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26/03/2026

I giovani che hanno detto no al governo Meloni adesso fanno gola a tutti

Chi lo avrebbe detto? Anche solo venerdì 21 marzo era impossibile immaginare una bocciatura tanto sostanziosa da parte delle giovani generazioni nei confronti del Governo Meloni. Sfidiamo a trovare una predizione di un risultato generoso come poi è stato, e questo dice molto.

Per chi conosce la situazione dietro al voto e alle peripezie connesse all’esercizio di questo elementare diritto democratico per i giovani, il tasso percentuale del 63,3% per il No da parte degli studenti stupisce veramente.

Tra il divieto per i fuorisede di votare dove si studia e si lavora – un segmento sociale che alle scorse europee ha premiato le liste d’opposizione, e che sono stati tra i protagonisti del “Blocchiamo tutto” d’autunno – e altri ostacoli al voto protrattisi fino al 22 e 23 nei seggi contro i rappresentanti di lista, si era creata una situazione ostica che però è stata superata da uno sforzo di volontà dei giovani che si sono recati alle urne e hanno ripagato con la stessa moneta: bocciando il governo.

Molti hanno speso ore e parte delle proprie finanze (spesso misere) per andare a votare nelle proprie città di provenienza e questo è stato un dato decisamente in controtendenza.

Sullo sfondo rimane infatti la depoliticizzazione come dato strutturale – un fattore di cui Cambiare Rotta e OSA hanno spesso parlato – ma nell’ultimo anno c’è stata anche una riattivazione e questi momenti di risveglio, ormai, stanno diventando sempre più frequenti.

Sulle colonne de “Il Tempo”, un editoriale di Federico Punzi apparso il 25 marzo parla esplicitamente di “battaglia delle idee” che la destra deve combattere fra i giovani per risultare attrattiva e strappare questa fascia “alla sinistra” (e che questo porti a un’evoluzione delle giovanili di destra, quelle che schedano i prof per intenderci, è una possibilità, non data a priori ma che è nelle cose). Il centrosinistra, dal canto suo, non è da meno.

Chiariamoci, su questo. I fiumi di inchiostro che stanno venendo versati sui giovani dalle colonne di Repubblica, La Stampa, ma anche dai post di incensamento dei politici del centrosinistra vanno presi decisamente sul serio. Da una parte, sanno di una rivendicazione insopportabile in quanto infondata. Parliamo di una massa giovanile per lo più estranea alla politica istituzionale e ad un centrosinistra che sistematicamente se ne è dimostrato nemico.

Chi ha fatto le scuole superiori durante la pandemia ricorda bene le manganellate del governo Draghi, a partecipazione PD, su chi protestava contro l’Alternanza Scuola Lavoro. I disastri fatti dalle politiche antipopolari di Renzi sono ancora vivi nella memoria collettiva e si potrebbe continuare a lungo.

In questo senso, l’intuizione del Comitato per il No Sociale è stata azzeccata: la manifestazione nazionale del 14 marzo per il No Sociale a referendum e governo ha colto il punto rompendo ritrosie e paure del centrosinistra che colpevolmente non volevano politicizzare questo momento. ⁠L’enorme presenza giovanile al corteo ne è stata una dimostrazione che tutti hanno dovuto registrare.

C’era stato anche un interessamento in scuole e università all’aspetto tecnico del quesito referendario da cui ne sono scaturite iniziative partecipate, e su questa volontà di voler capire le vicende d’attualità che appartiene a una parte non marginale del corpo studentesco servirà un supplemento di ragionamento. Ma alla fine ha prevalso la dimensione politica di rifiuto del Governo, e chi lo nega si espone al rischio di sembrare in malafede oltre che a sminuire un risultato esplosivo.

A monte infatti c’è una “questione giovanile” grande come una casa, che può essere la base di ripartenza per un progetto di cambiamento nel Paese. Le fasce giovanili che hanno detto no al governo sono una categoria senza nulla da perdere, non garantita, che subisce le politiche del Governo Meloni e ha davanti una crisi di prospettive aggravata dalla guerra e dal ritorno – odioso – della leva militare, la cui opposizione è al centro della campagna giovanile europea “We do not enlist – War on War” nata il 21 marzo a Milano, promossa in Italia da Cambiare Rotta e OSA.

È bene ricordare che non solo di voto si tratta, ma anche di mobilitazione, di cui questa generazione ha fatto ripartire focolai negli ultimi anni.

Le prime sono state le mobilitazioni per l’ambiente nel 2018, pur ampiamente sponsorizzate dall’UE ma in cui si scorgeva un’inquietudine del futuro “sistemica” ampiamente fondata.

Nel 2021, centinaia di scuole in tutta Italia avevano occupato e dato vita al movimento della Lupa dopo i 3 ragazzi uccisi in Alternanza Scuola Lavoro.

Poi ci sono state le proteste universitarie contro il caro-affitti con le famose tendate, seguite da quelle per Palestina con le acampade e infine con il ruolo da co-protagonisti a fianco degli operai durante le giornate del Blocchiamo Tutto d’autunno.

Quella che in molti hanno chiamato la “Generazione Gaza” percepisce perfettamente di vivere in un momento storico drammatico e di avere una classe politica indecente, incapace di affrontare questa situazione e che prova a fregarli con una restrizione degli spazi di democrazia. Questo è un settore sociale potenzialmente esplosivo, che può spostare gli equilibri nella società ma che proprio per questo inizia a far gola a molti e a preoccuparne altrettanti. Che, pertanto, proveranno a metterci mano, chi per cooptarlo e chi per criminalizzarlo.

Peraltro, il costante utilizzo dei giovani come massa di manovra per operazioni politiciste ed elettorali del centrosinistra hanno allontanato tanti ragazzi dalla politica, percepita come marcia. È un’esperienza che purtroppo in molti hanno constatato empiricamente con propri conoscenti e che una nuova generazione di giovanissimi può facilmente immaginare. Ma non tutti lo sanno; anzi, guai a sottovalutare l’attrattività che le sirene del centrosinistra potrebbero esercitare su una generazione arrabbiata ma politicamente acerba.

Nulla di peggio ci sarebbe se il risultato registrato il 22 e 23 marzo – che è, come dimostrato, un risultato di questi anni e questi mesi – venisse inghiottito da un campo largo che ha dato prova costante di tradire gli interessi dei giovani e la loro voglia di attivazione, che è un sentimento puro da preservare, per permettere che germogli ulteriormente.

Per fare ciò, non esistono formule magiche ma il lavoro di organizzazione costante. Coerenza politica, formazione, continuità, indipendenza sono merce rara che, se sostanziati con il grigio lavoro quotidiano di organizzazione in scuole, università e masse giovanili, alla lunga ripagano.

Cambiare Rotta e OSA stanno provando a utilizzare questo stile di lavoro, ritrovandosi all’inizio spesso in solitaria sulle posizioni politiche. È il caso della campagna per l’abolizione del PCTO, alla rottura dei rapporti con Israele, e tanti altri, che però dopo essere stati pazientemente coltivati sono poi esplosi a livello di massa.

Questo, forse, è ancora insufficiente. In una situazione di velocizzazione e politicizzazione inventare forme nuove di lotta smette di essere eccezione, e diventa pane quotidiano con cui confrontarsi. Senza rimuovere i propri punti fermi, che invece andranno ben tenuti a mente nei ragionamenti che nei prossimi giorni continueranno, sull’onda di un risultato a suo modo storico.

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