Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
23/10/2026
“Vogliamo più gendarmi”. Il silenzioso fiasco della piazza Pd-Cgil a Milano
Un presidio silenzioso: solo la lettura di un comunicato all’inizio dal camion CGIL, poi musica e qualche slogan... Meglio evitare rischi.
Più che un presidio, si è trattato di fatto di una conferenza stampa, tra bandiere di PD, CGIL e Cinque stelle, che ha visto protagonisti, oltre al segretario generale CGIL Stanzone, il sindaco Sala e gran parte della platea di possibili candidati a Palazzo Marino; presenti infatti Majorino, Calabresi, l’attuale vice di Sala Scavuzzo, ma anche Carlotta Cossutta.
Oltre Italia Viva, senza bandiere anche AVS che ingaggiano lo “scontro” con la casa madre per mezzo social, proseguendo così nel solco dell’atteggiamento polemico – ma mai di rottura con la maggioranza comunale, ovviamente – un modello comodamente sperimentato in questi anni attorno alla questione palestinese.
Assente la federazione milanese di Rifondazione, scelta applaudita dal segretario nazionale Acerbo. Motivo? “Aver preso atto che non sarà possibile intervenire”...
Scrivevamo mercoledì su questo giornale che le parole d’ordine e i contenuti della chiamata CGIL in Piazza della Scala lasciavano poco spazio alla fantasia, e così è stato.
Il sindaco Sala ha benedetto l’arrivo dei militari, “disciplinato” però da Mattarella. Poi Stanzone, Majorino e Scavuzzo fanno il controcanto alle dichiarazioni di Calabresi, con parole sostanzialmente sovrapponibili: il governo è responsabile (giusto!), non sottovalutare il disagio delle nuove generazioni (stavolta forse ci siamo) e perciò... Non ci servono i militari, vogliamo più polizia!
Di più, per Majorino, l’astro “nascente” dell’alternativa a sinistra a Sala, il modello da seguire è quello indicato dell’ex capo della polizia Gabrielli.
Se qualcuno si aspettava una risposta minimamente degna contro quanto questo governo criminale sta mettendo in campo in fretta e furia – vedi i 500 parà della Folgore e i blindati dell’esercito a Milano e un nuovo decreto-sicurezza – resterà ampiamente deluso. E infatti non erano molti a nutrire queste speranze, almeno a giudicare dai numeri della piazza, di cui qualche decina erano, per altro, giornalisti e fotografi.
Siamo in presenza di misure pensate per aumentare ancora il livello di repressione e la chiusura dei residui spazi democratici di questo paese, che meritano risposte assai più decise, mirate e determinate.
Decisamente diversi, invece, i contenuti dell’appuntamento promosso in Duomo da Non una di meno con lo slogan “Ci volete in casa, saremo in piazza. Definiamo violenza”. Anche se la scelta di promuovere l’iniziativa a pochi metri e un’ora dopo quella di piazza Scala – con la Cossutta pontiera tra i due appuntamenti – non è apparsa delle più felici se l’intenzione era quella di marcare una cesura netta con la piazza di CGIL e PD.
A margine, in via Torino si riuniva nelle stesse ore un’improbabile decina di vannacciani, a fare da controcanto al presidio di lunedì delle destre di governo. Per decenza, lasciamo immaginare ai lettori il tenore degli interventi.
Per fortuna Milano non è solo questa. Ventiquattr’ore prima eravamo in una assemblea cittadina di costruzione della giornata di sciopero generale del 30 ottobre promossa dall’USB.
Tanti interventi determinati e con le idee chiare, anche sui fatti dello scorso fine settimana: raccogliere e organizzare la rabbia che sempre più forte sale da tanti settori della società continuare a costruire un’opposizione degna e conflittuale al governo della guerra e del carovita, bloccare come l’autunno scorso il paese.
Nell’assemblea si sono confrontati organizzazioni politiche e giovanili indipendenti, centri sociali, lavoratori della cultura, studenti e insegnanti de “La conoscenza non marcia”, Bds, “Donne contro guerra e genocidio”, circoli Anpi coraggiosi come quello di Crescenzago e associazioni e realtà cittadine autorganizzate.
Verso il 30 ottobre l’appuntamento lanciato è per questo sabato davanti alla sede Arera, la cosiddetta Autorità di controllo sui prezzi dell’energia. Le parole d’ordine sono esplicite: “Il carovita è un crimine. Fermiamo guerrafondai e speculatori”. L’appuntamento è alle ore 11:00. Quello originario era alle 14:00 la la Questura ha posto una prescrizione.
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21/10/2026
“Che roba Contessa!”. Un solo coro nella politica milanese
Calmatesi (per ora) le acque, con più di 200 giovani fermati e passato il visibile spaesamento iniziale – mentre il governo si riuniva d’urgenza per militarizzare la città spedendo a Milano 500 soldati – quel coro disordinato ha quindi cominciato a definirsi lungo gli schieramenti politici e a tradursi in convocazioni di piazza “contro le violenze e i saccheggi”, palesando un’omogeneità bipartisan di vedute e contenuti che a qualcuno potrebbe ancora suonare come un’amara sorpresa. È la stessa benestante “maggioranza silenziosa” di fine anni ’60...
I primi a chiamare alla mobilitazione in difesa di “forze dell’ordine, negozianti e milanesi” sono stati naturalmente i partiti della destra di governo, riempiendo nel tardo pomeriggio di ieri la piccolissima piazza San Carlo.
Le parole d’ordine della convocazione era la richiesta di pene esemplari così come scritto nello striscione condiviso; e poi il “Vi remigreremo tutti” sullo striscione della Lega, intrappolata anche da queste parti nell’incubo della contro-rincorsa a Vannacci. A margine sono volati schiaffi da parte dei partecipanti benestanti contro un gruppetto più che pacifico di contestatori, una violenza “per bene” che non ha suscitato alcuna indignazione.
Nella mattinata, intanto, era stato diffuso l’appello della CGIL di Milano ad una “piazza per la coesione sociale”, subito rilanciato dal segretario PD cittadino Alessandro Capelli e poi materializzatosi in serata con la chiamata piddina per mercoledì (domani) in piazza della Scala con lo slogan assai meno ‘sociale’ “Milano non vuole la violenza”, appello raccolto a breve distanza da Avs.
Gli slogan scelti ci sembrano abbastanza eloquenti su quale sia la preoccupazione principale per questi signori dopo i fatti del fine settimana.
Prima ancora della Schlein, già sabato il sindaco Sala aveva dettato la linea, attaccando direttamente Piantedosi per... l’esigua dimensione – a suo dire – della quantità di forze dell’ordine schierate in città, dritto al punto di quella che è l’unica ricetta concepibile da questa classe politica, indipendentemente dal colore.
D’altronde la campagna elettorale delle prossime comunali non è più affar suo e può dire le cose come davvero le pensa, senza tanti fronzoli: diventa un problema del PD e dei nuovi contendenti a Palazzo Marino richiamare qua e là anche crisi e carovita, quando capita, o criticare l’approccio securitario del governo; salvo comunque invocare “più forze dell’ordine” nel paese che ha già oggi il più alto numero di uomini in divisa procapite d’Europa.
Formalmente più attento agli umori del paese e della città “invisibile” è stato il possibile candidato sindaco del “campo largo” Calabresi, il quale ha mormorato di “necessità di interpretare e rispondere alle manifestazioni di un malessere sociale”. Dopo di che, però, anche lui si è sperticato nella solidarietà alle forze dell’ordine, nel richiamo alla legalità e alla divisione invalicabile tra buoni che manifestano pacificamente e i violenti.
Calabresi si è spinto, insomma, quasi in “zona Bonelli-Fratoianni”, con la lancia in resta (si fa per dire) contro il governo, ma, ben inteso, “ontogeneticamente” (hanno detto proprio così) lontani dalla violenza di quelli che vengono liquidati come una manciata di “black bloc”, infiltrati e non, invece, come centinaia e centinaia di giovani delle periferie senza futuro, e pertanto decisamente arrabbiati.
Per il “campo largo”, il perimetro dentro cui segnare una discontinuità con le forze di governo – rigorosamente in vista delle elezioni ed oltre le quali non spingersi mai – è ancora una volta saldamente, e strettamente, tracciato nell’ambito delle compatibilità e di lì non si scappa; con buona pace anche delle scorribande “coraggiose” di qualche piddino solitario o della denuncia delle violenze poliziesche condivisa anche dalle loro appendici giovanili, mentre ai piani alti sono completamente sparite dai radar.
In questo senso, già il primo appello della CGIL lasciava poco spazio alla fantasia, relegando l’attacco al governo e la denuncia del carovita a problema secondario.
“I fatti che hanno colpito Milano sabato e domenica sono gravissimi. Distruzioni, vandalismi e saccheggi sono inaccettabili e non hanno nulla a che fare con il dissenso... La nostra solidarietà va a tutte le persone che hanno subito violenza... Ha anche responsabilità (il governo, ndr) sulla carenza strutturale di organico delle forze dell’ordine.”
Un appello che, se non fosse per il passaggio in cui poi si attaccano le politiche economiche del governo, si faticherebbe a distinguere da quello delle destre. La CGIL ridotta a copiare il “grattacelaro” Sala, è tutto dire...
Lo avevamo visto già sulla Palestina e nelle complicità con Israele, su guerra e riarmo, su salari e carovita, in scuole e università: gli spazi oggettivi di mediazione e di recupero con settori sempre maggiori e sempre più penalizzati della società si vanno esaurendo; ed è sempre meno credibile, di questi spazi, anche solo rappresentarne l’esistenza.
Sembrano quindi decisamente fuori tempo massimo – e certamente non parlano a chi era in strada sabato e domenica – gli appelli alla pacificazione o alla “coesione sociale”, da parte di chi in questi trent’anni ha fatto sistematicamente da garante al contenimento della rabbia e del conflitto politico e sociale davanti a ogni porcheria partorita da questa classe “dirigente”.
Possono continuare a recitare il solito teatrino, provando a dividere, tamponando da una parte, reprimendo dall’altra... Potrà forse funzionare ancora per un po’ – il livello di astensionismo già parla da solo – poi rimarrà solo la repressione. Ma intanto il tappo è già definitivamente saltato.
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06/10/2026
Una democrazia punitiva. Mutazione antropologica e consenso reazionario
Il saggio di Italo Di Sabato “La democrazia punitiva. Stato penale, mutazione antropologica e consenso reazionario” (Momo edizioni) propone una lettura radicale delle trasformazioni politiche e sociali degli ultimi decenni, mostrando come il sistema penale sia diventato una forma ordinaria di governo delle società contemporanee.
Il libro parte da una tesi precisa: la crescita della repressione non è una risposta all’aumento della criminalità, ma il risultato del progressivo smantellamento dello Stato sociale. Dove arretrano i diritti, avanzano la polizia, il carcere e la legislazione d’emergenza. In questo processo, la sicurezza diventa il linguaggio attraverso cui si amministrano le disuguaglianze prodotte dal capitalismo neoliberale.
Attraverso una genealogia che va da Tangentopoli alla trasformazione dei sistemi elettorali, dalla centralità dei media alla costruzione della paura, fino alla normalizzazione della violenza poliziesca e all’espansione del carcere, il saggio ricostruisce la nascita dello Stato penale come paradigma politico. Un paradigma che non si limita a reprimere, ma produce consenso, ridefinisce la cittadinanza e trasforma il conflitto sociale in questione di ordine pubblico.
Al centro dell’analisi vi è la mutazione antropologica che attraversa la società: l’interiorizzazione della logica punitiva, la trasformazione dei cittadini in giudici permanenti, la costruzione di un blocco sociale che, pur essendo colpito dalle politiche neoliberali, finisce per difenderle in nome della sicurezza e dell’ordine.
È in questo terreno che si afferma un consenso reazionario di massa, che rende possibile la normalizzazione di politiche autoritarie all’interno di regimi formalmente democratici.
Il carcere, le istituzioni di controllo e la guerra stessa vengono letti non come eccezioni, ma come dispositivi strutturali di un modello di governo fondato sulla paura, sulla selezione e sulla punizione. In questo senso, la democrazia punitiva non rappresenta una deriva, ma una forma storica della democrazia contemporanea.
Contro questa trasformazione, il libro apre una prospettiva abolizionista non come utopia astratta, ma come critica concreta del presente e come orizzonte politico di ricostruzione del conflitto sociale, della giustizia e della democrazia.
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27/08/2025
Gli USA in corsa verso l'oscurantismo
Nessun discorso infatti, per quanto ben costruito e cesellato, può risultare efficace per colpire l’attenzione di chiunque. Anche Shakespeare e Sofocle, in fondo, non parlano a tutti.
Quelle carogne di “influencer” affittati per occupare uno spazio mediatico già molto affollato – che comincia a pendere dalla parte contraria a Israele, nonostante la poderosa macchina dell’Hasbara e i suoi terminali nelle redazioni mainstream – non avevano alcuna possibilità di far cambiare idea a chi guarda foto e filmati dalla Striscia e ne trae l’inevitabile certezza: è in corso un genocidio, attuato con bombardamenti, spari, torture sui prigionieri anche bambini e fame. Mancano le camere a gas, unica differenza “tecnica” con l’Olocausto.
Il loro “target” non è affatto l’opinione pubblica mondiale, ma l’elettorato statunitense, e in special modo quello trumpiano. Anche all’interno di quel mondo fetido, evidentemente, qualche crepa si andava creando. E dato che si tratta del principale pilastro di consenso su cui sì àncora il sostegno Usa al genocidio, era necessario mettere in campo uno show di attorucoli che sanno come parlare a quel mondo.
La qualità dello spettacolo, come sempre quando si fa un investimento “commerciale”, è proporzionale alla cultura del pubblico di riferimento...
Bisogna insomma guardare a quel che sta accadendo in America per capire almeno in parte fino a che punto è in crisi l’egemonia “culturale” sul mondo e le forme che va assumendo la “risposta Maga” alla crisi.
La testata Axios, che ha ormai sostituito il “bideniano” POLITICO come credibilità informativa, ha stilato una sintetica lista delle principali iniziative trumpiane per riscrivere l’identità culturale degli Stati Uniti. Che poi significa, a cascata, tentare di ridisegnare il volto dell’intero Occidente euro-atlantico, visto il ruolo ricoperto sia a livello finanziario che militare dagli USA...
“Nel racconto del MAGA, l’America è l’erede delle antiche civiltà europee, costruita su una fondazione giudeo-cristiana di identità bianca, meritocrazia, ruoli di genere tradizionali e famiglia nucleare”.
Sembra un discorso general-generico, magari un po’ tradizionalista e “salviniano”, ma a ben guardare già a questo livello viene operata una drastica amputazione proprio dell’identità occidentale classica. Che non è soltanto “giudaico-cristiana”, come ripetono gli ascari fascistoidi dalle nostre parti, ma forse soprattutto greco-romana.
La differenza culturale principale sta nella diversa strutturazione valoriale tra un mondo da “ordinare” secondo i dettami di un dio assoluto che si occupa fin nei dettagli delle vicende umane, sovraordinando “comandamenti” alle leggi che elaborano e, all’opposto (o comunque diversamente), un mondo in cui molti “dei specializzati” (guerra, amore, caccia, agricoltura, ecc.) si occupano sostanzialmente dei fatti loro con qualche incursione-commistione con le vicende di alcuni umani, che peraltro vivono secondo le proprie regole, cambiandole anche spesso.
È la differenza tra l’obbedienza e la scelta, con tutte le conseguenze del caso, anche tragiche.
Una religione monoteista è già di per sé una mezza gabbia in cui gli umani si ritrovano a vivere “conformandosi” o “dannandosi”, ma si arriva facilmente alla follia – e allo sfruttamento furbesco della credulità popolare – quando si assume il “testo sacro” fondativo come comandamenti da prendere alla lettera.
Abbiamo sperimentato, nel cristianesimo, la difficoltà di accedere al metodo scientifico ogni qual volta l’osservazione empirica entrava in contrasto con la Bibbia (Copernico, Giordano Bruno e Galilei ne sanno qualcosa). Se poi si assume – come avviene tra i “cristiani evangelici” o gli ebrei ortodossi – il Vecchio Testamento come “verità rivelata” e indiscutibile, allora il pateracchio diventa evidente. E pericoloso.
Se “il popolo di dio” viene reinterpretato da “insieme dei credenti” (per scelta e per fede) a “comunità superiore”, legata da vincoli di sangue e/o di obbedienza a prescindere, ecco che si creano le basi per un suprematismo millenarista fondato su... chiacchiere.
Se vi preoccupa questo passaggio dalle argomentazioni classiche sulle strategie imperialistiche alle fantasie simil-religiose... avete perfettamente ragione: dovete preoccuparvi.
L’“America in versione Maga” si va costituendo come una formazione para-religiosa. In cui – non è inutile ribadirlo – gli interessi materiali dominanti si ammantano di credenze “giudaico-evangeliche” per strutturare un consenso interno che altrimenti la loro politica reale (concentrazione della ricchezza in poche mani, abbandono di ogni prospettiva “redistributiva” in termini di salario e welfare, ecc.) metterebbe in forse.
“Quella visione del mondo sta guidando sempre di più le politiche governative”, avverte Axios, altrimenti risulterebbe inspiegabile l’attenzione presidenziale posta – ad esempio – sulle... mostre museali.
“Trump ha ordinato allo Smithsonian Institution di revisionare le mostre che l’amministrazione ritiene problematiche per ‘tono, contesto storico e allineamento con gli ideali americani’.Attendiamoci che questa revisione tocchi presto Hollywood, con la riabilitazione dei western alla John Wayne, quando i pellirosse venivano descritti come “terroristi” ante litteram, e la cancellazione dalle videoteche di film come Soldato blu o Piccolo grande uomo, come Amistad o Il colore viola, ecc....
Trump sostiene che ci sia stato un ‘diffuso sforzo di riscrivere la storia della nostra Nazione’ dipingendola come irrimediabilmente razzista o oppressiva – incluso, dice, un’eccessiva focalizzazione su ‘quanto fosse brutta la schiavitù’.
Un funzionario della Casa Bianca ha dichiarato che Trump intende espandere la revisione dell’ideologia ‘woke’ ad altri musei oltre lo Smithsonian – un livello di supervisione senza precedenti da parte di un presidente USA.”
Ma ci sono in atto misure meno fantasiose e più immediate, che riguardano questioni cruciali come la cittadinanza, il controllo delle piattaforme social e dunque la libertà di pensiero ed espressione in qualsiasi forma.
“Lo U.S. Citizenship and Immigration Services (USCIS) ha annunciato la scorsa settimana che sottoporrà i richiedenti per l’immigrazione legale a screening per individuare ‘ideologie anti-americane’, incluse le opinioni espresse sui social media.Perché “I benefici dell’America non dovrebbero essere dati a coloro che disprezzano il paese”, ha dichiarato in una nota il portavoce dell’USCIS, Matthew Tragesser. Si comincia con i titolari di visto, ma già si alza la pressione sugli “americani storici”.
Tutti i 55 milioni di attuali titolari di visto saranno sottoposti a ‘verifica continua’ per ‘qualsiasi indicazione di ostilità verso i cittadini, la cultura, il governo, le istituzioni o i principi fondanti degli Stati Uniti”.
Essere o diventare “americani”, insomma, non dipenderà più da un fatto (l’esser figli di cittadini Usa) o dall’acquisizione in base a condizioni oggettive uguali per tutti (studio, lavoro, permanenza, persecuzioni, asilo, ecc.), ma dalle opinioni – inevitabilmente soggettive e persino variabili nel tempo – sulla storia politica del paese. Ovvero dall’identificazione o meno con l’universo culturale “Maga” o giù di lì.
“L’USCIS sta anche ampliando il requisito del ‘buon carattere morale’ per i richiedenti la cittadinanza, legando questo vago standard al ‘comportamento, l’adesione alle norme sociali e i contributi positivi’ di un individuo.È prevista insomma una revisione drastica dell’anagrafe generale, uno “sfoltimento” della popolazione legale su base ideologica, e viene ammesso esplicitamente, come un programma politico. “Penso che dobbiamo semplicemente evolverci oltre l’idea che solo perché hai i documenti in ordine, sei un americano”, ha detto l’influencer “Maga” Charlie Kirk in un suo podcast della scorsa settimana. “Devi avere il tuo spirito completamente coinvolto”.
Il Dipartimento di Giustizia continua a perseguire il divieto della cittadinanza per diritto di nascita (birthright citizenship) per i figli di immigrati privi di documenti – un diritto sancito dal 14° Emendamento – dando priorità alla denaturalizzazione per i cittadini naturalizzati che commettono determinati reati”.
È l’incerta ideologia del governo attuale, insomma, a delineare il modo di pensare della popolazione futura, non quella popolazione nel suo insieme a decidere quali ideologie sono dominanti, ammissibili, tollerate. Una specie di “congelamento” dell’evoluzione politica e storica, una “fissità” che non lascia inevitabilmente spazio alla stessa possibilità di affrontare i problemi sempre nuovi e diversi che un paese deve affrontare nel rapporto col resto del mondo.
En passant, la natura del concetto di “libertà” si restringe in modo estremo, al punto da coincidere – di fatto – con la sola “libertà di impresa”. Ideologia razzista/suprematista e ideologia di classe, del resto, coincidono.
Pensare di poter restare “egemoni” con questa strumentazione indifferente al mutare dei tempi dovrebbe sollevare inquietudine anche nella classe momentaneamente dirigente, magari anche solo perché si rischia di ritrovarsi senza strumenti culturali davanti all’insorgere di imprevisti.
Ma l’elenco degli “ordini operativi” su questo fronte indica l’esatto opposto. Trump ha infatti:
– “firmato un ordine esecutivo che dichiara l’inglese lingua ufficiale degli Stati Uniti – elevandolo da strumento pratico a marcatore di identità e appartenenza”. Rendendo così “illegali”, o quanto meno sconsigliate, tutte le lingue originarie delle centinaia di milioni di immigrati (spagnolo, italiano, tedesco, gaelico, ecc.) e forse persino le lingue dei nativi che abitavano l’America prima dell’invasione dei bianchi genocidi europei.
– Storia: “Ha ripristinato i nomi confederati alle basi militari statunitensi e ha ordinato il ritorno di alcuni monumenti confederati, condannando la loro rimozione come cancellazioni della ‘eredità’”. Come se la guerra di secessione di un secolo e mezzo fa non ci fosse stata o fosse stata vinta dagli schiavisti...
– Esercito: “Ha ripristinato il divieto per i soldati transgender, allineando il servizio militare alle norme di genere tradizionali”, rovesciando così non solo le “esagerazioni woke” che avevano caratterizzato – strumentalmente, certo – il recente sentiment culturale occidentale, ma l’intero processo evolutivo sulla libertà sessuale degli ultimi 70 anni.
– Rifugiati: “Ha creato eccezioni per gli agricoltori bianchi sudafricani mentre riduceva drasticamente l’ammissione di rifugiati da altre parti”. A conferma del fatto che il suprematismo bianco – ebrei compresi, a differenza del nazismo storico, dal che deriva la piena condivisione del sionismo – è in effetti il fondamento ideologico e psichiatrico del nuovo “regime”.
– Architettura: Ha ordinato che i nuovi edifici federali aderiscano a stili “classici”. Immaginiamo cosa potrà accadere con le “commissioni esaminatrici” dei nuovi progetti delle archistar Usa...
Anche secondo Axios, in effetti, “il progetto di Trump mina gli ideali che l’America ha a lungo celebrato come rifugio per immigrati, terra di opportunità per gli emarginati e paese che trae forza dal suo pluralismo”. Ma come si vede è una critica che resta “tutta interna” alla immarcescibile volontà di preservare una eccezionalità, o supremazia, statunitense.
Il punto chiave – per “osservatori esterni” che, come noi, magari vogliono rompere definitivamente con l’imperialismo Usa – è che questa “revisione istituzionalizzata dell’identità americana” cancella di fatto, forse persino involontariamente, il cosiddetto “soft power” statunitense. Ovvero la possibilità concreta per gli Usa di rappresentare qualcosa di “attrattivo” anche per chi non è nato o vive lì.
Essere dominati nell’immaginario di Hollywood e dintorni era – ed è ancora, in qualche misura – una “condizione a contorno” del dominio brutale del business e dell’esercito statunitense, un modo di renderlo più “accettabile” e persuasivo.
Se resta solo la forza, giustificata con i versetti del Vecchio Testamento, diventa tutto meno complicato da comprendere. Perché non resta granché da “condividere”, distinguere, articolare, ecc. Siamo nel terzo millennio, sappiamo cose che tre millenni fa erano inconcepibili...
La pretesa di continuità dell’Impero si presenterà forse anche come una ultima “guerra di religione”, l’apocalisse sognata dai più ritardati pastori evangelici. Ma fortunatamente il Medioevo è definitivamente alle nostre spalle. Non prevarranno...
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19/08/2025
Le mezze verità sullo sciopero in Israele
Questo è il sindacato che aderisce alla Confederazione Sindacale Internazionale, la stessa di CGIL CISL UIL.
Il capo del potente sindacato israeliano Histadrut ha detto che è con i manifestanti che stanno scioperando in tutto il Paese per chiedere il rilascio degli ostaggi israeliani e la fine della guerra, pochi giorni dopo aver detto che la sua organizzazione non avrebbe appoggiato ufficialmente lo sciopero.
Arnon Bar-David ha parlato durante una visita a Tel Aviv, in Piazza degli Ostaggi, dove si svolgono le proteste.
“Sono con voi, il popolo di Israele è con voi, i lavoratori di Israele sono con voi”, ha detto, circondato dai parenti degli ostaggi. “Molti sindacati sono venuti oggi in piazza per mostrare il loro sostegno”.
I rappresentanti dei sindacati, ha detto, “sono in tutti gli incroci dello Stato di Israele” e “stanno uscendo e bloccando tutto, organizzando proteste”.
Fa riferimento alla sua decisione di non aderire formalmente allo sciopero, che ha visto la partecipazione di un lungo elenco di aziende, organizzazioni e autorità locali.
Quando la settimana scorsa ha deciso di non scioperare, Bar-David ha detto che l’azione “non ha alcun risultato pratico”. Oggi aggiunge che temeva che partecipare avrebbe politicizzato la questione della liberazione degli ostaggi, che secondo lui è “l’ultima cosa che vorrebbe che accadesse”.
“Non è una questione di destra o sinistra”, dice. “Si tratta di riportare a casa delle persone, riportare a casa delle persone che sono state rapite, rapite dal loro letto, rapite dal loro turno di lavoro e dal loro carro armato, e dobbiamo riportarle a casa. Cosa c’è di più semplice? È il dovere fondamentale dello Stato”.
Continua: “Siamo con voi. Ci chiediamo continuamente: cos’altro si può fare?”.
In un messaggio alla leadership politica israeliana, afferma: “Risolviamo questa questione”.
“Vogliamo tornare a una sorta di tranquillità”, continua. “Vogliamo chiudere questo cerchio, vogliamo vedere i nostri figli e i nostri caduti tornare a casa. Vogliamo vedere i soldati dello Stato di Israele terminare il loro periodo a Gaza – con una vittoria – ma terminarlo”.
Ricorda le sue critiche passate al primo ministro Benjamin Netanyahu e dice: “Guardate negli occhi il pubblico, guardate negli occhi le famiglie e fate ciò che dovete fare. Concludete l’accordo, chiudete questo capitolo”.
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12/08/2025
L'UE vorrebbe sabotare il vertice Usa-Russia in Alaska
“Gli euroimbecilli cercano di ostacolare i tentativi americani di aiutare a risolvere il conflitto ucraino”, ha affermato con la consueta ruvidità l’ex presidente russo Dimitry Medvedev, dopo che, in una dichiarazione congiunta, i leader di Francia, Italia, Germania, Polonia, Finlandia e della UE hanno ribadito il loro “incrollabile impegno” per “l’integrità territoriale dell’Ucraina” e hanno fatto appello a “fare pressione su Mosca” con “misure restrittive”.
I leader europei stanno facendo pressione su Washington affinché intensifichi la portata delle sanzioni contro Mosca in vista del faccia a faccia fra Trump e Putin. A riportarlo è il Financial Times citando alcune fonti, secondo le quali durante l’incontro di sabato nel Regno Unito i consiglieri europei e ucraini hanno sostenuto che Washington dovrebbe esercitare più pressione sulla Russia attraverso minacce di sanzioni.
L’alta rappresentante per la politica estera dell’Ue, Kaja Kallas, ha convocato appositamente una riunione straordinaria dei ministri degli esteri, affermando che “tutti i territori temporaneamente occupati (dai russi) appartengono all’Ucraina”.
No, quindi, all’offerta di Mosca che a Bruxelles viene definita “a senso unico”. Una posizione non condivisa da Slovacchia e Ungheria.
Trump aveva invece esplicitamente parlato di “scambi di territori” per arrivare alla pace, ribadendo infine – nella conferenza stampa fluviale di ieri sera – che al tavolo delle trattative per ora non ci saranno né Zelenskij né “gli imbecilli” della UE.
Il vice presidente Usa, J.D. Vance, ha insistito inoltre sulla necessità di un compromesso in un’intervista a Fox News, in cui ha osservato che “l’accordo alla fine non renderà felici né la Russia né l’Ucraina”.
Infine, nonostante i sogni della Polonia, non ci sono finora segnali di un eventuale invito del presidente ucraino Zelensky al vertice di ferragosto tra Russia e Stati Uniti in Alaska.
Il ministro della Difesa polacco, Kosiniak-Kamysz, aveva fantasticato su questo: “Credo che il presidente Zelensky sarà invitato. Oggi emergono alcune informazioni secondo cui esiste la possibilità che il presidente Zelensky sia presente all’incontro tra il presidente Trump e Putin. Sarebbe la decisione migliore e credo che accadrà”.
A suo avviso, raggiungere un accordo di cessate il fuoco con la partecipazione del Presidente Zelensky è ora più vicino che mai. E poi, confermando la natura reazionaria della Polonia di ieri e di oggi, ha aggiunto che se ciò dovesse avvenire il 15 agosto, anniversario della vittoria sui bolscevichi nella Battaglia di Varsavia del 1920, sarebbe “il regalo più bello” per questa parte del mondo e per il futuro della regione.
Hanno in mente i fantasmi del passato e vorrebbero decidere sulle sorti del presente e del futuro. Questa è gente decisamente pericolosa per l’Europa ed il Mondo.
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05/05/2025
Gran Bretagna - Farage è tornato!
Un laboratorio pericoloso si apre nei consigli locali appena conquistati, mentre il sistema elettorale maggioritario mostra l’inadeguatezza a rappresentare la nuova geografia politica del paese.
Le elezioni locali britanniche del 1° maggio 2025, seppur caratterizzate dalla consueta bassissima partecipazione popolare (intorno al 30%) hanno segnato un punto di svolta nella politica del Regno Unito. Reform UK ha ottenuto risultati sorprendenti, conquistando 677 seggi nei consigli locali (nei quali non era presente) e prendendo il controllo di dieci organi, tra cui Staffordshire, Lancashire, Kent, Lincolnshire (si veda anche la Tabella 1).
Di grande impatto simbolico, inoltre, la vittoria nella contea di Durham, simbolo del movimento operaio britannico dato il suo passato legato all’industria mineraria. Inoltre, ha vinto due delle sei elezioni dirette per i sindaci metropolitani, nel nord-est del paese (Greater Lincolnshire e Hull & East Yorkshire); nelle altre quattro votazioni, Reform UK è giunto comunque secondo, insidiando da vicino i vincitori Laburisti (Doncaster, North Tyneside – con margini inferiori ai mille voti – e West of England) e Conservatori (Cambridgeshire & Peterborough).
La vittoria più significativa, ad ogni modo, appare quella nell’elezione suppletiva per il seggio parlamentare di Runcorn & Helsby, strappato, con un margine di soli sei voti, al Partito Laburista (a fronte di un’affluenza del 46%). Annullato, dunque, in meno di dieci mesi, il precedente vantaggio di quindicimila preferenze che aveva consentito alla compagine guidata da Keir Starmer di confermare il proprio successo in questo collegio nel luglio 2024.
Il successo di Reform UK è stato ovviamente forte nei territori deindustrializzati del nord e delle Midlands, tradizionali roccaforti laburiste. In Staffordshire, il partito ha ottenuto 49 seggi su 62, con il 41,2% dei voti, mentre i Conservatori sono scesi al 27,8% e i Laburisti al 16,1%. In Lancashire, ha conquistato 53 seggi su 84, superando i Conservatori (8 seggi) e i Laburisti (5 seggi).
A Doncaster, nonostante la sconfitta nell’elezione diretta del sindaco, Reform UK diventa il principale gruppo consiliare, con ben 37 seggi su 55, riducendo la pattuglia laburista a soli 12 elementi. A Durham, Reform UK ottiene 65 seggi su 98, riuscendo a strappare consensi sia ai Conservatori che ai Laburisti. In questi territori, Farage può certamente fare leva sulle proprie credenziali. Artefice della vittoria referendaria del 2016, ha portato a compimento la missione esistenziale.
La novità è però rappresentata dallo sfondamento dei faragisti nel Sud, bastione conservatore. Impressiona la vittoria nel consiglio di contea del Kent: su 81 seggi, Reform UK ne porta a casa 57, tutti strappati ai Tories, lanciando, dunque, una sfida per l’egemonia a destra.
La combinazione tra la nota capacità di Farage di fare breccia nel Red Wall del Nord inglese, ampiamente sperimentata nel 2016, con i risultati del referendum per l’uscita dall’Unione Europea, e l’abilità di approfittare, in maniera pressoché totale, della crisi conservatrice, costituisce un elemento da non sottovalutare.
Reform UK appare in grado di costruire una coalizione reazionaria, unendo i ceti popolari alienati e disillusi del Nord, con strati sociali più elevati e tradizionalmente orientati a destra del Sud. Un salto di qualità in cui molti osservatori ravvisano una riedizione del trumpismo in salsa britannica, ma che si può certamente anche ricollegare ad analoghi tentativi messi in atto da formazioni della destra europea.
Il Partito Laburista, guidato da Keir Starmer, ha subito perdite significative, tra cui la perdita del seggio di Runcorn & Helsby, precedentemente considerato sicuro. Le politiche di austerità, come i tagli ai sussidi agli anziani per il riscaldamento nei mesi invernali, l’ennesimo giro di vite sulle indennità di invalidità e sul welfare in generale, ha alienato la base elettorale tradizionale del partito.
Nonostante alcune vittorie simboliche – di stretta misura – come quelle per i sindaci metropolitani di North Tyneside e Doncaster, il partito ha mostrato una crescente disconnessione dalle esigenze delle classi lavoratrici. A questo si aggiunge il malcontento crescente in settori progressisti e nelle comunità musulmane, che hanno punito il Labour in città del nord-ovest come Preston e Burnley, dove candidati indipendenti pro-Palestina hanno ottenuto risultati significativi.
Le complicità della leadership di Starmer con le politiche genocide israeliane hanno minato ulteriormente la tenuta del Labour sul fronte sinistro, lasciando spazio a forme di dissenso elettorale che potrebbero strutturarsi in opposizione permanente, come già dimostrato nelle elezioni generali del luglio 2024 che portarono all’elezione di una piccola pattuglia di parlamentari indipendenti (incluso l’ex leader del partito, Jeremy Corbyn).
La campagna elettorale
Nigel Farage ha attraversato il paese come un battitore libero della destra radicale, moltiplicando apparizioni pubbliche, interviste e comizi in stile populista; al momento, Reform UK appare, analogamente alle sue precedenti incarnazioni (UKIP, Brexit Party) una formazione fortemente centrata sul suo leader; tuttavia, l’imponente infornata di rappresentanti negli enti locali potrebbe – ‘finalmente’ – contribuire alla crescita di una classe dirigente diffusa.
Farage ha saputo incarnare il ruolo dell’oppositore antisistema, raccogliendo la disillusione di ampi settori popolari nei confronti del governo laburista, già in difficoltà dopo pochi mesi. Ma non si è limitato alla solita retorica razzista e anti-migranti: ha proposto il ripristino dei i sussidi per le bollette invernali per gli anziani, e, addirittura, la ri-nazionalizzazione dei servizi idrici e del settore della siderurgia, oggetto, al momento, di una grave crisi industriale.
Ha certamente colpito il contrasto con il primo ministro Keir Starmer, che ha scelto la linea dell’invisibilità, disertando persino la campagna per le suppletive di Runcorn and Helsby, dove si votava per un seggio parlamentare cruciale. Una scelta che rivela quanto il Labour, forte di una maggioranza parlamentare ancora solidissima, preferisca, in questa fase, la mera gestione tecnocratica finanche al conflitto elettorale.
Farage ha inoltre continuato ad attaccare senza tregua i Conservatori, ridotti a un’ombra dopo quattordici anni di governo. La nuova leader, Kemi Badenoch, non è ancora riuscita né a ricostruire un’identità politica, né a tenere testa a Farage sul piano della comunicazione. Dentro i Tory si discute se opporsi a Reform UK o avvicinarvisi: un’ambiguità che conferma lo sbandamento strategico del partito, ma che rivela, comunque, la possibilità di un dialogo a destra, e l’assenza di pregiudiziali specifiche all’interno dei Tories.
Da oppositore “puro”, Farage, d’altronde, non offre soluzioni strutturali. I suoi slogan parlano alla pancia del paese. È un populismo d’attacco, costruito sul risentimento locale. Del resto, lo stesso Farage ha ammesso di non avere (ancora) un programma nazionale: lo presenterà, dice, solo un anno e mezzo prima delle prossime elezioni, previste tra il 2028 e il 2029. Intanto si prepara, da destra, a capitalizzare la crisi dell’intero sistema politico britannico.
Tra ricollocamento e radicalizzazione: una nuova classe dirigente?
La nuova ondata di eletti e candidati di Reform UK non rappresenta una novità innocua nella politica locale britannica, ma un potenziale embrione di una nuova classe dirigente reazionaria, composita e pericolosa.
Da un lato, il partito ha arruolato decine di ex quadri conservatori, spesso in cerca di ricollocazione dopo la disfatta elettorale del 2024. Secondo un’analisi del Partito Laburista, almeno 60 candidati provenivano direttamente dai Tories: tra loro, ex deputati come Andrea Jenkyns (ora sindaca a Greater Lincolnshire) ed ex consiglieri locali come Sarah Pochin, vincitrice del seggio parlamentare a Runcorn & Helsby.
Questa operazione di riciclo ha sollevato critiche – non solo da sinistra – su Reform UK come semplice “rebranding” della destra tradizionale. Ma il quadro è più complesso, e più inquietante.
Come documenta Novara Media, accanto agli ex Tory compaiono figure apertamente legate all’estrema destra e all’universo delle destre digitali reazionarie. Candidati che inneggiano al leader fascista Tommy Robinson, all’influencer misogino e patriarcale Andrew Tate, e che hanno condiviso contenuti suprematisti e antisemiti sono stati selezionati e sostenuti da Reform UK in più aree.
A Doncaster, ad esempio, dove il partito ha ottenuto il controllo del consiglio comunale, almeno sette consiglieri eletti risultano segnalati dall’organizzazione Hope Not Hate per la diffusione di materiale razzista e cospirazionista. E figure come Arron Banks, noto finanziatore del “Leave” (lo slogan pro-Brexit, ndr) e coinvolto in vari scandali, ora ambiscono a cariche esecutive regionali sotto le insegne faragiste.
Questo miscuglio di ex establishment e nuovi estremismi è il volto reale del progetto Reform UK: un contenitore trasversale per canalizzare rancori sociali, legittimare l’odio e costruire una nuova egemonia della destra, con meno vincoli e più aggressività. Se c’è un tratto comune in questa “nuova classe dirigente”, è l’attitudine al risentimento autoritario e all’egemonia identitaria.
La prova del governo locale
Con l’acquisizione del controllo di dieci consigli locali, tra cui Kent, Lancashire, Durham e Staffordshire, Reform UK avrà, se non altro, l’opportunità concreta, ma anche la responsabilità, di trasformare la propria retorica in pratica amministrativa.
Le prime dichiarazioni pubbliche dei dirigenti, a partire da Nigel Farage, offrono già indicazioni significative su cosa aspettarsi. Il partito ha promesso che nei territori da esso amministrati si opporrà all’assegnazione di richiedenti asilo, denunciando il sistema attuale come penalizzante per le comunità locali e orientato a scaricare sul nord del paese i “problemi” generati altrove.
Parallelamente, Reform UK ha annunciato l’intenzione di eliminare il lavoro da remoto per i dipendenti pubblici, in nome di una presunta maggiore efficienza; l’idea è quella di importare, nei consigli locali, un “modello Musk”, con la creazione di “dipartimenti per l’efficienza” ispirati al management aziendale più spietato.
Altre priorità includono la cancellazione dei programmi municipali per l’uguaglianza, la diversità e le politiche ambientali, considerati orpelli ideologici forieri di costi inutili. Il presidente del partito, Zia Yusuf, ha parlato apertamente della necessità di una “ri-educazione morale” dei giovani britannici, opponendosi all’insegnamento di contenuti “woke” nelle scuole e invocando un ritorno all’orgoglio nazionale e all’autorità.
In sintesi, Reform UK si prepara a usare il potere locale per sperimentare un laboratorio di restaurazione autoritaria: tagli alla spesa sociale, chiusura verso il diverso, guerra alla cultura progressista. È il primo banco di prova per una destra che punta a governare il Paese intero, partendo dalla conquista dei comuni.
Proiezioni nazionali: un nuovo scenario politico
Secondo le ultime previsioni del sito Electoral Calculus, punto di riferimento per l’analisi elettorale britannica, se oggi si votasse per le elezioni generali (previste nel 2029), Reform UK avrebbe il 49% di probabilità di imporsi come primo partito, lasciando i Laburisti al 35% e i Conservatori al 15%.
È un dato che fotografa una crisi strutturale: il vecchio bipartitismo Westminsteriano sta ormai definitivamente franando, di fronte all’incapacità dei partiti storici di costruire consenso nei propri blocchi di riferimento. Al momento, questa ipotetica distribuzione dei voti produrrebbe una situazione nella quale Reform UK sarebbe il primo gruppo parlamentare (con 245 seggi), pronto a governare col supporto dei Tories (si veda anche la Tabella 2).
Questo scenario può rappresentare una sorpresa solo per gli osservatori meno attenti. La valanga laburista del luglio 2024 fu, a ben vedere, una vittoria drogata dalla frammentazione dell’elettorato di destra: in decine di collegi uninominali, la somma dei voti di Reform UK e dei Conservatori superava ampiamente quella del Labour, che vinse grazie alla divisione del campo avversario. In altre parole, la maggioranza assoluta conquistata da Keir Starmer fu possibile grazie alla presenza di Farage sulla scheda elettorale.
Questa situazione sta accelerando ulteriormente: Reform UK sta progressivamente cannibalizzando l’elettorato conservatore, e non è escluso che si vada verso uno scenario “alla francese”, dove la destra tradizionale – come i gollisti davanti alla crescita del Rassemblement National – divenga subalterna alla sua versione radicalizzata. Il parallelismo tra Farage e Le Pen non è forzato: entrambi costruiscono consensi trasformando la rabbia sociale in identitarismo.
Nel frattempo, il sistema elettorale britannico – fondato su collegi uninominali e maggioranza semplice – mostra tutte le sue distorsioni. In un contesto in cui tre partiti (Labour, Reform e Tories) si attestano su percentuali dal 20 al 25%, con i Liberaldemocratici al 15% e i Verdi al 10%, questa architettura risulta sempre più inadatta a rappresentare la realtà politica del paese. Produce maggioranze artificiali (come gli oltre 450 seggi attribuiti ai Laburisti nelle elezioni del luglio 2024, a fronte di un misero 35% dei voti validi), favorisce i grandi partiti consolidati e penalizza ogni tentativo di alternativa a sinistra.
Nel frattempo, The Economist, dedica la propria copertina a Nigel Farage. “È tornato”, ci informano. E stavolta, non è per la Brexit, ma per prendersi il potere. E se lo dice l’establishment, c’è evidentemente da crederci.
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03/05/2025
Torna Farage, la crisi britannica ritrova il suo detonatore
Si è appena votato per le elezioni suppletive, in Gran Bretagna, in un collegio del Nord-Ovest: Runcorn e Helsby. E qui Nigel Farage (il suo partito) è riuscito a strappare la vittoria per appena sei voti, conquistando un seggio che era appannaggio “sicuro” del partito laburista. Alle ultime elezioni politiche, quelle che hanno portato a Downing Street quel finto sinistro di Keir Starmer, i laburisti qui avevano trionfato (come sempre, nella storia) lasciando il secondo candidato a 15.000 voti di distanza.
Svaniti in appena dieci mesi... “Merito” di un premier guerrafondaio e antipopolare che dichiara ogni giorno di voler tagliare la spesa sociale per nutrire le ambizioni militari di un paese che non è più da decenni un “impero” ma ancora non si rassegna all’irrilevanza. Basti vedere l’idiozia pericolosa nutrita insieme all’ex banchiere francese, Emmanuel Macron: una “coalizione dei volenterosi” per mandare truppe Nato in Ucraina, col rischio concretissimo di provocare la Terza Guerra mondiale. Non più “a pezzi”, ma tutta intera.
Insieme al collegio “sicuro” – vista la coincidenza con le elezioni amministrative – sono saltati anche centinaia di piccoli comuni, tutti da lungo tempo appannaggio del laburisti. Il che, inevitabilmente, porta a conclusioni piuttosto chiare: se abbandoni, con la tua politica nazionale, anche l’ombra della difesa degli interessi popolari, consegni automaticamente la maggioranza della popolazione all’unica forza politica che – mentendo spudoratamente, certo – si presenta come “fuori dal teatrino della politica”. Populisti reazionari, gente impresentabile che diventa “votabile” solo perché quelli “istituzionali” (laburisti o conservatori che siano) appaiono ormai come partiti nemici.
Dalla padella alla brace, per i poveri elettori che hanno perso ogni riferimento credibile e si comportano perciò in senso stretto come consumatori: oggi voto Tizio, domani Caio, hai visto mai...
Ma questa “volubilità” acefala dell’elettore medio – soprattutto “laburista” – in prospettiva elezioni politiche, diventa un uragano. Sulla carta, il risultato di Reform UK metterebbe a rischio più di 350 dei 411 seggi vinti dal Labour nel 2024. Una cifra più che sufficiente ad ottenere la maggioranza nella Camera dei Comuni (650 seggi), ma soprattutto uno scenario da incubo per il governo Starmer.
Ovviamente, tutti gli analisti consigliano prudenza. Prendere voti alle comunali – o in un collegio – è una cosa, tutt’altra è convincere buona parte del paese a credere che la tua ricetta “volgare e sbrigativa” sia la soluzione giusta per uscire da una condizione di povertà.
Ma proprio qui casca l’asino. Il partito di Farage – “Reform UK” – è già riuscito nell’intento imponendo la Brexit nell’agenda politica britannica. La sua retorica da quattro soldi è stata comunque sufficiente a costringere i Conservatori a spostarsi su una posizione simile, fino a celebrare un referendum che ha sancito la separazione dall’Unione Europea.
Altrettanto ovviamente, non avendo i Tories un programma alternativo al neoliberismo puro e duro, quella “uscita” non è stata affatto un successo. Anzi, il contrario.
Dunque il “piccolo Trump” di Londra è e resta una sciagura reazionaria che può certamente far perdere entrambi i partiti del defunto “bipolarismo liberale obbligato” (e se lo meritano), ma ha ancora quasi zero possibilità di ascendere al governo della Gran Bretagna. Se ci riuscisse, il tracollo del Regno Unito sarebbe certo ancora più rapido.
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25/04/2025
L’America latina piange Francisco, il papa degli ultimi fra tradizione e innovazione
“Nessuno può servire due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete seguire Dio e mammona”. Non si può seguire al contempo il Dio dei cieli e il dio denaro (Mammona, secondo la tradizione religiosa cananea), ossia il profitto, il guadagno e la ricchezza. Così prescrive il Nuovo Testamento (Matteo, 16,13), e così ha predicato Jorge Maria Bergoglio, che aveva scelto non per caso il nome di Francesco per il suo pontificato, per la prima volta nella storia del papato: il nome di San Francesco d’Assisi, il frate che, nel XIII secolo, predicò la povertà, la pace e la cura del “creato”.
La sua voce, già flebile per la malattia polmonare che lo affliggeva, si è spenta il 21 aprile, dopo un ultimo messaggio urbi et orbi, pronunciato per Pasqua in Piazza San Pietro. Aveva 88 anni. Il Conclave lo aveva eletto come 266mo papa il 13 marzo del 2013 raggiungendo la prevista maggioranza di due terzi alla quinta votazione: il primo pontefice latinoamericano, nato a Buenos Aires il 17 dicembre del 1936, figlio di immigrati piemontesi, e membro della Compagnia di Gesù.
Il suo pensiero non era affine a quello della teologia della Liberazione, che ha posto al centro della riflessione i valori dell’emancipazione sociale e politica dei poveri a partire da un’analisi di stampo marxista. Pur riconoscendone “gli apporti significativi”, Bergoglio ne criticava “le devianze” ideologiche e l’incapacità di riformulare, dopo il crollo del “socialismo reale”, una nuova creatività radicale. Una spinta che egli riscontrava piuttosto nella “teologia del popolo” dell’argentino Rafael Tello, che vedeva, appunto, nel popolo il soggetto della storia, e il cui portato culturale doveva riflettersi nella pastorale ecclesiale.
Per questo, il suo pontificato non ha prodotto riforme strutturali della Chiesa, come quelle del Concilio Vaticano II, avviato da papa Giovanni XXIII l’11 ottobre del 1962 e concluso, in modo più misurato, da Paolo VI, l’8 dicembre del 1965. Con l’ironia che lo caratterizzava e che gli ha consentito di far fronte ai numerosi attacchi dei settori più reazionari, Bergoglioci scherzava: “Alcuni – diceva – hanno fatto diverse battute: Tu dovresti chiamarti Adriano, perché Adriano VI è stato il riformatore, bisogna riformare... E un altro mi ha detto: No, no: il tuo nome dovrebbe essere Clemente. Ma perché? Così ti vendichi di Clemente XIV che ha soppresso la Compagnia di Gesù!”.
E confessava di aver recitato per quarant’anni un’orazione che così si concludeva: “Dammi, Signore, il senso dell’umorismo. Fammi la grazia di capire gli scherzi, perché abbia nella vita un po’ di gioia e possa comunicarla agli altri. Così sia”. Una giovialità particolarmente apprezzata dai giornalisti che hanno “bevuto” avidamente i suoi fuori-onda sugli aerei, durante i viaggi apostolici in 66 nazioni, 10 dei quali in America latina e nei Caraibi: Brasile, Ecuador, Bolivia, Paraguay, Cuba, Messico, Colombia, Cile, Perù e Panama.
Il suo più immediato predecessore, il tedesco Benedetto XVI, che rinunciò al papato nel 2013, in 8 anni ne aveva effettuati 3, a dimostrazione dell’eurocentrismo che caratterizzò la sua gestione ultraconservatrice. D’altronde, il lavoro di azzeramento delle istanze trasformative e ribelli presenti nel continente latinoamericano nel secolo scorso – quello del Piano Condor e dei “gorilla” al soldo della Cia – era già stato compiuto da Giovanni Paolo II.
Il papa polacco, nel corso della sua crociata contro il comunismo e del suo lungo pontificato (durato oltre 26 anni, uno dei più lunghi nella storia della Chiesa cattolica, secondo solo a quello di San Pietro e di Pio X) ha compiuto 14 viaggi apostolici in America latina, sovvertendo nel profondo la natura progressista dell’istituzione permeata allora dalla Teologia della liberazione, e retta dai suoi vescovi “impegnati” a cambiare anche le cose terrene.
Durante il periodo di oscurantismo seguito alla caduta dell’Unione Sovietica e al dilagare del neoliberismo in America latina, il peso della chiesa di base si è così drasticamente ridotto. E i presidenti che sono tornati poi a governare, come Daniel Ortega in Nicaragua, hanno dovuto fare i conti con le posizioni conservatrici dei vescovi nominati da Wojtyla, che intervengono pesantemente nelle scelte politiche e influiscono su quelle del Vaticano, e che hanno spinto per la rottura delle relazioni diplomatiche con il governo di Ortega e Murillo.
Nel 1983, durante la sua tappa in Nicaragua, Wojtyla umiliò ed espulse a divinis il vescovo sandinista Ernesto Cardenal. Nel febbraio del 1980, aveva trattato con freddezza quello salvadoregno Oscar Arnulfo Romero, venuto a mostrargli un fascicolo con le atrocità commesse dagli squadroni della morte al soldo della Cia. Una denuncia incongrua nei piani del papa polacco, alleato degli Usa nella crociata contro il comunismo, che aveva esortato Romero ad andare d’accordo con il governo. Romero verrà ucciso il 24 marzo del 1980.
Il 14 ottobre del 2018, a Roma, durante una cerimonia presieduta da papa Francesco, Romero è stato proclamato santo. Era stato beatificato il 23 maggio 2015. Il riconoscimento del suo martirio “in odiumfidei” (in odio alla fede) ne aveva consentito la beatificazione senza la necessità di un miracolo.
Il venezuelano José Gregorio Hernández, il “medico dei poveri”, è stato beatificato, invece, nell’aprile 2021, dopo che la Chiesa ha riconosciuto un miracolo nel caso di una ragazza completamente guarita dopo essere stata colpita alla testa, nel 2017. Poco prima di morire, Bergoglio ha avviato il processo di canonizzazione, previo alla sua proclamazione come santo. Una richiesta che il presidente venezuelano, Nicolas Maduro era andato a rivolgere al papa appena eletto, lo stesso anno della morte di Hugo Chávez e della sua successiva elezione alla presidenza della repubblica bolivariana.
La potente Conferenza episcopale venezuelana, schierata con l’estrema destra, ha ostacolato però ogni tentativo di “normalizzare” le relazioni con il governo Maduro, e quelle con il suo predecessore Chávez, contro il quale aveva contribuito a organizzare – insieme alla Cia, ai vertici del padronato e dei media privati – il colpo di stato del 2002. E Francesco ha oscillato tra gesti concilianti e “fuori onda” sugli aerei, e poco o nulla di fatto: in nome della “riconciliazione”.
Così, Francisco si adoperò per favorire la relazione tra gli Usa di Obama e Cuba, nel 2014, e appoggiò i negoziati tra il governo colombiano di Juan Manuel Santos e la guerriglia Farc, che si conclusero con l’accordo del 2016. Ma nel suo viaggio in Colombia, nel 2017, non incluse una tappa nella vicinissima Venezuela.
Nel 2015, durante il viaggio in Bolivia, chiese perdono per i crimini commessi contro i popoli nativi durante la “conquista dell’America”. Otto anni dopo, il Vaticano ripudierà la “dottrina della scoperta” di stampo coloniale, usata per giustificare l’occupazione europea in America e in Africa, ma senza revocare i decreti pontifici sottesi e la superiorità del cristianesimo che li accompagnava.
E se alla redazione dell’enciclica Laudato si’ – un documento che in quell’anno ha denunciato con forza la responsabilità dei paesi ricchi, delle grandi imprese e del sistema economico globale nel furto delle risorse al Sud, e nel processo di impoverimento generale – hanno partecipato anche consulenti dell’allora governo boliviano di Evo Morales, tra i più titolati partecipanti c’è stato il cardinale honduregno Oscar Maradiaga, accusato di aver appoggiato il golpe contro Manuel Zelaya nel 2009.
Più lineare la relazione di Bergoglio con il Brasile di Lula, con cui il papa arrivò a schierarsi, anche politicamente, durante il golpe contro Rousseff e poi durante l’arresto di Lula. Il Brasile fu il primo paese latinoamericano che Francisco visitò, a luglio del 2013. Per prima cosa, si recò in una favela, dove incontrò i più poveri fra i poveri, indicando il centro principale del suo pontificato, e l’atteggiamento che avrebbe dovuto seguire la Chiesa, “uscendo per strada”, pena il “trasformarsi in una Ong”. E la Chiesa – disse Francisco – “non può trasformarsi in una Ong”.
Per questo, riunì oltre tre milioni di giovani sulla spiaggia di Copacabana, celebrando a Rio de Janeiro la XXVIII Giornata mondiale della gioventù. Un tema, quello della speranza da trasmettere ai giovani, sempre presente, nello stile e nei messaggi di papa Francisco, amico dei “cartoneros” argentini e nemico della “cultura dello scarto”, di cui si è dibattuto durante i congressi mondiali da lui organizzati, in vista di una nuova “internazionale” degli ultimi.
La Chiesa, disse Bergoglio, deve recuperare il terreno perduto prestando attenzione a quei fedeli che si sono convertiti in evangelici o hanno lasciato una religione cattolica avvertita come inattiva e distante. Una preoccupazione dettata dalle statistiche. Nel 2022, in America latina risiedeva il 64% dei 1.389 milioni di cattolici presenti nel mondo. Nel 2024, erano scesi al 54%: anche in forza degli scandali per pedofilia che, soprattutto in Cile e in Perù, avevano visto coinvolte le curie. Fin dal subito, il papa annunciò che non sarebbe stato a guardare, e prese drastiche misure per inasprire le pene contro i pedofili e anche per permettere ai tribunali vaticani di processare per “abuso di potere” chi li avesse coperti.
Un tema su cui Bergoglio si è sempre schierato con decisione, è stato quello della libera circolazione dei migranti, dall’America latina al Mediterraneo. In Italia giunse a inviare il suo elemosiniere a ripristinare la corrente elettrica in un luogo occupato e autogestito da migranti, a Roma, lo Spin Time. E, nel 2016, durante il viaggio in Messico, celebrò una messa a Ciudad Juárez, città di frontiera con gli Usa e luogo simbolo delle violenze sui migranti, e in particolar modo sulle donne. E si recò anche in Chiapas, dove sancì l’uso ufficiale delle lingue indigene originarie nelle cerimonie liturgiche.
Bergoglio non è stato, dunque, un radicale della coerenza nella fede, come i tanti che, in Argentina, hanno sacrificato le loro vite schierandosi a favore degli ultimi e contro la dittatura civico-militare degli anni ’70. In quel periodo cupo, ha scelto di mettere la testa nella sabbia: da uomo dell’Istituzione. Un’istituzione capace di produrre e gestire nel corso dei secoli le necessarie oscillazioni temporali a seconda delle esigenze generali: in primo luogo la gestione del “gregge”.
La Chiesa, e un papa che pure decide di chiamarsi Francesco come il fraticello di Assisi, non potrà seguire fino in fondo il messaggio evangelico del Cristo che invita il ricco a spogliarsi di tutti i suoi averi per ambire al regno dei cieli. Tantomeno potrà mettere in discussione la sostanza dello sfruttamento tra capitale e lavoro, arriverà al massimo a consigliare al “servo” più rassegnazione, e al padrone di essere più “buono”. L’istituzione-Chiesa non può andare contro se stessa, contro i suoi dogmi, pena il crollo e la disgregazione.
Il pontificato di Bergoglio, situandosi tra rottura e tradizione, e dopo due precedenti reazionari, ne ha senz’altro evidenziato al massimo le criticità, e ha lasciato un’impronta culturale forte. Molto, ha pesato la sua provenienza dall’America latina, il continente più diseguale, ma in cui la comunità ancora conta: contano le origini solidali, le radici indigene e afro-discendenti, e dove la povertà grida allo scandalo. E le sue grida, con Bergoglio, sono risuonate anche in Vaticano.
L’America latina, ora gli rende omaggio: in forme sobrie e autentiche, come hanno fatto i dirigenti cubani, o addolorate, come Lula in Brasile e Maduro in Venezuela, che ha decretato tre giorni di lutto nazionale, celebrando “l’amico dei popoli, un uomo di Dio che non esitava a turbare i potenti con la verità del Vangelo”.
Un omaggio ipocrita è arrivato anche dal presidente argentino, Javier Milei che, dopo aver definito il papa come “il rappresentante del maligno sulla terra”, si è detto dispiaciuto per la sua morte e ha annunciato la sua presenza ai funerali in Vaticano. In qualche intervista, Bergoglio aveva ammesso di essere “peronista” e di aver a cuore la costruzione della Patria Grande sognata da Bolivar e, forse per le accuse di essere troppo “schierato”, dopo la sua nomina non era più tornato in Argentina.
Difficile dire, adesso, se l’eredità di Francesco riuscirà a permanere nella figura che ne prenderà il posto, imponendosi nell’accesa battaglia in corso per la successione tra progressisti e conservatori. Per ora, in una Roma caotica, rapace e affaristica per questo anno di Giubileo, nell’arrogante ostentazione di super-ricchi, neofascisti e trafficanti di morte a livello internazionale, come si è visto con il voto a Trump e ai suoi epigoni, lo strapotere di Mammona sembra costituire un’attrattiva anche nel mondo degli “scarti” caro a Bergoglio.
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10/02/2025
I “Patrioti” europei al servizio di Musk
Lo scenario in cui cercano un posto al sole è quello di una UE che deve fare i conti col cambio di approccio deciso da Washington verso l’altra sponda dell’Atlantico. E, nonostante il nome che si sono dati, le realtà presenti nella capitale dello stato spagnolo non hanno espresso alcun sussulto patriottico, anzi.
Tra richiami all’identità cristiana dell’Europa, l’attacco ai migranti e alle lotte di genere, e altri tipici cavalli di battaglia delle espressioni più reazionarie a cui ci siamo purtroppo abituati negli ultimi anni, lo slogan più usato è stato preso in prestito dal nuovo inquilino della Casa Bianca: “Make Europe Great Again”.
Certo, era già stato fatto proprio dal primo ministro ungherese Viktor Orbàn, tra i promotori della creazione dei “Patrioti”, per il semestre alla presidenza del Consiglio dell’Unione Europea, conclusosi a dicembre. Ma pochi giorni fa è stato rilanciato da Elon Musk, chiamando a raccolta possibili alleati europei alla nuova linea statunitense.
La Lega, Rassemblement National, i fascisti di Vox, Orbàn appunto e l’estrema destra olandese capitanata da Geert Wilders, insieme ad altri soggetti hanno deciso di rispondere alla chiamata. Per capirci, una chiamata il cui contenuto nemmeno troppo nascosto è quello di relegare la UE a un ruolo di totale subordinazione agli interessi stelle-e-strisce.
Dunque, tutt’altro che la trita e ritrita adunata dei “sovranisti”, anche se qualcuno continua a raccontarli secondo il vecchio copione. Ad esempio, Elly Schlein, che dal congresso di +Europa ha detto che ci troviamo di fronte una “internazionale di nazionalisti” che ha identificato i propri nemici nei “migranti, i giornalisti liberi, i magistrati, i sindacati, gli attivisti e le opposizioni”.
Una internazionale di nazionalisti non è cosa del tutto paradossale, a differenza di quello che sembra credere la segretaria del PD. E in fondo anche negli anni ’30 del secolo scorso si è visto qualcosa di simile. Ci troviamo di fronte a una fase in cui gli interessi nazionali tra realtà fino a ieri alleate vanno divergendo profondamente, e dunque non ci si può stupire se per alcune formazioni è meglio farla finita con velleità comunitarie considerate ormai fallite e cercare sponsor più solidi cui vendere se stessi e il proprio paese.
Sia chiaro, non significa rompere la UE, considerata comunque una sovrastruttura indispensabile per la borghesia continentale. Quello a cui abbiamo assistito a Madrid è un vento reazionario che ha già deciso di piegarsi al nuovo corso trumpiano, convinto di ottenere di poterla fare finita anche qui con tutte quelle balle da establishment “presentabile e civile” (democrazia, green, stato di diritto...).
Basta pensare che la sera prima della grande riunione, i leader già presenti nella capitale dello stato spagnolo sono andati a cena con alcuni esponenti del think tank Heritage Foundation. Il suo Project 2025 è un programma di riforme di stampo palesemente autoritario, ed è stato spesso associato a Trump, anche se il tycoon ha sempre negato.
Certo, giocare sulle divisioni nazionali, ora come ora, fa la felicità della nuova amministrazione statunitense, perché aiuta ad arrestare il tentativo europeo di assumere un ruolo autonomo a livello strategico. Ma permette anche di imbarcarsi senza troppe zavorre nello scontro contro un altro nemico, che politici come la Schlein condividono con l’estrema destra ma che la segretaria del PD ha evitato consapevolmente di nominare: il mondo multipolare.
Ma la kermesse dei Patrioti è servita soprattutto ad aprire una fase da resa dei conti interna alla classe politica europea. “L’era delle élite di Bruxelles è finita”, è stato un motivo continuo degli interventi fatti dai vari politici presenti, in un quadro di profonda crisi di legittimità di tante maggioranze continentali.
Una sfida che non arriva comunque da figure tenute ai margini dalle nostre ‘democrature’. In Italia, Ungheria e Olanda i Patrioti sono al governo, Bayrou a Parigi ha appena superato la mozione di sfiducia presentata dalla France Insoumise perché i socialisti e i deputati del Rassemblement National non l’hanno votata.
Giusto alcuni esempi in linea con la maggioranza politica della seconda Commissione von der Leyen, che vede i post-fascisti di Fratelli d’Italia tra le proprie fila, e con quello che è successo in Germania sulla legge anti-migranti, che aveva visto la convergenza di conservatori e AfD, altro alleato di Musk.
Le prossime elezioni tedesche potrebbero vedere il successo del partito di ultradestra, che proprio a Madrid ha ricevuto l’appoggio da Santiago Abascal, presidente di Vox, e seppur in maniera più velata anche da Salvini. Anche se per ora fanno parte di schieramenti differenti a Strasburgo, poco conta.
Quel che conta è che c’è un evidente spinta reazionaria in Europa, e ad aprire la strada sono stati i ‘moderati’ e ‘democratici’ della UE. Ricordiamo che l’ex presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, diceva che “con l’estrema destra è possibile collaborare”. Ora però l’estrema destra vorrebbe governare da sola.
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25/01/2025
Chi è e cosa potrebbe diventare Elon Musk
La composizione del blocco sociale che sostiene Trump che, sinteticamente si identifica nell’America profonda colpita dalla globalizzazione e dalla deindustrializzazione del Paese, viene egemonizzata e diretta dalla punta più avanzata del capitalismo digitale e non solo. Penso si possa dire senza timore di essere smentiti che tale quadro si configura come una potente reazione al declino economico e politico degli Stati Uniti.
Le prime mosse del neopresidente hanno definito in cosa si sostanzia il nuovo corso. Aggressività nei confronti dei Paesi Europei, mire sui Paesi confinanti per ristabilire il proprio dominio attorno al cortile di casa, individuazione violenta del capro espiatorio nell’immigrazione quale cemento ideologico del proprio blocco sociale, nuova politica estera mirata a dare sostanza e discontinuità con il passato.
Sicuramente Trump arriva preparato a questo mandato e lo sarà anche nel confronto interno dove per la prima volta, come rilevato da Domenico Moro nell’articolo “Quali sono gli scenari futuri della Presidenza Trump” su questa rivista, nei settori dominanti americani c’è una spaccatura profonda sulla politica estera.
Sarebbe, però, un grave errore sopravvalutare Trump in questa svolta e sottovalutare Elon Musk ed il gruppo che rappresenta. Trump ha davanti questo mandato di quattro anni e, a meno di cambiamenti ora non prevedibili, non sarà ricandidabile. Elon Musk, invece, sembra rappresentare il presente ed il futuro della reazione americana.
Nel governo Trump, in posti chiave, ci sono uomini legati al gruppo che nel 2007 fu definito “Pay Pal mafia” per una foto scattata dalla rivista “Fortune” in abiti da gangsters. Questo gruppo nasce dai fondatori e dipendenti di Confinity, una società che gestiva Pay Pal ovvero un servizio di trasferimento di denaro. I membri più importanti di tale gruppo sono Peter Thiel, David O. Sack e, appunto, Elon Musk. Usciti da Pay Pal molti di loro sono diventati il cuore pulsante della Silicon Valley. Insieme alla potenza economica e comunicativa hanno sviluppato una propensione a definirsi attorno ad un loro profilo ideologico che può essere sintetizzato in “libertario e conservatore”. Da non confondere la parola “libertario” con quella in uso spesso anche a sinistra. Il senso profondo è quello di distruggere ogni mediazione sia in politica che nella comunicazione prefigurando un sistema di potere finemente autoritario. Insieme al diretto coinvolgimento nel governo politico, il comando sulla comunicazione, che diventa una forma di propaganda, si innesta nel superamento del ruolo dei media tradizionali e nel rafforzamento apparentemente “libero” dei social nella formazione dell’opinione pubblica mondiale. A questo concetto fa riferimento il dibattito sull’assenza dei “filtri” nei social media.
Nel precedente governo Trump nel ruolo di Musk c’era proprio Peter Thiel e nella nuova compagine oltre a Musk, che è il capo della nuova efficienza governativa, JD Vance, protetto di Thiel, è diventato il vicepresidente. JD Vance e Sacks sono stati nominati consiglieri del presidente per l’intelligenza artificiale e le criptovalute.
La forza economica, finanziaria e politica di questo gruppo ha spostato tutto il gotha dell'hi-tech, da Zukerberg a Bezos su questo carro. Questa forza è davvero impressionante se solo pensiamo che Elon Musk con Starlink ha in orbita circa sei mila satelliti che permettono un’altissima velocità nella trasmissione e ricevimento dei dati. Tale sistema, che si sta diffondendo in tutto il mondo, rende Musk e la sua azienda il player principale nella gestione e comunicazione dei dati oltre a fargli detenere uno strumento formidabile anche sul piano militare. Passa spesso in secondo piano, ma il fatto che la Nasa si serva di SpaceX azienda di Musk che gestisce Starlink per i suoi lanci, dà la misura di cosa si stia parlando.
Nel personaggio Musk, però, c’è un qualcosa di più inquietante. L’uomo bianco sudafricano, boero, figlio di un padre benestante ma violento ed esponente del partito nazionalista pro-apartheid, che ha lasciato il Sudafrica all’età di diciassette anni quasi in corrispondenza della messa in libertà di Nelson Mandela e della fine dell’Apartheid, che possiede un patrimonio di circa 450 miliardi di dollari e che prefigura la colonizzazione umana di altri pianeti, sembra incarnare più di altri lo spirito di questa reazione americana.
Azzardo l’ipotesi, che spero la realtà smentisca, che abbiamo di fronte un personaggio che nel rompere ogni schema abbia le potenzialità per trasformare quel macchiettistico saluto romano in qualcosa di meno simbolico ma più concretamente sfidante verso il resto del mondo. Non v’è dubbio, altresì, che le malridotte istituzioni del vecchio continente e il processo in corso negli Usa tolgono il velo d’ipocrisia sull’occidente culla della democrazia e quale argine mondiale alle cosiddette autocrazie. Nello scontro globale in atto e con il riarmo galoppante sembra proprio che il capitalismo stia chiudendo i conti con le forme più o meno avanzate di democrazia conosciute dopo il secondo dopoguerra.
La prima fase del nuovo governo americano ha come obiettivo la frantumazione dell’Europa. Una frantumazione che c’è sempre stata, che solo occhi offuscati da un europeismo privo di fondamenti reali potevano non scorgere. Gli interessi divergenti tra i principali Paesi europei hanno sempre prevalso su quelli convergenti. Ora, di fronte alla crisi, non possono che mostrarsi in tutta la loro evidenza. Su questi agirà il governo americano.
In tale quadro i più atlantisti in Europa, penso ad esempio al Pd o alle forze politiche che hanno dominato la scena fino ad oggi in Francia e in Germania, sono in evidente confusione. “Mamma America” non è più il vincolo e la “gonnella” a cui aggrapparsi per giustificare le proprie scelte.
La guerra in Ucraina ha messo in ginocchio l’economia della locomotiva tedesca ed ora ogni Paese sarà spinto da Trump a trattare per sé. In questo senso la presenza di Meloni all’incoronazione di Trump non è solo un segnale di vicinanza politica. In questo quadro la premier italiana, che rappresenta l’unico governo stabile tra i più importanti Paesi europei, può giocarsi delle carte importanti.
Infine, in prospettiva si avvicina ancora di più il confronto tra Usa e Cina. La disponibilità cinese a coprire il finanziamento che verrebbe a mancare dalla fuoriuscita degli Usa dall’Oms è il segnale che l’aggressività americana ha nella Cina il vero contraltare. Un elemento questo di cui nel dibattito europeo non si potrà non tenerne conto.
Questi elementi rendono chiaro che il nuovo corso a stelle e strisce non prevede un ripiegamento verso l’interno, tutt’altro. Tale corso si prefigura come una nuova strada attraverso cui provare a realizzare lo slogan principale della campagna elettorale trumpiana “fare di nuovo grande l’America”. Possibile che Trump inizi congelando il conflitto in Ucraina, seppur anche questo non è scontato, e gestisca, visto l’indebolimento dell’Iran, il conflitto in Medioriente, improbabile che la sfida di “fare di nuovo grande l’America” non prefiguri conflitti nel medio periodo.
Staremo a vedere. Senza dubbio sarà un’epoca, quella che abbiamo di fronte, in cui l’alternativa alla barbarie diventa oggettivamente sempre più urgente. E l’alternativa non può guardare il proprio ombelico ma capire cosa stia accadendo e quali siano le contraddizioni su cui agire al fine di cambiare il corso potenziale della storia.
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21/01/2025
Trumpisti su Marte
La seconda presidenza Trump squaderna senza troppi veli le mille contraddizioni che affliggono “l’Impero” in crisi. Intanto ammettendo che la crisi – negata dai servitorelli stupidi che ancora popolano le nostre contrade e i talk show– c’è ed ha dimensioni “esistenziali”. Tali da aver messo in forse la continuità dell’egemonia Usa sul resto del mondo, al termine di un trentennio vissuto da “unica superpotenza”.
La contraddizione più violenta è quella tra il dichiarato proposito di ricostruire il sistema industriale “metalmeccanico” andato perduto nella breve stagione della “globalizzazione” e il supporto entusiastico al mondo futuribile rappresentato da piattaforme, intelligenza artificiale, sistemi satellitari, conquista di Marte, ecc.
Che però, al contrario del “fordismo” – “produrre automobili che anche gli operai possano comprare” – non prevede la diffusione generale di benessere. Il “capitalismo delle piattaforme” ha bisogno di relativamente poca manodopera, e i suoi potenziali consumatori sono sparsi in tutto il mondo. Non sono più, insomma, un problema da impostare e risolvere contemporaneamente alla produzione.
Quel vecchio sistema industriale americano è andato svanendo quando la ricerca del massimo profitto e dei costi produttivi più bassi ha portato le grandi multinazionali Usa a delocalizzare quasi per intero la produzione old style. Ma anche quella hi-tech, come testimoniano le fabbriche di Tesla, Apple, ecc., in Cina e altrove.
Manca insomma ormai la base materiale – industrie, competenze, professionalità, sistema dell’istruzione e della formazione, ecc. – per riprodurre negli Usa un sistema ormai spezzettato su tutto il pianeta lungo le catene dell’approvvigionamento e del valore.
Lo dimostra – con violenza paradossale – l’insistenza di Trump sul ricostruire la produzione automobilistica classica, fondata sui motori endotermici, a benzina e gasolio, abbandonando completamente il “Green Deal”, mentre al suo fianco appare – e con un ruolo preminente – quell’Elon Musk che sull’auto elettrica ha costruito inizialmente buona parte della sua fortuna e della sua fama.
Rifare il passato e dominare il futuro, sembra il programma. Ma senza una visione che dia al resto della società – e del mondo – un ruolo certamente subordinato, ma almeno complementare. Tutto il ragionare trumpiano è fatto di imposizione dell’interesse americano – dell’“eccezionalismo”, in primo luogo – tramite la forza.
La forza finanziaria (più che economica) di imporre dazi a tutti, e immediatamente a Canada e Messico, senza neanche porsi il problema delle inevitabili reazioni simmetriche e delle prevedibili forti turbolenze sui mercati mondiali, già sotto stress per la progressiva frammentazione dei sistemi commerciali (e finanziari).
La forza militare per imporre il controllo di asset strategici (da Panama a tutto il resto del continente americano, ma anche oltre).
La forza della disponibilità di gas e petrolio, con toni da “emiro del Dakota”, peraltro assai meno straripante di quanto non sembri, visto che ormai l’estrazione di greggio avviene soprattutto grazie al fracking (redditizio solo finché il prezzo resta alto, ma comunque non infinito).
Ma oltre alla forza, niente.
Niente di concreto per la società statunitense, se non l’ordine esecutivo immediato di rimpatriare gli immigrati senza permesso, e la solita promessa di garantire la “libertà di scegliersi una vita” che per la maggioranza è solo l’abbandono a se stessi, nei diecimila ghetti dell’emarginazione sociale. Il lavoro che Musk è chiamato a fare, del resto, somiglia da vicino alla “motosega” con cui Milei ha “disboscato” la spesa pubblica argentina, lasciando allo Stato i soli compiti militareschi.
Niente di concreto per il resto del mondo, considerato tutto fatto di “concorrenti” da intimorire, addomesticare, subordinare...
Non ci sono alleati e partner, nell’universo immaginato da Trump. Ognuno è solo e nemico di tutti, e la pace si raggiunge solo quando il più forte si impone. E fin quando resta forte...
Come un milione di anni fa.
Non c’è un futuro migliore per tutti, in questa visione. E questa illusione era stata la grande forza ideologica dell’America, fino a qualche anno fa.
Ma per riuscire convincente, appunto, qualcosa di futuribile va indicato. Marte va bene, per ora. Dà l’idea di una “frontiera” da raggiungere, anche se qualcuno potrebbe facilmente obiettare “per farci che”? E quasi tutti dire “e io che c’entro?” Non è insomma la traduzione ultramoderna di quel “vai a Ovest, ragazzo”, che dava prospettiva concreta ad ogni singolo, se si impegnava.
Certo che lo sforzo scientifico ed industriale per l’esplorazione dello spazio offre ricadute tecnologiche a pioggia, magari ottime per lo sviluppo sia civile che militare. È avvenuto anche con la corsa alla Luna, negli anni Sessanta...
Ma allora la Luna faceva da “sbocco immaginario”, oltre che realistico, per uno sviluppo complessivo del mondo intero, sull’onda del boom economico postbellico, della conquista – se non della pace – di un equilibrio internazionale formalizzato in istituzioni e diritto. C’era insomma uno spazio possibile per ogni singolo e per ogni popolo, per ogni Stato, anche se alla prova dei fatti quello spazio poteva risultare illusorio.
Il trumpismo quello spazio non lo prevede. La ricchezza del mondo è a somma zero, e all’America va riservata la parte principale. Così come, all’interno della società Usa, la concentrazione della ricchezza in poche mani – quasi tutte quelle che battevano alle sue parole, nella sala chiusa – va considerata “buona e giusta”.
Non c’è insomma possibile speranza nel futuro per chi non è “amerikano”. Gli altri si arrangino e non provino ad opporsi, o anche solo a competere alla pari.
Il futuro è ristretto ai pochi che possono permettersi di sognare Marte come una propria conquista. Privata, ma con finanziamenti pubblici, of course…
È l’era dei trumpisti su Marte.
Il discorso completo di Trump.
Grazie. Grazie mille a tutti. Bene, grazie davvero moltissimo. Vicepresidente Vance, Speaker Johnson, Senatore Thune, Presidente della Corte Suprema Roberts, giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti, Presidente Clinton, Presidente Bush, Presidente Obama, Presidente Biden, Vicepresidente Harris, e miei concittadini.
L’Età dell’Oro dell’America inizia proprio ora. Da questo giorno in avanti, il nostro Paese prospererà e sarà rispettato di nuovo in tutto il mondo. Saremo l’invidia di ogni nazione e non ci lasceremo più sfruttare.
Durante ogni singolo giorno dell’amministrazione Trump, metterò molto semplicemente l’America al primo posto. Riconquisteremo la nostra sovranità. La nostra sicurezza sarà ristabilita. Gli equilibri della giustizia saranno riequilibrati. La strumentalizzazione feroce, violenta e ingiusta del Dipartimento di Giustizia e del nostro governo finirà. E la nostra massima priorità sarà creare una nazione orgogliosa, prospera e libera.
L’America sarà presto più grande, più forte e molto più eccezionale che mai. Torno alla presidenza fiducioso e ottimista che siamo all’inizio di una nuova entusiasmante era di successo nazionale; un’ondata di cambiamento sta investendo il Paese, la luce del sole inonda il mondo intero e l’America ha l’opportunità di cogliere questa occasione come mai prima d’ora.
Ma prima, dobbiamo essere onesti riguardo alle sfide che affrontiamo. Sebbene siano molteplici, saranno annientate da questo grande slancio che il mondo sta ora testimoniando negli Stati Uniti d’America.
Mentre ci riuniamo oggi, il nostro governo affronta una crisi di fiducia. Per molti anni, un establishment radicale e corrotto ha sottratto potere e ricchezza ai nostri cittadini, mentre i pilastri della nostra società giacevano distrutti e apparentemente in totale rovina.
Ora abbiamo un governo che non è in grado di gestire nemmeno una semplice crisi interna, mentre contemporaneamente inciampa in una serie continua di eventi catastrofici all’estero. Non protegge i nostri magnifici cittadini americani rispettosi della legge, ma offre rifugio e protezione a criminali pericolosi, molti dei quali provenienti da prigioni e istituzioni psichiatriche che sono entrati illegalmente nel nostro Paese da ogni parte del mondo.
Abbiamo un governo che ha fornito finanziamenti illimitati alla difesa dei confini stranieri, ma si rifiuta di difendere i confini americani o, cosa più importante, il proprio popolo. Il nostro Paese non è più in grado di fornire servizi di base in situazioni di emergenza, come recentemente dimostrato dal trattamento vergognoso riservato alle meravigliose persone della Carolina del Nord e di altri Stati che stanno ancora soffrendo a causa di un uragano avvenuto molti mesi fa. Oppure, più recentemente, a Los Angeles, dove vediamo ancora incendi che bruciano tragicamente da settimane senza alcuna difesa simbolica. Le fiamme devastano case e comunità, colpendo persino alcuni degli individui più ricchi e potenti del nostro Paese, alcuni dei quali sono qui presenti. Non hanno più una casa. È interessante, ma non possiamo permettere che accada.
Tutti sembrano impotenti di fronte a questa situazione. Ma cambierà. Abbiamo un sistema sanitario pubblico che non funziona in tempi di disastro, nonostante si spenda più denaro in esso rispetto a qualsiasi altro Paese al mondo. E abbiamo un sistema educativo che insegna ai nostri figli a vergognarsi di se stessi, in molti casi a odiare il nostro Paese nonostante l’amore che cerchiamo disperatamente di trasmettere loro. Tutto ciò cambierà a partire da oggi e cambierà molto rapidamente.
La mia recente elezione ha un mandato per invertire completamente e totalmente un tradimento orribile, e tutti i molti tradimenti che si sono verificati, e per restituire al popolo la sua fede, la sua ricchezza, la sua democrazia e, in effetti, la sua libertà.
Da questo momento in poi, il declino dell’America è finito. Le nostre libertà e il glorioso destino della nostra nazione non saranno più negati, e ripristineremo immediatamente l’integrità, la competenza e la lealtà del governo americano.
Negli ultimi otto anni sono stato testato e sfidato più di qualsiasi presidente nei 250 anni di storia del nostro Paese, e lungo la strada ho imparato molto. Il viaggio per riconquistare la nostra repubblica non è stato facile, ve lo posso assicurare. Coloro che vogliono fermare la nostra causa hanno cercato di togliere la mia libertà, e in effetti di togliermi la vita. Solo pochi mesi fa, in un bellissimo campo della Pennsylvania, un proiettile di un assassino mi ha perforato un orecchio. Ma allora sentii, e credo ancora di più oggi, che la mia vita è stata salvata per una ragione. Sono stato salvato da Dio per rendere di nuovo grande l’America. Grazie. Grazie mille.
Ecco perché ogni giorno, sotto la nostra amministrazione di patrioti americani, lavoreremo per affrontare ogni crisi con dignità, potere e forza. Ci muoveremo con determinazione e rapidità per riportare speranza, prosperità, sicurezza e pace ai cittadini di ogni razza, religione, colore e credo. Per i cittadini americani, il 20 gennaio 2025 è il Giorno della Liberazione.
È mia speranza che la nostra recente elezione presidenziale venga ricordata come la più grande e significativa nella storia del nostro Paese. Come dimostrato dalla nostra vittoria, l’intera nazione si sta rapidamente unificando dietro la nostra agenda con aumenti drammatici di supporto provenienti da quasi tutti i settori della società: giovani e anziani, uomini e donne, afroamericani, ispanici, asiatici, abitanti di aree urbane, suburbane e rurali. E, molto importante, abbiamo ottenuto una vittoria decisiva in tutti e sette gli stati in bilico, e abbiamo vinto il voto popolare con milioni di persone.
Alle comunità nere e ispaniche, voglio ringraziarvi per il tremendo affetto e la fiducia che mi avete dimostrato con il vostro voto. Abbiamo stabilito record, e non lo dimenticherò. Ho ascoltato le vostre voci durante la campagna elettorale, e non vedo l’ora di lavorare con voi negli anni a venire. Oggi è il Martin Luther King Day e, in suo onore, sarà un grande privilegio, ma in suo onore, lavoreremo insieme per realizzare il suo sogno. Faremo diventare realtà il suo sogno. Grazie. Grazie.
L’unità nazionale sta tornando in America e la fiducia e l’orgoglio stanno crescendo come mai prima d’ora. In tutto ciò che facciamo, la mia amministrazione sarà ispirata da una forte ricerca dell’eccellenza e del successo inarrestabile. Non dimenticheremo il nostro Paese. Non dimenticheremo la nostra Costituzione e non dimenticheremo il nostro Dio. Non possiamo farlo.
Oggi firmerò una serie di storici ordini esecutivi. Con queste azioni, inizieremo la completa restaurazione dell’America e la rivoluzione del buon senso. È tutto una questione di buon senso.
Per prima cosa, dichiarerò un’emergenza nazionale al nostro confine meridionale. Ogni ingresso illegale sarà immediatamente bloccato e inizieremo il processo di rimpatrio di milioni di criminali stranieri nei luoghi da cui provengono. Reinstalleremo la mia politica del “restare in Messico”. Metterò fine alla pratica del “catch and release” e invierò truppe al confine meridionale per respingere la disastrosa invasione del nostro Paese.
In base agli ordini che firmo oggi, designeremo anche i cartelli della droga come organizzazioni terroristiche straniere. E, invocando il “Alien Enemies Act” del 1798, ordinerò al nostro governo di utilizzare tutto il potere delle forze dell’ordine federali e statali per eliminare la presenza di tutte le bande straniere e reti criminali che portano crimini devastanti sul suolo americano, incluse le nostre città e aree interne.
Come Comandante in Capo, non ho responsabilità più alta che difendere il nostro Paese da minacce e invasioni, ed è esattamente quello che farò. Lo faremo a un livello che nessuno ha mai visto prima.
Successivamente, ordinerò a tutti i membri del mio gabinetto di utilizzare i vasti poteri a loro disposizione per sconfiggere quella che era un’inflazione da record e ridurre rapidamente costi e prezzi. La crisi inflazionistica è stata causata da enormi spese e dall’aumento dei prezzi dell’energia, ed è per questo che oggi dichiarerò anche un’emergenza energetica nazionale. Faremo perforare, perforare, perforare.
L’America tornerà ad essere una nazione manifatturiera e abbiamo qualcosa che nessun altro Paese manifatturiero avrà mai: la più grande quantità di petrolio e gas di qualsiasi Paese sulla Terra, e li useremo. Riempiremo di nuovo le nostre riserve strategiche, fino alla cima, ed esporteremo energia americana in tutto il mondo. Torneremo ad essere una nazione ricca, e sarà quell’oro liquido sotto i nostri piedi ad aiutarci a farlo.
Con le mie azioni di oggi, porremo fine al Green New Deal e revocheremo il mandato sui veicoli elettrici, salvando la nostra industria automobilistica e mantenendo la mia sacra promessa ai nostri grandi lavoratori americani del settore automobilistico. In altre parole, potrete comprare l’auto che preferite. Costruiremo automobili in America a un ritmo che nessuno avrebbe mai potuto immaginare solo pochi anni fa, e grazie ai lavoratori del settore automobilistico per il loro ispirante voto di fiducia. Abbiamo fatto meravigliosamente con il loro voto.
Inizierò immediatamente una revisione completa del nostro sistema commerciale per proteggere i lavoratori e le famiglie americane. Invece di tassare i nostri cittadini per arricchire altri Paesi, tasseremo e tariffiamo i Paesi stranieri per arricchire i nostri cittadini.
A tal fine, stiamo istituendo il Servizio di Entrate Esterne per raccogliere tutte le tariffe, i dazi e le entrate. Saranno enormi quantità di denaro che affluiranno nel nostro tesoro, provenienti da fonti estere. Il sogno americano tornerà presto a prosperare come mai prima d’ora. Per ripristinare fiducia ed efficacia nel nostro governo federale, la mia amministrazione istituirà il nuovissimo Dipartimento per l’Efficienza del Governo.
Dopo anni e anni di sforzi illegali e incostituzionali da parte del governo per limitare la libertà di espressione, firmerò anche un ordine esecutivo per fermare immediatamente ogni censura governativa e riportare la libertà di parola in America. Mai più il potere immenso dello Stato sarà usato come arma per perseguitare avversari politici. Ne so qualcosa. Non permetteremo che accada. Non accadrà più. Sotto la mia leadership, ripristineremo una giustizia equa, imparziale e uguale secondo la regola di legge costituzionale, e riporteremo legge e ordine nelle nostre città.
Questa settimana metterò anche fine alla politica governativa che tenta di ingegnerizzare socialmente razza e genere in ogni aspetto della vita pubblica e privata. Forgeremo una società che è daltonica e basata sul merito. A partire da oggi, sarà ufficialmente la politica del governo degli Stati Uniti che ci sono solo due generi: maschile e femminile.
Questa settimana reintegrerò tutti i membri delle forze armate che sono stati ingiustamente espulsi per essersi opposti al mandato vaccinale per il COVID, con pieno pagamento arretrato. E firmerò un ordine per impedire che i nostri guerrieri siano sottoposti a teorie politiche radicali ed esperimenti sociali durante il servizio. Finirà immediatamente. Le nostre forze armate saranno libere di concentrarsi sulla loro unica missione: sconfiggere i nemici dell’America.
Come nel 2017, costruiremo di nuovo l’esercito più forte che il mondo abbia mai visto. Misureremo il nostro successo non solo dalle battaglie che vinceremo, ma anche dalle guerre che termineremo e, forse più importante, dalle guerre in cui non entreremo mai. Il mio lascito più orgoglioso sarà quello di essere un pacificatore e un unificatore: questo è ciò che voglio essere, un pacificatore e un unificatore.
Sono lieto di dire che, a partire da ieri, un giorno prima di assumere l’incarico, gli ostaggi in Medio Oriente stanno tornando a casa dalle loro famiglie. Grazie. L’America reclamerà il suo posto legittimo come la più grande, potente e rispettata nazione sulla Terra, ispirando timore e ammirazione in tutto il mondo.
Tra poco tempo cambieremo il nome del Golfo del Messico in Golfo d’America e ripristineremo il nome di un grande presidente, William McKinley, al Monte McKinley, dove dovrebbe essere e dove appartiene. Il presidente McKinley rese il nostro Paese molto ricco grazie alle tariffe e al suo talento. Era un uomo d’affari naturale e diede a Teddy Roosevelt i fondi per molte delle grandi cose che fece, inclusa la costruzione del Canale di Panama, che è stato stupidamente ceduto al Paese di Panama.
Gli Stati Uniti, pensateci, hanno speso più denaro di quanto avessero mai speso in un progetto prima d’ora e hanno perso 38.000 vite nella costruzione del Canale di Panama. Siamo stati trattati molto male con questo regalo insensato che non avrebbe mai dovuto essere fatto, e la promessa di Panama nei nostri confronti è stata infranta.
Lo scopo del nostro accordo e lo spirito del nostro trattato sono stati totalmente violati. Le navi americane vengono gravemente sovraccaricate e non trattate equamente in alcun modo. E ciò include la Marina degli Stati Uniti. Soprattutto, la Cina sta ora operando il Canale di Panama, e noi non l’abbiamo dato alla Cina; lo abbiamo dato a Panama, e lo riprenderemo.
Soprattutto, il mio messaggio agli americani oggi è che è tempo per noi di agire ancora una volta con il coraggio, il vigore e la vitalità della più grande civiltà della storia. Mentre liberiamo la nostra nazione, la guideremo verso nuove vette di vittoria e successo. Non ci faremo scoraggiare. Insieme, porremo fine all’epidemia di malattie croniche e manterremo i nostri bambini al sicuro, in salute e liberi da malattie.
Gli Stati Uniti torneranno a considerarsi una nazione in crescita, una che aumenta la propria ricchezza, espande il proprio territorio, costruisce le sue città, eleva le aspettative e porta la nostra bandiera verso nuovi e splendidi orizzonti. E perseguiremo il nostro destino manifesto verso le stelle, lanciando astronauti americani per piantare la bandiera a stelle e strisce sul pianeta Marte.
L’ambizione è il sangue vitale di una grande nazione, e in questo momento la nostra nazione è più ambiziosa di qualsiasi altra. Non c’è nazione come la nostra. Gli americani sono esploratori, costruttori, innovatori, imprenditori e pionieri. Lo spirito della frontiera è scritto nei nostri cuori. Il richiamo della prossima grande avventura risuona dentro le nostre anime. I nostri antenati americani hanno trasformato un piccolo gruppo di colonie ai margini di un vasto continente in una potente repubblica composta dai cittadini più straordinari della Terra. Nessuno si avvicina a ciò che siamo.
Gli americani hanno attraversato migliaia di miglia attraverso terre aspre e selvagge. Hanno attraversato deserti, scalato montagne, affrontato pericoli inimmaginabili, conquistato il selvaggio West, posto fine alla schiavitù, salvato milioni di persone dalla tirannia, sollevato miliardi dalla povertà, domato l’elettricità, scisso l’atomo, lanciato l’umanità nei cieli e messo l’universo della conoscenza umana nel palmo della mano dell’uomo. Se lavoriamo insieme, non c’è nulla che non possiamo fare e nessun sogno che non possiamo realizzare.
Molti pensavano che fosse impossibile per me mettere in atto un ritorno politico così storico. Ma, come vedete oggi, eccomi qui. Il popolo americano ha parlato. Ora sto davanti a voi come prova che non si deve mai credere che qualcosa sia impossibile. In America, l’impossibile è ciò che sappiamo fare meglio. Da New York a Los Angeles, da Philadelphia a Phoenix, da Chicago a Miami, da Houston fino a qui, a Washington, D.C., il nostro Paese è stato forgiato e costruito da generazioni di patrioti che hanno dato tutto ciò che avevano per i nostri diritti e la nostra libertà.
Erano agricoltori e soldati, cowboy e operai delle fabbriche, lavoratori dell’acciaio e minatori di carbone, agenti di polizia e pionieri che avanzavano, proseguivano e non lasciavano che alcun ostacolo abbattesse il loro spirito o il loro orgoglio. Insieme hanno posato le ferrovie, innalzato i grattacieli, costruito grandi autostrade, vinto due guerre mondiali, sconfitto il fascismo e il comunismo, e trionfato su ogni sfida che hanno affrontato.
Dopo tutto quello che abbiamo passato insieme, siamo sull’orlo dei quattro anni più grandi nella storia americana. Con il vostro aiuto, ripristineremo la promessa dell’America e ricostruiremo la nazione che amiamo, e che amiamo profondamente.
Siamo un popolo, una famiglia, e una gloriosa nazione sotto Dio. Quindi, a ogni genitore che sogna per il proprio figlio e a ogni figlio che sogna per il proprio futuro, sono con voi. Lotterò per voi e vincerò per voi. Stiamo per vincere come mai prima d’ora. Grazie. Grazie. Grazie. Grazie.
Negli ultimi anni, la nostra nazione ha sofferto enormemente. Ma la riporteremo indietro e la renderemo di nuovo grande, più grande che mai. Saremo una nazione senza eguali, piena di compassione, coraggio ed eccezionalismo.
Il nostro potere fermerà tutte le guerre e porterà un nuovo spirito di unità in un mondo che è stato arrabbiato, violento e totalmente imprevedibile. L’America sarà di nuovo rispettata e ammirata, anche da persone di fede, religione e buona volontà. Saremo prosperi. Saremo orgogliosi. Saremo forti. E vinceremo come mai prima d’ora.
Non saremo conquistati. Non saremo intimiditi. Non saremo spezzati e non falliremo. Da oggi in poi, gli Stati Uniti d’America saranno una nazione libera, sovrana e indipendente. Resisteremo coraggiosamente. Vivremo con orgoglio. Sogneremo audacemente e niente ci fermerà, perché siamo americani. Il futuro è nostro, e la nostra età dell’oro è appena iniziata.
Grazie. Dio benedica l’America. Grazie a tutti. Grazie mille. Grazie infinite. Grazie. Grazie.
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