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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/02/2025

La Germania va alle elezioni senza il gas russo: e peserà sul voto

di Guido Salerno Aletta

In Germania si va a votare anticipatamente, dopo tre anni di gravi difficoltà: il vento è cambiato, e le spira violentemente contro da quando il presidente russo Vladimir Putin annunciò, il 24 febbraio 2022, l’invasione della Ucraina: tutte le ragioni strategiche del suo venticinquennale successo economico e finanziario a livello europeo e globale sono venute meno.

Tutto si sta ritorcendo: sotto il profilo economico, Berlino non ha più il gas russo, in passato abbondante e a buon prezzo; la sua industria automobilistica è devastata dalla transizione verso l’elettrico mentre i comparti della metallurgia, della chimica e della meccanica soffrono per gli alti costi energetici; sotto il profilo prospettico, mentre il presidente Donald Trump vuole il riequilibrio dei conti commerciali, la Cina attraversa una fase di crescita meno dinamica e dunque importa meno dalla Germania ed è invece pronta a invadere il mercato europeo per riversarvi le minori esportazioni verso gli Usa dovute ai dazi.

L’Unione Europea è una nave senza nocchiero: annaspa, sforna in continuazione documenti che invocano interventi straordinari di spesa per centinaia di miliardi l’anno. Denari che soprattutto la Germania ha accumulato, ma che assai furbescamente ha impiegato all’estero.

Un modello in piena crisi

Per arricchire solo sé stessa, in un quarto di secolo la Germania ha devastato il resto dell’Europa che è stata costretta a seguirla nel modello ordoliberista, basato sul mercantilismo sfrenato, sulla deflazione salariale e sull’azzeramento del debito pubblico.

Ma i vantaggi per i produttori tedeschi derivanti dai tassi di interesse vantaggiosissimi, cui corrispondevano compensi irrisori sui depositi bancari e sugli impieghi obbligazionari in Germania, hanno spostato verso l’estero i proventi accumulati con il commercio internazionale: gli investimenti finanziari sono stati indirizzati prevalentemente all’estero, penalizzando il settore produttivo tedesco, rimasto fermo alla manifattura tradizionale.

Niente grandi investimenti privati né pubblici, tanto meno innovazione: la Germania si è ingrassata, ma soprattutto sclerotizzata.

Numeri alla mano, la Germania guidata con polso di ferro e nessuno scrupolo dalla cancelliera Angela Merkel per sedici anni filati, al potere ininterrottamente dal 22 novembre 2005 all’8 dicembre 2021, ha ottenuto successi tanto clamorosi quanto ora irripetibili.

Nel 2001, anno di entrata in circolazione dell’euro, la Germania era il secondo debitore mondiale per investimenti di portafoglio con 1.163 miliardi di dollari di esposizione, preceduta solo dagli Usa che ne avevano per 3.106 miliardi; nel 2023, la Germania è scomparsa dall’elenco dei dieci principali debitori, mentre gli Usa hanno raggiunto la stratosferica cifra di 23.623 miliardi di dollari, moltiplicando addirittura per oltre sette volte lo stock precedente.

Molti tedeschi sono rimasti al palo

Tutta l’impostazione teutonica delle normative europee ha messo sotto torchio la crescita interna sostenuta dai bilanci pubblici: il divieto di aiuti di Stato alle imprese; il divieto di aiuti agli Stati da parte delle Banche centrali; il divieto di disavanzi pubblici superiori al 3% del pil e poi addirittura il pareggio strutturale imposto con il Fiscal Compact, insieme all’obbligo di ridurre di 1/20 l’anno l’eccesso di debito rispetto al 60% del pil.

Il mercantilismo, la crescita sostenuta solo dalla domanda estera basata sulla competitività salariale, ha devastato la domanda interna europea.

Anche qui la Germania ha fatto da apripista con le riforme Hartz: i settori economici protetti dalla concorrenza internazionale dovevano dare l’esempio, con gli oltre 4 milioni di lavoratori impiegati con i minijob, quasi il 10% degli occupati totali, col limite di dieci ore di lavoro settimanale remunerate ognuna al minimo di 12,82 euro, per complessivi 566 euro di retribuzione annua. È così che la Germania ha ‘rieducato’ i suoi lavoratori.

La Germania si è avidamente arricchita, ma non solo a spese degli altri partner, con la Francia azzoppata, l’Italia stremata e la Spagna che si salva ancora solo perché i suoi rifornimenti energetici non sono mai dipesi dal gas russo: c’è una gran parte dell’elettorato tedesco fortemente insoddisfatto, non solo perché di tutta questa opulenza ha visto poco e niente, ma soprattutto perché si rende conto che il futuro è quanto mai fosco.

Domenica, alle elezioni, la Germania farà ancora una volta i conti col suo passato e soprattutto si interrogherà sul futuro: nulla di ciò che è stato ci sarà ancora.

Fonte

08/06/2024

L’imbroglio “europeista” va smascherato, e combattuto

In questi giorni di elezioni europee riteniamo necessario ribadire che il ruolo dell’Unione Europea rimane quello definito dall’ortodossia ordoliberale.

La Ue e le sue istituzioni non sono affatto nate come luogo della cooperazione tra popoli o per assicurargli la pace e una maggiore democrazia.

Se fino al 1989, nel mondo fondato sull’equilibrio e la deterrenza tra Est e Ovest, l’Europa aveva i margini per svolgere una funzione “progressiva” (dal modello sociale europeo alla conferenza di Venezia sul Medio Oriente, dall’ost-politik di Brandt alla vocazione mediterranea dell’Italia etc.), terminata la Guerra Fredda la vocazione reazionaria e antipopolare dell’Europa, che si apprestava a diventare Unione Europea, è emersa con sempre maggior nitidezza.

Il cancelliere tedesco Khol ebbe a dire che “l’integrazione europea sarà un problema di pace o di guerra nel XXI Secolo”, ma non è affatto vero che la pace sia stata assicurata dalla nascita dell’Unione Europea. Al contrario, la guerra ne è stato un tratto costituente. Giustamente il premio Nobel Peter Handke ha affermato che “con la guerra in Jugoslavia è morta l’Europa ed è nata l’Unione Europea”.

I danni della competitività interna

La struttura che possiamo definire come la gabbia della Ue, è fondata sui trattati che ne rappresentano l’architrave e l’essenza stessa, a partire da quelli di Roma del ’57, passando per Maastricht e Lisbona, fino ad arrivare al famigerato “Fiscal Compact”. Il segno liberista era ben leggibile nel Trattato istitutivo dell’Unione Europea del 1992, un trattato che riteneva fondante la “competizione interna” e la moneta unica come motore dello sviluppo. I danni sono diventati evidenti dopo la crisi economica del 2008/2009 e la crisi pandemica.

La recente autocritica di Draghi sul fatto che nella Ue sia stata privilegiata la competizione interna piuttosto che quella internazionale, ci conferma il segno reazionario e minaccioso del progetto europeo gestito dalle classi dominanti di orientamento liberale. Lo stesso Draghi, nel 2011, decretò pubblicamente la liquidazione del “modello sociale europeo” ritenuto insostenibile per la competitività mettendo fine ad una illusione su cui ci si era trastullati fin troppo a lungo.

I trattati europei sono una struttura che ha prodotto un sistema di governo post-democratico e via via autoritario (le democrature) negli stati membri, con il relativo svuotamento della sovranità democratica e popolare, la distruzione dello stato sociale, la privatizzazione dei servizi pubblici, la precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro, distruggendo da un lato il welfare e i diritti dei lavoratori in nome della competitività e dall’altro scaricando sulle fasce popolari i costi di una crisi sistemica, attraverso l’abbassamento dei salari e delle condizioni di vita delle classi popolari.

In questi anni i paesi euromediterranei sono stati massacrati attraverso la logica del credito-debito che rafforza la sudditanza dei paesi periferici nei confronti dei paesi del centro. La vicenda greca in tal senso è stata paradigmatica, ma il futuro che si prospetta per l’Italia già a partire dal prossimo anno non appare molto diverso.

Si è rotto il giocattolo della dominazione unipolare

Allo stesso tempo la logica dominante della UE ha permesso ai suoi membri, congiuntamente ma anche separatamente, di portare avanti le proprie politiche neo-coloniali nei confronti dei paesi dall’altra sponda del Mediterraneo.

L’imposizione di “accordi quadro” regionali come il trattato di Cotonou o come l’ALECA tra UE e Tunisia sono stati lo strumento con cui i paesi europei hanno imposto ai paesi africani di “consumare ciò che produce l’Unione Europea e produrre ciò Unione Europea non può o non vuole produrre”.

Il carattere discriminatorio e neocoloniale delle politiche europee sull'immigrazione, le hanno rese del tutto complementari a questa logica di sfruttamento e sottrazione di risorse dei paesi del Sud legati ai meccanismi europei.

Inoltre l’influenza politica dei paesi della UE in Africa in questi ultimi decenni è ricorsa senza problemi all’intervento militare diretto (vedi Libia, ma anche Costa d’Avorio, Mali, Niger, Ciad ecc.).

Finalmente, negli ultimi anni, questa catena di dominazione europea è stata rotta in diversi paesi africani che ne hanno cacciato i contingenti militari presenti e avviato tentativi di indipendenza economica dall’Unione Europea. La rottura del mondo a egemonia unipolare Usa/Ue e la spinta ad un mondo multipolare rappresentano una possibilità alternativa per moltissimi paesi in via di sviluppo.

L’unificazione della politica monetaria e la costituzione dell’Eurozona sono servite a rafforzare il modello esportatore dei paesi centrali dell’Eurozona (Germania in testa), ma anche a debilitare la posizione commerciale e subordinare la dinamica d’accumulazione nei paesi periferici del Mediterraneo alla divisione del lavoro imposta dal centro.

La conseguenza è che i paesi euromediterranei stanno diventando sempre più delle riserve agricole e di servizi turistici e residenziali sottomessi a processi di deindustrializzazione più o meno accelerati.

Ma il modello export oriented – che ha devastato i mercati interni e i salari – non ha retto all’impatto dell’entrata in campo dei paesi emergenti, in particolare i Brics.

Sono saltate le catene del valore fondate sulla delocalizzazione selvaggia nei paesi a bassi salari ed è saltato il gap tecnologico tra i paesi a capitalismo avanzato e quelli emergenti. Un cambiamento epocale che ha reso isteriche e guerrafondaie le classi dominanti europee.

I pericoli di guerra

È questo il motivo per cui i leader europei – attraverso la Nato ma anche con le “cooperazione rafforzate” che aggirano i veti dentro la Ue – stanno trascinando a tappe forzate i loro paesi nella guerra contro la Russia, nella competizione frontale con la Cina, nella caccia ad ogni costo alle materie prime strategiche in Asia, Africa, America Latina, nella costituzione dell’Esercito Europeo per misurarsi con la guerra e agire pesantemente nella competizione globale.

Ne consegue che i processi in corso a livello di Unione Europea rappresentano oggi una minaccia e non una opportunità di cooperazione per i paesi emergenti e i paesi in via di sviluppo. È una comunità di destino riservata solo al “Giardino” dell’Occidente ma contrapposta al resto del mondo definito come una “Giungla”. Una sorta di suprematismo politico e morale che oggi richiede di essere difeso e imposto anche con la forza. E questo spiega anche l’identificazione politica e ideologica delle classi dirigenti europee con Israele e la loro indifferenza – se non ostilità – verso i palestinesi.

Al contrario dei guerrafondai di Bruxelles, riteniamo che i paesi europei dovrebbero adottare una politica estera di cooperazione, disarmo nucleare e neutralità attiva che metta fine all’adesione alla Nato e smantelli le basi militari straniere presenti sui nostri territori.

L’esistenza della Unione Europea rimane inoltre una gravissima minaccia per l’agibilità democratica nei nostri paesi e per i diritti guadagnati dai lavoratori con le lotte del secolo scorso. Su questo le convergenze tra destre e liberali – di destra e di “sinistra” – sono sempre più evidenti.

Non si può concepire un sistema sociale alternativo in uno spazio politico/istituzionale come la Ue né in mercato unico neoliberista come è stato concepito nei Trattati Europei.

Per questa ragione rimaniamo convinti che vada smascherato l’imbroglio ideologico “europeista” e coloro che lo sostengono e, al contrario, occorre continuare a lavorare per far saltare dall’interno gli anelli deboli della catena imperialista europea. Ogni vero cambiamento nasce da una rottura.

Fonte

24/07/2022

La politica monetaria europea tra ordoliberalismo e New Consensus Model

1. Introduzione

L’impianto della politica monetaria europea ha risentito delle vicende storiche e del dibattito teorico della prima metà del secolo scorso. Il paradigma ordoliberale che vide la luce in Germania all’inizio degli anni Trenta ha rappresentato a quest’ultimo proposito un importante punto di riferimento. Lo scopo del nostro lavoro è duplice: da una parte esso intende ricostruire l’influsso ordoliberale sulla politica monetaria europea nel corso del tempo, e dall’altro dimostrare come essa sia stata anche condizionata, a diverso titolo, dagli sviluppi del mainstream teorico, dal neoliberalismo al New Consensus Model (NCM).

2.  L’eredità della tradizione ordoliberale

Negli anni Trenta del secolo scorso, ad opera di un economista, Walter Eucken, e di due giuristi, Franz Böhm e Hans Grossmann-Doerth, tutti docenti nell’Università di Friburgo, prese avvio una riflessione sui limiti del liberalismo classico e sul ruolo dello Stato.

In un manifesto programmatico del 1936, intitolato “Il nostro compito”, essi esplicitarono il loro intento, di “rimettere il diritto e l’economia al loro giusto posto”[1], individuando a tal fine alcune linee lungo le quali muoversi.

Nel sistema teorizzato dall’ordoliberalismo il principio base dell’economia è rappresentato dalla presenza di un efficiente sistema di prezzi di concorrenza perfetta. A questo principio base ne vengono affiancati altri sei, dei quali tre attengono a importanti profili di politica economica: il primato della politica monetaria, la costanza della politica economica e il principio dei mercati aperti. Accanto ad essi si pongono i tre principi di natura giuridica: la proprietà privata, la libertà contrattuale, la responsabilità. Oltre a questi principi costitutivi vi sono quelli regolativi, volti al mantenimento di un efficiente ordine della concorrenza.

In uno scritto del 1943[2], Dietze, Eucken e Lampe individuano tre “compiti particolari di uno Stato moderno”: una politica della moneta, una finanza ordinata, e una cooperazione con gli Stati stranieri[3]. Nel medesimo scritto è tratteggiata la posizione ordoliberale in ambito monetario. Emerge nella sua complessità il problema del controllo dell’offerta di moneta.

Un posto di rilievo nella riflessione ordoliberale in ambito monetario va riconosciuto a Eucken[4]. Egli riconnette l’utilità della moneta alla sua funzione di facilitatrice degli scambi[5].

Nella prospettiva euckeniana il sistema imperniato sulla moneta di credito svolge un ruolo supplementare: esso viene ad affiancarsi a quello basato sulla moneta metallica, quando la quantità offerta di questa non è in grado di soddisfare una domanda crescente. Eucken sottolineò come il sistema monetario nel quale la moneta è creata attraverso il credito, pur avendo avuto il merito di favorire una rapida industrializzazione, si potesse rivelare fonte di instabilità e con effetti rilevanti sul rapporto tra risparmi e investimenti[6].

La capacità del sistema bancario di espandere l’offerta di moneta attraverso la creazione di credito rendeva indispensabile ai suoi occhi un controllo sul sistema delle banche.

Le indicazioni di politica monetaria di Eucken[7] sono legate al dibattito sui temi monetari che si sviluppò in Germania a proposito dell’inflazione[8]. Eucken indicò la causa dell’inflazione nell’aumento eccessivo della quantità di moneta, derivante dal deficit pubblico e dalla politica di bassi tassi di interesse[9].

Sulle soluzioni prospettate da Eucken influirono alcuni contributi che caratterizzarono il dibattito del tempo. Egli rivolse la sua attenzione sia al Chicago Plan[10] che al piano presentato da Graham[11], imperniato su una moneta il cui valore era legato a un paniere di merci.

Eucken avanzò una proposta, che era una sintesi delle due ipotesi di riforma e che confermava la sua adesione alla teoria neoclassica. La moneta che egli propone è una moneta merce convertibile in un paniere di beni[12]. La sua quantità va determinata così da assicurare la stabilità monetaria e scongiurare i pericoli dell’inflazione e della deflazione[13]. Le caratteristiche della teoria euckeniana della moneta giustificano una sua collocazione nell’ambito di quello che Schumpeter definì come “metallismo teorico”[14].

Il lascito ordoliberale con le sue implicazioni di politica economica fu ripreso nel secondo dopoguerra dai teorici dell’economia sociale di mercato, che svolsero un ruolo di rilievo nell’indirizzare le scelte tedesche di politica economica[15].

Proprio nella prospettiva dell’economia sociale di mercato e in sintonia con il contributo ordoliberale fu avviata in quegli anni la costruzione europea. La volontà di pervenire a una sintesi tra armonia sociale e mercato concorrenziale sarebbe stata esplicitata nei Trattati dell’Unione con il riferimento a una “economia sociale di mercato altamente competitiva”[16].

3. La politica economica europea tra ordoliberalismo e neoliberalismo

Il tema dell’influsso dell’ordoliberalismo sulle scelte di politica economica è stato al centro del dibattito prima in Germania e quindi nell’Unione Europea, specie in questi anni in cui quest’ultima ha effettuato opzioni diverse da quelle consuete[17].

Ci si è chiesto in che termini la politica economica europea abbia subito l’influsso dell’ordoliberalismo e se il processo di “ordoliberalizzazione” dell’Unione Europea sia stato coerente con le teorie della Scuola di Friburgo.

Com’è noto, contestualmente alla nascita dell’ordoliberalismo si sviluppò in ambito neoclassico un dibattito sui limiti del liberalismo classico e sulla necessità di una sua rielaborazione, il cui esito fu quel neoliberalismo destinato a influire per lungo tempo sulle scelte di politica economica.

Il diverso modo di guardare al ruolo dello Stato ha rappresentato un importante elemento di differenziazione tra neoliberalismo e ordoliberalismo[18]. Mentre nella prospettiva ordoliberale l’intervento statale diventa oggetto di una costituzione che ne specifica il ruolo e gli ambiti, la visione neoliberale della Scuola austriaca è invece più vicina a un approccio imperniato sul laissez-faire.

Il tema del ruolo giocato da questi sviluppi teorici sulla politica economica europea è legato a quello dell’influsso da essi esercitato sulle scelte della Germania nel secondo dopoguerra, Bofinger (2016) ha parlato di un’ombra lunga che Eucken ha gettato sulla politica economica tedesca, soffermandosi sull’influsso su di essa esercitato dall’ordoliberalismo[19].

La classe politica tedesca ha in vario modo mostrato di aver subito l’influsso dell’ordoliberalismo. Se questo non ha mancato di farsi sentire nelle parole di rappresentanti delle istituzioni, occorre vedere se, e in che termini, lo stesso si sia verificato a livello europeo.

Con particolare riferimento alla politica monetaria, Nedergaard (2020) rileva come sia stretta la correlazione tra quanto previsto al riguardo nei trattati dell’Unione Europea e lo statuto della Bundesbank che risente dell’influsso ordoliberale; per entrambe l’obiettivo primo è il controllo dell’inflazione[20].

Secondo Mirowki e Plewhe (2015) se è indubbio che la politica economica europea è stata caratterizzata dall’influsso del mainstream teorico, non va dimenticato che è stato il modello ordoliberale il perno sul quale hanno ruotato le scelte di politica economica della Germania e dell’Unione Europea.

4. Una “banca centrale senza stato” per l’Unione Monetaria Europea

Questi cenni sul contesto nel quale ha preso corpo la politica economica europea costituiscono una premessa per una riflessione sul ruolo assunto dalla BCE e sulla ratio delle scelte da essa adottate.

Sullo sfondo delle scelte europee in ambito monetario si colloca il dibattito sul medesimo tema sviluppatosi tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo.

Tra quanti in ambito neoclassico diedero un significativo contributo in materia vi fu Hayek; egli ebbe con gli esponenti della Scuola di Friburgo intensi rapporti, rappresentando un punto di riferimento per il neoliberalismo. Agli inizi degli anni Trenta egli aveva spiegato l’inflazione come causata da un eccesso degli investimenti rispetto ai risparmi, originato dal fatto che le banche avevano concesso crediti in misura superiore rispetto ai risparmi, venendo così a mancare alla loro funzione istituzionale che le voleva semplici intermediarie tra risparmiatori e imprenditori[21].

Se in Monetary Theory and the Trade Cycle[22], Hayek aveva richiamato la necessità di controllare l’attività delle banche, in Denationalisation of Money[23] egli si fece promotore di un sistema che riconosceva alle banche commerciali libertà di emissione monetaria. Ciò alla luce della scarsa fiducia nei riguardi della banca centrale come soggetto cui demandare il controllo dell’emissione monetaria.

Ma è stata la drastica separazione tra politica monetaria e politica fiscale, additata come premessa imprescindibile per il funzionamento di un’economia di mercato e per la tutela della libertà individuale, a costituire un lascito teorico hayekiano del quale molti policy maker europei hanno fatto tesoro. 

Accanto all’influsso di Hayek fu il monetarismo a influenzare le scelte europee di politica monetaria. La visione di Friedman dell’autonomia della banca centrale è diversa da quella hayekiana; egli aveva manifestato i suoi timori circa un possibile intervento della banca centrale nella gestione dell’offerta di moneta[24]. Nel 1948 egli aveva proposto una riforma della banca centrale e del sistema bancario con un ben preciso scopo: “eliminare sia la creazione privata o la distruzione di moneta sia il controllo discrezionale della quantità di moneta da parte della banca centrale”[25].

L’influenza dell’ordoliberalismo e dell’economia sociale di mercato sulla politica economica europea ha trovato ampio riscontro nel ruolo attributo alla BCE. Il prevalere di un approccio non keynesiano alla politica monetaria, prima in Germania e poi nell’Unione Europea, ha fatto sì che il ruolo della banca centrale fosse interpretato nella prospettiva del mainstream teorico. Più precisamente è stata la visione ordoliberale (e di Friedman), imperniata su una banca centrale soggetta a precise regole, a prevalere[26]. Essa doveva essere svincolata da un canto dal controllo politico e dall’altro essere impedita da comportamenti che potessero compromettere la stabilità monetaria. La costruzione del sistema monetario europeo è stata così incentrata su un sistema di regole di comportamento cui andava assoggettata una banca centrale indipendente. Ne è derivata l’istituzione di una moneta e di una banca centrale senza Stato.

Si tratta di peculiarità che si inseriscono a pieno titolo nella prospettiva ordoliberale. Il rischio di condizionamenti da parte degli Stati membri è evitato; al tempo stesso è evidente la conseguente impossibilità che le specifiche situazioni delle economie dei Paesi membri siano condizionanti[27].

Anche nell’ambito della politica monetaria europea, in ordine alla stabilità monetaria è stata ribadita la rilevanza dell’insegnamento ordoliberale.

I confini non solo dell’intera politica economica dell’Unione Europea sono in questo passo chiaramente definiti, rendendo esplicito il loro radicamento nell’ordoliberalismo.

5. La politica monetaria europea tra New Consensus Model e “Grande Recessione”

Se nelle scelte di fondo che hanno condotto al Trattato di Maastricht può ravvisarsi l’influsso di una visione “monetarista” del processo inflazionistico e del ruolo della politica monetaria, è pur vero che la BCE ha mutato strategia quando il monetary targeting ha mostrato i suoi limiti. In alternativa ad esso, l’inflation targeting fu proposto come uno strumento fondato sull’annunzio di un obiettivo di inflazione da parte della banca centrale[28].

È nell’ambito del ripensamento, in chiave neoclassica, degli obiettivi e delle regole di politica monetaria che si colloca il fondamentale contributo di Taylor[29].

La regola di Taylor rappresenta sicuramente un passaggio fondamentale per lo sviluppo di un più articolato modello di policy che incomincia a svilupparsi a partire dai primi anni del 2000 e che delinea un nuovo consenso macroeconomico di ispirazione neoclassica noto come New Consensus Model (NCM)[30].

Se, come già ribadito dallo stesso Taylor (1998), l’approccio alla politica monetaria da lui prospettato non vuole rappresentare una vera rottura con la tradizione monetarista, va rilevato che anche il NCM si pone con questa in una prospettiva di sostanziale continuità[31]. Il NCM appare in sostanza come il risultato del processo attraverso il quale parte del mainstream teorico ha ‘metabolizzato’ alcune implicazioni ineludibili che scaturiscono dal carattere monetario dell’economia capitalistica, poste in rilievo dall’analisi keynesiana della moneta o da suoi sviluppi successivi.

Con riferimento alla politica della BCE, va inoltre rilevato che se il passaggio dal monetary targeting all’inflation targeting ha significato il parziale superamento, da parte delle autorità europee, di un’ottica che faceva della teoria quantitativa il proprio punto di riferimento, il ricorso a quest’ultima strategia ha rappresentato una conferma dell’adesione al consensus model e un riconoscimento del carattere endogeno dell’offerta di moneta[32]. Ne è derivata una politica monetaria della BCE da taluni giudicata contraddittoria.

6. Oltre l’ordoliberalismo

L’evoluzione della politica monetaria teorizzata dal mainstream ha significato un importante aggiustamento di rotta. Il flexible inflation targeting ha rappresentato infatti un’ulteriore integrazione della strategia precedente. A un approccio volto alla difesa della stabilità monetaria ne subentrava uno che sanciva la necessità di andare oltre una politica monetaria meramente antinflazionistica[33].

L’azione della BCE è stata così, almeno in un secondo momento, caratterizzata dal ricorso ad una duplice strategia. Ne sono scaturiti i “due pilastri” della strategia di politica monetaria della BCE: l’analisi delle variazioni della quantità di moneta e l’analisi di un insieme di indicatori economici e finanziari[34]. Si tratta di un approccio che se non può dirsi monetarista è certo in linea con una lettura essenzialmente monetaria del fenomeno inflazionistico.

Va a questo punto posta in evidenza la differenza tra la visione della banca centrale dell’ordoliberalismo e quella della BCE.

Sul piano formale l’architettura della BCE risente dell’impostazione teorica che, come visto attribuisce alle regole e all’indipendenza dell’istituzione monetaria i presupposti per la credibilità dell’obiettivo di stabilità dei prezzi. Per tale motivo la politica monetaria europea apparirebbe in linea con quanto argomentato dall’approccio ordoliberale.

Per altri però tale deduzione è priva di fondamento in quanto il principio dell’indipendenza non è condizione né sufficiente né necessaria a garantire l’ordine monetario; per tale ragione la BCE non rispecchierebbe propriamente una visione ordoliberale di banca centrale. Particolarmente significativa è la posizione a tal riguardo espressa da Bibow (2004).

La tesi bibowiana è che l’ordine monetario (così come è inteso da Eucken) è garantito solo se la politica monetaria si serve di uno stabilizzatore monetario automatico. In assenza di questo, all’indipendenza della banca centrale non corrisponderà l’indipendenza del banchiere centrale e qualunque scelta di politica monetaria sarà discrezionale anche se la banca centrale è formalmente indipendente.  

Oltre al tentativo di trovare o negare le fondamenta euckeniane della struttura dell’Eurozona e della sua politica monetaria, i teorici ordoliberali si sono recentemente confrontati su un altro aspetto rilevante, ovvero quello di comprendere se le misure non convenzionali abbiano compromesso il mandato della BCE e aperto la strada a nuovi scenari di disordine economico.

Le principali manifestazioni di avversità nei confronti del programma di quantitative easing si reggono sull’idea che esso, consentendo il salvataggio di istituzioni inefficienti, avrebbe generato distorsioni di mercato che altrimenti non avrebbero avuto luogo[35].

A ciò si aggiunge come la sua implementazione avrebbe compromesso la solidità del principio dell’indipendenza e la credibilità quindi dell’obiettivo inflazionistico[36].

Sviluppando le argomentazioni critiche di Bibow si potrebbe poi argomentare che le misure convenzionali non sarebbero meno responsabili di quelle non convenzionali nel rendere inattendibile l’obiettivo inflazionistico. La mancata istituzionalizzazione di uno stabilizzatore monetario automatico renderebbe cioè il disordine monetario un carattere strutturale del mercato monetario essendo che le operazioni di variazione della massa monetaria previste dalla BCE sono attivabili su iniziativa delle banche commerciali o del banchiere centrale, in entrambi i casi quindi sempre e comunque discrezionali[37].

Al contrario, c’è chi sostiene la piena convergenza dell’operato della BCE agli obiettivi prefissati leggendo le misure non convenzionali come strumenti correttivi del disordine economico e non generativi dello stesso.

È da osservare che le scelte europee in politica monetaria hanno subito rilevanti mutamenti alla luce del dinamismo di un sistema capitalistico del quale il sistema bancario nel suo complesso si conferma il perno. È stata la nuova fase neoliberista a spingere verso una politica monetaria non in piena sintonia con le prescrizioni dei modelli visti in precedenza.

La visione del ruolo della banca centrale è infatti, soprattutto negli ultimi decenni, mutata in dipendenza della condivisa esigenza che essa intervenga più attivamente a sostegno del sistema capitalistico. Il pragmatismo della BCE va così interpretato in una più ampia prospettiva che tenga conto del ruolo che il sistema monetario e finanziario è chiamato a svolgere.

Alla prima fase neoliberista, quella degli anni Ottanta del secolo scorso, dominata dal modello monetarista ne è seguita una seconda, che ha preso corpo negli anni Novanta, che ha visto la politica monetaria funzionale nei riguardi di un “nuovo” volto del capitalismo, caratterizzato (secondo Bellofiore e Halevi (2010)) dal duplice tratto della finanziarizzazione e della precarizzazione del lavoro[38]. Esso si è retto “sull’equilibrio instabile (e alla fine insostenibile) tra le tre figure del lavoratore ‘traumatizzato’, del risparmiatore in fase ‘maniacale’, e del consumatore ‘indebitato’”[39].

Il fine primo della politica monetaria diventa allora quello di garantire la realizzazione dei progetti di profitto e di accumulazione delle imprese.

L’intervento del sistema bancario si è rivelato determinante al fine di ‘convalidare’, attraverso il sostegno alla domanda, le decisioni di produzione delle imprese. Tale intervento si è tradotto in un incremento sia del sostegno finanziario alle imprese che del credito al consumo erogato ai lavoratori-consumatori.

La politica monetaria “espansiva” così realizzata ha finito per mettere in ombra il “primato della stabilità monetaria”, fondamentale lascito della tradizione ordoliberale. La banca centrale, per usare l’espressione di De Cecco (1998, 6), oltre ad essere prestatore di ultima istanza, è divenuta “prestatore di prima istanza”, facendosi carico di garantire al sistema economico la liquidità necessaria per la sua stabilità.

L’aumento della fragilità finanziaria del sistema, conseguente al processo di deregolamentazione e all’accresciuta competizione tra i diversi tipi di intermediari finanziari, richiede una presenza continua della banca centrale che consenta al settore bancario di supportare in modo costante le imprese, evitando al contempo contrazioni della domanda di beni di consumo proveniente dai lavoratori[40]. La banca centrale svolge così un ruolo di sostegno al settore delle imprese chiamato a fronteggiare situazioni dominate da incertezza e shock dal lato della domanda e/o da quello dell’offerta. In tale prospettiva, si rivela tanto più condivisibile l’invito a guardare all’aggregato “banca centrale più banche commerciali” come a un settore unico[41]. Le scelte di recente adottate dalle principali banche centrali (compresa quella europea), a fronte della crisi pandemica, ribadiscono tale importante mutamento di rotta.

In tale contesto, segnato da una forte spinta neoliberista, un ruolo determinante è stato svolto dal neomercantilismo. Esso si è retto sulla sequenza moderazione salariale, bassi prezzi di vendita, elevate esportazioni nette, e ha caratterizzato (e in larga misura caratterizza) la riproduzione capitalistica non solo tedesca ma dell’intera Eurozona. I due strumenti fondamentali ipotizzati e attuati per raggiungere l’obiettivo del surplus della bilancia commerciale consistono nel consolidamento fiscale (ovvero la generazione di avanzi primari, mediante riduzioni della spesa pubblica[42]) e nelle c.d. riforme strutturali, nella forma della liberalizzazione dei mercati dei beni e dei servizi, nella forma della liberalizzazione dei mercati dei beni e dei servizi e della deregolamentazione del mercato del lavoro. Ciò nella convinzione che consentire alle imprese di contenere i costi di produzione sia il presupposto essenziale della loro competitività: ovvero sia il presupposto essenziale per consentire loro di vendere all’estero a prezzi ridotti. È una strategia intrinsecamente deflattiva del tutto in linea con i dettati teorici dell’ordoliberismoche, non a caso, si accompagna, di norma, a politiche monetarie espansive da parte della BCE.

Alla luce di tale quadro, con riferimento al caso italiano possono farsi alcune considerazioni. In primo luogo, la quota delle nostre imprese esportatrici è bassa nella comparazione con i nostri concorrenti dell’Eurozona, ed è concentrata nella classe di imprese di medie e grandi dimensioni localizzate quasi esclusivamente al Nord. Circa la metà delle imprese esportatrici è costituita da imprese del settore manifatturiero. Se si assume che le nostre esportazioni sono molto sensibili al prezzo (ipotesi niente affatto scontata), la moderazione salariale avvantaggia esclusivamente queste imprese. Per l’ampia platea delle altre imprese italiane, per contro, ovvero per le imprese di piccole dimensioni localizzate nel Mezzogiorno, la riduzione dei salari ha l’unico effetto di comprimere la domanda interna. Da qui: riduzione dei margini di profitto, degli investimenti privati, aumento del tasso di disoccupazione. In secondo luogo, una buona parte delle nostre esportazioni è trainata da fattori che attengono alla qualità del prodotto (e dunque indipendentemente dal prezzo di vendita), la moderazione salariale è, con ogni evidenza, inutile per le imprese esportatrici e dannosa per le tante imprese che operano sul mercato interno.

7. Conclusione

Nella prospettiva dell’ordoliberalismo, come degli altri sviluppi teorici riconducibili al mainstream, che hanno influito sulla costruzione europea, la stabilità monetaria ha rappresentato l’obiettivo primario della politica economica.

Il compito di garante della stabilità monetaria, in una prospettiva che vede il fenomeno inflazionistico solo come conseguenza di variazioni dell’offerta di moneta, è stato così conferito a una banca centrale senza Stato il cui operato ha subito in prima battuta l’influsso della teoria monetarista.

L’emergere dei limiti del monetary targeting ha fatto sì che il modus operandi dei responsabili della politica monetaria europea, specie negli ultimi decenni, sia stato caratterizzato da una seppur parziale consapevolezza del carattere endogeno dell’offerta di moneta, i cui esiti sono stati però scarsamente significativi.

Il legame con il modello teorico egemone non è cessato nemmeno allorché si è affermata, a seguito del manifestarsi della “Grande recessione”, una politica monetaria fondata sul New Consensus Model.

Anche se gli interventi di politica monetaria più recenti non sono apparsi in sintonia con il paradigma neoclassico né tanto meno riconducibili all’approccio ordoliberale, essi si sono piuttosto rivelati coerenti con l’obiettivo far fronte a shock sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta attraverso scelte discrezionali sui flussi monetari da garantire al sistema economico.

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Note

[1] Bӧhm, Eucken, Grossmann-Doerth, 2016, 16.

[2] Si veda Dietze, Eucken, Lampe, 2016.

[3] Ibidem 98-99.

[4] Cfr. Figuera, Pacella, 2021.

[5] Eucken 1951, 146.

[6] Cfr. ibidem, 192-193.

[7] Cfr. Ellis, 1934, 224.

[8] Cfr. Issing, Wieland, 2013.

[9] Cfr. ibidem 426.

[10] Cfr. Angell, 1935.

[11] Cfr. Graham 1947.

[12] Si veda Eucken, 1952, 261. “Il primato della politica monetaria mira alla stabilità del valore del danaro nel quadro di una costituzione monetaria che funzioni «automaticamente», che Eucken vede in collegamento con una moneta di riserva-merce (una forma più raffinata di valuta aurea, in cui il valore dell’unità di danaro dipende dalla scarsità media di un paniere di merci). La costanza della politica economica rinvia alla stabilità delle misure di politica economica e ad una «atmosfera di fiducia», per offrire agli investimenti un quadro certo. Il principio dei mercati aperti serve al meccanismo della concorrenza e all’interscambio al di fuori dell’economia” (Goldschmidt, 2016, 50).

[13] Cfr. Eucken, 1952, 262; Bernholz, 1989, 210-211.

[14] Cfr. Schumpeter 1954. Significativamente Ellis colloca Eucken tra quanti si opposero al filone teorico di Schumpeter e Hahn, rifiutando la “Wicksellian doctrine of the “trailing bank rate””. Cfr. Ellis, 1934, 357.

[15] Cfr. Goldschmidt, Wohlgemuth, 2016, 38.

[16] Si veda: European Union, 2016.

[17] Cfr. Goldschmidt, Wohlgemuth, 2016

[18] A proposito dei rapporti tra la Scuola di Friburgo in senso lato e Hayek, Goldschmidt e Wohlgemuth (ibidem, 31-32) hanno osservato: “Il programma di ricerca del liberalismo delle regole ottiene, con la chiamata di Friedrich August v. Hayek nel 1962 a Friburgo, un nuovo e decisivo impulso. È vero che Eucken e altri ordoliberali già sul finire degli anni’ 20 erano in contatto con Hayek, contatto che si intensificò dopo la guerra con il lavoro comune nella Mont Pélerin Society; tuttavia Hayek sviluppò, a Londra e successivamente negli USA, in forma marcata, idee proprie sulla politica e sulla teoria dell’ordine. Il suo arrivo a Friburgo contribuì a una sfida creativa alla tradizione friburghese, così come si può cogliere per esempio nel concetto hayekiano di «ordine spontaneo» e nella sottolineatura da parte sua dei problemi della conoscenza. La tradizione di Friburgo e la filosofia sociale evoluzionistica di Hayek risultano però nella gran parte dei casi come del tutto complementari e hanno potuto essere ulteriormente sviluppate in una simbiosi creativa anche da parte dei successori di Hayek nella tradizione accademica della Scuola di Friburgo”.

[19] “At first sight the specific macroeconomic policy paradigm is difficult to explain. German university students read the same macroeconomic textbooks as students in other countries and at the advanced level the standard DSGE models are taught and applied. But behind the formal theoretical apparatus one can identify a specific paradigm to economic policy which is called ‘Ordnungspolitik’ and which in this form does not exist in other countries. While there are no university courses on this topic, ‘Ordnungspolitik’ plays an important role in German academic debate on policy issues and actual economic policy” (Bofinger, 2016, 11).

[20]  “The ECB statutes state that the goal of the ECB is primarily to independently ensure price stability, which is an expression of an OL recommendation on monetary policy coinciding with monetarism. The independent ECB corresponds to OL ‘politics by rules’ with autonomous, non-politicised, and technocratic decision-making about monetary policy” (Nedergaard, 2020, 227).

[21] Cfr. Hayek, 1931.

[22] Hayek, 1933.

[23] Hayek, 1990.

[24] Cfr. Friedman, 1948; Friedman, 1965.

[25] Friedman, 1948, 247.

[26] “With its commitment to a de-politicised monetary policy based exclusively on price stability and an independent but limited European Central Bank (ECB) with restricted monetary tools and without the guidance of any supranational economic policy capable of dealing with uneven development, socio-economic heterogeneity, or exogenous fiscal shocks, the Maastricht Treaty attempted to supranationalise ordoliberal principles designed for domestic implementation” (Wilkinson, 2019, 1029). Cfr. Bibow, 2012.

[27] “Monetary union removes the conduct of monetary policy from the direct pressures of national labour markets. Its rule-based conduct appears entirely impartial towards a variety of national labour markets. It grants no privileges and extends no favours to the economic interests, social forces and the member states. Monetary policy is not made for Germany or for Greece. It is made to meet the statutory requirements of the euro as stateless currency of global importance and standing. Nevertheless, by treating differential conditions of labour competitiveness as equal before money, monetary union reinforces existing differentials with potentially devastating effect” (Bonefeld 2017, 137). Cfr. Graziani, 2003.

[28] “The announcement of inflation targets communicates the central bank’s intentions to the financial markets and to the public, and in so doing helps to reduce uncertainty about the future course of inflation (…) By making explicit the central bank’s medium-term policy intentions, inflation targets improve planning in the private sector, enhance the public debate about the direction of monetary policy, and increase the accountability of the central bank” (Bernanke, Laubach, Mishkin, Posen,2001, 22).

[29] Cfr. Taylor, 1993. Cfr. Blinder, 1997.

[30] Meyer (2001) ha parlato di un “consensus macro model” come risposta alle insufficienze dell’approccio monetarista.

[31] “The expanded model also makes clear that there is nothing inconsistent with a stable long-run relationship between money and inflation, as emphasized by monetarists, and the expectations-augmented Phillips curve, a mainstay in Keynesian-type structural models as well as a part of today’s consensus macro model. The monetarist proposition is about an outcome, a result. This conclusion about the long-run relationship between money and prices is implicit in the consensus model, provided the money demand equation is stable. The consensus structural model is also about structure or process. It explains how monetary stimulus raises inflation” (ibidem, 4). Sul “New Consensus Model”, cfr. Fontana, Palacio-Vera, 2005.

[32] Cfr. Fontana, Palacio-Vera, 2003. Arestis e Sawyer (2008, 632) hanno osservato che l’inflation targeting si colloca a pieno titolo nell’ambito del new consensus model “The model as a whole contains the neutrality of money property, with inflation determined by monetary policy (that is the rate of interest), and equilibrium values of real variables are independent of the money supply. The final characteristic we wish to highlight is that the stock of money has no role in the model; it is merely a ‘residual’. In the simple model above, the stock of money makes no appearance: the addition of a demand for money equation would serve to indicate the stock of money determined by the demand for money”.

[33] Cfr. Svensson, 2008, 3.

[34] European Central Bank, 2000.

[35] Cfr. Buiter, 2016; de Haan, Eijffinger, 2017.

[36] Cfr. Issing, 2016.

[37] La politica monetaria europea, va d’altra parte osservato, non sarebbe compatibile con la visione dell’economia sociale di mercato per la quale la politica economica può far ricorso solo a misure “conformi al mercato”. “Non-conforme al mercato” è fissare interessi in modo da dover garantire capitale a un prestabilito interesse a determinati soggetti, conforme al mercato è sovvenzionare gli interessi, ma lasciando libero l’andamento del tasso di interesse sul mercato generale dei capitali” (Müller-Armack, 2016, 59).

[38] Cfr. Bellofiore, Halevi, 2010.

[39] “È emerso nel corso degli anni Novanta un ‘nuovo’ capitalismo ancora una volta centrato sugli Stati Uniti e caratterizzato da una sorta di paradossale keynesismo ‘privatizzato’. Questo ‘nuovo’ capitalismo – nuovo rispetto al capitalismo del Novecento, anche se per certi versi risuscita alcuni aspetti del capitalismo della fine dell’Ottocento – si è mosso sulle due gambe della finanziarizzazione (in questo senso lo si può anche definire un keynesismo ‘finanziario’) e della precarizzazione del lavoro. Esso si è retto sull’equilibrio instabile (e alla fine insostenibile) tra le tre figure del lavoratore ‘traumatizzato’, del risparmiatore in fase ‘maniacale’, e del consumatore ‘indebitato’” (ibidem, 2010, 2).

[40] “La banca centrale corre in aiuto alle istituzioni finanziarie che entrano in difficoltà per incaute collocazioni delle proprie risorse, che in effetti esse prendono a prestito dal pubblico o dai mercati interbancari (…) Essa è chiamata dalla fragilità del sistema a intervenire quasi continuamente per dare liquidità a un mercato in cui operano intermediari che, per massimizzare i profitti e guadagnare quote di mercato, tengono risorse liquide in quantità sempre minori rispetto alla rischiosità del loro attivo” (De Cecco, 2009, 68).

[41] “Le banche centrali vivono in simbiosi con il sistema creditizio e uno dei loro compiti principali è quello di operare in modo che esso funzioni in condizioni di stabilità, pur essendo per sua natura portato a implodere o a esplodere. Le banche centrali sono dunque parte del sistema bancario” (De Cecco, 2007, 189). Cfr. De Cecco, 2009; Graziani, 2003.

[42] Va osservato che la politica fiscale espansiva degli altri paesi, aspramente biasimata dai ministri delle finanze della Germania, si è rivelata preziosa per l’economia tedesca. “The German economy – ha a tal proposito sottolineato Bofinger (2016, 17-18) – is able to follow a passive macroeconomic policy approach as it strongly benefits from macroeconomic policies pursued in other major countries. In other words the German economy is supported by the ‘full employment policies’ of other countries. This is reflected in the very large fiscal deficits in all other major economies in the period after 2007 which successfully helped to avoid a reappearance of the Great Depression. In other words, the German economy is supported by the demand management policies of other countries that are heavily criticized by mainstream German economists”.

Fonte

29/07/2021

Più Stato per il mercato, ce lo chiede l’UE

Con un comunicato del 23 luglio, la Commissione europea ha annunciato l’estensione a nuove categorie del General Block Exemption Regulation (GBER), un regolamento che norma l’approvazione degli aiuti di Stato permessi da Bruxelles, consentendo ai paesi membri di fornire sostegno finanziario senza lo scrutinio preliminare da parte della Commissione.

Questa “grande semplificazione”, come si legge nel comunicato, snellisce le procedure tramite cui gli Stati potranno finanziare progetti che rientrano in determinati programmi stabiliti a livello centrale dall’Unione europea nel nuovo quadro finanziario pluriennale (Multiannual Financial Framework, MFF), soprattutto a sostegno della transizione verde e digitale. In particolare, oggetto della semplificazione sono:

– il Fondo InvestEU, la riunione di 13 strumenti di finanziamento che ammontano a 15,2 miliardi di euro creato per il settennato 2021-2027 appositamente per le PMI e per garantire la transizione verde e digitale, così come la ripresa economica dalla crisi generata dal Covid-19;

– i progetti di ricerca, sviluppo e innovazione (RD&I, nell’acronimo in inglese) che hanno ricevuto un “marchio di eccellenza” nell’ambito del programma Horizon 2020, strumento di finanziamento alla ricerca scientifica e all’innovazione che nel settennato 2014-2020 aveva un budget di ben 80 miliardi;

– i progetti di cooperazione tra le regioni dell’Ue (European Territorial Cooperation, ETC), noti anche come Interreg, che si occupano di trovare soluzioni condivise in settori quali salute, ambiente, ricerca, istruzione, trasporti, energia sostenibile.

Secondo Margrethe Vestager, Commissario europeo per la concorrenza, tale estensione offre “maggiori possibilità di fornire aiuti di Stato per sostenere la duplice transizione verde e digitale (…), evitando nel contempo indebite distorsioni della concorrenza nel mercato unico. Grazie alle nuove norme, sarà più semplice per gli Stati membri fornire rapidamente i finanziamenti necessari per sostenere una ripresa sostenibile e resiliente dagli effetti economici della pandemia di coronavirus”.

Aiuti per progetti di efficienza energetica nel comparto dell’edilizia, per le infrastrutture di ricarica e rifornimento dei veicoli a basse emissioni, per la banda larga, reti mobili 4G e 5G, sono le categorie reputate “priorità assoluta” per la “duplice transizione”, considerata strategica nella crescente competizione interimperialista.

Nel nostro paese, soprattutto negli ultimi mesi, abbiamo imparato come con semplificazione si intenda in realtà un processo di deregolamentazione volto a rilanciare il ciclo di accumulazione e sfruttamento di lavoratori e lavoratrici da parte del capitale, come fatto per esempio con il codice degli appalti dal governo Draghi.

Nella fattispecie, l’Ue si avvale di un ulteriore strumento che, nelle intenzioni, dovrebbe poter spingere il “polo europeo” ad avvalersi delle armi necessarie a competere con i colossi in primis statunitensi e cinesi per governare la decarbonizzazione delle fonti energetiche utilizzate nel sistema produttivo.

Il finanziamento pubblico di soggetti privati su programmi di rilevanza strategica rientra nella più generale “transizione del modello-Stato” su cui il capitale multinazionale sta spingendo, attraverso i propri rappresentanti che occupano i vari parlamenti dell’Occidente, per gestire il rapporto con il mercato.

Una concezione ben lontana dallo “Stato minimo” teorizzato dai liberisti più ortodossi, inadeguato a mettere una pezza non solo sui fallimenti, ma sulle insufficienze dell’operatore impresa nel guidare la perpetua – rivelatesi storicamente impossibile – e sostenibile crescita quantitativa dell’economia.

Una virata che, se inserita nel quadro della sempre più possibile stagflazione – aumento dei prezzi di beni e servizi associato a un ristagno dei salari – rischia in questo paese di scaricare (in termini di prelievo fiscale, indebitamento, condizioni di accesso al credito ecc.) tutto il peso della transizione sui portafogli già magri dei lavoratori.

Dal 2014 il GBER ha permesso agli Stati membri di attuare un’ampia gamma di misure di aiuto di Stato senza l’approvazione preventiva della Commissione, portando già nel 2015 al 96% la quota di nuove misure per le quali la spesa non ha richiesto la notifica a Bruxelles.

Il tutto, afferma la Commissione in ossequio all’ideologia ordoliberista (in pillole, il compito dello Stato è costruire un ordine di mercato dove sia garantita la concorrenza tra gli operatori), senza che ne siano distorti i meccanismi di concorrenza.

Questo “principio ideologico” tuttavia è anche quello che impedirebbe all’Ue di far emergere quei campioni indispensabili, da un punto di vista capitalistico, alla feroce competizione con multinazionali la cui potenza di fuoco supera quella a disposizione di gran parte degli Stati del pianeta, su cui tuttavia le risoluzioni dei casi Fincantieri-Stx, Peugeot-Fiat o Mediaset-Vivendi manifestano una contraddizione che continua a macinare nel cuore produttivo europeo.

Che l’Ue riesca a superare questa barriera autoimposta comunque è tutto da verificare. Ne va, crediamo, della sua possibilità di continuare la costruzione di un polo imperialista a tutto tondo.

Fonte

11/12/2020

La UE compra tempo e approva il Recovery Fund

Miracolo! Il bilancio dell’Unione Europea – che contiene anche la parte relativa al Recovery Fund – è stato approvato dal Consiglio Europea (il vertice dei capi di Stato e di governo). Ora la palla torna ai Parlamenti nazionali, per la ratifica.

Elemento secondario, ma spacciato per “decisivo”, il venir meno del veto posto un paio di mesi fa da Polonia e Ungheria. Ci avevamo scommesso, qualche giorno fa, quando alcuni europarlamentari e funzionari dei due paesi, a Bruxelles, vennero beccati in un festino gay (nonostante fossero tutti ufficialmente macho, omofobi, fedeli credenti e difensori arcigni della “famiglia tradizionale”).

Immaginario boccaccesco a parte, abbiamo visto all’opera come funziona praticamente questa strana istituzione sovranazionale che impone ai singoli Stati politiche che non adotterebbero mai, in nome e per conto dei “mercati”: ricatti legali (i trattati e lo spread) o extralegali (operazioni dei “servizi”). Solidarietà e obbiettivi comuni... pochini, diciamo.

I dettagli del piano straordinario rinominato NextGenerationEU sono quelli già noti, ma è bene ricordarli: nessun “regalo”, ma prestiti da restituire. E non deve sfuggire la contemporanea “riforma del Mes”, che consente di utilizzare un meccanismo ancora più distruttivo e ricattatorio, allargandone il raggio di azione alle banche, oltre che agli Stati (l’unico che vi abbia fatto ricorso, ricordiamo sempre, è la Grecia; e i “risultati” si sono visti...).

Il “segreto” del NextGenerationEU è in fondo semplice: gli Stati nazionali si impegnano pro quota nel crearlo (una “cassa comune”), la UE emette titoli garantiti con “tripla A” (e quindi bassissimo tasso di interesse) per rastrellare quella cifra sui mercati finanziari e quindi redistribuisce tra gli Stati seguendo il criterio del maggior bisogno. La restituzione ai creditori avverrà nel tempo e sempre pro quota. Insomma: nessuno ci regala niente, accendiamo un mutuo a tasso quasi zero ma con moltissime condizioni-capestro.

Per l’Italia, in particolare, si parla di un totale di 209 miliardi da “ricevere”, di cui 80 cosiddetti “a fondo perduto” (per le spese straordinarie sostenute a causa della pandemia) e il resto vincolati a un “piano” che deve essere approvato dalla Commissione (il “governo” della UE a 27).

Ci dovrebbe essere una differenza positiva, questa volta, tra quanto lo Stato italiano mette nella “cassa comune” e quello che poi riceve (storicamente è avvenuto il contrario, con l’Italia nella posizione di “contributore netto”), ma non è detto.

Dipenderà da come il governo italiano darà vita ai passaggi concreti di quel “piano” ancora tutto da scrivere e su cui si sono già scatenati gli appetiti delle diverse consorterie affaristiche chiamate “partiti”.

Ad ogni passaggio, infatti, la Commissione Europea valuterà quanto è stato fatto o previsto, ed erogherà oppure no una “rata” del finanziamento complessivo.

Il rischio molto concreto è che se i programmi del governo non saranno “apprezzati”, oppure se la realizzazione di alcune parti sarà deficitaria (cosa facilissima, conoscendo la storia degli investimenti pubblici e delle ruberie private in questo Paese), qualche rata possa saltare e dunque si ridurrebbe l’importo finale complessivo.

Ma è soprattutto il cosa pretende l’Unione Europea che dovrebbe preoccuparci.

Secondo le indicazioni già date, molto simili a quelle degli ultimi 30 anni, quegli investimenti dovranno essere indirizzati a “realizzare riforme strutturali” in grado di “aumentare la competitività” del sistema italiano. Parole apparentemente neutre, che però vanno applicate al solito modello export oriented adottato da tutta la UE, su input fondamentalmente tedesco.

Secondo quel modello, scriviamo da anni, devono scendere i salari e in generale le tutele del lavoro dipendente, va smantellato quanto resta del welfare (dalle pensioni alla sanità pubblica, dall’istruzione agli ammortizzatori sociali, ecc.), va assicurata la massima libertà ai capitali.

Non è un’illazione. Pochi giorni fa, in piena pandemia e crisi economica da lockdown, questa UE ha chiesto alla Spagna di abbassare le pensioni e rivedere (in senso peggiorativo) la legislazione che regola il “mercato del lavoro”.

Cosa significa? Che nonostante la gravissima crisi in atto, prevedibilmente estesa anche all’intero 2021, questo assetto “europeo” non intende cambiare impostazione. Si chiama ordoliberismo, ed è una variante teutonica del neoliberismo classico, che prevede un intervento dello Stato ma solo come “regolatore” delle dinamiche del mercato. Ossia attivo soprattutto nel rimuovere gli “ostacoli” al libero dispiegamento del capitale privato.

In termini marxiani, possiamo dire che questa impostazione si fonda sull’estrazione di plusvalore assoluto, ovvero sull’aumento dell’intensità del lavoro e/o il prolungamento dell’orario, a parità o addirittura con riduzione del salario medio.

Una strategia complessiva di riduzione dei costi e aumento dello sfruttamento che sembra geniale ma è un’idiozia a lungo termine. Non a caso quando la “globalizzazione” ha cominciato a segnare il passo, con la creazione progressiva di macro aree continentali più “protette” (guerra dei dazi, delle monete, delle legislazioni mercantili, ecc.), chi si era affidato alle esportazioni come driver della crescita è entrato in profondissima crisi. Almeno dal 2008 in poi.

Al contrario, chi ha puntato sull’estrazione di plusvalore relativo – innovazione tecnologica, sia di prodotto sia di processo – è riuscito a prolungare la crescita economica anche in tempi di crisi mondiale.

Ma soltanto chi ha seguito questa seconda strada – a cominciare dalla Cina – ha potuto creare una domanda interna in grado di compensare, o superare, il minor contributo delle esportazioni sul mercato globale. Ma stimolare la domanda interna significa aumentare i salari: molto e sul lungo periodo.

Detto in parole povere: il “modello tedesco-europeo”, in questi anni, riesce ancora ad esportare, ma sempre meno, a causa della contemporanea crisi mondiale. E non ha più da decenni – perché l’ha distrutta volontariamente – una domanda interna in grado di assorbire la produzione possibile.

Peggio ancora. Anche all’interno dell’area europea quel modello ha creato una distorsione fenomenale tra i settori export oriented, che bene o male sono riusciti a sopravvivere in questi ultimi 12 anni, e quelli finalizzati al “mercato interno”, ossia specializzati nella produzione di merci-salario e servizi relativi, per i consumi di massa. Qui i salari bassi stanno da tempo bloccando la domanda ai puri livelli di sopravvivenza.

Il che per un verso blocca la crescita complessiva, per l’altro si traduce in tensioni sociali (soprattutto in Francia) oppure in nascita di movimenti “nazionalisti” che corrispondono esattamente alla tipologia di imprese che rischiano il fallimento. Ma che rischiano di far breccia anche tra grandi masse di lavoratori impoveriti, precarizzati, sull’orlo del licenziamento.

La “vittoria truccata” dell’Unione Europea, a bene vedere, serve a comprare qualche mese di tempo, non a cambiare le regole di gioco.

Chi se ne mostra oggi contento dovrebbe invece preoccuparsene. Perché i mostriciattoli cacciati dalla porta, trovando sempre le stesse condizioni di riproduzione, ricominceranno a bussare alle finestre. Più incattiviti (e magari con qualche bastardo meno ricattabile).

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14/09/2020

L’ordoliberismo triste paralizza la BCE

Vivere nel terremoto non è esattamente la condizione normale per chi di mestiere fa il banchiere centrale. Ovvero per chi – per statuto mentale e compito istituzionale – è alla ricerca della “stabilità”. Dei prezzi, ossia di tutto (non vedono altro, in linea di principio).

Ma questi sono tempi di terremoti frequenti, lunghi, di magnitudine mai vista. E solo i ciechi non si sono accorti che da anni questi presunti “onniscienti” stanno camminando in territorio sconosciuto, prendendo di fatto decisioni che sconsiglierebbero ad altri.

E naturalmente questo modo di procedere facilita l’emersione di contrasti anche radicali, proprio nel gruppo di decisori che dovrebbe essere monolitico per definizione.

Non si era mai visto – neanche nei momenti di più acuto contrasto tra il governatore della Bundesbak, Jens Weidmann, e il presidente della Bce, Mario Draghi – che arrivassero “soffiate” a una delle principali agenzie specializzate del mondo (Bloomberg) pochi minuti prima della conferenza stampa ufficiale del presidente in carica.

La cosa ha sorpreso anche i più coriacei “europeisti” – come Federico Fubini, vicedirettore del Corriere – rivelando visioni differenti e ambizioni egemoniche teoricamente incompatibili con la retorica comunitaria. Al punto da dover confessare che “i falchi” (Germania, Olanda e gli alti “frugali con i soldi degli altri”) con questa mossa inusuale hanno inteso lanciare un chiaro segnale ai mercati, oltre che ai supposti partner: la Bce non si azzardi a seguire la linea adottata dalla Federal Reserve.

Una linea che in molti dell’establishment continuano a minimizzare come una “modesta novità”, a che rappresenta invece una rottura netta con 40 anni di monetarismo neoliberista: il tasso di inflazione al 2% annuo non è più l’obbiettivo fisso su cui manovrare la politica monetaria.

In pratica, la Fed ha dichiarato esplicitamente che per diversi anni lascerà i tassi di interesse a zero, anche se il tasso di inflazione dovesse salire sopra il vecchio limite, perché quel 2% sarà calcolato su una media mobile di diversi anni (senza neanche dire quanti).

Insomma: denaro a costo zero, a lungo, perché l’obbiettivo principale è far cresce l’occupazione statunitense e quindi prima di tutto l’economia reale di quel paese.

Le conseguenze sono state immediate: il dollaro ha ripreso a svalutarsi, e quindi a rendere più costose le importazioni di merci provenienti da altri paesi. Una mazzata sui denti per quelle macroaree – come l’Unione Europea – che negli ultimi 30 anni hanno fatto carte false e sforzi inauditi di “austerità” per trasformare il “modello sociale europeo” in una macchina votata alle esportazioni basate su bassi salari e diminuzione della spesa pubblica.

Una mazzata sui denti, per la precisione, a chi più di tutti ha voluto questa trasformazione – la Germania – per ridisegnare la divisione europea del lavoro in funzione delle proprie filiere produttive.

In astratto, un’area mercantilista come la Ue dovrebbe rispondere alla mossa della Fed con una mossa identica, fotocopiata. Dall’inizio dell’anno, infatti, il dollaro si è svalutato di quasi il 10%, con una forte accelerazione dopo la svolta della Fed.

Come si fa infatti ad esportare negli Usa (e altrove), specie nel bel mezzo di una crisi spaventosa, con prezzi crescenti a causa di una moneta che si rivaluta?

Peggio ancora: come si fa a inseguire un tasso di inflazione al 2% (obbiettivo anche della Bce) se le importazioni di merci a costo più basso (denominate in dollari) comprimono la dinamica dei prezzi (deflazione)?

Tutto, insomma, congiurerebbe a spingere la Germania a pretendere dalla Bce una politica monetaria ancora più espansiva, non meno.

Ma dio acceca coloro che vuol perdere... così Weidmann e gli altri “frugali” premono sulla debolissima Christine Lagarde perché non faccia proprio questo. Di fatto, preferiscono completare l’opera di distruzione/sussunzione di altre economie continentali, anche a rischio di prolungare all’infinito la crisi attuale. Che riguarda anche la Germania, come dicono tutti i dati...

È la stessa logia imposta/suggerita alla Commissione europea. Il “patto di stabilità”, e le relative misure di “austerità”, dovrebbe secondo i tedeschi essere immediatamente ripristinato non appena l’epidemia di Covid-19 sarà sconfitta. Anche se l’economia europea, a quel punto, sarà ben lontana dai livelli di Pil raggiunti in precedenza.

Con una “direzione politica” siffatta non si va lontano. E, per i paesi euromediterranei (Francia compresa) non c’è speranza.

La follia finale di questo “ordoliberismo triste” è che tanta ferocia nel tentativo di controllare le politiche monetarie e quelle di spesa dei singoli Stati viene esibita nel momento in cui le stesse banche centrali devono fare i conti con una minaccia mai vista al loro potere: le criptomonete di Stato, oltre a quelle “private”.

Tutti i poteri che sentono franare il terreno sotto i piedi reagiscono allo stesso modo...

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23/07/2020

Unione Europea - Un nuovo cappio al collo per le classi subalterne

L’accordo siglato dai 27 leader dell’Unione Europea poco dopo le 5 della mattina di martedì 21 luglio è un rilancio “a tutto tondo” del progetto di integrazione europea a guida franco-tedesca.

Parla apertamente di “rivincita dell’Europa” l’editoriale del quotidiano francese “Le Monde”, “reso possibile dal riavvicinamento avvenuto il 18 maggio, tra Angela Merkel e Emmanuel Macron”.

Come costantemente è accaduto nella sua storia, questo polo politico-economico in costruzione ha saputo sfruttare una crisi – in questo caso la pandemia e le sue conseguenze economiche – come una opportunità per un salto di qualità in cui i bisogni dei propri cittadini sono tanto centrali nella narrazione sulla bontà dell’accordo propinata dai media, quanto marginali rispetto alla realtà dei fatti.

È “l’accordo economico più importante dalla creazione dell’Euro” ha dichiarato Paolo Gentiloni, in perfetta sintonia con tutti i leader “europeisti”.

La posta in gioco in questo caso era continuare ad essere un attore di peso nella competizione internazionale in un contesto in cui aumentano le frizioni con i propri competitor – USA e Cina in primis – per poter proiettare i propri interessi dal Nord-Africa al Medio-Oriente passando per i Balcani.

Su una serie di “dossier” infatti gli Stati dell’Unione Europea sono ai ferri corti con gli Stati Uniti – il gasdotto Nord-Stream 2, lo sviluppo del 5G e la riconfigurazione di Balcani attraverso le trattative Serbia-Kossovo – e devono tamponare il sempre maggiore protagonismo della relazione strategica russo-cinese in Africa e in Medio-Oriente, terreno principale della politica neo-coloniale dell’Unione.

Duecento mila morti ed una recessione che non si vedeva dalla Seconda Guerra Mondiale e nessun chiaro di luna di all’orizzonte potevano minare le basi per l’affermazione degli ambiziosi progetti delle oligarchie europee, ma la riconfigurazione che si intravede nel “Next Generation UE” fuga ogni dubbio rispetto ad un profilo di una Unione con più prerogative economiche ed una gerarchia tra Stati saldamente riconsolidata.

Inoltre, una maggiore autonomia nella produzione di energia – il vero senso di ogni “green new deal” continentale – ed una più marcata indipendenza nello sviluppo delle tecnologie digitali funzionali alla cosiddetta “Industria 4.0”, sono gli assi dei criteri valutativi per gli investimenti a venire finanziati dalla UE: il rilancio in prospettiva della UE si fa dentro la competizione e per la competizione delle aziende europee e non per i bisogni dei cittadini.

Di fronte a questa condizione il “doppio compromesso” da un lato verso i Paesi “frugali” con in testa l’Olanda ed alcuni Paesi dell’Est (Polonia ed Ungheria) è un lieve pegno da pagare per Germania e Francia che senza la cornice dell’Unione non potrebbero giocare un ruolo nel consesso internazionale, facile da scaricare sui Paesi Mediterranei.

Che a farne le spese siano i fondi per la PAC – cioè la Politica Agricola Comune – la transizione biologica dell’agricoltura e i progetti di ricerca come Horizon2020, sono effetti collaterali dei tagli al budget pluri-annuale che vuole essere vettore di sviluppo di alcuni progetti “core” e lasciare indietro tutto il resto, tamponando in parte gli effetti sanitari e sociali, ma mettendo sempre al centro il tessuto delle imprese.

Il 70% dei fondi che verranno sborsati tra il 2021 e 2022 secondo il quotidiano iberico “El País” andranno a queste tre emergenze: politiche del lavoro, sanità e naturalmente imprese.

“Il dispositivo inedito” approntato è l’indebitamento diretto sul mercato da parte della Commissione – qualcosa di diverso dalla “mutualizzazione del debito” – per un valore di 750 miliardi, senza che sia ancora chiaro nei dettagli quali saranno la modalità di restituzione: 360 miliardi di prestiti e 390 di sovvenzioni – non a fondo perduto – queste ultime da erogarsi nel periodo 2021 - 2023.

Il bilancio comunitario sarà di 1.074 miliardi di euro per il periodo che va dal 2021 al 2027.

I soldi sembra verranno ripartiti secondo elementi strutturali e a seconda dell’ampiezza della crisi per ciascun Paese: Italia e Spagna dovrebbero essere i primi “beneficiari” in ordine di grandezza, ma il pegno da pagare è un programma di riforme strutturali ed investimenti fino al 2023 che dovrà avere il placet della Commissione a “maggioranza qualificata”, dopo il vaglio del Comitato Economico e Finanziario, cioè i tecnici dei Ministeri dell’Economia dei 27 paesi membri dell'Unione.

Non ci sarà alcun veto nell’esborso, ma una vigilanza costante che seguirà tutto l'iter. In caso uno o più Paesi abbiano delle “rimostranze” la palla passa al Consiglio Europeo – composto dai Capi di Stato e dai capi di governo – che avrà tre mesi per esprimersi.

Di fatto tutto il meccanismo approntato è una sorta di “commissariamento”, senza che il processo decisionale venga bloccato da veti incrociati e dove le linee realisticamente guida verranno decise a Berlino e Parigi, per essere ratificate a Bruxelles.

Un modus operandi “temporaneo” che potrebbe anche non essere transitorio ma strutturale e non vincolato solo al periodo citato.

Sarà allo studio una capacità impositiva autonoma della UE, attraverso probabilmente due “balzelli”: una specie di tassa sulle emissioni di carbonio e l’altra legata allo sviluppo digitale, un deciso passo in avanti che aggira la capacità impositiva dei singoli esecutivi nazionali – e la loro sovranità – e pone le basi per un budget autonomo svincolato dai singoli contributi dei differenti Paesi.

Per ottenere questo risultato, il prezzo da pagare al “capo” dei Paesi “frugali” (Olanda, Austria, Svezia a cui si è unita la Finlandia) come l’Olanda è stato uno sconto sui contributi da versare ogni anno alla UE.

In generale hanno condizionato le scelte di fondo rivedendo l’ammontare totale del “Recovery Fund” e la proporzione tra sovvenzioni e prestiti che di fatto si equivalgono, imponendo criteri stringenti per la loro erogazione, o come ha scritto chiaramente il Sole 24 Ore nel suo commento a caldo, costringendo i Paesi destinatari ad “accettare forme più intrusive nella gestione del denaro”.

Uno strano giro di parole, per non dire “commissariamento”. Lo svuotamento della sovranità si coniugherà con l’impoverimento della spesa pubblica e la svendita ulteriore del suo patrimonio: cosa sono le “riforme strutturali” di cui ha parlato Conte nel suo discorso se non questo?

La redistribuzione di questi soldi deve immediatamente divenire un “campo di battaglia” nel nostro Paese, a cui deve affiancarsi una prospettiva politica di uscita dalla gabbia della UE.

L’Unione Europea è tesa a penalizzare sempre più pesantemente i paesi “periferici” e le loro classi subalterne e ad ipotecare il nostro futuro all’interno di un modello di sviluppo devastante dal punto di vista ambientale, sanitario e sociale, come ha dimostrato la recente pandemia.

Come “Rete dei Comunisti” pensiamo che un progetto di rottura rispetto a UE e NATO, dentro l’organizzazione del conflitto sociale e di cooperazione con i popoli del Tricontinente, sia l’unica vera exit strategy a cui votare la nostra azione.

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“Più Stato per il mercato”. Il coniglio dal cilindro europeo

Il linguaggio, nelle conclusioni, è oscuro. “Sarà importante l’applicazione da parte della Commissione con il sostegno dei governi”. È esemplare a proposito, il commento della direttrice del German Council for Foreign Relations, al recente vertice dei capi di stato europei sui finanziamenti per affrontare l’emergenza economica post Covid-19.

Sono due righe che ci spiegano come i termini dell’accordo raggiunto su “Recovery Fund etc”, siano tutt’altro che chiari – come vorrebbero farci credere gli euromaggiordomi di casa nostra – e come l’applicazione dello stesso accordo sulle esigenze/emergenze interne dei singoli Stati europei sia tutt’altro che esente da vincoli e controlli, esattamente come prima, anzi, peggio di prima.

Ci sono due fattori dirimenti che balzano agli occhi a chi li vuole vedere:

– il primo è che il sistema degli step ad ogni tranche di finanziamento sarà sottoposto a controlli preventivi e avviati solo se corrisponderanno ai criteri stabiliti dalla Commissione Europea. E questi criteri sono ancora quelli di sempre, quelli che ci hanno devastato in termini economici e sociali. Il Patto di Stabilità è stato solo momentaneamente sospeso, non abolito.

– Il secondo è che, di fronte a quanto rivelato dall’emergenza Covid-19 come crisi di sistema, molti avevano invocato un cambiamento radicale di filosofia nelle strategie economiche dell’Unione Europea. Al contrario, dopo qualche settimana in cui questo era sembrato inevitabile – oltre che auspicabile – la dottrina ispiratrice è tornata ad essere quella liberista. Certo non sarà più quella del “meno Stato, più mercato”, sarà quella di “più Stato, ma solo per il mercato”.

I grandi gruppi capitalisti europei – e i loro terminali politico-istituzionali – hanno ben compreso che, senza le risorse dello Stato a loro disposizione, non hanno la forza di affrontare e reggere la competizione globale.

Lo aveva già scritto nero su bianco il ministro dell’Industria tedesco Altmaier, a fine gennaio, quando ancora il Covid era solo un “virus cinese”. Lo avevano sancito prima ancora Macron e la Merkel con il Trattato di Aquisgrana.

E quindi andavano trovati e tirati fuori i soldi, tanti soldi. Si è arrivati addirittura a fare quello che qualcuno riteneva andasse fatto già nella crisi finanziaria del 2007/2008 ma che fu negato, cioè l’emissione di titoli di debito da parte dell’Unione Europea. Eurobond una tantum, ma comunque un precedente.

E questi soldi, tanti soldi, non andranno solo alle banche – come avvenuto sistematicamente – ma anche alle imprese. Se guardiamo bene, però, questi soldi andranno “solo” alle banche e alle imprese. E questi saranno i finanziamenti che supereranno di sicuro tutti i controlli e i vincoli europei, nei prossimi mesi ed anni. Con una gerarchia di comando ben definita.

Tutti gli altri capitoli, quindi scuola, sanità, pensioni, welfare etc, saranno invece quelli sottoposti ai controlli e ai vincoli più stringenti e... determinanti.

La ragione è semplice: queste sono le fonti di spesa che vanno a debito pubblico e quindi, se vanno restituiti i debiti, è su questa carne che saranno inflitte, nuovamente, le ferite più dolorose.

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