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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/08/2026

Bombe atomiche ad Aviano: il Tribunale conferma la presenza, ma archivia l’esposto

Il Giudice per le indagini preliminari (Gip) di Pordenone ha disposto l’archiviazione della denuncia, presentata da decine di realtà insieme a vari cittadini e cittadine, sull’illegittimità della presenza di armi nucleari nella base statunitense di Aviano.

Il procedimento era nato dall’esposto presentato da questo nutrito gruppo di associazioni e persone impegnati sui temi del disarmo e della smilitarizzazione, particolarmente dirimenti in questo frangente storico segnato sempre più da guerre e riarmo.

Il provvedimento del Gip

I denuncianti riportano che il decreto di archiviazione in realtà non smentirebbe l’ipotesi della presenza di ordigni nucleari nella base militare di Aviano.

Il provvedimento del Gip Francesca Vortali infatti indica che tale presenza sarebbe riconducibile ad accordi e trattati internazionali, non smentendo de facto la presenza di tali ordigni sul suolo italiano.

Proprio quei trattati e quegli accordi (adesione Nato, piano Rearm Europe ecc.) sono stati criticati duramente nelle manifestazioni contro la guerra degli ultimi anni perché “imposti” alla popolazione senza nessun, vero, dibattito democratico all’interno del Paese.

Possibile ricorso alla Corte europea

Come si apprende da fonti locali, i denuncianti stanno valutando un possibile ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Non c’è dubbio infatti che la presenza di armi nucleari rappresenta un rischio per la sicurezza dei cittadini, come ben stiamo vedendo dal conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

Questo potrebbe dunque sollevare questioni legate alla tutela del diritto alla vita previsto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Fonti: nordest24.it, Jugocoord

Di seguito, riportiamo il comunicato stampa dei denunciati successivo all’ordinanza del Gip.

È giusto dare atto alla giudice Vortali di avere studiato e approfondito la questione sottoposta al suo giudizio, molto più di quanto abbiano fatto i precedenti magistrati di Roma e Brescia, che interpellati si sono limitati a scrivere due righe di motivazione per l’archiviazione.

La dottoressa ha anche riconosciuto a Wilpf Italia (Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà) la legittimazione ad agire a tutela degli interessi collettivi di disarmo e smilitarizzazione.

L’ordinanza considera sicura la presenza delle armi nucleari in Italia, provata dalle molteplici fonti addotte dai denuncianti. Del resto anche la Procura aveva implicitamente ammesso la presenza delle bombe, non avendo ravvisato accertamenti esperibili da produrre.

Nell’atto si ritiene giustificata l’importazione delle armi in questione, in base all’art. 51 del Codice penale (esercizio di un diritto o adempimento di un dovere); giustificazione che rappresenta un’ulteriore conferma della loro presenza, come fatto costituente reato ma discriminato ex art. 51; quindi non punibile.

Vengono ritenute legittime le preoccupazioni sanitarie, ambientali e di sicurezza espresse dai denuncianti, ma considerate attinenti a una dimensione politica e non penalistica.

I denuncianti non sono dello stesso avviso. La strada giudiziaria si fa ardua perché il ricorso per Cassazione è precluso da una costante giurisprudenza, che per le archiviazioni circoscrive l’ammissibilità ai soli casi di violazione del contraddittorio. In questo caso rispettato.

È possibile per i denuncianti ipotizzare il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, così motivando: la presenza delle armi nucleari rappresenta un rischio concreto e oggettivo per la vita dei cittadini (come riconosce l’ordinanza); presenza che viola l’art. 2 della Convenzione europea, laddove tutela il diritto alla vita nella sua accezione più ampia e impone agli Stati aderenti obblighi idonei ad escludere rischi.

Contro l’ordinanza in oggetto si sono espressi anche gli avvocati di Ialana (International Association of Lawyers Against Nuclear Arms) sostenendo che “è errato il richiamo all’art. 117 della Costituzione. Il meccanismo di prevalenza di una norma internazionale – ammesso che un accordo segreto di condivisione nucleare con l’Italia lo sia – sul diritto interno passa solo attraverso un incidente di costituzionalità.”

“Salvo che per il diritto europeo, non esiste applicazione diretta del diritto internazionale pattizio incompatibile col diritto interno, da parte del giudice ordinario. Le norme inderogabili di diritto internazionale umanitario vietano la minaccia e l’uso delle armi nucleari. Nessun trattato tra Stati può derogare a tali norme di ius cogens”.

Il fine ultimo da perseguire quindi è la rimozione delle testate nucleari statunitensi dalla base di Aviano. La loro presenza è un’aperta violazione del nostro ordinamento, interno e internazionale, che mette a rischio immediato l’esistenza di milioni di persone, in presenza dei venti di guerra diabolici che soffiano dall’Ucraina in Palestina.

Per i denuncianti (Tavola per la Pace Friuli Venezia Giulia, Abbasso la Guerra odv, Centro sociale 28 Maggio, Comunità Laudato Si’ Cremona, Comunità Laudato Sì Oglio Po, Coordinamento nazionale No Triv, Donne e Uomini contro la Guerra Brescia, Pax Christi Cremona e Tradate, Tavola della Pace Oglio Sud, WILPF Italia).

Fonte 

12/07/2026

L’agenda atlantica si può strappare

di Emiliano Brancaccio

Per un’istituzione che pochi anni fa Trump considerava «obsolescente» e Macron reputava affetta da «morte cerebrale», la Nato sta dando prova di inattesa resilienza. Ad Ankara i membri dell’alleanza atlantica hanno tutti ribadito l’obiettivo cruciale: la cosiddetta spesa per la difesa deve salire al 5 percento del Pil entro il 2035, un incremento complessivo di oltre 1200 miliardi di dollari.

Nel caso dell’Italia, Meloni e Giorgetti avevano già assunto l’impegno di portare la spesa militare al 2,5 percento del Pil nel 2028, un aumento di ben 40 miliardi rispetto al 2020. Ma non basta. Al vertice Nato, Meloni ha dovuto ribadire il target del 5 percento, che porterà il finanziamento della difesa su un picco da 150 miliardi.

Per avere un ordine di grandezza, si tratterebbe del più vertiginoso incremento mai registrato da una specifica voce di spesa pubblica dal dopoguerra ad oggi, un multiplo del tanto lamentato aumento dell’onere pensionistico.

La spesa complessiva per la difesa supererebbe anche il tetto del 4 percento raggiunto nel 1952, in piena guerra fredda. Utilizzando le stime dell’Ageing Report della Commissione Ue, il bilancio della difesa diventerebbe tre volte più grande della spesa per l’assistenza, una volta e mezzo più grande della spesa per l’istruzione, quasi uguale alla spesa sanitaria.

Come sostenere un tale boom di spesa militare? Insufflata da Crosetto, Meloni timidamente puntualizza agli alleati Nato che l’obiettivo del 5 percento è cosa splendida e giusta, ma dovrebbe favorire più Leonardo che Lockheed, cioè più la produzione militare nostrana che l’importazione di armi americane. Anche per questo Trump le ruggisce contro.

Ammesso che riesca a trovare una quadra col capo della Casa bianca, il problema di Meloni sta nella flebile logica del ragionamento. Le speranze della premier sono riposte in una sorta di “riarmo keynesiano”, che aumenti la produzione nazionale, i redditi interni e quindi anche le entrate fiscali, abbastanza da finanziarsi da solo senza gravare troppo sulle altre voci di bilancio.

Vano auspicio, verrebbe da dire. Persino il Fmi, che impudicamente ha sposato la causa bellica, ammette che in larga misura la maggior spesa militare europea dei prossimi anni si tradurrà in importazioni dall’apparato militare-industriale Usa.

L’implicazione macroeconomica è inquietante. Con le regole attuali, rispettare gli impegni Nato ad aumentare la spesa per la difesa significherà determinare un abbattimento di portata storica delle altre voci di bilancio: nuovi tagli su assistenza, previdenza, istruzione, ricerca e sanità, che dovranno dare fino a 100 miliardi in una legislatura e poco più.

Se l’austerity aveva messo in ginocchio il welfare, la nuova economia del riarmo potrebbe cancellare ogni traccia della sua precedente esistenza.

Certo, si può obiettare che i più immani sacrifici sono benvenuti se servono a difenderci da aggressioni nemiche. Con l’invasore militare russo in perenne assetto di guerra e l’invasore economico cinese che si spande fino al Mediterraneo, rinunciare al burro per dotarci di cannoni pare a molti razionale, per non dire scontato.

Questa argomentazione, tuttavia, non tiene conto di un fatto. Il boom militare sancito dai vertici Nato si proietta in larghissima misura ben oltre i confini dei paesi membri. Dall’Ucraina, all’Iran, ai canali di transito marittimi, alle acque internazionali, l’attuale ottica del riarmo non pare affatto difensiva ma classicamente imperialista.

Ovviamente, chi nega che pure russi e cinesi abbiano vocazioni espansioniste non capisce niente delle attuali tendenze mondiali alla guerra capitalista. Ma bisogna ammettere che i capitali dei “nemici” stanno facendosi largo con brutalità ancora relativamente modesta, a confronto con la violenza codificata nel sangue dei milioni di morti che l’imperialismo occidentale ha causato nel mondo.

E qui viene la questione chiave, finora sottaciuta. Più si consolida la corsa Nato agli armamenti, più sembrano infiacchirsi i tentativi, che pure erano stati accennati, di intavolare trattative sulle profonde radici capitalistiche dei conflitti odierni e sull’urgenza di ristabilire “condizioni economiche per la pace” a livello globale.

In altre parole, abbracciare l’agenda Nato del riarmo sta implicando che la guerra, e solo la guerra, venga intesa quale unico mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Con le madri e i padri costituenti che sempre più si rivoltano nella tomba.

In un tale, orrido scenario, dovrebbe esser considerato lecito sollevare una domanda politica.

La politica del riarmo Nato, alla quale il governo Meloni si è sottomesso, costituisce un destino inesorabile? Si tratta cioè di una traiettoria governata da un “pilota automatico”? O è possibile immaginare un’uscita da questo sentiero di militarizzazione forzata?

È evidente che il problema consiste nella praticabilità o meno di uno sganciamento dall’unanimismo Nato in materia. I gradi del distacco, a tale riguardo, possono esser diversi. Un esempio morigerato è il tentativo del premier spagnolo Sánchez di appellarsi a un suo discusso scambio epistolare col capo della Nato su come parzialmente derogare all’obiettivo del 5 percento. Non sta trovando sponde ma almeno ha smosso la palude del “consensus”.

Un’ipotesi più forte sarebbe l’applicazione di veti alle prossime decisioni dell’alleanza atlantica, una strategia che negli ultimi tempi sta facendo la fortuna della Turchia. Più radicale ancora sarebbe una versione riveduta dello storico distacco dal comando militare integrato, sul modello della Francia del generale De Gaulle. All’estremo delle possibilità, infine, ci sarebbe la scandalosa uscita dalla Nato, in una posizione simile a Irlanda e Austria.

Il menu politico è vario, va dal prudente al sovvertente. Si tratta di capire quale ricetta consenta di dire “no” agli irresponsabili impegni di spesa militare, prima che mandino i bilanci pubblici allo scasso. Ne vogliamo discutere?

Fonte

Meno lavatrici e più carri armati a prezzi d’inflazione

Il “fascino” del riarmo

I padroni del mondo stanno modellando i mercati a loro immagine e somiglianza. E attraverso questa operazione, è ovvio, trasformano anche profondamente le società umane che alimentano il business planetario. La decisa “sterzata” delle democrazie industriali occidentali, negli ultimi 10 anni, è stata quella di riscoprire il fascino perverso del riarmo come “motore dello sviluppo”. Basta con le lavatrici. Avanti con i carri armati! Niente di nuovo sotto il sole. È già successo ai primi del ‘900, con la corsa accelerata alla costruzione delle flotte da battaglia tedesche e inglesi. Una “gara” che portò dritto filato alla Prima guerra mondiale. E che venne riproposto poi, negli anni Trenta, con il travolgente riarmo della Germania nazista, che si tirò appresso le altre nazioni europee. Tutti sappiamo come andò a finire. Oggi, però, le “specifiche” che guidano le cosiddette “politiche di sicurezza” sono legate fino a un certo punto a mere questioni di interesse nazionale. Gratta gratta, sotto la superficie di una storia che sta mettendo in crisi tutti i governi europei (che infatti rischiano di essere cacciati) però, c’è una cointeressenza di obiettivi più finanziari e commerciali che geopolitici. “Si vis pacem para bellum” oggi vale per le banche e per grandi speculatori finanziari. Per quelli che fanno “insider trading”, comprando con largo anticipo e a prezzi molto più bassi le azioni di aziende che produrranno “magicamente”, in futuro, armi, munizioni ed equipaggiamenti militari.

Sicurezza? No, dollari

Al vertice Nato in Turchia, i ponderosi endecasillabi sulle nuove tattiche strategiche che riguardano la geopolitica del Terzo millennio si sprecheranno. Tutto fumo. La sostanza, ridotta all’osso, è che Donald Trump non solo non vuole più sborsare un dollaro per gli alleati, ma in teoria vorrebbe pure essere pagato. L’operazione più importante che ha fatto è quella di accollare (praticamente) all’Europa quanto più sostegno possibile per Kiev. Col trucco. Perché il futuro ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, significherà che della ricostruzione del martoriato Paese si dovrà fare carico in maggior misura proprio Bruxelles. Ma il problema grosso delle forniture militari, non riguarda solo il loro “funding”, cioè il reperimento delle risorse di bilancio destinate all’acquisto o alla loro fabbricazione. Il vero ostacolo insormontabile, come viene denunciato in esclusiva anche in un report del Wall Street Journal, è la “saturazione” della capacità produttiva. Detto in parole povere, rispetto alla richiesta (c’è un impazzimento generale) le fabbriche non riescono a stare dietro al ritmo della domanda. Sembra incredibile, ma continuando di questo passo, avremo un’inflazione “da missili e carri armati”, perché per una naturale legge economica i prezzi s’impenneranno.

WSJ: il rincaro delle bombe

Il Wall Street Journal riporta le dichiarazioni del Segretario generale della Nato, Mark Rutte, notoriamente molto accondiscendente con Trump. Rutte sostiene che il Presidente americano sarà sicuramente soddisfatto dagli incrementi di spesa militare, decisi dai Paesi europei. Bisogna tenere conto, scrive il Wall Street Journal, che “il prezzo di un proiettile di artiglieria da 155 mm, una delle munizioni più basilari della Nato, è più che quadruplicato dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, a causa dell’aumento vertiginoso dei budget che ha colpito la limitata offerta, affermano funzionari sia della Nato che dell’industria. Ad Ankara, parallelamente agli incontri tra i leader, la Nato terrà un forum industriale per i dirigenti del settore della produzione di armi e i pianificatori governativi, al fine di discutere le modalità per accelerare ed espandere la produzione. I funzionari della Nato prevedono di annunciare, durante l’evento di martedì, contratti, accordi preliminari e accordi di produzione congiunta per miliardi di dollari”.

Mark Rutte soddisfatto

“Giovedì – ricorda il WSJ – in un post su Truth Social, Trump si è lamentato delle spese militari europee e ha affermato che gli Stati Uniti non traggono ‘alcun beneficio’ dall’appartenenza alla Nato. Durante una visita televisiva nello Studio Ovale con Trump, Rutte ha però elogiato l’aumento delle spese per la difesa da parte degli alleati europei e del Canada, che ha soprannominato il ‘Trilione di Trump’. Il suo messaggio: l’Europa ha fatto un passo avanti e ha risposto alle richieste degli Stati Uniti di fare di più, costruendo una Nato 3.0”.

Conclusioni

C’è la netta sensazione che gli Stati Uniti, in materia di consumo di scorte, abbiano fatto il passo più lungo della gamba. Hanno continuato a fornire missili, proiettili di artiglieria e sistemi d’arma di ogni tipo, con un flusso continuo, prima all’Ucraina e poi a Israele. Inoltre, con l’attacco all’Iran hanno continuato a “bruciare” preziose risorse militari di prima linea, tecnologicamente avanzate, ma soprattutto costosissime e di realizzazione industriale su scala relativamente ridotta. Insomma, si sono inguaiati. E ora se la pigliano con l’Europa.

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11/07/2026

Vertice Nato, più affaristi che guerrieri

Il vertice NATO ad Ankara appena conclusosi, ha messo nero su bianco soprattutto gli impegni economici, in particolare il finanziamento da 140 miliardi di euro per l’Ucraina nel biennio 2026-2027, di cui 60 a carico del prestito europeo, gli altri 80 da reperire su base bilaterale dai singoli alleati, ma con gli Stati Uniti fuori dalla lista dei contribuenti.

Nella dichiarazione finale del vertice di Ankara è scritto infatti che: “Per il 2026, gli Alleati si impegnano a fornire all’Ucraina 70 miliardi di euro in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento e riaffermano il loro impegno sovrano a mantenere almeno livelli equivalenti nel 2027. A tal fine, accogliamo con favore la decisione dell’Unione europea di fornire finanziamenti pluriennali all’Ucraina attraverso il prestito di sostegno all’Ucraina”.

Secondo il sito specializzato Analisi Difesa “La sostanza dei colloqui, quella che filtra dalle cronache di questi giorni, è quella di una trattativa commerciale tra un fornitore che vuole essere pagato meglio, gli Stati Uniti, e clienti che cercano di limitare il conto, gli europei”.

Gli analisti di Analisi Difesa sottolineano giustamente come sull’Ucraina è proprio il caso di dire che la Nato ha fatto i conti senza l’oste.

“Il meccanismo di finanziamento appena concordato, presuppone implicitamente che nel 2027 esista ancora un fronte ucraino da sostenere nella sua configurazione attuale, e che Kiev possa impiegare quei fondi secondo una pianificazione pluriennale”.

Sul terreno infatti le cose stanno andando decisamente male per l’Ucraina. Lo scorso 3 luglio, il Cremlino ha annunciato la conquista di Kostiantynivka  l’ultima grande roccaforte sulla strada che porta a Kramatorsk e Sloviansk, il cuore della cosiddetta “Cintura delle Fortezze” nel Donbass, mentre la stessa sorte appare imminente anche per Krasny Lyman. Ed anche Kramatorsk e Sloviansk, le ultime grandi città del Donetsk ancora sotto controllo ucraino, sono già nel mirino dell’avanzata russa.

I bombardamenti ucraini sugli impianti energetici nel territorio russo, vanno bene per la guerra psicologia e la propaganda sui mass media occidentali, ma tutti gli osservatori più attendibili confermano come sul campo il rapporto di forza stia volgendo a favore della Russia e non il contrario.

L’altro convitato di pietra che il vertice Nato di Ankara non ha affrontato, è la credibilità o meno della agitata minaccia russa all’Europa.

La Germania, la Polonia e i paesi baltici continuano a insistere ossessivamente sulla retorica di una guerra ormai permanente contro la Russia, chiedono quindi più truppe e più deterrenza e non nuovi negoziati. Diversamente l’Amministrazione statunitense, nei suoi documenti strategici più recenti, ha smesso di considerare Mosca un nemico strategico.

La Nato è incapace di dimostrare e dichiarare esplicitamente se la minaccia russa esiste davvero oppure sia diventata essa stessa la giustificazione di un apparato che deve vendere alle opinioni pubbliche dei paesi membri il vertiginoso aumento delle spese militari.

E qui assistiamo ad un paradosso che difficilmente potrà reggere ancora nel tempo: la NATO si è convertita in parte attiva e sostanziale del conflitto russo-ucraino, continuando però a presentarsi formalmente come un soggetto non belligerante verso Mosca, cosa che al Cremlino non vedono esattamente nello stesso modo, al contrario.

Nella dichiarazione finale del vertice Nato di Ankara è scritto infine che: “Per contrastare la minaccia a lungo termine che la Russia rappresenta per la sicurezza e la stabilità euro-atlantica e la persistente minaccia del terrorismo, gli Alleati stanno rispettando l’impegno di difesa assunto all’Aia. Nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno aumentato i loro investimenti nei requisiti fondamentali di difesa di oltre 139 miliardi di dollari. I nostri investimenti ci stanno fornendo le capacità di cui abbiamo bisogno, rafforzando al contempo la nostra base industriale e la nostra resilienza. Oggi ad Ankara annunciamo nuovi appalti per oltre 50 miliardi di dollari e ci impegniamo ad ampliare la capacità produttiva collettiva e a collaborare con l’industria per accelerare l’innovazione”.

E qui emerge un altro paradosso. Dopo anni di finanziamenti e assistenza militare occidentale, l’Ucraina è diventato un paese la cui industria militare sta ormai esportando armi e munizioni all’estero, eppure continua contemporaneamente a chiedere agli alleati della Nato di finanziare le proprie forniture militari. Insomma gli aiuti militari all’Ucraina sembrano rispondere più alle esigenze del business che a quelle della guerra sul campo. Ha ragioni da vendere Analisi Difesa quando sottolinea che “produttori di armi europei, americani e ucraini hanno tutti interesse a che il conflitto e il relativo flusso di finanziamenti continuino”.

La guerra in Ucraina va fermata ora e l’invio di aiuti militari va bloccato, le chiacchiere sui valori europei e la minaccia russa sono del tutto strumentali ai profitti dei produttori di armamenti.

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10/07/2026

Il nuovo disordine mondiale / 39 – Mamma, mi si è ristretto l’Occidente (e allargato l’Atlantico)

di Sandro Moiso

Mario De Pizzo, Tempesta. Reykjavik, Brest, Rabat, New York e la battaglia per l’Atlantico, prefazione di Giampiero Massolo, Luiss University Press, Roma maggio 2026, pp. 100, 16 euro

Forse un titolo migliore per questo testo pubblicato dalla LUISS University Press avrebbe potuto essere Un grande avvenire dietro le spalle, rubato all’autobiografia di Vittorio Gassman e, come quella, con un sottotitolo dedicato non tanto alla vita, agli amori e ai miracoli di un grande mattatore, ma ai drammi, alle contraddizioni e gli attuali sinistri di un’ex-grande alleanza. Quella atlantica per l’appunto.

Un elemento che Giampiero Massolo, nella sua prefazione, mette in rilievo fin da subito, parlando di un libro che «mette nero su bianco, con lucidità e senza retorica, quello che un diplomatico vede ogni giorno sul campo: il ritorno brutale della Storia, la fine di un ordine liberale che credevamo eterno e la necessità di ragionare con un principio di realtà ferreo»1.

Quello che l’autore mette, per così dire, in scena è un dramma che si svolge su un palco definito da quattro ben identificate città: Reykjavik, New York, Brest e Rabat. Quattro luoghi apparentemente lontani, ma tutti al centro di una delle tempeste geopolitiche attuali più importanti, fatta di tensioni, interessi e rivalità che agitano i mari, i fondali, i cieli e le cancellerie di tutto il mondo.

De Pizzo che durante la compilazione della sua indagine non ha fatto in tempo ad aggiungere le conseguenze delle guerra scatenata per il controllo dello stretto di Hormuz, che non hanno certo giovato all’alleanza che da sempre porta il nome dell’oceano protagonista dei conflitti anticipati o riassunti nel suo libro, molto probabilmente è stato spinto a rivolgere l’attenzione agli stessi a partire dalla “crisi groenlandese” tra Stati Uniti ed Europa sviluppatasi a partire dagli ultimi mesi del 2025 e dagli effetti geopolitici scatenati dal cambiamento climatico in atto.

Cambiamento climatico che, mentre scioglie i ghiacci dell’Artico, porta alla luce nuove risorse minerarie, permettendo allo stesso tempo l’apertura di rotte commerciali inedite tra le coste settentrionali della Russia e quei ghiacci un tempo quasi insuperabili. Mentre, allo steso tempo, alimenta conflitti antichi per il possesso e il controllo di risorse strategiche che sembrano dare vita ad una gigantesca battaglia navale, di cui la sempre suggestiva grafica delle copertine dei testi editi dalla LUISS rende bene l’idea.

Battaglia navale certo non rinviabile alle immagini d’Épinal riferibili alle battaglie navali dell’epoca dei velieri, ma neppure a quelle di Leyte e Midway, considerato che anche dal secondo conflitto mondiale in poi molta acqua, non solo di mare, è passata sotto i ponti della Storia. Sia dal punto di vista tecnologico, soprattutto grazie allo sviluppo e alla diffusione dei droni guidati dall’intelligenza artificiale sia nei cieli che in mare, ma anche da quello delle forme sempre più ibride con cui il conflitto per il controllo dei mari e delle coste si presenta. Affiancando ai silenziosi duelli tra sottomarini russi, cinesi e americani che si osservano, si inseguono e si studiano in un equilibrio precario fatto di deterrenza e ombre, sui fondali dell’Atlantico, una guerra spesso sfuggente, combattuta non solo con missili e flotte, ma attraverso sabotaggi, attacchi ai cavi sottomarini e offensive cibernetiche.

Mario De Pizzo è giornalista del TG1 ed è stato conduttore di edizioni speciali e inviato al seguito di diversi presidenti del Consiglio nei principali vertici internazionali. Dal 2023 è membro dell’Atlantic Council, uno dei più noti think thank americani che si occupano di geopolitica, così nel testo appena pubblicato per Luiss University Press naviga tra le sponde dell’Atlantico raccontando luoghi e protagonisti di questa nuova competizione globale di cui le quattro città elencate nel sottotitolo sembrano definire un piano di gioco in cui tutte le contraddizioni geopolitiche, economiche e militari del presente sembrano avvicinarsi, nemmeno troppo lentamente, ad un punto di non ritorno.

A partire proprio, e in maniera sempre più evidente dopo l’avvento della presidenza Trump, dallo sfilacciamento progressivo del legame storico tra Europa e Stati Uniti che scricchiola paurosamente sotto la pressione delle potenze rivali e delle divisioni interne sempre più profonde.

“Contro la fame, la povertà, la disperazione e il caos”. Camminando su Rue de Rivoli, prima che questa bellissima strada ceda la scena a Place de la Concorde e si apra la vista sulla Senna e sul cuore di Parigi, ci si imbatte in queste parole, iscritte su una semplice lastra di marmo, sull’Hotel de Talleyrand. È la targa commemorativa del Piano Marshall, sul palazzo, elegantissimo, intitolato a uno degli artefici del Congresso di Vienna. La curva nella memoria di due tentativi, seppur diversi e lontani quasi un secolo e mezzo, di dare ordine al caos.
Nelle stanze in cui Talleyrand tesseva la sua tela, si insediò dopo la Seconda guerra mondiale l’amministrazione del piano di investimenti e prestiti con il quale gli Stati Uniti strinsero un patto con l’Europa nel 1948. Washington avrebbe prestato i capitali per la ripresa economica di Paesi dilaniati dalla guerra, che non avrebbero così ceduto al richiamo dell’influenza dell’Unione Sovietica. Inoltre, con la nascita dell’Alleanza Atlantica, gli Stati Uniti avrebbero fornito anche l’assistenza militare, per evitare che l’Armata Rossa tornasse oltre la Cortina di ferro.
[…] Con il piano Marshall e la Nato, nel 1949 nasceva l’Occidente politico. Un’idea, un’entità che oggi si sono sgretolate, già prima della scelta di Donald Trump di praticare un’egemonia predatoria e ridurre l’emisfero occidentale al solo continente americano. Dopo la caduta del Muro di Berlino il patto tra le due sponde dell’Oceano e le sue architetture non hanno tenuto il passo della Storia2.

Il riferimento a Talleyrand rinvia al più grandioso tentativo fallito di restaurazione dell’ordine precedente in un’Europa che era stata sconvolta dalla Rivoluzione francese e dalle successive guerre napoleoniche, a cui la primavera di popoli del 1848, sia con i moti rivoluzionari che con la nascita e il contemporaneo rafforzamento di ideali sia patriottici che socialisti, avrebbe posto fine, nonostante i sussulti che avrebbero ancora accompagnato l’agonia dell’Ancien Régime.

Nel contesto in cui si muovono sia De Pizzo con la sua analisi che i fatti a noi contemporanei, comprese le accuse rivolte da Donald Trump, anche in occasione del vertice di Ankara, agli alleati europei, Italia In primis, per non aver fino ad ora speso a sufficienza per la difesa e non aver collaborato per le operazioni militari nel Golfo Persico, tale riferimento assume una valenza simbolica certo non indifferente. Soprattutto nel senso negativo cui si è appena accennato.

Tralasciando per ora tale discorso, che sarà comunque ripreso in chiusura, e tornando alle città elencate come cardini su cui si articola l’attuale tempesta atlantica, De Pizzo ci ricorda che:

Brest è la base dei sommergibili nucleari dell’unica potenza atomica d’Europa, la Francia. Un’infrastruttura segretissima, oggetto addirittura di una minaccia ibrida sul finire del 2025 […]. Da quello che succederà sulle rive di questa cittadina a ovest di Parigi dipenderanno sia le sorti della difesa dell’Europa come spazio geografico e politico, e della sua capacità di risposta [militare], sia la possibilità per l’Europa di stabilire una maggior autonomia dalla difesa degli Stati Uniti, che rappresenta ancora la garanzia di tutela reale del Vecchio continente. La guerra ibrida, la proliferazione vertiginosa di armamenti nucleari e l’avvento di armi autonome con sistemi di intelligenza artificiale richiedono nuove forme di multilateralismo3.

Una parola quest’ultima che, come ci avverte ancora l’autore, suona ormai desueta, soprattutto tra le fila occidentali ed europee; dove tra mugugni, rivalità economiche e tecnologiche e difficoltà politiche interne, proprio il progetto di una difesa comune appare sempre più difficile da realizzare. Considerato anche che quando De Pizzo ha scritto il suo libro Keir Starmer era ancora saldamente al governo, cosa che lo poneva al centro di ogni iniziativa della cosiddetta “coalizione di volenterosi”, essendo anche a capo del governo dell’unica altra potenza nucleare europea, mentre oggi le sue dimissioni e il possibile risultato delle future elezioni politiche nel Regno Unito potrebbero rimettere in discussione le prospettive politiche e militari su cui poggiavano le sue iniziative.

Così come nell’italietta meloniana lo stesso governo deve destreggiarsi tra promesse di solidarietà all’Ucraina, attenzione a non sforare il bilancio con spese militari tendenti a compromettere ulteriormente una spesa pubblica già fortemente ridotta a tutto svantaggio dei cittadini e l’emergere di una nuova forza di destra che dell’opposizione alla partecipazione, anche indiretta, al conflitto ucraino ha fatto uno dei suoi punti di forza, insieme al sempiterno motivo del razzismo, presente oggi nel dibattito politico pubblico sotto le spoglie della “remigrazione” e della sicurezza pubblica.

Due punti, questi ultimi, che accomunano sia il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella, in Francia, che la tedesca Alternative für Deutschland, il partito di estrema destra che sembra far traballare sempre più la coalizione politica su cui si basa il governo di Friedrich Merz in Germania. Governo che dopo aver fatto storcere il naso agli alleati per sue pretese nucleari e di gigantesca espansione della spesa militare, oggi deve fare comunque i conti con la minaccia di centomila licenziamenti e la possibile chiusura di quattro grandi stabilimenti industriali da parte del gruppo automobilistico Volkswagen/Audi.

Un panorama politico ed economico mozzafiato per chiunque si fosse precedentemente adagiato sulle promesse di un europeismo e di un atlantismo senza fine, cui la crisi irreversibile della Nazioni Unite aggiunge un ulteriore tassello di incertezza.

A New York le Nazioni Unite, simbolo della speranza che le potenze mondiali potessero sempre cercare la strada del dialogo, languono. Così come sono messe a dura prova tutte le istituzioni costruite nel secondo Novecento, di fronte a una volontà di potenza che scuote il mondo anziché proteggerlo, sfaldando gli organismi di quell’Occidente politico che può sopravvivere al caos solo ripartendo dalla sua legge fondamentale: l’idea che il potere non possa non avere un limite4.

Per l’autore, all’opposto, Reykjavík e Rabat potrebbero invece rappresentare «le opportunità di un’intesa rinnovata nella comunità occidentale», soprattutto la seconda. Vediamone ancora i possibili motivi.

La diffusione delle infrastrutture critiche rende vulnerabile anche la potenza più forte, anzitutto sul proprio terreno: gli scudi spaziali non bastano a contenere minacce che corrono via mare, aria, terra e sulle vie digitali.
[…] Cina, Russia, Iran, Corea del Nord, contendono terre rare e materie prime, dall’Artico al Sahel. Sommergibili, droni, accordi economici, attacchi ibridi e cyber, ingerenza e destabilizzazione nella vita delle società di Paesi sensibili e fake news sono le armi di un conflitto globale già in atto. Il controllo dello Giuk Gap, lo stretto tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, è essenziale ancor più oggi che durante la Guerra fredda; per non lasciare l’Artico e le sue risorse alla Cina e alla Russia e per impedire a Pechino e Mosca di muovere i propri sottomarini nell’Atlantico e minacciare Stati Uniti ed Europa.
A sud, l’Occidente deve ricostruire un rapporto con i Paesi africani, per non consegnarli all’instabilità, alle bande terroristiche e alle milizie guidate dalle potenze ostili che possono rappresentare una minaccia reale soprattutto per l’Europa. I margini dell’Atlantico del Nord, dall’Africa all’Artico, diventano il luogo in cui ricostruire la relazione tra vecchio e nuovo continente attorno a un bene comune: la pace, la sicurezza. [...] una nuova frontiera che difenda l’ordine liberale, la democrazia, lo Stato di diritto, la cooperazione.
John Fitzgerald Kennedy, il presidente americano, ucciso tragicamente a Dallas nel 1963 [...] terminò il suo discorso all’Università di Washington con parole che nel 2026 sembrano eretiche per un presidente degli Stati Uniti, ma che racchiudono la missione dell’Occidente e propongono il miglior antidoto al caos dei giorni che viviamo: “Faremo anche la nostra parte per costruire un mondo di pace in cui i deboli siano sicuri e i forti siano giusti. Non siamo privi di risorse rispetto a questo compito, né privi di speranze circa il suo successo. Fiduciosi e senza timore continueremo a lavorare: non per una strategia di annientamento, ma per una strategia di pace”5.

Ecco, allora, giunto il momento di sottolineare quando i progetti alla Talleyrand iniziano a fallire, fin da subito, ovvero dal sogno e dal desiderio di riportare tutte le istituzioni politiche, le alleanze militari e le condizioni economiche a com’erano state prima. Prima della Rivoluzione francese, prima di Napoleone, prima dello sviluppo di nuove società industriali ed economiche come la Cina e l’India, prima della caduta del muro di Berlino e dell’URSS, l’altro principale garante del condominio mondiale russo-americano su cui si era fondato l’ordine successivo alla seconda guerra mondiale.

Un “prima” idealizzato e forse mai davvero esistito, sia nel XVIII secolo che nel XX e che certo non avrebbe potuto tornare nel XIX e che non potrà farlo nemmeno nel XXI secolo. Non per scelta o volontà degli individui o dei singoli governi, sempre più limitati nelle loro opzioni dalle necessità imposte dalle leggi dell’accumulazione del capitale, sia all’Ovest che all’Est o al Sud e al Nord, sia tra i paesi ancora aderenti all’Occidente che ai BRICS. Una competizione sempre più drammatica rispetto alla quale il problema non è tanto quello di ritrovare o perseguire vecchi ideali per superarla, quanto piuttosto di cambiare il paradigma economico, sociale, ambientale e politico affidandosi al quale l’Occidente si è ristretto e l’Atlantico si è allargato distanziando tra di loro a dismisura tutti gli ormai ex-alleati che si affacciano sulle sue sponde. Rispetto a cui, guarda caso, l’unica via per il suo restringimento e riavvicinamento tra gli stessi sembra essere costituito, ancora una volta e come sempre, dalla creazione di un nemico o da un male assoluto cui occorrerebbe opporsi, sia militarmente che politicamente.

Proprio in questo senso, la consultazione del testo di De Pizzo, ricco di dati ed informazioni, può risultare utile, soprattutto per i giovani lettori vista anche la sua maneggevolezza e sinteticità. Considerate anche le parole spese da Massolo in chiusura della sua prefazione: «Questo libro non è dunque un requiem per l’Occidente. È una carta nautica per navigare la tempesta. Leggetelo con attenzione. Perché la tempesta non è alle porte: è già qui»6.

Note

  1. G. Massolo, Prefazione a M. De Pizzo, Tempesta. Reykjavik, Brest, Rabat, New York e la battaglia per l’Atlantico, Luiss University Press, Roma maggio 2026, p.11. 
  2. M. De Pizzo, Introduzione aTempesta, op. cit., pp. 13-14.
  3. Ivi, p. 14.
  4. Ivi, p. 14.
  5. Ivi, pp. 14-15.
  6. G. Massolo, op. cit., p. 12.

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09/07/2026

Il vertice di Ankara conferma il pericoloso stato confusionale della Nato

di Alessandro Volpi

I lavori del consesso presieduto da Erdogan sono facilmente riassumibili in pochi punti: sostegno all’Ucraina per una continuazione sine die della guerra, riaffermazione – sia pur con mille formule esoteriche – del finanziamento del riarmo, apertura di un altrettanto fantomatico “fronte Sud” voluto dalla disorientatissima Meloni, beneplacito alla folle guerra di Trump in Iran che sta prolungando la devastante chiusura di Hormuz.

In pratica la Nato, incarnata da un pazzo scatenato come Rutte, soffia costantemente sul fuoco.

Ma il fuoco può accendersi molto presto a partire dal piano economico.

Il nuovo attacco all’Iran è motivato dalla irrazionalità di Trump che spera davvero di puntare tutto sul rialzo del prezzo del petrolio e del gas: un errore madornale e costosissimo.

In queste condizioni il rialzo del prezzo del gas e del petrolio determinerà infatti un ulteriore incremento dell’inflazione negli Stati Uniti, già oltre il 4%, obbligando assai probabilmente la Federal Reserve ad alzare ulteriormente i tassi con effetti pesantissimi per il debito federale Usa, che già paga quasi il 4,6% sul decennale, e per milioni di americani indebitati.

A questo riguardo vorrei aggiungere un interessante dato specifico. Nelle ultime aste il 30% dei titoli del debito Usa sono stati acquistati da fondi hedge con sede in Lussemburgo o nelle Cayman, con evidenti fini speculativi e per l’alto interesse.

Tali acquisti sono stati compiuti però da simili fondi prendendo denaro a prestito che, in caso di rialzo dei tassi, dovranno sborsare rapidamente magari vendendo proprio il debito Usa, con conseguenze insidiosissime.

Gli Stati Uniti sono ormai l’origine del caos, ma i paesi Nato continuano ad ossequiarli e a finanziarli facendosi trascinare nel baratro.

Meloni difende la scelta del “nazionalismo Occidentale” come la migliore soluzione, mentre Merz, Macron e Starmer sono dei figuranti che dipendono dalle fabbriche di armi dell’Ucraina di Zelensky per sostenere la loro riconversione produttiva e dalla Turchia di Erdogan perché resta l’unico hub energetico dopo la chiusura dei rapporti con la Russia.

Non male per la culla dei liberal obbedire a Trump, a Zelensky e a Erdogan.

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08/07/2026

Ad Ankara il valzer degli scontenti, tra Meloni e Netanyahu

Il vertice NATO che si tiene ad Ankara pare che sancirà un riavvicinamento strategico tra USA e Turchia. Ciò inevitabilmente determinerà in maniera formale l’allentamento del rapporto tra USA e Israele.

Trump è infuriato con Netanyahu che lo ha trascinato nell’avventura bellica contro l’Iran da cui – nonostante le fandonie della propaganda – è uscito sconfitto e umiliato. Oltretutto, Netanyahu vuole continuare la guerra, almeno in Libano, mentre Trump ha firmato con l’Iran una tregua in cui ci si impegna a cessare le ostilità anche nel Paese dei cedri.

Il fragile accordo siglato tra Israele e Governo libanese di fatto scontenta tutti: Israele perché gli limita le attività militari, governo libanese perché non prevede il ritiro degli israeliani dal sud del Paese, Hezbollah perché non è stato invitato al tavolo di trattativa e soprattutto scontenta gli USA che sanno che l’accordo non reggerà e la cosa gli creerà problemi con l’Iran.

Negli ultimi tempi la rivalità tra Turchia e Israele si è sempre più esasperata, sfociando in scontri armati, seppur indiretti, come quelli che ci sono attualmente in Siria. Lì, le truppe regolari israeliane si confrontano con formazioni che sono diretta espressione della Turchia.

Macron si è recato a Damasco per incontrare il tagliagole al Sharaa (già noto come ‘al Jolani’), con l’intento di cercare di calmare gli animi. Bisogna notare che gli interessi turchi collidono con quelli israeliani anche per il Libano, la Palestina, Cipro e tanti altri posti, alcuni dei quali sono teatri di guerra.

In definitiva, al netto di ogni eventuale novità che possa riguardare le posture verso la Russia (tutt’altro che trascurabili), il vertice NATO di Ankara potrebbe ridefinire l’intero sistema di alleanze tra Europa e Medio Oriente, ma soprattutto il rapporto tra USA e Israele.

Parallelamente a tutto ciò, è proseguita la grottesca manfrina tra Trump e la Meloni. Il primo dato di rilievo è che la Meloni non era presente a Villa Taverna (ossia la residenza dell’ambasciatore USA a Roma) per i festeggiamenti del Giorno dell’Indipendenza. O meglio, non era presente Giorgia, perché invece si è presentata la sorella Arianna.

Oltre a lei c’erano politici di ogni rango e schieramento, ma tutti ferventi atlantisti. Dopo di ciò, Trump ha fatto un post in cui dice che per la Meloni è “necessario un’ordine restrittivo”, ossia una sorta di divieto d’avvicinamento. Nelle relazioni internazionali tra paesi occidentali non si ricordano attacchi simili tra capi di Stato.

In sintesi, Trump ha fatto due strappi, il primo con Netanyhau e il secondo con la Meloni. Ciò potrebbe portare a un rafforzamento del legame tra Italia e Israele. I due esclusi e isolati si potrebbero consolare e sostenere vicendevolmente.

Il fatto che sia arrivato l’annuncio a sorpresa che i prossimi colloqui di pace tra Israele e Libano non si terranno più a Washington – con la mediazione di Trump – ma a Roma, lascia pensare che la manovra di avvicinamento tra Italia e Israele sia già iniziata.

Noi sollevati dall’allentamento del vincolo con gli USA, ci troviamo però a fare i conti con una prospettiva altrettanto triste, quella di una rafforzata sinergia con Israele. Prospettiva da osteggiare in ogni caso, ma ancor di più nel pieno di un genocidio su cui il nostro Paese già ha delle responsabilità.

Non è il caso di avere ulteriori livelli di complicità.

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07/07/2026

Oggi il vertice della Nato. Il governo italiano trucca i conti delle spese militari

Alla vigilia del vertice NATO, un centinaio di manifestanti sono stati fermati dalla polizia durante i cortei organizzati da gruppi della sinistra ad Ankara e Istanbul. I cortei hanno visto migliaia di manifestanti sfilare con bandiere e striscioni contro l’Alleanza Atlantica, mentre nella capitale la polizia è intervenuta con gas lacrimogeni per disperdere i partecipanti. A Istanbul, invece, le manifestazioni si sono svolte senza scontri nonostante la forte presenza delle forze dell’ordine.

Sul clima con il quale si apre il vertice Nato di oggi pesa l’aumento della tensione tra Polonia e Russia relativamente alla guerra in Ucraina.

Come noto, la Polonia, sul proprio territorio, ha già iniziato la produzione di droni destinati all’Ucraina e il ministero della Difesa russo ha fatto sapere che “ha già pubblicato gli indirizzi di tali impianti”, motivo per cui “Varsavia farebbe bene a riflettere sulla propria sicurezza”, ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov in un’intervista.

Peskov ha inoltre sottolineato che “non ha nulla di buono il fatto che in Polonia si trovino molte imprese che producono droni, i quali poi vengono lanciati contro di noi e attaccano i nostri militari”. Ieri un bombardiere strategico statunitense ha sorvolato il cielo a ridosso dell’enclave russa di Kalinigrad.

Negli incontri preliminari è stata già definita quella che sarà la dichiarazione finale del vertice Nato di Ankara concordata tra i Paesi membri. Questa prevede che verranno garantiti all’Ucraina sostegni militari da 70 miliardi per il 2026 e per il 2027 per un totale di 140 miliardi di euro in soli due anni.

Il tema dell’aumento delle spese militari nei paesi membri della Nato sarà, tra l’altro, uno dei temi principali dell’agenda e dei contrasti interni all’Alleanza.

Giorgia Meloni si presenta al vertice Nato di Ankara di oggi e mercoledì, con le spese militari aumentate al 2,8% del Pil, e con un aumento dello 0,71% dovuto soprattutto dalle spese legate alla sicurezza interna.

In termini di bilancio la spesa militare è già salita quasi del doppio rispetto all’1,6% del 2024, ma con un aumento legato soprattutto alla componente sicurezza (15 miliardi, lo 0,71%) intesa come “dominio più ampio” e che include le spese per la protezione delle infrastrutture critiche, delle catene di approvvigionamento, la cybersicurezza, la sicurezza energetica, la tutela dei confini e la risposta alle emergenze.

Secondo alcune fonti dell’esecutivo, i prossimi impegni di spesa sul piano militare potrebbero raggiungere il +0,3% nel 2027 e +0,6% nel 2028. L’aumento potrebbe valere complessivamente 17-18 miliardi di euro. Ma sono percentuali a geometrie variabili che dipendono molto dalle convenienze interne.

La decisione infatti è tutta politica ed anche in questo caso conterà il clima pre-elettorale che incombe sull’Italia. La maggioranza di governo è di fatto entrata già in una fase di campagna elettorale e sa benissimo che il tema delle spese militari è piuttosto impopolare, al contrario le campagne sulla “sicurezza” portano voti e incontrano meno ostacoli.

Al momento i prestiti europei del fondo Safe non verranno richiesti almeno per il 2026 e anche il ricorso al Purl (il sistema di acquisti di armamenti americani da girare poi all’Ucraina) appare congelato, così come non sono in vista nuovi pacchetti di forniture militari a Kiev.

Il che fa inquietare non poco l’amministrazione USA che vede nel riarmo europeo l’occasione per vendere armamenti per miliardi di dollari, a patto che i membri europei della Nato non decidano di acquistare solo armamenti made in Europe come vanno evocando da tre anni.

Su questo già lo scorso 20 febbraio l’Amministrazione Trump si era dichiarata apertamente contraria alla clausola del “Buy European” nel campo della difesa, minacciando rappresaglie se le aziende americane avessero incontrato difficoltà nel partecipare agli appalti per il riarmo dell’Europa.

“Gli Stati Uniti si oppongono fermamente a qualsiasi modifica della direttiva che limiti la capacità dell’industria statunitense di sostenere o partecipare in altro modo agli appalti di difesa nazionale degli Stati membri dell’Ue”, aveva dichiarato l’amministrazione statunitense.

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06/07/2026

La Nato è un’alleanza o un fondo di investimento politico-militare?

I tempi sono difficili per coloro che sono critici coerenti della NATO. Dall’era della “difesa del Mondo Libero” contro il comunismo, passando per l’era dell'“intervento umanitario” e della “Guerra Globale al Terrore”, fino all’odierna presunta lotta esistenziale contro praticamente tutto il mondo non occidentale, l’Alleanza ha ripetutamente reinventato le narrazioni che giustificano la sua esistenza.

Il linguaggio cambia; la logica sottostante, no. La NATO rimane indispensabile, e ogni nuovo nemico (che venga scoperto, esagerato o deliberatamente prodotto) diventa un’ulteriore prova della sua necessità.

Per decenni, i critici con prospettive antimilitariste, anti-egemoniche o di sinistra hanno dovuto impegnarsi molto per decostruire questa mitologia, facendo fronte agli sforzi combinati delle élite politiche nazionali, dei grandi media, delle istituzioni accademiche e degli esperti di sicurezza.

Questo compito intellettuale, di per sé, non è mai stato particolarmente difficile. Le contraddizioni, le ipocrisie e le conseguenze devastanti degli interventi della NATO sono rimaste visibili molto tempo dopo la fine dei bombardamenti. Ciò che richiedeva coraggio era parlare contro il consenso predominante.

Ironia della sorte, oggi gli stessi leader dell’Alleanza sono diventati i suoi più efficaci portavoce della verità. Donald Trump ha ripetutamente spogliato la NATO del linguaggio morale che tradizionalmente la avvolgeva. Mark Rutte, il segretario generale dell’Alleanza, è diventato altrettanto franco, mentre il cancelliere tedesco e il presidente francese parlano sempre più con notevole schiettezza del futuro militare dell’Europa.

Tuttavia, il privilegio di dire la verità su ciò che la NATO è diventata appartiene solo a coloro che sono al potere. Come dimostra la repressione dei movimenti di protesta prima del vertice NATO di Ankara, i cittadini possono conoscere la verità su questo gigante militare, ma non ci si aspetta che si organizzino contro di esso.

Il Vertice di Ankara non è nemmeno iniziato, ma le sue conclusioni sono già note.

L’espressione “vertice storico” è diventata così ripetuta da aver quasi perso significato.

Alcuni osservatori si aspettano una “europeizzazione” della NATO, con gli alleati europei che assumono maggiore responsabilità per il finanziamento e la guida dell’Alleanza. Ma questo rimane, in larga misura, retorica.

L’Europa non può sostituire gli Stati Uniti come spina dorsale militare dell’Alleanza. Può, tuttavia, stringere volontariamente il cappio attorno al proprio collo – e forse attorno all’intero mondo.

Mentre gli atlantisti rimangono preoccupati per il rapporto tra Washington e Bruxelles e se Trump intenda davvero ridurre l’impegno degli Stati Uniti nell’alleanza, una trasformazione più significativa sta avvenendo all’interno della stessa Europa.

Nuove coalizioni militari stanno emergendo all’interno della NATO. Gli Stati baltici e la Polonia perseguono sempre più la propria agenda di sicurezza, spinti da rancori storici e da una profonda russofobia.

La Svezia e la Finlandia, un tempo simboli di neutralità, hanno rapidamente abbracciato la militarizzazione, con Helsinki che ora permette persino lo schieramento di armi nucleari sul proprio territorio (armi americane, naturalmente, il che rende questi Stati sempre più profondamente integrati nell’architettura strategica di Washington).

Configurazioni militari regionali simili stanno silenziosamente prendendo forma nei Balcani, dove Croazia, Albania, Bulgaria e Kosovo parlano sempre più di rafforzare la propria cooperazione nella difesa: una NATO dentro la NATO.

Ciò che distingue veramente la NATO 3.0, tuttavia, non è meramente la sua disponibilità a nominare esplicitamente Russia e Cina come avversari strategici o a proclamare le proprie ambizioni globali.

Lo stesso Rutte ha già detto che la NATO è indispensabile perché permette agli Stati Uniti di proiettare il proprio potere a livello globale attraverso l’Europa. L’Europa, in altre parole, funge sia da piattaforma che da moltiplicatore di forza per la strategia globale americana (come dimostrato dall’operazione Furia Epica).

Ancora più rivelatore è il linguaggio con cui la NATO ora si descrive. Rutte parla con orgoglio di una “rivoluzione industriale della difesa”. L’espressione è rivelatrice. Così come la Prima Rivoluzione Industriale trasformò la produzione attraverso le fabbriche e la meccanizzazione, la NATO 3.0 cerca di riorganizzare la produzione militare su una scala completamente nuova, non principalmente per la difesa, ma per la redditività permanente.

Dietro la retorica della “sicurezza collettiva”, dell'“autonomia strategica” e della “dissuasione” si nasconde una realtà molto più semplice: la NATO funziona sempre più come un meccanismo per trasferire quantità senza precedenti di denaro pubblico nelle mani di imprese private.

Pertanto, la NATO 3.0 rappresenta un’ulteriore mutazione: un’alleanza la cui principale missione storica sembra essere, sempre più, la militarizzazione permanente delle economie occidentali e, molto probabilmente, una nuova guerra con la Russia.

Il momento è notevole. Per decenni, i governi hanno insistito sul fatto che le finanze pubbliche richiedessero austerità. Ospedali, università, pensioni e assistenza sociale avrebbero dovuto accettare di sottoporsi a una dolorosa disciplina di bilancio. Improvvisamente, nessuna di queste restrizioni fiscali si applica alle spese militari.

Deficit che erano politicamente impossibili per la sanità o l’istruzione sono diventati del tutto accettabili per l’acquisizione di armi. Le spese per la difesa non sono più presentate come un fardello, ma come una strategia di investimento e un’ottima possibilità di creazione di posti di lavoro (senza menzionare i cimiteri sempre più grandi che di solito accompagnano la guerra).

Ciò solleva altre questioni profondamente importanti. Se il cloud computing, l’intelligenza artificiale, le comunicazioni via satellite e le armi autonome sono sempre più sviluppate da aziende tecnologiche private, chi, in ultima analisi, controlla la sicurezza nazionale? Se i governi diventano strutturalmente dipendenti da fornitori commerciali, dove finisce la responsabilità democratica? Quando l’acquisizione di equipaggiamenti militari inizia ad assomigliare a un investimento di capitale di rischio, chi, in realtà, trae beneficio dall’insicurezza permanente? A queste domande è stata data, sorprendentemente, poca attenzione.

Invece, sentiamo solo il discorso dell’emergenza: l’Europa deve riarmarsi immediatamente. La produzione industriale deve essere accelerata. Le regole di acquisizione devono essere semplificate. L’investimento militare non può aspettare.

Tuttavia, la storia ci insegna che le emergenze raramente rimangono temporanee. Misure eccezionali diventano gradualmente forme permanenti di governance. In condizioni di percezione permanente della minaccia, le spese militari straordinarie iniziano a sembrare normali, mentre le richieste di investimento in istruzione, sanità o giustizia sociale diventano improvvisamente irresponsabili dal punto di vista fiscale.

La sicurezza colonizza la politica. Ciò che emerge davanti ai nostri occhi è un modello in cui la guerra stessa diventa sempre più privatizzata. Appaltatori della difesa privati, aziende tecnologiche, imprese di logistica e sviluppatori di IA diventano attori indispensabili nell’ecosistema militare. Persino la guerra stessa diventa sempre più remota. L’intelligenza artificiale, i sistemi autonomi e le infrastrutture digitali permettono che le operazioni militari vengano esternalizzate, automatizzate e commercializzate in modi senza precedenti. La guerra non richiede necessariamente una mobilitazione di massa; richiede portafogli di investimenti.

Per i piccoli Stati membri che speravano nel benessere piuttosto che nella guerra, le implicazioni sono particolarmente preoccupanti. L’aumento dei budget per la difesa è presentato come una forma di solidarietà con l’Alleanza, ma in realtà spesso assomiglia a una partecipazione obbligatoria a un vasto schema di investimento militare-industriale. I cittadini finanziano armi che non producono né controllano, acquisendo protezione da minacce che sono spesso amplificate dalla stessa logica geopolitica che sostiene il sistema.

La NATO non è mai stata meramente un’alleanza militare all’interno dell’ordine internazionale basato sull’ONU. È sempre stata un’espressione della visione del mondo strategica occidentale. Oggi, sta diventando qualcosa di ancora più complesso: un sistema in cui la politica di sicurezza, la politica industriale, il potere tecnologico e l’accumulazione di capitale si fondono sempre più. Il vertice di Ankara non discuterà solo di difesa e dissuasione; rivelerà fino a che punto il futuro del capitalismo, della tecnologia e della violenza organizzata sia diventato interconnesso. Sarà un altro capitolo nell’economia politica della mobilitazione permanente per la guerra. 

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04/07/2026

Ad Ankara si riunisce il vertice annuale della Nato

Il 6 e 7 luglio i paesi membri della Nato si riuniranno per il loro vertice annuale ad Ankara. I temi prioritari in agenda riguardano l’aumento delle spese militari dei paesi europei (sui quali insistono gli USA) e il sostegno militare all’Ucraina nella guerra contro la Russia.

Ma a complicare il clima del vertice Nato ci sono prima state le contumelie di Trump contro gli alleati ritenuti “irrilevanti” durante l’aggressione all’Iran, poi è arrivata la gaffe del segretario della Nato, Mark Rutte, sui voli militari USA dall’Europa durante la guerra, nel servile tentativo di compiacere il padrino statunitense.

A complicare ulteriormente il quadro è anche la notizia, riportata dal New York Times, e confermata da varie fonti al Pentagono, di una prossima revisione della presenza militare americana in Europa. Si tratta della conferma di come Washington non esiti a usare la propria presenza militare in Europa come leva negoziale. E la cosa sembra funzionare, visto che i benefici del riarmo europeo stanno andando anche e soprattutto alle industrie militari statunitensi.

Ma al vertice Nato di Ankara gli europei si presenteranno sapendo che l’Alleanza atlantica non è più un dato acquisito. Tanto che sul piano dell’aumento delle spese militari si stanno allineando un po’ tutti i paesi europei.

Al vertice dello scorso anno all’Aia, i paesi membri dell’alleanza si erano impegnati a investire annualmente almeno il 5% del PIL nella difesa entro il 2035.

Il sito ufficiale della Nato comunica che nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno già aumentato la spesa per la difesa di oltre 90 miliardi di USD (ai prezzi del 2021, ovvero quasi 139 miliardi di USD in termini nominali) – un aumento di quasi il 20% rispetto al 2024.

Negli ultimi dieci anni, hanno costantemente aumentato le spese militari – dall’1,4% del PIL complessivo nel 2014 al 2,3% nel 2025, quando hanno investito complessivamente oltre 571 miliardi di USD (a prezzi del 2021) nella difesa.

La traiettoria e l’equilibrio della spesa secondo questo piano saranno rivisti nel 2029, alla luce del contesto strategico e degli attuali ‘Obiettivi di Capacità’.

Sul piano della guerra in Ucraina, i paesi membri della NATO stanno inviando armi, munizioni e molti tipi di equipaggiamento militare leggero e pesante a Kyev, inclusi sistemi anticarro e di difesa aerea, sistemi di artiglieria, munizioni, droni, carri armati e caccia.

La protezione assicurata dall’Articolo 5 della NATO e la sua promessa di difesa collettiva danno ai paesi membri che stanno riarmando l’Ucraina la garanzia di poter inviare armi in Ucraina senza compromettere la propria sicurezza. Inoltre, le forze della Nato stanno addestrando truppe ucraine all’uso di queste attrezzature.

Per garantire che il sostegno militare all’Ucraina continui, i paesi Nato, al vertice di Washington del 2024, hanno sottoscritto un Impegno di Assistenza Sicurezza a Lungo Termine per l’Ucraina. In base a questo impegno, gli Alleati hanno concordato di fornire un finanziamento minimo di 40 miliardi di euro nel 2024 e livelli sostenibili di assistenza alla sicurezza affinché l’Ucraina “prevalga sulla Russia”.

Ma i paesi della Nato hanno superato abbondantemente questo impegno già nel 2024 – fornendo oltre 50 miliardi di euro, quasi il 60% dei quali proveniva dagli Alleati europei e dal Canada.

Parallelamente al vertice Nato vero e proprio, il 7 luglio – sempre ad Ankara – si riunirà Il Forum dell’Industria della Difesa (NSDIF26), il principale evento di alto livello della NATO sulla produzione, gli investimenti e l’innovazione transatlantica nella difesa. Parte integrante del Vertice NATO 2026, il Forum riunirà alti funzionari NATO, alleati e partner, leader industriali per promuovere l’industria bellica, l’innovazione e per discutere le questioni più urgenti.

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03/07/2026

Il riarmo europeo crea lavoro... negli USA. Ma Meloni conferma i vincoli NATO

Rutte è l’esempio perfetto del servo che fa di tutto per ben apparire davanti al padrone. Nella politica odierna, per come è “raccontata” all’opinione pubblica delle “democrazie” occidentali, però, questo tipo di atteggiamento – oltre a mostrare una significativa inadeguatezza – diventa un problema politico, dato che finisce col mostrare le contraddizioni della propaganda imperialista, e le gerarchie internazionali, che si disinteressano di “diritti umani” e “voti democratici”.

In un’intervista al Financial Times, Mark Rutte ha svelato che il portafoglio ordini di armamenti che l’Europa e il Canada si sono impegnati ad acquistare dagli Stati Uniti nei prossimi due anni ammonta a ben 300 miliardi di dollari, sostenendo circa 195 mila posti di lavoro... ma oltreoceano.

Un argomento che il Segretario Generale della NATO ha cercato di sfruttare per convincere Trump che mantenere l’asse transatlantico sia conveniente per l’economia americana. Il risvolto della medaglia, per il Vecchio Continente, è però controverso. Il riarmo viene presentato dalle classi dirigenti europee come un viatico alla crisi industriale e alla deindustrializzazione, ma dalle parole del politico olandese risulta che ad avvantaggiarsene siano anzitutto gli States.

E tuttavia, l’Alleanza Atlantica viene ribadita come la cornice di riferimento di qualsiasi “difesa europea”. All’ormai vicino vertice NATO di Ankara, il prossimo 7 e 8 luglio, la Germania vuole portare un’idea di “NATO 3.0” in cui si confermino gli impegni sulla spesa militare al 5%, ma anche il sostegno a Kiev e la possibilità di ottenere le autorizzazioni dalla Casa Bianca per produrre in patria alcuni sistemi d’arma stelle-e-strisce.

Rutte il primo luglio ha preso parte ai lavori del Consiglio dei Ministri tedesco – prima volta nella storia per un Segretario Generale della NATO – e ha elogiato la postura della Germania, la quale sostiene che l’Alleanza Atlantica debba vedere maggior protagonismo europeo “non solo per la pressione di Trump, ma nel nostro stesso interesse”, ha detto il cancelliere Friedrich Merz.

Bisogna allora chiarire i termini della corsa al riarmo che abbiamo davanti. Rutte ha messo in evidenza, nella sua adulazione sfacciata, che la NATO è un’organizzazione pensata per fare gli interessi di Washington, e sempre Rutte ne ha anche svelato il tributo di sovranità che i suoi vincoli impongono.

Guido Crosetto, rispondendo a due interrogazioni alla Camera, ha certificato che sono stati 518 i voli militari statunitensi decollati dalle basi in Italia a partire da febbraio nell’ambito dell’aggressione all’Iran, proprio come aveva rivelato Rutte. Il ministro della Difesa italiano ha così smentito quel che ha detto il primo luglio il suo collega Antonio Tajani.

“Qualsiasi operazione militare che si è svolta in Iran anche da parte americana – ha detto il titolare della Farnesina – non era un’operazione nell’ambito della NATO quindi è difficile che il segretario generale Rutte potesse sapere cosa è accaduto in Italia. Le sue dichiarazioni sono state non soltanto improvvide ma anche non rispondenti al vero”.

Insomma, Crosetto ha smentito Tajani, che ha smentito Rutte. Se sul lato della politica interna nostrana questo mostra che c’è probabilmente un po’ di maretta all’interno dell’esecutivo (o che il ministro degli Esteri italiano non sa cosa succede nel suo paese, perché è lì come prestanome per Washington e Bruxelles), sul lato dei legami strategici del nostro paese è la rappresentazione plastica della gabbia dei vincoli atlantici, che ci impegnano nell’escalation bellica dell’imperialismo in crisi, a prescindere da chi sieda a Palazzo Chigi.

Immediatamente dopo questa scenetta piuttosto ridicola, Meloni ci ha tenuto a ribadire l’impegno a raggiungere il 5% del PIL in spese militari fissato dalla NATO. Di nuovo, se nell’immediato significa confermare le scelte prese al vertice dell’Aja, sul lungo termine vuol dire aderire consapevolmente a questo quadro in cui il riarmo europeo servirà a finanziare il complesso militare-industriale statunitense.

Con un obiettivo, in prospettiva, per il Vecchio Continente: quello di diventare anch’esso una grande potenza armata. Ma è così che i nodi vengono al pettine. Perché anche fosse che, un giorno, l’Europa si libererà dai vincoli NATO, lo farà solo in virtù della trasformazione in una completa macchina bellica impelagata in un conflitto continuo con mezzo mondo, come sono oggi gli USA.

La volontà di mandare una missione navale nello Stretto di Hormuz, nonostante la complicità nell’aggressione confermata da Rutte, l’impegno a sabotare ogni possibile soluzione diplomatica del conflitto in Ucraina, sempre più laboratorio e fabbrica del riarmo europeo, persino i legami con Israele, entità politica che sopravvive solo in quanto in uno stato di guerra senza soluzione di continuità, non sono più nemmeno scelte politiche.

Sono necessità strategiche imprescindibili per alimentare questo processo in cui, nella sua “innocenza” servile, Rutte ha sottolineato che a farla da padrone sono gli Stati Uniti, ma che rappresenta anche lo spazio di manovra entro cui l’Europa può pensare di tornare a essere attore globale. Ovviamente, con la forza delle armi, perché sul piano culturale e dei valori come su quello economico di prodotti e tecnologie non ha più molto da offrire.

Allora l’alternativa appare chiara: chiunque pensa ci possano essere compatibilità con la NATO, il riarmo e la difesa europea, ci sta condannando a percorrere una strada che ci condurrà necessariamente nel baratro della guerra. Chi cerca pace e giustizia sociale, sa che è arrivato il momento di mettere in dubbio i legami internazionali del nostro paese e la presenza delle basi militari stelle-e-strisce sul nostro territorio.

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02/07/2026

La politica senza più il potere

Occuparsi dei turbamenti della classe politica italiana è uno sforzo di stomaco, quasi come assistere ad un’autopsia. È necessario, purtroppo, ma niente affatto entusiasmante, visto che nulla di definitivo e di «ampio respiro» può esservi trovato.

Governo Meloni e «campo largo» soffrono infatti della stessa malattia: come raggiungere e blindare il «non potere» garantito dalle elezioni.

Chiunque governi, infatti, ha un ventaglio di opzioni, o una «libertà di scelta», simile a quello di un criceto in gabbia che gira sulla ruota non potendo correre liberamente.

Basterebbe citare il dibattito parlamentare sulle «autorizzazioni» concesse agli aerei statunitensi che andavano a bombardare l’Iran. Mark Rutte – incredibilmente investito del ruolo di segretario della Nato (il prossimo potrebbe essere ancor meno credibile, cioè il neo-disoccupato Keir Starmer ) – aveva rivelato che erano state circa 500. Fornendo così l’occasione per un po’ di finta indignazione di centrosinistra.

Ovviamente l’uso delle basi italiane per una guerra Usa è di fatto una partecipazione a quella guerra (non è che fare il «pieno» di cherosene a un bombardiere sia un’attività «neutrale»), ma il problema sta nell’adesione alla Nato e quindi ai trattati che vincolano l’Italia a prescindere dal governo in carica.

E dunque ha avuto facile gioco il ministro della difesa Crosetto nel richiamare questa antica «abitudine servile» nei confronti del «socio» statunitense citando i “518 autorizzati dal 28 febbraio al 23 giugno contro i 722 nel 2019, 450 nel 2020, 457 nel 2021, 560 nel 2022”.

Lo stesso dicasi per i «vincoli europei», che pure la destra aveva sbraitato di non voler rispettare una volta al governo, mentre ora Giorgetti – leghista, quindi teoricamente massimo critico della UE, a parole – sta lì col microscopio in mano per impedire uno scostamento di spesa dello zero virgola.

Cosa che, quando avviene, solleva l’urletto isterico di chi per quasi 30 anni ha accompagnato il taglio della spesa sociale con il mantra tossico «lo vuole l’Europa», guadagnandosi così l’odio perenne dei ceti popolari.

Politica estera e finanza pubblica si incrociano sulla posizione del governo da portare al prossimo vertice Nato in Turchia, dove sarà presente pure Trump, garantendo che qualsiasi azzeccagarbuglio escogitato per «conciliare» maggiori spese per armamenti e rispetto dei vincoli di bilancio sarà destinato a saltare in aria.

Le avvisaglie si vedono già ora. Meloni si presenterà infatti sventolando un aumento della spesa militare fino al 2,8%, mentre sottobanco, a fini interni, fa passare l’idea che uno 0,7% (un quarto del totale) sarà in realtà «garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul territorio».

La formula è oscura a sufficienza da far credere che in realtà saranno spese non proprio militari ma funzionali a... Del resto, per un esecutivo che aveva provato a far passare per «militari» le spese immaginate per il ponte sullo Stretto, ogni pastrocchio appare possibile.

Ma quel 2,8 sembra troppo poco all’ambasciatore Usa presso la Nato, Matthew Whitaker, che ricorda come Trump “si aspetta pienamente che tutti gli alleati si attivino immediatamente e si mettano sulla strada del 5 percento, e che lo facciano con urgenza”.

Peggio ancora sull’ennesimo pacchetto di aiuti all’Ucraina – altri 70 miliardi, da dividere pro quota tra i paesi europei – che il governo italiano vorrebbe in qualche misura dilazionare o evitare che diventino una tassa annuale a tempo indeterminato.

La pressione in questo caso arriva soprattutto dalla Germania, particolarmente disposta, con Merz, ad incrementare senza limiti la guerra con l’obbiettivo di «fare pressione sulla Russia» perché si arrenda. Il quotidiano tedesco Faz ha pubblicato un «retroscena» secondo cui l’Italia sarebbe intenzionata a opporsi all’inserimento, nella dichiarazione finale di Ankara, di un riferimento al proseguimento del sostegno militare all’Ucraina oltre il 2027.

La smentita del governo italiano ovviamente non ha convinto nessuno...

Di fronte alla necessaria presa d’atto di non contare molto e di ritrovarsi in alleanze semi-schiavistiche, sembra quasi surreale che ci si preoccupi di varare una nuova legge elettorale per «dare più stabilità» agli esecutivi.

Intanto perché quello attuale dura da 4 anni nonostante non abbia risolto un problema che sia uno, e dunque la legge attuale è già abbastanza «premiante» per chi strappa qualche consenso in più. In secondo luogo perché la permanenza al «non potere» garantisce al massimo qualche catena clientelare in più, non immaginarie «svolte» per uscire dal degrado costante cui è stato consegnato questo Paese.

È chiaro che una legge elettorale con un «forte premio di maggioranza» e l’indicazione del «candidato premier» costituisce una premessa dell’assalto della destra al Quirinale. La stessa Meloni l’ha detto esplicitamente, facendo finta di essere ancora un underdog che vorrebbe essere legittimato a coprire qualsiasi carica istituzionale.

Ma è ridicola la finta opposizione del «campo largo», che pretende di salvaguardare «casematte neutrali» – l’ultima ridotta è appunto il Colle, ormai – mentre risulta incapace di frenare il diffondersi nel paese del veleno neofascista, razzista e classista.

È nella società che si vincono o perdono i conflitti politici. «Le istituzioni» si limitano a registrare il risultato, consegnandosi nude, inutili e trasformabili al vincitore.

Ma questo non entrerà mai nella testa di quei micropensatori che non riescono ad immaginare altro che cartelli elettorali senza confini – cioè senza idee, tantomeno chiare – con cui sperare di “impedire la vittoria della destra”. Che infatti vince mettendo in campo interessi indicibili, sogni senza senso ed idee immonde, con formule addirittura ignobili ma comprensibili.

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25/06/2026

Bugie e mezze verità sull’uso delle basi militari in Italia da parte statunitense

Il segretario della Nato, Mark Rutte, in una intervista a Fox News ha “sputtanato” un po’ tutti gli stati europei aderenti all’alleanza affermando che il quadro europeo ha visto coinvolte tra le 4.000 e le 5.000 missioni di volo statunitensi nell’aggressione contro l’Iran.

È fin troppo evidente come l’incidente sia avvenuto per un eccesso di zelo servilista di Rutte verso Trump, il quale aveva rimproverato gli alleati europei della Nato di non averlo aiutato nella guerra in Medio Oriente.

Nel dettaglio Rutte ha poi sottolineato che le basi militari in Italia hanno svolto un ruolo “massiccio” a sostegno dell’operazione Epic Fury in Iran, con 500 aerei Usa decollati dal territorio italiano, suscitando inevitabilmente uno scontro politico tra governo e opposizione.

Il ministero della Difesa italiano, decisamente irritato, ha respinto la ricostruzione del segretario generale della Nato Mark Rutte sull’uso delle basi italiane nell’ambito della guerra Usa contro l’Iran, ribadendo che l’Italia ha autorizzato esclusivamente attività “tecniche e logistiche, non cinetiche” nell’ambito delle procedure previste dagli accordi esistenti – si legge nella nota del ministero della Difesa – “Le volte in cui si è prospettata una richiesta che esulava da questo perimetro, come è noto, l’Italia non ha concesso l’autorizzazione”.

Delle due l’una: o ha mentito il segretario della Nato o ha mentito il governo italiano che nei mesi scorsi ha sempre negato di aver concesso le basi militari per le operazioni militari statunitensi.

Il governo afferma di aver solo autorizzato operazioni previste dai trattati bilaterali tra USA e Italia del 1957, ma il cui contenuto continua a rimanere in gran parte secretato.

Più volte abbiamo denunciato come in base agli automatismi previsti in questi trattati internazionali firmati nei decenni scorsi dai governi italiani, molto spesso l’Italia si è ritrovata coinvolta in conflitti anche senza dichiarazioni formali se non discussioni postume – e quindi inefficaci – in Parlamento.

In secondo luogo, che da Sigonella siano partiti aerei militari statunitensi è impossibile negarlo. Uno dei droni partiti dalla base militare in Sicilia, tra l’altro, risulta essere stato abbattuto sui cieli del Golfo durante i combattimenti tra statunitensi e iraniani.

Il giornalista Antonio Mazzeo, che monitora da una vita le attività militari nella base di Sigonella, ricorda come nelle ore immediatamente precedenti l’attacco su Teheran, dalla base di Sigonella sarebbe decollato un velivolo da pattugliamento marittimo Boeing P-8 Poseidon, utilizzato anche per attività di intelligence e guerra elettronica.

Ma non c’è solo Sigonella. Anche dalla base militare di Aviano, in Friuli, sono arrivati e partiti aerei militari statunitensi impegnati nella guerra contro l’Iran.

Nel furbesco linguaggio del ministero della Difesa italiano, queste non sarebbero “attività cinetiche”, come se “fare il pieno” di carburante o di munizioni agli attaccanti fosse un un normale “servizio pubblico” neutrale.

Ma anche una fonte della Nato ha provato a mettere furbescamente una toppa su quanto affermato da Rutte: “Il segretario Generale ha sottolineato come gli Alleati, inclusa l’Italia, abbiano rispettato gli accordi bilaterali esistenti in materia di basi e sorvoli. Il punto chiave è che il Segretario Generale non ha detto nulla riguardo alle armi cinetiche, ha affermato che gli Alleati hanno onorato i loro impegni, non che siano andati oltre”.

Nel linguaggio militare, “attività cinetica” è un termine tecnico che, nella stragrande maggioranza dei casi, è un eufemismo per indicare il combattimento e l’uso della forza letale.

Il termine “cinetico” nel gergo militare ha subito un’evoluzione. Il suo significato si è ampliato per indicare le operazioni di guerra convenzionale e di combattimento, specialmente dopo l’11 settembre, per distinguerle da forme di conflitto più moderne. Il termine è stato talvolta usato anche in contesti più ampi per descrivere operazioni di forza, come le recenti azioni militari statunitensi in Venezuela in occasione del sequestro del presidente Maduro.

Commentando le dichiarazioni del segretario della Nato, l’ex comandante del Comitato Operativo Interforze, gen. Bartolini, ha affermato che “Durante l’operazione Epic Fury è stato attuato un ponte aereo che è transitato dalle basi americane in tutta Europa verso i paesi della penisola araba, attraversando gli spazi aerei di tutto il vecchio continente. Il che non significa assolutamente che da dette basi siano partite missioni operative contro l’Iran che siano andate oltre ai normali trasporti aerei per l’area, che si svolgono a fini vari, ad esempio logistici, e non legati direttamente alle operazioni”.

Insomma, quando si parla dell’uso delle basi militari in Italia da parte degli Stati Uniti si precipita in una zona paludosa di mezze bugie e mezze verità (in linguaggio burocratico-militare) che però non riescono più a nascondere la sostanza del problema: occorre mettere fine ai vincoli e agli automatismi previsti dai trattati internazionali, per evitare che il nostro paese si ritrovi in guerra senza neanche essersene reso conto.

Si tratta di un crimine e di una responsabilità in più delle nostre classi dirigenti.

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23/06/2026

Cestinata una intervista a Lavrov su Europa, Ucraina e sicurezza, di nuovo

Il livello del degrado professionale e culturale è dimostrato anche da episodi in fondo minimi.

È accaduto che la redazione europea della testata Politico – di proprietà dell’editore conservatore tedesco Axel Springer, che controlla anche la Bild, Die Welt e il polacco Fakt, nonché l'americano Business Insider – abbia chiesto e ottenuto da Sergej Lavrov, ministro degli esteri russo, un articolo che chiarisse la posizione di Mosca riguardo alla guerra in Ucraina ed eventuali trattative di pace.

In questi casi, giornalisticamente parlando, si deve dare per scontato che la posizione del “nemico” non coincida con la propria (o dell’editore), ma che sia utile per far comprendere al lettore la complessità di un conflitto che rischia materialmente di stravolgere a breve tutta Europa.

Solo un vile, sul piano intellettuale, o uno stupido può pensare poi di nascondere in un cassetto il testo che ovviamente non può piacergli. Non è infatti un’intervista a uno studente qualsiasi, che non ha strumenti per far sapere quel che pensa e di “rivelare” l’idiozia fatta cestinando il testo. è inevitabile infatti che il lettore che troverà quel testo sia costretto a pensare che sei tu – “campione del mondo libero e dell’informazione corretta” – ad aver qualcosa da nascondere.

Eppure questo “malogiornalismo” o, peggio ancora, questo arruolamento del giornalismo nella propaganda di guerra, non è la prima volta che accade nei confronti del ministro degli Esteri russo. A novembre del 2025 la stessa opera di “cestinatura” la fece il Corriere della Sera. Ne abbiamo parlato, già all’epoca, sul nostro giornale.

Lavrov, in compenso, allora come oggi, non ha dovuto far altro che pubblicare il testo dell’intervista cestinata sulla pagina web del suo ministero.

Di seguito la traduzione.

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Alcune riflessioni sulla risoluzione della crisi ucraina, l’Europa e la sicurezza globale

In occasione di un incontro tenutosi a Londra il 7 giugno 2026, i leader di Gran Bretagna, Francia e Germania, insieme a Vladimir Zelensky, hanno delineato cinque condizioni preliminari affinché la Russia possa garantire una “pace giusta e duratura” in Ucraina. L’Europa unita presenta ora questo elenco di richieste come base per il dialogo con Mosca.

Contesto

Oltre due decenni di negoziati con l’Europa, in quanto parte dell’Occidente collettivo, portano a un’unica conclusione: coinvolgere la Russia nel dialogo è servito da cortina fumogena diplomatica per l’espansione geopolitica delle istituzioni occidentali, soprattutto della NATO e dell’Unione Europea, verso est, fino ai confini della Russia.

La complicità dell’Europa nell’alimentare la crisi ucraina è innegabile. Insieme agli Stati Uniti, i paesi europei hanno orchestrato la Rivoluzione Arancione a Kiev nel 2004. Per creare una testa di ponte anti-russa in Ucraina, hanno trascorso anni a corrompere politici e interi partiti, a riscrivere la storia e i programmi scolastici, a coltivare e alimentare il nazionalismo ucraino, e a fare di tutto per allontanare l’Ucraina dalla Russia.

Nel 2013, l’Unione Europea ha respinto senza mezzi termini la nostra proposta di compromesso sull’accordo di associazione – un accordo che Bruxelles aveva a lungo promosso, esercitando pressioni su Viktor Yanukovich affinché lo firmasse. Vale la pena ricordare che all’Ucraina era stata offerta un’apertura unilaterale del mercato senza impegni reciproci – condizioni che si sarebbero rivelate incompatibili con la permanenza di Kiev nella zona di libero scambio della CSI. Quando Viktor Yanukovich chiese una proroga, gli europei istigarono disordini di piazza che degenerarono rapidamente in un colpo di Stato a Kiev nel febbraio 2014.

Germania, Francia e Polonia si dimostrarono allora altrettanto infide. Dopo aver garantito che l’accordo raggiunto tra l’opposizione e Viktor Yanukovich sarebbe stato onorato, se ne lavarono le mani nel momento stesso in cui quella stessa opposizione, frutto del loro operato, prese il potere. «La democrazia», hanno commentato con nonchalance, «prende pieghe inaspettate».

Da allora l’Europa ha dato il proprio sostegno alle nuove autorità. Il 2 maggio 2014, a Odessa, il rogo di decine di innocenti sostenitori di legami più stretti con la Russia non ha suscitato una sola parola di condanna da parte delle capitali europee.

In qualità di co-garanti degli Accordi di Minsk del 2015, Francia e Germania hanno di fatto incoraggiato il regime ucraino a sabotare i propri impegni. Come hanno poi ammesso Angela Merkel e François Hollande – dopo che l’operazione militare speciale era già iniziata – l’attuazione da parte di Kiev degli Accordi di Minsk, approvati all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non è mai stata realmente prevista. L’obiettivo, hanno ammesso, era semplicemente quello di guadagnare tempo: per rafforzare le Forze Armate dell’Ucraina e inondarle di armamenti occidentali.

La Russia, dal canto suo, ha esplorato ogni via diplomatica per disinnescare la crisi di sicurezza europea. Tuttavia, nel gennaio 2022, gli Stati Uniti e la NATO hanno respinto la proposta russa di garanzie di sicurezza reciproche giuridicamente vincolanti. I membri europei della NATO hanno attivamente appoggiato tale rifiuto.

In seguito all’avvio dell’operazione militare speciale, l’Europa unita ha dato il proprio sostegno agli sforzi del primo ministro britannico volti a sabotare i negoziati di Istanbul tra Russia e Ucraina. L’appello di Boris Johnson a Kiev – «non firmate nulla, limitatevi a combattere» – ha chiuso la porta a una vera diplomazia per il prossimo futuro.

Situazione attuale

Cosa ha spinto quindi i leader europei a cambiare improvvisamente la loro retorica e a iniziare a parlare di negoziati, e cosa mirano a ottenere con queste dichiarazioni? Ad esempio, la responsabile della politica estera dell’UE, Kaja Kallas, ha affermato che lo scopo di qualsiasi dialogo con la Russia è quello di dettare le condizioni dell’Europa. Queste includono il pagamento di «risarcimenti» all’Ucraina; il ritiro delle truppe dalla Transnistria e dal Caucaso meridionale; l’abolizione della legge sugli «agenti stranieri»; e l’accettazione di limiti rigorosi alle dimensioni delle Forze Armate della Federazione Russa. Secondo la sua visione, «non può esserci una pace giusta e duratura senza che la Russia sia chiamata a rispondere delle proprie azioni». Durante la sessione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 19 maggio 2026, un rappresentante dell’UE ha affermato in modo inequivocabile: «Il sostegno militare all’Ucraina non è in contraddizione con la ricerca della pace, ma costituisce piuttosto un prerequisito fondamentale per qualsiasi negoziazione credibile e in buona fede».

Il piano dell’Europa è quello di dialogare con la Russia e, al contempo, portare avanti una campagna di guerra giuridica orchestrata attraverso il Consiglio d’Europa. All’interno di questa organizzazione, un tempo rispettata, si sta mettendo in piedi un’intera infrastruttura con l’esplicito scopo di «chiedere conto alla Russia»: un Registro dei danni, una Commissione per le richieste di risarcimento e un Tribunale speciale.

L’Unione Europea ha inoltre dato il via libera al fermo di navi mercantili in alto mare. Diversi incidenti si sono già verificati nel Mar Baltico e nell’Oceano Atlantico. Allo stesso tempo, l’Occidente distoglie accuratamente lo sguardo dagli atti terroristici di sabotaggio perpetrati dalle Forze Armate dell’Ucraina nel Mar Nero e nel Mar Mediterraneo.

Il vero obiettivo dei leader europei, quindi, non è negoziare con la Russia. È quello di sostenere il regime di Zelensky e preservarlo come trampolino di lancio per un continuo confronto contro la Russia. In quest’ottica, i leader europei si stanno affrettando a garantire un cessate il fuoco il più rapidamente possibile per un unico motivo: impedire il crollo delle Forze Armate ucraine sul campo di battaglia. Il piano consiste nel “congelare” il conflitto senza affrontarne le cause profonde, per poi dispiegare rapidamente contingenti militari della “coalizione dei volenterosi” anglo-francese sul suolo ucraino.

È risaputo che le élite europee hanno investito il loro «capitale politico» nello scontro con la Russia, riversando centinaia di miliardi di dollari per sostenere il regime di Kiev e potenziare i bilanci militari degli Stati membri dell’UE e della NATO. L’Europa punta ora a raggiungere la «prontezza difensiva» contro la Russia entro il 2030. Fino ad allora, intendono guadagnare tempo con ogni mezzo a loro disposizione. In un’osservazione sorprendentemente schietta lo scorso aprile, il capo di stato maggiore belga ha detto senza mezzi termini: «Abbiamo ancora qualche anno. Grazie al coraggio e al sangue degli ucraini, che ci stanno facendo guadagnare quel tempo». 

L’Europa unita continua a sognare l’espansione. Intende assorbire l’Ucraina e la Moldavia, attirando al contempo l’Armenia nella propria sfera d’influenza. La NATO si è già espansa verso est, inglobando Finlandia e Svezia. Per quanto riguarda l’Ucraina, viene sempre più considerata il «pugno d’acciaio» di una futura forza militare europea, indipendente dagli Stati Uniti e dalla NATO.

Rischi per la sicurezza globale

Questo stato di cose pone gravi minacce alla sicurezza globale. Un confronto diretto tra la NATO e la Russia potrebbe rapidamente degenerare in uno scambio di attacchi nucleari, con conseguenze catastrofiche.

Sotto la bandiera dell’“autonomia strategica”, l’Europa sta assistendo a un significativo potenziamento delle proprie capacità militari, anche in ambito nucleare. L’intenzione di Parigi di estendere il proprio “ombrello nucleare” a diversi Stati membri dell’UE e della NATO è fonte di profonda preoccupazione. Ciò non contribuirà in alcun modo a rafforzare la sicurezza della Francia stessa né dei destinatari della sua cosiddetta protezione.

Ciononostante, l’establishment politico e militare europeo continua ad attribuire alla Russia piani aggressivi – piani che, secondo loro, vanno ben oltre l’Ucraina. Il presidente russo ha affermato in numerose occasioni che tutto ciò è una sciocchezza, una provocazione e disinformazione, volta esclusivamente a sottrarre fondi di bilancio per la lotta contro la Russia. Non è certo il clima adatto a un dialogo sostanziale.

La posizione della Russia

Per quanto riguarda i negoziati, Vladimir Putin ha ribadito al Forum economico internazionale di San Pietroburgo che la Russia non è contraria ai contatti con nessuna delle parti. Consideriamo tuttavia l’Europa come una parte determinata a sconfiggere la Russia – una posizione che gli stessi europei dichiarano apertamente. Il dialogo con l’Europa, quindi, non può essere condotto come se si trattasse di un osservatore terzo e imparziale.

La Russia preferirebbe raggiungere gli obiettivi dell’operazione militare speciale attraverso la diplomazia.

Ciò richiede di garantire in modo affidabile la sicurezza lungo i confini occidentali della Russia e di assicurare rispetto e dignità ai nostri cittadini e compatrioti, compreso il diritto di parlare la loro lingua madre, il russo, e di praticare la fede cristiana ortodossa. Un’ulteriore espansione militare, politica ed economica da parte dell’Occidente è inaccettabile: è in contrasto con gli imperativi di un mondo multipolare.

I leader europei dovrebbero riconoscere che il modello di sicurezza regionale costruito in Europa nel corso di decenni, sin dall’adozione dell’Atto finale di Helsinki nel 1975, è stato distrutto dalle loro stesse mani. E non potrà mai essere ripristinato. Dobbiamo ora muoverci verso la creazione di un’architettura di sicurezza a livello continentale aperta a tutti i paesi eurasiatici e che rifletta l’odierna realtà multipolare.

Il principio di sicurezza uguale e indivisibile, calpestato dagli euro-atlantisti, può trovare espressione in una nuova architettura eurasiatica. Quando i tempi saranno maturi, anche l’Europa potrà unirsi a questo grande sforzo.

Il punto chiave è che un dialogo significativo richiede il ripristino della fiducia, infranta dalle azioni anti-russe dell’Occidente, e dell’Europa come parte di esso, nell’era post-Guerra Fredda. La fiducia può essere recuperata solo attraverso misure concrete che dimostrino un impegno sincero ad abbandonare l’uso della diplomazia come copertura per ambizioni espansionistiche. La fiducia non può essere ripristinata, né il dialogo può essere ripreso, attraverso ultimatum come quello lanciato alla Russia a Londra il 7 giugno 2026.

P.S. È degno di nota il fatto che l’ultimatum di Londra sia stato ribadito in modo inequivocabile dagli ambasciatori di Gran Bretagna, Francia e Germania durante l’incontro tenutosi presso il Ministero degli Esteri russo l’11 giugno 2026 – un incontro che essi avevano richiesto con tanta insistenza. Quello era l’unico scopo della loro visita al ministero.

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20/06/2026

Un inquietante piano di “fattibilità” per la guerra europea contro la Russia

Chi progetta e pianifica è tenuto sempre a presentare insieme ai progetti i relativi piani di fattibilità. In caso di scelte controverse diventano obbligatori anche i parametri su “costi e benefici”. Quando si parla di guerra entrambi i fattori diventano decisivi ma indubbiamente inquietanti.

Sul sito del famigerato Istituto Internazionale per gli Studi Strategici di Londra, è comparsa una analisi che somiglia maledettamente ad un “piano di fattibilità” della guerra degli stati europei contro la Russia in assenza del contributo degli Stati Uniti.

Viene addirittura analizzato come uno scenario da “guerra stasera” ossia a breve tempo, nell’articolo si parla di due/tre anni, esattamente come descritto nei documenti dei servizi di intelligence tedeschi o nei documenti della Nato. L’attenzione è dedicata al come gli stati europei siano in grado di affrontare una guerra contro la Russia senza poter contare sullo storico supporto statunitense, con quali armi, quali risorse, quale livello di coesione interna di una coalizione di stati diversi ma soprattutto con quale mentalità e strategie difensive e offensive.

È vero che si tratta di una elaborazione di scenari, ma sia la fonte che le conclusioni restituiscono un clima di immanenza bellico che negli ultimi anni incombe, di nuovo, soprattutto in Europa.

L’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici di Londra, non è un think tank come tanti. Durante la Guerra Fredda è stato la “Bibbia” delle informazioni e delle elaborazioni del blocco Nato e degli ambienti euroatlantici.

I guerrafondai – e i britannici sono in prima fila – stanno lavorando alacremente per rendere fattibile quello che tutti noi vogliamo che sia assolutamente evitabile: la guerra in Europa.

Del lungo saggio di Ruben Stewart sul sito dell’IISS abbiamo fatto una sintesi dei passaggi che ci sono apparsi più significativi e inquietanti. In neretto abbiamo evidenziati le parti che ci sono sembrate più significative. È un materiale piuttosto esteso che richiederà tempo, pazienza e attenzione da parte dei nostri lettori.

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Una via europea alla guerra senza gli Stati Uniti

Di Ruben Stewart (da IISS di Londra)

Questo articolo esamina l’estremità opposta dello spettro: uno scenario in cui il supporto statunitense è assente nel momento del bisogno. Non si tratta di sostenere che una rottura transatlantica completa sia probabile o imminente. Ma i pianificatori militari non si preparano solo per la linea d’azione più probabile; devono anche esaminare quella più pericolosa. In questo caso, ciò significa chiedersi come l’Europa combatterebbe se la partecipazione militare statunitense non fosse disponibile quando richiesta.

Un simile scenario non deve necessariamente derivare da un ritiro formale degli Stati Uniti dalla NATO. Potrebbe derivare da una serie di condizioni che producono lo stesso effetto operativo: un impegno politico ridotto o ritardato da parte di Washington; priorità strategiche concorrenti, in particolare nell’Indo-Pacifico o in Medio Oriente, che assorbono l’attenzione e le forze statunitensi; o il deterioramento di elementi chiave per il successo degli Stati Uniti, come le capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR), cibernetiche e spaziali.

(...) Per chiarezza analitica, questo articolo si concentra sul breve termine: lo scenario di “combattimento di stasera” con le attuali strutture delle forze e i livelli di preparazione. Se gli impegni della NATO e dell’UE rimarranno invariati e le attuali traiettorie di investimento si manterranno, il modo di fare la guerra in Europa tra due o tre anni potrebbe apparire sostanzialmente diverso. Di conseguenza, lo scenario di “combattimento di stasera” – che esclude la possibilità di colmare lacune in termini di capacità nel breve termine e non tiene conto dei contributi intangibili degli Stati Uniti, come la condivisione di informazioni e l’ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) basata sullo spazio – è volutamente severo.

Due eventualità distinte lo caratterizzano: il deterioramento o l’assenza del supporto statunitense e l’inizio di un’offensiva russa su larga scala.

Se questi eventi si verificassero in sequenza, l’Europa potrebbe avere il tempo di adattarsi, ristrutturando gli assetti di comando, compensando la perdita di risorse abilitanti e adeguando l’impiego delle forze. Se si verificassero simultaneamente, le forze europee potrebbero entrare in conflitto nel punto di massima dislocazione, con integrazione ridotta, ISR deteriorata e un adeguamento politico e militare incompleto. Questo rappresenta il caso più pericoloso e meno indulgente: un conflitto iniziato quando la coesione dell’Alleanza è più debole e prima che i meccanismi di mitigazione possano entrare in funzione. La tempistica di queste transizioni è pertanto un fattore determinante per il rischio per l’Europa.

L’Europa senza un integratore

L’Europa possiede una notevole potenza di fuoco in dotazione alla NATO. Il rapporto Military Balance 2026 mostra un numero significativo di brigate meccanizzate, carri armati principali, sistemi di artiglieria, unità navali ad alta capacità e aerei da combattimento in tutto il continente.

Nel complesso, l’Europa non è priva di risorse. In diverse categorie, il numero di piattaforme NATO in Europa eguaglia o supera quello russo e, in termini qualitativi, molti sistemi europei sono almeno paragonabili, e in alcuni casi superiori.

Sulla carta, quindi, l’equilibrio delle forze non appare palesemente sfavorevole. Questa quasi parità numerica, tuttavia, riflette la situazione precedente alla rimozione dell’architettura integrativa che trasforma le piattaforme in una potenza di fuoco coordinata. Questa eventualità è motivo di fondamentale preoccupazione.

Come chiarisce il rapporto dell’Istituto Internazionale di Studi Strategici “Difendere l’Europa senza gli Stati Uniti: costi e conseguenze”, gli Stati Uniti forniscono attualmente una quota sproporzionata delle funzioni abilitanti della NATO, in particolare l’ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) su scala teatrale; la raccolta e l’integrazione di informazioni spaziali; gli attacchi di precisione in profondità; la difesa aerea e missilistica integrata; il trasporto strategico; e il backstop di deterrenza nucleare. Eliminare il contributo statunitense a queste funzioni non elimina le capacità europee, ma ne riduce la densità, la portata e la reattività. L’effetto è meno visibile nel numero di piattaforme che nel modo in cui queste possono essere impiegate.

Ciò che più gravemente scomparirebbe con il ritiro degli Stati Uniti non è la massa, bensì l’integrazione. La partecipazione statunitense funge di fatto da sistema operativo dell’Alleanza, collegando sensori e sistemi d’arma, sincronizzando gli effetti tra i diversi domini e fornendo l’architettura di dati, comunicazioni e pianificazione che consente alle forze multinazionali di combattere come un tutt’uno coerente. Le sue capacità sono inoltre alla base degli standard e dei protocolli attraverso i quali tale sistema funziona: quelli che vengono definiti standard NATO sono, in pratica, in gran parte definiti e applicati dagli Stati Uniti, consentendo l’interoperabilità tra equipaggiamenti, dati e sistemi di comando.

Senza di essa, le forze europee rimarrebbero capaci, ma meno integrate: l’ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) diventerebbe meno persistente e meno fusa; i cicli di individuazione degli obiettivi si allungherebbero; gli attacchi in profondità diventerebbero più episodici; e il supporto logistico più limitato a livello nazionale. Senza un ente di riferimento comune, l’integrazione non verrebbe semplicemente degradata, ma strutturalmente più difficile da raggiungere. Lo stesso numero di piattaforme genererebbe effetti minori nel tempo.

La funzione integrativa è sia cognitiva che tecnica. Gli Stati Uniti forniscono una quota sproporzionata di personale, competenze di pianificazione ed esperienza operativa che consentono alla NATO di progettare ed eseguire campagne con rapidità.

Quartier generali di grandi dimensioni e con una solida esperienza, dotati di un accesso approfondito all’intelligence, a processi di individuazione degli obiettivi e a meccanismi di coordinamento interdominio, permettono una rapida trasformazione delle informazioni in decisioni e delle decisioni in azioni. In loro assenza, i quartier generali a guida europea manterrebbero la competenza, ma con un organico più ridotto, minore esperienza nell’integrazione tra spazio, cyberspazio e attacchi a lungo raggio e una maggiore dipendenza dal consenso tra le diverse nazioni. I cicli decisionali si allungherebbero, la pianificazione diventerebbe più sequenziale e la capacità di generare un ritmo costante attraverso un rapido adattamento diminuirebbe.

La conseguenza operativa sarebbe un cambiamento nel modo in cui la potenza di fuoco si traduce in risultati sul campo di battaglia. Invece di consentire ritmo, simultaneità e profondità, l’impiego delle forze diventerebbe più sequenziale, più localizzato e più dipendente da un coordinamento pre-pianificato. Le opportunità di rapido sfruttamento sarebbero più difficili da individuare e sfruttare. In questo senso, la perdita del supporto statunitense va intesa non come una riduzione della forza, ma della coerenza e della capacità di concentrare gli effetti nel tempo e nello spazio.

Questa distinzione è importante. A parità di altre condizioni, una forza meno integrata tenderà a combattere in modo diverso: più cauto, più ponderato e con una maggiore dipendenza dalla potenza di fuoco e dal vantaggio posizionale piuttosto che dalla manovra e dallo spostamento. L’assenza di un integratore non rende la NATO europea incapace, ma la rende meno capace di impiegare la potenza di fuoco per ottenere un effetto operativo decisivo.

ISR, consapevolezza della situazione e combattimento ravvicinato

La conseguenza operativa più immediata di un ritiro del supporto statunitense si manifesterebbe nell’integrazione dell’intelligence, della sorveglianza e della ricognizione (ISR) e delle attività di intelligence a livello di teatro operativo. Attualmente, gli Stati Uniti forniscono costantemente ISR ad alta quota, un’ampia capacità di intelligence dei segnali, raccolta di dati dallo spazio e fusione di dati su larga scala all’interno delle strutture NATO. Gli stati europei possiedono alcune piattaforme ISR aviotrasportate, risorse spaziali nazionali, flotte di droni tattici e sensori terrestri.

Senza il contributo ISR statunitense e l’architettura di fusione a livello di teatro operativo, la copertura dei sensori sul campo di battaglia sarebbe più scarsa e meno continua, ostacolando le capacità di attacco in profondità e compromettendo la consapevolezza della situazione sia nel combattimento ravvicinato che in quello a lungo raggio. Una minore densità di ISR ​​comporterebbe un’identificazione più lenta delle concentrazioni di manovre, un tracciamento meno costante delle riserve operative, una minore allerta precoce per i lanci di razzi e missili e maggiori difficoltà nel rilevare inganni o dispersioni. I comandanti avrebbero comunque a disposizione alcune informazioni di ricognizione e di puntamento, ma il quadro si aggiornerebbe più lentamente e con minore affidabilità a livello di teatro operativo.

In termini pratici, ciò avrebbe ripercussioni sia sulla capacità di anticipazione che su quella di individuazione degli obiettivi.

La guerra di manovra si basa sulla conoscenza non solo della posizione degli avversari, ma anche della loro imminente presenza.

Una minore integrazione delle informazioni, sorveglianza e ricognizione (ISR) aumenterebbe l’incertezza riguardo alle loro intenzioni, all’asse di avanzamento e alla tempistica dei loro movimenti.

L’effetto sarebbe prima cognitivo che cinetico: una più lenta comprensione del campo di battaglia innalzerebbe le soglie decisionali e incoraggerebbe un comportamento più ponderato e avverso al rischio. In termini di impiego delle forze, ciò produrrebbe una diversa geometria difensiva. Invece di concentrare la potenza di fuoco per plasmare e intercettare i probabili assi di avanzamento, le unità dovrebbero essere distribuite per proteggersi dall’incertezza, dislocate su un fronte più ampio e profondo, il che richiederebbe il mantenimento di forze di copertura e riserve per coprire simultaneamente diverse potenziali vie d’attacco.

La ridondanza richiederebbe l’utilizzo di settori sovrapposti e raggruppamenti difensivi paralleli per assorbire la sorpresa; la dispersione ridurrebbe la vulnerabilità al fuoco nemico, ma a scapito della massa locale.

Il risultato: una difesa spazialmente più ampia e più capace di assorbire e reagire, ma meno focalizzata e meno in grado di anticipare e disorientare.

Sul fronte offensivo, gli stessi vincoli ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) porterebbero a una forma di avanzata più cauta, metodica e sequenziale, piuttosto che a manovre rapide e opportunistiche. Le forze d’attacco farebbero fatica a identificare e determinare con sufficiente precisione in profondità le configurazioni difensive nemiche, le riserve e le vie di ritirata, impedendo così uno sfruttamento tempestivo.

I comandanti si affiderebbero maggiormente alla ricognizione mirata, alle azioni di sondaggio e al controllo del fuoco prima di impiegare le unità di manovra. Uno svantaggio particolare sarebbe la ridotta capacità di rilevare e identificare ostacoli quali campi minati, fossati anticarro, complesse cinture di ostacoli e aree di ingaggio coperte con la profondità e il dettaglio necessari. Senza informazioni affidabili sugli ostacoli, le operazioni di sfondamento non potrebbero essere pianificate, finanziate o sincronizzate adeguatamente, aumentando il rischio di canalizzazione, ritardi ed esposizione al fuoco nemico.

Di conseguenza, le avanzate tenderebbero a procedere lungo assi più ristretti e pre-validati, con un maggiore utilizzo del fuoco per compensare l’incertezza e sopprimere potenziali minacce. Il rischio di incontrare riserve non osservate, imboscate o ostacoli renderebbe necessarie avanzate più ponderate e graduali, una maggiore sicurezza dei fianchi e riserve impegnate più consistenti, riducendo la velocità e la portata operativa.

L’azione offensiva diventerebbe più lineare, graduale e di logoramento – meno incentrata sullo sradicamento e sul collasso, più sul progressivo indebolimento e spostamento del difensore. Ciò è in linea con le evidenze provenienti dall’Ucraina, dove, anche con un supporto ISR relativamente robusto, le operazioni offensive hanno faticato a ottenere una rapida penetrazione e hanno invece optato per avanzate graduali e ad alta intensità di fuoco in condizioni di persistente incertezza.

In tutto il teatro operativo, il risultato sarebbe una visione disomogenea. Laddove emergono lacune nell’intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR), anche solo temporaneamente, un avversario capace può anticiparle, manipolarle e sfruttarle, plasmando i movimenti, mascherando le intenzioni e concentrando le forze in condizioni di ridotta osservazione. Ciò significa non solo una minore consapevolezza, ma una sistematica erosione della capacità di anticipazione, che cede l’iniziativa e rende più difficile generare ritmo ed effetti coordinati su più assi.

La fragilità elettromagnetica della catena di combattimento

L’assenza del supporto statunitense metterebbe inoltre in luce la sostanziale dipendenza delle moderne operazioni NATO dall’accesso garantito allo spettro elettromagnetico (EMS). I concetti occidentali contemporanei di guerra presuppongono una connettività costante tra sensori, decisori e risorse, resa possibile da comunicazioni resilienti; posizionamento, navigazione e temporizzazione (PNT) affidabili; e scambio continuo di dati tra i vari livelli. Le capacità statunitensi sono fondamentali, sia in termini di portata che di integrazione dei sistemi di guerra elettronica (EW), cibernetici e spaziali in un quadro operativo coerente, che includa la gestione delle frequenze e dello spettro a livello di teatro operativo.

Le forze europee possiedono capacità di guerra elettronica (EW) nei domini terrestre, aereo e marittimo, tra cui disturbo elettronico, intelligence dei segnali e misure di protezione elettronica. L’esperienza operativa in Ucraina, unitamente all’esposizione alla persistente attività russa al di sotto della soglia di intervento contro gli Stati NATO, ha migliorato la comprensione da parte della NATO della contestazione dello spazio elettromagnetico (EMS) e ha favorito l’adattamento a livello tattico. Tuttavia, come per l’ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), il problema risiede nella densità, nell’integrazione e nell’esperienza operativa sotto una pressione elevata e prolungata.

Senza la partecipazione degli Stati Uniti, le forze europee si troverebbero ad affrontare una minaccia persistente di guerra elettronica da parte dell’avversario con minori mezzi per gestirla o contrastarla. La dottrina russa pone particolare enfasi sulla contestazione dello spazio elettromagnetico, compresa l’interruzione delle comunicazioni, il degrado della navigazione satellitare e l’interferenza con i collegamenti dati nell’intero teatro operativo.

L’effetto operativo sarebbe una comunicazione intermittente. Invece di operare all’interno di una rete stabile, le unità si troverebbero a competere per un accesso temporaneo allo spettro. I collegamenti a radiofrequenza verrebbero disturbati, le comunicazioni satellitari degradate e i segnali GPS falsificati o bloccati in aree chiave. I flussi di dati tra sensori e tiratori verrebbero interrotti, costringendo i sistemi a operare con ritardi, lacune o una fedeltà ridotta.

In questo contesto, la catena sensore-decisore-attuatore non si interromperebbe in modo netto, ma si degraderebbe in modo non uniforme, introducendo attrito in ogni fase. Ciò avrebbe conseguenze dirette sul ritmo e sul coordinamento. I cicli di puntamento rallenterebbero poiché la conferma e la trasmissione delle informazioni richiederebbero più tempo. Il fuoco sarebbe meno sincronizzato, poiché le unità opererebbero con una consapevolezza della situazione incompleta o obsoleta. I comandanti si troverebbero ad affrontare una maggiore incertezza riguardo al nemico, nonché alla disposizione e allo stato delle proprie forze. Le decisioni dovrebbero essere prese con minore sicurezza e con un minor numero di input in tempo reale.

A livello tattico, la dipendenza dai sistemi digitali diventerebbe un punto debole. I sistemi senza equipaggio dipendenti da collegamenti dati sarebbero più facilmente soggetti a interruzioni. Le munizioni a guida di precisione che si affidano alla navigazione satellitare subirebbero un degrado delle prestazioni o sarebbero costrette a tornare a modalità meno precise. Le unità potrebbero essere spinte verso metodi di comunicazione analogici o a bassa tracciabilità, inclusi sistemi a vista, missioni di fuoco pre-pianificate e connettività fisica tramite, ad esempio, fibra ottica. Questi adattamenti preservano la funzionalità ma riducono la flessibilità e la velocità.

La riduzione dell’accesso ai sistemi di sorveglianza e intelligence (EMS) amplificherebbe le limitazioni dell’ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), restringendo ulteriormente la capacità di individuare e tracciare bersagli in profondità. In particolare, comprometterebbe la precisione del puntamento e la valutazione dei danni in battaglia, compromettendo così le capacità di attacco in profondità; indebolirebbe l’integrazione multidominio interrompendo i flussi di dati sincronizzati; e rallenterebbe il comando e controllo allungando i cicli decisionali e aumentando la dipendenza da un coordinamento pre-pianificato piuttosto che da un adattamento dinamico.

Questi cambiamenti spingerebbero le forze europee verso un modo di combattere più ponderato e meno connesso. Invece di presumere una consapevolezza e un controllo continui, i comandanti pianificherebbero periodi di disconnessione e progetterebbero operazioni che si svolgerebbero in condizioni degradate.

La ridondanza nei percorsi di comunicazione, negli ordini di missione e nella delega di autorità diventerebbe più importante, spostando l’enfasi dallo sfruttamento della connettività alla capacità di sopportarne l’assenza.

La competizione per lo spettro elettromagnetico (EMS) diventerebbe un elemento centrale della campagna, anziché un’attività di supporto. Un modello bellico europeo senza gli Stati Uniti non opererebbe in un campo di battaglia completamente interconnesso, ma in uno conteso e discontinuo, dove la capacità di generare e mantenere la potenza di fuoco dipenderebbe tanto dalla gestione delle interruzioni quanto dalla capacità di produrre effetti. Su larga scala, l’accesso intermittente allo spettro frammenterebbe la catena sensore-decisore-attuatore, rendendo più difficile generare azioni sincronizzate e costringendo le operazioni a procedere in modo più sequenziale e frammentato.

Attacco in profondità e portata operativa

I campi NATO europei dispongono di capacità di attacco a lungo raggio, come missili da crociera lanciati da terra e dal mare, armi aeree a lungo raggio e un numero limitato di sistemi di fuoco terrestri a lungo raggio. Gli arsenali sono in espansione. Tuttavia, l’assenza di supporto statunitense ridurrebbe la fusione di informazioni, sorveglianza e ricognizione a livello di teatro operativo e limiterebbe le scorte di munizioni di precisione a lungo raggio.

Senza un’integrazione ISR su scala statunitense, la disponibilità di obiettivi dinamici ad alta affidabilità in profondità operativa, come unità di manovra, colonne logistiche e nodi di comando, diminuirebbe.

Le forze europee potrebbero colpire installazioni fisse e siti preidentificati, ma l’identificazione e l’interdizione di tali obiettivi sarebbero meno frequenti. I cicli di individuazione degli obiettivi si allungherebbero e la valutazione dei danni bellici sarebbe più lenta. Di conseguenza, la capacità di sostenere un’interdizione continua in profondità diminuirebbe, riducendo sia il ritmo che l’efficacia delle operazioni in profondità.

A complicare ulteriormente il problema, le scorte europee di precisione a lungo raggio si misurano in centinaia anziché in migliaia, e i ritmi di rifornimento rimangono limitati. Senza rinforzi statunitensi, questa limitazione renderebbe gli attacchi in profondità – che idealmente dovrebbero essere sostenuti, ripetitivi e coordinati, piuttosto che meramente episodici o selettivi – significativamente meno efficaci.

La principale conseguenza operativa sarebbe che il sistema nemico al di là del combattimento ravvicinato non potrebbe essere plasmato in modo persistente. Di conseguenza, le riserve nemiche potrebbero arrivare più integre, le forze nemiche potrebbero muoversi lateralmente senza interferenze, i flussi logistici nemici potrebbero continuare e le forze in prima linea potrebbero riprendersi più rapidamente.

In uno scenario limitato all’Europa, gli attacchi in profondità rimarrebbero praticabili ma, senza la portata e la massa di munizioni statunitensi in termini di ISR ​​(Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), darebbero maggiore importanza al combattimento ravvicinato.

Superiorità aerea

Le forze aeree europee si stanno modernizzando, con flotte di F-35 in espansione e piattaforme preesistenti altrettanto valide. Ciononostante, la capacità di soppressione e distruzione delle difese aeree nemiche rimane limitata nei paesi europei della NATO, in particolare in termini di disponibilità di munizioni, guerra elettronica e integrazione di queste capacità.

Senza gli Stati Uniti, neutralizzare un sofisticato sistema di difesa aerea russo richiederebbe più tempo e comporterebbe maggiori rischi operativi. La superiorità aerea, laddove ottenuta, emergerebbe più probabilmente attraverso un logoramento cumulativo piuttosto che con una rapida soppressione, e sarebbe localizzata e sporadica piuttosto che diffusa e persistente su tutto il teatro operativo. Ciò comprometterebbe direttamente le operazioni terrestri.

Senza una superiorità aerea precoce e costante, le forze di terra opererebbero sotto la minaccia continua dell’aviazione nemica, dei sistemi senza equipaggio, del fuoco a lungo raggio e delle attività di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR).

La difesa aerea terrestre potrebbe solo mitigare parzialmente questa esposizione. La capacità di sopravvivenza delle unità di manovra diminuirebbe, i movimenti diventerebbero più limitati e concentrare la potenza di fuoco, anche solo per brevi periodi, diventerebbe più rischioso.

Una neutralizzazione meno efficace delle difese aeree in tutti i domini limita anche la capacità della NATO europea di influenzare la battaglia in profondità. La potenza aerea è fondamentale per neutralizzare le riserve, intercettare la logistica e colpire i nodi di comando in profondità.

Se queste missioni vengono ostacolate, aumenta la capacità dell’avversario di ricevere rinforzi, ricostituirsi e contrattaccare. Ciò esercita una maggiore pressione sulle forze di terra, che devono generare effetti che altrimenti verrebbero ottenuti per via aerea, aumentando la dipendenza dall’artiglieria e da altri tipi di fuoco terrestre e dando origine a uno stile di guerra più logorante.

Anche il supporto aereo ravvicinato e le missioni di difesa aerea sarebbero più condizionate. Dovrebbero essere condotte all’interno di uno spazio aereo conteso, con un rischio maggiore e una minore frequenza di sortite. Le basi aeree stesse sarebbero più vulnerabili agli attacchi missilistici e dei droni, il che richiederebbe la dispersione e una riduzione del ritmo operativo.

L’effetto netto sarebbe quello di ridurre il ruolo della potenza aerea da elemento chiave per la vittoria in guerra a mero supporto limitato. Invece di consentire un rapido spostamento e la libertà di manovra attraverso un dominio continuo, le forze aeree creerebbero semplicemente finestre di vantaggio temporanee.

Le operazioni terrestri dovrebbero essere pianificate attorno a queste finestre, sincronizzando le manovre con i limitati periodi di supporto aereo anziché darne per scontata la disponibilità.

Senza la superiorità aerea garantita dalle forze americane, le manovre diventerebbero più rischiose, il ritmo operativo diminuirebbe e le campagne tenderebbero a diventare incentrate sulla posizione e sulla potenza di fuoco. In sintesi, un ridotto controllo dello spazio aereo si traduce direttamente in una ridotta libertà d’azione sul terreno.

Operazioni marittime

La NATO europea conserva una credibile capacità navale, con moderne flotte di superficie, sottomarini, aerei da pattugliamento marittimo e una limitata capacità di attacco tramite portaerei. In acque ristrette, l’Europa può esercitare un certo grado di controllo locale del mare e proteggere le principali linee di comunicazione marittima, ma mantenere tale controllo in ambienti oceanici più impegnativi sarebbe più difficile senza il supporto degli Stati Uniti.

Come altrove, il problema non è la totale mancanza di capacità, ma la loro portata, integrazione e resistenza in condizioni di conflitto. In particolare, la capacità di stoccaggio e di supporto logistico relativamente limitata limiterebbe la capacità della NATO europea di condurre operazioni marittime prolungate ad alta intensità.

La perdita dell’assistenza statunitense si farebbe sentire soprattutto nelle funzioni di supporto logistico. I contributi degli Stati Uniti sono alla base del comando e controllo di alto livello, della difesa aerea e missilistica integrata, dell’intelligence, della ricognizione e della sorveglianza a lungo raggio, della sorveglianza sottomarina e della logistica su larga scala. Senza questo aiuto, le forze europee rimarrebbero operative, ma più circoscritte a livello regionale e meno persistenti. La difesa aerea e missilistica in mare si indebolirebbe, riducendo la protezione per le unità di alto valore, mentre la sorveglianza sottomarina, in particolare nell’Atlantico settentrionale, diventerebbe meno continua, aumentando il rischio per le navi di rinforzo.

Le carenze logistiche limiterebbero ulteriormente le operazioni. Senza la capacità logistica e di rifornimento degli Stati Uniti, le marine europee faticherebbero a mantenere operazioni distribuite su più teatri operativi, il che imporrebbe la necessità di dare priorità e limitare le operazioni simultanee. Ciò orienterebbe la guerra marittima verso il controllo del mare a livello regionale e la protezione delle linee di comunicazione critiche, a scapito del controllo del mare su vasta scala e della proiezione di potenza. Le forze europee rimarrebbero in grado di difendere i mari vicini, ma meno capaci di sostenere operazioni marittime multidominio ad alta intensità su vasta scala.
Operazioni multidominio

Uno scenario senza gli Stati Uniti avrebbe effetti particolarmente acuti sulla conduzione delle operazioni multidominio (MDO). Le capacità statunitensi sono attualmente alla base sia dell’architettura tecnica che dell’approccio concettuale delle MDO. Gli Stati Uniti forniscono la maggior parte dei servizi spaziali della NATO, come ISR, PNT, comunicazioni satellitari e allerta missilistica, nonché gran parte delle capacità informatiche di alto livello.

Gli Stati europei possiedono alcune di queste capacità, ma non con la stessa profondità, integrazione e maturità operativa. Senza la partecipazione degli Stati Uniti, la coerenza dell’integrazione tra i domini si degraderebbe. L’ISR spaziale sarebbe meno persistente, il PNT più vulnerabile e le comunicazioni satellitari meno resilienti. Nel settore informatico, le capacità europee sono spesso detenute a livello nazionale, presentano livelli di sofisticazione disomogenei e sono meno integrate sistematicamente nella pianificazione operativa. Non sono in grado di sincronizzare gli effetti tra i domini – che è l’obiettivo per cui le MDO sono state progettate – allo stesso modo.

La lacuna meno discussa, ma più importante, è quella dell’esperienza. Gli Stati Uniti non solo schierano le risorse spaziali e cibernetiche più capaci della NATO, ma vantano anche la più solida esperienza istituzionale nella pianificazione, integrazione e impiego di tali risorse.

Le recenti operazioni in Iran e Venezuela dimostrano sia la capacità puramente operativa, sia l’abilità di coordinare gli effetti cibernetici, spaziali ed elettromagnetici con l’azione cinetica per interrompere le funzioni di comando, controllo e rilevamento prima e durante le operazioni di attacco. Le forze europee hanno molta meno esperienza in questi ambiti.

Laddove le operazioni multidominio (MDO) rese possibili dagli Stati Uniti consentono di creare effetti attraverso l’integrazione, dislocando un avversario mediante una pressione simultanea su più domini, una forza europea senza il supporto degli Stati Uniti sarebbe costretta a operazioni più lineari e tradizionali, limitate a un singolo dominio, rafforzando il più ampio spostamento dalle manovre a ritmo accelerato facilitate dall’integrazione verso forme di guerra più sequenziali e di logoramento, determinate da ciò che può essere visto, individuato e colpito fisicamente in uno spazio di battaglia più circoscritto.

Difesa aerea e missilistica integrata ed esposizione delle retrovie

La difesa aerea e missilistica integrata in Europa si basa in larga misura sulle capacità statunitensi, tra cui le installazioni Aegis Ashore in Romania e Polonia, supportate da unità navali statunitensi schierate in avanti e dotate di intercettori SM-3, e da sistemi di allerta precoce e tracciamento gestiti dagli Stati Uniti, tra cui BMEWS e reti radar avanzate come PAVE PAWS e LRDR. Questi sistemi forniscono la principale capacità di intercettazione di alto livello nel territorio europeo della NATO. Senza gli Stati Uniti, questo livello scomparirebbe di fatto, lasciando le forze europee dipendenti da sistemi di difesa aerea e missilistica terminali ( Patriot , SAMP/T, IRIS-T SLM) che, pur essendo efficaci, sono ottimizzati per ingaggi a bassa quota e in fase di volo, piuttosto che per la difesa missilistica balistica su vasta area, risultando ampiamente esposte, in particolare ai missili da crociera e ai droni d’attacco a senso unico.

Una conseguenza immediata sarebbe un significativo aumento della vulnerabilità delle infrastrutture nelle retrovie. Porti di sbarco, basi aeree, centri logistici, depositi di carburante e nodi di comando, già obiettivi prioritari nella dottrina russa, potrebbero essere colpiti più facilmente, soprattutto da droni d’attacco a lungo raggio, i cui arsenali sono in espansione, operanti insieme a missili balistici e da crociera.

La perdita di uno strato di intercettazione di livello superiore ridurrebbe anche le opportunità di ingaggio, comprimerebbe i tempi decisionali e aumenterebbe la probabilità che anche salve missilistiche limitate o pacchetti di attacchi misti possano ottenere effetti operativamente significativi. Questo non solo perché le risorse della NATO sarebbero prive di protezione, ma anche perché i flussi di traffico verso il teatro operativo, in particolare dall’Europa occidentale al fianco orientale, diventerebbero meno affidabili a fronte della persistente minaccia di missili e droni.

Ciò avrebbe implicazioni negative per la generazione e il mantenimento delle forze terrestri. I comandanti sarebbero costretti a presumere che i nodi chiave non possano essere difesi in modo continuativo e debbano invece essere gestiti come risorse disponibili in modo intermittente. L’efficienza logistica dovrebbe essere sacrificata per garantire la sopravvivenza, il che significherebbe punti di rifornimento più piccoli e più numerosi; un maggiore ricorso all’inganno e all’occultamento; e una maggiore dipendenza dalla mobilità e dagli spostamenti rapidi.

L’accumulo di scorte in posizione avanzata sarebbe più rischioso e la dipendenza dal supporto just-in-time sarebbe altrettanto precaria. L’effetto netto sarebbe una riduzione della resistenza e del ritmo operativo.

Anche le operazioni aeree ne risentirebbero. Le basi aeree, in particolare quelle nel raggio d’azione dei missili balistici di teatro, richiederebbero una maggiore dispersione, infrastrutture più robuste e capacità di riparazione rapida delle piste, nonché una maggiore protezione contro gli attacchi di missili da crociera e droni.

Il tasso di generazione di sortite diminuirebbe a causa della dispersione degli aerei in più località, la manutenzione diventerebbe di conseguenza più complessa e i requisiti di protezione delle forze aumenterebbero.

La ridotta capacità di coordinare un supporto aereo costante per le operazioni terrestri intensificherebbe il passaggio al fuoco di supporto da terra.

A livello operativo, le campagne dovrebbero essere concepite in modo diverso. Invece di concentrare la potenza di fuoco in prima linea e fare affidamento su retrovie sicure, le forze dovrebbero adottare una postura più distribuita in profondità nel teatro operativo.

La ridondanza diventerebbe una necessità piuttosto che una preferenza, con nodi di comando paralleli, vie di rifornimento alternative e molteplici aree di schieramento integrate nei piani fin dall’inizio.

Queste considerazioni favorirebbero un concetto operativo incentrato sulla negazione del territorio, sull’assorbimento degli attacchi e sulla continuità operativa sotto attacco, piuttosto che uno basato su retrovie protette che consentissero rapide manovre e sfruttamento.

L’erosione della difesa missilistica di livello superiore non solo esporrebbe le retrovie, ma annullerebbe completamente la distinzione tra fronte e retrovie, con le aree di supporto operativo e strategico soggette a una contesa continua.

Sostentamento industriale e riserva di munizioni

La guerra in Ucraina ha dimostrato con insolita chiarezza che un conflitto ad alta intensità dipende fondamentalmente tanto dalla profondità industriale quanto dalle prestazioni sul campo di battaglia. Munizioni di artiglieria, munizioni di precisione e intercettori per la difesa aerea sono stati consumati a ritmi di gran lunga superiori a quelli previsti nella pianificazione prebellica.

La capacità produttiva europea è in espansione, ma le scorte rimangono disomogenee, le catene di approvvigionamento frammentate e i tempi di rifornimento misurati in mesi anziché in settimane.

L’assenza degli Stati Uniti annullerebbe non solo ulteriori scorte, ma anche la capacità di risposta rapida, il supporto strategico e l’infrastruttura logistica che consente operazioni sostenute ad alta intensità, e metterebbe a dura prova i sistemi logistici della NATO, compreso il sistema di classificazione delle scorte NATO, che di fatto si basa sulla portata e sull’integrazione degli Stati Uniti.

A complicare ulteriormente la situazione, la produzione di armamenti russa si è adattata alle condizioni belliche e si è espansa significativamente, in particolare per quanto riguarda munizioni per artiglieria, droni e alcuni tipi di missili. Ciò ha creato un’asimmetria non solo nelle scorte, ma anche nella spesa sostenuta.

Una forza europea senza il supporto degli Stati Uniti si troverebbe quindi ad affrontare vincoli strutturalmente più stringenti sui tassi di consumo, soprattutto in categorie ad alta domanda come l’artiglieria da 155 mm, i razzi guidati e i missili intercettori per la difesa aerea.

Le recenti operazioni statunitensi e israeliane contro l’Iran hanno evidenziato la portata e l’intensità del consumo di munizioni nella guerra moderna. Le forze statunitensi e israeliane hanno impiegato grandi quantità di munizioni di precisione, attingendo al contempo in modo massiccio alle scorte di missili intercettori di fascia alta per difendere le forze e le infrastrutture critiche, esaurendo rapidamente le scorte nonostante una notevole capacità produttiva.

Ne consegue che la produttività industriale è diventata un fattore centrale nella pianificazione. La progettazione di campagne per una NATO limitata all’Europa dovrebbe tenere esplicitamente conto dei cicli di produzione, degli intervalli di rifornimento e dei limiti delle scorte nazionali.

La pianificazione del fuoco dovrebbe essere più selettiva e basata sulle priorità, mentre la difesa aerea e missilistica richiederebbe scelte difficili su quali risorse proteggere. Ciò avrebbe un impatto diretto sul ritmo e sull’ambizione operativa. Le operazioni ad alto consumo, in particolare le manovre di sfondamento che richiedono fuoco continuo, diventerebbero più difficili da realizzare.

I comandanti sarebbero incentivati a privilegiare la resistenza rispetto al ritmo, privilegiando operazioni graduali e ponderate, allineate con le tempistiche di rifornimento. Le pause operative, pianificate o impreviste, diventerebbero più precoci e frequenti in un contesto esclusivamente europeo. Per la pianificazione delle campagne, questo fattore ridurrebbe ulteriormente la distinzione tra fronte e retroguardia, limitando i flussi di rinforzi e supporto logistico e imponendo un approccio alle operazioni più distribuito e meno orientato al ritmo.

Disponibilità delle piattaforme

Oltre al consumo di munizioni, un vincolo distinto ma altrettanto importante risiede nel mantenimento di sistemi complessi. Le forze europee utilizzano un’ampia gamma di piattaforme e sottosistemi di origine statunitense che dipendono da catene di approvvigionamento gestite a livello globale, componenti specializzati, dati tecnici riservati e un supporto software continuo. L’esempio più lampante è quello dell’aviazione.

In tutte le flotte europee della NATO, le piattaforme, in particolare quelle di origine statunitense o che incorporano sistemi statunitensi come l’F-35 Lightning II, si basano su ecosistemi di supporto integrati, che includono la distribuzione di pezzi di ricambio, reti di manutenzione e aggiornamenti dei dati di missione. Senza un coinvolgimento mirato degli Stati Uniti, l’accesso a queste risorse sarebbe meno garantito.

Il risultato sarebbe una graduale erosione della prontezza operativa, con velivoli a terra per mancanza di pezzi di ricambio, cicli di riparazione più lunghi e un calo dell’efficacia dei sensori e della guerra elettronica. Ciò ridurrebbe il numero di sortite e limiterebbe la capacità di mantenere la pressione nel campo di battaglia.

Questo problema si estende alle forze terrestri e marittime. Il sistema MLRS M270, il sistema missilistico Patriot e il P-8 Poseidon si basano su ecosistemi simili. Anche per le piattaforme gestite dagli europei, componenti critici come le parti elettroniche per il controllo del tiro, i sistemi radar, gli elementi di guida e il software sono spesso vincolati ai cicli di fornitura e aggiornamento statunitensi.

Senza un accesso affidabile, i sistemi rimarrebbero in servizio, ma diventerebbero meno disponibili, integrati ed efficaci a causa dell’accumulo di arretrati di manutenzione e dell’allungamento dei cicli di riparazione, anche se i livelli iniziali delle forze apparissero intatti. Per le piattaforme che dipendono dalle catene di approvvigionamento globali e dai servizi dati controllati dagli Stati Uniti, le limitazioni di accesso non potrebbero essere facilmente superate, accelerando il declino dell’utilità. Anche l’integrazione tra i diversi domini si degrada a causa dei ritardi negli aggiornamenti di software e dati, riducendo l’efficacia nell’individuazione dei bersagli, nella difesa aerea e nella fusione di informazioni, sorveglianza e ricognizione (ISR).

Mentre la sensibilità industriale limita la quantità di forza che può essere applicata, la dipendenza dal mantenimento limita per quanto tempo i sistemi complessi possono rimanere efficaci. Insieme, limitano sia l’intensità che la durata delle operazioni.

Dissuasione ed escalation

La deterrenza nucleare è una componente fondamentale della pianificazione della difesa della NATO, sebbene le capacità nucleari siano distribuite tra diversi alleati.

Oltre all’arsenale strategico degli Stati Uniti, che “estende” la deterrenza al continente, le bombe nucleari “tattiche” statunitensi sono dislocate in cinque siti europei per essere trasportate da velivoli a duplice capacità.

Questi dispiegamenti avanzati sono considerati cruciali per la condivisione degli oneri nucleari dell’Alleanza e per la sua coesione complessiva.

Anche il Regno Unito e la Francia possiedono i propri arsenali nucleari nazionali, sebbene i livelli di integrazione e coordinamento con la missione nucleare della NATO varino.

In seno alla NATO, la politica e la pianificazione nucleare sono coordinate principalmente attraverso il Gruppo di pianificazione nucleare (Nuclear Planning Group), che comprende tutti gli alleati ad eccezione della Francia e funge da principale forum di consultazione sulla dottrina nucleare, la postura di difesa e la gestione dell’escalation.

L’attuale politica nucleare della NATO, definita nel Concetto strategico 2022 e nella Revisione della postura di deterrenza e difesa del 2012, collega esplicitamente la deterrenza convenzionale e quella nucleare in un quadro di escalation coerente.

Le forze nucleari statunitensi, comprese le armi dislocate in avanti nell’ambito degli accordi di condivisione nucleare, sostengono questo quadro sia attraverso le capacità militari che attraverso la comunicazione politica.

La rimozione delle armi nucleari schierate in avanti dagli Stati Uniti e delle garanzie di deterrenza estesa indebolirebbe la deterrenza nucleare della NATO, inducendo maggiore sensibilità e cautela, soprattutto per quanto riguarda gli attacchi a lungo raggio.

Oltre alla perdita in termini di dimensioni dell’arsenale, diversità di lancio e sistemi schierati in avanti, ciò avrebbe anche un impatto negativo sulle dinamiche di segnalazione.

Gli Stati Uniti hanno storicamente mantenuto capacità nucleari progettate per operare lungo diversi livelli della scala di escalation, mentre il Regno Unito e la Francia dispongono di arsenali più piccoli, concepiti per la deterrenza minima o garantita. Una questione chiave è quindi se una NATO europea cercherebbe di replicare elementi dell’architettura di escalation statunitense o se adotterebbe invece una postura di deterrenza più conservatrice e meno graduale, in linea con i nuovi vincoli.

La guerra tra Russia e Ucraina ha dimostrato che il rischio nucleare limita l’escalation a livello nucleare, ma non esclude una guerra convenzionale. In una NATO composta esclusivamente da paesi europei, la deterrenza convenzionale dovrebbe assumere un peso maggiore e la gestione dell’escalation diventerebbe più frammentata e disomogenea dal punto di vista politico, richiedendo un coordinamento sia in ambito nucleare che convenzionale tra un numero ristretto di potenze nucleari – Regno Unito e Francia – e una più ampia coalizione di alleati non nucleari.

Se da un lato il numero limitato di decisori in materia nucleare potrebbe semplificare alcuni aspetti del controllo, dall’altro concentrerebbe il rischio e ridurrebbe la flessibilità, soprattutto in assenza di capacità abilitanti e strutture di pianificazione su scala statunitense.

Soprattutto in un contesto di coalizione, la credibilità della deterrenza si basa non solo sulla capacità, ma anche sulla percepita unità di volontà politica.

Se gli Stati Uniti cessassero di fungere da ancora nucleare dell’Alleanza, la comunicazione diventerebbe più dispersa e potenzialmente più ambigua, aumentando il rischio di interpretazioni errate riguardo alle soglie e alle intenzioni.

La comunicazione si basa su dichiarazioni di intenti, sulla postura delle forze (inclusi prontezza operativa e dispersione), su esercitazioni nucleari e su limitate azioni militari convenzionali volte a comunicare la determinazione. Un arsenale più piccolo e meno diversificato, in particolare uno sbilanciato verso i sistemi navali, riduce le opzioni di comunicazione e quindi la capacità di attuare un’escalation graduale, ad esempio tramite velivoli a duplice capacità o sistemi schierati in posizione avanzata.

Le decisioni relative agli obiettivi per le armi convenzionali, soprattutto quelle che prevedono attacchi in profondità nel territorio russo, richiederebbero e rifletterebbero una maggiore sensibilità all’escalation. Senza la portata e la credibilità percepita della flessibilità statunitense in materia di escalation, gli Stati europei sarebbero meno fiduciosi di poter controllare l’escalation una volta che le forze europee avessero superato determinate soglie, come accadrebbe nell’esecuzione di attacchi sul territorio sovrano russo, attacchi a infrastrutture strategiche – come sistemi di fuoco a lungo raggio, sistemi di difesa aerea e nodi di comando e controllo – e operazioni che minacciano l’integrità e la sopravvivenza del regime. Incerti su come la Russia potrebbe interpretare e reagire a tali azioni in assenza del supporto statunitense alla NATO, i Paesi europei della NATO dovrebbero essere più cauti ed esercitare una supervisione politica più rigorosa sulle decisioni relative agli obiettivi. Gli attacchi contro obiettivi di alto valore potrebbero essere ritardati, limitati o evitati del tutto se il rischio di escalation fosse giudicato superiore al vantaggio operativo. Gli attacchi in profondità diventerebbero più selettivi, il che rafforzerebbe il carattere episodico di una campagna e l’enfasi sul combattimento ravvicinato, riflettendo un più ampio spostamento dal dominio dell’escalation alla cautela nell’escalation.

Dall’integrazione al coordinamento

Il sistema di comando della NATO viene spesso descritto in termini di “bandiere ai posti”, ovvero quali nazioni forniscono comandanti di alto livello per quali posizioni chiave. In pratica, questo va oltre la semplice condivisione degli oneri; è il modo in cui l’Alleanza funziona come un sistema bellico integrato.

Gli Stati Uniti non si limitano a contribuire con le proprie forze, ma sono il fulcro dell’architettura di comando, ricoprendo il ruolo di Comandante Supremo Alleato in Europa (SACEUR) e fornendo una quota sproporzionata di competenze, personale e capacità abilitanti che rendono praticabile il comando multinazionale. Sebbene il personale statunitense rappresenti solo una minoranza del personale totale all’interno del Comando Operativo Alleato, è concentrato nelle posizioni di comando di alto livello e nelle funzioni che integrano intelligence, individuazione degli obiettivi, cyber e capacità spaziali.

La questione, quindi, non è quanti effettivi siano presenti, ma cosa essi facilitino: ovvero, l’accesso alle capacità nazionali e la capacità di integrarle in un sistema operativo coerente, nonché l’autorità, l’esperienza e la comprovata capacità di comandare operazioni multidominio e multinazionali su vasta scala.

In assenza di personale statunitense, la sfida non consiste semplicemente nel coprire i posti vacanti, ma anche nel sostituire la funzione integrativa che questi svolgono e nell’assorbire lo sconvolgimento dell’equilibrio politico che il ritiro degli Stati Uniti provocherebbe.

Le nomine di alto livello conferiscono influenza sulla pianificazione operativa e sull’accesso alle capacità, e in assenza di un chiaro primus inter pares europeo , la competizione tra gli stati leader, in particolare Regno Unito, Francia, Germania e Polonia, si intensificherebbe per posizioni come quella di vice SACEUR e dei Comandi delle Forze Congiunte. Gli accordi di rotazione attualmente in vigore verrebbero politicizzati, con mandati potenzialmente più brevi e nomine plasmate più dal compromesso che dall’ottimizzazione operativa.

L’assenza di personale statunitense cambierebbe il modo in cui la NATO combatte a livello di comando, passando da un approccio di orchestrazione a uno basato su negoziazione e mediazione.

Il processo decisionale rallenterebbe, la pianificazione diventerebbe più sequenziale e l’integrazione tra i diversi ambiti operativi si deteriorerebbe. Questa coalizione più flessibile, pur essendo in grado di condurre operazioni congiunte, sarebbe meno efficace nel combattere come un sistema sincronizzato. Ciò contrasta con un principio fondamentale della guerra: l’unità di comando.

L’attuale struttura della NATO attenua il problema grazie a una chiara gerarchia ancorata alla leadership statunitense; senza di essa, l’autorità diventerebbe più diffusa, con molteplici centri di gravità nazionali che influenzerebbero la direzione operativa. Il rischio non è semplicemente un processo decisionale più lento, ma anche la presenza di priorità contrastanti e una progettazione delle campagne meno coerente. In tal senso, gli assetti di comando sono inseparabili dalla coesione politica. La capacità degli Stati europei di allinearsi politicamente diventa una variabile operativa che condiziona direttamente l’efficacia dell’impiego delle forze.

La coesione politica come variabile operativa

Non si può dare per scontato un consenso politico unitario in tutta la NATO europea. L’integrazione militare europea è stata storicamente condizionata dall’allineamento politico e, quando tale allineamento si incrina, l’efficacia operativa diminuisce.

Il crollo della Comunità europea di difesa nel 1954 ha dimostrato come le spinte verso la sovranità nazionale possano prevalere sull’integrazione anche dopo un accordo formale.

In Kosovo, gli alleati europei si sono trovati in disaccordo su obiettivi e escalation, persino sotto la chiara guida degli Stati Uniti. L’episodio più significativo si verificò alla fine della campagna, quando il comandante del SACEUR e della NATO, il generale Wesley Clark, ordinò alle forze britanniche di bloccare l’ingresso delle truppe russe all’aeroporto di Pristina. Il comandante britannico sul campo, il generale Mike Jackson, si rifiutò di eseguire l’ordine, affermando, a quanto pare, che non avrebbe “scatenato la Terza Guerra Mondiale” per una questione del genere.

Persino con un integratore dominante, in un contesto post-bellico relativamente permissivo, il giudizio nazionale ha prevalso sul comando dell’Alleanza.

Durante la campagna in Libia del 2011, emersero anche i limiti delle operazioni a guida europea. Sebbene l’intervento fosse passato sotto il comando della NATO nell’ambito dell’Operazione Unified Protector e fosse stato presentato come uno sforzo a guida europea, fin dall’inizio si basò sulle funzioni di supporto statunitensi.

Gli attacchi con missili Tomahawk statunitensi e britannici indebolirono rapidamente le difese aeree libiche e la neutralizzazione delle capacità di difesa aerea rimase in gran parte responsabilità americana. Le forze aeree europee condussero la maggior parte delle sortite d’attacco, ma persistettero dipendenze critiche dagli Stati Uniti per quanto riguarda l’intelligence, la sorveglianza e la ricognizione (ISR), il rifornimento in volo, la fornitura di munizioni di precisione e il supporto al puntamento. Con il progredire della campagna, diversi Stati europei si trovarono a corto di munizioni a guida di precisione, in particolare di varianti specializzate, il che mise sotto pressione l’efficacia e la velocità delle sortite. Le funzioni ISR, di rifornimento e di puntamento rimasero fortemente dipendenti dalle risorse statunitensi, limitando la capacità delle forze europee di sostenere autonomamente i cicli di puntamento. Gli attriti istituzionali e procedurali non fecero che peggiorare la situazione.

Pertanto, gli Stati Uniti continuarono a fornire risorse di supporto cruciali per tutta la durata della campagna, nonostante il carattere nominalmente europeo dell’operazione. Il risultato fu che, persino in un contesto permissivo contro un avversario relativamente debole, le forze europee faticavano a sostenere operazioni integrate ad alto ritmo senza il supporto degli Stati Uniti.

In assenza di un integratore dominante, il disaccordo politico diventa più difficile da assorbire e gestire.

Secondo la dottrina NATO, le operazioni multinazionali sono soggette al veto nazionale, basato su diverse interpretazioni del rischio, quadri giuridici e priorità di missione, che possono variare a seconda degli obiettivi, della geografia o della fase della campagna.

Anche quando le forze sono nominalmente sotto un unico comando, il comandante deve pianificare tenendo conto di questi vincoli, anziché darli per scontati. Soglie di escalation divergenti potrebbero limitare le opzioni di attacco in profondità.

Diverse tolleranze al rischio potrebbero inibire le operazioni aeree in spazi aerei contesi. Le riserve nazionali potrebbero limitare il ridispiegamento o il rinforzo oltre confine. La condivisione di informazioni di intelligence, soprattutto senza l’integrazione statunitense, potrebbe frammentare la consapevolezza della situazione.

Sebbene i processi di individuazione degli obiettivi siano standardizzati, le differenze nelle autorizzazioni e nelle autorità nazionali, in particolare per gli attacchi contro le forze russe che operano sul territorio di un altro alleato NATO, possono limitare la reattività e la gamma di opzioni a disposizione dei comandanti, causando cicli decisionali più lenti, autorità contestate e una minore coerenza della campagna.

In uno scenario di conflitto immediato, dove la densità di integrazione è già ridotta, la necessità di mantenere un consenso politico all’interno dell’Alleanza può aggravare i vincoli militari, soprattutto laddove le soglie e le autorizzazioni nazionali divergono.

Questi fattori, combinati con una ridotta fusione di informazioni, intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR), produrrebbero un modello di campagna conservativo e incentrato sulla negazione del conflitto, un vincolo stringente sul modo in cui la guerra viene combattuta.

Un possibile antidoto potrebbe essere rappresentato da sottocoalizioni più piccole e coese all’interno dell’Europa, non soggette al consenso dell’intera NATO.

La Joint Expeditionary Force a guida britannica, ad esempio, potrebbe servire da modello. La sua utilità, tuttavia, sarebbe probabilmente limitata. Sebbene possa migliorare la reattività, uno o più di questi gruppi non possono sostituire un unico sistema integrato.

Cambiamenti nel tempo

Se gli impegni europei nei confronti della NATO dovessero rimanere invariati e le attuali traiettorie di investimento mantenessero lo stesso ritmo, il modo di fare la guerra in Europa tra due o tre anni apparirebbe sostanzialmente diverso.

Le principali lacune inizierebbero a ridursi. Le flotte di F-35 sarebbero più dense, migliorando la sopravvivenza e l’integrazione dei sensori. Gli arsenali di fuoco a lungo raggio si espanderebbero, aumentando la capacità dell’Alleanza di influenzare la battaglia in profondità.

La produzione di munizioni aumenterebbe, allentando i vincoli sui tassi di consumo. Le costellazioni ISR, in particolare nello spazio, e i sistemi senza equipaggio migliorerebbero la persistenza e la copertura. Le scorte di munizioni e le capacità di guerra elettronica si rafforzerebbero, consentendo un più efficace indebolimento delle difese aeree avversarie.

L’effetto cumulativo sarebbe una maggiore resistenza, resilienza e integrazione. Le operazioni rimarrebbero meno robuste di quelle di una NATO pienamente supportata dagli Stati Uniti, ma meno fragili di quanto lo siano attualmente.

La progettazione delle campagne potrebbe includere una modellazione profonda più prolungata, una maggiore simultaneità tra i domini e un impiego delle forze più flessibile. La potenza aerea diventerebbe un contributo più costante alle operazioni congiunte, rafforzando l’interdipendenza tra i domini anziché agire come un contributo episodico.

Naturalmente, non tutti i vincoli si sviluppano alla stessa velocità. La produzione industriale può essere ampliata e le piattaforme acquisite, ma l’integrazione, l’esperienza di comando e la coesione politica si sviluppano più lentamente. Anche in un arco temporale del 2027, l’Europa probabilmente rimarrebbe meno in grado di sincronizzare gli effetti tra i diversi domini con la velocità e la portata attualmente consentite dagli Stati Uniti.

In termini di pura massa, la differenza a breve termine non è certo fatale. La NATO europea schiera un numero sufficiente di piattaforme e personale per contrastare un’offensiva russa. Ma la massa non è la misura cruciale. La sufficienza numerica sulla carta non si traduce in efficacia operativa.

Sebbene i vincoli identificati sopra non riducano il numero di carri armati o aerei disponibili, riducono la coerenza con cui tali piattaforme possono essere impiegate, il ritmo con cui generano effetti e la profondità con cui possono imporre costi. Nel tempo, tuttavia, una forza NATO europea inizialmente limitata dall’immediatezza e dalla scarsità diventerebbe più capace di sostenere e integrare la potenza di combattimento.

D’altro canto, la Russia non è un avversario statico, bensì adattivo, con una comprovata capacità di apprendere, rigenerarsi e adattarsi quando necessario.

Con il miglioramento delle capacità europee, le forze russe probabilmente risponderebbero sfruttando le asimmetrie residue in un contesto esclusivamente europeo.

Una minore integrazione dell’ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) incentiverebbe un maggiore utilizzo di dispersione, inganno e maskirovka (occultamento) per compromettere la precisione del puntamento, mentre i miglioramenti nella capacità di attacco in profondità e nella potenza aerea europea verrebbero contrastati da una maggiore integrazione della difesa aerea, della guerra elettronica e dell’occultamento operativo.

Allo stesso tempo, la strategia russa probabilmente aumenterebbe l’enfasi sul sondaggio al di sotto della soglia di una grave escalation attraverso attività informatiche, sabotaggio e attacchi limitati, al fine di individuare e sfruttare le diverse soglie, i limiti e le sensibilità politiche nazionali. Pertanto, l’evoluzione di un modo di fare la guerra di stampo europeo non sarebbe una semplice e lineare chiusura delle lacune, ma un processo disomogeneo di adattamento in cui i miglioramenti delle capacità si scontrerebbero con le contromisure.

Come l’Europa cercherebbe di vincere

Un modo di fare la guerra europeo senza gli Stati Uniti non si baserebbe su manovre rapide, profondi spostamenti o un dominio iniziale. Si fonderebbe invece su una teoria della vittoria più ponderata e deliberata: impedire un rapido successo russo, assorbire e smorzare l’offensiva iniziale e trasformare la guerra in un conflitto prolungato in cui la massa, la resilienza e la capacità industriale europee possano essere impiegate.

Non si tratta di una guerra di manovra come definita dalla dottrina NATO. È un approccio di logoramento incentrato sulla negazione, che sostituisce lo spostamento con la resistenza.

L’obiettivo immediato sarebbe quello di impedire alla Russia di ottenere una svolta operativa e di sfruttare i territori conquistati a fini strategici. Ciò richiederebbe alla NATO di mantenere il controllo dei territori chiave, preservare l’integrità delle forze e la coesione dell’Alleanza ed evitare il collasso sotto la pressione iniziale.

In pratica, questo privilegia la difesa in profondità, la dispersione, la ridondanza e le riserve operative rispetto ai tentativi di manovre decisive nelle prime fasi. L’obiettivo non è vincere rapidamente, ma evitare di perdere nelle prime fasi.

Da questo punto di vista, la campagna mirerebbe a imporre costi cumulativi nel tempo. Anche con limitazioni in termini di ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), attacchi in profondità e superiorità aerea, le forze europee manterrebbero una significativa potenza di fuoco, in particolare nell’artiglieria, nella difesa aerea e nelle formazioni corazzate. Applicata deliberatamente, questa strategia consentirebbe il progressivo deterioramento della potenza di combattimento russa, l’interruzione della logistica e l’usura delle forze di manovra.

L’enfasi sarebbe sulla pressione costante piuttosto che sugli effetti episodici: una campagna progettata per logorare piuttosto che per dislocare. Il fattore tempo è centrale in questa logica.

Una guerra più lunga permetterebbe agli europei di consolidare i vantaggi derivanti dal peso economico collettivo, dalla capacità industriale e dalla generazione di forze.

La produzione di munizioni potrebbe aumentare, si potrebbero creare e integrare ulteriori formazioni e le capacità di ISR e di attacco potrebbero espandersi. La Russia, al contrario, avrebbe bisogno di convertire i primi successi in successi strategici per scongiurare tali vantaggi. Negare questo esito potrebbe quindi essere decisivo.

Questo approccio si basa sulla coesione politica. La capacità di sostenere le operazioni, generare forze e gestire l’escalation nel tempo è inseparabile dall’unità e dall’efficacia dell’Alleanza.

La frammentazione minerebbe l’intero modello; la coesione, anche se imperfetta, consente la resistenza.

In queste condizioni, la vittoria non è definita da una rapida riconquista territoriale o da una manovra operativa decisiva, bensì dalla prevenzione del successo strategico russo, dall’esaurimento della sua capacità di sostenere operazioni offensive e dalla stabilizzazione del conflitto a condizioni che preservino l’integrità della NATO europea. La guerra che l’Europa dovrebbe combattere, in breve, non sarebbe una guerra di manovra e dislocazione. Sarebbe una guerra di negazione, di logoramento e di resistenza, che privilegia la sostenibilità alla velocità e mira a vincere nel tempo piuttosto che all’inizio.

Un modello di guerra europeo senza gli Stati Uniti sarebbe inequivocabilmente europeo, ma non necessariamente per scelta.

Sarebbe più difensivo, più incentrato sul territorio e più basato su attacchi a più livelli piuttosto che su incursioni profonde e integrate. Le operazioni tenderebbero a essere metodiche e di logoramento piuttosto che rapide e dislocanti.

Il comando si sposterebbe dall’orchestrazione al coordinamento basato sul consenso, con maggiore attrito tra le componenti nazionali e cicli decisionali più lenti. La conseguenza sarebbe una minore coerenza e capacità, compromettendo sia la credibilità della deterrenza che l’efficacia bellica.

Investimenti in sistemi d’attacco a lungo raggio, costellazioni ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), difesa aerea e missilistica integrata e architetture di comando e controllo attenuerebbero alcune delle vulnerabilità più acute. Ma non si tratta semplicemente di sfide logistiche. Richiedono un allineamento concettuale e un’integrazione operativa che storicamente l’Europa ha fornito grazie agli Stati Uniti. Finché l’Europa non svilupperà una propria architettura integrativa, un modo europeo di fare la guerra senza gli Stati Uniti sarà definito meno da ciò che l’Europa sceglierà di fare che da ciò che sarà in grado di fare

Questo articolo oltre che sul sito dell’IISS di Londra appare nel numero di giugno-luglio 2026 della rivista Survival: Global Politics and Strategy.

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