Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/01/2020

“Prega dio e passami le munizioni”. Il nazionalismo religioso disegna nuove identità

“Profezia non è pre-dire, non è nemmeno pre-vedere. Il profeta non vede il futuro, vede il presente. Vede nel presente quello che gli altri non vedono, e dice del presente quello che gli altri non vogliono ascoltare. Deve far vedere, far ascoltare. E a volte è necessario il grido nella folla, o il parlare nel deserto”. – Mario Tronti

Uno dei maggiori quotidiani nazionali, il Corriere della Sera, ha pubblicato qualche giorno fa un articolo a firma di Mauro Magatti dal titolo quasi profetico: “Il dialogo, risposta europea al nazionalismo religioso”. Il testo di Magatti articola una analisi nella quale si mette in evidenza un fallimento: quello della globalizzazione. “In primo luogo, per la sua incapacità di essere inclusiva: che si traduce nella marginalità d’interi gruppi sociali e aree territoriali. In secondo luogo, per i problemi che essa lascia irrisolti dal lato della domanda di identità e di senso”.

La riflessione che suscita questa obiettiva constatazione può senz’altro significare che una certa élite nostrana si sta accorgendo – tramontate oppure superate e dimenticate pratiche con “teorie novecentesche” – che una “dottrina strategica” è sopravvissuta. Questa dottrina si rivela non essere altro che la “Religione” – o misticismo che dir si voglia.

Ma secondo Magatti questa religiosità oggi assume nuove vesti: ossia quelle del “nazionalismo”, sia esso etnico, razziale, etico o morale!

E proprio perché sarebbero tramontate le altre dottrine, la “religione” o la religiosità come sostiene Marx nella Questione Ebraica, sta riscoprendo il suo potere o “valore strategico morale”! Ed è indossando quelle vesti strategiche e realizzando progetti adeguati che questo nazionalismo di stampo religioso sta andando per la maggiore sia nell’Occidente sia nei paesi vittime dei processi di “globalizzazione”.

L’articolo vuole probabilmente intendere che un recupero delle identità perdute oggi si può avere con l’odierna assunzione di forme mistiche, nazionaliste, integraliste ecc. all’insegna di un ritrovato sovranismo!

È questo un fenomeno da non sottovalutare o prendere sotto gamba, liquidandolo magari con la satira o con commedie boccaccesche che si limitano a deridere, sbeffeggiare o ridicolizzare una questione che pare provenire dal buio di un passato millenarista, quasi medievale!

L’invito a non sottovalutare la questione si fonda su almeno tre questioni:

– la prima sta nel fatto che: “Ad oggi i fedeli afferenti ad una chiesa evangelica sono cresciuti fino ad arrivare al numero di 619 milioni di individui, pari ai due terzi della totalità dei protestanti” (1)

– la seconda chiarisce meglio il ruolo che da tempo sta svolgendo un certo Steve Bannon (ex chief strategist della Casa Bianca e sostenitore di una geopolitica apocalittica), tramite l’associazione internazionale da lui fondata – la Dignitatis Humanae Institute – con la quale aveva acquistato l’abbazia di Trisulti per farci una “scuola di sovranismo".

Tutto ciò all’insegna e seguendo strategie tracciate da tempo da un certo fondamentalismo evangelico e integralismo cattolico.

Le loro strategie prendono di petto frontalmente certi progetti ritenuti troppo laici in quanto non mettono in evidenza il lato mistico, fideistico del credo religioso. Concetti sui quali si deve poggiare l’intera politica che l’evangelismo globale persegue dal primo novecento! (Questi atteggiamenti si basano sui princìpi fondamentalisti cristiano-evangelici dell’inizio del secolo scorso, che si sono man mano radicalizzati.”) (2)

Una prima conferma è venuta dalle elezioni alla presidenza in alcuni importanti Stati, come ad esempio Trump negli Usa o Bolsonaro in Brasile, ai quali vanno aggiunti altri candidati e politici di rilievo nella politica dell’Unione Europea (in particolare all’Est) e nel continente Latino Americano. Anche in Europa leader della destra come Salvini, Marin Le Pen, Vox spagnolo appaiono in preda a “furori misticheggianti”, dimostrando a quale livello politico sono arrivate queste strategie di potere basate soprattutto sulle rotture e sulle fratture sociali, etiche o religiose prodotte dalla crisi del capitalismo e dalle sue dinamiche sociali, economiche e politiche.

– La terza, ma non per importanza, è il ruolo che sta svolgendo – anche contraddittoriamente – l’attuale papa Francesco (3) che agisce nel vuoto lasciato dalla scomparsa dalla scena politica di teorie maldestramente liquidate come “novecentesche”, in quanto ritenute superate e sepolte dallo sviluppo capitalistico, dall’insorgenza di nuove tecnologie, di nuove figure sociali e dalla perdita quasi completa di valori sociali, prospettive e strategie di cambiamento politico di natura socialista o comunista.

Liquidate queste ideologie, nella nuova fase storica si assiste all’apparire di una teoria “universalista” che predica – e magari pratica – strategie sotto forma di una specie di “messaggio messianico” del tipo “Teologia della prosperità. Il pericolo di una “vangelo diverso

“Teologia della prosperità”: questo è il nome più conosciuto e descrittivo di una corrente teologica neo-pentecostale evangelica. Il nucleo di questa «teologia» è la convinzione che Dio vuole che i suoi fedeli abbiano una vita prospera, e cioè che siano ricchi dal punto di vista economico, sani da quello fisico e individualmente felici. Questo tipo di cristianesimo colloca il benessere del credente al centro della preghiera, e fa del suo Creatore colui che realizza i suoi pensieri e i suoi desideri...”

Gridare “ al lupo” in questo caso credo serva a poco. Contropiano ha un ruolo strategico nella comunicazione e nell’individuazione delle “crepe o fratture politiche e sociali” presenti in questa nuova fase storica, quindi l’analisi deve cogliere al meglio il suo ruolo informativo e comunicativo; perciò non voglio trarre conclusioni né forzare strane congetture.

Invito soltanto chi vorrà leggere quest’articolo a vedere quanto riportato nei link presenti, riflettere e confrontare quanto scritto e progettato in questi documenti (visibili e pubblici su siti di associazioni cattoliche, centri studi, “segrete cardinalizie”) e quanto è possibile trovare o scoprire nella rete Internet.

Invito quindi a riflettere sul fatto che, se è pur vero che si sta aprendo una fase storica nuova nella quale molte delle “vecchie” teorie politiche e relative “cassette degli attrezzi” possono apparire obsolete, o superate dall’avanzare di strategie nuove, molto pervasive ma piene di manipolazioni e mistificazioni sociali, politiche, ideologiche, è altrettanto vero che soltanto una visione di classe del mondo e delle relazioni sociali sembra poter sopravvivere, trovando nuova linfa vitale proprio abbeverandosi al prodotto delle crisi economiche, sociali, etiche, morali del modello capitalista contro il quale acquista sempre maggior conferma, attualità, valore e potenza.

Note:

(1) https://www.thewisemagazine.it/2018/12/15/linfluenza-politica-mondiale-chiesa-evangelica

(2) https://www.laciviltacattolica.it/articolo/fondamentalismo-evangelicale-e-integralismo-cattolico/

(3) Una conferma di questo viene ad esempio dal “conflitto” tra gli attuali vertici vaticani, dove il “papa emerito” Ratzinger “corregge” l’attuale papa Francesco sul tema del celibato – quindi nelle leggi della Chiesa – affermando le tematiche e i principi storici cui la Chiesa s’è sempre rivolta, compresa la necessità di mantenere tutte quelle prerogative e scelte che hanno caratterizzato nei secoli la storia del cattolicesimo, mantenendone il suo equilibrio, la funzione storica e i ruoli svolti da parte del personale che sceglie di vestire l’abito talare; rifiutando quindi tutte le pratiche “civili” in materia di sessualità, unione matrimoniale, riproponendo dunque la castità!

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17/09/2019

Elezioni Israeliane. Lo so, è difficile ammetterlo

È difficile ammetterlo, anche se i fatti sono inconfutabili. È difficile ammetterlo perché la capacità manipolativa di chi non conosce onestà intellettuale, ma porta rispetto alle regole del libro paga in cui è inserito, rende difficile ammettere senza giri di parole una verità che è scandaloso affermare. Ma che è verità.

È difficile ammetterlo, lo so, senza essere – per stupidità o per malafede – tacciati di antisemitismo, ma la realtà è là, nuda come il re nudo e, come per il re nudo, se nessuno la grida rompendo l’incantesimo, resta nascosta dietro veli immaginari.

Nel caso specifico uno dei veli lo si ritrova nelle parole della statista askenazita Golda Meir : “dopo l’olocausto agli ebrei è consentito fare qualunque cosa”, come se tutto il mondo fosse in debito con gli ebrei per il genocidio commesso dai nazisti! In fondo, se ci si pensa con pensiero libero, sembra un po’ assurdo, ma in realtà è esattamente così: tutto il mondo è ricattato dall’olocausto. La stessa Golda Meir lo ha dimostrato con l’arroganza criminale espressa in varie operazioni di stampo terroristico, affidando al Mossad gli omicidi di coloro che riteneva di dover punire. Era tutto permesso.

Sotto la coperta dell’olocausto i crimini israeliani venivano e vengono derubricati ad “azioni”. Qualche lagnanza quando il terrorismo israeliano colpiva le sue vittime in paesi occidentali, ma niente di più. Eppure, ad un occhio democratico questa sistematicità delittuosa dovrebbe creare almeno una richiesta di sanzioni, ma non succede neanche quello: l’olocausto è come una coperta magica.

Lo sanno anche i tredicenni che uno Stato democratico non può condannare a morte senza processo, ma Israele, come più volte affermato senza alcun pudore dagli stessi statisti israeliani, è al di fuori di ogni legge che non sia la propria. Golda Meir, nonostante fosse di idee socialiste, lo ha dimostrato senza ombra di dubbio e ha fatto scuola ai suoi successori, di qualunque colore politico fossero.

Questo “diritto” ad essere al di sopra delle leggi internazionali è diventato un credo collettivo, una convinzione condivisa da un intero popolo che crescendo con questi valori, peraltro rinforzati da dichiarazioni di figure istituzionali, sostiene la propria superiorità rispetto agli altri. Un popolo che non inorridisce davanti allo sterminio “per la gloria del Signore” se lo sterminio riguarda i “goym” cioè i non ebrei, ma lo ritiene motivo di grandezza e fase del progetto divino per la conquista della terra promessa da Dio a beneficio esclusivo del “suo” popolo, il popolo eletto.

Quest’uso strumentale della leggenda biblica in chiave politica ha sicuramente il suo peso ogni volta che Israele si trova ad affrontare il giudizio delle urne, esattamente come in questi giorni.

È impressionante, per un occhio laico e democratico, vedere che i vari competitors non presentano programmi elettorali basati sul miglioramento dei servizi, delle tutele lavorative, degli investimenti pubblici e così via, ma puntano sulla carta vincente che consiste sempre nelle promesse di maggior durezza contro il popolo palestinese occupato e assediato, e nell’estensione del furto dei territori palestinesi allargando illegalmente i confini dello Stato stesso grazie alla confisca di nuove terre abitate dai coloni fuorilegge e promettendo solennemente che nessuna legge internazionale verrà mai rispettata perché Israele risponde solo al proprio Dio e non alle leggi umane.

Su questo punto, per credenti o atei nessuna differenza, Dio è al di sopra delle leggi umane anche se non se ne ammette l’esistenza. Del resto il padre fondatore del sionismo, Theodor Herzl era ateo, ma la leggenda biblica è stata la sua carta vincente!

Ora, a un passo dalle elezioni, vediamo che il pluri-indagato Netanyahu, scampato alla galera grazie all’uso “salvifico” dei palestinesi da schiacciare, bombardare, arrestare e uccidere, chiede il sostegno popolare a chi condivide con lui il disprezzo della legge internazionale, l’oltraggio del diritto umanitario, l’umiliazione del popolo palestinese e, dulcis in fundo, la propensione al furto, e lo fa “legalizzando” un avamposto coloniale di circa 30 famiglie nella Valle del Giordano e dichiarando che se vincerà le elezioni annetterà tutta la Valle del Giordano a Israele, cioè ruberà altra terra ai palestinesi e su questo ulteriore furto fa campagna elettorale.

Lo so, è difficile ammetterlo, ma il popolo israeliano, a parte una rispettabile quanto super esigua minoranza, ha mostrato di essere un popolo che ama il furto, che appoggia l’omicidio, che calpesta la giustizia internazionale e Netanyahu sa interpretare queste vocazioni collettive promettendo di realizzare il nuovo furto sapendo che può contare sull’impunità internazionale grazie a tre importanti fattori: il primo è il favore dell’opinione pubblica più addomesticata alla narrazione mediatica di basso livello che risponde in pieno alla lucida affermazione di Golda Meir “dopo l’olocausto gli ebrei potranno fare tutto”, dove per “ebrei” non si intendono solo gli israeliani, ma tutti coloro che possono definirsi ebrei in qualunque parte del mondo, e questo lo sanno bene anche quegli ebrei, ortodossi o meno, che invece rifiutano di riconoscersi in questo progetto criminale che va avanti da oltre settanta anni.

Il secondo fattore è l’assenza di sanzioni da parte della comunità internazionale la quale, more solito, si limiterà a condannare verbalmente le basse manovre di “Bibi l’indagato” per annettersi la Valle del Giordano.

Il terzo fattore è il sodalizio in forma di associazione a delinquere in totale impunità col presidente Usa Donald Trump, il quale regala territori non suoi, quindi rubati ai legittimi proprietari, e di conseguenza indica all’intera comunità internazionale che la forza e non già il diritto governa il mondo.

Lo so, è difficile ammetterlo, ma se per avere il favore degli elettori si promette di rubare terra altrui questo significa che il popolo israeliano ormai è un popolo moralmente corrotto, un popolo che non conosce diritti che non siano i propri privilegi e che, per colmo di misura, li considera un dono di Dio, un Dio che chiaramente non può essere il Dio di tutti, ma solo il Dio... degli eletti.

Ammettiamolo dunque, questi lunghi decenni di tolleranza e di complicità internazionali hanno ridotto la stragrande maggioranza degli israeliani ad essere un popolo sentitamente razzista e eticamente corrotto, un popolo che alimenta il proprio razzismo e sostiene i crimini dei proprio governo usando strumentalmente la tragedia dell’olocausto per tacitare le coscienze.

Così, Bibi l’indagato, a due giorni dal voto promette di commettere un ulteriore crimine sapendo che il “suo” popolo lo voterà per questo.

Lo so, è difficile e anche impopolare ammetterlo, ma è onesto farlo: il 17 settembre, cioè tra una manciata di ore, sapremo se Netanyahu, grazie alla promessa di un ulteriore crimine, avrà ottenuto il favore del popolo israeliano e, in tal caso, si potrà correttamente dire che, ad eccezione di quella già citata esigua, rispettabile minoranza, il popolo israeliano è un popolo criminale ed ha il governo adatto a rappresentarlo. Oppure no, lo vedremo prestissimo.

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15/09/2019

Israele - Anche re Davide candidato alle elezioni

Michele Giorgio

«La storia di re Davide e le radici della sua dinastia sono qui, tra questi scavi, tra queste pietre. La storia di re Davide è quella di Gerusalemme e di Israele, da tremila anni fa fino ai nostri giorni». La guida, un giovane sulla trentina, sorride, accompagna la sua narrazione con movimenti lenti della testa e delle mani rivolgendosi ad un gruppo di turisti seduti sugli spalti che si affacciano sugli scavi. La vista dal “Parco archeologico della Città di Davide” è mozzafiato. In alto si scorgono le mura antiche di Gerusalemme con le cupole delle moschee di Al Aqsa e della Roccia, il terzo luogo santo dell’Islam e, secondo la tradizione ebraica, l’area del biblico Tempio. Di fronte, ad est, dominano il Monte degli Ulivi e l’antico cimitero ebraico. In basso c’è la piscina di Shiloah.

La giovane guida, come i suoi colleghi, abbina l’archeologia alle gesta di re Davide e di eroici combattenti ebrei lanciati alla conquista di Gerusalemme e poi nella difesa della città. Lo stesso si può ascoltare nei filmati descrittivi disponibili nel parco, visitato ogni anno da mezzo milione di turisti e gestito interamente, con l’approvazione delle massime autorità comunali e governative, dalla Elad, società “immobiliare” del movimento dei coloni israeliani insediati nella zona araba di Gerusalemme, occupata nel 1967. Guide turistiche e filmati rendono invisibile una presenza ben evidente ma che “stona” all’interno della narrazione ufficiale del luogo: le centinaia e centinaia di case palestinesi del quartiere di Silwan, che avvolgono il “sito archeologico”.

Nella “Città di Davide” non c’è spazio per una storia più articolata. C’è un’unica storia che non si discute. Qui il racconto biblico è una verità assoluta e fonte primaria della legittimità dello Stato di Israele. È un trattato di politica internazionale firmato anche dagli Stati Uniti. L’ambasciatore Usa David Friedman, partecipando a giugno alla cerimonia di inaugurazione, nell’area della “Città di Davide”, della Via del Pellegrinaggio, il percorso che anticamente avrebbe collegato la piscina di Siloam al Monte del Tempio, ha dichiarato perentorio che «Essa (la Via del Pellegrinaggio, ndr) porta alla luce la verità storica di quel periodo cruciale della storia ebraica. La pace tra Israele e palestinesi deve basarsi su un fondamento di verità. La Città di David contribuisce al nostro obiettivo collettivo di perseguire una soluzione fondata sulla verità. È importante per tutte le parti coinvolte nel conflitto».

Friedman vuole che «la verità» emerga. La sua verità ovviamente, che è quella dei coloni e di coloro che usano l’archeologia biblica per fini politici e per negare i diritti dei palestinesi. Quindi re Davide è tra i candidati alle elezioni israeliane del 17 settembre. Sull’archeologia politica si fonda il programma politico e la campagna elettorale di Yemina, la coalizione di forze della destra sionista religiosa e, sempre di più, quella del Likud del premier Netanyahu. Parliamo dello schieramento al potere da dieci anni in Israele. Vale la pena di ricordare che non pochi dei laici fondatori di Israele e alcuni dei suoi primi leader politici sono stati archeologi con evidenti finalità politiche.

Ma il protagonista di questa storia, re Davide, è davvero esistito, le vicende che gli vengono attribuite sono avvenute? E più di tutto, ha davvero vissuto ed esercitato il suo potere nell’area del quartiere palestinese di Silwan, tra le pietre antiche della “Città di Davide” allestita dai coloni? «In quell’area hanno scavato famosi archeologi del passato e scavano quelli del presente ma la prova della presenza di re Davide non è mai stata trovata» ci spiega l’archeologo Yonathan Mizrachi, di Emek Shaveh, una ong israeliana che si oppone a chi usa le rovine del passato come uno strumento politico e per espropriare proprietà palestinesi. «Per prove – aggiunge Mizrachi – intendiamo ritrovamenti materiali e iscrizioni che attestino l’esistenza della tomba o del palazzo di re Davide o che siano inequivocabilmente riconducibili a lui. L’era di re Davide, sulla base della Bibbia, è indicata nel X secolo a.C. ma non si è trovato molto di quell’epoca (nel sito della “Città di Davide”). I ritrovamenti annunciati da alcuni archeologi sono controversi. Un interrogativo grava su tutto ciò che riguarda Gerusalemme ai tempi di re Davide. Quanto fosse grande e quale funzione avesse la città in quel periodo da un punto di vista archeologico e dei fondamentali di storia, è un’area molto grigia che non ci permette di affermare nulla con certezza».

Profondi dubbi sulla credibilità storica del racconto biblico sono sollevati dal professor Israel Finkelstein, archeologo israeliano di fama mondiale (alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in italiano). Pur non facendo parte della corrente minimalista, che colloca la composizione della Bibbia nel periodo del rientro degli ebrei dalla Babilonia, il docente sostiene che gran parte di ciò che si legge nel testo sacro è stato scritto tra il VII e il V secolo a.C. e che Gerusalemme nel X secolo a.C. è stata solo un villaggio o un centro tribale. Non solo. Finkelstein afferma che Davide e Salomone, ovvero il seme della civiltà occidentale e spina dorsale della storia antica degli ebrei, se davvero sono esistiti dovevano essere ben diversi dai personaggi che hanno ispirato scultori, pittori, scrittori, poeti. Davide, sostiene Finkelstein, era a capo di una minuscola e invivibile Gerusalemme. Lui e il suo successore furono trasformati in potenti re e simboli di speranza dagli ebrei nei secoli successivi. «La loro storia è stata scritta in Giudea – ha dichiarato il docente in una intervista di qualche anno fa al quotidiano Yediot Ahronot – per giustificare il dominio su un gran numero di rifugiati arrivati lì dopo la distruzione del Tempio». Tesi respinta dai coloni e dalla stella dell’archeologia biblica Eilat Mazar.

Il 4 agosto 2005 Mazar, per la gioia degli ultranazionalisti, annunciò di aver scoperto nel sito di Silwan il presunto palazzo del re Davide, un edificio, disse, risalente al X secolo a.C. Nel 2010 proclamò di aver individuato le presunte antiche mura della città di Davide. Scoperte smentite, per scarsità di prove, da specialisti israeliani e stranieri che accusano la Mazar di credere che la Bibbia sia storia vera dalla prima all’ultima parola. Per la Elad e il movimento dei coloni invece quelle scoperte legittimano le occupazioni di case palestinesi a Silwan cominciate all’inizio degli anni ’90, l’espansione continua del sito archeologico e il proseguimento degli scavi. Lavori in gran parte sotterranei che, denunciano i palestinesi, mettono a rischio la stabilità delle loro case e lasciano immaginare deportazioni di popolazione in futuro. Ma le loro voci restano inascoltate.

Il 17 settembre quindi si voterà anche in nome dei re Davide e Salomone. «Non è una esagerazione – dice Yonathan Mizrachi – votare per certe forze politiche significa appoggiare progetti di esproprio e di demolizione di case palestinesi in aree archeologiche e i piani di chi apertamente punta ad ottenere la spartizione della Spianata delle moschee di Gerusalemme per ricostruire il Tempio ebraico. Ed intende riuscirci ad ogni costo, accada quel che accada».

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07/01/2019

Allo stadio soltanto se accompagnate dagli uomini? Vallo a spiegare alle donne del Kerala!

La finale di Supercoppa italiana tra Juventus e Milan si giocherà in Arabia Saudita. Mercoledì 16, per l’esattezza. Al King Abdullah Sports City Stadium di Gedda. Già venduti molti dei biglietti a disposizione: sia quelli della tribuna riservata ai soli uomini, sia quelli delle aree “miste” alle quali le donne possono accedere solo se accompagnate da un uomo. Perchè in Arabia Saudita funziona così. Le donne non possono andare dove vogliono.

“Fermate questa vergogna!”, tuona la politica in modo assolutamente bipartisan: dalla Meloni alla Boldrini, passando per Salvini. Perché oggettivamente fa schifo, è discriminazione allo stato puro, sessismo medioevale. Che in Arabia Saudita però alle donne fossero preclusi molti diritti era noto. Lo era anche prima di quando, mesi fa, la Lega Calcio ha firmato un accordo milionario per disputare una serie di eventi proprio in Arabia Saudita.

Chi guarda con un minimo di sguardo critico e consapevolezza a quello che avviene nel mondo, questa ipocrisia non lo stupisce: i sauditi sono tra i più importanti partner commerciali dell’Italia in Medio Oriente. Lo sono nonostante la scarsa considerazione dei diritti umani, delle donne, nonostante la guerra in Yemen e la morte di migliaia di civili (tra cui molti bambini), nonostante il finanziamento al jihadismo, nonostante l’attiva partecipazione alla destabilizzazione della Siria. Sono tanti i “peccatucci veniali” perdonati all’Arabia Saudita in nome dei buoni affari e delle possibilità commerciali. Figuriamoci cosa conta, dinanzi a tutto questo, il divieto per le donne di assistere ad una partita di calcio se non accompagnate da un uomo.

E cosa c’entra il Kerala? C’entra, perché proprio in questi giorni è teatro di una importante battaglia di uguaglianza e di tutela dei diritti fondamentali.

Il Kerala è uno stato dell’India meridionale. In Italia è noto per essere il luogo dove iniziò la vicenda dei due marò. Attualmente è governato dal Partito Comunista d’India, che si trova a gestire la protesta di milioni di donne che vogliono che sia abolito il divieto di andare a pregare in un tempio. Si, perché per le donne in età mestruale non è possibile entrare nel tempio di Sabarimala, uno dei luoghi più sacri per gli induisti. Anzi, non era possibile fino a quando la Corte Suprema non ha deciso di eliminare quel divieto così discriminatorio. L’ala più oltranzista della comunità indù ha reagito violentemente, provando ad impedire l’ingresso delle donne nel tempio. C’è voluto l’intervento della polizia per permettere a due donne, all’inizio dell’anno, di entrare nel luogo sacro. Ma forse più della forza pubblica, a dare una spallata decisiva all’oltranzismo teocratico e sessista degli estremisti indù è stata la gigantesca manifestazione di milioni di donne che hanno formato una catena umana lunga oltre seicento chilometri: mano nella mano per prendersi un diritto che nel 2019 dovrebbe essere scontato, ma che non lo è.

Milioni di donne in piazza nonostante la violenza di chi si oppone ai diritti e all’uguaglianza. Una società che cerca di liberarsi da catene anacronistiche e ingiuste.

E mentre in un luogo del mondo si lotta per essere uguali, in un altro – in nome del profitto – si accetta che un diritto tra i più inviolabili, quello dell’uguaglianza di genere, venga calpestato. Perché nonostante l’indignazione a scoppio ritardato, la partita si farà, statene certi.

Però, almeno per decenza, non ditelo alle donne del Kerala. Potrebbero prenderla male.

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12/12/2018

La generazione Isis è pronta a colpire ancora. In Francia i gilet gialli passano in secondo piano

Presentiamo il sempre puntuale commento di Alberto Negri sull’attentato che si è consumato martedì 11 dicembre tra le strade di Strasburgo. Come ci ricorda quello che è stato il più importante inviato di guerra italiano, gli eventi non sono mai casuali, ma sempre frutto di processi storici. Qui, la Francia paga le sue logiche colonialiste e assimilazioniste. Condizione a cui bisogna aggiungere un monito: le guerre in Medio Oriente hanno formato molti “francesi”, lasciati partire con grandi facilitazioni per andare a combattere contro il “nemico Assad”, ma che ora sono tornati in patria forniti di identità ideologica e conoscenze tecnico-militari.

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La fine territoriale del Califfato in Siria e Iraq non è stata certo la fine del terrorismo e dell’ideologia jihadista. In Francia ci sono 26 mila persone schedate a rischio radicalizzazione. I nostri giornali grondano retorica: a Macron questo attentato fa pure comodo, i gilet gialli passano in secondo piano.

La generazione Isis colpisce ancora. Oggi i giornali gronderanno della solita retorica che segue ogni attentato nel cuore dell’Europa che mette in pericolo “la democrazia e il nostro stile di vita”. Una litanìa tragica che abbiamo sentito molte volte: sappiamo di avere il nemico in casa e in un certo senso fa pure comodo. E farà comodo anche al governo di Macron che per il terrorismo aveva dovuto decretare lo stato d’urgenza. Anche i gilet gialli passano in secondo piano in momenti dolorosi come questi che colpiscono l’intera nazione, per di più sotto Natale.

In realtà un malinteso multiculturalismo e le sotto-culture destabilizzanti lavorano da anni sotto traccia nelle nostre società e in particolare in Francia dove le periferie urbane ribollivano già trent’anni fa. In quella Francia dove il tentativo di assimilazione degli immigrati, in particolare dalle ex colonie francesi, aveva avuto successo nel dopoguerra ma si è infranto di fronte alle seconde e terze generazioni che hanno respinto il modello culturale dominante.

Qui, è bene ripeterlo, stiamo parlando non più di immigrati ma in gran parte di cittadini francesi che si sono trasformati in terroristi e nemici della “Republique”.

Il fenomeno della radicalizzazione islamica dei musulmani in Europa era già cominciato negli Ottanta con l’Afghanistan soltanto che allora i mujaheddin, poiché combattevano contro l’Unione Sovietica, non era considerati “terroristi” dall’Occidente ma dei “guerrieri della libertà”. Il punto di svolta sono stati gli anni ’90, con la guerra civile in Algeria, Al Qaida, l’11 settembre 2001 e l’attacco americano all’Iraq del 2003.

Ma in Francia l’esplosione del radicalismo ha coinciso soprattutto con la guerra civile in Siria dove sono affluiti centinaia di combattenti dalla Francia e da altri Paesi europei, oltre che migliaia dal mondo musulmano, per tentare di abbattere il regime di Assad. All’inizio il governo francese ha chiuso un occhio in quanto puntava insieme agli Usa, alla Turchia e alle monarchie arabe del Golfo, grandi clienti di Parigi, di far fuori Assad nella sua ex colonia. Poi quando i jihadisti sono tornati in patria a compiere attentati Parigi è stata costretta a cambiare del tutto strategia. Il presidente Hollande che prima voleva bombardare il regime di Damasco dopo gli attentati di Parigi del 2014 e 2015 ha chiesto la collaborazione dei siriani per colpire con i raid aerei il Califfato di Al Baghadi.

L’Isis ha fornito un modello resistente e collaudato ai nuovi jihadisti e anche quando il Califfato è crollato in Siria e in Iraq ha continuato a costituire un riferimento per gli aspiranti jihadisti con il suo network diffuso soprattutto sul web e nelle carceri.

C’è un dato sul quale si dovrebbe riflettere: l’attentatore di Strasburgo, Cherif, 29 anni, è una delle 26 mila schede “S” della Francia intestate dalla sicurezza a individui a rischio di radicalizzazione islamica. Sono dozzine gli schedati “S” che hanno compiuto attentati in questi anni in Francia, a partire dagli attentatori di Charlie Hebdo, i fratelli Kouachi: anche loro erano delle schede “S”.

Non ci vuole molto a capire che seguire, pedinare e controllare 26 mila persone, un vero esercito, è un compito assai arduo. In questo caso poi le polemiche saranno ancora più feroci perché ieri la gendarmeria francese doveva arrestare Cherif, probabilmente di origini maghrebine, per la sua partecipazione a una rapina a mano armata. In casa gli avrebbero trovato anche della granate. Adesso bisogna capire se l’attentato di Strasburgo sia stato un’iniziativa improvvisata, innescata dal fatto che si sentiva braccato, oppure la decisione di entrare in azione faceva parte di un piano prestabilito e Cherif poteva anche contare su qualche complice.

Ma una cosa è certa: la “generazione Isis” non si ferma a Strasburgo.

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28/07/2018

I nuovi crociati

Barbara Saltamartini, ex AN ora Lega, ha presentato una proposta di legge con la quale intende imporre il simbolo del crocifisso in tutte le scuole, in tutti gli edifici pubblici e in tutti i porti.

La poverina, e con lei tutti i minus habentes che la sostengono in questa iniziativa, pensano di dare ad intendere alla loro base elettorale, che così facendo fermeranno l’islamizzazione della società italiana, ma soprattutto con questa iniziativa pensano di stendere un velo pietoso sulla loro assoluta incapacità a governare. Insomma, la solita arma di distrazione delle masse.

Pensare di spiegare ad una persona pentafascioleghista cosa sia il principio di laicità, ha la stessa utilità che lavare la testa all’asino. La proposta di legge della Saltamartini, nella sua articolazione, conferma quello che Democrazia Atea sostiene da sempre, ovvero che il crocifisso non è affatto un simbolo religioso, ma un simbolo di propaganda politica.

I simboli sono qualificabili come religiosi solo se esposti nella cornice del culto che li esprime, ma al di fuori dei luoghi di culto e al di fuori della sfera privata e personale di chi li condivide, i simboli smettono di essere religiosi e diventano simboli politici.

Un simbolo diventa politico quando viene brandito con lo scopo di far prevaricare un gruppo di potere sugli altri.

E’ invece culturale quando diventa l’effige di un gruppo sociale o comunque quando, nella convenzionalità comunicativa, lo si associa a molteplici contenuti evocativi.

Solo quando rimane circoscritto alla sfera religiosa può mantenere un significato legato alla credenza, ma al di fuori del contesto rituale, liturgico, fideistico, perde queste valenze e ne assume altre.

Nella proposta leghista si legge: “Il Crocifisso, emblema di valore universale della civiltà e della cultura cristiana, è riconosciuto quale elemento essenziale e costitutivo e perciò irrinunciabile del patrimonio storico e civico-culturale dell’Italia, indipendentemente da una specifica confessione religiosa”.

Quindi lo secolarizzano, pur di imporlo, e dicono che rappresenta un elemento essenziale della cultura italiana.

Nella loro infinita pochezza i leghisti non hanno evidentemente valutato che la secolarizzazione di un simbolo religioso comporta che si cristallizzi il suo significato socio-culturale non solo nella prospettiva da loro auspicata, ma anche in quella da loro superficialmente ignorata: come simbolo culturale il crocifisso è prevalentemente il simbolo del genocidio dei nativi americani, del genocidio delle donne durante l’inquisizione, è il simbolo degli stupratori sessuali seriali clericali, delle guerre di aggressione degli eserciti occidentali, dello sterminio degli ebrei nei campi nazisti, tutte azioni poste in essere in adesione a quella simbologia.

Non sorprende come i cattolici non siano stati in grado di difendere il loro crocifisso dalla strumentalizzazione politica.

Pur di imporlo accetteranno che sia un partito politico, la Lega, a secolarizzarlo irreversibilmente.

Ne chiedono l’ostensione persino nei porti, quegli stessi porti che nella storia dell’umanità sono stati sempre luoghi di accoglienza e ora, chiusi da quella fazione politica, sono diventati, nell’immaginario collettivo, luoghi di ostilità.
Bene avrebbero fatto i cattolici a proteggerlo nella riservatezza della sfera del culto, ma hanno da sempre difeso la loro imposizione anche a chi non condivideva la loro simbologia.

Hanno esultato sentendo che sarebbe stato imposto, e ora gli resterà difficile affermare che è un simbolo di pace, con quella proposta di legge è diventato politicamente il simbolo della disumanità e della barbarie leghista.

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17/11/2017

Mauritania - Libero il blogger condannato a morte per apostasia

di Stefano Mauro

La Corte Suprema di Nuadhibou in Mauritania ha emesso il suo verdetto giovedì 9 novembre: Cheick Ould Mohammed Mkhaitir è stato condannato a due anni di prigione ed al pagamento di un’ammenda per aver pubblicato un articolo giudicato “blasfemo”. L’uomo, che aveva già scontato quasi quattro anni, è stato quindi rilasciato.

Il verdetto, nella sala del tribunale, è stato accolto da grida ed insulti nei confronti della corte e del governo, da parte di numerose persone, giunte da diverse parti del paese, per sostenere la sua condanna a morte. Le stesse forze di polizia hanno dovuto reprimere numerose manifestazioni nella capitale Noukchott contro manifestanti che  protestavano contro le autorità colpevoli “di aver scelto l’occidente e non la difesa della religione e del Profeta”.

Il giovane trentenne blogger era incarcerato dallo scorso gennaio 2014 ed era stato condannato a morte per “apostasia”, la prima nel paese dalla sua indipendenza nel 1960. Circa quattro anni fa, infatti, le autorità mauritane lo avevano arrestato dopo che il quotidiano Aqlame aveva pubblicato un suo articolo che criticava “l’utilizzo della religione per giustificare alcune discriminazioni nella società mauritana”, dove esiste ed è tollerata ancora la schiavitù.

Qualche mese più tardi, il 21 aprile 2016, la corte d’appello aveva confermato la sentenza non più per “apostasia”, ma per “miscredenza” – reato considerato meno grave –  in virtù del pentimento da parte di Mkhaitir e rinviando il suo dossier alla Corte Suprema. Lo stesso Forum degli Ulema, creato nel 2014 per la difesa dei costumi e del Profeta, aveva richiesto la morte del blogger considerato “apostata e blasfemo”.

La condanna a morte aveva provocato un’alzata di scudi ed una campagna di pressioni da parte delle organizzazioni per i diritti umani. Amnesty International e Human Right Watch (Hrw) avevano più volte lanciato appelli e richiesto una sospensione della sentenza. “Il condannato è un detenuto per opinione – ha  dichiarato dopo la sentenza Sarah Leah Whitson, direttrice della divisione di Amnesty per l’Africa – E’ incarcerato esclusivamente per aver affermato il suo diritto alla libertà di espressione e per essersi opposto alle discriminazioni attraverso un articolo su un blog”.

Secondo Hrw il clima è talmente teso che, in questi anni, numerosi difensori dei diritti civili e sostenitori di Mkhaitir hanno ricevuto minacce di morte. Stesse persecuzioni anche per i suoi genitori che sono dovuti fuggire dal paese e hanno trovato rifugio in Francia. Di positivo in questa vicenda c’è solamente la libertà e la salvezza del giovane blogger perché questo episodio, l’ennesimo, è purtroppo la punta di un iceberg per ciò che concerne i diritti umani inerenti la sfera religiosa.

Secondo i dati contenuti nel Rapporto 2016 sulla pena di morte nel mondo dell’Associazione  “Nessuno Tocchi Caino”, infatti, la situazione legata ai reati di opinione o riguardanti la sfera religiosa è molto grave. In alcuni paesi islamici, ad esempio, «convertirsi dall’Islam ad un’altra religione, essere ateo oppure offendere il profeta Mohammad è considerato apostasia ed è tecnicamente un reato capitale». Il reato di apostasia è punito con la morte in 12 paesi musulmani: Afghanistan, Iran, Malesia, Maldive, Mauritania, Nigeria (solo negli stati settentrionali a maggioranza musulmana), Qatar, Arabia Saudita, Somalia, Sudan, Emirati Arabi Uniti e Yemen.

“L’aumento e la diffusione del credo wahhabita (visione radicale e retrograda dell’Islam di matrice saudita) in molti paesi musulmani ne è la diretta causa – secondo Mohammad Mahmud Ould Mohamedu, mauritano e  docente universitario esperto di Islamismo e Radicalismo all’Università di Ginevra – Prova ne sono anche le esecuzioni sommarie per «reati» legati alla religione attuate da gruppi estremisti islamici: Al-Shabaab in Somalia, Boko Haram in Nigeria, i Talebani in Afghanistan e l’ISIS in Iraq e in Siria”.

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27/10/2017

Il miraggio ideologico saudita a Neom

C’è una strana coincidenza tra la caduta di Raqqa, la capitale del Califfato ridotta in cenere, e l’annuncio del dinamico principe saudita Mohammed bin Salman che punta a edificare con 500 miliardi di dollari Neom, la città del futuro. La Siria è distrutta, lo Yemen, nel cortile di casa dei sauditi, forse ancora di più proprio a causa dei bombardamenti di Riad ed ecco che il Regno, custode di Mecca e Medina, decide di costruire nuove immaginifiche metropoli. Non è la prima volta: già un decennio fa venne pubblicizzato dai sauditi un piano per erigere nel deserto sei città e alla fine ne venne alla luce, molto più modestamente, una sola, la Città dell’Economia dedicata a re Abdullah.

Nel discorso del principe Mohammed su Neom c’è un passaggio rivelatore: «Restaureremo una cultura islamica più tollerante come esisteva prima dell’ascesa dell’estremismo iraniano nel 1979». Forse adesso abbiamo capito cosa significa Neom. Gli obiettivi di Mohammed sono due. Cercare nei giovani sauditi – tra i quali qualche milione è disoccupato – un alleato per rafforzare la legittimità di una monarchia assoluta e retrograda e contrastare allo stesso tempo l’establishment religioso che ha già arricciato il naso quando è stato annunciata la patente alle donne.

Ma soprattutto Riad punta a contenere gli ayatollah iraniani, usciti, insieme alla Russia, Assad e agli Hezbollah libanesi, come i veri vincitori della guerra siriana dove l’Arabia Saudita e le litigiose monarchie del Golfo, in competizione tra di loro come il Qatar e i sauditi, avevano appoggiato i jihadisti. L’ennesima sconfitta per i sunniti.

L’immagine di islam moderato che vuole propagandare il principe contrasta con la politica saudita degli ultimi decenni. L’Iran sarà anche una repubblica islamica che ha sostenuto i movimenti sciiti più militanti ma l’Arabia Saudita, proprietà esclusiva di cinquemila principi del sangue, è anche peggio.

Dopo la vittoria della rivoluzione di Khomeini sulla monarchia dello Shah Reza Palhevi, sauditi e monarchie del Golfo avevano finanziato con 50-60 miliardi di dollari la guerra di Saddam Hussein all’Iran: lo scopo era far fuori l’avversario sciita ma anche vendicare una testa coronata che era caduta senza che gli americani, alleati storici, intervenissero a salvarla. Poi è venuta la guerra dell’Afghanistan che ha costituito per Riad l’unica vera vittoria di politica estera.

La sconfitta dell’Armata Rossa sovietica da parte dei mujaheddin fu consentita dai petrodollari dei sauditi che imposero l’ortodossia del wahabismo, il pilastro ideologico del regno dei Saud. Il suo fondatore, Mohammed Ibn al Wahab (1702-1792) era un predicatore intransigente che considerava unica e vera religione quella del profeta Maometto e dei “salaf al salih”, gli antenati, da cui viene il termine salafismo. Per Wahab l’unica salvezza è il ritorno all’unicità divina, al “tawhid”, eponimo di movimenti jihadisti.

Tutti quelli che non aderiscono a questo dogma sono definiti miscredenti, quindi vengono proibite dottrine e pratiche del sufismo, dal culto dei santi ai pellegrinaggi non canonici. Il vero monoteista deve uniformarsi alla sharia che deve essere applicata alla lettera. E’ questa l’ideologia che dai Saud è passata anche da Al Qaida e all’Isis.

Ora con la sconfitta del Califfato e le difficoltà belliche in Yemen contro gli Houthi sciiti, i sauditi temono il ritorno dei foreign fighter e qualcuno che metta in discussione la loro legittimità basata sul dogma religioso wahabita. Ma non possono sconfessarlo perché è il fondamento del Regno, quindi indicano l’Iran come Paese estremista e si fanno portatori di un “islam moderato” di cui mai sono stati i portabandiera, al contrario. Basteranno i miliardi di dollari di nuovi progetti a contrabbandare questo falso ideologico? Forse sì, anche perché in Occidente aspettiamo a braccia aperte le loro commesse, vere o presunte, come miraggi nel deserto.

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19/07/2017

Taliban, teoria e prassi del jihad afghano

Partendo dai testi di Amhed Rashid, decano dell’ermeneutica talebana, ma anche di altri giornalisti che si sono dedicati all’argomento, due ricercatori del network di analisi sull’Afghanistan (Anand Gopal e Alex Strick van Linschoten) hanno avviato un interessante studio del fenomeno taliban. In un primo documento ne distinguono alcune fasi: una precedente al 1979, la lotta antisovietica e la guerra civile, la creazione dell’Emirato dell’Afghanistan, che coincide con la presa del potere e il governo del Paese. Quindi crisi e caduta, conseguenze e compattamento attorno a un progetto di islamismo nazionalista.

Longevità - Uno dei tratti che caratterizza lo sviluppo di varie epoche dell’epopea talebana è la longevità del progetto. In ogni fase, pur fra alti e bassi del rapporto col potere, la capacità organizzativa rappresenta un elemento di forza degli studenti guerriglieri, correlato alla repressione. Paradossalmente più questa trova spazio più li rafforza, fornendogli la materia prima rappresentata dai giovani combattenti, forgiati e cementati dall’ideologia. Buona parte degli studenti coranici, si sa, si sono formati nelle madrase pakistane durante il periodo della dittatura del generale Zia ul-Haq, avviata con un colpo di mano nel luglio 1977 e proseguita per oltre un decennio. Quegli anni conobbero, fra l’altro, una crescente islamizzazione integralista della società pakistana sostenuta e incentivata dal presidente che riceveva finanziamenti sauditi per la diffusione del wahhabismo. I giovani talebani si formavano anche nei campi profughi dov’erano riparate decine di migliaia di afghani in fuga dall’invasione dell’Armata Rossa. I ricercatori esaminano materiale documentario, come le memorie di jihadisti antisovietici che avevano partecipato alla guerriglia nel sud del Paese. Nelle testimonianze di capi guerriglia e di semplici miliziani l’idea della difesa del territorio da ingerenze esterne si lega a quella dell’onore, alle virtù innescate, come dicevamo, dalla repressione, sia interna attuata dai governi fantoccio, sia esterna supportata dagli eserciti alleati.

Identità - Il messaggio patriottico dei talebani nelle province in cui sono presenti è un tutt’uno col radicamento in tali aree di mullah, giovani studenti e fedeli islamici sostenuti dal desiderio di affermare una propria identità. Il loro periodo di formazione è lungo. Nasce dai mesi e poi dagli anni di resistenza antisovietica degli stessi mujahhedin, ma va oltre i poteri individuali acquisiti nel tempo dai Signori della guerra che da quella resistenza sono scaturiti. Il riferimento risale direttamente alla tradizione islamica presente alla disgregazione dell’Impero Ottomano e ai successivi rappezzamenti geopolitici coloniali che introducono il ripristino di monarchie locali, dalle progressiste di Amanullah, al pensiero più moderato di Narid Shah e del figlio Zahir. Il patchwork islamico, già allora presente, nell’area dell’ex Pashtunistan (diviso nel 1893 dalla cosiddetta Linea Durand fra l’Afghanistan propriamente detto e quella parte delle Indie Britanniche che nel Secondo dopoguerra diede origine al Pakistan) punta sempre a formulare una difesa della propria tradizione culturale contro il dominio Occidentale. In tal senso le esperienze monarchiche o repubblicane sono viste dai movimenti islamisti come un puntello dell’imperialismo di ritorno, ben radicato in tutto il Medioriente con le truppe schierate o con i piani economici, ciascuno accettato e subìto dai governi considerati collaborazionisti.

Islamismo - Le forme di liberalizzazione e modernizzazione della società, vissute negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, vengono considerate forzature da ciascuna componente islamica, sia dai gruppi armati degli studenti coranici sia da coloro che nella fase della guerra civile successiva al ritiro sovietico entreranno in contrasto coi talib. L’Afghanistan rurale è un ambiente eclettico, un mix tribale dove permangono elementi di sufismo. Questo mondo si dà norme della Shari’a come codice legale, impiegando gli ulama per amministrare la giurisprudenza. Presenti lapidazione di adultere, punizioni corporali a uomini e donne, pena di morte, tutte queste ‘regole’ verranno ribadite e rilanciate durante il quinquennio dell’Emirato (1996-2001). In precedenza lo Stato, incrementando una presenza nei villaggi, aveva creato frizioni coi cittadini per un eccesso di imposte e tramite l’arruolamento nell’esercito. Dal canto loro khan e malek proseguivano a organizzare la vita quotidiana mirando a razionalizzare i rapporti sociali e legittimare l’Islam. Mentre i mullah di campagna, nonostante fossero al libro paga del governo, amministravano un tipo di religione fortemente legata ai bisogni locali, si creavano scuole informali e ciò che veniva imparato attorno alla Shari’a non era di certo insegnato nelle strutture governative. La fase dell’Emirato segna una transizione fra la regolazione di rituali e l’esigenza d’una moderna arte di governare, una contraddizione che, comunque, non ha avuto una reale soluzione per la brevità dell’esperienza.

Integrità e purezza - I talib diventavano la coscienza critica di quel jihadismo combattente dei mujahhedin. Entrambi i gruppi erano foraggiati dalla Cia ma i primi mirano a creare un proprio sistema statale. Ci si dava un codice per preghiera e lavoro, a nessuno era permesso di addestrarsi in proprio, chi violava le regole era soggetto a punizioni, era vietato l’uso di droghe e i minori non erano ammessi fra i combattenti. Tutti questi obblighi diventavano di per sé portatori di cambiamento profondo e duraturo. Di conseguenza si stilano progetti su come le persone dovrebbero comportarsi e su come la società dovrebbe essere organizzata fino a sfiorare l’ossessività ideologica più che teologica. Buona parte delle tendenze intransigenti su musica, segregazione e oppressione femminile viene dal retroterra dei luoghi di formazione, ma risente anche dei tratti integerrimi con cui il jihadismo talebano ama distinguersi dal combattentismo mujahhedin. Quest’ultimi erano e sono considerati rozzi e ignoranti dagli studenti coranici che, all’interno della stessa rivoluzione delle gerarchie sociali e tribali seguita a decenni di guerriglia, hanno incarnato il ruolo dei guardiani della Sunna, imponendosi un programma di autodisciplina che quasi sfiorava l’ascetismo. Gli esempi del mai dimenticato mullah Omar, ispirato da maestri sufi, e dell’attuale guida politico-militare, e secondo molti, spirituale lo sheikh-ul Ḥadīth Haibatullah Akhundzada lo testimoniano.

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30/01/2017

Canada, strage in moschea a Quebec City. Razzisti in azione?

Anche il tranquillo Canada conosce ora gli attentati. Ma al contrario. Due persone hanno aperto il fuoco nella moschea di Sainte-Foy, a Quebec City, in Canada, intorno alle 8 di sera (le due di notte in Italia). In quel momento c'erano decine di fedeli – tutti uomini, secondo l'usanza che vuole i due sessi divisi – riuniti per la preghiera della sera.

Il primo bilancio parla di 6 morti e otto feriti, ricoverati in diversi ospedali della città.

Nell'attacco sono state impiegate armi da fuoco, tra cui almeno un Ak47, meglio conosciuto come Kalashnikov. Due giovani di 27 anni sono stati fermati dalla polizia, che non ha ancora comunicato i loro nomi, né la nazionalità o la religione. L'unico indizio è arrivato dal premier canadese, Justin Trudeau, che in un tweet ha definito l’assalto un «attacco terroristico contro i musulmani».

L'unico precedente episodio di intolleranza razzista riguardante la moschea è avvenuto la scorsa estate, quando ignoti hanno lasciato una testa di maiale fuori dalla porta di ingresso.

Al momento, dunque, l'unica pista credibile è quella del razzismo a sfondo religioso. Non è un ossimoro, visto che anche in Canada – come nei vicini Stati Uniti, su scala ovviamente più grande – esistono gruppi “integralisti cristiani”, in genere sette protestanti, che raggruppano suprematisti bianchi.

Nei giorni scorsi, in aperto contrasto con la linea Trump, lo stesso Trudeau aveva invitato i migranti respinti dagli Stati Uniti a dirigersi verso il Canada. L'attentato potrebbe dunque essere il tentativo violentissimo di bloccare questa politica.

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02/11/2016

L’ombra di Hekmatyar sul governo di Kabul

Il lanciatore di razzi si proietta ufficialmente in politica. In realtà dalla politica Gulbuddin Hekmatyar non è mai uscito, la sua presenza, ingombrante e inquietante, ha oltre trent’anni di storia. Da quand’era studente d’ingegneria all’università di Kabul e abbracciava ideali marx-leninisti poi riconvertiti verso un Islam, più che puro, fanatico. Così da mujaheddin antisovietico si trasformò in signore della guerra a tuttotondo fondando l’Hezb-i Islami, partito mai tramontato nell’Afghanistan resistente a due invasioni e a tutti i dopoguerra possibili, anche quelli successivi al conflitto civile degli anni Novanta. Hekmatyar il pashtun, fondamentalista tutto d’un pezzo è al tempo stesso un abile osservatore d’ogni mossa politica, qualità che gli ha permesso di sopravvivere a ogni fase che la terra dell’Hindu Kush sta conoscendo, col comune denominatore degli scontri armati, ma non solo. Non è un segreto che l’attuale leadership afghana del presidente Ghani e i suoi tutor statunitensi cerchino soluzioni patteggiate per un presente e futuro per loro ingestibili. Le cercano riaprendo il dialogo coi nemici che dal 2001 hanno ufficialmente spodestato – i talebani – scalzati solo dai palazzi di Kabul, non dal territorio nazionale. Infatti i talib controllano una grossa fetta che oscilla fra le 15 e le 27 province su trentaquattro. Hekmatyar, come altri potentati armati, in tutti questi anni ha continuato a vivere indisturbato in Afghanistan perché nessuno lo ricercava.

Poteva essere accusato di crimini di guerra, ma da chi? Dai governi locali? Da quei “missionari di pace” con le divise Nato che lì seminavano morte e commettevano altri crimini? Come altri warlords responsabili di stragi di gente comune, nessun tribunale nazionale e internazionale gli ha mai contestato nulla. Anche per Hekmatyar e altri combattenti antisovietici, è valso quel lasciapassare offerto da Cia e Pentagono, e l’assenza di moralità e autodeterminazione dei premier fantoccio, prima Karzai ora Ghani, hanno fatto il resto. Inoltre l’occupazione, con tanti o pochi militari, continua ad assegnare a ciascun elemento armato, vecchio e nuovo, il ruolo di difensore del suolo patrio, e questa è la narrazione che il capo dell’Hizb-i Islami continua a utilizzare. Nel ‘do ut des’ in corso con Ghani lo staff di Hekmatyar ricordare la propria funzione di difesa del Paese da ingerenze straniere, che nel tempo sono addirittura cresciute passando da finalità geostrategiche, comunque sempre presenti, a interessi economici legati alle scoperte del sottosuolo capaci di mandare in fibrillazione multinazionali e appetiti imperialisti sparsi per il mondo. Perciò un portavoce di quel partito, Amin Karim, in un’intervista concessa ad Al Jazeera ribadisce l’intento di voler lavorare per la libertà e l’indipendenza afghana relazionandosi al governo e non opponendosi più a esso.

Certo Karim dichiara di sentirsi “orgoglioso della resistenza all’occupazione di truppe straniere e rifiuta il concetto di democrazia diffusa coi droni”. Afferma anche che Hekmatyar non cerca contropartite, il suo obiettivo non sarebbe la ricerca del potere politico, premierato o qualche ministero. Per la cronaca ricordiamo che agli inizi degli anni Novanta, Hekmatyar era stato investito del ruolo di capo di governo, ma durò poco. I contrasti con Rabbani e altri leader lo condussero allo scontro. Sanguinosissimo. Oggi l’intento è partecipare attivamente alla politica ufficiale, presentandosi alle elezioni, perché convinto che il popolo afghano sia vicino a ideali e valori promossi dal movimento islamista. Ma se si fa riferimento al ruolo femminile, alle ragazze che non indossano l’hijab, Karim non ha dubbi: quell’abbigliamento fa parte della fede afghana. Per lui il 99% della gente unisce passato e presente, la modernità non dimentica la tradizione. Dice: “La nazione è fatta dalla gente dei villaggi mentre certi codici di vestiario non escono fuori da Kabul, di 5 non di 30 km. La mia personale opinione è che ci dev’essere libertà nel vestire, per uomini e donne, ma coi limiti del rispetto”. E sul comune sentire fra il proprio partito e i talebani in una governance islamica l’intervistato non si nasconde: “Per Hizb-i Islami si basa sul senso di giustizia, per altri sul tagliare la mano a un ladro. I percorsi sono differenti, dipende dalle situazioni. Su un punto noi e i talebani concordiamo: combattere per l’indipendenza della nazione”. Più chiaro di così.

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09/07/2015

Libri vietati a scuola, Qualcosa più di un indizio...

Vietare la lettura dei libri, mettendone una lista all'indice. E' il vecchio sogno ricorrente dei reazionari di ogni epoca, dai parabolani di Alessandria all'Inquisizione, fino ai roghi hitleriani. Applaudono con convinzione, in genere, gli spostati che non trovano nulla da eccepire sulla libera diffusione del Mein Kampf o dei Protocolli dei savi di Sion.

La lista del neo sindaco di Venezia - imprenditore "renziano" eletto dalla Lega e dalla destra - è leggermente più penosa di altre che l'hanno preceduta; roba da commedia, insomma, più che da tragedia. Qui l'intenzione è infatti di impedire che una serie di favole per bambini arrivino ai destinatari. Ben 49 libri sono stati considerati - da qualche oscuro funzionario con seri problemi culturali - "pericolosi" per l'integrità psicofisica degli under qualche anno. Capolavori del genere, come "Piccolo blu e piccolo giallo" di Leo Lionni, oppure "Piccolo uovo" di Altan; ma anche testi sull'adozione, su genitori in seconde nozze, o sul bullismo a scuola (come "Il segreto di Lu").

Difficile rintracciare un filo logico razionale, facile scovare l'integralista sotto il moralizzatore. L'intenzione dichiarata è quella di contrastare la diffusione della cosiddetta "cultura gender", qualunque cosa possa significare questa espressione nella testa degli stilatori di liste proibite. In teoria, comunque, vorrebbero contrastare la "diffusione dell'omosessualità" (come se fosse un "virus culturale"). Ma visto che c'erano, hanno infilato dentro anche altri temi (adozione, secondo matrimonio, antibullismo, ecc).

Così facendo è venuta fuori la costellazione ideologica - decisamente catto-fascista, in patente contrapposizione persino con i discorsi del papa attuale - che sovrintende a questa lista. Concretizzata nella circolare a scuole materne ed elementari di eliminare dalle biblioteche quei 49 "testi del demonio".

Scattano le polemiche, come si dice in questi casi, e il neosindaco si spaventa, ma non fa marcia indietro. Fa sapere infatti che medita di "smagrire" la lista, non di farla ingoiare a chi l'ha stilata.

Decisa e costante la reazione di genitori, insegnanti, editori, che hanno dato vita a petizioni (indirizzate al pessimo ministro Giannini, che pensa solo ad aziendalizzare la scuola), iniziative pubbliche di lettura dei libri proibiti, trasformando così la lista in "consigli alla lettura".

Tutte cose molto giuste e anche molto spiritose, divertenti, liberatorie, da appoggiare totalmente.

Basta ricordarsi sempre, però, che quando qualcuno osa stilare una lista di libri da vietare siamo già oltre le colonne d'Ercole dell'unico scontro "di civiltà" che merita d'essere combattuto. Quello tra chi redige certe liste e chi distrugge i monumenti del passato ci sono solo due differenze: il nome del dio invocato e il passare dalle parole ai fatti. In genere, se si tollerano gli intolleranti, prima o poi si arriva ai fatti. E le liste servono a preparare i roghi.

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22/06/2015

Informare per resistere, quando il nome inganna


Non si è parlato mai così tanto di un sito chiamato ‘Informare per Resistere’ come in queste ore. Un sito che, come in molti hanno fatto notare su quegli stessi social network che hanno fatto la fortuna del contestato progetto, non informa né tantomeno aiuta a resistere. Anzi.

A guardare gli ‘articoli’ pubblicati sul popolare – almeno fino a qualche tempo fa – blog ci si accorge che si tratta di un misto di punti di vista complottisti (e realizzati senza grande cura, per la verità) – contornati e accompagnati da denunce su ‘quello che la stampa non vi dirà mai’ e da qualche presa di posizione che solo ai più superficiali può apparire antimperialista o no war. Insomma un minestrone di temi facili, a base di scie chimiche e Ufo, di quelli che ci mettono un attimo a rimbalzare sul web, e che negli ultimi anni ha contribuito non poco ad aumentare la confusione su internet riempiendo i social network di notizie false o in alcuni casi verosimili ma montate in maniera allarmistica e altisonante per aumentarne l’appeal e quindi la condivisione su Facebook e sulle altre piattaforme.

Eppure l’esperimento, quando nacque alla fine degli anni Duemila, aveva una sua dignità ed era anche all’avanguardia, nel tentativo di dare visibilità a una serie di media di sinistra e a strumenti di controinformazione che da soli avevano un loro bacino d’utenza più o meno grande ma che potenziati rilanciandone i contenuti su ‘Informare per Resistere’ si pensava potessero allargare di molto l’area di lettori sensibili ad una informazione corretta e schierata. In poco tempo, grazie non solo alla bravura della redazione iniziale e alla magnanimità di Facebook – poi pian piano ridotta in nome di una promozione a pagamento dei contenuti sempre più pressante – il numero di ‘like’ è cresciuto esponenzialmente, facendo di ‘IxR’ una vera e propria potenza.

Ma poi la maggior parte dei promotori originari di “IxR” sono stati letteralmente fatti fuori da alcuni dei loro compagni di strada e da un certo numero di nuovi arrivati, e il progetto è gradualmente degradato in ciò che – è sotto gli occhi di tutti – è diventato questi sito che ormai non rilancia più i contenuti di blog e giornali di sinistra o dediti alla controinformazione (se non molto di rado).

Ormai da anni il sito è diventato un megafono di ambienti complottisti, razzisti, omofobi e fascistoidi, dopo esser passato per una fase sovranista, “anticasta” ed euroscettica per poi approdare al sostegno dei Forconi (e già lì era possibile capire esattamente chi c’era dietro) e gettare definitivamente la maschera pochi giorni fa alla vigilia della kermesse bigotta di Piazza San Giovanni.

Ormai da tempo non c’è neanche più quella compresenza di contenuti di ‘estrema sinistra’ e di ‘estrema destra’ che lo aveva reso appetibile a molti utenti della rete e di fatto ‘Informare per Resistere’ si è rivelato essere la manifestazione su internet di gruppi apertamente ed esplicitamente cattofascisti. Dovrebbero bastare le decine di post pubblicati negli ultimi giorni per rivendicare il Family Day a convincere molti lettori antifascisti o semplicemente democratici a togliere il proprio ‘like’ dalla pagina che in effetti nelle ultime settimane è calata da un milione a circa 700 mila “mi piace”. Che comunque sono ancora davvero troppi per uno strumento di propaganda che rilancia posizioni e idee tipiche di ambienti politicamente poco raccomandabili (alla Militia Christi, per intenderci).

L’omofobia e il tradizionalismo militante – l’esaltazione delle ‘Sentinelle in piedi’, ad esempio – non sono le uniche ‘attrattive’ del sito e della corrispondente pagina Facebook, che incuriosisce molti per le notizie a proposito delle nefandezze compiute nel mondo dagli Stati Uniti, da Israele, dalla Nato. Ben venga, dirà qualcuno, se un sito che ha tutta questa popolarità attacca la politica guerrafondaia e militarista di Washington. E invece no, perché l’ideologia di fondo di certe prese di posizione non è secondaria al momento di giudicarne l’autorevolezza o la sincerità. Si può essere “antiamericani” da un punto di vista antimperialista perché si giudicano gli Stati Uniti il peggior nemico mondiale della pace e del progresso dei popoli, ma anche perché – come molti camerati – non si perdona a Washington di essere entrati in guerra contro l’asse franco-tedesco contribuendo a determinare la caduta di Hitler e Mussolini.

Si può criticare ferocemente il regime israeliano e la stessa esistenza dello Stato d’Israele per le sue politiche di apartheid e di colonizzazione dei territori palestinesi e di violazione dei diritti umani dei legittimi abitanti di quelle terre, ma anche sulla base di una visione razzista ed etnicista della politica che prende di mira gli israeliani in quanto ebrei. E, ci permettiamo di ricordarlo ai lettori più sbadati, non è esattamente la stessa cosa…

Lo stesso potremmo dire rispetto alle banche, considerate uno strumento del tradizionale e sempreverde ‘complotto giudaico massonico’ e per questo avversate – ma solo a parole, non ci risultano regimi di estrema destra che si siano messo contro il capitalismo e i suoi strumenti di dominazione! – da certi ambienti internettiani e politici avvezzi al rossobrunismo. Per non parlare dell’opposizione all’Euro e all’Unione Europea, combattuti da sinistra in quanto strumenti delle classi dominanti europee per sostenere la competizione interimperialistica con altri poli geopolitici – e per questo nemici degli interessi dei popoli e della classe lavoratrice – e invece avversati dal complottismo ‘euroscettico’ in quanto ritenuti strumenti di annacquamento della razza ariana, della ‘famiglia tradizionale’ e della cultura cattolica reazionaria. Non è un caso che gli idoli di certi strumenti di becera propaganda rossobruna siano quel Viktor Orban che ha appena annunciato la costruzione di un muro tra la sua Ungheria e la Serbia per bloccare quella che viene descritta come ‘una invasione’ di immigrati assolutamente da respingere. Che poi tra una scia chimica e un attacco ai matrimoni omosessuali spunti qualche articolo sulla Siria, o su Cuba, o sulla Russia, o sul Venezuela, è un dettaglio che aiuta i promotori dell’ambiguo sito a pescare anche in ambienti di sinistra o desiderosi di una sana controinformazione che certo non troveranno mai su IxR.

Sulla rete c’è di meglio, assai di meglio, per fortuna.

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30/01/2015

Quando muore un criminale…

"Re Abdullah con Dick Cheney e George H.W. Bush, Agosto 2005" photo by David Bohrer – Wikimedia
Non auguro mai la morte a qualcuno. Chiunque sia. Credo anche che il  rispetto sia dovuto ai morti quale siano stati i loro meriti e le loro colpe in vita. Ma detto questo, se domani uno dei tanti boss della mafia muore in carcere o in latitanza, dobbiamo tutti andare a camminare dietro la bara piangendo e dicendo a chi ci vuole ascoltare che quello steso davanti era una brava persona? Credo proprio di no. E invece è quello a cui abbiamo assistito a livello planetario nei giorni scorsi.

In questi giorni è morto il re dell’Arabia Saudita, Abdallah ben Abdelaziz al-Saud. Membro della dinastia al-Saud, figlio di re Abdelaziz Ibn Saud, il fondatore, grazie ai servizi britannici, dell’Arabia Saudita, stato inventato di sana pianta mettendo insieme due province dell’ex impero ottomano, il Najd e il Hejaz, per servire i piani di divisione del mondo dei maggiori imperi coloniali di allora (e anche di adesso).

È stato il principe ereditario e regnante de facto dal 1995 al 2005 a causa dello stato di salute dell’allora re Fahd, il suo fratellastro, per salire poi ufficialmente sul trono all’età di 71 anni dopo la morte di quest’ultimo. Con un patrimonio personale stimato in 18,5 miliardi dollari è classificato nella 3° posizione dei re più ricchi. Ma è sicuramente alla testa di un clan di circa 25.000 persone che insieme controllano la più grossa fortuna del mondo.

Un clan che gestisce il paese come una proprietà privata. In effetti l’Arabia Saudita è l’unico paese al mondo che porta ufficialmente il nome di una famiglia. Questo clan fu scelto dagli inglesi perché legato ad una rigida tradizione conservatrice e ad una lettura ottusa dei dettami dell’islam: il Wahhabismo, che è un movimento politico-religioso fondato nel XVIII secolo da Muhammad ibn Abd al-Wahhab sulla base di una visione puritana e rigorista della tradizione musulmana che va contro la maggior parte delle altre dottrine dell’Islam e sopratutto va contro ogni forma di religiosità popolare e allo stesso tempo contro ogni pensiero razionale o innovazione. L’ideale quando si vuole mantenere un popolo arretrato e ignorante. Non a caso gli inglesi misero da parte le grandi famiglie del Hejaz che stavano cercando di andare verso forme di modernizzazione della loro società per scegliere i beduini del deserto del Hejaz e tra questi la famiglia più conservatrice e più arretrata di tutte.

Bisogna pur dire che in un clan così vasto e così ricco qualcuno di intelligente e di aperto c’è stato e ci sono stati anche timidi tentativi di cambio di direzione ma che sono stati repressi anche con la morte, quando era necessario per mantenere la linea dura.

Da quando è al potere, il clan ha mantenuto il paese sotto una cappa di piombo. La loro polizia religiosa gira in continuazione per far rispettare gli spietati dettami della loro pseudo morale religiosa, che obbliga le classi inferiori a vivere in un inferno dove ogni espressione di amore o di sessualità è repressa quando poi loro vanno in giro per il mondo a spendere i loro miliardi in divertimento, alcool, droghe, sesso, gioco d’azzardo e altri vizi.

Nel paese più ricco del pianeta le differenze sociali sono estreme. Nessuno muore di fame ma le classi più povere sono giusto giusto al livello della sopravvivenza. Persistono varie forme di schiavitù di fatto e gli immigrati in modo particolare sono trattati come pura merce che si usa e poi si butta via, senza nessun diritto, nessun rispetto. Le donne sono recluse. Non possono uscire liberamente, non possono guidare, non possono intrattenere rapporti sociali con maschi estranei alla propria famiglia. Chi esce dalle regole imposte dal regime, viene frustato nel migliore dei casi, nel peggiore può essere decapitato o lapidato pubblicamente.

È il caso, ad esempio, del blogger 31enne, Raif Badawi, condannato a 10 anni di carcere, a pagare una multa di 270 mila dollari, e in più a 1000 frustate (che in queste settimana le vengono somministrate al ritmo di 50 frustate ogni venerdì pomeriggio dopo la preghiera di mezzogiorno) tutto questo per aver osato criticare il regime sul suo blog.

In questi casi il silenzio dei milioni di “#jesuischarlie” diventa assordante come una cannonata. Dove sono le fiaccolate, dove sono le interrogazioni parlamentari, le prese di posizione delle istituzioni, i ritratti srotolati lungo la facciata dei comuni, come è stato giustamente il caso quando era il regime iraniano o sudanese a condannare qualcuno o qualcuna? Dove sono questi innamorati della democrazia e della libertà di espressione?

Ma peggio di quello che fa la famiglia Ibn Saud in Arabia c’è solo quello che fanno in giro per il mondo, da mezzo secolo in qua. Miliardi spesi per diffondere la loro ideologia arretrata, le loro idee storte della vita e della società. Tonnellate di libri, cassette video, dvd, cd, cassette audio distribuite gratuitamente attraverso il mondo. Scuole aperte in molti paesi poveri, nei quartieri più disagiati, in Asia e in Africa. Borse studio per i migliori di queste scuole nelle università del regno, per produrre sempre più imam oscurantisti e moltiplicatori delle loro idee malate. Ecco come in luoghi in cui 20 anni fa ancora molte donne di famiglie musulmane continuavano ad andare a seno nudo come tutte le altre, oggi sono arrivati i burqa ed è arrivato il Boko Haram!

Ma oltre la diffusione della sola cultura dell’integralismo, il regno saudita e i suoi vicini degli emirati del golfo hanno creato e finanziato migliaia di gruppi armati di fanatici in giro per il mondo, sfruttando il malessere vero di popolazioni oppresse per spingerli verso una radicalizzazione non in nome della loro oppressione ma in nome della loro diversità religiosa: dalla Cecenia alla Bosnia, dalle Filippine allo Xinjiang; dall’Algeria alla Nigeria.

Tutto questo però non viene mai nominato quando si parla di scontro di civiltà, di guerra al terrore. Il presidente François Hollande, una settimana dopo la marcia pseudo-repubblicana di Parigi, ha reso omaggio al re Abdullah salutando “la memoria di un uomo di Stato il cui lavoro ha profondamente segnato la storia del suo paese e la cui visione di una pace giusta e duratura in Medio Oriente resta più valida che mai.” Visione di una pace giusta e duratura!!!

Perché si fa la guerra al terrore ma nello stesso tempo si va a braccetto con i capi terroristi? Perché si entra nello scontro di civiltà per difendere la libertà e si è allo stesso tempo alleati strategici del principale sponsor dell’oscurantismo di cui è accusato l’altro campo?

Molti dicono che dopo tutto, l’Arabia è un paese sovrano e ha il diritto di avere una propria politica estera. Anche diversa da quella dei suoi alleati. Ma la verità è che le monarchie del golfo possono permettersi di avere le politiche che hanno perché hanno le spalle coperte. Ci ricordiamo tutti di come Saddam Hussein impiegò 24 ore per ridurre in polvere l’esercito del Kuwait. Se non fu per l’intervento di molte nazioni saggiamente allineate dietro ai padroni del mondo post guerra fredda, il Kuwait oggi non esisterebbe più e sarebbe semplicemente una delle province della repubblica (dittatoriale sì, ma) laica irachena. É per la fine che fece Saddam che oggi l’Arabia Saudita e il minuscolo Qatar possono permettersi di entrare a mettere mani nella politica interna della Libia, della Tunisia, dell’Egitto, dello Yemen e soprattutto della Siria. È perché hanno le spalle coperte dalla pesante presenza militare della Nato e di Israele nella regione che i paesi del golfo, in testa l’Arabia Saudita possono pesare con l’iniezione di soldi, armi e mercenari, nelle politiche interne di vari paesi del mondo. Non c’entra niente la sovranità. C’entra un piano comune di gestione della regione e del mondo. Una gestione sotto il segno degli affari sporchi e della guerra infinita, fine a se stessa. Semplicemente perché i signori della guerra da una parte e l’altra ne traggono ampiamente beneficio. Perché le famiglie ricche alla testa di più della metà delle risorse di questo pianeta non hanno né nazionalità, né colore, né religione, e quando uccidono (o fanno uccidere da un terrorista o da un soldato) non è per religione, non è per civiltà, e l’unico valore che difendono è quello dei loro conti nei paradisi fiscali.

E allora io dico che il rispetto lo dobbiamo a ogni defunto, ricco o povero, sultano o figlio del ghetto. Ma nessuno mi venga a cantare le lodi del criminale morto. Perché chi va a piangere al funerale di un criminale, chi ne canta le lodi sono solo i suoi compari: i criminali!

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12/01/2015

Charlie e i dannati della metropoli


In questi giorni abbiamo volutamente evitato di alzare, anche solo virtualmente, matite e cartelli per testimoniare il nostro “essere Charlie”. Questa scelta non è stata dettata dall’indifferenza, da un vezzo anticonformista o da una malcelata simpatia nei confronti degli jihadisti, quanto piuttosto da una considerazione che andavamo maturando man mano che i fatti assumevano i contorni ormai noti a tutti. A dispetto degli sciacalli che fin da subito hanno provato a capitalizzare politicamente l’irruzione nella sede di Charlie Hebdo, nessuno dei tre assalitori era un immigrato “barbaro” venuto da fuori ad invadere la cristianissima Europa. Tanto i fratelli Koauchi che Amedy Coulibaly erano nati e cresciuti nei dintorni di Parigi, erano dei banlieusard formalmente “francesissimi” eppure assolutamente alieni alla società ufficiale. Cittadini di una colonia interna come altre migliaia di salariati “francesi”. Anche le biografie che adesso vengono proposte dai media ufficiali, se corrispondenti al vero, sono significative, con il passaggio  dalla piccola delinquenza alla radicalizzazione religiosa mediato dalla permanenza in una qualche istituzione totale. Come comunisti e come rivoluzionari crediamo che il vero nodo da affrontare stia proprio qui: fino a non molti anni fa la rabbia, la sacrosanta rabbia di questi proletari avrebbe incontrato un processo di emancipazione collettiva capace di indicare loro un’idea di società diversa, migliore. Oggi invece quest’odio viene intruppato e convogliato dall’Islam politico in un progetto reazionario e retrogrado, tanto nelle periferie delle metropoli quanto in molte periferie del mondo. E noi, che ci piaccia o meno, saremo chiamati prima o poi a farci i conti, perché è nel nostro campo che questa egemonia si esercita.

C’è poi un altro aspetto di questa vicenda che ci ha colpito, ed è stato vedere molti, anche a sinistra, ergersi di scatto a difesa della libertà di stampa, dimenticando (o ignorando) che in sistema imperialista i media non sono mai “neutri”, ma rappresentano sempre uno strumento di costruzione del consenso e di controllo dei subalterni (leggi). A costo di apparire impopolari diciamo chiaramente che prendere per il culo le credenze o la religione degli oppressi non è satira, è propaganda bellica. E la Francia (come dimostrano la Libia, la Siria, il Mali, tanto per fermarci agli ultimi anni) è un paese impegnato in un aggressione neocoloniale insieme e in competizione con i suoi alleati europei e nordamericani. Dunque poco importa se contemporaneamente si sbeffeggia il clero cattolico o qualche autorità religiosa ebraica, perché non può esserci simmetria tra dominati e dominanti. Neanche a farlo apposta la tragica cronaca di questi giorni ce ne ha fornito un assaggio. Mentre tutta l’attenzione dell’occidente era concentrata sulle strade della capitale francese in Nigeria i guerriglieri di Boko Haram sferravano un secondo attacco contro la cittadina di Baga lasciando sul campo decine, forse centinaia di vittime. Eppure la notizia è stata relegata in fondo ai giornali e ai servizi televisivi per poi scomparire definitivamente il giorno dopo, a dimostrazione che una vittima bianca e occidentale sulla bilancia dei media “pesa” quanto qualche decina di africani, anche quando l’assassino è comunque un estremista islamico.

Anche per queste ragioni, come scrivevamo all’inizio, nous ne sommes pas tous Charlie!. Né tantomeno voteremo i “crediti” alla guerra di civiltà che ci si sta prospettando, perché il nostro posto sarà sempre e comunque dalla parte dei dannati della metropoli.

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10/01/2015

La guerra in casa. I fatti di Parigi e gli apprendisti stregoni

La guerra arriva fino nel cuore dell’impero: quanto è successo a Parigi è esattamente questo, che ci piaccia o meno. Gli spot che da mesi invadono le tv, entrando nei nostri salotti e nelle nostre cucine, che ci raccontano che con la nascita del Mercato Comune Europeo prima e l’Unione Europea poi ormai da più di 60 anni non ci sono più guerre in Europa, oltre a essere falsi probabilmente non sono più neanche rassicuranti.

I 12 morti nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo di mercoledì, l’uccisione di ieri dei presunti attentatori e degli ostaggi, sono vittime di guerra. Non sappiamo quanto consapevoli ma questo sono, e non ascrivibili a superficiali o mistificatorie spiegazioni sulla follia o il terrorismo.

Sono chiari fatti di guerra, che ogni parte in campo conduce con i mezzi che ha a disposizione, con le strategie militari che decide di attuare o che le condizioni oggettive e i rapporti di forza gli permettono.

Le dinamiche, gli autori dell’attacco, il tipo di vittime, sono elementi che si prestano facilmente a interpretazioni nel migliore dei casi fuorvianti, se non false e tendenziose, rievocando i temi del fanatismo, della libertà di stampa o complessivamente intesa, della difesa della democrazia, dello scontro di civiltà, perdendo di vista, o facendolo volutamente perdere, il legame tra i fatti e le reali situazioni economiche, politiche, militari internazionali.

Non rimaniamo indifferenti e cinici, emotivamente e umanamente, di fronte a morti e feriti, tanto più quando, e qui il nostro coinvolgimento diventa anche politico, si tratta di uomini e donne che sono vittime di una guerra, che indossino l’una o l’altra divisa o siano dei civili e soprattutto se sono stati protagonisti di una stagione di battaglie di libertà e democratiche che è stata anche nostra. Ma questo non può condizionarci nell’analisi che deve necessariamente restare razionale e capace, per i comunisti, di un punto di vista di classe, internazionalista e antimperialista.

I fatti di Parigi rappresentano un chiaro attacco alla Francia che, più di ogni altra, per mezzi e grado di evoluzione del proprio esercito, è di fatto il braccio militare, “l’esercito”, dell’Unione Europea. Un polo imperialista europeo che negli ultimi anni, per non parlare dei decenni scorsi, ha innescato e sostenuto guerre lungo i propri confini geografici e politici come strumento della competizione globale, alcune volte in alleanza, e altre no, con uno dei suoi poli competitori: quello statunitense. Una Francia che spesso ha usato lo strumento militare, ancor prima che quello puramente economico, anche nella “competizione interna”, per definire gli assetti e le gerarchie nell’Unione Europea stessa.

Questi due fattori, unitamente o separatamente, si sono espressi con l'invasione della Libia dove la Francia ha svolto un ruolo diretto e di rilievo anche nell’omicidio di Gheddafi e che ha favorito l'emergere prepotente di un islamismo radicale che oggi è entrato nell'orbita dell'Isis. Ma anche più di recente in Siria, dove a lungo ha armato i cosiddetti ribelli che combattono contro le autorità di Damasco, fornendo loro, oltre alle armi, anche soldi, consiglieri e coperture diplomatiche. Per poi, per sua convenienza, abbandonare la complicità e l’appoggio a quelle milizie, che per lo più oggi ingrossano le file del Califfato e compiono ogni giorno in Libano, Siria e Iraq stragi di vittime che per i nostri giornali non hanno neanche diritto alla menzione. Una Francia che è stata in prima fila nella "destabilizzazione creativa" del Medio Oriente e dell'Africa, basti ricordare anche il suo ruolo di primo piano, solo per restare agli ultimi anni, in almeno una decina di paesi africani.

La guerra, come dicevamo, è alle porte dell’Unione Europea ormai da alcuni anni, e non casualmente proprio con l’accentuarsi della crisi di sovrapproduzione di capitale. Libia, Siria, Iraq, Ucraina, alcune ex colonie francesi sono gli scenari di questo scontro globale anche se si tenta in tutti di modi di rappresentarle ognuna come una crisi a se stante, dando loro delle motivazioni separate, specifiche, in una narrazione fuorviante che tenta di essere rassicurante.

Le guerre alle quali stiamo assistendo sono tutt’altro, sono l’espressione della competizione globale tra imperialismi in competizione, all’interno della quale l’Unione Europea sta giocando la sua partita.

L’imperialismo non è puramente la manifestazione di una politica aggressiva ma uno specifico stadio raggiunto, la fase suprema del capitalismo, per dirla in termini leniniani, la necessità di esportazione dei propri capitali anche attraverso l'uso della forza.

Per l’Unione Europea la propria periferia diventa quindi lo spazio vitale per questa necessità e la guerra il mezzo per conquistarlo. Gli interventi militari in Africa, in Libia e in Medio Oriente hanno esattamente questo significato, con proprio la Francia, come braccio armato, che conduce le danze. Anche il conflitto in Ucraina ha rappresentato questa tendenza, anche se non si è avuta l’accortezza di valutare una possibile reazione da parte di un partner strategico come la Russia e i suoi interessi in quell’area.

Questa situazione ha delle fondamentali caratteristiche di diversità rispetto al passato, anche quello recente, e ci riferiamo in particolare agli anni ’90. Infatti in quel decennio, dopo il dissolvimento dell’URSS, gli USA svolgevano un ruolo, politico e militare, egemone. Questa egemonia ora è stata persa e i competitori sono molti e disseminati in vari luoghi del Pianeta.

Oltre agli imperialismi di USA, UE e Giappone in campo ci sono anche le aspirazioni egemoniche, con le quali questi dovranno fare i conti, dei Paesi periferici emergenti e dei BRICS, ma anche quelle, per altri versi, del “polo” islamico.

Se pur ancora con i suoi grandi limiti come la frammentazione, la mancanza di rappresentanza e di peso nelle istituzioni mondiali o in vertici come G8 o G20, non va dimenticato che i paesi arabi hanno una forte potenzialità militare, svolgono un ruolo primario nella finanza internazionale, posseggono la maggior parte dei giacimenti di petrolio.

Soprattutto quest’ultimo elemento è contemporaneamente sia il loro maggior punto di forza, ma anche di debolezza.

Le risorse petrolifere sono in via di esaurimento e già si sta registrando il “picco” estrattivo, cioè quel punto dove, date le difficoltà di estrazione, l’impiego energetico per estrarre petrolio è maggiore di quello ricavato. Una tendenza nella quale si inserisce l'azione di alcuni dei paesi in competizione in grado, attraverso operazioni finanziarie o l'aumento della produzione, di far variare anche notevolmente e in poco tempo il prezzo del greggio, come sta avvenendo con il crollo da quasi 150 a 50 dollari al barile nei soli ultimi tre mesi.

La crescente competizione convince le borghesie di questo “polo” ad accelerare la costituzione di una potenza mondiale, di una “grande potenza islamica” e ad assumere la leadership dell’intera area asiatico-mediorientale-nordafricana e non solo: il “Califfato”, lo “Stato Islamico”.

La necessità dunque di inserirsi nella competizione per l’egemonia mondiale, anche attraverso atti come fu quello dell’11 settembre alle Torri Gemelle, quello di Madrid e Londra, ma anche quello, probabilmente, di Parigi: muovere le proprie pedine anche contro gli ex alleati, portare la guerra dentro casa dell’avversario o dell’ex “amico”, con i modi e gli strumenti di cui si dispone.

Una guerra che passa anche attraverso gli aspetti culturali e “religiosi”, terreno sul quale questo tentativo egemonico può trovare uno straordinario elemento di adesione e identificazione per larghe masse di umanità soggette in Medio Oriente, in Africa e in Asia a decenni di guerre, occupazioni, embarghi, aggressioni di ogni tipo. Che non trascura gli aspetti comunicativi e tecnologici, frutto di una modernità del mondo arabo-islamico, in particolare delle sue borghesie spesso educate nelle università occidentali, in grado di sfidare l'imperialismo occidentale al suo livello più alto.

Questo quadro ci riporta pienamente alla nostra analisi sugli “apprendisti stregoni”, che si rivela assolutamente fondata.
Non perché vogliamo esercitare un'opera di autocompiacimento e come sempre siamo aperti al dibattito, ma sicuramente di fronte ad avvenimenti come quelli di Parigi rifuggiamo da scorciatoie comode o derive nazionaliste e richiami all’unità nazionale, come parte della sinistra in Francia, ma anche in Italia, sta irresponsabilmente facendo. Contemporaneamente contrastiamo con forza ogni tentativo di strumentalizzazione da parte delle forze politiche razziste, xenofobe e della destra, e gli atti a queste funzionali come l’introduzione di leggi speciali che il Ministro Alfano sta già proponendo.

Ma per fare questo è necessario avere chiaro il contesto dentro il quale i fatti di Parigi si inseriscono, altrimenti si rischia, per altri versi, di rimanere ingabbiati in una retorica che assimila alla libertà, alla democrazia e alla tolleranza politica e religiosa un occidente che non corrisponde alla realtà, contrapposto ad un mondo islamico che si vorrebbe al contrario fanatico, estremista, violento e quindi pericoloso tout court. Una contrapposizione tra due “ideali” posticci che non fa che alimentare la logica dello scontro di civiltà, obiettivo tanto delle classi dirigenti arabe nella forma islamista quanto di quelle occidentali.

Come comunisti, ma ciò dovrebbe valere per chiunque oggi si batte per il cambiamento radicale della società, il nostro vero nemico sono le nostre classi dominanti, gli “apprendisti stregoni” appunto, che con l’effetto delle loro azioni diventano concretamente il nemico dell’umanità.

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08/01/2015

Condanne alla strage di Parigi dal mondo islamico

Studiosi, istituzioni religiose ed educative, leader politici e governi di tutto il mondo islamico sono uniti nella condanna dell’attacco alla sede del settimanale francese Charlie Hebdo, che ha provocato ieri 12 morti.

Al Azhar, la più alta istituzione religiosa egiziana, considerata autorevole espressione dell’Islam sunnita, ha sconfessato gli autori del “criminale attacco armato” in una dichiarazione diffusa dalla stampa. La religione islamica, vi si legge, “denuncia qualsiasi violenza”. Anche vari autorevoli studiosi di tutto il mondo hanno seguito questa linea. Rilevante la presa di posizione di Tariq Ramadan, pensatore basato a Ginevra e nipote del fondatore dei Fratelli musulmani Hasan al-Banna, che ha affidato a Twitter la sua presa di posizione.

“Contrariamente a quanto sarebbe stato detto dagli assassini dell’attacco contro la sede di Charlie Hebdo, non è il Profeta che è stato vendicato, ma è la nostra religione, i nostri valori e i principi islamici che sono stati traditi e disonorati”, si legge sul suo profilo. “No, no, no! La mia condanna è assoluta e la mia rabbia è profonda rispetto a questo orrore”, ha scritto ancora Ramadan.

Di “crimine barbaro e orribile” che “non può essere giustificato da alcuna religione” ha parlato invece Wael Shihab, esperto di sharia del sito onislam.net, augurandosi che “i colpevoli siano assicurati alla giustizia”. Stessa condanna della violenza nelle parole di Khaled Hanafy, che guida il Consiglio degli studiosi islamici in Germania e ha invitato a reagire ad eventuali “insulti al Profeta” attraverso “il pensiero, l’arte e le opinioni, non con l’assassinio e il terrorismo”. “Il Profeta [Maometto] è stato attaccato fisicamente e insultato verbalmente più volte alla Mecca. Mai uno dei suoi compagni ha reagito uccidendo chi l’aveva fatto”, ha scritto su Facebook anche l’intellettuale di origine pakistana Yasir Qadhi, considerato vicino alle posizioni dell’Islam conservatore.

Non sono mancate le prese di posizione del mondo politico: la più importante è arrivata dal segretario della Lega araba Nabil al-Arabi, che ha “condannato fermamente l’attacco terroristico”, così come hanno fatto separatamente vari governi tra cui quello saudita e quello libanese. Parole di condanna sono giunte anche dall’Associazione dei giornalisti siriani, vicina all’opposizione, che si oppone “fortemente a qualunque giustificazione per questo crimine  che viola i valori umani e i principi di base di qualunque religione”.

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Non siamo tutti Charlie Hebdo. Orrori ed errori dalla regione parigina

Quello che è accaduto ad una dozzina di persone, essere scannate per una questione di vignette, è un abominio. Non solo per la questione in sé, e basterebbe, di fare una strage per problemi con il senso dell’ironia. Ma anche perché, in questo modo, si ribadisce un potere terribile, quello dell’autorità mortifera della religione sui comportamenti difformi dalla dottrina, che in Europa era superato da secoli. E si tratta di un potere che è una peste che deve essere combattuta, mentre i suoi focolai vanno isolati, pena il ritorno di nuove e vecchie discriminazioni religiose con contorno allucinatorio fatto di miserie e di stragi.

Per questo motivo l’orrore proveniente dalla regione parigina, la strage dell’XI arrondissement, non può essere che fatto proprio. Non può che essere metabolizzato per essere evitato. Specie nel nostro paese, dove la tensione sociale latente non può certo finire nel dramma di conflitti religiosi futuri magari alimentati dalla fiamma di una crisi di modello economico destinata a durare. Quella sensazione di gelo che ha invaso la Francia, oltre il lutto e la protesta popolare, che si insinua nella domanda su dove stia andando la propria società, deve essere fatta anche nostra. Guardando alle nostre numerose diseguaglianze sociali per fare in modo che non diventino il contesto di una serie, grottescamente distesa nel tempo, di massacri. O di una società tecnologicamente occhiuta, militarizzata, piena di leggi speciali e di invasione della più elementare privacy in nome della “lotta al fondamentalismo”. Detto questo, ribadita la consapevole assunzione conoscitiva ed etica della tragedia parigina, si tratta anche di evitare gli errori. Parlandone, è il caso di rispolverare questa espressione, con laicità. Con quello spirito di serenità, tipico della migliore cultura laica, che emerge proprio nei momenti difficili, controversi e drammatici.

La vicenda Charlie Hebdo, finita purtroppo in un lago di sangue, anche frutto di una serie di errori non solo redazionali ma anche di una parte della società francese. Quella che finisce, anche senza volerlo, per sovrapporre i diritti dell’uomo, e la conseguente libertà di opinione, allo scontro tra civiltà. Proprio come volevano gli apprendisti stregoni neocon di Bush. Quelli che volevano legittimare la rapina delle risorse e delle materie prime dei paesi non occidentali come uno scontro della libertà contro la barbarie. E infatti la vicenda parigina si legge così: la libertà, di espressione, contro la barbarie islamista. E, senza fare la minima concessione ai macellai di Charlie Hebdo, deve essere chiara una cosa: tutte le volte che si legittima lo schema libertà occidentale contro barbarie islamista si legittimano nuove guerre e si producono nuovi, drammatici conflitti interni. Per questo parliamo di errori della società francese.

Charlie Hebdo produceva da anni vignette contro Maometto. Come satira contro i morti alle manifestazioni di protesta contro i film ritenuti blasfemi dal radicalismo islamico. Era così necessario provocare? In modo così insistito, reiterato, continuo? Si parla, non a torto, di libertà di espressione. Ma è stata usata in modo intelligente? Non dimentichiamo che un vignettista del Charlie Hebdo, Maurice Sinet, era stato licenziato nel 2008 dall’allora direttore del settimanale, Philippe Val, perché accusato di antisemitismo. Se possiamo comprendere che un direttore di un settimanale satirico licenzi qualcuno sospettato di antisemitismo, giustamente e per non essere paragonato ai periodici nazisti e antisemiti degli anni ’30, non si capisce perché questa sensibilità sia scomparsa quando si è parlato, e a lungo, dell’Islam. Licenziare un redattore sospettato di antisemitismo e pubblicare vignette con un musulmano rivolto alla Mecca, senza mutande e con una stella visibilmente piantata nel retto, è espressione di equilibrio culturale in una società come quella francese? È forse ironia contro il potere?

Questo nel momento in cui, come è accaduto in Francia, un comico come Dieudonné ha visto, a nostro avviso giustamente, bloccati i propri spettacoli a causa di contenuti antisemiti. La satira toglie l’aura sacrale al potere per rendercelo ridicolo, profano e quindi, in fondo, fenomeno umano tra gli umani. Ma il rapporto tra satira e libertà, quello da difendere, è nei confronti della critica al potere. La Francia ha milioni di persone la cui maggioranza, giova dirlo, fa parte della classi subalterne che è di religione musulmana. Non va aggiunto un dramma, ovvero che milioni di subalterni che invece di una identità di classe ne hanno una religiosa, alla beffa di trattarli pubblicamente come imbecilli per un paio di lustri. Questo tanto più in una società dove, altrettanto giustamente e a tutela dei diritti e della dignità delle donne, il velo integrale è proibito. Si tratta però di avere un equilibrio complessivo nei confronti di milioni di cittadini francesi: non è possibile a norma, proibire e allo stesso tempo anche deridere. Nessuno dovrebbe permettersi di dettare legge, nemmeno la legge, figuriamoci i singoli o i gruppi religiosi, sulla libertà di opinione. Ma questo aumenta la responsabilità di chi usa la libertà di opinione. Verso i quali, se la esercitano in modo irresponsabile, va esercitata la pressione della critica. Questo per non trovarsi in Italia un prossimo domani con i Borghezio e i Salvini che fanno a gara di “libertà” per provocare questo o quel gruppo sociale in attesa della riscossione, in termini elettorali, delle loro provocazioni. Per non aggiungere quindi ulteriori errori a possibili nuovi orrori: non siamo tutti Charlie Hebdo. Proprio perché consapevoli che Parigi si è trasformata in un mattatoio ma per non alimentare lo scontro di civiltà, per non ritrovarsi in una società ancor più securitaria, militarizzata e ossessiva che “deve” tutelarti dai “radicalismi religiosi”. Ovvero per coniugare il grande business della sicurezza con la negazione, materiale e formale, dei diritti elementari in nome dell’emergenza. Viviamo in società dove gli aggregati sociali tendono a non esprimersi in termini di classi ma entro relazioni balcanizzate: gruppi regionali, etnici, identitari, autoreferenziali, religiosi.

È questa tendenza che, in occidente come a Singapore, oltretutto favorisce il turbocapitalismo. Ed è una tendenza che va frenata e invertita. Per non aggiungere nuovi errori, e poi nuovi orrori, all’orrore parigino di questo gennaio 2015.

Redazione - 8 gennaio 2015

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