Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/01/2026

Cina e Usa, due modelli sempre più alternativi

Appare sempre più evidente come il modello di sviluppo statunitense e quello cinese tendano a divergere profondamente su molti aspetti, dallo sviluppo dell’Intelligenza artificiale alle criptovalute, dall’impegno per il multilateralismo sul piano geopolitico alla transizione energetica.

L’incontro di Busan

Ci sono degli avvenimenti, magari non ufficialmente percepiti al momento come molto importanti, mentre i media ne parlano soltanto per un paio di giorni, che segnano invece uno spartiacque profondo per le implicazioni che comportano. 

Questo è stato il caso dell’incontro del 30 ottobre tra Xi Jinping e Donald Trump a Busan, una città della Corea del Sud. La reale importanza di tale incontro non sta tanto nella pur importante tregua commerciale concordata in quella sede tra Cina e Stati Uniti, ma nella dimostrazione evidente, quasi ufficiale, che il Paese asiatico può ormai affrontare gli Stati Uniti da pari a pari (Doshi, 2025), con una tendenza anzi, a nostro parere, del rovesciamento dei rapporti di forza tra i due paesi. Si tratta ovviamente di una constatazione della massima importanza sulla strada di un rilevante mutamento dell’ordine internazionale. Più in generale, il 2025 è stato un anno molto favorevole al Paese asiatico.

Nell’ambito di una guerra che dura ormai da parecchio tempo, almeno sin dai tempi di Barak Obama e del suo pivot to Asia, Trump ha ingaggiato una battaglia, mesi prima dell’incontro fatidico, imponendo dazi ai prodotti cinesi di oltre il 140%, convinto che il Paese asiatico si sarebbe piegato, come tanti altri, ai diktat Usa; ma Xi ha risposto colpo su colpo con armi che hanno alla fine neutralizzato l’avversario. E tutti hanno percepito come l’incontro di Busan abbia sancito la vittoria dei cinesi. 

Le armi della vittoria sono costituite dal quasi monopolio delle terre rare e dei magneti (comunque alla fine “una pistola puntata alle tempie agli Stati Uniti”, Doshi, 2025), ma per capire come è stato ottenuto questo risultato è necessario anche considerare altre implicazioni che ci sono dietro. Tra queste, il fatto che la stragrande maggioranza dei farmaci utilizzati negli Stati Uniti dipendono dalle forniture dei componenti di base che provengono dalla Cina. Inoltre va considerato che senza le merci cinesi il livello dei prezzi della gran parte dei beni di consumo venduti sul mercato interno americano sarebbe salito in maniera verticale, e alcune merci sarebbero diventate di difficile reperimento. Qualcuno, ad esempio, aveva rilevato già nei mesi primaverili che senza i condizionatori cinesi gli americani avrebbero sofferto molto più caldo nel periodo estivo, sarebbero mancati gli arredi di Natale, che, come è noto, provengono pressoché tutti da un’unica città cinese, così come le bandiere americane e i cappellini con la scritta Maga. Tutto ciò, sino a non molto tempo fa. 

In questo quadro, il testo che segue si sofferma soltanto su alcuni punti relativi ai differenti modelli di sviluppo dei due Paesi, non tanto analizzando le grandi differenze tra le caratteristiche generali del sistema economico e politico cinese e quello statunitense, quanto piuttosto concentrando l’attenzione su alcuni temi specifici venuti alla luce nell’ultimo periodo.

L’IA, due modelli differenti

Il modello di sviluppo dell’Intelligenza Artificiale portato avanti dai grandi gruppi Usa del settore appare mirato ad affermare la loro supremazia tecnologica attraverso enormi investimenti (OpenAI da sola programma di impegnare 400 miliardi di dollari nei prossimi anni nel settore), che producono massicci programmi proprietari chiusi e a pagamento, con il controllo dell’esportazione delle tecnologie dei chip e dei software avanzati verso la Cina. Donald Trump ha dichiarato a questo proposito che gli Stati Uniti faranno qualsiasi cosa che sarà necessaria per essere la guida mondiale nel settore dell’IA (Thornhill, 2025).

La Cina invece investe somme certo importanti, ma nettamente inferiori a quelle degli Usa: secondo una stima cinese gli impegni del Paese asiatico nel settore tra il 2023 e il 2025 sono stati dell’82% più bassi di quelli degli Stati Uniti (Global Times, 2025), mentre altre stime sono un poco più elevate, ottenendo peraltro risultati sostanzialmente equivalenti a quelli statunitensi, con la diffusione poi di un sistema aperto a tutti e gratuito, con il parallelo obiettivo di diffondere rapidamente e in maniera capillare la tecnologia. Si tratta evidentemente di un approccio che sarà privilegiato nei Paesi del Sud del mondo, ma anche in molti casi in quelli del Nord. In effetti si registra un crescente uso dei modelli cinesi anche negli Stati Uniti; si cita tra l’altro il caso di Airbnb (Global Times, 2025).

Lo stesso boss di Nvidia prevede che nella gara per la supremazia nel settore alla fine vincerà la Cina, mentre altri esperti statunitensi affermano che gli Stati Uniti stanno facendo un errore strategico catastrofico nello scommettere così pesantemente su modelli IA giganti e chiusi e che gli Stati Uniti sono nel settore dalla parte sbagliata della storia (Thornhill, 2025). C’è chi prevede che il successo dei modelli di IA aperti cinesi, sei volte meno cari di quelli Usa, (Surman, 2025), faranno scoppiare la bolla dei valori oggi fortemente gonfiati delle imprese del settore statunitense. 

I ricercatori asiatici della Silicon Valley

Per altro verso, gli undici ricercatori che presso il gruppo Meta perseguono l’ambizioso obiettivo di costruire un programma che eguagli o sia più potente del cervello umano sono tutti immigrati educati in altri Paesi e sette di questi sono cinesi (Metz, Tan, 2025). Più in generale, l’industria high tech statunitense dipende in rilevante misura da ingegneri cinesi. E quindi se l’amministrazione Trump portasse ancora avanti la sua politica di contrasto agli scienziati del Paese asiatico presenti negli Stati Uniti le società della Silicon Valley resterebbero indietro nella gara per il primato nel campo dell’IA (Metz, Tan, 2025). E in effetti diversi ricercatori di primo livello hanno già lasciato gli Stati Uniti tornando nella madrepatria. C’è da pensare che diversi altri li seguiranno. 

Le cose peggiorerebbero ancora se anche per gli scienziati indiani, come per qualche verso si profila, l’aria diventasse difficile nel paese; si tratta infatti della seconda componente fondamentale del capitale umano della Silicon Valley dopo quella cinese. 

Una dipendenza sorprendente

Abbiamo visto come i grandi gruppi Usa dell’IA stiano portando avanti una forsennata politica di investimenti nei centri dati in giro per il mondo. Ora l’Agenzia Internazionale per l’Energia prevede che per alimentare tali centri nel 2030 si consumerà un quinto di tutta l’energia generata negli Stati Uniti nello stesso anno (Sandlund, 2025).

Per quanto riguarda la componentistica necessaria per tali impianti – sistemi di immagazzinamento dell’energia, convertitori, trasformatori, ecc. – le imprese statunitensi stanno ricorrendo in misura massiccia alle imprese cinesi, in ragione della maggiore rapidità di consegne rispetto ai concorrenti di altri paesi come la Corea del Sud, della maggiore affidabilità e durata e di costi più vantaggiosi. Tutto questo mentre in teoria gli Stati Uniti vorrebbero ridurre la loro dipendenza dalla Cina nei settori chiave (Sandlund, 2025). 

La lotta al cambiamento climatico

Anche nel campo dell’ecologia si possono rilevare due atteggiamenti molto diversi tra Usa e Cina. Nel primo caso con l’amministrazione Trump ci troviamo di fronte alla negazione che ci sia un problema di qualche natura in campo climatico (come ribadito ancora nel dicembre del 2025) e a tentativi di bloccare in tutti i modi possibili gli investimenti nel settore nel suo Paese, oltre allo sforzo di frenare gli accordi relativi in sede internazionale. Del resto gli Stati Uniti erano assenti dai recenti incontri della Cop30 in Brasile.

C’è da sottolineare che la ricetta trumpiana non viene seguita negli Stati governati dai democratici, che cercano invece, tra crescenti ostacoli federali, di portare avanti dei programmi alternativi.

Nel frattempo la Cina è diventato di gran lunga il Paese che investe di più nel settore (normalmente almeno quanto il resto del mondo messo assieme) e il leader tecnologico su di un fronte molto ampio di prodotti relativi, dalle auto e camion elettrici, alle pale eoliche, ai pannelli solari, alle grandi batterie da accumulo; i suoi prodotti tendono ormai a conquistare i mercati mondiali, nonostante il boicottaggio degli Stati Uniti e in parte dell’Unione Europea. Senza le tecnologie cinesi non si riuscirà a combattere efficacemente il cambiamento climatico. Il Paese sembra poi aver raggiunto il picco delle emissioni nel 2025, in largo anticipo rispetto all’obiettivo precedentemente fissato del 2030. Anche quello di emissioni zero fissato ufficialmente al 2060, sarà presumibilmente raggiunto molto prima, tra il 2050 e il 2053.

Alla fine, comunque, Trump consegna il futuro dell’energia a livello mondiale alla Cina (Luce, 2025).

Le criptovalute e le stablecoin

L’Oxford English Dictionary definisce le criptovalute come sistemi di pagamento digitale che operano indipendentemente da un’autorità centrale e che impiegano tecniche crittografiche per controllare e verificare le transazioni. Se questo sistema si diffondesse largamente gli effetti sulla regolamentazione e stabilizzazione delle economie nazionali potrebbero essere devastanti. 

Le cripto non hanno valore in senso economico, non generano reddito, non sono legate ad alcun tipo di produzione, non pagano dividendi. Quello che le spinge in avanti non sono quindi i cash flow, ma le aspettative, in particolare quelle che in futuro qualcun altro compri tali titoli ad un prezzo maggiore di quello di oggi (Editorial, 2025). 

Le criptovalute minacciano lo stesso concetto di lotta al denaro sporco e alla criminalità. 

Le stablecoin sono degli strumenti digitali che offrono agli investitori la flessibilità delle criptovalute, ma che, al contrario delle stesse, non presentano apparentemente rischi di oscillazione di prezzo delle stesse, dal momento che sono legate ad un asset stabile, quale una valuta, dei depositi bancari, o un bene come l’oro. In realtà i rischi in proposito sono rilevanti.

Donald Trump afferma che lo sviluppo delle stablecoin aiuterà a rinforzare il dominio del dollaro nel mondo, attraendo tra l’altro flussi di investimento verso gli Stati Uniti, nonostante che sul piano politico il Paese stia perdendo qualche colpo (Walker, 2025). La famiglia Trump, del resto, ha lanciato nel 2025 una serie di iniziative di criptovalute attraverso le quali, sia pure tra alti e bassi, sembra sia riuscita a guadagnare diversi miliardi di dollari.

La tendenza statunitense sottesa a tali movimenti è quella ad una privatizzazione e deregolamentazione spinta della valuta e dei mercati finanziari. 

Molto diverso appare l’atteggiamento cinese (Zhu Lanxu, 2025), (Grossi, 2025). In un recente incontro sulla lotta alla speculazione sulle valute virtuali, la Banca Centrale di Pechino, preoccupata dalla crescita della stessa speculazione cripto in Cina e dalle mosse di Trump, avendo già lanciato lo yuan digitale pubblico, ha dichiarato che intensificherà una politica proibizionista sul trading e sulla speculazione su bitcoin e criptovalute. Tali strumenti infatti  non possono circolare in Cina, ne essere usati sul mercato. 

G20, COP30, aiuti all’Africa

Due recenti vertici molto importanti, il G20 in Sud Africa la Cop30 in Brasile hanno visto l’assenza dei rappresentanti degli Stati Uniti; del resto Trump non ama le assemblee di tutti i tipi, preferendo di gran lunga i rapporti bilaterali, situazione in cui può più facilmente prevalere sull’avversario. Invece la Cina ha afferrato l’occasione per presentarsi come sostenitrice di un ordine multipolare, della cooperazione internazionale, dei trattati ambientali, guadagnandosi maggiore fiducia dai paesi del Sud del mondo (Noci, 2025).

Poco tempo prima, mentre gli Stati Uniti bloccavano gli aiuti ai paesi africani, la Cina aboliva tutti i dazi nei confronti delle merci provenienti dai Paesi di tale continente.

Le esportazioni cinesi resistono a Trump

È noto come Trump, estendendo azioni già avviate dalle precedenti presidenze, abbia attivato forti azioni verso tutti i paesi del mondo sul fronte del commercio, imponendo loro dazi più o meno elevati, mirando in particolare la Cina, non solo come rivale geopolitico, ma come Paese che godeva anche di larghi surplus negli scambi reciproci.

Pechino è riuscita a parare la mossa di Trump: è vero che le sue esportazioni verso gli Stati Uniti si sono ridotte in misura significativa, ma sono invece aumentate quelle verso altre destinazioni, dai Paesi dell’Asean a quelli dell’UE, tanto che alla fine complessivamente le sue esportazioni hanno continuato a crescere. Così nel periodo gennaio-novembre 2025 il surplus della bilancia commerciale cinese aveva battuto ogni precedente record, raggiungendo i 1.080 miliardi di dollari (più che nell’intero 2024), con le esportazioni che erano cresciute nel periodo intorno al 6%. E le previsioni sono per un’ulteriore crescita nel 2026.

Cosa può produrre la Cina in casa

È anche noto che la teoria dei vantaggi comparati messa a suo tempo a punto da David Ricardo e che tanto successo ha avuto sino ai nostri giorni prevede che ogni paese opera gli scambi con gli altri sulla base dei vantaggi comparati che ognuno possiede. Così conveniva che il Portogallo si specializzasse nella produzione del vino e lo scambiasse con i tessuti dell’Inghilterra; in tale modo ambedue i paesi ne avrebbero tratto vantaggio.

Come sottolinea un testo recente apparso sul Financial Times (Harding, 2025) su questo fronte la Cina ha ora un problema molto rilevante.

Non si tratta solo del fatto che la Cina abbia un crescente surplus commerciale con il resto del mondo, quanto semmai della prospettiva che tendenzialmente sarà sempre più in grado di produrre anche le cose che al momento importa, come semiconduttori, software, aerei commerciali, macchinari avanzati per la produzione. Non si capisce quindi, quando – fra un certo non lunghissimo numero di anni – essa riuscirà a produrre praticamente tutto in casa (ha tutti i progetti in atto per farlo), cosa potrà importare per bilanciare almeno parzialmente le cose. A quel punto il commercio internazionale del Paese risulterebbe in teoria impossibile.

Per ottenere di riequilibrare in qualche modo le cose ci sarebbero comunque diverse mosse possibili. 

La Cina dovrebbe intanto potenziare fortemente il mercato interno, cosa che non è riuscita a fare in misura adeguata almeno sino ad oggi, mentre un blocco come quello dei Paesi dell’UE dovrebbe riuscire ad elevare il suo livello di competitività e trovare nuove fonti di creazione di valore, come gli Stati Uniti hanno fatto sino ad adesso con la loro industria tecnologica. Evento peraltro improbabile, che se non portato avanti, condurrebbe ad un progressivo protezionismo. Inoltre presumibilmente la Cina potrebbe continuare a importare dai Paesi vicini prodotti semilavorati: sarà inoltre obbligata in ogni caso ad importare le materie prime necessarie alle sue attività (anche se le attività di riciclaggio dei materiali potrebbero ridurre anche questa fonte), mentre potrebbe anche spingere sugli investimenti diretti all’estero e sull’apprezzamento dello yuan.

C’è un altro aspetto della questione che non va certo sottovalutato. I surplus commerciali della Cina stanno diventando già oggi, con le loro grandi dimensioni, insostenibili per il resto del mondo e tendono a produrre una spinta nei vari paesi a erigere delle barriere protezionistiche (Prasad, 2025). A questo punto sembra che la Cina debba trovare una soluzione che non può che andare di nuovo in direzione della crescita dei consumi interni, di una spinta a incrementare gli investimenti diretti per sostituire la produzione in loco, alle esportazioni e di nuovo dell’apprezzamento dello yuan.

Conclusioni

Con il passare del tempo appare sempre più evidente come il modello di sviluppo statunitense e quello cinese tendano a divergere profondamente su molti aspetti, con quest’ultimo Paese che sembra tra l’altro più pronto a incontrare le aspettative del pianeta in termini ambientali, tecnologici, finanziari, nonché di un ordine mondiale più equo, mentre gli Stati Uniti sembrano sempre più chiusi in una logica di stretta adesione a quelli che appaiono i suoi più stretti interessi senza curarsi molto delle conseguenze delle loro azioni per il resto del mondo. Alla fine, il risultato effettivo delle decisioni di Trump è quello di accelerare la presa della Cina in particolare sui paesi del Sud; come scrive qualcuno, il presidente americano sta consegnando alla Cina e alla Russia gli strumenti per accelerare la disintegrazione dell’Occidente (Luce, 2025).

Questo non significa che il sistema cinese non abbia problemi, che vanno dalla elevata disoccupazione giovanile, ai deboli consumi interni e ad un livello di esportazioni sempre più insostenibile per il resto del mondo, nonché infine ad un livello di indebitamento elevato pubblico e privato. Nonostante questo, il 2025 è stato molto favorevole al Paese asiatico e le possibili previsioni per il 2026 sembrano ancora positive. In particolare stiamo assistendo ad una vera esplosione che sembra inarrestabile dell’innovazione tecnologica del Paese in molti settori.

Articoli citati nel testo

-Doshi R., The moment China proved it was America’s equal, www.nytimes.com, 19 novembre 2025

Editorial, The Guardian view on crypto’s latest crash: it reveals who pays the price for a failing economy, www.theguardian.com, 18 novembre 2025

-Global Times, GT voice: What does Silicon Valley’s rising use of AI models developed in China mean ?,  www.globaltimes.cn,  1 dicembre 2025

-Grossi G., Cina: nuovo attacco a bitcoin, crypto e stablecoin…, www.cryptovaluta.it.,29 novembre 2025

-Harding R., China is making trade impossible, www.ft.com, 26 novembre 2025

-Luce E., China’s escalation dominance over Trump, www.ft.com, 16 dicembre 2025

-Metz C., Tan E., In the A.I. race, Chinese talent still drives American research, www.nytimes.com, 19 novembre 2025 

-Noci G., G20 e COP30, la Cina colma il vuoto degli Usa, Il Sole 24 Ore, 25 novembre 2025

-Prasad E., China’s $1tn trade surplus is a problem for Beijing – and the world, www.ft.com, 14 dicembre 2026

-Sandlund W., Investors bet on Chinese companies powering global AI build-up, www.ft.com, 16 dicembre 2025

-Surman M., Open source could pop the AI bubble – and soon, www.ft.com, 17 dicembre 2025

-Thornhill J., The US may be running the wrong AI race, www.ft.com., 4 dicembre 2025 

-Walker O., Stablecoin surge will preserve US dollar dominance, says Donald Trump Jr., www.ft.com, 1 ottobre 2025

-Zhou Lanxu, China tightens crackdown on virtual currency speculation, www.chinadaily.com.cn., 25 novembre 2025

Fonte 

01/01/2026

Perché Bitcoin e altre criptovalute sono crollate

Dei tanti comandamenti che regolano il mondo delle criptovalute, il più noto e importante è probabilmente quello che recita: buy the dip (“compra il calo”). Non è una vera e propria regola (che d’altra parte, in campo finanziario e speculativo, non esistono), ma è innegabile che chi – nel corso dei quasi due decenni di esistenza dei bitcoin – ha approfittato dei vari crolli che si sono susseguiti per acquistare la più antica delle criptovalute raramente ha sbagliato.

I numeri parlano chiaro: dopo lo scoppio della grande bolla dell’inverno 2017/18, il valore dei bitcoin precipitò da 19mila a 3.500 dollari. Chi avesse avuto il sangue freddo di acquistare i bitcoin al loro minimo e mentre la stampa ne celebrava per l’ennesima volta la “morte”, per poi attendere pazientemente la risalita, avrebbe potuto realizzare nel novembre 2021, poco più di due anni e mezzo più tardi, un guadagno del 1800% circa (i bitcoin toccarono infatti, quel mese, 67mila dollari).

Lo stesso si è ripetuto in altre occasioni, sia precedenti sia successive: ogni crollo del mercato delle criptovalute è stato seguito da una netta risalita, che nel caso dei bitcoin li ha portati a infrangere un record dopo l’altro, fino a raggiungere il massimo storico di 124mila dollari nell’ottobre del 2025 (dopo essere scesi fino a 16mila dollari del dicembre 2022).

È anche per questa ragione che quando si moltiplicano i titoli sull’ennesimo (e, dal punto di vista speculativo, inevitabile) crollo delle criptovalute, è anche il momento in cui i true believers, ovvero i più fedeli sostenitori del mondo cripto, approfittano di quelli che considerano “prezzi di saldo” per acquistare bitcoin o altre monete digitali e poi attendere la risalita.

Investimenti controcorrente

Per quanto queste regole – che sono in verità previsioni basate sul comportamento passato – potrebbero sempre venire smentite, va sottolineato che il concetto di “buy the dip” non riguarda soltanto le criptovalute, ma viene anzi applicato nel mondo finanziario da secoli. Due aneddoti sono ormai passati alla leggenda (ed è infatti impossibile stabilirne la veridicità storica): il primo risale addirittura ai primi del 1800, quando Nathan Mayer Rothschild approfittò del panico causato dalle Guerre Napoleoniche per acquistare i titoli di stato britannici di cui tutti volevano liberarsi e poi, dopo la vittoria del Regno Unito, si arricchì immensamente. Il modo di dire che gli viene attribuito riassume in poche parole il concetto: “Compra quando c’è il sangue per le strade” (in cui il “sangue” è preferibilmente da intendersi metaforicamente con il significato di “crollo del valore degli asset finanziari”).

Il secondo aneddoto ha invece come protagonista Joe Kennedy. La leggenda vuole che nel 1929, all’apice della frenesia dei mercati, il padre del futuro presidente degli Stati Uniti JFK si fermò in un vicolo di Wall Street per farsi lucidare le scarpe. Mentre svolgeva il lavoro, il lustrascarpe confidò a Kennedy quali fossero le azioni secondo lui più promettenti. Per l’investitore fu una sorta di epifania: comprese che, se perfino una persona priva di qualunque competenza finanziaria si stava dilettando con le azioni, era giunto il momento di vendere. In questo modo, Joe Kennedy riuscì a liberarsi delle sue azioni mentre ancora erano ai valori massimi. Il martedì successivo, il 29 ottobre del 1929, i mercati crollarono e iniziò la Grande Depressione.

Sono due aneddoti che riassumono il cosiddetto “investimento controcorrente” (compra quando tutti vendono e viceversa) e che, tornando al mondo delle criptovalute, potremmo aggiornare così: vendi quando perfino il TG1 parla del boom dei bitcoin e compra quando sui social tutti dicono che sono morti.

Perché sono crollate le criptovalute

Andrà così anche questa volta? Le ultime settimane sono state molto pesanti sotto il fronte delle criptovalute. E questo nonostante una parte consistente degli addetti ai lavori avesse vaticinato una nuova imponente ascesa proprio nel corso dell’inverno del 2025-26, seguendo così fedelmente quel ciclo quadriennale di crescita che segue il momento dell’halving (quando cioè viene dimezzata la ricompensa in bitcoin elargita ai “miner”).

E invece, dopo i massimi di ottobre e una fase di stagnazione, il mercato delle criptovalute è crollato sul finire del mese di novembre: i bitcoin sono scesi di oltre il 30% rispetto ai massimi di ottobre 2025 (da 124mila a 84mila dollari), mentre cali anche peggiori sono stati accusati da ether (-40%), XRP (-45%) e tutte le altre principali altcoin. Nel complesso, il mercato delle criptovalute ha perso oltre mille miliardi di dollari di valore, prima di tentare, nei primi giorni di dicembre, una timida ripresa.

Che cos’è successo? Perché un crollo così improvviso e imprevisto proprio nell’anno dell’elezione di Donald Trump, che in campagna elettorale aveva promesso di rendere gli Stati Uniti la prima “cripto-superpotenza” della storia? La teoria più diffusa, ripresa anche dal Wall Street Journal, vuole che questo crollo sia paradossalmente legato al successo delle criptovalute e alla loro diffusione tra i grandi investitori istituzionali, avvenuta soprattutto in seguito all’esplosione degli ETF. Gli exchange-traded fund sono strumenti finanziari quotati in Borsa, che replicano l’andamento di un asset – in questo caso i bitcoin o gli ether – e che consentono agli investitori di esporsi alle criptovalute senza possederle direttamente.

Dopo le prime approvazioni negli Stati Uniti, avvenute a inizio 2024, gli ETF che trattano bitcoin ed ether sono esplosi, venendo adottati da colossi come BlackRock, Fidelity, Invesco, Ark Invest e attirando decine di miliardi di dollari (che a loro volta hanno fatto crescere il valore del mercato cripto, che tra il 2024 e il 2025 è passato da 1.600 a 4.200 miliardi di dollari).

Come ha però sintetizzato, parlando con il WSJ, Cory Klippsten, CEO dell’exchange Swan Bitcoin, “una volta che le istituzioni sono coinvolte, le criptovalute iniziano a essere scambiate come un asset istituzionale”. In parole più semplici, i tempi in cui l’andamento dei bitcoin era scollegato dal mercato tradizionale (e in alcune occasioni andava addirittura in direzione inversa, perché i più avventurosi si rivolgevano alle criptovalute quando Wall Street non dava loro soddisfazione) sono passati. Oggi, proprio per via della loro adozione istituzionale, il mercato delle criptovalute tende a muoversi in maniera sempre più correlata agli indici finanziari tradizionali.

Stando a questa interpretazione, non è un caso che il crollo dei bitcoin sia avvenuto a novembre, mese segnato da grandi turbolenze finanziarie legate al timore di un imminente scoppio della bolla dell’intelligenza artificiale. Per quanto percentualmente più contenuto, il brusco calo del valore delle azioni di Nvidia o Meta si è verificato negli stessi giorni in cui sono crollate le criptovalute, confermando come il mercato dei bitcoin ormai segua l’andamento di quello tradizionale.

“Dal mese di ottobre, i bitcoin si sono comportati più come azioni tech ad alta crescita che come un bene rifugio non correlato”, si legge sul South China Morning Post, che cita un report della Deutsche Bank. Che la correlazione tra il mercato cripto e quello tradizionale stesse aumentando era evidente già da tempo, ma il fatto che questa dinamica si stia ulteriormente rafforzando potrebbe allontanare i cosiddetti investitori “retail” (i piccoli investitori comuni), che sono stati storicamente attratti dall’alta volatilità dei bitcoin e dai loro meccanismi peculiari.

Nel momento in cui il mercato delle criptovalute (soprattutto di quelle più consolidate) inizia a muoversi come il Nasdaq e a diventare sempre più istituzionale, i piccoli investitori potrebbero andare in cerca di nuovi e ancora sconosciuti modi per facili (ma rischiosi) guadagni, com’è stato in passato con i “marijuana stocks”, i meme stocks (celebre il caso GameStop) e più di recente con i memecoin (su cui torneremo tra poco).

A confermare questa teoria è ancora la Deutsche Bank, secondo cui l’adozione dei bitcoin e delle altre più diffuse criptovalute sarebbe scesa tra gli investitori retail dal 17% della scorsa estate al 15% attuale. Un calo ridotto ma significativo, visto che l’adozione in costante crescita (anche se solo a scopo di compravendita) è uno dei fattori fondamentali alla base delle previsioni al rialzo.

Un altro aspetto che probabilmente ha influenzato il crollo dei bitcoin è che, come nota la CNBC, i dati sull’occupazione negli Stati Uniti per il mese di settembre hanno mostrato una crescita dei posti di lavoro più forte del previsto (119mila nuovi impieghi contro i circa 50mila previsti). Numeri positivi ma che hanno ridotto la probabilità di un taglio dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve durante il mese di dicembre, mentre contestualmente anche la BCE ha mantenuto i tassi invariati. I tagli dei tassi sono generalmente considerati una buona notizia per il prezzo dei bitcoin, perché aumentano la liquidità nei mercati e quindi possono fare da volano ai mercati speculativi.

Il boom c’è già stato

E se invece le cose fossero molto più semplici di così? Come abbiamo accennato, almeno a partire dal 2013 i bitcoin si muovono a cicli quadriennali, con il massimo della crescita che avviene durante l’inverno. È uno schema che si ripete da 12 anni e che non ha mai tradito le aspettative. Ma è possibile che un meccanismo speculativo si ripeta identico ogni quattro anni? Ovviamente, no: se tutti sapessimo con certezza quando vendere e quando comprare non troveremmo nessuno disposto, viceversa, ad acquistare ciò che vogliamo vendere o a vendere quando vogliamo comprare.

Una variabilità nella dinamica del ciclo quadriennale è necessaria per evitare che il mercato si blocchi. E quindi, se il tanto atteso boom delle criptovalute ci fosse semplicemente già stato? Se fosse solo stato anticipato rispetto alle attese, e adesso stessimo assistendo all’inevitabile correzione che segue un’imponente crescita? Se l’ascesa – e anche il declino, se si arresterà sui valori attuali – fosse semplicemente stata inferiore alle attese?

In effetti, il primo grande picco storico nel valore dei bitcoin e delle altcoin (ether e tutte le altre criptovalute minori) fu raggiunto, come detto, nella metà del dicembre 2017. Avanti di quattro anni, nel 2021 il nuovo massimo dei bitcoin viene raggiunto nella prima metà di novembre, quindi circa con un mese in anticipo. Nel 2025, il massimo storico dei bitcoin è stato raggiunto a ottobre (tutti i dati sono presi da CoinMarketCap e CoinGecko).

È come se il picco di questo famigerato ciclo quadriennale venisse via via anticipato di un mese dagli investitori più avveduti, che così mandano il primo importante segnale ribassista al mercato. Allo stesso tempo, e in questo caso probabilmente a causa dell’istituzionalizzazione dei bitcoin, le impennate della più antica criptovaluta e del mercato nel suo complesso sono sempre meno brusche.

Dal massimo del 2013 a quello del 2017, il valore dei bitcoin aumentò di quasi 20 volte (da mille dollari a 19mila). Tra il 2017 e il 2021, la crescita fu “solo” del 230% (da 19mila a 67mila). Tra il 2021 e il 2025 è stata (a meno di improvvise sorprese) invece del 96% (da 67mila a 124mila). Se le cose stessero così, sarebbe un altro segnale della normalizzazione dei bitcoin e i suoi fratelli, il cui mercato continua a essere molto più volatile delle azioni tradizionali, ma lo è sempre meno.

C’è però un altro elemento che torna ogni quattro anni e che ha accompagnato le varie ascese dei bitcoin e delle altcoin: il fatto che ogni ciclo fosse anticipato e alimentato da un concomitante fenomeno ultraspeculativo sempre basato su blockchain e criptovalute. Nel 2017 fu la volta delle ICO (initial coin offering, una sorta di “quotazione in borsa” ufficiosa di alcune imprese basate su blockchain, che si finanziavano vendendo i loro token, acquistati nella speranza che aumentassero di valore). Nel 2021 fu invece il turno dei notissimi NFT (non-fungible token, una specie di firma elettronica basata su blockchain che certifica la proprietà di un bene digitale).

E nel 2025? Per quanto siano almeno in parte già stati dimenticati, l’anno che sta per concludersi (e anche quello precedente) è stato all’insegna dei “memecoin”: token creati su piattaforme blockchain come Ethereum o Solana, che spesso prendono il nome di influencer o celebrità (tra cui lo stesso Donald Trump), la cui vita finanziaria è di pochi giorni o settimane e che vengono creati senza nessuno scopo al di fuori della pura e spregiudicata speculazione.

Tutto ciò sembra confermare, insomma, che il ciclo non sia stato mancato, ma semplicemente sia stato meno robusto delle attese (o speranze) e leggermente anticipato: “La verità è che l’hangover era iniziato già da mesi”, ha spiegato Thomas Perfumo, economista dell’exchange Kraken. La sensazione che si sia giunti alla fine dell’attuale ciclo è confermata anche da Matthew Hogan, responsabile degli investimenti di Bitwise Asset Management: “Penso che si sia più vicini alla fine delle vendite che al loro inizio, ma i mercati sono in turbolenza e potrebbero esserci altri cali prima di vedere una risalita”.

Se così fosse, significherebbe che a una crescita ridotta segue una correzione di circa il 30/40%, molto inferiore rispetto ai crolli del passato, che superavano anche l’80%. Bisognerà però aspettare ancora a lungo per essere sicuri che la caduta si sia già fermata, e nel frattempo – ovviamente – tutto potrebbe ancora accadere e ogni previsione e interpretazione venire seccamente smentita.

Fonte

29/09/2025

OCSE: salari bassi e austerità azzoppano il PIL, i dazi peseranno sulla crescita globale

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha rilasciato qualche giorno fa una versione aggiornata del suo Interim Economic Outlook, ovvero delle previsioni sull’andamento dell’economia globale. Le notizie per il futuro non sembrano essere rosee, mentre l’Italia già vede peggiorare le sue stime di crescita.

Partiamo dall’area euro, il cui PIL è previsto in aumento dell’1,2% nell’anno in corso e dell’1% nel 2026, con stime differenti per i diversi paesi. Ad esempio, la Germania dovrebbe riuscire a evitare la recessione per un soffio quest’anno, ma potrà beneficiare di politiche fiscali espansive per il prossimo anno, mentre il consolidamento dei conti pubblici in Francia e in Italia, imposto dalle procedure per disavanzo eccessivo, frenerà l’attività economica.

Ad ogni modo, anche i transalpini godranno comunque di una crescita maggiore. Se nel 2026 Berlino crescerà dell’1,1% e Parigi dello 0,9%, in Italia la previsione è stata persino ritoccata al ribasso di 0,1 punti percentuali rispetto ai dati di giugno, passando allo 0,6% sia per il 2025 sia per il prossimo anno. La metà della crescita attesa per l’eurozona.

A ciò si aggiunge il peso dell’inflazione. L’aumento dei prezzi è atteso all’1,9% nel 2025 e addirittura all’1,8% nel 2026, stabilmente sotto il 2% considerato ottimale. Tuttavia, l’OCSE evidenzia che “la combinazione di un rallentamento della crescita dei salari nominali e di un’inflazione dei prezzi che rimane elevata ha causato un indebolimento della crescita dei salari reali dall’ultimo trimestre del 2024 in molte economie avanzate, tra cui Giappone, Italia, Canada, Spagna e Regno Unito”.

C’è poi un ulteriore nodo che l’Organizzazione con sede a Parigi sottolinea, e di cui su questo giornale abbiamo ampiamente parlato. Forti pressioni sui prezzi alimentari (l’OCSE ricorda l’Italia, ma anche la Corea del Sud, il Sudafrica e il Regno Unito) sollevano incertezze sul percorso che seguirà l’inflazione, e colpiscono duramente i salari dei redditi più bassi.

Per quanto riguarda il Belpaese, ad ogni modo, Álvaro Santos Pereira, capo economista dell’OCSE, continua a ripetere la stessa formula che si è già dimostrata fallimentare: “l’Italia oggi è in una posizione migliore rispetto a qualche anno fa, ma è importante continuare gli sforzi di risanamento e riduzione del debito, andare avanti con le riforme e investire in competenze”. È chiaro che non saranno i vincoli di bilancio UE a portarci fuori dalla crisi, ma un cambio di rotta totale delle politiche economiche.

Guardando brevemente al mondo, la crescita globale è prevista fare un sostanziale balzo indietro nel prossimo anno, dal 3,2% del 2025 al 2,9% del 2026, soprattutto a causa di dazi e incertezza geopolitica. Per ora gli investimenti in IA negli Stati Uniti e gli stimoli fiscali della Cina hanno sostenuto le due più grandi potenze economiche (con le previsioni sulla Cina addirittura migliorate rispetto ai dati di giugno), e a cascata il mercato mondiale.

Ma l’OCSE chiarisce: “le tariffe [doganali USA, ndr] effettive complessive sono salite a circa il 19,5% alla fine di agosto, il livello più alto dal 1933. Gli effetti completi degli aumenti tariffari devono ancora farsi sentire, con molti cambiamenti introdotti gradualmente nel corso del tempo e le aziende che inizialmente hanno assorbito alcuni aumenti tariffari attraverso i margini, ma stanno diventando sempre più visibili nelle scelte di spesa, nel mercato del lavoro e nei prezzi al consumo”.

Criticità che si trasferiranno agli altri mercati, e dunque a tutto il globo. Un’ultima nota va sottolineata nlle stime economiche. L’Ocse mette in guardia sulla volatilità delle criptovalute e sulla loro crescente interconnessione con il sistema finanziario. La capitalizzazione di mercato delle monete digitali ha toccato circa 3.900 miliardi di dollari, rispetto agli 830 miliardi di inizio 2023.

Per quanto riguarda l’esposizione delle istituzioni finanziarie, essa rimane limitata, ma è tuttavia in crescita, soprattutto in virtù dei recenti sviluppi normativi, in particolare negli USA e nella UE. “Ad esempio – si legge nell’Outlook – le stablecoin – un tipo specifico di cripto-asset – sono garantite da attività finanziarie tradizionali, come i titoli di Stato, e le pressioni sulla valutazione potrebbero innescare corse destabilizzanti con implicazioni più ampie per la stabilità finanziaria”.

Temi che bisogna continuare a tenere d’occhio.

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05/08/2025

Il regolatore di Shanghai valuta politiche per rispondere alle stablecoin e alle criptovalute

Quando, qualche mese fa, Donald Trump ha sparato l’idea di sviluppare le stablecoin denominate in dollari e contemporaneamente vietare le monete digitali “straniere” (come l’euro, in fase di preparazione), in molti hanno spiegato che questa mossa avrebbe enormemente avvantaggiato la finanza internazionale basata negli Usa e il ruolo non più troppo egemonico del dollaro.

Lo squilibrio complessivo atteso dall’affermarsi di criptomonete “simil-dollaro” – emesse da società private, ma “garantite” dall’aggancio alla moneta ufficiale, al contrario delle crypto “speculative” tipo Bitcoin – è immaginato enorme, al punto da scatenare una vera e propria ondata di “anti-americanismo anche tra i più fedeli cortigiani del neoliberismo stelle-e-striscie dagli anni ’80 a oggi.

Ondata temporanea, ci mancherebbe, presto rientrata perché la parola d’ordine resta “difenderci dalla Russia che sicuramente vuole invaderci” – anche se nella Storia, pure recente, è sempre avvenuto il contrario – ma comunque significativa della dimensione dello sconvolgimento atteso, con i capitali europei fatalmente “attratti” oltre Atlantico, con buona pace del riarmo europeo a basso costo e delle possibilità di “competere” dell’Europa sul piano internazionale.

La Cina aveva sostanzialmente taciuto. Il che non significava affatto che fosse indifferente o poco preoccupata. E infatti si vede ora, pochissimi mesi dopo, con l’ingresso di Pechino nella gara per, quanto meno, “pareggiare” la capacità di manovra del capitale finanziario “based in Usa”. Poche chiacchiere, tanti fatti, regole, istituzioni. E capitali veri... 

A voi la “rivelazione”, ad opera della Reuters.

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Un funzionario dell’autorità di regolazione della Borsa di Shanghai ha annunciato di aver tenuto questa settimana un incontro con i funzionari del governo locale per valutare risposte strategiche alle stablecoin e alle valute digitali, segnando un netto cambiamento di tono per la Cina, dove il trading di criptovalute è tuttora vietato.

L’incontro di giovedì è stato organizzato dalla Commissione per la Supervisione e l’Amministrazione delle Attività Statali di Shanghai e segue le richieste di esperti e grandi aziende cinesi di sviluppare una stablecoin agganciata allo yuan.

“È necessaria una maggiore sensibilità verso le tecnologie emergenti e un approfondimento della ricerca sulle valute digitali”, ha dichiarato He Qing, direttore del regolatore, durante l’incontro, secondo un post pubblicato sull’account WeChat ufficiale dell’ente.

Le foto dell’evento mostravano circa 60-70 partecipanti.

Shanghai è il principale hub finanziario internazionale della Cina e spesso guida i programmi pilota per i cambiamenti normativi.

“Considerando il solido ecosistema fintech della Cina, il paese ha il potenziale per diventare un attore chiave nel plasmare il futuro dei pagamenti basati su blockchain”, ha affermato Nick Ruck, direttore di LVRG Research.

Le stablecoin basate su blockchain, tipicamente ancorate a valute fiat e caratterizzate da transazioni più veloci ed economiche, hanno guadagnato grande slancio a livello globale. Una stima di ARK Investment Management valuta il volume delle transazioni in stablecoin nel 2023 a 15,6 trilioni di dollari, superando quello di Visa (V.N). Si nota inoltre che il valore per transazione tende a essere molto più elevato.

Negli Stati Uniti, dove il quadro normativo è più sviluppato, sempre più aziende come Amazon e Walmart stanno valutando il lancio di stablecoin.

In Asia, il nuovo governo della Corea del Sud si è impegnato a consentire alle aziende di introdurre stablecoin legate al won e sviluppare le infrastrutture necessarie, sebbene la banca centrale abbia avvertito che l’adozione dovrebbe essere graduale.

Fonti hanno riferito che il colosso dell’e-commerce JD.com e il gigante fintech Ant Group stanno spingendo la banca centrale cinese ad autorizzare stablecoin legate allo yuan per contrastare la crescente influenza delle criptovalute collegate al dollaro statunitense.

Le aziende intendono richiedere licenze per stablecoin a Hong Kong, dove la normativa è prevista di entrare in vigore il 1° agosto.

Durante l’incontro di Shanghai, un esperto politico di Guotai Haitong Securities ha illustrato la storia, i tipi e le caratteristiche delle criptovalute e delle stablecoin, analizzando i quadri normativi globali e gli approcci strategici, secondo il post del regolatore.

L’esperto ha anche spiegato le opportunità e le sfide delle stablecoin, proponendo suggerimenti politici per lo sviluppo delle valute digitali.

Inoltre, Yang Tao, vicedirettore del think tank National Institution for Finance and Development, ha affermato questa settimana che la Cina dovrebbe esplorare l’emissione di stablecoin legate allo yuan nella Zona Pilota di Libero Scambio di Shanghai e ad Hong Kong simultaneamente.

Tuttavia, qualsiasi cambiamento in Cina potrebbe non essere semplice, poiché i controlli sui capitali rappresentano un ostacolo chiave per lo sviluppo delle stablecoin, hanno osservato i partecipanti al mercato.

Anche il governatore della banca centrale Pan Gongsheng ha dichiarato lo scorso mese che il boom delle valute digitali e delle stablecoin pone enormi sfide alla regolamentazione finanziaria.

La Cina continentale ha vietato il trading e il mining di criptovalute nel 2021 per timori di destabilizzazione del sistema finanziario.

Mentre il dibattito sulle stablecoin in Cina si è recentemente intensificato, il futuro delle altre criptovalute rimane meno chiaro. Al di fuori della Cina continentale, le valute digitali non-stablecoin continuano a guadagnare popolarità, con il bitcoin che venerdì ha raggiunto un massimo storico superiore a 118.000 dollari.

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18/02/2025

Argentina - L’elefante nella stanza. La truffa sulla criptovaluta in cui è coinvolto Milei

A partire da San Valentino, il fine settimana argentino è stato scosso dallo scandalo sull’evidente truffa costruita intorno a una criptovaluta di cui il presidente Milei è stato protagonista attivo – quanto consapevolmente, e nel caso come, dovrà essere un giudice a stabilirlo, nel caso in cui riescano a portarlo in un’aula di tribunale.

Ma tutta la vicenda si è svolta sullo sfondo delle modalità di funzionamento del mercato finanziario, e anche in contemporanea ad alcuni sommovimenti del settore specifico, su cui anche il governatore di Bankitalia Panetta ha avuto da dire più di qualcosa, un paio di giorni fa. Ma prima di tutto, i fatti.

La sera del 14 febbraio, Milei ha pubblicato un post su X nel quale rilanciava una criptovaluta dal nome $Libra, affermando che tramite di essa sarebbero state finanziate piccole imprese e l’economia in generale. “L’Argentina liberale – ha scritto – cresce!!!”. In pochissimo tempo, tutti si sono resi conto di chi ha fatto crescere questa pubblicità.

In poche ore, infatti, in tanti hanno cominciato a investire su questa moneta, che ha raggiunto il valore di mercato di 4,6 miliardi, per poi crollare velocemente non appena sono cominciate le vendite in massa. Pablo Sabbatella, esperto del settore, ha detto alla CNN che ci troviamo di fronte al tipico fenomeno “pump and dump”, “gonfia e sgonfia”.

“Consiste – ha spiegato – nel far lievitare artificialmente il prezzo di un’azione a bassa capitalizzazione con l’obiettivo finale di vendere titoli azionari acquistati a buon mercato ad un prezzo superiore”. Una pratica ben conosciuta nel mondo delle bolle speculative, e che ora si ripresenta anche in quello delle criptovalute.

$Libra è così passato dall’essere una novità al valere oltre 4 miliardi e mezzo di dollari, per poi sfumare nuovamente nel nulla, allo stesso modo dei soldi di 40 mila investitori. Esclusi i cinque portafogli in cui era concentrato l’80% della criptovaluta, che sono poi i conti da cui è partita la vendita di massa col conseguente crollo.

Reuters ha confermato che lunedì è stata avviata un’indagine sull’operato di Milei, che nel frattempo ha cancellato il post. Sempre ieri, il presidente argentino ha rotto il silenzio per difendersi nel modo più spregiudicato possibile, che poi fa il paio con le regole del libero mercato.

“Non l’ho promossa, ma solo divulgata” ha detto, giocando sul filo delle parole. E si è poi lanciato quasi in una lezione sull’economia di oggi: “se vai al casinò e perdi soldi, che diritti hai?” Ha poi derubricato gli eventi a “una questione tra privati”, mettendo in chiaro che “lo Stato non è coinvolto nella vicenda”... a parte lui, ovviamente.

Intanto, l’indice Merval della Borsa di Buenos Aires ha segnato un negativo del 5,6%, e Milei non ha potuto negare di aver incontrato ben due volte l’amministratore delegato dell’azienda dietro $Libra, Kip Network, una a ottobre e una a gennaio. Tempistiche sui cui è difficile non insospettirsi.

L’opposizione ha accusato il presidente di aver violato la normativa sull’etica pubblica, che all’articolo 2 stabilisce che i funzionari devono “astenersi dall’utilizzare le strutture e i servizi dello Stato per il proprio beneficio personale o per quello dei propri familiari, amici o persone estranee alla loro funzione ufficiale, al fine di sostenere o promuovere qualsiasi prodotto, servizio o azienda”.

Ma al di là degli aspetti legali, di cui si occuperà appunto un giudice già designato per le indagini, c’è un enorme ‘elefante nella stanza’ in tutta questa vicenda. Anzi, ce ne sono due. Il primo lo ha ammesso in tutta semplicità Milei stesso: “è il mercato, bellezza!”, cioè è lo stesso sistema finanziario che si fonda largamente su questi giochi speculativi.

Possiamo dibattere se Milei abbia o meno rispettato ‘l’etica’ del funzionario pubblico nell’utilizzo del suo profilo personale di X, ma nessuno mette in dubbio il funzionamento stesso del mercato, in un’epoca in cui le transazioni avvengono alla velocità della luce e in cui, perciò, a comandare sono coloro che possiedono ‘l’infrastruttura’ necessaria a gestire operazioni di tal genere.

Non è un caso che ad offrire il sostegno tecnologico necessario all’operazione $Libra sia stata la Kelsier Ventures, che l’amministratore delegato ha confermato essere dietro anche alla creazione della criptovaluta della first lady statunitense Melania Trump, lanciata poche ore prima dell’insediamento di “The Donald”, raggiungendo i 13 miliardi di valore per poi crollare velocemente del 99%.

Ciò lascia intravedere importanti connessioni tra Buenos Aires e Washington dietro la vicenda, e ci ricorda anche come “il mercato” sia un’astrazione dietro cui si nascondono operatori ben definiti, legati a gruppi di potere ben consolidati e inseriti in pezzi di stato, in questo caso nel più finanziarizzato al mondo.

Ma il secondo ‘elefante’ riguarda una questione più sottile, che ha molto a che vedere con la competizione globale che sta diventando un incendio tra le due sponde dell’Atlantico. Lo ha messo nero su bianco il governatore di Bankitalia Fabio Panetta a un convegno torinese di operatori finanziari, svoltosi qualche giorno fa.

La liberalità con cui nascono, crescono, si diffondono e muoiono queste nuove forme di ‘valuta’ è stata stigmatizzata da Panetta, che ha poi chiarito come, a suo avviso, il pericolo è che anche i giganti della Big Tech possano cominciare ad emettere criptovalute, con tutta la potenza di fuoco che deriva dal loro nome e dai loro patrimoni.

La vera preoccupazione, mal celata, è quella che possano accaparrarsi una fetta importante dei pagamenti che avvengono in Europa, che è poi il centro della politica sulle stablecoin adottata da Trump fin dal primo giorno alla Casa Bianca. Importanti capitali si sposterebbero verso gli States, con conseguente rafforzamento del dollaro e un’ulteriore ipoteca sul progetto europeo.

“Le banche commerciali rischierebbero di perdere una parte importante delle loro funzioni”, ha detto il governatore di Bankitalia. Ha poi aggiunto: “le banche centrali, responsabili del buon funzionamento del sistema dei pagamenti, si troverebbero a operare in un contesto in cui pochi soggetti privati, magari esteri, avrebbero un ruolo così rilevante da compromettere la stabilità del sistema in caso di incidenti. I rischi per il sistema dei pagamenti e i mercati finanziari sarebbero dunque considerevoli”.

Lo scandalo in cui è coinvolto Milei ha certo un grande impatto nella politica interna del paese, e parla anche della logica con cui funziona il mercato finanziario, e chi lo comanda. Ma a proposito di quest’ultimo tema, appare chiaro che la sfida è di portata maggiore e Bankitalia l’ha reso in maniera chiara, al di là del caso specifico.

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27/01/2025

Trump grazia Ross Ulbricht e si accredita nel mondo delle criptovalute

Tra i vari ordini esecutivi firmati da Trump nei primi giorni seguenti al suo insediamento, c’è anche quello sulle criptovalute, firmato giovedì 23 gennaio.

In questo documento si manifesta la volontà da parte del nuovo presidente di creare un sistema di regolamentazione delle cripto molto permissivo, di istituire una riserva nazionale di bitcoin, analogamente alle riserve auree e petrolifere statali, e di vietare ad ogni organizzazione statale statunitense di creare una cripto “ufficiale” emessa e regolata da un ente pubblico, come lo yuan virtuale o altre criptovalute nazionali emesse dalle banche centrali in giro per il mondo.

Alla luce di questo fatto e dei guadagni da record registrati dal “meme coin” $Trump, che in pochi giorni è arrivato ad una capitalizzazione nominale di 25 miliardi di dollari (la maggior parte dei token sono stati un dono dello stesso Trump), appare evidente quali siano le motivazioni dietro alla liberazione di Ross Ulbricht, il fondatore di Silk Road, in carcere dal 2013 e graziato da “The Donald” lo scorso 21 gennaio.

La vicenda di Ross Ulbricht

Ripercorrendo brevemente la vicenda di Ulbricht, nel 2011 a 24 anni aveva creato la piattaforma Silk Road che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto essere una sorta di mercato libero senza regole che garantiva il totale anonimato degli utenti grazie ai pagamenti in Bitcoin e all’utilizzo del protocollo TOR, uno standard cifrato di comunicazioni non intercettabile su internet su cui si basano i vari servizi accessibili sul dark web.

Ovviamente, nella realtà delle cose, il sito era prevalentemente utilizzato per compravendita di droga e ogni genere di transazioni illegali. Nei due anni successivi Ulbricht incassò, grazie alle percentuali sulle transazioni della piattaforma, enormi guadagni.

L’arresto del fondatore di Silk Road

Infatti, quando fu arrestato dalle autorità nel 2013, gli vennero sequestrati 144.000 bitcoin (che in quel momento vennero rivenduti dalle autorità a circa 300 dollari l’uno mentre oggi ne valgono 100.000), a cui si aggiunse il sequestro di un’ulteriore cifra di circa 184 milioni di dollari.

Ross Ulbricht fu quindi condannato a due ergastoli per una serie di imputazioni, quali riciclaggio, traffico di droga e hackeraggio di computer, mentre l’accusa relativa all’aver assoldato dei sicari per compiere un omicidio decadde durante il processo.

L’appoggio della destra continentale

Durante la sua detenzione la campagna “Free Ross”, che portava avanti una raccolta firme per la sua liberazione e una raccolta fondi per lui e la sua famiglia, raccolse le simpatie dei settori della destra americana, i cosiddetti “libertari” alla Trump o Milei, e del nascente mondo degli speculatori di criptovalute e dei criptomilionari.

Per questi, Ulbricht aveva contribuito per primo a consolidare il bitcoin come la più importante di queste monete grazie ai traffici sul dark web, rappresentando una sorta di pioniere e di ideologo di un nuovo tipo di mercato basato sull’assenza di regole e sull’anonimato delle transazioni economiche.

Gli argomenti con cui si richiedeva la sua liberazione consistevano nella supposta sproporzionalità della pena per non essere mai stato condannato per reati di sangue. La petizione per la scarcerazione arrivò a raccogliere 600 mila firme, tra cui quelle di importanti figure di destra dell’establishment statunitense, mentre furono raccolti milioni di dollari anche grazie alla vendita delle opere d’arte di Ulbricht come NFT.

Trump stesso aveva già da tempo promesso che si sarebbe occupato della vicenda di Ulbricht, e questo suo interesse ha portato alla grazia di questa settimana.

Il giro d’affari della raccolta fondi per Ulbricht

I sostenitori di Ulbricht, dopo l’annuncio della grazia, hanno raccolto più di 270 mila dollari, grazie anche alla cospicua donazione da parte dell’importante “exchange” di criptovalute Kraken.

Ai fondi raccolti grazie alla campagna in suo favore si potrebbero aggiungere, secondo Conor Grogan di Coinbase, altri circa 47 milioni di dollari conservati in “wallet” legati a Silk Road che non erano stati sequestrati dalle autorità.

I motivi dietro la grazia concessa da Trump

Tirando le somme, appare evidente come la liberazione di un Ulbricht, arricchitosi illecitamente all’inverosimile durante un momento pionieristico del sistema delle cripto, sia stata una mossa di Trump per accreditarsi al mondo degli speculatori in criptovalute.

Questa probabilmente serviva sia a far comprare la sua personale moneta, che ha visto il suo valore aumentare da 18 centesimi a 75 dollari al “token” generandogli ricavi enormi, sia ad averli dalla sua parte in un tentativo di regolamentare, con i suoi metodi molto permissivi, il mondo ancora semi-sommerso delle criptovalute.

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07/08/2024

[Contributo al dibattito] - Il senso di Donald Trump (e della Cina) per le criptovalute

di Alessandro Volpi

Lo scontro interno al capitalismo finanziario statunitense è sempre più evidente. Donald Trump alla conferenza di Nashville di luglio ha dichiarato il suo favore per Bitcoin e criptovalute, annunciando la costituzione di una riserva strategica ad hoc e un consiglio di presidenza sul tema. Ha sostenuto, cambiando le sue antiche posizioni, che le criptovalute possono rappresentare una risorsa per l’economia americana, in grado di tutelare lo stesso dollaro da rischi di progressivo abbandono internazionale.

Trump non ama la politica degli alti tassi della Federal Reserve (Fed) che generano un dollaro troppo forte per le esportazioni delle imprese americane, oberate proprio dal costo del credito, e che rischiano di limitare la diffusione del biglietto verde perché eccessivamente oneroso per i suoi utilizzatori, specie se Paesi emergenti.

In quest’ottica Bitcoin e criptovalute diventano non solo un oggetto su cui costruire operazioni speculative magari guidate dagli hedge fund vicini allo steso Trump, ma il mezzo per definire una nuova strumentazione monetaria “ideologicamente” più popolare e antistatuale che può mantenere la centralità monetaria statunitense, spostandola sul piano digitale. In questo senso, Trump vuole “americanizzare” le cripto e, in coerenza con un simile atteggiamento, ha fatto sapere che non rimetterà in circolazione le criptovalute sequestrate dalle autorità federali, per quasi nove miliardi di dollari, per evitare scossoni ai circa 50 milioni di americani in possesso di criptovalute. Soprattutto ha dichiarato che sostituirà i vertici della Sec, l’autorità di vigilanza della Borsa, a partire da Gary Genser, da sempre ostili verso quel tipo di strumenti di pagamento.

Una presa di posizione così netta può essere letta come l’ennesima polemica del capitalismo rampante contro le “Big Three” che usano i Bitcoin per creare Etf ma hanno sempre mostrato grande diffidenza nei confronti del panorama complessivo delle cripto perché queste ridurrebbero il monopolio della liquidità detenuto dalle stesse “Big Three” grazie al risparmio gestito. Moltiplicare gli strumenti di pagamento favorisce chi è fuori dal monopolio della liquidità e apre spazi liberi, anche in termini speculativi, al di fuori delle scelte di Vanguard, BlackRock, State Street e del loro braccio armato JPMorgan.

In tale prospettiva la presa di posizione a Nashville mira, di nuovo, a costruire un consenso verso il candidato repubblicano da parte di quella vasta parte di americani che non si riconoscono nel modello “democratico” dei grandi fondi, capaci di operare una riduzione dei rischi per la loro condizione di monopolio e quindi in grado di garantire a milioni di americani polizze sanitarie e previdenziali non sostenute dallo Stato. Le criptovalute sono un pezzo del paradigma libertario e dello spirito “competitivo” del capitalismo che Trump vuole declinare in salsa patriottica contro la Wall Street delle élite, secondo quanto sostenuto dal “suo” candidato vicepresidente James David Vance.

È probabile, alla luce di ciò, che oltre a Gary Genser, Trump, qualora vincesse, faccia fuori anche Jerome Powell (presidente della Fed) proprio per la sua politica di alti tassi, in questo momento alimentata attraverso un’enorme quantità di emissioni a breve termine, fatta per tenere i tassi a lungo termine alti senza deprezzare i titoli. La vittoria di Trump sarebbe un vero terremoto finanziario sul versante istituzionale che obbligherebbe “i padroni del mondo” a fare i conti con la politica, magari modificando la struttura di vertice del capitale finanziario; un “rimpasto” necessario per definire le tensioni con l’economia cinese, in questo momento del tutto inconciliabile con l’assetto dem-Big Three. Forse il sovranismo trumpiano, sorretto da un capitalismo animale e da un populismo anti-elitario sarà meno irriducibile nei confronti di una divisione del mondo con la Cina, ponendo fine al globalismo americano.

Del resto, la Cina si sta preparando al cambiamento. Insieme all’autorità monetaria di Hong Kong, alla Banca centrale della Thailandia, alla Banca centrale degli Emirati Arabi Uniti, alla Banca centrale dell’Arabia Saudita, la Banca centrale cinese sta spingendo “mBridge”, una piattaforma su blockchain dove scambiare valute digitali e in particolare lo yuan digitale, per ridurre la dipendenza dal dollaro nelle transazioni internazionali. Si tratta di una soluzione che mette insieme grandi esportatori di petrolio con la principale esportatrice globale di merci che sta attraendo altre realtà produttive dei Paesi emergenti, nella prospettiva di togliere agli Stati Uniti la sua merce più preziosa e, dunque, a ridimensionarne radicalmente il ruolo mondiale. A oggi all’iniziativa collabora la Banca dei regolamenti internazionali con l’intento di evitare proprio “disaccoppiamenti” troppo marcati, ma si tratta di un controllo sempre più flebile.

In sintesi, la Cina si organizza per far valere fino in fondo la propria capacità produttiva, ormai la più grande del Pianeta. La campagna elettorale americana parla molto di Cina, ma Pechino senza dollaro sarebbe davvero uno scenario sconosciuto. E questo Trump, l’“anticinese”, pare averlo capito prima dei democratici, ancora convinti della supremazia degli Stati Uniti.

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29/06/2024

La BCE a grandi passi verso l’euro elettronico

La Banca Centrale Europea (BCE) ha rilasciato il primo rapporto sui progressi della fase preparatoria dell’euro digitale, avviata lo scorso primo novembre, concentrandosi principalmente sui pagamenti offline per rendere la moneta digitale il più simile possibile ai contanti.

Oggi, sembra che la fase di preparazione dell’euro digitale, varata nel 2021, stia procedendo a grandi passi, con il nuovo strumento che potrebbe vedere una prima implementazione già a partire dalla fine del 2025.

L’euro digitale sarà la “valuta digitale della banca centrale” emessa dalla BCE, affiancando ma non sostituendo la cartamoneta. Diversamente dalle criptovalute, che sono progettate e gestite da privati, sarà di proprietà della BCE, che garantirà la sicurezza, la stabilità del valore e la parità nominale con l’euro contante.

Nel rapporto, la BCE ha enfatizzato l’importanza della privacy nelle transazioni digitali, prevedendo un sistema offline che assicuri riservatezza al pagatore e al beneficiario, simile in tutto e per tutto a un pagamento in contanti.

Il progetto prevede una funzionalità offline che offrirebbe un livello di riservatezza paragonabile a quello dei contanti per i pagamenti in negozi fisici e tra individui, con i dettagli della transazione noti solo alle parti coinvolte e non condivisi con terzi.

Per i pagamenti offline, l’Eurosistema sta sviluppando una funzione che permetterà di pagare senza connessione internet, caricando il conto digitale in euro tramite Internet o bancomat, utilizzando dispositivi offline come telefoni o carte di credito.

La BCE sta anche lavorando per preservare la stabilità finanziaria e la trasmissione della politica monetaria, imponendo limiti di detenzione e non remunerando le disponibilità in euro digitali.

Quindi, almeno nelle prime fasi di utilizzo, la nuova moneta digitale dovrà affiancare, e non sostituire, i tradizionali mezzi di pagamento (cioè l’euro contante e gli strumenti bancari). Si prevede che la versione aggiornata del Regolamento dell’euro digitale sarà pronta entro la fine del 2024.

Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della BCE, ha spiegato che l’euro digitale offrirebbe ai consumatori una scelta in più, combinando la comodità del contante con i sistemi digitali, semplificando alcuni pagamenti e aumentando la concorrenza, mantenendo però la circolazione del contante.

L’obiettivo di rendere i pagamenti digitali simili a quelli in contante, senza eliminare la cartamoneta e proteggendo la privacy, è fugare i timori di controllo insiti nei pagamenti elettronici, preservando il ruolo delle banche centrali nell’emissione e nel controllo della moneta e proteggendosi dall’ascesa delle criptovalute private.

Abbiamo già trattato la prospettiva della valuta digitale in un precedente articolo, delineandone le potenzialità. Almeno dal punto di vista teorico, le valute digitali offrono la possibilità di rimpiazzare integralmente il sistema di pagamenti digitali privati.

Stiamo parlando della complessa rete di banche e intermediari finanziari che è diventata essenziale al funzionamento di una moderna economia di mercato. Ciò porterebbe a enormi vantaggi dal punto di vista della stabilità finanziaria e capacità di azione della politica monetaria.

Tuttavia, come abbiamo visto, la BCE ha esplicitamente escluso che la finalità dell’euro digitale sia sostituire integralmente gli strumenti concorrenti.

L’euro digitale dovrà, piuttosto, affiancare gli strumenti tradizionali e porsi come alternativa alla grande fauna di criptovalute private emersa nell’ultimo decennio.

L’euro digitale potrebbe inoltre, secondo il report, rivelarsi uno strumento utile per aumentare la resilienza dell’Eurosistema a fronte di rischi geopolitici e crisi del credito internazionale.

Lo sviluppo di un sistema di pagamenti integralmente pubblico costituisce anche un ottimo modo di affrancare il proprio sistema finanziario dai vincoli dei circuiti di pagamento internazionali.

Questo è uno dei motivi per cui numerosi paesi emergenti (in testa Cina, Iran e Russia) si sono mostrate particolarmente interessate alla nuova tecnologia e stanno percorrendo le stesse vie di progettazione e implementazione di valute digitali.

La Cina ad oggi rappresenta l’avanguardia nello sviluppo di questo genere di sistemi. Nel Paese esistono già oltre 260 milioni di conti digitali, che operano soprattutto sul versante dei pagamenti transfrontalieri.

L’e-Yuan, infatti, permette alla moneta di Pechino di circolare liberamente nei movimenti internazionali e può ‘bucare’ agilmente le frontiere, a dispetto delle restrizioni alla circolazione dei capitali.

In Russia, il rublo digitale è attualmente in fase di sperimentazione, e dovrebbe cominciare a circolare fuori dai confini nazionali già dalla metà del 2025.

Specialmente per i Paesi esclusi dal sistema SWIFT o esposti al rischio di sanzioni, lo sviluppo di una valuta digitale potrebbe costituire uno degli strumenti per rendere il proprio sistema finanziario meno fragile ed accelerare la de-dollarizzazione.

Ovviamente è difficile pensare che questo tipo di sistemi possa imporsi alla ribalta in breve tempo. Anche una volta che le difficoltà tecniche e legali-regolatorie saranno superate.

I nuovi strumenti di pagamento avranno bisogno di tempo per superare la naturale diffidenza degli utenti e cominciare ad imporsi come vere alternative agli strumenti che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi decenni.

In particolare, mentre i potenziali vantaggi dal punto di vista sistemico sono evidenti, non è chiaro perché dal punto di vista degli utenti sarebbe vantaggioso passare ai nuovi sistemi.

In prospettiva però l’introduzione delle valute digitali potrebbe avere implicazioni importanti per gli assetti finanziari globali e persino sul funzionamento stesso dei nostri sistemi economici.

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16/01/2024

Etf sui bitcoin. La miccia è stata accesa

Il capitalismo finanziario non impara mai. Al massimo elabora nuovi trucchi riciclando quelli vecchi, con l’aiuto e l’illusione della tecnologia, che consente al tempo stesso di massimizzare i guadagni e ovviamente le perdite.

Il tracollo dei mercati finanziari, all’indomani del crack sui mutui subprime statunitensi, quando la follia dei “prodotti derivati” inciampò sull’incertezza del “sottostante” a prodotti favolosi, creati da matematici e non in fabbrica, sembrava avesse insegnato che il moral hazard alla fine si paga. Sempre.

La soluzione, com’è noto, fu tutta a carico degli Stati e delle banche centrali principali, che dovettero a loro volta farsi carico dei salvataggi di banche, assicurazioni, istituti di credito di vario tipo (quando non ce la fecero più, il botto – con Lehmann Brothers – fu epocale), oppure iniettare nei mercati liquidità di dimensioni mai viste, portando ad azzerare per molti anni il costo del denaro (tassi di interesse a zero o anche negativi).

Ora, in pieno caos di guerre in corso, con la crescita che già zoppicava dopo la pandemia, con la frammentazione dei mercati globali a seconda di schieramenti geopolitici mutevoli, con l’intelligenza artificiale che minaccia direttamente il 40% dei posti di lavoro al mondo (il 60% nelle economie “avanzate”), si ritorna a fare follie. Che si pagheranno.

La miccia è stata piazzata dalla Sec (l’autorità di controllo della borsa Usa, l’equivalente onnipotente della nostarna Consob), che ha autorizzato il primo Etf sui bitcoin. Persino i massimi esperti di MilanoFinanza gridano al pericolo mondiale...

La questione è relativamente semplice, al di là delle indubbie contorsioni della finanza creativa: chi garantisce il valore dei bitcoin? O, in parole antiche, chi è il pagatore di ultima istanza?

Nel caso dei “prodotti derivati”, in effetti, c’era sia un “sottostante” (titoli azionari impacchettati a loro volta con obbligazioni entro prodotti finanziari “salsiccia”, e così via in un gioco di scatole cinesi praticamente senza fine), sia un “pagatore”. In genere una banca o un fondo di investimento, che magari poteva fallire sotto lo sforzo, ma comunque esisteva in quanto soggetto responsabile.

Nel caso dei bitcoin e di tutte le altre cryptomonete private non c’è letteralmente nulla. Neanche un responsabile noto. Provate a cercare il Satoshi Nakamoto che l’ha creata...

Il problema non sta nello strumento crypto, ma nel soggetto che ne risponde. Se uno Stato o un gruppo di stati crea una o più cryptomonete, sarà quel soggetto a pagare il corrispettivo (anche gli Stati falliscono, certo, ma un po’ più raramente...). Nel caso del bitcoin nessuno.

Ma fin quando le transazioni in crypto private sono fuori dal circuito finanziario “regolato e legale” qualsiasi esplosione di una crypto privata sarà fondamentalmente un affare di coloro che non hanno fatto in tempo a liberarsene.

Se invece, come ha fatto la Sec, cominciano ad esistere prodotti finanziari “regolati” con un “sottostante” che non ha un responsabile e tecnicamente non è nulla, ecco che il “contagio” si diffonde immediatamente dal circuito dei matti a quello “legale”. Gli effetti speculativi nel mondo dell’immaginazione diventano così reali.

Non siamo solo noi a dirlo. Come potete leggere qui di seguito...

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Etf bitcoin, perché la decisione della Sec rischia di legalizzare il gioco d’azzardo e mette a rischio il risparmio

Roberto Sommella – MilanoFinanza

La decisione della Sec di autorizzare gli Etf sul bitcoin rischia di legalizzare il gioco d’azzardo. E questo per tre ordini di motivi, che in un Paese ricco di risparmio come l’Italia devono essere presi nella massima considerazione dal governo Meloni e da tutte le autorità finanziarie. In primo luogo, va ricordato che la criptomoneta più famosa al mondo, che ha messo a segno negli ultimi dodici mesi un rialzo del 162%, è un investimento ad alto rischio che a fronte di un creditore non ha un debitore accertato, come ha ricordato giovedì 11 su MF-Milano Finanza il presidente della Consob Paolo Savona.

A differenza di altri strumenti monetari il bitcoin non risponde alle regole delle banche centrali quando emettono moneta e non ha un vigilante. È stato lo stesso Savona a ricordarlo con la nettezza che lo contraddistingue. E in modo inequivocabile.

Le crypto, questo il ragionamento del numero uno della commissione che vigila in Italia sulla borsa e il risparmio, compresi i bitcoin anche se di importo limitato, quando nascono sono «il nulla creato su un computer facendo uso di un metodo matematico e assumono un valore di mercato se qualcuno le acquista, versando di norma moneta legale che, come noto e come ci ha ricordato Keynes, quando nasce ha sempre un debitore (Stato, banca centrale o istituto di emissione, o banche di deposito)».

L’assenza invece di un debitore per le crypto legittima la posizione delle autorità monetarie che esse non sono moneta legale, ossia mezzo liberatorio dei pagamenti-debiti, senza però che le autorità finanziarie e i legislatori siano in grado di collocare le valute digitali nell’assetto istituzionale oggi vigente per le attività tradizionali. Una situazione che genera un vuoto normativo clamoroso.

Così aumenta il rischio di una bolla

In secondo luogo, visto che l’organismo di controllo americano dei mercati finanziari (la Sec) ha autorizzato l’acquisto di Etf – fondi o sicav che replicano indici azionari e obbligazionari – anche legati alle criptomonete, c’è da aspettarsi che queste ultime vengano recepite dalle banche d’affari e dai gestori del risparmio alla pari di strumenti regolati e vigilati: una sorta di legittimazione di un prodotto ad alto rischio, per di più utilizzato spesso dalla malavita per transazioni illecite, come molti casi, anche in Italia, dimostrano.

Non serve illudersi che questo caso sia limitato al mercato statunitense, perché ormai si è imparato che la finanza è globale, con tutti i suoi pregi e i suoi pericolosi difetti.

In terzo luogo, sempre seguendo il filo logico dell’allarme del presidente della Consob, che andrebbe ascoltato anche dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, gli Etf sui bitcoin possono accendere una miccia pericolosa su una nuova bolla finanziaria, come accaduto nel 2007 con i mutui sub prime, i quali proprio non basandosi su collaterali solidi innescarono una serie di default per poi deflagrare anche nell’economia reale, con le conseguenze che tutti hanno conosciuto, dopo il fallimento della Lehman Brothers, anche da questa parte dell’Atlantico.

A questo proposito giova ancora ricordare quanto scritto su MF-Milano Finanza da Savona a proposito dell’incesto di prodotti reali con prodotti virtuali: «Se si permette l’ibridazione tra vecchie e nuove monete e vecchi e nuovi strumenti il funzionamento del mercato mobiliare diventa complesso, la vigilanza pubblica sempre meno efficace e più costosa, la trasmissione degli effetti delle scelte politiche sempre meno prevedibili e la creazione di ricchezza sempre meno connessa con la crescita reale».

A rischio il risparmio

Il distacco di un prodotto finanziario dal mondo reale, senza i dovuti accorgimenti e accordi tra banche centrali e controllori mondali, non potrà che aumentare i rischi per il risparmiatore medio, soprattutto in una situazione in cui la ricchezza è concentrata in poche mani e sta per affidarsi anche all’immenso potere che l’Intelligenza Artificiale può sviluppare per manipolare i mercati finanziari, come è stato segnalato recentemente dalla Consob e dalla Banca d’Inghilterra.

Un’ultima considerazione va fatta per il caso italiano. Il nostro Paese è molto ricco del petrolio di carta, la ricchezza delle famiglie, che supera ampiamente il pur enorme debito pubblico giunto a 3.000 miliardi di euro.

Cosa potrebbe accadere se anche in Italia verrà autorizzata la vendita di Etf sui bitcoin senza i dovuti controlli e le necessarie campagne di informazione e di educazione finanziaria?

Già oggi le criptomonete, seppur in piccoli importi, sono detenute mediamente da un numero di italiani pari a coloro che possiedono titoli di Stato, secondo le ultime rilevazioni della Banca d’Italia e della stessa Consob, senza considerare che dall’aprile del 2023 sono vendute liberamente e senza alcun controllo in cinquemila tabaccherie presenti sul territorio nazionale.

Una nuova Bretton Woods

Non si tratta di demonizzare il nuovo che avanza e la tecnologia, così come dimostra il dibattito sull’AI, ma occorre raggiungere subito un accordo a livello mondiale su cosa si può vendere e cosa no senza che sia vigilato da un organo finanziario di controllo.

Finora le autorità si sono rimpallate il problema, le une sostenendo che non spetta alle banche centrali vigilare sui bitcoin perché non sono valute, le altre, gli organi di controllo delle borse, perché non sono strumenti finanziari.

Ma se diventano investimenti replicabili a dismisura si pone il tema della tutela del risparmio, come previsto dalla nostra Costituzione e come spesso ricorda lo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale da tempo mette in guardia sui rischi legati al dilagare dei nuovi monopoli digitali che ormai si muovono anche con la forza dell’innovazione artificiale.

Oggi il sistema monetario e finanziario è in mezzo al guado e non sa verso quale sponda si va indirizzando, quando appare chiaro che servirebbe invece una nuova Bretton Woods per stabilire cosa sia convertibile in moneta legale e cosa no.

Alle autorità finanziarie, ai governi e alla politica spetta quindi un compito di programmazione istituzionale impegnativo e immediato al pari di una comprensione del problema, che decisioni come quelle della Sec rendono ancora più difficile.

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30/03/2023

Le monete digitali delle banche centrali potrebbero mettere fine al sistema bancario come lo conosciamo

Una Central Bank Digital Currency (CBDC) può essere definita come la rappresentazione digitale di una moneta fiat nazionale, intesa come moneta a corso legale, emessa e gestita da un’istituzione sovrana (cioè, una banca centrale).

Si tratta quindi di una passività bancaria denominata in un’unità di conto esistente, accessibile a tutti, che funge sia da mezzo di scambio sia da riserva di valore. In pratica, la versione «virtuale» di una banconota.

La differenza principale tra una CBDC e il denaro che tutti noi abbiamo nel conto corrente o nel conto deposito (la cosiddetta «moneta-debito») è che, mentre la prima è sostenuta direttamente dalla banca centrale e, proprio come una banconota, è esente da rischi di credito o di mercato, la seconda è nei fatti generata dal sistema bancario e dipende da questo per la sua circolazione.

Di conseguenza, l’attuale moneta elettronica è legata alla fallibilità delle istituzioni finanziarie che la gestiscono e, in un clima di sfiducia generalizzata nei confronti del sistema bancario, la più classica delle corse agli sportelli può compromettere seriamente il funzionamento dei sistemi di pagamento.

È questo il «frutto avvelenato» del sistema bancario a riserva frazionaria, ovvero il regime monetario in vigore praticamente in tutto il mondo. La centralità strategica del settore bancario nelle moderne economie capitaliste ha generato l’orribile moloch che è l’attuale sistema del credito, ovvero un sistema «progettato per fallire».

Un sistema che, da un lato, genera profitti sfruttando una regolamentazione ampiamente insufficiente, cavalcando bolle speculative e favorendo l’indebitamento del settore pubblico e delle famiglie. Dall’altro, socializza le perdite chiedendo bail out a gran voce quando, una volta ogni dieci o quindici anni, il giochino si rompe e c’è bisogno di togliere le castagne dal fuoco.

Il problema è che, ad oggi, non esiste alternativa: il sistema delle banche private ha monopolizzato la creazione e la circolazione della moneta. Una delle principali motivazioni alla base dello sviluppo delle CBDC è proprio quella di affrontare l’instabilità finanziaria e diversi articoli hanno esplorato questo tema di recente, alla luce della difficoltà in cui stanno incorrendo diverse banche su entrambi i lati dell’Atlantico.

Già nel 2012, in un working paper dell’FMI intitolato “The Chicago Plan Revisited”, Jaromir Benes e Michael Kumhof (oggi senior research advisor della Banca d’Inghilterra) esplorano una proposta avanzata per la prima volta da Frederick Soddy, Frank Knight, Henry Simons and Irving Fisher negli anni Trenta.

Il “Piano di Chicago” proponeva un sistema bancario a riserva integrale, in cui le banche sarebbero state obbligate a detenere il 100% dei loro depositi in riserva presso la banca centrale. In questo sistema, le banche non sarebbero più state in grado di creare denaro attraverso il processo di prestito, come avviene sotto il sistema a riserva frazionaria.

Invece, sarebbe stata la banca centrale a essere responsabile della creazione di nuovo denaro e della sua iniezione nell’economia. Benes e Kumhof sostengono che un sistema bancario a riserva integrale, unito all’emissione di CBDC, potrebbe fornire numerosi vantaggi:

Innanzitutto, impedirebbe alle banche di creare e distruggere i propri fondi durante i boom e i crolli del credito basati sul sentiment, cioè sull’umore dei mercati finanziari, consentirebbe un controllo molto migliore dei cicli economici.

In secondo luogo, un sistema di riserva al 100% eliminerebbe completamente la possibilità di instabilità causata dalle corse agli sportelli.

In terzo luogo, consentire al governo di emettere denaro direttamente a zero interesse, invece di costringerlo a prendere in prestito lo stesso denaro dalle banche a interessi, porterebbe a una riduzione drammatica del fardello degli interessi sulle finanze governative. Inoltre, il debito netto del governo diventerebbe negativo, perché sotto il Piano di Chicago il governo acquisirebbe una posizione di credito a interesse elevato nei confronti delle banche. Questa posizione sarebbe creata quando le banche prendono in prestito per pagare il backing di riserva precedentemente inesistente.

In quarto luogo, dato che la creazione di denaro non richiederebbe più la creazione simultanea di debito, l’economia potrebbe anche assistere a una riduzione drammatica dei debiti privati. Ciò contribuirebbe evidentemente a ridurre la fragilità finanziaria a livello dell’intera economia.

In quinto luogo, il “Piano di Chicago” genererebbe grandi guadagni a lungo termine in termini di output, perché un debito inferiore e maggiori ricavi non inflazionistici di signoraggio porterebbero a grandi riduzioni dei tassi di interesse reali, delle tasse distorsive e dei costi di monitoraggio del credito.

In sesto luogo, le “trappole di liquidità” sarebbero una cosa del passato, perché il denaro sarebbe direttamente sotto il controllo del governo mentre il tasso di interesse controllato dalla politica non avrebbe un limite inferiore di zero. Ciò renderebbe anche molto più facile ridurre l’inflazione media a zero.

Benes e Kumhof non sono i soli a proporre l’utilizzo delle CBDC: la nuova fase di tensione nel settore bancario aperta dal fallimento di SVB ha fatto tornare all’ordine del giorno questo tipo di dibattito. Sulla rivista online “Project Syndacate” due economisti di rilievo come Jan Eeckhout e Yanis Varoufakis si trovano a sostenere prospettive molto simili a quella delineata nel progetto di Chicago.

Il fil rouge in questi contributi, che provengono da economisti di affiliazione ideologica diversa, è che il sistema della «moneta-debito» che ha dominato l’economia monetaria mondiale almeno sin dai tempi della fine di Bretton Woods (ma in realtà da molto prima) sta diventando rapidamente obsoleto.

Beninteso, ci sono diverse sfide che devono essere superate prima che le CBDC possano diventare realtà. Queste sfide includono questioni tecniche, come garantire la sicurezza e la resilienza dei sistemi CBDC, nonché questioni legali e regolatorie, come garantire che le CBDC non compromettano la stabilità finanziaria o la privacy.

Tuttavia, la strada è aperta: secondo un’indagine effettuata nel 2021 dalla Bank of International Settlements, l’86% delle 66 banche centrali intervistate hanno condotto attivamente ricerche sulle Central Bank Digital Currencies e il 14% si è dichiarato vicino al lancio di una propria valuta digitale.

Nel giugno 2021 l’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger del Politecnico di Milano ha mappato 85 progetti CBDC, sviluppati da 65 banche centrali (il 36% del totale delle banche centrali nel mondo). La Cina, che ha recentemente pubblicato un white paper sullo stato di avanzamento dello yuan digitale, è in una fase di sperimentazione relativamente avanzata.

Non è possibile prevedere quali saranno le tempistiche e le modalità con cui le CBDC saranno introdotte nel sistema finanziario mondiale, né tanto meno tutte le implicazioni nel lungo termine.

È difficile pensare che nel breve periodo si possa affermare un sistema a riserva integrale, se non altro perché la classe sociale che ha accumulato una quantità incalcolabile di ricchezza attraverso l’intermediazione finanziaria ha tutto l’interesse a rallentare o fermare questo processo.

Ciò che rileva però è che la possibilità tecnica di un «divorzio» tra la gestione del credito e la capacità di creare moneta – la prima nelle mani del settore bancario privato, la seconda restituita a pieno titolo alle banche centrali – è a portata di mano.

Quante altre crisi bancarie serviranno per trasformarla in una volontà politica?

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13/03/2023

USA - Fallisce un’altra grande banca. Il sistema ora ansima

Tutte le autorità economiche degli Stati Uniti assicurano che nonostante l’improvviso fallimento della Silicon Valley Bank, venerdì, “non c’è rischio di contagio” al resto del sistema.

Sarà, ma ancor prima della riapertura degli uffici, in piena domenica, un’altra banca chiude i battenti. E non una banchetta qualsiasi, tanto da essere classificato come “il terzo più grande fallimento nella storia bancaria degli Stati Uniti” (quello della SVB è il secondo, dietro Lehmann Brothers, 2008).

La Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) – l’ente statale che presiede ai fallimenti bancari – ha preso il controllo di Signature, che alla fine dello scorso anno aveva 110,36 miliardi di dollari di attività e 88,59 miliardi dollari di depositi.

Le cronache riferiscono che i dipendenti si erano riuniti negli uffici della società, a Manhattan, per un briefing domenicale, ordinando come sempre il catering da Carmine’s e il caffè da Starbucks. Ma la riunione si è aperta e chiusa in un attimo: “siamo falliti”. Tutti a casa, faranno gli scatoloni oggi...

Ma “tranquilli” continuano a ripetere dal Dipartimento del Tesoro, ora guidato da Janet Yellen, ex presidente della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti. Ma il messaggio ha un sapore quasi magico: “Tutti i depositanti della Signature Bank e della Silicon Valley Bank saranno risarciti” e “nessuna perdita sarà sostenuta dai contribuenti”.

Delle due l’una, di solito. A meno di non ripagare i correntisti con i soldi del Monopoli...

Ed in effetti anche la procedura di risoluzione segue un percorso ben poco “normale”.

Domenica la FDIC ha istituito una banca “ponte” che consentirà ai clienti di accedere ai loro fondi già da oggi. I depositanti e i mutuatari della Signature Bank diventeranno automaticamente clienti della banca ponte, ha dichiarato la FDIC.

Una banca creata dal nulla, senza uffici e senza capitale proprio, ma “solvibile” perché garantita dalla stessa FDIC. Ovvero con soldi pubblici, inevitabilmente.

Domenica i funzionari hanno però dichiarato che gli azionisti e alcuni detentori di debiti non garantiti della Signature Bank, così come quelli della Silicon Valley Bank, non saranno protetti e che i dirigenti di entrambe le banche sono stati rimossi.

Eventuali perdite per il Fondo di assicurazione dei depositi della FDIC, utilizzato per sostenere i depositanti non assicurati, saranno recuperate tramite una valutazione speciale sulle banche. E questa sarebbe la ragione che permette di dire che “non saranno spesi soldi dei contribuenti”.

Signature era una banca commerciale con uffici per clienti privati a New York, Connecticut, California, Nevada e North Carolina, e aveva nove linee di business nazionali, tra cui l’immobiliare commerciale e il digital asset banking.

A settembre, quasi un quarto dei suoi depositi proveniva dal settore delle criptovalute, ma a dicembre la banca ha annunciato che avrebbe ridotto i suoi depositi legati alle criptovalute di 8 miliardi di dollari. Il crollo del mercato delle criptovalute, in seguito al fallimento di alcune di esse, ha accelerato la caduta anche di Signature.

In questo caso la causa scatenante sembrerebbe diversa da quella che ha travolto SVB, svuotata dalla caduta di valore dei titoli di stato Usa in seguito all’aumento dei tassi di interesse, decisi dalla Fed (come dalla Bce) per arginare l’inflazione. Ma è anche vero che non si conosce ancora il livello dell’esposizione di Signature sul fronte dei Treasury bond.

Anche sul piano politico questa banca era decisamente interessante, in quanto ha avuto un rapporto di lunga data con l’ex presidente Donald Trump e la sua famiglia, fornendo a lui e alla sua azienda conti correnti e finanziando diverse iniziative della famiglia.

La Signature Bank aveva poi tagliato i ponti con Trump nel 2021, dopo i disordini del 6 gennaio a Capitol Hill, invitandolo a dimettersi.

Ora il fallimento, che minaccia di allargare l’area del “malessere” nel sistema bancario Usa. Il cui respiro affannoso viene adesso percepito chiaramente...

Infatti le borse europee hanno preso tutte una piega piuttosto drammatica, stamattina. L’indice Ftse Mib di Piazza affari affonda del 4,34% a 26.098 punti con 4 titoli sospesi al ribasso.

Anche il Dax perde il 2,88%, il Cac40 il 2,89% e il Ftse100 il 2,44% nonostante i future di Wall Street anticipino un avvio in rialzo dopo che la Fed, il Tesoro e la FDIC hanno unito le forze per sostenere il sistema bancario dopo il fallimento di Silicon Valley Bank, Silvergate e Signature Bank.

Sarà un caso fortuito, ma le borse asiatiche – e soprattutto quelle cinesi – sono andate invece benissimo. Ma lì il cuore dell’economia è la produzione, mica la finanza...

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23/11/2022

Central Bank Digital Currency: Banche sotto tutela?

di Guido Salerno Aletta

Il mondo delle cryptovalute è affascinante per due motivi: da una parte la creazione delle monete è legata alla difficoltà intrinseca di produrle, per via del costo energetico derivante dalla elaborazione crittografica delle chiavi identificative di ciascuna unità; dall'altra parte per la sicurezza degli scambi derivante dalla adozione della Blockchain, un sistema di tracciamento che rende impossibile la contraffazione. Messa così, la crypto moneta sarebbe limitata nelle quantità, per via del costo di produrne di nuova, e non falsificabile: ne sono state emesse tante, che hanno denominazioni e caratteristiche diverse.

C'è un punto cruciale che va chiarito: da sempre, la quantità di moneta che figura nelle transazioni sul mercato è enormemente superiore a quella che viene emessa dalle Banche Centrali. Nel momento stesso in cui viene prestata a tempo alle Banche a fronte di una garanzia, ovvero immessa come liquidità sui mercati a fronte dell'acquisto di titoli di Stato, ovvero di altri asset ritenuti privi di rischi, la moneta fuoriesce dal controllo delle Banche centrali: viene prestata, ceduta, tesaurizzata nelle forme più diverse, anche se ha assunto una forma prevalentemente scritturale. Ciò significa che ormai solo una minima parte viene immessa in forma fisica, come moneta metallica o banconota.

C'è un aspetto ancora diverso: la circolazione monetaria per via delle transazioni è diversa dalla disponibilità sui conti bancari, in termini di depositi e di credito. Nel momento stesso in cui la moneta viene depositata in un conto, diviene di proprietà della Banca che può usarla come meglio crede, fermo l'obbligo di restituirla nei tempi e nei modi concordati con il titolare del conto: a vista, oppure a tempo, con preavviso.

Le Banche comprano la moneta e la impiegano nelle forme più varie: erogando credito, ovvero per operazioni di partecipazione azionaria, ovvero ancora sul mercato. Ad ogni operazione di credito corrisponde la possibilità che la moneta prestata venga depositata in un altro istituto, moltiplicandosi: il cliente A ha depositato una somma che viene prestata al cliente B, il quale la deposita in un'altra Banca. Questo è il moltiplicatore bancario che viene tenuto teoricamente sotto controllo con l'obbligo della riserva bancaria: in pratica, ogni Banca deve sterilizzare, depositandola presso la Banca centrale, una quota dei suoi depositi.

Quello che è cambiato nel mondo della moneta è il rapporto tra contanti usati per le transazioni e depositi bancari a fini precauzionali o di risparmio. In passato, tutta la moneta era emessa per contanti, coniata in forma metallica o stampata in banconote. La moneta scritturale ha preso via via il posto di quella fisica: tutto è cominciato con gli assegni bancari, che sottendono l'ordine dato alla propria Banca di pagare una certa somma al beneficiario dello stesso, traendola dal proprio conto. Questa somma poteva essere pagata in contanti, quando il beneficiario si presentava presso la banca dell'emittente, ovvero accreditata in un altro conto bancario, presentando l'assegno alla propria Banca. Questo è il modo attraverso cui il segno bancario, l'ordine di pagamento, ha sostituito il contanti nel movimento di moneta da un conto all'altro: non c'era più bisogno di ritirare la moneta dal conto tenuto presso una banca per effettuare un pagamento e poi di versarla su un altro conto per conservarla in vista di altrui impieghi. Il vantaggio del deposito bancario rispetto ai contanti era dato soprattutto dall'interesse pagato dalla banca sulla giacenza di moneta sul conto.

A mano a mano che i sistemi informatici si sono evoluti, soprattutto attraverso le carte di credito e di debito, l'assegno è stato completamente sostituito da un ordine di pagamento dato con la presentazione della carte per regolare il pagamento: un conto viene addebitato e l'altro accreditato per l'importo della transazione.

Tutti questi aspetti riguardano però solo i rapporti tra le banche ed i rispettivi clienti nel regolare le transazioni monetarie.

Ci sono, e sono molto più complessi, i problemi che nascono nelle relazioni tra le banche e la erogazione di crediti o per investimenti usando i depositi di conto corrente: il denaro depositato a vista può essere usato per erogare credito solo nella misura in cui, statisticamente, i clienti tengono comunque una certa quota sempre in deposito. In questo sta l'alchimia delle banche, nel creare la convinzione nei depositanti dei conti "a vista" che i loro denari sono sempre tutti disponibili per essere ritirati, mentre in realtà la gran parte sono stati tutti utilizzati per erogare credito.

Nel caso la banca si trovi a corto di liquidità di fronte alla richiesta di ritiro dei depositanti, e quindi sia illiquida, deve ottenere nuova moneta a prestito da parte della sua banca centrale presentando apposite garanzie e pagando un tasso di interesse. Qui sta il ruolo della banca centrale come "prestatore di ultima istanza": se nessun'altra banca presta liquidità a quella che la cerca, deve intervenire per evitare che subentri il panico nei depositanti. Sono erogazioni di liquidità in via di emergenza.

Qui sta il punto cruciale, quello su cui si innesta la creazione della moneta digitale delle banche centrali: se le transazioni tra un conto bancario e l'altro fossero effettuare direttamente dalla banca centrale, è come se le banche stesse fossero delle correntiste della banca centrale. E questa avrebbe un controllo diretto sulla situazione degli impieghi, crediti ed altro: la vigilanza prudenziale sarebbe estremamente rafforzata.

Mentre le cryptovalute si iscrivono in un'orbita ellittica, che allontana sempre di più le banche centrali e le banche ordinarie dal controllo della moneta e delle transazioni, creando una sorta di universo parallelo a quello ufficiale, all'opposto con le monete digitali delle banche centrali si crea un'orbita ellittica che avvicina sempre di più le banche centrali al controllo della moneta ufficiale. Il problema non è tanto la tracciatura delle transazioni monetarie dei singoli, una schedatura ormai pressoché completa, ma il controllo immediato e diretto delle attività bancarie: si saprebbe esattamente a chi prestano i denari e come impiegano i depositi.

Il vero segreto bancario non consiste affatto nell'ammontare dei conti correnti e nella identità dei depositanti, dati che ormai da tempo sono ben noti a tutti i Ministeri delle finanze, ma negli impieghi finanziari effettuati dalla banche e nella identità dei soggetti che ricevono prestiti e finanziamenti.

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