Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/03/2023
17/03/2023
USA - Le banche private corrono ai ripari sui crac
Prima che la loro banca collassasse, i dirigenti della First Republic Bank hanno venduto milioni di dollari in azioni nei mesi che hanno preceduto il crac dell'istituto, poi avvenuto questa settimana. A scriverlo è il Wall Street Journal, secondo cui negli ultimi mesi i vertici della banca si sono liberati di partecipazioni azionarie del valore di 11,8 milioni di dollari. Il presidente esecutivo della banca, James Herbert II, avrebbe venduto azioni della sua banca per 4,5 milioni di dollari all’inizio di quest’anno.
Le vendite sono passate sottotraccia, dal momento che la First Republic Bank è l’unica azienda dell’indice S&P 500 a segnalare tali vendite alla Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) anziché all’ente regolatore del settore, la Securities and Exchange Commission (SEC). Anche la Signature Bank, collassata domenica, era a sua volta esentata dalle segnalazioni alla SEC.
Per evitare un effetto domino di fallimenti bancari negli Usa, è intervenuto un gruppo di undici banche private statunitensi che hanno annunciato depositi complessivi per 30 miliardi di dollari nei confronti di First Republic Bank. Un intervento teso a evitare il collasso della banca a causa del recente fallimento di Silicon Valley Bank.
In una nota congiunta, le undici banche hanno precisato che Bank of America, Citigroup, Jp Morgan e Wells Fargo hanno accettato di fornire cinque miliardi di dollari ciascuna. Goldman Sachs e Morgan Stanley contribuiranno con 2,5 miliardi ciascuna, mentre Bny Mellon, Pnc Bank, State Street, Trust e Us Bank con un miliardo a testa.
“A dimostrazione che non tutte le preoccupazioni siano però svanite, le azioni della First Republic Bank, che avevano chiuso in rialzo del 10% dopo una giornata volatile che ha visto il trading interrotto 17 volte, sono crollate del 17% nel trading after-market” commenta Milano Finanza. “Inoltre, i dati hanno mostrato durante la notte che le banche hanno cercato quantità record di liquidità di emergenza dalla Federal Reserve negli ultimi giorni, sottolineando l’entità dello stress nel sistema finanziario”.
La notizia dell’intervento delle undici banche, è stata accolta positivamente dalla segretaria al Tesoro, Janet Yellen; dal governatore della Federal Reserve, Jerome Powell; e dal presidente della Federal Deposit Insurance Corporation (l’ente federale preposto all’assicurazione sui depositi bancari), Martin Gruenberg. “Si tratta di una misura che dimostra ancora una volta la resilienza del sistema bancario statunitense”, si legge in un comunicato congiunto.
Tutti gli occhi sono ora puntati sulla riunione della Federal Reserve della prossima settimana. Gli operatori finanziari si interrogano se la banca centrale Usa seguirà l’esempio della Bce, la quale – e nonostante molte richieste in senso contrario – ieri ha tirato dritto alzando i tassi dello 0,5% come annunciato nonostante lo scossone globale sulle banche. I mercati Usa prevedono che la Fed – diversamente dalla Bce – avvierà presto una svolta e inizierà a tagliare i tassi quest’anno. Staremo a vedere.
Piccolo giallo su Credit Suisse
In Europa invece la Credit Suisse potrà ricorrere a una linea speciale di credito fino a 50 miliardi di franchi messa a disposizione dalla Banca nazionale svizzera. Il colosso bancario elvetico, da tempo in difficoltà, era stato messo in ginocchio dalla decisione del suo maggiore azionista, la Saudi National Bank, di non iniettare ulteriore capitale. Sul crac di Credit Suisse – innescato dagli investitori sauditi – è emerso però un giallo. La quota della Saudi National Bank, pagata 1,5 miliardi di dollari nell’autunno scorso, oggi in borsa vale appena 824 milioni, con una minusvalenza teorica di quasi 700 milioni. Ma il bilancio si è fatto molto magro anche per gli altri soci mediorientali entrati con l’ultimo aumento di capitale della banca svizzera, cioè la Qatar Holding salita recentemente al 7% e l’asset manager saudita Olayan Group, che ha aderito pro quota alla ricapitalizzazione per il 4,9%. Curiosamente si è invece salvato in tempo il fondo di investimento statunitense Harris Associates, il quale a inizio marzo ha completamente azzerato dopo 20 anni la propria posizione, pari al 5% del capitale. Tempismo perfetto? si domnda Milano Finanza.
Fonte
Le vendite sono passate sottotraccia, dal momento che la First Republic Bank è l’unica azienda dell’indice S&P 500 a segnalare tali vendite alla Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) anziché all’ente regolatore del settore, la Securities and Exchange Commission (SEC). Anche la Signature Bank, collassata domenica, era a sua volta esentata dalle segnalazioni alla SEC.
Per evitare un effetto domino di fallimenti bancari negli Usa, è intervenuto un gruppo di undici banche private statunitensi che hanno annunciato depositi complessivi per 30 miliardi di dollari nei confronti di First Republic Bank. Un intervento teso a evitare il collasso della banca a causa del recente fallimento di Silicon Valley Bank.
In una nota congiunta, le undici banche hanno precisato che Bank of America, Citigroup, Jp Morgan e Wells Fargo hanno accettato di fornire cinque miliardi di dollari ciascuna. Goldman Sachs e Morgan Stanley contribuiranno con 2,5 miliardi ciascuna, mentre Bny Mellon, Pnc Bank, State Street, Trust e Us Bank con un miliardo a testa.
“A dimostrazione che non tutte le preoccupazioni siano però svanite, le azioni della First Republic Bank, che avevano chiuso in rialzo del 10% dopo una giornata volatile che ha visto il trading interrotto 17 volte, sono crollate del 17% nel trading after-market” commenta Milano Finanza. “Inoltre, i dati hanno mostrato durante la notte che le banche hanno cercato quantità record di liquidità di emergenza dalla Federal Reserve negli ultimi giorni, sottolineando l’entità dello stress nel sistema finanziario”.
La notizia dell’intervento delle undici banche, è stata accolta positivamente dalla segretaria al Tesoro, Janet Yellen; dal governatore della Federal Reserve, Jerome Powell; e dal presidente della Federal Deposit Insurance Corporation (l’ente federale preposto all’assicurazione sui depositi bancari), Martin Gruenberg. “Si tratta di una misura che dimostra ancora una volta la resilienza del sistema bancario statunitense”, si legge in un comunicato congiunto.
Tutti gli occhi sono ora puntati sulla riunione della Federal Reserve della prossima settimana. Gli operatori finanziari si interrogano se la banca centrale Usa seguirà l’esempio della Bce, la quale – e nonostante molte richieste in senso contrario – ieri ha tirato dritto alzando i tassi dello 0,5% come annunciato nonostante lo scossone globale sulle banche. I mercati Usa prevedono che la Fed – diversamente dalla Bce – avvierà presto una svolta e inizierà a tagliare i tassi quest’anno. Staremo a vedere.
Piccolo giallo su Credit Suisse
In Europa invece la Credit Suisse potrà ricorrere a una linea speciale di credito fino a 50 miliardi di franchi messa a disposizione dalla Banca nazionale svizzera. Il colosso bancario elvetico, da tempo in difficoltà, era stato messo in ginocchio dalla decisione del suo maggiore azionista, la Saudi National Bank, di non iniettare ulteriore capitale. Sul crac di Credit Suisse – innescato dagli investitori sauditi – è emerso però un giallo. La quota della Saudi National Bank, pagata 1,5 miliardi di dollari nell’autunno scorso, oggi in borsa vale appena 824 milioni, con una minusvalenza teorica di quasi 700 milioni. Ma il bilancio si è fatto molto magro anche per gli altri soci mediorientali entrati con l’ultimo aumento di capitale della banca svizzera, cioè la Qatar Holding salita recentemente al 7% e l’asset manager saudita Olayan Group, che ha aderito pro quota alla ricapitalizzazione per il 4,9%. Curiosamente si è invece salvato in tempo il fondo di investimento statunitense Harris Associates, il quale a inizio marzo ha completamente azzerato dopo 20 anni la propria posizione, pari al 5% del capitale. Tempismo perfetto? si domnda Milano Finanza.
Fonte
16/03/2023
Il crac della Silicon Valley Bank e i cannoni della Fed contro le zanzare
Venerdí 10 marzo la FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation) – ovvero l’agenzia governativa statunitense che dovrebbe vigilare sul sistema della banche statali e tutelare i depositi dei correntisti – ha commissariato e chiuso la Silicon Valley Bank (SVB), la sedicesima banca degli Stati Uniti per dimensioni.
La chiusura è arrivata dopo un’emorragia di depositi di 42 miliardi di dollari, una vera e propria “corsa agli sportelli” che ha inflitto il colpo di grazia a un modello di gestione bancaria più che disinvolto (per usare un eufemismo).
I motivi tecnici del crac di SVB sono diversi e forse non così interessanti per il lettore profano della finanza: un portafoglio obbligazionario eccessivamente pesante e sbilanciato, una gestione del rischio inesistente, carenze in termini di regolamentazione e vigilanza. Quel che conta è che il fallimento ha innescato la tempestiva ed energica risposta delle istituzioni USA nel corso del fine settimana, orientata a scongiurare lo spettro del contagio e della crisi finanziaria generalizzata.
Domenica – poco dopo la chiusura di una seconda banca commerciale (la newyorkese Signature Bank) – il Dipartimento del Tesoro, la Federal Reserve (FED) e la già citata FDIC hanno annunciato una serie di misure senza precedenti: in primo luogo la FDIC ha dichiarato che la liquidazione di SVB verrà svolta in modo tale da “proteggere completamente tutti i depositanti”, una eccezione al protocollo che prevede la tutela dei depositi fino a 250.000 dollari.
Da parte sua, la FED ha annunciato, alla luce di “circostanze inusuali e urgenti”, il varo di un programma nuovo di zecca, il “Bank Term Funding Program”. Un fondo da 25 miliardi di dollari che offrirà prestiti agevolati alle banche che dovessero avere problemi di liquidità.
In teoria, il programma normale in caso di banche in difficoltà sarebbe il cosiddetto “discount window” in cui la Banca Centrale presta liquidità alla banca in difficoltà, ma chiede in cambio un opportuno ‘collaterale’ a garanzia del prestito.
In ogni caso la manovra congiunta sembra riuscita, almeno in parte, a tranquillizzare i mercati finanziari, che nella giornata di lunedì hanno accusato il colpo, con i principali indici azionari in deciso rialzo dopo una settimana di sofferenza.
Un primo elemento che salta all’occhio alla luce di questi fatti è la solita ipocrisia della finanza e dei tycoon del Big Tech americano, sempre dalla parte del mercato, della privatizzazione e della deregulation finché si tratta di fare profitti, per poi passare serenamente dalla parte dell’intervento governativo quando si tratta di socializzare le perdite.
Quella classe di venture capitalist, che hanno fondato i loro modelli di impresa su attività ad alto rischio e ad alta esposizione, cavalcando un decennio di entusiasmo per i settori hi-tech, è la stessa che ha sollecitato un programma di salvataggio straordinario quando quel medesimo modello ha mostrato la sua fragilità: nella trincea finanziaria, non esistono i liberisti.
Una seconda considerazione, forse più importante, riguarda la reazione decisamente “troppo” energica da parte delle istituzioni di vigilanza, che ricorda un po’ il cannone rivolto contro la zanzara del celebre proverbio confuciano: la SVB è una grande banca, ma non abbastanza – in un sistema bancario da 23mila miliardi di dollari – da essere considerata importante da un punto di vista di stabilità globale.
I depositanti della SVB non sono pensionati o impiegati: sono la crème dell’imprenditoria spregiudicata della Silicon Valley, finanziariamente sofisticati, che hanno assunto rischi spropositati in perfetta consapevolezza.
Un fallimento del genere costituisce davvero una “circostanza inusuale e urgente” a tal punto da giustificare misure così eccezionali? Verrebbe da pensare di no, almeno se il sistema finanziario americano è davvero così sicuro e resiliente, come viene costantemente ripetuto dal governo americano e dalle autorità di vigilanza.
La gestione del fallimento di SVB tradisce una certa insicurezza da parte delle istituzioni sulla capacità delle banche USA di gestire incidenti di percorso di lieve o media gravità, e lascia spazio al sospetto (ma è poi una sorpresa?) che il sistema creditizio americano non sia sostanzialmente più solido di quanto non lo fosse alla vigilia della grande crisi finanziaria del 2007.
Insomma, SVB non sarebbe la proverbiale “mela marcia”, ma un caso rappresentativo dello stato del sistema bancario.
Sono di questo avviso i cinque autori di questo articolo, il cui abstract recita (enfasi nostra):
Anche un piccolo focolaio di pessimismo, se non debitamente contenuto, può trascinare una parte consistente delle banche americane in acque pericolose. C’è da temere che, quando arriverà il momento, non basteranno gli appelli alla calma in TV a tenerle a galla.
Fonte
La chiusura è arrivata dopo un’emorragia di depositi di 42 miliardi di dollari, una vera e propria “corsa agli sportelli” che ha inflitto il colpo di grazia a un modello di gestione bancaria più che disinvolto (per usare un eufemismo).
I motivi tecnici del crac di SVB sono diversi e forse non così interessanti per il lettore profano della finanza: un portafoglio obbligazionario eccessivamente pesante e sbilanciato, una gestione del rischio inesistente, carenze in termini di regolamentazione e vigilanza. Quel che conta è che il fallimento ha innescato la tempestiva ed energica risposta delle istituzioni USA nel corso del fine settimana, orientata a scongiurare lo spettro del contagio e della crisi finanziaria generalizzata.
Domenica – poco dopo la chiusura di una seconda banca commerciale (la newyorkese Signature Bank) – il Dipartimento del Tesoro, la Federal Reserve (FED) e la già citata FDIC hanno annunciato una serie di misure senza precedenti: in primo luogo la FDIC ha dichiarato che la liquidazione di SVB verrà svolta in modo tale da “proteggere completamente tutti i depositanti”, una eccezione al protocollo che prevede la tutela dei depositi fino a 250.000 dollari.
Da parte sua, la FED ha annunciato, alla luce di “circostanze inusuali e urgenti”, il varo di un programma nuovo di zecca, il “Bank Term Funding Program”. Un fondo da 25 miliardi di dollari che offrirà prestiti agevolati alle banche che dovessero avere problemi di liquidità.
In teoria, il programma normale in caso di banche in difficoltà sarebbe il cosiddetto “discount window” in cui la Banca Centrale presta liquidità alla banca in difficoltà, ma chiede in cambio un opportuno ‘collaterale’ a garanzia del prestito.
In ogni caso la manovra congiunta sembra riuscita, almeno in parte, a tranquillizzare i mercati finanziari, che nella giornata di lunedì hanno accusato il colpo, con i principali indici azionari in deciso rialzo dopo una settimana di sofferenza.
Un primo elemento che salta all’occhio alla luce di questi fatti è la solita ipocrisia della finanza e dei tycoon del Big Tech americano, sempre dalla parte del mercato, della privatizzazione e della deregulation finché si tratta di fare profitti, per poi passare serenamente dalla parte dell’intervento governativo quando si tratta di socializzare le perdite.
Quella classe di venture capitalist, che hanno fondato i loro modelli di impresa su attività ad alto rischio e ad alta esposizione, cavalcando un decennio di entusiasmo per i settori hi-tech, è la stessa che ha sollecitato un programma di salvataggio straordinario quando quel medesimo modello ha mostrato la sua fragilità: nella trincea finanziaria, non esistono i liberisti.
Una seconda considerazione, forse più importante, riguarda la reazione decisamente “troppo” energica da parte delle istituzioni di vigilanza, che ricorda un po’ il cannone rivolto contro la zanzara del celebre proverbio confuciano: la SVB è una grande banca, ma non abbastanza – in un sistema bancario da 23mila miliardi di dollari – da essere considerata importante da un punto di vista di stabilità globale.
I depositanti della SVB non sono pensionati o impiegati: sono la crème dell’imprenditoria spregiudicata della Silicon Valley, finanziariamente sofisticati, che hanno assunto rischi spropositati in perfetta consapevolezza.
Un fallimento del genere costituisce davvero una “circostanza inusuale e urgente” a tal punto da giustificare misure così eccezionali? Verrebbe da pensare di no, almeno se il sistema finanziario americano è davvero così sicuro e resiliente, come viene costantemente ripetuto dal governo americano e dalle autorità di vigilanza.
La gestione del fallimento di SVB tradisce una certa insicurezza da parte delle istituzioni sulla capacità delle banche USA di gestire incidenti di percorso di lieve o media gravità, e lascia spazio al sospetto (ma è poi una sorpresa?) che il sistema creditizio americano non sia sostanzialmente più solido di quanto non lo fosse alla vigilia della grande crisi finanziaria del 2007.
Insomma, SVB non sarebbe la proverbiale “mela marcia”, ma un caso rappresentativo dello stato del sistema bancario.
Sono di questo avviso i cinque autori di questo articolo, il cui abstract recita (enfasi nostra):
“We analyze U.S. banks’ asset exposure to a recent rise in the interest rates with implications for financial stability. The U.S. banking system’s market value of assets is $2 trillion lower than suggested by their book value of assets accounting for loan portfolios held to maturity. Marked-to-market bank assets have declined by an average of 10% across all the banks, with the bottom 5th percentile experiencing a decline of 20%.Per farla breve: in un periodo di deciso rialzo dei tassi di interesse sia negli States che in Europa (ci si aspetta un ulteriore rialzo sia da parte della Fed che dalla Bce, che potrebbe avvenire già oggi), gli orrori accumulati durante anni di politica monetaria rilassata rischiano di riaffiorare improvvisamente in superficie.
We illustrate that uninsured leverage (i.e., Uninsured Debt/Assets) is the key to understanding whether these losses would lead to some banks in the U.S. becoming insolvent– unlike insured depositors, uninsured depositors stand to lose a part of their deposits if the bank fails, potentially giving them incentives to run.
A case study of the recently failed Silicon Valley Bank (SVB) is illustrative. 10 percent of banks have larger unrecognized losses than those at SVB. Nor was SVB the worst capitalized bank, with 10 percent of banks having lower capitalization than SVB. On the other hand, SVB had a disproportional share of uninsured funding: only 1 percent of banks had higher uninsured leverage.
Combined, losses and uninsured leverage provide incentives for an SVB uninsured depositor run. We compute similar incentives for the sample of all U.S. banks. Even if only half of uninsured depositors decide to withdraw, almost 190 banks are at a potential risk of impairment to insured depositors, with potentially $300 billion of insured deposits at risk.
If uninsured deposit withdrawals cause even small fire sales, substantially more banks are at risk. Overall, these calculations suggests that recent declines in bank asset values very significantly increased the fragility of the US banking system to uninsured depositor runs.”
Anche un piccolo focolaio di pessimismo, se non debitamente contenuto, può trascinare una parte consistente delle banche americane in acque pericolose. C’è da temere che, quando arriverà il momento, non basteranno gli appelli alla calma in TV a tenerle a galla.
Fonte
13/03/2023
USA - Fallisce un’altra grande banca. Il sistema ora ansima
Tutte le autorità economiche degli Stati Uniti assicurano che nonostante l’improvviso fallimento della Silicon Valley Bank, venerdì, “non c’è rischio di contagio” al resto del sistema.
Sarà, ma ancor prima della riapertura degli uffici, in piena domenica, un’altra banca chiude i battenti. E non una banchetta qualsiasi, tanto da essere classificato come “il terzo più grande fallimento nella storia bancaria degli Stati Uniti” (quello della SVB è il secondo, dietro Lehmann Brothers, 2008).
La Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) – l’ente statale che presiede ai fallimenti bancari – ha preso il controllo di Signature, che alla fine dello scorso anno aveva 110,36 miliardi di dollari di attività e 88,59 miliardi dollari di depositi.
Le cronache riferiscono che i dipendenti si erano riuniti negli uffici della società, a Manhattan, per un briefing domenicale, ordinando come sempre il catering da Carmine’s e il caffè da Starbucks. Ma la riunione si è aperta e chiusa in un attimo: “siamo falliti”. Tutti a casa, faranno gli scatoloni oggi...
Ma “tranquilli” continuano a ripetere dal Dipartimento del Tesoro, ora guidato da Janet Yellen, ex presidente della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti. Ma il messaggio ha un sapore quasi magico: “Tutti i depositanti della Signature Bank e della Silicon Valley Bank saranno risarciti” e “nessuna perdita sarà sostenuta dai contribuenti”.
Delle due l’una, di solito. A meno di non ripagare i correntisti con i soldi del Monopoli...
Ed in effetti anche la procedura di risoluzione segue un percorso ben poco “normale”.
Domenica la FDIC ha istituito una banca “ponte” che consentirà ai clienti di accedere ai loro fondi già da oggi. I depositanti e i mutuatari della Signature Bank diventeranno automaticamente clienti della banca ponte, ha dichiarato la FDIC.
Una banca creata dal nulla, senza uffici e senza capitale proprio, ma “solvibile” perché garantita dalla stessa FDIC. Ovvero con soldi pubblici, inevitabilmente.
Domenica i funzionari hanno però dichiarato che gli azionisti e alcuni detentori di debiti non garantiti della Signature Bank, così come quelli della Silicon Valley Bank, non saranno protetti e che i dirigenti di entrambe le banche sono stati rimossi.
Eventuali perdite per il Fondo di assicurazione dei depositi della FDIC, utilizzato per sostenere i depositanti non assicurati, saranno recuperate tramite una valutazione speciale sulle banche. E questa sarebbe la ragione che permette di dire che “non saranno spesi soldi dei contribuenti”.
Signature era una banca commerciale con uffici per clienti privati a New York, Connecticut, California, Nevada e North Carolina, e aveva nove linee di business nazionali, tra cui l’immobiliare commerciale e il digital asset banking.
A settembre, quasi un quarto dei suoi depositi proveniva dal settore delle criptovalute, ma a dicembre la banca ha annunciato che avrebbe ridotto i suoi depositi legati alle criptovalute di 8 miliardi di dollari. Il crollo del mercato delle criptovalute, in seguito al fallimento di alcune di esse, ha accelerato la caduta anche di Signature.
In questo caso la causa scatenante sembrerebbe diversa da quella che ha travolto SVB, svuotata dalla caduta di valore dei titoli di stato Usa in seguito all’aumento dei tassi di interesse, decisi dalla Fed (come dalla Bce) per arginare l’inflazione. Ma è anche vero che non si conosce ancora il livello dell’esposizione di Signature sul fronte dei Treasury bond.
Anche sul piano politico questa banca era decisamente interessante, in quanto ha avuto un rapporto di lunga data con l’ex presidente Donald Trump e la sua famiglia, fornendo a lui e alla sua azienda conti correnti e finanziando diverse iniziative della famiglia.
La Signature Bank aveva poi tagliato i ponti con Trump nel 2021, dopo i disordini del 6 gennaio a Capitol Hill, invitandolo a dimettersi.
Ora il fallimento, che minaccia di allargare l’area del “malessere” nel sistema bancario Usa. Il cui respiro affannoso viene adesso percepito chiaramente...
Infatti le borse europee hanno preso tutte una piega piuttosto drammatica, stamattina. L’indice Ftse Mib di Piazza affari affonda del 4,34% a 26.098 punti con 4 titoli sospesi al ribasso.
Anche il Dax perde il 2,88%, il Cac40 il 2,89% e il Ftse100 il 2,44% nonostante i future di Wall Street anticipino un avvio in rialzo dopo che la Fed, il Tesoro e la FDIC hanno unito le forze per sostenere il sistema bancario dopo il fallimento di Silicon Valley Bank, Silvergate e Signature Bank.
Sarà un caso fortuito, ma le borse asiatiche – e soprattutto quelle cinesi – sono andate invece benissimo. Ma lì il cuore dell’economia è la produzione, mica la finanza...
Fonte
Sarà, ma ancor prima della riapertura degli uffici, in piena domenica, un’altra banca chiude i battenti. E non una banchetta qualsiasi, tanto da essere classificato come “il terzo più grande fallimento nella storia bancaria degli Stati Uniti” (quello della SVB è il secondo, dietro Lehmann Brothers, 2008).
La Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) – l’ente statale che presiede ai fallimenti bancari – ha preso il controllo di Signature, che alla fine dello scorso anno aveva 110,36 miliardi di dollari di attività e 88,59 miliardi dollari di depositi.
Le cronache riferiscono che i dipendenti si erano riuniti negli uffici della società, a Manhattan, per un briefing domenicale, ordinando come sempre il catering da Carmine’s e il caffè da Starbucks. Ma la riunione si è aperta e chiusa in un attimo: “siamo falliti”. Tutti a casa, faranno gli scatoloni oggi...
Ma “tranquilli” continuano a ripetere dal Dipartimento del Tesoro, ora guidato da Janet Yellen, ex presidente della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti. Ma il messaggio ha un sapore quasi magico: “Tutti i depositanti della Signature Bank e della Silicon Valley Bank saranno risarciti” e “nessuna perdita sarà sostenuta dai contribuenti”.
Delle due l’una, di solito. A meno di non ripagare i correntisti con i soldi del Monopoli...
Ed in effetti anche la procedura di risoluzione segue un percorso ben poco “normale”.
Domenica la FDIC ha istituito una banca “ponte” che consentirà ai clienti di accedere ai loro fondi già da oggi. I depositanti e i mutuatari della Signature Bank diventeranno automaticamente clienti della banca ponte, ha dichiarato la FDIC.
Una banca creata dal nulla, senza uffici e senza capitale proprio, ma “solvibile” perché garantita dalla stessa FDIC. Ovvero con soldi pubblici, inevitabilmente.
Domenica i funzionari hanno però dichiarato che gli azionisti e alcuni detentori di debiti non garantiti della Signature Bank, così come quelli della Silicon Valley Bank, non saranno protetti e che i dirigenti di entrambe le banche sono stati rimossi.
Eventuali perdite per il Fondo di assicurazione dei depositi della FDIC, utilizzato per sostenere i depositanti non assicurati, saranno recuperate tramite una valutazione speciale sulle banche. E questa sarebbe la ragione che permette di dire che “non saranno spesi soldi dei contribuenti”.
Signature era una banca commerciale con uffici per clienti privati a New York, Connecticut, California, Nevada e North Carolina, e aveva nove linee di business nazionali, tra cui l’immobiliare commerciale e il digital asset banking.
A settembre, quasi un quarto dei suoi depositi proveniva dal settore delle criptovalute, ma a dicembre la banca ha annunciato che avrebbe ridotto i suoi depositi legati alle criptovalute di 8 miliardi di dollari. Il crollo del mercato delle criptovalute, in seguito al fallimento di alcune di esse, ha accelerato la caduta anche di Signature.
In questo caso la causa scatenante sembrerebbe diversa da quella che ha travolto SVB, svuotata dalla caduta di valore dei titoli di stato Usa in seguito all’aumento dei tassi di interesse, decisi dalla Fed (come dalla Bce) per arginare l’inflazione. Ma è anche vero che non si conosce ancora il livello dell’esposizione di Signature sul fronte dei Treasury bond.
Anche sul piano politico questa banca era decisamente interessante, in quanto ha avuto un rapporto di lunga data con l’ex presidente Donald Trump e la sua famiglia, fornendo a lui e alla sua azienda conti correnti e finanziando diverse iniziative della famiglia.
La Signature Bank aveva poi tagliato i ponti con Trump nel 2021, dopo i disordini del 6 gennaio a Capitol Hill, invitandolo a dimettersi.
Ora il fallimento, che minaccia di allargare l’area del “malessere” nel sistema bancario Usa. Il cui respiro affannoso viene adesso percepito chiaramente...
Infatti le borse europee hanno preso tutte una piega piuttosto drammatica, stamattina. L’indice Ftse Mib di Piazza affari affonda del 4,34% a 26.098 punti con 4 titoli sospesi al ribasso.
Anche il Dax perde il 2,88%, il Cac40 il 2,89% e il Ftse100 il 2,44% nonostante i future di Wall Street anticipino un avvio in rialzo dopo che la Fed, il Tesoro e la FDIC hanno unito le forze per sostenere il sistema bancario dopo il fallimento di Silicon Valley Bank, Silvergate e Signature Bank.
Sarà un caso fortuito, ma le borse asiatiche – e soprattutto quelle cinesi – sono andate invece benissimo. Ma lì il cuore dell’economia è la produzione, mica la finanza...
Fonte
Paura e confusione nella Silicon Valley e nel mondo
Il fallimento della Silicon Valley Bank, che ha prodotto una perdita significativa dei più grandi titoli bancari quotati in borsa, ha creato panico nel mondo tecnologico e bancario californiano ponendo seri interrogativi sul futuro stesso del sistema finanziario americano. Si teme, insomma, una replica del crack del 2008, con le medesime dure conseguenze sul mondo, magari in versione apocalisse se intrecciate agli effetti della guerra russo-ucraina.
È bene capire che oggi ci sono fenomeni che possono scatenare una crisi come quella del 2008 come delle significative differenze. Entrambi si spiegano con quanto accaduto alla Silicon Valley Bank una banca le cui azioni, poco più di un anno fa, venivano trattate a 320 dollari l’una per precipitare a zero nei giorni scorsi poco prima della chiusura. La questione qui riguarda poi il settore di riferimento di questo genere di attività finanziarie, le start-up tecnologiche californiane, spina dorsale dell’economia e del potere americano.
Detto questo tocchiamo cosa ha veramente cambiato lo scenario: la politica monetaria, guidata dalla Federal Reserve, che ha imposto un brusco rialzo dei tassi di interesse per combattere l’inflazione. Naturalmente, invece di una mossa tecnica si tratta di una decisione politica di una banca centrale che, per salvaguardare la riproduzione del capitale che è chiamato a governare, ha intrapreso una politica di rialzo dei tassi i cui effetti collaterali non si sono fatti attendere.
Se guardiamo al precedente scenario di politica monetaria, quello fatto di bassi tassi di interesse, la Silicon Valley Bank, potendo raccogliere denaro a tasso praticamente zero, ha davvero prosperato nella raccolta fondi addirittura, fonte Financial Times, nel 2020-21 non riuscendo neanche a prestare tutto il denaro raccolto.
Ed è qui che, nel momento della prosperità, nel capitalismo finanziario si pongono le condizioni per le crisi immediatamente successive. SVB infatti comincia a investire il capitale eccedente raccolto in bond federali a lungo termine in uno schema di business che prevede prestiti a start-up tecnologiche, a bassi tassi di interesse e profitti derivati dall’investimento in bond federali.
L’aumento dei tassi di interesse, operato dalla Federal Reserve per impedire la distruzione dei capitali causa alta inflazione, ha sinistrato lo schema di business della SVB, come per l’intero settore del venture capitalism legato alla crescita delle aziende tecnologiche. Improvvisamente, infatti, non c’è stato più denaro a basso costo da acquisire, e da prestare, e gli stessi bond federali a lungo termine, altro pilastro strategico di SVB, sono diventati quasi carta straccia. Infatti, proprio per effetto della politica di tassi alti, i bond federali a breve termine, quelli che garantiscono interessi immediati e favoriscono operazioni speculative, sono diventati più redditizi dei bond federali a lungo termine che favoriscono investimenti meno legati alla contingenza. Tecnicamente si chiama “inversione della curva dei tassi” ma, come sempre in questi casi, l’effetto è di quelli seri.
L’inversione del valore dei tassi di interesse è, per molti analisti, un fenomeno che preannuncia crisi economiche mentre per SVB ha rappresentato un imperativo a disinvestire nei bond a lungo termine per reinvestire in quelli a breve.
È accaduto però, assieme alla crisi del prestito di SVB a startup tecnologiche, che questo schema di reinvestimento dei bond a breve è stato giudicato, dagli azionisti e dai correntisti della banca, come sintomo del fallimento del modello di business. In poco tempo così avvengono il crollo delle azioni da 320 dollari a zero e il ritiro dei fondi da parte dei correntisti determinano la fine di Silicon Valley Bank.
Come si vede, l’intervento della banca centrale americana per salvaguardare il capitale dalla disgregazione imposta dall’inflazione, ha come effetto collaterale la crisi del settore finanziario sul piano della trasmissione di liquidità all’innovazione tecnologica. Non è la prima volta, nel 2001 fu il complessivo settore dei tecnologici a saltare creando non pochi problemi sistemici agli Usa e nel 2008-9, con la grande crisi, i problemi di liquidità della Silicon Valley furono strutturali come ci ricorda una biografia dell’epoca.
Riemerge così la caratteristica complessiva del finanziamento privato americano all’innovazione tecnologica fatto di cicli di prosperità e di crisi violente e improvvise. La storia della SVB ha fatto parte di entrambe le fasi e sarà interessante capire come cambierà la struttura dell’accesso al credito del settore tecnologico che, a ogni modo, è composto da livelli complessi di finanziamento compresa l’integrazione tra ciò che arriva dal capitale privato e dai bandi pubblici.
Ma se da un simile accesso al credito, e dalle sue crisi, dipende l’innovazione tecnologica del capitale americano, generando non pochi interrogativi, la domanda che ricorre è se siamo di fronte ad un nuovo 2008.
Vanno quindi messe in chiaro alcune cose: la prima è che la politica di alti tassi di interesse ha già fatto vittime, si pensi al settore delle criptovalute. La seconda è che l’intero settore bancario, con la crisi SVB, è entrato in sofferenza. La terza è che la previsione è che saranno soprattutto le banche medio-piccole a dover cadere in questo scenario mentre quelle più grandi sembrano in grado di resistere e, magari, di conquistare il terreno perso dalle banche territoriali a maggior ragione per la Silicon Valley.
Insomma, e qualcosa di simile lo sostiene anche il Financial Times, siamo di fronte più ad una crisi di un modello di business bancario-finanziario, scatenato dal rialzo dei tassi di interesse, piuttosto che ad una serie di fallimenti a catena come nel 2008. Il fatto che il cuore tecnologico degli Usa, la Silicon Valley, sia toccato da questa che è una grossa criticità fa capire le tortuose tipicità, tra crescita e crisi, dell’evoluzione tecnologica americana.
Il punto è che un nuovo 2008 può arrivare non tanto dalla fine di un modello di business, per quanto strategico, ma soprattutto entro grandi crisi di insolvenza – come nel settore casa, auto, carte di credito – che fanno svanire la liquidità che sorregge le grandi masse di derivati finanziari che affollano gli Usa e di conseguenza il pianeta. Di lì, come avvenuto all’epoca, ogni settore economico-finanziario ne risente seriamente ed è crisi sistemica.
Gli indicatori di questa possibilità – tra aumento tassi di insolvenza mutui e ribasso del prezzo delle case ad esempio – ci sono. Ma siamo ancora sul piano della possibilità e, come abbiamo visto per la crisi del rifinanziamento a breve delle banche nel 2019 potenzialmente devastante, la Federal Reserve non rimane insensibile, per quanto non sia affatto onnipotente, di fronte agli avvisi di crisi sistemica.
Le tappe successive dell’evoluzione del sistema finanziario americano ci faranno capire se SVB è “solo” indice della crisi e della mutazione del finanziamento alle start-up o segno dell’approssimarsi di una nuova grande crisi sistemica che si sovrappone magari ai piani di guerra, materiali e immateriali, generati dalla crisi ucraina.
Fonte
È bene capire che oggi ci sono fenomeni che possono scatenare una crisi come quella del 2008 come delle significative differenze. Entrambi si spiegano con quanto accaduto alla Silicon Valley Bank una banca le cui azioni, poco più di un anno fa, venivano trattate a 320 dollari l’una per precipitare a zero nei giorni scorsi poco prima della chiusura. La questione qui riguarda poi il settore di riferimento di questo genere di attività finanziarie, le start-up tecnologiche californiane, spina dorsale dell’economia e del potere americano.
Detto questo tocchiamo cosa ha veramente cambiato lo scenario: la politica monetaria, guidata dalla Federal Reserve, che ha imposto un brusco rialzo dei tassi di interesse per combattere l’inflazione. Naturalmente, invece di una mossa tecnica si tratta di una decisione politica di una banca centrale che, per salvaguardare la riproduzione del capitale che è chiamato a governare, ha intrapreso una politica di rialzo dei tassi i cui effetti collaterali non si sono fatti attendere.
Se guardiamo al precedente scenario di politica monetaria, quello fatto di bassi tassi di interesse, la Silicon Valley Bank, potendo raccogliere denaro a tasso praticamente zero, ha davvero prosperato nella raccolta fondi addirittura, fonte Financial Times, nel 2020-21 non riuscendo neanche a prestare tutto il denaro raccolto.
Ed è qui che, nel momento della prosperità, nel capitalismo finanziario si pongono le condizioni per le crisi immediatamente successive. SVB infatti comincia a investire il capitale eccedente raccolto in bond federali a lungo termine in uno schema di business che prevede prestiti a start-up tecnologiche, a bassi tassi di interesse e profitti derivati dall’investimento in bond federali.
L’aumento dei tassi di interesse, operato dalla Federal Reserve per impedire la distruzione dei capitali causa alta inflazione, ha sinistrato lo schema di business della SVB, come per l’intero settore del venture capitalism legato alla crescita delle aziende tecnologiche. Improvvisamente, infatti, non c’è stato più denaro a basso costo da acquisire, e da prestare, e gli stessi bond federali a lungo termine, altro pilastro strategico di SVB, sono diventati quasi carta straccia. Infatti, proprio per effetto della politica di tassi alti, i bond federali a breve termine, quelli che garantiscono interessi immediati e favoriscono operazioni speculative, sono diventati più redditizi dei bond federali a lungo termine che favoriscono investimenti meno legati alla contingenza. Tecnicamente si chiama “inversione della curva dei tassi” ma, come sempre in questi casi, l’effetto è di quelli seri.
L’inversione del valore dei tassi di interesse è, per molti analisti, un fenomeno che preannuncia crisi economiche mentre per SVB ha rappresentato un imperativo a disinvestire nei bond a lungo termine per reinvestire in quelli a breve.
È accaduto però, assieme alla crisi del prestito di SVB a startup tecnologiche, che questo schema di reinvestimento dei bond a breve è stato giudicato, dagli azionisti e dai correntisti della banca, come sintomo del fallimento del modello di business. In poco tempo così avvengono il crollo delle azioni da 320 dollari a zero e il ritiro dei fondi da parte dei correntisti determinano la fine di Silicon Valley Bank.
Come si vede, l’intervento della banca centrale americana per salvaguardare il capitale dalla disgregazione imposta dall’inflazione, ha come effetto collaterale la crisi del settore finanziario sul piano della trasmissione di liquidità all’innovazione tecnologica. Non è la prima volta, nel 2001 fu il complessivo settore dei tecnologici a saltare creando non pochi problemi sistemici agli Usa e nel 2008-9, con la grande crisi, i problemi di liquidità della Silicon Valley furono strutturali come ci ricorda una biografia dell’epoca.
Riemerge così la caratteristica complessiva del finanziamento privato americano all’innovazione tecnologica fatto di cicli di prosperità e di crisi violente e improvvise. La storia della SVB ha fatto parte di entrambe le fasi e sarà interessante capire come cambierà la struttura dell’accesso al credito del settore tecnologico che, a ogni modo, è composto da livelli complessi di finanziamento compresa l’integrazione tra ciò che arriva dal capitale privato e dai bandi pubblici.
Ma se da un simile accesso al credito, e dalle sue crisi, dipende l’innovazione tecnologica del capitale americano, generando non pochi interrogativi, la domanda che ricorre è se siamo di fronte ad un nuovo 2008.
Vanno quindi messe in chiaro alcune cose: la prima è che la politica di alti tassi di interesse ha già fatto vittime, si pensi al settore delle criptovalute. La seconda è che l’intero settore bancario, con la crisi SVB, è entrato in sofferenza. La terza è che la previsione è che saranno soprattutto le banche medio-piccole a dover cadere in questo scenario mentre quelle più grandi sembrano in grado di resistere e, magari, di conquistare il terreno perso dalle banche territoriali a maggior ragione per la Silicon Valley.
Insomma, e qualcosa di simile lo sostiene anche il Financial Times, siamo di fronte più ad una crisi di un modello di business bancario-finanziario, scatenato dal rialzo dei tassi di interesse, piuttosto che ad una serie di fallimenti a catena come nel 2008. Il fatto che il cuore tecnologico degli Usa, la Silicon Valley, sia toccato da questa che è una grossa criticità fa capire le tortuose tipicità, tra crescita e crisi, dell’evoluzione tecnologica americana.
Il punto è che un nuovo 2008 può arrivare non tanto dalla fine di un modello di business, per quanto strategico, ma soprattutto entro grandi crisi di insolvenza – come nel settore casa, auto, carte di credito – che fanno svanire la liquidità che sorregge le grandi masse di derivati finanziari che affollano gli Usa e di conseguenza il pianeta. Di lì, come avvenuto all’epoca, ogni settore economico-finanziario ne risente seriamente ed è crisi sistemica.
Gli indicatori di questa possibilità – tra aumento tassi di insolvenza mutui e ribasso del prezzo delle case ad esempio – ci sono. Ma siamo ancora sul piano della possibilità e, come abbiamo visto per la crisi del rifinanziamento a breve delle banche nel 2019 potenzialmente devastante, la Federal Reserve non rimane insensibile, per quanto non sia affatto onnipotente, di fronte agli avvisi di crisi sistemica.
Le tappe successive dell’evoluzione del sistema finanziario americano ci faranno capire se SVB è “solo” indice della crisi e della mutazione del finanziamento alle start-up o segno dell’approssimarsi di una nuova grande crisi sistemica che si sovrappone magari ai piani di guerra, materiali e immateriali, generati dalla crisi ucraina.
Fonte
12/03/2023
Silicon Valley Bank. Quando fallisce una banca “seria”, il problema è grosso
Dopo 15 anni una banca statunitense di discrete dimensioni – la Silicon Valley Bank, la ventesima degli Usa – fallisce in una notte o giù di lì.
Il 2008 viene ricordato per il tracollo di Lehmann Brothers, la quarta banca d’affari del mondo, ma erano stati moltissimi gli istituti di grandi, medie e piccole dimensioni che avevano dovuto fare altrettanto.
Allora si era creata una “bolla” finanziaria anche a causa della pratica bancaria di inventare prodotti finanziari “derivati”, costruiti con la partecipazione ad altri prodotti finanziari che dovevano funzionare da “sottostante”. Una pratica così estesa da raggiungere – fu calcolato – un valore pari a 11-12 volte il prodotto interno lordo di tutto il pianeta.
Ricchezza fittizia, denaro “costruito” su formule matematiche, ma che pretende comunque una “valorizzazione”. Dunque un utilizzo, ovviamente speculativo.
Allora lo spillo che bucò la “bolla” furono i mutui Usa chiamati subprime (non di prima categoria, diciamo), che venivano concessi anche a chi non possedeva un lavoro, un reddito, un patrimonio che potesse fare da garanzia al debito contratto. Passarono perciò alla storia economica come mutui ninja (not income, not job, not asset).
Stavolta la situazione è simile, anche se le ragioni sono diverse. Per anni le banche centrali hanno “iniettato liquidità” nel sistema finanziario, partendo proprio dalla necessità di fermare – dopo il 2008 – i fallimenti a catena provocati dall’esistenza di migliaia e migliaia di “prodotti” che non potevano più essere venduti perché nessuno li voleva.
Tutta questa liquidità è stata regolarmente assorbita dalle banche private, che l'hanno usata per le proprie operazioni (speculative e non), senza lasciar “sgocciolare” (secondo la teoria neoliberista chiamata trickle-down) quasi nulla verso l’economia reale.
Uno degli utilizzi classici è l’acquisto di titoli di stato “sicuri”, ed ovviamente quelli statunitensi (i Treasury bond) sono considerati dai mercati al top. Dunque le banche Usa sono quasi tutte piene di questi bond. Tutti contenti...
I problemi sono sorti quando l’inflazione ha ripreso improvvisamente a mordere. Prima della guerra in Ucraina, ma ovviamente e soprattutto dopo, quando sono esplosi i prezzi delle materie prime energetiche (gas e petrolio) e poi, a catena, tutte le altre.
La risposta della Federal Reserve – la banca centrale Usa – è stata quella classica prevista dai manuali del monetarismo: alzare drasticamente i tassi di interesse, in modo da “raffreddare” le spinte all’aumento dei prezzi, anche a costo di ridurre in questo modo la richiesta di prestiti e dunque l’attività economica in generale (sia finanziaria che reale).
Mossa teoricamente corretta, ma con il “piccolo” difetto di far aumentare anche i rendimenti dei titoli di stato (e delle obbligazioni in genere), ossia di farne scendere il prezzo di mercato.
È quello che possono verificare anche i piccoli risparmiatori italiani che hanno investito magari la propria liquidazione in bot o btp (titoli di stato italiani), e oggi – ma solo se fossero obbligati a vendere velocemente quei titoli – si ritrovano con un patrimonio di valore ridotto rispetto a un anno fa.
Le banche, specie se molto grandi, possono sopportare benissimo questa teorica riduzione di valore dei titoli di stato, che è comunque temporanea (mesi o anni, fa comunque differenza) perché mal che vada possono tenere quei titoli fino alla data di scadenza. Quando, cioè, “l’emittente” (lo Stato) dovrà rimborsare la cifra piena (generalmente 100 dollari, o euro, per ogni titolo) qualsiasi sia il “”prezzo di mercato” in quel momento.
Ma anche le banche possono trovarsi di fronte a esigenze di liquidità immediata, ed essere quindi costrette a vendere titoli di stato a un prezzo inferiore rispetto a quello pagato inizialmente. A quel punto devono “capitalizzare le perdite”, ossia trasformare in concreta perdita quello che era semplicemente un segno meno su una riga di bilancio.
È, in parte, quello che è accaduto alla Silicon Valley Bank. Che era, come dice il nome, l’istituto specializzato nella clientela hi-tech, che fino al 2021 l’aveva riempita di liquidità e depositi (impiegati poi dalla Svb per acquistare Treasury).
La pandemia e la progressiva frammentazione del mercato mondiale, l’inizio della guerra e delle “sanzioni” anti-russe (e anti-cinesi, specie nei settori tecnologici) hanno ridotto i profitti delle big della Silicon Valley, costrette a quel punto a licenziare dipendenti a migliaia.
Dipendenti che spesso, a loro volta, erano clienti della Svb... E quando uno viene licenziato – specie negli Usa, e specie se abituato ad un certo livello di benessere – deve dar fondo ai propri risparmi. Svuotando progressivamente il conto corrente...
Società tecnologiche ed ex dipendenti hanno fatto contemporaneamente le stesse mosse, mettendo Svb nella condizione di dover vendere parte dei proprio “portafoglio obbligazionario” e realizzare perciò sostanziose perdite: 1,8 miliardi di dollari.
Qui la catena della disgrazie che si mette in moto è nota e potenzialmente infinita. Se se si vende sottocosto qualcosa, va registrato a bilancio come perdita. Se il bilancio mostra perdite, più che profitti, il valore azionario della banca comincia a scendere.
Ci si aggiungono – come sempre – le “furbate” di qualche manager che sceglie di non affondare insieme alla sua nave, e quindi vende il suo pacchetto di azioni prima che svaluti troppo. Ma proprio questo fa scattare l’allarme degli “investitori professionali”, che cominciano a vendere a valanga le azioni Svb: -60% in un giorno.
A quel punto il Dipartimento per la protezione e l’innovazione finanziaria della California ha chiuso la banca e l’ha posta sotto il controllo della Federal Deposit Insurance Corporation, la Fdic.
La situazione è comune a quasi tutte le banche Usa, dicevamo. E quindi il “rischio contagio” esiste, eccome... Oggi come nel 2008 la voragine che si apre sotto i piedi dipende dalla abnorme “finanziarizzazione” del sistema, ovvero da un rapporto quasi inesistente – nell’Occidente neoliberista – tra produzione reale di ricchezza e “creazione di denaro”.
Janet Yellen, ex presidente della Federal Reserve e attuale ministro dell’economia, davanti alla commissione del Congresso, ha precisato di star «monitorando molto attentamente» la situazione, perché «quando le banche subiscono perdite finanziarie è motivo di preoccupazione».
Di certo le grandi società della Silicon Valley non avranno problemi a trovare “conforto” in banche altrettanto grandi (Godlman Sachs, JPMorgan, ecc.). Ma le società più piccole, e soprattutto le start up, faticheranno a raccogliere prestiti e finanziamenti per andare avanti o svilupparsi.
Anche perché le banche più piccole sono spesso state obbligate a promettere tassi di interesse più alti, o commissioni più vantaggiose, pur di accaparrarsi clienti. Ogni singola mossa, a questo punto, verrà scrutata da tutti i protagonisti del risiko bancario, un po’ come ne Il buono, il brutto e il cattivo.
Ma se qualcuno apre il fuoco, non si salva quasi nessuno...
Fonte
Il 2008 viene ricordato per il tracollo di Lehmann Brothers, la quarta banca d’affari del mondo, ma erano stati moltissimi gli istituti di grandi, medie e piccole dimensioni che avevano dovuto fare altrettanto.
Allora si era creata una “bolla” finanziaria anche a causa della pratica bancaria di inventare prodotti finanziari “derivati”, costruiti con la partecipazione ad altri prodotti finanziari che dovevano funzionare da “sottostante”. Una pratica così estesa da raggiungere – fu calcolato – un valore pari a 11-12 volte il prodotto interno lordo di tutto il pianeta.
Ricchezza fittizia, denaro “costruito” su formule matematiche, ma che pretende comunque una “valorizzazione”. Dunque un utilizzo, ovviamente speculativo.
Allora lo spillo che bucò la “bolla” furono i mutui Usa chiamati subprime (non di prima categoria, diciamo), che venivano concessi anche a chi non possedeva un lavoro, un reddito, un patrimonio che potesse fare da garanzia al debito contratto. Passarono perciò alla storia economica come mutui ninja (not income, not job, not asset).
Stavolta la situazione è simile, anche se le ragioni sono diverse. Per anni le banche centrali hanno “iniettato liquidità” nel sistema finanziario, partendo proprio dalla necessità di fermare – dopo il 2008 – i fallimenti a catena provocati dall’esistenza di migliaia e migliaia di “prodotti” che non potevano più essere venduti perché nessuno li voleva.
Tutta questa liquidità è stata regolarmente assorbita dalle banche private, che l'hanno usata per le proprie operazioni (speculative e non), senza lasciar “sgocciolare” (secondo la teoria neoliberista chiamata trickle-down) quasi nulla verso l’economia reale.
Uno degli utilizzi classici è l’acquisto di titoli di stato “sicuri”, ed ovviamente quelli statunitensi (i Treasury bond) sono considerati dai mercati al top. Dunque le banche Usa sono quasi tutte piene di questi bond. Tutti contenti...
I problemi sono sorti quando l’inflazione ha ripreso improvvisamente a mordere. Prima della guerra in Ucraina, ma ovviamente e soprattutto dopo, quando sono esplosi i prezzi delle materie prime energetiche (gas e petrolio) e poi, a catena, tutte le altre.
La risposta della Federal Reserve – la banca centrale Usa – è stata quella classica prevista dai manuali del monetarismo: alzare drasticamente i tassi di interesse, in modo da “raffreddare” le spinte all’aumento dei prezzi, anche a costo di ridurre in questo modo la richiesta di prestiti e dunque l’attività economica in generale (sia finanziaria che reale).
Mossa teoricamente corretta, ma con il “piccolo” difetto di far aumentare anche i rendimenti dei titoli di stato (e delle obbligazioni in genere), ossia di farne scendere il prezzo di mercato.
È quello che possono verificare anche i piccoli risparmiatori italiani che hanno investito magari la propria liquidazione in bot o btp (titoli di stato italiani), e oggi – ma solo se fossero obbligati a vendere velocemente quei titoli – si ritrovano con un patrimonio di valore ridotto rispetto a un anno fa.
Le banche, specie se molto grandi, possono sopportare benissimo questa teorica riduzione di valore dei titoli di stato, che è comunque temporanea (mesi o anni, fa comunque differenza) perché mal che vada possono tenere quei titoli fino alla data di scadenza. Quando, cioè, “l’emittente” (lo Stato) dovrà rimborsare la cifra piena (generalmente 100 dollari, o euro, per ogni titolo) qualsiasi sia il “”prezzo di mercato” in quel momento.
Ma anche le banche possono trovarsi di fronte a esigenze di liquidità immediata, ed essere quindi costrette a vendere titoli di stato a un prezzo inferiore rispetto a quello pagato inizialmente. A quel punto devono “capitalizzare le perdite”, ossia trasformare in concreta perdita quello che era semplicemente un segno meno su una riga di bilancio.
È, in parte, quello che è accaduto alla Silicon Valley Bank. Che era, come dice il nome, l’istituto specializzato nella clientela hi-tech, che fino al 2021 l’aveva riempita di liquidità e depositi (impiegati poi dalla Svb per acquistare Treasury).
La pandemia e la progressiva frammentazione del mercato mondiale, l’inizio della guerra e delle “sanzioni” anti-russe (e anti-cinesi, specie nei settori tecnologici) hanno ridotto i profitti delle big della Silicon Valley, costrette a quel punto a licenziare dipendenti a migliaia.
Dipendenti che spesso, a loro volta, erano clienti della Svb... E quando uno viene licenziato – specie negli Usa, e specie se abituato ad un certo livello di benessere – deve dar fondo ai propri risparmi. Svuotando progressivamente il conto corrente...
Società tecnologiche ed ex dipendenti hanno fatto contemporaneamente le stesse mosse, mettendo Svb nella condizione di dover vendere parte dei proprio “portafoglio obbligazionario” e realizzare perciò sostanziose perdite: 1,8 miliardi di dollari.
Qui la catena della disgrazie che si mette in moto è nota e potenzialmente infinita. Se se si vende sottocosto qualcosa, va registrato a bilancio come perdita. Se il bilancio mostra perdite, più che profitti, il valore azionario della banca comincia a scendere.
Ci si aggiungono – come sempre – le “furbate” di qualche manager che sceglie di non affondare insieme alla sua nave, e quindi vende il suo pacchetto di azioni prima che svaluti troppo. Ma proprio questo fa scattare l’allarme degli “investitori professionali”, che cominciano a vendere a valanga le azioni Svb: -60% in un giorno.
A quel punto il Dipartimento per la protezione e l’innovazione finanziaria della California ha chiuso la banca e l’ha posta sotto il controllo della Federal Deposit Insurance Corporation, la Fdic.
La situazione è comune a quasi tutte le banche Usa, dicevamo. E quindi il “rischio contagio” esiste, eccome... Oggi come nel 2008 la voragine che si apre sotto i piedi dipende dalla abnorme “finanziarizzazione” del sistema, ovvero da un rapporto quasi inesistente – nell’Occidente neoliberista – tra produzione reale di ricchezza e “creazione di denaro”.
Janet Yellen, ex presidente della Federal Reserve e attuale ministro dell’economia, davanti alla commissione del Congresso, ha precisato di star «monitorando molto attentamente» la situazione, perché «quando le banche subiscono perdite finanziarie è motivo di preoccupazione».
Di certo le grandi società della Silicon Valley non avranno problemi a trovare “conforto” in banche altrettanto grandi (Godlman Sachs, JPMorgan, ecc.). Ma le società più piccole, e soprattutto le start up, faticheranno a raccogliere prestiti e finanziamenti per andare avanti o svilupparsi.
Anche perché le banche più piccole sono spesso state obbligate a promettere tassi di interesse più alti, o commissioni più vantaggiose, pur di accaparrarsi clienti. Ogni singola mossa, a questo punto, verrà scrutata da tutti i protagonisti del risiko bancario, un po’ come ne Il buono, il brutto e il cattivo.
Ma se qualcuno apre il fuoco, non si salva quasi nessuno...
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