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06/05/2026

Israele espande l’occupazione a Gaza, nel silenzio dei paesi “democratici”

Israele sta riscrivendo la geografia della zona orientale della Striscia di Gaza, dove un tempo c’erano i campi coltivati dei palestinesi e oggi regna il grigio delle macerie e dell’occupazione sionista. Che continua a espandersi, parola delle stesse IDF, ben oltre i limiti della linea gialla tracciata col cessate il fuoco dello scorso ottobre, nel silenzio dei governi “democratici” (si fa per dire...) occidentali.

È il rumore incessante delle ruspe a scandire il ritmo di una metamorfosi che preannuncia una nuova ondata di colonizzazione. Secondo i dati diffusi da Galei Zahal, la radio ufficiale delle forze armate israeliane, l’area sotto il controllo diretto di Tel Aviv è passata dal 53% della Striscia, nello scorso autunno, all’odierno 59%.

Ogni giorno, i blocchi gialli di cemento che delimitano la “linea gialla”, l’area sotto occupazione, vengono spostati un po’ verso ovest, e questo confine che doveva essere temporaneo viene trasformato in una demarcazione permanente. Il quotidiano Haaretz riferisce della costruzione di 32 postazioni militari e di una barriera di terra lunga 17 chilometri.

Intanto, la zona occupata viene liberata dalle macerie e livellata. Come vengono rasi al suo i villaggi libanesi, impedendo il ritorno dei legittimi abitanti e portando avanti, dunque, una vera e propria pulizia etnica (mentre le armi sioniste continuano a sparare, nonostante il cessate il fuoco), la stessa operazione continua anche a Gaza.

Alcuni analisti parlano di un’espansione dell’occupazione per usare la terra come moneta di scambio in una nuova fase di negoziazioni con Hamas. Ma basta ascoltare le parole dei ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir per capire quale sia il vero obiettivo: i due esponenti dell’estrema destra sionista spingono per un controllo diretto e per la promozione di nuovi progetti di colonizzazione.

Per di più, il primo ministro Benjamin Netanyahu vuole sfruttare il mantenimento di una costante iniziativa militare per compattare l’elettorato in vista delle prossime elezioni e per avere sempre a portata di mano una qualche motivazione per bloccare i processi a suo carico, alimentando inoltre la percezione di una minaccia perenne.

Questa ennesima fase del genocidio dei palestinesi si consuma nel silenzio dei vertici occidentali, che continuano a farsi paladini di diritti umani e pace, mentre sostengono, finanziano e guadagnano dai crimini israeliani. Mentre nell’area di Gaza rimasta sotto il controllo dei palestinesi le condizioni continuano a essere critiche.

Sempre Haaretz riporta che ci sarebbero ancora 8 mila palestinesi sotto le macerie, mentre secondo un funzionario rimasto anonimo del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), sarebbe meno dell’1% la percentuale dei detriti rimosso dalla Striscia: con questa velocità ci vorranno almeno sette anni per completare le operazioni, rendendo Gaza di fatto inabitabile per i gazawi.

La mancata denuncia di questa situazione, programmata dalle autorità israeliane con la compiacenza di quelle statunitensi, significa farsi complici di altre forme attraverso cui la pulizia etnica viene portata avanti.

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