Chi lo avrebbe detto? Anche solo venerdì 21 marzo era impossibile immaginare una bocciatura tanto sostanziosa da parte delle giovani generazioni nei confronti del Governo Meloni. Sfidiamo a trovare una predizione di un risultato generoso come poi è stato, e questo dice molto.
Per chi conosce la situazione dietro al voto e alle peripezie connesse all’esercizio di questo elementare diritto democratico per i giovani, il tasso percentuale del 63,3% per il No da parte degli studenti stupisce veramente.
Tra il divieto per i fuorisede di votare dove si studia e si lavora – un segmento sociale che alle scorse europee ha premiato le liste d’opposizione, e che sono stati tra i protagonisti del “Blocchiamo tutto” d’autunno – e altri ostacoli al voto protrattisi fino al 22 e 23 nei seggi contro i rappresentanti di lista, si era creata una situazione ostica che però è stata superata da uno sforzo di volontà dei giovani che si sono recati alle urne e hanno ripagato con la stessa moneta: bocciando il governo.
Molti hanno speso ore e parte delle proprie finanze (spesso misere) per andare a votare nelle proprie città di provenienza e questo è stato un dato decisamente in controtendenza.
Sullo sfondo rimane infatti la depoliticizzazione come dato strutturale – un fattore di cui Cambiare Rotta e OSA hanno spesso parlato – ma nell’ultimo anno c’è stata anche una riattivazione e questi momenti di risveglio, ormai, stanno diventando sempre più frequenti.
Sulle colonne de “Il Tempo”, un editoriale di Federico Punzi apparso il 25 marzo parla esplicitamente di “battaglia delle idee” che la destra deve combattere fra i giovani per risultare attrattiva e strappare questa fascia “alla sinistra” (e che questo porti a un’evoluzione delle giovanili di destra, quelle che schedano i prof per intenderci, è una possibilità, non data a priori ma che è nelle cose). Il centrosinistra, dal canto suo, non è da meno.
Chiariamoci, su questo. I fiumi di inchiostro che stanno venendo versati sui giovani dalle colonne di Repubblica, La Stampa, ma anche dai post di incensamento dei politici del centrosinistra vanno presi decisamente sul serio. Da una parte, sanno di una rivendicazione insopportabile in quanto infondata. Parliamo di una massa giovanile per lo più estranea alla politica istituzionale e ad un centrosinistra che sistematicamente se ne è dimostrato nemico.
Chi ha fatto le scuole superiori durante la pandemia ricorda bene le manganellate del governo Draghi, a partecipazione PD, su chi protestava contro l’Alternanza Scuola Lavoro. I disastri fatti dalle politiche antipopolari di Renzi sono ancora vivi nella memoria collettiva e si potrebbe continuare a lungo.
In questo senso, l’intuizione del Comitato per il No Sociale è stata azzeccata: la manifestazione nazionale del 14 marzo per il No Sociale a referendum e governo ha colto il punto rompendo ritrosie e paure del centrosinistra che colpevolmente non volevano politicizzare questo momento. L’enorme presenza giovanile al corteo ne è stata una dimostrazione che tutti hanno dovuto registrare.
C’era stato anche un interessamento in scuole e università all’aspetto tecnico del quesito referendario da cui ne sono scaturite iniziative partecipate, e su questa volontà di voler capire le vicende d’attualità che appartiene a una parte non marginale del corpo studentesco servirà un supplemento di ragionamento. Ma alla fine ha prevalso la dimensione politica di rifiuto del Governo, e chi lo nega si espone al rischio di sembrare in malafede oltre che a sminuire un risultato esplosivo.
A monte infatti c’è una “questione giovanile” grande come una casa, che può essere la base di ripartenza per un progetto di cambiamento nel Paese. Le fasce giovanili che hanno detto no al governo sono una categoria senza nulla da perdere, non garantita, che subisce le politiche del Governo Meloni e ha davanti una crisi di prospettive aggravata dalla guerra e dal ritorno – odioso – della leva militare, la cui opposizione è al centro della campagna giovanile europea “We do not enlist – War on War” nata il 21 marzo a Milano, promossa in Italia da Cambiare Rotta e OSA.
È bene ricordare che non solo di voto si tratta, ma anche di mobilitazione, di cui questa generazione ha fatto ripartire focolai negli ultimi anni.
Le prime sono state le mobilitazioni per l’ambiente nel 2018, pur ampiamente sponsorizzate dall’UE ma in cui si scorgeva un’inquietudine del futuro “sistemica” ampiamente fondata.
Nel 2021, centinaia di scuole in tutta Italia avevano occupato e dato vita al movimento della Lupa dopo i 3 ragazzi uccisi in Alternanza Scuola Lavoro.
Poi ci sono state le proteste universitarie contro il caro-affitti con le famose tendate, seguite da quelle per Palestina con le acampade e infine con il ruolo da co-protagonisti a fianco degli operai durante le giornate del Blocchiamo Tutto d’autunno.
Quella che in molti hanno chiamato la “Generazione Gaza” percepisce perfettamente di vivere in un momento storico drammatico e di avere una classe politica indecente, incapace di affrontare questa situazione e che prova a fregarli con una restrizione degli spazi di democrazia. Questo è un settore sociale potenzialmente esplosivo, che può spostare gli equilibri nella società ma che proprio per questo inizia a far gola a molti e a preoccuparne altrettanti. Che, pertanto, proveranno a metterci mano, chi per cooptarlo e chi per criminalizzarlo.
Peraltro, il costante utilizzo dei giovani come massa di manovra per operazioni politiciste ed elettorali del centrosinistra hanno allontanato tanti ragazzi dalla politica, percepita come marcia. È un’esperienza che purtroppo in molti hanno constatato empiricamente con propri conoscenti e che una nuova generazione di giovanissimi può facilmente immaginare. Ma non tutti lo sanno; anzi, guai a sottovalutare l’attrattività che le sirene del centrosinistra potrebbero esercitare su una generazione arrabbiata ma politicamente acerba.
Nulla di peggio ci sarebbe se il risultato registrato il 22 e 23 marzo – che è, come dimostrato, un risultato di questi anni e questi mesi – venisse inghiottito da un campo largo che ha dato prova costante di tradire gli interessi dei giovani e la loro voglia di attivazione, che è un sentimento puro da preservare, per permettere che germogli ulteriormente.
Per fare ciò, non esistono formule magiche ma il lavoro di organizzazione costante. Coerenza politica, formazione, continuità, indipendenza sono merce rara che, se sostanziati con il grigio lavoro quotidiano di organizzazione in scuole, università e masse giovanili, alla lunga ripagano.
Cambiare Rotta e OSA stanno provando a utilizzare questo stile di lavoro, ritrovandosi all’inizio spesso in solitaria sulle posizioni politiche. È il caso della campagna per l’abolizione del PCTO, alla rottura dei rapporti con Israele, e tanti altri, che però dopo essere stati pazientemente coltivati sono poi esplosi a livello di massa.
Questo, forse, è ancora insufficiente. In una situazione di velocizzazione e politicizzazione inventare forme nuove di lotta smette di essere eccezione, e diventa pane quotidiano con cui confrontarsi. Senza rimuovere i propri punti fermi, che invece andranno ben tenuti a mente nei ragionamenti che nei prossimi giorni continueranno, sull’onda di un risultato a suo modo storico.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/03/2026
“Dimissioni!”, l’urlo che sale dalla società
È stato un voto nettamente politico quello per il NO, con cui la maggioranza del paese ha respinto la controriforma costituzionale voluta dal governo Meloni sull’ordinamento giudiziario.
E lo è stato non solo per le caratteristiche sociali e geografiche di chi ha votato NO, ma lo è anche per il segnale tutto politico che ha inviato sia al governo che al cosiddetto “campo largo” dell’opposizione. Su questo invitiamo a leggere con attenzione il grafico in coda a questo articolo.
Se si guarda alla composizione sociale del voto, quello giovanile è stato decisivo sia per l’aumento dell’affluenza che per il risultato. Tra studenti e studentesse il NO arriva a punte del 63%.
È il segno che la “generazione Gaza” – quella che ha riempito le piazze dell’indignazione in autunno – ha voluto concretizzare alla prima occasione questo suo ripudio politico e morale del governo in carica sia sui problemi interni che internazionali. È il segno di uno spirito critico attivo, magari ancora indeterminato nei suoi sbocchi politici, ma che sa riconoscere con certezza l’avversario principale da battere.
Anche se si guarda al voto degli italiani all’estero, il NO prevale tra quelli costretti ad emigrare in Europa (soprattutto giovani), e il SI in quelli integrati, conservatori e magari benestanti nei paesi “extracomunitari”.
Il dato interessante – e decisivo – di questo referendum è che la politicizzazione, e la conseguente polarizzazione, sono state la carta vincente, una vera rivelazione delle potenzialità di cambiamento esistenti nella società.
Sbagliava dunque chi nei mesi scorsi ha cercato di depoliticizzare il referendum, temendo la sconfitta, e ora insiste nello stesso atteggiamento suicida tappandosi la bocca sulla richiesta di dimissioni alla Meloni.
Era fin troppo evidente che il tema dell’ordinamento giudiziario non aveva le caratteristiche, “nel merito”, per animare una battaglia di chiarezza di cui, al contrario, c’era estrema necessità di fronte alle scelte antipopolari, liberticide e guerrafondaie dell’esecutivo.
Il basso profilo scelto dalle forze dell’opposizione parlamentare vedeva infatti i pronostici dare in vantaggio il SI sostenuto dalla destra, ma anche da un pezzo dello stesso “campo largo”.
Bene hanno fatto invece le forze che hanno dato vita al “NO sociale”, che ha politicizzato e articolato – socialmente, appunto – la battaglia referendaria, arricchendola di contenuti e indicando sin da subito la sua alterità al governo.
È stata infatti la politicizzazione e la polarizzazione che hanno spinto ad un aumento dell’affluenza alle urne – in controtendenza rispetto alla crescita sistematica dell’astensionismo – facendo materializzare un palese e crescente ripudio verso il governo Meloni che da mesi andava maturando nel paese.
Alla luce del risultato referendario ci sentiamo di dire che quella che si apre è la fase del coraggio e della coerenza politica.
La pavidità dei leader del centro-sinistra, o dello stesso Landini, che li spinge a non chiedere le dimissioni del governo alla luce del risultato referendario, è emblematica dell’inadeguatezza del “campo largo” a rappresentare la necessità di cambiamenti sostanziali, sia in materia di giustizia sociale e libertà politiche, sia in politica internazionale, cominciando dunque a “sganciare” il paese da tutti quegli automatismi e obbedienze che ci stanno trascinando nella recessione economica e nelle avventure belliche in Europa e in Medio Oriente.
E quando sono le nuove generazioni a dare indicazione in questa direzione, il senso di autoconservazione del ceto politico – di destra o di “sinistra” – rischia di produrre danni seri.
È tempo che emerga e si materializza una ipotesi di alternativa politica e sociale al cupo quadro dell’esistente.
Fonte
E lo è stato non solo per le caratteristiche sociali e geografiche di chi ha votato NO, ma lo è anche per il segnale tutto politico che ha inviato sia al governo che al cosiddetto “campo largo” dell’opposizione. Su questo invitiamo a leggere con attenzione il grafico in coda a questo articolo.
Se si guarda alla composizione sociale del voto, quello giovanile è stato decisivo sia per l’aumento dell’affluenza che per il risultato. Tra studenti e studentesse il NO arriva a punte del 63%.
È il segno che la “generazione Gaza” – quella che ha riempito le piazze dell’indignazione in autunno – ha voluto concretizzare alla prima occasione questo suo ripudio politico e morale del governo in carica sia sui problemi interni che internazionali. È il segno di uno spirito critico attivo, magari ancora indeterminato nei suoi sbocchi politici, ma che sa riconoscere con certezza l’avversario principale da battere.
Anche se si guarda al voto degli italiani all’estero, il NO prevale tra quelli costretti ad emigrare in Europa (soprattutto giovani), e il SI in quelli integrati, conservatori e magari benestanti nei paesi “extracomunitari”.
Il dato interessante – e decisivo – di questo referendum è che la politicizzazione, e la conseguente polarizzazione, sono state la carta vincente, una vera rivelazione delle potenzialità di cambiamento esistenti nella società.
Sbagliava dunque chi nei mesi scorsi ha cercato di depoliticizzare il referendum, temendo la sconfitta, e ora insiste nello stesso atteggiamento suicida tappandosi la bocca sulla richiesta di dimissioni alla Meloni.
Era fin troppo evidente che il tema dell’ordinamento giudiziario non aveva le caratteristiche, “nel merito”, per animare una battaglia di chiarezza di cui, al contrario, c’era estrema necessità di fronte alle scelte antipopolari, liberticide e guerrafondaie dell’esecutivo.
Il basso profilo scelto dalle forze dell’opposizione parlamentare vedeva infatti i pronostici dare in vantaggio il SI sostenuto dalla destra, ma anche da un pezzo dello stesso “campo largo”.
Bene hanno fatto invece le forze che hanno dato vita al “NO sociale”, che ha politicizzato e articolato – socialmente, appunto – la battaglia referendaria, arricchendola di contenuti e indicando sin da subito la sua alterità al governo.
È stata infatti la politicizzazione e la polarizzazione che hanno spinto ad un aumento dell’affluenza alle urne – in controtendenza rispetto alla crescita sistematica dell’astensionismo – facendo materializzare un palese e crescente ripudio verso il governo Meloni che da mesi andava maturando nel paese.
Alla luce del risultato referendario ci sentiamo di dire che quella che si apre è la fase del coraggio e della coerenza politica.
La pavidità dei leader del centro-sinistra, o dello stesso Landini, che li spinge a non chiedere le dimissioni del governo alla luce del risultato referendario, è emblematica dell’inadeguatezza del “campo largo” a rappresentare la necessità di cambiamenti sostanziali, sia in materia di giustizia sociale e libertà politiche, sia in politica internazionale, cominciando dunque a “sganciare” il paese da tutti quegli automatismi e obbedienze che ci stanno trascinando nella recessione economica e nelle avventure belliche in Europa e in Medio Oriente.
E quando sono le nuove generazioni a dare indicazione in questa direzione, il senso di autoconservazione del ceto politico – di destra o di “sinistra” – rischia di produrre danni seri.
È tempo che emerga e si materializza una ipotesi di alternativa politica e sociale al cupo quadro dell’esistente.
Fonte
24/03/2026
Abbiamo vinto! alcune riflessioni a caldo...
Ce l’abbiamo fatta!
È stata una grande vittoria dell’Italia che non vuole il Governo Meloni, il suo attacco alla Costituzione e alle libertà, le sue politiche di guerra, il suo servilismo verso USA e Israele, i suoi legami con corrotti e affaristi.
È stata una vittoria della “Generazione Gaza”, che dopo anni di mobilitazione di piazza ha iniziato a prendere parola e irrompere anche nelle urne. E di tanti vecchi elettori di sinistra che sono tornati a votare per difendere alcuni valori fondamentali.
Una vittoria a dir poco clamorosa, sia per distacco, sia per l’affluenza, entrambi al di sopra di tutte le aspettative.
Una vittoria ancora più clamorosa se si pensa che il Governo aveva mobilitato tutti gli strumenti a disposizione, dal martellamento RAI e Mediaset, alla pressione sulle scuole, passando dal podcast di Fedez a pagine social subdole, strumentalizzando qualsiasi notizia o caso di cronaca.
Una vittoria che va ben oltre il centrosinistra – in cui, ricordiamo, c’erano correnti che votavano Sì, altre che hanno cercato fino alla fine di “restare sul tecnico”, di “non estremizzare” lo scontro.
Meloni sbaglia la sua scommessa, l’ombra di Berlusconi allunga su di lei la sua sconfitta, il Governo non è mai stato così debole. Già da subito Meloni, come accadde a Renzi, subirà le pressioni dei suoi alleati. Di una Lega in difficoltà dopo l’uscita di Vannacci e di una Forza Italia in crisi di leadership. D’altronde il suo Governo, bravo a sopravvivere nel giorno per giorno, non ha alcuna idea di paese, di ripresa industriale, di politiche salariali per le classi popolari, di collocazione internazionale.
Ma attenzione: queste domande non hanno una risposta nemmeno nel centrosinistra, diviso in mille correnti e senza un programma unitario. Aldilà delle chiacchiere, nel “governo reale” dei territori il centrosinistra condivide con le destre gli stessi legami strutturali con Washington, con le politiche guerrafondaie dell’Unione Europea e con la borghesia stracciona di questo paese. E l’accettazione supina di un’emergenza sicurezza tutta costruita dall’alto.
Come Potere al Popolo e Comitato per il No Sociale siamo orgogliosi e soddisfatti di aver dato un nostro contributo. Il risultato ci consegna una grande sfida:
– intercettare e organizzare i giovani che si sono mossi, e gli astenuti che sono tornati in campo;
– trasformare i Comitati per il No sociale in centri di resistenza e aggregazione contro il Governo Meloni.
Per il momento stasera festeggiamo in piazza e chiediamo:
– Dimissioni immediate del Governo.
– No alla guerra e all’economia di guerra.
– Attuazione della Costituzione nelle sue parti progressive, quelle che parlano di lavoro, lotta alla precarietà, salari equi.
– Misure immediate contro il carovita.
Su questo programma costruiremo l’alternativa alle destre verso il 2027.
Vi invitiamo a una grande assemblea nazionale a Roma con tutti quelli che vogliono costruire un campo popolare e indipendente!
Fonte
È stata una grande vittoria dell’Italia che non vuole il Governo Meloni, il suo attacco alla Costituzione e alle libertà, le sue politiche di guerra, il suo servilismo verso USA e Israele, i suoi legami con corrotti e affaristi.
È stata una vittoria della “Generazione Gaza”, che dopo anni di mobilitazione di piazza ha iniziato a prendere parola e irrompere anche nelle urne. E di tanti vecchi elettori di sinistra che sono tornati a votare per difendere alcuni valori fondamentali.
Una vittoria a dir poco clamorosa, sia per distacco, sia per l’affluenza, entrambi al di sopra di tutte le aspettative.
Una vittoria ancora più clamorosa se si pensa che il Governo aveva mobilitato tutti gli strumenti a disposizione, dal martellamento RAI e Mediaset, alla pressione sulle scuole, passando dal podcast di Fedez a pagine social subdole, strumentalizzando qualsiasi notizia o caso di cronaca.
Una vittoria che va ben oltre il centrosinistra – in cui, ricordiamo, c’erano correnti che votavano Sì, altre che hanno cercato fino alla fine di “restare sul tecnico”, di “non estremizzare” lo scontro.
Meloni sbaglia la sua scommessa, l’ombra di Berlusconi allunga su di lei la sua sconfitta, il Governo non è mai stato così debole. Già da subito Meloni, come accadde a Renzi, subirà le pressioni dei suoi alleati. Di una Lega in difficoltà dopo l’uscita di Vannacci e di una Forza Italia in crisi di leadership. D’altronde il suo Governo, bravo a sopravvivere nel giorno per giorno, non ha alcuna idea di paese, di ripresa industriale, di politiche salariali per le classi popolari, di collocazione internazionale.
Ma attenzione: queste domande non hanno una risposta nemmeno nel centrosinistra, diviso in mille correnti e senza un programma unitario. Aldilà delle chiacchiere, nel “governo reale” dei territori il centrosinistra condivide con le destre gli stessi legami strutturali con Washington, con le politiche guerrafondaie dell’Unione Europea e con la borghesia stracciona di questo paese. E l’accettazione supina di un’emergenza sicurezza tutta costruita dall’alto.
Come Potere al Popolo e Comitato per il No Sociale siamo orgogliosi e soddisfatti di aver dato un nostro contributo. Il risultato ci consegna una grande sfida:
– intercettare e organizzare i giovani che si sono mossi, e gli astenuti che sono tornati in campo;
– trasformare i Comitati per il No sociale in centri di resistenza e aggregazione contro il Governo Meloni.
Per il momento stasera festeggiamo in piazza e chiediamo:
– Dimissioni immediate del Governo.
– No alla guerra e all’economia di guerra.
– Attuazione della Costituzione nelle sue parti progressive, quelle che parlano di lavoro, lotta alla precarietà, salari equi.
– Misure immediate contro il carovita.
Su questo programma costruiremo l’alternativa alle destre verso il 2027.
Vi invitiamo a una grande assemblea nazionale a Roma con tutti quelli che vogliono costruire un campo popolare e indipendente!
Fonte
16/03/2026
Quanta ipocrisia su un pezzo di cartone bruciato
Bruciata in piazza foto di Meloni e Nordio «C’è un clima d’odio» (Corriere della Sera)
Giustizia, tensioni a Roma bruciate foto di Nordio e Meloni i comitati del no: “Atto violento” La contestazione al corteo di Potere al popolo. Bignami: “Uno sfregio alle istituzioni” (La Repubblica)
Giustizia, tensioni a Roma bruciate foto di Nordio e Meloni i comitati del no: “Atto violento” La contestazione al corteo di Potere al popolo. Bignami: “Uno sfregio alle istituzioni” (La Stampa)
Questi sono i titoli dei principali quotidiani italiani di domenica, giornali che avrebbero accuratamente evitato di parlare di una manifestazione di migliaia di persone per il No al referendum, alla guerra e al governo liberticida (come avvenuto in moltissime altre occasioni) ma che hanno invece dovuto parlarne perchè una foto di cartone della premier e del ministro della Giustizia sono state bruciate in piazza.
Su questo pubblichiamo il comunicato di replica di Potere al Popolo:
Giustizia, tensioni a Roma bruciate foto di Nordio e Meloni i comitati del no: “Atto violento” La contestazione al corteo di Potere al popolo. Bignami: “Uno sfregio alle istituzioni” (La Repubblica)
Giustizia, tensioni a Roma bruciate foto di Nordio e Meloni i comitati del no: “Atto violento” La contestazione al corteo di Potere al popolo. Bignami: “Uno sfregio alle istituzioni” (La Stampa)
Questi sono i titoli dei principali quotidiani italiani di domenica, giornali che avrebbero accuratamente evitato di parlare di una manifestazione di migliaia di persone per il No al referendum, alla guerra e al governo liberticida (come avvenuto in moltissime altre occasioni) ma che hanno invece dovuto parlarne perchè una foto di cartone della premier e del ministro della Giustizia sono state bruciate in piazza.
Su questo pubblichiamo il comunicato di replica di Potere al Popolo:
“A leggere i giornali di domenica sembra che il problema principale per le forze politiche italiane sia un pezzo di carta bruciato durante il nostro corteo di sabato a Roma.Fonte
Sempre ieri Israele in Libano ha ammazzato 12 tra medici e paramedici. A Gaza ha fatto oltre 72mila vittime accertate. Oltre 20mila erano bambini. Di queste vittime, ben 630 sono state ammazzate dopo il “cessate il fuoco” e ben 202 erano bambine e bambini. Dall’inizio della nuova offensiva israeliana in Libano, due settimane fa, sono state sfollate 800mila persone, sono morte 826 persone di cui 100 bambini.
In Iran sono morte, dall’inizio della nuova guerra di Usa e Israele, ben 1200 persone, di cui 200 bambini.
Voteremo No non solo perché siamo convinti che in un paese dove ogni giorno avvengono casi di corruzione, di aziende che sfruttano i lavoratori, casi di evasione fiscale e lavoro nero a danno del nostro popolo, sia necessario impedire che il Governo possa controllare la magistratura e che questa resti indipendente dal potere esecutivo.
Ma anche perché vogliamo dare un segnale chiaro e mandare a casa questo Governo complice dell’orrore, che finge di piangere per un pezzo di carta bruciacchiato, ma che stringe la mano ai peggiori criminali della storia recente.
Sabato siamo scesi in piazza a Roma in 20mila per ribadirlo: l’Italia migliore, quella che si è mobilitata contro il genocidio, la guerra e la complicità del Governo, quella che crea la ricchezza di questo paese, quella che vorrebbe organizzare il futuro invece di amministrare il presente, dice No”.
15/03/2026
Il NO sociale riempie la piazza e materializza una alternativa
Il colpo d’occhio sulla piazza di ieri a Roma restituisce l’immagine di una manifestazione più che riuscita. Il corteo convocato del No sociale ha visto in piazza almeno 20mila persone contro il Governo Meloni!
Ma soprattutto ha visto definirsi con decisione un NO alla controriforma costituzionale sulla giustizia, alle politiche di guerra che impoveriscono il paese e alle misure repressive che il governo sforna ormai a ritmi ossessivi sin dal suo insediamento.
Insomma molto di più della sola indicazione di votare no al referendum del 22 e 23 marzo.
Il lungo serpentone umano si è snodato da Piazza della Repubblica per concludersi a Piazza San Giovanni con gli interventi dal camion-palco aperto da uno striscione che recitava il NO al referendum, alla guerra e al governo liberticida.
C’erano le lavoratrici e i lavoratori protagonisti degli scioperi di questo autunno, c’erano le famiglie in lotta per il diritto all’abitare, ma soprattutto c’erano tantissime e tantissimi giovani e studenti che hanno chiesto le dimissioni di un Governo sempre più nemico delle fasce popolari, piegato alle politiche belliciste di NATO, UE e USA e che sta condannando il Paese a un futuro di guerra, precarietà e sfruttamento. A richiamare l’emergenza della guerra in corso in piazza anche un gruppo di cittadini iraniani. Tante le bandiere palestinesi, cubane e venezuelane.
“È il momento di dire basta con questo governo di guerra e carovita: votiamo no al referendum, verso la mobilitazione operaia in primavera” annuncia l’USB.
Durante il corteo sono state bruciate le immagini del ministro Nordio e della Meloni, quelle di Trump e Netanyahu e una bandiera statunitense. Stizzite le reazioni della destra e del governo ma anche quelle di Giuseppe Conte e dell’Anm. La Digos fa sapere che denuncerà gli autori per vilipendio.
“Era una provocazione carnevalesca per non far sparire un corteo di 20mila persone! Lo sanno tutti che in questo paese chi non fa parte del club esclusivo della destra e del centrosinistra viene silenziato” scrive in un comunicato Potere al Popolo che poi risponde anche a Conte “Magari stavolta, guardando il dito arrivate anche alla Luna. Non se ne abbiano a male Nordio e Meloni, sempre a fare le vittime”.
Il problema infatti è anche questo. Le manifestazioni pacifiche e popolari, anche se partecipatissime, vengono ignorate e silenziate dai media. È sufficiente però bruciare un cartone per costringerle a parlarne. E allora...
Ma se la reazione della destra e del governo si capisce, la stigmatizzazione di Conte colpisce.
Le forze del campo largo dell’opposizione hanno condotto una battaglia per il no nel referendum di bassissimo profilo, quasi esclusivamente nei talk show televisivi, poco o nulla nelle strade o tra la gente. La segretaria del PD Schlein è arrivata ad affermare che in caso di vittoria del No non chiederà le dimissioni della Meloni, mentre in Parlamento l’opposizione articola una opposizione spesso più “spettacolare” che organizzata, rendendo nuovamente attuale la definizione di “cretinismo parlamentare”.
“È contro tutto questo che siamo scesi in piazza oggi, e con questo spirito che voteremo NO al referendum e continueremo a mobilitarci contro il governo Meloni e le finte opposizioni, sempre più complici dell’esecutivo” – denuncia Potere al Popolo al termine della manifestazione – “Costruiamo l’alternativa politica e sociale autonoma e indipendente, mandiamo a casa il Governo e fermiamo la guerra al fianco dei popoli che resistono, per rimettere al centro le necessità delle fasce popolari”.
La battaglia politica per il NO al referendum andava sostanziata nel paese e questo ha fatto il Comitato per il NO sociale sia sui territori che nella riuscita manifestazione nazionale di ieri a Roma. L’alternativa sta prendendo forma ma deve marciare sulle idee e sulle gambe delle donne e degli uomini non nei salotti televisivi.
Fonte e foto
11/03/2026
La tempesta perfetta su industria e lavoro. 14 marzo manifestazione per il “No” sociale
L’aumento dei prezzi di carburanti, energia e beni di prima necessità sta riportando al centro una questione che riguarda direttamente l’economia reale e la tenuta sociale del Paese. Le tensioni internazionali, l’instabilità dei mercati energetici e l’aumento dei costi delle materie prime stanno alimentando una nuova fase inflattiva che rischia di colpire duramente il sistema produttivo e il potere d’acquisto dei lavoratori.
Per un Paese industriale come l’Italia questo significa una cosa molto concreta: aumento dei costi di produzione, pressione sulle filiere industriali, rincari nella logistica e nei trasporti, nuovi aumenti sui beni essenziali. Tutto questo mentre l’apparato produttivo è già attraversato da crisi industriali, ristrutturazioni e processi di dismissione che stanno colpendo interi settori strategici.
Dall’acciaio all’elettronica, passando per l’automotive e la logistica, molte vertenze aperte dimostrano quanto il sistema industriale sia già fragile. In questo quadro un nuovo aumento strutturale dei costi energetici rischia di scaricarsi ancora una volta sul lavoro, comprimendo salari e occupazione.
Di fronte a questo scenario il Governo dovrebbe interrogarsi seriamente sugli effetti che le scelte geopolitiche e l’escalation militare produrranno sull’economia italiana.
Invece assistiamo ad un Governo vassallo, più impegnato ad applaudire Trump e a inseguire la logica della contrapposizione internazionale che a difendere concretamente industria, lavoro e salari.
A tutto questo si aggiunge un ulteriore elemento di preoccupazione: il tentativo sempre più esplicito di presentare la riconversione industriale verso il militare come una soluzione alle difficoltà dell’industria europea. È un ricatto che respingiamo con forza.
La riconversione bellica è una scelta immorale, industrialmente fragile e incapace di garantire occupazione stabile e diffusa. Le politiche di riarmo promosse dall’Unione Europea e dalla NATO sono lontane dalle reali necessità del Paese.
L’Italia ha bisogno di investimenti in infrastrutture, servizi pubblici, transizione industriale, innovazione e tutela del lavoro. Sono questi i settori in grado di garantire crescita economica, sviluppo tecnologico e occupazione di qualità.
In un momento come questo diventa ancora più evidente una verità semplice: senza il lavoro operaio questo Paese non sta in piedi.
Industria, logistica e grandi filiere produttive esistono perché ogni giorno migliaia di lavoratori producono la ricchezza reale su cui si regge l’economia.
Per questo il lavoro operaio deve tornare con forza al centro del dibattito politico e delle scelte economiche del Paese. Il 28 marzo, con l’Assemblea Nazionale Operaia promossa da USB, vogliamo affermare questa centralità e aprire uno spazio di discussione e di iniziativa capace di rimettere chi lavora al centro delle decisioni che riguardano industria, sviluppo e futuro sociale del Paese.
La via maestra resta quella della pace. La guerra la stanno pagando i lavoratori, le lavoratrici di questo Paese e le fasce più deboli.
Basta guerra, abbassate le armi, alzate subito i salari.
Il 14 marzo saremo in piazza a Roma per il No Sociale al Governo Meloni, per fermare la riforma della giustizia e le politiche di guerra e carovita: appuntamento alle 14:00 a Piazza della Repubblica. Il 28 marzo, al Nuovo Cinema Aquila a Roma, Assemblea Nazionale Operaia per costruire la mobilitazione in primavera.
Fonte
Per un Paese industriale come l’Italia questo significa una cosa molto concreta: aumento dei costi di produzione, pressione sulle filiere industriali, rincari nella logistica e nei trasporti, nuovi aumenti sui beni essenziali. Tutto questo mentre l’apparato produttivo è già attraversato da crisi industriali, ristrutturazioni e processi di dismissione che stanno colpendo interi settori strategici.
Dall’acciaio all’elettronica, passando per l’automotive e la logistica, molte vertenze aperte dimostrano quanto il sistema industriale sia già fragile. In questo quadro un nuovo aumento strutturale dei costi energetici rischia di scaricarsi ancora una volta sul lavoro, comprimendo salari e occupazione.
Di fronte a questo scenario il Governo dovrebbe interrogarsi seriamente sugli effetti che le scelte geopolitiche e l’escalation militare produrranno sull’economia italiana.
Invece assistiamo ad un Governo vassallo, più impegnato ad applaudire Trump e a inseguire la logica della contrapposizione internazionale che a difendere concretamente industria, lavoro e salari.
A tutto questo si aggiunge un ulteriore elemento di preoccupazione: il tentativo sempre più esplicito di presentare la riconversione industriale verso il militare come una soluzione alle difficoltà dell’industria europea. È un ricatto che respingiamo con forza.
La riconversione bellica è una scelta immorale, industrialmente fragile e incapace di garantire occupazione stabile e diffusa. Le politiche di riarmo promosse dall’Unione Europea e dalla NATO sono lontane dalle reali necessità del Paese.
L’Italia ha bisogno di investimenti in infrastrutture, servizi pubblici, transizione industriale, innovazione e tutela del lavoro. Sono questi i settori in grado di garantire crescita economica, sviluppo tecnologico e occupazione di qualità.
In un momento come questo diventa ancora più evidente una verità semplice: senza il lavoro operaio questo Paese non sta in piedi.
Industria, logistica e grandi filiere produttive esistono perché ogni giorno migliaia di lavoratori producono la ricchezza reale su cui si regge l’economia.
Per questo il lavoro operaio deve tornare con forza al centro del dibattito politico e delle scelte economiche del Paese. Il 28 marzo, con l’Assemblea Nazionale Operaia promossa da USB, vogliamo affermare questa centralità e aprire uno spazio di discussione e di iniziativa capace di rimettere chi lavora al centro delle decisioni che riguardano industria, sviluppo e futuro sociale del Paese.
La via maestra resta quella della pace. La guerra la stanno pagando i lavoratori, le lavoratrici di questo Paese e le fasce più deboli.
Basta guerra, abbassate le armi, alzate subito i salari.
Il 14 marzo saremo in piazza a Roma per il No Sociale al Governo Meloni, per fermare la riforma della giustizia e le politiche di guerra e carovita: appuntamento alle 14:00 a Piazza della Repubblica. Il 28 marzo, al Nuovo Cinema Aquila a Roma, Assemblea Nazionale Operaia per costruire la mobilitazione in primavera.
Fonte
10/03/2026
Il 14 marzo un “NO” a tutto campo
Il 14 marzo a Roma ci sarà una manifestazione nazionale che, con il passare dei giorni e l’incremento delle guerre, sta acquisendo una importanza crescente.
Originariamente convocata dal Comitato per il NO Sociale per dare valore aggiunto alla campagna per il No nel referendum costituzionale e materializzare l’opposizione politica e sociale al governo Meloni, questo appuntamento di mobilitazione è venuto assumendo una nuova centralità nello scenario di guerra che sta investendo le nostre esistenze.
La manifestazione nazionale del 14 marzo a Roma può e deve diventare un primo momento generale di mobilitazione anche per dire NO alla guerra.
L’aggressione militare e unilaterale di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, infatti si è immediatamente trasformata in un conflitto regionale con ripercussioni internazionali.
A nessuno sfugge la gravità della situazione e le possibili conseguenze sia sulla nostra vita quotidiana che sulle prospettive future.
Ci appaiono ridicoli i balbettii tesi a demonizzare l’Iran per giustificare una aggressione militare. Così come lo sono altrettanto quelli che giustificano le azioni statunitensi contro Cuba e Venezuela.
E ci appaiono inaccettabili gli atti di servilismo del governo italiano verso gli Stati Uniti, atti che rischiano di trascinare anche il nostro paese dentro la guerra.
Stiamo vedendo all’opera lo stesso gioco manipolatore e infame di sempre, utilizzato sistematicamente in passato per legittimare guerre e aggressioni ingiustificabili da parte della maggiore potenza imperialista mondiale – gli USA – e dei suoi alleati di scopo: talvolta la Nato, questa volta Israele.
Dall’Iraq alla Libia, dalla Jugoslavia all’Afghanistan, il “nemico” è sempre stato descritto come demoniaco sulla base di informazioni false o falsissime, ampiamente diffuse dal sistema politico/mediatico con l’obiettivo di rendere accettabili – o addirittura auspicabili – i bombardamenti su città, infrastrutture, popolazioni, spesso dando sfarzo alle novità tecnologiche di morte prodotte dalle industrie di armamenti.
Proprio mentre si sta consumando il tentativo di passare un colpo di spugna sul genocidio dei palestinesi e rinnovare l’impunità per Israele – assicurata con molte probabilità dai ricatti consentiti dagli Epstein files – la stessa Israele ha rilanciato l’escalation militare in Medio Oriente contro l’Iran e il Libano.
L’amministrazione Trump – alla disperata rincorsa della supremazia globale perduta – si è accodata alle priorità strategiche israeliane in Medio Oriente cercando di definirne i confini delle proprie.
È fin troppo evidente come tutto questo vada a impattare anche sul e nel nostro paese.
In un momento estremamente critico della fase storica in cui ci è toccato di vivere, abbiamo un governo servile agli interessi strategici statunitensi e alle forze che vedono nella guerra una exit strategy alla crisi del sistema dominante.
E questo non riguarda solo la subalternità a Washington ma anche l’accomodamento dietro le posizioni guerrafondaie dei governi e delle istituzioni europee, le quali reagiscono alla loro inanità politica alzando continuamente i toni e le soglie di tensione cercando di ricavarsi un protagonismo militare nei conflitti in corso.
Nell’opporsi a tutto questo non ci muove solo il semplice calcolo dei costi economici e politici già pagati e da pagare per l’allineamento alle posizioni belliciste che ormai dilagano in ogni dichiarazione o scelta tattica delle leadership occidentali.
Ci era chiaro sin dall’inizio che l’economia di guerra si sarebbe abbattuta come una clava sugli interessi popolari e gli spazi di agibilità democratica anche nel nostro paese. I ripetuti tentativi di smontare la Costituzione ne sono da tempo un segnale ben preciso. Così come lo sono la produzione a ritmi industriali di leggi repressive sulle manifestazioni, l’informazione, la libertà di espressione.
Per questa ragione una severa sconfitta del governo Meloni nel referendum potrebbe stoppare o almeno rallentare il coinvolgimento del nostro paese su questo piano inclinato.
Ma per la stessa ragione l’opposizione al governo deve assumere una fisionomia ben più convinta e convincente di quella che vediamo in Parlamento da parte delle forze del cosiddetto campo largo, dentro il quale le tentazioni delle convergenze bipartisan con la destra e il governo su molti dossier si producono fin troppo spesso.
La manifestazione nazionale del 14 marzo può essere veramente la continuità dell’ondata di indignazione popolare che abbiamo visto nelle piazze per la Palestina dei mesi scorsi, ma può diventare anche il nuovo inizio di una ipotesi generale – politica e sociale – che rimetta in campo una alternativa al governo esistente e al sistema dominante, prima che sia troppo tardi.
Fonte
Originariamente convocata dal Comitato per il NO Sociale per dare valore aggiunto alla campagna per il No nel referendum costituzionale e materializzare l’opposizione politica e sociale al governo Meloni, questo appuntamento di mobilitazione è venuto assumendo una nuova centralità nello scenario di guerra che sta investendo le nostre esistenze.
La manifestazione nazionale del 14 marzo a Roma può e deve diventare un primo momento generale di mobilitazione anche per dire NO alla guerra.
L’aggressione militare e unilaterale di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, infatti si è immediatamente trasformata in un conflitto regionale con ripercussioni internazionali.
A nessuno sfugge la gravità della situazione e le possibili conseguenze sia sulla nostra vita quotidiana che sulle prospettive future.
Ci appaiono ridicoli i balbettii tesi a demonizzare l’Iran per giustificare una aggressione militare. Così come lo sono altrettanto quelli che giustificano le azioni statunitensi contro Cuba e Venezuela.
E ci appaiono inaccettabili gli atti di servilismo del governo italiano verso gli Stati Uniti, atti che rischiano di trascinare anche il nostro paese dentro la guerra.
Stiamo vedendo all’opera lo stesso gioco manipolatore e infame di sempre, utilizzato sistematicamente in passato per legittimare guerre e aggressioni ingiustificabili da parte della maggiore potenza imperialista mondiale – gli USA – e dei suoi alleati di scopo: talvolta la Nato, questa volta Israele.
Dall’Iraq alla Libia, dalla Jugoslavia all’Afghanistan, il “nemico” è sempre stato descritto come demoniaco sulla base di informazioni false o falsissime, ampiamente diffuse dal sistema politico/mediatico con l’obiettivo di rendere accettabili – o addirittura auspicabili – i bombardamenti su città, infrastrutture, popolazioni, spesso dando sfarzo alle novità tecnologiche di morte prodotte dalle industrie di armamenti.
Proprio mentre si sta consumando il tentativo di passare un colpo di spugna sul genocidio dei palestinesi e rinnovare l’impunità per Israele – assicurata con molte probabilità dai ricatti consentiti dagli Epstein files – la stessa Israele ha rilanciato l’escalation militare in Medio Oriente contro l’Iran e il Libano.
L’amministrazione Trump – alla disperata rincorsa della supremazia globale perduta – si è accodata alle priorità strategiche israeliane in Medio Oriente cercando di definirne i confini delle proprie.
È fin troppo evidente come tutto questo vada a impattare anche sul e nel nostro paese.
In un momento estremamente critico della fase storica in cui ci è toccato di vivere, abbiamo un governo servile agli interessi strategici statunitensi e alle forze che vedono nella guerra una exit strategy alla crisi del sistema dominante.
E questo non riguarda solo la subalternità a Washington ma anche l’accomodamento dietro le posizioni guerrafondaie dei governi e delle istituzioni europee, le quali reagiscono alla loro inanità politica alzando continuamente i toni e le soglie di tensione cercando di ricavarsi un protagonismo militare nei conflitti in corso.
Nell’opporsi a tutto questo non ci muove solo il semplice calcolo dei costi economici e politici già pagati e da pagare per l’allineamento alle posizioni belliciste che ormai dilagano in ogni dichiarazione o scelta tattica delle leadership occidentali.
Ci era chiaro sin dall’inizio che l’economia di guerra si sarebbe abbattuta come una clava sugli interessi popolari e gli spazi di agibilità democratica anche nel nostro paese. I ripetuti tentativi di smontare la Costituzione ne sono da tempo un segnale ben preciso. Così come lo sono la produzione a ritmi industriali di leggi repressive sulle manifestazioni, l’informazione, la libertà di espressione.
Per questa ragione una severa sconfitta del governo Meloni nel referendum potrebbe stoppare o almeno rallentare il coinvolgimento del nostro paese su questo piano inclinato.
Ma per la stessa ragione l’opposizione al governo deve assumere una fisionomia ben più convinta e convincente di quella che vediamo in Parlamento da parte delle forze del cosiddetto campo largo, dentro il quale le tentazioni delle convergenze bipartisan con la destra e il governo su molti dossier si producono fin troppo spesso.
La manifestazione nazionale del 14 marzo può essere veramente la continuità dell’ondata di indignazione popolare che abbiamo visto nelle piazze per la Palestina dei mesi scorsi, ma può diventare anche il nuovo inizio di una ipotesi generale – politica e sociale – che rimetta in campo una alternativa al governo esistente e al sistema dominante, prima che sia troppo tardi.
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04/03/2026
No Sociale, verso la manifestazione del 14 marzo, si comincia venerdi a Roma
Il percorso del No Sociale al referendum del 22/23 marzo sulla controriforma costituzionale della giustizia varata dal governo Meloni sta entrando nel vivo del suo percorso, mentre le adesioni continuano ad aumentare. In molti hanno dunque colto la sfida, che è insieme politica e democratica, che troverà il suo momento culmine nella manifestazione nazionale del 14 marzo, a Roma, prima di lavorare pancia a terra fino alla votazione referendaria.
Dopo il flash mob e la conferenza stampa sotto Montecitorio, lo scorso mercoledì, si avvicinano tre appuntamenti centrali della campagna per il NO sociale al referendum. Il primo è l’assemblea pubblica organizzata a Piazza Vittorio, a Roma, venerdì 6 marzo. Seguono poi Napoli, il giorno successivo, con un’altra assemblea all’Istituto di Studi Filosofici (ore 10:30, via Monte di Dio 14), e Milano lunedì 9 marzo (ore 16:30, viale Monza 140).
Nel comunicato di lancio dell’assemblea romana, gli organizzatori ricordano che chi sta oggi costruendo il No Sociale, contro il governo Meloni e le sue politiche, portate avanti in maniera bipartisan (basta guardare i governi locali della finta opposizione parlamentare), sono oggi quelle stesse persone che pochi mesi fa hanno animato le piazze del “Blocchiamo Tutto”, e ancora oggi rivendicano un modello (dalla scuola ai posti di lavoro, passando per i quartieri) che si fondi sugli interessi popolari e non sulle esigenze di un’economia di guerra.
“Ci sentiamo impegnati in prima persona in un referendum – si legge nel testo di lancio dell’assemblea del 6 – che deve sbarrare la strada ad un governo autoritario, antidemocratico e antipopolare. Sconfiggere il governo diventa un obiettivo da praticare e far crescere in ogni ambito sociale, politico, culturale del paese. Questo governo ha chiarito in più occasione di essere espressione degli interessi neocorporativi e di classe di imprenditori, affaristi, faccendieri, ceti sociali ad alto reddito.
Per far ingoiare al resto della società le disuguaglianze sociali e l’insopportabile concentrazione delle ricchezze, l’aumento delle spese militari e della logica di guerra, il controllo sui mass media e sulle possibilità di espressione politica, il governo Meloni sta instaurando lo stato di polizia e la criminalizzazione di chi manifesta per le strade non avendo a disposizione altri strumenti di espressione democratica. Con l’intimidazione e la paura vogliono ricacciare tutte e tutti dentro casa, in silenzio e subalterno”.
I nodi della guerra esterna ed interna dettano l’agenda politica del paese, mentre il No Sociale guarda a un cambio di rotta radicale, che ponga al centro di un governo di alternativa “tutte le esigenze sociali sul piano dei salari e degli interessi dei lavoratori, del diritto all’abitare, delle libertà politiche”, che sul terreno della battaglia referendaria e della manifestazione nazionale del prossimo 14 marzo “devono poter convergere” perché non riguardano “più solo i rapporti di subalternità tra magistratura ed esecutivo”.
Il No Sociale rilancia dunque una campagna capillare di informazione e organizzazione sui territori, con al centro tre punti:
1) il NO alle controriforme istituzionali che stanno portando praticamente alla decostituzionalizzazione della vita politica e democratica del paese, così come è un no allo stato di polizia voluto dal governo che vuole spazzare via le libertà di manifestazione ed espressione e accanirsi ulteriormente contro gli immigrati;
2) il NO alla guerra sociale del governo contro i poveri, i salari dei lavoratori, i senza casa, le esigenze popolari;
3) il NO all’economia di guerra e al militarismo, alla complicità con Israele sul quale il governo intende trascinarci per nascondere disuguaglianze sociali ormai crescenti e insopportabili.
Come abbiamo scritto ieri, la manifestazione nazionale del 14 marzo “diventa inevitabilmente anche un appuntamento generale contro la guerra e un governo servile verso Usa, Israele e la Nato”. Il percorso di avvicinamento diventa, dunque, ancora più importante, in quanto dovrà rappresentare quella che, è evidente, è l’unica reale opposizione di questo paese. Partiamo da Roma, ci si vede il 6 marzo in Piazza Vittorio.
Ricordiamo che per aderire al Comitato No Sociale si può scrivere a nosociale2026@gmail.com
Fonte
Dopo il flash mob e la conferenza stampa sotto Montecitorio, lo scorso mercoledì, si avvicinano tre appuntamenti centrali della campagna per il NO sociale al referendum. Il primo è l’assemblea pubblica organizzata a Piazza Vittorio, a Roma, venerdì 6 marzo. Seguono poi Napoli, il giorno successivo, con un’altra assemblea all’Istituto di Studi Filosofici (ore 10:30, via Monte di Dio 14), e Milano lunedì 9 marzo (ore 16:30, viale Monza 140).
Nel comunicato di lancio dell’assemblea romana, gli organizzatori ricordano che chi sta oggi costruendo il No Sociale, contro il governo Meloni e le sue politiche, portate avanti in maniera bipartisan (basta guardare i governi locali della finta opposizione parlamentare), sono oggi quelle stesse persone che pochi mesi fa hanno animato le piazze del “Blocchiamo Tutto”, e ancora oggi rivendicano un modello (dalla scuola ai posti di lavoro, passando per i quartieri) che si fondi sugli interessi popolari e non sulle esigenze di un’economia di guerra.
“Ci sentiamo impegnati in prima persona in un referendum – si legge nel testo di lancio dell’assemblea del 6 – che deve sbarrare la strada ad un governo autoritario, antidemocratico e antipopolare. Sconfiggere il governo diventa un obiettivo da praticare e far crescere in ogni ambito sociale, politico, culturale del paese. Questo governo ha chiarito in più occasione di essere espressione degli interessi neocorporativi e di classe di imprenditori, affaristi, faccendieri, ceti sociali ad alto reddito.
Per far ingoiare al resto della società le disuguaglianze sociali e l’insopportabile concentrazione delle ricchezze, l’aumento delle spese militari e della logica di guerra, il controllo sui mass media e sulle possibilità di espressione politica, il governo Meloni sta instaurando lo stato di polizia e la criminalizzazione di chi manifesta per le strade non avendo a disposizione altri strumenti di espressione democratica. Con l’intimidazione e la paura vogliono ricacciare tutte e tutti dentro casa, in silenzio e subalterno”.
I nodi della guerra esterna ed interna dettano l’agenda politica del paese, mentre il No Sociale guarda a un cambio di rotta radicale, che ponga al centro di un governo di alternativa “tutte le esigenze sociali sul piano dei salari e degli interessi dei lavoratori, del diritto all’abitare, delle libertà politiche”, che sul terreno della battaglia referendaria e della manifestazione nazionale del prossimo 14 marzo “devono poter convergere” perché non riguardano “più solo i rapporti di subalternità tra magistratura ed esecutivo”.
Il No Sociale rilancia dunque una campagna capillare di informazione e organizzazione sui territori, con al centro tre punti:
1) il NO alle controriforme istituzionali che stanno portando praticamente alla decostituzionalizzazione della vita politica e democratica del paese, così come è un no allo stato di polizia voluto dal governo che vuole spazzare via le libertà di manifestazione ed espressione e accanirsi ulteriormente contro gli immigrati;
2) il NO alla guerra sociale del governo contro i poveri, i salari dei lavoratori, i senza casa, le esigenze popolari;
3) il NO all’economia di guerra e al militarismo, alla complicità con Israele sul quale il governo intende trascinarci per nascondere disuguaglianze sociali ormai crescenti e insopportabili.
Come abbiamo scritto ieri, la manifestazione nazionale del 14 marzo “diventa inevitabilmente anche un appuntamento generale contro la guerra e un governo servile verso Usa, Israele e la Nato”. Il percorso di avvicinamento diventa, dunque, ancora più importante, in quanto dovrà rappresentare quella che, è evidente, è l’unica reale opposizione di questo paese. Partiamo da Roma, ci si vede il 6 marzo in Piazza Vittorio.
Ricordiamo che per aderire al Comitato No Sociale si può scrivere a nosociale2026@gmail.com
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23/04/2017
25 aprile con le resistenze dei popoli e contro gli imperialismi
Le manifestazioni del 25 Aprile non devono essere più eventi rituali ma sempre più momenti di battaglia e scontro politico in cui la celebrazione della Resistenza e la Liberazione del paese dal nazifascismo devono accompagnarsi alla necessità di rinnovare l’impegno antifascista di fronte alla ripresa dello squadrismo e della cultura neofascista e razzista nel paese e in tutta Europa.
E’ in questa logica che vanno respinti con forza, da parte del PD e dei gruppi sionisti, i tentativi di espellere i simboli della resistenza palestinese dai cortei del 25 aprile.
I valori della Resistenza, e con essi della Costituzione, sono stati più volte manomessi nel corso degli anni. Il PD e Renzi, con il referendum del 4 dicembre scorso, hanno tentato di smantellare definitivamente il dettato costituzionale con la collaborazione e l’affiancamento degli organismi finanziari statunitensi ed europei. Sono stati sonoramente sconfitti da un NO resistente sociale e popolare. Ci riproveranno ancora e bisognerà essere capaci di contrastarli ogni volta.
I leader e i governi dell'Unione Europea sono stati in prima fila nel sostenere il PD e Renzi nel tentativo di imporre la controriforma costituzionale. La realtà dell’imperialismo dell’Unione Europea rende sempre più forte e attuale la lotta per ‘uscire dall’UE, dall’Eurozona, dalla Nato.
Il rischio di una escalation di guerra è sotto gli occhi di tutti. Il governo italiano e quelli europei hanno appoggiato l’avventurismo militare statunitense e i bombardamenti sulla Siria. Il riarmo globale è un dato di fatto e sempre più spesso si parla di pericolo di guerra nucleare. Occorre resistere all’aumento delle spese militari, impedire la realizzazione dell’esercito europeo, uscire dalla Nato.
MARTEDI’ 25 APRILE l’appuntamento per chi resiste e lotta ancora oggi per la liberazione è alle ore 9.30 in piazza Caduti della Montagnola.
Fonte
26/03/2017
Nonostante tutto
Nonostante la Questura di Roma avesse da settimane fomentato un clima terroristico impedendo di fatto qualsiasi partecipazione “extra-militante”; nonostante tutto il campo della sinistra compatibile abbia lavorato per delegittimare le ragioni del corteo contro le politiche criminali della Ue; nonostante l’universo mediatico, senza eccezione alcuna, abbia censurato qualsiasi ragione politica e aizzato ogni peggiore repulsione verso il corteo anti-euroliberista, la manifestazione di ieri si è imposta come principale fatto politico della stagione. Ha oscurato ogni altra manifestazione – dalle celebrazioni ufficiali alle ridicole sfilate europeiste – con la forza dei numeri: più di 10.000 lavoratori, migranti, precari e studenti hanno dimostrato la propria avversione alle politiche Ue in una Roma mai come ieri blindata oltre l’inverosimile. Un successo oltre le aspettative, tenuto conto del boicottaggio mainstream trasversale e politicamente unificante, che rendeva impossibile solidarizzare materialmente con la manifestazione. La lotta all’Unione europea, al liberismo intrinseco delle sue istituzioni, da ieri è all’ordine del giorno della sinistra antagonista: un passaggio decisivo e qualificante che ha avuto la forza di affermarsi contro tutti i tentativi di pacificazione interessati.
Se nei numeri possiamo dirci allora soddisfatti, sul piano più generale dei rapporti democratici e dell’agibilità politica l’atteggiamento del governo, della Polizia e della politica tutta segnano un punto di non ritorno di una gravità inaudita. Mai si era visto un corteo pacifico tagliato in due da cariche “preventive”. Mai si erano visti fogli di via comminati senza specifico reato contestato; mai si era assistito alla chiusura di ogni possibile manifestazione concreta di dissenso come ieri in piazza. E tralasciamo i pullman fermati nella mattinata, tenuti reclusi nel centro di identificazione di Tor Cervara e rilasciati a manifestazione finita, senza alcuna motivazione plausibile.
Il vertice europeista imponeva una gestione, per l’appunto, “europea” della piazza, ma ieri tutta – ripetiamo: tutta – la democrazia italiana ha segnato un passo indietro senza precedenti. Chi da oggi non denuncerà il livello repressivo messo in pratica ieri con la reclusione forzata e, ribadiamo, preventiva e immotivata, di un intero pezzo della manifestazione, non solo certificherà il carattere reazionario del proprio posizionamento, ma contribuirà attivamente alla chiusura di ogni possibile agibilità politica dei movimenti nei prossimi anni.
Ciò che è avvenuto ieri riguarda tutti, non solo le vittime dirette di un accanimento repressivo senza precedenti. E’ peraltro coerente con un’impostazione già in atto, e che vede nel decreto Minniti la formalizzazione di una gestione dell’ordine pubblico completamente “tecnicizzata” e quindi sottratta al confronto politico.
Un clima che impone una riflessione al di là delle differenze politiche, perché in gioco c’è la possibilità stessa di manifestare, di fare politica, di tradurre le proprie idee in pratica, e questo scavalca i posizionamenti e la frammentazione attuale.
Da ieri la lotta all’Unione europea riparte più forte di prima, ma il livello della democrazia sostanziale di questo paese ne esce con le ossa distrutte, ed è un problema collettivo e non dei soli manifestanti fermati.
Fonte
Se nei numeri possiamo dirci allora soddisfatti, sul piano più generale dei rapporti democratici e dell’agibilità politica l’atteggiamento del governo, della Polizia e della politica tutta segnano un punto di non ritorno di una gravità inaudita. Mai si era visto un corteo pacifico tagliato in due da cariche “preventive”. Mai si erano visti fogli di via comminati senza specifico reato contestato; mai si era assistito alla chiusura di ogni possibile manifestazione concreta di dissenso come ieri in piazza. E tralasciamo i pullman fermati nella mattinata, tenuti reclusi nel centro di identificazione di Tor Cervara e rilasciati a manifestazione finita, senza alcuna motivazione plausibile.
Il vertice europeista imponeva una gestione, per l’appunto, “europea” della piazza, ma ieri tutta – ripetiamo: tutta – la democrazia italiana ha segnato un passo indietro senza precedenti. Chi da oggi non denuncerà il livello repressivo messo in pratica ieri con la reclusione forzata e, ribadiamo, preventiva e immotivata, di un intero pezzo della manifestazione, non solo certificherà il carattere reazionario del proprio posizionamento, ma contribuirà attivamente alla chiusura di ogni possibile agibilità politica dei movimenti nei prossimi anni.
Ciò che è avvenuto ieri riguarda tutti, non solo le vittime dirette di un accanimento repressivo senza precedenti. E’ peraltro coerente con un’impostazione già in atto, e che vede nel decreto Minniti la formalizzazione di una gestione dell’ordine pubblico completamente “tecnicizzata” e quindi sottratta al confronto politico.
Un clima che impone una riflessione al di là delle differenze politiche, perché in gioco c’è la possibilità stessa di manifestare, di fare politica, di tradurre le proprie idee in pratica, e questo scavalca i posizionamenti e la frammentazione attuale.
Da ieri la lotta all’Unione europea riparte più forte di prima, ma il livello della democrazia sostanziale di questo paese ne esce con le ossa distrutte, ed è un problema collettivo e non dei soli manifestanti fermati.
Fonte
Una straordinaria giornata di lotta, contro l’Unione Europea e la fabbrica della paura
La risposta è stata adeguata alla posta in gioco, sia sul piano politico che della partecipazione. La manifestazione promossa da Eurostop e dai movimenti territoriali per il No Sociale è riuscita a cogliere due obiettivi importanti per il futuro. Da un lato ha spezzato il giochetto per cui o si sta con l’Unione Europea o si sta con la destra xenofoba, al contrario la manifestazione ha detto che c’è un movimento popolare, sindacale e antagonista in crescita che contesta frontalmente, seppur con declinazioni diverse, l’Unione Europea ritenendola irriformabile. Dall’altro, nonostante un clima di terrorismo ossessivo e amplificato ogni oltre limite, migliaia di persone sono scese comunque in piazza e hanno dato vita e gestito un corteo popolare, pacifico ma auto tutelato che è riuscito a raggiungere Piazza Bocca della Verità, a ridosso del Campidoglio dove si è tenuto il vertice dell’Unione Europea.
Una manifestazione niente affatto facile. In un quadrante del centro di Roma completamente circondato da migliaia di agenti di polizia e carabinieri, con torme di giornalisti, cameramen e fotografi pronti a gettarsi sulla prima vetrina infranta per far quadrare il cerchio e consueto circo mediatico (ma rimasti a becco asciutto). Il corteo è partito intorno alle 15.45 per cercare di sbloccare il fermo di 150 manifestanti su tre pullman (uno dalla Val di Susa, due dal Veneto) durato invece fino a sera.
La manifestazione si è via via ingrossata, ha attraversato il popolare quartiere di Testaccio investito nei giorni scorsi da un allarmismo ingiustificato, non tanto tra gli abitanti quanto tra i commercianti (chi ha chiuso bottega peggio per lui, chi ha tenuto aperto ha avuto un sacco di clienti), e poi ha imboccato Lungotevere Aventino per dirigersi a Piazza Bocca della Verità.
Arrivata in piazza però c’è stata una prima amara sorpresa. Via dei Cerchi che la Questura si era impegnata a mantenere libera per garantire il comizio e il deflusso dei manifestanti, era invece bloccata da poliziotti e blindati che a quale punto circondavano ogni via di accesso o uscita dalla piazza. Mentre si cercava di sbrogliare questo primo e rischioso imprevisto, sul Lungotevere Aventino qualche funzionario di piazza ha perso lucidità facendo avanzare agenti, idranti e blindati verso il corteo che stava ancora sfilando, di fatto spezzandolo in due. Motivazione ufficiale è che la seconda parte del corteo aveva rallentato. Quindi la polizia è avanzata in forze. Una stupidaggine senza alcuna giustificazione che, questa sì, avrebbe potuto scatenare incidenti su Lungotevere. A quel punto una parte del corteo era bloccata davanti e dietro su Lungotevere.
La prima parte del corteo, circondata in Piazza Bocca della Verità si è attestata su via dei Cerchi in attesa che venisse sbloccata e fatta passare anche la seconda parte del corteo. Per almeno una, lunghissima, ora la situazione è parsa precipitare e poi stagnare. Alcuni esponenti di Eurostop avevano nel frattempo raggiunto i manifestanti rimasti bloccati dalla polizia annunciando che non si sarebbero mossi da lì (si sono seduti platealmente per terra) fino a quando non fosse consentito al secondo pezzo di corteo di ricongiungersi all’altro attestato su via dei Cerchi. Alla fine la situazione si è sbloccata e i due pezzi si sono ricomposti sfilando in corteo fino alla fine del Circo Massimo dove la manifestazione si è sciolta.
Nel frattempo una delegazione aveva raggiunto la caserma di polizia di Tor Cervara (dove c’è l’ufficio stranieri) dove erano ancora in stato di fermo i manifestanti bloccati con i pullman. Fioccano i fogli di via, una misura poliziesca ormai seminata a piene mani che impedisce la partecipazione a manifestazioni in altre città e riduce sempre più l’agibilità politica e costituzionale di centinaia di attivisti.
Alla luce di come sono andate le cose sembra proprio che qualcuno dovesse “pagare” per aver osato contestare il vertice dell’Unione Europea e aver così smascherato un dogma sopravvissuto fin troppo tempo.
La manifestazione di oggi ha dato una straordinaria dimostrazione di capacità politica e di maturità nella gestione di una giornata difficilissima. Nelle prossime ore valutazioni politiche più ponderate e meno offuscate dalla stanchezza di una giornata tesa ma politicamente vincente.
Fonte e foto
22/03/2017
“I Trattati Europei sono incompatibili con la Costituzione”
Intervista con Franco Russo della Piattaforma Eurostop.
Volevamo parlare con te dell’incontro pubblico che si terrà giovedì su “Costituzione e Trattati europei: un contrasto insanabile”. Intanto – capiamo che la domanda è complessa – volevamo chiederti se è possibile, in poche parole, quali sono le ragioni di contrasto tra la Costituzione e i Trattati europei.
Come giustamente tu dici non c’entra assolutamente nulla. Noi domani, nell’ambito delle iniziative della manifestazione del 25 marzo in occasione del 60ennale dei Trattati di Roma, vogliamo mettere in risalto come i Trattati di Roma – ma anche quelli della Ceca in precedenza e quelli successivi di Maastricht e di Lisbona – sono assolutamente in contrasto, in una contraddizione assolutamente inconciliabile con la Costituzione italiana. E non solo con la Costituzione Italiana in generale e con il costituzionalismo del secondo dopoguerra. Il motivo, detto seccamente e in maniera un po’ rozza, è che mentre le Costituzioni del secondo dopoguerra si fondano sui diritti delle persone, innanzitutto i diritti sociali e i diritti del lavoro, i Trattati che hanno costruito l’Unione europea si fondono sul mercato e le cosiddette quattro libertà di mercato, cioè la mobilità dei lavoratori, del capitale, dei servizi e delle merci.
Quindi mentre le Costituzioni affermano i diritti, per esempio il nostro art. 3 della Carta costituzionale del ‘48 dice che la Repubblica deve attivarsi e mettere in moto le sue istituzioni per superare la mancanza di risorse, le difficoltà che le persone possono incontrare nella loro esistenza, i Trattati dell’Unione europea dicono che "tutti stanno sul mercato, tutti competono, tutti sono in concorrenza l’uno con l’altro". Quindi, come vedi, c’è proprio una inconciliabilità di princìpi fra le strutture dei trattati e delle Costituzioni.
L’incontro di giovedì vedrà alla presidenza te, insieme a Paola Palmieri della Usb e poi la relazione di Paolo Maddalena che è vice presidente emerito della Corte Costituzionale, insomma una persona che può parlare di queste cose con estrema competenza. Come si svolgerà l’incontro?
Dopo l’intervento introduttivo di Paolo Maddalena noi abbiamo la partecipazione di una serie di persone: da Manuela Palermi a Giorgio Cremaschi, a Mauro Casadio a Sergio Cararo, a esponenti anche del comitato del No come Tina Stumpo, a Michela Becchis e molti altri che adesso non vi elenco ma che potete trovare sulla locandina di convocazione. Quindi daremo vita ad un dibattito di approfondimento sul perché noi dobbiamo impegnarci in una battaglia contro i Trattati europei, per la rottura dei Trattati europei. In nome appunto dei diritti e dei principi che si sono affermati nel corso della lotta antifascista e poi nel corso dei decenni, quando le lotte, soprattutto operaie e in generale popolari, hanno cercato di arginare o il gelo costituzionale – come lo chiamò Calamandrei, riferendosi ai tentativi della Democrazia Cristiana negli anni ’50 di mettere nel gelo, la Carta Costituzionale – oppure quando negli ultimi due decenni c’è stato un attacco frontale alla nostra democrazia parlamentare, alla nostra democrazia costituzionale, un attacco frontale che è venuto dall’interno ma soprattutto spinto dall’Unione europea.
Ricordiamoci che il 28 maggio del 2013 la Jp Morgan sferrò un attacco alla nostra Carta Costituzionale dicendo che era impregnata di principi socialisti e questi principi socialisti facevano ostacolo al libero funzionamento del mercato.
In questi anni noi abbiamo subito degli attacchi virulenti, in parte riusciti. Per esempio la deregolamentazione del mercato dei lavoro, l’abbattimento della sanità pubblica, delle pensioni pubbliche, della scuola pubblica sono tutti il portato di questa massiccio intervento delle forze del capitalismo europeo perché venissero aperte le frontiere dei servizi pubblici fondamentali per la garanzia dei diritti sociali, al profitto. Quindi tu hai la privatizzazione di settori importantissimi come quelli della sanità o come quella dell’acqua o la gestione stessa, per esempio, dell’energia affidata certo ad una società pubblica ma che è una società per azioni che è quotata sul mercato.
Noi abbiamo subito molti scacchi e però, avendo preso consapevolezza, noi facciamo della difesa dei diritti sociali e delle libertà delle persone, contro la libertà del capitale, il punto di resistenza e per cominciare a propagandare, all’interno del nostro paese, la necessità di rompere con i Trattati. Vorrei dire un’ultima cosa a questo proposito. Le nostre iniziative, come Eurostop, io le ritengo particolarmente importanti e non sono arrogante in questa affermazione, perché per la prima volta in Italia si svolgeranno delle manifestazioni e delle iniziative culturali, come quella per esempio anche organizzata dall’Usb e dalla Federazione mondiale del sindacato il 24, in cui si affermerà, da sinistra, la difesa della democrazia e della partecipazione e dei diritti sociali, la lotta contro l’Unione europea e la lotta per uscire dall’Unione europea. Questa è una grande novità nel panorama politico e sociale italiano.
Si può definire questo No all’Unione europea, all’euro e alla Nato come un No sociale come è stato un No sociale quello del referendum di dicembre?
Io penso proprio di sì. Ovviamente noi stiamo esponendo, proponendo, un progetto. Sarei in questo veramente arrogante se dicessi che in queste iniziative o sabato prossimo avremo già decine e decine di migliaia di persone già sono convinte dell’uscita dall’Unione Europea. L'importante è cominciare a propagandare questo tema ossia che è necessario rompere con l’Unione Europea se vogliamo salvare i nuclei fondanti del costituzionalismo democratico. Farlo in piazza, farlo con delle iniziative pubbliche, farlo da sinistra in nome appunto di una piattaforma sociale, secondo me è una grande novità, contro coloro che difendono l’Unione Europea ritenendo che sia riformabile, e anche soprattutto contro le destre, le quali vogliono mettere insieme il ritorno agli stati nazionali dominati, però, da politiche liberiste. A me pare che il nostro sforzo, anche progettuale, sia degno di tutte le attenzioni e per questo io invito sia a partecipare alle iniziative del 23 e del 24 e sia, soprattutto, alla manifestazione del 25 e anche all’assemblea che Eurostop farà in via Galilei domenica prossima a conclusione di queste quattro giornate.
Prima di salutarti ripetiamo l’appuntamento per l’incontro pubblico di domani. L’appuntamento è alle 15.30 in via Galilei 57, “Costituzione e Trattati europei: un contrasto insanabile”. E poi, ovviamente, il corteo di sabato con l'appuntamento alle 14.00 a Porta San Paolo.
Grazie molte a voi per lo sforzo informativo che conducete. Grazie ancora.
Se vuoi ascoltare l'audio dell'intervista clicca su radiocittaperta.it , la radionline
Fonte
Volevamo parlare con te dell’incontro pubblico che si terrà giovedì su “Costituzione e Trattati europei: un contrasto insanabile”. Intanto – capiamo che la domanda è complessa – volevamo chiederti se è possibile, in poche parole, quali sono le ragioni di contrasto tra la Costituzione e i Trattati europei.
Come giustamente tu dici non c’entra assolutamente nulla. Noi domani, nell’ambito delle iniziative della manifestazione del 25 marzo in occasione del 60ennale dei Trattati di Roma, vogliamo mettere in risalto come i Trattati di Roma – ma anche quelli della Ceca in precedenza e quelli successivi di Maastricht e di Lisbona – sono assolutamente in contrasto, in una contraddizione assolutamente inconciliabile con la Costituzione italiana. E non solo con la Costituzione Italiana in generale e con il costituzionalismo del secondo dopoguerra. Il motivo, detto seccamente e in maniera un po’ rozza, è che mentre le Costituzioni del secondo dopoguerra si fondano sui diritti delle persone, innanzitutto i diritti sociali e i diritti del lavoro, i Trattati che hanno costruito l’Unione europea si fondono sul mercato e le cosiddette quattro libertà di mercato, cioè la mobilità dei lavoratori, del capitale, dei servizi e delle merci.
Quindi mentre le Costituzioni affermano i diritti, per esempio il nostro art. 3 della Carta costituzionale del ‘48 dice che la Repubblica deve attivarsi e mettere in moto le sue istituzioni per superare la mancanza di risorse, le difficoltà che le persone possono incontrare nella loro esistenza, i Trattati dell’Unione europea dicono che "tutti stanno sul mercato, tutti competono, tutti sono in concorrenza l’uno con l’altro". Quindi, come vedi, c’è proprio una inconciliabilità di princìpi fra le strutture dei trattati e delle Costituzioni.
L’incontro di giovedì vedrà alla presidenza te, insieme a Paola Palmieri della Usb e poi la relazione di Paolo Maddalena che è vice presidente emerito della Corte Costituzionale, insomma una persona che può parlare di queste cose con estrema competenza. Come si svolgerà l’incontro?
Dopo l’intervento introduttivo di Paolo Maddalena noi abbiamo la partecipazione di una serie di persone: da Manuela Palermi a Giorgio Cremaschi, a Mauro Casadio a Sergio Cararo, a esponenti anche del comitato del No come Tina Stumpo, a Michela Becchis e molti altri che adesso non vi elenco ma che potete trovare sulla locandina di convocazione. Quindi daremo vita ad un dibattito di approfondimento sul perché noi dobbiamo impegnarci in una battaglia contro i Trattati europei, per la rottura dei Trattati europei. In nome appunto dei diritti e dei principi che si sono affermati nel corso della lotta antifascista e poi nel corso dei decenni, quando le lotte, soprattutto operaie e in generale popolari, hanno cercato di arginare o il gelo costituzionale – come lo chiamò Calamandrei, riferendosi ai tentativi della Democrazia Cristiana negli anni ’50 di mettere nel gelo, la Carta Costituzionale – oppure quando negli ultimi due decenni c’è stato un attacco frontale alla nostra democrazia parlamentare, alla nostra democrazia costituzionale, un attacco frontale che è venuto dall’interno ma soprattutto spinto dall’Unione europea.
Ricordiamoci che il 28 maggio del 2013 la Jp Morgan sferrò un attacco alla nostra Carta Costituzionale dicendo che era impregnata di principi socialisti e questi principi socialisti facevano ostacolo al libero funzionamento del mercato.
In questi anni noi abbiamo subito degli attacchi virulenti, in parte riusciti. Per esempio la deregolamentazione del mercato dei lavoro, l’abbattimento della sanità pubblica, delle pensioni pubbliche, della scuola pubblica sono tutti il portato di questa massiccio intervento delle forze del capitalismo europeo perché venissero aperte le frontiere dei servizi pubblici fondamentali per la garanzia dei diritti sociali, al profitto. Quindi tu hai la privatizzazione di settori importantissimi come quelli della sanità o come quella dell’acqua o la gestione stessa, per esempio, dell’energia affidata certo ad una società pubblica ma che è una società per azioni che è quotata sul mercato.
Noi abbiamo subito molti scacchi e però, avendo preso consapevolezza, noi facciamo della difesa dei diritti sociali e delle libertà delle persone, contro la libertà del capitale, il punto di resistenza e per cominciare a propagandare, all’interno del nostro paese, la necessità di rompere con i Trattati. Vorrei dire un’ultima cosa a questo proposito. Le nostre iniziative, come Eurostop, io le ritengo particolarmente importanti e non sono arrogante in questa affermazione, perché per la prima volta in Italia si svolgeranno delle manifestazioni e delle iniziative culturali, come quella per esempio anche organizzata dall’Usb e dalla Federazione mondiale del sindacato il 24, in cui si affermerà, da sinistra, la difesa della democrazia e della partecipazione e dei diritti sociali, la lotta contro l’Unione europea e la lotta per uscire dall’Unione europea. Questa è una grande novità nel panorama politico e sociale italiano.
Si può definire questo No all’Unione europea, all’euro e alla Nato come un No sociale come è stato un No sociale quello del referendum di dicembre?
Io penso proprio di sì. Ovviamente noi stiamo esponendo, proponendo, un progetto. Sarei in questo veramente arrogante se dicessi che in queste iniziative o sabato prossimo avremo già decine e decine di migliaia di persone già sono convinte dell’uscita dall’Unione Europea. L'importante è cominciare a propagandare questo tema ossia che è necessario rompere con l’Unione Europea se vogliamo salvare i nuclei fondanti del costituzionalismo democratico. Farlo in piazza, farlo con delle iniziative pubbliche, farlo da sinistra in nome appunto di una piattaforma sociale, secondo me è una grande novità, contro coloro che difendono l’Unione Europea ritenendo che sia riformabile, e anche soprattutto contro le destre, le quali vogliono mettere insieme il ritorno agli stati nazionali dominati, però, da politiche liberiste. A me pare che il nostro sforzo, anche progettuale, sia degno di tutte le attenzioni e per questo io invito sia a partecipare alle iniziative del 23 e del 24 e sia, soprattutto, alla manifestazione del 25 e anche all’assemblea che Eurostop farà in via Galilei domenica prossima a conclusione di queste quattro giornate.
Prima di salutarti ripetiamo l’appuntamento per l’incontro pubblico di domani. L’appuntamento è alle 15.30 in via Galilei 57, “Costituzione e Trattati europei: un contrasto insanabile”. E poi, ovviamente, il corteo di sabato con l'appuntamento alle 14.00 a Porta San Paolo.
Grazie molte a voi per lo sforzo informativo che conducete. Grazie ancora.
Se vuoi ascoltare l'audio dell'intervista clicca su radiocittaperta.it , la radionline
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31/01/2017
Eurostop: dal No sociale all’Italexit, un percorso politico e sociale
Sabato 28 gennaio a Roma si è svolta l’assemblea nazionale della Piattaforma Sociale Eurostop. E’ stata grande e partecipata con 25 interventi. Apprezzati i contributi anche di personalità e strutture ancora esterne al percorso – come il vicepresidente emerito della Corte Costituzionale Paolo Maddalena, di Mimmo Porcaro, Dino Greco e del sindacato di base Unicobas – ma con i quali crescono i punti di convergenza e di azione comune intorno ai tre NO all’euro, all’Unione Europea, alla Nato. E' stato letto anche un messaggio di Nicoletta Dosio dei NO TAV della Val di Susa.
L'Assemblea ha provato a fare – eda rivendicare – il bilancio dell'anno trascorso dalla prima assemblea nazionale di Eurostop (novembre 2015): le due mobilitazioni nazionali contro la guerra e la Nato del gennaio e marzo 2016, il convegno di Napoli del maggio 2016 che ha lanciato la campagna per l’Italexit e le mobilitazioni dell’autunno sul referendum sulla controriforma costituzionale e che hanno animato quel No Sociale rivelatosi decisivo per la vittoria. Un passaggio decisivo di quella campagna (confermata dalla composizione sociale della vittoria del No nel referendum) sono state le due giornate di mobilitazione del 21 e del 22 Ottobre (Sciopero generale e Manifestazione nazionale).
Il risultato del Referendum del 4 novembre si è inserito in un quadro internazionale ed una situazione politica e sociale del paese completamente diversa dalla precedente, caratterizzata dalla Brexit in Gran Bretagna e dall'elezione di Trump negli USA.
L’assemblea ha sostanzialmente approvato lo spirito e i contenuti dei documenti politici preparatori (le sedici tesi, il documento sull’Italexit e quello con la proposta di modello organizzativo di Eurostop). E’ apparso evidente come per Eurostop diventi necessario un passaggio politico sul piano della configurazione e del programma con cui agire politicamente e socialmente nel paese e nei rapporti con le forze analoghe negli altri paesi. L’ipotesi di mettere in campo un movimento politico, popolare e radicale sui tre NO, capace di declinarli in programma di azione sociale, politica, sindacale, è ormai all’ordine del giorno. Senza precipitazioni che mettano in difficoltà le organizzazioni aderenti (sia politiche che sindacali) ma operando un passaggio da piattaforma sociale a fronte e/o coalizione sociale Eurostop.
Il consolidamento di Eurostop sul piano politico e organizzativo è fondamentale per poter affrontare con efficacia una situazione di estremo interesse sul piano della possibilità del conflitto ma anche di eventi politici rapidamente mutevoli. Nessuna mediazione o ulteriore perdita di tempo è più accettabile con la sinistra europeista, perché è ormai evidente sia l’irriformabilità dell'UE sia l’indebolimento dell’egemonia delle classi dominanti emersa dal referendum del 4 dicembre che spinge i processi di lotta verso una completa rottura e fuoriuscita dall'Unione Europea, dall'Euro e dalla Nato.
L'Assemblea ha deciso quindi di costruire un percorso di rafforzamento della Coalizione Sociale Eurostop, anche attraverso un lavoro più intenso ed articolato a livello territoriale da strutturarsi a livello regionale. Per questo si è riconvocata in una nuova assise nazionale per domenica 26 marzo a Roma per formalizzare le scelte fatte nell'assemblea del 28 gennaio.
Sul piano dell’iniziativa l’assemblea ha riconfermato la mobilitazione per i giorni del vertice dell’Unione Europea in occasione dell’anniversario del Trattato di Roma. Quindi una manifestazione nazionale a Roma il 25 marzo preceduta da una giornata di iniziativa sindacale il 24 marzo contro il vertice tra Ces, Confindustria Europea e governi della presidenza di turno della Unione Europea. Inoltre l'assemblea ha dato la propria adesione alla manifestazione a sostegno del popolo kurdo dell’11 febbraio a Milano, ha aderito anche alla mobilitazione contro il vertice del G7 dei ministri economici e finanziari che si terrà tra l'11 ed il 13 maggio a Bari e la partecipazione diretta alle mobilitazioni contro il G7 che si terranno a Taormina il 26 e 27 maggio. Infine Eurostop ha dato il proprio sostegno allo sciopero della scuola del 17 marzo indetto da USB, Unicobas, Cobas e alle mobilitazioni delle donne per l'8 marzo. Si lavorerà con spirito unitario e inclusivo alla riuscita delle mobilitazioni, ma senza più rinunciare ai contenuti dirimenti espressi dal percorso di Eurostop.
Fonte
L'Assemblea ha provato a fare – eda rivendicare – il bilancio dell'anno trascorso dalla prima assemblea nazionale di Eurostop (novembre 2015): le due mobilitazioni nazionali contro la guerra e la Nato del gennaio e marzo 2016, il convegno di Napoli del maggio 2016 che ha lanciato la campagna per l’Italexit e le mobilitazioni dell’autunno sul referendum sulla controriforma costituzionale e che hanno animato quel No Sociale rivelatosi decisivo per la vittoria. Un passaggio decisivo di quella campagna (confermata dalla composizione sociale della vittoria del No nel referendum) sono state le due giornate di mobilitazione del 21 e del 22 Ottobre (Sciopero generale e Manifestazione nazionale).
Il risultato del Referendum del 4 novembre si è inserito in un quadro internazionale ed una situazione politica e sociale del paese completamente diversa dalla precedente, caratterizzata dalla Brexit in Gran Bretagna e dall'elezione di Trump negli USA.
L’assemblea ha sostanzialmente approvato lo spirito e i contenuti dei documenti politici preparatori (le sedici tesi, il documento sull’Italexit e quello con la proposta di modello organizzativo di Eurostop). E’ apparso evidente come per Eurostop diventi necessario un passaggio politico sul piano della configurazione e del programma con cui agire politicamente e socialmente nel paese e nei rapporti con le forze analoghe negli altri paesi. L’ipotesi di mettere in campo un movimento politico, popolare e radicale sui tre NO, capace di declinarli in programma di azione sociale, politica, sindacale, è ormai all’ordine del giorno. Senza precipitazioni che mettano in difficoltà le organizzazioni aderenti (sia politiche che sindacali) ma operando un passaggio da piattaforma sociale a fronte e/o coalizione sociale Eurostop.
Il consolidamento di Eurostop sul piano politico e organizzativo è fondamentale per poter affrontare con efficacia una situazione di estremo interesse sul piano della possibilità del conflitto ma anche di eventi politici rapidamente mutevoli. Nessuna mediazione o ulteriore perdita di tempo è più accettabile con la sinistra europeista, perché è ormai evidente sia l’irriformabilità dell'UE sia l’indebolimento dell’egemonia delle classi dominanti emersa dal referendum del 4 dicembre che spinge i processi di lotta verso una completa rottura e fuoriuscita dall'Unione Europea, dall'Euro e dalla Nato.
L'Assemblea ha deciso quindi di costruire un percorso di rafforzamento della Coalizione Sociale Eurostop, anche attraverso un lavoro più intenso ed articolato a livello territoriale da strutturarsi a livello regionale. Per questo si è riconvocata in una nuova assise nazionale per domenica 26 marzo a Roma per formalizzare le scelte fatte nell'assemblea del 28 gennaio.
Sul piano dell’iniziativa l’assemblea ha riconfermato la mobilitazione per i giorni del vertice dell’Unione Europea in occasione dell’anniversario del Trattato di Roma. Quindi una manifestazione nazionale a Roma il 25 marzo preceduta da una giornata di iniziativa sindacale il 24 marzo contro il vertice tra Ces, Confindustria Europea e governi della presidenza di turno della Unione Europea. Inoltre l'assemblea ha dato la propria adesione alla manifestazione a sostegno del popolo kurdo dell’11 febbraio a Milano, ha aderito anche alla mobilitazione contro il vertice del G7 dei ministri economici e finanziari che si terrà tra l'11 ed il 13 maggio a Bari e la partecipazione diretta alle mobilitazioni contro il G7 che si terranno a Taormina il 26 e 27 maggio. Infine Eurostop ha dato il proprio sostegno allo sciopero della scuola del 17 marzo indetto da USB, Unicobas, Cobas e alle mobilitazioni delle donne per l'8 marzo. Si lavorerà con spirito unitario e inclusivo alla riuscita delle mobilitazioni, ma senza più rinunciare ai contenuti dirimenti espressi dal percorso di Eurostop.
Fonte
17/01/2017
Eurostop. Consolidare il progetto, assemblea il 28 gennaio, manifestazione il 25 marzo
Sabato 14 gennaio si è riunito il coordinamento nazionale di Eurostop. La discussione ha affrontato sia la situazione politica del paese sia la tabella di marcia che la Piattaforma Sociale ha seguito e intende proseguire.
Il No sociale alla controriforma costituzionale, al quale Eurostop ha dato come un altri un contributo decisivo, ha tutte le potenzialità per diventare un No sociale all’Unione Europea, all’euro e alla Nato e dunque crescere nel paese come una opzione di rottura e cambiamento.
– L’ASSEMBLEA NAZIONALE DEL 28 GENNAIO
Viene riconfermata l’assemblea nazionale per sabato 28 gennaio a Roma (alle ore 10.00 presso il Cso Intifada, via Casalbruciato 13, zona Tiburtina).
L’assemblea del 28 dovrà segnare un passo avanti nella costruzione e definizione di Eurostop come soggetto “politico” che vede convergere sulla piattaforma condivisa organizzazioni diverse e singoli militanti, quindi non più un coordinamento ma un “fronte/movimenti/coalizione di forze” con un proprio programma. Si tratta di fare le scelte necessarie e prendere le decisioni utili per non ripartire sempre da capo ma procedere sugli obiettivi dichiarati dalla Piattaforma Sociale Eurostop.
A tale scopo per l’assemblea del 28 gennaio sono stati approvati tre documenti che dovranno essere discussi e approvati dall’assemblea (I documenti verranno fatti circolare e postati sul sito di Eurostop):
Dieci tesi politiche su Eurostop
L’Ital/Exit e l’Unione Europea
Modello organizzativo per Eurostop
– LA MOBILITAZIONE CONTRO IL VERTICE EUROPEO DEL 25 MARZO A ROMA
Sul programma di iniziative nei prossimi mesi, è stato deciso di lanciare la data e la proposta di una manifestazione nazionale per sabato 25 marzo in occasione del vertice europeo a Roma, che vedrà la partecipazione di forze sindacali e politiche europee che condividono la scelta della rottura anche nella giornata del 26, che celebra i sessanta anni del Trattato di Roma. Il vertice verrà preceduto da un incontro tra i sindacati complici della CES (Confederazione Europea dei Sindacati), della Confindustria Europea e dei tre governi che hanno la presidenza di turno dell’Unione Europea.
A tale scopo, oltre la manifestazione del 25 marzo, si prevedono iniziative di discussione e mobilitazione sindacale e sociale il giorno prima – venerdì 24 marzo – contro la Loi Travail e il Jobs Act sottoscritti dai sindacati complici europei e che accompagnano le misure antipopolari dell’Unione Europea.
– LA STRUTTURAZIONE DI EUROSTOP
Il giorno successivo alla manifestazione, dunque domenica 26 marzo, Eurostop si riunirà in una nuova assemblea nazionale per verificare il percorso di stabilizzazione avviato. In particolare la costruzione coordinata di Eurostop sul piano locale tra le forze aderenti. Questo passaggio ha una rilevanza decisiva, Eurostop infatti non vuole e non può più essere solo un coordinamento nazionale e per questo abbiamo deciso che l’assemblea aprirà un percorso costituente, anche nei territori, che si concluderà a Giugno
Invitiamo tutti a lavorare per la massima partecipazione all’assemblea di Roma del 28 gennaio. Adesso si parte
Nei prossimi giorni verranno pubblicati i tre documenti preparatori per l'assemblea nazionale del 28 gennaio a Roma (ndr)
Fonte
Il No sociale alla controriforma costituzionale, al quale Eurostop ha dato come un altri un contributo decisivo, ha tutte le potenzialità per diventare un No sociale all’Unione Europea, all’euro e alla Nato e dunque crescere nel paese come una opzione di rottura e cambiamento.
– L’ASSEMBLEA NAZIONALE DEL 28 GENNAIO
Viene riconfermata l’assemblea nazionale per sabato 28 gennaio a Roma (alle ore 10.00 presso il Cso Intifada, via Casalbruciato 13, zona Tiburtina).
L’assemblea del 28 dovrà segnare un passo avanti nella costruzione e definizione di Eurostop come soggetto “politico” che vede convergere sulla piattaforma condivisa organizzazioni diverse e singoli militanti, quindi non più un coordinamento ma un “fronte/movimenti/coalizione di forze” con un proprio programma. Si tratta di fare le scelte necessarie e prendere le decisioni utili per non ripartire sempre da capo ma procedere sugli obiettivi dichiarati dalla Piattaforma Sociale Eurostop.
A tale scopo per l’assemblea del 28 gennaio sono stati approvati tre documenti che dovranno essere discussi e approvati dall’assemblea (I documenti verranno fatti circolare e postati sul sito di Eurostop):
Dieci tesi politiche su Eurostop
L’Ital/Exit e l’Unione Europea
Modello organizzativo per Eurostop
– LA MOBILITAZIONE CONTRO IL VERTICE EUROPEO DEL 25 MARZO A ROMA
Sul programma di iniziative nei prossimi mesi, è stato deciso di lanciare la data e la proposta di una manifestazione nazionale per sabato 25 marzo in occasione del vertice europeo a Roma, che vedrà la partecipazione di forze sindacali e politiche europee che condividono la scelta della rottura anche nella giornata del 26, che celebra i sessanta anni del Trattato di Roma. Il vertice verrà preceduto da un incontro tra i sindacati complici della CES (Confederazione Europea dei Sindacati), della Confindustria Europea e dei tre governi che hanno la presidenza di turno dell’Unione Europea.
A tale scopo, oltre la manifestazione del 25 marzo, si prevedono iniziative di discussione e mobilitazione sindacale e sociale il giorno prima – venerdì 24 marzo – contro la Loi Travail e il Jobs Act sottoscritti dai sindacati complici europei e che accompagnano le misure antipopolari dell’Unione Europea.
– LA STRUTTURAZIONE DI EUROSTOP
Il giorno successivo alla manifestazione, dunque domenica 26 marzo, Eurostop si riunirà in una nuova assemblea nazionale per verificare il percorso di stabilizzazione avviato. In particolare la costruzione coordinata di Eurostop sul piano locale tra le forze aderenti. Questo passaggio ha una rilevanza decisiva, Eurostop infatti non vuole e non può più essere solo un coordinamento nazionale e per questo abbiamo deciso che l’assemblea aprirà un percorso costituente, anche nei territori, che si concluderà a Giugno
Invitiamo tutti a lavorare per la massima partecipazione all’assemblea di Roma del 28 gennaio. Adesso si parte
Nei prossimi giorni verranno pubblicati i tre documenti preparatori per l'assemblea nazionale del 28 gennaio a Roma (ndr)
Fonte
15/12/2016
Eurostop. Assemblea nazionale il 28 gennaio, manifestazione nazionale a Marzo, contro il vertice UE a Roma
Sabato 10 gennaio si è svolta una affollata e partecipata riunione del Coordinamento Nazionale di Eurostop. Molti interventi e buona discussione, sia di bilancio della campagna per il NO sociale, che ha contribuito alla vittoria nel referendum sulla controriforma costituzionale (e i dati sociali del NO confermano la giustezza dell’impostazione sul NO sociale); sia di rilancio del percorso di Eurostop, alla luce dei risultati referendari e della situazione del paese.
Eurostop intende procedere con un salto di qualità alla costruzione e sperimentazione di un movimento/fronte politico e sociale, che unisca la lotta contro le controriforme sociali di questi trenta anni alla battaglia per l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea, dall’Eurozona e dalla Nato. Oggi nel senso comune e nella disponibilità di ampi settori popolari c’è una crescente chiarezza su questo. Il governo fotocopia Gentiloni susciterà a sua volta, persino in misura maggiore, quel rifiuto popolare che ha colpito il governo Renzi. Per questo la radicalizzazione della opposizione politica deve per noi accompagnarsi allo stesso processo in quella sociale. Inoltre dobbiamo collegare regime politico, controriforma sociale, vincolo europeo. Sono tre aspetti dello stesso avversario e compito di Eurostop e di tutte le forze che vorranno partecipare a questa iniziativa comune è quello di costruire un movimento sociale politico che fronteggi sempre tutti e tre i volti dell'avversario. E che costruisca e diffonda consapevolezza della indissolubilità della lotta contro i governi del PD, contro le controriforme sociali liberiste, contro l'Unione Europea e i suoi strumenti e vincoli.
Per queste ragioni non siamo interessati a generici processi di "riaggregazione della sinistra cosiddetta radicale" che non sappiano, o non vogliano, partire da questi dati politico-programmatici di fondo. Così come consideriamo il sindacalismo confederale e la sua complicità alternativo al nostro progetto, a maggior ragione ora che la debolezza politica del PD e della stessa Confindustria porterà ad un rilancio della peggiore concertazione.
Per noi il giudizio negativo sul gravissimo contratto liberista firmato da Fim Fiom Uilm e quello altrettanto negativo sul patto pre elettorale di CGILCISLUIL per il pubblico impiego sono discriminanti. Nostri primi interlocutori sono quindi tutte e tutti coloro che, pur partendo da posizioni e storie diverse, condividano questi giudizi di fondo. Questo naturalmente non esclude la partecipazione nostra a mobilitazioni democratiche con forze anche lontane da noi. L'esperienza referendaria diventa per noi un modello di comportamento, siamo stati in campo spesso in modo rilevante con forze diverse e lontane, senza perdere la nostra identità, anzi rafforzandola.
Vogliamo quindi lanciare un progetto sociale e politico, che abbia l'ambizione di dare forza e organizzazione ad un mondo di sfruttati ed emarginati, che oggi non ha vera rappresentanza. Vogliamo incrociare il conflitto di classe con quello che emerge dalla esclusione sociale e politica, che coinvolge ceti diversi dalla tradizionale classe operaia.
Vogliamo essere parte della costruzione di una grande rottura democratica e socialista da parte del popolo sfruttato, una rottura contro tutti i poteri della globalizzazione.
A tale scopo il coordinamento nazionale Eurostop convoca per sabato 28 gennaio una grande assemblea nazionale e di massa a Roma, che sia la prima risposta del NO sociale al governo e alla continuità delle politiche liberiste italiane ed europee.
Contestualmente Eurostop intende avviare da subito la discussione e l’organizzazione per una manifestazione nazionale a marzo, in occasione del Sessantesimo anniversario del Trattato di Roma, che mise in marcia il progetto che oggi è diventato l’Unione Europea. A Roma ci sarà il vertice con tutti i capi di stato europei e coinciderà con la richiesta di manovra finanziaria aggiuntiva della Commissione Europea rispetto alla Legge di stabilità varata dal governo dimissionario di Renzi.
Per Eurostop quello di marzo è l’appuntamento per portare in piazza esplicitamente la battaglia per l’ItalExit.
Fonte
Eurostop intende procedere con un salto di qualità alla costruzione e sperimentazione di un movimento/fronte politico e sociale, che unisca la lotta contro le controriforme sociali di questi trenta anni alla battaglia per l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea, dall’Eurozona e dalla Nato. Oggi nel senso comune e nella disponibilità di ampi settori popolari c’è una crescente chiarezza su questo. Il governo fotocopia Gentiloni susciterà a sua volta, persino in misura maggiore, quel rifiuto popolare che ha colpito il governo Renzi. Per questo la radicalizzazione della opposizione politica deve per noi accompagnarsi allo stesso processo in quella sociale. Inoltre dobbiamo collegare regime politico, controriforma sociale, vincolo europeo. Sono tre aspetti dello stesso avversario e compito di Eurostop e di tutte le forze che vorranno partecipare a questa iniziativa comune è quello di costruire un movimento sociale politico che fronteggi sempre tutti e tre i volti dell'avversario. E che costruisca e diffonda consapevolezza della indissolubilità della lotta contro i governi del PD, contro le controriforme sociali liberiste, contro l'Unione Europea e i suoi strumenti e vincoli.
Per queste ragioni non siamo interessati a generici processi di "riaggregazione della sinistra cosiddetta radicale" che non sappiano, o non vogliano, partire da questi dati politico-programmatici di fondo. Così come consideriamo il sindacalismo confederale e la sua complicità alternativo al nostro progetto, a maggior ragione ora che la debolezza politica del PD e della stessa Confindustria porterà ad un rilancio della peggiore concertazione.
Per noi il giudizio negativo sul gravissimo contratto liberista firmato da Fim Fiom Uilm e quello altrettanto negativo sul patto pre elettorale di CGILCISLUIL per il pubblico impiego sono discriminanti. Nostri primi interlocutori sono quindi tutte e tutti coloro che, pur partendo da posizioni e storie diverse, condividano questi giudizi di fondo. Questo naturalmente non esclude la partecipazione nostra a mobilitazioni democratiche con forze anche lontane da noi. L'esperienza referendaria diventa per noi un modello di comportamento, siamo stati in campo spesso in modo rilevante con forze diverse e lontane, senza perdere la nostra identità, anzi rafforzandola.
Vogliamo quindi lanciare un progetto sociale e politico, che abbia l'ambizione di dare forza e organizzazione ad un mondo di sfruttati ed emarginati, che oggi non ha vera rappresentanza. Vogliamo incrociare il conflitto di classe con quello che emerge dalla esclusione sociale e politica, che coinvolge ceti diversi dalla tradizionale classe operaia.
Vogliamo essere parte della costruzione di una grande rottura democratica e socialista da parte del popolo sfruttato, una rottura contro tutti i poteri della globalizzazione.
A tale scopo il coordinamento nazionale Eurostop convoca per sabato 28 gennaio una grande assemblea nazionale e di massa a Roma, che sia la prima risposta del NO sociale al governo e alla continuità delle politiche liberiste italiane ed europee.
Contestualmente Eurostop intende avviare da subito la discussione e l’organizzazione per una manifestazione nazionale a marzo, in occasione del Sessantesimo anniversario del Trattato di Roma, che mise in marcia il progetto che oggi è diventato l’Unione Europea. A Roma ci sarà il vertice con tutti i capi di stato europei e coinciderà con la richiesta di manovra finanziaria aggiuntiva della Commissione Europea rispetto alla Legge di stabilità varata dal governo dimissionario di Renzi.
Per Eurostop quello di marzo è l’appuntamento per portare in piazza esplicitamente la battaglia per l’ItalExit.
Fonte
11/12/2016
Il Renzi-bis si chiama Gentiloni
Era ampiamente previsto ed è accaduto. Sergio Mattarella ha convocato Paolo Gentiloni al Quirinale per le 12.30, per conferirgli l'incarico di formare il nuovo governo.
Se ne parlava da giorni e il nome era già stato anticipato da tutte le fonti di stampa possibili, che avevano potuto assistere alle "consultazioni parallele" che avvenivano a Palazzo Chigi mentre il Presidente della Repubblica conduceva quelle "istituzionali". In pratica, Renzi ha voluto far sapere a tutti che anche il nuovo governo è il "suo", e che dunque non molla affatto le mani sul potere. Messaggio per addetti ai lavori, mentre – sempre dagli stessi giornali di regime – si fa fotografare in quel di Pontassieve (residenza privata) con tanto di titoli "torno a casa davvero".
Sciocchezze e "scortesie" istituzionali che poco cambiano nel quadro generale. Paolo Gentiloni, ex rutelliano, ex Margherita, ministro degli esteri solo dopo che Federica Mogherini era stata lanciata sulla poltrona di "Lady Pesc" (ministro degli esteri dell'Unione Europea), è forse il più incolore tra i molti papabili dell'entourage stretto di Matteo Renzi.
Nella sua lunga carriera può vantare una clamorosa sconfitta alle primarie Pd per la candidatura a sindaco di Roma, superato facilmente nientepopodimeno che da Ignazio Marino.
Gentiloni insomma è l'uomo giusto per tenere canda la poltrona, senza troppe pretese di protagonismo, in attesa che "il caro leader" ricostruisca una narrazione credibile per potersi presentare "rinnovato" alle prossime elezioni politiche. L'enfasi sull'"io torno a casa davvero" è un pezzo dello storytelling in fase di costruzione per ricostruirsi e ricostruirgli l'immagine devastata dal risultato del referendum.
Dal punto di vista istituzionale, detto freddamente, non c'erano probabilmente molte altre soluzioni (nome del presidente del consiglio a parte), visto che il Pd controlla la maggioranza assoluta dei deputati alla Camera e un terzo dei senatori. Quindi qualsiasi governo senza il Pd era semplicemente impossibile, a meno di una clamorosa spaccatura in quel partito. Che è, sì, dilaniato dalle ambizioni personali e/o di corrente dopo il disastro nel referendum, ma pur sempre popolato da vecchi o nuovi marpioni del potere che non hanno alcuna intenzione di suicidarsi separandosi in questo momento.
Bisogna infatti ricordare che allo stato attuale non c'è una legge elettorale utilizzabile per rinnovare il Parlamento. E' uno dei risultati del "genio" di Rignano sull'Arno, che ha imposto l'Italicum per la sola Camera a colpi di maggioranza, senza metter mano a una legge "omogenea" per il Senato, nella convinzione ottusa che al referendum avrebbe vinto e che, quindi, non sarebbe servita.
Di fatto, l'Italia geneticamente modificata da Renzi e Napolitano è l'unico paese del mondo che non più più neanche andare a nuove elezioni. O, perlomeno, che possa andarci con la ragionevole speranza di eleggere comunque un governo (Camera e Senato avrebbero al momento certamente delle maggioranze differenti, impedendo di fatto qualsiasi esecutivo durevole).
Di questo disastro, ovviamente, ben pochi osservatori fanno cenno; o lo addebitano chiaramente al "duo malefico" che negli ultimi tre anni ha spinto questo paese sulla via disegnata dalla Troika, mentre la fanfara della "narrazione" creava fondali di cartone con su scritto "crescita", "occupazione", "semplificazione", "efficienza", "merito", ecc.
Renzi dunque resta una carta da giocare nel breve termine per continuare questo gioco. Ma il risultato del referendum la rende assai meno efficace di prima; la straordinaria maggioranza della popolazione (non solo periferie, giovani, precari, mezzogiorno, ma anche laureati, professionisti, partite Iva) ha infatti bocciato clamorosamente l'intera politica del governo appena dimesso.
Vedremo dalla lista dei ministri quanto il Renzi-bis chiamato Gentiloni sarà una fotocopia dell'originale o una "discontinuità" anche solo minima.
Di certo, le scadenze internazionali che attendono il nuovo "esecutivo del sì" (sarà sostenuto apertamente solo dai gruppi parlamentari che hanno perso la scommessa referendaria) non saranno agevoli. O perlomeno non permetteranno di continuare a raccontare la favoletta delle "politiche espansive, per la crescita e l'occupazione".
Come ricordava ieri Ferruccio De Bortoli sul Corriere della Sera
Anche Renzi, e soprattutto Pier Carlo Padoan, lo sapevano benissimo, perché Bruxelles non aveva affatto nascosto le sue – diciamo così – "perplessità davanti a spese una tantum per pensioni minime, bonus vari, "80 euro" buttai qui e là, ecc. Ma pensavano o speravano di poter affrontare la correzione da una posizione di forza ormai acquisita. La vittoria del "sì" avrebbe infatti fossilizzato un assetto costituzionale tutto sbilanciato a favore dell'esecutivo. Anche protestare, insomma, sarebbe diventato più difficile, tendenzialmente "illegale". Come avevano provato a spiegare, le "zone rosse" dichiarate dal governo sarebbero state allargate fino alla porta della vostra (e nostra) casa.
Ma con questa crisi e il cambio di premier, comunque, si rompe pesantemente anche la "narrazione" che aveva precariamente gestito il rapporto tra establishment e popolazione negli ultimi tre anni. Quel pasticcio molto berlusconiano tra tagli alla spesa e "riforme" contro il lavoro (Jobs act, "buona scuola", pubblica amministrazione, ecc), tra sottrazione di diritti esigibili e piccole regalie temporanee, non può più andare avanti. E non solo perché – per tutto il tempo che ci separa dalle prossime elezioni – mancherà l'apporto del "grande attore" che ha dominato gli schermi televisivi negli ultimi tre anni.
Non c'è però una "narrazione di riserva". E dovranno rispolverare il lettian-montiano "lo vuole l'Europa". Che da parte sua farà sentire nuovamente la mano dura, anziché quella temporaneamente tollerante.
Un'opposizione sociale e politica seria, antagonista e di sinistra effettiva, come quella messasi in moto per il NO al referendum, ha largo spazio per attivare il "blocco sociale". Che ha già fatto il suo votando per impedire la controriforma reazionaria e golpista, ma che chiaramente ha bisogno di molto di più.
Fonte
Se ne parlava da giorni e il nome era già stato anticipato da tutte le fonti di stampa possibili, che avevano potuto assistere alle "consultazioni parallele" che avvenivano a Palazzo Chigi mentre il Presidente della Repubblica conduceva quelle "istituzionali". In pratica, Renzi ha voluto far sapere a tutti che anche il nuovo governo è il "suo", e che dunque non molla affatto le mani sul potere. Messaggio per addetti ai lavori, mentre – sempre dagli stessi giornali di regime – si fa fotografare in quel di Pontassieve (residenza privata) con tanto di titoli "torno a casa davvero".
Sciocchezze e "scortesie" istituzionali che poco cambiano nel quadro generale. Paolo Gentiloni, ex rutelliano, ex Margherita, ministro degli esteri solo dopo che Federica Mogherini era stata lanciata sulla poltrona di "Lady Pesc" (ministro degli esteri dell'Unione Europea), è forse il più incolore tra i molti papabili dell'entourage stretto di Matteo Renzi.
Nella sua lunga carriera può vantare una clamorosa sconfitta alle primarie Pd per la candidatura a sindaco di Roma, superato facilmente nientepopodimeno che da Ignazio Marino.
Gentiloni insomma è l'uomo giusto per tenere canda la poltrona, senza troppe pretese di protagonismo, in attesa che "il caro leader" ricostruisca una narrazione credibile per potersi presentare "rinnovato" alle prossime elezioni politiche. L'enfasi sull'"io torno a casa davvero" è un pezzo dello storytelling in fase di costruzione per ricostruirsi e ricostruirgli l'immagine devastata dal risultato del referendum.
Dal punto di vista istituzionale, detto freddamente, non c'erano probabilmente molte altre soluzioni (nome del presidente del consiglio a parte), visto che il Pd controlla la maggioranza assoluta dei deputati alla Camera e un terzo dei senatori. Quindi qualsiasi governo senza il Pd era semplicemente impossibile, a meno di una clamorosa spaccatura in quel partito. Che è, sì, dilaniato dalle ambizioni personali e/o di corrente dopo il disastro nel referendum, ma pur sempre popolato da vecchi o nuovi marpioni del potere che non hanno alcuna intenzione di suicidarsi separandosi in questo momento.
Bisogna infatti ricordare che allo stato attuale non c'è una legge elettorale utilizzabile per rinnovare il Parlamento. E' uno dei risultati del "genio" di Rignano sull'Arno, che ha imposto l'Italicum per la sola Camera a colpi di maggioranza, senza metter mano a una legge "omogenea" per il Senato, nella convinzione ottusa che al referendum avrebbe vinto e che, quindi, non sarebbe servita.
Di fatto, l'Italia geneticamente modificata da Renzi e Napolitano è l'unico paese del mondo che non più più neanche andare a nuove elezioni. O, perlomeno, che possa andarci con la ragionevole speranza di eleggere comunque un governo (Camera e Senato avrebbero al momento certamente delle maggioranze differenti, impedendo di fatto qualsiasi esecutivo durevole).
Di questo disastro, ovviamente, ben pochi osservatori fanno cenno; o lo addebitano chiaramente al "duo malefico" che negli ultimi tre anni ha spinto questo paese sulla via disegnata dalla Troika, mentre la fanfara della "narrazione" creava fondali di cartone con su scritto "crescita", "occupazione", "semplificazione", "efficienza", "merito", ecc.
Renzi dunque resta una carta da giocare nel breve termine per continuare questo gioco. Ma il risultato del referendum la rende assai meno efficace di prima; la straordinaria maggioranza della popolazione (non solo periferie, giovani, precari, mezzogiorno, ma anche laureati, professionisti, partite Iva) ha infatti bocciato clamorosamente l'intera politica del governo appena dimesso.
Vedremo dalla lista dei ministri quanto il Renzi-bis chiamato Gentiloni sarà una fotocopia dell'originale o una "discontinuità" anche solo minima.
Di certo, le scadenze internazionali che attendono il nuovo "esecutivo del sì" (sarà sostenuto apertamente solo dai gruppi parlamentari che hanno perso la scommessa referendaria) non saranno agevoli. O perlomeno non permetteranno di continuare a raccontare la favoletta delle "politiche espansive, per la crescita e l'occupazione".
Come ricordava ieri Ferruccio De Bortoli sul Corriere della Sera
La legge di Bilancio, che contiene finalmente misure importanti di stimolo agli investimenti oltre ai provvedimenti per la ricostruzione e l’emergenza immigrati, non è priva di spese dirette a conquistare (con scarsa fortuna) il consenso. Il prossimo governo dovrà trattare con Bruxelles modifiche non banali.A marzo, insomma, bisognerà mettere in cantiere una "manovra correttiva" che cancellerà tutte le promesse infilate nella legge di stabilità appena approvata, e che dovevano servire a comprare consenso referendario.
Anche Renzi, e soprattutto Pier Carlo Padoan, lo sapevano benissimo, perché Bruxelles non aveva affatto nascosto le sue – diciamo così – "perplessità davanti a spese una tantum per pensioni minime, bonus vari, "80 euro" buttai qui e là, ecc. Ma pensavano o speravano di poter affrontare la correzione da una posizione di forza ormai acquisita. La vittoria del "sì" avrebbe infatti fossilizzato un assetto costituzionale tutto sbilanciato a favore dell'esecutivo. Anche protestare, insomma, sarebbe diventato più difficile, tendenzialmente "illegale". Come avevano provato a spiegare, le "zone rosse" dichiarate dal governo sarebbero state allargate fino alla porta della vostra (e nostra) casa.
Ma con questa crisi e il cambio di premier, comunque, si rompe pesantemente anche la "narrazione" che aveva precariamente gestito il rapporto tra establishment e popolazione negli ultimi tre anni. Quel pasticcio molto berlusconiano tra tagli alla spesa e "riforme" contro il lavoro (Jobs act, "buona scuola", pubblica amministrazione, ecc), tra sottrazione di diritti esigibili e piccole regalie temporanee, non può più andare avanti. E non solo perché – per tutto il tempo che ci separa dalle prossime elezioni – mancherà l'apporto del "grande attore" che ha dominato gli schermi televisivi negli ultimi tre anni.
Non c'è però una "narrazione di riserva". E dovranno rispolverare il lettian-montiano "lo vuole l'Europa". Che da parte sua farà sentire nuovamente la mano dura, anziché quella temporaneamente tollerante.
Un'opposizione sociale e politica seria, antagonista e di sinistra effettiva, come quella messasi in moto per il NO al referendum, ha largo spazio per attivare il "blocco sociale". Che ha già fatto il suo votando per impedire la controriforma reazionaria e golpista, ma che chiaramente ha bisogno di molto di più.
Fonte
07/12/2016
Il lavoro non basta più. Crescono i working poors, in Italia e in Europa
L'Istat ha stimato in 17 milioni 469 mila le persone a rischio povertà o esclusione sociale in Italia nel 2015. Una percentuale pari al 28,7% degli abitanti. Secondo la Strategia Europea contro la povertà, entro il 2020, l'Italia dovrebbe ridurre gli individui a rischio sotto la soglia dei 12 milioni 882 mila. Oggi la popolazione esposta è invece "superiore di 4 milioni 587 mila unità rispetto al target previsto" e mancano solo tre anni dal limite fissato dal programma europeo. Siamo dunque non solo lontani, ma lontanissimi e con una tendenza all'aumento della povertà.
L'area più esposta risulta essere ancora il Meridione, dove secondo la Caritas, gli italiani che si rivolgono ai suoi centri sono più numerosi degli immigrati. Quasi la metà dei residenti nel Sud del paese risulta a rischio povertà o esclusione sociale. L’Istat stima che nel 2015 la percentuale di esposizione nell'Italia meridionale è pari al 46,4%, in rialzo sul 2014 (45,6%) e notevolmente maggiore rispetto alla media nazionale (28,7%). Al Centro, infatti, la percentuale di abitanti poveri o impoveriti si ferma al 24% e al Nord al 17,4%.
Nella graduatoria delle disuguaglianze sociali nei paesi dell'Unione Europea (misurate con il famoso indice di Gini), l'Istat segnala che “l’Italia occupa la sedicesima posizione assieme al Regno Unito”. Distribuzioni del reddito più diseguali rispetto all'Italia si rilevano non certo casualmente negli altri paesi dell'area euromediterranea quali Cipro (0,336), Portogallo (0,340), Grecia (0,342) e Spagna (0,346). In Italia l'indice di Gini è più elevato nel Sud e nelle Isole (0,334) rispetto al Centro (0,311) e al Nord (0,293).
In Italia il 20% più ricco delle famiglie percepisce il 37,3% del reddito equivalente totale, il 20% più povero solo il 7,7%. La stima dell'Istat a valere sui dati 2014 rileva che la crisi ha accentuato le disuguaglianze, infatti dal 2009 al 2014 il reddito in termini reali cala più per le famiglie appartenenti al 20% più povero, ampliando la distanza dalle famiglie più ricche il cui reddito passa da 4,6 a 4,9 volte quello delle più povere, quelle che si trovano almeno in una delle seguenti condizioni: rischio di povertà, grave deprivazione materiale, bassa intensità di lavoro.
Quello che l'Istat non può rilevare è il rapporto tra aumento della povertà e condizioni di lavoro. Niente affatto paradossalmente, i nuovi poveri non sono disoccupati, anzi lavorano, ma hanno salari talmente bassi da relegarli nella fascia della povertà. Il boom dei working poors è stato perseguito sistematicamente dai governi europei in questi anni. Mandato in soffitta il modello sociale europeo, l'ordoliberismo tedesco si è imposto nell'Eurozona, sancendo una realtà per cui i salari dovevano diminuire anche a fronte di una giornata lavorativa sociale che è andata aumentando. L'impennata della crisi dal 2008 ha funzionato come occasione “costituente” per andare all'assalto dei salari in tutte le loro forme: diretti, indiretti, differiti.
Il fenomeno non è solo un caso italiano. Come riportavamo alcuni giorni fa sul nostro giornale, citando un rapporto del Social Justice Index pubblicato da Der Spiegel, la povertà nell'Unione Europea investe ormai 118 milioni di persone su 500 milioni di abitanti. Indicativo che proprio quel rapporto sottolinei come “le ragioni vanno ricercate in particolare nella crescita dei settori a basso salario”. “Una crescente percentuale di persone alle quali non basta un lavoro per vivere è qualcosa che mina l’intera legittimità del nostro ordine economico e sociale”, ha dichiarato il Presidente della Fondazione che ha curato il rapporto. A livello europeo siamo dunque ad una percentuale di poveri – e di lavoratori poveri – non dissimile da quella dell'Italia. Ma, come abbiamo visto, la media europea diventa fortemente asimmetrica, perché nei paesi PIGS (quelli euromediterranei) la percentuale schizza verso l'alto.
E' evidente a questo punto come le ipotesi di conflitto e cambiamento che vedono i paesi dell'area euromediterranea come base sociale e materiale, trovano conferma ancora una volta. La rottura dell'Unione Europea e la fuoriuscita dall'Eurozona, diventano la conditio sine qua non per qualsiasi ragionamento e progetto di alternativa. Alla luce del risultato del No “sociale” nel referendum sulla controriforma costituzionale, prima si comprende la connessione tra questi dati, meglio è.
Fonte
L'area più esposta risulta essere ancora il Meridione, dove secondo la Caritas, gli italiani che si rivolgono ai suoi centri sono più numerosi degli immigrati. Quasi la metà dei residenti nel Sud del paese risulta a rischio povertà o esclusione sociale. L’Istat stima che nel 2015 la percentuale di esposizione nell'Italia meridionale è pari al 46,4%, in rialzo sul 2014 (45,6%) e notevolmente maggiore rispetto alla media nazionale (28,7%). Al Centro, infatti, la percentuale di abitanti poveri o impoveriti si ferma al 24% e al Nord al 17,4%.
Nella graduatoria delle disuguaglianze sociali nei paesi dell'Unione Europea (misurate con il famoso indice di Gini), l'Istat segnala che “l’Italia occupa la sedicesima posizione assieme al Regno Unito”. Distribuzioni del reddito più diseguali rispetto all'Italia si rilevano non certo casualmente negli altri paesi dell'area euromediterranea quali Cipro (0,336), Portogallo (0,340), Grecia (0,342) e Spagna (0,346). In Italia l'indice di Gini è più elevato nel Sud e nelle Isole (0,334) rispetto al Centro (0,311) e al Nord (0,293).
In Italia il 20% più ricco delle famiglie percepisce il 37,3% del reddito equivalente totale, il 20% più povero solo il 7,7%. La stima dell'Istat a valere sui dati 2014 rileva che la crisi ha accentuato le disuguaglianze, infatti dal 2009 al 2014 il reddito in termini reali cala più per le famiglie appartenenti al 20% più povero, ampliando la distanza dalle famiglie più ricche il cui reddito passa da 4,6 a 4,9 volte quello delle più povere, quelle che si trovano almeno in una delle seguenti condizioni: rischio di povertà, grave deprivazione materiale, bassa intensità di lavoro.
Quello che l'Istat non può rilevare è il rapporto tra aumento della povertà e condizioni di lavoro. Niente affatto paradossalmente, i nuovi poveri non sono disoccupati, anzi lavorano, ma hanno salari talmente bassi da relegarli nella fascia della povertà. Il boom dei working poors è stato perseguito sistematicamente dai governi europei in questi anni. Mandato in soffitta il modello sociale europeo, l'ordoliberismo tedesco si è imposto nell'Eurozona, sancendo una realtà per cui i salari dovevano diminuire anche a fronte di una giornata lavorativa sociale che è andata aumentando. L'impennata della crisi dal 2008 ha funzionato come occasione “costituente” per andare all'assalto dei salari in tutte le loro forme: diretti, indiretti, differiti.
Il fenomeno non è solo un caso italiano. Come riportavamo alcuni giorni fa sul nostro giornale, citando un rapporto del Social Justice Index pubblicato da Der Spiegel, la povertà nell'Unione Europea investe ormai 118 milioni di persone su 500 milioni di abitanti. Indicativo che proprio quel rapporto sottolinei come “le ragioni vanno ricercate in particolare nella crescita dei settori a basso salario”. “Una crescente percentuale di persone alle quali non basta un lavoro per vivere è qualcosa che mina l’intera legittimità del nostro ordine economico e sociale”, ha dichiarato il Presidente della Fondazione che ha curato il rapporto. A livello europeo siamo dunque ad una percentuale di poveri – e di lavoratori poveri – non dissimile da quella dell'Italia. Ma, come abbiamo visto, la media europea diventa fortemente asimmetrica, perché nei paesi PIGS (quelli euromediterranei) la percentuale schizza verso l'alto.
E' evidente a questo punto come le ipotesi di conflitto e cambiamento che vedono i paesi dell'area euromediterranea come base sociale e materiale, trovano conferma ancora una volta. La rottura dell'Unione Europea e la fuoriuscita dall'Eurozona, diventano la conditio sine qua non per qualsiasi ragionamento e progetto di alternativa. Alla luce del risultato del No “sociale” nel referendum sulla controriforma costituzionale, prima si comprende la connessione tra questi dati, meglio è.
Fonte
“I risultati del NO ipotecano ogni maggioranza pro-euro”
Le preoccupazioni di Wolfgang Munchau, editorialista del Financial Times e autodichiaratosi “guardiano dell'establishment”, sono motivo di soddisfazione per chi ha condotto la campagna per il NO sociale al referendum sulla controriforma costituzionale. Ma indicano anche come le vere preoccupazioni dell'establishment abbiano una cifra diversa dalle banalizzazioni e dalla reductio a pocum che ci propinano i talk show televisivi (smettiamo di guardarli per favore, ndr).
Mentre qui si preoccupano dei soliti riti del politicismo, i guardiani si preoccupano delle conseguenze reali. In particolare sulla “tenuta” dell'Italia dentro l'Eurozona, non solo sul piano economico ma soprattutto su quello politico. Una conferma in più che ciò che temono le classi dominanti è proprio la rottura dell'apparato di dominio costruito con l'Unione Europea e l'Eurozona.
Non temono dunque una generica protesta contro il liberismo o l'austerity ma le proposte di rottura e fuoriuscita dai loro apparati. Diventa dunque decisiva l'ipotesi messa in campo in questi mesi – dal convegno sull'Ital/Exit di maggio a Napoli in poi – dalla Piattaforma Sociale Eurostop. Ha saputo cogliere la contraddizione principale di questa fase, ha saputo costruire le condizioni per uno sciopero generale “politico” il 21 ottobre e per una espressione pubblica, popolare e di massa del NO sociale con la manifestazione del 22 ottobre. Ha chiuso la campagna referendaria sotto le ambasciate della Germania indicando e ammonendo contro le ingerenze esterne sul referendum. Ha espresso con puntualità i contenuti e le forze del NO sociale sotto Palazzo Chigi la sera in cui Renzi è stato sconfitto e ha dato le dimissioni.
Un percorso coerente e tutto sommato lungimirante, anticipato da quei tre NO all'Unione Europea, all'euro e alla Nato da cui è nato Eurostop esattamente un anno fa. Alla luce della composizione di classe del NO nel referendum, è questo lo spazio politico e sociale, vasto, vero ed oggettivo, sul quale intervenire con efficacia nel nostro blocco sociale di riferimento, per quanto esso sia stato reso spurio dalla ristrutturazione degli anni '80 e dalla destrutturazione sociale successiva all'entrata in vigore del Trattato di Maastricht del 1992. Una visione e una funzione questa che non può che aumentare le distanze da una "sinistra" che vive con la sconfitta nel cuore e la paura nell'anima, tanto da non tentare neanche di gestire una vittoria, quando si presenta. Nei prossimi giorni e nei prossimi mesi una nuova tabella di marcia è nell'ordine delle cose.
Qui di seguito riproduciamo un ampio stralcio del saggio di Wolfgand Munchau pubblicato su Eurointelligence all'indomani del risultato del referendum in Italia. Leggere con attenzione. (S.C.)
di Wolfgang Munchau
da Eurointelligence, 05 dicembre 2016 (traduzione di vocidallestero.it)
Le dimissioni di Matteo Renzi dopo la vittoria schiacciante del No al referendum apriranno la strada a una crisi finanziaria, e secondo noi a una probabile uscita dall’euro;
la rivolta dell’elettorato italiano contro l’establishment ha cause molteplici, ma per l’Italia sarà sempre più difficile dar vita a dei governi coerentemente pro-euro;
il Presidente Sergio Mattarella nominerà probabilmente un governo tecnico col compito di stabilizzare il settore finanziario e di introdurre una riforma elettorale; l’Italia resta con un sistema bicamerale;
il PD, l’unico grande partito coerentemente pro-euro, viene messo in crisi da questo voto, e si prepara al dopo-Renzi.
Ci sono due tipi di tragedie politiche. Quelle che si ripresentano come farsa e quelle che si trasformano in incubi interminabili. Le elezioni presidenziali in Austria fanno parte del primo tipo, il voto in Italia del secondo. Ciò che è scioccante, nel risultato italiano, non è la vittoria del “No” di per sé, ma la sua ampiezza – una maggioranza del 60% con un’affluenza al 70%. Si tratta di un risultato che mette inquietudine a qualsiasi politico europeista in Italia e altrove. Questo risultato è destinato a confondere tutti quelli che avevano cercato di minimizzare il significato di una vittoria del “No” prima del referendum. Non si tratta più solo del fatto se il Movimento Cinque Stelle possa o meno arrivare a una maggioranza. Il fatto è che in questo momento non c’è alcun sistema elettorale al mondo che possa portare a una stabile maggioranza pro-euro in Italia. Renzi era l’ultima possibilità che l’Italia aveva di rendere sostenibile la propria appartenenza all’euro, e lui l’ha distrutta.
Certo, la preoccupazione più immediata riguarda l’incombente crisi bancaria e finanziaria. In proposito si legga il nostro resoconto sotto. Ma la prospettiva nel medio termine è ancora più preoccupante. Siamo sostanzialmente in disaccordo con la visione prevalente, secondo la quale un nuovo governo tecnico potrebbe garantire stabilità politica. Renzi se n’è andato. Dubitiamo che rimarrà il leader del suo partito dopo una sconfitta così massiccia. Il voto potrebbe pure distruggere il Partito Democratico così come lo conosciamo. Date un’occhiata a come gongola Massimo D’Alema, ex primo ministro, nel celebrare la sconfitta di Renzi. Il predecessore di Renzi a segretario generale del partito, Pierluigi Bersani, che si chiedeva se l’insurrezione contro Renzi fosse quella di una pecora o di un toro, è stato salutato dai suoi sostenitori al grido di “toro”. Il partito aveva accettato Renzi come proprio leader soltanto finché tirava ed era vincente. Ma non è mai stato gradito.
Il discorso di dimissioni di Renzi è stato all’insegna della dignità, ma lo era anche quello di David Cameron poco dopo avere ammesso la sconfitta. Entrambi si erano giocati tutto e hanno commesso errori di valutazione di proporzioni storiche. La politica non perdona. Ora vediamo l’Italia che si avvia sulla strada dell’uscita dall’eurozona, non tanto perché comprendiamo il meccanismo preciso col quale questa uscita avverrà o il momento in cui avverrà, ma perché comprendiamo la dinamica delle forze che stanno dietro questo processo. A lungo abbiamo sostenuto che la combinazione di alto debito, zero crescita e un sistema bancario insolvente è incompatibile con l’appartenenza a una unione monetaria in cui la Germania fa da àncora deflazionistica. Ciò che è insostenibile alla fine cadrà. La traiettoria precisa di questa fine potrà rimanere ancora poco chiara per un po’, ma il risultato di ieri ci dice che l’elettorato alla fine troverà il modo. Siamo fortemente in disaccordo con l’opinione prevalente che circola tra i commentatori italiani, secondo i quali l’uscita dall’euro non è possibile perché non è consentita né prevista, o perché il sistema impedirà che avvenga. Ci sembra che siano tutti vittime delle loro pie illusioni. Le loro speranze appaiono molto più flebili alla luce fredda di questo mattino.
E dunque dove siamo diretti, da qui in avanti? Il Presidente Sergio Mattarella oggi accetterà le dimissioni di Renzi e nominerà un governo tecnico, che dovrà guidare il paese fino alle prossime elezioni. L’obiettivo di questo governo sarà la stabilizzazione finanziaria e la riforma elettorale. La legge attualmente esistente assumeva che la riforma costituzionale sarebbe stata approvata, e dunque non dava alcuna disposizione per l’elezione del Senato. Una nuova legge elettorale è dunque necessaria per questo motivo, ma non sarà cruciale nel determinare la direzione politica fondamentale del paese.
Da un punto di vista tecnico simpatizziamo con la proposta di Luciano Violante, un politico del PD, che sul Corriere della Sera di oggi suggerisce una riforma costituzionale molto limitata che introduca un voto costruttivo in stile tedesco, che non preveda la fiducia; vale a dire, il parlamento potrebbe ritirare la propria fiducia verso il governo solo se riesce a eleggerne un altro. Tutto ciò può essere sensato ma probabilmente non avverrà, e non risolverà il problema fondamentale. Il problema dell’Italia non è la struttura del suo sistema politico, ma il suo contenuto, e più precisamente la mancanza di volontà politica di andare verso una convergenza economica con il resto dell’eurozona.
Quando sarà finito il momento del governo tecnico, e questo dovrà dare il passo a un governo politico nel 2017 o 2018, ci aspettiamo che esso sarà anti-euro. Renzi era l’ultima possibilità dell’Italia di avere un governo riformista. Renzi ha fallito perché ha tragicamente preferito dare la priorità al genere sbagliato di riforme.
Cosa accade ora alle banche italiane?
La ricapitalizzazione della banca Monte dei Paschi di Siena era stata finora guidata dall’aspettativa di un successo all’elezione referendaria, non perché il referendum fosse direttamente legato alle banche italiane, ma perché l’incertezza politica risultante da una vittoria del “No” avrebbe rischiato di far deragliare tutto il processo. La sconfitta di Renzi al referendum si è ora materializzata. Cosa succederà, ora, a Monte dei Paschi e al resto delle banche italiane?
Per ora Monte dei Paschi non è fallita. La conversione volontaria del debito subordinato della scorsa settimana è riuscita a malapena a raggiungere l’obiettivo di un miliardo di euro. Il prossimo passo, tuttavia, è in dubbio. Prima che si sapesse il risultato del referendum, il Sole 24 Ore scriveva che i rappresentanti del fondo sovrano del Qatar oggi avrebbero incontrato la dirigenza del Monte dei Paschi per un “anchor” investment di un altro miliardo, a patto che il risultato del referendum fosse positivo. Ora ci si aspetta che l’accordo venga cancellato e che ci sia l’ingresso di un altro miliardo di capitale proveniente da investitori statunitensi. Senza questi investimenti Monte dei Paschi dovrebbe raccogliere non due, ma quattro miliardi di euro in una campagna di rifinanziamento da lanciare alla fine di questa settimana. Ci si aspetta che ora questo piano venga scartato. In un editoriale, il Sole 24 Ore chiede un salvataggio pubblico di Monte dei Paschi – che era già stato approvato dalla Banca d’Italia prima dei risultati degli stress test di questa estate – salvataggio che dovrebbe essere messo in atto immediatamente per evitare il rischio di contagio, in particolare verso il programma di raccolta di capitale da parte di Unicredit, che dovrebbe iniziare col nuovo anno.
Sul Corriere della Sera, Federico Fubini delinea il salvataggio pubblico che è stato concordato con la Commissione Europea come misura di emergenza. In caso di immediato stress di mercato per il sistema finanziario italiano, il governo dovrebbe effettuare una ricapitalizzazione “precauzionale” relativa ai buchi di bilancio di Monte dei Paschi evidenziati dai risultati degli stress test pubblicati in estate. Tutto il debito subordinato di Monte dei Paschi sarebbe spazzato via, sebbene gli obbligazionisti al dettaglio potrebbero poi essere risarciti. Secondo tre fonti citate dal Financial Times, i risarcimenti sarebbero limitati a 100.000 euro a persona, assimilando gli investimenti al dettaglio in debito subordinato ai depositi garantiti. Il costo politico sarebbe elevato, ma limitato dall’impegno a risarcire le famiglie. Sarebbe decisamente inusuale per un governo dimissionario emettere un necessario decreto di urgenza come questo, ma Renzi non ha ancora formalmente presentato le sue dimissioni al Presidente della Repubblica. Fubini spera che, se il salvataggio di Monte dei Paschi sarà condotto impeccabilmente, si possa evitare il contagio al resto del sistema bancario italiano.
Un altro scenario possibile è quello che la direzione di Monte dei Paschi comunichi ai supervisori bancari che intende cancellare il piano di ricapitalizzazione, e che il Sistema Unico di Supervisione europea decida di attivare la risoluzione bancaria. Dopo la risoluzione, la ricapitalizzazione pubblica non può essere considerata precauzionale. La sequenza degli eventi qui è critica. Fubini assume che il Sistema Unico di Supervisione darebbe a Monte dei Paschi più tempo per raccogliere capitale, sebbene a rigore non sia tenuto a questo. Piuttosto, la risoluzione sarebbe coerente con l’approccio rigido adottato dal supervisore bancario nel corso di quest’anno. Ma sarebbe anche un primo caso di risoluzione di una banca .
Come detto prima, a parte alcune delle banche più piccole che si trovano in difficoltà, come la Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Carige, che devono tutte liberarsi dei crediti inesigibili e raccogliere capitale, sebbene in misura minore di Monte dei Paschi, a tutti viene in mente Unicredit. Il Financial Times ricorda che Unicredit sta pianificando di raccogliere capitale per 13 miliardi di euro, che è una somma enorme, specialmente se la raccolta avviene insieme a una vendita di asset, ma i banchieri sono ottimisti su questo. Una parte della vendita di asset è già in corso. Proprio questo fine settimana, il Financial Times riportava la vendita di Pioneer Investments da parte di Unicredit; French Amudi lo acquisterebbe, ed è vicino alla conclusione dell’affare per una cifra di oltre tre miliardi di euro. Una risoluzione rapida e ordinata della crisi di Monte dei Paschi, che eviti un più ampio stress sui mercati, sembra un prerequisito necessario per la riuscita della ricapitalizzazione di Unicredit. Data la sua dimensione e la sua attività internazionale, se Unicredit andasse in difficoltà ci sarebbe una vera crisi.
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Mentre qui si preoccupano dei soliti riti del politicismo, i guardiani si preoccupano delle conseguenze reali. In particolare sulla “tenuta” dell'Italia dentro l'Eurozona, non solo sul piano economico ma soprattutto su quello politico. Una conferma in più che ciò che temono le classi dominanti è proprio la rottura dell'apparato di dominio costruito con l'Unione Europea e l'Eurozona.
Non temono dunque una generica protesta contro il liberismo o l'austerity ma le proposte di rottura e fuoriuscita dai loro apparati. Diventa dunque decisiva l'ipotesi messa in campo in questi mesi – dal convegno sull'Ital/Exit di maggio a Napoli in poi – dalla Piattaforma Sociale Eurostop. Ha saputo cogliere la contraddizione principale di questa fase, ha saputo costruire le condizioni per uno sciopero generale “politico” il 21 ottobre e per una espressione pubblica, popolare e di massa del NO sociale con la manifestazione del 22 ottobre. Ha chiuso la campagna referendaria sotto le ambasciate della Germania indicando e ammonendo contro le ingerenze esterne sul referendum. Ha espresso con puntualità i contenuti e le forze del NO sociale sotto Palazzo Chigi la sera in cui Renzi è stato sconfitto e ha dato le dimissioni.
Un percorso coerente e tutto sommato lungimirante, anticipato da quei tre NO all'Unione Europea, all'euro e alla Nato da cui è nato Eurostop esattamente un anno fa. Alla luce della composizione di classe del NO nel referendum, è questo lo spazio politico e sociale, vasto, vero ed oggettivo, sul quale intervenire con efficacia nel nostro blocco sociale di riferimento, per quanto esso sia stato reso spurio dalla ristrutturazione degli anni '80 e dalla destrutturazione sociale successiva all'entrata in vigore del Trattato di Maastricht del 1992. Una visione e una funzione questa che non può che aumentare le distanze da una "sinistra" che vive con la sconfitta nel cuore e la paura nell'anima, tanto da non tentare neanche di gestire una vittoria, quando si presenta. Nei prossimi giorni e nei prossimi mesi una nuova tabella di marcia è nell'ordine delle cose.
Qui di seguito riproduciamo un ampio stralcio del saggio di Wolfgand Munchau pubblicato su Eurointelligence all'indomani del risultato del referendum in Italia. Leggere con attenzione. (S.C.)
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Bentornati nella crisi dell'eurozona
di Wolfgang Munchau
da Eurointelligence, 05 dicembre 2016 (traduzione di vocidallestero.it)
Le dimissioni di Matteo Renzi dopo la vittoria schiacciante del No al referendum apriranno la strada a una crisi finanziaria, e secondo noi a una probabile uscita dall’euro;
la rivolta dell’elettorato italiano contro l’establishment ha cause molteplici, ma per l’Italia sarà sempre più difficile dar vita a dei governi coerentemente pro-euro;
il Presidente Sergio Mattarella nominerà probabilmente un governo tecnico col compito di stabilizzare il settore finanziario e di introdurre una riforma elettorale; l’Italia resta con un sistema bicamerale;
il PD, l’unico grande partito coerentemente pro-euro, viene messo in crisi da questo voto, e si prepara al dopo-Renzi.
Ci sono due tipi di tragedie politiche. Quelle che si ripresentano come farsa e quelle che si trasformano in incubi interminabili. Le elezioni presidenziali in Austria fanno parte del primo tipo, il voto in Italia del secondo. Ciò che è scioccante, nel risultato italiano, non è la vittoria del “No” di per sé, ma la sua ampiezza – una maggioranza del 60% con un’affluenza al 70%. Si tratta di un risultato che mette inquietudine a qualsiasi politico europeista in Italia e altrove. Questo risultato è destinato a confondere tutti quelli che avevano cercato di minimizzare il significato di una vittoria del “No” prima del referendum. Non si tratta più solo del fatto se il Movimento Cinque Stelle possa o meno arrivare a una maggioranza. Il fatto è che in questo momento non c’è alcun sistema elettorale al mondo che possa portare a una stabile maggioranza pro-euro in Italia. Renzi era l’ultima possibilità che l’Italia aveva di rendere sostenibile la propria appartenenza all’euro, e lui l’ha distrutta.
Certo, la preoccupazione più immediata riguarda l’incombente crisi bancaria e finanziaria. In proposito si legga il nostro resoconto sotto. Ma la prospettiva nel medio termine è ancora più preoccupante. Siamo sostanzialmente in disaccordo con la visione prevalente, secondo la quale un nuovo governo tecnico potrebbe garantire stabilità politica. Renzi se n’è andato. Dubitiamo che rimarrà il leader del suo partito dopo una sconfitta così massiccia. Il voto potrebbe pure distruggere il Partito Democratico così come lo conosciamo. Date un’occhiata a come gongola Massimo D’Alema, ex primo ministro, nel celebrare la sconfitta di Renzi. Il predecessore di Renzi a segretario generale del partito, Pierluigi Bersani, che si chiedeva se l’insurrezione contro Renzi fosse quella di una pecora o di un toro, è stato salutato dai suoi sostenitori al grido di “toro”. Il partito aveva accettato Renzi come proprio leader soltanto finché tirava ed era vincente. Ma non è mai stato gradito.
Il discorso di dimissioni di Renzi è stato all’insegna della dignità, ma lo era anche quello di David Cameron poco dopo avere ammesso la sconfitta. Entrambi si erano giocati tutto e hanno commesso errori di valutazione di proporzioni storiche. La politica non perdona. Ora vediamo l’Italia che si avvia sulla strada dell’uscita dall’eurozona, non tanto perché comprendiamo il meccanismo preciso col quale questa uscita avverrà o il momento in cui avverrà, ma perché comprendiamo la dinamica delle forze che stanno dietro questo processo. A lungo abbiamo sostenuto che la combinazione di alto debito, zero crescita e un sistema bancario insolvente è incompatibile con l’appartenenza a una unione monetaria in cui la Germania fa da àncora deflazionistica. Ciò che è insostenibile alla fine cadrà. La traiettoria precisa di questa fine potrà rimanere ancora poco chiara per un po’, ma il risultato di ieri ci dice che l’elettorato alla fine troverà il modo. Siamo fortemente in disaccordo con l’opinione prevalente che circola tra i commentatori italiani, secondo i quali l’uscita dall’euro non è possibile perché non è consentita né prevista, o perché il sistema impedirà che avvenga. Ci sembra che siano tutti vittime delle loro pie illusioni. Le loro speranze appaiono molto più flebili alla luce fredda di questo mattino.
E dunque dove siamo diretti, da qui in avanti? Il Presidente Sergio Mattarella oggi accetterà le dimissioni di Renzi e nominerà un governo tecnico, che dovrà guidare il paese fino alle prossime elezioni. L’obiettivo di questo governo sarà la stabilizzazione finanziaria e la riforma elettorale. La legge attualmente esistente assumeva che la riforma costituzionale sarebbe stata approvata, e dunque non dava alcuna disposizione per l’elezione del Senato. Una nuova legge elettorale è dunque necessaria per questo motivo, ma non sarà cruciale nel determinare la direzione politica fondamentale del paese.
Da un punto di vista tecnico simpatizziamo con la proposta di Luciano Violante, un politico del PD, che sul Corriere della Sera di oggi suggerisce una riforma costituzionale molto limitata che introduca un voto costruttivo in stile tedesco, che non preveda la fiducia; vale a dire, il parlamento potrebbe ritirare la propria fiducia verso il governo solo se riesce a eleggerne un altro. Tutto ciò può essere sensato ma probabilmente non avverrà, e non risolverà il problema fondamentale. Il problema dell’Italia non è la struttura del suo sistema politico, ma il suo contenuto, e più precisamente la mancanza di volontà politica di andare verso una convergenza economica con il resto dell’eurozona.
Quando sarà finito il momento del governo tecnico, e questo dovrà dare il passo a un governo politico nel 2017 o 2018, ci aspettiamo che esso sarà anti-euro. Renzi era l’ultima possibilità dell’Italia di avere un governo riformista. Renzi ha fallito perché ha tragicamente preferito dare la priorità al genere sbagliato di riforme.
Cosa accade ora alle banche italiane?
La ricapitalizzazione della banca Monte dei Paschi di Siena era stata finora guidata dall’aspettativa di un successo all’elezione referendaria, non perché il referendum fosse direttamente legato alle banche italiane, ma perché l’incertezza politica risultante da una vittoria del “No” avrebbe rischiato di far deragliare tutto il processo. La sconfitta di Renzi al referendum si è ora materializzata. Cosa succederà, ora, a Monte dei Paschi e al resto delle banche italiane?
Per ora Monte dei Paschi non è fallita. La conversione volontaria del debito subordinato della scorsa settimana è riuscita a malapena a raggiungere l’obiettivo di un miliardo di euro. Il prossimo passo, tuttavia, è in dubbio. Prima che si sapesse il risultato del referendum, il Sole 24 Ore scriveva che i rappresentanti del fondo sovrano del Qatar oggi avrebbero incontrato la dirigenza del Monte dei Paschi per un “anchor” investment di un altro miliardo, a patto che il risultato del referendum fosse positivo. Ora ci si aspetta che l’accordo venga cancellato e che ci sia l’ingresso di un altro miliardo di capitale proveniente da investitori statunitensi. Senza questi investimenti Monte dei Paschi dovrebbe raccogliere non due, ma quattro miliardi di euro in una campagna di rifinanziamento da lanciare alla fine di questa settimana. Ci si aspetta che ora questo piano venga scartato. In un editoriale, il Sole 24 Ore chiede un salvataggio pubblico di Monte dei Paschi – che era già stato approvato dalla Banca d’Italia prima dei risultati degli stress test di questa estate – salvataggio che dovrebbe essere messo in atto immediatamente per evitare il rischio di contagio, in particolare verso il programma di raccolta di capitale da parte di Unicredit, che dovrebbe iniziare col nuovo anno.
Sul Corriere della Sera, Federico Fubini delinea il salvataggio pubblico che è stato concordato con la Commissione Europea come misura di emergenza. In caso di immediato stress di mercato per il sistema finanziario italiano, il governo dovrebbe effettuare una ricapitalizzazione “precauzionale” relativa ai buchi di bilancio di Monte dei Paschi evidenziati dai risultati degli stress test pubblicati in estate. Tutto il debito subordinato di Monte dei Paschi sarebbe spazzato via, sebbene gli obbligazionisti al dettaglio potrebbero poi essere risarciti. Secondo tre fonti citate dal Financial Times, i risarcimenti sarebbero limitati a 100.000 euro a persona, assimilando gli investimenti al dettaglio in debito subordinato ai depositi garantiti. Il costo politico sarebbe elevato, ma limitato dall’impegno a risarcire le famiglie. Sarebbe decisamente inusuale per un governo dimissionario emettere un necessario decreto di urgenza come questo, ma Renzi non ha ancora formalmente presentato le sue dimissioni al Presidente della Repubblica. Fubini spera che, se il salvataggio di Monte dei Paschi sarà condotto impeccabilmente, si possa evitare il contagio al resto del sistema bancario italiano.
Un altro scenario possibile è quello che la direzione di Monte dei Paschi comunichi ai supervisori bancari che intende cancellare il piano di ricapitalizzazione, e che il Sistema Unico di Supervisione europea decida di attivare la risoluzione bancaria. Dopo la risoluzione, la ricapitalizzazione pubblica non può essere considerata precauzionale. La sequenza degli eventi qui è critica. Fubini assume che il Sistema Unico di Supervisione darebbe a Monte dei Paschi più tempo per raccogliere capitale, sebbene a rigore non sia tenuto a questo. Piuttosto, la risoluzione sarebbe coerente con l’approccio rigido adottato dal supervisore bancario nel corso di quest’anno. Ma sarebbe anche un primo caso di risoluzione di una banca .
Come detto prima, a parte alcune delle banche più piccole che si trovano in difficoltà, come la Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Carige, che devono tutte liberarsi dei crediti inesigibili e raccogliere capitale, sebbene in misura minore di Monte dei Paschi, a tutti viene in mente Unicredit. Il Financial Times ricorda che Unicredit sta pianificando di raccogliere capitale per 13 miliardi di euro, che è una somma enorme, specialmente se la raccolta avviene insieme a una vendita di asset, ma i banchieri sono ottimisti su questo. Una parte della vendita di asset è già in corso. Proprio questo fine settimana, il Financial Times riportava la vendita di Pioneer Investments da parte di Unicredit; French Amudi lo acquisterebbe, ed è vicino alla conclusione dell’affare per una cifra di oltre tre miliardi di euro. Una risoluzione rapida e ordinata della crisi di Monte dei Paschi, che eviti un più ampio stress sui mercati, sembra un prerequisito necessario per la riuscita della ricapitalizzazione di Unicredit. Data la sua dimensione e la sua attività internazionale, se Unicredit andasse in difficoltà ci sarebbe una vera crisi.
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Il NO a Renzi è uno schiaffo a Jp Morgan e all’Unione Europea
“La crisi consiste (...) nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. E’ quanto scriveva Antonio Gramsci nel 1930 in una nota scritta nel carcere in cui lo aveva rinchiuso il regime fascista.
Come abbiamo più volte avuto occasione di scrivere – ne discuteremo a Roma il 17 e 18 dicembre in un forum convocato dalla Rete dei Comunisti – quello che stiamo vivendo è un altro passaggio di fase storica in cui, appunto, il vecchio assetto sta morendo ma quello nuovo ancora non è chiaro come si configurerà.
E nel contesto attuale i fenomeni morbosi certamente non mancano, a partire da quel Matteo Renzi la cui parabola è stata bruscamente interrotta ieri da una mobilitazione popolare inaspettata e sul quale occorre riflettere. Quel 70% circa di partecipazione al referendum segnala inequivocabilmente che nella società italiana esiste ancora un tasso di reattività importante nei confronti delle politiche “lacrime e sangue” imposte dall’Unione Europea e incarnate in maniera arrogante e feroce dal guitto di Rignano.
Quello di ieri è un voto che non può non essere considerato in piena continuità con quanto accaduto già in altri paesi del campo occidentale e imperialistico: dalla vittoria dell’Oxi in Grecia all’affermazione della Brexit a Londra, dall’esplosione di movimenti e partiti “populisti” e di “protesta” in numerose tornate elettorali fino all’imposizione dell’outsider repubblicano Donald Trump negli Stati Uniti. Si tratta di manifestazioni per lo più difensive di scontento, in alcuni casi di rivolta nei confronti della gestione antipopolare della crisi manifestatasi a livello finanziario ormai otto anni fa, un messaggio rivolto a quelle classi dirigenti che in maniera sempre più brutale cercano di imporre i loro interessi e i loro piani bypassando il consenso popolare e attraverso politiche di tipo autoritario. Si tratta di manifestazioni di tipo spesso spurio, contraddittorio, in cui l’egemonia delle pulsioni di destra o schiettamente reazionarie è spesso netta, anche perché quasi ovunque le forze “progressiste”, non solo socialdemocratiche ma anche di “sinistra radicale”, hanno fatto la scelta di schierarsi dalla parte dello status quo, del proprio imperialismo, degli interessi strategici di una borghesia sempre più debole e per questo sempre più aggressiva.
E’ un contesto sul quale e nel quale le realtà sociali e politiche antagoniste non possono non intervenire con l’obiettivo di formare un polo di classe che sappia ridare rappresentanza politica a settori sociali ferocemente colpiti e disponibili, seppur fino ad un certo punto, a prendere posizione, e che altrimenti verranno fagocitati da ideologie e messaggi sciovinisti capaci di indicare soluzioni rapide per quanto illusorie.
Assistiamo, come detto, ad un passaggio di fase storica, in cui la crisi di egemonia delle classi dominanti si manifesta sempre più schiettamente, insieme all’incapacità da parte di queste ultime di trovare soluzioni in grado di riportare stabilità al sistema. Neanche l’uso massiccio e sfacciato dei media e dei vip è più in grado di impedire le continue debacle delle classi dominanti.
In un quadro del genere i comunisti non possono certo stare a guardare. Quello di ieri non è stato soltanto un voto contro Matteo Renzi – responsabile di alcune tra le controriforme più feroci degli ultimi decenni – e contro il tentativo di golpe costituzionale del Pd, ma anche contro l’Unione Europea e i suoi diktat. La valanga di No rappresenta uno schiaffo anche a quelle banche e a quelle istituzioni finanziarie – JP Morgan in primo luogo – che avevano indicato come prioritario l’obiettivo di manomettere le ‘costituzioni antifasciste” considerate, a ragione, “inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea”.
Un risultato dal quale ripartire immediatamente e con forza, rafforzando e concretizzando la formazione nel nostro paese di un movimento politico e sociale in grado di porre all’ordine del giorno la rottura dell’Unione Europea in una prospettiva di classe e internazionalista. Nella contingenza referendaria c'è stata una mobilitazione importante di forze attorno al “NO Sociale” che ha prodotto due giornate di sciopero e mobilitazione generale, il 21 e 22 Ottobre, importantissime; adesso va ripresa con ancor maggior vigore le lotta per la rottura dell'Unione Europea e per questo la Piattaforma Sociale Eurostop si mobiliterà già dai prossimi giorni per rilanciare l'iniziativa di lotta che dovrà andare oltre la "morbosità" del giovane Renzi.
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Come abbiamo più volte avuto occasione di scrivere – ne discuteremo a Roma il 17 e 18 dicembre in un forum convocato dalla Rete dei Comunisti – quello che stiamo vivendo è un altro passaggio di fase storica in cui, appunto, il vecchio assetto sta morendo ma quello nuovo ancora non è chiaro come si configurerà.
E nel contesto attuale i fenomeni morbosi certamente non mancano, a partire da quel Matteo Renzi la cui parabola è stata bruscamente interrotta ieri da una mobilitazione popolare inaspettata e sul quale occorre riflettere. Quel 70% circa di partecipazione al referendum segnala inequivocabilmente che nella società italiana esiste ancora un tasso di reattività importante nei confronti delle politiche “lacrime e sangue” imposte dall’Unione Europea e incarnate in maniera arrogante e feroce dal guitto di Rignano.
Quello di ieri è un voto che non può non essere considerato in piena continuità con quanto accaduto già in altri paesi del campo occidentale e imperialistico: dalla vittoria dell’Oxi in Grecia all’affermazione della Brexit a Londra, dall’esplosione di movimenti e partiti “populisti” e di “protesta” in numerose tornate elettorali fino all’imposizione dell’outsider repubblicano Donald Trump negli Stati Uniti. Si tratta di manifestazioni per lo più difensive di scontento, in alcuni casi di rivolta nei confronti della gestione antipopolare della crisi manifestatasi a livello finanziario ormai otto anni fa, un messaggio rivolto a quelle classi dirigenti che in maniera sempre più brutale cercano di imporre i loro interessi e i loro piani bypassando il consenso popolare e attraverso politiche di tipo autoritario. Si tratta di manifestazioni di tipo spesso spurio, contraddittorio, in cui l’egemonia delle pulsioni di destra o schiettamente reazionarie è spesso netta, anche perché quasi ovunque le forze “progressiste”, non solo socialdemocratiche ma anche di “sinistra radicale”, hanno fatto la scelta di schierarsi dalla parte dello status quo, del proprio imperialismo, degli interessi strategici di una borghesia sempre più debole e per questo sempre più aggressiva.
E’ un contesto sul quale e nel quale le realtà sociali e politiche antagoniste non possono non intervenire con l’obiettivo di formare un polo di classe che sappia ridare rappresentanza politica a settori sociali ferocemente colpiti e disponibili, seppur fino ad un certo punto, a prendere posizione, e che altrimenti verranno fagocitati da ideologie e messaggi sciovinisti capaci di indicare soluzioni rapide per quanto illusorie.
Assistiamo, come detto, ad un passaggio di fase storica, in cui la crisi di egemonia delle classi dominanti si manifesta sempre più schiettamente, insieme all’incapacità da parte di queste ultime di trovare soluzioni in grado di riportare stabilità al sistema. Neanche l’uso massiccio e sfacciato dei media e dei vip è più in grado di impedire le continue debacle delle classi dominanti.
In un quadro del genere i comunisti non possono certo stare a guardare. Quello di ieri non è stato soltanto un voto contro Matteo Renzi – responsabile di alcune tra le controriforme più feroci degli ultimi decenni – e contro il tentativo di golpe costituzionale del Pd, ma anche contro l’Unione Europea e i suoi diktat. La valanga di No rappresenta uno schiaffo anche a quelle banche e a quelle istituzioni finanziarie – JP Morgan in primo luogo – che avevano indicato come prioritario l’obiettivo di manomettere le ‘costituzioni antifasciste” considerate, a ragione, “inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea”.
Un risultato dal quale ripartire immediatamente e con forza, rafforzando e concretizzando la formazione nel nostro paese di un movimento politico e sociale in grado di porre all’ordine del giorno la rottura dell’Unione Europea in una prospettiva di classe e internazionalista. Nella contingenza referendaria c'è stata una mobilitazione importante di forze attorno al “NO Sociale” che ha prodotto due giornate di sciopero e mobilitazione generale, il 21 e 22 Ottobre, importantissime; adesso va ripresa con ancor maggior vigore le lotta per la rottura dell'Unione Europea e per questo la Piattaforma Sociale Eurostop si mobiliterà già dai prossimi giorni per rilanciare l'iniziativa di lotta che dovrà andare oltre la "morbosità" del giovane Renzi.
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