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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

07/05/2026

II problema non è Trump

Quando la Germania fu sconfitta nel 1945, il mondo fu esposto alla rivelazione di un orrore fino ad allora sconosciuto all’opinione pubblica. Il regime nazista non solo aveva avvolto l’umanità nella più sanguinosa guerra della sua storia, ma aveva anche dispiegato un esercizio sistematico e tecnificato della crudeltà, apparentemente irrazionale, sugli esseri umani: campi di sterminio, lavoro schiavo, camere a gas, sperimentazione sulle persone, eccessi sadici di vario tipo... 

Il modo in cui l’Occidente metabolizzò quell’orrore e placò la propria coscienza fu raccontando il fascismo storico come un incidente, un rapimento collettivo perpetrato da un gruppo di pazzi al comando di una nazione ipnotizzata. Il fuoco della responsabilità divenne allora “personalistica”: il problema erano stati Hitler, Goebbels, Himmler e altre terribili persone che occuparono l’apparato statale.

Abbondano i prodotti culturali in cui l'enfasi è posta sui i difetti personali, i vari traumi o complessi, e gli affetti particolari che ciascuno dei gerarchi nazisti poteva avere, e che vengono insinuati come “spiegazione” alla presunta sospensione del giudizio che fu il nazismo.

La teoria critica ci rivela che l’Olocausto non fu in alcun modo una “parentesi di irrazionalità” nel cammino della civiltà moderna, ma uno dei risultati possibili dello sviluppo di quella stessa modernità.

Lo scorso marzo è morto Jürgen Habermas, ultimo rappresentante del periodo classico della Scuola di Francoforte. Lo menziono perché furono proprio i maestri di Habermas i primi a opporsi all’interpretazione del fascismo sopra descritta.

La teoria critica ci rivela che l’Olocausto non fu in alcun modo una parentesi di irrazionalità nel cammino della civiltà moderna, ma uno dei risultati possibili dello sviluppo di quella stessa modernità. Non un incidente, ma un risultato del capitalismo industriale e del suo rapporto strumentale, di costo-beneficio, di puro calcolo, con il mondo.

L’ironia sta nel fatto che, poche settimane dopo la morte di Habermas, molti degli stessi media e voci che hanno grandemente lamentato la sua perdita e rivendicato l’importanza del suo pensiero, e di quello della Scuola di Francoforte, coprono e analizzano la guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran da un approccio che farebbe sorridere amaramente quei pensatori tedeschi.

Di nuovo sembra che il problema sia un uomo. Allo stesso modo, durante i momenti più intensi dell’offensiva genocida sionista a Gaza, il focus puntava sulla figura di Netanyahu, come un politico malvagio che stava “eccedendo”, minimizzando così la natura intrinsecamente coloniale e disumanizzante dell’apparato sionista.

Ora l’allarme riguardo a ciò che accade nel Golfo Persico, e le sue attuali e future conseguenze economiche, militari e umanitarie, sembra puntare al fatto che la Casa Bianca sia abitata da una sorta di “lunatico”.

Certamente, Donald Trump può arrivare a comportarsi come un lunatico: il suo post su Truth Social, in cui minaccia l’Iran di essere cancellato dalla mappa o in cui impreca come un adolescente perché i persiani non cessano la loro chiusura dello Stretto di Hormuz, sono un esempio.

Tuttavia, non si può confondere il “personaggio” con la persona, né la persona con la “tendenza”. Indipendentemente dal fatto che sembra proprio che Trump o Netanyahu siano effettivamente individui molto sgradevoli. Tuttavia, sia la psichiatrizzazione che la moralizzazione sono modi per scagionare le loro ideologie e gli interessi politici ed economici concreti che rappresentano.

Così si può arrivare a sentire una certa nostalgia rispetto al Partito Democratico, per esempio, soprattutto dopo che Trump ha lanciato quella che sembrava una minaccia di attacco nucleare martedì 7 aprile. È la nostalgia per la vecchia politica “seria”, “affidabile” e, più o meno, prevedibile.

Trump si comporta come il narcisista competitivo di un reality show. Non c’è dubbio. Ma varrebbe la pena ricordare come la molto “moderata” e “affidabile” amministrazione Biden non ci mettesse più lontani dalla guerra mondiale o dalla conflagrazione nucleare quando accostava la NATO alla Russia, attraverso l’Ucraina.

Nemmeno quell’amministrazione esteticamente più “rispettabile” cessò un minuto il suo sostegno allo sterminio dei palestinesi da parte dello stato sionista. Anzi, è una grande ironia che sia stato proprio Trump a ottenere qualcosa come un “cessate il fuoco” a Gaza.

Come diceva recentemente in un’intervista l’intellettuale comunista cubano Josué Veloz Serrade (1) riferendosi all’aggressività verso Cuba, non possiamo dimenticare che l’imperialismo ha le sue necessità, le sue logiche, i suoi interessi e i suoi compiti. Non è la stessa cosa la discrepanza delle forme dalla discrepanza dei fini.

In ogni caso, Trump e Netanyahu sono il tipo di politici che si occupano di fare il lavoro sporco, con poco – o molto – scherno pubblico, ma con il silenzioso ringraziamento e la garantita impunità da parte delle élite. È facile poi scartare il capro espiatorio e lasciare intatti il sistema e gli interessi che li hanno resi possibili.

La vera tragedia non è che l’imperialismo atlantico abbia o non abbia bisogno di un Trump, ma che il mondo non disponga né degli strumenti né della determinazione per fermarlo. Quello che vediamo emergere non è il dominio di un narcisista fuori posto e con troppo potere, ma un imperialismo che non sente più il bisogno di curare le forme per esercitare il suo dominio, qualcosa di ancora più preoccupante.

Trump può passare, e passerà, ma quando lo farà, il limite dell’ammissibile sarà stato spostato un po’ più verso la barbarie, verso il comportamento canaglia delle nazioni. Lo abbiamo già vissuto a Gaza: una prova di tre anni di desensibilizzazione riguardo alla sofferenza umana che è consistita in un genocidio trasmesso in streaming.

Così il capitale va spianando sempre più rapidamente la sua strada. In un mondo anemico di alternative e di rivoluzioni da più di tre decenni, le élite capitaliste occidentali possono arrivare a credere – e sembra che stia accadendo – di non aver più bisogno di curare le forme per sostenere il proprio dominio. In particolare oggi, in cui, oltre a non doversi più preoccupare della minaccia sovietica, hanno un accesso senza precedenti e asimmetrico alle tecnologie di sorveglianza, controllo sociale, manipolazione e morte. 

Da qui la grande importanza della battaglia che combattono gli iraniani, il cui sistema politico può non piacere, ma il cui tentativo di fermare quelli che erano già convinti della propria assoluta impunità e invincibilità, non può essere sminuito nemmeno per un secondo.

L’Iran sta lottando per il futuro del mondo. Sta cercando di ristabilire un limite, proprio quando quel limite sembra essere scomparso.

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