Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta PSOE. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta PSOE. Mostra tutti i post

25/09/2025

Le falle nell’embargo di Sánchez: no alla compravendita di armi con Israele, a meno che...

Dopo quasi due anni dall’inizio delle operazioni dell’IDF a Gaza e con due settimane di ritardo rispetto all’annuncio di Pedro Sánchez, il decreto che stabilisce l’embargo sulle armi a Israele, a lungo reclamato dal movimento BDS, è stato approvato nel consiglio dei ministri di ieri e inviato alla stampa.

Da un lato il provvedimento vieta il commercio d’armi con Israele e proibisce le importazioni dei prodotti provenienti dai territori occupati.

Dall’altro prevede un’eccezione alla norma che ha suscitato le critiche non solo del movimento di solidarietà con la Palestina ma anche dei soci di governo (Sumar e Izquierda Unida).

Secondo questa eccezione, la compravendita di armi, di materiale e di tecnologia di difesa rimane permessa per assicurare “gli interessi generali della nazione”.

Fatta la legge trovato l’inganno recita il proverbio... E l’inganno sta nel soggetto che dovrà stabilire quando sia in gioco “l’interesse generale della nazione” e autorizzare la compravendita di armi: si tratta di una Giunta Interministeriale che regola il commercio con l’estero del materiale di difesa e che già in passato ha permesso il passaggio di armi dirette a paesi in guerra.

Ma soprattutto si tratta di un organismo che può avvalersi del segreto di stato e che può mantenere nell’ombra le proprie decisioni, sottraendole a qualsiasi controllo democratico.

È così che “l’interesse generale della nazione” si traduce in una fattispecie ambigua che può essere invocata in qualsiasi momento dal governo di turno, in particolare per assicurare il mantenimento delle scorte necessarie al funzionamento del materiale militare precedentemente comprato da Israele.

La dipendenza dell’esercito spagnolo dalla tecnologia militare israeliana interessa numerosi prodotti rispetto ai quali la disconnessione annunciata da Sánchez si sta rivelando né semplice né immediata.

Si tratta di sostituire nel breve e medio periodo un insieme di prodotti, per un valore di circa 2 miliardi di euro, rispetto ai quali non ci sono alternative all’impresa e alla tecnologia israeliana.

Come e quando si sostituirà il programma spia Pegasus, utilizzato dal CNI (il servizio segreto spagnolo)? Come e quando si sostituiranno i numerosi componenti di produzione israeliana montati sul veicolo di combattimento VCR 8X8 Dragon? E cosa accadrà ai carri Leopard, ai caccia e al sistema radio SCRT che usano tecnologia israeliana?

Il loro acquisto sarà proibito o si invocherà “l’interesse generale della nazione” per continuare a farne uso beneficiando le grandi imprese d’armamenti spagnole e israeliane che negli ultimi anni hanno rafforzato progressivamente la loro lucrosa collaborazione?

Se questi interrogativi mettono in dubbio la reale efficacia del decreto appena approvato dal governo del PSOE, la base militare di Rota rappresenta una falla certa all’embargo.

La base, un porto e aeroporto militare nella baia di Cadice, è utilizzata dagli Stati Uniti, da altri paesi della NATO e dalla Spagna. Pur non ospitati permanentemente nella base, sia gli aerei che le navi americane vi fanno scalo per rifornirsi di combustibile e proseguire il loro viaggio nel Mediterraneo. È il caso di uno dei più grandi aerei militari da trasporto, il Lockheed C-5 Galaxy, rispetto al cui carico il governo spagnolo non può effettuare alcun controllo.

Secondo l'accordo per la Cooperazione e la Difesa siglato dagli USA e dalla Spagna, le forze armate del Pentagono non sono tenute a informare le autorità spagnole della destinazione finale del materiale militare che trasportano. E la Moncloa ha già assicurato che non intende mettere in discussione gli accordi siglati con gli Stati Uniti, essenziale socio politico e militare. Il che significa che per questa via il principale alleato di Israele non troverà ostacoli a rifornire di materiale militare l’esercito sionista.

D’altro canto la narrativa socialista sull’embargo presenta anche più di una falla sul piano strettamente politico: secondo la retorica di Pedro Sánchez il provvedimento nasce per tutelare la dignità di quei popoli che, come i palestinesi e come gli ucraini, subiscono un’invasione.

Questo parallelismo tra il popolo palestinese, da decenni impegnato nella lotta contro l’occupazione militare e l’apartheid, e l’Ucraina foraggiata dalla NATO e guidata dalla giunta nazista e golpista, risulta specialmente ripugnante e dovrebbe mettere in guardia rispetto al preteso internazionalismo di Pedro Sánchez.

Così come la giravolta spettacolare con la quale nel marzo 2022 il leader socialista ha abbandonato il tradizionale sostegno spagnolo al referendum di autodeterminazione previsto dall’ONU per il popolo saharawi ed ha riconosciuto l’occupazione marocchina sul Sahara Occidentale, in cambio del controllo dei militari di Mohamed VI sul flusso migratorio del Maghreb. Una spregiudicata mossa di politica estera degna di quella compiuta solo pochi mesi prima da Donald Trump: il presidente americano aveva riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale in cambio della ripresa delle relazioni tra il paese del Maghreb e Israele.

Infine il leader socialista ha più volte giustificato la misura come un mezzo per mantenere viva la soluzione dei due stati, guardando alla Autorità Nazionale Palestinese e allineandosi alla condanna pura e semplice della composita resistenza. Dimenticando che è grazie a questa resistenza, ferma davanti all’IDF, che la lotta dei palestinesi è tornata all’ordine del giorno internazionale, ha suscitato la solidarietà e la protesta dei popoli di tutto il mondo e ha costretto il sionismo a un isolamento finora inedito. Valga per i governi dell’Unione Europea, così come per Pedro Sánchez, la frase di Nizar Banat, palestinese oppositore dell’ANP, ucciso dalla polizia di Abu Mazen nel 2021, secondo il quale “chi è solidale con i nostri cadaveri, però non con i nostri razzi, è un ipocrita, e non è dei nostri”.

Fonte

15/09/2025

La Vuelta costretta a fermarsi per la Palestina

Le proteste contro il genocidio in corso nei territori occupati e contro la partecipazione della squadra Israel Premier Tech alla Vuelta, iniziate in Catalunya e via via cresciute d’intensità durante il passaggio della corsa nei Paesi Baschi e in Galizia, sono culminate ieri a Madrid, scenario di una straordinaria mobilitazione popolare.

Per giorni il movimento BDS e la Red Solidaria Contra la Ocupación en Palestina (Rescop) si sono preparati a ricevere la corsa con un’accoglienza degna delle proteste che l’hanno accompagnata praticamente durante tutto il suo percorso.

Il risultato è stato evidente fin dall’inizio della tappa, quando centinaia di persone si sono concentrate in vari punti del circuito cittadino che i ciclisti avrebbero dovuto percorrere più volte prima di tagliare definitivamente il traguardo. Con il passare dei minuti, il numero dei manifestanti è rapidamente cresciuto fino a raggiungere alcune migliaia, mettendo in crisi il pur imponente dispositivo delle forze dell’ordine.

Il Ministero dell’Interno ha schierato sul campo 1.100 uomini della Policia Nacional (con le unità antisommossa), 400 della Guardia Civil e 800 della polizia municipale: nel complesso uno schieramento superiore a quello organizzato in occasione del vertice NATO svoltosi a Madrid nel 2022.

Ciononostante la grande presenza poliziesca non è riuscita a contenere i manifestanti, che in più punti hanno ostruito il percorso con le transenne destinate a contenerli e hanno invaso in massa la strada. Tra gli slogan più ascoltati “esta Vuelta la gana Palestina” e “Israel asesina, Europa patrocina”.

In serata il Delegato del Governo a Madrid ha parlato di 100.000 persone in piazza. L’organizzazione della corsa ha cercato di schivare le proteste cambiando per ben due volte l’itinerario previsto, senza successo. I dirigenti della Vuelta hanno seguito fino all’ultimo minuto la linea di condotta sulla quale si sono attestati a partire dalle prime contestazioni: dichiaratisi non in grado di cacciare la squadra israeliana, si sono adoperati per silenziare la protesta, cercando di ritirare le bandiere palestinesi durante tutte le tappe.

Una misura inedita, definita in un comunicato del gruppo dei Giuristi per la Palestina come contraria alla libertà d’espressione e all’esercizio legittimo della protesta.

Ma né gli stratagemmi dell’organizzazione, né la repressione poliziesca sono riusciti a contenere i manifestanti: quando i ciclisti sono transitati a circa 60 chilometri dall’arrivo, la situazione sul circuito cittadino è sembrata fuori controllo e la tappa è stata cancellata.

Fin qui la cronaca. Resta da spiegare perché durante la mattina Pedro Sánchez si è dichiarato orgoglioso dei manifestanti filopalestinesi, mentre solo poche ore dopo il dispositivo di sicurezza, concordato con il ministro dell’interno, si è dispiegato in piazza all’insegna della pura e semplice repressione.

Intorno alle 18 e per circa un’ora, le forze dell’ordine hanno effettuato numerose cariche, ricorrendo ai lacrimogeni e, secondo quanto riportato dai cronisti di Público, perfino ai proiettili di gomma (quest’ultimi autorizzati dalla cosiddetta legge mordaza, la famigerata legge sull’ordine pubblico approvata nel 2015 dal Partido Popular e mantenuta finora in vigore dal governo del PSOE. In seguito alla pressione dei movimenti e dei partiti alla loro sinistra, i socialisti ne hanno annunciato nello scorso ottobre la deroga, almeno per gli aspetti più controversi, ma per il momento la proposta di legge con le relative modifiche si trova impantanata al Congresso). La polizia ha anche protetto e scortato uno sparuto gruppo sceso in piazza con le bandiere israeliane e spagnole, costretto ad allontanarsi dai manifestanti. Il bilancio della protesta si è chiuso con due arresti.

Per i movimenti solidali con il popolo palestinese si è trattato di una vittoria, sia pur effimera se contestualizzata nella cornice del genocidio. La ministra del Lavoro e leader di Sumar, Yolanda Díaz, ha dichiarato che “la società spagnola non tollera che si normalizzi il genocidio a Gaza nel corso di eventi sportivi o culturali. Israele non può partecipare in nessuno di questi eventi. Tutto il nostro appoggio alle mobilitazioni per il popolo palestinese. La nostra cittadinanza è un esempio di dignità”.

In una dichiarazione rilasciata al Salto Diario, l’avvocata e attivista per la difesa dei diritti umani Patuca Fernández Vicens, ha fatto un bilancio positivo delle proteste: “la presenza della società civile durante tutte queste settimane, gridando in ogni strada, in ogni piazza, in ogni paese contro il genocidio, ci dice che siamo evidentemente di fronte a un movimento inarrestabile, che la società civile è più forte di quello che crediamo, che abbiamo la capacità di condizionare l’agenda politica, di mettere sul tavolo e rendere visibile quello che per molto tempo i governi, le imprese, le istituzioni pubbliche non hanno voluto vedere”.

Rallegrandosi per la sospensione della tappa, Ione Belarra, segretaria generale di Podemos, ha affermato che “oggi la mobilitazione sociale è tornata a fare quello che avrebbe dovuto fare il governo già da tempo”.

Dal canto suo, il movimento BDS è deciso a continuare il boicottaggio e a seguire con speciale attenzione il decreto del governo riguardo l’embargo sulle armi a Israele: la misura, annunciata con enfasi lunedì scorso, per il momento non è stata approvata e non ha dissolto l’amaro scetticismo che da più parti l’ha accolta.

Fonte

10/09/2025

Spagna - Sánchez annuncia la fine del commercio d’armi con Israele, sarà vero?

Grazie alla breve conferenza stampa tenuta ieri alla Moncloa, Pedro Sánchez è tornato a catturare l’attenzione sia dei propri sostenitori che dei critici con un nuovo annuncio, atteso da quasi due anni e reclamato caparbiamente da tutto il movimento di solidarietà con la Palestina.

Secondo quanto affermato dal presidente del consiglio spagnolo è imminente l’approvazione di un decreto legge che dovrebbe finalmente imporre l’embargo sulle armi a Israele e il divieto di attraccare nei porti spagnoli per le navi che trasportano materiale bellico o combustibile destinato all’IDF.

Il decreto dovrebbe anche includere il divieto di importare prodotti provenienti dai territori occupati, il divieto di entrata nello stato spagnolo per coloro che hanno violato i diritti umani e partecipato al genocidio a Gaza e diversi nuovi progetti di collaborazione con l’ANP, volti a rafforzarne il ruolo sia sullo scenario interno che internazionale.

Affiancato dalla bandiera spagnola e da quella dell’Unione Europea, Sánchez ha cominciato il proprio discorso riconoscendo il diritto di Israele ad “avere un proprio stato e a sentirsi sicuro”, ricordando le sofferenze patite nel corso della storia dagli ebrei. Ed ha proseguito con l’immancabile condanna del 7 ottobre, tacendo come di consueto sulla composizione plurale della resistenza palestinese, semplicemente condannando Hamas come organizzazione terrorista.

Dopodiché ha annunciato l’embargo ed ha usato ancora una volta il termine genocidio per riferirsi alle operazioni militari dell’IDF a Gaza.

Ma il Centre Delàs per la Pau avverte che il testo integrale e i dettagli del decreto per il momento non si conoscono. E afferma che “questo annuncio del presidente del governo arriva tardi, e ci piacerebbe pensare che non contenga vuoti e clausole opache; che comprenda ciascuno dei passaggi che alimentano la macchina degli armamenti israeliana”.

Il centro reclama un embargo veramente integrale, che davvero metta fine all’ambiguità sugli scambi militari con Israele. Secondo il centre Delàs “a giugno esponenti del ministero della difesa hanno annunciato un piano per disconnettersi dalla tecnologia militare israeliana che, secondo quanto annunciato dai mezzi di comunicazione, avrebbe incluso i progetti legati al missile Spike e ai lanciarazzi SILAM, ma il segretario di stato alla difesa ha dichiarato che nessuno di questi programmi è a rischio”.

Per il Centre Delàs un embargo integrale deve “impedire qualsiasi scambio, ogni transito e ogni operazione di carico e scarico in Spagna; deve obbligare a cancellare tutti i contratti con aggiudicatari israeliani, compresi gli intermediari e le filiali spagnole”.

Uno scetticismo giustificato dai dati sul commercio d’armi raccolti fin qui dal Centre Delàs, secondo il quale “tra l’ottobre del 2023 e il maggio del 2025, la Spagna ha importato da Israele almeno 54.370.124 euro, di cui 29.150.592 in armi e munizioni e 25.219.532 euro in tank e altri veicoli blindati da combattimento, incluso il loro armamento. Diciamo almeno perché esiste molto altro materiale di difesa il cui impiego militare non si può stabilire se non dopo molti mesi, in seguito alla classificazione del ministero del commercio”.

Scettici sull’annuncio anche molti rappresentanti di diverse organizzazioni di solidarietà con il popolo palestinese: quest’ultimi ricordano che il divieto al transito di armi dirette in Israele è in vigore dall’anno scorso ma non ha portato finora a nessuna ispezione dei carichi militari, reclamata invece dalle organizzazioni per i diritti umani e dai sindacati.

L’annuncio di Sánchez viene dopo una lunga serie di mobilitazioni che dal 7 ottobre non si sono mai interrotte e che, pur con diversa intensità e con momenti di stasi, hanno attraversato tutto lo stato spagnolo e hanno mantenuto una pressione continua sul governo del PSOE.

Se Sánchez si è deciso a compiere davvero questo passo, lo si deve:

– a un movimento composito animato dagli studenti che hanno imposto alle rispettive università la fine delle collaborazioni con i partner israeliani;

– ai lavoratori che hanno denunciato e boicottato la presenza di Israele a numerose fiere internazionali (prima fra tutte il Mobile World Congress a Barcellona) e ai raduni musicali come il Sonar;

– alla collaborazione tra baschi e catalani che ha interrotto gli affari dell’impresa basca Sidenor (acciaio) con Israele;

– alla grande manifestazione dello scorso maggio tenutasi a Madrid, con la partecipazione di 100.000 persone;

– al movimento BDS e alla rete di organizzazioni per la Palestina che hanno ottenuto misure simboliche come la chiusura degli uffici della Generalitat de Catalunya a Tel Aviv e la sospensione del gemellaggio del comune di Barcellona con la capitale israeliana;

– al manifesto di oltre 200 artisti che chiedevano la fine del commercio d’armi con Israele;

– alle contestazioni che hanno accompagnato quasi quotidianamente la presenza dell’equip israeliana alla Vuelta;

– alle pressioni dei partiti alla sinistra del PSOE, indispensabili alla tenuta del governo. 

Fino alla grande iniziativa della Global Sumud Flotilla, che vede tra gli altri anche la partecipazione di un esponente della sinistra radicale dello stato spagnolo come l’ex sindaco di Barcellona, Ada Colau, e della deputata alla camera catalana Pilar Castillejo, della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), imbarcatesi al porto di Barcellona.

Fonte

10/08/2024

Catalogna - Il Psoe controlla la Generalitat, gli indipendentisti riprendono la piazza

Mentre la piazza di Barcellona si animava per il ritorno di Carles Puigdemont, la camera catalana ha eletto ieri con una esile maggioranza (68 voti favorevoli contro 66 contrari) il nuovo Presidente della Generalitat. Si tratta di Salvador Illa, segretario del Partit dels Socialistes de Catalunya, esponente di spicco dell’apparato del partito dall’eloquente curriculum personale.

Favorevole alla dissoluzione del parlamento catalano e fautore della repressione del movimento indipendentista, nell’ottobre 2017 Illa scende in piazza a fianco del Partido Popular, di Ciutadans e degli ultras del nazionalismo spagnolo per opporsi al processo di autodeterminazione del popolo catalano. Come ministro della sanità del governo e stretto collaboratore di Pedro Sánchez durante la pandemia, è al centro di numerose polemiche riguardo agli acquisti del materiale sanitario e alla gestione dell’emergenza.

Ultracattolico, ama ricordare con piacere la propria esperienza nell’esercito. Un perfetto rappresentante della parabola del PSC, ormai del tutto estraneo al catalanismo e mero satellite del PSOE. Nel suo discorso inaugurale Illa ha tenuto però un profilo dialogante e ha sottolineato l’importanza dell’intesa raggiunta con Catalunya en Comú e soprattutto con Esquerra Republicana de Catalunya, che ha più volte ringraziato e che di fatto ne ha reso possibile l’elezione.

Dopo una votazione interna che ha sancito la divisione del partito (53,5% favorevoli, 44,8% contrari, 1,7% astenuti, con una partecipazione del 77% degli aventi diritto), ERC ha deciso la settimana scorsa di accordare la fiducia a Illa. Moneta di cambio una vaga promessa dei socialisti secondo la quale il governo catalano e quello spagnolo dovrebbero accordarsi per una modifica del sistema di raccolta delle imposte: se finora lo stato ha raccolto preventivamente le risorse e ne ha restituito in un secondo momento una quota alla Generalitat, a partire dal 2026 sarebbe il governo catalano a raccogliere le risorse e trasferirne una parte allo stato.

Si tratterebbe di un regime fiscale che ERC giudica più favorevole, anche se ancora lontano dal vantaggioso sistema di cui beneficia la borghesia regionale basca. Ma più di un osservatore ha espresso seri dubbi sulla reale volontà del governo spagnolo di mettere in pratica quanto promesso. E la decisione di ERC sembra il risultato scontato di un gruppo dirigente che ha portato il partito dal conflitto per la sovranità, e quindi per il potere, alla gestione dell’ordinaria amministrazione.

Tuttavia mentre nella camera catalana si inscenava la pax socialista, dalla piazza veniva un segnale opposto. In vista del ritorno annunciato di Puigdemont, che nei giorni scorsi aveva espresso la volontà di partecipare al dibattito sulla fiducia, le associazioni della società civile catalana (l’Assemblea Nacional Catalana e Òmnium) sono scese in piazza per accogliere e accompagnare dentro al parlamento regionale il leader dell’esilio.

Al loro fianco anche la Candidatura d’Unitat Popular, la Intersindical CSC e i Comitès de Defensa de la Republica. Intorno alle 9 di mattina, Puigdemont è comparso al passeig Lluís Companys dove ha tenuto un brevissimo discorso davanti a circa diecimila manifestanti. Riferendosi alle differenti facce del nazionalismo spagnolo, a cominciare da Vox, che si presenta come parte civile nei processi contro gli indipendentisti, per continuare con il Partido Popular, che ancora controlla i tribunali e per finire con il PSOE, che permette tutto ciò, Puigdemont ha affermato che “malgrado i loro sforzi … oggi sono venuto qui per ricordare loro che siamo ancora qui”.

E dopo aver rivendicato il diritto all’autodeterminazione per il popolo catalano, l’ex presidente è riuscito a schivare la sorveglianza delle forze dell’ordine e a dileguarsi nel nulla, grazie alla collaborazione degli organizzatori della manifestazione e all’aiuto di alcuni agenti della polizia catalana rimasti fedeli all’ex presidente.

I Mossos d’Esquadra hanno chiuso per diverse ore le arterie in uscita da Barcellona, dispiegando un’operazione che ha ricordato quella volta a catturare gli attentatori del 17 agosto 2017. A dispetto dei controlli alla frontiera con la Francia e in numerosi punti del paese, l’operazione gabbia non ha però avuto successo.

Nonostante la legge d’amnistia benefici tutti coloro i quali siano imputati di delitti legati alle vicende scatenate dal referendum del primo ottobre 2017, il giudice del Tribunale Supremo Pablo Llarena ne fa una interpretazione restrittiva e si rifiuta di applicare il provvedimento a Puigdemont, accusato di malversazione e perciò tuttora ricercato dalle forze di polizia spagnole.

La mancata amnistia di Puigdemont è però tutt’altro che un’eccezione. Secondo i dati forniti da Alerta Solidària, una organizzazione antirepressiva dell’esquerra independentista, l’applicazione dell’amnistia dei socialisti è assai parziale: su un totale di più di 500 manifestanti interessati, alla data del 31 luglio solo 42 sono stati amnistiati. Ma quello che è più significativo è che alla stessa data sono già 51 i poliziotti beneficiati dall’amnistia e perció sottratti alle indagini per le violenze del primo ottobre e i maltrattamenti (che rasentano la torura) denunciati in particolare dai Comitès de Defensa de la República.

Attorno alle dieci i manifestanti hanno cercato di entrare nel recinto della camera catalana ma sono stati respinti dai Mossos d’Esquadra, che hanno impiegato il gas irritante e hanno denunciato una quindicina di persone. Numerosi manifestanti hanno richiesto l’aiuto dei sanitari in seguito all’impiego del gas, una misura che Irídia, un’associazione catalana dedita alla difesa dei diritti civili e politici, ha giudicato sproporzionata e non giustificata dalle circostanze.

Nel pomeriggio la votazione alla camera non ha riservato sorprese, riportando dopo più di un decennio un socialista alla presidenza della Generalitat. Da segnalare il discorso del portavoce di Vox che, dopo aver definito l’islam come il grande problema dell’occidente e i giovani provenienti dal Maghreb come dei delinquenti, si è scagliato come di consueto contro gli indipendentisti.

Dal canto suo la Candidatura d’Unitat Popular ha definito il sostegno dei repubblicani e dei comuns al candidato del PSC una vera e propria aberrazione. Secondo la coalizione anticapitalista e indipendentista, l’accordo con i socialisti non farà avanzare le classi popolari catalane né sul piano sociale né su quello dell’autodeterminazione nazionale. In particolare le misure annunciate sul tema degli affitti, sulla regolazione degli alloggi turistici, sulla difesa del territorio dalla speculazione e sui servizi pubblici non convincono la CUP.

La deputata Laia Estrada ha definito Illa una sorta di vicerè ostile alla Catalunya e la sua elezione la fine di un ciclo. “Il nostro è un popolo che lotta, siamo un paese che non si rassegna e che ha forgiato la propria storia nella ribellione” ha affermato la portavoce degli anticapitalisti. Perciò se è vero che il processo di autodeterminazione (cosí come si è caratterizzato negli ultimi anni) è morto oggi nella camera catalana, è altrettanto vero che “la lotta per l’indipendenza continua nelle piazze”.

Fonte

30/11/2023

“Né l’amnistia né l’Europa ci salveranno”

Dalla prigione catalana di Ponent, dove da due anni e mezzo sconta una pena per ingiurie alla corona e apologia del terrorismo, Pablo Hasel ha scritto una breve e tagliente lettera che tocca diversi temi oggi al centro del dibattito politico iberico: l’accordo tra i partiti indipendentisti e il PSOE, all’origine dalla riconferma di Pedro Sánchez alla Moncloa; la reale portata dell’amnistia; il ruolo delle istituzioni europee sullo scacchiere internazionale.

La lettera riporta all’attenzione dell’opinione pubblica il caso di Hasel che, dopo aver suscitato lo sdegno e le proteste di migliaia di giovani dentro e fuori lo stato spagnolo, sembra quasi dimenticato.

Conviene ricordare che il musicista di Lleida è finito in carcere a causa di diverse sentenze di condanna tra cui una per i testi delle proprie canzoni, un’altra per una supposta aggressione e infine per alcune opinioni che sono state tacciate di inneggiare al terrorismo.

Proprio quest’ultima accusa merita una riflessione preliminare: è oggi più che mai evidente l’uso politico del termine “terrorista“, impiegato con disinvoltura dagli Stati per condannare senza appello quello che considerano “il nemico”. Con i suoi messaggi, cantati e non, Hasel ha toccato un nervo scoperto dello stato spagnolo tanto da guadagnarsi l’accusa di “apologia del terrorismo“.

Ma ricordare le torture della poliza inflitte ai membri di ETA o a quelli dei GRAPO, un’organizzazione armata marxista-leninista attiva durante e dopo la transizione, è fare apologia del terrorismo?

Sostenere, riferendosi ai GRAPO, che «le prigioniere e i prigionieri politici sono un esempio di resistenza» è fare apologia del terrorismo o un legittimo esercizio di difesa della memoria storica?

La denuncia dei legami della monarchia spagnola con quella saudita, oggetto peraltro delle indagini della magistratura, dev’essere considerata un’ingiuria? Difendere un giovane che affiggeva manifesti a favore dell’autodeterminazione da un provocatore che lo stava aggredendo è un reato?

Evidentemente per lo Stato spagnolo uscito dalla transizione, è ancora oggi difficile tollerare la critica alla mancata trasformazione delle strutture repressive statali (così come la critica alla conservazione nelle mani delle elite franchiste del potere economico e la critica all’unità dello stato).

Su questi temi esiste un settore sociale conservatore, imbevuto della cultura politica franchista, pronto a mobilitarsi, come è accaduto con le proteste seguite all’annuncio dell’amnistia e scatenatesi nelle piazze di Madrid.

Con questo settore i socialisti di Pedro Sánchez hanno condiviso tra l’altro la gestione dell’immigrazione, il sostegno alla NATO, l’adesione al nazionalismo spagnolo e la repressione dei movimenti indipendentisti.

Ed è improbabile che la recente amnistia rappresenti un vero punto di svolta: nel caso di Pablo Hasel (e di molti altri detenuti politici) sembra infatti imporsi una interpretazione restrittiva del provvedimento che, con il beneplacito del nuovo governo, lascerà il rapper comunista in carcere fino al 2027.

Bisogna sottolineare anche che la Corte Europea di Strasburgo ha rifiutato il ricorso presentato da Hasel e ha giudicato corretta la pena comminata dai giudici spagnoli.

Si tratta senza dubbio di una sconfitta giuridica che però ha un risvolto imprevisto: la decisione del tribunale contribuisce a smontare l’opinione, assai diffusa nell’indipendentismo catalano (fatta eccezione per la CUP), secondo la quale l’Unione Europea “rispetterebbe i principi democratici” più di quanto faccia lo Stato spagnolo. Su questo tema, la lettera del rapper è molto chiara.

Seppure alcuni giudizi di Hasel, soprattutto quelli sui partiti spagnoli e catalani, possano talvolta prestarsi all’accusa di un certo massimalismo, bisogna riconoscere che non fanno sconti a nessuno, investendo tanto i socialisti quanto gli indipendentisti.

Anche perciò vale la pena ascoltare il suo punto di vista, non foss’altro che per dare voce a un rapper comunista silenziato, divenuto un detenuto politico, che rivendica la propria appartenenza ideologica.

Qui di seguito la lettera di Pablo Hasel apparsa il 16 novembre sulla stampa catalana.
«Ancora una volta, numerosi partiti hanno raggiunto un accordo sulla fiducia al governo, il cui contenuto suppone la violazione reiterata dei diritti civili e politici. In nome del progressismo, torneranno a mettere in campo politiche all’insegna dello sfruttamento, della miseria, della repressione e dell’imperialismo. Tutto ciò sostenendo un regime profondamente antidemocratico, nemico dei nostri interessi, sia come popolo che come classe.

L’amnistia sulla quale si sono accordati – e vedremo se questa amnistia davvero mantiene ciò che promette – non arriva neppure a includere tutti gli indagati e condannati in Catalunya. Perché la repressione va molto oltre il processo indipendentista: ci sono migliaia di perseguitati per le lotte sul lavoro, le lotte studentesche, quelle per la casa, contro il maschilismo, il razzismo, l’omofobia e contro la repressione.

Inoltre in ambito statale ci sono molti altri prigionieri politici che non sono neppure menzionati perché si vogliono nascondere. E non possiamo permetterlo perché questi prigionieri hanno difeso la nostra dignità. Soprattutto i prigionieri politici sequestrati da decenni, che sono l’esempio di lotta più coerente per i diritti civili, sociali e politici, inclusa l’autodeterminazione.

Perciò dobbiamo rivendicare l’amnistia totale, dovunque sia possibile, e organizzare la solidarietà per far fronte alla repressione presente e a quella futura. L’ampliamento delle leggi repressive approvate dai falsi progressisti dice chiaramente che non ci sarà tregua.

Con altrettanta chiarezza, le nefaste condizioni di vita ci dicono che è necessario intensificare la lotta (che sarà repressa). Il regime non ha bisogno del Partido Popular e di Vox al governo per imporre questo fascismo occulto: se ne incarica il PSOE-Sumar e i loro collaboratori, che perpetuano ogni tipo di atrocità.

Il progressismo e alcuni settori della “sinistra” addomesticata hanno ripetuto spesso che l’Europa non lo permetterebbe, idealizzando l’UE. La realtà ha dimostrato ripetutamente che dicevano una menzogna.

Un recente esempio è la condanna che ho ricevuto per aver denunciato fatti oggettivi, ratificati dal tribunale di Strasburgo. Una condanna incomprensibile, dato che in precedenza lo stato spagnolo era stato condannato per la pratica della tortura, considerata invece nella mia sentenza un’“ingiuria”.

Il fatto che a volte la Corte Europea o l’ONU ammoniscano o condannino lo stato spagnolo per la grossolana repressione non significa che lo facciano sempre, né che riescano a fermarlo. Cosa che non sorprende perché anche l'Unione Europea reprime, e questa evidenza non è inficiata dal fatto che alcuni stati membri dell’unione siano più rispettosi delle libertà rispetto a quello spagnolo.

L’Europa che partecipa alle invasioni imperialiste della NATO, che trasforma il Mediterraneo in una fossa comune per i migranti, che aiuta il sionismo a occupare la Palestina e a portare a termine un genocidio, che equipara nazismo e comunismo, che culla le multinazionali responsabili dello sfruttamento e del saccheggio selvaggio di numerosi paesi, che ha sostenuto il jihadismo in Siria e che arma i nazisti ucraini, non ci salverà.

Non esiste altra soluzione che aumentare gli sforzi per far crescere le lotte nelle piazze. Soltanto rafforzando l’organizzazione rivoluzionaria conquisteremo i diritti e la libertà che ci strappano di mano con la violenza.

È sempre più urgente sviluppare l’unità attorno alla solidarietà e alla lotta per un programma veramente democratico-popolare, che includa l’uscita da questa Unione Europea sfruttatrice, repressiva e imperialista. Altrettanto necessario è denunciare come sotto questo “nuovo” governo continueremo ad essere ugualmente oppressi in tutti i sensi.

Rovesciamo il regime monarchico-fascista! Visca la resistenza! Amnistia totale!»
Fonte

16/11/2023

Spagna. L’“esquerra independentista”: con l’amnistia il PSOE vuole seppellire la repubblica catalana

Se qualcuno si aspettava una autocritica del PSOE riguardo ai fatti accaduti prima e dopo il referendum del primo ottobre, viene chiaramente smentito dalla lettura del provvedimento d’amnistia presentato questa settimana dai socialisti.

Sia la proposta d’amnistia redatta dai partiti indipendentisti nel 2021 (di cui il PSOE non permise neppure la discussione in aula) che il testo elaborato da Sumar nelle scorse settimane, sottolineavano la sproporzione dell’intervento repressivo dello stato contro il movimento indipendentista: le dure condanne di prigione, la destituzione d’autorità del governo della Generalitat e lo scioglimento della camera catalana con l’applicazione dell’articolo 155 della costituzione.

Il testo a suo tempo presentato da Esquerra, Junts e la CUP ricordava inoltre la necessità del rispetto della volontà politica maggioritaria dell’elettorato catalano. Nel testo del PSOE si parla invece di una generica tensione sociale e di uno scollamento tra l’elettorato catalano e le istituzioni statali ai quali l’amnistia dovrebbe porre rimedio, al fine di consolidare la convivenza.

La reale portata dell’amnistia non è inoltre ancora chiara. Secondo molti osservatori, ci sono seri dubbi che sia i militanti dei CDR accusati di terrorismo, che gli indagati di Tsunami Democràtic, possano beneficiare del provvedimento.

Non solo: il PSOE ha parlato di poche centinaia di amnistiati ma Alerta Solidaria, l’organizzazione contro la repressione dell’esquerra independentista, stima gli imputati per i fatti connessi al referendum e alle mobilitazioni successive in più di 4.000 persone. Evidentemente i conti non tornano.

A questi dubbi si aggiunge la beffa: alcune decine di agenti delle forze dell’ordine, indagati per reati commessi durante la repressione delle manifestazioni, sono inclusi nell’amnistia. Una possibilità che i CDR avevano già paventato nelle scorse settimane e che l’ex deputato della CUP e avvocato di molti processati, Benet Salellas, aveva definito una sciocchezza monumentale.

Davanti alla stampa Salellas aveva spiegato che se è vero che l’amnistia può beneficiare anche coloro i quali hanno compiuto dei reati nel segno del nazionalismo spagnolo, è altrettanto vero che è invece contrario al diritto internazionale amnistiare «i delitti commessi da funzionari pubblici contro beni individuali come l’integrità morale e l’integrità fisica, ovvero atti che possono essere considerati di tortura, come specialmente le cariche poliziesche del primo ottobre».

Certo è che i socialisti hanno confezionato il provvedimento con due obbiettivi nel mirino. Nell’immediato, la conferma di Pedro Sánchez alla guida dell’esecutivo spagnolo; nel medio e lungo periodo la smobilitazione definitiva del movimento indipendentista.

Dopo l’indulto concesso ai leader del primo ottobre, l’amnistia rappresenta nelle intenzioni del PSOE un vero e proprio funerale alla domanda di trasformazione istituzionale e sociale rappresentata dalle varie anime del movimento per la repubblica catalana.

Bisogna inoltre segnalare che già prima di conoscerne il testo, cinque sindacati della Guardia Civil, tra cui il sindacato maggioritario del settore, hanno firmato un comunicato in cui denunciano l’accordo tra Sánchez e Puigdemont e la legge d’amnistia come un attacco all’indipendenza dei giudici e allo stato di diritto.

La presa di posizione della Guardia Civil rappresenta una vera e propria invasione di campo nell’area della politica, a margine della quale dovrebbe invece mantenersi ogni corpo militare. Anche la più grande associazione dei fiscales spagnoli (una figura equivalente al pubblico ministero) ha condannato senza mezzi termini qualsiasi legge d’amnistia, anche in questo caso già prima di conoscere il contenuto del provvedimento.

I fiscales ritengono che l’amnistia sia un attacco al potere giudiziario e conduca alla fine dello stato di diritto. Quasi contemporaneamente la CEOE, la principale associazione degli imprenditori spagnoli, si è a sua volta schierata nettamente contro l’accordo Sanchez-Puigdemont e contro l’amnistia, che a suo dire rappresentano un ostacolo alla crescita economica e una minaccia per la sicurezza giuridica.

Queste prese di posizione dei poteri forti e di parti significative dell’apparato statale illustrano bene l’attualità e la fondatezza della critica alla transizione spagnola formulata dall’esquerra independentista: la transizione non soltanto non ha tagliato le radici fasciste degli apparati repressivi dello stato ma ha anche traghettato nella cosiddetta democrazia le elite politiche e economiche del franchismo, perpetuandone il potere finanziario e garantendone la sopravvivenza della cultura politica.

La portavoce della CUP, Laia Estrada, ha denunciato il fatto che la legge d’amnistia riproponga il rispetto della cornice costituzionale spagnola, mentre Poble Lliure (organizzazione interna alla CUP) ha sostenuto che l’amnistia dovrebbe servire per «acuire la crisi dello stato e indebolirlo, per delegittimare (sia all’esterno che all’interno) la sua strategia repressiva, non certo per dimostrarne la clemenza, per compiere un nuovo passo in avanti verso la rottura che vogliamo, non verso una nuova transizione».

Ma la critica più netta è arrivata da Endavant, l’altra importante componente della coalizione indipendentista e anticapitalista.

Riferendosi all’amnistia e all’accordo Sánchez-Puigdemont, Endavant ha affermato in un comunicato che «questo è un patto che servirà per rilegittimare e rafforzare il regime. Per fare una seconda transizione riproducendo la democrazia depotenziata del regime del ’78 e consolidando lo stato neoliberale e patriarcale che opprime le classi popolari.

L’amnistia sarà utilizzata come un elemento di pacificazione e di smobilitazione della lotta della società catalana per l’autodeterminazione e l’indipendenza.

L’accordo tra Junts per Catalunya, ERC, PSOE e Sumar non si propone in chiave di avanzamento del processo di liberazione nazionale e emancipazione sociale dei Països, Catalans bensì come la chiusura definitiva di un ciclo di lotta»
.

Fonte

10/11/2023

L’accordo PSOE–Junts per Catalunya riapre lo scenario politico iberico

Dopo settimane di intense trattative, il PSOE e Junts per Catalunya hanno annunciato ieri l’accordo che dovrebbe garantire a Pedro Sánchez altri quattro anni alla Moncloa e inaugurare contemporaneamente una nuova stagione in cui «risolvere il conflitto storico sul futuro politico della Catalunya».

Il documento firmato dai due partiti a Bruxelles (dove Carles Puigdemont risiede dal 2017) pretende di disegnare un ambizioso scenario di medio-lungo periodo nel quale la tenuta dell’accordo è però tutta da verificare.

Le divergenze sostanziali tra le due formazioni permangono intatte e il testo concordato le ribadisce esplicitamente: se da un lato si sottolinea che Junts per Catalunya proporrà un nuovo referendum d’autodeterminazione, dall’altro si avverte che il PSOE difenderà la piena applicazione dello Statuto d’autonomia del 2006 (escludendo così qualsiasi ipotesi d’indipendenza).

Dunque su cosa si è raggiunto l’accordo? Sostanzialmente Sánchez continuerà alla guida dell’esecutivo spagnolo in cambio di una amnistia per gli indipendentisti. Più di 4.000 tra militanti e semplici manifestanti sono interessati al provvedimento.

Ma i contorni dell’amnistia non sono ancora noti. Il testo firmato dal PSOE e da Junts afferma che si applicherà a tutti coloro che «prima e dopo la consulta del 2014 e il referendum del 2017, sono stati oggetto di decisioni e procedimenti giudiziari legati a questi avvenimenti».

Davanti ai giornalisti, Puigdemont ha affermato che il sostegno di Junts al governo del PSOE sarà subordinato in ogni momento al rispetto degli accordi via via raggiunti, a partire dall’amnistia.

Preso atto della reciproca sfiducia, i socialisti e Junts hanno inoltre sottoscritto la necessità di istituire un meccanismo internazionale, evitando così di parlare apertamente della figura di un mediatore, così come proposto originariamente da Puigdemont, al fine di seguire i negoziati.

L’accordo ha provocato un vero e proprio terremoto nello scenario politico spagnolo e catalano. Esquerra Republicana de Catalunya e En Comú Podem l’hanno salutato favorevolmente: i primi sono attestati da tempo sulla linea della gestione dell’autonomia regionale, i secondi scommettono da sempre su una Spagna plurinazionale la cui costruzione è ancora allo stato di mero progetto.

Secondo l’Assemblea Nacional Catalana invece, qualsiasi accordo di legislatura tra i partiti indipendentisti e il PSOE allontana l’indipendenza della Catalunya. L’ANC ha sottolineato anche le incongruenze dell’accordo: «ci sembra una presa in giro proporre un accordo politico che si vuole definire storico ma che è basato sulla semplice riproposizione delle posizioni di partenza delle parti negoziatrici».

Contraria anche la Candidatura d’Unitat Popular, il cui portavoce Xavier Pellicer ha dichiarato che «dopo che nove anni fa più di 2,3 milioni di persone hanno partecipato alla consulta sull’indipendenza, il nostro paese si trova alla fine di un ciclo politico. Junts ha fatto la stessa piroetta di ERC nella scorsa legislatura.

Il patto sottoscritto da Junts non è un accordo bensì un insieme di divergenze che lasciano fuori l’autodeterminazione. Sembra che il suo obiettivo sia più ricostruire i ponti con lo stato, nel quadro della Costituzione spagnola, che risolvere il conflitto con il nostro paese. [...]

Con questo patto Junts lega il suo futuro al PSOE e si allontana dalle posizioni indipendentiste. Un patto che si è accordato a porte chiuse e che si è costruito attorno alla necessità di ottenere la fiducia al Congresso»
.

La CUP ha inoltre presentato alla camera catalana una mozione per rilanciare un nuovo referendum, nella convinzione che lo stato spagnolo accetterà di svolgere una nuova consulta sull’indipendenza solo se costretto dalla pressione popolare. La mozione degli indipendentisti e anticapitalisti, sulla quale ERC e Junts si sono astenuti, non è stata approvata.

La notizia dell’accordo ha inoltre infiammato la destra spagnola. Il Partido Popular ha equiparato l’accordo al tentativo di colpo di stato del 23 febbraio 1981 e ha convocato manifestazioni in tutte le principali città.

Secondo il leader dei popolari, Alerto Nuñez Feijóo, «la Spagna ha perso». A Madrid alcune migliaia di manifestanti si sono concentrati nei pressi della sede del PSOE per protestare contro “il traditore” Sánchez, colpevole di vendere la Spagna agli indipendentisti.

Un nutrito gruppo si è esibito ripetutamente nel saluto fascista e, dopo aver cercato di superare lo sbarramento posto a protezione della sede socialista e bruciato alcuni cassonetti, è stato disperso dalla polizia.

Dal canto loro, le associazioni dei giudici spagnoli hanno sostenuto che l’accordo può portare alla ‘fine della democrazia’, ribadendo così la loro posizione a difesa dell’unità della Spagna e intervenendo ancora una volta pesantemente nel dibattito politico in corso.

A riscaldare ulteriormente gli animi, due ulteriori fatti hanno animato la giornata. Nel primo pomeriggio di ieri uno sconosciuto ha sparato all’ex-presidente del PP catalano, poi transitato per Vox, Aleix Vidal-Quadras, procurandogli una doppia frattura della mandibola.

Già in serata dichiarato fuori pericolo dai medici, Quadras ha indicato nell’Iran il possibile mandante dell’agguato, a suo dire motivato dalla propria relazione con gli oppositori iraniani. I fatti però sono ancora tutti da accertare.

Il Tribunale Europeo per i Diritti Umani ha rifiutato il ricorso presentato da Pablo Hasel e ha sentenziato che la condanna per ‘apologia del terrorismo’, inflittagli dai tribunali spagnoli a causa dei testi delle proprie canzoni, non è sproporzionata.

Hasel aveva fatto appello alla libertà di pensiero e d’espressione ma il Tribunale Europeo ha sostenuto che questi diritti non sono stati violati.

Una delle critiche che la sinistra radicale e l’esquerra independentista muovono all’amnistia appena accordata è proprio quella di non includere casi come quello di Hasel. Il rapper comunista denuncia di essere finito in prigione per la propria ideologia e continua a scontare la lunga pena senza alcun pentimento.

In un poema che ha recentemente scritto in carcere si dice che i giorni di lotta, come il primo ottobre, torneranno, «come la brezza che precede il maremoto incontrollabile».

Le prossime settimane chiariranno se l’accordo PSOE-Junts è destinato a consolidare la bonaccia indipendentista o se preclude invece a un nuovo maremoto.

Fonte

25/07/2023

Spagna - Le elezioni consegnando un quadro ambiguo

Le elezioni politiche anticipate in Spagna non hanno dato un esito che permetta di definire quale sarà l’esecutivo che guiderà il Paese, né se l’impasse prodotta dai risultati scaturiti delle urne costringerà a ripetere le elezioni a breve.

Un’ipotesi, questa, che i leader delle due maggiori formazioni – Sánchez del PSOE e Feijó del PP – vogliono evitare ad ogni costo.

A entrambi i poli del quadro politico iberico, da un lato quello “progressista” con il PSOE e Sumar e dall’altro quello reazionario del Partido Popular e di Vox, mancano i numeri sufficienti per governare, non avendo raggiunto la soglia dei 176 deputati eletti necessari per formare una maggioranza.

Come faceva supporre l’alto numero di voti per corrispondenza, vi è stata una partecipazione relativamente elevata al voto, con il 70,40% degli aventi diritto che si è recato alle urne od è ricorso al voto postale.

La prima formazione politica è il PP che conquista voti, sottraendoli anche a Vox, aumentando il consenso rispetto alle elezioni politiche del 2019 e confermando il dato positivo delle amministrative. Ma non ha realizzato quel risultato nelle aspettative dei leader “popolari” ed indicato da una parte consistente dei sondaggi.

Le alleanze che il Partito guidato da Feijó ha stabilito per governare in tre regioni insieme ai neo-falangisti di Vox, non li hanno premiati sul piano nazionale, così come non hanno affatto premiato i neofalangisti di Vox.

I popolari sono nuovamente la prima formazione politica, con 136 deputati contro gli 89 del 2019, ma sommati ai “soli” 33 voti di Vox possono arrivare solo a 169; cioè 8 in meno di quelli necessari, senza che ci siano state aperture di altre forze con una rappresentanza parlamentare, cioè le formazioni regionali CCa, UPN, e EAJ-PNV che comunque contano complessivamente 7 deputati.

Il PNV basco si rifiuta di “sbiancare e legittimare” Vox, ha detto il leader della formazione regionalista basca di Bizkaia, Itxaso Atutxa.

D’altro canto è la stessa Vox, secondo quanto riferisce il suo segretario generale che «non può unire il voto patriottico con un partito separatista: è impossibile».

Nel tardo pomeriggio il Presidente del PP ha affermato: «da questa mattina ho mantenuto contatti con distinte forze politiche con l’obiettivo di dare al paese un governo stabile», citando UPN, Coalición Canaria, PNV e Vox.

Feijó ha aggiunto «non possiamo permettere che gli spagnoli siano intrappolati en bloqueos, né permettere che il nostro Paese si balcanizzi».

Questa è una delle strade praticate dal Feijó, per non andare nuovamente alle elezioni.

Il “piano B” del leader del PP è fare un governo monocolore contando sull’astensione del PSOE durante la sua investitura, stabilendo 4 o 5 punti comuni: non si tratterebbe di una vera e propria coalizione, ma di una specie di ‘patto di legislatura’ dal destino piuttosto incerto.

Sarebbe un’autentica “inversione a U” per una formazione che alle politiche e alle precedenti amministrative aveva giocato la carta della “derogación del sanchismo”.

Il sanchismo è un brutto neologismo usato “a destra” per indicare l’alleanza dei socialisti con la sinistra di Unidas-Podemos ed il sostegno di alcune formazioni della “sinistra indipendentista”, soprattutto per ciò che riguarda l’implementazione di politiche sociali e diritti individuali.

Appare chiaro che un fallimento di queste ipotesi, che porterebbe ad un governo avente come asse PSOE-Sumar o al ripetersi delle elezioni, aprirebbe anche un processo di crisi all’interno del PP che potrebbe, in tendenza, costare il posto a Feijó a tutto vantaggio dell’astro nascente, Isabel Díaz Ayuso, presidenta di Madrid, o del presidente dell’Andalucía, Manuel Moreno Bonilla, l’altro “barone” di maggior peso nel Partito.

In ogni caso è un fatto che l’ipotesi politica su cui aveva scommesso la destra moderata ed estrema non si è realizzata, tra l’altro con una imprevista ma netta perdita di voti per Vox.

Per ora la tanto invocata “stabilità” sembra non passare, almeno in Spagna, attraverso il consolidamento dell’asse tra conservatori ed estrema destra.

Una destra che comunque avanza sia in percentuale di voti che di preferenze effettive: 11,2 milioni di voti, cioè 45,6%, contro 10,4 milioni del 2019, cioè il 43,1%.

Non un consenso “risicato”, quindi.

Il PSOE, nonostante tutto, avanza elettoralmente passando da 120 a 122 deputati, che sommati ai 31 di Sumar, fanno 153; comunque poco meno di quelli che avevano permesso la formazione della coalizione che ha governato fin qui il Paese.

Da notare che la coalizione Unidas-Podemos, composta dalla storica formazione della sinistra spagnola (IU) e dall’organizzazione allora guidata da Pablo Iglesias, raccolse 4 deputati in più dell’attuale Sumar, formata da ben 15 soggetti politici “a sinistra” del PSOE.

Nelle 10 Tesi scritte dall’ex leader di Podemos per il voto del 23 luglio – Diez tesi sopra el 23J – Pablo Iglesias al punto 7 è impietoso con il risultato ed il metodo di costruzione di Sumar che «perde più di 700.000 voti e perde inoltre sette deputati rispetto ai risultati dei partiti della sua coalizione nel 2019».

In effetti, vi è stato uno iato netto tra aspettative e realtà rispetto al risultato, che vede tra le tre formazioni più premiate al suo interno – con 5 deputati Podemos, Comunes catalani, e IU, – oltre a due di Más Madrid, due della valenziana Compromís e uno della Chunta aragonesista.

In caso di ripetizione delle elezioni, secondo Iglesias, Sumar non avrebbe scuse per non convocare le primarie e non potrà essere posto il veto su nessuno, come è stato fatto con alcune figure di spicco di Podemos, ad esempio Irene Montero.

In caso di formazione di un governo con un “fronte amplio” i 5 deputati di Podemos avrebbero un peso nei delicati equilibri dell’esecutivo.

L’operazione di marginalizzazione di Podemos dentro Sumar, per rendere maggiormente compatibile la creatura politica della Díaz, non ha dato i suoi risultati in termini elettorali, e sembra forte il “revanscismo” nei suoi confronti da parte dei dirigenti della formazione.

La segretaria generale della formazione, Ione Belarra, in un video-messaggio per la stampa, si è dimostrata molto critica dicendo esplicitamente che: «la strategia di rinunciare al femminismo e invisibilizzare Podemos non ha funzionato».

La Belarra ha voluto ricordare che se oggi la marea nera è stata fermata e si dà la possibilità di insediare nuovamente un governo progressista «è grazie alla gente che si mobilitò nel decennio passato. Nelle maree e nelle lotte sindacali […] e a Podemos, che operò con enorme responsabilità e generosità», rivendicando il proprio ruolo nel precedente accordo governativo.

Il ripetersi della coalizione che fino a qui ha governato la Spagna ha però bisogno ora dell’astensione di Junts durante la prima votazione parlamentare sull’esecutivo, cosa che alza non di poco l’asticella della trattativa, considerato che la formazione catalana – come contropartita – vuole espressamente l’amnistia e l’autodeterminazione.

Una linea rossa difficilmente attraversabile da parte dei socialisti, specie di quelli catalani del PSC che sono tornati ad essere la prima formazione in regione dopo 15 anni con 19 deputati su 48, creando un “cortocircuito” non da poco.

Una equazione politica, insomma, difficilmente gestibile dal leader dei socialisti catalani, Salvador Illa.

A dire l’ultima parola, con ogni probabilità, sarà l’ex presidente catalano in esilio, Carles Puigdemont.

Il portavoce di Junts – Josep Rius – ha smentito la voce di un contatto ufficiale di Sumar, attraverso l’ex deputato di En Comú Podem, Jaume Asens.

In mattinata il leader di Junts per Catalunya ha affermato senza mezzi termini che “non facilitare la riedizione del governo di coalizione di Sánchez non è lo stesso che permettere il governo di Feijó“.

Nell’equazione politica della formazione, la stabilità politica della Spagna è insomma subordinata all’indipendenza della Catalogna.

È un paradosso politico evidente il fatto che nonostante i 140 mila voti in meno, Junts e soprattutto le istanze indipendentiste più “intransigenti” siano il vero ago della bilancia della politica iberica, insieme al più scontato appoggio della sinistra repubblicana di ERC, in netto rinculo rispetto al 2019 che passa da 13 deputati a 7, gli stessi di Junts.

Un ultima considerazione riguarda l’ottima performance della sinistra abertzale di EH Bildu, che ha subito chiarito che non è equidistante tra l’ipotesi di un governo dell’estrema destra ed il ripetersi della coalizione che ha fin qui governato la Spagna.

Ormai è un testa a testa nei Paesi Baschi tra il PNV e la formazione per molti versi erede di Batasuna.

Il coordinatore generale, Arnaldo Otegi, ha ripetuto che la priorità della propria formazione – visti i risultati delle urne – è «impedire che governino le destre».

Bildu ha ottenuto 333.362 voti, e sarà rappresentato da 6 deputati (5 nel Paese Basco ed uno in Navarra) e 5 senatori. La migliore performance elettorale alle politiche, con 52 mila voti in più rispetto al 2019.

Bildu è la terza forza politica basca, con appena 1.100 voti in meno del PNV, che è seconda dietro i socialisti del PSE-EE.

Si conferma quindi uno spazio politico in cui la formazione, come afferma Otegi, «è utile per migliorare e conquistare diritti nazionali e sociali per i suoi cittadini». Ed un argine imprescindibile allo sbocco reazionario della crisi politica spagnola.

La mancata vittoria di una delle due polarità principali trasforma la creazione di un governo in un rompicapo, dove il tentativo di evitare nuove elezioni non avrà certo vita facile, vista la frammentazione della rappresentanza ed il riemergere di nodi politici ancora irrisolti ma importanti, come il rifiuto del neo-falangismo come forza di governo, i processi di auto-determinazione popolari in Catalogna, nei Paesi Baschi ed in Galizia, la necessità – “a sinistra” – di non sacrificare la propria autonomia rispetto ad una strategia “governista” che non sia subordinata alle istanze social-democratiche.

L’impasse politico a cui assistiamo è frutto della mancanza di una adeguata risoluzione delle storture del Regno di Spagna post-franchista e delle contraddizioni sociali che l’hanno attraversata dalla crisi sistemica dal 2008 in poi.

Fonte

23/07/2023

Spagna - La posta in gioco nelle elezioni

Più di 37 milioni di elettori sono chiamati a votare questa domenica in Spagna per le elezioni politiche anticipate nel Paese iberico.

Già 2,47 milioni di votanti sono ricorsi alla modalità del voto per corrispondenza, stando ai dati ufficiali riferiti alle due del pomeriggio di sabato; circa il 94,2% del totale di coloro che potevano ricorrere a tale possibilità.

Si tratta di una cifra record da quando, nel 2008, è stato introdotto questo strumento, segno di una partecipazione elettorale già elevata prima ancora che aprano le urne.

Stando agli ultimi sondaggi pubblicati (e pubblicabili) di questo lunedì, la forza che dovrebbe uscire vincitrice è il Partido Popular, con il 34% di votanti contro il 28% ai socialisti del PSOE.

In un sostanziale “testa a testa” l’estrema destra di Vox e la coalizione della ‘sinistra radicale’ Sumar, entrambe al 13%.

La sommatoria dei voti delle altre formazioni – alcune delle quali con un peso importante a livello regionale, in particolare nei Paesi Baschi, in Catalogna ed in Galizia – raggiunge l’11%.

Stando a queste proiezioni – se ci fosse un accordo tra i popolari ed i neo-falangisti, riproducendo su scala nazionale ciò cui, a cominciare dall’anno scorso, abbiamo assistito su scala regionale in differenti località, tra cui tre regioni – si vedrebbe un quadro inedito per la storia democratica del Regno dopo la transizione dal franchismo a fine anni Settanta.

Sempre stando ai sondaggi, nessuna delle due formazioni che hanno dominato lo scenario politico nazionale post-franchista riuscirebbero a raggiungere quella maggioranza che permetterebbe di governare in solitaria.

È chiaro che “gli indecisi” e la percentuale di errore di questo tipo di inchieste di opinione, rendono le previsioni aleatorie.

Proviamo comunque a ragionare per scenari.

Il più improbabile, ma che non può essere scartato a priori, è quello simile al 2019, con un governo che avrebbe come asse principale PSOE e Sumar, con un investitura di Pedro Sánchez che dovrebbe però contare sull’appoggio della sinistra “indipendentista” galiziana del BNG, degli attori regionali baschi – sia il PNV che EH Bildu – oltre che della sinistra repubblicana catalana, ERC.

Una maggioranza, stando alle proiezioni di voto, da prendere con le pinze, visto che dovrebbe essere assicurata con un margine più ampio oltre ai 176 seggi necessari, e questo richiederebbe il sostegno della sinistra indipendentista catalana della CUP e dall’altra formazione indipendentista Junts.

Secondo i calcoli fatti dal quotidiano El País la possibilità che si realizzi un errore di previsione tale da permettere questo scenario sono circa di uno a sei.

Un secondo scenario di sostanziale “testa a testa” porterebbe ad un impasse in cui PP e VOX vincono con un margine più risicato di quello dei sondaggi, essendo perciò impossibilitati a governare, non raggiungendo i 176 voti necessari, e non riuscendo neanche a convincere – come è verosimile – il PNV o la Coalición Canaria a far parte della propria coalizione.

D’altro canto, per un governo del PSOE e di Sumar, in una situazione risicata sarebbero fondamentali i voti della CUP e di JUNTS che diverrebbero “aghi della bilancia” con tutto ciò che questo significa rispetto alla questione catalana e al lascito repressivo successivo al Procés.

Il terzo scenario è un governo di PP e di Vox con rapporti di forza diversi a seconda dei rispettivi risultati elettorali, con due polarità: da un lato un “voto utile” al PP in grado di riassorbire il voto “di protesta” per i neo-falangisti, in direzione di una più oliata macchina politica governativa; dall’altro la possibile “esondazione” dei neo-falangisti, capaci di cannibalizzare il consenso che a destra era riservato alla tradizionale forza conservatrice.

Altamente improbabile, ma non impossibile, una maggioranza assoluta per la formazione dei popolari con un governo “monocolore”.

Lo scenario più probabile, in caso di un margine di errore nullo o quasi da parte dei sondaggi, è una maggioranza “di misura” del PP e di VOX, con 177 deputati rispetto ai 176 necessari, in un contesto in cui il livello di “centralizzazione” delle decisioni politiche nazionali di entrambi i partiti non permetterebbero defezioni.

I popolari sono un partito in cui i notabili locali hanno un potere effettivo nelle scelte locali, ma non in quelle nazionali, mentre tra i neo-falangisti le decisioni derivano soprattutto dal centro.

Non è esclusa la rimonta del fronte progressista, grazie ad una performance positiva nel secondo dibattito televisivo decisivo, con la “complicità” dei due leader (Sanchez e Díaz) contro Abascal, e con Feijóo assente per scelta, dopo aver incassato un risultato positivo nel primo confronto televisivo con Sanchez.

Come ha detto il leader socialista nel comizio conclusivo, incitando al rush finale, di fronte ai suoi sostenitori a Getafe: «fino all’ultima pedalata, fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo voto».

Uno dei temi più scottanti per il PP, usati abbondantemente da Sumar a fine campagna elettorale, è l’imbarazzante amicizia del leader popolare con il narcotrafficante galiziano Marcial Dorado, immortalata in uno scatto d’epoca, L’ultima giustificazione del probabile capo dell’esecutivo è stata che ai tempi della foto Dorado «era un contrabbandiere, non un narcotrafficante».

Non proprio un’uscita felice.

Sumar ha concluso la campagna elettorale a Madrid con un comizio della Díaz, con l’attrice Marisa Paredes a presentare l’evento, cercando di smontare la rappresentazione di una facile vittoria della destra e di convincere gli indecisi.

Sul palco si sono alternate le varie anime della coalizione della sinistra radicale, che raggruppa una quindicina di formazioni, tra l’altro: la segretaria generale di Podemos Ione Belarra, succeduta a Paolo Iglesias; quella di Más Madrid all’assemblea regionale, Mónica García; la dirigente di Catalunya en Comú, nonché ex-sindaca di Barcellona Ada Colau; e la numero due di Izquierda Unida, Sira Rego.

Sumar ha rivendicato il ruolo di autrice della “bancarotta del PP” (tutta da verificare), e vero fattore mobilitante della campagna.

Podemos, che dopo la batosta delle amministrative a maggio è entrato in Sumar, con una posizione piuttosto marginale, ha tenuto ha ribadire la sua distanza dal PSOE e ha rivendicato il suo ruolo nella formazione del governo uscente.

A relativo merito di Podemos va ribadito che nel serrato processo di contrattazione che ha portato alla genesi dell’ultimo esecutivo, ha cercato di tenere il punto politico su alcuni temi pertinenti, sulle garanzie sociali e l’estensione dei diritti individuali, che hanno caratterizzato positivamente l’operato del governo uscente.

L’atteggiamento della Díaz, a parte i suoi meriti come vice di Sanchez e Ministra del Lavoro, è sembrato essere sin da subito più subordinato e collaborativo nei confronti dei socialisti, nonostante alcuni temi importanti esposti nel programma.

Le elezioni di anticipate, annunciate a fine maggio, hanno approfondito questa caratteristica che potremmo chiamare un po’ “codista”.

Le urne ci diranno quale sarà il futuro della Spagna in uno scenario comunque polarizzato, ma con una sostanziale collocazione euro-atlantica ed una adesione all’Unione Europea che non verrà comunque né criticata, né tanto meno messa in discussione.

Se vince il fronte reazionario ci troveremo di fronte ad un Paese governato dai conservatori e dall’estrema destra, seguendo il solco di un neo-liberismo autoritario e “tradizionalista” dai toni fortemente razzisti e sciovinisti, dove le istanze di autodeterminazione vengano annichilite da uno “spagnolismo di ritorno”, e che serva da bastione per l’estrema destra latino-americana.

Questo scenario potrebbe “per reazione” riattivare un processo di mobilitazione in grado di rompere la sostanziale passivizzazione realizzatasi negli anni del governo “più a sinistra d’Europa”.

Se vince il ‘fronte progressista’ si tratterebbe di una sostanziale continuità con ciò che è stato fatto fino ad ora, ma in un contesto di tendenza alla guerra generata da una crisi sistemica, a cui le politiche “riformiste” della social-democrazia iberica (moderata o radicale che sia) stenta a dare risposte adeguate, in un vuoto di proposte e prospettive che coinvolge il cosiddetto “socialismo europeo”.

Fonte

20/07/2023

Spagna al voto

Domenica 23 luglio si terranno le elezioni politiche in Spagna.

Si tratta di elezioni anticipate dovute alla decisione dell’attuale presidente del consiglio, Pedro Sanchez, di sciogliere il Parlamento.

Una scelta annunciata durante una conferenza stampa il 29 maggio, all’indomani delle elezioni municipali e regionali che avevano visto una netta affermazione del Partido Popular di Núnez Feijóo ed una netta sconfitta dei socialisti del PSOE.

Quest’ultima tornata elettorale aveva visto, a destra, la scomparsa di Ciudadanos – che non parteciperà alle politiche – il crollo di Unidas/Podemos (integrato in Sumar, in una pozione tutt’altro che di forza) – e la conferma dell’estrema destra di Vox, che potrebbe divenire il terzo partito della monarchia spagnola a poco più di una decina di anni dalla sua nascita.

L’attuale ciclo politico iberico si sta caratterizzando per un prepotente ritorno al bipolarismo, con una preponderante dinamica bipartitica ed una accentuata personalizzazione in favore delle figure di spicco delle varie formazioni: Sanchez e Feijóo soprattutto, insieme a Díaz e Abascal.

Le tendenze che abbiamo riscontrato negli ultimi mesi sono anche il prodotto di una crisi politica che si è innestata nel marzo del 2021 con la fine del ruolo di Ciudadanos come ago della bilancia a destra, e l’impasse politico della leadership di Podemos.

Lo scontro sarà tra un fronte progressista composto dal PSOE e da Sumar, guidata dalla 52enne galiziana Yolanda Díaz – vice-Premier del governo di coalizione uscente, nonché Ministra del Lavoro – e un fronte anti-Sanchez (vittorioso a maggio) che mette insieme il PP ed i neo-falangisti di Santiago Abascal, senza che tra i Popular e Vox ci sia stata una alleanza formale.

PP e Vox governano insieme in tre regioni: Castilla y León, Comunidad Valenciana e Estremadura, e potrebbero ora governare la Spagna.

A parte le frecciatine che i due leader si sono tirati in campagna elettorale, con il leader dei Popolari che ha tacciato Vox di non essere “affidabile” e Abascal che ha rivendicato di non essere la “ruota di scorta del PP”, i voti dei neo-falangisti sarebbero comunque indispensabili in caso di mancata maggioranza assoluta per il PP, mentre potrebbero completare il loro processo di sdoganamento entrando nel governo centrale.

Sarebbe un contesto inedito dalla fine del franchismo a oggi.

Vox ha vomitato la sua becera propaganda reazionaria su immigrazione, violenza di genere e cambiamento climatico, e Feijóo – che rappresenta una posizione più “centrista” rispetto a quella del precedente leader Casado – ha cercato di marcare la distanza rispetto alle castronerie più inascoltabili del leader di Vox e dei suoi colleghi di partito.

Ma il tutto sembra più che altro improntato al solito “gioco delle parti”.

Infatti, ai due maggiori partiti spagnoli (PSOE e PP), saranno indispensabili rispettivamente i voti della coalizione della sinistra radicale Sumar, che raggruppa una quindicina di formazioni – inclusa ciò che resta di Podemos – e di Vox.

Le formazioni esterne a questi due poli hanno un peso rilevante a livello “regionale” in particolare nei Paesi Baschi (PNV e EH Bildu, per certi versi erede della sinistra aberzale), in Catalogna (ERC,JUNTS e CUP) ed in Galizia (BNG) e su alcuni temi, che hanno ampliato i diritti sociali o le libertà di genere, il loro voto è stato determinante.

Se alla Moncloa governerà la coalizione tra PSOE e Sumar, la sinistra radicale promette di dare battaglia su alcuni temi che sono stati al centro di questa breve campagna elettorale: la settimana lavorativa di 32 ore a parità di salario, un vasto programma di costruzione e di manutenzione degli alloggi, il diritto ad una «eredità universale» di 20 mila euro per tutti coloro che abbiano compiuto i 18 anni, finanziata con una tassa sui grandi capitali.

A chi dubita del realismo politico della promesse della Díaz, la Ministra risponde con il bilancio dell’attività del suo Ministero dal 2020: un innalzamento del salario minimo del 47% – contro l’opinione dei socialisti – una legge per i lavoratori delle piattaforme digitali divenuta un riferimento in Europa, una riforma del mercato del lavoro che ha ridotto la precarietà.

Femminismo ed ecologismo sono altri due pilastri della coalizione della sinistra radicale, piuttosto moderata – per usare un eufemismo – su alcuni temi di politica internazionale riguardarti il ruolo della NATO e della UE, di cui chiede una utopistica “democratizzazione”.

I punti di forza meritevoli, dal nostro punto di vista, sono sull’autodeterminazione del popolo del Sahara Occidentale, il riconoscimento dello Stato Palestinese, una “interlocuzione pacifica, autonoma e critica con la Cina”, un’apertura alle esperienze progressiste latino-americane.

Ma sulla questione centrale della guerra all’Ucraina la posizione è sostanzialmente subordinata a quella del PSOE, che è tout court per il sostegno politico e militare a Kiev.

Il modello politico della Ministra è quello sperimentato a Barcellona con la ex sindaca Ada Colau, di cui ha scelto una figura a lei molto vicina come l’eurodeputato ecologista Ernest Urtasun; e dentro Sumar sono presenti la scissione “moderata” del co-fondatore di Podemos, Errejón, Más País (divenuta prima forza politica di sinistra a Madrid) e Compromís, una coalizione di forze di sinistra della regione di Valenza.

La Díaz ha recuperato nella sua squadra altre figure di spicco di Podemos come Pablo Bustinduy, o ancora Nacho Álavarez, e puntato su figure come la sua portavoce per la questioni legate al femminismo, come Elizabeth Duval, o Tesh Siti, 29enne nata in un campo profughi sahraoui in Algeria.

Se alla Moncloa governeranno PP e Vox si aprirà uno scenario non dissimile a quello che si sta riproducendo in vari paesi della UE, con le tradizionali forze conservatrici a fianco dell’estrema destra.

Questo, per ciò che riguarda il contesto iberico, si caratterizza per una spiccata indole “anti-indipendentista” contro baschi, catalani e galiziani in particolare, e una volontà di centralizzare alcuni aspetti della gestione della cosa pubblica, togliendo margini d’azione alle varie autonomie.

L’ultima sortita di Abascal ha riguardato proprio la Catalogna, affermando che – in caso di un governo PP e VOX – di non avere dubbi che torneranno tensioni.

In un incontro organizzato martedì da Europa Press ha dichiarato: «Imporre la legge, restaurare gli strumenti di cui necessita lo Stato per difendere l’unità, che è la base della Costituzione».

In generale la destra spagnola – sia moderata che estrema – rimprovera il fatto che il governo di “minoranza” dei socialisti si sia dovuto appoggiare alle formazioni “autonomiste” per far passare alcune leggi progressiste.

Un altro tema per cui si caratterizza l’estrema destra spagnola è l’attività incessante contro l’ampio fronte progressista in America Latina e l’appoggio agli anti-castristri ed anti-chavisti, come a tutte le destre golpiste latino-americane, di cui il paese iberico è diventato un retroterra politico ideale, ed allo stesso tempo un trampolino di lancio per ciò che viene deciso a Bruxelles.

Bisogna ricordare che in Spagna vivono più 3 milioni di latino-americani – senza contare le “seconde generazioni” – e che alcuni importanti esponenti delle oligarchie latino-americane hanno scelto come propria capitale d’adozione proprio Madrid, che è divenuta una sorta di “nuova Miami”.

In generale, nella politica spagnola, al di là degli approcci – conservatori o progressisti – il rapporto con l’America Latina è centrale.

È difficile prevedere i risultati che usciranno dalle urne questa domenica, considerando la “variabilità” dei sondaggi ed il fatto che vengono poi puntualmente smentiti dal voto reale.

La Spagna, dopo Italia, Svezia e la Finlandia ed in ultimo Grecia – dove si tratta di una conferma – potrebbe “svoltare a destra” e celebrare l’ennesima convergenza all’interno dell’Unione Europea tra le forze moderate del liberismo conservatore e l’estrema-destra che puntano a diventare il nuovo asse politico a Bruxelles.

Fonte

02/06/2023

Catalogna - Uno scenario politico in movimento dopo la tornata elettorale

Le elezioni per il rinnovo dei sindaci svoltesi questa domenica in Catalunya ci consegnano uno scenario politico in movimento e di non facile lettura.

Nel corso della campagna elettorale il Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC) si era presentato come il partito dell’ordine e degli affari: il candidato socialista impegnato nella quantomai incerta corsa al Comune di Barcellona aveva dichiarato di essere disposto a scendere a patti solo con chi fosse “pienamente leale allo stato e alle istituzioni europee”.

Unidas Podemos giocava la carta della riconferma di Ada Colau, ancora una volta l’attivo catalano più convincente del partito che, impegnato a spostare a sinistra l’asse del governo spagnolo, non sembra finora essere riuscito nell’impresa.

La gestione dell’immigrazione, l’adesione incondizionata del governo Sánchez alla guerra in Ucraina e per ultimo i ritocchi alla politica sulla violenza di genere hanno rappresentato altrettanti rospi di difficile digestione per gli eredi del movimento degli indignati.

Su Esquerra Republicana de Catalunya e Junts per Catalunya aleggiava invece la possibile disaffezione dell’elettorato indipendentista, deluso sia dal ritorno alla gestione dell’autonomia regionale che dal dialogo con lo Stato, impersonati soprattutto dal presidente della Genearalitat, Pere Aragonès.

L’interrogativo sul comportamento dell’elettorato indipendentista gravava anche sulla Candidatura d’Unitat Popular (CUP), impegnata nella difficile sfida per rientrare al comune di Barcellona e per la tenuta di alcuni centri di piccola e media grandezza nei quali si era imposta negli anni scorsi.

Un particolare interesse suscitava anche l’esperimento di Girona, dove il partito aveva confermato il sostegno a una ampia coalizione (Guanyem) che, uscendo dal più stretto recinto dell’esquerra independentista e anticapitalista, aspirava a portare sulla poltrona del sindaco il proprio candidato, Lluc Salellas.

Il dato più interessante uscito dalle urne sembra essere il calo della partecipazione. Non solo: l’astensione è cresciuta maggiormente nelle zone dove più consolidato è il voto indipendentista, con cali spettacolari attorno al 10% come nel caso di Girona o di Vic.

Rispetto alle precedenti municipali, ERC ha perduto più di 300.000 voti, la CUP più di 50.000, mentre Junts riesce a fermare il passivo sulla soglia dei 5.000 voti.

L’elettorato indipendentista ha cioè castigato chiaramente la tattica del “dialogo”, abbracciata soprattutto da ERC, e ha punito anche la CUP, incapace di invertire questa tendenza. Resta da vedere nelle prossime settimane se la direzione repubblicana sarà in grado di fare autocritica e cambiare rotta o se stringerà ulteriormente la tacita alleanza con il PSOE.

Quanto al risultato della CUP, sembra aver pesato la disillusione diffusasi in alcune delle frange radicali dell’indipendentismo anticapitalista, per esempio nei Comitès de Defensa de la República (CDR).

In ogni modo, è interessante notare che l’elettorato indipendentista ha usato le elezioni municipali in chiave nazionale, sviando per una volta l’attenzione da Barcellona, che di solito monopolizza l’analisi elettorale delle comunali e costringendo ad aprire una riflessione sulla più ampia realtà catalana.

Chi beneficia di questa spettacolare astensione sono i socialisti che, alternando sapientemente la repressione poliziesca con l’indulto ai principali responsabili del referendum del primo ottobre, sono riusciti negli ultimi anni a rinnovare la propria immagine fino a scoprirsi sorprendentemente i più votati di questa tornata elettorale locale (nonostante anche il PSC registri una perdita di 55.000 voti).

Così i socialisti si sono affermati come il primo partito a Tarragona, Lleida e Girona, tre su quattro delle più grandi città catalane. Sebbene a Barcellona il partito più votato sia stato Junts per Catalunya, è tutt’altro che improbabile che un accordo tra PSC, ERC e i Comuns di Ada Colau finisca per imporre un sindaco espressione delle sinistre riformiste catalane e delle succursali statali. Il PSC potrebbe così portare a casa anche il Comune di Barcellona.

A Girona sono invece i socialisti a subire il gioco delle alleanze post-elettorali: l’ottimo risultato di Gunyem (la marca bianca della CUP) potrebbe rendere possibile un accordo con ERC e Junts e incoronare sindaco l’indipendentista e anticapitalista Salellas.

Nel complesso il risultato catalano dei socialisti è in netta controtendenza con i risultati deludenti ottenuti dal PSOE nelle altre regioni dello stato in cui si è votato (comunali in alcuni casi, regionali in altri). Bruciano in particolare le disfatte subite in Andalusia, al Païs Valencià, Balears, Aragona... che hanno indotto Pedro Sánchez a indire nuove elezioni politiche per il prossimo 23 luglio, una decisione tra l’audacia e la temerarietà che lascia quantomeno sorpresi.

Per quel che riguarda l’estrema destra, Vox riesce ad entrare in 19 dei 20 municipi catalani di più grandi dimensioni, segnando una crescita che lo porta ad essere presente in 75 consigli comunali, tra cui quello di Barcellona.

Dal canto suo, il PP si impone a Badalona e ottiene rappresentanza a Barcellona. Il voto catalano della destra è nel complesso positivo e in sintonia con le affermazioni ottenute nella Comunità Autonoma e al Comune di Madrid.

“Nei Països Catalans sale la destra, l’estrema destra e lo spagnolismo. Non è un bel panorama, né per le sinistre né per l’indipendentismo. È il momento di una analisi profonda“. È il primo e stringato commento della CUP, un grido d’allerta per i rischi insiti nello scenario politico catalano e spagnolo al quale l’annuncio di nuove elezioni sembra aver impresso un’accelerazione dagli effetti imprevedibili.

Fonte

30/05/2023

La Spagna va a destra e ad elezioni anticipate

Lunedì 29 maggio, Pedro Sanchez, primo ministro spagnolo, ha deciso lo scioglimento del Parlamento e la convocazione di elezioni politiche anticipate per il 23 luglio.

La decisione è stata annunciata in una conferenza stampa all’indomani delle elezioni municipali e regionali che hanno visto l’affermazione del Partido Popular e la sconfitta dei socialisti del PSOE anche in alcuni dei suoi bastioni storici.

I popolari si affermano in 9 regioni (comunidades autónomas) e in 31 capoluoghi di provincia.

Mentre la destra neo-falangista di VOX raddoppia i suoi voti, le formazioni alla sinistra dei socialisti a parte le formazioni “autonomiste” – in particolare Unidas Podemos (UP) – scompaiono di fatto dal quadro politico.

UP marca una presenza solo “a macchia di leopardo” nella penisola iberica. Lì dove era “virtualmente” nata, a Madrid nel 2011, non supera il quorum del 5% e rimane fuori dalle istanze rappresentative locali.

Come ha dichiarato Sanchez nella citata conferenza stampa: “anche se le elezioni avevano una portata municipale e regionale, il senso del voto reca in sé un messaggio che va più lontano, e come Presidente del governo e segretario generale del Partito socialista mi prendo la responsabilità dei risultati”.

Si tratta di un atteggiamento coerente con il valore che il leader socialista aveva voluto dare a queste elezioni, impegnandosi particolarmente nella campagna, per farne una sorta di plebiscito a favore o contro l’attuale gestione del potere, che vede un governo di minoranza composto dal PSOE e Unidas Podemos.

Dal lato opposto dello scacchiere politico la destra tutta – dal PP di Alberto Núñez Feijóo a Vox di Santiago Abascal – ha fatto propria la battaglia contro il “sanchismo” e si appresta a trattative per governare insieme lì dove i popolari non hanno, nonostante il successo, i numeri per farlo (in sei regioni e differenti ayuntamientos), preparando il terreno per una possibile futura coalizione governativa, ma lasciando ai singoli notabili locali del PP le contrattazioni.

Vox è propenso a tale ipotesi e chiama il PP alla possibilità di costruire dalle istanze governative locali in alternativa ad un esecutivo di “socialisti, comunisti, separatisti e terroristi”, come detto da Abascal, che ha ricordato che la sua formazione è “un partito nazionale, per cui la sua posizione sarà nazionale e, per tanto, centralizzata”.

Il leader dei popolari aveva fino ad ora escluso un accordo a livello nazionale con l’estrema destra di Abascal, ma è chiaro che le elezioni anticipate in parte cambiano lo scenario.

Da canto suo Feijóo ha ribadito lunedì che “la Spagna ha compiuto ieri un primo passo per aprire un nuovo ciclo politico”.

Vediamo sommariamente i risultati.

Il PP ha riassorbito quasi totalmente i voti indirizzati ai populisti di destra di Ciudadanos, praticamente scomparsi dalla geografia politica spagnola.

Ha ottenuto il 31% complessivo dei suffragi, con un + 8,88% rispetto al 2019, crescendo di circa 2 milioni di voti, superando il PSOE di quasi 800mila voti.

Il Partito socialista perde certamente voti, ma la sua non è una vera e propria emorragia, anche se il suo declino nelle preferenze ha un peso rilevante a livello di effetti politici.

Il PSOE ha ottenuto in realtà il 28% dei voti (-1,27 punti percentuali), perdendo 400mila elettori, senza quindi che ci fosse un travaso di preferenze in questa direzione da parte degli ex elettori di UP.

Un’oscillazione che però gli fa perdere l’Estremadura, l’Aragona, la regione di Valencia, le Baleari e la Rioja, e ben 11 dei 22 capoluoghi di provincia che governava.

Il PP recupera Valencia e governerà in Andalusia (in 7 capoluoghi di provincia su 8), storica riserva di voti socialista.

Mentre la “sinistra radicale” di UP, perde, l’estrema destra di Vox, guadagna.

Unidas Podemos ottiene complessivamente il 3,2%, e non avrà rappresentanti nei parlamenti regionali di Madrid e di Valencia, ed in alcuni contesti – come alle Baleari e nella Regione di Valencia – i suoi scarsi risultati impediscono al PSOE di formare alleanze per governare a livello locale.

Vox ottiene invece il 7,18% dei votanti totali. Raccoglie il risentimento contro il “sanchismo” – accusato di appoggiarsi, per governare, alle formazioni autonomiste basche e catalane (EH Bildu ed ERC) – da quando, dopo le elezioni dell’autunno del 2019, ha iniziato a governare con UP, spostando a sinistra l’asse centrista dei precedenti esecutivi socialisti.

La vice-presidente del Parlamento è l’attuale ministra del lavoro, Yolanda Diaz, la creatrice di “Sumar”, succeduta nella carica di vice al co-fondatore di Podemos Pablo Iglesias, che si era dimesso a sorpresa per candidarsi senza successo alla carica di sindaco di Madrid.

Nonostante ci stesse lavorando da un anno, ed il 2 aprile avesse annunciato la sua candidatura accanto alla sindaca uscente Ada Colau (capofila del partito catalano En Comun Podem), insieme ad altre figure di spicco, la sua candidatura “ricompositiva” non ha visto però la presenza di Podemos.

I rapporti tra la Diaz e la segretaria generale di Podemos, nonché Ministra dei diritto sociali, Ione Bellara, così come la numero due del partito, Irene Montero, nonché ministra dell’uguaglianza, sono tesi.

Iglesias aveva avvertito del pericolo della direzione che stava prendendo la Diaz quando nel novembre del 2022, aveva avvisato che sarebbe stato “stupido” pensare che “una candidatura di sinistra possa avere un buon risultato alle elezioni legislative se Podemos ottiene un cattivo risultato alle municipali e alle regionali”.

Ed infatti sembrano piuttosto lontani i tempi in cui, alle legislative di 8 anni fa, nel 2015, Podemos ottenne il 20% delle preferenze con più di 5 milioni di consensi, tallonando il PSOE di Sanchez che pure aveva scartato la possibilità di formare una coalizione governativa insieme ad Iglesias.

La mossa di Sanchez ora costringe a trovare un accordo per formare una coalizione “a sinistra” in dieci giorni – questi sono i tempi legali – e lo spauracchio di un possibile governo PP-VOX sembra possa sedare la litigiosità finora dominante ed accelerare in tal senso, per continuare nell’opera intrapresa dall’esecutivo in 4 anni.

Dal suo canale televisivo su YouTube Canal Red è stato Iglesias a lanciare una proposta di coalizione con Sanchez come leader. “La destra andrà divisa tra PP e Vox e Pedro Sánchez potrà collocarsi come candidato di un amplio fronte popolar-progressista”, ha detto.

All’attuale esecutivo va senz’altro riconosciuta un’azione legislativa tesa ad alleviare la precarietà lavorativa e l’impoverimento crescente dei ceti subalterni, un’attenzione particolare all’allargamento della sfera dei diritti individuali ed un atteggiamento meno vendicativo nei confronti di alcuni leader “autonomisti” protagonisti della mobilitazione legata al referendum sull’indipendenza catalana.

Un esperimento che però non ha mai messo in discussione la collocazione euro-atlantica del Paese, il suo regime monarchico ed il suo assetto istituzionale.

E se il contenimento della destra era un obiettivo di questa “strategia” – alla luce delle elezioni di domenica, ma non solo – può considerarsi di fatto fallito.

Le elezioni anticipate di luglio vedranno probabilmente da una parte un ampio schieramento democratico e progressista che ha perso notevoli consensi e peso politico nella sua componente più “radical-riformista”, ed uno schieramento conservatore con un baricentro fortemente spostato a destra a causa del peso che stanno esercitando i neo-falangisti di Vox, prima imponendo le proprie tematiche nel dibattito politico, poi conquistando sempre più consensi fino a poter divenire l’ago della bilancia per far tornare il Partido Popular al governo.

Fonte

03/07/2022

Per Sánchez e la Nato anche l’immigrazione è un nemico

di Marco Santopadre

Nel corso di una lunga conferenza stampa, il premier spagnolo Pedro Sánchez ha rivendicato con orgoglio i risultati politici incassati durante il vertice Nato di Madrid. Il leader socialista puntava a rafforzare le relazioni con Washington e a questo scopo martedì ha siglato una dichiarazione congiunta tra Stati Uniti e Spagna. Il “governo più progressista” che Madrid abbia avuto dalla morte di Franco, paradossalmente, ripercorre i passi del premier di destra José Maria Aznar, che nel 2001 siglò un’intesa simile con George W. Bush subito dopo l’intervento militare della Nato in Afghanistan, conclusosi con un eclatante fallimento lo scorso anno.

Tra i punti fondamentali del documento che porta la firma di Sánchez e Biden c’è una gestione comune dei “flussi migratori illegali”. Per quanto il punto 9 raccolga le raccomandazioni dell’ONU sulla promozione di una «immigrazione sicura, ordinata e regolare», il testo fa un ulteriore passo nella tendenza a considerare i flussi migratori una minaccia da affrontare anche attraverso appositi meccanismi militari.

La strage di Melilla

Un obiettivo che chiarisce il senso delle dichiarazioni del premier socialista a proposito della strage di migranti a Melilla, che hanno creato sconcerto e indignazione nella sinistra iberica e sono state accolte con stupore da molti sostenitori dell’attuale esecutivo. Il 24 giugno, 37 profughi subsahariani (per lo più sudanesi) sono morti asfissiati o schiacciati nel tentativo di superare le recinzioni che blindano l’enclave spagnola in Marocco. Associazioni e Ong hanno denunciato la brutalità dei gendarmi marocchini, che hanno aggredito i migranti con manganelli, lacrimogeni e pietre, picchiando persone inermi già a terra e tirando o spingendo giù dalle reti e dai cancelli chi riusciva ad arrampicarsi. Le crude immagini della strage hanno fatto il giro del mondo: decine di corpi senza vita o agonizzanti impilati uno sull’altro e vigilati da un cordone di gendarmi marocchini in assetto antisommossa.

L’immigrazione irregolare come minaccia

Il presidente del governo spagnolo e alcuni dei suoi ministri – tutti socialisti – hanno però elogiato l’operato della Gendarmeria marocchina, sottolineando la proficua collaborazione con le forze di sicurezza di Madrid. Sánchez ha denunciato addirittura un «attacco violento all’integrità territoriale della Spagna» e ha puntato il dito contro «le mafie responsabili del traffico di esseri umani».

In molti hanno sottolineato il cinismo e l’ipocrisia di una presa di posizione che considera il disperato tentativo del 24 giugno addirittura un’aggressione all’integrità territoriale spagnola, quando Madrid ha finora accolto senza colpo ferire più di 170 mila rifugiati ucraini, bianchi, cristiani e “politicamente corretti” perché provenienti da un paese aggredito da un nemico strategico della Nato come la Russia.

Per masse crescenti di diseredati in fuga da guerre, dittature e catastrofi climatiche, Ceuta e Melilla – territori retaggio del passato coloniale spagnolo incastonati in territorio marocchino – rappresentano delle fondamentali porte d’ingresso nel continente europeo, le uniche a disposizione via terra nel continente africano. Per questo, avvisano sinistre e associazioni, la strage di Melilla non sarà l’ultima se Spagna, Unione Europea e Nato non cambieranno le proprie politiche migratorie. Ma il nuovo Concetto Strategico approvato a Madrid e i toni e gli argomenti utilizzati dal premier spagnolo sembrano andare esattamente nella direzione opposta.

La Nato contro l’immigrazione irregolare

Nell’agenda del vertice, infatti, l’immigrazione illegale è stata affrontata come una “minaccia all’integrità degli stati” ai quali far fronte in maniera organizzata e decisa, al pari dei ricatti energetici. Gongolante, nel corso di un intervento con il segretario di stato Usa Antony Blinken durante il Nato Public Forum, il ministro degli Esteri spagnolo Josè Manuel Albares ha spiegato che il nuovo Concetto Strategico considera le migrazioni irregolari, quando vengono usate come arma politica, delle minacce alla sicurezza degli stati. «Il rischio è sempre, come abbiamo visto al confine tra Bielorussia e Polonia, che qualcosa possa usare l’immigrazione contro la nostra integrità territoriale o la nostra sovranità» ha ribadito l’esponente socialista.

Intervistata dal quotidiano progressista spagnolo Público, la ricercatrice del CIDOB (Barcelona Center for International Affairs) Blanca Garcés spiega: «Si sta creando un concetto di minaccia ibrida che intende trasformare le politiche migratorie in una questione di difesa» attraverso due narrazioni complementari, quella dell’immigrazione come minaccia alla sicurezza degli stati e quella della gestione dei flussi migratori da parte delle mafie. Questo discorso, sottolinea Garcés, permette di «trasformare le migrazioni in una questione di sicurezza nazionale e di legittimare la creazione di situazioni emergenziali che prevedono la sospensione del diritto di asilo, l’intervento degli eserciti alle frontiere e la sospensione della possibilità di operare per i giornalisti e le organizzazioni sociali».

Da parte sua, un dossier del “Centro Delàs d’Estudios por la Paz” denuncia i meccanismi – ad esempio l’operazione Sea Guardian condotta dalla Nato nel Mediterraneo – attraverso i quali «gli stati europei deviano i flussi migratori fuori dal territorio dell’UE, privando i migranti della protezione» loro accordata dalle convenzioni internazionali. Il riferimento ai lauti finanziamenti concessi dall’Ue al regime turco per “contenere” l’immigrazione verso il continente, infischiandosene delle modalità utilizzate dalle forze di sicurezza di Ankara, è obbligato. Ma di fatto la Spagna di Sánchez sta utilizzando lo stesso meccanismo demandando alle forze di sicurezza marocchine – costi quel che costi – il compito di impedire che migliaia di disperati arrivino a Ceuta e Melilla.

Queste considerazioni gettano una luce più chiara sulle argomentazioni utilizzate dai dirigenti socialisti spagnoli per giustificare il brutale comportamento della gendarmeria marocchina, certo non estraneo alla morte di decine di persone.

La realpolitik di Sánchez

Gli elogi di Sánchez e Albares nei confronti delle autorità marocchine riflettono anche i nuovi rapporti di Madrid con Rabat. Nel maggio del 2021, infatti, dopo l’ingresso a Ceuta – agevolato dalla «distrazione» della gendarmeria marocchina – di circa 8000 profughi, i toni usati dal leader del PSOE contro Rabat erano stati durissimi. Ma nel marzo scorso Sánchez ha cambiato registro, riconoscendo la sovranità marocchina sui territori saharawi illegalmente occupati dal regno di Mohammed VI e avviando nuove relazioni di amicizia con Rabat. Il premier spagnolo non ha desistito neanche dopo che la sua intelligence lo ha informato che il suo cellulare era stato spiato dalle autorità marocchine tramite il malware israeliano Pegasus, o dopo la reazione stizzita dell’Algeria che, dopo aver bloccato il trasferimento del suo gas al Marocco ha sospeso il Trattato di amicizia e di buon vicinato firmato con Madrid nel 2002, riducendo le esportazioni di gas anche in Spagna. Sánchez non vuole ora mettere a rischio i rapporti con il paese nordafricano e non vuole fare a meno dell’esternalizzazione del compito di “difendere” le proprie frontiere meridionali dai flussi migratori.

Ceuta e Melilla contese

D’altra parte, però, con il Marocco la Spagna ha ancora aperta la questione della sovranità su Ceuta e Melilla che il governo di Rabat non ha smesso di rivendicare. Nei giorni che hanno preceduto il vertice di Madrid, infatti, ha insistito con i suoi partner dell’Alleanza affinché i due territori coloniali venissero esplicitamente citati come protetti dall’ombrello della difesa collettiva in caso di attacco, sulla base di quanto previsto dell’Articolo 5 del Trattato Atlantico. Un’esplicita menzione del tema all’interno del nuovo Strategic Concept avrebbe concesso numerosi punti a Sánchez, delegittimando le richieste marocchine di restituzione dei due territori. Il Marocco è uno dei principali partner della Nato in tutta l’Africa – particolarmente prezioso ora che occorre contenere l’Algeria legata a Mosca o la presenza russa in Libia – ma Mohammed VI non potrebbe non tener conto di un simile pronunciamento da parte del Patto Atlantico.

Ma per non indispettire i marocchini gli statunitensi non hanno accettato del tutto le richieste di Madrid. Alla fine Sánchez si è dovuto accontentare di un riferimento indiretto e generico alla questione, ottenendo che nel Concetto Strategico fosse inserito un passaggio che recita: la Nato ha l’obiettivo di «difendere ogni centimetro del territorio alleato, preservando la sovranità e l’integrità territoriale di tutti gli aderenti». «Appare chiaro il concetto che la Nato difende ogni centimetro di tutti i paesi che ne fanno parte senza eccezione – ha spiegato Albares – Nei documenti non appaiono mai i nomi di città specifiche».

Fonte