Sono poche le certezze per chi ancora ha fede nelle chiacchiere liberiste. Tanto che i più ironici ormai pubblicano meme del tipo “faremo fallire la Russia facendola entrare nel nostro sistema bancario”.
Divertente di sicuro, ma anche piuttosto acuta, come osservazione. Perché contiene parecchi degli elementi determinanti dell’attuale crisi nervosa che percorre “i mercati finanziari” euro-atlantici.
C’entrano infatti la guerra in Ucraina, le sanzioni suicide, l’esplosione dei prezzi dell’energia (ridimensionati, ma con strascichi di lungo periodo), la conseguente inflazione (preparata da un decennio di quantitative easing da parte delle banche centrali), le abitudini delle banche e l’improvvida abolizione della distinzione tra “banche di investimento” e “banche commerciali” (dal 1999, quando Clinton abolì il Glass-Steagal Act risalente non a caso al 1933). Ed anche qualche altro squilibrio sistemico per ora non centrale...
Ieri la Federal Reserve ha alzato ancora i tassi di interesse base. Ma stavolta soltanto dello 0,25%. Una misura “dimezzata” rispetto alle attese di qualche settimana fa, e che viene fuori dalle due preoccupazioni principali che torturano le meditazioni dei banchieri centrali (in questo caso Jerome Powelll).
Da un lato devono cercare di riportare l’inflazione vicina al 2%, e quindi rendere più costoso il denaro, “raffreddando” l’economia. Dall’altro devono tener conto del fatto che proprio i rapidi rialzi dei tassi sono all’origine dello sconquasso nei bilanci di parecchie banche.
Contrariamente alle attese della “teoria neoliberista”, infatti, che assicurano sui maggiori profitti delle banche quando i tassi salgono, queste si sono ritrovate con portafogli pieni di titoli di stato che si svalutavano velocemente in conseguenza di quell’aumento.
Una situazione, come abbiamo provato a dire qualche settimana fa, non problematica se quei titoli di stato vengono tenuti fino alla data di scadenza. Ma potenzialmente devastante se si è costretti a venderli – rimettendoci anche molto – per rimediare la liquidità necessaria a far fronte alle richieste dei clienti.
È quello che è accaduto nel caso della Silicon Valley Bank, fallita in un giorno nonostante l’agenzia di rating Moody’s le riconoscesse la “tripla A” fino al giorno prima (era accaduto lo stesso con Lehmann Brothers... ops!). Poi con First National, in via di salvataggio, e altre banche Usa minori.
Si capisce, dunque, che la Fed abbia cercato di salvare capra e cavoli (il “rigore” contro l’inflazione e il timore di aggravare le crisi bancarie), lasciando capire di essere ormai molto vicina al punto in cui di aumenti dei tassi non si parlerà più.
Anche perché sarebbe poco credibile andare avanti da un lato alzando i tassi e dall’altra aprendo il portafogli per finanziare i salvataggi. Comprensibile alternare le due politiche nel tempo (“dai la cera, togli la cera”, come in Karate kid), ma non fare le due cose contemporaneamente.
Il “contagio” – che “non ci sarebbe stato”, assicuravano gli “esperti” – ha travolto in un giorno anche Credit Suisse, la seconda banca svizzera. E proprio le modalità di questo fallimento sono ora al centro delle preoccupazioni – tanto per cambiare – dei “mercati”.
Passi la scelta di farla comprare a prezzi stracciati dalla storica concorrente Ubs (a 0,75 franchi per azioni, ma ne aveva offerti inizialmente solo 0,25). E passi anche la garanzia posta dalla banca centrale: 200 miliardi di franchi. Cifra rilevante in assoluto, ma devastante se paragonata alle dimensioni del Pil elvetico: il 25%.
Quello che inquieta è però altro. Per la prima volta, in un fallimento bancario, sono stati parzialmente salvati gli azionisti mentre sono stati completamente azzerate le obbligazioni At1. Il che è semplicemente il contrario di ogni principio capitalistico, perché per garantire qualcosa ai “proprietari” (gli azionisti) vengono fottuti i creditori (quelli che avevano comprato le obbligazioni emesse dalla banca, cioè che avevano prestato i propri soldi).
La cosa è così sconvolgente da far dire anche a vecchie volpi del mercato cose come «Se questa decisione viene confermata, come possiamo fidarci di qualsiasi titolo di debito emesso in Svizzera, o in Europa in linea generale, se i governi possono semplicemente cambiare le leggi dopo il fatto?».
E per essere più chiari, Mark Dowding, chief investment officer di RBC BlueBay, che deteneva obbligazioni AT1 di Credit Suisse, ha aggiunto che la Svizzera «assomiglia più a una repubblica delle banane».
La Svizzera... quella che da secoli vive di neutralità e sistema bancario, che ha retto imperturbabile due guerre mondiali facendo da deposito bancario per chiunque (nazisti e democratici, “ariani” ed ebrei, ecc...).
La caduta di credibilità del sistema bancario svizzero è uno di quegli eventi che cambia la storia europea, anche se per ora ben pochi ci hanno fatto caso.
Il problema più grosso per Berna, al momento, è infatti un altro. Il bilancio di Ubs, dopo l’acquisizione di Credit Suisse, è a questo punto il doppio del Pil svizzero. Una “concentrazione di rischio” difficile da gestire, se dovessero venir fuori altri problemi, e che renderebbe la “garanzia” della banca centrale poco più di un’aspirina per combattere il cancro.
E non sembra confortante l’equilibrio mentale della stessa banca centrale elvetica, che stamattina ha deciso un nuovo rialzo dei tassi di interesse – dello 0,50%, una misura “elevata” – nonostante stia gestendo in prima persona una crisi bancaria che rischia di privare il paese della sua principale attività economica (poi restano orologi di lusso e cioccolata, direbbe un critico...).
In pratica “togli la cera” con la mano destra mentre “metti la cera” con la sinistra... Difficile pensare che sia un comportamento razionale, di quelli che risolvono il problema. Viene il sospetto che non sappiano proprio più che fare...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/03/2023
20/03/2023
Credit Suisse - UBS, una fusione obbligata
UBS – la banca più grande, importante e tra le più antiche della Svizzera – ha accettato di comprare Credit Suisse per circa due miliardi di dollari, a conclusione di una frenetica trattativa che si è dipanata lungo tutto il fine settimana, a mercati chiusi. A riportarlo è il Financial Times, che cita fonti interne all’accordo.
Secondo la testata, UBS pagherà dunque circa 0,50 franchi svizzeri per azione, contro un prezzo di mercato più che triplo (Credit Suisse ha chiuso venerdì sera a quota 1,86 franchi svizzeri).
La Banca Centrale Svizzera (BNS) avrebbe inoltre accettato di offrire a UBS una linea di liquidità di cento miliardi di dollari a suggello dell’accordo, allo scopo di garantire la massima stabilità al sistema bancario nel corso dell’operazione.
A rendere la situazione, se possibile, ancora meno ordinaria ci pensa il governo elvetico, pronto a tirare fuori dal cassetto una legge specifica per bypassare la normale procedura di acquisizione, che richiederebbe un periodo di consultazione di sei settimane con gli azionisti UBS. Invece, l’accordo sarà siglato immediatamente, ad anticipare la temuta reazione del mercato, questa mattina.
Entrambe le parti sono state impegnate nei negoziati con le autorità di regolamentazione e vigilanza da mercoledì, quando Credit Suisse ha chiesto alla BNS di fornire una linea di credito di emergenza di 50 miliardi di franchi (54 miliardi di dollari).
Questo backstop non è riuscito tuttavia ad arrestare il crollo del prezzo delle azioni di Credit Suisse, né ad impedire ai clienti in preda al panico di ritirare i loro depositi. La banca centrale è intervenuta per forzare una fusione tra le due banche, allo scopo di disinnescare sul nascere la corsa agli sportelli.
Non serve essere grandi esperti di finanza per capire che un’operazione di questo tipo, che include garanzie finanziarie speciali e leggi ad hoc, oltre a una drammatica svalutazione del capitale di Credit Suisse, non è una manovra di routine: è l’esatto contrario.
Nella sua straordinarietà fotografa tutta la preoccupazione delle banche centrali e delle autorità finanziarie rispetto a una situazione di crescente sfiducia da parte del pubblico nei confronti del sistema bancario. E quello svizzero, ricordiamo, è da secoli ritenuto il più “sicuro” e “stabile” d’Europa.
Se i fallimenti di SVB e Signature, prima, e il crollo di Credit Suisse poi possono essere di per sé derubricati a fallimenti «idiosincratici» e dunque contenibili, il contesto globale presenta molti elementi per trasformare questi “incidenti” in una crisi di panico generalizzata: l’esplosione del debito pubblico e privato originato da anni di “iniezioni di liquidità” e dalla crisi pandemica, i tassi di interesse al rialzo, il desolante quadro geopolitico che costituisce una fonte di incertezza significativa... Tutto concorre a destabilizzare l'”ordinato andamento del business”.
In questo momento è impossibile sapere se questa fusione – che nessuna delle parti avrebbe francamente voluto, ma che si è imposta per ragioni di force majeure – sarà sufficiente per calmare gli animi dei mercati. Lo vedremo a partire da oggi.
Quello che è certo è che il gioco della “rassicurazione” diventa molto pericoloso in periodi di sfiducia generalizzata. Si può assistere facilmente a un effetto boomerang, perché una risposta percepita come troppo energica può confermare le paure degli investitori e contribuire a diffondere il panico, invece di placarlo.
Ma fin d’ora si sa chi viene “spellato” da questo “salvataggio”. L’operazione azzera infatti il valore dei “bond subordinati” (le obbligazioni emesse dalla stessa banca, vendute ai propri clienti come “sicure” ma fuori mercato, secondo lo stile di Banca Etruria ed altre) per un totale di 16 miliardi di euro.
Mentre viene almeno in parte salvaguardato il capitale degli azionisti, che invece ogni fallimento dovrebbe azzerare (secondo logica e stile del capitalismo senza eccezioni).
Tra questi ci sono ovviamente i primi due azionisti della banca: la Banca nazionale saudita e il fondo sovrano del Qatar. Un occhio di riguardo che evidentemente ha motivazioni geopolitiche oltre che finanziarie (molte altre banche, anche svizzere “godono” del loro apporto), in tempi in cui il petrolio non viene più venduto soltanto contro dollari e questo mina una pilastro storico dei mercati finanziari occidentali.
Ma così facendo si è creato il precedente per cui gli “obbligazionisti subordinati” potrebbero essere meno protetti degli azionisti. Il che equivale a far esplodere un’atomica nel mercato delle obbligazioni bancarie e di qui in quello dei bond corporate. Ne vedremo delle belle...
Fonte
Secondo la testata, UBS pagherà dunque circa 0,50 franchi svizzeri per azione, contro un prezzo di mercato più che triplo (Credit Suisse ha chiuso venerdì sera a quota 1,86 franchi svizzeri).
La Banca Centrale Svizzera (BNS) avrebbe inoltre accettato di offrire a UBS una linea di liquidità di cento miliardi di dollari a suggello dell’accordo, allo scopo di garantire la massima stabilità al sistema bancario nel corso dell’operazione.
A rendere la situazione, se possibile, ancora meno ordinaria ci pensa il governo elvetico, pronto a tirare fuori dal cassetto una legge specifica per bypassare la normale procedura di acquisizione, che richiederebbe un periodo di consultazione di sei settimane con gli azionisti UBS. Invece, l’accordo sarà siglato immediatamente, ad anticipare la temuta reazione del mercato, questa mattina.
Entrambe le parti sono state impegnate nei negoziati con le autorità di regolamentazione e vigilanza da mercoledì, quando Credit Suisse ha chiesto alla BNS di fornire una linea di credito di emergenza di 50 miliardi di franchi (54 miliardi di dollari).
Questo backstop non è riuscito tuttavia ad arrestare il crollo del prezzo delle azioni di Credit Suisse, né ad impedire ai clienti in preda al panico di ritirare i loro depositi. La banca centrale è intervenuta per forzare una fusione tra le due banche, allo scopo di disinnescare sul nascere la corsa agli sportelli.
Non serve essere grandi esperti di finanza per capire che un’operazione di questo tipo, che include garanzie finanziarie speciali e leggi ad hoc, oltre a una drammatica svalutazione del capitale di Credit Suisse, non è una manovra di routine: è l’esatto contrario.
Nella sua straordinarietà fotografa tutta la preoccupazione delle banche centrali e delle autorità finanziarie rispetto a una situazione di crescente sfiducia da parte del pubblico nei confronti del sistema bancario. E quello svizzero, ricordiamo, è da secoli ritenuto il più “sicuro” e “stabile” d’Europa.
Se i fallimenti di SVB e Signature, prima, e il crollo di Credit Suisse poi possono essere di per sé derubricati a fallimenti «idiosincratici» e dunque contenibili, il contesto globale presenta molti elementi per trasformare questi “incidenti” in una crisi di panico generalizzata: l’esplosione del debito pubblico e privato originato da anni di “iniezioni di liquidità” e dalla crisi pandemica, i tassi di interesse al rialzo, il desolante quadro geopolitico che costituisce una fonte di incertezza significativa... Tutto concorre a destabilizzare l'”ordinato andamento del business”.
In questo momento è impossibile sapere se questa fusione – che nessuna delle parti avrebbe francamente voluto, ma che si è imposta per ragioni di force majeure – sarà sufficiente per calmare gli animi dei mercati. Lo vedremo a partire da oggi.
Quello che è certo è che il gioco della “rassicurazione” diventa molto pericoloso in periodi di sfiducia generalizzata. Si può assistere facilmente a un effetto boomerang, perché una risposta percepita come troppo energica può confermare le paure degli investitori e contribuire a diffondere il panico, invece di placarlo.
Ma fin d’ora si sa chi viene “spellato” da questo “salvataggio”. L’operazione azzera infatti il valore dei “bond subordinati” (le obbligazioni emesse dalla stessa banca, vendute ai propri clienti come “sicure” ma fuori mercato, secondo lo stile di Banca Etruria ed altre) per un totale di 16 miliardi di euro.
Mentre viene almeno in parte salvaguardato il capitale degli azionisti, che invece ogni fallimento dovrebbe azzerare (secondo logica e stile del capitalismo senza eccezioni).
Tra questi ci sono ovviamente i primi due azionisti della banca: la Banca nazionale saudita e il fondo sovrano del Qatar. Un occhio di riguardo che evidentemente ha motivazioni geopolitiche oltre che finanziarie (molte altre banche, anche svizzere “godono” del loro apporto), in tempi in cui il petrolio non viene più venduto soltanto contro dollari e questo mina una pilastro storico dei mercati finanziari occidentali.
Ma così facendo si è creato il precedente per cui gli “obbligazionisti subordinati” potrebbero essere meno protetti degli azionisti. Il che equivale a far esplodere un’atomica nel mercato delle obbligazioni bancarie e di qui in quello dei bond corporate. Ne vedremo delle belle...
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18/03/2023
17/03/2023
USA - Le banche private corrono ai ripari sui crac
Prima che la loro banca collassasse, i dirigenti della First Republic Bank hanno venduto milioni di dollari in azioni nei mesi che hanno preceduto il crac dell'istituto, poi avvenuto questa settimana. A scriverlo è il Wall Street Journal, secondo cui negli ultimi mesi i vertici della banca si sono liberati di partecipazioni azionarie del valore di 11,8 milioni di dollari. Il presidente esecutivo della banca, James Herbert II, avrebbe venduto azioni della sua banca per 4,5 milioni di dollari all’inizio di quest’anno.
Le vendite sono passate sottotraccia, dal momento che la First Republic Bank è l’unica azienda dell’indice S&P 500 a segnalare tali vendite alla Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) anziché all’ente regolatore del settore, la Securities and Exchange Commission (SEC). Anche la Signature Bank, collassata domenica, era a sua volta esentata dalle segnalazioni alla SEC.
Per evitare un effetto domino di fallimenti bancari negli Usa, è intervenuto un gruppo di undici banche private statunitensi che hanno annunciato depositi complessivi per 30 miliardi di dollari nei confronti di First Republic Bank. Un intervento teso a evitare il collasso della banca a causa del recente fallimento di Silicon Valley Bank.
In una nota congiunta, le undici banche hanno precisato che Bank of America, Citigroup, Jp Morgan e Wells Fargo hanno accettato di fornire cinque miliardi di dollari ciascuna. Goldman Sachs e Morgan Stanley contribuiranno con 2,5 miliardi ciascuna, mentre Bny Mellon, Pnc Bank, State Street, Trust e Us Bank con un miliardo a testa.
“A dimostrazione che non tutte le preoccupazioni siano però svanite, le azioni della First Republic Bank, che avevano chiuso in rialzo del 10% dopo una giornata volatile che ha visto il trading interrotto 17 volte, sono crollate del 17% nel trading after-market” commenta Milano Finanza. “Inoltre, i dati hanno mostrato durante la notte che le banche hanno cercato quantità record di liquidità di emergenza dalla Federal Reserve negli ultimi giorni, sottolineando l’entità dello stress nel sistema finanziario”.
La notizia dell’intervento delle undici banche, è stata accolta positivamente dalla segretaria al Tesoro, Janet Yellen; dal governatore della Federal Reserve, Jerome Powell; e dal presidente della Federal Deposit Insurance Corporation (l’ente federale preposto all’assicurazione sui depositi bancari), Martin Gruenberg. “Si tratta di una misura che dimostra ancora una volta la resilienza del sistema bancario statunitense”, si legge in un comunicato congiunto.
Tutti gli occhi sono ora puntati sulla riunione della Federal Reserve della prossima settimana. Gli operatori finanziari si interrogano se la banca centrale Usa seguirà l’esempio della Bce, la quale – e nonostante molte richieste in senso contrario – ieri ha tirato dritto alzando i tassi dello 0,5% come annunciato nonostante lo scossone globale sulle banche. I mercati Usa prevedono che la Fed – diversamente dalla Bce – avvierà presto una svolta e inizierà a tagliare i tassi quest’anno. Staremo a vedere.
Piccolo giallo su Credit Suisse
In Europa invece la Credit Suisse potrà ricorrere a una linea speciale di credito fino a 50 miliardi di franchi messa a disposizione dalla Banca nazionale svizzera. Il colosso bancario elvetico, da tempo in difficoltà, era stato messo in ginocchio dalla decisione del suo maggiore azionista, la Saudi National Bank, di non iniettare ulteriore capitale. Sul crac di Credit Suisse – innescato dagli investitori sauditi – è emerso però un giallo. La quota della Saudi National Bank, pagata 1,5 miliardi di dollari nell’autunno scorso, oggi in borsa vale appena 824 milioni, con una minusvalenza teorica di quasi 700 milioni. Ma il bilancio si è fatto molto magro anche per gli altri soci mediorientali entrati con l’ultimo aumento di capitale della banca svizzera, cioè la Qatar Holding salita recentemente al 7% e l’asset manager saudita Olayan Group, che ha aderito pro quota alla ricapitalizzazione per il 4,9%. Curiosamente si è invece salvato in tempo il fondo di investimento statunitense Harris Associates, il quale a inizio marzo ha completamente azzerato dopo 20 anni la propria posizione, pari al 5% del capitale. Tempismo perfetto? si domnda Milano Finanza.
Fonte
Le vendite sono passate sottotraccia, dal momento che la First Republic Bank è l’unica azienda dell’indice S&P 500 a segnalare tali vendite alla Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) anziché all’ente regolatore del settore, la Securities and Exchange Commission (SEC). Anche la Signature Bank, collassata domenica, era a sua volta esentata dalle segnalazioni alla SEC.
Per evitare un effetto domino di fallimenti bancari negli Usa, è intervenuto un gruppo di undici banche private statunitensi che hanno annunciato depositi complessivi per 30 miliardi di dollari nei confronti di First Republic Bank. Un intervento teso a evitare il collasso della banca a causa del recente fallimento di Silicon Valley Bank.
In una nota congiunta, le undici banche hanno precisato che Bank of America, Citigroup, Jp Morgan e Wells Fargo hanno accettato di fornire cinque miliardi di dollari ciascuna. Goldman Sachs e Morgan Stanley contribuiranno con 2,5 miliardi ciascuna, mentre Bny Mellon, Pnc Bank, State Street, Trust e Us Bank con un miliardo a testa.
“A dimostrazione che non tutte le preoccupazioni siano però svanite, le azioni della First Republic Bank, che avevano chiuso in rialzo del 10% dopo una giornata volatile che ha visto il trading interrotto 17 volte, sono crollate del 17% nel trading after-market” commenta Milano Finanza. “Inoltre, i dati hanno mostrato durante la notte che le banche hanno cercato quantità record di liquidità di emergenza dalla Federal Reserve negli ultimi giorni, sottolineando l’entità dello stress nel sistema finanziario”.
La notizia dell’intervento delle undici banche, è stata accolta positivamente dalla segretaria al Tesoro, Janet Yellen; dal governatore della Federal Reserve, Jerome Powell; e dal presidente della Federal Deposit Insurance Corporation (l’ente federale preposto all’assicurazione sui depositi bancari), Martin Gruenberg. “Si tratta di una misura che dimostra ancora una volta la resilienza del sistema bancario statunitense”, si legge in un comunicato congiunto.
Tutti gli occhi sono ora puntati sulla riunione della Federal Reserve della prossima settimana. Gli operatori finanziari si interrogano se la banca centrale Usa seguirà l’esempio della Bce, la quale – e nonostante molte richieste in senso contrario – ieri ha tirato dritto alzando i tassi dello 0,5% come annunciato nonostante lo scossone globale sulle banche. I mercati Usa prevedono che la Fed – diversamente dalla Bce – avvierà presto una svolta e inizierà a tagliare i tassi quest’anno. Staremo a vedere.
Piccolo giallo su Credit Suisse
In Europa invece la Credit Suisse potrà ricorrere a una linea speciale di credito fino a 50 miliardi di franchi messa a disposizione dalla Banca nazionale svizzera. Il colosso bancario elvetico, da tempo in difficoltà, era stato messo in ginocchio dalla decisione del suo maggiore azionista, la Saudi National Bank, di non iniettare ulteriore capitale. Sul crac di Credit Suisse – innescato dagli investitori sauditi – è emerso però un giallo. La quota della Saudi National Bank, pagata 1,5 miliardi di dollari nell’autunno scorso, oggi in borsa vale appena 824 milioni, con una minusvalenza teorica di quasi 700 milioni. Ma il bilancio si è fatto molto magro anche per gli altri soci mediorientali entrati con l’ultimo aumento di capitale della banca svizzera, cioè la Qatar Holding salita recentemente al 7% e l’asset manager saudita Olayan Group, che ha aderito pro quota alla ricapitalizzazione per il 4,9%. Curiosamente si è invece salvato in tempo il fondo di investimento statunitense Harris Associates, il quale a inizio marzo ha completamente azzerato dopo 20 anni la propria posizione, pari al 5% del capitale. Tempismo perfetto? si domnda Milano Finanza.
Fonte
14/12/2018
Il maremoto che cresce dentro Deutsche Bank
Tutti presi dai tweet politici di Tizio Caio – nanerottoli per dimensioni del paese in cui avvengono e per statura politica – quasi tutti hanno perso di vista “il sottostante” di ogni politica. Ossia l’economia reale e finanziaria.
Proviamo perciò a tirarci fuori dalla stretta contingenza e guardare un po’ più dall’alto l’andamento delle cose. Come si fa in montagna, quando il sentiero sembra incerto e si consulta la mappa (visione dall’alto) per ristabilire la direzione che a piedi (visione dal basso) è diventata incerta.
Per non fare discorsi alati e un po’ campati in aria, partiamo dai dati diffusi da Mediobanca (comparto R&S), che hanno allarmato l’imprenditoria italiana, o almeno la parte delegata a pensare. A darne conto è un articolo di Antonella Olivieri, apparso su IlSole24Ore qualche giorno fa: Banche, allarme derivati: valgono 33 volte il Pil mondiale.
I non addetti ai lavori non ci troveranno motivi di particolare preoccupazione, quindi è necessario decodificare una terminologia tecnica sconosciuta ai più.
I “prodotti derivati” sono titoli finanziari, al pari dei titoli di Stato o delle obbligazioni emesse da società private di qualsiasi tipo. Hanno anche un padre nobile, visto che sono stati “inventati” per la prima volta da Goldman Sachs, la banca Usa abituata a produrre “padroni dell’universo”.
Si tratta di titoli teoricamente garantiti da un “sottostante”, che può essere però qualsiasi cosa (denaro, aziende, azioni, altri titoli), impastata con altre della stessa natura o anche differente, in un’orgia di fantasia “creativa” utile a far denaro con i pezzi di carta. Il mercato dei prodotti derivati, insomma, è un luogo dove ci si scambiano pezzi di carta chiamati “titoli” (azionari, obbligazionari, commercial paper, cdo, “veicoli”, “salcicce”, asset backed securities e via inventando) ed è assolutamente irrilevante la provenienza del profitto e il modo in cui sono stati prodotti.
Ma questi titoli si comprano, si scambiano, hanno una scadenza, come qualsiasi altro titolo. Insomma è come se fosse “denaro contante”, fin quando qualcuno lo accetta in cambio di denaro o altri titoli. Quando una fabbrica attiva viene comprata da un “fondo di investimento” finisce in un calderone che spesso ha questa natura da casinò di Las Vegas.
Il secondo elemento da tener presente è che questa massa di denaro fittizio – proprio secondo la definizione di Marx – ammonta oggi a una cifra “nominale” (2,2 milioni di miliardi di euro) che equivale a 33 volte la produzione mondiale annuale. Cioè, tutto il lavoro umano e gli investimenti di capitale fatti per 33 anni consecutivi, ai livelli attuali.
Praticamente questa massa di cartaccia – in realtà righe di codice scritte in qualche server molto remoto – chiede di essere “valorizzata” (con un tasso di interesse adeguato), come qualsiasi altro capitale. Ma chi può mai accontentare una richiesta di profitto così mostruosa? Numeri alla mano, un interesse minimo del 2% annuo equivarrebbe ai 2/3 del Pil globale di quest’anno... Insomma, tutto il mondo dovrebbe regalare i due terzi di quanto prodotto ai detentori di questa roba. E farlo ogni anno, per un numero praticamente infinito di anni (trent’anni, in economia, non sono un tempo che possa essere preso in considerazione, tranne che per i titoli di Stati molto forti, che presumibilmente non falliranno prima di quella data).
Ovvio che tutto ciò non ha senso economico-produttivo. E dunque che il valore nominale di quei titoli non corrisponde neppure minimamente al valore di scambio reale oggi, sui mitici “mercati”. Detto con parole semplici: non vale neppure la carta o le righe di codice necessarie per scriverli. Anche se magari qualcosa, lì dentro, ha ancora un valore reale, nel mondo reale (una fabbrica funzionante, per esempio).
Carta straccia, quasi come le “obbligazioni secondarie” di Banca Etruria, che hanno gettato sul lastrico tanti piccoli e medi “risparmiatori”.
Chi ha quella roba in cassaforte, per capirci, è un morto che cammina. E cammina fin quando riesce a tener nascosta la propria condizione e ottenere – in qualsiasi modo – una remunerazione dalla propria attività sui “mercati”.
Ma chi ha quella roba in cassaforte? Nessuna sorpresa: le banche.
Bene. A questo punto è importante sapere quali banche sono “esposte” su questo fronte. Anche le banche, in fondo, non sono tutte uguali...
Qui ci facciamo volentieri aiutare dalla Olivieri:
La “cura” escogitata per quella crisi, dopo un primo tentativo statunitense di arginarla iniettando soldi pubblici nelle banche in condizioni peggiori (finito con il mancato salvataggio di Lehmann Brothers e con una settimana di panico universale), fu quello di far stampare moneta alle banche centrali principali (Federal Reserve Usa, Bce, Banca d’Inghilterra e Banca del Giappone), di modo che non venisse a mancare la liquidità indispensabile per far girare la macchina della produzione e circolazione delle merci a livello planetario. La condizione esplicita di questa generosità pubblica era quella di mantenere in vita gli operatori finanziari intimando loro di ridurre l’“azzardo morale”, ovvero la produzione di titoli tossici. Se si è triplicato l’ammontare, l’obbiettivo è sicuramente fallito...
Dieci anni di “iniezioni di liquidità”, quantitative easing, acquisti di titoli da parte delle banche centrali, hanno comunque effettivamente impedito l’esplosione del sistema finanziario globale prestando soldi a tasso zero (o addirittura negativo).
Quel gioco è però finito, per quanto riguarda la Fed, da un paio d’anni, e finirà il 31 dicembre per la Bce.
E alcune delle più grandi banche europee sono oggi nelle stesse pessime condizioni di allora. A cominciare dalla più grande e “sistemica”: Deutsche Bank. E nonostante gli immensi finanziamenti pubblici concessi dal Reichstag merkeliano, prima che lo stesso Reichstag imponesse la regola del bail in (pagano azionisti e obbligazionisti, ma anche i correntisti) nelle crisi bancarie. Quelle altrui...
In ogni caso non appare normale ai mercati, che quotano stamattina DB a 7,65 euro per azione, pari a circa 15 miliardi di capitalizzazione a fronte di asset posseduti per 1.500 miliardi. In pratica, “i mercati” dichiarano che questa è una banca tecnicamente fallita, come mostra del resto il tracollo della quotazione azionaria (dal record di 116 euro agli spiccioli di oggi).
Com’è possibile che una banca fallita cammini come uno zombie in cerca di profitto? E’ possibile, secondo le “regole dell’Unione Europea” e in particolare secondo i criteri fissati dalla Bce per gli stress test sulle banche; che curiosamente considerano “pericolosissime” le “sofferenze” (prestiti a imprese e famiglie che faticano a essere restituiti), mentre non considera problematici i titoli tossici (i derivati-carta straccia).
Con questa benedizione alle spalle, per esempio, lo zombie ha partecipato al saccheggio della Grecia orchestrato dalla Troika (Bce,Ue, Fmi), anche se le cifre raccattate con il debito di Atene sono briciole rispetto allo “scoperto”. Ma il semplice fatto di poter registrare degli “attivi” permette di andare avanti, almeno finché uno scossone complessivo dei mercati – una crisi, come quella che si va profilando all’orizzonte e che ha già costretto il Pil tedesco a registrare un -0,2% nel terzo trimestre – non arriva a rimettere in moto la selezione naturale tra gli operatori economici.
Il problema sistemico sembra dunque abbastanza chiaro: in questa Unione Europea il comando effettivo è in mano a gente che dovrebbe portare i libri in tribunale ed essere tombata nelle antiche galere per falliti. Ma che ancora riesce a gestire il peso della Germania (e fino a poco fa anche della Francia) come determinante qualsiasi politica comunitaria. Dunque anche, e soprattutto, la scrittura delle “regole” e dei trattati. E la loro “interpretazione autentica”.
E’ un sistema in cui i morti sopravvivono succhiando il sangue dei vivi (o dei moribondi, visto lo stato dell’economia italiana, ormai priva di soggetti economici di grande spessore internazionale; per non parlare della Grecia). Non è un sistema, in ogni caso, che possa metterci al riparo dalle ondate di tsunami che si vanno addensando nell’oceano primordiale dei “derivati”. Anzi...
Fonte
Proviamo perciò a tirarci fuori dalla stretta contingenza e guardare un po’ più dall’alto l’andamento delle cose. Come si fa in montagna, quando il sentiero sembra incerto e si consulta la mappa (visione dall’alto) per ristabilire la direzione che a piedi (visione dal basso) è diventata incerta.
Per non fare discorsi alati e un po’ campati in aria, partiamo dai dati diffusi da Mediobanca (comparto R&S), che hanno allarmato l’imprenditoria italiana, o almeno la parte delegata a pensare. A darne conto è un articolo di Antonella Olivieri, apparso su IlSole24Ore qualche giorno fa: Banche, allarme derivati: valgono 33 volte il Pil mondiale.
I non addetti ai lavori non ci troveranno motivi di particolare preoccupazione, quindi è necessario decodificare una terminologia tecnica sconosciuta ai più.
I “prodotti derivati” sono titoli finanziari, al pari dei titoli di Stato o delle obbligazioni emesse da società private di qualsiasi tipo. Hanno anche un padre nobile, visto che sono stati “inventati” per la prima volta da Goldman Sachs, la banca Usa abituata a produrre “padroni dell’universo”.
Si tratta di titoli teoricamente garantiti da un “sottostante”, che può essere però qualsiasi cosa (denaro, aziende, azioni, altri titoli), impastata con altre della stessa natura o anche differente, in un’orgia di fantasia “creativa” utile a far denaro con i pezzi di carta. Il mercato dei prodotti derivati, insomma, è un luogo dove ci si scambiano pezzi di carta chiamati “titoli” (azionari, obbligazionari, commercial paper, cdo, “veicoli”, “salcicce”, asset backed securities e via inventando) ed è assolutamente irrilevante la provenienza del profitto e il modo in cui sono stati prodotti.
Ma questi titoli si comprano, si scambiano, hanno una scadenza, come qualsiasi altro titolo. Insomma è come se fosse “denaro contante”, fin quando qualcuno lo accetta in cambio di denaro o altri titoli. Quando una fabbrica attiva viene comprata da un “fondo di investimento” finisce in un calderone che spesso ha questa natura da casinò di Las Vegas.
Il secondo elemento da tener presente è che questa massa di denaro fittizio – proprio secondo la definizione di Marx – ammonta oggi a una cifra “nominale” (2,2 milioni di miliardi di euro) che equivale a 33 volte la produzione mondiale annuale. Cioè, tutto il lavoro umano e gli investimenti di capitale fatti per 33 anni consecutivi, ai livelli attuali.
Praticamente questa massa di cartaccia – in realtà righe di codice scritte in qualche server molto remoto – chiede di essere “valorizzata” (con un tasso di interesse adeguato), come qualsiasi altro capitale. Ma chi può mai accontentare una richiesta di profitto così mostruosa? Numeri alla mano, un interesse minimo del 2% annuo equivarrebbe ai 2/3 del Pil globale di quest’anno... Insomma, tutto il mondo dovrebbe regalare i due terzi di quanto prodotto ai detentori di questa roba. E farlo ogni anno, per un numero praticamente infinito di anni (trent’anni, in economia, non sono un tempo che possa essere preso in considerazione, tranne che per i titoli di Stati molto forti, che presumibilmente non falliranno prima di quella data).
Ovvio che tutto ciò non ha senso economico-produttivo. E dunque che il valore nominale di quei titoli non corrisponde neppure minimamente al valore di scambio reale oggi, sui mitici “mercati”. Detto con parole semplici: non vale neppure la carta o le righe di codice necessarie per scriverli. Anche se magari qualcosa, lì dentro, ha ancora un valore reale, nel mondo reale (una fabbrica funzionante, per esempio).
Carta straccia, quasi come le “obbligazioni secondarie” di Banca Etruria, che hanno gettato sul lastrico tanti piccoli e medi “risparmiatori”.
Chi ha quella roba in cassaforte, per capirci, è un morto che cammina. E cammina fin quando riesce a tener nascosta la propria condizione e ottenere – in qualsiasi modo – una remunerazione dalla propria attività sui “mercati”.
Ma chi ha quella roba in cassaforte? Nessuna sorpresa: le banche.
Bene. A questo punto è importante sapere quali banche sono “esposte” su questo fronte. Anche le banche, in fondo, non sono tutte uguali...
Qui ci facciamo volentieri aiutare dalla Olivieri:
La maggior concentrazione resta appannaggio delle banche europee. Dai dati R&S-Mediobanca risulta infatti che a fine 2017 alle prime 27 banche continentali facevano capo derivati per un valore nozionale di ben 283mila miliardi, pari al 42% dei derivati Ue quantificati dall’Esma. Prese singolarmente, la sola Deutsche Bank (48,26 trilioni) e la sola Barclays (40,48 trilioni) hanno molti più derivati di tutte le principali banche giapponesi messe assieme (32,44 trilioni).A oltre dieci anni dalla “grande crisi” del 2007-2008, innescata proprio da un crollo del mercato dei prodotti derivati (a partire da quelli “garantiti” dai mutui subprime statunitensi, ovvero da prestiti immobiliari concessi a clienti “senza lavoro, senza reddito, senza proprietà”), scopriamo che quel mercato si è triplicato. Allora, infatti, veniva calcolato in circa 660 miliardi di dollari, circa 11 volte il Pil mondiale.
Aggiungendo anche i derivati della terza banca europea più attiva – i 24,53 trilioni del Credit Suisse – si arriva a un importo di 113,3 trilioni, superiore a quello delle prime 14 banche Usa, che, tutte insieme, arrivano a 112,75 trilioni.
La prima banca Usa per ammontare di derivati è JPMorgan con 40,34 trilioni di euro, seguita da Citigroup con 38,4 e Bank of America con 25,57.
Tra le 27 big del credito europeo rientrano anche Intesa (2,94 trilioni di derivati) e UniCredit (2,5 trilioni), che sono però ben lontane dai livelli del top continentale.
La “cura” escogitata per quella crisi, dopo un primo tentativo statunitense di arginarla iniettando soldi pubblici nelle banche in condizioni peggiori (finito con il mancato salvataggio di Lehmann Brothers e con una settimana di panico universale), fu quello di far stampare moneta alle banche centrali principali (Federal Reserve Usa, Bce, Banca d’Inghilterra e Banca del Giappone), di modo che non venisse a mancare la liquidità indispensabile per far girare la macchina della produzione e circolazione delle merci a livello planetario. La condizione esplicita di questa generosità pubblica era quella di mantenere in vita gli operatori finanziari intimando loro di ridurre l’“azzardo morale”, ovvero la produzione di titoli tossici. Se si è triplicato l’ammontare, l’obbiettivo è sicuramente fallito...
Dieci anni di “iniezioni di liquidità”, quantitative easing, acquisti di titoli da parte delle banche centrali, hanno comunque effettivamente impedito l’esplosione del sistema finanziario globale prestando soldi a tasso zero (o addirittura negativo).
Quel gioco è però finito, per quanto riguarda la Fed, da un paio d’anni, e finirà il 31 dicembre per la Bce.
E alcune delle più grandi banche europee sono oggi nelle stesse pessime condizioni di allora. A cominciare dalla più grande e “sistemica”: Deutsche Bank. E nonostante gli immensi finanziamenti pubblici concessi dal Reichstag merkeliano, prima che lo stesso Reichstag imponesse la regola del bail in (pagano azionisti e obbligazionisti, ma anche i correntisti) nelle crisi bancarie. Quelle altrui...
A voi sembra normale che una sola banca abbia in cassaforte – si fa per dire – titoli spazzatura pari a 15 volte il Pil del proprio paese (peraltro la prima economia europea)?
In ogni caso non appare normale ai mercati, che quotano stamattina DB a 7,65 euro per azione, pari a circa 15 miliardi di capitalizzazione a fronte di asset posseduti per 1.500 miliardi. In pratica, “i mercati” dichiarano che questa è una banca tecnicamente fallita, come mostra del resto il tracollo della quotazione azionaria (dal record di 116 euro agli spiccioli di oggi).
Com’è possibile che una banca fallita cammini come uno zombie in cerca di profitto? E’ possibile, secondo le “regole dell’Unione Europea” e in particolare secondo i criteri fissati dalla Bce per gli stress test sulle banche; che curiosamente considerano “pericolosissime” le “sofferenze” (prestiti a imprese e famiglie che faticano a essere restituiti), mentre non considera problematici i titoli tossici (i derivati-carta straccia).
Con questa benedizione alle spalle, per esempio, lo zombie ha partecipato al saccheggio della Grecia orchestrato dalla Troika (Bce,Ue, Fmi), anche se le cifre raccattate con il debito di Atene sono briciole rispetto allo “scoperto”. Ma il semplice fatto di poter registrare degli “attivi” permette di andare avanti, almeno finché uno scossone complessivo dei mercati – una crisi, come quella che si va profilando all’orizzonte e che ha già costretto il Pil tedesco a registrare un -0,2% nel terzo trimestre – non arriva a rimettere in moto la selezione naturale tra gli operatori economici.
Il problema sistemico sembra dunque abbastanza chiaro: in questa Unione Europea il comando effettivo è in mano a gente che dovrebbe portare i libri in tribunale ed essere tombata nelle antiche galere per falliti. Ma che ancora riesce a gestire il peso della Germania (e fino a poco fa anche della Francia) come determinante qualsiasi politica comunitaria. Dunque anche, e soprattutto, la scrittura delle “regole” e dei trattati. E la loro “interpretazione autentica”.
E’ un sistema in cui i morti sopravvivono succhiando il sangue dei vivi (o dei moribondi, visto lo stato dell’economia italiana, ormai priva di soggetti economici di grande spessore internazionale; per non parlare della Grecia). Non è un sistema, in ogni caso, che possa metterci al riparo dalle ondate di tsunami che si vanno addensando nell’oceano primordiale dei “derivati”. Anzi...
Fonte
08/11/2015
Sull'acciaio la Ue pronta a seppellire la globalizzazione
Nei giorni scorsi la banca svizzera Credit Suisse ha pubblicato un suo preoccupato studio sulla “fine della globalizzazione”, provando a disegnare tre possibili scenari per l'evoluzione della situazione. Il più ottimistico – “la globalizzazione prosegue” – non è comunque rose e fiori, delineando di fatto una stagnazione senza infamia e senza lode.
Ciò significa che il dollaro continua ad assumere un ruolo di primus inter pares nel mondo delle divise, che in generale le multinazionali occidentali dominano il panorama commerciale globale, e che il tessuto giuridico e istituzionale internazionale è ancora di natura occidentale. In termini economici, la volatilità macroeconomica è bassa, il commercio è in crescita con qualche battuta d'arresto dovuta a interventi protezionistici, e l'economia di Internet cresce oltre i confini nazionali. Sul piano socio-politico, un'evoluzione significativa è rappresentata dal miglioramento dello sviluppo umano, con società più aperte.C'è anche un falso evidente, un eccesso di ideologia liberal-liberista, perché appare decisamente fuori luogo – al nono anno di crisi economica globale, caratterizzato da pesanti arretramenti proprio sul terreno del miglioramento dello sviluppo umano addirittura nei suoi luoghi storici, l'Occidente appunto – riuscire a intravedere nel breve periodo società più aperte.
Fa niente, certe cose vengono dette e scritte in automatico, come quando i bambini recitano le preghiere alla lezione di catechismo.
Più interessanti, certamente, i numerosi “segnali” che spingono verso i due scenari alternativi: un mondo più multipolare e l'inquietante fine della globalizzazione.
Il nostro terzo scenario è più negativo, pur se meno probabile, e ricorda il crollo della globalizzazione nel 1913 e il conseguente scoppio della Prima guerra mondiale. Nonostante il mondo sia stato colpito dalla crisi finanziaria globale e dagli attacchi terroristici negli ultimi anni, questi sviluppi hanno probabilmente accresciuto anziché ridotto la cooperazione tra le nazioni. Vi sono comunque rischi per la globalizzazione e in questa sezione li presenteremo sotto forma di una scorecard.Botte da orbi, insomma, in una rissa di tutti contro tutti. Uno scenario che andrebbe evitato, dunque, muovendosi con passi felpati nella ricostruzione di un "clima" internazionale meno teso e "più collaborativo".
Fra le tendenze e gli sviluppi che analizziamo vi sono il rallentamento della crescita economica e degli scambi commerciali con in più la possibilità di uno shock macroeconomico (per indebitamento, disparità e immigrazione), un aumento del protezionismo, uno scontro geopolitico/militare tra grandi potenze, guerre valutarie, eventi climatici, l'ascesa di movimenti politici antiglobalizzazione ad ampia base e l'opposizione alle multinazionali, oppure un'inversione di tendenza nei processi di transizione alla democrazia.
E invece cosa ti sta per combinare la Ue? Un esempio clamoroso di “aumento del protezionismo”, che ha per terreno di battaglia la produzione di acciaio.
Lunedì si riunisce il Consiglio Europeo per decidere se “concedere alla Cina lo status di economia di mercato”. Ci sarebbe da ridere se i problemi sottostanti non fossero al contrario molto seri. La riunione è stata chiesta dal governo inglese, il cui settore siderurgico è decisamente in crisi e teatro di pesanti licenziamenti. Ma è solo la punta dell'iceberg, come si dice, perché è tutta l'Europa ad aver fatto negli ultimi anni una durissima marcia indietro nel settore. Oggi nel Vecchio Continente viene prodotto solo il 10% della produzione mondiale di acciaio. Nel 2001 era il 22% e all'inizio della crisi, nel 2007, era il 16%. Si va insomma verso la totale scomparsa di un settore industriale considerato da sempre “strategico” (con l'acciaio di fanno le armi, le navi e gli aerei, oltre che tutto quanto serve per la vita civile) e che è stato un cuore pulsante dello sviluppo capitalistico occidentale.
Che relazione c'è tra la “concessione” alla Cina del riconoscimento di “economia di mercato” e la difesa dell'acciaio europeo?
Semplice. Se si dice ok – come era stato deciso nel 2001, rinviando però la verifica al 2016 – i paesi europei produttori d'acciaio non potranno più elevare dazi alle importazioni cinesi di questa “materia prima lavorata”, quindi la concorrenza del Celeste Impero diventerà ancora più invincibile. Oltre al prezzo imbattibile, infatti, c'è stato in questo quindicennio un innalzamento continuo degli standard qualitativi dell'acciaio cinese, tanto da non temere più confronti con quello europeo (a parte alcuni “acciai speciali”, peraltro utilizzati in settori ancora più strategici e quindi di fatto militarizzati).
È abbastanza chiaro che non esiste più alcuna ragione politica per non riconoscere alla Cina quello status. Mentre ce ne sono di ottime sul piano industriale ed economico. La decisione è comunque politica e i paesi europei, in vista del Consiglio, sembrano orientati prevalentemente verso il “no”. Soprattutto quelli – come l'Italia e la Germania, oltre Francia e Gran Bretagna – che ancora producono acciaio. L'Italia, per esempio, invierà alla riunione Carlo Calenda, vice ministro dello Sviluppo economico, che negli ultimi mesi ha usato ogni occasione pubblica per ribadire un fermissimo “niet” a modifiche nella normativa vigente in materia. Supportato peraltro dalla lobby-associazione dei produttori europei – Aegis Europe – che si sentono minacciati di fallimento a breve.
Vedremo presto cosa verrà deciso. Ma ci sembra solare che una discussione del genere può avvenire solo se la globalizzazione è già finita. La motivazione portata avanti dai paesi produttori europei è infatti stantia quanto ridicola: “le imprese cinesi godono di sussidi pubblici”. Guardiamo cosa ha fatto fin qui l'Italia con l'Ilva o la Germania con ThyssenKrupp: qualcuno può seriamente sostenere che l'aborrito “pubblico” non abbia fatto di tutto e di più per sostenere l'industria nazionale? Qualcuno può alzare il dito e dire “da noi le industrie dell'acciaio campano solo del loro fatturato”?
Dunque l'acciaio diventa occasione di guerra commerciale. Non certo per difendere l'occupazione (i nostri governanti europei raccomandano di licenziare a più non posso, per “flessibilizzare” il mercato del lavoro), ma “soltanto” per mantenere un margine di autonomia produttiva in un settore che non sembra subire le stesse dinamiche di altre merci. Inevitabile attendersi contromosse cinesi, sotto le mille forme che la diplomazia commerciale saprà individuare.
Dei tre scenari di Credit Suisse, dunque, il terzo sale rapidamente nella classifica delle possibilità.
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