Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/04/2026

Le scaramucce di cartapesta: Meloni e Schlein duellano sulla pelle dei lavoratori

Ad ascoltare il battibecco tra la leader del PD Elly Schlein e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni viene spontaneo pensare al verso del poeta che, nella sua ultima opera, scrive: «non so se il riso o la pietà prevale». È lo stesso sentimento che suscita la mancanza di pudore delle due presunte rivali della scena politica del Paese, entrambe impegnate a occultare la realtà e, senza esitazione, a tirare la corta coperta della narrazione sul mercato del lavoro ora da un lato ora dall’altro. A rimanere scoperti e indifesi, di fronte ai venti di guerra e a una precarizzazione ormai di lungo periodo, sono invece proprio i lavoratori e le lavoratrici di questo Paese. Come non ci stanchiamo mai di dire, tuttavia, i fatti hanno la testa dura e, anche in questo caso, non possono che inchiodare entrambi gli schieramenti alle loro responsabilità decennali. La segretaria del PD, in sfregio alla decenza, ha accusato il Governo di aver accentuato la precarietà. Proprio lei, che guida il partito che ha animato la trentennale disarticolazione del mercato del lavoro, anche raccogliendo il lascito dei partiti che l’hanno preceduto. Pronta la replica della Presidente del Consiglio che, approfittando della sciatteria dell’opposizione parlamentare, ha sottolineato come sotto il suo governo si sia registrato un aumento di circa 1,5 milioni di lavoratori a tempo indeterminato a fronte di una riduzione di circa mezzo milione di lavoratori a tempo determinato. Tutto vero, se non fosse che il diavolo si annida nei dettagli. Guardiamo quindi cosa è accaduto all’occupazione in questo Paese negli ultimi anni.

Se si osserva l’andamento complessivo, nel periodo successivo alla pandemia, l’occupazione è effettivamente cresciuta, anche se in misura moderata e con un evidente rallentamento negli anni più recenti. Dal 2022 al 2025 il numero totale di occupati è aumentato di poco meno di un milione di unità, passando da circa 23,3 a poco più di 24,1 milioni. Si tratta di una crescita reale ma contenuta, concentrata soprattutto nella fase di espansione post-Covid e dovuta alla crescita del PIL, sostenuta in quegli anni da programmi di spesa fiscali possibili grazie alla temporanea sospensione delle regole europee di bilancio. Ma siccome l’austerità è un tratto distintivo dell’UE, e non potrebbe essere altrimenti, dal 2023, con il ritorno in vigore del Patto di stabilità, si è assistito al rallentamento della crescita economica e dunque anche della dinamica occupazionale. Già da ciò, dovrebbe emergere che la premier ha ben pochi meriti da attribuirsi.

Prima di procedere nel dettaglio, vale la pena chiarire un punto: anche nella visione più ottimistica (o ingenua), sarebbe più corretto parlare di “recupero” piuttosto che di “aumento” dell’occupazione, perchè, se allarghiamo un po’ di più l’orizzonte temporale e prendiamo in considerazione il numero di ore lavorate  (in modo da neutralizzare anche l’effetto degli accresciuti part-time più o meno involontari), i dati EUROSTAT indicano un ammontare di 44.837.909 ore nel 2007 (prima dello scoppio della crisi finanziaria) e 44.560.823 nel 2023 (ultima annualità disponibile). In mezzo, le ore lavorate sono state sempre di meno, per cui anche considerando un qualche ulteriore aumento nell’ultimo biennio (nel quale, come detto, la dinamica è comunque rallentata) si tratta, sostanzialmente e finalmente, solo degli stessi numeri di 20 anni fa.

Ma andiamo avanti. Scomponendo i più recenti dati ISTAT, emerge che l’aumento riguarda prevalentemente il lavoro dipendente. Tra il quarto trimestre del 2022, subito dopo l’insediamento del governo, e il quarto del 2025, gli occupati dipendenti sono cresciuti di circa 600 mila unità, mentre gli autonomi pur aumentando in misura più limitata (+240 mila), hanno comunque raggiunto la cifra record di 5 milioni e duecentomila. È dunque all’interno del lavoro dipendente che si concentra la dinamica recente. Ed è proprio qui che la narrazione governativa prova a trovare un appiglio: nello stesso periodo, infatti, i contratti a tempo determinato diminuiscono in modo quasi continuo, passando da circa 3 milioni a poco meno di 2,5 milioni, mentre i contratti a tempo indeterminato aumentano di oltre un milione, superando i 16,4 milioni. La quota di occupati stabili sul totale dei dipendenti cresce quindi in modo significativo. 

Prima di addentrarci nell’analisi, ricordiamo anzitutto un elemento spesso rimosso nel dibattito pubblico: il contratto a tempo indeterminato oggi non coincide più con quello "tradizionale". Con il Jobs Act, introdotto nel 2014 dal governo guidato dal Partito Democratico, il contratto a tutele crescenti ha di fatto ridefinito il tempo indeterminato, riducendo in modo significativo le garanzie contro il licenziamento senza giusta causa. Si tratta quindi di una stabilità solo formale.

Questa evoluzione si inserisce in una traiettoria di lungo periodo che, a partire dalla metà degli anni Novanta, ha progressivamente deregolamentato il mercato del lavoro italiano. Dal pacchetto Treu alla legge Biagi, fino alle riforme degli anni successivi e al Jobs Act, la direzione è stata quella di ampliare la flessibilità in entrata e in uscita e di ridurre i vincoli al licenziamento. Sotto tutti i governi che si sono susseguiti – di centro sinistra, di centro destra, tecnici – l’attacco al mercato del lavoro è stato sistematico e, addirittura, se si guardano gli indicatori OCSE, l’Italia emerge come il paese che più di tutti ha precarizzato il mercato del lavoro. In questo contesto, l’aumento recente dei contratti a tempo indeterminato non segnala un rafforzamento delle tutele, ma si colloca all’interno di un assetto istituzionale in cui il tempo indeterminato stesso ha perso gran parte della sua funzione originaria di protezione contro la precarietà.

Chiarito questo, torniamo al decantato aumento del numero di lavoratori dipendenti a tempo indeterminato e chiediamoci da che dipende.

Dipenderà forse da un intervento deciso del Governo contro la precarietà? La risposta è presto data. No, tutt’altro!

A nostro avviso, sono due i fattori che spiegano questa dinamica.

Innanzitutto, è necessario guardare alla composizione dell’occupazione per età. L’aumento dei contratti a tempo indeterminato è infatti fortemente concentrato nelle classi di lavoratori più anziane, anche in conseguenza dell’innalzamento dell’età pensionabile, che ha determinato una maggiore permanenza in attività di lavoratori già occupati stabilmente. Questo produce un incremento quasi meccanico della quota di lavoratori a tempo indeterminato, per il semplice fatto che i lavoratori che restano più a lungo nel mercato del lavoro sono, nella grande maggioranza dei casi, già titolari di contratti stabili.

La crescita degli indeterminati, infatti, deriva in larga parte – per circa l’85 per cento – dall’aumento dell’occupazione tra gli over-50, e in particolare tra gli over-60, mentre le classi centrali risultano sostanzialmente stabili e quelle più giovani contribuiscono solo marginalmente. Nella fascia tra i 35 e i 49 anni si osserva addirittura una riduzione. La composizione dell’occupazione si sposta quindi verso lavoratori con maggiore anzianità lavorativa, che hanno una probabilità molto più elevata di essere occupati con contratti a tempo indeterminato.

In altre parole, una parte rilevante dell’aumento degli indeterminati non deriva da un cambio di passo delle politiche del governo in materia di precarietà, ma dal semplice fatto che una quota significativa della nuova domanda di lavoro, stimolata dalla crescita del PIL, sia stata assorbita dalla permanenza in attività dei lavoratori più anziani. Il loro peso relativo all’interno della forza lavoro dipendente, infatti, è aumentato in modo significativo, determinando un effetto di composizione che contribuisce a spiegare la crescita dei contratti stabili.

Una seconda componente rilevante è rappresentata dalle decontribuzioni per le assunzioni a tempo indeterminato, una delle varie forme di regali e sconti alle imprese che da decenni vengono costantemente approvati dai governi di ogni colore di questo paese. Negli ultimi anni, diversi interventi hanno ridotto il costo contributivo del lavoro stabile, incentivando trasformazioni contrattuali e nuove assunzioni formali a tempo indeterminato. Se ne trova ampia traccia sul sito del Ministero del Lavoro per quanto riguarda gli interventi di riduzione degli oneri contributivi, mentre più di recente il Governo ha optato per maxideduzioni a fini fiscali dei costi per il lavoro dipendente. Anche questo fattore contribuisce alla ricomposizione osservata nei dati, spingendo le imprese verso rapporti di lavoro nominalmente più stabili perché più economici. Si tratta, si badi bene, di una rivisitazione della mai abbastanza maledetta teoria del cuneo fiscale, secondo cui il problema dei bassi salari e della bassa occupazione starebbe nella differenza fra il costo che pagano le imprese e il netto che finisce nelle tasche dei lavoratori, su cui davvero non vale la pena tornare ancora, tanto è stata smentita dalla teoria e dai fatti. Ma stavolta c’è anche un altro aspetto: il Governo negli ultimi anni ha continuamente prodotto nuove misure di sostegno alle imprese (ad esempio: IRES premiale, iper ammortamenti, crediti d’imposta di varie natura e specie), talvolta di breve durata, alla ricerca della forma perfetta (cioè quella preferita dai padroni) per sostenere le imprese; gli interventi di agevolazione del lavoro dipendente sono solamente uno dei tanti modi con cui si è alimentato questo flusso.

Inoltre, soffermandosi sulla composizione della forza lavoro, essa ha effetti anche sulla dinamica dei salari reali. Abbiamo più volte sottolineato la difficile situazione distributiva del Paese. Anche l’OCSE e l’ILO hanno evidenziato come l’Italia rappresenti un caso problematico per l’andamento dei salari reali, con livelli che nel lungo periodo risultano stagnanti se non addirittura in riduzione.

Si potrà, tuttavia, sentire il Governo rivendicare aumenti salariali superiori alla media degli ultimi decenni e, anche in questo caso, occorrerà guardare con attenzione ai dati. È vero che, dopo la forte perdita di potere d’acquisto legata alla crisi inflazionistica del 2022, i salari reali in Italia hanno mostrato una lieve risalita. Tuttavia, questa ripresa resta modesta, inferiore a quella osservata nella maggior parte delle altre economie avanzate, e soprattutto insufficiente a riportare i salari sui livelli precedenti allo shock inflazionistico.

Guardando ai dati AMECO sulla compensazione reale per dipendente, si osserva infatti una riduzione significativa nel 2023, seguita da un recupero molto graduale: i salari reali crescono di circa l’1,4 per cento nel 2024, dello 0,9 per cento nel 2025 e dello 0,9 per cento nel 2026. Si tratta di incrementi assai contenuti e insufficienti a compensare la perdita subita durante la fase inflazionistica così che, anche nel 2025, i salari reali sono restati inferiori ai livelli pre-crisi. Parte di questi incrementi è stata inoltre annullata dal fiscal drag (cioè l’aumento del peso fiscale reale a causa dello spostamento verso scaglioni d’imposta con aliquota più alta in occasione di rinnovi contrattuali). Ed è esattamente in questa situazione che ci troviamo in una fase in cui l’inflazione prevedibilmente tornerà a crescere, a causa dell’aggressione statunitense all’Iran.

C’è ancora un ulteriore elemento: anche l’aumento dei salari medi, infatti, risente del cambiamento nella composizione della forza lavoro. La maggiore permanenza in attività dei lavoratori più anziani, che percepiscono retribuzioni mediamente più elevate, tende infatti a far crescere il salario medio anche in assenza di incrementi diffusi delle retribuzioni individuali. I differenziali per età sono rilevanti e relativamente stabili: guardando ai dati ISTAT fino al 2023 (ultimo dato disponibile), i lavoratori tra 30 e 49 anni guadagnano in media circa il 9-10 per cento in più rispetto ai 15-29 anni, mentre per gli over-50 il divario rispetto ai giovani supera il 15 per cento. L’aumento del peso relativo di queste classi contribuisce quindi a sostenere il salario medio aggregato, senza che ciò corrisponda necessariamente a un miglioramento generalizzato delle condizioni salariali.

Il triste teatrino della politica parlamentare, dunque, ci restituisce l’immagine di un’accozzaglia unanimemente impegnata in schermaglie demagogiche e baruffe sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici, quando, al contrario, dovrebbe assumersi la responsabilità di un turpe e ben meno rivendicabile primato: quello di aver progressivamente smantellato tutte le tutele del mercato del lavoro, fiaccato da continue deregolamentazioni e da una dinamica della domanda aggregata strutturalmente anemica. Ancora una volta, quindi, per uscire da queste secche, occorre cambiare tutto.

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05/07/2025

«Fa caldo, governo ladro»: ma è assalto al ‘treno verde’

Europa e Italia compresa

Non solo l’Europa fa marcia indietro, come già scritto su queste pagine, ma abbandona ogni presidio lasciando che i predoni del clima assaltino il ‘treno verde’. E l’Italia applaude. Siamo in piena restaurazione e il negazionismo climatico si sta riprendendo lo spazio da cui era stato bandito. Il faro del movimento Maga illumina gli epigoni europei di Donald Trump su tutte le più importanti questioni ambientali. Dalle perforazioni petrolifere (Drill baby drill) alla mobilità, dove il motto è «benzina o gasolio compratevi l’auto che volete». Tutto in nome della libertà, che viene reclamata a difesa dell’ideologia verde che ha generato il ‘famigerato’ Green Deal.

UE modello trumpiano?

In questi ultimi mesi gli osservatori hanno rilevato, più o meno sommessamente, la revisione in corso da parte della Commissione Europea del piano per raggiungere zero emissioni entro il 2050. La crisi del settore dell’auto, in primis, ha dato il via all’assalto alle norme per la sostenibilità ambientale. Allorché le strategie dei piani industriali delle case automobilistiche si sono integrate alla produzione cinese, il raggiungimento dell’obbiettivo del 2035 per le auto elettriche è diventato un limite per il mercato europeo. La Cina produce circa il 65% delle batterie e gestisce processi industriali e catene di montaggio delle auto elettriche. Risultato: i prezzi dei produttori europei sono troppo alti.

Assalto anti ecologista

Da lì è partito l’assalto anti-ecologista al governo di Bruxelles, con l’obbiettivo di rovesciare il banco nei settori chiave. Dopo l’auto, ecco l’agricoltura. In questi anni la Commissione UE aveva ribadito il ruolo dell’agricoltura nella transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio. Per non parlare della regolamentazione sui pesticidi. La nuova visione dell’agricoltura e dell’alimentazione europea (Vision for agriculture and food) presentata a Bruxelles dai commissari Christophe Hansen (Agricoltura) e Raffaele Fitto (vice presidente esecutivo) rappresenta un’inversione di rotta rispetto a quella della precedente legislatura (sempre Von der Leyen ma più a destra), risponde alle richieste delle associazioni di categoria e dei movimenti degli agricoltori, inserisce un po’ di Italia e Francia (coi concetti di sovranità alimentare), ma soprattutto depotenzia e smonta gli stringenti obiettivi del Green Deal.

«C’è molta Italia nel piano europeo», ha dichiarato il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida che con la premier Meloni, ha attaccato per anni il sistema regolatorio Ue riducendolo a un furore ideologico «che impone la misura delle zucchine».

Commissione Europea imbelle

La risposta di una Commissione Europea ormai in ritirata e imbelle ha usato la parola magica: ‘flessibilità’. In realtà le dichiarazioni sempre più insistenti della galassia di destra e degli amici di Donald Trump, fanno riferimento a una vera e propria «rottamazione del Green Deal». Una posizione, questa, che poco si presta ai flebili toni di compromesso che circolano a Bruxelles. La spinta mondiale verso le Deregulation si propone di smontare le regole sull’ambiente in nome di una visione messianica del futuro, confusa tra l’oscurantismo scientifico e la pulsione della libertà economica senza freni. La restaurazione in corso prevede lo smantellamento di un intero sistema di regole che in questi anni sono state concepite, con limiti e contraddizioni, per il benessere del futuro comune.

Papa Bergoglio e l’enciclica ambientale

Dall’enciclica ‘Laudato Sì’ che papa Bergoglio concepì con l’aiuto di economisti del calibro di Gael Giraud, fino al progetto europeo, unico tra i governi mondiali, di eliminare le emissioni nel 2050. L’Unione Europea rischia di capitolare su tutti i fronti collegati e integrati alla sostenibilità ambientale.

Infatti, l’attacco in corso è diretto anche alle regole ESG (sostenibilità sociale e ambientale delle imprese), alla direttiva CSRD che impone la rendicontazione delle proprie attività, non solo contabili, alle imprese. Ultimo, ma non ultimo, lo smantellamento voluto da Trump delle politiche DEI (per la diversità e inclusione dei lavoratori) è arrivato in Europa cancellando i programmi d’inclusione in tutte le multinazionali con sede nella Ue.

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31/01/2025

La Bussola per la competitività europea “per vincere la corsa al vertice”

È arrivata la Bussola per la competitività della UE, una prima grande iniziativa di Bruxelles per cercare di seguire le indicazioni che aveva dato Mario Draghi nel rapporto redatto per la Commissione e presentato lo scorso settembre.

Più che un vero e proprio piano, si tratta di una “dottrina economica per i prossimi cinque anni”, come ha detto il vicepresidente esecutivo della Commissione per la Prosperità e la Strategia industriale, Stéphane Séjourné. Durante il secondo mandato von der Leyen verrà concretizzata con misure specifiche.

La politica tedesca ha dichiarato: “l’Europa ha tutto quel che serve per vincere la corsa al vertice. Ma allo stesso tempo deve superare le sue debolezze per riconquistare competitività”. Che tradotto, significa che nella frammentazione del mercato mondiale, la UE è indietro rispetto agli altri attori globali, ovvero USA e Cina.

Von der Leyen ha continuato: “la bussola per la competitività concreta le eccellenti raccomandazioni della relazione Draghi in una tabella di marcia. Ora abbiamo un piano. Abbiamo la volontà politica. Ci servono rapidità e unità. Il mondo non ci aspetterà”.

Che di nuovo, tradotto, significa che o la UE coglie questa finestra per fare un salto di qualità, o il progetto imperialistico europeo è fallito. Anche se molti potrebbero obiettare che è già così, viste le difficoltà del Vecchio Continente e l’incapacità della sua classe dirigente di immaginare una via alternativa al modello mercantilista in crisi.

In ogni caso, sono tre le aree su cui si indica di agire in maniera prioritaria: innovazione, decarbonizzazione e sicurezza. Come si legge nel comunicato della rappresentanza in Italia della UE, “la bussola definisce l’impostazione da seguire per ciascuna e presenta una selezione di misure faro per rispondervi”.

Per quanto riguarda l’innovazione, la Commissione lavorerà sulle gigafactory e l’applicazione dell’intelligenza artificiale, e proporrà “piani d’azione sui materiali avanzati, le tecnologie quantistiche, le biotecnologie, la robotica e le tecnologie spaziali”. Grande attenzione sarà riposta anche sulle start-up e sull’emergere di nuove imprese d’avanguardia.

Riguardo a questo, c’è forse l’elemento più interessante di quel che per ora è stato reso pubblico, ovvero la definizione di un 28° regime d’impresa, accanto ai 27 dei membri della UE. Questo sarà un regime pienamente comunitario, applicabile a tutte le società, così che le “imprese innovative potranno fruire di un unico complesso di norme ovunque investano e operino nel mercato unico”.

Un passo non indifferente nel saldarsi di una borghesia transnazionale europea, che guiderà le politiche e le prospettive di tutte le filiere facenti capo a Bruxelles. Che ovviamente deve comunque fare i conti con le debolezze ormai conclamate dell’industria continentale.

Il “patto per l’industria pulita” e il “piano d’azione per l’energia a prezzi accessibili” serviranno a rendere attraente per gli investimenti il mercato europeo, e a ridurre i costi dell’energia. Verranno anche implementati dei programmi specifici per “settori ad alta intensità energetica, come la siderurgia, la metallurgia e l’industria chimica, che costituiscono la colonna portante del sistema manifatturiero”.

Sempre per ridurre le dipendenze e diversificare le fonti di approvvigionamento, la UE proporrà nuovi partenariati per accedere più facilmente a “materie prime, energia pulita, combustibili sostenibili per i trasporti e tecnologie pulite da tutto il mondo”. Bruxelles rivedrà anche le norme sugli appalti pubblici per “introdurvi una preferenza europea nei settori e tecnologie critici”: una sorta di “buy European”.

Accanto ai tre pilastri descritti, vi sono anche cinque “attivatori trasversali per la competitività”. Si tratta della semplificazione per le imprese, “per ridurre l’onere di rendicontazione – ha detto von der Leyen –: almeno il 25% per tutte le aziende e almeno il 35% per le PMI”, con un risparmio calcolato in 37,5 miliardi di euro.

Parliamo, tra gli altri, degli obblighi di rendicontazione sulla sostenibilità, inclusi quelli relativi a due diligence e tassonomia: insomma, ciò che rende “green” le attività imprenditoriali, almeno sulla carta. Per questo in molti hanno intravisto i segnali dell’ormai chiaro passo indietro sulla retorica della transizione profusa negli ultimi anni.

Tra gli “attivatori” si annoverano poi interventi per una maggiore integrazione del mercato unico e del mercato dei capitali, nonché del “capitale umano” (formazione, mobilità e attrazione di talenti più facile dentro la comunità europea). E infine uno “strumento di coordinamento per la competitività”.

Quest’ultimo, nel prossimo quadro finanziario pluriennale, verrà affiancato da un fondo per la competitività che sostituirà diversi strumenti finanziari oggi esistenti. Anche se nel concreto bisognerà capire cosa significa, probabilmente si parla di un’altra tappa del processo di centralizzazione del potere nelle mani di Bruxelles.

Da dove debbano arrivare i soldi per operazioni del genere rimane però dubbio. La volontà è quella di mobilitare gli investimenti privati attraverso il volano di quelli pubblici, ma se seguiamo le indicazioni di Draghi si dovrebbero trovare almeno 700 miliardi di euro l’anno entro il 2030.

La Bussola ricorda che ci sono circa 300 miliardi di euro che finiscono fuori dai confini europei ogni anno, di cui molti attratti da maggiori opportunità di profitto al di là dell’Atlantico. E i rapporti tra Washington e Bruxelles sembrano destinati a infiammarsi, di certo non a trovare un punto d’incontro per le esigenze dell’industria europea.

Molti di questi miliardi dovrebbero comunque finire nella Difesa Europea, per la quale si aspetta il Libro bianco promesso nei primi 100 giorni del suo mandato da von der Leyen. E dunque nel rilancio di un modello di guerra, non di sostegno ai lavoratori, che dovranno lottare per ribaltare questi indirizzi.

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27/01/2025

Trump grazia Ross Ulbricht e si accredita nel mondo delle criptovalute

Tra i vari ordini esecutivi firmati da Trump nei primi giorni seguenti al suo insediamento, c’è anche quello sulle criptovalute, firmato giovedì 23 gennaio.

In questo documento si manifesta la volontà da parte del nuovo presidente di creare un sistema di regolamentazione delle cripto molto permissivo, di istituire una riserva nazionale di bitcoin, analogamente alle riserve auree e petrolifere statali, e di vietare ad ogni organizzazione statale statunitense di creare una cripto “ufficiale” emessa e regolata da un ente pubblico, come lo yuan virtuale o altre criptovalute nazionali emesse dalle banche centrali in giro per il mondo.

Alla luce di questo fatto e dei guadagni da record registrati dal “meme coin” $Trump, che in pochi giorni è arrivato ad una capitalizzazione nominale di 25 miliardi di dollari (la maggior parte dei token sono stati un dono dello stesso Trump), appare evidente quali siano le motivazioni dietro alla liberazione di Ross Ulbricht, il fondatore di Silk Road, in carcere dal 2013 e graziato da “The Donald” lo scorso 21 gennaio.

La vicenda di Ross Ulbricht

Ripercorrendo brevemente la vicenda di Ulbricht, nel 2011 a 24 anni aveva creato la piattaforma Silk Road che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto essere una sorta di mercato libero senza regole che garantiva il totale anonimato degli utenti grazie ai pagamenti in Bitcoin e all’utilizzo del protocollo TOR, uno standard cifrato di comunicazioni non intercettabile su internet su cui si basano i vari servizi accessibili sul dark web.

Ovviamente, nella realtà delle cose, il sito era prevalentemente utilizzato per compravendita di droga e ogni genere di transazioni illegali. Nei due anni successivi Ulbricht incassò, grazie alle percentuali sulle transazioni della piattaforma, enormi guadagni.

L’arresto del fondatore di Silk Road

Infatti, quando fu arrestato dalle autorità nel 2013, gli vennero sequestrati 144.000 bitcoin (che in quel momento vennero rivenduti dalle autorità a circa 300 dollari l’uno mentre oggi ne valgono 100.000), a cui si aggiunse il sequestro di un’ulteriore cifra di circa 184 milioni di dollari.

Ross Ulbricht fu quindi condannato a due ergastoli per una serie di imputazioni, quali riciclaggio, traffico di droga e hackeraggio di computer, mentre l’accusa relativa all’aver assoldato dei sicari per compiere un omicidio decadde durante il processo.

L’appoggio della destra continentale

Durante la sua detenzione la campagna “Free Ross”, che portava avanti una raccolta firme per la sua liberazione e una raccolta fondi per lui e la sua famiglia, raccolse le simpatie dei settori della destra americana, i cosiddetti “libertari” alla Trump o Milei, e del nascente mondo degli speculatori di criptovalute e dei criptomilionari.

Per questi, Ulbricht aveva contribuito per primo a consolidare il bitcoin come la più importante di queste monete grazie ai traffici sul dark web, rappresentando una sorta di pioniere e di ideologo di un nuovo tipo di mercato basato sull’assenza di regole e sull’anonimato delle transazioni economiche.

Gli argomenti con cui si richiedeva la sua liberazione consistevano nella supposta sproporzionalità della pena per non essere mai stato condannato per reati di sangue. La petizione per la scarcerazione arrivò a raccogliere 600 mila firme, tra cui quelle di importanti figure di destra dell’establishment statunitense, mentre furono raccolti milioni di dollari anche grazie alla vendita delle opere d’arte di Ulbricht come NFT.

Trump stesso aveva già da tempo promesso che si sarebbe occupato della vicenda di Ulbricht, e questo suo interesse ha portato alla grazia di questa settimana.

Il giro d’affari della raccolta fondi per Ulbricht

I sostenitori di Ulbricht, dopo l’annuncio della grazia, hanno raccolto più di 270 mila dollari, grazie anche alla cospicua donazione da parte dell’importante “exchange” di criptovalute Kraken.

Ai fondi raccolti grazie alla campagna in suo favore si potrebbero aggiungere, secondo Conor Grogan di Coinbase, altri circa 47 milioni di dollari conservati in “wallet” legati a Silk Road che non erano stati sequestrati dalle autorità.

I motivi dietro la grazia concessa da Trump

Tirando le somme, appare evidente come la liberazione di un Ulbricht, arricchitosi illecitamente all’inverosimile durante un momento pionieristico del sistema delle cripto, sia stata una mossa di Trump per accreditarsi al mondo degli speculatori in criptovalute.

Questa probabilmente serviva sia a far comprare la sua personale moneta, che ha visto il suo valore aumentare da 18 centesimi a 75 dollari al “token” generandogli ricavi enormi, sia ad averli dalla sua parte in un tentativo di regolamentare, con i suoi metodi molto permissivi, il mondo ancora semi-sommerso delle criptovalute.

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08/01/2025

Il poker di Trump

Il 20 gennaio 1981 Ronald Reagan si insediava come Presidente degli Stati Uniti, aprendo dodici anni di predominio repubblicano ininterrotto alla Casa Bianca. Dieci anni più tardi Repubblica Democratica Tedesca, Patto di Varsavia ed URSS si erano dissolti. Nel 1993 il democratico Bill Clinton inaugurava un nuovo corso politico, che corrispondeva maggiormente alla spinta espansiva del capitale nordamericano nel nuovo, più favorevole, scenario internazionale. Si apriva così l’epoca della globalizzazione neoliberista a guida occidentale, sviluppatasi lungo un lasso di tempo di trent’anni durante i quali il partito democratico ha predominato sul partito repubblicano (20 anni di presidenza contro 12).

Dopo la seconda elezione di Donald Trump, possiamo dichiarare definitivamente conclusa quest’epoca. La traiettoria della debacle democratica nelle ultime elezioni presidenziali presenta poche novità rispetto ai precedenti storici della sinistra occidentale. Possiamo riassumerla nel tentativo, contraddittorio e infruttuoso, di prevalere sulla propria controparte politica rincorrendola sul suo terreno, quando non superandola in peggio.

Confrontando l’ascesa del fascismo negli anni Trenta del '900 con i giorni nostri, ritroviamo una parabola che si ripete, concludendosi invariabilmente con il trionfo della destra. In particolare, quattro anni di presidenza Biden, talmente guerrafondaia da accreditare Trump come candidato “pacifista”, sono costati ai democratici la perdita di oltre 12 milioni di voti rispetto al 2020, facendo prevalere il candidato repubblicano, che ha saputo contenere meglio le perdite (2 milioni di voti in meno).

Le motivazioni profonde del comportamento apparentemente autolesionista della sinistra occidentale risiedono nella perversa solidarietà che lega le classi della nostra società. La sinistra accetterà di buon grado il proprio ruolo di azionista politico di minoranza nel sistema occidentale fintantoché la maggioranza dei salariati accetterà di cooperare con i propri sfruttatori, per trarre benefici a spese degli sfruttati di altri Paesi. Il principio secondo cui “cane non mangia cane” rappresenta il perimetro invalicabile della competizione politica interna all’Occidente, che la svuota di ogni contenuto in termini di alternative reali.

Se possiamo dire che la presidenza Biden si è sviluppata in piena continuità con la prima presidenza Trump, quali novità potrà portarci il Trump due? Sulla base dei segnali accumulati in questi mesi di transizione, ci possono essere pochi dubbi sulla volontà di rilanciare a tutto campo il predominio statunitense nella sfera economica, diplomatica e militare.

Nell’ingente investimento politico del capitalismo nordamericano su Trump si legge con chiarezza l’urgenza di ricreare un “Reagan moment” che, nell’arco temporale dei prossimi quattro anni, possa produrre una trasformazione decisiva degli assetti internazionali a favore degli Stati Uniti. In questo quadro, la più significativa novità rispetto al Trump primo è l’emergere di una nuova fazione di tecno-baroni, capitanata da Elon Musk, che si candida a guidare la ristrutturazione del complesso militare-industriale statunitense sulla base del paradigma dell’intelligenza artificiale.

Il settore digitale sceglie così di rinnegare completamente il proprio storico ruolo ideologico di campione della globalizzazione “progressiva” e “inclusiva” per arruolarsi, come ai tempi della guerra fredda, nella battaglia per rilanciare la supremazia statunitense sul resto del mondo. Si tratta di un tentativo carico di incognite, se si considera che questo settore è tra i più globalizzati e che gli sforzi per demarcare il perimetro degli amici affidabili nei quattro anni di amministrazione Biden sono stati molto costosi in termini diplomatici ed economici e poco efficaci in termini di risultati concreti.

Il poker è un gioco a somma zero, dove è escluso per principio che tutti possano vincere. Questo gioco rappresenta la quintessenza della logica politica occidentale, che il trumpismo promette di spingere al massimo. Poiché la strategia di Trump ricorda quella di un giocatore pronto ad andare all-in sulla propria mano, proviamo a capire quali siano le sue carte.

Senza dubbio veniamo da 15 anni di rafforzamento relativo dell’economia statunitense rispetto al resto del mondo (con l’eccezione della Cina), che fa parlare la stampa finanziaria internazionale di un ritorno dell’“eccezionalismo americano” nella sfera economica. Questa tesi si basa su tre elementi fondamentali. In primo luogo, la crescita della produttività negli ultimi 15 anni è stata, in un contesto globale in rallentamento, maggiore di quella dei propri alleati (UE, Giappone, Canada) ma anche di molte economie emergenti e BRICS (come Brasile, Russia e Sudafrica).

In secondo luogo, gli USA hanno saputo rafforzare ulteriormente la propria leadership tecnologica guidando la nuova rivoluzione dell’intelligenza artificiale, attraverso la quale, come abbiamo visto, si apprestano a rilanciare la propria supremazia militare. In terzo luogo, gli USA sono al momento indipendenti sul piano energetico grazie agli idrocarburi estratti mediante fracking. Secondo questa prospettiva, la forza economica sarebbe sufficiente a mettere gli Stati Uniti al riparo dalle ambizioni delle economie emergenti che hanno individuato nella piattaforma dei BRICS, al momento, un punto di resistenza più che il volano per una ridefinizione degli equilibri a proprio favore.

La chiave del successo statunitense può essere individuata nel persistente predominio della sfera monetaria e finanziaria. Il continuo afflusso di capitali verso l’area del dollaro va a finanziare sia lo sviluppo delle nuove tecnologie, con le ricadute di cui abbiamo detto, sia la straripante spesa pubblica che è stata fondamentale per rilanciare la crescita economica post-pandemica. Le sorgenti che alimentano la macchina economica statunitense non sembrano prosciugarsi neppure di fronte ad una situazione debitoria sempre più pesante. Ma non è garantito che i flussi restino abbondanti per sempre, e i timori al riguardo da parte degli osservatori occidentali crescono, specialmente alla luce dei piani fiscali del futuro presidente, che prevedono un nuovo consistente taglio alle tasse per i più ricchi.

La mano di Trump è ad alto rischio e, rimanendo all’interno della metafora pokeristica, la sua politica economica è un bluff. Infatti è impossibile chiudere il disavanzo commerciale statunitense con i dazi e mantenere lo status del dollaro allo stesso tempo, dato che sono i flussi di capitale dall’estero, che alimentano la forza della valuta USA, a causare tale disavanzo. Per rendere più competitiva la produzione interna rispetto a quella estera occorrerebbe rinunciare alla sopravvalutazione del dollaro causata dal monopolio finanziario statunitense.

Ci sono buoni motivi per dubitare che questa possa essere una buona scelta, visto che costerebbe una drastica riduzione della domanda interna e soprattutto renderebbe molto più stringenti i vincoli di bilancio del settore pubblico e privato mentre, come abbiamo visto, l’afflusso di capitali dall’estero è fondamentale per alimentare il dinamismo dell’economia USA.

Trump può contare sul servilismo dei propri alleati europei e giapponesi, privi in passato della dignità per reagire alle innumerevoli prepotenze subite e pronti oggi ad ingoiare quelle che si stanno già materializzando, a partire dalle sempre più pesanti interferenze sulla propria politica interna. Ma è verosimile che il resto del mondo scelga di andare a vedere le sue carte, ben comprendendo che gli Stati Uniti dipendono dall’estero molto più di quanto siano disposti ad ammettere.

L’approccio muscolare prospettato da Trump imporrebbe con certezza costi significativi sul piano interno, che potrebbero essere mal sopportati. In particolare, se Trump giocherà davvero la carta dei dazi e delle restrizioni all’immigrazione nei termini prefigurati, esporrà l’economia ad un forte rischio inflazionistico. Non a caso, l’atteggiamento della Federal Reserve sui tassi è diventato molto guardingo negli ultimi mesi.

Se l’inflazione riprendesse vigore, si potrebbe aprire un conflitto tra la Presidenza e la Banca Centrale, con conseguenze che potrebbero essere di vasta portata. Per evitare il rischio dell’inflazione, Trump punta a stimolare l’offerta attraverso una nuova ondata di radicale deregolamentazione economica. In pratica, la deregulation dovrebbe fornire lo shock positivo in grado di compensare gli shock negativi determinati dai dazi e dalla repressione dell’immigrazione. Anche in questo caso la scommessa è ad alto rischio, perché la deregolamentazione prospettata nella sfera finanziaria potrebbe avere effetti destabilizzanti in un momento in cui alcuni osservatori cominciano ad individuare nel mercato borsistico USA “la madre di tutte le bolle”.

La valutazione attuale della borsa USA, che rappresenta in termini di valore il 70% delle borse globali, è parte integrante della narrativa sull’“eccezionalismo americano”, di cui si diceva sopra, perché si basa sulla forza economica delle magnifiche sette multinazionali a stelle strisce che dominano i mercati mondiali della tecnologia (con l’unica, significativa, insidia proveniente dalla competizione cinese). D’altra parte, quando i monopolisti privati assumono direttamente il comando politico, com’è avvenuto con il duo Trump-Musk, c’è senz’altro da dubitare della loro capacità di anteporre l’interesse generale al proprio.

Per questo la deregolamentazione, spinta da un’amministrazione stracarica di conflitti di interesse, rischia di avere implicazioni anticompetitive e distorsive, rafforzando ulteriormente lo strapotere dei monopoli privati che, a sua volta, a lungo andare potrebbe creare forti conflitti interni e indebolire quel potenziale innovativo che è il vanto degli Stati Uniti.

L’esito della mano non dipende solo dalle carte di Trump, ma anche da quelle degli altri giocatori al tavolo. Tra le economie emergenti, la Cina resta quella con le migliori potenzialità. In questi mesi il governo cinese ha preparato il terreno per una forte espansione della domanda interna che compensi il probabile aggravamento delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti, dimostrandosi così pronto a resistere all’offensiva trumpiana.

Si prospettano tempi non facili, ma il potenziale innovativo dell’economia cinese resta elevato, e presenta vantaggi cospicui in aree critiche come quella della produzione di energie rinnovabili e delle applicazioni tecnologiche integrate.

Le altre economie BRICS, così come la maggioranza delle economie emergenti, vivono fortune alterne e, in alcuni casi, sono sottoposte ad una pressione economica occidentale che continuerà a metterle a dura prova, esponendole al rischio di cedimenti improvvisi. Sicuramente la crescente tensione internazionale non aiuta lo sviluppo delle economie più deboli e ostacola gli sforzi di cooperazione necessari ad affrontare la crisi climatica globale. Per questo la strada che conduce verso un multipolarismo equo e solidale e verso la transizione climatica si presenterà nei prossimi anni piena di ostacoli.

Le carte peggiori sembrano essere quelle dei Paesi europei e del MENA, sempre più compromessi dal peso di guerre che si protraggono, aggravandosi, senza prospettive di soluzione. Ma sarebbero l’Umanità tutta e il Pianeta stesso a rischio di sopravvivenza se quelle guerre degenerassero in un conflitto nucleare. Per questo resta fondamentale imporre la Pace per permettere all’Umanità di cogliere i frutti abbondanti di una cooperazione mutuamente vantaggiosa. Si tratta di un’opzione che purtroppo rimane lontana dalle prospettive delle classi dirigenti dell’Unione Europea, incapaci di immaginare qualcosa di diverso da una politica espansionistica aggressiva.

In conclusione, una cosa è certa: la battaglia per dare un esito progressivo alle molteplici crisi che stiamo vivendo diventerà molto più dura nei prossimi quattro anni. Oscilleremo tra il rischio di una vittoria definitiva delle forze reazionarie, il collasso climatico e l’olocausto nucleare. Occorre attrezzarsi per essere all’altezza della sfida.

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14/12/2024

“Salva Milano”, sfascia il Paese

Il partito del cemento è uscito allo scoperto. E non poteva scegliere data migliore per farlo: la Giornata nazionale degli alberi, lo scorso 21 novembre.

D’altronde, perché parlare di Piani del verde comunali (peraltro non obbligatori in Italia, vergognoso) o di alberi a Milano, quando c’è da salvare torri di cemento cresciute più veloci dei platani e aprire nuove possibilità di deregolamentazione urbanistica?

Il 21 novembre è andato in scena, nel nostro teatrino parlamentare, il dibattito per il cosiddetto provvedimento “Salva Milano”, la leggina ad urbem che affossa quel che rimane della pianificazione urbanistica lasciando pieno campo alla legge della rendita (vuoi immobiliare, vuoi fondiaria). Il tutto al cospetto pure di alunne e alunni invitati in Parlamento per un giorno. Future generazioni che al ritorno a scuola, scrivendo il loro tema sulla giornata in Parlamento, citeranno il “Salva Milano”. Rendiamoci conto.

Veniamo però ai fatti. Da anni il Comune di Milano rilascia ardite autorizzazioni edilizie per fare torri, condomini, grattacieli nei cortili o laddove prima c’erano due magazzini, una palazzina o un deposito. Il tutto interpretando a modo suo la legge urbanistica nazionale e dilatando il concetto di ristrutturazione così da sostituire un piccolo volume preesistente con un condominio, rinunciando pure a incassare un bel po’ di oneri di urbanizzazione che servono a fare opere per tutti.

D’altronde da circa vent’anni Milano e i suoi sindaci hanno imboccato la strada pericolosa del cemento impegnandosi con tutto loro stessi a innalzare il più possibile i valori immobiliari. Per loro il principio a cui conformare il governo del territorio è l’attrattività (per cittadini ben paganti, ovvio). Attrattività è la parola che piace a destra come a sinistra e, infatti, i parlamentari la citavano con gran profusione quel 21 novembre.

Nel caso di Milano molta dell’attrattività l’hanno pagata tutti gli italiani perché tutti hanno contribuito a Expo 2015, alle Olimpiadi 2026, alla privatizzazione degli scali ferroviari, alle nuove Metropolitane e a tanto altro fatto con soldi pubblici non solo milanesi e non solo lombardi.

Quell’attrattività è fondata su un modello di vita urbana molto esclusivo e disegnato tutto addosso a una idea di felicità privata dove quel che conta è quel che possiedi, dove abiti, chi frequenti, quanti apericena fai alla settimana, se hai la palestra e il giardino in condominio, se hai la colonnina per la ricarica dell’auto elettrica, se hai soldi per pagarti la piscina pubblica nel frattempo trasformata in una location glamour per spritz-man, etc..

Ma chi l’ha stabilito poi che quella attrattività è cosa buona e giusta e, tanto meno, l’immagine della sostenibilità? E così, a furia di cemento, torri, grattacieli e archistar l’ultima Giunta ha oltrepassato quel poco di buon senso urbanistico che rimaneva ancora, decidendo che la ristrutturazione e la rigenerazione urbana fossero quella roba secondo la quale al posto di un piccolo magazzino artigianale posto in un cortile, si poteva allegramente costruire un condominio a torre da decine e decine di appartamenti da vendere dai seimila euro al metro quadrato in su.

Ma questa non è la Milano che tutti vogliono, con buona pace del sindaco, della sua giunta e dei tanti parlamentari che li sostengono (da tempo). E così qualcuno ha iniziato a dubitare e denunciare. Sono partite le inchieste ed eccoci qua nel pieno di un casino imbarazzante fatto già di mezze torri vendute, davanti alle quali schiere di parlamentari di destra e sinistra si danno da fare come matti per mettere una pezza (che io chiamerei condono, ma loro chiamano interpretazione autentica della legge urbanistica nazionale).

E la pezza, come tradizione vuole, è peggio del buco perché si vara una norma per mettere fuori legge l’urbanistica ovunque. In buona sostanza d’ora in poi la volumetria di un box potrà diventare quella di una palazzina. Quella di una palazzina di un condominio, e così via. Il tutto versando solo pochi denari al Comune, del tutto insufficienti a garantire quel minimo di servizi pubblici necessari per compensare l’aumento del numero di cittadini.

La vicenda è già sufficiente per vergognarsi di quel che hanno fatto a Milano e stanno facendo in Parlamento, da destra e sinistra. Ma oggi siamo nel 2024. E ha fatto bene qualche parlamentare a ricordarlo, ma non certo per mettere mano all’urbanistica affossandola.

Si è appena conclusa una fallimentare Cop29 dove si è ricordato che il 2024 è stato un anno pessimo e la politica non è stata capace di fare nulla a beneficio del clima. Pertanto i parlamentari che invocano il 2024 dovrebbero invocare lo stop alla crescita compulsiva delle città, ancor più se quella crescita la sfigura, si fonda sulla deregulation urbanistica e sulla espulsione delle fasce sociali più deboli, quelle che non possono permettersi appartamenti da cinquemila euro al metro quadrato in su.

E non ci vengano a dire che quell’urbanistica allegra in altezza a Milano è stata fatta per non consumare suolo, come ho sentito dire in aula Parlamentare. Falso. Milano continua a consumare suolo e il brivido per l’altezza non ha frenato un bel niente.

Negli ultimi 17 anni Milano ha consumato una media di 18 ettari all’anno di suoli agricoli o liberi al bordo o interni alla città. Semmai Milano è la dimostrazione del contrario: scegliere l’altezza non equivale a non consumare suolo. Non sono quindi i sindaci, assessori e parlamentari milanesi a poterci dare lezioni di non consumo di suolo. Men che meno oggi. Negli ultimi venticinque anni non ho sentito uno solo di loro fare un discorso a favor di suolo con una energia e vigoria tale e quale a quella che ho visto in Parlamento per il cosiddetto “Salva Milano”. E faccio notare che non stanno neppure cogliendo l’occasione di questo imbarazzante provvedimento urbanistico per approvare uno stop al consumo di suolo. Se ne guardano bene.

Quel che si sta compiendo è un doppio disastro nazionale. Per “salvare Milano”, il Parlamento sta decidendo che in tutte le città italiane si potranno costruire torri, condomini, grattacieli semplicemente chiedendo la più semplice delle autorizzazioni edilizie, senza un piano attuativo, senza adeguare i servizi, saltando a piè pari qualsiasi pianificazione urbanistica. E per di più la decisione parlamentare avrà pure valore retroattivo. Fatico a non mettere questa roba dentro il faldone dei “condoni”.

Il secondo disastro è culturale. Questo “Salva Milano” come volete che venga letto e capito dalle persone? Come un provvedimento per salvare il Pianeta? La miglior mossa per la transizione ecologica? Una legge per adeguare le città alla crisi climatica? Il primo di una serie di provvedimenti per avere città resilienti? Non credo proprio. Verrà visto come l’ennesimo abuso di potere politico all’italiana, dove i provvedimenti urbanistici in odor di condono e cemento che si approvano sono la normalità. Dove il cemento vince sul verde. Altro che “Salva Milano”, qui siamo in pieno “Sfascia tutto”. Benvenuti nello Sfasciocene.

Concludo con un appello alle sindache e ai sindaci che sono dalla parte del suolo. Vi chiedo di prendere le distanze da questo provvedimento facendo sentire la vostra voce. Prendete posizione pubblicamente, scrivete alla redazione di Altreconomia, intervenite: redazione@altreconomia.it.

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08/11/2024

Trumpnomics 2.0, via anche gli ultimi lacci alla finanza

di Emiliano Brancaccio

Stando agli exit polls di Abc, oltre due terzi degli elettori americani si dichiarano insoddisfatti dalla situazione economica lasciata dall’amministrazione Biden. La working class, in particolare, lamenta una caduta del potere d’acquisto dei salari fino a tre punti percentuali all’anno per tre anni.

L’erosione retributiva, a quanto pare, ha avuto un impatto rilevante sulle elezioni. Molti lavoratori che in precedenza avevano votato per i democratici, stavolta hanno disertato le urne o hanno scelto Donald Trump.

La voltata di spalle di quel residuo di classe lavoratrice che ancora si iscrive alle liste elettorali è forse la prova più tangibile del fallimento dei democratici americani. Tuttavia, se la speranza è che il nuovo presidente sostenga le condizioni di vita dei lavoratori, possiamo già dire che sarà delusa. Dal fisco, alla spesa sociale, alla regolamentazione del lavoro, la “Trumpnomics 2.0” sarà quella di sempre: una politica economica al diligente servizio del capitale americano.

Trump ha insistito sul rafforzamento del suo “Tax Cuts and Jobs Act”. Nel 2017 aveva portato l’imposta massima sui profitti delle imprese dal 35 al 21 per cento e ora vuole ulteriormente ridurla al 15 per cento, nel tripudio dei grandi azionisti di Wall Street. Inoltre, il nuovo presidente ha annunciato tagli rilevanti al prelievo federale sugli straordinari e sulle pensioni più alte. Stando al Committee for a Responsible Federal Budget, le minori entrate potrebbero implicare un crollo fino al 30 per cento del bilancio per la previdenza sociale. È lo specchio di un altro obiettivo chiave di Trump: comprimere ancora il residuo welfare pubblico per ripristinare l’assoluto predominio delle assicurazioni private.

Per sostenere i consumi della classe lavoratrice, Trump ha rilanciato la soluzione che tanto piace al potere finanziario: misure fiscali per dimezzare i tassi d’interesse sulle carte di credito e alleviare il costo dei mutui per l’acquisto di elettrodomestici, autovetture e case. Una delle possibili attuazioni è che le banche ricevano vantaggi fiscali se riducono gli oneri per i consumatori indebitati. Se a questo scopo servirà allentare i vincoli a un nuovo boom dei debiti, nessun problema: Trump è intenzionato a rimuovere gli ultimi lacci normativi che imbrigliano la finanza. Per molti versi, sembra la riedizione degli anni ruggenti che precedettero la crisi del 2008. La bolla speculativa che gonfia l’economia americana si espanderà ancora prima di scoppiare. Alla fine, stesi per terra, si ritroveranno i lavoratori in bancarotta.

In questo terso scenario di dominio del capitale, c’è chi sostiene che la classe lavoratrice potrà almeno rallegrarsi per l’annunciato blocco dell’immigrazione. In realtà, i dati mostrano che i migranti vanno dove l’economia cresce. Ciò significa che l’afflusso di lavoratori stranieri non è tanto una causa del peggioramento dell’occupazione e dei salari dei nativi quanto piuttosto una conseguenza del loro miglioramento. L’ideologia xenofoba vince tuttora nelle urne ma continua a perdere sul banco di prova dell’evidenza scientifica.

Le speranze dei sedicenti tribuni della plebe “pro-Trump” sono tuttavia riposte anche nel rilancio dell’isolazionismo economico Usa. La retorica trumpiana “America first” è centrata sul blocco delle importazioni e sull’obiettivo di riportare gli impianti delle multinazionali su territorio americano, per rimediare alla crisi occupazionale delle aree interne. A ben vedere, però, i dati mostrano che il protezionismo di Trump non costituisce affatto un’eccezione. Da Obama a Biden, da oltre un quindicennio le amministrazioni Usa stanno erigendo barriere commerciali e finanziarie sempre più alte. È quello che la segretaria al Tesoro uscente ha definito friend shoring: fare affari solo con gli “amici” e tenere alla larga i “nemici”, specialmente se creditori verso l’America. Trump semplicemente grida ai quattro venti una strategia di divisione dell’economia mondiale in blocchi contrapposti che è stata adottata anche dagli altri presidenti, sia pure con maggior discrezione. Si tratta di un indubbio favore per i proprietari statunitensi, che sempre più temono incursioni di capitali orientali negli Usa e nelle aree del mondo sotto controllo americano. Quanto alle magnifiche sorti per i lavoratori nativi, fino a oggi non risultano pervenute.

Qualcuno potrebbe obiettare che almeno Trump porta avanti una strategia di pace, sia pure cinica: lasciare alla Russia i territori occupati e farla finita con la guerra in Ucraina. In realtà, con questa opzione il nuovo presidente punta a riesumare un vecchio obiettivo di Nixon: dividere Russia e Cina per preservare l’egemonia americana nel mondo. Con la differenza che Nixon cercava intese coi cinesi per isolare la Russia sovietica, mentre oggi Trump vuol fare accordi coi russi per isolare la Cina. L’idea è che i cinesi sono i veri attentatori al primato economico americano ed è quindi su di essi che gli Stati Uniti dovranno concentrare le barriere, le sanzioni e i cannoni. Più che un’agenda “pacifista”, un altro tassello verso l’escalation militare globale.

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21/05/2024

Gli OGM stanno tornando in Europa

L’emersione di nuove tecniche di ingegneria genetica, le cosiddette new genomictechniques, ha portato le istituzioni europee a proporre la deregolamentazione dei nuovi OGM che ne derivano. Con gravi pericoli per ambiente, salute e diritti.

Stefano Mori e Francesco Panié, del Centro Internazionale Crocevia, lo raccontano in un’analisi approfondita che mette in luce pericoli, retroscena e interessi. Il libro, intitolato: Perché fermare i nuovi OGM, esce in libreria per Terra Nuova Edizioni il 22 maggio.

Il libro arriva proprio nel corso di una mobilitazione che vede, in Italia e in Europa, movimenti contadini e associazioni del biologico impegnati nel contrastare la deregolamentazione europea, che cancellerebbe gli obblighi di tracciabilità, etichettatura e valutazione del rischio per i nuovi OGM.

Ribattezzate in Italia con il rassicurante nome di Tecniche di Evoluzione Assistita (TEA), le “nuove” biotecnologie per la modificazione genetica sono sperimentate per la prima volta in un campo prova in provincia di Pavia, dove un riso OGM potrebbe arrivare sulle tavole degli italiani senza etichetta e contaminare i campi degli agricoltori circostanti se andrà in porto il tentativo di deregulation.

La proposta europea in discussione tra gli Stati membri, vieterebbe infatti ai paesi di impedire la coltivazione di nuovi OGM sul loro territorio. Un divieto che oggi l’Italia ancora esercita dopo averlo ottenuto esplicitamente nel 2016.

L’operazione è rischiosa per molti motivi: uno di questi è la biocontaminazione dei campi non geneticamente modificati, che porterebbe nientemeno che alla fine dell’agricoltura biologica, impossibilitata a garantire filiere libere da OGM. Altro potenziale problema viene dagli effetti collaterali delle biotecnologie, che secondo l’Agenzia francese per la salute e la sicurezza alimentare potrebbero perfino portare le piante a produrre tossine e allergeni non previsti.

Intrecciando storia della biologia, inchiesta giornalistica e testimonianze dai movimenti sociali per la sovranità alimentare, il libro accende una luce sugli enormi interessi e le relazioni pericolose tra multinazionali, politica e scienziati che rischiano di compromettere la vera transizione agroecologica, i diritti dei contadini sui semi e quelli dei consumatori a una scelta informata.

Gli OGM di prima generazione, come raccontato con dovizia di particolari nel primo capitolo, non hanno rispettato le promesse di aumentare la produttività, ridurre la chimica, sfamare il mondo.Oggi si tenta di aggiornare la narrazione, promettendo nuovi OGM indistinguibili dai prodotti naturali, che si vorrebbe quindi far arrivare sulle nostre tavole senza più valutazione del rischio, né tracciabilità né etichettatura, obbligatorie per legge in Europa.

Lo scopo è dichiarare una supposta equivalenza per aggirare il principio di precauzione, «realizzando appieno il sogno di imprese multinazionali, governi conniventi e biotecnologi in cerca di gloria e finanziamenti» si legge nell’introduzione del volume.

Un capitolo è dedicato a raccontare «l’evoluzione che le scienze della vita stanno attraversando, in un tentativo di estendere il dominio sui sistemi alimentari dichiarando l’uguaglianza tra natura e tecnica, tra biotecnologia e agroecologia, secondo una filosofia dell’indistinzione scippata ai movimenti sociali e reinterpretata in chiave estrattiva. Una “santa alleanza”, quella tra scienza e capitale, che vediamo espressa plasticamente nel sistema dei brevetti, il pilastro attorno al quale ruota la possibile deregulation dei nuovi OGM».

La storia e la modalità con cui il brevetto consente l’appropriazione e la privatizzazione della biodiversità agricola e del cibo sono al cuore del volume. La strategia, secondo gli autori, mira a trascinare i contadini sotto l’influenza di un’industria sementiera che, per sostenere la propria continua espansione, non si fa scrupoli a scaricare sulla collettività «i rischi di tecnologie pericolose e imprevedibili».

Che fare, dunque? Nel sesto e ultimo capitolo vengono descritte «sul fronte delle pratiche e su quello della lotta politica, le strade che portano verso direzioni emancipative» e che vedono i due autori impegnati in una coalizione europea di cui fa parte il Centro Internazionale Crocevia, ONG da decenni schierata insieme ai contadini di tutto il mondo per il diritto alle sementi e contro la proprietà intellettuale sulle risorse genetiche.

«Abbiamo voluto scrivere questo libro per dare una voce sul tema dei nuovi OGM a chi subirà le conseguenze più pesanti di queste tecnologie – spiega Stefano Mori, coordinatore del Centro Internazionale Crocevia – La mancanza di informazione sui nuovi OGM rischia di impedire alle persone di conoscere il peso di una possibile deregolamentazione di organismi geneticamente modificati che finirebbero nei loro piatti e nei campi degli agricoltori. Non possiamo permetterlo. Da decenni difendiamo l’agroecologia contadina e la sovranità alimentare e attraverso le loro voci abbiamo raccontato quali sono i problemi dei nuovi OGM e quali sono le soluzioni alle conseguenze dei cambiamenti climatici dall’ottica dei movimenti di tutto il mondo».

«Il libro tiene insieme diversi elementi – dettaglia Francesco Panié, responsabile della comunicazione di Crocevia – Intrecciamo il racconto dell’evoluzione storica nel campo della modificazione genetica, con un piano di analisi delle politiche e di denuncia delle relazioni tossiche tra multinazionali, istituzioni e scienziati. Ma oltre a sviluppare la critica, proviamo anche a offrire degli spunti per cercare altre strade, che portino verso l’agroecologia e i diritti dei contadini alle sementi, fermando la brevettazione del vivente e la contaminazione dei campi e dei corpi».

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26/03/2024

Attraversando il PNRR. Parte I: piani Ue e classe dirigente italiana (II)

III. I termini e le condizioni del prestito. Per un approccio pragmatico ma conflittuale

La questione da agitare a livello politico non è quella delle condizioni del prestito: non si tratta di somme di denaro prestate «a strozzinaggio» e, per di più, una discreta parte di queste non andrà restituita (le stesse commissioni sul finanziamento richieste dall’Ue sono praticamente nulle).

Non ci sembrano efficaci nemmeno le critiche sul livello di indebitamento del Paese, cioè sulla quantità di debito che svilupperemmo a causa dei fondi PNRR, che dovremo restituire: concretamente il tutto andrebbe a risolversi con 6.000.000.000 euro e più all'anno in aggiunta sul debito pubblico, da corrispondere nell’arco del ventennio che va dal 2033 al 2052. Ora, aggiungere questa cifra a un debito che matura interessi annui di 7-9.000.000.000 euro non ci sembra un ostacolo insormontabile per il bilancio di un'economia avanzata, per quanto non si tratti di spiccioli.

La questione da trattare dovrebbe essere un’altra: l’attuale ripartizione degli investimenti fra capitale e lavoro e la futura ripartizione delle spese per la restituzione del prestito, sempre fra capitale e lavoro. Forse si potrebbe lavorare a una rivendicazione per la quale la restituzione dei fondi PNRR vada richiesta ai soggetti che li hanno utilizzati, attraverso aliquote, tasse, riduzione degli sgravi fiscali per fascia di utile netto, ecc. Tutto ciò considerando, magari, solamente imprese con determinate fasce di fatturato (non troppo basse) e considerandole assieme al relativo indotto di servizi alle imprese e finanziari, per poter ascrivere così a bilancio pubblico soltanto le quote di finanziamento PNRR destinate (sulla carta) al potenziamento dei servizi pubblici. Se vogliamo interagire col dibattito mainstream, forse sarebbe ipotizzabile un discorso del genere. Del resto i sindacati e «l’opposizione» parlamentare avrebbero potuto tranquillamente chiedere ai destinatari dei fondi PNRR di contribuire alle spese sostenute con un contributo a un fondo appositamente costituito. Presupposto irrinunciabile di qualsiasi rivendicazione di questo tenore, però, sarebbe stata una critica politica ai meccanismi europei di funzionamento. Ma proseguiamo.

Per una parte questi fondi sono sovvenzioni a fondo perduto[1] e, per l’altra, prestiti. La loro erogazione è subordinata ad alcuni adempimenti da parte dei governi nazionali, per cui non è scontata e non avviene in un’unica tranche. Gli unici paesi che finora[2] hanno ricevuto soldi in prestito sono: Italia, Grecia, Romania, Slovenia, Portogallo, Cipro. L’Italia è sia la nazione ad aver ricevuto la percentuale maggiore dei fondi previsti (44%), che l’unica ad aver ricevuto più soldi in prestito che sotto forma di sovvenzioni.

I fondi spettanti a ciascun paese, così come la destinazione d’uso e le condizioni di prestito degli stessi, sono stati stabiliti contrattualmente fra la Commissione Europea e il governo nazionale: stiamo parlando del cosiddetto Loan Agreement («contratto di prestito»). Questo documento, di norma accessibile dai siti governativi degli altri paesi europei, curiosamente in Italia non sembra essere stato reso pubblico[3].

In caso di utilizzo non corretto dei fondi comunitari è prevista la restituzione degli stessi[4], e la norma non è puramente simbolica: per l’Italia, nel 2019 «l’ammontare totale di irregolarità e frodi tra Fonti Strutturali e Politica agricola equivale a 63.441.868 euro di cui 51.774.935 ancora da recuperare»[5].

Il totale dei fondi messi a disposizione dalla Commissione Europea per tutti gli Stati è di quasi 750.000.000.000 euro divisi circa a metà fra prestiti e sovvenzioni. Per dare un’idea della mole di denaro in gioco forniamo alcuni dati: nel 2022 il PIL italiano è stato di circa 1.930.000.000 euro, quello della Germania 3.877.000.000 e quello del Portogallo 224.000.000. L’Italia, da questo punto di vista, è la quarta economia europea[6]. Il dispositivo del PNRR, perciò, rappresenta un investimento ingente, potenzialmente in grado di andare a influenzare le strategie e i risultati delle economie dell’Unione. Tra l’altro il PNRR fa parte del programma Ngeu, che «comprende due strumenti di sostegno agli Stati membri. Il REACT-EU [47,5 miliardi in totale] è stato concepito in un’ottica di più breve termine (2021-2022) per aiutarli nella fase iniziale di rilancio delle loro economie. IL RRF ha invece una durata di sei anni, dal 2021 al 2026»[7].

Per quanto riguarda le condizioni dei prestiti vi è la questione della restituzione degli interessi sul prestito e quella della restituzione del prestito vero e proprio.

Gli interessi li stiamo già ripagando e, per ora, sono convenienti, in quanto i tassi sui prestiti concessi all’Ue risultano inferiori a quelli italiani. Questa, infatti, prende a sua volta in prestito il denaro (la maggior parte, anche quello da erogare come sovvenzioni) man mano che provvede a erogare le rate ai vari Stati nazionali. In che modo? Emettendo titoli obbligazionari. Come funzionano? L’investitore privato li compra e, alla loro scadenza, riceverà indietro la somma iniziale maggiorata dagli interessi. Questi ultimi vengono stabiliti al momento della transazione e tendenzialmente sono più bassi quando l’istituzione dalla quale si comprano i titoli è solida e ha un rischio di insolvibilità del debito (alla scadenza dell’obbligazione) basso. Ora, se fondamentalmente è questo il motivo per cui l’Ue prende soldi a prestito a costo inferiore rispetto all’Italia, bisogna considerare che: qualora le condizioni di mercato peggiorassero, i tassi salirebbero e le previsioni economiche di spesa andrebbero riviste al rialzo; i tassi d’interesse concessi all’Ue sono circa la metà di quelli italiani, ma stanno lentamente salendo; generalmente le obbligazioni a lungo termine comportano a priori tassi d’interesse più alti e possono finire per catalizzare (più delle obbligazioni a breve scadenza) gli eventuali incrementi dei tassi che dovessero occorrere nel corso degli anni, favorendo una sorta di «effetto amplificatore».

Una scommessa sulla stabilità dell’Unione, dunque, e un cappio al collo delle classi popolari, pronto a stringersi in caso di necessità. Al momento però simili problematiche sono prefigurabili soltanto per via puramente ipotetica. A quanto ci risulta, infatti, dato che il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha previsto ad hoc due nuovi capitoli di spesa in bilancio[8], sulla scorta dell’aggiornamento contenuto nella nuova Legge di Bilancio è possibile affermare che non si tratta di somme elevate: 278.000.000 euro nel 2023, 504 nel 2024 e 714 nel 2025[9]. In questi anni i costi dei soli interessi sull’intero debito pubblico saranno di 75.000.000.000 e 718.000.000 euro per il 2023, 84.829.000.000 euro l’anno seguente, 91.517.000.000 euro nel 2025[10].

Il debito vero e proprio (che per l’Italia dovrebbe essere di 194.300.000.000 euro, di cui però solo 126 da restituire, essendo i rimanenti finanziamenti a fondo perduto) andrà ripagato a partire da 10 anni dopo la ricezione dei soldi e nell’arco di ulteriori 20 anni. Facciamo presente che complessivamente (comprendendo quindi anche le sovvenzioni a fondo perduto) «l’ammontare dei prestiti RRF all’Italia è stato stimato in base al limite massimo del 6,8% del reddito nazionale lordo in accordo con la task force della Commissione»[11].

IV. PNRR italiano: obiettivi generali e predisposizione del quadro amministrativo

Pensiamo che possa essere utile esaminare brevemente le riforme collegate al Piano, ossia quelle norme in carico al governo nazionale che è necessario promulgare per poter utilizzare correttamente ed efficacemente i fondi PNRR. Alcune di queste servono a garantire l’attuazione del piano (riforme abilitanti) e a preparare il contesto (riforme orizzontali o di contesto)[12], mentre altre sono molto più specifiche (riforme settoriali).

Le riforme abilitanti puntano alla semplificazione burocratica e alla digitalizzazione dell’amministrazione pubblica, nonché a stimolare la concorrenza nei mercati.

Fra queste troviamo la legge annuale per il mercato e la concorrenza[13], attraverso cui i governi hanno tentato (e tenteranno ancora) di semplificare le procedure per gli investimenti e lo sviluppo delle infrastrutture, rilasciando più facilmente le concessioni e riducendo gli oneri amministrativi, nonché di liberalizzare completamente i settori dell’energia elettrica, idroelettrica e da gas naturale, e le autostrade. Importante poi sottolineare come uno degli obiettivi di riforma dichiarati nel PNRR sia stabilire che il pubblico, per ricorrere a risorse interne anziché al mercato (appalti ed esternalizzazioni, consulenze...), debba fornire adeguate giustificazioni, anche di carattere economico: «andranno introdotte specifiche norme finalizzate a imporre all’amministrazione una motivazione anticipata e rafforzata che dia conto delle ragioni del mancato ricorso al mercato, dei benefici della forma dell’in house dal punto di vista finanziario e della qualità dei servizi e dei risultati conseguiti nelle pregresse gestioni in auto-produzione, o comunque a garantire una esaustiva motivazione dell’aumento della partecipazione pubblica»[14]. Fra i settori che probabilmente verranno più colpiti da questo approccio troviamo quello della raccolta e dello smistamento rifiuti.

Un’altra riforma abilitante punta a dotare l’amministrazione di un unico sistema di contabilità, di piattaforme informatiche compatibili e capaci di operare congiuntamente, di personale specializzato ed esperto negli strumenti di vendita e di misurazione delle performance.

Questo vorrebbe dire aumentare l’efficienza e la produttività dello Stato (stimolando ritmi di lavoro più alti e passando dalla misurazione collettiva della produttività a quella individuale, relativa al singolo dipendente). Ma vuol dire anche stimolare la compra-vendita di prodotti digitali hi-tech creando un mercato ad hoc che veda lo Stato come primo cliente, nel tentativo (che immaginiamo sarà solo parzialmente efficace) dichiarato di spingere il tessuto imprenditoriale italiano all’innovazione produttiva e a investire nei settori più remunerativi dell’economia. Vuol dire, infine, aumentare il controllo politico sui cittadini lavoratori: questi saranno suddivisi per categorie di rischio (ad esempio in riferimento all’evasione fiscale), in maniera tale da rendere il controllo «mirato» e scovare i colpevoli; la stima del rischio verrebbe fatta con l’ausilio di strumenti informatici come i big data analysis[15], che consentono l’analisi e la «clusterizzazione» (categorizzazione) di mole di dati anche molto grandi e il cui uso, non a caso, si sta diffondendo largamente nei settori produttivi dell’economia. A tal fine, l’organico dell’Agenzia delle Entrate è già stato rafforzato con 4113 unità in più, deputate all’utilizzo di strumenti informatici avanzati a fini di controllo. Unico argine democratico è la «pseudonomizzazione» delle informazioni, che protegge la privacy del cittadino informalmente indagato dai lavoratori dipendenti dell’Agenzia.

Le riforme orizzontali servono a intervenire nella Pubblica Amministrazione e nella Giustizia, al fine di stimolare gli investimenti: quelli pubblici, nel caso della PA, o quelli delle imprese private sul territorio nazionale, nel caso della riforma della Giustizia. E se per la PA fondamentalmente tornano le solite parole d’ordine (semplificazione burocratica, digitalizzazione, nuove assunzioni e investimenti sulle competenze della forza-lavoro), per la Giustizia il problema è inquadrato nella lentezza dei processi, vista come il principale fattore di disturbo per gli investimenti.

Insomma, l’intento celato dietro queste (e altre) riforme sembra chiaro: attrarre gli investimenti e farli fruttare, eliminando lentezze e storture procedurali di tipo amministrativo e giudiziario. Gli investimenti, difatti, sono la base di un piano capitalistico di sviluppo come il PNRR. Tuttavia, bisogna essere più specifici e cercare di capire a cosa, in concreto, la classe dirigente stia mirando.

Una sintesi dei tre obiettivi centrali nel PNRR Italiano

Potremmo riassumere in tre punti gli obiettivi generali del Piano italiano: produttività, efficienza e posizionamento. La produttività indica la riduzione delle tempistiche di produzione e circolazione delle merci (approvvigionamento di materiali, manifattura e manifattura informatica, logistica, vendita); per «efficienza» intendiamo l’efficienza degli investimenti (la capacità di sviluppare il massimo potenziale economico con investimenti mirati) e allo stesso tempo la loro redditività (il guadagno che garantiscono al capitalista); il posizionamento è riferito al risultato di questi processi di implementazione economica sul mercato mondiale, ovvero alla possibilità di conquistare o mantenere le posizioni più remunerative nell’ambito delle filiere produttive di alcune tipologie di merci, considerate strategiche[16].

V. PNRR italiano: ritardi nell’utilizzo dei fondi

I paesi europei non sono tutti uguali. L’Italia, come forse in molti si sarebbero aspettati, sembra essere ben poco capace e disciplinata nel portare a termine il percorso di attuazione degli investimenti. Certo, sarebbe stato utopico porsi come sfida quella di sviluppare tecnologie in grado di monitorare il processo di implementazione tecnologica in itinere, utilizzando gli stessi fondi del PNRR: questo è, in maniera esemplificativa, il livello tedesco[17]. Anche volendo però fare un raffronto con un paese per alcuni versi più simile al nostro, quale ad esempio la Spagna, non emergerebbe un quadro edificante. Da un lato, l’Italia ha presentato quattro richieste di finanziamento (erogazione delle rate PNRR), mentre la Spagna tre, ma al nostro paese ne sono state accettate due, mentre per la Spagna sono state accolte tutte: «l’intervallo di tempo che intercorre tra la richiesta di pagamento e l’effettiva erogazione della rata (...) si allunga quando compaiono difformità tra gli obiettivi originariamente fissati dal Piano in corrispondenza della rata in questione e quelli effettivamente realizzati, discrepanze che devono essere valutate e validate dalle istituzioni europee. Ebbene, nel caso della prima rata, la Spagna ha ricevuto l’erogazione dei fondi dopo appena 45 giorni dalla richiesta, l’Italia dopo 104; per la seconda rata Madrid ha riscosso il pagamento dopo 90 giorni, Roma dopo 132; per la liquidazione della terza rata alla Spagna ci sono voluti 140 giorni, mentre l’Italia la sta ancora aspettando e sono passati 272 giorni dalla richiesta, inviata a Bruxelles il 30 dicembre dello scorso anno [la rata è infine stata versata il 09/10/2023][18]».

Dimostrando puntualità ed efficienza, inoltre, la Spagna è riuscita a sostenere con successo la richiesta di un notevole incremento dei fondi concessi (84.000.000.000 euro di prestiti in più, a cui vanno aggiunti altri finanziamenti e trasferimenti di denaro). Nel caso italiano, invece, «alla data del 26 novembre risultano spesi complessivamente 28.100.000.000 euro, pari a circa il 14,7% del totale delle risorse europee del PNRR: 1.300.000.000 euro nel 2020 (tutto il programmato per l’anno), 6.200.000.000 euro nel 2021 (leggermente più di quanto programmato), 18.100.000.000 nel 2022 (leggermente più di quanto programmato) e 2.500.000.000 euro nel 2023 (il 7,4%del programmato)»[19]. Non esattamente un risultato brillante, per il governo a guida Meloni: ad oggi il PNRR italiano ha dovuto essere ridotto di circa 17.000.000.000, al fine di ottenere l’erogazione delle rate. Vedremo se nel 2025-2026 si potranno recuperare quei soldi[20]... Per ora, concentrandoci sul presente, proviamo concretamente a vedere quali siano i problemi.

Ritardi nell’affidamento degli appalti

L’affidamento degli appalti risulta frequentemente in ritardo e spesse volte viene sospeso dopo l’assegnazione. Queste inefficienze non si verificano tanto nella fase della progettazione degli investimenti («cosa fare»), quanto in quella della messa a gara e dell’assegnazione dei progetti («chi deve farlo»). Da questo punto di vista sono evidenti le disparità territoriali fra nord e sud:
«la quota dei progetti conclusi è bassa dappertutto, ma al centro e al mezzogiorno è poco più della metà di quella del nord. I ritardi nella messa a gara e nell’assegnazione dei lavori, invece, si concentrano soprattutto nel mezzogiorno. (…) A fine novembre [2023] nel mezzogiorno risulta aggiudicato il 9,4% dei progetti finanziati, contro il 14,1% del nord e il 15,2% del centro[21]».
Le cause dei ritardi sono molte, ma incidono soprattutto la carenza di personale all'interno della PA e la conseguente, eccessiva mole di lavoro. A ciò si lega una diffusa difficoltà, sia da parte degli impiegati che dei dirigenti, a portare a termine gli adempimenti burocratici relativi ai progetti e ad assumersi la responsabilità di procedure che o non si conoscono, o non sono facili da gestire. In tale contesto, diventa ancor più difficile accertare la trasparenza dei processi di affidamento.

La soluzione del governo, allora, è stata quella di diminuire i controlli e le sanzioni e di escludere la Corte dei Conti dal controllo delle operazioni del PNRR e del Piano Nazionale Complementare; prorogare fino al 30 giugno 2024 lo scudo per i dirigenti al fine di scongiurarne la contestazione del danno erariale per colpa grave[22]; limitare l’ammontare economico delle condanne (riducendo i poteri di controllo della magistratura contabile sugli appalti); obbligare i dirigenti pubblici a sottoscrivere un’assicurazione; un maggior uso dei crediti d’imposta, più rapidi rispetto alla realizzazione diretta di opere pubbliche, per l’assegnazione dei finanziamenti. Tutto ciò mentre si tamponano le inefficienze con assunzioni ad hoc per il PNRR nel pubblico, principalmente a tempo determinato, e con riorganizzazioni interne degli uffici, finalizzate alla gestione e alla realizzazione dei piani e quindi foriere più che altro di un aumento del carico di lavoro degli impiegati.

A parer nostro, per tutelare i lavoratori sarebbe stato meglio intervenire istituendo clausole sociali di salvaguardia e stipulando contratti più favorevoli. Evidentemente però il PNRR è anche il banco di prova di soluzioni forti, che andranno a cadere negativamente sulle condizioni salariali e di contrattazione.

D’altro canto l’idea di garantire ad amministratori e dirigenti pubblici uno scudo quasi totale, che eviterebbe loro ogni accusa e contestazione di colpa grave per danno erariale in caso di un controllo preventivo, fa rabbrividire, perché elimina tutti i controlli successivi della Corte dei Conti, anche su appalti da milioni di euro. Eppure sarà così: il governo ha scelto di rendere più complicati i controlli sugli atti firmati da dirigenti pubblici che abbiano precedentemente richiesto un «controllo preventivo» sugli stessi. Fino a oggi questa procedura era limitata per legge a pochi atti di grande rilevanza, mentre ora verrebbe consentita – per quel che riguarda gli appalti del PNRR (e non solo) – a tutte le amministrazioni pubbliche, anche quelle locali, e a tutti i «soggetti attuatori», comprese le aziende. Tutti avranno facoltà di chiedere un controllo preventivo sull’atto e, in caso di via libera, non potranno più subire contestazioni per danno erariale per averlo adottato. I tempi concessi ai giudici per rispondere, fra l’altro, vengono dimezzati e se non arriva la risposta vale il silenzio assenso e scatta lo scudo erariale (salvo che per dolo). È facile capire cosa potrebbe succedere: gli uffici della Corte verrebbero subissati di una tale mole di atti, difficile da esaminare puntualmente, e il rischio è quello di dare il «liberi tutti». Per quegli atti che continuano a non poter essere sottoposti al controllo preventivo viene invece estesa a dismisura la cosiddetta «attività consultiva»[23].

Insomma, l’esclusione di responsabilità amministrativa per condotte gravemente colpose e l’eliminazione dei controlli in itinere sull’andamento dei progetti definiscono l’approccio di un governo che, forte di una certa quota di sostegno fra la piccola e media imprenditoria, cerca una sponda politica sicura per poter coprire alcune mancanze e difetti del proprio mandato. Peccato che, così facendo, si spalanchino le porte alle mafie...

Infiltrazioni della criminalità organizzata: l’appetito vien mangiando

Secondo Vincenzo Musacchio, criminologo forense, giurista e saggista di chiara fama, «i controlli in itinere sul PNRR servono perché così si monitorano i processi di spesa pubblica senza i quali si rischia davvero che il sistema cada nell’illegalità, nella corruzione e nelle mani della criminalità organizzata»[24]. Purtroppo vari decreti dei governi precedenti (Conte e Draghi) hanno gradualmente elevato la soglia di investimento (sino ai 5.000.000 euro) oltre cui non sono necessarie gare d’appalto ed è concesso l’affidamento diretto dei finanziamenti[25]. Il rischio allora «è di rivolgersi, anche inconsapevolmente, alle imprese colluse con la mafia o a quelle che accettino la corruzione facendo aumentare i prezzi, favorendo il lavoro nero e non garantendo né qualità, tantomeno risparmi di tempo»[26]. Secondo Maria Di Mauro, Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Napoli Nord, quello dell’infiltrazione della singola impresa mafiosa non è, però, l’unico rischio: «sodalizi delinquenziali, fortemente radicati nel tessuto economico e sociale, [potrebbero essere in grado] di “gestire” direttamente tutte le procedure di aggiudicazione ed esecuzione delle opere realizzate con fondi pubblici»[27].

Ora, è vero che gli investimenti risultano meno efficaci senza un coerente adeguamento amministrativo e normativo, ma tale adeguamento può essere fatto in varie maniere. In questo senso giova presentare ancora una volta l’esempio del capitalismo spagnolo, meno interessato a sfruttare la deregolamentazione dell’attività d’impresa in alcuni settori (alias «mafia») per incrementare i profitti e rendere efficaci gli investimenti.

Un confronto tra Italia e Spagna sul sistema di controllo

Anzitutto, in Spagna il piano di gestione dei fondi è separato dal piano di controllo, in un’ottica di interazione reciproca tra due ambiti mantenuti differenti. Il piano di controllo è basato sull’implementazione (almeno sulla carta) dei meccanismi già in uso presso la PA, piuttosto che su un loro superamento o «aggiramento». L’indipendenza del potere giudiziario dall’assegnazione e dalla successiva gestione degli investimenti (legislativo ed esecutivo) permette una maggior correttezza (minor spreco di soldi, lavori condotti «a regola d’arte») e linearità nell’applicazione del PNRR. Ciò in virtù di quattro meccanismi di base:

- monitoraggio dei doppi finanziamenti: l'identificazione, la caratterizzazione e l'assegnazione di progetti o azioni da parte degli enti attuatori e le loro fonti di finanziamento faciliteranno il monitoraggio per evitare il doppio finanziamento;

- analisi dei conflitti di interesse: l'identificazione dei beneficiari delle sovvenzioni negli inviti a presentare proposte e degli aggiudicatari dei contratti faciliterà l'analisi dei conflitti di interesse;

- indagine sulla corruzione: l’identificazione dei beneficiari delle sovvenzioni negli inviti a presentare proposte e degli aggiudicatari dei contratti fornirà la base per le indagini sulla corruzione;

- controllo delle frodi: la natura completa del sistema, che include informazioni sulla gestione e sui risultati dei progetti e delle azioni, il controllo contabile delle spese sostenute e le informazioni sui bandi e sui contratti attuati, faciliterà l'analisi di potenziali frodi.

Sarà ormai chiaro al lettore quanto detto anche sopra: per un’efficace attuazione degli investimenti serve un piano di assunzioni straordinario a tempo indeterminato nella PA e il miglioramento delle condizioni contrattuali, a partire dagli enti locali, subissati di lavoro per il PNRR e con la forza lavoro meno pagata di tutto il pubblico impiego. Potrebbe essere la soluzione per arrivare almeno a un servizio completo di informazioni pubbliche sull’avanzamento dei progetti finanziati.

Per completezza citiamo infine un altro fattore – stavolta forse più «tecnico», per così dire – che potrebbe causare ritardi considerevoli: la bassa dimensionalità (e poca esperienza) di molti dei soggetti attuatori, ossia di chi si è aggiudicato l’appalto o se lo è visto affidare, nel caso del pubblico, come piccole imprese, scuole, associazioni, Partite IVA individuali, ecc. Questo è vero nonostante sia comunque forte il ruolo svolto da alcuni grandi soggetti, in primis gli ex-monopoli pubblici (Rfi, Infratel, Anas, ecc.): «i primi cinque soggetti attuatori[28] arrivano a contare per il 18,6%, mentre i primi dieci per il 22,5%»[29].

In conclusione: la borghesia italiana non sembra essere in grado di portare il paese a quella capacità e organicità dell’intervento economico che sarebbero necessarie per ottenere realmente qualcosa dai fondi PNRR; per far sì, cioè, che non finisca tutto in un po’ di «doping economico», in grado soltanto di attrarre investimenti per qualche tempo e dare così un sollievo momentaneo ai capitalisti nostrani. La consolidata italica strategia di deregolamentazione normativa e di riduzione del costo del lavoro, così necessaria in un paese ad alto tasso di piccole e medie imprese, è la stessa che ha portato alla scomparsa dei piani industriali e all’indebolimento della Pubblica Amministrazione: le competenze per trattare il PNRR come un piano industriale, anziché come una iniezione di ossigeno, non ci sono e non possono essere formate subitaneamente. In questo contesto, i grandi progetti imprenditoriali italiani tendenzialmente sono o naufragati, oppure hanno campato sui finanziamenti statali, rapinando la popolazione per arraffare quanti più denari possibile (specie se provenienti dalla finanza speculativa). Non esattamente quel che si possa dire essere un’iniziativa coordinata ed efficiente. Purtroppo in Italia abbiamo una classe dirigente arraffona, spregiudicata e arrogante, e il modo in cui verranno usati i fondi PNRR lo testimonierà.

VI. Note conclusive

La strategia europea descritta dai Flagship programs ruota attorno ad alcune priorità ben definite: il contenimento dei consumi energetici e lo sviluppo di una certa indipendenza dalle fonti estere; l’integrazione economica e l’interconnessione digitale delle varie economie nazionali; l’aumento e il miglioramento (specializzazione) della capacità produttiva.

Gli Ipcei indicano i settori ritenuti basilari per lo sviluppo economico o perlomeno, tra questi, quelli su cui è possibile adottare piani di sviluppo coordinati a livello comunitario: batterie, idrogeno come fonte energetica, microelettronica e connettività (tecnologie per la comunicazione, Cloud computing)[30].

L’Italia, dal canto proprio, si trova a interagire con questa strategia da una posizione di relativa difficoltà, dovuta soprattutto alle problematiche storiche che la nostra economia si trascina appresso da decenni: rispetto ai desiderata dei capitalisti, da noi si produce poco, si investe poco e gli investimenti non rendono bene. Il lavoro è poco specializzato e questo anche per via di un tessuto imprenditoriale fatto di moltissime piccole e medie imprese, poco capaci di innovare[31].

Vedremo nella prossima parte dell’articolo come l’Italia intenda utilizzare i fondi del PNRR per «dimostrarsi utile» e acquisire un ruolo importante nel processo di ristrutturazione economica continentale. Per ora possiamo soltanto affermare che tali fondi non dovrebbero comportare un livello di indebitamento eccessivo e che ci sono stati concessi secondo modalità tutto sommato convenienti, per quanto non esenti da rischi o aspetti potenzialmente problematici[32].

Preoccupano di più, semmai, le modalità scelte dalla nostra classe dirigente per stimolare gli investimenti privati, che hanno un ruolo necessario e complementare a quelli pubblici del PNRR. Eliminare le lentezze burocratiche e uniformare le procedure amministrative per la gestione degli investimenti, in Italia, vuol dire diminuire i controlli e facilitare la concessione dei permessi per evitare di rafforzare il sistema amministrativo. Quest’atteggiamento sta portando a ritardi e sospensioni nell’affidamento degli appalti, anche per via delle numerose infiltrazioni della criminalità mafiosa. Un aspetto, quest’ultimo, che ci offre già un indizio sulle difficoltà italiane nello «stare al passo» con gli altri paesi[33].

Note

[1] Soldi pubblici che non vanno restituiti, non sono soggetti a interessi e non vanno garantiti da adeguate coperture finanziarie o di Enti.

[2] Europarlamento, dati del 20/12/2023.

[3] C. Canepa, M. Taddei, Quanto costano davvero i prestiti del Pnrr, «pagella politica», 03/05/2023, https://pagellapolitica.it/articoli/costo-prestiti-pnrr. Ciò testimonia per l’ennesima volta un atteggiamento ingiustificabile da parte del Governo (e di quello precedente), a prescindere da quali siano le cause della mancata pubblicazione. Un Governo che definire «scarsamente consapevole» dei propri oneri e responsabilità nei confronti del rafforzamento dell’ordine democratico-costituzionale equivarrebbe, già oggi, a una colpevole piaggeria.

[4] Regolamento UE 2021/241, art. 22.

[5] Redazione Fiscal Focus, La clausola che rischia di far saltare (e restituire) i fondi del PNRR, in «fiscal focus», 01/07/2021 .

[6] «Quarta economia», a livello di PIL. Sulla base del PIL pro-capite il nostro Paese si trova nella metà inferiore degli Stati dell’UE. Dati 2019, Ragioneria Generale dello Stato.

[7] PNRR #NextGenerationItalia, p. 10.

[8] Ministero dell’Economia e delle Finanze, Decreto 8 giugno 2022, art. 4. I capitoli in questione sono il numero 2226, per la spesa per gli interessi dei prestiti del Pnrr, e il 2246, per i costi amministrativi e di gestione, comunque in capo al Paese destinatario dei fondi.

[9] Ministero dell’Economia e delle Finanze, Decreto di ripartizione in capitoli, pp. 152 e 153.

[10] Ministero dell’Economia e delle Finanze, Nota integrativa al Disegno di Legge di Bilancio per l’anno 2023 e per il triennio 2023 – 2025, 2022.

[11] PNRR #NextGenerationItalia, p. 22.

[12] Esistono infine le riforme d’accompagnamento al Piano, interventi necessari a evitare che, in seguito all’utilizzo dei fondi PNRR, possano sorgere contraddizioni di vario tipo. Interventi di questo genere potrebbero riguardare il regime fiscale, oppure gli ammortizzatori sociali.

[13] «Prevista nell’ordinamento nazionale dal 2009 (con legge n. 99/2009), la legge annuale per il mercato e la concorrenza è stata in concreto adottata solo nel 2017 (legge n. 124/2017)». Tratto da «PNRR #NextGenerationItalia, p. 79».

[14] PNRR #NextGenerationItalia, pp. 80-81.

[15] Ma anche l’intelligenza artificiale, il machine learning, il text mining o l’analisi delle relazioni.

[16] L’Italia, per esempio, è un importante produttore di tecnologie belliche e controlla segmenti importanti di quelle filiere produttive, mentre al contrario nel settore aeronautico non riesce a esprimere appieno le proprie «potenzialità», trovandosi divisa fra poche grandi imprese di punta e una miriade di aziende minori poco dinamiche.

[17] «La strategia dei dati viene monitorata anche durante la sua attuazione, ciò significa che lo stato di avanzamento della realizzazione dei progetti viene registrato quantitativamente». Darp (Deutscher aufbau und resilienzplan), p. 339 (traduzione effettuata tramite applicazione informatica).

[18] L. Rizzo, R. Secomandi, A. Zanardi, Spagna batte Italia «a Pnrr», «lavoce.info», 03/10/2023.

[19] Ufficio Parlamentare di Bilancio, Memoria della Presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, 05/12/2023, p. 10.

[20] Esiste anche la possibilità che il Governo si trovi a praticare comunque alcuni degli investimenti rinviati, finanziandoli però, a questo punto, coi titoli di Stato anziché con i fondi comunitari.

[21] Ibidem, p. 6.

[22] Stando alle dichiarazioni degli esponenti di maggioranza, infine, le intenzioni sono di estendere la riforma fino a ridefinire il concetto di «colpa grave» e rendere il più possibile permanenti le attuali, nuove misure, che ad oggi sarebbero transitorie.

[23] Oggi riservata ad atti o pareri forniti a regioni e comuni e inerenti alle materie di contabilità pubblica, di bilancio o di ordine generale.

[24] V. Musacchio, Scudo erariale su Pnrr? Rischio aumento corruzione e maggiori infiltrazioni mafiose, «antimafiaduemila», 23/12/2023.

[25] V. Musacchio, Appalti Pnrr, quasi il 90% è affidato senza gara. Le mafie banchettano, «huffpost», 23/10/2023.

[26] Ibidem.

[27] R. Patscot e V. Ricchezza, I fondi del PNRR e le possibili infiltrazioni della criminalità organizzata. Intervista a Maria di Mauro, «unicost», 12/11/2022.

[28] «Primi soggetti attuatori» per valore dei progetti aggiudicati. Agli attuatori spetta poi il compito di selezionare le imprese esecutrici (compreso, nel caso sia un’impresa, il soggetto attuatore stesso).

[29] Ufficio Parlamentare di Bilancio, op. cit., p. 12.

[30] V. Par. II, La strategia della Commissione Europea.

[31] V. Par. I, La situazione dell’economia produttiva italiana.

[32] V. Par. III, I termini e le condizioni del prestito.

[33] V. Parr. IV, Pnrr italiano: obiettivi generali e predisposizione del quadro amministrativo, e V, Pnrr italiano: ritardi nell’utilizzo dei fondi.

Fonte