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venerdì 31 maggio 2019

Greenhouse effect


L’area grigia dell’elettorato Lega-PD

La compagna Valentina Rossi, che fa parte dei quattro consiglieri di minoranza di Potere al Popolo nel comune di Santa Sofia (Cesena-Forlì), mi ha fatto conoscere dei dati sul suo comune che invitano a riflettere.

Alle europee la Lega è diventato il primo partito con quasi il 40% e 900 voti, ben dietro è rimasto il PD con 775 voti.

Elezioni europee 2019 – Partiti più votati (1)

Invece alle comunali, dove erano in competizione solo il sindaco uscente del PD e la lista di PaP, il sindaco PD ha ottenuto oltre 1900 voti, il 91% e PaP ha realizzato più dell’8%.

Questo vuol dire che nello stesso giorno gli elettori della Lega e di Forza Italia hanno votato per il proprio partito a livello nazionale e per il PD a livello locale. E l’elettorato Cinquestelle residuo, almeno in parte, ha votato PaP.

Naturalmente parliamo di un piccolo comune, dove tutti si conoscono e dove il sindaco ha sempre un consenso personale. Tuttavia non credo che questo sia un caso unico. Ho l’impressione che in molte amministrazioni comunali il PD abbia potuto raccogliere il voto di chi alle europee ha fatto vincere Salvini. Credo che le ragioni di fondo siano due.

Elezioni europee – Partiti (2)

La prima è che le amministrazioni comunali del PD, oggi, sono caratterizzate da un modo di governare totalmente affine a quello della Lega. Grandi opere, privatizzazioni e appalti, tagli ai servizi, favori alle imprese, uso speculativo e scriteriato del suolo pubblico, deriva securitaria verso migranti e poveri, sono scelte condivise da sindaci Lega e sindaci PD, in tanti comuni. Per cui chi si oppone ad essi si trova spesso di fronte lo stesso blocco di interessi e anche gli stessi discorsi.

In secondo luogo c’è qualcosa di più profondo, che riguarda proprio la spoliticizzazione e la distruzione dei valori della sinistra operata dal PD proprio fra il suo elettorato. Un elettorato a cui si è imposta l’egemonia del liberismo, la sottomissione al mercato e al profitto, la paura di perdere il poco che si ha per colpa di migranti e delinquenti; un elettorato che quindi non fa fatica a passare a Salvini se questi promette ordine e lavoro, così come può tranquillamente votare per il sindaco PD che prometta le stesse cose.

C’è un’area grigia di elettorato che il PD e la Lega hanno oggi sostanzialmente in comune.

Elezioni comunali 2019

Oggi in Italia ci sono due partiti che si appellano al voto utile contro Salvini.

I Cinquestelle, che si presentano come argine alla Lega, quando invece ne hanno alimentato i successi e l’elettorato.

Il PD, che in realtà usufruisce di una fascia di elettorato che può stare sia con Salvini sia con Zingaretti, ove non abbiano candidati contrapposti.

Credo sia un dato su cui riflettere, soprattutto per chi voglia costruire una vera alternativa a Salvini e non sia interessato a copie concorrenziali, che si distinguano dalla Lega il 25 aprile e poi facciano la stessa politica per tutti gli altri giorni dell’anno.

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M5S. La conferma di Di Maio zittisce, per ora, il dissenso interno

Con il voto sulla piattaforma Rosseau, Luigi Di Maio è stato confermato capo politico del Movimento 5 stelle con l’80% dei consensi. Il risultato è stato di 44.849 sì e 11.278 no su 56.127 votanti. “La riconferma del mio ruolo di capo politico è solo il primo passo per avviare una profonda organizzazione del Movimento 5 Stelle, per renderlo più vicino ai cittadini, ai territori, per rimarcare la nostra identità e per permettere a questo Governo di realizzare quella idea di Paese che abbiamo costruito negli ultimi 10 anni con esperti, portavoce ed attivisti” ha affermato Di Maio, in un post su Facebook dopo la sua conferma a capo politico del M5s. “Nelle prossime ore incontrerò i consiglieri regionali, lunedì i nostri sindaci e sabato prossimo una rappresentanza dei nostri consiglieri comunali di tutta Italia. Anche con loro parleremo di come rendere il Movimento più utile alle esigenze dei cittadini, delle imprese, delle associazioni, delle famiglie e in generale alle esigenze che vengono dal territorio”.

Annunciata anche una riorganizzazione della struttura del M5S. “Tra qualche settimana – dice Di Maio – conoscerete la nuova struttura organizzativa che per me deve prevedere compiti ben precisi in capo a persone individuate dal Movimento, penso a deleghe sull’economia, i territori, le liste civiche, le imprese, il lavoro, l’ambiente, la sanità, la tanto discussa comunicazione, tutte questioni che sono sempre state in capo a me, vista l’assenza di una struttura interna”.

Ma il referendum su Di Maio – al momento vinto da quest’ultimo, sostenuto da tutti i “padri” del movimento (Grillo Casaleggio) – se è servito a tacitare il crescente dissenso interno, non appare sufficiente a recuperarlo, sia a livello centrale sia locale. Un esponente storico del M5S, l’attuale Presidente della Camera Roberto Fico, ha spiegato così la sua contrarietà al referendum su Di Maio: “Ho subito detto di non essere d’accordo con il lancio della votazione di oggi su Rousseau. E per questo non parteciperò al voto. Sono sempre stato contrario alla politica che si identifica in una sola persona. Se il focus resta sulla fiducia da accordare o meno a una figura, e non sui tanti cambiamenti che invece, insieme, occorre porre in essere, non ci potrà essere alcuna evoluzione. Significa non cambiare niente”. In un altro passaggio Fico mette i piedi nel piatto sulle prospettive del M5S: “Dobbiamo decidere cosa essere. Attualmente abbiamo un vertice che però non è adeguatamente sostenuto da percorsi di confronto e ragionamento e che alle spalle non ha tutto un meccanismo di pesi e contrappesi. Occorre allora domandarsi se diventare, anche nelle forme standard, un partito a tutti gli effetti, con le dinamiche e i limiti che abbiamo sempre ritenuto di dover superare; oppure restare ancorati a una bellissima idea di movimento. Ma questo presuppone capire insieme come continuare a sviluppare questa idea oggi, in un contesto generale per forza di cose più ampio e complesso. Questo percorso da trovare insieme non è più rinviabile”.

Sulla rete però i malumori della base cinquestelle non sembrano affatto rientrati. Un attivista storico del M5S a Roma aveva definito le votazioni “le buffonarie”. Un altro attivista M5S napoletano scrive che: “Il problema, a mio avviso, non è il risultato elettorale. La questione essenziale e che si pagherà l’aver abbandonato i territori, aver rinunciato ad essere megafono delle istanze degli attivisti che nei quartieri e nei paesi conoscono e combattono i problemi quotidiani. Sono arrivate le decisioni calate dall’alto, i nomi imposti presi dalla società civile, i capilista scelti dal capo politico, gli esclusi senza motivo, le certificazioni date e non date, le cordate, i doppi incarichi, sono arrivati i Pomiglianesi e amici a Roma”.

Per ora il M5S e la sua attuale leadership hanno messo una toppa sul crescente dissenso interno. Che la toppa si riveli peggiore del buco lo vedremo presto, soprattutto sul come verrà affrontata e gestita l’escalation di Salvini dentro il governo ora che sta passando all’incasso del risultato elettorale.

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L’urlo di dolore dagli Usa: “La Cina ci sta battendo!”


Sapere come va il mondo è cosa complicata; capirlo, molto di più. Oltre ai nostri limiti di conoscenza, infatti, c’è anche il peso – enorme – dell’informazione-spazzatura diffusa a piene mani dai media mainstream. Una macchina produttiva che, nel caso dei “nemici dell’Occidente”, è ben oltre il limite della pura propaganda di guerra. Un esempio ormai classico sono le notizie sulla “crudeltà” di Kim Jong Un, leader nordcoreano accusato di cannoneggiare o far sbranare dai cani i propri collaboratori meno efficienti (in queste ore viaggia un aggiornamento che riguarderebbe i “negoziatori con Trump”), salvo poi rimangiarsi tutto a mesi di distanza e senza altrettanto spazio mediatico.

Il risultato è – per tutti – una conoscenza scarsa, monca, intossicata. Inutile.

Se questo risultato deprimente riguardasse solo il “popolino”, si potrebbe dire che il potere ha ottenuto ciò che voleva. Se però questa intossicazione informativa infetta anche i vertici aziendali e politici dell’Occidente allora il problema è serio. Anzi, sistemico.

Di fatto, è quanto rileviamo da questo articolo di David Goldman, pubblicato addirittura su una testata leader dell’anticomunismo come Il Foglio. L’argomento è il progresso tecnologico cinese, in specifico di Huawei, talmente rapido, economico, efficace da spiazzare completamente la concorrenza Usa ed europea.

Il che smentisce il più trito dei luoghi comuni, ripetuti da presunti “esperti” in ogni talk show, secondo cui “i cinesi non inventano nulla, copiano soltanto”. La dimostrazione sta nella tecnologia 5G, sviluppata da Huawei, che può essere utilizzata in un numero sconfinato di applicazioni civili (smartphone, tablet, pc, domotica, ecc), militari e anche di spionaggio (la preoccupazione Usa è chiaramente quella di non avere più il monopolio o la supremazia su questo fronte).

Una tecnologia che non ha più neanche bisogno di sterminate reti infrastrutturali (fibra ottica, rame, ecc) perché può viaggiare con le normali onde radio, e quindi è facilmente utilizzabile in quei paesi grandi o arretrati che non potrebbero mai investire cifre colossali per costruirle.

Il “vantaggio competitivo” cinese, però, ha una spiegazione che il preoccupatissimo Goldman coglie solo in parte, quasi di sfuggita: la Cina programma il proprio sviluppo, al contrario dei “normali” paesi capitalisti occidentali, che dipendono in toto dalle scelte individuali delle aziende private (tranne che nel settore militare e dello spionaggio, classico o social), libere di investire o delocalizzare, di produrre merci strategicamente inutili oppure no.

Tant’è vero che questa capacità di programmazione strategica va a vantaggio non solo dei colossi industriali cinesi, ma di tutta l’immensa catena produttiva di quel paese (lavoratori compresi, vista la crescita salariale inimmaginabile di cui stanno beneficiando da decenni; ma questo Goldman non lo vede...).

Non è una curiosità tra le altre. E’ un’indicazione sul futuro. I sistemi basati sulla totale libertà di impresa non hanno futuro. Quelli basati sull’intreccio – strategicamente voluto e costruito nei decenni – sì.

Non si tratta di un auspicio, tanto meno di una “linea politica” da consigliare agli amici, ma di un processo materiale in atto.

Forse vederlo, e magari farsi due domande, sarebbe utile. Anche “a sinistra”...

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La Cina sta vincendo la guerra tecnologica. E’ ora che l’occidente si svegli

“David Goldman – Il Foglio

“Il tour del campus Huawei durò tre ore”, ha scritto su Tablet Magazine David Goldman, intellettuale americano autore di “How Civilizations Die (and Why Islam Is Dying, Too)”, in una lunga disamina dell’offensiva tecnologica cinese nei paesi in via di sviluppo.

E’ probabilmente il più grande museo tecnologico al mondo, più grande dell’Henry Ford Museum di Dearborn, in Michigan, o del Franklin Institute di Philadelphia, con la differenza che vi sono esposte soltanto cose nuove. Una delle installazioni consiste in una mappa quattro per cinque della città di Guangdong, con decine di migliaia di piccole spie luminose. ‘Ogni luce corrisponde a uno smartphone’ ci disse la guida. ‘Siamo in grado di tracciare la posizione di ogni telefono e correlarla con acquisti online e post sui social media’. E cosa ci fate, con tutte quelle informazioni?, chiesi. ‘Beh, se per esempio voleste aprire un ristorante di Kentucky Fried Chicken, questa mappa vi aiuterebbe a trovare la posizione migliore’ mi disse la guida. Sì, certo, pensai.

Il Dipartimento di sicurezza dello stato sa esattamente dove si trova chiunque, con chi e in qualunque momento. Se i telefoni di due cinesi che pubblicano sui social media qualcosa di critico verso il governo si trovano in prossimità l’uno dell’altro, i computer della sicurezza di stato sveleranno una cospirazione.

Questo fatto era antecedente all’installazione, nelle maggiori città cinesi, di videocamere di sicurezza con dispositivi di riconoscimento facciale, supportati da processori Huawei, a cento metri di distanza gli uni dagli altri. Ora la Cina, per mezzo di Huawei, sta promettendo ai paesi in via di sviluppo di renderli ricchi, tramite i benefici economici offerti dalle nuove tecnologie: la promessa è quella di far loro attraversare la stessa trasformazione vissuta dalla Cina.

Nel 1987, il pil pro capite cinese era di 251 dollari, secondo la Banca mondiale. Nel 2017, era cresciuto a 8.894 dollari, ossia si era moltiplicato trentacinque volte. Niente di simile si è mai verificato in tutta la storia economica, men che meno nel paese più popoloso del mondo.

E non sono stati soltanto i redditi individuali, a essere cresciuti. I treni superveloci cinesi, le super autostrade, i grattacieli, i trasporti di massa urbani e i porti sono mastodontici monumenti alla nuova ricchezza del paese. In confronto, gli aeroporti, le ferrovie e le strade americane sembrano dei relitti del Terzo mondo.

La modernizzazione cinese, però, non è un’enclave della modernità borghese, come in India, bensì un movimento che si estende fin nei capillari della società. Gli imprenditori nei villaggi cinesi si connettono al mercato mondiale tramite i loro cellulari, vendono i loro prodotti e ne acquistano altri su Alibaba, e ottengono finanziamenti dalle piattaforme di microcredito.

I flussi di informazione e di capitali scendono fino alle radici dell’economia e i prodotti rifluiscono sui mercati del mondo. La Cina ora si propone di esportare il suo modello al sud-est asiatico, all’Asia centrale, all’America latina e a parti del Medio Oriente e dell’Africa.

Ciò richiede un patto faustiano: le stesse tecnologie che hanno tirato fuori dalla povertà assoluta miliardi di est asiatici, nonché trasformato l’eterno rischio di far la fame in prosperità e sicurezza economica, possono dare ai regimi dittatoriali strumenti di controllo sociale fino ad ora inimmaginabili.

La buona notizia è che le prospettiva di un salto in avanti nella produttività del mondo sono buone. La cattiva notizia è che, in questa rivoluzione, la Cina sta agendo aggressivamente per posizionarsi come il fornitore dominante di infrastrutture, tecnologie e investimenti.

Al contrario, gli Stati Uniti stanno transitando verso una posizione simile a quella del Brasile, con vantaggi competitivi nei beni agricoli ed energetici, di contro a considerevoli debolezze nella manifattura tecnologica e nelle esportazioni.

La tecnologia 5G, fonte di aspre contese tra Stati Uniti e Cina, è un fattore cruciale. Per il settore militare, è ciò che rende possibile il controllo di enormi quantità di armamenti automatici, come i droni, in grado di surclassare le difese antimissilistiche. Per l’industria, è ciò che consente ai robot e ai dispositivi di controllo di scambiarsi enormi quantità di informazioni a velocità 2.000 volte più elevate di quanto concesso dal 4G Lte. Rende anche il costo di estendere la rete alle case private molto più basso, trasmettendo via onde aeree più dati di quanto non sia possibile fare con la fibra ottica.

I paesi in via di sviluppo saranno in grado di adottare direttamente il 5G a costo molto inferiore, e in tutto questo Huawei è il fornitore più economico e pure il più tecnologicamente avanzato. Spende 20 miliardi di dollari l’anno nel settore ricerca e sviluppo: circa il doppio di quanto spendano i suoi maggiori concorrenti messi insieme, Ericsson in Svezia e Nokia in Finlandia.

Le agenzie d’intelligence americane si preoccupano che la Cina usi la sua dominanza delle reti 5G per rubare informazioni. Ciò è probabilmente vero, anche se, per la posizione dell’America nel mondo, è molto più pericoloso il fatto che i paesi più produttivi del sud globale saranno infrastrutturalmente legati all’economia cinese.

Il guaio è che non riusciamo ad ammettere a noi stessi che la Cina ci sta battendo. Per anni ci siamo raccontati che i cinesi non inventano nulla, ma semplicemente rubano le tecnologie degli altri, e che un sistema economico statalizzato non può competere con le nostre economie di mercato. Ci dimentichiamo che la Russia, durante la Guerra fredda, ci ha fatto sudare parecchio.

Alla fine degli anni Settanta tutte le persone più intelligenti che ci fossero, da Henry Kissinger a Helmut Schmidt, pensavano che la Russia avrebbe vinto la Guerra fredda, e ci volle l’improbabile elezione di un attore di cinema di serie B a presidente degli Stati Uniti per dimostrare che avevano torto. Per giunta, se da un lato la leadership russa era un’accozzaglia di ubriaconi, la classe dirigente cinese viene selezionata dal 10 per cento di chi ottiene i punteggi più alti negli esami di ammissione all’università.

Il Partito comunista cinese ha molti problemi, ma la presenza di persone stupide nei suoi ranghi non è uno di questi. L’occidente da sempre sottostima gli asiatici. E’ ora di finirla.

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Russia: i soliti miliardari serviti dal potere

Negli ultimi 4-5 anni, il numero ufficiale di disoccupati in Russia sembra subire poche variazioni, aggirandosi attorno al milione di persone, vale a dire, secondo le stime governative, circa l’1% della “popolazione economicamente attiva”, cui vanno aggiunti coloro che, per decisione delle direzioni aziendali, sono momentaneamente inattivi, oppure occupati parzialmente, oppure “messi in ferie”.

All’apparenza, è questa una situazione non particolarmente drammatica – se non per i diretti interessati – rispetto a quanto divulgato nelle ultime ore dal Rosstat (Servizio federale per le statistiche), secondo cui una buona metà della popolazione russa, con gli attuali livelli di reddito, sarebbe in grado di permettersi appena il “lusso” di mangiare e vestirsi, dovendo rinunciare a qualsiasi bene durevole, come frigorifero, lavatrice o altri oggetti di uso domestico. La percentuale esatta di persone che si trovano in simile situazione sarebbe del 48%, che sale al 57% per i pensionati e al 59% per le giovani famiglie. Secondo l’agenzia Romir, il 24% della popolazione starebbe facendo economie anche sul cibo.

Ancora il Rosstat rileva che il 15% delle famiglie lamenta un reddito sufficiente solo a nutrirsi, mentre acquisto di vestiario o pagamento di bollette costituisce già un grosso problema. Già un anno fa, la stessa Romir riportava come da tempo continuasse a diminuire il potere d’acquisto della popolazione e, a fronte della riduzione complessiva di spesa, crescesse la quota destinata agli alimenti. Il costante aumento di prezzi e tariffe, osservava allora ROTFront, “costringe a spendere somme sempre maggiori per le necessità di base e, dall’altro, a tagliare tutte le altre spese; così che il valore assoluto delle spese diminuisce, mentre cresce la quota per le merci di prima necessità: tale tendenza è un sicuro sintomo del costante impoverimento della popolazione”.

Secondo Kommersant (il Sole 24 ore russo), tra il 2014 e il 2018 è scesa dal 60% al 47% la percentuale di russi che si considerano appartenenti alla “classe media”; in base all’indagine condotta da “Sberbank CIB”, nella sola Mosca sarebbe cresciuta dal 27% al 39% la percentuale di quanti si considerano “classe inferiore”. Rosstat documenta come oltre un terzo delle famiglie russe non possa permettersi di avere paia di scarpe diverse in base alla stagione.

E ciò che appare più cinico in questa situazione, osserva ora ROTFront, è il fatto che dal governo si rifiuti l’introduzione di una tassazione progressiva, o di una qualunque tassa sui beni di lusso, mentre le maggiori compagnie private non pagano tasse al bilancio federale, quale “risarcimento” per le sanzioni occidentali.

Non a caso, anche un portale quale Svobodnaja Pressa, non certo imputabile di “simpatie estremiste”, titolava nei giorni scorsi che “gli oligarchi al potere si tengono stretti coi denti il sistema di tassazione per loro più vantaggioso e non vogliono nemmeno sentir parlare di tassazione progressiva”. Si parla soltanto di possibile esenzione dall’imposta sul reddito per coloro che guadagnano meno di 13.000 rubli (meno di 200 dollari al cambio attuale) e il governo, chiosa il portale “non si vergogna nemmeno di ammettere che si tratti di uno stipendio molto diffuso”. Secondo l’attuale Codice del lavoro, il padrone non può imporre trattenute su salari inferiori al minimo di sussistenza, calcolato oggi a 11.300 rubli; ciononostante, detratta l’IRPEF, da quell’importo rimangono appena 9.800 rubli, cioè meno di quel minimo.

E se il partito presidenziale “Russia Unita”, dicendosi preoccupato per il girovita di molti anziani, consiglia loro di “fare un po’ di fame” e aumentare l’attività fisica per migliorare la salute, dall’opposizione gli si fa notare che il ventre prominente di molte persone in età da pensione, o già pensionate, dipende non dal troppo cibo, ma dalla cattiva qualità dei prodotti che sono costrette ad acquistare, non potendosi permettere quelli di prima scelta. E il numero di tali anziani è destinato a crescere, con la comparsa di un enorme numero di disoccupati e pre-pensionati non più necessari sul mercato del lavoro.

E, appunto, la situazione è ulteriormente aggravata dall’innalzamento dell’età pensionistica (da 60 a 65 anni per gli uomini e da 55 a 60 per le donne; inizialmente si parlava di 62 anni per le donne) che, secondo gli analisti del RANKh-GS (Accademia Presidenziale di Economia e Pubblica Amministrazione) inciderà ancor più sui livelli di povertà. Solo una previsione di crescita economica intorno al 3% verso il 2024, associata a un aumento dei salari del 35% e delle pensioni del 25% (ma il grosso degli economisti non condivide tale ottimismo), potrebbe ridurre il livello di povertà dall’attuale 13% a un 11,9% intorno al 2028.

Proprio la questione dell’innalzamento dell’età pensionistica è quella che, da un anno a questa parte, ha segnato il divario tra società e potere. Le più recenti indagini demoscopiche dell’ufficiale VTsIOM fotografano come il livello di fiducia nei confronti di Vladimir Putin abbia oggi raggiunto il livello più basso dal 2006 (31,7%); e anche l’azione del Presidente come figura istituzionale è oggi approvata dal 65,8% degli intervistati (ma, secondo il politologo Viktor Alksnis, le cifre reali sono anche inferiori), contro l’80-85% di un anno fa. Lo spartiacque era stato, nell’agosto 2018, il suo annuncio della definitiva decisione sulla riforma pensionistica, dopo che per alcuni anni aveva assicurato che, con lui Presidente, non ci sarebbe stato alcun cambiamento. Relativamente al livello di fiducia, il secondo posto va al Ministro della difesa Sergej Šojgù (14,8%), seguito dal Ministro degli esteri Sergej Lavròv (13%) e un 7% “di consolazione” va al Primo ministro Dmitrij Medvedev.

Va ancor peggio in alcune regioni: secondo i sondaggi, solo il 36% sarebbe oggi disposto a votare per Putin nella regione di Magadan e il 48% in Russia complessivamente. Alle presidenziali di un anno fa, osserva ancora Svobodnaja Pressa, molti russi avevano votato per Putin in base al principio del “che non venga di peggio!”: pur non approvando la politica del Governo, si sperava che almeno il Presidente potesse invertire la tendenza dei “ministri liberali” e, agli occhi della maggioranza, Putin appariva come “un autentico patriota e uno statista che difendeva gli interessi della Russia, almeno sul piano internazionale”. Oggi, anche nella sfera mondiale, non ci sarebbe più quel consenso registrato, ad esempio, nel 2014, all’epoca della Crimea.

Un quadro dunque a dir poco plumbeo per la società russa. Ovviamente, non per tutti, come d’obbligo per un sistema che in alcuni ambienti è oggi d’uso definire di “passaggio a un nuovo socialismo”. Secondo le solite classifiche di Forbes, il più ricco miliardario russo, Leonid Mikhelson, presidente del consiglio d’amministrazione di “Novatek” (gas, petrolio, chimica), sarebbe in grado di permettersi qualcosina in più di un pranzo o un paio di scarpe, essendo accreditato di un patrimonio ufficiale per il 2019 di 24 miliardi di dollari. E i primi dieci miliardari russi – i vari Lisin, Alekperov, Timčenko, Fridman, Usmanov, Abramovič, ecc. – con interessi principalmente nei settori energetici, metallurgici, finanziari, vanterebbero un patrimonio complessivo di circa 190 miliardi di dollari.

E’ per loro che il Governo russo è “aggrappato coi denti” all’attuale sistema di tassazione, dato che, come ricordava già tempo fa il direttore del Centro-studi sulla società post-industriale, Vladislav Inozemtsev, la flat tax, così di moda anche fuori della Russia (!) “è stata la più importante trovata di Putin sin dal suo primo mandato e nessuno la eliminerà finché Putin vive”.

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Potere al Popolo - Che cosa ci consegnano i risultati elettorali?

Quale situazione e quali responsabilità ci consegnano i risultati elettorali?

Potere al Popolo, come noto, non era presente nelle elezioni europee. E’ stato in campo, dove possibile, in alcune elezioni locali con risultati interessanti. Nelle prossime settimane, il coordinamento nazionale del 1 giugno e l’assemblea nazionale del 23 giugno discuteranno la situazione con realismo ma senza i tristissimi riti post elettorali a cui ci avevano abituato e che intendiamo risparmiarci.

Salvini ha riportato a casa una parte dei voti che il blocco di destra aveva cominciato a perdere dal 2008. C’è stato un travaso di consensi interno alla compagine reazionaria e conservatrice della società. A pagarne il prezzo è stato soprattutto il M5S che aveva incamerato una parte di consensi di quel blocco.

Il Pd ha recuperato i disastri ereditati da Renzi ed è soddisfatto di aver portato a casa la pelle il tutto con un gigantesco astensionismo, con il quale sempre più spesso le classi più povere e sfruttate esprimono la loro sfiducia nella rappresentanza politica. Quasi la metà degli elettori e delle elettrici non è andata a votare, il 60% nel Mezzogiorno.

Ma l’assalto annunciato dalla destra all’apparato della governance europea è sostanzialmente fallito. Al contrario il Partito Trasversale del Pil (liberale, socialista, conservatore) si è imposto come egemone in Europa. Nel nuovo Parlamento europeo la maggioranza europeista è ben salda e gli apparati dell’Unione Europea nei prossimi mesi non faranno alcuno sconto ad un paese che ha la Lega come primo partito. Inoltre è evidente come l’elettorato leghista nelle regioni ricche del nord, per caratteristiche sociali e interessi materiali, non gradirà affatto fughe in avanti che possano mettere a ulteriore rischio le incertezze economiche del paese. Già il 5 giugno è attesa la lettera della Commissione europea per la procedura di infrazione all’Italia per debito eccessivo mentre sull’autunno incombe la manovra finanziaria “lacrime e sangue” su cui strutturare la Legge di Stabilità. Questo è un serio problema per Salvini e la Lega ma lo è anche per il M5S uscito tramortito dalle elezioni europee.

Le uniche manovre consentite saranno quelle a “costo zero” (sull’immigrazione come sulla giustizia penale) e quelle di carattere repressivo contro i movimenti e i conflitti che si oppongono alle crescenti e insopportabili disuguaglianze sociali, al patto neocorporativo tra Confindustria e CgilCislUil, al razzismo e ai raid fascisti.

Questo conferma e rafforza la necessità di un'opposizione ai vincoli e ai Trattati UE dal lato della democrazia, dei diritti sociali e del lavoro, opposizione che le istituzioni europee hanno cercato di annullare confinandola in forze reazionarie e fascistoidi definite strumentalmente sovraniste.

E qui veniamo alla situazione della “sinistra”. Il fallimento dell’ultima operazione elettorale, che ha scelto consapevolmente questa modalità e questo marchio di rappresentanza, consegna una sentenza definitiva sulla inutilità e l’esaurimento di questa rendita di posizione.

Potere al Popolo è nato proprio per indicare una necessaria rottura con questa esperienza e una ipotesi alternativa di ricostruzione e ricomposizione di un movimento politico/sociale diverso. Ha scelto la strada della sperimentazione nella realtà sociale e non quella della coazione a ripetere, ha rimesso in campo il terreno della rottura come presupposto del cambiamento, del radicamento piuttosto che dell’elettoralismo come strumento dell’accumulazione delle forze.

In un contesto sociale disgregato, mutevole, incattivito occorre misurarsi con un approccio completamente diverso, con un modello di inchiesta, sperimentazione e verifica continuo sulle proprie ipotesi di lavoro. Occorre fare, come abbiamo scelto consapevolmente di fare, “tutto al contrario”. I fatti ci dicono che è stato un approccio quantomeno lungimirante.

Il 23 giugno ne discuteremo nella nostra Assemblea Nazionale.

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Sui risultati delle elezioni amministrative. PaP dove c’è elegge!

Già le precedenti amministrative 2018 ci confermavano che, dopo il risultato iniziale del 4 marzo 2018, sui territori eravamo in crescita. Negli undici comuni in cui ci eravamo presentati avevamo raddoppiato i voti delle politiche, ottenendo risultati incoraggianti. A questa tornata riusciamo persino ad andare oltre, partecipando in 14 comuni ed eleggendo dei consiglieri!

Una cosa importantissima per noi che ci proponiamo innanzitutto di costruire comunità, radicare sui territori un modo diverso di fare politica, praticare il controllo popolare, usare le istituzioni di prossimità per far partecipare i cittadini e migliorarne la qualità della vita anche nelle piccole cose. Perché, insieme alle Case del Popolo, al mutualismo e alle lotte per il lavoro e l’ambiente, questo è un altro tassello del potere popolare che dobbiamo subito sviluppare!

Aspettiamo ancora gli ultimi risultati, ma eleggiamo un consigliere comunale a San Giorgio Bigarello (Mantova), dove prendiamo il 7,43%; quattro consiglieri a Santa Sofia (Cesena), dove prendiamo l’8,17%, un consigliere a Castelnuovo Berardenga (Siena), dove prendiamo il 7,05%, una consigliera ad Appignano, dove prendiamo il 14,14%.

A Firenze sfioriamo il 2% (3384 preferenze) ed eleggiamo con il 12% un consigliere di quartiere; a Livorno, dove facciamo il 5% (4030 preferenze), forse una consigliera comunale (questo dipenderà dall’esito del ballottaggio).

Insomma, circa 8 consiglieri comunali e uno di municipalità, che si vanno ad aggiungere ad altri che, eletti in questi anni con liste civiche, aderiscono oggi a Potere al Popolo: un primo drappello di “amministratori popolari” che a breve aprirà su questo tema spazi di confronto a livello nazionale.

Inoltre in molti comuni abbiamo appoggiato liste civiche che hanno fatto bei risultati, in totale controtendenza con la sinistra alle europee, eleggendo altri consiglieri “amici”: come a Firenze, dove si è fatto il 7% e dove oltre alla candidata sindaca Antonella Bundu è stato eletto un consigliere di Firenze Città Aperta, a Livorno dove si è totalizzato il 15% e oltre al candidato sindaco Marco Bruciati è stato eletto un consigliere di Buongiorno Livorno, a Ciampino dove è entrato in consiglio il candidato sindaco Dario Rose (coalizione: 6,41%), a San Miniato dove la lista “Cambiamenti” ha eletto con il 17,26%.

Siamo cresciuti anche a Formigine (Sassuolo), dallo 0,93% delle politiche al 2,11, a Bagno a Ripoli (Firenze), dal 2,53% al 3,3%, a Figline e Incisa Val D’arno (Firenze), dall’1,62% al 2,26%, a Ciampino (Roma), dall’1,97% al 4,07%. Più difficile la situazione a Monterotondo (0,87), Tivoli (0,65) ed Aversa (1,1). Ma, al di là del risultato elettorale, la cosa più importante è che dove abbiamo presentato delle liste si sono aggregate persone, molti giovani, e tanti ci hanno conosciuto per la prima volta.

Certo, è un piccolo test, parliamo ancora di pochissimi comuni e di percentuali insufficienti per determinare il cambiamento che vogliamo. Ma non possiamo non essere contenti.

Innanzitutto perché siamo la forza politica più giovane d’Italia, sia per nascita sia per anagrafe, e quindi non abbiamo rapporti consolidati sui territori, molti ancora non ci conoscono etc. Soprattutto perché per assemblee e nodi locali ancora piccoli come i nostri è difficile, senza fondi e senza coperture mediatiche, affrontare due campagne elettorali nel giro di un anno.

In secondo luogo perché, dopo il voto del 4 marzo 2018 e dopo la mancata presentazione alle europee, in tanti ci davano per morti, e invece continuiamo ad aprire Case del Popolo, diamo continuità al simbolo, entriamo nelle istituzioni. Potere al Popolo non è mai stato un cartello elettorale e lo sta dimostrando.

In terzo luogo perché è difficile votare un partito piccolo, in tempi in cui la competizione politica si è ormai ridotta a tre soggetti ed è stata interiorizzata la logica del “voto utile”. Invece molte persone hanno deciso di votarci sia per i valori che per il lavoro materiale che portiamo avanti, perché sapevano che, eletti o non eletti, li avremmo rappresentati.

Infine, questi risultati sono un bel segnale rispetto a quest’ombra nera che ha investito l’Europa e che si riflette anche sui piccoli territori.

Anche per questo facciamo i complimenti e mandiamo un abbraccio a tutte e tutti quelli che si sono impegnati nel presentare le liste, e ringraziamo le 12.000 persone che hanno creduto in noi. Facciamo i migliori auguri a chi è stato eletto, perché sappiamo che nel fare controllo popolare, nel fare opposizione, avranno contro i poteri che governano i territori: a loro non dovrà mancare il nostro sostegno, saranno i rappresentanti di una comunità.

Invitiamo tutte e tutti a cogliere questo segnale positivo per aprire Case del Popolo, sedi locali, continuare con i banchetti in piazza e con l’inchiesta sociale. La strada intrapresa è quella giusta, finalmente in controtendenza con tante cose viste in quest’ultimo decennio. Ci vuole un po’ di tempo ma a poco a poco trasformeremo il sogno in realtà.

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Brancaccio: “Salvini? Un gattopardo. Ma l'opposizione non è la sinistra spread”

intervista a Emiliano Brancaccio di Giacomo Russo Spena

“Le lancette della Storia si sono messe a correre all’indietro”. L’economista Emiliano Brancaccio, autore del recente volume Il discorso del potere (Il Saggiatore 2019) e intellettuale di riferimento per il pensiero progressista, aveva da tempo allertato sui rischi di un’egemonia reazionaria e sovranista in Europa. Dopo le elezioni “terremoto” di domenica – dove in Italia la Lega ha fatto il pieno di consensi – lo abbiamo interpellato per capire quali ripercussioni ci saranno, politiche e di politica economica.

Professore, che effetto le ha fatto vedere Salvini ringraziare gli elettori tenendo il rosario in mano e baciando il crocifisso?

Un gesto alquanto grottesco, l’ennesimo segnale di un’involuzione del linguaggio e delle simbologie politiche. Un tempo quel bacio sotto i riflettori e quello sguardo rivolto al cielo, da novello “unto del Signore”, avrebbero suscitato non solo l’ironia di atei e agnostici, ma anche lo sdegno di larga parte del mondo cattolico. Oggi è diverso: c’è molta più indulgenza verso chi riesuma quel genere di ostentazioni religiose, un po’ canagliesche, che una volta si sarebbero dette da “colli torti”.

Però almeno su un punto il leader della Lega sembra spingere in avanti: vuole una conferenza per la riforma europea e intende ridiscutere i vincoli di bilancio pubblico con l’Unione. Che ne pensa?

Come il Fondo Monetario Internazionale ci ricorda, quei vincoli sono stati già violati da molti paesi: dalla nascita dell’euro il loro mancato rispetto si è verificato in due terzi dei casi. Una ridiscussione di questo e di molti altri punti contraddittori dei Trattati sarebbe dunque cosa logica, ma non vedo le condizioni politiche.

Eppure nel Parlamento europeo i sovranisti sono cresciuti, anche se non saranno maggioranza come qualcuno temeva: in Italia e in Francia sono primi, mentre la vecchia coalizione dei popolari e dei socialdemocratici subisce un arretramento un po' in tutto il continente. Non basta per un cambio di passo dell’Europa a favore della flessibilità di bilancio?

Penso che alla fine prevarrà una maggioranza tendenzialmente conservatrice sulle regole di bilancio: i liberali dell’Alde potrebbero tendere una mano in questo senso. Il problema, comunque, non verte tanto sull’istituzione parlamentare, che conta poco. La partita principale si giocherà nel Consiglio dei ministri dell’Unione e ancor più tra i principali governi, dove si annuncia uno stallo. Il motivo principale è che in Francia, come avevamo previsto, Macron è stato sconfitto già alla prima occasione, e ha lasciato campo libero alla reazione lepenista. Il motore franco-tedesco in seno al Consiglio ne esce malandato, e le velleità di riforma europea più volte espresse dal presidente francese sono già uno sbiadito ricordo. In questo scenario, forse si troverà qualche accordo trasversale intorno al solito capro espiatorio degli immigrati, con nuove strette. Ma dal punto di vista della politica economica, per adesso non vedo possibilità di formare maggioranze “eretiche” in Europa.

Quindi Salvini andrà a sbattere contro un muro?

Ciò che gli preme davvero è la riforma fiscale: quell’orrore sperequativo che è la flat tax, o qualcosa che le vada vicino. In condizioni normali potrebbe ottenerla senza insistere troppo sui vincoli di bilancio, magari scassando un altro po’ quel che resta del welfare pubblico. Ma nell’attuale scenario macroeconomico è più complicato. La crescita zero sta già portando il deficit oltre il tre percento del Pil. Se vuol mantenere la promessa di non toccare l’IVA e al tempo stesso vuol fare una riforma fiscale di un certo peso, allora deve ampiamente superare quel limite.

In quel caso la “Leganomics” ci procurerebbe sanzioni da parte di Bruxelles? È già in arrivo la lettera UE per debito eccessivo...

L’ostacolo più grosso non sono le sanzioni europee. Piuttosto, se Salvini insisterà con l’idea di abbattere le tasse andando in deficit la reazione davvero importante sarà quella degli speculatori sui mercati, che interpreteranno il suo atteggiamento come una sorta di “me ne frego” verso la moneta unica e le sue regole. Così ripartiranno le scommesse sulla tenuta dell’eurozona e i tassi d’interesse aumenteranno ulteriormente.

A quel punto cosa accadrebbe?

Come abbiamo suggerito l’anno scorso sul Financial Times, l’unica soluzione logica sarebbe applicare una ricetta talvolta evocata persino dal FMI: repressione della finanza e controlli sui movimenti di capitale, al fine di riprendere il controllo politico sui tassi d’interesse e garantire la solvibilità del sistema. Ma Salvini non mi sembra il tipo. Sotto la felpa populista tanto cara alle partite IVA si cela in realtà un vecchio insider in doppiopetto, sempre più attento a non farsi nemici nella grande finanza.

Ne è sicuro? C’è chi sostiene che sulla politica economica Salvini sia pronto anche a svolte “eterodosse”...

Ho sempre detto che sul terreno della politica economica Salvini ha l’aria del gattopardo: spinto dal precipitare degli eventi potrebbe esser disposto anche a lasciare la moneta unica, ma sulla questione di fondo della repressione della finanza non credo cambierebbe nulla: se arrivasse all’aut aut con l’Europa, non si azzarderebbe ad applicare controlli sui movimenti di capitale.

Eppure si narra che in materia chiese aiuto anche a Lei. È vero?

Ci incrociammo per caso, in uno studio televisivo. Era il novembre 2011, in piena crisi dello “spread”, alla vigilia della nascita del governo Monti. In una concitata trasmissione di Piazza Pulita contestai la solita idea mainstream che una politica di sacrifici potesse riportare sotto controllo i tassi d’interesse e rimettere in equilibrio l’Unione monetaria. Anche Salvini era ospite in studio: non portava la barba, ancora non baciava i crocifissi e non ammiccava ai fascisti, ma era invece molto interessato alla questione che ponevo. A fine trasmissione, ci ritrovammo a cenare a base di mozzarella e pomodoro. Insistette per offrirmi la cena e mi propose di collaborare sul problema della tenuta dell’eurozona. Ringraziai gentilmente per la mozzarella ma rifiutai l’invito a collaborare. Col senno di poi, posso dire di avere avuto un discreto intuito premonitore: tra mitragliatrici, santini, omofobia, xenofobia, nuove autonomie a favore delle regioni più forti e nuove tassazioni a favore dei ricchi, dubito che mi sarei sentito a mio agio...

Nel campo progressista, intanto, la situazione sembra sconfortante: in Europa i socialdemocratici sono crollati, e anche Corbyn si è impantanato nella Brexit. Pure la sinistra radicale paga pegni pesanti: da Podemos a Melenchon passando per la Linke tedesca e la bruciante sconfitta di Tspiras in Grecia. Lei a vario titolo ha mosso critiche a tutte queste esperienze. Quali sono le responsabilità di una crisi così generale?

Siamo dinanzi a fenomeni di portata storica, prima di soffermarci sulle responsabilità dei gruppi dirigenti dovremmo analizzare le cause oggettive. Tuttavia, se proprio vogliamo restare su elementi di strategia politica, credo sia interessante che due protagonisti di punta della sinistra in Europa, Corbyn e Tsipras, stiano pagando un prezzo per i modi controversi con cui hanno gestito gli esiti di due fondamentali referendum sulla partecipazione dei loro paesi all’Unione. Una domanda che viene da porsi, per esempio, riguarda Tsipras: se invece di genuflettersi ai creditori e segnare l’inizio del suo declino avesse deciso di staccare la spina dell’eurozona, il corso degli eventi politici europei sarebbe stato diverso? Ossia, la dicotomia sterile tra le due forme fenomeniche della destra, quella liberista e quella xenofoba, sarebbe stata messa in discussione dall’esistenza di una terza via di sinistra alla crisi dell’integrazione capitalistica europea? A questi interrogativi non è facile dare una risposta, anche perché non è chiaro se e in che misura Stati Uniti, Russia e Cina sarebbero stati disposti ad accompagnare l’uscita della Grecia dalla moneta unica e a gestire le ripercussioni, sia economiche che geopolitiche. Tuttavia è una questione che ha un certo peso storico e che in mezzo a queste macerie forse merita di essere riesaminata.

I Verdi sono in crescita in gran parte dell’Europa. Possono esser considerati un valido contraltare al declino delle sinistre tradizionali?

La questione ecologica rappresenta un nodo nevralgico dei rapporti contraddittori tra capitalismo, attività umana e natura. Le crisi ambientali sono un tipico segnale dei fallimenti del libero mercato capitalistico e dell’esigenza di una moderna pianificazione pubblica dei principali processi produttivi. Il tema è di grande attualità e in linea di principio potrebbe contribuire alla costruzione di un’alternativa strategica al liberismo, al nazionalismo e alle loro funeste sintesi future. Non mi pare, tuttavia, che al momento i Verdi affrontino la questione in modo così profondo.

In Italia i Verdi non hanno raggiunto la soglia di sbarramento e La Sinistra ha ottenuto una profonda débacle. Che ne pensa?

Date le tendenze europee, era un esito ampiamente previsto. In prospettiva non è detto sia un male. C’è un’intera generazione di giovani, in Italia e nel resto d’Europa, che avverte sulla propria pelle i guasti e le contraddizioni dell’attuale modello di sviluppo, e che secondo i sondaggi più accreditati manifesta crescente attenzione verso una critica rigorosa e non velleitaria del capitalismo. Leve e pratiche politiche inedite si faranno largo per intercettare questa massa in espansione di nuova classe operaia.

C’è invece chi si consola con la tenuta del PD zingarettiano giunto secondo dopo la Lega. Può bastare?

Non direi. I dati indicano che il PD è stato votato, ancora una volta, soprattutto nei quartieri ricchi delle aree metropolitane. Temo sia questo, ormai, il bacino principale di voti di quel partito, al di là dei cambi delle dirigenze. Del resto, non vedo come si possa fare breccia nei quartieri operai e nelle periferie se l’unica opposizione al governo consiste nell’evocare di continuo la minaccia dello spread e nel dichiararsi “responsabili” dinanzi ai mercati finanziari. Quella che chiamo “sinistra spread” è un ossimoro che non ha futuro.

@giakrussospena

(28 maggio 2019)

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Vivere alla fine del giorno

di Jack Orlando

È possibile definire grande democrazia un paese dove la polizia uccide quasi mille persone l’anno? Dove i tassi di malnutrizione infantile, povertà cronica e violenza endemica sono gli stessi di un teatro bellico?

Si direbbe di no, eppure è questa la condizione degli Stati Uniti d’America; il gigante più giovane dell’età degli imperi, che ha saputo plasmare, a sua immagine e somiglianza, l’Occidente stesso da cui è nato, un gigante dai piedi d’argilla che si voleva invincibile e che ora scorge il proprio tramonto.

Le contraddizioni stridenti del sistema yankee sembrerebbero ad una prima indagine storpiature inspiegabili. Com’è possibile che la terra del benessere e dei sogni a portata di mano possa far convivere, nelle sue città, accumulazione sfrenata di ricchezza e lande sterminate di miseria?

È possibile perché l’essenza stessa di un certo modo di produrre ricchezza e concepire la democrazia si fonda proprio sul diritto del censo più forte, sulla violenza sistematica e sulla negazione di dignità degli esseri su cui questa ricchezza è prodotta.

D’altronde è il paese costruito col sudore degli schiavi, espanso con lo sterminio dei nativi, reso grande dal saccheggio di ogni terra di prossimità. Rapimento, omicidio, rapina, governo, profitto.

La questione nera, dramma cardine della storia americana, ben lungi dall’essersi risolta con l’elezione di un afroamericano alla Casa Bianca, è riemersa dopo alcuni decenni di buio e il mondo ha scoperto che esiste ancora l’apartheid e che la violenza razziale appartiene ancora agli attrezzi di dominio dello Stato, che ancora si muore di fame sotto le insegne dell’opulenza capitalista.

I viadotti degli Stati Uniti post-crisi sono diventati spontanei slums di tende e cartoni abitati da esseri umani che hanno perso tutto dopo essere stati espulsi dal mondo del lavoro; le vestigia della Rust Belt, la vecchia cintura industriale, presentano uno scenario desolante disertato da chiunque ne avesse l’opportunità ed in cui sono rimasti a contendersi le briciole solo i più disperati; i quartieri dei neri, peggio ancora, arrancano in un limbo a metà tra la quarantena e l’abbandono di stato.

Praticamente ogni membro della comunità afroamericana è immerso, già dall’infanzia, in un ambiente afflitto dalla fame, dal razzismo, dalle bande armate, dalla dilagante dipendenza dalle droghe, dall’abuso di potere e dall’assenza di vie d’uscita dalla povertà; arrivare ai trent’anni senza essere in galera o sotto terra per overdose o morte violenta è considerabile un lusso.

La narrazione ufficiale, fedele ad una tradizione colonialista, vorrebbe i neri come soggetti irrecuperabili, antisociali ed autodistruttivi ed a guardare le statistiche si scoprirebbe che è anche vero che nei ghetti ci si ammazza di più, ci si rapina di più, ci si droga di più, si stupra di più, si rinuncia di più ad una vita ordinaria ma, d’altronde, come potrebbe essere diverso quando la storia ed ogni forza del paese condannano ogni giorno e senza appello questa comunità ad una condizione perenne di morte in vita, di disperazione e svilimento?

Il movimento Black Lives Matter, reazione agli omicidi polizieschi, ha riacceso le luci su questo universo negato, risvegliando l’interesse ed l’attenzione del mondo su di sé. Non a caso ha ricominciato ad essere oggetto di studio, narrazione, analisi. L’ultimo prodotto, cronologicamente, di questo interesse è il docufilm di Roberto Minervini: Che fare quando il mondo è in fiamme, un ritratto neorealista in bianco e nero della vita nel ghetto di Baton Rouge.

È un racconto della resistenza (o resilienza) a quest’inferno terreno, resistenza individuale o collettiva, politica o esistenziale; unica possibilità di riscatto per questi dannati della metropoli.

Resistono quei bambini che provano a crescere sani in un’aria malata, resiste quella donna che tenta di conservare il proprio lavoro e il proprio equilibrio nonostante i colpi della vita, resistono gli indiani contro lo spettro della gentrificazione che sottrae il tetto a chi già fatica ad avere pane, resistono le nuove pantere nere che cercano di rivitalizzare le vecchie parole d’ordine del Black Power.

È un film di denuncia che fa il paio con il precedente Louisiana (2015) che invece narra della non-vita dei bianchi poveri, i redneck/white trash del sud rurale e dimenticato da dio. Certamente è un film che ha il pregio di dare voce a chi voce non ne ha, che costringe a guardare ciò che ancora non si vuole vedere e che, per chi non ha alcuna cognizione del contesto americano, sarà probabilmente un pugno allo stomaco.

C’è però da dire che basta una conoscenza minimamente approfondita dell’argomento per notare che è un film che resta in superficie, non entra purtroppo nel profondo del ghetto: questa sensazione di vivere in un crepuscolo interminabile, dove il domani o non c’è o, se c’è, non sarà che peggio dell’oggi è perfettamente ripresa dalla telecamera ma rimane una sorta di condizione naturale ed immanente della vita afroamericana, probabilmente andare più al fondo dei meccanismi economici, sociali e politici che determinano questa condizione avrebbe reso un maggior servizio alla causa nera nonché una critica strutturale al sistema americano, che andasse oltre la dimensione pasoliniana.

Anche le minacce del Ku Klux Klan, la testa mozzata, le svastiche sulle scuole e le ronde armate delle Black Panthers somigliano, più che ad espressioni politiche di tensioni reali e determinanti, a rimanenze di un passato remoto, spettri che ancora vagano anacronisticamente in un’epoca che si sovrappone al loro tempo. Eppure le Panthers sono impegnate nel rivendicare giustizia per la morte di Alton Sterling, ucciso negli stessi giorni di Philando Castile in modo egualmente brutale e ingiustificabile, in una delle fasi di picco del movimento nero e dei disordini razziali che hanno attraversato il paese contando anche atti di spontaneismo armato contro la polizia.

La stessa regia, con una fotografia magistrale ed una scala di grigi che restituisce forte il senso di marginalità e di sogni negati, concentrandosi sui corpi lascia fuori un’altra grande protagonista della vita dei ghetti: l’urbanistica. Le inner cities dei neri sono ambienti degradati e degradanti, fatti di alloggi malsani, sovraffollamento; il deserto sociale ed esistenziale è ovunque riflesso da edifici sventrati dall’abbandono e grate di ferro alle finestre non di rado forate da proiettili; l’economia asfittica dei ghetti è fatta di rivendite di liquori, rigattieri, piccole botteghe scalcagnate. Non è mai pienamente comprensibile la sfera dell’umano se non si tiene conto del contesto in cui questa vita va dispiegandosi e quali siano gli spazi, tanto fisici che relazionali, che permettano il manifestasi di comunità.

In definitiva potremmo dire: è un bel film, che nonostante i passaggi profondi e toccanti di alcune scene, mantiene una sua leggerezza di fondo che lo rende un film forte, ma non scomodo.

Si potrebbe anche dire che sia un’occasione mancata per un prodotto così esteticamente valido e per una storia così forte, ma forse sarebbe ingeneroso.

Ciò che invece rimane ben impresso, ed è forse il maggior pregio di Minervini, è la cappa di vuoto opprimente che circonda il ghetto, una dimensione in cui il futuro è assente, il passato è doloroso ed il presente costringe a chiedersi se Dio sia ancora sveglio o abbia chiuso gli occhi sugli ultimi, lasciandoli soli in questa bolla deprimente.

Eppure, dentro la bolla, c’è chi tira avanti a testa alta, ci sono cuori che continuano a battere dove ci sono istinti di resistenza, sia essa la protezione della comunità o la cura dei propri affetti e di sé stessi senza cedere al nichilismo ed alla follia necrocapitalista.

Evidentemente, alla fine dei giorni, c’è ancora possibilità vita.

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giovedì 30 maggio 2019

Roma - No agli sciacalli fascisti

Un incidente stradale come tanti. Un giovane padre che va al lavoro, in piena notte, come tanti altri panettieri, percorrendo la Casilina su uno scooter. Un’auto che sbanda e va contromano su quella maledetta consolare con una sola corsia per senso di marcia. Lo schianto, la morte, i rilievi della stradale, l’arresto dell’automobilista positivo all’alcool test.

Una tragedia che si ripete ogni giorno in ogni angolo del paese e del mondo. Che dovrebbe far riflettere sul modo di vita e di produzione in cui siamo inscatolati, costretti a muoverci correndo, rubando secondi preziosi su percorsi che sarebbero rischiosi anche in condizioni più rilassate.

Ma se questo accade a Roma, in zona Giardinetti, l’agglomerato di case costruite secondo le regole inesistenti dell’”edilizia spontanea” del dopoguerra, poche centinata di metri più in là della gemella Torre Maura, ecco che qualche sciacallo si mette ad annusare la pista.

Se il giovane padre è italiano anche di nascita e cognome, e magari l’automobilista è albanese, la “pista” viene percorsa a velocità forsennata, quasi come quelle bianche cui gli avvoltoi sono più abituati.

E allora eccoli, gli “eroi” di Casapound e Forza Nuova cercare i famigliari, proporsi come “vendicatori politici” pronti a inscenare una pantomima ad uso e consumo di media e ministro delle interiora.

Ma vanno a sbattere contro una madre che incredibilmente riesce a mantenere il senso delle cose anche di fronte alla più immensa tragedia che possa vivere un genitore: la morte di un figlio.

E Maria Grazia Carta, madre di Davide Tarasco, si vede costretta a dire poche ma sentite parole, nonostante la rabbia furiosa che si va a sommare al dolore.

«CasaPound e Forza Nuova non avranno il mio odio, non strumentalizzeranno la morte di mio figlio. La nazionalità di chi lo ha ucciso non fa alcuna differenza, ma ora alcuni militanti dell’estrema destra vogliono organizzare una fiaccolata nel nome di Davide. Non lo posso permettere, non voglio la loro presenza».

Maria Grazia è un’insegnante precaria, come decine di migliaia di altre. Un cronista attento noterebbe che è diventata nonna, e da diversi anni, senza mai diventare “assunta a tempo indeterminato”, ossia di ruolo. Scherzi fatti da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi 30 anni, attenti a “tagliare la spesa pubblica” e anche le vite delle persone che lavorano per lo Stato (forze armate e di polizia a parte, ci mancherebbe...).

La sua scuola è a Tor Bella Monaca, dove pure qualche mese fa i fascisti avevano provato una sceneggiata analoga, a cavallo di un altro episodio di cronaca locale, letto sui giornali, venendo cacciati a furor di madri che riconoscevano tra loro diversi degli spacciatori responsabili di aver rovinato i propri figli. Sa come funziona il mondo della periferia, ci vive e la vive, sa con chi arrabbiarsi e chi “comprendere”, lottando per «togliere i ragazzi dalla strada».

Ma questi sciacalli no, non si devono far vedere. E tanto meno devono farsi belli sciacallando sul figlio, lavoratore vero, mica come quegli avanzi dei quartieri alti che fanno le loro “prove d’ardimento giovanili” prima di seguire le carriere professionali dei padri...

«Basta sciacallaggio, basta con queste guerre tra poveri. Stanno solo cercando di usare le disgrazie altrui. Decidiamo noi come commemorare mio figlio, con i nostri ideali, che non sono di odio ma di giustizia».

Una maestra vera sa come dare lezione, anche di vita.

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Israele torna alle urne

di Roberto Prinzi

Alla fine il premier israeliano Benjamin Netanyahu non ce l’ha fatta a formare un nuovo esecutivo entro la mezzanotte di ieri. E così Israele sarà costretto ad andare nuovamente alle urne il prossimo 17 settembre. Dopo un dibattito lungo 12 ore, i parlamentari israeliani hanno infatti votato a favore della proposta del Likud di sciogliere la Knesset (il parlamento israeliano) e di indire nuove legislative tra tre mesi e mezzo.

La decisione di convocare nuove elezioni era apparsa ormai evidente a tutti negli ultimi giorni viste le difficoltà di Netanyahu nel ostruire una maggioranza di governo (ovvero più di 60 membri sui 120 complessivi della Knesset). Uno scenario che sembrava impensabile il 9 aprile quando il premier, già 3 volte primo ministro, e i suoi alleati nazionalisti e religiosi avevano fatto incetta di voti sbaragliando le forze di opposizione (ad eccezione del neo-nato partito centrista “Blu Bianco” dell’ex capo dell’esercito Gantz che aveva ottenuto 35 seggi come il Likud di Netanyahu).

Il successo elettorale del premier è stato però effimero: negli ultimi 42 giorni a poco sono serviti i suoi tentativi di mediare tra i suoi alleati. O, più precisamente, vana è stata la sua ricerca di trovare un compromesso che avrebbe potuto soddisfare il suo alleato/rivale Avigdor Liberman, ex ministro della difesa e leader del partito di destra Yisrael Beitenu. Liberman è stato l’indiscusso protagonista di queste ultime settimane in Israele: l’impasse politica è stata infatti causata dal suo diktat di inserire tra i punti dell’agenda del futuro governo la contestata legge sull’arruolamento nell’esercito dei religiosi. Una proposta inaccettabile per i due partiti ultraortodossi (Unità della Torah e Shas), da sempre parte delle coalizioni governative messe su da Netanyahu.

Il premier ha provato fino all’ultimo a trovare un compromesso tra i tre partiti: alcune ore prima della mezzanotte di ieri – termine entro il quale avrebbe dovuto presentare al capo di stato la sua squadra di governo – il leader del Likud aveva proposto la bozza di legge di Lieberman sull’arruolamento dei religiosi chiarendo tuttavia che non avrebbe potuto garantire la sua trasformazione in legge. I religiosi avevano accettato la mossa del premier, ma non così aveva fatto Lieberman che chiedeva maggiori (e impossibili) certezze. Conscio dell’impossibilità di superare lo stallo politico, negli ultimi giorni il premier aveva provato a guardare addirittura anche ad alcuni partiti dell’opposizione nel tentativo di ottenere la maggioranza e scongiurare nuove elezioni. Ma i suoi tentativi si sono rivelati vani. Il muro contro muro tra il “laico” Yisrael Beitenu e i religiosi è durato per ore anche ieri finché non è apparso evidente a tutti che non c’era altra soluzione se non quella di votare per lo scioglimento del parlamento e indire nuove elezioni.

Visibilmente scuro in volto, il premier ha dovuto accettare la realtà dei fatti. Sul banco degli imputati è salito ovviamente Lieberman. “Avigdor Liberman è ora parte della sinistra – ha dichiarato Netanyahu con sprezzo – ha fatto cadere governi di destra. Non gli credete. Ha ingannato l’elettorato solo per avere voti. E’ la seconda volta che trascina il Paese a elezioni non necessarie a causa del suo ego politico”. Il riferimento è allo scorso novembre quando Liberman annunciò le dimissioni come ministro della difesa perché Netanyahu si era “arreso al terrorismo di Gaza”. Il premier ha poi ostentato sicurezza e, proiettandosi al 17 settembre, si è mostrato sicuro di bissare il successo. “Il popolo israeliano ha preso una decisione chiara [il 9 aprile]: ha stabilito che io sarò il primo ministro, che il Likud guiderà il governo, un governo di destra”.

Chiamato in causa, Liberman si è difeso attaccando il Likud (e quindi Netanyahu) per essersi piegato agli ultraortodossi. “Sfortunatamente andiamo a nuove elezioni a causa del rifiuto del Likud e dei partiti ultraortodossi di accettare la nostra proposta e votare la versione originale della bozza di legge [sull’arruolamento dei religiosi] in seconda e terza lettura” ha detto il leader di Yisrael Beitenu. “Noi siamo parte di un governo di destra, non di uno dell’halacha [la legge religiosa ebraica]” ha poi tuonato. Parole che hanno fatto infuriare Yaakov Litzman di Unità della Torah che sulla rete Kan ha accusato Liberman di aver portato avanti “una campagna di istigazione contro gli ultraortodossi” e “ci ha strumentalizzato per impedire che Netanyahu potesse formare un governo”.

Ad esultare per il mancato accordo sono le forze dell’opposizione (più presunta che reale per la verità). Se il “centrista” Gantz di Bianco e Blu si sfrega le mani sperando di poter guadagnare ulteriori consensi in vista del 17 settembre dopo l’exploit dello scorso 9 aprile, la sinistra sionista con la sua leader Tamar Zandberg ha fatto sapere in nottata che oggi chiederà ai laburisti (usciti con le ossa rotte dalle urne) di formare un fronte unito con il suo partito Meretz in vista delle prossime legislative. Il tentativo, ha detto Zandberg, è quello di formare un “blocco di sinistra largo e significativo affianco a quello centrista”. Duro sul suo account Facebook è Yair Lapid, co-presidente di Bianco e Blu: “Netanyahu si è arreso e alla fine ha fallito. Non è riuscito a formare un nuovo governo e ha portato il paese ad un’altra elezione che costerà miliardi. Il suo unico obiettivo è salvarsi dal carcere”. Il riferimento è ai problemi di giustizia del premier per alcuni casi di corruzione. Casi che, in attesa del 17 settembre, potrebbero tornare ad agitare le sue giornate.

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Le elezioni in Catalogna. Alta affluenza, crescono gli indipendentisti

Nel dibattito catalano sul voto europeo, la critica all’austerità imposta da popolari e socialisti alle masse del continente, così come il dibattito sulla quantomeno discutible natura democratica delle istituzioni dell’Unione, sono stati quasi del tutto assenti.

Il silenzio su questi temi si deve in parte al fatto che la CUP non ha partecipato alle elezioni, considerando impossibile riformare dall’interno l’UE; in parte al fatto che i partiti unionisti hanno cavalcato il tema della difesa degli interessi spagnoli in Europa, in chiave anti-secessionista, mentre ERC e Lliures per Europa (la lista di Puigdemont) hanno dipinto la tribuna di Bruxelles come lo scenario sul quale recuperare l’iniziativa perduta in casa. Il voto europeo è stato cosí interpretato in chiave prevalentemente nazionale, anche per la coincidenza con il voto amministrativo, fattore che ha anch’esso contribuito alla crescita della partecipazione (a Catalunya si è passati dal 47% del 2014 all’attuale 64% per quanto riguarda le europee e dal 58% del 2015 all’odierno 64% per le amministrative).

Il dato più evidente che sembra emergere dalla complessa tornata elettorale del 26 maggio è che l’elettorato catalano ha ribadito la maggioranza indipendentista: per quanto riguarda le europee, la lista di Carles Puigdemont è stata la più votata a Catalunya (28%); in seconda posizione si è piazzato il PSOE (22%), tallonato da ERC (21%). Il successo di Puigdemont apre uno scenario che gli avvocati dell’ex presidente della Generalitat studiano da tempo: approfittare dei tribunali europei, che finora hanno lasciato in libertà gli esiliati catalani in Belgio, Germania e Inghilterra, per piazzare Puigdemont nel parlamento di Bruxelles e aprire finalmente una via politica per rispondere alla domanda di cambiamento proveniente dalla Catalunya. Come è scontato, il governo spagnolo si opporrà all’insediamento di Puigdemont nell’eurocamera, aprendo un conflitto che dovrà essere risolto da un giudice europeo. Vedremo se saranno i tribunali dell’Unione a spazzare via definitivamente la fiducia di alcuni settori del movimento indipendentista nelle istituzioni europee; o se invece gli stessi tribunali continueranno ad alimentare le speranze nella nascita del nuovo stato catalano sotto l’egida europea, scelta che darebbe fiato alla direzione moderata del movimento indipendentista.

La mossa dell’ex presidente catalano sembra assai complicata, dato che la soluzione meramente repressiva sulla quale si è attestata la Spagna è chiaramente sostenuta dagli alleati europei. Certo è che l’elezione di Puigdemont nel parlamento dell’Unione rappresenta un ulteriore passo nel percorso di un politico che, come è stato detto efficacemente, “è militante del PDCaT, pensa come uno di Esquerra e agisce come uno della CUP”. E forse proprio questo pragmatismo, capace anche di gesti in certa misura radicali, gli ha reso possibile intercettare alle europee parte dell’elettorato di ERC, intenzionato a inviare al cuore dell’UE la faccia più nota del referendum del primo ottobre. Così rispetto alle europee del 2014, il confronto tra la lista attuale di Puigdemont e il partito al quale apparteneva all’epoca (Convergència i Unió) ci consegna una crescita di sette punti percentuali. ERC retrocede invece di due punti ma la somma del voto indipendentista supera il 49% e si attesta a sole tre decime dalla maggioranza assoluta.

Il voto catalano alle europee ha anche segnato un indubbio risultato positivo per il PSOE, che si pone alla testa dello schieramento unionista, risalendo ben otto punti percentuali rispetto al 2014. Su questo versante prosegue la lotta per l’egemonia: la frenata di Ciutadans, sceso dal 21% all’8%, non beneficia il PP, a sua volta passato dal 9% al 5%. E così tra i due litiganti il terzo gode. I poteri forti hanno trovato nel PSOE la migliore garanzia di governabilità: quella offerta da un partito che oltre a non spaventare la borghesia, garantisce la cooptazione nel progetto unionista di segno liberale anche di una parte consistente delle classi popolari catalane.

Per altri versi la sinistra di ascendenza statale, rappresentata da Catalunya en Comú – Podemos, non sembra aver convinto l’elettorato, se è vero che nel 2014 gli ex indignati e Esquerra Unida sommavano il 15% del voto catalano alle europee mentre oggi ne rappresentano solo l’8,5%. Catalunya en Comú – Podemos ha mantenuto il proprio equilibrismo tra indipendentisti e unionisti, senza assumere nel proprio discorso l’esercizio del diritto all’autodeterminazione, scelta che non ha pagato né alle elezioni generali di aprile né alle europee.

Per quel che riguarda invece le elezioni municipali, l’indipendentismo riconferma le proprie posizioni, anche se in questo caso è ERC ad affermarsi come primo partito con il 23%, seguita dal PSC con il 21% e dal partito di Puigdemont con il 15%. Il successo di Esquerra sul terreno municipale conferma l’ottimo risultato delle elezioni statali di aprile ed evidenzia che la lotta per l’egemonia all’interno del movimento indipendentista è tutt’altro che chiusa. Il dato che fa notizia è la vittoria del candidato di ERC a Barcelona: Ernest Maragall, politico di lunga data, ex socialista passato alle fila repubblicane quando il PSC ha abbandonato il diritto all’autodeterminazione, ha spodestato Ada Colau. La vittoria è emblematica: Barcelona, che non aveva aderito all’Associazione dei Municipi per l’Indipendenza, si scopre a maggioranza indipendentista. Il risultato della Colau però non è affatto disprezzabile, così come quello del PSC, entrambi finiti a ruota di ERC, tanto da complicare assai lo scenario per il nuovo sindaco della città, probabilmente costretto a governare in minoranza, data l’impossibilità di raggiungere un patto tra forze che incrociano il proprio veto. Il risultao di Manuel Valls, appoggiato da Ciutadans e accreditatosi come il rappresentante ideale dell’unionismo liberale è deludente: improvvisamente paracadutato dalla Francia, l’ex ministro socialista ha fallito clamorosamente l’obbiettivo. Ancora più esiguo il risultato del PP, che però conserva due consiglieri. Molto deludente il risultato della CUP, che perde i due consiglieri che aveva e rimane fuori dal consiglio comunale di Barcelona.

A Girona si conferma il partito di Puigdemont, già sindaco della città, mentre la seconda forza è rappresentata dalla candidatura costruita dalla CUP assieme ai movimenti sociali; terza forza il PSC seguito da ERC e Ciutadans, mentre il PP rimane fuori dal consiglio. A Lleida ERC strappa il comune al PSC, che invece si afferma a Tarragona. In tutta Catalunya, il PP ottiene un solo sindaco, mentre il popolare Xavier Albiol si afferma a Badalona presentandosi senza l’ingombrante sigla del partito. Ciutadans conferma il dato delle precedenti municipali, rimanendo senza alcun sindaco. Non è il caso della CUP, che elegge il primo cittadino in numerosi centri minori, dove ottiene percentuali lusinghiere, come nel caso di Berga, dove la candidatura della sinistra anticapitalista e independentista ottiene un lusinghiero 40,75%.

Se si prendono in considerazione i regidors eletti, ossia i membri dei consigli comunali, la CUP ne ha totalizzati ben 335 su tutto il territorio catalano, quarta forza preceduta dal PSC con 1.315 eletti, Junts per Catalunya con 2.798 e ERC con 3.107. Peggiori i risultati di En Comú – Podemos, con 258 regidors, Ciutadans con 244 e il PP con 67 eletti.

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Le violenze poliziesche del regime Salvini

La repressione contro gli antifascisti a Genova parte da lontano, almeno a partire dalla conversione liberista del Pd e delle sue precedenti sigle, Pds e Ds.

Le ultime violenze le abbiamo avute ieri a Genova, ma è da mesi e mesi che si ripetono e vanno di pari passo con quelle delle bande nazifasciste, dei razzisti, tutte mischiate con quelle sessiste.

Ce lo aspettavamo, visto che Salvini prima e dopo le elezioni ha promesso agli sbirri fascisti che avrebbero potuto contare sulla sua copertura, cioè avere le “mani libere”, aveva invocato il porto d’armi e il diritto di sparare contro chiunque sia percepito come una minaccia, aveva fatto eleggere deputato uno dei capi fascisti del sindacato di polizia (il SAP) che ha sostenuto la sua campagna elettorale, aveva promosso a capo di gabinetto il dott. Piantedosi, difensore a spada tratta di De Gennaro e dei suoi, compresi ovviamente i condannati per la Diaz, sino a far passare Gabrielli per un garantista in quarantena!

Da allora la componente fascistizzante delle polizie si è sentita autorizzata a passare all’attacco: a Torino contro NO TAV e centri sociali, a Bologna contro i condannati a priori come sovversivi dei centri sociali e ancora in altre città anche contro semplici abitanti che protestano per i disastri sanitari-ambientali, per esempio contro la TAP o il MUOS o altre grandi opere inutili, dannose e iper dispendiose.

Ma bisogna dire la verità: sono stati i signori Renzi e Minniti e anche Gentiloni e Fiano a spianare la strada allo sbirro improvvisato Salvini, e prima i signori Violante, D’Alema & C. Non dimentichiamolo: la strada che ha portato all’attuale deriva è cominciata con la conversione liberista del PdS e poi dei DS e infine del PD e ciò anche nelle fila della magistratura, al punto che buona parte di quella di Torino è all’avanguardia nella persecuzione reazionaria dei NOTAV e dei centri sociali come della povera insegnante Lavinia Flavia Cassaro, condannata secondo logiche da inquisizione come scrive Giovannelli (su effimera.org).

E ricordiamoci di Aldrovandi, Cucchi, Uva e tanti altri ancora uccisi, anche a seguito di torture. E ancora non abbiamo visto quello che Salvini e i suoi vorrebbero arrivare a fare imitando la polizia francese diventata la più violenta d’Europa: uccide poco, ma lentamente; ha ferito gravemente centinaia e centinaia di gilet gialli provocando.

Nonostante tutto, in Italia non tutti i poliziotti sono della stessa risma di quelli che tifano Salvini e Casapound. E non è escluso che il grande sogno di far diventare l’Italia un regime che ricordi quello del ventennio fascista sarà seppellito prima ancora che se ne materializzi l’implementazione.

Due giorni fa a Genova c’erano in piazza almeno cinquemila persone, sebbene fosse una manifestazione indetta in poche ore. Questo dimostra che c’è una forte sensibilità antifascista, antirazzista e antisessista che si traduce in un potenziale di mobilitazione che non potrà che aumentare se continueranno le provocazioni salviniane e dei suoi sgherri.

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Sfruttare l’immigrato sì, ma con il sorriso

Il tema immigrazione è, da ormai molti anni, ostaggio di un pericoloso scontro retorico tra due visioni apparentemente diverse, ma del tutto convergenti nel vedere nello straniero un oggetto, un mero strumento da valutare nel suo impatto sul benessere economico degli italiani.

All’odiosa schiera, sempre più nutrita, degli xenofobi di professione e dei fomentatori d'odio, coloro che nello straniero vedono il pericolo principale per la stabilità sociale e l’integrità culturale ed una serissima minaccia per i posti di lavoro degli italiani, rispondono, con numeri e dati sciorinati meticolosamente, coloro secondo i quali senza stranieri il Paese andrebbe a scatafascio, l’economia collasserebbe e lo stato sociale non potrebbe più essere finanziato.

La prima visione semina odio e guerra tra poveri; la seconda, apparentemente conciliante nelle conclusioni, semina in verità un similissimo razzismo strisciante e una mostruosa concezione reificata e strumentale dell’immigrato e di tutti i soggetti economici subalterni.

Una recente indagine della UIL e dell’istituto di ricerca EURES, riportata con entusiasmo da diversi periodici di ispirazione liberal-progressista, ha simulato cosa accadrebbe nella regione Lazio se d’un tratto scomparissero tutti i lavoratori stranieri: “Scompaiono colf, babysitter, muratori, infermieri, cuochi, commercianti e imprenditori. Le aule si svuotano, diminuiscono i matrimoni. Tremano le casse dell’Inps. Le città sono in tilt. Cosa accadrebbe se sparissero di colpo tutti gli immigrati in una regione come il Lazio? Il Pil regionale crollerebbe di 19 miliardi di euro, i conti della previdenza registrerebbero un buco milionario, salterebbero 80mila imprese e 300mila occupati”.

Così, con questa serie di numeri e dati da panico collettivo, un articolo di Repubblica introduce la descrizione della ricerca UIL-Eures. Entrando nel merito dello studio, i numeri riportati dimostrerebbero dapprima che interi settori dell’economia regionale subirebbero un drammatico tracollo: in agricoltura con 20.000 posti di lavoro persi; nel lavoro domestico (pulizie e badanti) dove l’84% degli occupati sarebbe costituito da stranieri con conseguenze drammatiche (sic!) sulla vita degli anziani non autosufficienti. Poi viene affermato, con un artificio retorico già usato insistentemente dall’ex presidente dell’INPS Tito Boeri, un inevitabile tracollo del sistema previdenziale dovuto al fatto che i lavoratori stranieri, data la composizione anagrafica, versano molti più contributi di quanti ne ricevano i pensionati stranieri. Si passa poi alla scuola asserendo che l’ipotetica scomparsa di tutti gli studenti stranieri comporterebbe uno svuotamento delle aule con un esubero di ben 6800 insegnanti. Ed infine, ciliegina conclusiva, crollerebbe persino il numero di matrimoni visto che gli italiani si sposano sempre meno mentre le coppie straniere sempre di più. Insomma grazie agli stranieri la nostra economia e società starebbe evitando quello che, altrimenti, sarebbe un inevitabile collasso!

Sembrerebbe quasi superfluo rimarcare la disarmante banalità e sciattezza di questi dati usati come presunta dimostrazione dell’utilità della popolazione straniera negli equilibri socio-economici del sistema Italia. Vale però la pena entrare nel merito del ragionamento di fondo che fa da sfondo all’elencazione dei presunti effetti benefici della presenza degli immigrati nell’economia del paese.

Quando ad esempio si afferma che il settore agricolo o quelli dei servizi di badanti, colf e lavoratori domestici crollerebbero e che i nostri anziani si troverebbero senza possibilità di assistenza si sta commettendo un doppio e gravissimo scivolone: da un lato si dipinge lo straniero come un soggetto stabilmente dedito a determinate attività a bassa qualificazione, una sorta di ruolo eterno che il migrante di turno sarebbe condannato a svolgere adempiendo così a quelle funzioni vitali che il lavoratore italiano non vorrebbe più compiere; inoltre si rappresenta l’economia come un sistema di relazioni cristallizzate, in cui i salari sono dati, le condizioni di lavoro sono date e, di conseguenza, l’ipotetica sparizione della popolazione straniera farebbe automaticamente fallire l’intera agricoltura italiana, dando per scontato che un italiano quel lavoro non lo svolgerebbe mai perché mal pagato e massacrante. Un pregiudizio economico e culturale che parte dal doppio assunto che un’ora di lavoro agricolo o domestico venga pagata con salari da fame immutabili e che esistano lavori che, in quanto tali, nei paesi più sviluppati vengano a priori scartati dai lavoratori locali e che uno Stato non possa intervenire nell’economia per fornire servizi (ad esempio alla popolazione anziana oggi presa in cura dal sistema dei badanti stranieri).

Il secondo spauracchio agitato è quello dei conti pensionistici che finirebbero inesorabilmente in rosso senza lavoratori stranieri. Anche qui si mischiano numerosi pregiudizi e credenze tipiche dell’ideologia dominante. Da un lato il consueto terrorismo infondato sull’insostenibilità strutturale dei sistemi pensionistici nei paesi a demografia declinante come l’Italia; dall’altro l’idea secondo cui l’immigrato è e sempre sarà un oggetto itinerante destinato a non radicarsi, a lavorare come schiavo per qualche anno per far funzionare la macchina economica del paese versando anche contributi previdenziali, per poi ritirarsi altrove senza percepire la pensione avendo così un’eterna posizione di contribuente netto.

Infine, la boutade conclusiva sulle scuole, per cui si perderebbero 6800 posti di lavoro tra gli insegnanti, è totalmente priva di senso. La scuola italiana ha un disperato bisogno di personale e di manutenzione. Classi-pollaio, evasione scolastica, aule sporche e strutture pericolanti sono problemi che poco hanno a che fare con la platea di studenti iscritti e molto con i vincoli imposti alla finanza pubblica. Non è certo dalla prolificità degli immigrati, ancora una volta ridotti a strumento (stavolta per l’occupabilità degli insegnanti) che dobbiamo aspettarci un aumento degli investimenti in istruzione, un miglioramento del sistema scolastico, un dimensionamento adeguato del corpo docenti. Questi dovrebbero essere obiettivi delle politiche pubbliche indipendentemente dalla questione migratoria.

In definitiva, i risultati della ricerca UIL ed EURES forniscono il tipico quadro ad uso e consumo di chi nell’immigrato lavoratore vede uno strumento usa e getta di valorizzazione del profitto dei capitalisti, ma copre ideologicamente questa funzione asserendo improbabili teoremi sul ruolo imprescindibile dei lavoratori stranieri come strumenti irrinunciabili per il funzionamento del sistema economico.

Un teorema costruito su deleteri pregiudizi culturali, su una visione segregante della società, sprezzante nei confronti tanto dell’immigrato quanto del lavoratore autoctono, nonché su una lettura liberista del sistema economico. Una concezione del mondo in cui l’immigrato è e deve restare l’ultima ruota del carro, costretto a svolgere lavori temporanei, dequalificati e mal pagati e a supplire alle inevitabili carenze di uno stato sociale ormai a brandelli. Una narrazione in cui il lavoratore italiano è invece il “privilegiato” che non vorrebbe mai fare quei lavori, come se i livelli salariali fossero una variabile indifferente. Una concezione in cui la distribuzione del reddito e la produzione di beni e servizi sono determinate dal mercato e in cui lo Stato non è capace di determinare i livelli occupazionali, offrire servizi e garantire il funzionamento del sistema pensionistico.

Se questi fossero davvero i miseri argomenti economici e culturali per arginare il razzismo dilagante, non ci sarebbero allora speranze. Il razzismo buonista del mito dello straniero che salva un’economia altrimenti insostenibile non fa altro che incrementare esponenzialmente il razzismo cattivista di reazione di chi nello straniero individua un capro espiatorio per spiegare la propria condizione di subalternità, in una spirale senza fine. Soltanto una concezione radicalmente diversa del sistema economico e del ruolo dei lavoratori, tutti, nella loro dignità di classe sociale e di persone, può ribaltare ogni pregiudizio razzista e classista, arginando l’onda del pensiero segregante che sta devastando il tessuto sociale del paese e rilanciando la lotta di classe. Una lotta che deve necessariamente vedere i lavoratori italiani e quelli immigrati combattere fianco a fianco contro chi, in un modo o nell’altro, vorrebbe vederli contrapposti per perpetuarne lo sfruttamento.

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Fusione tra Fca e Reanult/Nissan. Le molte incognite per i lavoratori

Sulle conseguenze e le incognite della fusione tra i due colossi dell’auto, FCA e Reanult-Nissan, è stato chiesto un incontro urgente al governo.

L’Unione Sindacale di Base è fortemente preoccupata per l’annunciata fusione tra FCA e il gruppo Renault–Nissan. In ballo c’è un pezzo importante del tessuto industriale del paese che rischia di pesare sul futuro non solo del settore automotive.

Intorno agli stabilimenti FCA nei decenni si sono sviluppate le economie di molti territori, nonostante la politica di tagli drastici e delocalizzazioni della famiglia Agnelli che ha visto chiudere gli stabilimenti di Termini Imerese, Chivasso, Rivalta, Arese e condannare al limbo gli stabilimenti di Mirafiori, Cassino e Pomigliano.

Scelte pagate con il durissimo prezzo di licenziamenti e tagli dei salari, mentre Fiat prima e FCA ora continuano a distribuire dividendi agli azionisti, nonostante si tratti di un’azienda che è stata ed è sostenuta dalla collettività, attraverso fondi, politiche di sistema sui trasporti, cui è sempre stato concesso l’utilizzo degli ammortizzatori sociali come fossero un bancomat e che ha deciso di eleggere domicilio fiscale all’estero con gravi perdite per la fiscalità generale.

Nel corso degli ultimi anni abbiamo sentito annunciare svariati piani industriali, prima da Marchionne e poi da Manley ed Elkann, per poi dover constatare che non c’era e non c’è alcun piano di rilancio. Al contrario, la famiglia Agnelli persegue unicamente lo scopo di fare cassa: è stato così con Chrysler e con la vendita di Magneti Marelli, cui si sommano ora le voci su COMAU e CNHI.

Fino alla fusione con Renault-Nissan, che al di là delle scontatissime rassicurazioni rappresenta l’identica filosofia del profitto a ogni costo, quella che ha guidato le delocalizzazioni in Polonia e in Serbia, e che non ha salvato i lavoratori degli stabilimenti di Tychy, Bursa e Kragujevac da condizioni di lavoro durissime.

La fuoriuscita dal contratto nazionale dei metalmeccanici imposta da Marchionne ha peggiorato la situazione già grave rispetto ai diritti sindacali in capo a ogni singolo lavoratore. È aumentato l’arbitrio padronale, favorendo la crescita di un sindacalismo subalterno, gestore di un modello contrattuale (CCSL) che prevede il rispetto della metrica di produzione padronale (WCM- Ergo UAS) con la saturazione del 95% dei ritmi sulle linee e che mediante il taglio delle pause ha visto un incremento di 6 giorni lavorabili senza alcun aumento di salario e contro il quale come USB scioperiamo in maniera sistematica.

Stessa logica per l’indotto cui FCA ha appaltato parti di lavorazione ritenute non strategiche, ma da realizzare con tempi e costi competitivi. Per “ottimizzare” i costi, tutti i lavoratori del Gruppo FCA, da Melfi a Torino passando per Termoli, compreso l’indotto, sono chiamati a sostenere ritmi di lavoro esasperati al fine di saturare le linee produttive in funzione degli ordini, per poi essere messi in CIGO o CDS. Questo comporta una perdita di salario cui si aggiunge lo stress sul fisico di uomini e donne ben testimoniato dall’aumento degli operai con ridotte capacità di lavoro. Anche nell’indotto FCA dalla Tiberina la situazione è molto seria, se non drammatica come per la Bluetec, dove la lotta dei lavoratori ha smascherato la proprietà e chiede da qualche tempo un intervento risolutivo da parte del governo. Alla GKN, altra azienda dell’indotto, i lavoratori sono anche loro in lotta in difesa dell’occupazione.

Non crediamo alle rassicurazioni fornite dalla famiglia Agnelli e dall’ad Manley. I lavoratori FCA e del settore hanno il pieno diritto di avere garanzie occupazionali: lo chiediamo al Governo cui abbiamo inviato la richiesta d’incontro urgente e lo diciamo ai protagonisti di questa ennesima operazione finanziaria.

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I pensierini di Salvini e le letterine di Bruxelles

Il tema Unione Europea – scomparso dal confronto elettorale delle principali forze politiche – torna subito in campo con l’annuncio di una lettera della Commissione UE che chiederebbe all’Italia di rispettare le regole del Fiscal Compact, che sono anche più rigide del 3% di deficit massimo previsto dal Trattato di Maastricht.

Di questo avrebbe dovuto parlar una seria campagna elettorale per il Parlamento UE. Invece tutte le principali forze politiche si sono scontrate sulle polemiche di casa, tutte aggiungendo che avrebbero voluto “andare in Europa per cambiarla”. Che voleva dire? Nulla.

Ora Salvini, dopo il successo elettorale, prevedendo la “letterina” di Bruxelles, esprime pensierini “non conformisti” sui vincoli di bilancio imposti dai trattati UE. Lui che, nel solo bilancio ufficiale sinora stilato assieme a Di Maio, non solo non è riuscito a sforare il 3%, ma si è impegnato con la UE a non superare neppure il 2.

Lui che ha firmato di nuovo ed ampliato le cambiali sottoscritte dai suoi predecessori, impegnandosi ad aumentare l’IVA di 50 miliardi in due anni. Lui che, con i suoi alleati del fronte sovranista reazionario, ha esaltato l’Europa bianca e cristiana, ma si è ben guardato dal mettere in discussione l’Europa di Maastricht. Perché i suoi alleati, felici quando chiude i porti, sono indisponibili ad aprire i cordoni della borsa per sostenere le spese pubbliche degli italiani.

I pensierini anti-austerità di Salvini sono pura propaganda.

La realtà è che la Lega, soprattutto quando governa le regioni del Nord, è un partito perfettamente aderente ai vincoli liberisti di Bruxelles. Anzi, l’autonomia differenziata che essa rivendica è proprio un modo per renderli permanenti, per dividere l’Italia tra regioni “virtuose” e ricche, compatibili con la UE, e regioni povere destinate a subire permanentemente il massacro sociale dell’austerità.

Ma se Salvini finge, anche la UE recita. E non solo perché la letterina di una Commissione dimissionaria rinvia ogni decisione a quella successiva. Ma perché, dopo la devastazione della Grecia usata come cavia – e non avremo mai parole sufficienti per definire il cedimento e le complicità di Tsipras – tutta la UE e in particolare proprio le forze che la governano hanno deciso di agire con più prudenza.

Una volta riaffermati i principi di fondo delle politiche liberiste, qualche margine in più la UE se lo è dato. Anche perché sempre più forte è il conflitto della grande borghesia e del potere economico europei con la Russia e soprattutto con la Cina; mentre l’alleanza con gli USA, seppure competitiva, resta strategica in tutto il mondo, dal Venezuela, all’Africa, al Medio Oriente.

Per questo penso che vivono in un perenne inganno coloro che in questa campagna elettorale hanno davvero creduto alla contrapposizione frontale tra europeisti e sovranisti, frontalmente contrapposti sui destini dell’Europa.

Intanto, il solo uso della parola Europa è già fuorviante e strumentale. L’Europa è un continente che arriva fino agli Urali, l’Unione Europea è una costruzione politica che comprende solo metà del continente e anzi è sempre più aggressiva verso il più grande stato europeo, la Russia.

Ma l’uso della parola Europa al posto di Unione Europea è già una scelta politica e di campo. Esso vuole indicare una appartenenza ideologica, etnica, religiosa. Il PD vanta il patriottismo europeo al posto di quello nazionale. Ma sempre di patriottismo si tratta, cioè dell’ultimo rifugio dei mascalzoni, secondo Samuel Johnson.

Del resto, questo “patriottismo europeo” è tanto più guerrafondaio e aggressivo verso il mondo, quanto liberista al proprio interno: competitività, produttività, flessibilità. Naturalmente questo patriottismo si ammanta di principi liberali, ma sono gli stessi principi liberali che hanno portato nell’ottocento a fare dell’Europa la prima patria dello sfruttamento capitalistico e dell’imperialismo coloniale.

Così oggi il patriottismo europeista si identifica con la cosiddetta civiltà occidentale, e il M5S ha rispolverato una parola degli anni '50 per affermare la propria collocazione euroliberale: Euroatalantismo. E infatti la NATO è sempre più avvinghiata all’Unione Europea.

Questo “patriottismo” europeista ha vinto le elezioni europee contro i cosiddetti sovranisti. Ma davvero costoro, seppure a destra, volevano una rottura della UE? Manco per sogno. Non è vero che i sovranisti volessero ristabilire i confini TRA gli stati europei, questo semmai lo ha fatto Macron. No, essi vogliono rafforzare e rendere invalicabili ai poveri I CONFINI ESTERNI della UE.

I sovranisti vogliono una fortezza europea di stampo medioevale, che innalzi ovunque il vessillo Dio Patria Famiglia. Contro di essi gli europeisti hanno innalzato la bandiera della modernità: mercato, impresa, individualismo.

Siamo proprio sicuri della incompatibilità tra queste due diverse trinità?

Il potere economico nella UE si sta ristrutturando, e il patto di Aquisgrana tra Francia e Germania lancia la necessità che il potere pubblico difenda gli interessi dei “campioni europei”. Guarda caso subito dopo è stata lanciata la fusione tra Renault e FCA.

Non è vero che il liberismo dell’Unione Europea sia un ritorno al laissez faire settecentesco, fondato sullo stato minimo. Al contrario questo liberismo usa il potere pubblico per sostenere in ogni modo il potere economico e l’impresa. È l’Europa dei grandi monopoli.

Su questo piano c’è sempre più convergenza tra europeisti e sovranisti. Entrambi infatti, quando parlano di intervento pubblico nell’economia, pensano a Grandi Opere e finanziamenti alle imprese. “È l’impresa che crea il lavoro”, questo è lo slogan comune di europeisti e sovranisti. Avete mai sentito Salvini parlare di rilancio dello stato sociale, della scuola, della sanità e dei servizi pubblici? No. L’obiettivo fondamentale della Lega è la riduzione delle tasse ai ricchi e alle aziende private, naturalmente un poco mascherato come “aiuto al ceto medio”.

È la scuola di Reagan e Thatcher che continua e si trasforma, e ai principi di questa scuola nella UE ubbidiscono sia gli europeisti che i sovranisti. Il 9 maggio in Romania tutti i capi di governo europeo – da Tsipras a Orban, da Macron a Conte e Merkel – hanno sottoscritto un appello comune nel quale si esalta la UE, ci si impegna a rafforzarne i confini esterni e a continuare con le politiche liberiste. Sta nascendo l’EUROSOVRANISMO.

Per questo penso che lo scontro tra i pensierini di Salvini e le letterine della UE sia un altro capitolo di un teatrino politico di attori che perseguono gli stessi interessi e che alla fine troveranno un accordo. E chi vuol cambiare le cose nel nome dell’eguaglianza sociale, dei diritti del lavoro e dell’ambiente deve considerare europeismo e sovranismo, nei loro accordi e disaccordi, due facce dello stesso avversario.

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