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12/03/2026

Iran, un punto a favore nella guerra finanziaria contro gli Usa

di Silvano Cacciari

Spesso si continua a immaginare il conflitto tra Usa e Israele, da una parte, e l’Iran dall'altra come la classica guerra simmetrica nella quale il vincitore è colui che provoca le maggiori distruzioni materiali all’avversario. Questo conflitto, invece, ha tutte le caratteristiche della guerra contemporanea essendo ibrido con una forte componente di guerra finanziaria. La decisione delle compagnie di assicurazione di ritirare la copertura per le navi in transito nello Stretto di Hormuz rappresenta quindi un caso paradigmatico di come, in un conflitto ibrido, si manifesti con forza la guerra finanziaria, un fenomeno in grado di fare danni persino superiori alla guerra sul campo.

E proprio sul piano della guerra finanziaria, il meccanismo degli eventi è lineare e segue la logica della razionalità assicurativa. Dal 5 marzo, i principali sottoscrittori internazionali hanno cancellato le polizze “war risk” per il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz. La decisione è formalmente tecnica: i riassicuratori non offrono più prezzi per l’area, rendendo impossibile per le compagnie primarie mantenere la copertura. Ma questa tecnicità è essa stessa il prodotto della guerra: l’Iran, sul piano del sabotaggio come della comunicazione, ha deliberatamente aumentato il rischio fino al punto in cui il calcolo attuariale diventa insostenibile.

Le conseguenze sono misurabili. I premi per la copertura di guerra sono passati dallo 0,25% al 0,375% del valore dello scafo per singola traversata, con aumenti fino al 50%. Le tariffe per le VLCC (Very Large Crude Carriers) hanno superato i 400.000 dollari al giorno, l’equivalente del noleggio di una piattaforma di trivellazione. Ma il dato più significativo è un altro: l’assenza di copertura non è un effetto collaterale, è l’obiettivo. Quando il mercato assicurativo si ritira, la responsabilità passa agli Stati: Trump ha già dovuto offrire polizze pubbliche attraverso la Development Finance Corporation, mentre l’Italia discute il dispiegamento della Marina Militare. È la statalizzazione forzata del rischio, esattamente ciò che Teheran intende provocare.

Sul piano della guerra dell’informazione, l’operazione, inoltre, è più sottile. L’Iran, anche se colpisce le navi, non ha bisogno di affondare intere flotte di petroliere: gli basta che le compagnie assicurative credano che possa farlo. La percezione del rischio, amplificata dai media e dalle stesse dinamiche di mercato, produce quindi effetti reali. Le principali linee di navigazione come MSC e Maersk hanno sospeso le traversate non perché abbiano subito attacchi, ma perché l’incertezza sulla copertura rende il transito economicamente insostenibile. Trentamila marittimi, molti dei quali italiani, sono bloccati in una zona di guerra non per la presenza fisica del nemico, ma per una decisione presa in consigli di amministrazione a Londra, Oslo e New York.

La circolazione delle notizie sugli attacchi alle infrastrutture energetiche di Arabia Saudita ed Emirati, i social che riportano che che le navi spengono l’AIS, il sistema di identificazione automatica, per non essere localizzate, l’aggiornamento delle liste JWLA-033, quelle delle aree a rischio guerra e terrorismo : tutto contribuisce a costruire un ambiente in cui la decisione razionale per un armatore è non muoversi. L’informazione diventa così un moltiplicatore della guerra finanziaria, e viceversa.

L’efficacia di questa strategia va misurata sulla capacità dell’Iran di trasformare la propria debolezza strutturale in vantaggio strategico. Militarmente, Teheran non può competere, per manifesta inferiorità tecnologica, con la coalizione guidata dagli Stati Uniti. Ma può giocare una partita diversa: quella dell’asimmetria e del logoramento.

Qui l’analisi degli esperti citati da France 24 e dal New York Times è convergente. La strategia iraniana, delineata già nei primi giorni del conflitto, consiste nel “diffondere il dolore il più possibile” (Ali Vaez, International Crisis Group) per rendere la guerra così costosa da spingere Washington a cercare una via d’uscita. È la logica del Vietnam applicata al mare: il più forte vince tutte le battaglie ma perde la guerra se il costo economico diventa insostenibile.

In questo quadro, la chiusura assicurativa di Hormuz è un successo asimmetrico di prima grandezza per tre ragioni.

Primo: moltiplica i fronti di crisi senza moltiplicare i costi. L’Iran non deve sostenere campagne militari costose in vite umane e materiali. Gli basta mantenere un livello di minaccia sufficiente a tenere attiva la percezione del rischio. Come nota Agnès Levallois (iReMMo), Teheran utilizza le sue munizioni in modo parsimonioso proprio per prolungare il conflitto. Ogni missile lanciato con parsimonia produce un effetto sproporzionato sul mercato assicurativo e, attraverso di esso, sull’economia globale.

Secondo: trasforma gli alleati degli Stati Uniti in fonti di pressione su Washington. I paesi del Golfo, le cui infrastrutture energetiche sono state colpite, subiscono danni economici diretti. L’Italia, con il 13% delle importazioni energetiche che passa da Hormuz, chiede l’intervento della Marina. La Francia annuncia una coalizione per la sicurezza marittima. Giappone, Corea del Sud e India, altamente dipendenti dal greggio mediorientale, vedono minacciati i loro approvvigionamenti. Tutti questi attori hanno accesso a Trump e tutti hanno interesse a che il conflitto si risolva rapidamente. L’Iran li trasforma, loro malgrado, in propri alleati diplomatici.

Terzo: colpisce il tallone d’Achille politico di Trump. L’economia americana, con un debito federale vicino ai quarantamila miliardi, non può permettersi uno shock energetico prolungato. L’aumento dei prezzi del petrolio si traduce in inflazione, l’inflazione in malumore elettorale. Gli analisti del Soufan Center sono chiari: l’obiettivo è che “la pressione combinata dei suoi alleati del Golfo e dell’inflazione energetica mondiale facciano retrocedere Trump”. Non serve sconfiggerlo militarmente. Basta rendergli la permanenza in guerra più costosa della ritirata.

Va notato, per completezza, che questa strategia ha un costo. L’Iran sta bruciando i rapporti con i vicini del Golfo, che dopo la guerra difficilmente torneranno a considerarlo un partner affidabile. Ma per un governo che combatte per la sopravvivenza, il futuro è una variabile secondaria. Come sintetizza Danny Citrinowicz (INSS), “dalla prospettiva iraniana, l’obiettivo di questa guerra è massimizzare i guadagni e imprimere nella mente dei suoi avversari il costo di affrontare l’Iran in futuro”.

La crisi assicurativa di Hormuz è al tempo stesso un risultato e uno strumento. È il risultato di una guerra finanziaria in cui il mercato, di fronte a un rischio divenuto incalcolabile, si ritira e scarica la responsabilità sugli Stati. Ed è il risultato di una guerra dell’informazione in cui la percezione del pericolo produce effetti materiali indipendentemente dagli eventi concreti.

Ma è anche uno strumento di guerra asimmetrica di straordinaria efficacia. L’Iran ha trovato il modo di trasformare la propria inferiorità militare in leva geopolitica: non deve vincere, deve solo resistere abbastanza a lungo da far sì che il costo della vittoria americana diventi politicamente insostenibile per chi deve pagarlo.

È una lezione profonda di questo conflitto. In un sistema complesso, come lo è la guerra, la potenza di fuoco non è l’unica variabile. La capacità di innescare cascate di conseguenze – assicurative, commerciali, diplomatiche, elettorali – può rivelarsi altrettanto decisiva. E in questo gioco, l’attore più debole ha spesso un vantaggio: può concentrare tutte le sue risorse su un unico punto di leva, Hormuz, mentre il più forte deve difendere un fronte infinito. Insomma, un punto a favore dell’Iran in un piano di guerra, quello finanziario, che nasconde molte battaglie nel quale Washington ha già giocato pesante provando a determinarte una forte inflazione in Iran. La guerra finanziaria continua fino a quando uno dei due contendenti non getterà la spugna.

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