Poche ore dopo il bombardamento dei siti nucleari iraniani di Fordow, Natanz ed Esfahan, un grande drone MQ-4C “Triton” della Marina Militare degli Stati Uniti d’America ha effettuato una lunga missione di intelligence, sorveglianza e riconoscimento nello spazio aereo dello Stretto di Hormuz e del Golfo Persico.
Parte della rotta di volo del velivolo da guerra, registrato con il numero 169661 (nome in codice Overlord), è stata tracciata da ItaMilRadar, sito che documenta il traffico aereo militare nel Mediterraneo e in Medio Oriente.
“L’MQ-4C Triton di Us Navy – spiegano gli analisti di ItaMilRadar – ha sorvolato lo Stretto di Hormuz, l’Oman e gli Emirati Arabi nel corso della mattinata di domenica 22 giugno, probabilmente per monitorare le reazioni dell’Iran all’attacco dei bombardieri B-2 e garantire piena conoscenza di quanto accade alle forze navali USA presenti nell’area”.
Non è stato possibile identificare lo scalo di partenza e arrivo del velivolo senza pilota, ma il “Triton” numero 169661 è di norma assegnato dal Pentagono alla stazione aeronavale siciliana di Sigonella, nell’ambito del programma di “ampia sorveglianza aereo-marittima” BAMS (Broad Area Maritime Surveillance) nel Mediterraneo. Nello specifico si tratta di uno dei quattro MQ-4C “Triton” schierati a Sigonella dal 2024, in forza al locale distaccamento avanzato del 19° Squadrone di pattugliamento con aerei senza pilota di US Navy (VUP-19 squadron), con quartier generale a Jacksonville, Florida.
L’MQ-4C “Triton” è un drone a lungo raggio, basato sulla piattaforma dell’RQ-4 “Global Hawk”, versione “Block 20”, è stato prodotto dall’industria aerospaziale statunitense Nortrop Grumman. Rispetto alla versione “madre” entrata in funzione con l’US Air Force (anch’essa operativa dalla base di Sigonella), il nuovo velivolo monta una struttura alare rinforzata per volare in condizioni meteorologiche avverse e resistere maggiormente alla grandine, all’impatto con i volatili, ai fulmini e al ghiaccio.
Lungo 14,5 metri e con un’apertura alare di 39,9, il “Triton” può operare entro un raggio di 2.000 miglia nautiche dalla base di decollo, a un’altitudine massima di 18.288 metri e una velocità di crociera di 575 km/h. Il velivolo gode di un’autonomia di volo tra le 24 e le 30 ore consecutive. Nel corso di una sola missione i sofisticati sensori di bordo sono in grado di rilevare, classificare e tracciare obiettivi marittimi operanti in profondità monitorando fino ad una superficie di quattro milioni di miglia nautiche.
I velivoli schierati a Sigonella sono stabilmente impiegati in attività di intelligence, sorveglianza e riconoscimento nei cieli del Mediterraneo orientale e del Golfo Persico, a supporto delle operazioni belliche della flotta USA contro le milizie Houthi in Yemen e di quelle delle forze armate israeliane contro la popolazione palestinese a Gaza o in Libano, Siria, Yemen e Iran.
Gli analisti di ItaMilRadar avevano già tracciato due operazioni top secret dell’MQ-4C “Triton” con numero identificativo 169661M nel Mediterraneo orientale. La prima è avvenuta il 30 gennaio 2025; dopo il decollo da Sigonella il drone ha raggiunto le coste della Siria, per sorvolarle nel corso della notte e rientrare all’alba nella base siciliana. La seconda missione risale al 3 febbraio successivo; anche in questo caso dopo il decollo da Sigonella, il velivolo ha sorvolato tutta la notte i cieli della Siria.
“Il drone si è pure soffermato per un certo tempo sulle acque del Libano, operando esclusivamente nello spazio aereo internazionale e fuori dalla zona FIR di Beirut”, riportava ItaMilRadar. “Né durante il viaggio di andata, né in quello di ritorno è stato possibile osservare elementi specifici che lasciano pensare che abbia monitorato la flotta russa attualmente in navigazione nel Mediterraneo centrale. La presenza del Triton nella regione sottolinea l’importanza strategica assunta dal Mediterraneo orientale. Dato che le dinamiche geopolitiche continuano ad evolversi, la sorveglianza militare e la raccolta di informazioni rimangono fondamentali per le maggiori potenze in termini di sicurezza e controllo”.
Anche nella mattinata di oggi 23 giugno è stato monitorato il decollo da Sigonella di un drone RQ-4B “Global Hawk” di US Air Force (identificato con il numero 09-2049, nome in codice Forte10) che ha poi raggiunto lo spazio aereo tra l’isola di Cipro e l’Egitto. “Si tratta di una missione inusuale per un Global Hawk”, scrivono gli analisti di ItaMilRadar. “L’area del Mediterraneo orientale è la stessa dove sono state osservate numerose missioni dei pattugliatori P-8A Poseidon di US Navy, anch’essi schierati a Sigonella. Ciò che spicca questa volta è la relativa distanza della zona di pattugliamento dalle coste del Medio oriente, attività svolta di norma non dagli assetti aerei di US Air Force ma da quelli di US Navy. Mentre i droni MQ-4C della Marina USA operano specificatamente nel Mediterraneo, i Global Hawk dell’Aeronautica vengono impiegati comunemente sui cieli del Mar Nero e della Regione baltica. Non è ancora chiaro cosa ha catturato l’attenzione USA, ma la concentrazione delle recenti missioni in quest’area conferma il sempre maggiore interesse che essa riveste per Washington”.
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26/06/2025
26/06/2024
Guerra in Ucraina - È giallo su drone Usa partito da Sigonella e abbattuto dai russi
A dare notizia dell’abbattimento di un drone Usa sono stati due canali Telegram russi – “Military Informant” e “Fighterbomber” – ripresi dal quotidiano italiano La Stampa.
Per ammissione dello stesso giornale si tratta, nel primo caso, di uno dei canali telegram russi più informati su ciò che avviene nello spazio aereo e nell’aviazione russa. L’articolo cita così quanto riporta il canale : “Un caccia russo MiG-31 ha abbattuto un drone da ricognizione dell’aeronautica americana sul Mar Nero. Presumibilmente si tratta di un drone da ricognizione ad alta quota RQ-4B Global Hawk”. Poco dopo, il canale pubblica un aggiornamento: “Sì, l’incidente è stato ora confermato”.
Pochi minuti prima la stessa notizia era stata riportata dal canale Telegram “Fighterbomber”, ritenuto vicino al comando dell’aeronautica russa: “Congratulazioni a tutti i soggetti coinvolti. Bravi ragazzi! Stiamo aspettando ora l’ok degli Stati Uniti circa le “azioni non professionali. Ora c’è una maggiore turbolenza nel Mar Nero. Vediamo se è una cosa continuativa o se si è trattato di un evento irripetibile”.
Secondo l’articolo de La Stampa, in passato piuttosto raramente questi due canali hanno scritto cose men che informate.
Da fonti statunitensi ufficiali non c’è nessuna conferma dell’abbattimento. L’unica fonte che ne ha parlato, è il corrispondente di Reuters Idris Ali, che segue il Pentagono, citando un rappresentante anonimo del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Idris Ali ha scritto su X che “non si sono verificati incidenti sul Mar Nero” (ma poco dopo, il link che aveva postato risulta cancellato).
La questione è seria per almeno due motivi.
Domenica scorsa le schegge di un missile Atacms fornito dagli Usa, lanciato dagli ucraini sulla Crimea e intercettato dai russi, sono finite sulla spiaggia di Sebastopoli, uccidendo quattro bagnanti – tra cui tre bambini – e ferendone circa 150. Come noto le coordinate di tiro dei missili vengono "aggiunstate" nel corso dell'attacco propri dai droni in volo.
Mosca ha esplicitamente accusato per questo attacco gli Stati Uniti ed ha convocato l’ambasciatore statunitense avvisando che l’evento non sarebbe rimasto senza conseguenze. “Secondo il ministero della Difesa – riporta un comunicato ufficiale della Russia – sono stati usati missili americani Atacms, armati con bombe a grappolo per aumentare la loro letalità. Tutti i dati di volo sono stati inseriti da specialisti Usa sulla base dei loro dati di ricognizione satellitare e un drone da ricognizione americano Global Hawk era in volo nei cieli vicino alla Crimea”.
L’abbattimento diretto del drone – se verrà confermato – segna un salto di qualità, perché nei mesi scorsi l’aviazione russa si era limitata ad accecare un drone Usa con il lancio di carburante. Il drone era stato poi fatto precipitare dai comandi Usa nel Mar Nero per impedirne la cattura.
Il secondo motivo è il coinvolgimento dell’Italia. È infatti risaputo che questo tipo di droni vengono fatti decollare spesso dalla base italiana di Sigonella. Stando ai dati di Flightradar, negli ultimi due giorni solo un drone americano Global Hawk ha sorvolato il Mar Nero. Intorno alle 9 (ora di Mosca) di domenica 23 giugno – il giorno dell’attacco missilistico sulla Crimea – il drone è apparso sul radar nell’area dell’aeroporto militare di Sigonella, ma alle 6 del 24 giugno (ossia la mattina presto di lunedì) è regolarmente rientrato alla base.
Anche il settimanale statunitense Newsweek scrive che gli osservatori della guerra in Ucraina, tra cui l’analista di intelligence Oliver Alexander, hanno sottolineato su X che, nonostante le affermazioni del canale Telegram russo, i dati del radar di volo mostrano che l’ultimo volo visibile del drone spia “si è concluso con un atterraggio sicuro a Sigonella lunedì mattina”.
Rimane il fatto che il ruolo della base militare di Sigonella nell’uso dei droni statunitensi nel conflitto in Ucraina espone il territorio italiano alle possibili ritorsioni della Russia per gli attacchi missilistici sul proprio territorio. Ma i comandi degli Stati Uniti continuano ad utilizzare le loro basi in Italia per le proprie operazioni senza porsi alcun problema.
Il problema andrebbe posto, e seriamente, dall’Italia ma con un governo servile verso Washington come quello in carica appare difficile prevedere note di proteste o misure di protezione del territorio che infastidiscano l’operatività delle forze aeree statunitensi.
Fonte
Per ammissione dello stesso giornale si tratta, nel primo caso, di uno dei canali telegram russi più informati su ciò che avviene nello spazio aereo e nell’aviazione russa. L’articolo cita così quanto riporta il canale : “Un caccia russo MiG-31 ha abbattuto un drone da ricognizione dell’aeronautica americana sul Mar Nero. Presumibilmente si tratta di un drone da ricognizione ad alta quota RQ-4B Global Hawk”. Poco dopo, il canale pubblica un aggiornamento: “Sì, l’incidente è stato ora confermato”.
Pochi minuti prima la stessa notizia era stata riportata dal canale Telegram “Fighterbomber”, ritenuto vicino al comando dell’aeronautica russa: “Congratulazioni a tutti i soggetti coinvolti. Bravi ragazzi! Stiamo aspettando ora l’ok degli Stati Uniti circa le “azioni non professionali. Ora c’è una maggiore turbolenza nel Mar Nero. Vediamo se è una cosa continuativa o se si è trattato di un evento irripetibile”.
Secondo l’articolo de La Stampa, in passato piuttosto raramente questi due canali hanno scritto cose men che informate.
Da fonti statunitensi ufficiali non c’è nessuna conferma dell’abbattimento. L’unica fonte che ne ha parlato, è il corrispondente di Reuters Idris Ali, che segue il Pentagono, citando un rappresentante anonimo del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Idris Ali ha scritto su X che “non si sono verificati incidenti sul Mar Nero” (ma poco dopo, il link che aveva postato risulta cancellato).
La questione è seria per almeno due motivi.
Domenica scorsa le schegge di un missile Atacms fornito dagli Usa, lanciato dagli ucraini sulla Crimea e intercettato dai russi, sono finite sulla spiaggia di Sebastopoli, uccidendo quattro bagnanti – tra cui tre bambini – e ferendone circa 150. Come noto le coordinate di tiro dei missili vengono "aggiunstate" nel corso dell'attacco propri dai droni in volo.
Mosca ha esplicitamente accusato per questo attacco gli Stati Uniti ed ha convocato l’ambasciatore statunitense avvisando che l’evento non sarebbe rimasto senza conseguenze. “Secondo il ministero della Difesa – riporta un comunicato ufficiale della Russia – sono stati usati missili americani Atacms, armati con bombe a grappolo per aumentare la loro letalità. Tutti i dati di volo sono stati inseriti da specialisti Usa sulla base dei loro dati di ricognizione satellitare e un drone da ricognizione americano Global Hawk era in volo nei cieli vicino alla Crimea”.
L’abbattimento diretto del drone – se verrà confermato – segna un salto di qualità, perché nei mesi scorsi l’aviazione russa si era limitata ad accecare un drone Usa con il lancio di carburante. Il drone era stato poi fatto precipitare dai comandi Usa nel Mar Nero per impedirne la cattura.
Il secondo motivo è il coinvolgimento dell’Italia. È infatti risaputo che questo tipo di droni vengono fatti decollare spesso dalla base italiana di Sigonella. Stando ai dati di Flightradar, negli ultimi due giorni solo un drone americano Global Hawk ha sorvolato il Mar Nero. Intorno alle 9 (ora di Mosca) di domenica 23 giugno – il giorno dell’attacco missilistico sulla Crimea – il drone è apparso sul radar nell’area dell’aeroporto militare di Sigonella, ma alle 6 del 24 giugno (ossia la mattina presto di lunedì) è regolarmente rientrato alla base.
Anche il settimanale statunitense Newsweek scrive che gli osservatori della guerra in Ucraina, tra cui l’analista di intelligence Oliver Alexander, hanno sottolineato su X che, nonostante le affermazioni del canale Telegram russo, i dati del radar di volo mostrano che l’ultimo volo visibile del drone spia “si è concluso con un atterraggio sicuro a Sigonella lunedì mattina”.
Rimane il fatto che il ruolo della base militare di Sigonella nell’uso dei droni statunitensi nel conflitto in Ucraina espone il territorio italiano alle possibili ritorsioni della Russia per gli attacchi missilistici sul proprio territorio. Ma i comandi degli Stati Uniti continuano ad utilizzare le loro basi in Italia per le proprie operazioni senza porsi alcun problema.
Il problema andrebbe posto, e seriamente, dall’Italia ma con un governo servile verso Washington come quello in carica appare difficile prevedere note di proteste o misure di protezione del territorio che infastidiscano l’operatività delle forze aeree statunitensi.
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26/05/2023
Un drone USA partito da Sigonella sorvola la Crimea
Un drone Usa del tipo RQ-4 Global Hawk è partito dalla base Nato di Sigonella per una missione di ricognizione al largo della Crimea. Il drone ha attraversato gli spazi aerei europei per poi entrare sul Mar Nero. Si tratta di un aereo senza pilota che può restare in volo per 34 ore.
Da tempo la Nato effettua voli di ricognizione impiegando aerei-radar e droni, oltre che i satelliti, per monitorare la guerra in Ucraina e fornire informazioni utili alle forze armate di Kiev. Ma molti di questi voli di ricognizione con i droni, sin da febbraio 2022, partono proprio dalla base di Sigonella, in Italia, rendendola così uno stato co-belligerante.
Il drone viene infatti utilizzato come piattaforma Hale (High Altitude Long Endurance) per la raccolta di informazioni a supporto di operazioni militari in tutto il mondo. In combattimento, le sue capacità di sorveglianza consentono un più preciso puntamento delle armi.
Il Global Hawk, è prodotto dalla statunitense Northrop Grumman, può sorvegliare in un periodo di 24 ore fino a 100 mila chilometri quadrati di territorio. Il suo costo è di 222 milioni di dollari.
Il 14 marzo scorso un caccia russo Su-27 aveva intercettato e volato intenzionalmente vicino ad un drone USA del tipo Reaper scaricando carburante davanti al drone senza pilota accecandone gli strumenti di visione. Uno dei jet russi aveva poi danneggiato l’elica posteriore del Reaper che a quel punto era stato abbattuto sul Mar Nero dagli stessi statunitensi.
A ottobre dello scorso anno un drone statunitense partito dalla base militare di Sigonella, in Sicilia, stava vigilando l’attacco compiuto con droni dall’esercito ucraino sul porto della città di Sebastopoli, in Crimea. Secondo i dati del portale Flightradar24, un drone da ricognizione strategica statunitense RQ-4B-40 Global Hawk, era decollato dalla base aerea della NATO a Sigonella, vicino a Catania e si trovava nei pressi del confine con la penisola russa della Crimea durante l’attacco compiuto dall’esercito ucraino sul porto della città di Sebastopoli.
A febbraio le missioni di volo dei droni militari Global Hawk sono state diverse, la rotta di volo è appunto con partenza dalla base Nato di Sigonella per poi sorvolare Grecia, Bulgaria, Romania fino all’Ucraina, dove vengono svolte operazioni a tappeto di monitoraggio del territorio ucraino. Le missioni di volo dei droni militari RQ-4 Global Hawk hanno una durata di ben 14 ore, comandati ovviamente da remoto, tramite satellite e base a terra.
Fonte
Da tempo la Nato effettua voli di ricognizione impiegando aerei-radar e droni, oltre che i satelliti, per monitorare la guerra in Ucraina e fornire informazioni utili alle forze armate di Kiev. Ma molti di questi voli di ricognizione con i droni, sin da febbraio 2022, partono proprio dalla base di Sigonella, in Italia, rendendola così uno stato co-belligerante.
Il drone viene infatti utilizzato come piattaforma Hale (High Altitude Long Endurance) per la raccolta di informazioni a supporto di operazioni militari in tutto il mondo. In combattimento, le sue capacità di sorveglianza consentono un più preciso puntamento delle armi.
Il Global Hawk, è prodotto dalla statunitense Northrop Grumman, può sorvegliare in un periodo di 24 ore fino a 100 mila chilometri quadrati di territorio. Il suo costo è di 222 milioni di dollari.
Il 14 marzo scorso un caccia russo Su-27 aveva intercettato e volato intenzionalmente vicino ad un drone USA del tipo Reaper scaricando carburante davanti al drone senza pilota accecandone gli strumenti di visione. Uno dei jet russi aveva poi danneggiato l’elica posteriore del Reaper che a quel punto era stato abbattuto sul Mar Nero dagli stessi statunitensi.
A ottobre dello scorso anno un drone statunitense partito dalla base militare di Sigonella, in Sicilia, stava vigilando l’attacco compiuto con droni dall’esercito ucraino sul porto della città di Sebastopoli, in Crimea. Secondo i dati del portale Flightradar24, un drone da ricognizione strategica statunitense RQ-4B-40 Global Hawk, era decollato dalla base aerea della NATO a Sigonella, vicino a Catania e si trovava nei pressi del confine con la penisola russa della Crimea durante l’attacco compiuto dall’esercito ucraino sul porto della città di Sebastopoli.
A febbraio le missioni di volo dei droni militari Global Hawk sono state diverse, la rotta di volo è appunto con partenza dalla base Nato di Sigonella per poi sorvolare Grecia, Bulgaria, Romania fino all’Ucraina, dove vengono svolte operazioni a tappeto di monitoraggio del territorio ucraino. Le missioni di volo dei droni militari RQ-4 Global Hawk hanno una durata di ben 14 ore, comandati ovviamente da remoto, tramite satellite e base a terra.
Fonte
30/10/2022
Drone USA vola da Sigonella in Crimea nelle ore dell’attacco ucraino alla flotta russa
Offensiva ucraina contro la flotta russa a largo della città di Sebastopoli. Ancora incerto il numero delle unità navali colpite da missili e droni (forse anche subacquei); è stato tuttavia documentato il volo sulle acque prossime alla Crimea, nelle stesse ore, di un grande drone-spia Global Hawk della US Air Force decollato dalla base siciliana di Sigonella.
Il ruolo belligerante di NAS Sigonella è stato rivelato già in occasione dell’affondamento della nave ammiraglia della flotta russa, la fregata lanciamissili “Moskva” lo scorso 14 aprile, quando un pattugliatore Poseidon della US Navy di stanza in Sicilia seguì tutte le fasi dell’attacco ucraino, fornendo in particolare le coordinate nautiche della nave da guerra.
La Sicilia piattaforma di guerra USA e NATO nel Mar Nero...
Fonte
08/05/2022
Stati Uniti coinvolti pienamente nella guerra. Ma i giornali non lo devono scrivere
Le informazioni dell’intelligence Usa hanno aiutato le forze armate ucraine anche ad uccidere molti generali russi, fornendone la localizzazione dei loro quartieri generali mobili e dei loro spostamentii.
A rivelarlo è stato il New York Times citando come fonti alcuni alti funzionari statunitensi, ma mettendo in serissimo imbarazzo la Casa Bianca, la quale è stata costretta a intervenire per “mettere una pezza” di fronte a fatti che inevitabilmente portano all’escalation nella guerra con la Russia.
“È irresponsabile, le informazioni di intelligence sul campo di battaglia non sono state fornite agli ucraini con l’intento di uccidere generali russi“, ha affermato Adrienne Watson, portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale.
Finora l’amministrazione americana aveva confermato di condividere con Kiev informazioni di intelligence. Il capo dello stato maggiore congiunto Usa, generale Mark Milley, aveva confermato in una audizione al Senato che prima e durante l’invasione dell’Ucraina il Pentagono ha “aperto i rubinetti” e dato “informazioni significative” a Kiev.
Ma la Casa Bianca la considerava una forma sicura di aiuto perché invisibile o, almeno, negabile. Rendere pubblico che i dati sono utilizzati per eliminare parte dei vertici militari e della catena di comando russa aumenta invece il rischio di una allargamento del conflitto.
Tanto più dopo che il capo del Pentagono Lloyd Austin ha dichiarato che Washington “vuole vedere la Russia indebolita a tal punto che non possa più fare cose come quelle che ha fatto invadendo l’Ucraina“. Gli ufficiali ucraini sostengono di aver eliminato ben 12 generali russi al fronte, un numero che ha stupito gli esperti militari.
Le fonti del New York Times si sono rifiutate di specificare quanti generali siano stati uccisi grazie alle informazione dell’intelligence Usa e hanno sottolineato che non tutti i colpi sono stati effettuati con l’aiuto dell’intelligence americana; la quale, ad esempio, non avrebbe avuto alcun ruolo nel colpo tentato lo scorso fine settimana contro il capo di stato maggiore russo Valery Gerasimov, che però è riuscito a salvarsi.
Ma mentre la Casa Bianca stava cercando di gettare sabbia sullo scoop del New York Times, un’altra bordata è arrivata dal Washington Post, secondo il quale sono stati gli Usa a fornire all’Ucraina le informazioni d’intelligence che hanno consentito alle forze di Kiev di attaccare e affondare, oltre un mese fa, l’incrociatore Moskva, nave ammiraglia della flotta russa del Mar Nero.
L’attacco condotto dalle forze di Kiev contro una nave di capitale importanza per le forze russe, non sarebbe stato possibile senza l’assistenza degli Stati Uniti, spiegano le fonti, sottolineando quanto profondamente gli Usa siano coinvolti nel conflitto.
Tra l’altro il drone che ha fornito le coordinate agli ucraini risulterebbe essere partito dalla base Usa di Sigonella, in Italia.
Gli Usa si trincerano dietro la versione secondo cui, nonostante abbiano fornito informazioni sull’incrociatore Moskva, “non erano a conoscenza” della decisione dell’Ucraina di colpire la nave da guerra, ha spiegato un funzionario statunitense, precisando che il governo Usa condivide informazioni di ambito marittimo con l’Ucraina per aiutarla a difendersi dalle minacce.
L’indiscrezione del Washington Post si aggiunge così a quella diffusa dal New York Times e insieme definiscono uno scenario in cui gli Usa appaiono coinvolti direttamente nella guerra contro la Russia in Ucraina.
È uno scenario significativamente diverso e dalle conseguenze potenzialmente pesanti.
Fonte
A rivelarlo è stato il New York Times citando come fonti alcuni alti funzionari statunitensi, ma mettendo in serissimo imbarazzo la Casa Bianca, la quale è stata costretta a intervenire per “mettere una pezza” di fronte a fatti che inevitabilmente portano all’escalation nella guerra con la Russia.
“È irresponsabile, le informazioni di intelligence sul campo di battaglia non sono state fornite agli ucraini con l’intento di uccidere generali russi“, ha affermato Adrienne Watson, portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale.
Finora l’amministrazione americana aveva confermato di condividere con Kiev informazioni di intelligence. Il capo dello stato maggiore congiunto Usa, generale Mark Milley, aveva confermato in una audizione al Senato che prima e durante l’invasione dell’Ucraina il Pentagono ha “aperto i rubinetti” e dato “informazioni significative” a Kiev.
Ma la Casa Bianca la considerava una forma sicura di aiuto perché invisibile o, almeno, negabile. Rendere pubblico che i dati sono utilizzati per eliminare parte dei vertici militari e della catena di comando russa aumenta invece il rischio di una allargamento del conflitto.
Tanto più dopo che il capo del Pentagono Lloyd Austin ha dichiarato che Washington “vuole vedere la Russia indebolita a tal punto che non possa più fare cose come quelle che ha fatto invadendo l’Ucraina“. Gli ufficiali ucraini sostengono di aver eliminato ben 12 generali russi al fronte, un numero che ha stupito gli esperti militari.
Le fonti del New York Times si sono rifiutate di specificare quanti generali siano stati uccisi grazie alle informazione dell’intelligence Usa e hanno sottolineato che non tutti i colpi sono stati effettuati con l’aiuto dell’intelligence americana; la quale, ad esempio, non avrebbe avuto alcun ruolo nel colpo tentato lo scorso fine settimana contro il capo di stato maggiore russo Valery Gerasimov, che però è riuscito a salvarsi.
Ma mentre la Casa Bianca stava cercando di gettare sabbia sullo scoop del New York Times, un’altra bordata è arrivata dal Washington Post, secondo il quale sono stati gli Usa a fornire all’Ucraina le informazioni d’intelligence che hanno consentito alle forze di Kiev di attaccare e affondare, oltre un mese fa, l’incrociatore Moskva, nave ammiraglia della flotta russa del Mar Nero.
L’attacco condotto dalle forze di Kiev contro una nave di capitale importanza per le forze russe, non sarebbe stato possibile senza l’assistenza degli Stati Uniti, spiegano le fonti, sottolineando quanto profondamente gli Usa siano coinvolti nel conflitto.
Tra l’altro il drone che ha fornito le coordinate agli ucraini risulterebbe essere partito dalla base Usa di Sigonella, in Italia.
Gli Usa si trincerano dietro la versione secondo cui, nonostante abbiano fornito informazioni sull’incrociatore Moskva, “non erano a conoscenza” della decisione dell’Ucraina di colpire la nave da guerra, ha spiegato un funzionario statunitense, precisando che il governo Usa condivide informazioni di ambito marittimo con l’Ucraina per aiutarla a difendersi dalle minacce.
L’indiscrezione del Washington Post si aggiunge così a quella diffusa dal New York Times e insieme definiscono uno scenario in cui gli Usa appaiono coinvolti direttamente nella guerra contro la Russia in Ucraina.
È uno scenario significativamente diverso e dalle conseguenze potenzialmente pesanti.
Fonte
04/07/2020
Marines Usa della base di Sigonella impegnati a “diffondere il senso civico”?
Apprendiamo dal sito AMnotizie.it che «ha fatto tappa a Brolo il progetto di volontariato “Community Relations” che avieri e Marines americani della base militare di Sigonella svolgono in tutto il territorio siciliano per contribuire alla diffusione del senso civico.
Il progetto è volto anche alla promozione del centro brolese, oltre che a mantenere i rapporti di buon vicinato e all’integrazione interculturale, con i soldati del Corpo dei Marines arrivati in mattinata indossando abiti civili per occuparsi, insieme ai volontari locali, della pulizia del centro storico e della spiaggia».
Quindi ricapitolando i soldati statunitensi di stanza in Sicilia presso la base di Sigonella sarebbero impegnati con le popolazioni locali per «contribuire alla diffusione del senso civico».
Ma stiamo parlando dello stesso esercito che di fatto occupa l’Italia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale?
Parliamo dei soldati di quello Stato che ha lanciato bombe provocando morte e miseria in mezzo mondo?
Lo stesso Stato, gli USA, che attraverso la destabilizzazione golpista ha provocato lutti e miserie in mezzo mondo solo per spodestare governi non proni all’agenda imperiale?
I soldati di quell’esercito che si macchia quotidianamente di crimini indicibili?
L’esercito che ha praticato – e con ogni probabilità continua a farlo – la tortura contro i propri nemici?
Parliamo degli Stati Uniti che mantengono ancora aperto quel vero e proprio campo di concentramento in quel di Guantanamo a Cuba, dove continuano a occupare un pezzo dell’isola in maniera illegale?
Lo stesso paese che reprime in maniera brutale i propri cittadini scesi in piazza per protestare contro l’infame razzismo di cui è ancora permeata la società statunitense?
Può un siffatto esercito, espressione di un paese imperialista e neocolonialista, dare un contributo affinché venga sviluppato maggiore senso civico?
La risposta è, no grazie. Costoro non posseggono nemmeno senso umano, non hanno mai mostrato umanità, come possono contribuire «alla diffusione del senso civico»?
Fonte
Il progetto è volto anche alla promozione del centro brolese, oltre che a mantenere i rapporti di buon vicinato e all’integrazione interculturale, con i soldati del Corpo dei Marines arrivati in mattinata indossando abiti civili per occuparsi, insieme ai volontari locali, della pulizia del centro storico e della spiaggia».
Quindi ricapitolando i soldati statunitensi di stanza in Sicilia presso la base di Sigonella sarebbero impegnati con le popolazioni locali per «contribuire alla diffusione del senso civico».
Ma stiamo parlando dello stesso esercito che di fatto occupa l’Italia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale?
Parliamo dei soldati di quello Stato che ha lanciato bombe provocando morte e miseria in mezzo mondo?
Lo stesso Stato, gli USA, che attraverso la destabilizzazione golpista ha provocato lutti e miserie in mezzo mondo solo per spodestare governi non proni all’agenda imperiale?
I soldati di quell’esercito che si macchia quotidianamente di crimini indicibili?
L’esercito che ha praticato – e con ogni probabilità continua a farlo – la tortura contro i propri nemici?
Parliamo degli Stati Uniti che mantengono ancora aperto quel vero e proprio campo di concentramento in quel di Guantanamo a Cuba, dove continuano a occupare un pezzo dell’isola in maniera illegale?
Lo stesso paese che reprime in maniera brutale i propri cittadini scesi in piazza per protestare contro l’infame razzismo di cui è ancora permeata la società statunitense?
Può un siffatto esercito, espressione di un paese imperialista e neocolonialista, dare un contributo affinché venga sviluppato maggiore senso civico?
La risposta è, no grazie. Costoro non posseggono nemmeno senso umano, non hanno mai mostrato umanità, come possono contribuire «alla diffusione del senso civico»?
Fonte
06/01/2020
Da Vicenza via Aviano i marines verso l’Iraq
di Antonio Mazzeo - il manifesto
A 48 ore dal raid non è trapelata alcuna informazione sul paese da cui è decollato il veicolo senza pilota che ha sganciato i missili contro il convoglio partito dall’aeroporto della capitale irachena.
L’amministrazione Trump ha imposto il totale silenzio per evitare frizioni con i paesi partner in prima linea nelle operazioni di guerra con droni killer. Il governo italiano ipocritamente ha omesso di informare l’opinione pubblica e il Parlamento del ruolo chiave della base siciliana di Sigonella (smentita arrivata solo ieri, 5/1, ndr), da oltre un decennio piattaforma di lancio e centro strategico per le trasmissioni-guida dei veicoli senza pilota Usa.
Altrettanto deprecabile il tentativo di ridimensionare i rischi di eventuali ritorsioni per i militari italiani impegnati nelle missioni in Iraq, Afghanistan, Libano e Corno d’Africa; anche se i vertici delle forze armate hanno ordinato il rafforzamento delle misure di sicurezza e diffidano a pensare a eventuali ridimensionamenti dei contingenti schierati. Eppure, le ipotesi più credibili vedono tra gli scali militari da cui sarebbe partito l’attacco Usa, in particolare Kuwait City e Gibuti, istallazioni dove operano stabilmente reparti italiani.
Inoltre ancora a Gibuti imprese italiane private sono impegnate nelle opere di ampliamento delle piste e degli hangar in cui sono ospitati i Reaper Usa già utilizzati nei mesi scorsi in bombardamenti e omicidi extra giudiziari in Somalia, Yemen e Iraq.
Intanto le prime unità della 173° brigata aviotrasportata dell’esercito Usa di stanza a Vicenza (aeroporto Dal Molin e Camp Ederle) hanno già raggiunto l’Iraq via Aviano, base aerea strategica e nucleare della Us Air Force.
Prevedibile poi che l’escalation comporterà il trasferimento in Medio Oriente dei carri armati e delle munizioni stoccati nell’hub toscano di Camp Darby via Livorno e aeroscalo di Pisa. Le trasmissioni ai droni via Sigonella e Muos di Niscemi (CL), la mobilitazione di tutte le maggiori installazioni Usa e Nato in Italia, l’allarme rosso nelle basi operative delle forze armate in Medio Oriente e Africa, sono la prova evidente che la frontiera italiana si è proiettata ormai a ridosso di Teheran e Baghdad.
Fonte
A 48 ore dal raid non è trapelata alcuna informazione sul paese da cui è decollato il veicolo senza pilota che ha sganciato i missili contro il convoglio partito dall’aeroporto della capitale irachena.
L’amministrazione Trump ha imposto il totale silenzio per evitare frizioni con i paesi partner in prima linea nelle operazioni di guerra con droni killer. Il governo italiano ipocritamente ha omesso di informare l’opinione pubblica e il Parlamento del ruolo chiave della base siciliana di Sigonella (smentita arrivata solo ieri, 5/1, ndr), da oltre un decennio piattaforma di lancio e centro strategico per le trasmissioni-guida dei veicoli senza pilota Usa.
Altrettanto deprecabile il tentativo di ridimensionare i rischi di eventuali ritorsioni per i militari italiani impegnati nelle missioni in Iraq, Afghanistan, Libano e Corno d’Africa; anche se i vertici delle forze armate hanno ordinato il rafforzamento delle misure di sicurezza e diffidano a pensare a eventuali ridimensionamenti dei contingenti schierati. Eppure, le ipotesi più credibili vedono tra gli scali militari da cui sarebbe partito l’attacco Usa, in particolare Kuwait City e Gibuti, istallazioni dove operano stabilmente reparti italiani.
Inoltre ancora a Gibuti imprese italiane private sono impegnate nelle opere di ampliamento delle piste e degli hangar in cui sono ospitati i Reaper Usa già utilizzati nei mesi scorsi in bombardamenti e omicidi extra giudiziari in Somalia, Yemen e Iraq.
Intanto le prime unità della 173° brigata aviotrasportata dell’esercito Usa di stanza a Vicenza (aeroporto Dal Molin e Camp Ederle) hanno già raggiunto l’Iraq via Aviano, base aerea strategica e nucleare della Us Air Force.
Prevedibile poi che l’escalation comporterà il trasferimento in Medio Oriente dei carri armati e delle munizioni stoccati nell’hub toscano di Camp Darby via Livorno e aeroscalo di Pisa. Le trasmissioni ai droni via Sigonella e Muos di Niscemi (CL), la mobilitazione di tutte le maggiori installazioni Usa e Nato in Italia, l’allarme rosso nelle basi operative delle forze armate in Medio Oriente e Africa, sono la prova evidente che la frontiera italiana si è proiettata ormai a ridosso di Teheran e Baghdad.
Fonte
03/06/2019
Un secondo Muos per colpa dei topi
Nel Mediterraneo trasformato in cimitero c’è chi comunque è in grado di mettere su sistemi sofisticatissimi di telecomunicazioni. Dopo il Muos di Niscemi, verrà realizzato un altro megacentro di telecomunicazioni satellitari delle forze armate Usa. Costerà 77 milioni e 400 mila dollari. Dove? A Sigonella, una delle principali basi mondiali nota per le operazioni dei droni killer Usa.
Le motivazioni ufficiali del finanziamento? “Nel corso dei mesi invernali, gatti selvatici e ratti trovano ingresso nell’edificio attraverso le condotte e le tubature. Questi roditori strappano a morsi i cavi delle fibre ottiche, rompono gli isolanti dall’esterno e poi divorano le fibre...”
Dopo il MUOS di Niscemi, verrà realizzato in Sicilia un altro megacentro di telecomunicazioni satellitari delle forze armate Usa. Il Dipartimento della Difesa ha infatti chiesto al Congresso degli Stati Uniti d’America l’autorizzazione alla spesa di 77 milioni e 400 mila dollari per costruire all’interno della stazione aeronavale di Sigonella una “infrastruttura di telecomunicazione a più piani che comprenda pure una facility per le informazioni sensibili e riservate (Sensitive Compartmented Information Facility – SCIF)”.
“La nuova stazione di telecomunicazioni nella NAS – Naval Air Station di Sigonella consentirà di effettuare più sicure e affidabili telecomunicazioni vocali e dati, classificate e non classificate, alle unità navali, sottomarine, aeree e terrestri della Marina militare Usa, in supporto delle sue operazioni reali e delle esercitazioni in tutto il mondo, nonché a quelle della coalizione alleata che intervengono nei teatri operativi”, spiega il Pentagono nella richiesta di stanziamento fondi per l’anno fiscale 2019-2020.
“La nuova facility fornirà anche un’area per le telecomunicazioni satellitari, un’area per le attrezzature di sicurezza criptografica e per i sistemi meccanici e di generazione di energia elettrica. Questo progetto è finalizzato a rafforzare significativamente le capacità funzionali e il supporto operativo della base a favore dei sistemi strategici della Flotta Usa. L’installazione di terminali multibanda della Marina militare all’interno del nuovo edificio miglioreranno l’efficienza del sistema”.
Secondo la scheda progettuale presentata dal Dipartimento della Difesa, la nuova infrastruttura di Sigonella includerà oltre al centro di telecomunicazioni, alcune aree per la manutenzione e l’addestramento, spazi amministrativi, caveu di sicurezza e per la protezione del cablaggio, magazzini, un piano per le aree operative, una multimedia room con capacità di video-teleconferenza e un’area protetta interna.
“L’edificio verrà protetto contro tutte le interferenze elettromagnetiche e Tempest (in gergo militare le modalità di protezione e sicurezza dei materiali e delle apparecchiature di telecomunicazioni che emettono radiazioni elettromagnetiche – EMR, NdA)”, riporta il Dipartimento. “I sistemi di controllo dell’infrastruttura includeranno quelli per la cybersecurity in accordo con i criteri odierni previsti dalla Difesa. I sistemi informativi comprenderanno le apparecchiature per le telefonate di sicurezza e non, per la trasmissione dei dati classificati e non, per le comunicazioni televisive via cavo. Si prevedono inoltre apparecchiature per la radiofrequenza, le video-teleconferenze e la diffusione radio. Questo progetto risponderà alle caratteristiche di protezione anti-terrorismo, antisisma e antincendio, fornitura elettrica no stop, conversione delle frequenze, ecc.”.
Accanto al nuovo centro di telecomunicazioni sorgerà pure un parcheggio per 200 veicoli circa. Complessivamente le infrastrutture occuperanno una superficie di 6.607 metri quadri, contro i 2.685 metri quadri attualmente occupati dall’odierno centro di telecomunicazioni.
“Quando il nuovo progetto sarà completato, verranno demoliti alcuni edifici esistenti all’interno della base (si tratta di quelli identificati con i numeri 581, 585, 580, 579, 750, 580TR4, 580TR3 e 580TR2) e le funzioni che adesso vi sono ospitate saranno ricollocate nella nuova facility”, aggiunge il Dipartimento della Difesa.
L’assegnazione del contratto lavori è prevista entro l’agosto 2020, mentre la realizzazione dovrebbe concludersi entro l’aprile 2024.
“Le apparecchiature C4I ed elettroniche associate a questo progetto saranno fornite da altri capitoli finanziari”, spiegano i militari Usa. Nello specifico si prevede uno stanziamento aggiuntivo di 57 milioni di dollari entro il 2023. “La stazione di telecomunicazione esistente a NAS Sigonella è stata costruita nel 1966”, spiegano ancora i vertici militari Usa.
“L’edificio è di dimensioni assai ridotte e non soddisfa i bisogni delle odierne tecnologie. Sono stati effettuati adeguamenti negli anni nel tentativo di accrescere le capacità di telecomunicazione e ridurre i gap dei sistemi elettrici e meccanici. Per i frequenti ammodernamenti delle attrezzature di comunicazione e delle tecnologie informatiche, sono stati richiesti diversi lavori nei locali nella facility che hanno comportato alti costi e lo spreco di tempo utile. Con i costanti progressi nella tecnologia, ulteriori adeguamenti e nuovi spazi operativi saranno ancora richiesti. L’eventuale riconfigurazione dell’edificio esistente avrà come conseguenza la distribuzione inadeguata del personale e ulteriori costi aggiuntivi. Verrà inoltre limitato lo svolgimento delle attività operative della base e si comprometterà la rapidità delle sue missioni”.
Da qui, secondo il Pentagono, l’esigenza di provvedere immediatamente alla costruzione di un novo di centro di telecomunicazioni a Sigonella.
Davvero singolari poi le altre motivazioni addotte per giustificare il finanziamento del progetto. “L’inadeguatezza degli edifici esistenti causa carenza nella sicurezza dei locali”, spiega il Dipartimento Usa.
“Nel corso dei mesi invernali, gatti selvatici e ratti trovano ingresso nell’edificio attraverso le condotte e le tubature. Questi roditori strappano a morsi i cavi delle fibre ottiche, rompono gli isolanti dall’esterno e poi divorano le fibre, interrompendo così le comunicazioni. Inoltre essi diffondono germi e malattie in tutto l’edifico rendendolo insalubre. L’edificio è connesso inoltre al sistema fognario dell’Aeronautica militare italiana e spesso subisce gli effetti delle eventuali perdite e le acque nere traboccano al suo interno. L’area delle telecomunicazioni è connessa alla rete di distribuzione idrica dell’Aeronautica italiana. L’acqua non è potabile e non è utilizzabile neanche per lavarsi le mani, mentre la fornitura non è costante. È necessario acquistare così acqua imbottigliata per poter bere e lavarsi le mani”.
Come dire, cioè, che i piccoli roditori e le fogne di Sigonella mettono costantemente sotto scacco la potenza militare e nucleare più potente della Terra...
Dalla scheda progettuale si evince un altro dato a testimonianza che quello previsto a Sigonella non è un mero ammodernamento del centro di telecomunicazione esistente ma un suo rilevante potenziamento. Entro la fine del 2023, infatti, con la nuova facility il personale statunitense di stanza nella grande stazione aeronavale siciliana raggiungerà le 3.322 unità contro le 3.021 unità censite il 30 settembre 2018 (l’aumento previsto è dunque del 10 per cento).
Inoltre, il valore degli immobili di proprietà Usa a Sigonella, stimato lo scorso anno in 925.329.000 dollari, grazie ai progetti previsti nei prossimi quattro si attesterà a 1.260.087.000 dollari.
Rilevante anche la descrizione fatta dal Pentagono sulle principali funzioni svolte dalla grande base siciliana.
“Sigonella è la maggiore installazione della US Navy nel Mediterraneo centrale ed è utilizzata per il supporto logistico della Sesta Flotta e come base per lo schieramento degli aerei per la guerra ai sottomarini (ASW). A Sigonella è assegnato anche uno squadrone per il trasporto aereo della Marina nel teatro mediterraneo, per missioni di trasporto carichi a bordo delle unità navali in transito. La base opera in supporto ai velivoli tattici di stanza sulle portaerei, ai voli cargo dell’Air Mobility Command (AMC) e ai voli passeggeri del Military Airlift Command (MAC) dagli Stati Uniti d’America. Assicura inoltre l’interfaccia logistica con la vicina baia di Augusta, utilizzata quale pontile e deposito carburante e munizioni della Nato. Supporta infine gli squadroni elicotteri da combattimento e sorveglianza”.
I vertici militari di Washington omettono tuttavia di ricordare come NAS Sigonella sia da tempo pure una delle principali basi mondiali per le operazioni dei droni killer e d’intelligence delle forze armate Usa...
Fonte
Le motivazioni ufficiali del finanziamento? “Nel corso dei mesi invernali, gatti selvatici e ratti trovano ingresso nell’edificio attraverso le condotte e le tubature. Questi roditori strappano a morsi i cavi delle fibre ottiche, rompono gli isolanti dall’esterno e poi divorano le fibre...”
Dopo il MUOS di Niscemi, verrà realizzato in Sicilia un altro megacentro di telecomunicazioni satellitari delle forze armate Usa. Il Dipartimento della Difesa ha infatti chiesto al Congresso degli Stati Uniti d’America l’autorizzazione alla spesa di 77 milioni e 400 mila dollari per costruire all’interno della stazione aeronavale di Sigonella una “infrastruttura di telecomunicazione a più piani che comprenda pure una facility per le informazioni sensibili e riservate (Sensitive Compartmented Information Facility – SCIF)”.
“La nuova stazione di telecomunicazioni nella NAS – Naval Air Station di Sigonella consentirà di effettuare più sicure e affidabili telecomunicazioni vocali e dati, classificate e non classificate, alle unità navali, sottomarine, aeree e terrestri della Marina militare Usa, in supporto delle sue operazioni reali e delle esercitazioni in tutto il mondo, nonché a quelle della coalizione alleata che intervengono nei teatri operativi”, spiega il Pentagono nella richiesta di stanziamento fondi per l’anno fiscale 2019-2020.
“La nuova facility fornirà anche un’area per le telecomunicazioni satellitari, un’area per le attrezzature di sicurezza criptografica e per i sistemi meccanici e di generazione di energia elettrica. Questo progetto è finalizzato a rafforzare significativamente le capacità funzionali e il supporto operativo della base a favore dei sistemi strategici della Flotta Usa. L’installazione di terminali multibanda della Marina militare all’interno del nuovo edificio miglioreranno l’efficienza del sistema”.
Secondo la scheda progettuale presentata dal Dipartimento della Difesa, la nuova infrastruttura di Sigonella includerà oltre al centro di telecomunicazioni, alcune aree per la manutenzione e l’addestramento, spazi amministrativi, caveu di sicurezza e per la protezione del cablaggio, magazzini, un piano per le aree operative, una multimedia room con capacità di video-teleconferenza e un’area protetta interna.
“L’edificio verrà protetto contro tutte le interferenze elettromagnetiche e Tempest (in gergo militare le modalità di protezione e sicurezza dei materiali e delle apparecchiature di telecomunicazioni che emettono radiazioni elettromagnetiche – EMR, NdA)”, riporta il Dipartimento. “I sistemi di controllo dell’infrastruttura includeranno quelli per la cybersecurity in accordo con i criteri odierni previsti dalla Difesa. I sistemi informativi comprenderanno le apparecchiature per le telefonate di sicurezza e non, per la trasmissione dei dati classificati e non, per le comunicazioni televisive via cavo. Si prevedono inoltre apparecchiature per la radiofrequenza, le video-teleconferenze e la diffusione radio. Questo progetto risponderà alle caratteristiche di protezione anti-terrorismo, antisisma e antincendio, fornitura elettrica no stop, conversione delle frequenze, ecc.”.
Accanto al nuovo centro di telecomunicazioni sorgerà pure un parcheggio per 200 veicoli circa. Complessivamente le infrastrutture occuperanno una superficie di 6.607 metri quadri, contro i 2.685 metri quadri attualmente occupati dall’odierno centro di telecomunicazioni.
“Quando il nuovo progetto sarà completato, verranno demoliti alcuni edifici esistenti all’interno della base (si tratta di quelli identificati con i numeri 581, 585, 580, 579, 750, 580TR4, 580TR3 e 580TR2) e le funzioni che adesso vi sono ospitate saranno ricollocate nella nuova facility”, aggiunge il Dipartimento della Difesa.
L’assegnazione del contratto lavori è prevista entro l’agosto 2020, mentre la realizzazione dovrebbe concludersi entro l’aprile 2024.
“Le apparecchiature C4I ed elettroniche associate a questo progetto saranno fornite da altri capitoli finanziari”, spiegano i militari Usa. Nello specifico si prevede uno stanziamento aggiuntivo di 57 milioni di dollari entro il 2023. “La stazione di telecomunicazione esistente a NAS Sigonella è stata costruita nel 1966”, spiegano ancora i vertici militari Usa.
“L’edificio è di dimensioni assai ridotte e non soddisfa i bisogni delle odierne tecnologie. Sono stati effettuati adeguamenti negli anni nel tentativo di accrescere le capacità di telecomunicazione e ridurre i gap dei sistemi elettrici e meccanici. Per i frequenti ammodernamenti delle attrezzature di comunicazione e delle tecnologie informatiche, sono stati richiesti diversi lavori nei locali nella facility che hanno comportato alti costi e lo spreco di tempo utile. Con i costanti progressi nella tecnologia, ulteriori adeguamenti e nuovi spazi operativi saranno ancora richiesti. L’eventuale riconfigurazione dell’edificio esistente avrà come conseguenza la distribuzione inadeguata del personale e ulteriori costi aggiuntivi. Verrà inoltre limitato lo svolgimento delle attività operative della base e si comprometterà la rapidità delle sue missioni”.
Da qui, secondo il Pentagono, l’esigenza di provvedere immediatamente alla costruzione di un novo di centro di telecomunicazioni a Sigonella.
Davvero singolari poi le altre motivazioni addotte per giustificare il finanziamento del progetto. “L’inadeguatezza degli edifici esistenti causa carenza nella sicurezza dei locali”, spiega il Dipartimento Usa.
“Nel corso dei mesi invernali, gatti selvatici e ratti trovano ingresso nell’edificio attraverso le condotte e le tubature. Questi roditori strappano a morsi i cavi delle fibre ottiche, rompono gli isolanti dall’esterno e poi divorano le fibre, interrompendo così le comunicazioni. Inoltre essi diffondono germi e malattie in tutto l’edifico rendendolo insalubre. L’edificio è connesso inoltre al sistema fognario dell’Aeronautica militare italiana e spesso subisce gli effetti delle eventuali perdite e le acque nere traboccano al suo interno. L’area delle telecomunicazioni è connessa alla rete di distribuzione idrica dell’Aeronautica italiana. L’acqua non è potabile e non è utilizzabile neanche per lavarsi le mani, mentre la fornitura non è costante. È necessario acquistare così acqua imbottigliata per poter bere e lavarsi le mani”.
Come dire, cioè, che i piccoli roditori e le fogne di Sigonella mettono costantemente sotto scacco la potenza militare e nucleare più potente della Terra...
Dalla scheda progettuale si evince un altro dato a testimonianza che quello previsto a Sigonella non è un mero ammodernamento del centro di telecomunicazione esistente ma un suo rilevante potenziamento. Entro la fine del 2023, infatti, con la nuova facility il personale statunitense di stanza nella grande stazione aeronavale siciliana raggiungerà le 3.322 unità contro le 3.021 unità censite il 30 settembre 2018 (l’aumento previsto è dunque del 10 per cento).
Inoltre, il valore degli immobili di proprietà Usa a Sigonella, stimato lo scorso anno in 925.329.000 dollari, grazie ai progetti previsti nei prossimi quattro si attesterà a 1.260.087.000 dollari.
Rilevante anche la descrizione fatta dal Pentagono sulle principali funzioni svolte dalla grande base siciliana.
“Sigonella è la maggiore installazione della US Navy nel Mediterraneo centrale ed è utilizzata per il supporto logistico della Sesta Flotta e come base per lo schieramento degli aerei per la guerra ai sottomarini (ASW). A Sigonella è assegnato anche uno squadrone per il trasporto aereo della Marina nel teatro mediterraneo, per missioni di trasporto carichi a bordo delle unità navali in transito. La base opera in supporto ai velivoli tattici di stanza sulle portaerei, ai voli cargo dell’Air Mobility Command (AMC) e ai voli passeggeri del Military Airlift Command (MAC) dagli Stati Uniti d’America. Assicura inoltre l’interfaccia logistica con la vicina baia di Augusta, utilizzata quale pontile e deposito carburante e munizioni della Nato. Supporta infine gli squadroni elicotteri da combattimento e sorveglianza”.
I vertici militari di Washington omettono tuttavia di ricordare come NAS Sigonella sia da tempo pure una delle principali basi mondiali per le operazioni dei droni killer e d’intelligence delle forze armate Usa...
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24/04/2019
Da Sigonella in poi
La base siciliana è stata trasformata in uno dei maggiori centri del pianeta per il comando e il controllo dei velivoli senza pilota. A partire dai droni spia a quelli killer, cosa rappresenta oggi Sigonella?
Trump e Putin fanno sul serio? Siamo davvero tornati agli anni della Guerra fredda USA-URSS? Difficile rispondere, ma il “gioco” tra le due parti ha avuto l’effetto di rilanciare la corsa agli armamenti, primi fra tutti quelli nucleari, cancellando con un colpo di spugna i faticosi trattati contro la presenza dei missili atomici nel cuore dell’Europa. Di certo è che non c’è giorno ormai che non si assista alle provocazioni dei velivoli spia statunitensi alle frontiere occidentali della Russia, in Crimea e nel Mar Nero o alle segretissime sortite dei droni sui cieli dell’Ucraina e del Donbass.
L’Italia a parole si appella alla distensione e di certo non intende incrinare le relazioni con le transnazionali moscovite del gas e del petrolio; tuttavia interpreta un ruolo chiave nel supporto delle pericolosissime operazioni di guerra del fraterno alleato USA. Lo fa offrendo una piattaforma di lancio ai nuovi grandi pattugliatori dell’US Navy P-8A “Poseidon” o ai velivoli senza pilota “Global Hawk” che con le loro sofisticate apparecchiature monitorizzano ogni millimetro quadrato di casa Russia. Per il Pentagono la “piattaforma” ha un nome in codice: The Hub of the Med, il fulcro del Mediterraneo, cioè la grande stazione aeronavale di Sigonella che sorge a due passi dalla città di Catania, dove secondo gli accordi Roma-Washington, un’ampia porzione è riservata all’uso esclusivo delle forze armate USA.
Da tempi remoti Sigonella ospita permanentemente una forza aerea per tracciare il movimento navale e dei sottomarini russi nel Mediterraneo e delle unità aeree e terrestri dislocate in Siria. In queste settimane, nell’Hub of the Med, il via vai di droni, caccia, elicotteri e “Poseidon” è intensissimo. Nelle acque del basso Tirreno, dello Ionio e del Mediterraneo centrale è in corso una vasta esercitazione NATO dove si simula la caccia ai sottomarini nucleari “nemici” (Dynamic Manta 2019).
Giochi di guerra che trasformano la Sicilia in un grande poligono di morte, confermando quanto sostenuto da tempo dai pacifisti dell’Isola: Sigonella è un vero e proprio cancro in metastasi che diffonde ovunque basi, presidi e militarizzazioni.
Le esercitazioni USA e NATO dalla stazione aeronavale si propagano infatti alle sue dependance siciliane: il centro operativo USA di Pachino; Niscemi (impianti di telecomunicazioni satellitare e terminale MUOS); Augusta (porto di rifornimento di armi e gasolio per le unità da guerra e i sottomarini nucleari); gli scali aerei di Catania-Fontanarossa, Trapani-Birgi, Pantelleria e Lampedusa; i poligoni di Piazza Armerina e Punta Bianca (Agrigento), ecc..
Sigonella è tutto questo ed è altro. La base ospita oggi ben 34 comandi strategici con oltre 5.000 militari statunitensi; per importanza è il “secondo più grande comando militare marittimo al mondo dopo quello del Bahrain”, come spiega il Pentagono.
L’area geografica d’intervento è imponente: dall’Oceano Atlantico al Mediterraneo, dal continente africano all’Est Europa, al Medio oriente e al Sud est-asiatico. Dal sanguinoso conflitto in Vietnam non c’è stato scenario bellico in cui l’hub di Sigonella non ha esercitato un ruolo centrale: contro la Libia di Gheddafi negli anni ’80; in Libano nell’82; la prima e la seconda guerra del Golfo; i bombardamenti alleati in Kosovo e in Serbia nel 1999 e quelli in Afghanistan, Iraq e Siria nel XXI secolo; le campagne USA nelle regioni sub-sahariane e in Corno d’Africa; la liquidazione finale del regime libico del 2011 e gli odierni ripetuti raid in Cirenaica e Tripolitania con l’utilizzo dei famigerati droni-killer (nel solo periodo compreso tra l’agosto e il dicembre 2016, nel corso dell’offensiva contro le milizie filo-ISIS presenti nella città di Sirte, gli USA hanno effettuato ben 495 attacchi missilistici, il 60% dei quali grazie ai droni Reaper – falciatrici decollati in buna parte dalla Sicilia).
Negli ultimi anni la base siciliana è stata trasformata in uno dei maggiori centri del pianeta per il comando e il controllo dei velivoli senza pilota che hanno inesorabilmente modificato il senso stesso della guerra, automatizzandola e disumanizzandola sempre più. A Sigonella operano i droni spia e killer della marina e dell’aeronautica USA e da un anno circa anche l’UAS SATCOM Relay Pads and Facility per le telecomunicazioni via satellite e le operazioni di tutti i velivoli senza pilota della CIA e del Pentagono in ogni angolo della Terra.
La facility consente la trasmissione dei dati necessari ai piani di volo e di attacco dei nuovi sistemi di guerra, operando come “stazione gemella” del sito tedesco di Rammstein e del grande scalo aereo di Creech (Nevada). Entro l’estate 2019 a Sigonella diverrà operativo pure il sofisticato sistema di comando, controllo ed intelligence AGS (Alliance Ground Surveillance) della NATO, il programma più costoso della storia dell’Alleanza atlantica. L’AGS si articolerà in stazioni di terra fisse, mobili e trasportabili per la pianificazione e il supporto operativo alle missioni, più una componente aerea con cinque Global Hawk di ultima generazione.
Determinante pure il ruolo assunto nell’ambito dei programmi di supremazia nucleare degli Stati Uniti d’America. Segretamente, senza che mai il governo italiano abbia ritenuto doveroso informare il Parlamento e l’opinione pubblica, nel 2018 è entrato in funzione a Sigonella la Joint Tactical Ground Station (JTAGS), la stazione di ricezione e trasmissione satellitare del sistema di “pronto allarme” per l’identificazione dei lanci di missili balistici da teatro con testate nucleari, chimiche, biologiche o convenzionali.
Una specie di scudo protettivo tutt’altro che difensivo: grazie al controllo “preventivo” di ogni eventuale operazione missilistica “nemica” diventa praticabile scatenare il primo colpo nucleare evitando o limitando la ritorsione avversaria e dunque i pericoli della cosiddetta “Mutua distruzione assicurata” che sino ad oggi ha impedito l’olocausto atomico mondiale. Inoltre dal maggio 2001 nella base siciliana è stata trasferita una delle 15 stazioni terrestri del Global HF System, il sistema di comunicazioni in alta frequenza creato dalla US Air Force per integrare la rete del Comando aereo strategico e assicurare il controllo su tutti i velivoli e le navi da guerra. Uno degli aspetti più rilevanti del sistema GHF è quello relativo alla trasmissione degli ordini militari che hanno priorità assoluta, primi fra tutti i messaggi SkyKing che includono i codici di attacco nucleare.
Anche l’Unione europea e le agenzie per il controllo delle frontiere hanno puntato su Sigonella per potenziare le proprie attività di controllo e contrasto armato delle migrazioni nel Mediterraneo. Nella base siciliana sono stati dislocati infatti le unità e i velivoli con e senza pilota impiegati nell’ambito della forza aeronavale EunavforMed (Operazione Sophia); dal settembre 2013, lo scalo siciliano fornisce inoltre il supporto tecnico-operativo ai diversi assetti di Frontex provenienti da alcuni paesi Ue (Operazione Triton).
Anche l’Aeronautica italiana ha contribuito attivamente nella trasformazione di Sigonella in base strategica della nuova guerra totale ai migranti e alle migrazioni. Qui è stato costituito in particolare il 61° Gruppo Volo Ami, dotato di droni MQ-1C “Predator”, allo scopo di “consolidare e rafforzare il dispositivo di sicurezza nazionale per l’attività di sorveglianza nell’area del Mediterraneo”. Da un anno anche il 41° Stormo Antisom di Sigonella ha un suo nuovo sistema d’arma ultratecnologico: il pattugliatore marittimo ognitempo P-72A, che gli strateghi sperano di utilizzare presto a supporto delle proiezioni a tutto campo delle forze armate italiane.
Dulcis in fundo, nella stazione siciliana è stato istituito lo Squadrone Carabinieri Eliportato Cacciatori Sicilia con un ampio ventaglio di funzioni: “l’antiterrorismo, la ricerca dei grandi latitanti di Cosa Nostra, la prevenzione e la repressione dei reati, il concorso nel soccorso in caso di pubbliche calamità, ecc.”. Interventi che riproducono quella nuova condizione di hot peace, cioè il “trasferimento di competenze dal settore civile alle istituzioni militari” ampiamente descritto dalla ricercatrice tedesca Jacqueline Andres Carlo in un suo recente saggio su The Hub of The Med. Una lettura della geografia militare statunitense in Sicilia (editore Sicilia Punto L).
“Operazioni diverse dalla guerra, ma che nei fatti sono vere e proprie nuove forme e azioni di guerra sotto i comandi delle forze armate italiane, Ue, USA e NATO”, spiega Andres Carlo. “Così come l’avanzamento della guerra all’immigrazione irregolare fino alle misure prese nei confronti del terrorismo marittimo ha avuto come ulteriore conseguenza l’assoggettamento dell’intero Mediterraneo alle politiche di securizzazione e sorveglianza quasi assoluta degli spazi pubblici…”.
Sigonella si erge ad emblema delle moderne dottrine sui conflitti: globali, totalizzanti, onnicomprensivi, dove il “nemico” è ovunque e può essere chiunque. Dove gli spazi di espressione, libertà e agibilità politica degli stessi cittadini si riducono a zero e il pianeta accelera la sua folle corsa verso il baratro e l’annientamento di ogni forma di vita.
Antonio Mazzeo, Articolo pubblicato in Mosaico di Pace, n. 4, aprile 2019
Fonte
11/12/2017
L’aeroporto di Catania ostaggio della base Usa e Nato di Sigonella
Cosa accade al movimento aereo dell’aeroporto internazionale di Catania? Perché così pochi voli in entrata e in uscita?
“Attualmente – si legge in una nota della SAC, la società che gestisce l’aeroporto di Catania – la criticità bloccante è determinata dal sistema del controllo del traffico aereo”, cioè dal coordinamento tra la torre di controllo gestita da Enav e l’Aeronautica militare. In questo “coordinamento”, secondo la SAC, il traffico aereo dell’aeroporto catanese risulta fortemente penalizzato, considerato che l’Aeronautica militare consente un massimo di 20 voli ogni ora, in entrata e in uscita, che interessano l’aeroporto di Catania e quello di Comiso, nel ragusano. E il numero di 20 voli viene drasticamente ridotto in alcune fasce orarie: 9 voli l’ora, fra i due aeroporti, dalle ore 21 alle 7.
Perché l’aeronautica militare italiana impone questi movimenti?
Ufficialmente, il problema di tale situazione è causato “dalla indisponibilità di sufficiente numero di risorse nell’ufficio dell’Aeronautica Militare, ubicato a Sigonella e adibito a funzione di CTR, Control Traffic Region”. Quindi, l’Aeronautica Militare dovrebbe avere più controllori di volo sull’aeroporto di Sigonella. Attualmente, il radar in dotazione a Sigonella per il traffico degli aeroporti del sud-est siciliano è obsoleto.
Un nuovo radar ha un costo di non meno 5 milioni di euro, costo che il sindaco di Catania, Enzo Bianco(PD), vorrebbe risolvere chiedendolo alla Regione Siciliana, che, a sua volta, attingerebbe da fondi europei.
Ma è questa la vera ragione della “criticità” dell’aeroporto di Catania?
La verità è così drammaticamente palese, che in confronto i 50 milioni di euro di denaro pubblico che Bianco vorrebbe traferire all’Aeronautica militare, sono una barzelletta!
Infatti, c’è il tentativo, dalla SAC a Bianco, di nascondere questa verità, come denuncia il giornalista pacifista e antimafioso Antonio Mazzeo: “ Tutti insieme amichevolmente per occultare le vere ragioni della riduzione dei voli civili negli aeroporti di Catania e Comiso: l’iperdronizzazione della base Usa e Nato di Sigonella!
Sigonella, capitale mondiale dei droni da guerra, base avanzata per le forze speciali e di pronto intervento USA e NATO e, da oggi, anche centro strategico per i programmi di supremazia nucleare planetaria delle forze armate degli Stati Uniti d’America. Segretamente, senza che mai il governo italiano abbia ritenuto doveroso informare il Parlamento e l’opinione pubblica, nella grande stazione siciliana di Sigonella la Joint Tactical Ground Station (JTAGS), la stazione di ricezione e trasmissione satellitare del sistema di “pronto allarme” USA per l’identificazione dei lanci di missili balistici con testate nucleari, chimiche, biologiche o convenzionali. Una specie di “scudo protettivo” tutt’altro che difensivo: i moderni dottor Stranamore del Pentagono puntano infatti al controllo “preventivo” di ogni eventuale operazione missilistica nemica per poter scatenare il “primo colpo” nucleare evitando qualsiasi ritorsione da parte dell’avversario e dunque i limiti-pericoli della cosiddetta “Mutua distruzione assicurata” che sino ad ora ha impedito l’olocausto nucleare”.
“Rilanciamo – dichiara Luca Cangemi (PCI) – la denuncia di Antonio Mazzeo: I limiti dei voli civili su Catania dipendono dalle attività delle forze armate USA a Sigonella, in particolare i voli dei droni. Da anni diciamo che Sigonella è un ostacolo diretto allo sviluppo civile di una larga area della Sicilia”.
Altro che radar obsoleto dell’Aereonautica militare!
Fonte
“Attualmente – si legge in una nota della SAC, la società che gestisce l’aeroporto di Catania – la criticità bloccante è determinata dal sistema del controllo del traffico aereo”, cioè dal coordinamento tra la torre di controllo gestita da Enav e l’Aeronautica militare. In questo “coordinamento”, secondo la SAC, il traffico aereo dell’aeroporto catanese risulta fortemente penalizzato, considerato che l’Aeronautica militare consente un massimo di 20 voli ogni ora, in entrata e in uscita, che interessano l’aeroporto di Catania e quello di Comiso, nel ragusano. E il numero di 20 voli viene drasticamente ridotto in alcune fasce orarie: 9 voli l’ora, fra i due aeroporti, dalle ore 21 alle 7.
Perché l’aeronautica militare italiana impone questi movimenti?
Ufficialmente, il problema di tale situazione è causato “dalla indisponibilità di sufficiente numero di risorse nell’ufficio dell’Aeronautica Militare, ubicato a Sigonella e adibito a funzione di CTR, Control Traffic Region”. Quindi, l’Aeronautica Militare dovrebbe avere più controllori di volo sull’aeroporto di Sigonella. Attualmente, il radar in dotazione a Sigonella per il traffico degli aeroporti del sud-est siciliano è obsoleto.
Un nuovo radar ha un costo di non meno 5 milioni di euro, costo che il sindaco di Catania, Enzo Bianco(PD), vorrebbe risolvere chiedendolo alla Regione Siciliana, che, a sua volta, attingerebbe da fondi europei.
Ma è questa la vera ragione della “criticità” dell’aeroporto di Catania?
La verità è così drammaticamente palese, che in confronto i 50 milioni di euro di denaro pubblico che Bianco vorrebbe traferire all’Aeronautica militare, sono una barzelletta!
Infatti, c’è il tentativo, dalla SAC a Bianco, di nascondere questa verità, come denuncia il giornalista pacifista e antimafioso Antonio Mazzeo: “ Tutti insieme amichevolmente per occultare le vere ragioni della riduzione dei voli civili negli aeroporti di Catania e Comiso: l’iperdronizzazione della base Usa e Nato di Sigonella!
Sigonella, capitale mondiale dei droni da guerra, base avanzata per le forze speciali e di pronto intervento USA e NATO e, da oggi, anche centro strategico per i programmi di supremazia nucleare planetaria delle forze armate degli Stati Uniti d’America. Segretamente, senza che mai il governo italiano abbia ritenuto doveroso informare il Parlamento e l’opinione pubblica, nella grande stazione siciliana di Sigonella la Joint Tactical Ground Station (JTAGS), la stazione di ricezione e trasmissione satellitare del sistema di “pronto allarme” USA per l’identificazione dei lanci di missili balistici con testate nucleari, chimiche, biologiche o convenzionali. Una specie di “scudo protettivo” tutt’altro che difensivo: i moderni dottor Stranamore del Pentagono puntano infatti al controllo “preventivo” di ogni eventuale operazione missilistica nemica per poter scatenare il “primo colpo” nucleare evitando qualsiasi ritorsione da parte dell’avversario e dunque i limiti-pericoli della cosiddetta “Mutua distruzione assicurata” che sino ad ora ha impedito l’olocausto nucleare”.
“Rilanciamo – dichiara Luca Cangemi (PCI) – la denuncia di Antonio Mazzeo: I limiti dei voli civili su Catania dipendono dalle attività delle forze armate USA a Sigonella, in particolare i voli dei droni. Da anni diciamo che Sigonella è un ostacolo diretto allo sviluppo civile di una larga area della Sicilia”.
Altro che radar obsoleto dell’Aereonautica militare!
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06/02/2017
Drone USA da Sigonella su Transnistria e Donbass
Dopo la telefonata Trump-Porošenko di sabato notte, Kiev ha deciso di intensificare l'attacco al Donbass. La verosimile interruzione dei finanziamenti USA, pare aver spinto i vertici golpisti a gettare tutte le loro ultime risorse nel tentativo di conquistare posizioni decisive e costruire una testa di ponte per un attacco in grande stile alle Repubbliche popolari. Ignorando platealmente le disposizioni degli accordi di Minsk sul ritiro delle armi pesanti, queste vengono sempre più ammassate a ridosso della linea del fronte. Poche informazioni stamani dai punti più caldi del fronte settentrionale della DNR, mentre da ieri sera sono in corso forti bombardamenti nella parte meridionale, in particolare su Sakhanka, Leninskoe e Kominternovo. Presumibilmente verso quest'ultima località si stavano dirigendo una lunga colonna di mezzi blindati e tre battaglioni neonazisti di “Azov”, visti transitare nelle prime ore di stamani per le strade di Mariupol.
Già nella serata di ieri, il comando delle milizie della DNR aveva diffuso una dichiarazione urgente sul dispiegamento di forti contingenti di truppe ucraine e mezzi corazzati, oltre a 2 batterie missilistiche “Točka-U” nell'area di Avdeevka e altre 6 in quella di Novobakhmutovka, nella previsione di un attacco lungo tutto il fronte, concentrando i colpi sulle direttrici di Donetsk (bersagliata ininterrottamente da ieri pomeriggio) e di Mariupol. Nel comunicato rilasciato dal vice comandante di corpo delle milizie, Eduard Basurin, si parlava anche di distaccamenti della Guardia nazionale dislocati nell'area di Volnovakha; all'opera anche cecchini: un miliziano della DNR è rimasto ucciso. Tornato in prima linea, a capo di due compagnie neonaziste, anche l'ex capo di “Pravyj Sektor” Dmitryj Jaroš. Eduard Basurin ha lanciato un appello alle forze ucraine, perché prendano coscienza dei veri obiettivi della “criminale dirigenza militare-politica” golpista, preoccupata solo dei propri interessi e di quelli degli oligarchi ucraini, e si schierino quindi dalla parte delle milizie del Donbass.
E' di poche ore fa la notizia diffusa da novorosinform.org, secondo cui un drone strategico statunitense RQ-4A Global Hawk “UAVGH000” avrebbe sorvolato per dieci ore la linea di separazione tra milizie e forze ucraine a un'altezza di quindicimila metri. Dato che il Global Hawk è in grado di esplorare un'area fino a 300 km, il drone ha potuto osservare l'intero territorio di DNR e LNR e anche la regione russa confinaria, chiarendo dunque la reale dislocazione delle forze in campo. Il drone sarebbe decollato da Sigonella, sorvolando la Romania a nord della Moldavia, proseguendo poi verso est sopra le regioni di Kirovograd e Dnepropetrovsk, fino alla regione di Donetsk.
Il Global Hawk può aver dunque esplorato anche la situazione nell'altra area che, secondo l'Osce, è ai primi posti delle “preoccupazioni” europee per le tensioni sul vecchio continente: la “guerra congelata” in Transnistria. Appena sabato scorso, l'attuale capo dell'Osce, il Ministro degli esteri austriaco Sebastian Kurz, si è incontrato coi neo presidenti di Moldavia e di Transnistria, Igor Dodon e Vadim Krasnoselskij.
Il leader del Partito Socialista e nuovo presidente moldavo, Igor Dodon, dopo alcune dichiarazioni all'apparenza distensive, sembra orientarsi ora sempre più decisamente per il reintegro della Tansnistria nella compagine moldava, pur con uno status speciale, prospettiva cui si oppone la leadership di Tiraspol. Sarebbe questo il succo dei colloqui di sabato scorso tra Dodon e Kurz a Kišinëv. La Transnistria, abitata per oltre il 60% da russi e ucraini, raggiunse l'indipendenza dalla Moldavia (in cui all'epoca erano fortissime le spinte all'unione con la Romania) nel 1992 e da allora, riconosciuta solo da Mosca, vive in una situazione di “non guerra” con Kišinëv, pur se negli ultimi tempi Tiraspol ha lanciato ripetuti allarmi su una possibile intesa tra la stessa Kišinëv e Kiev, per cercare di soffocarne l'indipendenza.
Da parte sua, il primo ministro moldavo Pavel Filip, ha auspicato un approfondimento del processo negoziale secondo il formato “5+2” (colloqui diretti Moldavia-Transnistria, con la mediazione di Russia, Ucraina, Osce e la presenza di osservatori USA e UE), dicendosi contrario alla proposta del Partito socialista e di Dodon sulla federalizzazione del paese.
Kurz si è poi incontrato anche a Tiraspol col presidente Vadim Krasnoselskij, che difende la piena indipendenza dalla Moldavia e l'unione alla Russia, ribadite dal referendum del 2006. Kurz ha insistito sul rafforzamento della “fiducia reciproca tra le due sponde del Dnestr”, ribadendo quale “percorso corretto, più che la federalizzazione, quello dello status speciale concesso alla Transnistria, nel contesto di sovranità e integrità territoriale della Moldavia”.
Sul fronte più esterno dei confini moldavi, Igor Dodon comincia oggi una due-giorni a Bruxelles che prevede colloqui sui rapporti bilaterali tra Kišinëv e Commissione Europea, Consiglio UE e Nato, in particolare per l'accordo di associazione sottoscritto due anni fa dalla precedente leadership moldava e che, mentre ha precluso il mercato russo alle merci moldave (per i dazi imposti da Mosca), non ha visto alcun aumento di export verso i paesi UE. Alla vigilia del viaggio, Dodon ha detto che potrebbe sottoporre l'accordo a referendum, ricordando che in Moldavia i fautori dell'eurointegrazione sono precipitati dal 70% del 2009 al 39% attuale, mentre sarebbe ora del 44% il numero dei sostenitori dell'integrazione all'Unione economica eurasiatica, con cui il presidente si appresterebbe a sottoscrivere un memorandum di collaborazione.
Riguardo i rapporti tra Moldavia, paese neutrale e Nato, Dodon avrebbe intenzione di chiedere a Jens Stoltenberg di rinunciare all'apertura di un ufficio di collegamento (il relativo protocollo è stato firmato lo scorso dicembre tra Stoltenberg e il premier moldavo Pavel Filip), da molti temuto quale primo passo dell'ingresso nell'Alleanza atlantica. Chissà che Bruxelles non decida di intensificare gli sforzi in direzione degli esponenti moldavi più ligi alle direttive occidentali, che non hanno ancora accettato la vittoria elettorale di Dodon.
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Già nella serata di ieri, il comando delle milizie della DNR aveva diffuso una dichiarazione urgente sul dispiegamento di forti contingenti di truppe ucraine e mezzi corazzati, oltre a 2 batterie missilistiche “Točka-U” nell'area di Avdeevka e altre 6 in quella di Novobakhmutovka, nella previsione di un attacco lungo tutto il fronte, concentrando i colpi sulle direttrici di Donetsk (bersagliata ininterrottamente da ieri pomeriggio) e di Mariupol. Nel comunicato rilasciato dal vice comandante di corpo delle milizie, Eduard Basurin, si parlava anche di distaccamenti della Guardia nazionale dislocati nell'area di Volnovakha; all'opera anche cecchini: un miliziano della DNR è rimasto ucciso. Tornato in prima linea, a capo di due compagnie neonaziste, anche l'ex capo di “Pravyj Sektor” Dmitryj Jaroš. Eduard Basurin ha lanciato un appello alle forze ucraine, perché prendano coscienza dei veri obiettivi della “criminale dirigenza militare-politica” golpista, preoccupata solo dei propri interessi e di quelli degli oligarchi ucraini, e si schierino quindi dalla parte delle milizie del Donbass.
E' di poche ore fa la notizia diffusa da novorosinform.org, secondo cui un drone strategico statunitense RQ-4A Global Hawk “UAVGH000” avrebbe sorvolato per dieci ore la linea di separazione tra milizie e forze ucraine a un'altezza di quindicimila metri. Dato che il Global Hawk è in grado di esplorare un'area fino a 300 km, il drone ha potuto osservare l'intero territorio di DNR e LNR e anche la regione russa confinaria, chiarendo dunque la reale dislocazione delle forze in campo. Il drone sarebbe decollato da Sigonella, sorvolando la Romania a nord della Moldavia, proseguendo poi verso est sopra le regioni di Kirovograd e Dnepropetrovsk, fino alla regione di Donetsk.
Il Global Hawk può aver dunque esplorato anche la situazione nell'altra area che, secondo l'Osce, è ai primi posti delle “preoccupazioni” europee per le tensioni sul vecchio continente: la “guerra congelata” in Transnistria. Appena sabato scorso, l'attuale capo dell'Osce, il Ministro degli esteri austriaco Sebastian Kurz, si è incontrato coi neo presidenti di Moldavia e di Transnistria, Igor Dodon e Vadim Krasnoselskij.
Il leader del Partito Socialista e nuovo presidente moldavo, Igor Dodon, dopo alcune dichiarazioni all'apparenza distensive, sembra orientarsi ora sempre più decisamente per il reintegro della Tansnistria nella compagine moldava, pur con uno status speciale, prospettiva cui si oppone la leadership di Tiraspol. Sarebbe questo il succo dei colloqui di sabato scorso tra Dodon e Kurz a Kišinëv. La Transnistria, abitata per oltre il 60% da russi e ucraini, raggiunse l'indipendenza dalla Moldavia (in cui all'epoca erano fortissime le spinte all'unione con la Romania) nel 1992 e da allora, riconosciuta solo da Mosca, vive in una situazione di “non guerra” con Kišinëv, pur se negli ultimi tempi Tiraspol ha lanciato ripetuti allarmi su una possibile intesa tra la stessa Kišinëv e Kiev, per cercare di soffocarne l'indipendenza.
Da parte sua, il primo ministro moldavo Pavel Filip, ha auspicato un approfondimento del processo negoziale secondo il formato “5+2” (colloqui diretti Moldavia-Transnistria, con la mediazione di Russia, Ucraina, Osce e la presenza di osservatori USA e UE), dicendosi contrario alla proposta del Partito socialista e di Dodon sulla federalizzazione del paese.
Kurz si è poi incontrato anche a Tiraspol col presidente Vadim Krasnoselskij, che difende la piena indipendenza dalla Moldavia e l'unione alla Russia, ribadite dal referendum del 2006. Kurz ha insistito sul rafforzamento della “fiducia reciproca tra le due sponde del Dnestr”, ribadendo quale “percorso corretto, più che la federalizzazione, quello dello status speciale concesso alla Transnistria, nel contesto di sovranità e integrità territoriale della Moldavia”.
Sul fronte più esterno dei confini moldavi, Igor Dodon comincia oggi una due-giorni a Bruxelles che prevede colloqui sui rapporti bilaterali tra Kišinëv e Commissione Europea, Consiglio UE e Nato, in particolare per l'accordo di associazione sottoscritto due anni fa dalla precedente leadership moldava e che, mentre ha precluso il mercato russo alle merci moldave (per i dazi imposti da Mosca), non ha visto alcun aumento di export verso i paesi UE. Alla vigilia del viaggio, Dodon ha detto che potrebbe sottoporre l'accordo a referendum, ricordando che in Moldavia i fautori dell'eurointegrazione sono precipitati dal 70% del 2009 al 39% attuale, mentre sarebbe ora del 44% il numero dei sostenitori dell'integrazione all'Unione economica eurasiatica, con cui il presidente si appresterebbe a sottoscrivere un memorandum di collaborazione.
Riguardo i rapporti tra Moldavia, paese neutrale e Nato, Dodon avrebbe intenzione di chiedere a Jens Stoltenberg di rinunciare all'apertura di un ufficio di collegamento (il relativo protocollo è stato firmato lo scorso dicembre tra Stoltenberg e il premier moldavo Pavel Filip), da molti temuto quale primo passo dell'ingresso nell'Alleanza atlantica. Chissà che Bruxelles non decida di intensificare gli sforzi in direzione degli esponenti moldavi più ligi alle direttive occidentali, che non hanno ancora accettato la vittoria elettorale di Dodon.
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26/05/2016
Libro, Elmetto e Moschetto
Gemellaggi e campi studio negli States, visite guidate ai droni e alle installazioni della base madre di Sigonella, incontri di basket e baseball, finanche “attività di volontariato civile a favore delle scuole”, con i marines reduci dalle scorribande in Africa e Medio Oriente inviati a ridipingere e stuccare i disastrati istituti dell’Isola. Il pressing del complesso militare industriale d’oltreoceano sui docenti e gli studenti siciliani non conosce soste. I processi di militarizzazione e le guerre hanno bisogno del consenso. E le scuole e le università restano le migliori fabbriche del consenso.
Il noto istituto superiore “Carlo Gemmellaro” di Catania ha fatto da battistrada lo scorso anno con il progetto denominato Gymnasium Joint Team US Navy – Gemmellaro. Scambi di esperienze tra docenti, studenti e i militari dei vari reparti operativi Usa di stanza a Sigonella e per concludere una giornata di lavoro volontario per “riqualificare”, tutti insieme, gli spazi per le attività sportive di istituto. Ancora nel capoluogo etneo, un mese fa, il blitz dei marines all’Istituto comprensivo “Dusmet-Doria” per “incontrare gli studenti e incoraggiarli a mangiare sano e mostrar loro alcuni semplici esercizi per mantenersi in forma”. Attività di “manutenzione dell’edificio scolastico e delle aree circostanti” e qualche lezione di lingua inglese dei giovani guerrieri a stelle e strisce invece per i fortunati frequentatori della scuola media “Foscolo” di Taormina. “Questo è un primo passo costruttivo per sviluppare nel modo migliore una più ampia sinergia che possa determinare benefici alla nostra scuola e alla comunità locale”, ha spiegato la dirigente Carla Santoro
Al Comprensivo “G. Marconi” di Paternò, il collegio dei docenti ha pensato invece a dar vita al progetto educativo di cittadinanza “Scuola bella: insieme si può fare”, previo protocollo di intesa con il comando della stazione aeronavale Usa di Sigonella. “Dopo la festosa accoglienza e i saluti, i militari – affiancati dalle docenti di inglese – indossato l’abito di lettori di lingua inglese, hanno incontrato gli alunni delle scuole primaria e media per fare conversation nelle aule, un modo originale per instaurare un colloquio e uno scambio interculturale”, riporta diligentemente il cronista locale. “Un evento che ha rappresentato l’ennesimo esempio di attività alla prossimità e volontariato civico e ambientale dei militari americani (così come rientra nel loro modo di operare), un segno tangibile di presenza e lavoro nel territorio e in funzione sociale”.
Per i giovani del comprensorio di Niscemi, dove all’interno di una riserva naturale e in aperta violazione con le normative ambientali e urbanistiche sorge una delle più grandi installazioni per le telecomunicazioni delle forze armate degli Stati Uniti d’America, dal 2012 il Consolato generale di Napoli ha promosso congiuntamente all’Associazione americana degli insegnanti d’italiano un Sister School Program. “Il Dipartimento di Stato Usa – spiegano al Consolato – è interessato a stabilire un’interessante opportunità di scambio educativo e saremmo particolarmente grati nell’identificazione di una scuola superiore statunitense da gemellare con il Liceo scientifico Leonardo da Vinci di Niscemi. Si tratta di un’iniziativa per migliorare le odierne relazioni Usa-Italia riguardo a specifici sforzi militari e diplomatici e favorire gli interessi reciproci”. Ignorando lo straordinario contributo di studenti e docenti alle campagne di mobilitazione contro l’installazione del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della Marina Usa, il 29 febbraio scorso, il dirigente del liceo di Niscemi ha invitato gli allievi del 3° e 4° anno a concorrere al programma Youth Leadership indetto dal Consolato di Napoli. “Anche quest’anno è stato rinnovato l’invito per due studenti per partecipare al programma di scambio culturale nell’università dell’Indiana. Criteri di selezione: merito scolastico, attitudine alla leadership e propensione al volontariato”. Caso vuole che proprio a Indianapolis, capitale dello Stato dell’Indiana, all’8021 Knue Road sorge una delle principali sedi del colosso Lockheed Martin, la società che ha realizzato il MUOS. Lockheed ha progettato pure i famigerati cacciabombardieri nucleari F-35, alcuni dei quali in costruzione nel complesso Alenia di Cameri, meta qualche mese fa di un viaggio premio degli studenti dell’Istituto aeronautico di Ragusa, partiti da Sigonella per il Piemonte a bordo di un velivolo Atlantic del 41° Stormo dell’Aeronautica italiana.
Anche la buona scuola di Renzi & C. sta consolidando la subalternità dell’educazione formale alle logiche di guerra e agli interessi politico-militari e geostrategici interalleati. Ai musei e ai siti archeologici, presidi e docenti sembrano preferire sempre più numerosi le visite alle basi Usa e Nato “ospitate” in Italia in barba alla Costituzione o alle caserme, agli aeroporti e ai porti militari, alle installazioni radar e alle industrie belliche “nazionali”. Ci sono poi le videoconferenze con i militari in missione in Iraq, Afghanistan e Libano; le attività di formazione per gli studenti in campo storico-militare o di informazione sul bullismo e il cyberbullismo presso il centro dell’Aeronautica di Vigna di Valle (Bracciano); i mini-corsi di pilota con gli avieri della scuola dell’Aeronautica di Guidonia (Roma) o dei reparti di Istrana, Pescara e Cameri; le classi di vela per gli studenti “più meritevoli” delle superiori presso l’Accademia navale di Livorno, la Scuola militare “Morosini” di Venezia o a bordo delle unità della Marina nel Tirreno o nel Mediterraneo centrale; le corse campestri nei poligoni inquinati e inquinanti; gli orientamenti professionali, gli stage e le alternanze scuole-lavoro presso i consorzi industriali realizzati in ambito Nato per realizzare bombardieri, elicotteri, missili e altri mille sistemi di distruzione e di morte.
Merita certamente una menzione per l’alto profilo “educativo militare” l’ispezione a fine ottobre degli allievi dell’Istituto tecnico tecnologico “Leonardo da Vinci” di Viterbo all’aeroporto cittadino “Fabbri” e il successivo incontro con il personale del 1° Reggimento Aviazione dell’Esercito “Antares” e i responsabili del progetto industriale del distretto tecnologico aerospaziale della Regione Lazio. “Ai giovani sono state illustrate tutte le novità tecnologiche, rimarcando, nel contempo, il ruolo educativo della scuola e lo stretto legame che intercorre fra crescita culturale, formazione ed istituzioni, anche alla luce dei progetti di alternanza scuola/lavoro previsti nella legge 107/2015 Buona Scuola”, riporta il comunicato emesso dall’ufficio stampa dell’Esercito. “Il 1° reggimento Antares ha ospitato la NH-90 Users Conference 2015, l’evento annuale organizzato dal consorzio industriale NHI e ciò ha permesso di offrire una panoramica tecnologica particolarmente ampia e qualificata nonché un’opportunità per i giovani studenti dell’indirizzo di Costruzioni Aeronautiche”. Per la cronaca, l’NH-90 è il cosiddetto NATO Helicopter per gli anni novanta, l’elicottero multiruolo medio-pesante sviluppato dal consorzio internazionale NHIndustries, costituito da AgustaWestland (Finmeccanica) e dalle aziende Eurocopter e Stork Fokker Aerospace. L’elicottero da guerra è stato acquistato a partire dal 2008 dall’Esercito italiano e dalle forze armate di Francia, Germania, Grecia, Olanda, Portogallo, Australia, Nuova Zelanda, Oman, ecc.. L’Italia ha ordinato sino ad oggi 116 NH-90 per una spesa complessiva che ha abbondantemente superato i 3,2 miliardi di euro.
Proprio l’aeroporto militare di Viterbo, il 7 aprile scorso, ha ospitato un incontro-dibattito tra la ministra Roberta Pinotti e oltre 500 studenti delle scuole superiori della città. “Quello che svolgono le forze armate è un lavoro di protezione che spesso si conosce poco e si conoscono poco anche le esigenze finanziarie e le risorse che sono necessarie per tenere in piedi questa organizzazione vitale per il Paese”, ha esordito la ministra Pinotti. “Nell’addestramento dei nostri militari ci sono dei valori che sono davvero quelli di cui oggi abbiamo bisogno e la formazione militare è svolta a 360 gradi perché quando si opera nelle aree di crisi non ci si limita alla gestione della forza ma si deve dialogare e mediare con le popolazioni e le autorità locali. La diffusione della cultura della Difesa tra i giovani è un mezzo fondamentale per far sviluppare nelle future generazioni un maggiore senso civico e una maggiore consapevolezza dei propri doveri...”.
Per comprendere il ruolo svolto quotidianamente dalle forze armate per la “salvaguardia della legalità, la difesa delle libere Istituzioni e la sicurezza dei cittadini”, oltre 270.000 studenti italiani sono stati impegnati nel progetto Insieme per la Legalità, istituito quattro anni fa dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca scientifica (MIUR) in collaborazione con il Ministero della Difesa. Nel settembre 2014, le ministre Stefania Giannini e Roberta Pinotti hanno istituzionalizzato la partnership libro – moschetto sottoscrivendo un Protocollo d’Intesa che avvia una serie di iniziative “didattiche e formative” per gli studenti delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, statali e paritarie, così da “favorire l’approfondimento della Costituzione italiana e dei principi della Dichiarazione universale dei diritti umani per educare gli alunni all’esercizio della democrazia e di una cittadinanza attiva a tutti i livelli del sistema sociale”. Con la circolare del 15 dicembre 2015, il MIUR ha specificato le iniziative per l’anno scolastico in corso e per quello 2016-1017 grazie a cui le forze armate occuperanno quasi tutti i campi disciplinari: dalla storia alle scienze, dalle nuove tecnologie al diritto, dallo sport all’educazione stradale.
Per celebrare i 70 anni della fondazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, MIUR e forze armate hanno promosso il concorso Nazioni Unite per la pace: alunni e studenti possono presentare composizioni scritte o figurative, progetti multimediali e/o interattivi sulle “sfide relative alla sicurezza di tutti gli Stati”. “Le tracce proposte dal bando di concorso costituiranno l’occasione per una riflessione sulla più grande organizzazione intergovernativa mondiale, con particolare riferimento all’impulso che essa ha esercitato nel tempo e ancora oggi esercita (anche attraverso i suoi organismi, fondi e agenzie specializzate) nella cooperazione internazionale, in difesa dei diritti umani e della sicurezza internazionale”, riporta il comunicato a firma del MIUR e della Difesa. Negli elaborati – si legge ancora nel bando di concorso – gli studenti dovranno focalizzare la loro attenzione sul “contributo specifico fornito dai caschi blu dell’ONU, ivi compreso il concorso delle Forze Armate italiane in missioni di pace nelle aree di crisi, nella promozione e salvaguardia della stabilità e della pacifica convivenza internazionale”. Proseguiranno inoltre gli incontri tra studenti di ogni ordine e grado e il personale militare interforze fornito dai Comandi di Regione competenti a livello territoriale sui temi della Costituzione e della cittadinanza attiva, “con particolare attenzione al ruolo che le Forze Armate svolgono al servizio della crescita sociale, politica, economica e democratica del Paese, nonché alla ricorrenza del centenario della Grande Guerra”.
Agli alunni delle scuole primarie è riservato un ciclo di lezioni di educazione stradale della durata di 8 ore, denominato La buona strada della sicurezza, sempre a cura di esperti con tanto di stellette. “Questo progetto sperimentale – spiega la circolare del MIUR – è finalizzato ad educare i bambini al tema della sicurezza stradale, incentivando il senso di responsabilità individuale e collettiva e uno stile di comportamento che pone al centro il rispetto per la vita e per la persona”. Per gli studenti delle classi IV e V delle scuole secondarie superiori ci sarà invece il concorso dal titolo Scuola: spazio al tuo futuro. La ISS: innovatio, scientia, sapientia. “Il Ministero della Difesa intende offrire la propria collaborazione anche nella realizzazione di progetti di prestigio e ad alta valenza istituzionale a favore dei giovani, in particolare promuovendo la partecipazione in attività formative di eccellenza”, si legge nel bando. “Attraverso il concorso, gli studenti verranno chiamati ad elaborare proposte di sperimentazione innovative (manufatti veri e propri e/o protocolli di sperimentazione), da portare a bordo della International Space Station (ISS) nazionale”. Quello relativo alla Stazione spaziale internazionale è certamente uno dei programmi più controversi e dispendiosi della recente storia mondiale: avviato nel 1998 dopo la firma di un accordo intergovernativo tra Stati Uniti d’America, Giappone, Canada, Russia e i Paesi europei membri dell’agenzia spaziale europea (ESA), l’ISS punta a sviluppare la ricerca e la sperimentazione scientifica e tecnologica in ambito civile-militare. Il contributo diretto italiano all’International Space Station è assicurato dall’Aeronautica militare, dalle industrie del settore aerospaziale e dall’Agenzia spaziale italiana, grazie soprattutto alle risorse finanziarie attinte dal bilancio annuale del MIUR. Ai primi tre classificati nella graduatoria di merito di ciascuna area tematica andranno rispettivamente 2.000, 1.000 e 500 euro, somme messe a disposizione da Thales Alenia Space S.p.A., azienda aerospaziale controllata dai colossi militari-industriali Thales e Finmeccanica, “partecipante al progetto anche in veste di tutorship tecnica”.
Contro il dilagante processo di militarizzazione delle scuole italiane, Pax Christi-Italia ha lanciato nel 2013 la campagna “Scuole smilitarizzate” per chiedere alle scuole primarie e secondarie di rifiutare ogni attività in partenariato con le forze armate, di esporre manifesti pubblicitari di queste ultime, di propagandare l’arruolamento o far sperimentare la vita militare, di organizzare visite a strutture riferibili ad attività militari e, di contro, di intensificare i progetti che consentano l’approfondimento della nonviolenza. “La scuola italiana da sempre si è mostrata sensibile alle forze armate e spesso piuttosto ancorata alla retorica militarista, naturalmente con la dovuta eccezione dei tanti insegnanti che si adoperano, per iniziativa propria, nella promozione di una cultura della nonviolenza”, spiega Antonio Lombardi di Pax Christi Napoli. “Nell’ultimo decennio la relazione scuola-forze armate ha avuto un’accelerazione che può essere letta attraverso due lenti: l’impegno esteso delle FFAA italiane in operazioni internazionali, che richiede personale addestrato a disposizione, e la sospensione della leva obbligatoria a partire dal 1° luglio 2005, che ha, di fatto, allontanato i giovani dalla conoscenza diretta – potenzialmente attrattiva – della vita militare. Ciò ha reso ancor più necessario cercare sempre nuove vie per attingere al mondo dei giovani e rifornire di personale la struttura militare. La scuola, pertanto, è stata vista come il luogo ideale per creare consenso intorno alla figura del soldato che porta la pace e della guerra come missione di pace. Anziché opporre un rifiuto in nome di una pedagogia della pace, la scuola ha aperto le porte alle forze armate violando il suo mandato di luogo in cui si educano i giovani a relazioni senza violenza e al rispetto della Costituzione”.
“Ogni volta che la scuola spalanca le porte a chi propaganda la guerra, tradisce la sua specifica missione educativa e non tutela la propria sopravvivenza ed efficienza”, aggiunge Lombardi. “È così che si è creato il paradosso di una scuola che, da un lato, denuncia giustamente i tagli continui cui è sottoposta, dall’altro collabora con quella struttura militare che ingoia somme faraoniche per i suoi strumenti di morte, sottratte all’istruzione”.
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Il noto istituto superiore “Carlo Gemmellaro” di Catania ha fatto da battistrada lo scorso anno con il progetto denominato Gymnasium Joint Team US Navy – Gemmellaro. Scambi di esperienze tra docenti, studenti e i militari dei vari reparti operativi Usa di stanza a Sigonella e per concludere una giornata di lavoro volontario per “riqualificare”, tutti insieme, gli spazi per le attività sportive di istituto. Ancora nel capoluogo etneo, un mese fa, il blitz dei marines all’Istituto comprensivo “Dusmet-Doria” per “incontrare gli studenti e incoraggiarli a mangiare sano e mostrar loro alcuni semplici esercizi per mantenersi in forma”. Attività di “manutenzione dell’edificio scolastico e delle aree circostanti” e qualche lezione di lingua inglese dei giovani guerrieri a stelle e strisce invece per i fortunati frequentatori della scuola media “Foscolo” di Taormina. “Questo è un primo passo costruttivo per sviluppare nel modo migliore una più ampia sinergia che possa determinare benefici alla nostra scuola e alla comunità locale”, ha spiegato la dirigente Carla Santoro
Al Comprensivo “G. Marconi” di Paternò, il collegio dei docenti ha pensato invece a dar vita al progetto educativo di cittadinanza “Scuola bella: insieme si può fare”, previo protocollo di intesa con il comando della stazione aeronavale Usa di Sigonella. “Dopo la festosa accoglienza e i saluti, i militari – affiancati dalle docenti di inglese – indossato l’abito di lettori di lingua inglese, hanno incontrato gli alunni delle scuole primaria e media per fare conversation nelle aule, un modo originale per instaurare un colloquio e uno scambio interculturale”, riporta diligentemente il cronista locale. “Un evento che ha rappresentato l’ennesimo esempio di attività alla prossimità e volontariato civico e ambientale dei militari americani (così come rientra nel loro modo di operare), un segno tangibile di presenza e lavoro nel territorio e in funzione sociale”.
Per i giovani del comprensorio di Niscemi, dove all’interno di una riserva naturale e in aperta violazione con le normative ambientali e urbanistiche sorge una delle più grandi installazioni per le telecomunicazioni delle forze armate degli Stati Uniti d’America, dal 2012 il Consolato generale di Napoli ha promosso congiuntamente all’Associazione americana degli insegnanti d’italiano un Sister School Program. “Il Dipartimento di Stato Usa – spiegano al Consolato – è interessato a stabilire un’interessante opportunità di scambio educativo e saremmo particolarmente grati nell’identificazione di una scuola superiore statunitense da gemellare con il Liceo scientifico Leonardo da Vinci di Niscemi. Si tratta di un’iniziativa per migliorare le odierne relazioni Usa-Italia riguardo a specifici sforzi militari e diplomatici e favorire gli interessi reciproci”. Ignorando lo straordinario contributo di studenti e docenti alle campagne di mobilitazione contro l’installazione del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della Marina Usa, il 29 febbraio scorso, il dirigente del liceo di Niscemi ha invitato gli allievi del 3° e 4° anno a concorrere al programma Youth Leadership indetto dal Consolato di Napoli. “Anche quest’anno è stato rinnovato l’invito per due studenti per partecipare al programma di scambio culturale nell’università dell’Indiana. Criteri di selezione: merito scolastico, attitudine alla leadership e propensione al volontariato”. Caso vuole che proprio a Indianapolis, capitale dello Stato dell’Indiana, all’8021 Knue Road sorge una delle principali sedi del colosso Lockheed Martin, la società che ha realizzato il MUOS. Lockheed ha progettato pure i famigerati cacciabombardieri nucleari F-35, alcuni dei quali in costruzione nel complesso Alenia di Cameri, meta qualche mese fa di un viaggio premio degli studenti dell’Istituto aeronautico di Ragusa, partiti da Sigonella per il Piemonte a bordo di un velivolo Atlantic del 41° Stormo dell’Aeronautica italiana.
Anche la buona scuola di Renzi & C. sta consolidando la subalternità dell’educazione formale alle logiche di guerra e agli interessi politico-militari e geostrategici interalleati. Ai musei e ai siti archeologici, presidi e docenti sembrano preferire sempre più numerosi le visite alle basi Usa e Nato “ospitate” in Italia in barba alla Costituzione o alle caserme, agli aeroporti e ai porti militari, alle installazioni radar e alle industrie belliche “nazionali”. Ci sono poi le videoconferenze con i militari in missione in Iraq, Afghanistan e Libano; le attività di formazione per gli studenti in campo storico-militare o di informazione sul bullismo e il cyberbullismo presso il centro dell’Aeronautica di Vigna di Valle (Bracciano); i mini-corsi di pilota con gli avieri della scuola dell’Aeronautica di Guidonia (Roma) o dei reparti di Istrana, Pescara e Cameri; le classi di vela per gli studenti “più meritevoli” delle superiori presso l’Accademia navale di Livorno, la Scuola militare “Morosini” di Venezia o a bordo delle unità della Marina nel Tirreno o nel Mediterraneo centrale; le corse campestri nei poligoni inquinati e inquinanti; gli orientamenti professionali, gli stage e le alternanze scuole-lavoro presso i consorzi industriali realizzati in ambito Nato per realizzare bombardieri, elicotteri, missili e altri mille sistemi di distruzione e di morte.
Merita certamente una menzione per l’alto profilo “educativo militare” l’ispezione a fine ottobre degli allievi dell’Istituto tecnico tecnologico “Leonardo da Vinci” di Viterbo all’aeroporto cittadino “Fabbri” e il successivo incontro con il personale del 1° Reggimento Aviazione dell’Esercito “Antares” e i responsabili del progetto industriale del distretto tecnologico aerospaziale della Regione Lazio. “Ai giovani sono state illustrate tutte le novità tecnologiche, rimarcando, nel contempo, il ruolo educativo della scuola e lo stretto legame che intercorre fra crescita culturale, formazione ed istituzioni, anche alla luce dei progetti di alternanza scuola/lavoro previsti nella legge 107/2015 Buona Scuola”, riporta il comunicato emesso dall’ufficio stampa dell’Esercito. “Il 1° reggimento Antares ha ospitato la NH-90 Users Conference 2015, l’evento annuale organizzato dal consorzio industriale NHI e ciò ha permesso di offrire una panoramica tecnologica particolarmente ampia e qualificata nonché un’opportunità per i giovani studenti dell’indirizzo di Costruzioni Aeronautiche”. Per la cronaca, l’NH-90 è il cosiddetto NATO Helicopter per gli anni novanta, l’elicottero multiruolo medio-pesante sviluppato dal consorzio internazionale NHIndustries, costituito da AgustaWestland (Finmeccanica) e dalle aziende Eurocopter e Stork Fokker Aerospace. L’elicottero da guerra è stato acquistato a partire dal 2008 dall’Esercito italiano e dalle forze armate di Francia, Germania, Grecia, Olanda, Portogallo, Australia, Nuova Zelanda, Oman, ecc.. L’Italia ha ordinato sino ad oggi 116 NH-90 per una spesa complessiva che ha abbondantemente superato i 3,2 miliardi di euro.
Proprio l’aeroporto militare di Viterbo, il 7 aprile scorso, ha ospitato un incontro-dibattito tra la ministra Roberta Pinotti e oltre 500 studenti delle scuole superiori della città. “Quello che svolgono le forze armate è un lavoro di protezione che spesso si conosce poco e si conoscono poco anche le esigenze finanziarie e le risorse che sono necessarie per tenere in piedi questa organizzazione vitale per il Paese”, ha esordito la ministra Pinotti. “Nell’addestramento dei nostri militari ci sono dei valori che sono davvero quelli di cui oggi abbiamo bisogno e la formazione militare è svolta a 360 gradi perché quando si opera nelle aree di crisi non ci si limita alla gestione della forza ma si deve dialogare e mediare con le popolazioni e le autorità locali. La diffusione della cultura della Difesa tra i giovani è un mezzo fondamentale per far sviluppare nelle future generazioni un maggiore senso civico e una maggiore consapevolezza dei propri doveri...”.
Per comprendere il ruolo svolto quotidianamente dalle forze armate per la “salvaguardia della legalità, la difesa delle libere Istituzioni e la sicurezza dei cittadini”, oltre 270.000 studenti italiani sono stati impegnati nel progetto Insieme per la Legalità, istituito quattro anni fa dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca scientifica (MIUR) in collaborazione con il Ministero della Difesa. Nel settembre 2014, le ministre Stefania Giannini e Roberta Pinotti hanno istituzionalizzato la partnership libro – moschetto sottoscrivendo un Protocollo d’Intesa che avvia una serie di iniziative “didattiche e formative” per gli studenti delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, statali e paritarie, così da “favorire l’approfondimento della Costituzione italiana e dei principi della Dichiarazione universale dei diritti umani per educare gli alunni all’esercizio della democrazia e di una cittadinanza attiva a tutti i livelli del sistema sociale”. Con la circolare del 15 dicembre 2015, il MIUR ha specificato le iniziative per l’anno scolastico in corso e per quello 2016-1017 grazie a cui le forze armate occuperanno quasi tutti i campi disciplinari: dalla storia alle scienze, dalle nuove tecnologie al diritto, dallo sport all’educazione stradale.
Per celebrare i 70 anni della fondazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, MIUR e forze armate hanno promosso il concorso Nazioni Unite per la pace: alunni e studenti possono presentare composizioni scritte o figurative, progetti multimediali e/o interattivi sulle “sfide relative alla sicurezza di tutti gli Stati”. “Le tracce proposte dal bando di concorso costituiranno l’occasione per una riflessione sulla più grande organizzazione intergovernativa mondiale, con particolare riferimento all’impulso che essa ha esercitato nel tempo e ancora oggi esercita (anche attraverso i suoi organismi, fondi e agenzie specializzate) nella cooperazione internazionale, in difesa dei diritti umani e della sicurezza internazionale”, riporta il comunicato a firma del MIUR e della Difesa. Negli elaborati – si legge ancora nel bando di concorso – gli studenti dovranno focalizzare la loro attenzione sul “contributo specifico fornito dai caschi blu dell’ONU, ivi compreso il concorso delle Forze Armate italiane in missioni di pace nelle aree di crisi, nella promozione e salvaguardia della stabilità e della pacifica convivenza internazionale”. Proseguiranno inoltre gli incontri tra studenti di ogni ordine e grado e il personale militare interforze fornito dai Comandi di Regione competenti a livello territoriale sui temi della Costituzione e della cittadinanza attiva, “con particolare attenzione al ruolo che le Forze Armate svolgono al servizio della crescita sociale, politica, economica e democratica del Paese, nonché alla ricorrenza del centenario della Grande Guerra”.
Agli alunni delle scuole primarie è riservato un ciclo di lezioni di educazione stradale della durata di 8 ore, denominato La buona strada della sicurezza, sempre a cura di esperti con tanto di stellette. “Questo progetto sperimentale – spiega la circolare del MIUR – è finalizzato ad educare i bambini al tema della sicurezza stradale, incentivando il senso di responsabilità individuale e collettiva e uno stile di comportamento che pone al centro il rispetto per la vita e per la persona”. Per gli studenti delle classi IV e V delle scuole secondarie superiori ci sarà invece il concorso dal titolo Scuola: spazio al tuo futuro. La ISS: innovatio, scientia, sapientia. “Il Ministero della Difesa intende offrire la propria collaborazione anche nella realizzazione di progetti di prestigio e ad alta valenza istituzionale a favore dei giovani, in particolare promuovendo la partecipazione in attività formative di eccellenza”, si legge nel bando. “Attraverso il concorso, gli studenti verranno chiamati ad elaborare proposte di sperimentazione innovative (manufatti veri e propri e/o protocolli di sperimentazione), da portare a bordo della International Space Station (ISS) nazionale”. Quello relativo alla Stazione spaziale internazionale è certamente uno dei programmi più controversi e dispendiosi della recente storia mondiale: avviato nel 1998 dopo la firma di un accordo intergovernativo tra Stati Uniti d’America, Giappone, Canada, Russia e i Paesi europei membri dell’agenzia spaziale europea (ESA), l’ISS punta a sviluppare la ricerca e la sperimentazione scientifica e tecnologica in ambito civile-militare. Il contributo diretto italiano all’International Space Station è assicurato dall’Aeronautica militare, dalle industrie del settore aerospaziale e dall’Agenzia spaziale italiana, grazie soprattutto alle risorse finanziarie attinte dal bilancio annuale del MIUR. Ai primi tre classificati nella graduatoria di merito di ciascuna area tematica andranno rispettivamente 2.000, 1.000 e 500 euro, somme messe a disposizione da Thales Alenia Space S.p.A., azienda aerospaziale controllata dai colossi militari-industriali Thales e Finmeccanica, “partecipante al progetto anche in veste di tutorship tecnica”.
Contro il dilagante processo di militarizzazione delle scuole italiane, Pax Christi-Italia ha lanciato nel 2013 la campagna “Scuole smilitarizzate” per chiedere alle scuole primarie e secondarie di rifiutare ogni attività in partenariato con le forze armate, di esporre manifesti pubblicitari di queste ultime, di propagandare l’arruolamento o far sperimentare la vita militare, di organizzare visite a strutture riferibili ad attività militari e, di contro, di intensificare i progetti che consentano l’approfondimento della nonviolenza. “La scuola italiana da sempre si è mostrata sensibile alle forze armate e spesso piuttosto ancorata alla retorica militarista, naturalmente con la dovuta eccezione dei tanti insegnanti che si adoperano, per iniziativa propria, nella promozione di una cultura della nonviolenza”, spiega Antonio Lombardi di Pax Christi Napoli. “Nell’ultimo decennio la relazione scuola-forze armate ha avuto un’accelerazione che può essere letta attraverso due lenti: l’impegno esteso delle FFAA italiane in operazioni internazionali, che richiede personale addestrato a disposizione, e la sospensione della leva obbligatoria a partire dal 1° luglio 2005, che ha, di fatto, allontanato i giovani dalla conoscenza diretta – potenzialmente attrattiva – della vita militare. Ciò ha reso ancor più necessario cercare sempre nuove vie per attingere al mondo dei giovani e rifornire di personale la struttura militare. La scuola, pertanto, è stata vista come il luogo ideale per creare consenso intorno alla figura del soldato che porta la pace e della guerra come missione di pace. Anziché opporre un rifiuto in nome di una pedagogia della pace, la scuola ha aperto le porte alle forze armate violando il suo mandato di luogo in cui si educano i giovani a relazioni senza violenza e al rispetto della Costituzione”.
“Ogni volta che la scuola spalanca le porte a chi propaganda la guerra, tradisce la sua specifica missione educativa e non tutela la propria sopravvivenza ed efficienza”, aggiunge Lombardi. “È così che si è creato il paradosso di una scuola che, da un lato, denuncia giustamente i tagli continui cui è sottoposta, dall’altro collabora con quella struttura militare che ingoia somme faraoniche per i suoi strumenti di morte, sottratte all’istruzione”.
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26/02/2016
Riunito il ‘Consiglio Supremo di Difesa’: Italia di nuovo in guerra, tutti in piazza!
Da giorni le autorità politiche e militari italiane sono impegnate a descrivere l’uso della base militare di Sigonella come un’operazione militare di tipo difensivo. Una poco credibile rincorsa a placare gli animi dopo che la notizia del coinvolgimento diretto dell’Italia nella nuova campagna militare contro il Nord Africa era stata rivelata al mondo – e al Parlamento italiano in primo luogo – non dal premier Renzi e dal ministro della Difesa ma dal Wall Street Journal secondo il quale ormai da un mese l’esecutivo di Roma ha concesso all’esercito statunitense l’utilizzo della base siciliana per sferrare attacchi in Libia – e in altre località non meglio specificate – utilizzando i droni telecomandati.
Quelle stesse macchine di morte che, secondo dati diffusi dagli stessi apparati militari occidentali, uccidono al 90% civili inermi e solo nel 10% dei casi eliminano i leader e i miliziani delle organizzazioni jihadiste.
Il governo Renzi sta cercando di accreditare la versione, di comodo, di una partecipazione italiana di secondo piano e non diretta alle operazioni militari che oltre alle forze armate statunitensi vedono impegnati sul campo, da tempo, i corpi speciali francesi e quelli britannici. E secondo indiscrezioni di stampa anche le forze speciali italiane sarebbero già schierate sul campo a difesa degli impianti dell'Eni.
Ma a sbugiardare la propaganda di Renzi ci ha pensato il Presidente della Repubblica e capo delle forze armate italiane, Sergio Mattarella, che avendo ben compreso la natura della partecipazione italiana all’ennesima campagna bellica ha riunito al Quirinale il ‘Consiglio Supremo di Difesa’, cioè il massimo organo istituzionale in tema di guerra.
Alla riunione convocata al Quirinale hanno partecipato oltre a Mattarella il premier Matteo Renzi, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, il ministro dell'Interno Angelino Alfano; il ministro della Difesa Roberta Pinotti; il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, il Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Gen. Claudio Graziano. E poi il sottosegretario alla Presidenza del consiglio dei ministri Claudio De Vincenti, il segretario generale della Presidenza della Repubblica Ugo Zampetti, il segretario del Consiglio Supremo di Difesa, Gen. Rolando Mosca Moschini.
Ieri sera, affermano i comunicati ufficiali, il Consiglio Supremo di difesa ha valutato “la situazione in Libia, con riferimento sia al travagliato percorso di formazione del governo di accordo nazionale sia alle predisposizioni per una eventuale missione militare di supporto” ed ha deciso l’invio di nuove truppe in Iraq accompagnate da carri armati, elicotteri ed artiglieria: 130 militari ad Erbil con il “compito di recuperare i feriti” (!) e circa 500 a protezione della diga di Mosul, i cui lavori di messa in sicurezza sono stati affidati all’impresa Trevis Spa di Cesena.
Al di là delle formule di circostanza è più che evidente che i massimi organi dello stato stanno di nuovo coinvolgendo il nostro paese in una campagna bellica le cui conseguenze, sia interne che internazionali, sono imprevedibili.
D’altronde è da tempo che gli Stati Uniti insistono con Renzi affinché l’Italia si esponga in prima linea per rimediare agli immani disastri compiuti in Libia proprio a causa della insensata guerra del 2011 che ha distrutto il paese nordafricano come stato unitario, lo ha fatto deflagrare in mille entità di tipo tribale ed ha creato il terreno fertile per l’affermazione e l’espansione politica e militare di quelle formazioni islamiste e jihadiste che ora mirano alla conquista di ampi territori. Naturalmente la copertura ideologica del nuovo intervento militare occidentale in Libia non può che essere quella dell’operazione di polizia internazionale, dell’intervento umanitario, dell’obbligo di arrestare l’espansione di quelle stesse milizie che fino a pochi mesi fa venivano ampiamente tollerate, se non foraggiate, quando si trattava di destituire il locale governo e impiantare un esecutivo fantoccio agli ordini dei paesi e delle multinazionali europee e statunitensi. Ma in Libia più che in altri contesti le ragioni materiali e geopolitiche dell’ennesima guerra in cui il governo di Roma si imbarca su pressione delle sue imprese energetiche oltre che dei governi ‘alleati’ è più che esplicita.
La Rete dei Comunisti chiama all’immediata mobilitazione contro il coinvolgimento dell’Italia nell’ennesima campagna militare di tipo imperialista e contro la propaganda di guerra dei media e del quadro politico istituzionale. Invitiamo a rafforzare da subito l’organizzazione degli appuntamenti di lotta e di denuncia già previsti nell’ambito della giornata di lotta contro la guerra, la militarizzazione della società e la Nato del 12 marzo, e dove possibile a prevedere altre iniziative oltre a quelle già in cantiere.
Rete dei Comunisti
Fonte
Quelle stesse macchine di morte che, secondo dati diffusi dagli stessi apparati militari occidentali, uccidono al 90% civili inermi e solo nel 10% dei casi eliminano i leader e i miliziani delle organizzazioni jihadiste.
Il governo Renzi sta cercando di accreditare la versione, di comodo, di una partecipazione italiana di secondo piano e non diretta alle operazioni militari che oltre alle forze armate statunitensi vedono impegnati sul campo, da tempo, i corpi speciali francesi e quelli britannici. E secondo indiscrezioni di stampa anche le forze speciali italiane sarebbero già schierate sul campo a difesa degli impianti dell'Eni.
Ma a sbugiardare la propaganda di Renzi ci ha pensato il Presidente della Repubblica e capo delle forze armate italiane, Sergio Mattarella, che avendo ben compreso la natura della partecipazione italiana all’ennesima campagna bellica ha riunito al Quirinale il ‘Consiglio Supremo di Difesa’, cioè il massimo organo istituzionale in tema di guerra.
Alla riunione convocata al Quirinale hanno partecipato oltre a Mattarella il premier Matteo Renzi, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, il ministro dell'Interno Angelino Alfano; il ministro della Difesa Roberta Pinotti; il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, il Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Gen. Claudio Graziano. E poi il sottosegretario alla Presidenza del consiglio dei ministri Claudio De Vincenti, il segretario generale della Presidenza della Repubblica Ugo Zampetti, il segretario del Consiglio Supremo di Difesa, Gen. Rolando Mosca Moschini.
Ieri sera, affermano i comunicati ufficiali, il Consiglio Supremo di difesa ha valutato “la situazione in Libia, con riferimento sia al travagliato percorso di formazione del governo di accordo nazionale sia alle predisposizioni per una eventuale missione militare di supporto” ed ha deciso l’invio di nuove truppe in Iraq accompagnate da carri armati, elicotteri ed artiglieria: 130 militari ad Erbil con il “compito di recuperare i feriti” (!) e circa 500 a protezione della diga di Mosul, i cui lavori di messa in sicurezza sono stati affidati all’impresa Trevis Spa di Cesena.
Al di là delle formule di circostanza è più che evidente che i massimi organi dello stato stanno di nuovo coinvolgendo il nostro paese in una campagna bellica le cui conseguenze, sia interne che internazionali, sono imprevedibili.
D’altronde è da tempo che gli Stati Uniti insistono con Renzi affinché l’Italia si esponga in prima linea per rimediare agli immani disastri compiuti in Libia proprio a causa della insensata guerra del 2011 che ha distrutto il paese nordafricano come stato unitario, lo ha fatto deflagrare in mille entità di tipo tribale ed ha creato il terreno fertile per l’affermazione e l’espansione politica e militare di quelle formazioni islamiste e jihadiste che ora mirano alla conquista di ampi territori. Naturalmente la copertura ideologica del nuovo intervento militare occidentale in Libia non può che essere quella dell’operazione di polizia internazionale, dell’intervento umanitario, dell’obbligo di arrestare l’espansione di quelle stesse milizie che fino a pochi mesi fa venivano ampiamente tollerate, se non foraggiate, quando si trattava di destituire il locale governo e impiantare un esecutivo fantoccio agli ordini dei paesi e delle multinazionali europee e statunitensi. Ma in Libia più che in altri contesti le ragioni materiali e geopolitiche dell’ennesima guerra in cui il governo di Roma si imbarca su pressione delle sue imprese energetiche oltre che dei governi ‘alleati’ è più che esplicita.
La Rete dei Comunisti chiama all’immediata mobilitazione contro il coinvolgimento dell’Italia nell’ennesima campagna militare di tipo imperialista e contro la propaganda di guerra dei media e del quadro politico istituzionale. Invitiamo a rafforzare da subito l’organizzazione degli appuntamenti di lotta e di denuncia già previsti nell’ambito della giornata di lotta contro la guerra, la militarizzazione della società e la Nato del 12 marzo, e dove possibile a prevedere altre iniziative oltre a quelle già in cantiere.
Rete dei Comunisti
Fonte
23/02/2016
I droni Usa partono da Sigonella, l'Italia è già in guerra
Sta per cominciare la quarta guerra di Libia in poco più di un secolo. L'ammissione, in modo involontariamente comico, arriva dallo stesso ministro degli esteri, Paolo Gentiloni. Il quale, rispondendo alle domande dei giornalisti a Istanbul (all'estero i giornalisti fanno le domande, non reggono solo il microfono, come avviene qui), in merito alle rivelazioni del Wall Street Journal sull'uso della base di Sigonella da parte degli Usa per i bombardamenti già in corso, ha affermato che questo comunque «non è preludio a un intervento militare».
Anche sul piano istituzionale, bisogna dire, i buchi sono tanti: «l'utilizzo della base di Sigonella non richiede una specifica comunicazione al parlamento, ma sarà il ministero della difesa a valutare». Il Parlamento, in fondo, non conta più niente, vero? E anche la Costituzione (non solo l'art. 11), che noia!
Giacché c'era, Gentiloni ha voluto dar prova di avere sotto controllo ogni dettaglio: "Oltretutto non credo che questa autorizzazione sia specificamente finalizzata alla Libia, ma ad operazioni antiterrorismo in generale". Della serie: non mi/ci dicono niente, dunque – a là Razzi – “non credo...”
A cascata, è arrivata anche la conferma da parte di Matteo Renzi, altrettanto ritrosa e ridicola: "Come già detto dal ministro della Difesa, le autorizzazioni" (ai droni americani da Sigonella verso la Libia, ndr) "sono caso per caso: se ci sono iniziative contro terroristi e potenziali attentatori dell'Isis c'è uno stretto rapporto tra noi, soprattutto gli americani, e gli altri alleati. Siamo in piena sintonia con i nostri alleati internazionali".
In pratica, mettendo insieme le due frasi, starebbe accadendo questo: ogni volta che un drone Usa si alza da Sigonella chiede “permesso” a palazzo Chigi che domanda “state andando a fare un giro di perlustrazione oppure a bombardare?”. Se gli Usa rispondono “bombardiamo” allora da palazzo Chigi parte una seconda domanda: “chi bombardate?”. Se si tratta di “terroristi dell'Isis nascosti in via Tal dei tali” – su autocertificazione statunitense – allora arriva l'ok, altrimenti (in quali casi? sarebbe bello sapere), “no, per favore, state fermi”. E gli americani ci obbediscono... In ogni caso, questo «non è preludio a un intervento militare».
Lasciamo perdere le comiche del governo italiano, peraltro smentite involontariamente dallo stesso Renzi («La priorità è la risposta diplomatica ma se abbiamo prove evidenti che si stanno preparando attentati l'Italia fa la sua parte») e guardiamo in faccia la realtà, peraltro anticipata ormai da mesi anche sui media di regime di questo paese (e ancor più, naturalmente, sulla stampa internazionale): la guerra sta per iniziare, ma i problemi e i dubbi sono più delle certezze. Intanto perché non esiste uno stato chiamato Libia, ma un paio di governi (uno a Tripoli, l'altro a Tobruk) che non riescono a mettersi d'accordo per formarne uno unitario. Poi ci sono l'Isis, Al Qaeda e una ventina – almeno – di milizie tribali che cambiano alleanze con una certa frequenza. Dunque, manca un governo legittimo e riconosciuto da una certa quota di paesi (nonché dall'Onu) che possa “chiedere aiuto militare” all'alleanza multinazionale che scalpita per aprire il fuoco. Scalpita talmente tanto che il fuoco è già stato aperto, con i droni, dagli Stati Uniti.
Ma le cose sarebbero ancora più avanti. Usa, Francia e Gran Bretagna avrebbero già inviato forze speciali per addestrare e dirigere le truppe locali, in particolare le forze fedeli a Tobruk e al generale Khalifa Haftar e forse anche le milizie di Misurata. Del resto, i paesi imperialisti dispongono del controllo dei cieli, e quindi possono meglio indirizzare i movimenti delle truppe locali in un territorio controllato a macchia di leopardo da potenziali avversari che possono diventare alleati o viceversa. Ma il New York Times, per esempio, cita fonti secondo cui sono previsti anche attacchi aerei contro Sirte e altre roccaforti dell'Isis, accompagnati da incursioni mirate delle “forze speciali”. Insomma, un quadro di spiegamento avanzato delle forze militari sul campo, che da un momento all'altro dovrebbe diventare ufficialmente “intervento”.
Si comincia a percepire, anche dalle sconclusionate dichiarazioni dei vari ministri italici, che il governo Renzi nutra ancora molte perplessità. Non sull'intervento in quanto tale, ma sulle modalità e sul ruolo che verrebbe lasciato all'Italia. Nessuno può credere sul serio che i contratti petroliferi – che da decenni, sul teatro libico, sono in modo consistente in mano all'Eni – non abbiano un peso determinante. Né si può credere che, a seconda del ruolo militare svolto nella guerra, l'Italia rischi seriamente di essere colpita, stavolta, dagli attentati jihadisti.
Resta la domanda cui nessuno risponderà, per ora: come mai tanta convinzione nell'attaccare l'Isis in Libia mentre nel Siraq – dopo anni di presunti, e inefficacissimi, bombardamenti Usa – gli è stata lasciata mano libera fin quando non sono intervenuto russi, iraniani ed Hezbollah libanesi?
Fonte
Anche sul piano istituzionale, bisogna dire, i buchi sono tanti: «l'utilizzo della base di Sigonella non richiede una specifica comunicazione al parlamento, ma sarà il ministero della difesa a valutare». Il Parlamento, in fondo, non conta più niente, vero? E anche la Costituzione (non solo l'art. 11), che noia!
Giacché c'era, Gentiloni ha voluto dar prova di avere sotto controllo ogni dettaglio: "Oltretutto non credo che questa autorizzazione sia specificamente finalizzata alla Libia, ma ad operazioni antiterrorismo in generale". Della serie: non mi/ci dicono niente, dunque – a là Razzi – “non credo...”
A cascata, è arrivata anche la conferma da parte di Matteo Renzi, altrettanto ritrosa e ridicola: "Come già detto dal ministro della Difesa, le autorizzazioni" (ai droni americani da Sigonella verso la Libia, ndr) "sono caso per caso: se ci sono iniziative contro terroristi e potenziali attentatori dell'Isis c'è uno stretto rapporto tra noi, soprattutto gli americani, e gli altri alleati. Siamo in piena sintonia con i nostri alleati internazionali".
In pratica, mettendo insieme le due frasi, starebbe accadendo questo: ogni volta che un drone Usa si alza da Sigonella chiede “permesso” a palazzo Chigi che domanda “state andando a fare un giro di perlustrazione oppure a bombardare?”. Se gli Usa rispondono “bombardiamo” allora da palazzo Chigi parte una seconda domanda: “chi bombardate?”. Se si tratta di “terroristi dell'Isis nascosti in via Tal dei tali” – su autocertificazione statunitense – allora arriva l'ok, altrimenti (in quali casi? sarebbe bello sapere), “no, per favore, state fermi”. E gli americani ci obbediscono... In ogni caso, questo «non è preludio a un intervento militare».
Lasciamo perdere le comiche del governo italiano, peraltro smentite involontariamente dallo stesso Renzi («La priorità è la risposta diplomatica ma se abbiamo prove evidenti che si stanno preparando attentati l'Italia fa la sua parte») e guardiamo in faccia la realtà, peraltro anticipata ormai da mesi anche sui media di regime di questo paese (e ancor più, naturalmente, sulla stampa internazionale): la guerra sta per iniziare, ma i problemi e i dubbi sono più delle certezze. Intanto perché non esiste uno stato chiamato Libia, ma un paio di governi (uno a Tripoli, l'altro a Tobruk) che non riescono a mettersi d'accordo per formarne uno unitario. Poi ci sono l'Isis, Al Qaeda e una ventina – almeno – di milizie tribali che cambiano alleanze con una certa frequenza. Dunque, manca un governo legittimo e riconosciuto da una certa quota di paesi (nonché dall'Onu) che possa “chiedere aiuto militare” all'alleanza multinazionale che scalpita per aprire il fuoco. Scalpita talmente tanto che il fuoco è già stato aperto, con i droni, dagli Stati Uniti.
Ma le cose sarebbero ancora più avanti. Usa, Francia e Gran Bretagna avrebbero già inviato forze speciali per addestrare e dirigere le truppe locali, in particolare le forze fedeli a Tobruk e al generale Khalifa Haftar e forse anche le milizie di Misurata. Del resto, i paesi imperialisti dispongono del controllo dei cieli, e quindi possono meglio indirizzare i movimenti delle truppe locali in un territorio controllato a macchia di leopardo da potenziali avversari che possono diventare alleati o viceversa. Ma il New York Times, per esempio, cita fonti secondo cui sono previsti anche attacchi aerei contro Sirte e altre roccaforti dell'Isis, accompagnati da incursioni mirate delle “forze speciali”. Insomma, un quadro di spiegamento avanzato delle forze militari sul campo, che da un momento all'altro dovrebbe diventare ufficialmente “intervento”.
Si comincia a percepire, anche dalle sconclusionate dichiarazioni dei vari ministri italici, che il governo Renzi nutra ancora molte perplessità. Non sull'intervento in quanto tale, ma sulle modalità e sul ruolo che verrebbe lasciato all'Italia. Nessuno può credere sul serio che i contratti petroliferi – che da decenni, sul teatro libico, sono in modo consistente in mano all'Eni – non abbiano un peso determinante. Né si può credere che, a seconda del ruolo militare svolto nella guerra, l'Italia rischi seriamente di essere colpita, stavolta, dagli attentati jihadisti.
Resta la domanda cui nessuno risponderà, per ora: come mai tanta convinzione nell'attaccare l'Isis in Libia mentre nel Siraq – dopo anni di presunti, e inefficacissimi, bombardamenti Usa – gli è stata lasciata mano libera fin quando non sono intervenuto russi, iraniani ed Hezbollah libanesi?
Fonte
19/02/2016
Iperdroni, Killer Robot e Super-Umani per le guerre globali del XXI secolo
“Il campo di battaglia del futuro sarà popolato da un numero inferiore di esseri umani. Quelli sul campo di battaglia, però, avranno capacità fisiche e mentali superiori: avranno una migliore percezione dell’ambiente e saranno più forti, intelligenti e potenti. Combatteranno fianco a fianco ai Killer Cacciatori Automatizzati di vario genere”. Così scrivono il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e l’US Army Research Lab, il laboratorio di ricerca scientifica dell’esercito Usa, nel report Visualizing the Tactical Ground Battlefield in the Year 2050 (pubblicato il 25 luglio 2015) che prefigura le modalità di conduzione della guerra terrestre entro la metà del XXI secolo. Battaglie che saranno combattute da robot assassini e Super-Umani, “macchine da guerra spaventose ed inarrestabili, corazzate e dotate di armi laser…”. Mostruosi non esseri viventi (o quasi) capaci però di distruggere ogni essere vivente, armati di leeches (letteralmente sanguisughe), “velivoli senza pilota che saranno lanciati dall’operatore verso una fonte di energia…”.
La iperdronizzazione delle guerre future è perseguita anche dalla Marina e dall’Aeronautica militare: quest’ultima, in particolare, ha predisposto da anni un cronogramma che fissa il 2048 come l’anno in cui i conflitti saranno automatizzati al 100% e gli ordini di attacco giungeranno da un network di computer e sistemi di intelligenza artificiale, satelliti, terminali di telecomunicazione, velivoli senza pilota e armi nucleari, assolutamente indipendente dal controllo umano. Entro i prossimi cinque anni, l’US Air Force diverrà già la più grande forza da combattimento UAV (unmanned aerial vehicle) del pianeta. Oltre tre miliardi di dollari d’investimenti per dotarsi di ben 17 squadroni di superdroni da dislocare prevalentemente nella basi aeree di Beale (California), Davis-Monthan (Arizona), Pearl Harbor (Honolulu) e Langley Newport (Virginia).
La progettazione e sperimentazione di micidiali sistemi di distruzione di massa e robot killer procede inarrestabile in tutto il mondo, mentre le dottrine strategiche si uniformano allo scopo di estromettere prima possibile i militari in carne ed ossa dalle catene decisionali in tempo di guerra. Le armi letali del tutto automatizzate sono definite in termine tecnico-militare “LAR” (Lethal Autonomous Robotics). “Se utilizzati, i LAR possono avere conseguenze di enorme portata sui valori della società, soprattutto quelli riguardanti la protezione della vita, e sulla stabilità e la sicurezza internazionale”, ha denunciato il Consiglio per i Diritti Umani dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite in un rapporto speciale pubblicato il 9 aprile 2013. “Essi non possono essere programmati per rispettare le leggi umanitarie internazionali e gli standard di protezione della vita previsti dalle norme sui diritti umani. La loro installazione non comporta solo il potenziamento dei tipi di armi usate, ma anche un cambio nell’identità di quelli che li usano. Con i LAR, la distinzione tra armi e combattenti rischia di divenire indistinto”, aggiunge il report Onu. “Raccomandiamo agli Stati membri di stabilire una moratoria nazionale sulla sperimentazione, produzione, assemblaggio, trasferimento, acquisizione, installazione e uso dei Lethal Autonomous Robotics, perlomeno sino a quando non venga concordato a livello internazionale un quadro di riferimento giuridico sul loro futuro”. Ovviamente l’appello non è stato accolto da nessun paese.
I droni-killer protagonisti delle sanguinose incursioni Usa nei principali scacchieri di guerra internazionali sono i “Predator”. Nonostante siano dotati di sofisticatissime tecnologie di telerilevamento, essi non sono in grado di distinguere i “combattenti” nemici dalla popolazione inerme. Dall’autunno del 2012 alcuni di questi droni dell’US Air Force vengono ospitato nella stazione aeronavale siciliana di Sigonella, sulla base di un’autorizzazione top secret del Ministero della difesa italiano. Anche l’Aeronautica militare italiana, prima in tutta Europa, ha acquistato i “Predator” statunitensi; l’1 marzo 2002, nella base aerea di Amendola (Foggia), è stato costituito il 28° Gruppo Ami per condurre le operazioni aeree con i velivoli teleguidati. Il battesimo di fuoco dei droni italiani è avvenuto in Iraq nel gennaio 2005, nell’ambito della missione “Antica Babilonia”. Nel maggio 2007 i Predator sono stati trasferiti pure nella base di Herat, sede del Comando regionale interforze per le operazioni in Afghanistan. Nel corso delle operazioni belliche contro la Libia di Gheddafi della primavera-estate 2011, i velivoli a pilotaggio remoto dell’Aeronautica italiana hanno avuto un ruolo chiave nelle operazioni d’intelligence della coalizione internazionale a guida Usa. Negli ultimi due anni due velivoli-spia sono stati schierati a Gibuti, Corno d’Africa, nell’ambito della missione antipirateria dell’Unione Europea “Atalanta”, mentre nello scalo aereo di Kuwait City sono stati rischierati due droni appositamente riconfigurati per operare con la coalizione internazionale anti-Isis in Iraq e Siria. Sino ad oggi ai “Predator” sono state assegnate solo missioni d’intelligence e riconoscimento; lo scorso anno, però, l’Italia ha ottenuto dal Congresso degli Stati Uniti l’autorizzazione ad armare i propri droni con 156 missili AGM-114R2 Hellfire II prodotti da Lockheed Martin, 20 GBU-12 (bombe a guida laser), 30 GBU-38 JDAM ed altri sistemi d’arma. L’Italia sarà così uno dei primi paesi Nato a disporre di spietati droni-killer e il primo teatro operativo potrebbe già essere nei prossimi mesi quello libico.
Nel campo dei velivoli senza pilota, l’Italia si è conquistata una leadership in ambito internazionale. Nei piani delle forze armate Usa e Nato, la base di Sigonella è destinata a fare da vera e propria capitale mondiale dei droni, cioè un centro d’eccellenza per il comando, il controllo, la manutenzione delle flotte di UAV chiamati a condurre i futuri conflitti globali. Oltre ai “Predator”, dall’ottobre 2010 Sigonella ospita pure tre-quattro aeromobili teleguidati da osservazione e sorveglianza RQ-4B “Global Hawk” dell’US Air Force. Alla iperdronizzazione delle guerre si preparano pure i paesi membri dell’Alleanza Atlantica. Entro la fine del 2016 sarà pienamente operativo il programma denominato Alliance Ground Surveillance (AGS) che punta a potenziare le capacità d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento della Nato nel Mediterraneo, nei Balcani, in Africa e in Medio Oriente. Il sistema AGS verterà su una componente aerea basata su cinque velivoli a controllo remoto “Global Hawk” versione Block 40, che saranno installati anch’essi a Sigonella. Nella stazione siciliana, dove nei prossimi mesi giungeranno 800 militari dei paesi Nato, funzionerà il centro di coordinamento e controllo dell’AGS in cooperazione con i “Global Hawk” Usa. Sigonella è stata prescelta infine come base operativa avanzata del sistema aereo senza pilota (UAS) MQ-4C Triton, anch’esso basato sulla piattaforma del “Global Hawk” acquistati dalla Marina militare Usa.
Le società Piaggio Aereo Industries e Selex Es (Finmeccanica) utilizzano dal novembre 2013 la base del 37° Stormo dell’Aeronautica militare di Trapani Birgi per i test di volo del dimostratore P.1HH DEMO, il nuovo aereo a pilotaggio remoto “HammerHead” (Squalo Martello) che sarà consegnato all’Italia nei primi mesi del 2016. In Sardegna, l’aeroporto di Decimomannu e il grande poligono militare di Perdasdefogu (Ogliastra) sono stati utilizzati invece per sperimentare il prototipo di robot-killer volante nEUROn, l’aereo senza pilota da combattimento coprodotto da Italia, Francia, Svezia, Spagna, Svizzera e Grecia. Il nEUROn è il primo aereo europeo a pilotaggio remoto dotato di materiali con accentuate caratteristiche stealth che gli consentiranno di penetrare nello spazio aereo nemico senza essere individuato dai radar e operare a tutti gli effetti come una spietata macchina-killer per colpire e uccidere a distanza grazie agli ordigni di precisione per gli attacchi aria-suolo a guida laser da 250 kg. Al programma nEUROn partecipa in qualità di capofila con una quota del 50% il consorzio francese composto da Dassault Aviation, Thales e EADS-France; ci sono poi l’italiana Alenia Aermacchi (Finmeccanica), la svedese SAAB, la spagnola EADS-CASA, la greca EAB e la svizzera RUAG.
La pazza corsa ai droni e ai robot killer è innanzitutto il più grande affare della storia del complesso militare-industriale e finanziario transnazionale.
Fonte
La iperdronizzazione delle guerre future è perseguita anche dalla Marina e dall’Aeronautica militare: quest’ultima, in particolare, ha predisposto da anni un cronogramma che fissa il 2048 come l’anno in cui i conflitti saranno automatizzati al 100% e gli ordini di attacco giungeranno da un network di computer e sistemi di intelligenza artificiale, satelliti, terminali di telecomunicazione, velivoli senza pilota e armi nucleari, assolutamente indipendente dal controllo umano. Entro i prossimi cinque anni, l’US Air Force diverrà già la più grande forza da combattimento UAV (unmanned aerial vehicle) del pianeta. Oltre tre miliardi di dollari d’investimenti per dotarsi di ben 17 squadroni di superdroni da dislocare prevalentemente nella basi aeree di Beale (California), Davis-Monthan (Arizona), Pearl Harbor (Honolulu) e Langley Newport (Virginia).
La progettazione e sperimentazione di micidiali sistemi di distruzione di massa e robot killer procede inarrestabile in tutto il mondo, mentre le dottrine strategiche si uniformano allo scopo di estromettere prima possibile i militari in carne ed ossa dalle catene decisionali in tempo di guerra. Le armi letali del tutto automatizzate sono definite in termine tecnico-militare “LAR” (Lethal Autonomous Robotics). “Se utilizzati, i LAR possono avere conseguenze di enorme portata sui valori della società, soprattutto quelli riguardanti la protezione della vita, e sulla stabilità e la sicurezza internazionale”, ha denunciato il Consiglio per i Diritti Umani dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite in un rapporto speciale pubblicato il 9 aprile 2013. “Essi non possono essere programmati per rispettare le leggi umanitarie internazionali e gli standard di protezione della vita previsti dalle norme sui diritti umani. La loro installazione non comporta solo il potenziamento dei tipi di armi usate, ma anche un cambio nell’identità di quelli che li usano. Con i LAR, la distinzione tra armi e combattenti rischia di divenire indistinto”, aggiunge il report Onu. “Raccomandiamo agli Stati membri di stabilire una moratoria nazionale sulla sperimentazione, produzione, assemblaggio, trasferimento, acquisizione, installazione e uso dei Lethal Autonomous Robotics, perlomeno sino a quando non venga concordato a livello internazionale un quadro di riferimento giuridico sul loro futuro”. Ovviamente l’appello non è stato accolto da nessun paese.
I droni-killer protagonisti delle sanguinose incursioni Usa nei principali scacchieri di guerra internazionali sono i “Predator”. Nonostante siano dotati di sofisticatissime tecnologie di telerilevamento, essi non sono in grado di distinguere i “combattenti” nemici dalla popolazione inerme. Dall’autunno del 2012 alcuni di questi droni dell’US Air Force vengono ospitato nella stazione aeronavale siciliana di Sigonella, sulla base di un’autorizzazione top secret del Ministero della difesa italiano. Anche l’Aeronautica militare italiana, prima in tutta Europa, ha acquistato i “Predator” statunitensi; l’1 marzo 2002, nella base aerea di Amendola (Foggia), è stato costituito il 28° Gruppo Ami per condurre le operazioni aeree con i velivoli teleguidati. Il battesimo di fuoco dei droni italiani è avvenuto in Iraq nel gennaio 2005, nell’ambito della missione “Antica Babilonia”. Nel maggio 2007 i Predator sono stati trasferiti pure nella base di Herat, sede del Comando regionale interforze per le operazioni in Afghanistan. Nel corso delle operazioni belliche contro la Libia di Gheddafi della primavera-estate 2011, i velivoli a pilotaggio remoto dell’Aeronautica italiana hanno avuto un ruolo chiave nelle operazioni d’intelligence della coalizione internazionale a guida Usa. Negli ultimi due anni due velivoli-spia sono stati schierati a Gibuti, Corno d’Africa, nell’ambito della missione antipirateria dell’Unione Europea “Atalanta”, mentre nello scalo aereo di Kuwait City sono stati rischierati due droni appositamente riconfigurati per operare con la coalizione internazionale anti-Isis in Iraq e Siria. Sino ad oggi ai “Predator” sono state assegnate solo missioni d’intelligence e riconoscimento; lo scorso anno, però, l’Italia ha ottenuto dal Congresso degli Stati Uniti l’autorizzazione ad armare i propri droni con 156 missili AGM-114R2 Hellfire II prodotti da Lockheed Martin, 20 GBU-12 (bombe a guida laser), 30 GBU-38 JDAM ed altri sistemi d’arma. L’Italia sarà così uno dei primi paesi Nato a disporre di spietati droni-killer e il primo teatro operativo potrebbe già essere nei prossimi mesi quello libico.
Nel campo dei velivoli senza pilota, l’Italia si è conquistata una leadership in ambito internazionale. Nei piani delle forze armate Usa e Nato, la base di Sigonella è destinata a fare da vera e propria capitale mondiale dei droni, cioè un centro d’eccellenza per il comando, il controllo, la manutenzione delle flotte di UAV chiamati a condurre i futuri conflitti globali. Oltre ai “Predator”, dall’ottobre 2010 Sigonella ospita pure tre-quattro aeromobili teleguidati da osservazione e sorveglianza RQ-4B “Global Hawk” dell’US Air Force. Alla iperdronizzazione delle guerre si preparano pure i paesi membri dell’Alleanza Atlantica. Entro la fine del 2016 sarà pienamente operativo il programma denominato Alliance Ground Surveillance (AGS) che punta a potenziare le capacità d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento della Nato nel Mediterraneo, nei Balcani, in Africa e in Medio Oriente. Il sistema AGS verterà su una componente aerea basata su cinque velivoli a controllo remoto “Global Hawk” versione Block 40, che saranno installati anch’essi a Sigonella. Nella stazione siciliana, dove nei prossimi mesi giungeranno 800 militari dei paesi Nato, funzionerà il centro di coordinamento e controllo dell’AGS in cooperazione con i “Global Hawk” Usa. Sigonella è stata prescelta infine come base operativa avanzata del sistema aereo senza pilota (UAS) MQ-4C Triton, anch’esso basato sulla piattaforma del “Global Hawk” acquistati dalla Marina militare Usa.
Le società Piaggio Aereo Industries e Selex Es (Finmeccanica) utilizzano dal novembre 2013 la base del 37° Stormo dell’Aeronautica militare di Trapani Birgi per i test di volo del dimostratore P.1HH DEMO, il nuovo aereo a pilotaggio remoto “HammerHead” (Squalo Martello) che sarà consegnato all’Italia nei primi mesi del 2016. In Sardegna, l’aeroporto di Decimomannu e il grande poligono militare di Perdasdefogu (Ogliastra) sono stati utilizzati invece per sperimentare il prototipo di robot-killer volante nEUROn, l’aereo senza pilota da combattimento coprodotto da Italia, Francia, Svezia, Spagna, Svizzera e Grecia. Il nEUROn è il primo aereo europeo a pilotaggio remoto dotato di materiali con accentuate caratteristiche stealth che gli consentiranno di penetrare nello spazio aereo nemico senza essere individuato dai radar e operare a tutti gli effetti come una spietata macchina-killer per colpire e uccidere a distanza grazie agli ordigni di precisione per gli attacchi aria-suolo a guida laser da 250 kg. Al programma nEUROn partecipa in qualità di capofila con una quota del 50% il consorzio francese composto da Dassault Aviation, Thales e EADS-France; ci sono poi l’italiana Alenia Aermacchi (Finmeccanica), la svedese SAAB, la spagnola EADS-CASA, la greca EAB e la svizzera RUAG.
La pazza corsa ai droni e ai robot killer è innanzitutto il più grande affare della storia del complesso militare-industriale e finanziario transnazionale.
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08/02/2015
Allarme tubercolosi tra il personale Usa di Sigonella
Allarme a Sigonella per un caso sospetto di tubercolosi in un giovane studente, figlio di un dipendente delle forze armate statunitensi che operano nella stazione aeronavale siciliana. Il 3 febbraio scorso lo staff medico dell'US Navy ha ordinato l’isolamento di un allievo frequentante la Sigonella Middle High School. Secondo quanto dichiarato dal portavoce della base Usa, il luogotenente Paul Newell, i medici della Marina sono in attesa dei risultati dei test effettuati sul paziente per confermare la diagnosi di tubercolosi, “ma stanno procedendo comunque con i protocolli sanitari previsti per la malattia”.
In una nota postata sulla pagina ufficiale Facebook di Nas Sigonella, il comandante della base Christopher J. Dennis e il responsabile dell’ospedale navale J.A. Lamberton, scrivono che “l’isolamento e altre azioni preventive sono stati ordinati immediatamente in coordinamento con le specifiche autorità pubbliche Usa e italiane, per assicurare la salute e la sicurezza di tutti gli studenti e dello staff della nostra scuola media superiore e di tutta la comunità che vive e opera a Sigonella”.
“La tubercolosi è causata da un batterio e si diffonde per via aerea”, prosegue la nota di US Navy. “E’ comune nelle nazioni in via di sviluppo ed è rara, ma non insolita, in Europa occidentale, dove è spesso associata alla popolazione migrante. L’Organizzazione mondiale della sanità ha registrato 0,5 nuovi casi di tubercolosi ogni 100.000 abitanti in Italia nel 2013”.
“La potenziale esposizione alla tubercolosi non significa però che causi automaticamente l’infezione”, aggiungono gli alti ufficiali di US Navy. “I sintomi della tubercolosi in forma attiva includono insonnia, affaticamento, tosse persistente e perdita di peso. Poiché ci troviamo in mezzo alla stagione invernale e influenzale, molti di noi potrebbero avvertire alcuni di questi sintomi. La loro presenza non significa pertanto che abbiamo contratto la tubercolosi, ma che siamo in presenza solo di una malattia da raffreddamento”. Nell’invitare i dipendenti di Sigonella a mantenere la calma, il Comando di US Navy suggerisce di rivolgersi ai medici del pronto soccorso nel caso di sintomi “sospetti”.
Quello di Sigonella è il secondo caso di tubercolosi che viene registrato questa settimana nelle scuole gestite dal Dipartimento della difesa Usa (DODDS) in Europa. Il comando medico di US Army ha reso noto che un impiegato del DODDS di Wiesbaden, Germania, programmatore informatico, è stato trasferito all’estero per intraprendere un ciclo di cure contro la malattia. “Anche in questo caso non abbiamo ancora la conferma che si tratti realmente di tubercolosi, ma comunque non c’è ragione di credere che gli eventi registrati a Wiesbaden e Sigonella siano relazionati”, ha affermato Bob Purtiman, portavoce di DODDS-Europe.
Il rischio tubercolosi a Sigonella non è comunque una novità. Il 25 agosto 2013, il Comando della base siciliana aveva segnalato pubblicamente che nel precedente mese di giugno un altro studente della scuola media superiore della base Usa era risultato positivo al test di esposizione alla tubercolosi e che nei suoi confronti era stato avviato il trattamento di cura. Allora, il personale docente e gli studenti di Sigonella frequentanti l’anno scolastico 2012-13 e tutte le persone entrate in contatto con lo studente infermo furono invitati a recarsi al presidio ospedaliero per svolgere una serie di test sulla tubercolosi.
Fonte
In una nota postata sulla pagina ufficiale Facebook di Nas Sigonella, il comandante della base Christopher J. Dennis e il responsabile dell’ospedale navale J.A. Lamberton, scrivono che “l’isolamento e altre azioni preventive sono stati ordinati immediatamente in coordinamento con le specifiche autorità pubbliche Usa e italiane, per assicurare la salute e la sicurezza di tutti gli studenti e dello staff della nostra scuola media superiore e di tutta la comunità che vive e opera a Sigonella”.
“La tubercolosi è causata da un batterio e si diffonde per via aerea”, prosegue la nota di US Navy. “E’ comune nelle nazioni in via di sviluppo ed è rara, ma non insolita, in Europa occidentale, dove è spesso associata alla popolazione migrante. L’Organizzazione mondiale della sanità ha registrato 0,5 nuovi casi di tubercolosi ogni 100.000 abitanti in Italia nel 2013”.
“La potenziale esposizione alla tubercolosi non significa però che causi automaticamente l’infezione”, aggiungono gli alti ufficiali di US Navy. “I sintomi della tubercolosi in forma attiva includono insonnia, affaticamento, tosse persistente e perdita di peso. Poiché ci troviamo in mezzo alla stagione invernale e influenzale, molti di noi potrebbero avvertire alcuni di questi sintomi. La loro presenza non significa pertanto che abbiamo contratto la tubercolosi, ma che siamo in presenza solo di una malattia da raffreddamento”. Nell’invitare i dipendenti di Sigonella a mantenere la calma, il Comando di US Navy suggerisce di rivolgersi ai medici del pronto soccorso nel caso di sintomi “sospetti”.
Quello di Sigonella è il secondo caso di tubercolosi che viene registrato questa settimana nelle scuole gestite dal Dipartimento della difesa Usa (DODDS) in Europa. Il comando medico di US Army ha reso noto che un impiegato del DODDS di Wiesbaden, Germania, programmatore informatico, è stato trasferito all’estero per intraprendere un ciclo di cure contro la malattia. “Anche in questo caso non abbiamo ancora la conferma che si tratti realmente di tubercolosi, ma comunque non c’è ragione di credere che gli eventi registrati a Wiesbaden e Sigonella siano relazionati”, ha affermato Bob Purtiman, portavoce di DODDS-Europe.
Il rischio tubercolosi a Sigonella non è comunque una novità. Il 25 agosto 2013, il Comando della base siciliana aveva segnalato pubblicamente che nel precedente mese di giugno un altro studente della scuola media superiore della base Usa era risultato positivo al test di esposizione alla tubercolosi e che nei suoi confronti era stato avviato il trattamento di cura. Allora, il personale docente e gli studenti di Sigonella frequentanti l’anno scolastico 2012-13 e tutte le persone entrate in contatto con lo studente infermo furono invitati a recarsi al presidio ospedaliero per svolgere una serie di test sulla tubercolosi.
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01/10/2014
Droni USA Triton per la base siciliana di Sigonella
Dopo i Global Hawk e i Predator dell’Aeronautica militare Usa e i velivoli senza pilota del sistema di sorveglianza e intelligence AGS della Nato, a partire del 2017 la grande stazione aeronavale di Sigonella ospiterà pure i nuovi droni MQ-4C “Triton” della Marina da guerra statunitense. Secondo quanto annunciato dal Pentagono, con l’entrata in servizio dei grandi aerei-spia, saranno utilizzate come basi avanzate le stazioni aeronavali Usa dove oggi operano i pattugliatori marittimi P-3C “Orion”: oltre a Sigonella, le basi US Navy nelle isole Hawaii, Jacksonville (Florida), Kadena (Giappone), Point Mugu (California) e Andersen (Guam, Oceano Indiano).
Il Triton è un velivolo a lungo raggio a pilotaggio remoto, basato sulla piattaforma dell’RQ-4 Global Hawk, versione “Block 20”, prodotto dall’industria aerospaziale Nortrop Grumman. In particolare, rispetto alla versione precedente (quella già operativa a Sigonella con l’US Air Force), nel nuovo drone sono state rinforzate la cellula anteriore e la struttura alare per consentirgli di operare in condizioni meteorologiche avverse e resistere maggiormente alla grandine, all’impatto con i volatili, ai fulmini e al ghiaccio. Il 18 settembre scorso, il Dipartimento della difesa ha annunciato di aver condotto “con successo” un primo importante test di volo del Triton: il velivolo ha navigato a 15.000 metri d’altitudine per undici ore consecutive dallo stabilimento Northrop Grumman di Palmdale, California sino alla stazione aeronavale di Patuxent River, Maryland, distante 6.090 km, seguendo una rotta prefissata sulla frontiera tra Stati Uniti e Messico. Nei prossimi mesi, l'US Navy conta di far svolgere all’MQ-4C una prima missione transoceanica.
L’ultima generazione dei droni made in USA avrà un costo superiore ai 190 milioni di dollari per ogni unità. Lungo 14,5 metri e con un’apertura alare di 39,9m, il Triton potrà operare entro un raggio di 2.000 miglia nautiche dalla base di decollo, a un’altitudine massima di 18.288 metri e una velocità di crociera di 575 km/h. Il velivolo godrà di un’autonomia di volo tra le 24 e le 30 ore consecutive.
L’MQ-4C è stato sviluppato nell’ambito del cosiddetto programma BAMS (Broad Area Maritime Surveillance) con cui US Navy punta a rafforzare la propria superiorità strategica nello svolgimento di missioni prolungate d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento (ISR) su vaste regioni oceaniche e costiere, per localizzare e intercettare unità navali di superficie e sottomarini potenzialmente ostili. Più specificatamente, il sistema BAMS è stato concepito per sviluppare le capacità di raccolta e trasmissione delle informazioni a utenti operativi e tattici (sottomarini a capacità e propulsione nucleare, portaerei, gruppi di volo, ecc.), operando in stretto collegamento con il Global Information Grid (GIG), il network informativo del Pentagono.
L’MQ-4C sarà in grado di operare in modo autonomo e a grande distanza per attività ISR, grazie a una serie di nuovi e sofisticatissimi apparati elettronici e sensori radar; tra essi, in particolare, i multi-sensori elettro-ottici all’infrarosso (EO/IR); il sistema ESM (Electronic Support Measures) “LR-100” di Northrop Grumman; un sistema automatico per l’identificazione del traffico navale AIS (Automatic Identification System); il sistema L-3 Communications CDL (Common Data Link) per la trasmissione in banda larga entro l’orizzonte radar in banda Ku e X; un sistema per le comunicazioni satellitari commerciali INMARSAT. Ad essi si aggiunge pure un radar per la scoperta di bersagli aerei denominato AARSS (Air-to-Air Radar Subsystem), fornito da ITT, con antenna a scansione elettronica operante in banda Ku. Il Triton sarà equipaggiato infine con un sensore attivo multi-funzione (MFAS) progettato specificatamente per individuare qualsiasi oggetto si muova nell’oceano. Grazie ai nuovi sensori, il Triton assicurerà una copertura del raggio di ricerca a 360°, ottenendo importanti vantaggi rispetto ai “Global Hawk” nel controllo in tempo reale del traffico marittimo e nell’individuazione dei target nemici.
Il Pentagono ha avviato il programma per la flotta UAV Triton nel 2008 con lo stanziamento di 1,16 miliardi di dollari. Ad oggi, Northrop Grumman ha completato la costruzione dei primi due dimostratori, mentre un terzo sarà consegnato a breve. Originariamente si prevedeva di fare entrare in funzione i 60 velivoli ordinati entro la fine del 2015. Si sono però registrati alcuni ritardi nelle consegne anche per il cattivo funzionamento di alcuni sistemi a bordo e nel 2012 un drone sperimentale BAMS-D è precipitato al suolo durante un test di volo vicino all’isola di Bloodsworth, nella contea di Dorchester (Maryland), dopo essere decollato dalla vicina base aeronavale di Patuxent River. Nell’aprile 2013, il Pentagono ha annunciato che la produzione del nuovo drone sarebbe slittata dall’anno fiscale 2014 al 2015 “onde effettuare ulteriori test di volo, acquisire i requisiti tecnici per lo stabilizzatore di coda e il timone verticale e completare l’integrazione del software per i sensori marittimi”. Secondo il Naval Air Systems Command (NAVAIR) degli Stati Uniti d’America, la capacità operativa iniziale del sistema a pilotaggio remoto MQ-4C sarà raggiunta nel 2017.
Recentemente sono stati aggiudicati due contratti, il primo per la costruzione del complesso che controllerà le missioni mondiali del Triton all’interno della base navale di Jacksonville; il secondo per realizzare la facility per la manutenzione e le attività d’addestramento dei piloti che teleguideranno i Triton nella base navale di Point Mugu, a nord di Los Angeles.
L’MQ-4C BAMS opererà congiuntamente al pattugliatore marittimo a lungo raggio Boeing “P-8A Poseidon” che sostituirà a breve i vecchi P-3C “Orion” di Lockheed Martin nelle attività di sorveglianza marittima e guerra ai sottomarini e al naviglio di superficie. Dopo avre individuato gli obiettivi da colpire, Triton e Poseidon forniranno le necessarie informazioni ai gruppi di volo, alle forze di pronto intervento aeronavale, ai gruppi di portaerei e alle altre forze d’attacco di US Navy.
Il Boeing “P-8 Poseidon” (conosciuto in origine come Multimission Maritime Aircraft o MMA) ha un’architettura simile a quella del velivolo Boeing 737, utilizzato per il traffico civile. Con una lunghezza di 39,47 metri, un’apertura alare di 35,72 e un equipaggio di nove unità, il Poseidon può raggiungere una velocità massima di 907 km/h, e un’altitudine di 12,500 m. Il nuovo velivolo avrà la massima interoperabilità nei futuri campi di battaglia marittimi e litoranei, grazie a un dispositivo bellico polivalente comprendente sistemi di sono-boe e siluri, cariche di profondità, mine, missili antinave “Harpoon”, e Slam-ER, AGM-84H/K e AGM-65F “Maverick” per colpire obiettivi terrestri.
La Marina Usa ha in programma di acquisire 117 P-8A; la costruzione dei primi sei velivoli fu affidata nel gennaio 2011 a un consorzio d’imprese statunitensi guidato dal colosso Boeing e formato da Cfm International, Northrop Grumman, Raytheon, Spirit AeroSystems, Bae Systems e Ge Aviation (valore della commessa 1,6 miliardi dollari). Altri due lotti per 31 Poseidon sono stati commissionati tra il 2012 e il 2013; nel febbraio 2014, US Navy ha ordinato 16 ulteriori velivoli (costo 2,4 miliardi di dollari). Con quest’ultimo contratto gli ordini complessivi sono saliti a 53 pattugliatori, 13 dei quali già consegnati e operativi negli Stati Uniti e nello scalo giapponese di Kadena. Nei prossimi mesi i Poseidon inizieranno ad essere schierati nell’immancabile base siciliana di Sigonella.
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Il Triton è un velivolo a lungo raggio a pilotaggio remoto, basato sulla piattaforma dell’RQ-4 Global Hawk, versione “Block 20”, prodotto dall’industria aerospaziale Nortrop Grumman. In particolare, rispetto alla versione precedente (quella già operativa a Sigonella con l’US Air Force), nel nuovo drone sono state rinforzate la cellula anteriore e la struttura alare per consentirgli di operare in condizioni meteorologiche avverse e resistere maggiormente alla grandine, all’impatto con i volatili, ai fulmini e al ghiaccio. Il 18 settembre scorso, il Dipartimento della difesa ha annunciato di aver condotto “con successo” un primo importante test di volo del Triton: il velivolo ha navigato a 15.000 metri d’altitudine per undici ore consecutive dallo stabilimento Northrop Grumman di Palmdale, California sino alla stazione aeronavale di Patuxent River, Maryland, distante 6.090 km, seguendo una rotta prefissata sulla frontiera tra Stati Uniti e Messico. Nei prossimi mesi, l'US Navy conta di far svolgere all’MQ-4C una prima missione transoceanica.
L’ultima generazione dei droni made in USA avrà un costo superiore ai 190 milioni di dollari per ogni unità. Lungo 14,5 metri e con un’apertura alare di 39,9m, il Triton potrà operare entro un raggio di 2.000 miglia nautiche dalla base di decollo, a un’altitudine massima di 18.288 metri e una velocità di crociera di 575 km/h. Il velivolo godrà di un’autonomia di volo tra le 24 e le 30 ore consecutive.
L’MQ-4C è stato sviluppato nell’ambito del cosiddetto programma BAMS (Broad Area Maritime Surveillance) con cui US Navy punta a rafforzare la propria superiorità strategica nello svolgimento di missioni prolungate d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento (ISR) su vaste regioni oceaniche e costiere, per localizzare e intercettare unità navali di superficie e sottomarini potenzialmente ostili. Più specificatamente, il sistema BAMS è stato concepito per sviluppare le capacità di raccolta e trasmissione delle informazioni a utenti operativi e tattici (sottomarini a capacità e propulsione nucleare, portaerei, gruppi di volo, ecc.), operando in stretto collegamento con il Global Information Grid (GIG), il network informativo del Pentagono.
L’MQ-4C sarà in grado di operare in modo autonomo e a grande distanza per attività ISR, grazie a una serie di nuovi e sofisticatissimi apparati elettronici e sensori radar; tra essi, in particolare, i multi-sensori elettro-ottici all’infrarosso (EO/IR); il sistema ESM (Electronic Support Measures) “LR-100” di Northrop Grumman; un sistema automatico per l’identificazione del traffico navale AIS (Automatic Identification System); il sistema L-3 Communications CDL (Common Data Link) per la trasmissione in banda larga entro l’orizzonte radar in banda Ku e X; un sistema per le comunicazioni satellitari commerciali INMARSAT. Ad essi si aggiunge pure un radar per la scoperta di bersagli aerei denominato AARSS (Air-to-Air Radar Subsystem), fornito da ITT, con antenna a scansione elettronica operante in banda Ku. Il Triton sarà equipaggiato infine con un sensore attivo multi-funzione (MFAS) progettato specificatamente per individuare qualsiasi oggetto si muova nell’oceano. Grazie ai nuovi sensori, il Triton assicurerà una copertura del raggio di ricerca a 360°, ottenendo importanti vantaggi rispetto ai “Global Hawk” nel controllo in tempo reale del traffico marittimo e nell’individuazione dei target nemici.
Il Pentagono ha avviato il programma per la flotta UAV Triton nel 2008 con lo stanziamento di 1,16 miliardi di dollari. Ad oggi, Northrop Grumman ha completato la costruzione dei primi due dimostratori, mentre un terzo sarà consegnato a breve. Originariamente si prevedeva di fare entrare in funzione i 60 velivoli ordinati entro la fine del 2015. Si sono però registrati alcuni ritardi nelle consegne anche per il cattivo funzionamento di alcuni sistemi a bordo e nel 2012 un drone sperimentale BAMS-D è precipitato al suolo durante un test di volo vicino all’isola di Bloodsworth, nella contea di Dorchester (Maryland), dopo essere decollato dalla vicina base aeronavale di Patuxent River. Nell’aprile 2013, il Pentagono ha annunciato che la produzione del nuovo drone sarebbe slittata dall’anno fiscale 2014 al 2015 “onde effettuare ulteriori test di volo, acquisire i requisiti tecnici per lo stabilizzatore di coda e il timone verticale e completare l’integrazione del software per i sensori marittimi”. Secondo il Naval Air Systems Command (NAVAIR) degli Stati Uniti d’America, la capacità operativa iniziale del sistema a pilotaggio remoto MQ-4C sarà raggiunta nel 2017.
Recentemente sono stati aggiudicati due contratti, il primo per la costruzione del complesso che controllerà le missioni mondiali del Triton all’interno della base navale di Jacksonville; il secondo per realizzare la facility per la manutenzione e le attività d’addestramento dei piloti che teleguideranno i Triton nella base navale di Point Mugu, a nord di Los Angeles.
L’MQ-4C BAMS opererà congiuntamente al pattugliatore marittimo a lungo raggio Boeing “P-8A Poseidon” che sostituirà a breve i vecchi P-3C “Orion” di Lockheed Martin nelle attività di sorveglianza marittima e guerra ai sottomarini e al naviglio di superficie. Dopo avre individuato gli obiettivi da colpire, Triton e Poseidon forniranno le necessarie informazioni ai gruppi di volo, alle forze di pronto intervento aeronavale, ai gruppi di portaerei e alle altre forze d’attacco di US Navy.
Il Boeing “P-8 Poseidon” (conosciuto in origine come Multimission Maritime Aircraft o MMA) ha un’architettura simile a quella del velivolo Boeing 737, utilizzato per il traffico civile. Con una lunghezza di 39,47 metri, un’apertura alare di 35,72 e un equipaggio di nove unità, il Poseidon può raggiungere una velocità massima di 907 km/h, e un’altitudine di 12,500 m. Il nuovo velivolo avrà la massima interoperabilità nei futuri campi di battaglia marittimi e litoranei, grazie a un dispositivo bellico polivalente comprendente sistemi di sono-boe e siluri, cariche di profondità, mine, missili antinave “Harpoon”, e Slam-ER, AGM-84H/K e AGM-65F “Maverick” per colpire obiettivi terrestri.
La Marina Usa ha in programma di acquisire 117 P-8A; la costruzione dei primi sei velivoli fu affidata nel gennaio 2011 a un consorzio d’imprese statunitensi guidato dal colosso Boeing e formato da Cfm International, Northrop Grumman, Raytheon, Spirit AeroSystems, Bae Systems e Ge Aviation (valore della commessa 1,6 miliardi dollari). Altri due lotti per 31 Poseidon sono stati commissionati tra il 2012 e il 2013; nel febbraio 2014, US Navy ha ordinato 16 ulteriori velivoli (costo 2,4 miliardi di dollari). Con quest’ultimo contratto gli ordini complessivi sono saliti a 53 pattugliatori, 13 dei quali già consegnati e operativi negli Stati Uniti e nello scalo giapponese di Kadena. Nei prossimi mesi i Poseidon inizieranno ad essere schierati nell’immancabile base siciliana di Sigonella.
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