Sarah Cirillo, la ex portavoce della difesa territoriale ucraina, quella che aveva minacciato tutti i giornalisti critici sull’Ucraina definendoli propagandisti da annientare, il giorno dell’arresto di Gonzalo Lira scriveva: “È un bel weekend per essere un americano nella regione di Kharkov, a meno che non sei Gonzalo Lira”.
Nella seconda foto, Stefania Battistini, giornalista del servizio pubblico italiano, “così fiera di Sarah Cirillo, non dimenticherò mai la tua generosità, il tuo altruismo e la tua forza”.
Gonzalo Lira è morto in Ucraina dopo che per mesi, come ha scritto lui stesso, la prigione dove era rinchiuso ha ignorato il suo stato di salute.
Gonzalo Lira, cittadino Statunitense-Cileno, era un giornalista indipendente: è morto in carcere Ucraina dove era stato imprigionato per REATO D’OPINIONE.
Questi sono i “valori di libertà e democrazia” di un regime armato e finanziato da Washington e Bruxelles con miliardi di dollari e di euro, che sta mandando la sua gente al macello da quasi due anni e che ha portato l’Ucraina al disastro totale.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/11/2023
“Né l’amnistia né l’Europa ci salveranno”
Dalla prigione catalana di Ponent, dove da due anni e mezzo sconta una pena per ingiurie alla corona e apologia del terrorismo, Pablo Hasel ha scritto una breve e tagliente lettera che tocca diversi temi oggi al centro del dibattito politico iberico: l’accordo tra i partiti indipendentisti e il PSOE, all’origine dalla riconferma di Pedro Sánchez alla Moncloa; la reale portata dell’amnistia; il ruolo delle istituzioni europee sullo scacchiere internazionale.
La lettera riporta all’attenzione dell’opinione pubblica il caso di Hasel che, dopo aver suscitato lo sdegno e le proteste di migliaia di giovani dentro e fuori lo stato spagnolo, sembra quasi dimenticato.
Conviene ricordare che il musicista di Lleida è finito in carcere a causa di diverse sentenze di condanna tra cui una per i testi delle proprie canzoni, un’altra per una supposta aggressione e infine per alcune opinioni che sono state tacciate di inneggiare al terrorismo.
Proprio quest’ultima accusa merita una riflessione preliminare: è oggi più che mai evidente l’uso politico del termine “terrorista“, impiegato con disinvoltura dagli Stati per condannare senza appello quello che considerano “il nemico”. Con i suoi messaggi, cantati e non, Hasel ha toccato un nervo scoperto dello stato spagnolo tanto da guadagnarsi l’accusa di “apologia del terrorismo“.
Ma ricordare le torture della poliza inflitte ai membri di ETA o a quelli dei GRAPO, un’organizzazione armata marxista-leninista attiva durante e dopo la transizione, è fare apologia del terrorismo?
Sostenere, riferendosi ai GRAPO, che «le prigioniere e i prigionieri politici sono un esempio di resistenza» è fare apologia del terrorismo o un legittimo esercizio di difesa della memoria storica?
La denuncia dei legami della monarchia spagnola con quella saudita, oggetto peraltro delle indagini della magistratura, dev’essere considerata un’ingiuria? Difendere un giovane che affiggeva manifesti a favore dell’autodeterminazione da un provocatore che lo stava aggredendo è un reato?
Evidentemente per lo Stato spagnolo uscito dalla transizione, è ancora oggi difficile tollerare la critica alla mancata trasformazione delle strutture repressive statali (così come la critica alla conservazione nelle mani delle elite franchiste del potere economico e la critica all’unità dello stato).
Su questi temi esiste un settore sociale conservatore, imbevuto della cultura politica franchista, pronto a mobilitarsi, come è accaduto con le proteste seguite all’annuncio dell’amnistia e scatenatesi nelle piazze di Madrid.
Con questo settore i socialisti di Pedro Sánchez hanno condiviso tra l’altro la gestione dell’immigrazione, il sostegno alla NATO, l’adesione al nazionalismo spagnolo e la repressione dei movimenti indipendentisti.
Ed è improbabile che la recente amnistia rappresenti un vero punto di svolta: nel caso di Pablo Hasel (e di molti altri detenuti politici) sembra infatti imporsi una interpretazione restrittiva del provvedimento che, con il beneplacito del nuovo governo, lascerà il rapper comunista in carcere fino al 2027.
Bisogna sottolineare anche che la Corte Europea di Strasburgo ha rifiutato il ricorso presentato da Hasel e ha giudicato corretta la pena comminata dai giudici spagnoli.
Si tratta senza dubbio di una sconfitta giuridica che però ha un risvolto imprevisto: la decisione del tribunale contribuisce a smontare l’opinione, assai diffusa nell’indipendentismo catalano (fatta eccezione per la CUP), secondo la quale l’Unione Europea “rispetterebbe i principi democratici” più di quanto faccia lo Stato spagnolo. Su questo tema, la lettera del rapper è molto chiara.
Seppure alcuni giudizi di Hasel, soprattutto quelli sui partiti spagnoli e catalani, possano talvolta prestarsi all’accusa di un certo massimalismo, bisogna riconoscere che non fanno sconti a nessuno, investendo tanto i socialisti quanto gli indipendentisti.
Anche perciò vale la pena ascoltare il suo punto di vista, non foss’altro che per dare voce a un rapper comunista silenziato, divenuto un detenuto politico, che rivendica la propria appartenenza ideologica.
Qui di seguito la lettera di Pablo Hasel apparsa il 16 novembre sulla stampa catalana.
La lettera riporta all’attenzione dell’opinione pubblica il caso di Hasel che, dopo aver suscitato lo sdegno e le proteste di migliaia di giovani dentro e fuori lo stato spagnolo, sembra quasi dimenticato.
Conviene ricordare che il musicista di Lleida è finito in carcere a causa di diverse sentenze di condanna tra cui una per i testi delle proprie canzoni, un’altra per una supposta aggressione e infine per alcune opinioni che sono state tacciate di inneggiare al terrorismo.
Proprio quest’ultima accusa merita una riflessione preliminare: è oggi più che mai evidente l’uso politico del termine “terrorista“, impiegato con disinvoltura dagli Stati per condannare senza appello quello che considerano “il nemico”. Con i suoi messaggi, cantati e non, Hasel ha toccato un nervo scoperto dello stato spagnolo tanto da guadagnarsi l’accusa di “apologia del terrorismo“.
Ma ricordare le torture della poliza inflitte ai membri di ETA o a quelli dei GRAPO, un’organizzazione armata marxista-leninista attiva durante e dopo la transizione, è fare apologia del terrorismo?
Sostenere, riferendosi ai GRAPO, che «le prigioniere e i prigionieri politici sono un esempio di resistenza» è fare apologia del terrorismo o un legittimo esercizio di difesa della memoria storica?
La denuncia dei legami della monarchia spagnola con quella saudita, oggetto peraltro delle indagini della magistratura, dev’essere considerata un’ingiuria? Difendere un giovane che affiggeva manifesti a favore dell’autodeterminazione da un provocatore che lo stava aggredendo è un reato?
Evidentemente per lo Stato spagnolo uscito dalla transizione, è ancora oggi difficile tollerare la critica alla mancata trasformazione delle strutture repressive statali (così come la critica alla conservazione nelle mani delle elite franchiste del potere economico e la critica all’unità dello stato).
Su questi temi esiste un settore sociale conservatore, imbevuto della cultura politica franchista, pronto a mobilitarsi, come è accaduto con le proteste seguite all’annuncio dell’amnistia e scatenatesi nelle piazze di Madrid.
Con questo settore i socialisti di Pedro Sánchez hanno condiviso tra l’altro la gestione dell’immigrazione, il sostegno alla NATO, l’adesione al nazionalismo spagnolo e la repressione dei movimenti indipendentisti.
Ed è improbabile che la recente amnistia rappresenti un vero punto di svolta: nel caso di Pablo Hasel (e di molti altri detenuti politici) sembra infatti imporsi una interpretazione restrittiva del provvedimento che, con il beneplacito del nuovo governo, lascerà il rapper comunista in carcere fino al 2027.
Bisogna sottolineare anche che la Corte Europea di Strasburgo ha rifiutato il ricorso presentato da Hasel e ha giudicato corretta la pena comminata dai giudici spagnoli.
Si tratta senza dubbio di una sconfitta giuridica che però ha un risvolto imprevisto: la decisione del tribunale contribuisce a smontare l’opinione, assai diffusa nell’indipendentismo catalano (fatta eccezione per la CUP), secondo la quale l’Unione Europea “rispetterebbe i principi democratici” più di quanto faccia lo Stato spagnolo. Su questo tema, la lettera del rapper è molto chiara.
Seppure alcuni giudizi di Hasel, soprattutto quelli sui partiti spagnoli e catalani, possano talvolta prestarsi all’accusa di un certo massimalismo, bisogna riconoscere che non fanno sconti a nessuno, investendo tanto i socialisti quanto gli indipendentisti.
Anche perciò vale la pena ascoltare il suo punto di vista, non foss’altro che per dare voce a un rapper comunista silenziato, divenuto un detenuto politico, che rivendica la propria appartenenza ideologica.
Qui di seguito la lettera di Pablo Hasel apparsa il 16 novembre sulla stampa catalana.
«Ancora una volta, numerosi partiti hanno raggiunto un accordo sulla fiducia al governo, il cui contenuto suppone la violazione reiterata dei diritti civili e politici. In nome del progressismo, torneranno a mettere in campo politiche all’insegna dello sfruttamento, della miseria, della repressione e dell’imperialismo. Tutto ciò sostenendo un regime profondamente antidemocratico, nemico dei nostri interessi, sia come popolo che come classe.Fonte
L’amnistia sulla quale si sono accordati – e vedremo se questa amnistia davvero mantiene ciò che promette – non arriva neppure a includere tutti gli indagati e condannati in Catalunya. Perché la repressione va molto oltre il processo indipendentista: ci sono migliaia di perseguitati per le lotte sul lavoro, le lotte studentesche, quelle per la casa, contro il maschilismo, il razzismo, l’omofobia e contro la repressione.
Inoltre in ambito statale ci sono molti altri prigionieri politici che non sono neppure menzionati perché si vogliono nascondere. E non possiamo permetterlo perché questi prigionieri hanno difeso la nostra dignità. Soprattutto i prigionieri politici sequestrati da decenni, che sono l’esempio di lotta più coerente per i diritti civili, sociali e politici, inclusa l’autodeterminazione.
Perciò dobbiamo rivendicare l’amnistia totale, dovunque sia possibile, e organizzare la solidarietà per far fronte alla repressione presente e a quella futura. L’ampliamento delle leggi repressive approvate dai falsi progressisti dice chiaramente che non ci sarà tregua.
Con altrettanta chiarezza, le nefaste condizioni di vita ci dicono che è necessario intensificare la lotta (che sarà repressa). Il regime non ha bisogno del Partido Popular e di Vox al governo per imporre questo fascismo occulto: se ne incarica il PSOE-Sumar e i loro collaboratori, che perpetuano ogni tipo di atrocità.
Il progressismo e alcuni settori della “sinistra” addomesticata hanno ripetuto spesso che l’Europa non lo permetterebbe, idealizzando l’UE. La realtà ha dimostrato ripetutamente che dicevano una menzogna.
Un recente esempio è la condanna che ho ricevuto per aver denunciato fatti oggettivi, ratificati dal tribunale di Strasburgo. Una condanna incomprensibile, dato che in precedenza lo stato spagnolo era stato condannato per la pratica della tortura, considerata invece nella mia sentenza un’“ingiuria”.
Il fatto che a volte la Corte Europea o l’ONU ammoniscano o condannino lo stato spagnolo per la grossolana repressione non significa che lo facciano sempre, né che riescano a fermarlo. Cosa che non sorprende perché anche l'Unione Europea reprime, e questa evidenza non è inficiata dal fatto che alcuni stati membri dell’unione siano più rispettosi delle libertà rispetto a quello spagnolo.
L’Europa che partecipa alle invasioni imperialiste della NATO, che trasforma il Mediterraneo in una fossa comune per i migranti, che aiuta il sionismo a occupare la Palestina e a portare a termine un genocidio, che equipara nazismo e comunismo, che culla le multinazionali responsabili dello sfruttamento e del saccheggio selvaggio di numerosi paesi, che ha sostenuto il jihadismo in Siria e che arma i nazisti ucraini, non ci salverà.
Non esiste altra soluzione che aumentare gli sforzi per far crescere le lotte nelle piazze. Soltanto rafforzando l’organizzazione rivoluzionaria conquisteremo i diritti e la libertà che ci strappano di mano con la violenza.
È sempre più urgente sviluppare l’unità attorno alla solidarietà e alla lotta per un programma veramente democratico-popolare, che includa l’uscita da questa Unione Europea sfruttatrice, repressiva e imperialista. Altrettanto necessario è denunciare come sotto questo “nuovo” governo continueremo ad essere ugualmente oppressi in tutti i sensi.
Rovesciamo il regime monarchico-fascista! Visca la resistenza! Amnistia totale!»
09/08/2023
Ancora persecuzioni giudiziarie contro gli anarchici. 9 arresti per un giornale
Dietro il blitz il nulla o peggio solo reati di opinione e di stampa. La Digos di Genova, La Spezia e Massa Carrara hanno dato vita questa mattina all’operazione “Scripta Scelera” che ha eseguito 9 misure cautelari emesse dal gip di Genova su richiesta della locale procura. I reati contestati a carico di altrettanti militanti anarchici sono associazione con finalità di terrorismo, istigazione e apologia con finalità di terrorismo e offesa all’onore e al prestigio del presidente della Repubblica. Alcuni degli anarchici arrestati sono attivi nel circolo anarchico “Goliardo Fiaschi” di Carrara.
Le agenzie riferiscono che un indagato di 27 anni è stato portato in carcere, tre – di età compresa tra 56 e 35 anni – agli arresti domiciliari, altri cinque, di età compresa tra i 47 e i 29 anni, all’obbligo di dimora. Eseguite a carico di tutti gli indagati anche 10 perquisizioni locali, personali e informatiche nelle province di Bergamo, Lucca, Massa Carrara, L’Aquila e Perugia.
Le indagini degli investigatori della Digos e del Servizio per il contrasto all’estremismo e al terrorismo interno coordinate dalla procura di Genova, dichiarano di aver individuato “l’esistenza di un’associazione con finalità di terrorismo dedita, tra l’altro, all’ideazione, predisposizione, redazione, stampa e diffusione della pubblicazione clandestina denominata “Bezmotivny – Senza Motivo”. Si tratta di una pubblicazione quindicinale in versione cartacea dal costo di 1,5 euro, la cui prima edizione risale al febbraio 2021.
Sul sito del giornale viene spiegato che “Il nome del periodico si richiama agli anarchici bezmotivny che, in Russia ai primi del ‘900, scelgono di colpire la borghesia per rompere la pacificazione sociale e radicalizzare l’attacco allo Stato. Ai più, in quel momento un attacco violento sembrava senza motivo, lo stesso accade adesso. Invece, l’obiettivo del nostro giornale è quello di raccogliere i momenti di una guerra in corso, per non cedere alla rassegnazione e contribuire a mostrare un motivo che esiste ed è sempre esistito”. In un altro passaggio si chiarisce che “il giornale sarà internazionalista; ospiterà le rivendicazioni di attacchi degli anarchici da varie parti del mondo”.
Nel blitz di questa mattina sono stati perquisiti anche il circolo libertario “Goliardo Fiaschi” di Carrara e la tipografia “Avenza Grafica” di Massa – quest’ultima sequestrata – dove veniva stampato il periodico.
In pratica è stata messa in piedi una grande operazione “antiterrorismo” per far chiudere un giornale quindicinale cartaceo e ritenendo un reato quello che c’è scritto. Siamo dunque sul terreno dei reati di opinione che vengono perseguiti penalmente. Ma non fanno così anche le autocrazie ogni giorno tanto stigmatizzate?
Fonte
Le agenzie riferiscono che un indagato di 27 anni è stato portato in carcere, tre – di età compresa tra 56 e 35 anni – agli arresti domiciliari, altri cinque, di età compresa tra i 47 e i 29 anni, all’obbligo di dimora. Eseguite a carico di tutti gli indagati anche 10 perquisizioni locali, personali e informatiche nelle province di Bergamo, Lucca, Massa Carrara, L’Aquila e Perugia.
Le indagini degli investigatori della Digos e del Servizio per il contrasto all’estremismo e al terrorismo interno coordinate dalla procura di Genova, dichiarano di aver individuato “l’esistenza di un’associazione con finalità di terrorismo dedita, tra l’altro, all’ideazione, predisposizione, redazione, stampa e diffusione della pubblicazione clandestina denominata “Bezmotivny – Senza Motivo”. Si tratta di una pubblicazione quindicinale in versione cartacea dal costo di 1,5 euro, la cui prima edizione risale al febbraio 2021.
Sul sito del giornale viene spiegato che “Il nome del periodico si richiama agli anarchici bezmotivny che, in Russia ai primi del ‘900, scelgono di colpire la borghesia per rompere la pacificazione sociale e radicalizzare l’attacco allo Stato. Ai più, in quel momento un attacco violento sembrava senza motivo, lo stesso accade adesso. Invece, l’obiettivo del nostro giornale è quello di raccogliere i momenti di una guerra in corso, per non cedere alla rassegnazione e contribuire a mostrare un motivo che esiste ed è sempre esistito”. In un altro passaggio si chiarisce che “il giornale sarà internazionalista; ospiterà le rivendicazioni di attacchi degli anarchici da varie parti del mondo”.
Nel blitz di questa mattina sono stati perquisiti anche il circolo libertario “Goliardo Fiaschi” di Carrara e la tipografia “Avenza Grafica” di Massa – quest’ultima sequestrata – dove veniva stampato il periodico.
In pratica è stata messa in piedi una grande operazione “antiterrorismo” per far chiudere un giornale quindicinale cartaceo e ritenendo un reato quello che c’è scritto. Siamo dunque sul terreno dei reati di opinione che vengono perseguiti penalmente. Ma non fanno così anche le autocrazie ogni giorno tanto stigmatizzate?
Fonte
23/03/2021
Torino: ancora reati di opinione, 13 misure cautelari contro i NoTav
Si sa, procura e questura torinesi non smettono mai di stupire. A quasi due anni dai fatti questa mattina la polizia ha eseguito tredici misure cautelari nei confronti di attivisti NoTav e giovani impegnati nelle lotte sociali in città nell’ambito di un’indagine sul Primo Maggio del 2019.
Fu un Primo Maggio particolare quello del 2019, il TAV era un tema centrale del dibattito politico di quei mesi. Nell’autunno precedente erano venute allo scoperto le “madamine”, operazione a freddo del sistema Si Tav per rappresentare un’inesistente base sociale favorevole all’opera. Il bluff era stato svelato e ridicolizzato con la grande manifestazione dell’8 dicembre a Torino che aveva visto decine di migliaia di persone riempire le strade della città per gridare forte il proprio NO.
La retorica che andava per la maggiore e che vedeva tra i suoi promotori il PD e i sindacati confederali nella loro interezza, insieme alle destre di ogni colore e alla Confindustria, era che la grande opera inutile avrebbe portato lavoro e progresso, pura propaganda smentita dai fatti (e persino da alcuni ormai noti rapporti europei).
A quella retorica il movimento No Tav ha sempre opposto la considerazione per cui “c’è lavoro e lavoro”, cioè esistono lavori degni che si prendono cura del territorio, della salute collettiva, di ciò che è utile, bello e giusto e ci sono lavori che invece devastano, inquinano, sfruttano e riproducono la violenza dell’uomo sull’uomo e sulla natura.
Quel Primo Maggio del 2019 voleva essere usato dal sistema SI TAV come palcoscenico per la propaganda della grande opera, con tanto di madamine, esponenti di Fratelli d’Italia e berlusconiani di ferro scesi in piazza in quella data forse per la prima volta in vita loro, ma non avevano fatto i conti con la valle che resiste e con le centinaia e centinaia di lavoratori e lavoratrici precari, studenti, rider e facchini della logistica che ogni anno si ritrovano in piazza all’interno dello spezzone sociale per portare avanti lo spirito originario di lotta del Primo Maggio.
Quel Primo Maggio era la fotografia plastica di due Torino radicalmente diverse, da un lato le consorterie di speculatori, imprenditori e lobbie con i loro partiti politici di riferimento e i sindacati gialli a fare da sussidiari, dall’altra la Torino di chi lotta per sopravvivere, quella del sudore, delle pedalate in bicicletta per consegnare la cena, degli scarponi allacciati sui sentieri, dei giovani che si oppongono al cambiamento climatico e pretendono un futuro migliore.
Lo spezzone sociale di quel Primo Maggio fu partecipato da migliaia di persone, era probabilmente lo spezzone sociale più grande che si ricordi negli ultimi anni, sicuramente era lo spezzone del corteo più folto e numeroso, tale da superare i numeri del resto della manifestazione nel suo complesso.
In un primo maggio che progressivamente da giornata di lotta per i diritti degli oppressi si è trasformato prima in “festa dei lavoratori” e poi in “festa del lavoro” (come si legge nelle carte dell’inchiesta redatte in questura), gli spezzoni istituzionali si sono progressivamente svuotati, mentre la coda del corteo si è arricchita di nuove istanze, nuovi bisogni, nuove visioni sul futuro.
Questa evidenza probabilmente non poteva essere tollerata. Già dai giorni prima della manifestazione era evidente che si sarebbe tentato di relegare le voci di dissenso lontane dai responsabili delle politiche sociali, ambientali e sindacali che hanno falcidiato territori e generazioni di giovani e meno giovani del nostro paese.
La polizia ha più volte tentato di bloccare lo spezzone sociale, di costringerlo al fondo del corteo, di provocarne il ridimensionamento, ma i numeri sono cresciuti, così come la determinazione e la volontà di portare avanti le proprie rivendicazioni.
Nonostante tre violente cariche il corteo è arrivato in piazza San Carlo e finalmente la voce del paese reale ha potuto esprimersi su quel palco che fino a pochi minuti prima era stato il teatro della sfilata politico-sindacale.
Adesso a quasi due anni di distanza arriva la vendetta dello Stato per quella giornata di lotta, con delle misure cautelari assolutamente insensate dato il lungo periodo intercorso ed utilizzate unicamente per “punire” chi ha partecipato con generosità allo spezzone sociale.
Ancora una volta tra l’altro siamo di fronte ad un’inchiesta “selettiva” in cui ad essere colpiti e colpite sono compagni e compagne noti per la loro generosità e partecipazione alle lotte. L’obbiettivo di questura e procura è naturalmente quello di offrire alla stampa dei ritratti deformati di chi si spende per contrapporsi alla barbarie istituzionale, alla devastazione ed allo sfruttamento.
In particolare ancora una volta nel mirino degli inquirenti è finita Dana, in carcere da mesi per aver parlato ad un megafono, che guarda caso è nuovamente accusata di un reato di opinione e cioè di aver raccontato dal microfono del furgone dello spezzone sociale quanto stava accadendo in piazza, di aver rincuorato chi resisteva alle cariche, di aver ricordato ai partiti ed ai sindacati le loro responsabilità. È evidente che ormai a Torino non si puniscono unicamente i comportamenti legittimi o meno, ma è in corso una vera è propria caccia alle idee di chi non è allineato con il dettato dominante.
Tutt* liber* subito!
Fonte
17/11/2017
Mauritania - Libero il blogger condannato a morte per apostasia
di Stefano Mauro
La Corte Suprema di Nuadhibou in Mauritania ha emesso il suo verdetto giovedì 9 novembre: Cheick Ould Mohammed Mkhaitir è stato condannato a due anni di prigione ed al pagamento di un’ammenda per aver pubblicato un articolo giudicato “blasfemo”. L’uomo, che aveva già scontato quasi quattro anni, è stato quindi rilasciato.
Il verdetto, nella sala del tribunale, è stato accolto da grida ed insulti nei confronti della corte e del governo, da parte di numerose persone, giunte da diverse parti del paese, per sostenere la sua condanna a morte. Le stesse forze di polizia hanno dovuto reprimere numerose manifestazioni nella capitale Noukchott contro manifestanti che protestavano contro le autorità colpevoli “di aver scelto l’occidente e non la difesa della religione e del Profeta”.
Il giovane trentenne blogger era incarcerato dallo scorso gennaio 2014 ed era stato condannato a morte per “apostasia”, la prima nel paese dalla sua indipendenza nel 1960. Circa quattro anni fa, infatti, le autorità mauritane lo avevano arrestato dopo che il quotidiano Aqlame aveva pubblicato un suo articolo che criticava “l’utilizzo della religione per giustificare alcune discriminazioni nella società mauritana”, dove esiste ed è tollerata ancora la schiavitù.
Qualche mese più tardi, il 21 aprile 2016, la corte d’appello aveva confermato la sentenza non più per “apostasia”, ma per “miscredenza” – reato considerato meno grave – in virtù del pentimento da parte di Mkhaitir e rinviando il suo dossier alla Corte Suprema. Lo stesso Forum degli Ulema, creato nel 2014 per la difesa dei costumi e del Profeta, aveva richiesto la morte del blogger considerato “apostata e blasfemo”.
La condanna a morte aveva provocato un’alzata di scudi ed una campagna di pressioni da parte delle organizzazioni per i diritti umani. Amnesty International e Human Right Watch (Hrw) avevano più volte lanciato appelli e richiesto una sospensione della sentenza. “Il condannato è un detenuto per opinione – ha dichiarato dopo la sentenza Sarah Leah Whitson, direttrice della divisione di Amnesty per l’Africa – E’ incarcerato esclusivamente per aver affermato il suo diritto alla libertà di espressione e per essersi opposto alle discriminazioni attraverso un articolo su un blog”.
Secondo Hrw il clima è talmente teso che, in questi anni, numerosi difensori dei diritti civili e sostenitori di Mkhaitir hanno ricevuto minacce di morte. Stesse persecuzioni anche per i suoi genitori che sono dovuti fuggire dal paese e hanno trovato rifugio in Francia. Di positivo in questa vicenda c’è solamente la libertà e la salvezza del giovane blogger perché questo episodio, l’ennesimo, è purtroppo la punta di un iceberg per ciò che concerne i diritti umani inerenti la sfera religiosa.
Secondo i dati contenuti nel Rapporto 2016 sulla pena di morte nel mondo dell’Associazione “Nessuno Tocchi Caino”, infatti, la situazione legata ai reati di opinione o riguardanti la sfera religiosa è molto grave. In alcuni paesi islamici, ad esempio, «convertirsi dall’Islam ad un’altra religione, essere ateo oppure offendere il profeta Mohammad è considerato apostasia ed è tecnicamente un reato capitale». Il reato di apostasia è punito con la morte in 12 paesi musulmani: Afghanistan, Iran, Malesia, Maldive, Mauritania, Nigeria (solo negli stati settentrionali a maggioranza musulmana), Qatar, Arabia Saudita, Somalia, Sudan, Emirati Arabi Uniti e Yemen.
“L’aumento e la diffusione del credo wahhabita (visione radicale e retrograda dell’Islam di matrice saudita) in molti paesi musulmani ne è la diretta causa – secondo Mohammad Mahmud Ould Mohamedu, mauritano e docente universitario esperto di Islamismo e Radicalismo all’Università di Ginevra – Prova ne sono anche le esecuzioni sommarie per «reati» legati alla religione attuate da gruppi estremisti islamici: Al-Shabaab in Somalia, Boko Haram in Nigeria, i Talebani in Afghanistan e l’ISIS in Iraq e in Siria”.
Fonte
La Corte Suprema di Nuadhibou in Mauritania ha emesso il suo verdetto giovedì 9 novembre: Cheick Ould Mohammed Mkhaitir è stato condannato a due anni di prigione ed al pagamento di un’ammenda per aver pubblicato un articolo giudicato “blasfemo”. L’uomo, che aveva già scontato quasi quattro anni, è stato quindi rilasciato.
Il verdetto, nella sala del tribunale, è stato accolto da grida ed insulti nei confronti della corte e del governo, da parte di numerose persone, giunte da diverse parti del paese, per sostenere la sua condanna a morte. Le stesse forze di polizia hanno dovuto reprimere numerose manifestazioni nella capitale Noukchott contro manifestanti che protestavano contro le autorità colpevoli “di aver scelto l’occidente e non la difesa della religione e del Profeta”.
Il giovane trentenne blogger era incarcerato dallo scorso gennaio 2014 ed era stato condannato a morte per “apostasia”, la prima nel paese dalla sua indipendenza nel 1960. Circa quattro anni fa, infatti, le autorità mauritane lo avevano arrestato dopo che il quotidiano Aqlame aveva pubblicato un suo articolo che criticava “l’utilizzo della religione per giustificare alcune discriminazioni nella società mauritana”, dove esiste ed è tollerata ancora la schiavitù.
Qualche mese più tardi, il 21 aprile 2016, la corte d’appello aveva confermato la sentenza non più per “apostasia”, ma per “miscredenza” – reato considerato meno grave – in virtù del pentimento da parte di Mkhaitir e rinviando il suo dossier alla Corte Suprema. Lo stesso Forum degli Ulema, creato nel 2014 per la difesa dei costumi e del Profeta, aveva richiesto la morte del blogger considerato “apostata e blasfemo”.
La condanna a morte aveva provocato un’alzata di scudi ed una campagna di pressioni da parte delle organizzazioni per i diritti umani. Amnesty International e Human Right Watch (Hrw) avevano più volte lanciato appelli e richiesto una sospensione della sentenza. “Il condannato è un detenuto per opinione – ha dichiarato dopo la sentenza Sarah Leah Whitson, direttrice della divisione di Amnesty per l’Africa – E’ incarcerato esclusivamente per aver affermato il suo diritto alla libertà di espressione e per essersi opposto alle discriminazioni attraverso un articolo su un blog”.
Secondo Hrw il clima è talmente teso che, in questi anni, numerosi difensori dei diritti civili e sostenitori di Mkhaitir hanno ricevuto minacce di morte. Stesse persecuzioni anche per i suoi genitori che sono dovuti fuggire dal paese e hanno trovato rifugio in Francia. Di positivo in questa vicenda c’è solamente la libertà e la salvezza del giovane blogger perché questo episodio, l’ennesimo, è purtroppo la punta di un iceberg per ciò che concerne i diritti umani inerenti la sfera religiosa.
Secondo i dati contenuti nel Rapporto 2016 sulla pena di morte nel mondo dell’Associazione “Nessuno Tocchi Caino”, infatti, la situazione legata ai reati di opinione o riguardanti la sfera religiosa è molto grave. In alcuni paesi islamici, ad esempio, «convertirsi dall’Islam ad un’altra religione, essere ateo oppure offendere il profeta Mohammad è considerato apostasia ed è tecnicamente un reato capitale». Il reato di apostasia è punito con la morte in 12 paesi musulmani: Afghanistan, Iran, Malesia, Maldive, Mauritania, Nigeria (solo negli stati settentrionali a maggioranza musulmana), Qatar, Arabia Saudita, Somalia, Sudan, Emirati Arabi Uniti e Yemen.
“L’aumento e la diffusione del credo wahhabita (visione radicale e retrograda dell’Islam di matrice saudita) in molti paesi musulmani ne è la diretta causa – secondo Mohammad Mahmud Ould Mohamedu, mauritano e docente universitario esperto di Islamismo e Radicalismo all’Università di Ginevra – Prova ne sono anche le esecuzioni sommarie per «reati» legati alla religione attuate da gruppi estremisti islamici: Al-Shabaab in Somalia, Boko Haram in Nigeria, i Talebani in Afghanistan e l’ISIS in Iraq e in Siria”.
Fonte
29/01/2015
Je suis Erri
«Istigazione a delinquere» è uno di quei reati da codice fascista che solo un legislatore distratto o fin troppo furbo mantiene in vigore. Indecifrabile alla verifica empirica, specie nei casi di opposizione sociale e politica; di scarsa utilità in tutti gli altri casi (se ti convinco a fare una rapina con me dividiamo il bottino, quindi siamo correi e condannabili entrambi a una pena molto superiore; è escluso che ti possa convincere a farla da solo o con altri e poi portarmi la mia parte).
È diventato un “reato foglia di fico”, da usare – in rarissimi casi, per disperazione o protervia – al posto dei reati d'opinione, che in effetti fanno un po' troppo fascismo del ventennio. Mentre ora siamo moderni e liberali, quindi si deve reprimere il libero pensiero critico senza darne l'impressione.
In ogni caso, imputare un universalmente stimato scrittore per «istigazione a delinquere» è uno di quei passi audaci che o si rivelano presto un boomerang oppure instaurano di fatto un'altra costituzione materiale. Imponendo il silenzio pubblico.
Le premesse per il boomerang ci sono tutte. La fama internazionale dell'imputato, lo sconcerto scandalizzato dei giornalisti stranieri, lo stesso scarto temporale tra fatti – la resistenza attiva in Val Susa è di molto precedente l'intervista solidale di Erri – e proferimento della parola incriminata: sabotaggio.
Le premesse per il regime change anche. L'inesistenza di anticorpi culturali, una magistratura quasi completamente incapace di affrontare cum grano salis i problemi che arrivano al suo esame, una classe politica fatta di servi nominati, un giornalismo mainstream attento solo al rinnovo del contratto individuale e disposto a tutto per accontentare la proprietà. Chi ha dato una sbirciata a La Stampa o al Corriere, su questa vicenda, può farsene un'idea per proprio conto.
Nessuno sembra sapere che la Tav è un'opera inutile, che la Francia ha rinviato ogni decisione sulla sua realizzazione al 2030, che l'unico motivo per cui “bisogna farla” sono gli appetiti di alcune imprese costruttrici, con il solito codazzo di mazzette e di subappalti per “movimentazione terra” in odor di criminalità organizzata. Le uniche cose che devono “far notizia” sono gli sporadici scontri tra popolazione della valle e le forze militari inviate in loco per reprimere la Resistenza (addirittura reparti ritirati dall'Afghanistan! vedi), oppure le voci di intellettuali che classificano la Resistenza stessa come legittima.
In parole povere: nessuno deve opporsi, neanche parlando. Tanto meno animando strumenti di comunicazioni non subalterni. Non è un caso che anche Contropiano potrebbe essere trascinato in tribunale dal dott. Caselli per due articoli pubblicati sul giornale.
E qui cadono i tanti asini della propaganda di regime. Non è neanche passato un mese da quando tutti, anche i più forcaioli nemici della libertà di parola, alzavano i cartelli con su scritto “je suis Charlie”, teorizzando che “non ci devono essere limiti alla satira”. Ora gli stessi tutti trovano normale che invece i limiti debbano esistere. E anche molto stretti.
Ne deriva, quasi come un'equazione matematica, che il limite non esiste solo quando la parola lavora per gli interessi del potere – sfottere le credenze religiose altrui è un aiuto, anche se magari involontario, ai teorici dello “scontro di civiltà” –. Quando invece la parola difende interessi opposti diventa reato. Je ne suis plus Charlie?
L'assolutismo è questa roba qui.
Fonte
È diventato un “reato foglia di fico”, da usare – in rarissimi casi, per disperazione o protervia – al posto dei reati d'opinione, che in effetti fanno un po' troppo fascismo del ventennio. Mentre ora siamo moderni e liberali, quindi si deve reprimere il libero pensiero critico senza darne l'impressione.
In ogni caso, imputare un universalmente stimato scrittore per «istigazione a delinquere» è uno di quei passi audaci che o si rivelano presto un boomerang oppure instaurano di fatto un'altra costituzione materiale. Imponendo il silenzio pubblico.
Le premesse per il boomerang ci sono tutte. La fama internazionale dell'imputato, lo sconcerto scandalizzato dei giornalisti stranieri, lo stesso scarto temporale tra fatti – la resistenza attiva in Val Susa è di molto precedente l'intervista solidale di Erri – e proferimento della parola incriminata: sabotaggio.
Le premesse per il regime change anche. L'inesistenza di anticorpi culturali, una magistratura quasi completamente incapace di affrontare cum grano salis i problemi che arrivano al suo esame, una classe politica fatta di servi nominati, un giornalismo mainstream attento solo al rinnovo del contratto individuale e disposto a tutto per accontentare la proprietà. Chi ha dato una sbirciata a La Stampa o al Corriere, su questa vicenda, può farsene un'idea per proprio conto.
Nessuno sembra sapere che la Tav è un'opera inutile, che la Francia ha rinviato ogni decisione sulla sua realizzazione al 2030, che l'unico motivo per cui “bisogna farla” sono gli appetiti di alcune imprese costruttrici, con il solito codazzo di mazzette e di subappalti per “movimentazione terra” in odor di criminalità organizzata. Le uniche cose che devono “far notizia” sono gli sporadici scontri tra popolazione della valle e le forze militari inviate in loco per reprimere la Resistenza (addirittura reparti ritirati dall'Afghanistan! vedi), oppure le voci di intellettuali che classificano la Resistenza stessa come legittima.
In parole povere: nessuno deve opporsi, neanche parlando. Tanto meno animando strumenti di comunicazioni non subalterni. Non è un caso che anche Contropiano potrebbe essere trascinato in tribunale dal dott. Caselli per due articoli pubblicati sul giornale.
E qui cadono i tanti asini della propaganda di regime. Non è neanche passato un mese da quando tutti, anche i più forcaioli nemici della libertà di parola, alzavano i cartelli con su scritto “je suis Charlie”, teorizzando che “non ci devono essere limiti alla satira”. Ora gli stessi tutti trovano normale che invece i limiti debbano esistere. E anche molto stretti.
Ne deriva, quasi come un'equazione matematica, che il limite non esiste solo quando la parola lavora per gli interessi del potere – sfottere le credenze religiose altrui è un aiuto, anche se magari involontario, ai teorici dello “scontro di civiltà” –. Quando invece la parola difende interessi opposti diventa reato. Je ne suis plus Charlie?
L'assolutismo è questa roba qui.
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