Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/08/2025
La BCE analizza il possibile shock di importazioni cinesi a seguito dei dazi statunitensi
Dopo il picco del 135%, ora le tariffe imposte sui beni cinesi all’ingresso negli States si attestano sul 30%, con le trattative tra Washington e Pechino che dovrebbero chiudersi entro il 12 agosto. Qualunque sarà il risultato, è evidente che le barriere commerciali saranno più alte di quelle imposte durante il primo mandato Trump, e gli effetti si prevedono perciò proporzionali.
Considerato che tra il 2018 e il 2019, durante la prima amministrazione del tycoon, le importazioni dalla Cina erano aumentate nell’area euro del 2-3%, gli analisti stimano che nel 2026, con dazi al 30%, l’impatto potrebbe essere intorno al 4%. Ci sono, inoltre, vari elementi che fanno pensare che l’eurozona possa assorbire più importazioni dal Dragone.
Dal 2018 a oggi, in realtà, i legami delle filiere tra Pechino e Bruxelles si sono rafforzati, nonostante tutti i proclami sul de-risking e sulla necessaria autonomia dal gigante asiatico. “Oltre due quinti delle imprese dell’area euro – dicono gli analisti – importano attualmente prodotti dalla Cina”, soprattutto per la rivendita al dettaglio.
“In generale – aggiungono – circa il 75% di tutti i prodotti importati dai grandi paesi dell’area euro ha già almeno un fornitore cinese”. Si tratta di un rapporto che apre la strada all’afflusso di beni cinesi prima destinati agli USA, considerate le somiglianze col mercato europeo, tanto più se si aggiunge il fatto che dal 2017 le aziende del Dragone hanno triplicato la loro presenza nel Vecchio Continente.
C’è infine il deprezzamento del renminbi, la moneta cinese, che anche se aiuterà ovviamente la formazione del prezzo sulle piazze al di là dell’Atlantico, aiuterà le esportazioni anche in UE. In sostanza, si prevede che uno ‘shock’ di importazioni dalla Cina sia inevitabile in un tale scenario. Ma gli effetti possono essere anche positivi nello stabilizzare l’economia europea.
Infatti, gli economisti prevedono che i più bassi prezzi dei prodotti cinesi potrebbero aiutare a ridurre dello 0,15% l’inflazione. Allo stesso tempo, però, si tratta di una previsione effettuata su uno degli scenari tariffari peggiori, e inoltre gli studiosi già mettono in guardia dal pensare che prezzi inferiori all’importazione si traducano immediatamente sul prezzo alla vendita.
La realtà è che, stando anche agli approfondimenti di alcuni economisti, uno ‘shock’ di importazioni potrebbe avere un effetto devastante su quel che rimane dell’industria europea, che dovrà fare i conti con una spinta competitiva che non è in grado di fronteggiare (se non stringendo ulteriormente la cinghia dei salari, già martoriati e con tutti gli effetti sociali conseguenti).
Bisogna ricordare che i vertici UE sono appena tornati da un viaggio in Estremo Oriente, in cui hanno trattato la Cina come una delle ultime colonie. Si sono, cioè, tolti ogni possibilità di trattare con Pechino per evitare i risvolti peggiori di questa vicenda. Come si suol dire, si sono dati ‘la zappa sui piedi’. Sono anni che questa classe dirigente mostra di saper fare solo questo.
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20/03/2025
Al via il vertice europeo su competitività e riarmo
La sessione odierna prevede discussioni sulla competitività dell’Ue, con particolare attenzione alle strategie per rafforzare l’industria e il mercato interno. Oggi è previsto inoltre il cosiddetto Vertice euro, in formato inclusivo, per discutere della situazione economica e finanziaria alla luce delle incertezze e dei rischi geopolitici attuali. A questa parte della riunione parteciperanno anche la presidente della Banca Centrale Europea, Cristine Lagarde, e il presidente dell’Eurogruppo, Paschal Donohoe.
A fare da sfondo è la decisione strategica di procedere sul piano dell’economia di guerra. La Commissione europea mercoledi scorso ha presentato il “Libro bianco per la difesa” una sorta di manuale di istruzioni per gli Stati membri per rafforzare le capacità militari dell’Unione Europea.
Il piano presentato due settimane fa da Ursula von der Leyen ha l’obiettivo dichiarato di reperire 800 miliardi di euro per mettere in funzione la difesa e il complesso militare-industriale europei. Una cifra ambiziosa, la cui raccolta dipende soprattutto dalla volontà degli Stati membri dell’Unione europea, dicono i diplomatici a Bruxelles.
La Commissione europea invita gli Stati membri ad attivare entro fine aprile le deroghe al Patto di stabilità per investimenti in difesa permettendo di superare i limiti di spesa dell’1,5% del Pil l’anno per 4 anni. Secondo la Commissione l’attivazione delle clausole di salvaguardia, il meccanismo per avere deroghe al Patto di stabilità, dovrebbe consentire fino a 650 miliardi di investimenti aggiuntivi nella difesa.
Italia, Francia, Olanda, Svezia e Spagna hanno fatto sapere che non metteranno in atto la clausola di salvaguardia e non faranno ricorso ai prestiti.
L’Ue sta accelerando gli sforzi per rafforzare la sua “prontezza alla difesa” (“Readiness 2030”) per misurarsi con le crisi geopolitiche immediate e future. Nell’ultima riunione del Consiglio europeo i capi di governo hanno chiesto una mobilitazione più rapida delle procedure e dei finanziamenti necessari ed hanno inoltre individuato una serie di ambiti d’azione prioritari a livello della Ue e in piena coerenza con la Nato. Oggi i leader dell’Ue dovrebbero dare seguito a questi punti e discutere delle prossime tappe alla luce della presentazione del Libro bianco sul futuro della difesa europea.
L’orientamento sugli acquisti di armamenti nel quadro del “Rearm Europe” dovrebbe prevedere una quota del 65% per le armi prodotte da industrie europee e il resto da paesi extraUe, in particolare Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele.
Le tensioni commerciali con gli Stati Uniti non fanno ufficialmente parte dell’agenda dei lavori, ma potrebbero emergere nelle discussioni dopo che Trump ha imposto dazi su acciaio e alluminio europei. Ciò ha provocato la ritorsione dell’Ue, pesa inoltre la minaccia di Trump di colpire vini e alcolici dell’Ue con dazi del 200% e l’allarme che potrebbe annunciare ulteriori dazi all’inizio di aprile.
“Non vogliamo dare l’impressione che stiamo cercando di staccarci dagli Stati Uniti” riferisce alla Reuters un funzionario del governo tedesco. Sempre secondo il funzionario, è possibile che le conclusioni del vertice dedicato all’Ucraina si chiuda con un voto unanime di tutti i paesi tranne l’Ungheria che, come l’ultima volta, ha rifiutato di sottoscrivere le conclusioni condivise dagli altri 26 Paesi.
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31/01/2025
La Bussola per la competitività europea “per vincere la corsa al vertice”
Più che un vero e proprio piano, si tratta di una “dottrina economica per i prossimi cinque anni”, come ha detto il vicepresidente esecutivo della Commissione per la Prosperità e la Strategia industriale, Stéphane Séjourné. Durante il secondo mandato von der Leyen verrà concretizzata con misure specifiche.
La politica tedesca ha dichiarato: “l’Europa ha tutto quel che serve per vincere la corsa al vertice. Ma allo stesso tempo deve superare le sue debolezze per riconquistare competitività”. Che tradotto, significa che nella frammentazione del mercato mondiale, la UE è indietro rispetto agli altri attori globali, ovvero USA e Cina.
Von der Leyen ha continuato: “la bussola per la competitività concreta le eccellenti raccomandazioni della relazione Draghi in una tabella di marcia. Ora abbiamo un piano. Abbiamo la volontà politica. Ci servono rapidità e unità. Il mondo non ci aspetterà”.
Che di nuovo, tradotto, significa che o la UE coglie questa finestra per fare un salto di qualità, o il progetto imperialistico europeo è fallito. Anche se molti potrebbero obiettare che è già così, viste le difficoltà del Vecchio Continente e l’incapacità della sua classe dirigente di immaginare una via alternativa al modello mercantilista in crisi.
In ogni caso, sono tre le aree su cui si indica di agire in maniera prioritaria: innovazione, decarbonizzazione e sicurezza. Come si legge nel comunicato della rappresentanza in Italia della UE, “la bussola definisce l’impostazione da seguire per ciascuna e presenta una selezione di misure faro per rispondervi”.
Per quanto riguarda l’innovazione, la Commissione lavorerà sulle gigafactory e l’applicazione dell’intelligenza artificiale, e proporrà “piani d’azione sui materiali avanzati, le tecnologie quantistiche, le biotecnologie, la robotica e le tecnologie spaziali”. Grande attenzione sarà riposta anche sulle start-up e sull’emergere di nuove imprese d’avanguardia.
Riguardo a questo, c’è forse l’elemento più interessante di quel che per ora è stato reso pubblico, ovvero la definizione di un 28° regime d’impresa, accanto ai 27 dei membri della UE. Questo sarà un regime pienamente comunitario, applicabile a tutte le società, così che le “imprese innovative potranno fruire di un unico complesso di norme ovunque investano e operino nel mercato unico”.
Un passo non indifferente nel saldarsi di una borghesia transnazionale europea, che guiderà le politiche e le prospettive di tutte le filiere facenti capo a Bruxelles. Che ovviamente deve comunque fare i conti con le debolezze ormai conclamate dell’industria continentale.
Il “patto per l’industria pulita” e il “piano d’azione per l’energia a prezzi accessibili” serviranno a rendere attraente per gli investimenti il mercato europeo, e a ridurre i costi dell’energia. Verranno anche implementati dei programmi specifici per “settori ad alta intensità energetica, come la siderurgia, la metallurgia e l’industria chimica, che costituiscono la colonna portante del sistema manifatturiero”.
Sempre per ridurre le dipendenze e diversificare le fonti di approvvigionamento, la UE proporrà nuovi partenariati per accedere più facilmente a “materie prime, energia pulita, combustibili sostenibili per i trasporti e tecnologie pulite da tutto il mondo”. Bruxelles rivedrà anche le norme sugli appalti pubblici per “introdurvi una preferenza europea nei settori e tecnologie critici”: una sorta di “buy European”.
Accanto ai tre pilastri descritti, vi sono anche cinque “attivatori trasversali per la competitività”. Si tratta della semplificazione per le imprese, “per ridurre l’onere di rendicontazione – ha detto von der Leyen –: almeno il 25% per tutte le aziende e almeno il 35% per le PMI”, con un risparmio calcolato in 37,5 miliardi di euro.
Parliamo, tra gli altri, degli obblighi di rendicontazione sulla sostenibilità, inclusi quelli relativi a due diligence e tassonomia: insomma, ciò che rende “green” le attività imprenditoriali, almeno sulla carta. Per questo in molti hanno intravisto i segnali dell’ormai chiaro passo indietro sulla retorica della transizione profusa negli ultimi anni.
Tra gli “attivatori” si annoverano poi interventi per una maggiore integrazione del mercato unico e del mercato dei capitali, nonché del “capitale umano” (formazione, mobilità e attrazione di talenti più facile dentro la comunità europea). E infine uno “strumento di coordinamento per la competitività”.
Quest’ultimo, nel prossimo quadro finanziario pluriennale, verrà affiancato da un fondo per la competitività che sostituirà diversi strumenti finanziari oggi esistenti. Anche se nel concreto bisognerà capire cosa significa, probabilmente si parla di un’altra tappa del processo di centralizzazione del potere nelle mani di Bruxelles.
Da dove debbano arrivare i soldi per operazioni del genere rimane però dubbio. La volontà è quella di mobilitare gli investimenti privati attraverso il volano di quelli pubblici, ma se seguiamo le indicazioni di Draghi si dovrebbero trovare almeno 700 miliardi di euro l’anno entro il 2030.
La Bussola ricorda che ci sono circa 300 miliardi di euro che finiscono fuori dai confini europei ogni anno, di cui molti attratti da maggiori opportunità di profitto al di là dell’Atlantico. E i rapporti tra Washington e Bruxelles sembrano destinati a infiammarsi, di certo non a trovare un punto d’incontro per le esigenze dell’industria europea.
Molti di questi miliardi dovrebbero comunque finire nella Difesa Europea, per la quale si aspetta il Libro bianco promesso nei primi 100 giorni del suo mandato da von der Leyen. E dunque nel rilancio di un modello di guerra, non di sostegno ai lavoratori, che dovranno lottare per ribaltare questi indirizzi.
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12/01/2025
Come la Cina sta trasformando il mercato automobilistico globale
La forza del mercato cinese
La Cina rappresenta attualmente il più grande mercato mondiale per le immatricolazioni di nuove auto. Nel 2023, le vendite hanno sfiorato i 25 milioni di unità, con una proiezione che le porterà a superare i 29 milioni entro il 2027. Questo straordinario volume di vendite si accompagna a un tasso di motorizzazione per abitante ancora relativamente basso, il che suggerisce un ampio margine per una futura espansione.
Non si tratta solo di quantità, ma anche di innovazione: la Cina si è posizionata come leader nella transizione verso veicoli sostenibili, investendo enormi risorse nel settore dei veicoli elettrici e delle tecnologie associate.
Il dominio nei veicoli elettrici
Con circa 10 milioni di veicoli a nuova energia (NEV) prodotti nel 2023, la Cina è diventata il principale attore globale in questo mercato in fase di espansione. La domanda interna cinese è altrettanto impressionante, con oltre il 35% delle auto vendute nel paese che appartiene alla categoria dei NEV. Questo risultato è stato possibile grazie al sostegno mirato del governo, che ha incentivato la ricerca e lo sviluppo, la costruzione di infrastrutture di ricarica e la riduzione dei costi di produzione.
Le case automobilistiche cinesi come BYD, Nio e Geely sono ormai protagoniste a livello internazionale, distinguendosi per la loro capacità di combinare prezzi competitivi con prodotti di qualità sempre più elevata.
L’espansione internazionale
Le case automobilistiche cinesi non si limitano a dominare il mercato domestico: nel 2023, la Cina è diventata il primo esportatore mondiale di veicoli, superando anche il Giappone. Le esportazioni hanno raggiunto i 4,91 milioni di unità, di cui 1,2 milioni erano veicoli elettrici, con una crescita annua straordinaria del 77%.
L’ingresso dei produttori cinesi nel mercato europeo, in particolare, sta creando una concorrenza sempre più serrata per i produttori tradizionali. Marchi come BYD stanno guadagnando terreno grazie a una combinazione di prezzi accessibili e tecnologie avanzate, approfittando della crescente domanda di veicoli sostenibili.
La crisi per i produttori occidentali
Mentre la Cina avanza, molte case automobilistiche occidentali stanno registrando un calo significativo delle vendite. General Motors, ad esempio, ha visto le sue vendite in Cina passare da oltre 4 milioni di unità nel 2017 a meno di 2 milioni nel 2024. Un destino simile è toccato a Volkswagen, che ha perso una fetta significativa del suo mercato nel paese ed è stata costretta a chiudervi tre impianti produttivi.
Questa difficoltà è dovuta a una combinazione di fattori: l’aumento della competitività dei marchi cinesi, i costi più elevati di produzione in Europa e negli Stati Uniti e una transizione più lenta verso i veicoli elettrici, a causa di scarsi investimenti nella ricerca.
Le sfide per il futuro
La rapida ascesa della Cina nel mercato automobilistico globale rappresenta una sfida strategica per i produttori occidentali. I governi europei e statunitense al momento si sono limitati a proteggere le proprie industrie con l’introduzione di tariffe doganali sulle importazioni ma tali misure protezionistiche potrebbero non essere sufficienti a contrastare la perdita di competitività.
Per risalire la china i marchi automobilistici europei, invece di destinare i profitti interamente ai dividendi come i 4,2 miliardi liquidati da Stellantis nel 2022, dovranno accelerare gli investimenti in ricerca e sviluppo, ridurre i costi di produzione a partire da quelli energetici che stanno tornando a salire proprio in queste settimane sotto l’azione della speculazione finanziaria. Mentre dal lato pubblico, sarà decisiva la capacità dei governi di tornare a programmare serie politiche industriali e di creare le condizioni per lo sviluppo della ricerca, in un contesto globale complesso e in rapida evoluzione come quello attuale, dove l’innovazione e la sostenibilità rappresentano le nuove priorità.
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24/12/2024
L’apocalisse economica dell’Europa è ora
Il 2025 non sarà un buon anno. I tanti segnali di crisi non hanno fin qui spaventato decisori politici e aziende europee al punto da definire con chiarezza l’entità dei problemi, le loro cause e quindi – tanto meno – le possibili soluzioni.
Ma unendo i punti delle diverse crisi, viene fuori un’immagine con poche speranze di allegria.
Consigliamo la lettura dell’analisi fatta in questi giorni da Matthew Karnitschnig – giornalista austro-americano, su Politico – proprio perché riassume bene l’interconnessione tra le diverse crisi europee.
Naturalmente non condividiamo affatto la sua visione d’insieme, classicamente neoliberista, né quindi le “soluzioni” che lascia trapelare (“gli europei lavorano troppo poco”, ad esempio), ma questa analisi resta importante per capire cosa sta finendo di distruggere il Vecchio Continente e quanto sia praticamente impossibile che questo declino si inverta prima di arrivare alla logica conclusione.
Sotto accusa, senza neanche nominarlo esplicitamente, è il modello di sviluppo adottato dalla Germania e poi imposto a tutta l’Unione Europea: il mercantilismo, ossia l’adozione del modello di crescita fondato sulle esportazioni.
I nostri lettori più attenti conoscono bene le nostre critiche sociali ed economiche in merito – salari fermi o in regresso, ridisegno delle filiere produttive continentali ad esclusivo vantaggio di quelle tedesche, politiche di austerità che hanno bloccato l’intervento pubblico nella produzione (mentre le aziende preferivano massimizzare con poco sforzo di innovazione tecnologica i vantaggi del modello export oriented), svalutazione dei percorsi formativi di qualsiasi livello e delle università (i “diplomifici” online sono solo l’ultima vergogna di questo processo) e quindi anche un rallentamento drastico della ricerca scientifica (peraltro sistematicamente de-finanziata anche nel settore pubblico).
Il tutto è riassumibile nell’assenza totale di qualsiasi orientamento pubblico (statale o comunitario) che andasse al di là dell’occhiuta sorveglianza di “regole di bilancio” così perfette – sulla carta – da esser sempre state violate da quasi tutti i paesi membri. Ora che tocca anche alla Germania, come si dice, il re è nudo.
Come sintetizza Karnitschnig, tutto questo “ha funzionato... finché non ha funzionato più”. “Il pilota automatico”, alla fine, ci ha portato contro gli scogli...
Molto interessante, ancorché detta di sfuggita, la valutazione di quanto questo modello economico, nel riuscito tentativo di prolungare la propria esistenza senza grandi cambiamenti, abbia contribuito a conquistare l’Est europeo veicolando anche l’allargamento della Nato. Fino ad incontrare la barriera russa...
Nelle analisi sull’espansione della Nato, fatte a sinistra, ci si concentra in effetti fin troppo spesso sul bisogno degli Stati Uniti di rafforzare la propria egemonia portando sempre più ad est le proprie basi militari. Karnitschnig – certo involontariamente – rimette invece al centro quelle ragioni “strutturali” che ogni allievo di Marx dovrebbe ricordare a memoria.
La “conquista dell’Est” è avvenuta secondo il format messo a punto nella riunificazione tedesca (l’Anschluss, secondo la brillante definizione di Vladimiro Giacché), e il suo successo era fondato su pochi ma decisivi pilastri: basso costo dell’energia grazie al gas russo, bassi salari per popolazioni di lavoratori comunque istruite e immediatamente inseribili nel ciclo produttivo, immagine vincente dell’Occidente sul resto del mondo (rafforzato da guerre asimmetriche contro avversari enormememente più deboli), superiorità tecnologica (ma solo nei settori maturi, come l’automotive).
Il legame tra successo ed espansione è quindi solare: solo allargando ulteriormente lo spazio da annettere all’Europa capitalistica (e dunque anche alla Nato) quel modello poteva prolungare la propria vita senza troppi scossoni.
Si comprende meglio, a questo punto, cosa volesse dire Mario Draghi a un anno dall’inizio della guerra in Ucraina, quando affermava quasi ogni giorno che “La brutale invasione russa dell’Ucraina non era un atto di follia imprevedibile, ma un passo premeditato di Vladimir Putin e un colpo intenzionale per l’Ue. I valori esistenziali dell’Unione europea sono la pace, la libertà e il rispetto della sovranità democratica, ed è per questo che non c’è alternativa per gli Stati Uniti, l’Europa e i loro alleati se non garantire che l’Ucraina vinca questa guerra, o per l’Ue sarà la fine”.
Sfrondata dalla retorica sui presunti “valori” (si è visto quanto fossero concreti quando Israele, con il supporto di tutto l’Occidente, ha cominciato la sua opera di genocidio in Palestina e di aggressione a tutto il Medio Oriente), Draghi faceva coincidere il successo della UE con la possibilità di proseguire l’espansione ad Est, annettendo anche l’Ucraina... e poi si sarebbe visto.
Si comprende dunque meglio, anche, la “strana” condiscendenza europea verso l’aggressività statunitense persino quando questa demoliva asset e relazioni fondamentali per quel “modello europeo” (ad esempio il silenzio e il depistaggio di fronte alla distruzione del gasdotto North Stream, i cui autori sono stati individuati dalla magistratura tedesca nei servizi segreti ucraini, supportati da Usa, Norvegia e Gran Bretagna).
In altri termini la competizione latente tra Usa ed “Europa” poteva svilupparsi solo se la seconda poteva continuare a crescere... ma sempre sotto l’ombrello militare statunitense. Fermata l’espansione, finita anche la competizione, resta solo la subordinazione.
Ciò contribuisce in parte anche a spiegare perché, all’interno dell’Unione Europea, la sofferenza popolare venga capitalizzata per ora soprattutto dall’estrema destra sotto gli slogan di un nazionalismo d’altri tempi e perché questa crescita venga catalogata come “filo-putiniana” anche quando si divide in modo decisamente netto tra “atlantisti-europeisti” (Meloni, l’olandese Wilders, i polacchi di quasi tutti i partiti, ecc) e ben poco attendibili “pacifisti” (Orbàn, AfD tedesca, il rumeno Georgescu, ecc.).
Orbàn, da questa angolazione, ha fatto davvero scuola mentre i “democratici” guerrafondai lo criticavano soltanto per il controllo sulla magistratura o le idiozie contro la “cultura gender”.
Se il sedicente “progressismo liberale” ha condotto sull’orlo del baratro e della guerra, e continua a spingere sul trinomio “austerità, guerra e svuotamento della democrazia”, non c’è da troppo da stupirsi che gli ultradestri peggiori conquistino un ruolo importante.
Anche perché i difetti strutturali del modello export oriented sono usciti alla luce del sole: fine della superiorità tecnologica nel principale dei settori maturi (l’automotive cinese è di anni più avanti, ormai), crescita esponenziale del costo dell’energia, restrizione fatale del mercato interno (i bassi salari vanno bene per esportare, ma quando l’export si ferma nessuno lo può sostituire), inesistenza nei settori-guida del presente e del futuro (informatica, piattaforme, intelligenza artificiale, ecc.).
Il tutto sotto la spada di Damocle di una popolazione che invecchia, una conclamata crisi demografica (in Italia nascevano oltre un milione di neonati nel 1964, solo 380mila nel 2023), del declino cognitivo di gran parte della popolazione (il 33% non comprende quello che legge), della “fuga dei cervelli”...
Nonché dell’impossibilità di compensare con un’immigrazione che non mette a disposizione competenze già formate altrove (com’era avvenuto con l’Est post-sovietico), non viene accolta con politiche di formazione-integrazione e dunque si trasforma in un ulteriore “problema di ordine pubblico” che ha favorito il risorgere del razzismo fascista (specializzato nel risolvere a chiacchiere i “problemi di cronaca”, ma senza soluzioni per quelli “di sistema”).
Su questo continente alle corde si abbatterà ora anche il “ciclone Trump”, ovvero il bisogno degli Stati Uniti di “confermare il proprio standard di vita” sottraendo risorse ad altri. Lo stop nell’espansione ad Est vale però anche per Washington, che reagisce imponendo dazi o minacciandone di nuovi, pretende un aumento delle spese militari (a tutto vantaggio delle proprie industrie) e acquisti più massicci di petrolio e gas (a prezzi quadrupli rispetto a quelli russi). Insomma, declassando l’Europa da predatore secondario a preda.
Non stupisce perciò l’altra sintesi proposta da Karnitschnig: “bloccati nel XIX secolo”, quindi destinati a soccombere.
Sappiamo bene come l’establishment europeo presuma di uscire da questa tenaglia: trasformando ogni cittadino del continente in un “soldato” della produzione e/o dell’esercito (con parecchi problemi derivanti proprio dalla crisi demografica, che non mette a disposizione “forze fresche” da gettare nelle trincee né nelle fabbriche che chiudono), salutando definitivamente ogni pretesa di “democrazia” e concentrando tutti i poteri verso l’esecutivo.
Che però a livello europeo non c’è, visto che la “Commissione von der Leyen” non può essere considerata tale neanche con uno sforzo di fantasia hollywoodiana...
Crisi nera, dunque. Ma è nell’esplodere delle crisi, nei “collassi di sistema”, che si crea lo spazio sociale e politico per rovesciare i rapporti di forza tra le classi e iniziare perciò a cambiare davvero il mondo.
Buona lettura (e buona lotta!).
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L’apocalisse economica dell’Europa è ora
Matthew Karnitschnig – Politico
L’Europa sta finendo il tempo
Con Donald Trump pronto a tornare alla Casa Bianca tra poche settimane e l’economia del continente in una crisi sempre più profonda, le fondamenta su cui si basa la prosperità della regione non stanno solo mostrando crepe: rischiano di crollare.
L’economia europea ha dimostrato una notevole resilienza negli ultimi decenni grazie all’espansione verso est del blocco e alla forte domanda dei suoi prodotti da parte di Asia e Stati Uniti. Ma con il rallentamento del boom economico cinese e le tensioni commerciali con Washington che offuscano il quadro dei rapporti transatlantici, i tempi d’oro sono chiaramente finiti.
I venti contrari economici che soffiano sul continente rischiano di trasformarsi in una tempesta perfetta nel prossimo anno, mentre un Trump senza freni punta l’Europa. Oltre a imporre nuovi dazi su tutto, dal Bordeaux ai Brioni (i suoi completi italiani preferiti), il nuovo leader del mondo libero è certo di rafforzare la sua richiesta che i paesi della NATO contribuiscano di più alla loro difesa o perdano la protezione americana.
Ciò significa che le capitali europee, già impegnate a contenere deficit in crescita in mezzo a un calo delle entrate fiscali, dovranno affrontare ulteriori pressioni finanziarie, che potrebbero innescare nuove turbolenze politiche e sociali.
Le recessioni e le guerre commerciali possono andare e venire, ma ciò che rende questo momento così pericoloso per la prosperità del continente riguarda la più grande verità scomoda: l’UE è diventata un deserto dell’innovazione.
Sebbene l’Europa abbia una ricca storia di invenzioni straordinarie, comprese scoperte scientifiche che hanno dato al mondo tutto, dall’automobile al telefono, dalla radio alla televisione e ai prodotti farmaceutici, si è ridotta a un ruolo di comprimaria.
Un tempo sinonimo di tecnologia automobilistica all’avanguardia, oggi l’Europa non ha nemmeno un modello tra le 15 auto elettriche più vendute. Come ha sottolineato l’ex primo ministro e banchiere centrale italiano Mario Draghi nel suo rapporto recente sulla perdita di competitività dell’Europa, solo quattro delle 50 principali aziende tecnologiche mondiali sono europee.
Se l’Europa continuerà sulla traiettoria attuale, il suo futuro sarà quello dell’Italia: un museo a cielo aperto, decadente, per quanto bello, pieno di debiti, destinato ai turisti americani e cinesi.
“Stiamo vivendo un periodo di rapido cambiamento tecnologico, guidato in particolare dai progressi nell’innovazione digitale, e, a differenza del passato, l’Europa non è più all’avanguardia”, ha detto a novembre la presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Christine Lagarde.
Parlando presso il medievale Collège des Bernardins a Parigi, Lagarde ha avvertito che il modello sociale europeo, tanto celebrato, sarà a rischio se non si cambia rapidamente rotta.
«Altrimenti, non saremo in grado di generare la ricchezza necessaria per affrontare l’aumento delle spese indispensabili per garantire la nostra sicurezza, combattere il cambiamento climatico e proteggere l’ambiente», ha detto.
Draghi, che ha presentato il suo rapporto alla Commissione Europea a settembre, è stato più diretto: «Questa è una sfida esistenziale».
Infrastrutture inadeguate
Sfortunatamente, riparare l’infrastruttura economica dell’Europa è più facile a dirsi che a farsi.
Con Donald Trump alla Casa Bianca e i Repubblicani al controllo di entrambe le camere del Congresso, l’Europa non è mai stata così esposta ai capricci della politica commerciale americana.
Se Trump darà seguito alla sua minaccia di imporre dazi fino al 20% sulle importazioni dal continente, l’industria europea subirà un colpo devastante. Con oltre 500 miliardi di euro di esportazioni annuali verso gli Stati Uniti dall’UE, l’America è di gran lunga la destinazione più importante per i beni europei.
Per qualche motivo, l’Europa sembra aver fatto poco per prepararsi al ritorno di Trump. La prima risposta della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen alla sua rielezione è stata quella di suggerire che l’Europa acquisti più gas naturale liquefatto (LNG) dagli Stati Uniti. Questo potrebbe compiacere Trump per un po’, ma non rappresenta certo una strategia.
«Il fallimento dei leader europei nell’imparare le lezioni dalla prima presidenza Trump ora ci sta perseguitando», dice Clemens Fuest, presidente dell’Istituto Ifo con sede a Monaco, un importante think tank economico.
Fuest avverte che Trump potrebbe non essere una cattiva notizia su tutta la linea per l’UE. Se, ad esempio, darà seguito ai suoi piani per rinnovare massicci tagli fiscali per i ricchi e imporre nuovi dazi, l’inflazione negli Stati Uniti potrebbe aumentare, costringendo a un rialzo dei tassi di interesse. Questo rafforzerebbe il dollaro, favorendo gli esportatori europei quando convertono i loro ricavi americani in euro.
Trump potrebbe anche essere aperto a una più ampia negoziazione commerciale con l’Europa per evitare del tutto un nuovo giro di dazi.
Tuttavia, il sentimento generale dell’industria europea nei confronti del nuovo presidente è di apprensione, in gran parte perché i dirigenti ricordano bene il passato.
Nel 2018, Trump ha imposto dazi su acciaio e alluminio europei che sono ancora in vigore. L’attuale presidente americano Joe Biden ha concordato di sospendere tali dazi fino a marzo 2025, preparando il terreno per un nuovo scontro con Trump nelle prime settimane della sua nuova amministrazione. I banchieri centrali europei stanno già avvertendo che un nuovo ciclo di dazi potrebbe riaccendere l’inflazione e minare in modo fondamentale il commercio globale.
«Se il governo degli Stati Uniti darà seguito a questa promessa, potremmo assistere a un punto di svolta significativo nel modo in cui viene condotto il commercio internazionale», ha detto recentemente Joachim Nagel, presidente della Bundesbank tedesca.
Problemi di fondo
Sfortunatamente, Trump è solo un sintomo di problemi molto più profondi.
Anche se l’UE è concentrata su Trump e su cosa potrebbe fare in futuro, per quanto riguarda l’economia europea, non è lui il vero problema. In definitiva, con le sue continue minacce di dazi e il suo stile ‘bombastico’, non fa altro che sollevare il velo sul fragile modello economico dell’Europa.
Se l’Europa avesse basi economiche più solide e fosse più competitiva con gli Stati Uniti, Trump avrebbe poco margine di manovra sul continente.
Il divario tra Europa e Stati Uniti in termini di competitività economica dall’inizio del secolo è impressionante. Il gap del PIL pro capite, ad esempio, è raddoppiato, secondo alcune metriche, arrivando al 30%, principalmente a causa della più bassa crescita della produttività nell’UE.
In parole semplici, gli europei lavorano troppo poco. Un lavoratore tedesco medio, ad esempio, lavora oltre il 20% di ore in meno rispetto ai suoi omologhi americani.
Un’altra causa della scarsa produttività europea è il fallimento del settore aziendale nell’innovare.
Secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), le aziende tecnologiche statunitensi investono in ricerca e sviluppo più del doppio rispetto alle loro controparti europee. Mentre le aziende statunitensi hanno registrato un aumento della produttività del 40% dal 2005, la produttività nel settore tecnologico europeo è rimasta stagnante.
Questo divario si riflette anche nel mercato azionario: mentre le valutazioni di mercato statunitensi sono più che triplicate dal 2005, quelle europee sono aumentate solo del 60%.
«L’Europa sta perdendo terreno nelle tecnologie emergenti che guideranno la crescita futura», ha detto Lagarde nel suo discorso a Parigi.
È un eufemismo. L’Europa non sta solo perdendo terreno, non è nemmeno davvero in gara.
Al vertice UE di Lisbona nel 2000, i leader si impegnarono a rendere «l’economia europea la più competitiva al mondo». Un pilastro chiave della cosiddetta Strategia di Lisbona era «un salto decisivo negli investimenti per l’istruzione superiore, la ricerca e l’innovazione».
Un quarto di secolo dopo, l’Europa non solo non ha raggiunto il suo obiettivo, ma è rimasta ben indietro rispetto a Stati Uniti e Cina.
L’Europa non è mai riuscita nemmeno a raggiungere il suo scopo di spendere il 3% del PIL del blocco in ricerca e sviluppo (R&D), il principale motore dell’innovazione economica. Di fatto, la spesa per la ricerca da parte delle aziende europee e del settore pubblico rimane ferma al 2% circa, lo stesso livello del 2000.
Le università europee sarebbero un luogo naturale per dare slancio a innovazione e ricerca, ma anche qui il continente è in ritardo.
Tra le migliori università globali valutate da Times Higher Education, solo un’istituzione dell’UE è entrata nella top 30: la Technical University di Monaco, che si è classificata al 30° posto.
L’investimento europeo in R&D «non è solo troppo basso, ma una parte sostanziale fluisce nelle aree sbagliate», ha detto Clemens Fuest dell’Ifo.
Il segreto nascosto
È qui che entra in gioco la Germania. Il segreto poco noto della spesa europea per l’R&D è che la metà di essa proviene dalla Germania. E la maggior parte di questi investimenti si concentra in un solo settore: l’automotive.
Sebbene ciò possa sembrare ovvio dato il peso del settore (il fatturato annuale dell’industria automobilistica tedesca sfiora i 500 miliardi di euro), non è lì che si ottengono i maggiori ritorni sugli investimenti. Questo perché le innovazioni nel settore automobilistico, come il miglioramento dell’efficienza del motore, sono incrementali.
In altre parole, le aziende stanno letteralmente reinventando la ruota, invece di creare nuovi prodotti, come un iPhone o Instagram, che aprirebbero nuovi mercati.
Se non altro, l’Europa è stata coerente. Nel 2003, i maggiori investitori aziendali in R&D nell’UE erano Mercedes, VW e Siemens. Nel 2022, erano Mercedes, VW e Bosch.
Nel complesso, puntare tutto su un unico settore ha funzionato... finché non ha funzionato più. Sebbene l’Europa rappresenti oltre il 40% della spesa globale in R&D nel settore automobilistico, i rinomati produttori tedeschi hanno comunque perso il treno delle auto elettriche.
Questo fallimento è al centro della crisi economica tedesca, come dimostra il recente annuncio di VW di chiudere alcuni impianti tedeschi per la prima volta nella sua storia.
Il dominio del settore automobilistico tedesco è a rischio poiché la riluttanza a investire nei veicoli elettrici ha spinto altri – in particolare Tesla e numerosi produttori cinesi – a colmare il vuoto. Mentre queste aziende hanno investito pesantemente nella tecnologia delle batterie e acquisito preziosi brevetti, i tedeschi hanno lavorato per perfezionare il motore diesel. Non è andata bene.
La crisi nell’industria automobilistica tedesca è solo la punta dell’iceberg. Il paese sta lottando per affrontare altre sfide complesse che stanno prosciugando il suo potenziale economico. La più grande: una combinazione devastante di una società che invecchia rapidamente e una carenza di lavoratori altamente qualificati.
Molti in Germania speravano che l’afflusso di rifugiati degli ultimi anni avrebbe alleviato questa pressione. Il problema è che pochi rifugiati hanno il background educativo e le competenze necessarie per occupare posti di lavoro altamente qualificati nelle aziende tedesche.
Detto ciò, al ritmo con cui le aziende industriali tedesche stanno licenziando lavoratori, la carenza di manodopera potrebbe presto risolversi, anche se non in modo positivo. Nelle ultime settimane, VW, Ford e ThyssenKrupp, tra gli altri, hanno annunciato decine di migliaia di licenziamenti.
Di fronte ad alcuni dei costi energetici più alti al mondo, a manodopera costosa e a normative gravose, molte grandi aziende tedesche stanno semplicemente trasferendosi in altre regioni. Secondo un recente sondaggio della DIHK, quasi il 40% delle aziende industriali tedesche sta considerando di trasferirsi altrove.
Veronika Grimm, membro del Consiglio di esperti economici tedeschi, un panel apartitico che consiglia il governo tedesco, sostiene che l’unico modo per invertire il declino del paese sia perseguire riforme strutturali fondamentali per incoraggiare gli investimenti.
«La situazione è piuttosto cupa», ha detto Grimm il mese scorso dopo la pubblicazione dell’analisi annuale del Consiglio sullo stato dell’economia tedesca.
Bloccati nel XIX secolo
Come economia più grande dell’UE, le difficoltà economiche della Germania si ripercuotono su tutto il blocco. Questo è particolarmente vero nell’Europa centrale e orientale, che negli ultimi decenni è diventata di fatto il piano produttivo per i produttori tedeschi di auto e macchinari.
Se acquistate una Mercedes, una BMW o una VW, è probabile che il motore o il telaio siano stati prodotti in Ungheria, Slovacchia o Polonia.
Ciò che rende così difficile risolvere la crisi dell’industria automobilistica tedesca per l’Europa è che il continente non ha altri settori su cui fare affidamento.
Anche qui, il contrasto con gli Stati Uniti è netto.
Nel 2003, i maggiori investitori aziendali in ricerca e sviluppo negli USA erano Ford, Pfizer e General Motors. Due decenni dopo, sono Amazon, Alphabet (Google) e Meta (Facebook).
Dato il dominio di questi attori e del resto della Silicon Valley nel mondo tecnologico, è difficile immaginare come il settore tecnologico europeo possa mai competere nello stesso campionato, per non parlare di recuperare terreno.
Una ragione è il denaro. Le startup statunitensi sono generalmente finanziate attraverso il venture capital. Ma il pool di venture capital in Europa è una frazione di quello statunitense. Nell’ultimo decennio, le società di venture capital statunitensi hanno raccolto 800 miliardi di dollari in più rispetto ai loro concorrenti europei, secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI).
Invece di investire nel futuro, gli europei preferiscono lasciare i propri soldi in contanti in banca, dove circa 14 trilioni di euro dei risparmi degli europei vengono lentamente erosi dall’inflazione.
«I modesti pool di venture capital in Europa stanno privando le startup innovative di investimenti, rendendo più difficile stimolare la crescita economica e migliorare gli standard di vita», hanno concluso un team di analisti dell’FMI in una recente analisi.
Se quindi automobili e IT sono esclusi, l’UE potrebbe affidarsi alle tecnologie del XIX secolo in cui ha sempre eccelso, come macchinari e treni, giusto?
Purtroppo, qui entrano in gioco i cinesi.
Il numero di settori in cui le aziende cinesi competono direttamente con quelle della zona euro, molte delle quali produttrici di macchinari, è passato da circa un quarto nel 2002 a due quinti oggi, secondo una recente analisi della BCE.
Peggio ancora, i cinesi sono estremamente aggressivi sui prezzi, il che ha contribuito a una significativa riduzione della quota dell’UE nel commercio globale.
La politica dello struzzo
Con l’Europa alle prese con una crescita stagnante, una competitività in calo e tensioni con Washington – solo per citare alcuni dei problemi – ci si potrebbe aspettare un vivace dibattito pubblico su un’ampia agenda di riforme.
Magari fosse così. Il rapporto di Draghi ha ottenuto circa un giorno di copertura nei principali media del continente per poi essere rapidamente dimenticato. Allo stesso modo, i continui allarmi lanciati da FMI e BCE cadono nel vuoto.
Probabilmente perché gli europei non stanno realmente avvertendo la criticità della situazione – almeno, non ancora.
Sebbene l’UE rappresenti una quota sempre più ridotta del PIL mondiale, guida tutte le classifiche globali quando si tratta della generosità dei sistemi di welfare dei suoi membri.
Tuttavia, con il peggiorare delle prospettive economiche della regione, gli europei potrebbero ricevere una brusca sveglia. Paesi come la Francia, che quest’anno affronta un deficit di bilancio del 6% e del 7% nel 2025 – più del doppio del limite consentito nella zona euro – avranno difficoltà a mantenere uno stato sociale generoso.
Parigi spende attualmente oltre il 30% del PIL in spesa sociale, una delle percentuali più alte al mondo. Molti altri paesi dell’UE non sono lontani.
Se le fortune economiche dell’Europa non cambieranno presto, quei paesi si troveranno a dover prendere decisioni difficili, proprio come ha fatto la Grecia nel 2010, con l’aumento dei costi di indebitamento.
Il probabile risultato è una radicalizzazione della politica, come accaduto in Grecia durante la crisi del debito, con i populisti di estrema destra e sinistra che colgono l’opportunità di attaccare l’establishment.
Questa radicalizzazione è già in atto in diversi paesi, il più preoccupante dei quali è la Francia. Il successo delle frange estremiste è tanto più inquietante se si considera che il peggio della sofferenza economica deve probabilmente ancora arrivare.
Il problema è che, quando gli europei si sveglieranno di fronte alla nuova realtà, potrebbe essere troppo tardi per fare qualcosa.
Fonte
13/10/2024
La variante Draghi
Circa tre settimane fa è stato pubblicato l’atteso Rapporto sul futuro della competitività europea, ad opera dell’ex Presidente di: Banca d’Italia, Banca Centrale Europea, del Consiglio italiano, Mario Draghi. Presentato da molti come un faro di luce che illumina con lungimiranza il tetro destino di un’Europa bloccata tra le pastoie dei suoi conflitti interni e di un’irragionevole austerità, il rapporto Draghi ci offre spunti molto interessanti per comprendere gli scenari che il capitalismo europeo si trova ad affrontare. In un certo senso il Rapporto rappresenta plasticamente una delle diverse varianti dell’applicazione del neoliberismo nell’Unione europea di oggi.
Il Rapporto prende spunto dal crescente divario nei tassi di crescita dell’Europa e degli Stati uniti, riconducendolo ad una progressiva erosione della competitività del tessuto produttivo europeo in favore dei principali concorrenti internazionali, un fenomeno causato, principalmente, da un declino della produttività europea.
Tale declino dipenderebbe da un ritardo delle imprese europee sul fronte tecnologico e da un assetto industriale europeo eccessivamente frammentato: mentre in Europa si scontrano oligopoli nazionali, i mercati americani e cinesi sono dominati da giganteschi monopolisti che, sfruttando l’ampia scala di produzione che deriva da un mercato di sbocco grande quanto un continente, raggiunge livelli produttivi tali da consentire e giustificare spese di investimento che in Europa appaiono impossibili da realizzare.
Il Rapporto Draghi è fitto di numeri ed esempi concreti di questo ritardo del capitalismo europeo rispetto agli Stati Uniti e al cospetto dell’incombente “minaccia cinese”. A fronte delle difficoltà europee, il rapporto invoca “cambiamenti radicali” che dovrebbero riguardare principalmente tre aree: innovazione tecnologica e struttura industriale; gestione della transizione verde; difesa.
1. Innovazione tecnologica e struttura industriale: lode del monopolio… privato!
Il rapporto analizza con dovizia di dettagli i numeri dell’arretratezza tecnologica europea. Vale la pena citarne qualcuno. Non esistono imprese europee di recente creazione con una capitalizzazione di mercato superiore a 100 miliardi di euro, mentre tutte e sei le imprese USA con una valutazione superiore a 1.000 miliardi di euro sono state create negli ultimi anni. Inoltre, le imprese europee investono 270 miliardi di euro in meno delle loro concorrenti statunitensi in un anno in Ricerca & Sviluppo. Del resto, ci informa il rapporto, solo quattro delle cinquanta principali imprese tecnologiche globali sono europee.
Ed ancora, le tre principali imprese per investimenti in ricerca e sviluppo in Europa sono, da vent’anni a questa parte, imprese del settore automotive. Negli Stati Uniti questa struttura produttiva ha caratterizzato i primi anni Duemila, mentre oggi i tre principali investitori in ricerca e sviluppo sono concentrati sulle nuove tecnologie.
All’origine di questo problema c’è, secondo Draghi, una eccessiva staticità della struttura industriale dell’Europa, che crea un circolo vizioso di bassi investimenti e bassa innovazione, nonché una scarsa capacità delle imprese europee nel passare dall’innovazione pura alla commercializzazione dell’innovazione. Questo limite viene collegato alla eccessiva distanza che separerebbe le università europee dal settore produttivo e finanziario, cioè dal basso grado di sviluppo di reti di ricerca, capaci di veicolare l’innovazione verso il mercato (di qui un implicito consenso al cavallo di battaglia neoliberista dell’aziendalizzazione della formazione).
Le imprese europee soffrirebbero, inoltre, di una regolamentazione che impedisce loro di superare l’attuale frammentazione, come dimostra il caso dei cosiddetti “unicorni”, il fenomeno delle startup che hanno raggiunto una capitalizzazione di almeno 1 miliardo di dollari: tra il 2008 e il 2021 il 30% degli “unicorni” fondati in Europa ha trasferito la sede negli Stati Uniti, a riprova della maggiore attrattiva, per il profitto, dell’area USA rispetto all’UE.
Draghi denuncia, quindi, il rischio di restare ancorati alle tecnologie e ai settori tradizionali del secolo scorso, che caratterizzano le principali imprese europee, incapaci di evolvere verso i settori di punta del capitalismo come l’intelligenza artificiale (in particolare di tipo generativo), servizi di cloud computing e gestione dati, e i computer quantistici.
Alla base di tutto, secondo Draghi, vi sarebbe un problema di dimensione (troppo piccola) e frammentarietà delle imprese europee. La soluzione, va da sé, sarebbe l’aumento della dimensione e l’accorpamento. Si tratta di un tema vecchio quanto il capitalismo, trattato magistralmente da apologeti e critici di questo sistema economico da almeno un secolo e mezzo. Il capitalismo tende, per sua stessa natura, alla concentrazione, ovvero alla riduzione del numero di imprese e all’accrescimento della loro dimensione, in una logica spietata per cui i pesci grandi tendono a fagocitare i piccoli. Questo avviene sia all’interno degli spazi nazionali sia, a maggior ragione, nella dimensione globale. È la parabola che porta ciclicamente e non in modo lineare, con fasi a volte contraddittorie dovute a fattori politici ed istituzionali, da un capitalismo più competitivo ad un capitalismo a tendenze monopolistiche.
Negli ultimi decenni l’accesa competizione globale ha, con tutta evidenza, messo in difficoltà le piccole e medie imprese e persino molte grandi imprese non all’altezza della dimensione crescente degli omologhi concorrenti stranieri. Di fronte ad un simile scenario, che facilita l’insorgere di crisi e il declino economico delle aree che non reggono la concorrenza globale, due sono gli approcci possibili e Draghi ne ha scelto chiaramente uno.
Il primo approccio, che piace a Draghi, è lo scenario della piena accettazione della logica competitiva e privatistica del capitalismo, nonché della regola generale della globalizzazione capitalistica che viene messa in discussione non come paradigma generale ma soltanto nella misura in cui lede il profitto delle imprese europee. La competizione internazionale, secondo questa ricetta, andrebbe affrontata attraverso il rafforzamento di colossi industriali privati capaci di tener testa ai concorrenti globali e generare così profitti da capogiro. Una ricetta che produrrebbe, in un’Europa già funestata da terribili e crescenti disuguaglianze, una ulteriore concentrazione delle risorse economiche in pochissime mani.
Se è vero che Draghi mette in risalto i limiti dimostrati dalla globalizzazione, sia dal punto di vista delle disuguaglianze (che menziona, strumentalmente) che dal punto di vista della competizione internazionale (punto che realmente suscita il suo interesse), tuttavia ne accetta pienamente il quadro di fondo, quello basato sulla competizione sfrenata e sull’accumulazione di profitto su scala globale, senza alcuna preoccupazione per gli effetti sociali devastanti che questo paradigma genera.
Una ricetta opposta a quelle dell’ex presidente del consiglio italiano prevedrebbe, invece, una totale inversione di ottica. Dato l’assunto indubitabile che la dimensione delle imprese conta per lo sviluppo tecnologico e la capacità di investimento e innovazione, la soluzione al problema delle scarse dimensioni delle imprese nazionali ed europee dovrebbe essere un massiccio intervento pubblico nell’economia tramite uno Stato imprenditore, capace non solo di regolamentare il settore privato (oggi sempre più deregolamentato e alla mercé della concorrenza sfrenata), ma di intervenire direttamente da produttore di beni e servizi, superando così, insieme, il problema delle dimensioni delle imprese e dell’appropriazione privata della ricchezza. Alla proposta di Draghi di favorire grandi monopoli o semi-monopoli privati europei, va opposto il ripristino, a partire dai settori strategici e vitali per l’economia, di monopoli pubblici in grado di innovare e competere – laddove inevitabile nello scenario globale – e allo stesso tempo fornire beni e servizi alla collettività a prezzo di costo, redistribuendo così la ricchezza sociale dall’alto (le grandi imprese oligopolistiche) verso il basso (la collettività nel suo insieme). Nulla di nuovo persino all’interno del capitalismo, se si pensa che tutta la storia dello sviluppo industriale dal secondo dopo guerra fino agli anni ’70, in Italia e molti altri paesi europei, è una storia di forte intervento pubblico nell’economia e diffusi monopoli pubblici in un’ampia gamma di settori. Una storia fatta anche di, per quanto timidissimi, tentativi di protezione delle economie nazionali dagli effetti sociali devastanti della globalizzazione capitalistica. Una storia che Draghi ben conosce, essendone stato uno dei più entusiasti demolitori nel corso degli anni ’90, quando ebbe un ruolo di rilievo nel favorire il processo di privatizzazione e dismissione delle imprese statali, regalate ai capitali privati stranieri e non.
Se Draghi critica gli effetti asimmetrici della globalizzazione da cui deriverebbe il ritardo europeo, alla retorica della globalizzazione senza limite non oppone alcun protezionismo strategico volto alla difesa del tessuto sociale e produttivo interno, bensì il pragmatismo di una mera autonomia strategica tesa a conquistare l’indipendenza nei settori chiave e limitare le aperture a quelle materie prime critiche impossibili da acquisire per altre vie. In altre parole, Draghi rappresenta gli interessi del capitalismo europeo, suonando la sveglia rispetto alle esigenze in termini di maggiore concentrazione e ampliamento della dimensione delle aziende multinazionali europee. Una logica tutta interna alle esigenze del settore privato e del capitale, totalmente aliena rispetto alle ripercussioni sociali delle scelte di politica industriale, ma anche incapace di cogliere la rilevanza potenzialmente strategica delle aziende di Stato in questa nuova fase storica.
2. Decarbonizzazione e competitività: green purché con profitto.
Una simile prospettiva emerge sul tema della cosiddetta transizione verde. Il tema sollevato dal rapporto è evitare che la transizione indebolisca crescita e competitività delle imprese. Numeri alla mano, le imprese europee pagano, rispetto alle concorrenti statunitensi, il doppio o il triplo per l’energia elettrica e 4-5 volte in più per il gas. Qui verrebbe da dire: le avete volute voi le sanzioni e la guerra con la Russia e l’acquisto del ben più esoso gas made in USA ed ora piangete per il prezzo del gas. E questo senza contare il processo di privatizzazione e finanziarizzazione del settore energetico che ha subito negli ultimi decenni l’Italia (e non solo), che porta su di sé grandi responsabilità rispetto all’impatto asimmetrico della guerra sui prezzi a livello globale.
La conclusione di Draghi è che i carburanti fossili devono ancora svolgere un ruolo centrale nell’economia europea, per evitare che il passaggio a carburanti meno inquinanti abbia un impatto insostenibile sui profitti delle imprese. L’altro aspetto della transizione ecologica che interessa a Draghi è il business della decarbonizzazione: il Rapporto denuncia il rischio che la produzione di impianti di energia rinnovabile si sposti progressivamente in Cina, dove pochi grandi colossi producono a prezzi concorrenziali già auto elettriche e tecnologie green. Occorre, secondo Draghi, una vera e propria politica industriale, che assicuri la produzione europea dei mezzi di produzione delle energie rinnovabili.
Ancora una volta il modello dell’accumulazione privata è la bussola del piano. Nessun accenno alla possibilità di piani di investimento pubblico diretto per la transizione verde e piena compatibilità di tutta la sbandierata politica ambientale europea rispetto ai vincoli della concorrenza internazionale e del profitto.
Anche qui, una soluzione alternativa punta nuovamente sulle grandi partecipate pubbliche, uniche per dimensione che possono garantire la scala sufficiente a invertire il declino europeo in queste tecnologie chiave, garantendo lo spazio per rilocalizzare la produzione degli input e della componentistica indispensabile ad assicurare un certo grado di autonomia e, al contempo, che i benefici di questa strategia non finiscano in tasca a pochi ma vadano appannaggio della collettività.
Per farlo, però, le imprese statali devono liberarsi delle logiche puramente aziendalistiche assorbite negli ultimi decenni (con i dividendi di breve periodo che agiscono come variabile determinante delle scelte strategiche), riaffermando una visione di lungo periodo e che metta al centro la difesa dell’interesse collettivo, ambientale e sociale.
3. Difesa e autonomia, pronti per la guerra!
Una parte del rapporto è dedicato alla difesa comune. Dichiara Draghi: “La pace è il primo e più importante obiettivo dell’Europa. Ma…”, e dopo il “ma” chiarisce i termini dell’economia di guerra che prospetta: “Le minacce alla sicurezza fisica stanno aumentando e ci dobbiamo preparare.” E prosegue notando che, sebbene l’Unione europea sia seconda al mondo in termini di spesa militare, la sua industria militare non è affatto adeguata a quel livello di spesa a causa di un’eccessiva frammentazione che, di nuovo, riflette la divisione tra interessi nazionali. Un esempio? Mentre gli Stati Uniti combattono con una sola tipologia di carrarmato, in Europa operano dodici modelli diversi di tank. Uno spreco, dal punto di vista del profitto.
4. Un po’ di Keynes... per il profitto!
Un’ultima caratteristica del Rapporto risiede nella sua attenzione ai costi dei cambiamenti prospettati, stimati con molta precisione.
Il Rapporto stima che, per colmare il divario tecnologico e procedere in modo realistico alla decarbonizzazione dell’economia, l’Europa dovrebbe aumentare gli investimenti del 5% del PIL, a livelli che non si vedono nel Vecchio Continente dagli anni Sessanta e Settanta: basti pensare che il Piano Marshall consentì un aumento degli investimenti di circa il 2% del PIL.
Dunque, all’Europa servirebbero circa 800 miliardi di euro all’anno per realizzare gli obiettivi declinati nel Piano. Ricordiamo che, in seguito alla crisi pandemica, l’Unione europea ha messo in campo il più consistente sforzo finanziario della sua storia, il Next Generation EU, che si compone del Recovery and resilience facility (la fonte del nostro PNRR), ma anche di REACT-EU (coesione sociale), di Horizon Europe (ricerca), InvestEU (innovazione strategica), Just Transition Fund (transizione ecologica), e che finanzia nel suo complesso circa 750 miliardi di euro nell’arco di sei anni, sebbene sappiamo che le risorse annue aggiuntive concretamente messe a disposizione dal NGEU siano nell’ordine delle briciole. Di fronte alle cifre – pubbliche e private – ventilate dal Rapporto Draghi (800 miliardi) ci rendiamo conto della scala delle risorse necessarie a salvare il capitalismo europeo dalla propria scarsa competitività.
Da un lato Draghi osserva come parte dei finanziamenti possa provenire dal settore pubblico. Su questo aspetto il Rapporto sottolinea la presunta arretratezza della spesa pubblica europea, ancora concentrata sul sostegno all’agricoltura e sulle tradizionali politiche di coesione territoriale, fondi che secondo Draghi andrebbero destinati allo sviluppo della competitività delle imprese europee. Soldi pubblici da destinare, in piena coerenza con la visione già delineata, al settore produttivo privato.
Da un altro lato secondo l’ex banchiere europeo una parte degli 800 miliardi di fondi necessari dovrebbe provenire dal settore finanziario privato, superando il sistema banco-centrico e realizzando quell’unione di capitali che consentirebbe una maggiore diffusione della capitalizzazione azionaria, oggi marginale tra le imprese europee rispetto agli USA. Un disegno che lo stesso Draghi caldeggiava 30 anni orsono all’epoca delle grandi dismissioni dell’industria pubblica propagandando il mito dell’azionariato popolare, ovvero l’idea di far affluire i risparmi privati, ivi compresi quelli delle famiglie risparmiatrici di reddito medio, verso l’acquisto di azioni per andare così, a tutto rischio dei risparmi delle persone comune, a rifocillare il capitale sociale delle imprese.
Per concludere
Il rapporto Draghi, ridotto all’osso del suo significato più autentico, lungi dal rappresentare una soluzione keynesiana o “meno liberista” al neoliberismo e all’austerità dell’Europa, ne incarna una semplice variante. Una variante più pragmatica e insieme meno ancorata ai residui interessi nazionali che prevalgono nell’arena politica del continente. Una variante che contrappone un capitalismo semi-monopolistico dei colossi ad un capitalismo oligopolistico ormai marcescente e che propone una gestione più flessibile dell’austerità, orientata ad evitare il declino dei profitti tramite maggior spesa pubblica diretta alle tasche del settore produttivo privato.
10/09/2024
Rapporto Draghi: “Stato europeo oppure agonia”
Di fatto, quel che c’è scritto lì diventerà il programma di “riforme” continentali. Chi non è d’accordo (e saranno in molti, ci sembra di poter dire) dovranno lavorare parecchio per smussare i punti più pericolosi per i loro interessi. Come sempre, dipenderà dal peso politico ed economico dei diversi soggetti.
Andiamo con ordine.
Ovviamente Draghi parte dall’analisi della situazione europea attuale, segnata da un peggioramento drastico di tutti i fattori chiave per fare della UE un soggetto autonomo e centrale nello scacchiere internazionale.
La cautela politica gli impedisce comunque di chiamare le cose col loro nome o di indicare chiaramente le responsabilità di alleati o membri della UE.
Quasi comica la descrizione di come sia peggiorata la bolletta energetica continentale nell’arco di pochi mesi: “con la normalizzazione delle relazioni con la Russia, l’Europa è stata in grado di soddisfare la propria domanda di energia importata grazie ad ampi gasdotti, che hanno fornito circa il 45% delle importazioni di gas naturale dell’UE nel 2021. Ma questa fonte di energia relativamente a buon mercato è ora scomparsa, comportando un costo enorme per l’Europa. L’UE ha perso più di un anno di crescita del PIL e ha dovuto reindirizzare ingenti risorse fiscali verso i sussidi energetici e la costruzione di nuove infrastrutture per l’importazione di gas naturale liquefatto.”
Insomma, stavamo tanto bene con il gas russo a prezzi stracciati, ma adesso non ce l’abbiamo più. Silenzio sulle responsabilità Usa nello spingere l’espansione della Nato verso est per 30 anni di seguito (basta guardare la cartina e le date per capire di chi è “l’espansionismo”). Silenzio ancora più assoluto sui sabotatori materiali del gasdotto russo (i servizi segreti ucraini, secondo la magistratura tedesca).
Politicamente comprensibile, certo, ma chiaramente questi silenzi macroscopici – insieme a tanti altri – minano profondamente la pretesa di “scientificità” della diagnosi/prognosi stilata da SuperMario.
Detto questo, le “tre grandi trasformazioni” che sfidano l’Unione Europea sono comunque di dimensioni colossali, tali da definire il perimetro di una svolta strategica ad ampio spettro, da articolare con attenzione.
“La prima […] è la necessità di accelerare l’innovazione e trovare nuovi motori di crescita”. Facile a dirsi, tutt’altro che semplice a farsi in un continente che – parole di Draghi – “è bloccato in una struttura industriale statica, con poche nuove aziende che sorgono per sconvolgere le industrie esistenti o sviluppare nuovi motori di crescita. In effetti, non c’è nessuna azienda dell’UE con una capitalizzazione di mercato superiore a 100 miliardi di euro che sia stata creata da zero negli ultimi cinquant’anni”.
Silenzio sul perché la struttura industriale europea, per oltre 30 anni, abbia preferito “risparmiare” in ricerca e sviluppo, accontentandosi dei profitti facili garantiti dal modello export oriented imposto dalla Germania e dalla stessa UE, fondato sul congelamento dei salari, ossia sulla competitività di prezzo e non sull'innovazione del prodotto (che richiede forti investimenti).
Avrebbe insomma dovuto accusare la miopia dei paesi “frugali” e delle istituzioni UE di cui lui stesso è stato protagonista. Meglio glissare e indicare la necessità di uscire da questo cul de sac. Anche se qualche frecciatina se la consente: “La promozione della competitività non deve essere vista nel senso ristretto di un gioco a somma zero incentrato sulla conquista di quote di mercato globale e sull’aumento delle eccedenze commerciali. Inoltre, non dovrebbe portare a politiche di difesa dei “campioni nazionali” che possono soffocare la concorrenza e l’innovazione, o all’uso della repressione salariale per abbassare i costi relativi. La competitività oggi è meno legata al costo relativo del lavoro e più alla conoscenza e alle competenze rappresentate dalla forza lavoro”.
Un discorso che si allarga facilmente a tutte le politiche ottusamente perseguite da Maastricht in poi, indirizzate a sviluppare la “concorrenza interna all’area”, smantellare l’industria pubblica, vietare le concentrazioni industriali, ecc.
Altrettanto complicata la seconda “trasformazione”, che impone di “ridurre i prezzi elevati dell’energia proseguendo al contempo il processo di decarbonizzazione e di transizione a un’economia circolare”.
L’Europa è infatti a corto di risorse energetiche proprie e anche nel settore delle energie alternative, dove pure aveva un discreto posizionamento, sta venendo surclassata dalla Cina e altri soggetti. Per un ancora lungo periodo non potrà quindi fare a meno degli idrocarburi (e questo lascia grande spazio alle resistenze retrograde dei costruttori automobilistici), che però provengo da aree progressivamente più interessate da tensioni, guerre, sanzioni, autonomizzazioni strategiche (l’Africa, l’Arabia Saudita, l’Iran, ecc.), oltre che dal ben poco “amico americano” che ci vende il suo gas a quattro volte il prezzo russo.
“In terzo luogo, l’Europa deve reagire a un mondo geopolitico meno stabile, in cui le dipendenze stanno diventando vulnerabilità e non si può più contare su altri soggetti per la propria sicurezza” e quindi lanciare alla grande la spesa per armamenti, anche per imporre i propri interessi al di fuori del continente (in Africa, prima di tutto).
Qui come in altri campi il discorso è complicato dalla frammentazione (“in Europa vengono prodotti dodici diversi tipi di carri armati, mentre gli Stati Uniti ne producono solo uno”) e dalle gelosie-diffidenze tra ex potenze coloniali che si sono fatte la guerra per centinaia di anni. E anche il riarmo sta seguendo la stessa strada (ognun per sé), che mina alla radice le eventuali possibilità operative, necessariamente “unitarie”.
Stabilita l’inutilità di perder tempo sull’analisi delle cause reali della crisi di competitività, Draghi si getta a capofitto nel delineare le soluzioni. Di fatto, piuttosto classiche e ben poco innovative.
“Per competere” l’Unione Europea deve diventare un vero Stato centralizzato, per garantire che le decisioni siano prese rapidamente (“attualmente ci vogliono 19 mesi dalla proposta della Commissione all’approvazione del Parlamento”, sorvolando sul fatto che nelle “democrazie liberali” dovrebbe essere il Parlamento a fare da potere legislativo, non il governo).
Uno Stato che rispolvera il keynesismo militare e l’intervento pubblico, benedicendo “l’emissione di debito comune” (una bestemmia per le orecchie tedesche e olandesi), ma non certo a favore delle popolazioni. Servirebbe e servirà per sviluppare innovazione tecnologica, decarbonizzazione e soprattutto industria militare.
Il tutto al modico prezzo di 750-800 miliardi l’anno, il doppio di quanto – a prezzi correnti – garantì il “piano Marshall” per la ricostruzione dell’Europa postbellica.
Una domanda, su questo punto, andrebbe fatta a Draghi: come mai l’Europa ha bisogno di essere ricostruita dopo 30 anni (da Maastricht in poi) di demolizione dello stato sociale e del peso sindacal-politico dei lavoratori, che secondo i vertici d’allora (Draghi compreso) avrebbero dovuto garantire una crescita super e per tutti? Dopo oltre 30 anni, insomma, che è stato dato “tutto il potere alle imprese” ed è stata imposta una disciplina di bilancio feroce agli Stati nazionali? Dopo 30 anni di neoliberismo senza freni e “piani B”?
Di chi è, insomma, la responsabilità di una crisi di queste dimensioni?
Non risponderebbe, naturalmente.
Meglio, molto meglio, puntare a stringere i bulloni della formazione delle decisioni continentali. “Finora, molti sforzi per approfondire l’integrazione europea tra gli Stati membri sono stati ostacolati dal voto all’unanimità. Dovrebbero quindi essere sfruttate tutte le possibilità offerte dai Trattati Ue per estendere il voto a maggioranza qualificata”.
Il voto a maggioranza qualificata dovrebbe essere “esteso a più aree”, sottolinea l’ex premier, auspicando anche il ricorso alla “cooperazione rafforzata” (gruppi di paesi che mettono in pratica progetti comuni anche senza l’unanimità continentale).
Fine di ogni autonomia per gli stati nazionali e dunque anche per la volontà popolare, come dimostra del resto l’evoluzione della crisi politica in Francia.
Lo stesso ragionamento sull’emissione di eurobond per sviluppare gli investimenti non implica affatto un collare meno stretto intorno alle regole di bilancio. “L’emissione di asset comuni su base più sistematica richiederebbe un insieme più forte di regole di bilancio che garantiscano che un aumento del debito comune sia accompagnato da un percorso più sostenibile del debito nazionale. L’emissione di asset sicuri comuni per finanziare progetti di investimento congiunti potrebbe seguire modelli esistenti, ma dovrebbe essere accompagnata da tutte le garanzie che un passo così fondamentale comporterebbe”.
L’obiettivo principale resta il riarmo, anche per riprendere l’antica postura coloniale di sequestro violento delle risorse e delle materie prime strategiche. “Per ridurre le sue vulnerabilità, l’Ue deve sviluppare una vera e propria ‘politica economica estera’ basata sulla sicurezza delle risorse critiche. A breve termine, l’Ue deve attuare rapidamente la legge sulle materie prime critiche”.
Draghi raccomanda poi d’integrare questa legge “con una strategia globale che copra tutte le fasi della catena di approvvigionamento dei minerali critici, dall’estrazione alla lavorazione al riciclaggio”. Fino a creare “una piattaforma europea dedicata alle materie prime critiche”. Armi alla mano...
I nemici di questo “programma di riforme” sono tanti. E i più incazzati dovrebbero essere i lavoratori, i giovani, i pensionati. Perché il loro ruolo sarà ancora una volta quello dei donatori di sangue (un forte indebitamento comunitario, abbiamo visto, implicherà “regole più stringenti” sui bilanci pubblici).
Ma ci sono e ci saranno, non paradossalmente, anche tutti i soggetti che hanno fin qui prosperato sulle politiche di austerità, sui differenziali dello spread, sui vantaggi competitivi conservati fino a diventare tappi allo stesso sviluppo capitalistico.
E dunque in primo luogo la Germania e gli altri “frugali” del Grande Nord. Basta leggere il commento del ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner, su X: «Con il debito comune dell’Ue non risolveremo nessun problema strutturale: le sovvenzioni non mancano alle imprese. Sono vincolati dalla burocrazia e dall’economia pianificata». Vivevamo in un sistema socialista e non ce n’eravamo accorti...
I tempi sono però stretti e gli strumenti ben pochi. Andare avanti come è accaduto finora, tra strategie orientate all’austerità e crisi frequenti che impongono di “sospenderla temporaneamente”, tra egoismi nazionali che premiano chi è già più forte (anche se ora colpito dalla recessione, come Berlino)... insomma come un’armata brancaleone messa insieme obtorto collo, “sarebbe un’agonia”.
Nessun serio salto di qualità nell’innovazione tecnologica è possibile affidandosi soltanto alla buona volontà delle imprese o a qualche colpo di teatro di governi nazionali con qualche “tesoretto” da mettere in campo. Nessuna politica energetica può avere respiro senza un progetto e infrastrutture comuni. Nessun riarmo metterà “l’Europa” in grado di competere, se affidato ad eserciti e tecnologie disallineati.
Anche perché – ed è l’unica vera novità del rapporto Draghi, comprensibilmente la meno strombazzata – i competitor sono fondamentalmente due: ovviamente la Cina, ma anche gli Stati Uniti.
La frammentazione del mercato mondiale, avviata ormai da parecchi anni, sta producendo una differenziazione di interessi strategici anche all’interno dell’“Occidente collettivo”. Presto per parlare di “separazione” – soprattutto l’Unione Europea, per le carenze strategiche indicate dallo stesso rapporto, non se lo può ancora permettere – ma la strada appare oggettivamente segnata.
L’alternativa, dice Draghi e quindi la frazione di capitale finanziario che rappresenta, è la scomparsa “dell’Europa” come soggetto autonomo di un qualche peso internazionale.
In ogni caso, aggiungiamo noi, questa classe dirigente (imprenditori, finanzieri, politici), se lasciata comandare ancora a lungo, può produrre solo devastazione sociale interna e guerra. Oppure crisi e degrado storico, di lungo periodo.
Padella o brace, insomma. Non certo pace, sviluppo e giustizia sociale.
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04/09/2024
Le difficoltà del NextGen EU
Infatti, al consiglio dei ministri del 30 agosto, il governo si era vantato del fatto che l’Italia, principale beneficiaria del NextGen EU, avesse pure il primato di fondi ricevuti (113,5 miliardi, il 58% del totale). La realtà è che, di questi soldi, per ora sono stati spesi solo 51,4 miliardi di euro sui 194,4 totali previsti.
Ma a preoccupare non è tanto il fatto che appena un quarto o poco più dei fondi sono stati effettivamente utilizzati, quanto piuttosto le difficoltà che i governi hanno mostrato nel definire e far approvare i progetti. E la situazione attuale significa che il 62% degli investimenti dovrà essere finalizzato nei primi otto mesi del 2026.
Per quel periodo gli altri paesi si sono lasciati, in media, il 39% degli investimenti e il 14% delle riforme. Quegli otto mesi saranno dunque una fase decisamente impegnativa, a cui si deve aggiungere che Roma dovrà raggiungere anche il 28% degli obiettivi promessi, per ricevere un ulteriore 19% dei fondi.
Questo dicono le modifiche al PNRR ottenute nel 2023, anche se si è acceso il dibattito sulla possibile richiesta di ulteriori aggiustamenti. Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, che appena un paio di settimane fa ha detto che i vincoli del PNRR ricordano la “pianificazione sovietica”, potrebbe richiedere un’altra proroga all’Eurogruppo del 13 settembre.
Raffaele Fitto, uomo di punta di Fratelli d’Italia e ormai quasi certamente Commissario europeo, invece, difende la scadenza del 31 agosto. Rispettarla è però “uno sforzo improbo, per usare un eufemismo”, ha affermato Antonio Misiani, responsabile Economia del PD. “Fitto lo sa, ma fa il pesce in barile”, il che sembra una dote indispensabile per un commissario europeo...
Ovviamente, il centrosinistra dibatte sulla “realizzazione degli obiettivi” non sul fatto che i fondi finiranno tutti sull’altare della competitività, dimenticando le spese sociali e i lavoratori. E soprattutto, fa propaganda su particolari criticità solo italiane, ma dimentica di dire che tutto il “modello europeo” vive queste difficoltà, e anche il perché.
La Corte dei Conti Europea ha registrato come, a fine 2023, i paesi dell’Unione abbiamo attinto a meno di un terzo delle risorse del piano definito in seguito alla pandemia Covid (213 miliardi). Solo il 70% delle richieste previste è stato presentato, per una somma inferiore del 16% rispetto a quanto ci si aspettava.
Inoltre, solo la metà di questi fondi sono arrivati alle società e alle istituzioni a cui erano destinati. I motivi, stando al rapporto della Corte, vanno dall’inflazione, che ha scombussolato le previsioni, alle incertezze normative, fino alla scarsa capacità amministrativa.
Non solo in Italia, quindi, un quindicennio di riforme lacrime e sangue ha distrutto la capacità delle amministrazioni pubbliche di svolgere un ruolo direzionale del paese, lasciando campo libero alle inefficienze e alla caoticità del mercato. Oggi che la UE si rende conto che serve “più stato per il mercato”, fa i conti con le politiche miopi degli ultimi anni.
Quasi tutti i paesi coinvolti nel NextGen EU hanno presentato in ritardo le richieste di pagamento alla Commissione Europea. In questo scenario, la Corte dei Conti ha fatto sapere che non è contraria in via di principio a una proroga delle scadenze, l’importante è che “i soldi non siano sprecati e siano usati per quello per cui sono stati assegnati”.
La concentrazione degli investimenti negli ultimi mesi è probabile che “aggravi ulteriormente i ritardi e rallenti l’assorbimento” dei finanziamenti. La Commissione e i governi nazionali hanno messo in campo iniziative per agevolare quest’ultimo, in particolare nel 2023, ma quanto queste saranno funzionali è difficile da sapere, per ora.
Il rischio è poi che i fondi vadano proprio persi, poiché la normativa non prevede il loro recupero nel caso in cui, pur raggiungendo traguardi e obiettivi, le misure previste non vengano realizzate. Insomma, non solo a Bruxelles spendono solo per la competizione globale, ma non lo sanno nemmeno fare.
Intanto, la crisi economica colpisce tutta la UE, e i segnali della sua locomotiva tedesca sono sempre più preoccupanti. Il primo tentativo di una ‘politica industriale’ comunitaria è messo in difficoltà dai risultati delle scelte economiche precedenti, che oggi sono sempre più orientate a un’economia di guerra.
Non è (solo) un problema di fascisti al governo, è un problema che liberali (o socialdemocratici che siano) e fascisti sono ugualmente partecipi di un progetto imperialista – quello UE – che ha strozzato le popolazioni del Vecchio Continente e si mostra ogni giorno più fallimentare. Questa gabbia europea va rotta per realizzare un’alternativa.
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08/06/2024
L’imbroglio “europeista” va smascherato, e combattuto
La Ue e le sue istituzioni non sono affatto nate come luogo della cooperazione tra popoli o per assicurargli la pace e una maggiore democrazia.
Se fino al 1989, nel mondo fondato sull’equilibrio e la deterrenza tra Est e Ovest, l’Europa aveva i margini per svolgere una funzione “progressiva” (dal modello sociale europeo alla conferenza di Venezia sul Medio Oriente, dall’ost-politik di Brandt alla vocazione mediterranea dell’Italia etc.), terminata la Guerra Fredda la vocazione reazionaria e antipopolare dell’Europa, che si apprestava a diventare Unione Europea, è emersa con sempre maggior nitidezza.
Il cancelliere tedesco Khol ebbe a dire che “l’integrazione europea sarà un problema di pace o di guerra nel XXI Secolo”, ma non è affatto vero che la pace sia stata assicurata dalla nascita dell’Unione Europea. Al contrario, la guerra ne è stato un tratto costituente. Giustamente il premio Nobel Peter Handke ha affermato che “con la guerra in Jugoslavia è morta l’Europa ed è nata l’Unione Europea”.
I danni della competitività interna
La struttura che possiamo definire come la gabbia della Ue, è fondata sui trattati che ne rappresentano l’architrave e l’essenza stessa, a partire da quelli di Roma del ’57, passando per Maastricht e Lisbona, fino ad arrivare al famigerato “Fiscal Compact”. Il segno liberista era ben leggibile nel Trattato istitutivo dell’Unione Europea del 1992, un trattato che riteneva fondante la “competizione interna” e la moneta unica come motore dello sviluppo. I danni sono diventati evidenti dopo la crisi economica del 2008/2009 e la crisi pandemica.
La recente autocritica di Draghi sul fatto che nella Ue sia stata privilegiata la competizione interna piuttosto che quella internazionale, ci conferma il segno reazionario e minaccioso del progetto europeo gestito dalle classi dominanti di orientamento liberale. Lo stesso Draghi, nel 2011, decretò pubblicamente la liquidazione del “modello sociale europeo” ritenuto insostenibile per la competitività mettendo fine ad una illusione su cui ci si era trastullati fin troppo a lungo.
I trattati europei sono una struttura che ha prodotto un sistema di governo post-democratico e via via autoritario (le democrature) negli stati membri, con il relativo svuotamento della sovranità democratica e popolare, la distruzione dello stato sociale, la privatizzazione dei servizi pubblici, la precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro, distruggendo da un lato il welfare e i diritti dei lavoratori in nome della competitività e dall’altro scaricando sulle fasce popolari i costi di una crisi sistemica, attraverso l’abbassamento dei salari e delle condizioni di vita delle classi popolari.
In questi anni i paesi euromediterranei sono stati massacrati attraverso la logica del credito-debito che rafforza la sudditanza dei paesi periferici nei confronti dei paesi del centro. La vicenda greca in tal senso è stata paradigmatica, ma il futuro che si prospetta per l’Italia già a partire dal prossimo anno non appare molto diverso.
Si è rotto il giocattolo della dominazione unipolare
Allo stesso tempo la logica dominante della UE ha permesso ai suoi membri, congiuntamente ma anche separatamente, di portare avanti le proprie politiche neo-coloniali nei confronti dei paesi dall’altra sponda del Mediterraneo.
L’imposizione di “accordi quadro” regionali come il trattato di Cotonou o come l’ALECA tra UE e Tunisia sono stati lo strumento con cui i paesi europei hanno imposto ai paesi africani di “consumare ciò che produce l’Unione Europea e produrre ciò Unione Europea non può o non vuole produrre”.
Il carattere discriminatorio e neocoloniale delle politiche europee sull'immigrazione, le hanno rese del tutto complementari a questa logica di sfruttamento e sottrazione di risorse dei paesi del Sud legati ai meccanismi europei.
Inoltre l’influenza politica dei paesi della UE in Africa in questi ultimi decenni è ricorsa senza problemi all’intervento militare diretto (vedi Libia, ma anche Costa d’Avorio, Mali, Niger, Ciad ecc.).
Finalmente, negli ultimi anni, questa catena di dominazione europea è stata rotta in diversi paesi africani che ne hanno cacciato i contingenti militari presenti e avviato tentativi di indipendenza economica dall’Unione Europea. La rottura del mondo a egemonia unipolare Usa/Ue e la spinta ad un mondo multipolare rappresentano una possibilità alternativa per moltissimi paesi in via di sviluppo.
L’unificazione della politica monetaria e la costituzione dell’Eurozona sono servite a rafforzare il modello esportatore dei paesi centrali dell’Eurozona (Germania in testa), ma anche a debilitare la posizione commerciale e subordinare la dinamica d’accumulazione nei paesi periferici del Mediterraneo alla divisione del lavoro imposta dal centro.
La conseguenza è che i paesi euromediterranei stanno diventando sempre più delle riserve agricole e di servizi turistici e residenziali sottomessi a processi di deindustrializzazione più o meno accelerati.
Ma il modello export oriented – che ha devastato i mercati interni e i salari – non ha retto all’impatto dell’entrata in campo dei paesi emergenti, in particolare i Brics.
Sono saltate le catene del valore fondate sulla delocalizzazione selvaggia nei paesi a bassi salari ed è saltato il gap tecnologico tra i paesi a capitalismo avanzato e quelli emergenti. Un cambiamento epocale che ha reso isteriche e guerrafondaie le classi dominanti europee.
I pericoli di guerra
È questo il motivo per cui i leader europei – attraverso la Nato ma anche con le “cooperazione rafforzate” che aggirano i veti dentro la Ue – stanno trascinando a tappe forzate i loro paesi nella guerra contro la Russia, nella competizione frontale con la Cina, nella caccia ad ogni costo alle materie prime strategiche in Asia, Africa, America Latina, nella costituzione dell’Esercito Europeo per misurarsi con la guerra e agire pesantemente nella competizione globale.
Ne consegue che i processi in corso a livello di Unione Europea rappresentano oggi una minaccia e non una opportunità di cooperazione per i paesi emergenti e i paesi in via di sviluppo. È una comunità di destino riservata solo al “Giardino” dell’Occidente ma contrapposta al resto del mondo definito come una “Giungla”. Una sorta di suprematismo politico e morale che oggi richiede di essere difeso e imposto anche con la forza. E questo spiega anche l’identificazione politica e ideologica delle classi dirigenti europee con Israele e la loro indifferenza – se non ostilità – verso i palestinesi.
Al contrario dei guerrafondai di Bruxelles, riteniamo che i paesi europei dovrebbero adottare una politica estera di cooperazione, disarmo nucleare e neutralità attiva che metta fine all’adesione alla Nato e smantelli le basi militari straniere presenti sui nostri territori.
L’esistenza della Unione Europea rimane inoltre una gravissima minaccia per l’agibilità democratica nei nostri paesi e per i diritti guadagnati dai lavoratori con le lotte del secolo scorso. Su questo le convergenze tra destre e liberali – di destra e di “sinistra” – sono sempre più evidenti.
Non si può concepire un sistema sociale alternativo in uno spazio politico/istituzionale come la Ue né in mercato unico neoliberista come è stato concepito nei Trattati Europei.
Per questa ragione rimaniamo convinti che vada smascherato l’imbroglio ideologico “europeista” e coloro che lo sostengono e, al contrario, occorre continuare a lavorare per far saltare dall’interno gli anelli deboli della catena imperialista europea. Ogni vero cambiamento nasce da una rottura.
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03/03/2024
Mario Draghi, la competitività europea e i nuovi Mezzogiorni
1 – L’economia europea perde posizioni nella competizione internazionale e sperimenta, al suo interno, una costante crescita delle divergenze regionali (l’impoverimento relativo del Mezzogiorno rispetto al Nord è parte di questa dinamica).
A Mario Draghi, come è noto, è stato affidato il compito di redigere il rapporto sulla competitività europea, che verrà ultimato verosimilmente a giugno prossimo. Nel discorso dello scorso 15 febbraio all’Economic Policy Conference di Washington (durante il conferimento del premio Paul A. Volcker Lifetime Achievement Award), che va letto insieme a quello all’Ecofin del 24 febbraio, ne ha resi noti i fondamentali ingredienti.
Partiamo dalla diagnosi. L’ex Governatore della BCE formula due critiche. La prima è rivolta al modello della globalizzazione sperimentato negli ultimi decenni, che avrebbe portato squilibri commerciali in un contesto di crescente partecipazione agli scambi commerciali internazionali di Paesi che avevano punti di partenza, in termini di livello di sviluppo, molto diversi.
Draghi riconosce che le delocalizzazioni prodotte dalla globalizzazione hanno considerevolmente ridotto la quota dei salari sul Pil, creando ostilità in coloro che ne sono risultati danneggiati. Così come, contrariamente alle promesse, la globalizzazione non si è associata alla diffusione dei valori (liberali -ndR) orientati al rispetto delle libertà individuali e della democrazia.
La seconda critica attiene alla politica economica e da qui origina la sua proposta.
Draghi osserva correttamente che l’Unione Monetaria Europea (UME) ha puntato, per la sua crescita, su un modello trainato dalle esportazioni, in una condizione di competizione fra i Paesi membri, che risulta perdente nel lungo periodo.
Da qui la sua prescrizione: emettere – più di quanto fin qui fatto[1] – debito pubblico europeo per finanziare, in modo cooperativo fra Paesi dell’Eurozona, investimenti pubblici finalizzati, in particolare, alla transizione ambientale e digitale. Si stima un costo complessivo di 500 miliardi l’anno, ai quali occorre aggiungere la spesa per la Difesa.
Si ritiene rilevante, a tal fine, un uso più produttivo dei risparmi europei, molti dei quali congelati nei conti correnti delle banche. Nell’impostazione fatta propria da Draghi, il ruolo della Banca europea degli investimenti (BEI) potrebbe essere rilevante.
La rilevanza di queste considerazioni per il Mezzogiorno risiede innanzitutto nell’applicazione a quest’area della diagnosi di Draghi. Non vi è dubbio che il Sud è stato colpito – come molti altri Sud d’Europa (Portogallo, Spagna, Grecia e la stessa Italia nel suo complesso: quelli che gli inglesi chiamano PIGS, ovvero “porci”) e come i Sud del mondo (Africa in primis) – dalla doppia dinamica della globalizzazione e dell’affermarsi del modello export-led in Europa.
Nel primo caso, è stato penalizzato dalla concorrenza esercitata dai Paesi dell’Est; nel secondo caso, l’accento posto sulle misure di austerità e su una competizione basata sulla moderazione salariale ne ha compresso la domanda interna, non compensandola con adeguati aumenti di esportazioni nette, data la scarsa propensione alle esportazioni delle sue imprese.
L’interesse del discorso di Draghi sta anche nell’accento che viene posto sulla legittimazione delle Istituzioni e, dunque, sulla necessità che la politica economica europea sia sostenuta da – e produca – adeguato consenso.
La diagnosi di Draghi è utile per mettere in evidenza il fatto che un’economia di mercato genera spontaneamente effetti di polarizzazione fra centro e periferie (e, in una dinamica di doppio movimento, fra aree interne e città). Una volta, infatti, determinatasi l’aggregazione industriale in una data area, quell’area continua a crescere per effetto soprattutto dei flussi migratori che attrae dalle aree più povere e dai risparmi provenienti da queste ultime, diventando un attrattore di risorse.
Si tratta di un effetto noto, nelle scienze sociali, come causazione cumulativa ed è quanto sta accadendo a danno del Mezzogiorno. È stato stimato che, fatti 100 gli investimenti fissi realizzati nel Sud Italia, solo 54 vengono soddisfatti da produzioni interne, a fronte di 38 realizzati dal Centro-Nord (o dall’estero). Per contro, 100 euro di investimenti al Nord richiedono ben 87 euro di produzione interna e una quota irrilevante di produzione intermedia dal Sud.
Questa evidenza suggerisce che il Nord non è la locomotiva del Paese: l’economia meridionale non cresce, infatti, quando cresce quella del Nord del Paese.
Di per sé, un aumento della spesa pubblica in Europa (comunque auspicabile rispetto alle misure di austerità che hanno caratterizzato la Storia recente del continente) non attenua queste dinamiche, potendo esclusivamente risolversi in una crescita della dipendenza delle aree periferiche da quelle centrali, per effetto delle maggiori importazioni[2].
Il problema nasce dalla considerazione che le aree periferiche (fra le quali soprattutto il Mezzogiorno) non dispongono di meccanismi di crescita autopropulsivi e partecipano alla formazione delle catene del valore europee con produzioni a basso valore aggiunto e con uso più intensivo di lavoro precario (v.,infra, sezione 2).
Vediamo con maggiore approfondimento questo aspetto, per comprendere (i) per quale ragione l’economia europea si sviluppa producendo spontaneamente diseguaglianze regionali e (ii) se questo assetto produttivo e istituzionale, proprio nella logica seguita da Draghi, può competere efficacemente con gli altri global player (segnatamente, USA e Cina).
2 – L’unificazione monetaria europea è stata costruita sulla convinzione – formalizzata nella teoria delle aree valutarie ottimali, originariamente proposta da Robert Mundell nel 1961 – che l’esistenza di una moneta unica consenta di assorbire shock asimmetrici (che colpiscono, cioè, alcun Paesi e non altri) attraverso la piena flessibilità dei prezzi e/o mediante l’assenza di vincoli allo spostamento dei fattori produttivi, segnatamente del fattore lavoro, senza cioè variazioni dei tassi di cambio[3].
Si tratta dell’ipotesi di convergenza, ovvero dell’ipotesi stando alla quale le economie dell’UME tenderebbero spontaneamente a realizzare il medesimo tasso di crescita[4].
Un indirizzo critico rispetto all’ipotesi della convergenza si trova nell’approccio della c.d. causazione circolare cumulativa che fa riferimento ai contributi di Myrdal e Kaldor. Si tratta di uno schema in base al quale un evento B, effetto di un evento A, retroagisce sulla sua causa, potendo alternativamente generare circoli viziosi o virtuosi, stando ai quali si conclude, nello studio dei fenomeni economici applicati alla dimensione spaziale, che un’economia di mercato deregolamentata produce spontaneamente divergenze territoriali[5].
L’evidenza empirica sembra suffragare questo approccio, mostrando che l’Europa si sviluppa sempre più secondo uno schema di crescita della polarizzazione, fra un core (Germania e Paesi del centro-nord del continente) e due periferie: quella dell’est Europa, soprattutto dopo l’allargamento ai Paesi di Visegrad del 2004, e quella mediterranea, che include l’Italia nel suo complesso.
Per quanto possa apparire prima facie controintuitivo rispetto alla visione dominante, l’evidenza empirica mostra che nel continente vi è stata convergenza del Pil pro-capite prima dell’unificazione monetaria (in particolare, dal secondo dopoguerra alla prima crisi petrolifera del 1973) e che, in particolare dopo l’adozione della moneta unica, si è semmai registrata divergenza o, nel migliore dei casi, stazionarietà.
L’economia italiana approfondisce il suo ruolo di fornitore di produzioni intermedie al capitale del Nord Europa, generando, al tempo stesso, un movimento interno di crescita delle divergenze regionali (Cresti et al., 2023), con il Sud che accentua la configurazione di esportatore di input (in particolare, forza-lavoro qualificata) in regime di dipendenza da centri decisionali esterni (Dosi et al., 2015).
Questa modalità di partecipazione al network produttivo globale ed europeo peggiora considerevolmente la qualità del lavoro in Italia e, ancor più, nel Mezzogiorno (Ardeni and Gallegati, 2024). Il downgrading delle produzioni italiane, soprattutto se riferito alla perdita progressiva di intensità tecnologica[6], va di pari passo con la compressione del tasso di crescita relativo del Paese, che, non a caso, aumenta meno della media europea da venticinque anni (cfr. Forges Davanzati and Giangrande, 2020).
Le emigrazioni, in particolare intellettuali, riducono il potenziale di crescita del Sud e, anche per questo effetto, stimolano ulteriori migrazioni, implicando guadagni di produttività nell’area che attrae e perdite di produttività simmetriche nell’area di partenza.
SVIMEZ (2023) stima che, dal 2002 al 2021, più di 2,5 milioni di individui hanno lasciato il Sud, soprattutto per il Centro-Nord (81%). Il Mezzogiorno ha perso 1,1 milioni di residenti nel medesimo periodo. Le emigrazioni al Centro-Nord hanno prevalentemente riguardato individui giovani: fra il 2002 e il 2021, il Sud ha vissuto un esodo di 808.000 individui di età inferiore ai 35 anni, dei quali 263.000 laureati.
A ciò si può aggiungere un’ulteriore considerazione. In circa dieci anni, la Germania è riuscita nella storica impresa di ridurre i divari interni fra Ovest ed Est del Paese. L’Italia li ha visti invece quasi costantemente aumentare negli ultimi decenni, dopo un breve periodo di convergenza negli anni 1951-1971.
Il Pil pro-capite lombardo è stimato pari a 37.300 euro, quello della Calabria a 17.100 euro, quello della Puglia a euro 18.100. La regione più povera d’Europa fa parte della Bulgaria (Severozapen, con un Pil pro capite pari a 8.600 euro). L’aumento dei divari, oltre a riguardare i rapporti Nord-Sud, attiene anche a quelli con le aree interne, che registrano infatti sistematici arretramenti rispetto alle aree urbane in termini di crescita economica.
Questa dinamica si è svolta in un contesto di lungo periodo dominato dalla continua riduzione dei trasferimenti al Sud, mostrando che i divari regionali tendono ad aumentare quando la spesa pubblica nel Mezzogiorno si contrae e in un contesto di sostanziale centralizzazione istituzionale. A riprova di questa conclusione, si può ricordare che il solo periodo di convergenza fra le due aree del Paese si è avuto in una fase non solo di marcata espansione dei trasferimenti nelle aree meno sviluppate (si pensi alla Cassa per il Mezzogiorno), ma anche di industrializzazione pubblica.
Si stima che il tasso di crescita delle regioni meridionali tra anni Cinquanta e Settanta del Novecento si attestasse intorno al valore molto elevato del 6% annuo, consentendo una generazione di ricchezza pari, in un ventennio, a quella dei precedenti novanta anni.
3 – Dall’analisi qui delineata emergono due aspetti critici relativi al miglioramento della competitività europea che non sembrano esplicitamente emergere nelle considerazioni di Draghi.
Il primo attiene all’implicazione per la quale occorrerebbe potenziare la base industriale delle aree periferiche per evitare che la compressione dei salari si scarichi su queste ultime. La moderazione salariale è, in effetti, la sola strategia che l’UME si dà in sostituzione della svalutazione (è infatti nota come svalutazione interna) e amplifica le divergenze soprattutto perché comprime – soprattutto se combinata con le misure di austerità – la domanda interna a danno di quelle aree (le periferie) con più debole struttura produttiva e minore capacità di esportazione (Colacchio e Forges Davanzati, 2023).
In più, rinviando proprio alla diagnosi di Draghi, il già precario senso di appartenenza all’UME viene ulteriormente indebolito, con ogni evidenza, da queste strategie (De Grawe, 2018).
Il secondo aspetto critico attiene all’incapacità dell’euro di svolgere il ruolo di valuta di riserva internazionale, essendo rimasta fondamentalmente una moneta regionale (Marani, 2023), confermando la conclusione per la quale, nella competizione con Cina e Stati Uniti, l’Unione europea sperimenta perdite di competitività anche per quanto attiene a questa dimensione.
Non desta sorpresa il fatto che le Istituzioni europee sono così impermeabili a rilievi critici basati sull’evidenza[7], se si considera la recente esternazione di Christine Lagarde (al Forum di Davos, nel gennaio 2024), secondo la quale gli economisti “sono una cricca tribale, si citano a vicenda tra di loro, ma sono incapaci di andare oltre quel mondo” e i loro modelli “in cui hanno una fede cieca hanno poco a che fare con la realtà”.
La ricerca accademica in Economia, in effetti, a bene vedere, si autonomizza e diventa sempre più autoreferenziale, autogenerando per inerzia una modellistica progressivamente meno utile per la comprensione dei fatti e per la costruzione delle politiche economiche.
Riferimenti bibliografici
Amici, M. Bobbio, E. and Torrini, R. (2017). Patterns of convergence (divergence) in the euro area: profitability vs, cost and price indicators, Banca d’Italia – Quaderni di Economia e Finanza, n.415, December.
Ardeni, P.G. and Gallegati, M. (2024). On the Italian economic development: What the long-term says about the short-term, “Italian Economic Journal”, 10, pp.25-42.
Colacchio, G. and Forges Davanzati (2023). Wage moderation, regional imbalances in Europe and the Recovery and Resilience Plan, “International Journal of Political Economy”.
Cresti, L. Dosi, G. Riccio, F. and Virgillito, M.E. (2023) Italy and the trap of GVC downgrading. Labour dependence in the European geography of production, “Italian economic Journal”, 9 (3).
De Grauwe, P. (2018). Economia dell’unione europea. Bologna: Il Mulino, undicesima edizione.
Dosi G, Grazzi M. and Moschella D (2015). Technology and costs in international competitiveness: From countries and sectors to firms. “Res policy”, 44(10):1795–1814.
Forges Davanzati, G. and Giangrande, N. (2020) …
Magacho, G.R. and MCombie, J. (2020). Structural change and cumulative causation: A Kaldorian approach, “Metroeconomica”, June.
Marani, U. (2023). L’euro, una valuta solo “regionale”, “Economiaepolitica”, 4 luglio.
SVIMEZ (2023). Rapporto sull’economia del Mezzogiorno, Roma.
SRM, Studi e Ricerche sul Mezzogiorno (2014). L’interdipendenza economica e produttiva tra il Mezzogiorno ed il Nord Italia, in collaborazione con Prometeia. Napoli: Giannini.
Viesti, G. e Prota, F. (2008). Le nuove politiche regionali dell’Unione europea. Bologna: Il Mulino.
Note
1) Ci si riferisce al Next generation Europe, come primo esempio di emissione di bond europei.
2) Si pensi soprattutto al settore della difesa, nel quale la produzione occidentale è al momento prevalentemente statunitense. Marco Fortis (Debito pubblico. Diminuzione record per l’Italia, “Il Sole 24 ore”, venerdì 2 marzo 2024) ha correttamente fatto notare che la competizione con Cina e USA vede l’UME perdente anche come effetto delle misure di consolidamento fiscale, a fronte delle misure espansive messe in atto dai concorrenti e che il debito pubblico italiano è, da molti anni, su un sentiero di riduzione.
3) Per una trattazione critica della teoria delle aree valutarie ottimali, si rinvia, fra gli altri, a De Grauwe (2018) e Colacchio e Forges Davanzati (2023). Si veda anche: https://www.ecb.europa.eu/pub/convergence/html/ecb.cr202206~e0fe4e1874.it.html
4) Non è questa la sede per dar conto degli effetti dei trasferimenti compensativi quali i fondi strutturali. Sia sufficiente rinviare a Viesti e Prota (2008), i quali mettono in evidenza il fatto che la politica regionale europea, sebbene almeno parzialmente efficace per la generazione di ricchezza nel Mezzogiorno, non riesce a incidere sulle condizioni dell’offerta e, dunque, sulla struttura p“in cui hanno una fede cieca hanno poco a che fare con la realtàroduttiva di quest’area.
5) In questo schema, le divergenze sono generate dall’esistenza, nelle regioni ricche, di economie di scala statiche o dinamiche (la riduzione dei costi di produzione all’aumentare della scala della produzione), a loro volta imputabili a fattori propriamente tecnologici e/o al learning by doing ed effetti di apprendimento. Storicamente, le aree centrali europee si identificano con la c.d. “banana blu”, che comprende Londra, Milano, Parigi, Amburgo, Berlino.
6) Definita da ISTAT come rapporto fra spesa pubblica e privata per R&D e totale degli investimenti.
7) Peraltro, in una condizione nella quale – sul piano epistemologico e della politica economica – si ritiene che l’Economia debba essere appunto evidenzce-based. Il testo più recente sul tema è stato scritto da Pierre Cahuc and André Zylbrerger e costituisce la fondazione del c.d. contro-negazionismo in Economia.
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