prevista nella tenuta di Powerscourt dal 12 al 16 agosto non si è tenuta nella forma e nella sede originarie.

Già a inizio luglio, travolta dalle proteste della politica locale e degli attivisti dopo le rivelazioni di WIRED, la direzione del resort a 5 stelle ha diramato una nota ufficiale dichiarando annullata la prenotazione dell’organizzazione.

Negli ultimi giorni inoltre, quotidiani come l’Irish Examiner hanno ripreso la vicenda evidenziando il clima politico rovente generatosi in Dáil Éireann (il Parlamento irlandese). Deputati dell’opposizione (in particolare di Sinn Féin e del People Before Profit) hanno chiesto conto al governo delle misure di sicurezza e della presenza di esponenti NATO e contractor militari sul suolo irlandese, definendo la vicenda un insulto alla storica neutralità dell’Irlanda.

Gli analisti della stampa investigativa locale e internazionale concordano però su uno scenario: l’evento di massa da 222 persone a Powerscourt è stato annullato, ma la rete si è mossa nell’ombra.

La stampa irlandese evidenzia come sia prassi consolidata per questo tipo di network non annullare mai del tutto i vertici, bensì frazionarli. Anziché la grande convention con 200 ospiti a Dublino, la cerchia ristretta (i fondatori Peter Thiel e Auren Hoffman con i delegati di massimo livello) si è quasi certamente riorganizzata in piccoli gruppi presso residenze private o location ancora più blindate e non tracciate.

Ecco perché i quotidiani irlandesi non stanno raccontando la “cronaca dell’inaugurazione”, ma la vittoria politica e mediatica che ha costretto il vertice della Silicon Valley a smantellare la sua sede ufficiale in Irlanda per rintanarsi in sessioni private ed estemporanee altrove.

Fra qualche giorno ne sapremo di più.

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01/08/2026

Bombe atomiche ad Aviano: il Tribunale conferma la presenza, ma archivia l’esposto

Il Giudice per le indagini preliminari (Gip) di Pordenone ha disposto l’archiviazione della denuncia, presentata da decine di realtà insieme a vari cittadini e cittadine, sull’illegittimità della presenza di armi nucleari nella base statunitense di Aviano.

Il procedimento era nato dall’esposto presentato da questo nutrito gruppo di associazioni e persone impegnati sui temi del disarmo e della smilitarizzazione, particolarmente dirimenti in questo frangente storico segnato sempre più da guerre e riarmo.

Il provvedimento del Gip

I denuncianti riportano che il decreto di archiviazione in realtà non smentirebbe l’ipotesi della presenza di ordigni nucleari nella base militare di Aviano.

Il provvedimento del Gip Francesca Vortali infatti indica che tale presenza sarebbe riconducibile ad accordi e trattati internazionali, non smentendo de facto la presenza di tali ordigni sul suolo italiano.

Proprio quei trattati e quegli accordi (adesione Nato, piano Rearm Europe ecc.) sono stati criticati duramente nelle manifestazioni contro la guerra degli ultimi anni perché “imposti” alla popolazione senza nessun, vero, dibattito democratico all’interno del Paese.

Possibile ricorso alla Corte europea

Come si apprende da fonti locali, i denuncianti stanno valutando un possibile ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Non c’è dubbio infatti che la presenza di armi nucleari rappresenta un rischio per la sicurezza dei cittadini, come ben stiamo vedendo dal conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

Questo potrebbe dunque sollevare questioni legate alla tutela del diritto alla vita previsto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Fonti: nordest24.it, Jugocoord

Di seguito, riportiamo il comunicato stampa dei denunciati successivo all’ordinanza del Gip.

È giusto dare atto alla giudice Vortali di avere studiato e approfondito la questione sottoposta al suo giudizio, molto più di quanto abbiano fatto i precedenti magistrati di Roma e Brescia, che interpellati si sono limitati a scrivere due righe di motivazione per l’archiviazione.

La dottoressa ha anche riconosciuto a Wilpf Italia (Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà) la legittimazione ad agire a tutela degli interessi collettivi di disarmo e smilitarizzazione.

L’ordinanza considera sicura la presenza delle armi nucleari in Italia, provata dalle molteplici fonti addotte dai denuncianti. Del resto anche la Procura aveva implicitamente ammesso la presenza delle bombe, non avendo ravvisato accertamenti esperibili da produrre.

Nell’atto si ritiene giustificata l’importazione delle armi in questione, in base all’art. 51 del Codice penale (esercizio di un diritto o adempimento di un dovere); giustificazione che rappresenta un’ulteriore conferma della loro presenza, come fatto costituente reato ma discriminato ex art. 51; quindi non punibile.

Vengono ritenute legittime le preoccupazioni sanitarie, ambientali e di sicurezza espresse dai denuncianti, ma considerate attinenti a una dimensione politica e non penalistica.

I denuncianti non sono dello stesso avviso. La strada giudiziaria si fa ardua perché il ricorso per Cassazione è precluso da una costante giurisprudenza, che per le archiviazioni circoscrive l’ammissibilità ai soli casi di violazione del contraddittorio. In questo caso rispettato.

È possibile per i denuncianti ipotizzare il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, così motivando: la presenza delle armi nucleari rappresenta un rischio concreto e oggettivo per la vita dei cittadini (come riconosce l’ordinanza); presenza che viola l’art. 2 della Convenzione europea, laddove tutela il diritto alla vita nella sua accezione più ampia e impone agli Stati aderenti obblighi idonei ad escludere rischi.

Contro l’ordinanza in oggetto si sono espressi anche gli avvocati di Ialana (International Association of Lawyers Against Nuclear Arms) sostenendo che “è errato il richiamo all’art. 117 della Costituzione. Il meccanismo di prevalenza di una norma internazionale – ammesso che un accordo segreto di condivisione nucleare con l’Italia lo sia – sul diritto interno passa solo attraverso un incidente di costituzionalità.”

“Salvo che per il diritto europeo, non esiste applicazione diretta del diritto internazionale pattizio incompatibile col diritto interno, da parte del giudice ordinario. Le norme inderogabili di diritto internazionale umanitario vietano la minaccia e l’uso delle armi nucleari. Nessun trattato tra Stati può derogare a tali norme di ius cogens”.

Il fine ultimo da perseguire quindi è la rimozione delle testate nucleari statunitensi dalla base di Aviano. La loro presenza è un’aperta violazione del nostro ordinamento, interno e internazionale, che mette a rischio immediato l’esistenza di milioni di persone, in presenza dei venti di guerra diabolici che soffiano dall’Ucraina in Palestina.

Per i denuncianti (Tavola per la Pace Friuli Venezia Giulia, Abbasso la Guerra odv, Centro sociale 28 Maggio, Comunità Laudato Si’ Cremona, Comunità Laudato Sì Oglio Po, Coordinamento nazionale No Triv, Donne e Uomini contro la Guerra Brescia, Pax Christi Cremona e Tradate, Tavola della Pace Oglio Sud, WILPF Italia).

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12/07/2026

L’agenda atlantica si può strappare

di Emiliano Brancaccio

Per un’istituzione che pochi anni fa Trump considerava «obsolescente» e Macron reputava affetta da «morte cerebrale», la Nato sta dando prova di inattesa resilienza. Ad Ankara i membri dell’alleanza atlantica hanno tutti ribadito l’obiettivo cruciale: la cosiddetta spesa per la difesa deve salire al 5 percento del Pil entro il 2035, un incremento complessivo di oltre 1200 miliardi di dollari.

Nel caso dell’Italia, Meloni e Giorgetti avevano già assunto l’impegno di portare la spesa militare al 2,5 percento del Pil nel 2028, un aumento di ben 40 miliardi rispetto al 2020. Ma non basta. Al vertice Nato, Meloni ha dovuto ribadire il target del 5 percento, che porterà il finanziamento della difesa su un picco da 150 miliardi.

Per avere un ordine di grandezza, si tratterebbe del più vertiginoso incremento mai registrato da una specifica voce di spesa pubblica dal dopoguerra ad oggi, un multiplo del tanto lamentato aumento dell’onere pensionistico.

La spesa complessiva per la difesa supererebbe anche il tetto del 4 percento raggiunto nel 1952, in piena guerra fredda. Utilizzando le stime dell’Ageing Report della Commissione Ue, il bilancio della difesa diventerebbe tre volte più grande della spesa per l’assistenza, una volta e mezzo più grande della spesa per l’istruzione, quasi uguale alla spesa sanitaria.

Come sostenere un tale boom di spesa militare? Insufflata da Crosetto, Meloni timidamente puntualizza agli alleati Nato che l’obiettivo del 5 percento è cosa splendida e giusta, ma dovrebbe favorire più Leonardo che Lockheed, cioè più la produzione militare nostrana che l’importazione di armi americane. Anche per questo Trump le ruggisce contro.

Ammesso che riesca a trovare una quadra col capo della Casa bianca, il problema di Meloni sta nella flebile logica del ragionamento. Le speranze della premier sono riposte in una sorta di “riarmo keynesiano”, che aumenti la produzione nazionale, i redditi interni e quindi anche le entrate fiscali, abbastanza da finanziarsi da solo senza gravare troppo sulle altre voci di bilancio.

Vano auspicio, verrebbe da dire. Persino il Fmi, che impudicamente ha sposato la causa bellica, ammette che in larga misura la maggior spesa militare europea dei prossimi anni si tradurrà in importazioni dall’apparato militare-industriale Usa.

L’implicazione macroeconomica è inquietante. Con le regole attuali, rispettare gli impegni Nato ad aumentare la spesa per la difesa significherà determinare un abbattimento di portata storica delle altre voci di bilancio: nuovi tagli su assistenza, previdenza, istruzione, ricerca e sanità, che dovranno dare fino a 100 miliardi in una legislatura e poco più.

Se l’austerity aveva messo in ginocchio il welfare, la nuova economia del riarmo potrebbe cancellare ogni traccia della sua precedente esistenza.

Certo, si può obiettare che i più immani sacrifici sono benvenuti se servono a difenderci da aggressioni nemiche. Con l’invasore militare russo in perenne assetto di guerra e l’invasore economico cinese che si spande fino al Mediterraneo, rinunciare al burro per dotarci di cannoni pare a molti razionale, per non dire scontato.

Questa argomentazione, tuttavia, non tiene conto di un fatto. Il boom militare sancito dai vertici Nato si proietta in larghissima misura ben oltre i confini dei paesi membri. Dall’Ucraina, all’Iran, ai canali di transito marittimi, alle acque internazionali, l’attuale ottica del riarmo non pare affatto difensiva ma classicamente imperialista.

Ovviamente, chi nega che pure russi e cinesi abbiano vocazioni espansioniste non capisce niente delle attuali tendenze mondiali alla guerra capitalista. Ma bisogna ammettere che i capitali dei “nemici” stanno facendosi largo con brutalità ancora relativamente modesta, a confronto con la violenza codificata nel sangue dei milioni di morti che l’imperialismo occidentale ha causato nel mondo.

E qui viene la questione chiave, finora sottaciuta. Più si consolida la corsa Nato agli armamenti, più sembrano infiacchirsi i tentativi, che pure erano stati accennati, di intavolare trattative sulle profonde radici capitalistiche dei conflitti odierni e sull’urgenza di ristabilire “condizioni economiche per la pace” a livello globale.

In altre parole, abbracciare l’agenda Nato del riarmo sta implicando che la guerra, e solo la guerra, venga intesa quale unico mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Con le madri e i padri costituenti che sempre più si rivoltano nella tomba.

In un tale, orrido scenario, dovrebbe esser considerato lecito sollevare una domanda politica.

La politica del riarmo Nato, alla quale il governo Meloni si è sottomesso, costituisce un destino inesorabile? Si tratta cioè di una traiettoria governata da un “pilota automatico”? O è possibile immaginare un’uscita da questo sentiero di militarizzazione forzata?

È evidente che il problema consiste nella praticabilità o meno di uno sganciamento dall’unanimismo Nato in materia. I gradi del distacco, a tale riguardo, possono esser diversi. Un esempio morigerato è il tentativo del premier spagnolo Sánchez di appellarsi a un suo discusso scambio epistolare col capo della Nato su come parzialmente derogare all’obiettivo del 5 percento. Non sta trovando sponde ma almeno ha smosso la palude del “consensus”.

Un’ipotesi più forte sarebbe l’applicazione di veti alle prossime decisioni dell’alleanza atlantica, una strategia che negli ultimi tempi sta facendo la fortuna della Turchia. Più radicale ancora sarebbe una versione riveduta dello storico distacco dal comando militare integrato, sul modello della Francia del generale De Gaulle. All’estremo delle possibilità, infine, ci sarebbe la scandalosa uscita dalla Nato, in una posizione simile a Irlanda e Austria.

Il menu politico è vario, va dal prudente al sovvertente. Si tratta di capire quale ricetta consenta di dire “no” agli irresponsabili impegni di spesa militare, prima che mandino i bilanci pubblici allo scasso. Ne vogliamo discutere?

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Meno lavatrici e più carri armati a prezzi d’inflazione

Il “fascino” del riarmo

I padroni del mondo stanno modellando i mercati a loro immagine e somiglianza. E attraverso questa operazione, è ovvio, trasformano anche profondamente le società umane che alimentano il business planetario. La decisa “sterzata” delle democrazie industriali occidentali, negli ultimi 10 anni, è stata quella di riscoprire il fascino perverso del riarmo come “motore dello sviluppo”. Basta con le lavatrici. Avanti con i carri armati! Niente di nuovo sotto il sole. È già successo ai primi del ‘900, con la corsa accelerata alla costruzione delle flotte da battaglia tedesche e inglesi. Una “gara” che portò dritto filato alla Prima guerra mondiale. E che venne riproposto poi, negli anni Trenta, con il travolgente riarmo della Germania nazista, che si tirò appresso le altre nazioni europee. Tutti sappiamo come andò a finire. Oggi, però, le “specifiche” che guidano le cosiddette “politiche di sicurezza” sono legate fino a un certo punto a mere questioni di interesse nazionale. Gratta gratta, sotto la superficie di una storia che sta mettendo in crisi tutti i governi europei (che infatti rischiano di essere cacciati) però, c’è una cointeressenza di obiettivi più finanziari e commerciali che geopolitici. “Si vis pacem para bellum” oggi vale per le banche e per grandi speculatori finanziari. Per quelli che fanno “insider trading”, comprando con largo anticipo e a prezzi molto più bassi le azioni di aziende che produrranno “magicamente”, in futuro, armi, munizioni ed equipaggiamenti militari.

Sicurezza? No, dollari

Al vertice Nato in Turchia, i ponderosi endecasillabi sulle nuove tattiche strategiche che riguardano la geopolitica del Terzo millennio si sprecheranno. Tutto fumo. La sostanza, ridotta all’osso, è che Donald Trump non solo non vuole più sborsare un dollaro per gli alleati, ma in teoria vorrebbe pure essere pagato. L’operazione più importante che ha fatto è quella di accollare (praticamente) all’Europa quanto più sostegno possibile per Kiev. Col trucco. Perché il futuro ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, significherà che della ricostruzione del martoriato Paese si dovrà fare carico in maggior misura proprio Bruxelles. Ma il problema grosso delle forniture militari, non riguarda solo il loro “funding”, cioè il reperimento delle risorse di bilancio destinate all’acquisto o alla loro fabbricazione. Il vero ostacolo insormontabile, come viene denunciato in esclusiva anche in un report del Wall Street Journal, è la “saturazione” della capacità produttiva. Detto in parole povere, rispetto alla richiesta (c’è un impazzimento generale) le fabbriche non riescono a stare dietro al ritmo della domanda. Sembra incredibile, ma continuando di questo passo, avremo un’inflazione “da missili e carri armati”, perché per una naturale legge economica i prezzi s’impenneranno.

WSJ: il rincaro delle bombe

Il Wall Street Journal riporta le dichiarazioni del Segretario generale della Nato, Mark Rutte, notoriamente molto accondiscendente con Trump. Rutte sostiene che il Presidente americano sarà sicuramente soddisfatto dagli incrementi di spesa militare, decisi dai Paesi europei. Bisogna tenere conto, scrive il Wall Street Journal, che “il prezzo di un proiettile di artiglieria da 155 mm, una delle munizioni più basilari della Nato, è più che quadruplicato dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, a causa dell’aumento vertiginoso dei budget che ha colpito la limitata offerta, affermano funzionari sia della Nato che dell’industria. Ad Ankara, parallelamente agli incontri tra i leader, la Nato terrà un forum industriale per i dirigenti del settore della produzione di armi e i pianificatori governativi, al fine di discutere le modalità per accelerare ed espandere la produzione. I funzionari della Nato prevedono di annunciare, durante l’evento di martedì, contratti, accordi preliminari e accordi di produzione congiunta per miliardi di dollari”.

Mark Rutte soddisfatto

“Giovedì – ricorda il WSJ – in un post su Truth Social, Trump si è lamentato delle spese militari europee e ha affermato che gli Stati Uniti non traggono ‘alcun beneficio’ dall’appartenenza alla Nato. Durante una visita televisiva nello Studio Ovale con Trump, Rutte ha però elogiato l’aumento delle spese per la difesa da parte degli alleati europei e del Canada, che ha soprannominato il ‘Trilione di Trump’. Il suo messaggio: l’Europa ha fatto un passo avanti e ha risposto alle richieste degli Stati Uniti di fare di più, costruendo una Nato 3.0”.

Conclusioni

C’è la netta sensazione che gli Stati Uniti, in materia di consumo di scorte, abbiano fatto il passo più lungo della gamba. Hanno continuato a fornire missili, proiettili di artiglieria e sistemi d’arma di ogni tipo, con un flusso continuo, prima all’Ucraina e poi a Israele. Inoltre, con l’attacco all’Iran hanno continuato a “bruciare” preziose risorse militari di prima linea, tecnologicamente avanzate, ma soprattutto costosissime e di realizzazione industriale su scala relativamente ridotta. Insomma, si sono inguaiati. E ora se la pigliano con l’Europa.

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11/07/2026

Vertice Nato, più affaristi che guerrieri

Il vertice NATO ad Ankara appena conclusosi, ha messo nero su bianco soprattutto gli impegni economici, in particolare il finanziamento da 140 miliardi di euro per l’Ucraina nel biennio 2026-2027, di cui 60 a carico del prestito europeo, gli altri 80 da reperire su base bilaterale dai singoli alleati, ma con gli Stati Uniti fuori dalla lista dei contribuenti.

Nella dichiarazione finale del vertice di Ankara è scritto infatti che: “Per il 2026, gli Alleati si impegnano a fornire all’Ucraina 70 miliardi di euro in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento e riaffermano il loro impegno sovrano a mantenere almeno livelli equivalenti nel 2027. A tal fine, accogliamo con favore la decisione dell’Unione europea di fornire finanziamenti pluriennali all’Ucraina attraverso il prestito di sostegno all’Ucraina”.

Secondo il sito specializzato Analisi Difesa “La sostanza dei colloqui, quella che filtra dalle cronache di questi giorni, è quella di una trattativa commerciale tra un fornitore che vuole essere pagato meglio, gli Stati Uniti, e clienti che cercano di limitare il conto, gli europei”.

Gli analisti di Analisi Difesa sottolineano giustamente come sull’Ucraina è proprio il caso di dire che la Nato ha fatto i conti senza l’oste.

“Il meccanismo di finanziamento appena concordato, presuppone implicitamente che nel 2027 esista ancora un fronte ucraino da sostenere nella sua configurazione attuale, e che Kiev possa impiegare quei fondi secondo una pianificazione pluriennale”.

Sul terreno infatti le cose stanno andando decisamente male per l’Ucraina. Lo scorso 3 luglio, il Cremlino ha annunciato la conquista di Kostiantynivka  l’ultima grande roccaforte sulla strada che porta a Kramatorsk e Sloviansk, il cuore della cosiddetta “Cintura delle Fortezze” nel Donbass, mentre la stessa sorte appare imminente anche per Krasny Lyman. Ed anche Kramatorsk e Sloviansk, le ultime grandi città del Donetsk ancora sotto controllo ucraino, sono già nel mirino dell’avanzata russa.

I bombardamenti ucraini sugli impianti energetici nel territorio russo, vanno bene per la guerra psicologia e la propaganda sui mass media occidentali, ma tutti gli osservatori più attendibili confermano come sul campo il rapporto di forza stia volgendo a favore della Russia e non il contrario.

L’altro convitato di pietra che il vertice Nato di Ankara non ha affrontato, è la credibilità o meno della agitata minaccia russa all’Europa.

La Germania, la Polonia e i paesi baltici continuano a insistere ossessivamente sulla retorica di una guerra ormai permanente contro la Russia, chiedono quindi più truppe e più deterrenza e non nuovi negoziati. Diversamente l’Amministrazione statunitense, nei suoi documenti strategici più recenti, ha smesso di considerare Mosca un nemico strategico.

La Nato è incapace di dimostrare e dichiarare esplicitamente se la minaccia russa esiste davvero oppure sia diventata essa stessa la giustificazione di un apparato che deve vendere alle opinioni pubbliche dei paesi membri il vertiginoso aumento delle spese militari.

E qui assistiamo ad un paradosso che difficilmente potrà reggere ancora nel tempo: la NATO si è convertita in parte attiva e sostanziale del conflitto russo-ucraino, continuando però a presentarsi formalmente come un soggetto non belligerante verso Mosca, cosa che al Cremlino non vedono esattamente nello stesso modo, al contrario.

Nella dichiarazione finale del vertice Nato di Ankara è scritto infine che: “Per contrastare la minaccia a lungo termine che la Russia rappresenta per la sicurezza e la stabilità euro-atlantica e la persistente minaccia del terrorismo, gli Alleati stanno rispettando l’impegno di difesa assunto all’Aia. Nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno aumentato i loro investimenti nei requisiti fondamentali di difesa di oltre 139 miliardi di dollari. I nostri investimenti ci stanno fornendo le capacità di cui abbiamo bisogno, rafforzando al contempo la nostra base industriale e la nostra resilienza. Oggi ad Ankara annunciamo nuovi appalti per oltre 50 miliardi di dollari e ci impegniamo ad ampliare la capacità produttiva collettiva e a collaborare con l’industria per accelerare l’innovazione”.

E qui emerge un altro paradosso. Dopo anni di finanziamenti e assistenza militare occidentale, l’Ucraina è diventato un paese la cui industria militare sta ormai esportando armi e munizioni all’estero, eppure continua contemporaneamente a chiedere agli alleati della Nato di finanziare le proprie forniture militari. Insomma gli aiuti militari all’Ucraina sembrano rispondere più alle esigenze del business che a quelle della guerra sul campo. Ha ragioni da vendere Analisi Difesa quando sottolinea che “produttori di armi europei, americani e ucraini hanno tutti interesse a che il conflitto e il relativo flusso di finanziamenti continuino”.

La guerra in Ucraina va fermata ora e l’invio di aiuti militari va bloccato, le chiacchiere sui valori europei e la minaccia russa sono del tutto strumentali ai profitti dei produttori di armamenti.

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10/07/2026

Il nuovo disordine mondiale / 39 – Mamma, mi si è ristretto l’Occidente (e allargato l’Atlantico)

di Sandro Moiso

Mario De Pizzo, Tempesta. Reykjavik, Brest, Rabat, New York e la battaglia per l’Atlantico, prefazione di Giampiero Massolo, Luiss University Press, Roma maggio 2026, pp. 100, 16 euro

Forse un titolo migliore per questo testo pubblicato dalla LUISS University Press avrebbe potuto essere Un grande avvenire dietro le spalle, rubato all’autobiografia di Vittorio Gassman e, come quella, con un sottotitolo dedicato non tanto alla vita, agli amori e ai miracoli di un grande mattatore, ma ai drammi, alle contraddizioni e gli attuali sinistri di un’ex-grande alleanza. Quella atlantica per l’appunto.

Un elemento che Giampiero Massolo, nella sua prefazione, mette in rilievo fin da subito, parlando di un libro che «mette nero su bianco, con lucidità e senza retorica, quello che un diplomatico vede ogni giorno sul campo: il ritorno brutale della Storia, la fine di un ordine liberale che credevamo eterno e la necessità di ragionare con un principio di realtà ferreo»1.

Quello che l’autore mette, per così dire, in scena è un dramma che si svolge su un palco definito da quattro ben identificate città: Reykjavik, New York, Brest e Rabat. Quattro luoghi apparentemente lontani, ma tutti al centro di una delle tempeste geopolitiche attuali più importanti, fatta di tensioni, interessi e rivalità che agitano i mari, i fondali, i cieli e le cancellerie di tutto il mondo.

De Pizzo che durante la compilazione della sua indagine non ha fatto in tempo ad aggiungere le conseguenze delle guerra scatenata per il controllo dello stretto di Hormuz, che non hanno certo giovato all’alleanza che da sempre porta il nome dell’oceano protagonista dei conflitti anticipati o riassunti nel suo libro, molto probabilmente è stato spinto a rivolgere l’attenzione agli stessi a partire dalla “crisi groenlandese” tra Stati Uniti ed Europa sviluppatasi a partire dagli ultimi mesi del 2025 e dagli effetti geopolitici scatenati dal cambiamento climatico in atto.

Cambiamento climatico che, mentre scioglie i ghiacci dell’Artico, porta alla luce nuove risorse minerarie, permettendo allo stesso tempo l’apertura di rotte commerciali inedite tra le coste settentrionali della Russia e quei ghiacci un tempo quasi insuperabili. Mentre, allo steso tempo, alimenta conflitti antichi per il possesso e il controllo di risorse strategiche che sembrano dare vita ad una gigantesca battaglia navale, di cui la sempre suggestiva grafica delle copertine dei testi editi dalla LUISS rende bene l’idea.

Battaglia navale certo non rinviabile alle immagini d’Épinal riferibili alle battaglie navali dell’epoca dei velieri, ma neppure a quelle di Leyte e Midway, considerato che anche dal secondo conflitto mondiale in poi molta acqua, non solo di mare, è passata sotto i ponti della Storia. Sia dal punto di vista tecnologico, soprattutto grazie allo sviluppo e alla diffusione dei droni guidati dall’intelligenza artificiale sia nei cieli che in mare, ma anche da quello delle forme sempre più ibride con cui il conflitto per il controllo dei mari e delle coste si presenta. Affiancando ai silenziosi duelli tra sottomarini russi, cinesi e americani che si osservano, si inseguono e si studiano in un equilibrio precario fatto di deterrenza e ombre, sui fondali dell’Atlantico, una guerra spesso sfuggente, combattuta non solo con missili e flotte, ma attraverso sabotaggi, attacchi ai cavi sottomarini e offensive cibernetiche.

Mario De Pizzo è giornalista del TG1 ed è stato conduttore di edizioni speciali e inviato al seguito di diversi presidenti del Consiglio nei principali vertici internazionali. Dal 2023 è membro dell’Atlantic Council, uno dei più noti think thank americani che si occupano di geopolitica, così nel testo appena pubblicato per Luiss University Press naviga tra le sponde dell’Atlantico raccontando luoghi e protagonisti di questa nuova competizione globale di cui le quattro città elencate nel sottotitolo sembrano definire un piano di gioco in cui tutte le contraddizioni geopolitiche, economiche e militari del presente sembrano avvicinarsi, nemmeno troppo lentamente, ad un punto di non ritorno.

A partire proprio, e in maniera sempre più evidente dopo l’avvento della presidenza Trump, dallo sfilacciamento progressivo del legame storico tra Europa e Stati Uniti che scricchiola paurosamente sotto la pressione delle potenze rivali e delle divisioni interne sempre più profonde.

“Contro la fame, la povertà, la disperazione e il caos”. Camminando su Rue de Rivoli, prima che questa bellissima strada ceda la scena a Place de la Concorde e si apra la vista sulla Senna e sul cuore di Parigi, ci si imbatte in queste parole, iscritte su una semplice lastra di marmo, sull’Hotel de Talleyrand. È la targa commemorativa del Piano Marshall, sul palazzo, elegantissimo, intitolato a uno degli artefici del Congresso di Vienna. La curva nella memoria di due tentativi, seppur diversi e lontani quasi un secolo e mezzo, di dare ordine al caos.
Nelle stanze in cui Talleyrand tesseva la sua tela, si insediò dopo la Seconda guerra mondiale l’amministrazione del piano di investimenti e prestiti con il quale gli Stati Uniti strinsero un patto con l’Europa nel 1948. Washington avrebbe prestato i capitali per la ripresa economica di Paesi dilaniati dalla guerra, che non avrebbero così ceduto al richiamo dell’influenza dell’Unione Sovietica. Inoltre, con la nascita dell’Alleanza Atlantica, gli Stati Uniti avrebbero fornito anche l’assistenza militare, per evitare che l’Armata Rossa tornasse oltre la Cortina di ferro.
[…] Con il piano Marshall e la Nato, nel 1949 nasceva l’Occidente politico. Un’idea, un’entità che oggi si sono sgretolate, già prima della scelta di Donald Trump di praticare un’egemonia predatoria e ridurre l’emisfero occidentale al solo continente americano. Dopo la caduta del Muro di Berlino il patto tra le due sponde dell’Oceano e le sue architetture non hanno tenuto il passo della Storia2.

Il riferimento a Talleyrand rinvia al più grandioso tentativo fallito di restaurazione dell’ordine precedente in un’Europa che era stata sconvolta dalla Rivoluzione francese e dalle successive guerre napoleoniche, a cui la primavera di popoli del 1848, sia con i moti rivoluzionari che con la nascita e il contemporaneo rafforzamento di ideali sia patriottici che socialisti, avrebbe posto fine, nonostante i sussulti che avrebbero ancora accompagnato l’agonia dell’Ancien Régime.

Nel contesto in cui si muovono sia De Pizzo con la sua analisi che i fatti a noi contemporanei, comprese le accuse rivolte da Donald Trump, anche in occasione del vertice di Ankara, agli alleati europei, Italia In primis, per non aver fino ad ora speso a sufficienza per la difesa e non aver collaborato per le operazioni militari nel Golfo Persico, tale riferimento assume una valenza simbolica certo non indifferente. Soprattutto nel senso negativo cui si è appena accennato.

Tralasciando per ora tale discorso, che sarà comunque ripreso in chiusura, e tornando alle città elencate come cardini su cui si articola l’attuale tempesta atlantica, De Pizzo ci ricorda che:

Brest è la base dei sommergibili nucleari dell’unica potenza atomica d’Europa, la Francia. Un’infrastruttura segretissima, oggetto addirittura di una minaccia ibrida sul finire del 2025 […]. Da quello che succederà sulle rive di questa cittadina a ovest di Parigi dipenderanno sia le sorti della difesa dell’Europa come spazio geografico e politico, e della sua capacità di risposta [militare], sia la possibilità per l’Europa di stabilire una maggior autonomia dalla difesa degli Stati Uniti, che rappresenta ancora la garanzia di tutela reale del Vecchio continente. La guerra ibrida, la proliferazione vertiginosa di armamenti nucleari e l’avvento di armi autonome con sistemi di intelligenza artificiale richiedono nuove forme di multilateralismo3.

Una parola quest’ultima che, come ci avverte ancora l’autore, suona ormai desueta, soprattutto tra le fila occidentali ed europee; dove tra mugugni, rivalità economiche e tecnologiche e difficoltà politiche interne, proprio il progetto di una difesa comune appare sempre più difficile da realizzare. Considerato anche che quando De Pizzo ha scritto il suo libro Keir Starmer era ancora saldamente al governo, cosa che lo poneva al centro di ogni iniziativa della cosiddetta “coalizione di volenterosi”, essendo anche a capo del governo dell’unica altra potenza nucleare europea, mentre oggi le sue dimissioni e il possibile risultato delle future elezioni politiche nel Regno Unito potrebbero rimettere in discussione le prospettive politiche e militari su cui poggiavano le sue iniziative.

Così come nell’italietta meloniana lo stesso governo deve destreggiarsi tra promesse di solidarietà all’Ucraina, attenzione a non sforare il bilancio con spese militari tendenti a compromettere ulteriormente una spesa pubblica già fortemente ridotta a tutto svantaggio dei cittadini e l’emergere di una nuova forza di destra che dell’opposizione alla partecipazione, anche indiretta, al conflitto ucraino ha fatto uno dei suoi punti di forza, insieme al sempiterno motivo del razzismo, presente oggi nel dibattito politico pubblico sotto le spoglie della “remigrazione” e della sicurezza pubblica.

Due punti, questi ultimi, che accomunano sia il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella, in Francia, che la tedesca Alternative für Deutschland, il partito di estrema destra che sembra far traballare sempre più la coalizione politica su cui si basa il governo di Friedrich Merz in Germania. Governo che dopo aver fatto storcere il naso agli alleati per sue pretese nucleari e di gigantesca espansione della spesa militare, oggi deve fare comunque i conti con la minaccia di centomila licenziamenti e la possibile chiusura di quattro grandi stabilimenti industriali da parte del gruppo automobilistico Volkswagen/Audi.

Un panorama politico ed economico mozzafiato per chiunque si fosse precedentemente adagiato sulle promesse di un europeismo e di un atlantismo senza fine, cui la crisi irreversibile della Nazioni Unite aggiunge un ulteriore tassello di incertezza.

A New York le Nazioni Unite, simbolo della speranza che le potenze mondiali potessero sempre cercare la strada del dialogo, languono. Così come sono messe a dura prova tutte le istituzioni costruite nel secondo Novecento, di fronte a una volontà di potenza che scuote il mondo anziché proteggerlo, sfaldando gli organismi di quell’Occidente politico che può sopravvivere al caos solo ripartendo dalla sua legge fondamentale: l’idea che il potere non possa non avere un limite4.

Per l’autore, all’opposto, Reykjavík e Rabat potrebbero invece rappresentare «le opportunità di un’intesa rinnovata nella comunità occidentale», soprattutto la seconda. Vediamone ancora i possibili motivi.

La diffusione delle infrastrutture critiche rende vulnerabile anche la potenza più forte, anzitutto sul proprio terreno: gli scudi spaziali non bastano a contenere minacce che corrono via mare, aria, terra e sulle vie digitali.
[…] Cina, Russia, Iran, Corea del Nord, contendono terre rare e materie prime, dall’Artico al Sahel. Sommergibili, droni, accordi economici, attacchi ibridi e cyber, ingerenza e destabilizzazione nella vita delle società di Paesi sensibili e fake news sono le armi di un conflitto globale già in atto. Il controllo dello Giuk Gap, lo stretto tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, è essenziale ancor più oggi che durante la Guerra fredda; per non lasciare l’Artico e le sue risorse alla Cina e alla Russia e per impedire a Pechino e Mosca di muovere i propri sottomarini nell’Atlantico e minacciare Stati Uniti ed Europa.
A sud, l’Occidente deve ricostruire un rapporto con i Paesi africani, per non consegnarli all’instabilità, alle bande terroristiche e alle milizie guidate dalle potenze ostili che possono rappresentare una minaccia reale soprattutto per l’Europa. I margini dell’Atlantico del Nord, dall’Africa all’Artico, diventano il luogo in cui ricostruire la relazione tra vecchio e nuovo continente attorno a un bene comune: la pace, la sicurezza. [...] una nuova frontiera che difenda l’ordine liberale, la democrazia, lo Stato di diritto, la cooperazione.
John Fitzgerald Kennedy, il presidente americano, ucciso tragicamente a Dallas nel 1963 [...] terminò il suo discorso all’Università di Washington con parole che nel 2026 sembrano eretiche per un presidente degli Stati Uniti, ma che racchiudono la missione dell’Occidente e propongono il miglior antidoto al caos dei giorni che viviamo: “Faremo anche la nostra parte per costruire un mondo di pace in cui i deboli siano sicuri e i forti siano giusti. Non siamo privi di risorse rispetto a questo compito, né privi di speranze circa il suo successo. Fiduciosi e senza timore continueremo a lavorare: non per una strategia di annientamento, ma per una strategia di pace”5.

Ecco, allora, giunto il momento di sottolineare quando i progetti alla Talleyrand iniziano a fallire, fin da subito, ovvero dal sogno e dal desiderio di riportare tutte le istituzioni politiche, le alleanze militari e le condizioni economiche a com’erano state prima. Prima della Rivoluzione francese, prima di Napoleone, prima dello sviluppo di nuove società industriali ed economiche come la Cina e l’India, prima della caduta del muro di Berlino e dell’URSS, l’altro principale garante del condominio mondiale russo-americano su cui si era fondato l’ordine successivo alla seconda guerra mondiale.

Un “prima” idealizzato e forse mai davvero esistito, sia nel XVIII secolo che nel XX e che certo non avrebbe potuto tornare nel XIX e che non potrà farlo nemmeno nel XXI secolo. Non per scelta o volontà degli individui o dei singoli governi, sempre più limitati nelle loro opzioni dalle necessità imposte dalle leggi dell’accumulazione del capitale, sia all’Ovest che all’Est o al Sud e al Nord, sia tra i paesi ancora aderenti all’Occidente che ai BRICS. Una competizione sempre più drammatica rispetto alla quale il problema non è tanto quello di ritrovare o perseguire vecchi ideali per superarla, quanto piuttosto di cambiare il paradigma economico, sociale, ambientale e politico affidandosi al quale l’Occidente si è ristretto e l’Atlantico si è allargato distanziando tra di loro a dismisura tutti gli ormai ex-alleati che si affacciano sulle sue sponde. Rispetto a cui, guarda caso, l’unica via per il suo restringimento e riavvicinamento tra gli stessi sembra essere costituito, ancora una volta e come sempre, dalla creazione di un nemico o da un male assoluto cui occorrerebbe opporsi, sia militarmente che politicamente.

Proprio in questo senso, la consultazione del testo di De Pizzo, ricco di dati ed informazioni, può risultare utile, soprattutto per i giovani lettori vista anche la sua maneggevolezza e sinteticità. Considerate anche le parole spese da Massolo in chiusura della sua prefazione: «Questo libro non è dunque un requiem per l’Occidente. È una carta nautica per navigare la tempesta. Leggetelo con attenzione. Perché la tempesta non è alle porte: è già qui»6.

Note

  1. G. Massolo, Prefazione a M. De Pizzo, Tempesta. Reykjavik, Brest, Rabat, New York e la battaglia per l’Atlantico, Luiss University Press, Roma maggio 2026, p.11. 
  2. M. De Pizzo, Introduzione aTempesta, op. cit., pp. 13-14.
  3. Ivi, p. 14.
  4. Ivi, p. 14.
  5. Ivi, pp. 14-15.
  6. G. Massolo, op. cit., p. 12.

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09/07/2026

Il vertice di Ankara conferma il pericoloso stato confusionale della Nato

di Alessandro Volpi

I lavori del consesso presieduto da Erdogan sono facilmente riassumibili in pochi punti: sostegno all’Ucraina per una continuazione sine die della guerra, riaffermazione – sia pur con mille formule esoteriche – del finanziamento del riarmo, apertura di un altrettanto fantomatico “fronte Sud” voluto dalla disorientatissima Meloni, beneplacito alla folle guerra di Trump in Iran che sta prolungando la devastante chiusura di Hormuz.

In pratica la Nato, incarnata da un pazzo scatenato come Rutte, soffia costantemente sul fuoco.

Ma il fuoco può accendersi molto presto a partire dal piano economico.

Il nuovo attacco all’Iran è motivato dalla irrazionalità di Trump che spera davvero di puntare tutto sul rialzo del prezzo del petrolio e del gas: un errore madornale e costosissimo.

In queste condizioni il rialzo del prezzo del gas e del petrolio determinerà infatti un ulteriore incremento dell’inflazione negli Stati Uniti, già oltre il 4%, obbligando assai probabilmente la Federal Reserve ad alzare ulteriormente i tassi con effetti pesantissimi per il debito federale Usa, che già paga quasi il 4,6% sul decennale, e per milioni di americani indebitati.

A questo riguardo vorrei aggiungere un interessante dato specifico. Nelle ultime aste il 30% dei titoli del debito Usa sono stati acquistati da fondi hedge con sede in Lussemburgo o nelle Cayman, con evidenti fini speculativi e per l’alto interesse.

Tali acquisti sono stati compiuti però da simili fondi prendendo denaro a prestito che, in caso di rialzo dei tassi, dovranno sborsare rapidamente magari vendendo proprio il debito Usa, con conseguenze insidiosissime.

Gli Stati Uniti sono ormai l’origine del caos, ma i paesi Nato continuano ad ossequiarli e a finanziarli facendosi trascinare nel baratro.

Meloni difende la scelta del “nazionalismo Occidentale” come la migliore soluzione, mentre Merz, Macron e Starmer sono dei figuranti che dipendono dalle fabbriche di armi dell’Ucraina di Zelensky per sostenere la loro riconversione produttiva e dalla Turchia di Erdogan perché resta l’unico hub energetico dopo la chiusura dei rapporti con la Russia.

Non male per la culla dei liberal obbedire a Trump, a Zelensky e a Erdogan.

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08/07/2026

Ad Ankara il valzer degli scontenti, tra Meloni e Netanyahu

Il vertice NATO che si tiene ad Ankara pare che sancirà un riavvicinamento strategico tra USA e Turchia. Ciò inevitabilmente determinerà in maniera formale l’allentamento del rapporto tra USA e Israele.

Trump è infuriato con Netanyahu che lo ha trascinato nell’avventura bellica contro l’Iran da cui – nonostante le fandonie della propaganda – è uscito sconfitto e umiliato. Oltretutto, Netanyahu vuole continuare la guerra, almeno in Libano, mentre Trump ha firmato con l’Iran una tregua in cui ci si impegna a cessare le ostilità anche nel Paese dei cedri.

Il fragile accordo siglato tra Israele e Governo libanese di fatto scontenta tutti: Israele perché gli limita le attività militari, governo libanese perché non prevede il ritiro degli israeliani dal sud del Paese, Hezbollah perché non è stato invitato al tavolo di trattativa e soprattutto scontenta gli USA che sanno che l’accordo non reggerà e la cosa gli creerà problemi con l’Iran.

Negli ultimi tempi la rivalità tra Turchia e Israele si è sempre più esasperata, sfociando in scontri armati, seppur indiretti, come quelli che ci sono attualmente in Siria. Lì, le truppe regolari israeliane si confrontano con formazioni che sono diretta espressione della Turchia.

Macron si è recato a Damasco per incontrare il tagliagole al Sharaa (già noto come ‘al Jolani’), con l’intento di cercare di calmare gli animi. Bisogna notare che gli interessi turchi collidono con quelli israeliani anche per il Libano, la Palestina, Cipro e tanti altri posti, alcuni dei quali sono teatri di guerra.

In definitiva, al netto di ogni eventuale novità che possa riguardare le posture verso la Russia (tutt’altro che trascurabili), il vertice NATO di Ankara potrebbe ridefinire l’intero sistema di alleanze tra Europa e Medio Oriente, ma soprattutto il rapporto tra USA e Israele.

Parallelamente a tutto ciò, è proseguita la grottesca manfrina tra Trump e la Meloni. Il primo dato di rilievo è che la Meloni non era presente a Villa Taverna (ossia la residenza dell’ambasciatore USA a Roma) per i festeggiamenti del Giorno dell’Indipendenza. O meglio, non era presente Giorgia, perché invece si è presentata la sorella Arianna.

Oltre a lei c’erano politici di ogni rango e schieramento, ma tutti ferventi atlantisti. Dopo di ciò, Trump ha fatto un post in cui dice che per la Meloni è “necessario un’ordine restrittivo”, ossia una sorta di divieto d’avvicinamento. Nelle relazioni internazionali tra paesi occidentali non si ricordano attacchi simili tra capi di Stato.

In sintesi, Trump ha fatto due strappi, il primo con Netanyhau e il secondo con la Meloni. Ciò potrebbe portare a un rafforzamento del legame tra Italia e Israele. I due esclusi e isolati si potrebbero consolare e sostenere vicendevolmente.

Il fatto che sia arrivato l’annuncio a sorpresa che i prossimi colloqui di pace tra Israele e Libano non si terranno più a Washington – con la mediazione di Trump – ma a Roma, lascia pensare che la manovra di avvicinamento tra Italia e Israele sia già iniziata.

Noi sollevati dall’allentamento del vincolo con gli USA, ci troviamo però a fare i conti con una prospettiva altrettanto triste, quella di una rafforzata sinergia con Israele. Prospettiva da osteggiare in ogni caso, ma ancor di più nel pieno di un genocidio su cui il nostro Paese già ha delle responsabilità.

Non è il caso di avere ulteriori livelli di complicità.

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07/07/2026

Oggi il vertice della Nato. Il governo italiano trucca i conti delle spese militari

Alla vigilia del vertice NATO, un centinaio di manifestanti sono stati fermati dalla polizia durante i cortei organizzati da gruppi della sinistra ad Ankara e Istanbul. I cortei hanno visto migliaia di manifestanti sfilare con bandiere e striscioni contro l’Alleanza Atlantica, mentre nella capitale la polizia è intervenuta con gas lacrimogeni per disperdere i partecipanti. A Istanbul, invece, le manifestazioni si sono svolte senza scontri nonostante la forte presenza delle forze dell’ordine.

Sul clima con il quale si apre il vertice Nato di oggi pesa l’aumento della tensione tra Polonia e Russia relativamente alla guerra in Ucraina.

Come noto, la Polonia, sul proprio territorio, ha già iniziato la produzione di droni destinati all’Ucraina e il ministero della Difesa russo ha fatto sapere che “ha già pubblicato gli indirizzi di tali impianti”, motivo per cui “Varsavia farebbe bene a riflettere sulla propria sicurezza”, ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov in un’intervista.

Peskov ha inoltre sottolineato che “non ha nulla di buono il fatto che in Polonia si trovino molte imprese che producono droni, i quali poi vengono lanciati contro di noi e attaccano i nostri militari”. Ieri un bombardiere strategico statunitense ha sorvolato il cielo a ridosso dell’enclave russa di Kalinigrad.

Negli incontri preliminari è stata già definita quella che sarà la dichiarazione finale del vertice Nato di Ankara concordata tra i Paesi membri. Questa prevede che verranno garantiti all’Ucraina sostegni militari da 70 miliardi per il 2026 e per il 2027 per un totale di 140 miliardi di euro in soli due anni.

Il tema dell’aumento delle spese militari nei paesi membri della Nato sarà, tra l’altro, uno dei temi principali dell’agenda e dei contrasti interni all’Alleanza.

Giorgia Meloni si presenta al vertice Nato di Ankara di oggi e mercoledì, con le spese militari aumentate al 2,8% del Pil, e con un aumento dello 0,71% dovuto soprattutto dalle spese legate alla sicurezza interna.

In termini di bilancio la spesa militare è già salita quasi del doppio rispetto all’1,6% del 2024, ma con un aumento legato soprattutto alla componente sicurezza (15 miliardi, lo 0,71%) intesa come “dominio più ampio” e che include le spese per la protezione delle infrastrutture critiche, delle catene di approvvigionamento, la cybersicurezza, la sicurezza energetica, la tutela dei confini e la risposta alle emergenze.

Secondo alcune fonti dell’esecutivo, i prossimi impegni di spesa sul piano militare potrebbero raggiungere il +0,3% nel 2027 e +0,6% nel 2028. L’aumento potrebbe valere complessivamente 17-18 miliardi di euro. Ma sono percentuali a geometrie variabili che dipendono molto dalle convenienze interne.

La decisione infatti è tutta politica ed anche in questo caso conterà il clima pre-elettorale che incombe sull’Italia. La maggioranza di governo è di fatto entrata già in una fase di campagna elettorale e sa benissimo che il tema delle spese militari è piuttosto impopolare, al contrario le campagne sulla “sicurezza” portano voti e incontrano meno ostacoli.

Al momento i prestiti europei del fondo Safe non verranno richiesti almeno per il 2026 e anche il ricorso al Purl (il sistema di acquisti di armamenti americani da girare poi all’Ucraina) appare congelato, così come non sono in vista nuovi pacchetti di forniture militari a Kiev.

Il che fa inquietare non poco l’amministrazione USA che vede nel riarmo europeo l’occasione per vendere armamenti per miliardi di dollari, a patto che i membri europei della Nato non decidano di acquistare solo armamenti made in Europe come vanno evocando da tre anni.

Su questo già lo scorso 20 febbraio l’Amministrazione Trump si era dichiarata apertamente contraria alla clausola del “Buy European” nel campo della difesa, minacciando rappresaglie se le aziende americane avessero incontrato difficoltà nel partecipare agli appalti per il riarmo dell’Europa.

“Gli Stati Uniti si oppongono fermamente a qualsiasi modifica della direttiva che limiti la capacità dell’industria statunitense di sostenere o partecipare in altro modo agli appalti di difesa nazionale degli Stati membri dell’Ue”, aveva dichiarato l’amministrazione statunitense.

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06/07/2026

La Nato è un’alleanza o un fondo di investimento politico-militare?

I tempi sono difficili per coloro che sono critici coerenti della NATO. Dall’era della “difesa del Mondo Libero” contro il comunismo, passando per l’era dell'“intervento umanitario” e della “Guerra Globale al Terrore”, fino all’odierna presunta lotta esistenziale contro praticamente tutto il mondo non occidentale, l’Alleanza ha ripetutamente reinventato le narrazioni che giustificano la sua esistenza.

Il linguaggio cambia; la logica sottostante, no. La NATO rimane indispensabile, e ogni nuovo nemico (che venga scoperto, esagerato o deliberatamente prodotto) diventa un’ulteriore prova della sua necessità.

Per decenni, i critici con prospettive antimilitariste, anti-egemoniche o di sinistra hanno dovuto impegnarsi molto per decostruire questa mitologia, facendo fronte agli sforzi combinati delle élite politiche nazionali, dei grandi media, delle istituzioni accademiche e degli esperti di sicurezza.

Questo compito intellettuale, di per sé, non è mai stato particolarmente difficile. Le contraddizioni, le ipocrisie e le conseguenze devastanti degli interventi della NATO sono rimaste visibili molto tempo dopo la fine dei bombardamenti. Ciò che richiedeva coraggio era parlare contro il consenso predominante.

Ironia della sorte, oggi gli stessi leader dell’Alleanza sono diventati i suoi più efficaci portavoce della verità. Donald Trump ha ripetutamente spogliato la NATO del linguaggio morale che tradizionalmente la avvolgeva. Mark Rutte, il segretario generale dell’Alleanza, è diventato altrettanto franco, mentre il cancelliere tedesco e il presidente francese parlano sempre più con notevole schiettezza del futuro militare dell’Europa.

Tuttavia, il privilegio di dire la verità su ciò che la NATO è diventata appartiene solo a coloro che sono al potere. Come dimostra la repressione dei movimenti di protesta prima del vertice NATO di Ankara, i cittadini possono conoscere la verità su questo gigante militare, ma non ci si aspetta che si organizzino contro di esso.

Il Vertice di Ankara non è nemmeno iniziato, ma le sue conclusioni sono già note.

L’espressione “vertice storico” è diventata così ripetuta da aver quasi perso significato.

Alcuni osservatori si aspettano una “europeizzazione” della NATO, con gli alleati europei che assumono maggiore responsabilità per il finanziamento e la guida dell’Alleanza. Ma questo rimane, in larga misura, retorica.

L’Europa non può sostituire gli Stati Uniti come spina dorsale militare dell’Alleanza. Può, tuttavia, stringere volontariamente il cappio attorno al proprio collo – e forse attorno all’intero mondo.

Mentre gli atlantisti rimangono preoccupati per il rapporto tra Washington e Bruxelles e se Trump intenda davvero ridurre l’impegno degli Stati Uniti nell’alleanza, una trasformazione più significativa sta avvenendo all’interno della stessa Europa.

Nuove coalizioni militari stanno emergendo all’interno della NATO. Gli Stati baltici e la Polonia perseguono sempre più la propria agenda di sicurezza, spinti da rancori storici e da una profonda russofobia.

La Svezia e la Finlandia, un tempo simboli di neutralità, hanno rapidamente abbracciato la militarizzazione, con Helsinki che ora permette persino lo schieramento di armi nucleari sul proprio territorio (armi americane, naturalmente, il che rende questi Stati sempre più profondamente integrati nell’architettura strategica di Washington).

Configurazioni militari regionali simili stanno silenziosamente prendendo forma nei Balcani, dove Croazia, Albania, Bulgaria e Kosovo parlano sempre più di rafforzare la propria cooperazione nella difesa: una NATO dentro la NATO.

Ciò che distingue veramente la NATO 3.0, tuttavia, non è meramente la sua disponibilità a nominare esplicitamente Russia e Cina come avversari strategici o a proclamare le proprie ambizioni globali.

Lo stesso Rutte ha già detto che la NATO è indispensabile perché permette agli Stati Uniti di proiettare il proprio potere a livello globale attraverso l’Europa. L’Europa, in altre parole, funge sia da piattaforma che da moltiplicatore di forza per la strategia globale americana (come dimostrato dall’operazione Furia Epica).

Ancora più rivelatore è il linguaggio con cui la NATO ora si descrive. Rutte parla con orgoglio di una “rivoluzione industriale della difesa”. L’espressione è rivelatrice. Così come la Prima Rivoluzione Industriale trasformò la produzione attraverso le fabbriche e la meccanizzazione, la NATO 3.0 cerca di riorganizzare la produzione militare su una scala completamente nuova, non principalmente per la difesa, ma per la redditività permanente.

Dietro la retorica della “sicurezza collettiva”, dell'“autonomia strategica” e della “dissuasione” si nasconde una realtà molto più semplice: la NATO funziona sempre più come un meccanismo per trasferire quantità senza precedenti di denaro pubblico nelle mani di imprese private.

Pertanto, la NATO 3.0 rappresenta un’ulteriore mutazione: un’alleanza la cui principale missione storica sembra essere, sempre più, la militarizzazione permanente delle economie occidentali e, molto probabilmente, una nuova guerra con la Russia.

Il momento è notevole. Per decenni, i governi hanno insistito sul fatto che le finanze pubbliche richiedessero austerità. Ospedali, università, pensioni e assistenza sociale avrebbero dovuto accettare di sottoporsi a una dolorosa disciplina di bilancio. Improvvisamente, nessuna di queste restrizioni fiscali si applica alle spese militari.

Deficit che erano politicamente impossibili per la sanità o l’istruzione sono diventati del tutto accettabili per l’acquisizione di armi. Le spese per la difesa non sono più presentate come un fardello, ma come una strategia di investimento e un’ottima possibilità di creazione di posti di lavoro (senza menzionare i cimiteri sempre più grandi che di solito accompagnano la guerra).

Ciò solleva altre questioni profondamente importanti. Se il cloud computing, l’intelligenza artificiale, le comunicazioni via satellite e le armi autonome sono sempre più sviluppate da aziende tecnologiche private, chi, in ultima analisi, controlla la sicurezza nazionale? Se i governi diventano strutturalmente dipendenti da fornitori commerciali, dove finisce la responsabilità democratica? Quando l’acquisizione di equipaggiamenti militari inizia ad assomigliare a un investimento di capitale di rischio, chi, in realtà, trae beneficio dall’insicurezza permanente? A queste domande è stata data, sorprendentemente, poca attenzione.

Invece, sentiamo solo il discorso dell’emergenza: l’Europa deve riarmarsi immediatamente. La produzione industriale deve essere accelerata. Le regole di acquisizione devono essere semplificate. L’investimento militare non può aspettare.

Tuttavia, la storia ci insegna che le emergenze raramente rimangono temporanee. Misure eccezionali diventano gradualmente forme permanenti di governance. In condizioni di percezione permanente della minaccia, le spese militari straordinarie iniziano a sembrare normali, mentre le richieste di investimento in istruzione, sanità o giustizia sociale diventano improvvisamente irresponsabili dal punto di vista fiscale.

La sicurezza colonizza la politica. Ciò che emerge davanti ai nostri occhi è un modello in cui la guerra stessa diventa sempre più privatizzata. Appaltatori della difesa privati, aziende tecnologiche, imprese di logistica e sviluppatori di IA diventano attori indispensabili nell’ecosistema militare. Persino la guerra stessa diventa sempre più remota. L’intelligenza artificiale, i sistemi autonomi e le infrastrutture digitali permettono che le operazioni militari vengano esternalizzate, automatizzate e commercializzate in modi senza precedenti. La guerra non richiede necessariamente una mobilitazione di massa; richiede portafogli di investimenti.

Per i piccoli Stati membri che speravano nel benessere piuttosto che nella guerra, le implicazioni sono particolarmente preoccupanti. L’aumento dei budget per la difesa è presentato come una forma di solidarietà con l’Alleanza, ma in realtà spesso assomiglia a una partecipazione obbligatoria a un vasto schema di investimento militare-industriale. I cittadini finanziano armi che non producono né controllano, acquisendo protezione da minacce che sono spesso amplificate dalla stessa logica geopolitica che sostiene il sistema.

La NATO non è mai stata meramente un’alleanza militare all’interno dell’ordine internazionale basato sull’ONU. È sempre stata un’espressione della visione del mondo strategica occidentale. Oggi, sta diventando qualcosa di ancora più complesso: un sistema in cui la politica di sicurezza, la politica industriale, il potere tecnologico e l’accumulazione di capitale si fondono sempre più. Il vertice di Ankara non discuterà solo di difesa e dissuasione; rivelerà fino a che punto il futuro del capitalismo, della tecnologia e della violenza organizzata sia diventato interconnesso. Sarà un altro capitolo nell’economia politica della mobilitazione permanente per la guerra. 

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04/07/2026

Ad Ankara si riunisce il vertice annuale della Nato

Il 6 e 7 luglio i paesi membri della Nato si riuniranno per il loro vertice annuale ad Ankara. I temi prioritari in agenda riguardano l’aumento delle spese militari dei paesi europei (sui quali insistono gli USA) e il sostegno militare all’Ucraina nella guerra contro la Russia.

Ma a complicare il clima del vertice Nato ci sono prima state le contumelie di Trump contro gli alleati ritenuti “irrilevanti” durante l’aggressione all’Iran, poi è arrivata la gaffe del segretario della Nato, Mark Rutte, sui voli militari USA dall’Europa durante la guerra, nel servile tentativo di compiacere il padrino statunitense.

A complicare ulteriormente il quadro è anche la notizia, riportata dal New York Times, e confermata da varie fonti al Pentagono, di una prossima revisione della presenza militare americana in Europa. Si tratta della conferma di come Washington non esiti a usare la propria presenza militare in Europa come leva negoziale. E la cosa sembra funzionare, visto che i benefici del riarmo europeo stanno andando anche e soprattutto alle industrie militari statunitensi.

Ma al vertice Nato di Ankara gli europei si presenteranno sapendo che l’Alleanza atlantica non è più un dato acquisito. Tanto che sul piano dell’aumento delle spese militari si stanno allineando un po’ tutti i paesi europei.

Al vertice dello scorso anno all’Aia, i paesi membri dell’alleanza si erano impegnati a investire annualmente almeno il 5% del PIL nella difesa entro il 2035.

Il sito ufficiale della Nato comunica che nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno già aumentato la spesa per la difesa di oltre 90 miliardi di USD (ai prezzi del 2021, ovvero quasi 139 miliardi di USD in termini nominali) – un aumento di quasi il 20% rispetto al 2024.

Negli ultimi dieci anni, hanno costantemente aumentato le spese militari – dall’1,4% del PIL complessivo nel 2014 al 2,3% nel 2025, quando hanno investito complessivamente oltre 571 miliardi di USD (a prezzi del 2021) nella difesa.

La traiettoria e l’equilibrio della spesa secondo questo piano saranno rivisti nel 2029, alla luce del contesto strategico e degli attuali ‘Obiettivi di Capacità’.

Sul piano della guerra in Ucraina, i paesi membri della NATO stanno inviando armi, munizioni e molti tipi di equipaggiamento militare leggero e pesante a Kyev, inclusi sistemi anticarro e di difesa aerea, sistemi di artiglieria, munizioni, droni, carri armati e caccia.

La protezione assicurata dall’Articolo 5 della NATO e la sua promessa di difesa collettiva danno ai paesi membri che stanno riarmando l’Ucraina la garanzia di poter inviare armi in Ucraina senza compromettere la propria sicurezza. Inoltre, le forze della Nato stanno addestrando truppe ucraine all’uso di queste attrezzature.

Per garantire che il sostegno militare all’Ucraina continui, i paesi Nato, al vertice di Washington del 2024, hanno sottoscritto un Impegno di Assistenza Sicurezza a Lungo Termine per l’Ucraina. In base a questo impegno, gli Alleati hanno concordato di fornire un finanziamento minimo di 40 miliardi di euro nel 2024 e livelli sostenibili di assistenza alla sicurezza affinché l’Ucraina “prevalga sulla Russia”.

Ma i paesi della Nato hanno superato abbondantemente questo impegno già nel 2024 – fornendo oltre 50 miliardi di euro, quasi il 60% dei quali proveniva dagli Alleati europei e dal Canada.

Parallelamente al vertice Nato vero e proprio, il 7 luglio – sempre ad Ankara – si riunirà Il Forum dell’Industria della Difesa (NSDIF26), il principale evento di alto livello della NATO sulla produzione, gli investimenti e l’innovazione transatlantica nella difesa. Parte integrante del Vertice NATO 2026, il Forum riunirà alti funzionari NATO, alleati e partner, leader industriali per promuovere l’industria bellica, l’innovazione e per discutere le questioni più urgenti.

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03/07/2026

Il riarmo europeo crea lavoro... negli USA. Ma Meloni conferma i vincoli NATO

Rutte è l’esempio perfetto del servo che fa di tutto per ben apparire davanti al padrone. Nella politica odierna, per come è “raccontata” all’opinione pubblica delle “democrazie” occidentali, però, questo tipo di atteggiamento – oltre a mostrare una significativa inadeguatezza – diventa un problema politico, dato che finisce col mostrare le contraddizioni della propaganda imperialista, e le gerarchie internazionali, che si disinteressano di “diritti umani” e “voti democratici”.

In un’intervista al Financial Times, Mark Rutte ha svelato che il portafoglio ordini di armamenti che l’Europa e il Canada si sono impegnati ad acquistare dagli Stati Uniti nei prossimi due anni ammonta a ben 300 miliardi di dollari, sostenendo circa 195 mila posti di lavoro... ma oltreoceano.

Un argomento che il Segretario Generale della NATO ha cercato di sfruttare per convincere Trump che mantenere l’asse transatlantico sia conveniente per l’economia americana. Il risvolto della medaglia, per il Vecchio Continente, è però controverso. Il riarmo viene presentato dalle classi dirigenti europee come un viatico alla crisi industriale e alla deindustrializzazione, ma dalle parole del politico olandese risulta che ad avvantaggiarsene siano anzitutto gli States.

E tuttavia, l’Alleanza Atlantica viene ribadita come la cornice di riferimento di qualsiasi “difesa europea”. All’ormai vicino vertice NATO di Ankara, il prossimo 7 e 8 luglio, la Germania vuole portare un’idea di “NATO 3.0” in cui si confermino gli impegni sulla spesa militare al 5%, ma anche il sostegno a Kiev e la possibilità di ottenere le autorizzazioni dalla Casa Bianca per produrre in patria alcuni sistemi d’arma stelle-e-strisce.

Rutte il primo luglio ha preso parte ai lavori del Consiglio dei Ministri tedesco – prima volta nella storia per un Segretario Generale della NATO – e ha elogiato la postura della Germania, la quale sostiene che l’Alleanza Atlantica debba vedere maggior protagonismo europeo “non solo per la pressione di Trump, ma nel nostro stesso interesse”, ha detto il cancelliere Friedrich Merz.

Bisogna allora chiarire i termini della corsa al riarmo che abbiamo davanti. Rutte ha messo in evidenza, nella sua adulazione sfacciata, che la NATO è un’organizzazione pensata per fare gli interessi di Washington, e sempre Rutte ne ha anche svelato il tributo di sovranità che i suoi vincoli impongono.

Guido Crosetto, rispondendo a due interrogazioni alla Camera, ha certificato che sono stati 518 i voli militari statunitensi decollati dalle basi in Italia a partire da febbraio nell’ambito dell’aggressione all’Iran, proprio come aveva rivelato Rutte. Il ministro della Difesa italiano ha così smentito quel che ha detto il primo luglio il suo collega Antonio Tajani.

“Qualsiasi operazione militare che si è svolta in Iran anche da parte americana – ha detto il titolare della Farnesina – non era un’operazione nell’ambito della NATO quindi è difficile che il segretario generale Rutte potesse sapere cosa è accaduto in Italia. Le sue dichiarazioni sono state non soltanto improvvide ma anche non rispondenti al vero”.

Insomma, Crosetto ha smentito Tajani, che ha smentito Rutte. Se sul lato della politica interna nostrana questo mostra che c’è probabilmente un po’ di maretta all’interno dell’esecutivo (o che il ministro degli Esteri italiano non sa cosa succede nel suo paese, perché è lì come prestanome per Washington e Bruxelles), sul lato dei legami strategici del nostro paese è la rappresentazione plastica della gabbia dei vincoli atlantici, che ci impegnano nell’escalation bellica dell’imperialismo in crisi, a prescindere da chi sieda a Palazzo Chigi.

Immediatamente dopo questa scenetta piuttosto ridicola, Meloni ci ha tenuto a ribadire l’impegno a raggiungere il 5% del PIL in spese militari fissato dalla NATO. Di nuovo, se nell’immediato significa confermare le scelte prese al vertice dell’Aja, sul lungo termine vuol dire aderire consapevolmente a questo quadro in cui il riarmo europeo servirà a finanziare il complesso militare-industriale statunitense.

Con un obiettivo, in prospettiva, per il Vecchio Continente: quello di diventare anch’esso una grande potenza armata. Ma è così che i nodi vengono al pettine. Perché anche fosse che, un giorno, l’Europa si libererà dai vincoli NATO, lo farà solo in virtù della trasformazione in una completa macchina bellica impelagata in un conflitto continuo con mezzo mondo, come sono oggi gli USA.

La volontà di mandare una missione navale nello Stretto di Hormuz, nonostante la complicità nell’aggressione confermata da Rutte, l’impegno a sabotare ogni possibile soluzione diplomatica del conflitto in Ucraina, sempre più laboratorio e fabbrica del riarmo europeo, persino i legami con Israele, entità politica che sopravvive solo in quanto in uno stato di guerra senza soluzione di continuità, non sono più nemmeno scelte politiche.

Sono necessità strategiche imprescindibili per alimentare questo processo in cui, nella sua “innocenza” servile, Rutte ha sottolineato che a farla da padrone sono gli Stati Uniti, ma che rappresenta anche lo spazio di manovra entro cui l’Europa può pensare di tornare a essere attore globale. Ovviamente, con la forza delle armi, perché sul piano culturale e dei valori come su quello economico di prodotti e tecnologie non ha più molto da offrire.

Allora l’alternativa appare chiara: chiunque pensa ci possano essere compatibilità con la NATO, il riarmo e la difesa europea, ci sta condannando a percorrere una strada che ci condurrà necessariamente nel baratro della guerra. Chi cerca pace e giustizia sociale, sa che è arrivato il momento di mettere in dubbio i legami internazionali del nostro paese e la presenza delle basi militari stelle-e-strisce sul nostro territorio.

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