La ricchezza, diversamente dalle balle che ci propinano, non viene “creata dai privati”. Molto più spesso si “eredita”, senza fare neanche un minimo sforzo.
Il quotidiano Milano Finanza segnala il nuovo report – Billionaire Ambitions Report 2023 – curato dall’Ubs, il gigante bancario svizzero.
Da esso si desume, secondo MF che “I miliardari stanno accumulando più ricchezza attraverso l’eredità che non attraverso le proprie attività”. Non solo. Dal report risulta che sta guadagnando slancio “il più grande trasferimento di ricchezza registrato dall’avvio dello studio, nel 2015”.
“Il report di quest’anno ha rilevato che la maggior parte dei miliardari che hanno accumulato ricchezza nell’ultimo anno lo ha fatto attraverso l’eredità e non attraverso l’imprenditorialità. Questo è un tema che ci aspettiamo di vedere sempre più spesso nei prossimi 20 anni, dato che oltre 1.000 miliardari passeranno ai loro figli una cifra stimata di 5.200 miliardi di dollari”, ha dichiarato a Milano Finanza Benjamin Cavalli, Head of Strategic Clients di Ubs Global Wealth Management.
Lo studio dell’Ubs di quest’anno ha rilevato come sempre più miliardari stanno trasmettendo la loro ricchezza alla generazione successiva. Nell’ultimo anno, in 53 hanno ereditato un totale di 150,8 miliardi di dollari, superando il totale di 140,7 miliardi di dollari degli 84 “nuovi miliardari” diventati tali senza eredità.
Il 68% dei miliardari intervistati con ricchezza ereditata ha dichiarato di voler continuare e far crescere ciò che i genitori hanno raggiunto in termini di business, brand o asset.
Il 66% dei miliardari “di prima generazione” considera la potenziale recessione degli Stati Uniti la loro preoccupazione principale, seguita dalle tensioni geopolitiche (62%). Gli eredi, invece, sono preoccupati per le pressioni inflazionistiche (57%), per la disponibilità e per il prezzo delle materie prime (52%).
Sia la vecchia guardia dei Paperoni sia gli eredi (i Paperini?) concordano però sulle opportunità e sui rischi dell’Intelligenza Artificiale (IA). Il 65% ritiene che l’IA offra una delle maggiori opportunità commerciali per il proprio business operativo nei prossimi 12 mesi. Mentre la tecnologia acquista sempre più importanza, il 58% ritiene che il rischio maggiore sia rappresentato da una minaccia informatica o da un hacking.
Per quanto riguarda gli investimenti, il 43% dei miliardari della vecchia guardia intende aumentare la propria allocazione al private debt (obbligazioni emesse da società non quotate in Borsa) nei prossimi 12 mesi e il 38% prevede di aumentare le partecipazioni in obbligazioni dei mercati sviluppati. Gli eredi prediligono il private equity (cioè il rilevare quote di una società).
Tra gli eredi miliardari lo studio dell’Ubs rileva un forte spinta imprenditoriale e molti prendono in esame opportunità diverse dall’ingresso nei vertici del business familiare.
“Più della metà dei 53 eredi intervistati sta scegliendo di allontanarsi da questa strada, optando per carriere più adatte alle proprie ambizioni, competenze e circostanze”. Tra queste risultano anche attività di tipo filantropico, soprattutto sui temi ambientali.
Analizzando le dinamiche della ricchezza privata, Milano Finanza scrive che “a livello globale, la ricchezza dei miliardari si è parzialmente ripresa nel periodo 2022/2023, grazie a quelli a capo di business nei settori consumer e retail in Europa, dopo essere diminuita di quasi un quinto nei 12 mesi precedenti, durante la pandemia”.
Nell’ultimo anno il numero di miliardari nel mondo è aumentato del 7%. Sono passati da da 2.376 a 2.544 e la loro ricchezza è aumentata del 9%, passando da 11 mila miliardi di dollari a 12 mila miliardi di dollari.
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01/12/2023
20/03/2023
Credit Suisse - UBS, una fusione obbligata
UBS – la banca più grande, importante e tra le più antiche della Svizzera – ha accettato di comprare Credit Suisse per circa due miliardi di dollari, a conclusione di una frenetica trattativa che si è dipanata lungo tutto il fine settimana, a mercati chiusi. A riportarlo è il Financial Times, che cita fonti interne all’accordo.
Secondo la testata, UBS pagherà dunque circa 0,50 franchi svizzeri per azione, contro un prezzo di mercato più che triplo (Credit Suisse ha chiuso venerdì sera a quota 1,86 franchi svizzeri).
La Banca Centrale Svizzera (BNS) avrebbe inoltre accettato di offrire a UBS una linea di liquidità di cento miliardi di dollari a suggello dell’accordo, allo scopo di garantire la massima stabilità al sistema bancario nel corso dell’operazione.
A rendere la situazione, se possibile, ancora meno ordinaria ci pensa il governo elvetico, pronto a tirare fuori dal cassetto una legge specifica per bypassare la normale procedura di acquisizione, che richiederebbe un periodo di consultazione di sei settimane con gli azionisti UBS. Invece, l’accordo sarà siglato immediatamente, ad anticipare la temuta reazione del mercato, questa mattina.
Entrambe le parti sono state impegnate nei negoziati con le autorità di regolamentazione e vigilanza da mercoledì, quando Credit Suisse ha chiesto alla BNS di fornire una linea di credito di emergenza di 50 miliardi di franchi (54 miliardi di dollari).
Questo backstop non è riuscito tuttavia ad arrestare il crollo del prezzo delle azioni di Credit Suisse, né ad impedire ai clienti in preda al panico di ritirare i loro depositi. La banca centrale è intervenuta per forzare una fusione tra le due banche, allo scopo di disinnescare sul nascere la corsa agli sportelli.
Non serve essere grandi esperti di finanza per capire che un’operazione di questo tipo, che include garanzie finanziarie speciali e leggi ad hoc, oltre a una drammatica svalutazione del capitale di Credit Suisse, non è una manovra di routine: è l’esatto contrario.
Nella sua straordinarietà fotografa tutta la preoccupazione delle banche centrali e delle autorità finanziarie rispetto a una situazione di crescente sfiducia da parte del pubblico nei confronti del sistema bancario. E quello svizzero, ricordiamo, è da secoli ritenuto il più “sicuro” e “stabile” d’Europa.
Se i fallimenti di SVB e Signature, prima, e il crollo di Credit Suisse poi possono essere di per sé derubricati a fallimenti «idiosincratici» e dunque contenibili, il contesto globale presenta molti elementi per trasformare questi “incidenti” in una crisi di panico generalizzata: l’esplosione del debito pubblico e privato originato da anni di “iniezioni di liquidità” e dalla crisi pandemica, i tassi di interesse al rialzo, il desolante quadro geopolitico che costituisce una fonte di incertezza significativa... Tutto concorre a destabilizzare l'”ordinato andamento del business”.
In questo momento è impossibile sapere se questa fusione – che nessuna delle parti avrebbe francamente voluto, ma che si è imposta per ragioni di force majeure – sarà sufficiente per calmare gli animi dei mercati. Lo vedremo a partire da oggi.
Quello che è certo è che il gioco della “rassicurazione” diventa molto pericoloso in periodi di sfiducia generalizzata. Si può assistere facilmente a un effetto boomerang, perché una risposta percepita come troppo energica può confermare le paure degli investitori e contribuire a diffondere il panico, invece di placarlo.
Ma fin d’ora si sa chi viene “spellato” da questo “salvataggio”. L’operazione azzera infatti il valore dei “bond subordinati” (le obbligazioni emesse dalla stessa banca, vendute ai propri clienti come “sicure” ma fuori mercato, secondo lo stile di Banca Etruria ed altre) per un totale di 16 miliardi di euro.
Mentre viene almeno in parte salvaguardato il capitale degli azionisti, che invece ogni fallimento dovrebbe azzerare (secondo logica e stile del capitalismo senza eccezioni).
Tra questi ci sono ovviamente i primi due azionisti della banca: la Banca nazionale saudita e il fondo sovrano del Qatar. Un occhio di riguardo che evidentemente ha motivazioni geopolitiche oltre che finanziarie (molte altre banche, anche svizzere “godono” del loro apporto), in tempi in cui il petrolio non viene più venduto soltanto contro dollari e questo mina una pilastro storico dei mercati finanziari occidentali.
Ma così facendo si è creato il precedente per cui gli “obbligazionisti subordinati” potrebbero essere meno protetti degli azionisti. Il che equivale a far esplodere un’atomica nel mercato delle obbligazioni bancarie e di qui in quello dei bond corporate. Ne vedremo delle belle...
Fonte
Secondo la testata, UBS pagherà dunque circa 0,50 franchi svizzeri per azione, contro un prezzo di mercato più che triplo (Credit Suisse ha chiuso venerdì sera a quota 1,86 franchi svizzeri).
La Banca Centrale Svizzera (BNS) avrebbe inoltre accettato di offrire a UBS una linea di liquidità di cento miliardi di dollari a suggello dell’accordo, allo scopo di garantire la massima stabilità al sistema bancario nel corso dell’operazione.
A rendere la situazione, se possibile, ancora meno ordinaria ci pensa il governo elvetico, pronto a tirare fuori dal cassetto una legge specifica per bypassare la normale procedura di acquisizione, che richiederebbe un periodo di consultazione di sei settimane con gli azionisti UBS. Invece, l’accordo sarà siglato immediatamente, ad anticipare la temuta reazione del mercato, questa mattina.
Entrambe le parti sono state impegnate nei negoziati con le autorità di regolamentazione e vigilanza da mercoledì, quando Credit Suisse ha chiesto alla BNS di fornire una linea di credito di emergenza di 50 miliardi di franchi (54 miliardi di dollari).
Questo backstop non è riuscito tuttavia ad arrestare il crollo del prezzo delle azioni di Credit Suisse, né ad impedire ai clienti in preda al panico di ritirare i loro depositi. La banca centrale è intervenuta per forzare una fusione tra le due banche, allo scopo di disinnescare sul nascere la corsa agli sportelli.
Non serve essere grandi esperti di finanza per capire che un’operazione di questo tipo, che include garanzie finanziarie speciali e leggi ad hoc, oltre a una drammatica svalutazione del capitale di Credit Suisse, non è una manovra di routine: è l’esatto contrario.
Nella sua straordinarietà fotografa tutta la preoccupazione delle banche centrali e delle autorità finanziarie rispetto a una situazione di crescente sfiducia da parte del pubblico nei confronti del sistema bancario. E quello svizzero, ricordiamo, è da secoli ritenuto il più “sicuro” e “stabile” d’Europa.
Se i fallimenti di SVB e Signature, prima, e il crollo di Credit Suisse poi possono essere di per sé derubricati a fallimenti «idiosincratici» e dunque contenibili, il contesto globale presenta molti elementi per trasformare questi “incidenti” in una crisi di panico generalizzata: l’esplosione del debito pubblico e privato originato da anni di “iniezioni di liquidità” e dalla crisi pandemica, i tassi di interesse al rialzo, il desolante quadro geopolitico che costituisce una fonte di incertezza significativa... Tutto concorre a destabilizzare l'”ordinato andamento del business”.
In questo momento è impossibile sapere se questa fusione – che nessuna delle parti avrebbe francamente voluto, ma che si è imposta per ragioni di force majeure – sarà sufficiente per calmare gli animi dei mercati. Lo vedremo a partire da oggi.
Quello che è certo è che il gioco della “rassicurazione” diventa molto pericoloso in periodi di sfiducia generalizzata. Si può assistere facilmente a un effetto boomerang, perché una risposta percepita come troppo energica può confermare le paure degli investitori e contribuire a diffondere il panico, invece di placarlo.
Ma fin d’ora si sa chi viene “spellato” da questo “salvataggio”. L’operazione azzera infatti il valore dei “bond subordinati” (le obbligazioni emesse dalla stessa banca, vendute ai propri clienti come “sicure” ma fuori mercato, secondo lo stile di Banca Etruria ed altre) per un totale di 16 miliardi di euro.
Mentre viene almeno in parte salvaguardato il capitale degli azionisti, che invece ogni fallimento dovrebbe azzerare (secondo logica e stile del capitalismo senza eccezioni).
Tra questi ci sono ovviamente i primi due azionisti della banca: la Banca nazionale saudita e il fondo sovrano del Qatar. Un occhio di riguardo che evidentemente ha motivazioni geopolitiche oltre che finanziarie (molte altre banche, anche svizzere “godono” del loro apporto), in tempi in cui il petrolio non viene più venduto soltanto contro dollari e questo mina una pilastro storico dei mercati finanziari occidentali.
Ma così facendo si è creato il precedente per cui gli “obbligazionisti subordinati” potrebbero essere meno protetti degli azionisti. Il che equivale a far esplodere un’atomica nel mercato delle obbligazioni bancarie e di qui in quello dei bond corporate. Ne vedremo delle belle...
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02/07/2018
Rapporto Ubs - Il rischio politico in Italia è alto, ma anche in Germania...
In Italia il “rischio politico” percepito dai mercati è alto, ma diminuisce anche la fiducia sulla stabilità in Germania. E’ questo il risultato dell’ultimo sondaggio appena condotto dagli economisti del supergruppo bancario svizzero Ubs, che ha intervistato 600 esponenti della comunità finanziaria e di manager di multinazionali nell’eurozona, chiedendogli un giudizio su tale fattore.
“Rispetto al sondaggio condotto in febbraio – si legge nel rapporto di Ubs – il rischio politico del paese percepito è cresciuto in Italia (da un 17% del campione che lo giudicava negativo all’attuale 24%) e questo è comprensibile, viste le difficoltà incontrate nel formare un Governo e viste alcune delle potenziali politiche fiscali. Il rischio è cresciuto anche in Germania, anche se in modo meno pronunciato (dal 18% al 22%) ma è sceso in Spagna”.
L’agenzia Askanews riporta che, rispetto all’Italia, lo studio Ubs, della serie Macro-Strategy Key Issue, specifica che “la ricerca è stata condotta dall’8 al 29 maggio e include il grosso della ‘fiammata’ politica italiana anche se chiaramente nella prima parte della ricerca gli intervistati potrebbero non aver visto il pieno impatto della politica italiana. Ma anche se includiamo solo parte della volatilità politica attuale, le aziende italiane sono le più negative relativamente all’incertezza sull’Unione Europea, con un -12% netto, vedendola come un freno agli affari”.
Ubs sottolinea inoltre che dall’inizio dell’anno a oggi il mercato azionario in Italia ha avuto delle performance largamente in linea con quello europeo malgrado le preoccupazioni politiche, e che ha avuto una performance migliore del 13% rispetto al referendum del dicembre 2016 sulla Costituzione voluto da Renzi e sconfitto dalla popolazione. Gli economisti della Ubs restano in qualche modo cauti sulle azioni italiane delle società quotate in Borsa, “almeno fino a quando la situazione politica non si sarà stabilizzata e, soprattutto fino a quando non ci sarà più chiarezza sulle proposte sul bilancio”.
Fonte
“Rispetto al sondaggio condotto in febbraio – si legge nel rapporto di Ubs – il rischio politico del paese percepito è cresciuto in Italia (da un 17% del campione che lo giudicava negativo all’attuale 24%) e questo è comprensibile, viste le difficoltà incontrate nel formare un Governo e viste alcune delle potenziali politiche fiscali. Il rischio è cresciuto anche in Germania, anche se in modo meno pronunciato (dal 18% al 22%) ma è sceso in Spagna”.
L’agenzia Askanews riporta che, rispetto all’Italia, lo studio Ubs, della serie Macro-Strategy Key Issue, specifica che “la ricerca è stata condotta dall’8 al 29 maggio e include il grosso della ‘fiammata’ politica italiana anche se chiaramente nella prima parte della ricerca gli intervistati potrebbero non aver visto il pieno impatto della politica italiana. Ma anche se includiamo solo parte della volatilità politica attuale, le aziende italiane sono le più negative relativamente all’incertezza sull’Unione Europea, con un -12% netto, vedendola come un freno agli affari”.
Ubs sottolinea inoltre che dall’inizio dell’anno a oggi il mercato azionario in Italia ha avuto delle performance largamente in linea con quello europeo malgrado le preoccupazioni politiche, e che ha avuto una performance migliore del 13% rispetto al referendum del dicembre 2016 sulla Costituzione voluto da Renzi e sconfitto dalla popolazione. Gli economisti della Ubs restano in qualche modo cauti sulle azioni italiane delle società quotate in Borsa, “almeno fino a quando la situazione politica non si sarà stabilizzata e, soprattutto fino a quando non ci sarà più chiarezza sulle proposte sul bilancio”.
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22/08/2014
Ridimensionare l'Ilva e ridurre la produzione di acciaio. Lo chiedono le banche svizzere
di Gianmaria Leone da Taranto Oggi del 24 giugno 2014
La vicenda dell’Ilva di Taranto continua ad essere seguita con grande attenzione in Europa. Dopo l’analisi prodotta lo scorso 2 giugno dalla “JP Morgan Chase & Co.”, società finanziaria con sede a New York leader nei servizi finanziari globali, ora è il turno della banca svizzera UBS. Che attraverso una relazione redatta dall’analista Carsten Riek, esprime un pensiero molto chiaro sul futuro del siderurgico tarantino: se l’Ilva chiude o si ridimensiona, automaticamente aumenterà la produttività e soprattutto la redditività di diversi siti siderurgici europei. Il che potrebbe anche servire a risolvere, o quanto meno a porre un freno, alla sovracapacità produttiva dell’industria siderurgica europea, come tra l’altro sostenuto anche dalla JP Morgan.
A sostegno di questa tesi, secondo l’analisi dell’UBS una chiusura parziale dell’Ilva diminuirebbe del 20-30% l’eccesso di capacità produttiva dell’industria siderurgica europea: una chiusura totale invece, inciderebbe del 58% secondo la banca svizzera. Che sostiene come se la chiusura, parziale o totale, sarebbe “una cattiva notizia per gli 11.000 dipendenti dell’Ilva”, ma non certamente “per i suoi concorrenti”. I tassi di utilizzo della capacità produttiva dei loro stabilimenti infatti, salirebbero del 74% nel caso di una chiusura parziale, sufficiente a giustificare un aumento del prezzo della tonnellata di acciaio dai 3 ad un massimo di 18 di euro (in caso di chiusura totale dell’Ilva). La chiusura completa potrebbe invece portare i tassi di utilizzo all’80% entro il 2018.
Inoltre, secondo l’analisi della banca svizzera l’acquirente, o gli acquirenti, che andranno a comporre la cordata che gestirà l’Ilva di Taranto, dovranno ottenere il sostegno, o forse sarebbe meglio dire il lasciapassare, della Commissione europea. Nel caso di ArcelorMittal infatti, come abbiamo già avuto modo di sostenere di recente, le autorità garanti della concorrenza interverrebbero per evitare che nel settore della produzione di acciaio inox il gigante asiatico non superi il 40% delle quote di produzione nel mercato europeo (in caso contrario AncelorMittal sarebbe infatti costretta a fermare i suoi impianti presenti in Francia, Belgio, Germania e Spagna).
Del resto, nella sua analisi la UBS evidenzia che se da un lato c’è interesse a proteggere la ristrutturazione del sito italiano, dall’altro la Commissione europea deve anche proteggere il mercato europeo dalle importazioni di acciaio provenienti dall’Asia. Inoltre, secondo i calcoli della banca svizzera, un’eventuale acquisizione dell’Ilva potrebbe pesare non poco sul conto di ArcelorMittal. Ed in questo contesto, l’UBS ritiene che i principali beneficiari della ristrutturazione di Taranto, che ricordiamo comporterebbe comunque un ridimensionamento dell’attività produttiva dell’Ilva come abbiamo avuto modo di sottolineare più volte su queste colonne, sarebbero il gruppo tedesco Salzgitter, i filandesi della Rautaruukki, gli svedesi della SSAB e gli austriaci della Voestalpine. Una contrazione dell’offerta infatti, per l’UBS farebbe migliorare i margini operativi di queste tre aziende.
Del resto, parliamo di società che da diverso tempo hanno intrapreso strade ben precise. Ad esempio, il gruppo siderurgico tedesco Salzgitter ha indicato di prevedere un taglio di almeno 1.500 posti di lavoro entro la fine del 2015. Il gruppo ha annunciato il varo di un piano di ristrutturazione denominato ‘Salzgitter Ag 2015’, proprio in risposta alle difficili condizioni del mercato dell’acciaio e della situazione concorrenziale. Salzgitter non ha però ancora specificato nel dettaglio dove saranno soppressi i posti di lavoro, ed ha chiuso il 2013 con un passivo di 400 milioni di euro. Gli svedesi della SSAB sono invece da tempo presenti in Australia e stanno rafforzando la loro presenza in America, dove vogliono ampliare lo stabilimento di Montpelier nello stato dello Iowa. Del resto è proprio grazie ai prezzi più alti e ai maggiori volumi prodotti negli Stati Uniti se il gruppo svedese ha chiuso il primo trimestre 2014 con un attivo di 26 milioni di corone svedesi.
Discorso simile va fatto per gli austriaci della Voestalpine. Che lo scorso 14 maggio hanno inaugurato un nuovo stabilimento a Profilform (Cina), per un investimento pari a 20 milioni di euro. Il gruppo austriaco vanta già 2.200 dipendenti nel paese asiatico, dalle cui attività genera un fatturato annuo di 220 milioni di euro. Nel mese di aprile invece, la Voestalpine ha ufficializzato un investimento di 550 milioni di euro, il più grande nella storia del gruppo austriaco all’estero, per la costruzione di un impianto di riduzione diretta (processo che riguarda la trasformazione del minerale in spugna di ferro) in Texas (USA). L’esercizio sociale 2013/14 (1 aprile 2013 – 31 marzo 2014), nonostante la crisi del settore, ha registrato un fatturato maggiore del 2,6% rispetto: 11,5 miliardi di euro rispetto ai 11,2 miliardi di euro dell’anno precedente.
E’ chiaro dunque che già soltanto un eventuale riduzione dell’attività produttiva dell’Ilva, potrebbe portare ad un cambio di strategia per diversi gruppi europei. Secondo l’analisi dell’UBS, il problema dell’Ilva non sarà risolto prima della fine dell’estate. Un problema che richiede comunque una soluzione rapida, tanto più che l’attuale calo dei prezzi dell’acciaio aggrava la situazione. Secondo gli ultimi dati pubblicati da Worldsteel, il rimbalzo del settore dell’acciaio in Europa ha registrato un -2,7% anno su anno a maggio e del 4,6% per i primi 5 mesi dell’anno corrente, che ha portato ad un significativo aumento delle scorte. Del resto, anche la JP Morgan nella sua analisi sosteneva come la sicura diminuzione della produzione dell’Ilva, andrebbe a ridurre la sovra capacità produttiva dell’acciaio registrata negli ultimi anni in Europa: “Nel nostro visualizzare un consolidamento dell’industria siderurgica europea meridionale (Mittal-Marcegaglia) avrebbe un impatto significativo e benefico per tutto il settore europeo dell’acciaio, sia in termini di prezzi che di riduzione della volatilità del prodotto durante il ciclo di rifornimento-smaltimento”.
Infine, l’analisi della banca svizzera tocca un’altra importante questione. La chiusura dell’Ilva infatti, avrebbe per lo Stato italiano costi significativi. A cominciare, ad esempio, dai piani di formazione che si dovranno porre in essere per consentire ai lavoratori di trovare un nuovo lavoro, in caso di esuberi forzati. La chiusura parziale del sito tarantino, comporterebbe un costo stimato tra i 600 e i 900 milioni di euro (basti solo pensare alla cassa integrazione per migliaia di lavoratori, comprese le ditte dell’indotto e le aziende e gli stabilimenti che dipendono da Taranto a partire da quelli di Cornigliano e Novi Ligure), oltre a 100 milioni soltanto per la formazione. I costi, in caso di chiusura totale del sito, salirebbero ad 1 miliardo di €. Ne vedremo ancora delle belle.
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La vicenda dell’Ilva di Taranto continua ad essere seguita con grande attenzione in Europa. Dopo l’analisi prodotta lo scorso 2 giugno dalla “JP Morgan Chase & Co.”, società finanziaria con sede a New York leader nei servizi finanziari globali, ora è il turno della banca svizzera UBS. Che attraverso una relazione redatta dall’analista Carsten Riek, esprime un pensiero molto chiaro sul futuro del siderurgico tarantino: se l’Ilva chiude o si ridimensiona, automaticamente aumenterà la produttività e soprattutto la redditività di diversi siti siderurgici europei. Il che potrebbe anche servire a risolvere, o quanto meno a porre un freno, alla sovracapacità produttiva dell’industria siderurgica europea, come tra l’altro sostenuto anche dalla JP Morgan.
A sostegno di questa tesi, secondo l’analisi dell’UBS una chiusura parziale dell’Ilva diminuirebbe del 20-30% l’eccesso di capacità produttiva dell’industria siderurgica europea: una chiusura totale invece, inciderebbe del 58% secondo la banca svizzera. Che sostiene come se la chiusura, parziale o totale, sarebbe “una cattiva notizia per gli 11.000 dipendenti dell’Ilva”, ma non certamente “per i suoi concorrenti”. I tassi di utilizzo della capacità produttiva dei loro stabilimenti infatti, salirebbero del 74% nel caso di una chiusura parziale, sufficiente a giustificare un aumento del prezzo della tonnellata di acciaio dai 3 ad un massimo di 18 di euro (in caso di chiusura totale dell’Ilva). La chiusura completa potrebbe invece portare i tassi di utilizzo all’80% entro il 2018.
Inoltre, secondo l’analisi della banca svizzera l’acquirente, o gli acquirenti, che andranno a comporre la cordata che gestirà l’Ilva di Taranto, dovranno ottenere il sostegno, o forse sarebbe meglio dire il lasciapassare, della Commissione europea. Nel caso di ArcelorMittal infatti, come abbiamo già avuto modo di sostenere di recente, le autorità garanti della concorrenza interverrebbero per evitare che nel settore della produzione di acciaio inox il gigante asiatico non superi il 40% delle quote di produzione nel mercato europeo (in caso contrario AncelorMittal sarebbe infatti costretta a fermare i suoi impianti presenti in Francia, Belgio, Germania e Spagna).
Del resto, nella sua analisi la UBS evidenzia che se da un lato c’è interesse a proteggere la ristrutturazione del sito italiano, dall’altro la Commissione europea deve anche proteggere il mercato europeo dalle importazioni di acciaio provenienti dall’Asia. Inoltre, secondo i calcoli della banca svizzera, un’eventuale acquisizione dell’Ilva potrebbe pesare non poco sul conto di ArcelorMittal. Ed in questo contesto, l’UBS ritiene che i principali beneficiari della ristrutturazione di Taranto, che ricordiamo comporterebbe comunque un ridimensionamento dell’attività produttiva dell’Ilva come abbiamo avuto modo di sottolineare più volte su queste colonne, sarebbero il gruppo tedesco Salzgitter, i filandesi della Rautaruukki, gli svedesi della SSAB e gli austriaci della Voestalpine. Una contrazione dell’offerta infatti, per l’UBS farebbe migliorare i margini operativi di queste tre aziende.
Del resto, parliamo di società che da diverso tempo hanno intrapreso strade ben precise. Ad esempio, il gruppo siderurgico tedesco Salzgitter ha indicato di prevedere un taglio di almeno 1.500 posti di lavoro entro la fine del 2015. Il gruppo ha annunciato il varo di un piano di ristrutturazione denominato ‘Salzgitter Ag 2015’, proprio in risposta alle difficili condizioni del mercato dell’acciaio e della situazione concorrenziale. Salzgitter non ha però ancora specificato nel dettaglio dove saranno soppressi i posti di lavoro, ed ha chiuso il 2013 con un passivo di 400 milioni di euro. Gli svedesi della SSAB sono invece da tempo presenti in Australia e stanno rafforzando la loro presenza in America, dove vogliono ampliare lo stabilimento di Montpelier nello stato dello Iowa. Del resto è proprio grazie ai prezzi più alti e ai maggiori volumi prodotti negli Stati Uniti se il gruppo svedese ha chiuso il primo trimestre 2014 con un attivo di 26 milioni di corone svedesi.
Discorso simile va fatto per gli austriaci della Voestalpine. Che lo scorso 14 maggio hanno inaugurato un nuovo stabilimento a Profilform (Cina), per un investimento pari a 20 milioni di euro. Il gruppo austriaco vanta già 2.200 dipendenti nel paese asiatico, dalle cui attività genera un fatturato annuo di 220 milioni di euro. Nel mese di aprile invece, la Voestalpine ha ufficializzato un investimento di 550 milioni di euro, il più grande nella storia del gruppo austriaco all’estero, per la costruzione di un impianto di riduzione diretta (processo che riguarda la trasformazione del minerale in spugna di ferro) in Texas (USA). L’esercizio sociale 2013/14 (1 aprile 2013 – 31 marzo 2014), nonostante la crisi del settore, ha registrato un fatturato maggiore del 2,6% rispetto: 11,5 miliardi di euro rispetto ai 11,2 miliardi di euro dell’anno precedente.
E’ chiaro dunque che già soltanto un eventuale riduzione dell’attività produttiva dell’Ilva, potrebbe portare ad un cambio di strategia per diversi gruppi europei. Secondo l’analisi dell’UBS, il problema dell’Ilva non sarà risolto prima della fine dell’estate. Un problema che richiede comunque una soluzione rapida, tanto più che l’attuale calo dei prezzi dell’acciaio aggrava la situazione. Secondo gli ultimi dati pubblicati da Worldsteel, il rimbalzo del settore dell’acciaio in Europa ha registrato un -2,7% anno su anno a maggio e del 4,6% per i primi 5 mesi dell’anno corrente, che ha portato ad un significativo aumento delle scorte. Del resto, anche la JP Morgan nella sua analisi sosteneva come la sicura diminuzione della produzione dell’Ilva, andrebbe a ridurre la sovra capacità produttiva dell’acciaio registrata negli ultimi anni in Europa: “Nel nostro visualizzare un consolidamento dell’industria siderurgica europea meridionale (Mittal-Marcegaglia) avrebbe un impatto significativo e benefico per tutto il settore europeo dell’acciaio, sia in termini di prezzi che di riduzione della volatilità del prodotto durante il ciclo di rifornimento-smaltimento”.
Infine, l’analisi della banca svizzera tocca un’altra importante questione. La chiusura dell’Ilva infatti, avrebbe per lo Stato italiano costi significativi. A cominciare, ad esempio, dai piani di formazione che si dovranno porre in essere per consentire ai lavoratori di trovare un nuovo lavoro, in caso di esuberi forzati. La chiusura parziale del sito tarantino, comporterebbe un costo stimato tra i 600 e i 900 milioni di euro (basti solo pensare alla cassa integrazione per migliaia di lavoratori, comprese le ditte dell’indotto e le aziende e gli stabilimenti che dipendono da Taranto a partire da quelli di Cornigliano e Novi Ligure), oltre a 100 milioni soltanto per la formazione. I costi, in caso di chiusura totale del sito, salirebbero ad 1 miliardo di €. Ne vedremo ancora delle belle.
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