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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/06/2026

Brexit dieci anni dopo: il Regno Unito non gode ma neppure l’Europa

Dieci anni dopo abbiamo perso tutti

La cronistoria è abbastanza nota. Il 23 giugno 2016 il Regno Unito votava con una ristretta maggioranza a favore dell’uscita dall’Unione Europea. Spinto dalla presa di posizione dell’United Kingdom Independence Party di Nigel Farage e dalla spinta pro-Brexit del Partito Conservatore britannico di Boris Johnson. Per memoria dei titoli nella Storia. Sintesi: il Regno Unito decise di rompere il cordone ombelicale con Bruxelles 43 anni dopo l’ingresso nell’allora Comunità Economica Europea. Un cordone, già meno stretto di quello del resto dell’Europa, con Londra meno impegnata a finanziare l’agenda comunitaria, mentre John Major e Tony Blair avevano difeso l’indipendenza della sterlina.

Il trauma della Brexit

Vantata da quello spaccone di Boris, la rottura della Brexit fu allora l’evento premonitore (di altre sciagure). Pochi mesi dopo, l’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca e certificare la nascita di una nuova ondata populista e nazionalista. Dieci anni dopo, i conti tirati da Andrea Moratore di InsideOver: «Londra non è riuscita a distanziarsi dal trend di declino globale che condiziona l’Europa tutta. Non c’è stato un miglioramento delle condizioni di vita. Nessuna nuova primavera economica è emersa e il sogno della “Singapore sul Tamigi”, moderna nave corsara finanziaria pronta a solcare i mari della globalizzazione, è rimasta tale assieme ai progetti di una Global Britain».

Illusioni e incapacità politiche

L’utopia libertaria in campo finanziario come principale promessa dei fautori dell’Exit, alla prova, inciampa su se stessa. L’austerità che ha falcidiato le comunità locali e il poco di Stato sociale garantito, mentre esplode il debito pubblico. E la crisi economica diventa politica con il Regno Unito che conosce diversi shock elettorali e una crisi pesante dell’inflazione e del costo della vita per tre volte in sei anni: «durante la pandemia di coronavirus, che acuì le disuguaglianze territoriali, all’inizio della guerra in Ucraina e dopo l’attuale crisi del Golfo». Prezzo decisamente alto, non risolvibile con piccoli trucchi di indoratura politica.

Povera Inghilterra nel mezzo

A perdere è stata anche l’Inghilterra, intesa come suo principale corpo costituente tra tanti indipendentismi mai sedati del tutto attorno a quel Regno problematicamente Unito. E i populismi alla Farange diventano, oggi, l’errore tragico che si ripete, «nuovi nazionalismi celtici, separatisti e centrifughi, dalla faglia tra le Midlands e la prospera Londra». Fotografia immediata? «Incerta e zoppicante, l’Inghilterra è tornata terreno di caccia per il populismo incendiario di Farage, tornato in versione remigrazionista, pronto a dare all’ambientalismo e al woke la colpa di ciò che non è andato dal 2016 ad oggi». Auguri.

L’Europa che in parte reagisce

Dieci anni dopo, su alcuni fronti l’Europa è arrivata là dove Londra sognava di giungere firmando accordi commerciali con l’India (Mercosur) e l’Australia, mentre il Regno Unito ha avuto meno potere negoziale in campo commerciale e non si è emancipato su quello geopolitico, «subendo l’attrazione fatale americana e provando a rifarsi slanciando una proiezione contro l’arcirivale russo per inventare influenza». Ma l’uscita del Regno Unito che avrebbe potuto essere la base per serrare le fila e fare dell’Unione Europea, persa l’anomalia frenante britannica, un soggetto più coeso e coerente, razionale persino con qualche ambizione magari di potenza non ha avuto seguito complessivo.

Alla fine, un’occasione perduta

La Brexit, alla fine, è stata un’occasione perduta, con Londra che insiste per tirare una parte del blocco dei Ventisette sul fronte del contenimento antirusso. E la Global Britain sognata da Boris Johnson e suoi alleati è stata poco e nulla Global e rischia nei prossimi decenni di non essere nemmeno più Britain. Abbiamo perso tutti, e dieci anni dopo è più insicuro il Regno Unito nel mondo, lo è l’Europa, «lo è l’operaio delle Midlands che ha votato la Brexit temendo idraulici polacchi, concorrenza salariale al ribasso e tutto ciò che la propaganda dei vari Farage presentava come minaccia esistenziale». Vincono tutti tranne i tribuni di ieri che potrebbero essere potenzialmente chiamati, in futuro, a governare i cocci che essi stessi hanno infranto.

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20/05/2025

Ricomposizione tra UE e UK, a far da paciere è la guerra

Ieri a Londra il primo ministro britannico Starmer e i vertici UE – Ursula von der Leyen, António Costa e Kaja Kallas – hanno raggiunto un’intesa fondamentale per l’evoluzione delle relazioni post-Brexit tra Regno Unito e Unione Europea. Non tutti i dossier erano di facile risoluzione visti gli interessi contrastanti, ma la tendenza alla guerra alla fine ha riavvicinato i due attori dello scenario internazionale.

Sono tre, in realtà, i testi concordati ieri mattina dagli sherpa e poi approvati dai politici appena menzionati. Il primo è una dichiarazione congiunta, il secondo è un partenariato di difesa e sicurezza, il terzo esprime invece una nuova agenda per la cooperazione tra Bruxelles e Londra. Riassumiamone in breve il contenuto.

La dichiarazione congiunta ha il sapore dell’inquadramento strategico di quali obiettivi si pongono i paesi europei. Viene subito affermata l’importanza del libero commercio – stoccata a Trump – seguita dal riconoscimento dell’imprescindibile cooperazione transatlantica, e dal ruolo della NATO come pilastro della difesa collettiva.

Ovviamente, poi, c’è il sostegno all’Ucraina, le accuse alla Russia e all’Iran, la ricerca della stabilità tra India e Pakistan e nei Balcani, la promozione di una soluzione a due stati per il conflitto israelo-palestinese. Il solito che siamo abituati a sentire dai governanti occidentali, ma senza delineare iniziative concrete di alcun tipo.

Vengono poi accennati anche gli sforzi di collaborazione che torneranno negli altri testi, ma soprattutto è importante riportare che è stata decisa una consultazione semestrale tra i ministri della Difesa e degli Esteri britannici e l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ruolo oggi ricorperto da Kallas.

È proprio la partnership su difesa e sicurezza a rappresentare il cuore degli accordi. Intelligence e contrasto alle minacce ibride, spazio, IA e tecnologie avanzate, dialogo su missioni marittime come quelle nel Mar Rosso, lotta ai flussi migratori irregolari, mobilità militare per mezzo della partecipazione del Regno Unito al programma relativo della PESCO, iniziativa europea sulla difesa comune.

Infine, il mantenimento e l’accrescimento delle partecipazioni comuni nell’industria militare, e l’inserimento di Londra nell’orizzonte del Readiness 2030. “Questo è il primo passo verso la partecipazione del Regno Unito al programma europeo di investimenti per la difesa SAFE”, ha detto von der Leyen, citando quello che era poi il grande tema dell’incontro.

Infine, la nuova agenda di cooperazione pone le basi per il futuro dialogo su vari temi, e già ora prende alcune decisioni in merito. Vengono alleggeriti i controlli doganali su alimenti e prodotti vegetali, decisione che, secondo Downing Street, porterà nelle casse di Londra oltre 10 miliardi di euro entro il 2040.

Viene espressa la volontà di lavorare sulla facilitazione dei controlli alle frontiere, in particolare per ciò che riguarda i turisti. Il testo cita poi l’integrazione del Regno Unito nello spazio universitario europeo attraverso il programma Erasmus+, criticato dal precedente governo di Londra, appena un anno fa.

Viene favorita la futura cooperazione nel campo dell’energia e delle tecnologie, si lavorerà al collegamento tra i mercati delle emissioni e il Regno Unito potrà evitare dazi sul suo acciaio. Infine, per quanto riguarda il controverso accordo sulla pesca, viene previsto il pieno accesso reciproco alle rispettive acque fino al 30 giugno 2038, allungando di 12 anni l’accordo oggi in vigore.

Il tema dei diritti di pesca era stato largamente cavalcato dai fautori della Brexit, e quindi, pur rappresentando solo lo 0,4% del PIL, ha un portato simbolico e politico non indifferente. Preventivando già questo risultato dell’incontro, sui giornali si è letto più di una volta che queste negoziazioni avrebbero dovuto rappresentare una sorta di reset della Brexit. Ma si tratta di una semplificazione.

Senza dubbio, l’intesa di ieri segna un forte riavvicinamento tra Londra e Bruxelles, e probabilmente anche per questo l’inquilino di Downing Street aveva espresso la volontà di evitare clamore mediatico intorno alle trattative. Ma nella sostanza si tratta di un accordo di partenariato strategico a tutto tondo tra realtà già profondamente interconnesse, più che l’ammissione del fallimento della Brexit.

O almeno, non nel senso che gli ultras europeisti vogliono propagandarci. Ad esempio, da entrambi i lati della Manica negli ultimi giorni varie voci hanno ricordato un’indagine pubblicata da The Indipendent a inizio del 2025, sui costi della Brexit. Solo l’accordo di ‘divorzio’ dalla UE sarebbe costato oltre 30 milioni di sterline, a cui vanno aggiunti le perdite sul lato di esportazioni, investimenti, e così via.

Numeri che non possiamo mettere in dubbio, ma che dovrebbero essere calati nel contesto di crisi che viviamo. Se pensiamo ai paesi della comunità europea, di certo non se la passano bene, con una crisi industriale che non accenna a fermarsi. Se parliamo di opportunità di investimento, bisognerebbe chiedersi a quante opportunità e investimenti ha perso l’Italia uscendo dalla Nuova Via della Seta.

Certo, qualche preoccupazione una parte della classe dirigente britannica deve averla provata, se pensiamo al ruolo che aveva nella fornitura di servizi finanziari ai paesi UE. Bisogna ricordare che la City di Londra produce una fetta importante del PIL del Regno Unito e rappresentava una sorta di porta d’ingresso dei capitali ai mercati europei.

Ma la realtà è che le velleità imperiali che ancora la Corona di Re Carlo rappresenta stanno facendo i conti con uno scenario globale in cui quel ruolo ormai è perso e irrecuperabile. La Brexit rappresenta semmai un fallimento nel senso che la rottura euroatlantica praticata da Trump ha scompaginato l’orizzonte che la politica britannica si era costruita dopo il 2016.

“C’era chi diceva che la Brexit fosse un’opportunità per adottare una politica estera indipendente in Europa, invece di essere sempre allineati con Francia e Germania. Ma oggi non lo dice più nessuno”, ha spiegato Ian Bond, vicedirettore del Center for European Reform, e questo parole danno la sostanza del perché strategico degli accordi firmati a Londra.

La misura del fallimento della rottura decisa con la UE non si valuta sulle promesse non mantenute, tipo quella di spendere 350 milioni di sterline sul sistema sanitario ogni settimana, dato che anche nella ricerca di nuove ipotesi strategiche era impensabile che politici votati al profitti si imbarcassero in questo cambio di rotta.

Si valuta piuttosto sull’incapacità di leggere le tendenze di fondo della competizione globale, e del non aver compreso che la possibilità di giocarsi un ruolo di peso a livello internazionale facendo da punto di contatto tra le due sponde dell’Atlantico era fuori dalla realtà. È semmai questa consapevolezza che ora ha spinto Starmer a tentare di aggiustare il tiro con i vicini europei.

E non più di questo, consapevole anche di muoversi su un terreno delicato, visto il ritorno di Farage nell’agone elettorale. Downing Street ha provato a risolvere alcuni nodi spinosi, cercando di non perdere terreno sul nuovo Trump europeo, promuovendo intanto una delle più dure campagne antimigranti degli ultimi anni... alla faccia del governo di ‘sinistra’.

Ma il vero interesse era appunto quello di porre le basi della riconfigurazione del complesso militare-industriale europeo, con sinergie utili a entrambe le parti. Le attività di alcuni importanti colossi di armamenti britannici, come BAE Systems, si intrecciano già con i ‘campioni europei’ del settore bellico, e nel pieno del programma di riarmo non c’è nessuna intenzione di rompere questi legami.

Dal lato londinese della questione si guarda invece all’opportunità di accaparrarsi parte dei 150 miliardi del fondo SAFE, quelli previsti come prestito garantito dal bilancio UE per acquisti comuni tra più paesi, pensati in funzione di una difesa europea. Ciò significherebbe anche sanzionare definitivamente il ruolo che Londra vuole svolgere nel panorama geopolitico: d’intesa con l’imperialismo europeo.

Che fosse questo l’indirizzo che Starmer voleva intraprendere si vedeva già da qualche tempo. Se reggerà – sul piano interno nel confronto con Farage, su quello esterno nella capacità di Bruxelles di fare il salto di qualità dal punto di vista militare – è tutto da vedere.

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05/05/2025

Gran Bretagna - Farage è tornato!

Londra. Le elezioni locali britanniche del 1 maggio 2025 hanno certificato l’ascesa definitiva di Reform UK, partito guidato da Nigel Farage, che si è imposto come forza egemone della nuova destra inglese. Mentre il Partito Laburista sconta l’erosione del consenso tra le classi popolari e le comunità progressiste, Farage costruisce una coalizione reazionaria che unisce settori proletari disillusi e borghesia conservatrice, in un progetto politico che mescola populismo identitario, autoritarismo municipale e liberismo fiscale.

Un laboratorio pericoloso si apre nei consigli locali appena conquistati, mentre il sistema elettorale maggioritario mostra l’inadeguatezza a rappresentare la nuova geografia politica del paese.

Le elezioni locali britanniche del 1° maggio 2025, seppur caratterizzate dalla consueta bassissima partecipazione popolare (intorno al 30%) hanno segnato un punto di svolta nella politica del Regno Unito. Reform UK ha ottenuto risultati sorprendenti, conquistando 677 seggi nei consigli locali (nei quali non era presente) e prendendo il controllo di dieci organi, tra cui Staffordshire, Lancashire, Kent, Lincolnshire (si veda anche la Tabella 1).


Di grande impatto simbolico, inoltre, la vittoria nella contea di Durham, simbolo del movimento operaio britannico dato il suo passato legato all’industria mineraria. Inoltre, ha vinto due delle sei elezioni dirette per i sindaci metropolitani, nel nord-est del paese (Greater Lincolnshire e Hull & East Yorkshire); nelle altre quattro votazioni, Reform UK è giunto comunque secondo, insidiando da vicino i vincitori Laburisti (Doncaster, North Tyneside – con margini inferiori ai mille voti – e West of England) e Conservatori (Cambridgeshire & Peterborough).

La vittoria più significativa, ad ogni modo, appare quella nell’elezione suppletiva per il seggio parlamentare di Runcorn & Helsby, strappato, con un margine di soli sei voti, al Partito Laburista (a fronte di un’affluenza del 46%). Annullato, dunque, in meno di dieci mesi, il precedente vantaggio di quindicimila preferenze che aveva consentito alla compagine guidata da Keir Starmer di confermare il proprio successo in questo collegio nel luglio 2024.

Il successo di Reform UK è stato ovviamente forte nei territori deindustrializzati del nord e delle Midlands, tradizionali roccaforti laburiste. In Staffordshire, il partito ha ottenuto 49 seggi su 62, con il 41,2% dei voti, mentre i Conservatori sono scesi al 27,8% e i Laburisti al 16,1%. In Lancashire, ha conquistato 53 seggi su 84, superando i Conservatori (8 seggi) e i Laburisti (5 seggi).

A Doncaster, nonostante la sconfitta nell’elezione diretta del sindaco, Reform UK diventa il principale gruppo consiliare, con ben 37 seggi su 55, riducendo la pattuglia laburista a soli 12 elementi. A Durham, Reform UK ottiene 65 seggi su 98, riuscendo a strappare consensi sia ai Conservatori che ai Laburisti. In questi territori, Farage può certamente fare leva sulle proprie credenziali. Artefice della vittoria referendaria del 2016, ha portato a compimento la missione esistenziale.

La novità è però rappresentata dallo sfondamento dei faragisti nel Sud, bastione conservatore. Impressiona la vittoria nel consiglio di contea del Kent: su 81 seggi, Reform UK ne porta a casa 57, tutti strappati ai Tories, lanciando, dunque, una sfida per l’egemonia a destra.

La combinazione tra la nota capacità di Farage di fare breccia nel Red Wall del Nord inglese, ampiamente sperimentata nel 2016, con i risultati del referendum per l’uscita dall’Unione Europea, e l’abilità di approfittare, in maniera pressoché totale, della crisi conservatrice, costituisce un elemento da non sottovalutare.

Reform UK appare in grado di costruire una coalizione reazionaria, unendo i ceti popolari alienati e disillusi del Nord, con strati sociali più elevati e tradizionalmente orientati a destra del Sud. Un salto di qualità in cui molti osservatori ravvisano una riedizione del trumpismo in salsa britannica, ma che si può certamente anche ricollegare ad analoghi tentativi messi in atto da formazioni della destra europea.

Il Partito Laburista, guidato da Keir Starmer, ha subito perdite significative, tra cui la perdita del seggio di Runcorn & Helsby, precedentemente considerato sicuro. Le politiche di austerità, come i tagli ai sussidi agli anziani per il riscaldamento nei mesi invernali, l’ennesimo giro di vite sulle indennità di invalidità e sul welfare in generale, ha alienato la base elettorale tradizionale del partito.

Nonostante alcune vittorie simboliche – di stretta misura – come quelle per i sindaci metropolitani di North Tyneside e Doncaster, il partito ha mostrato una crescente disconnessione dalle esigenze delle classi lavoratrici. A questo si aggiunge il malcontento crescente in settori progressisti e nelle comunità musulmane, che hanno punito il Labour in città del nord-ovest come Preston e Burnley, dove candidati indipendenti pro-Palestina hanno ottenuto risultati significativi.

Le complicità della leadership di Starmer con le politiche genocide israeliane hanno minato ulteriormente la tenuta del Labour sul fronte sinistro, lasciando spazio a forme di dissenso elettorale che potrebbero strutturarsi in opposizione permanente, come già dimostrato nelle elezioni generali del luglio 2024 che portarono all’elezione di una piccola pattuglia di parlamentari indipendenti (incluso l’ex leader del partito, Jeremy Corbyn).

La campagna elettorale

Nigel Farage ha attraversato il paese come un battitore libero della destra radicale, moltiplicando apparizioni pubbliche, interviste e comizi in stile populista; al momento, Reform UK appare, analogamente alle sue precedenti incarnazioni (UKIP, Brexit Party) una formazione fortemente centrata sul suo leader; tuttavia, l’imponente infornata di rappresentanti negli enti locali potrebbe – ‘finalmente’ – contribuire alla crescita di una classe dirigente diffusa.

Farage ha saputo incarnare il ruolo dell’oppositore antisistema, raccogliendo la disillusione di ampi settori popolari nei confronti del governo laburista, già in difficoltà dopo pochi mesi. Ma non si è limitato alla solita retorica razzista e anti-migranti: ha proposto il ripristino dei i sussidi per le bollette invernali per gli anziani, e, addirittura, la ri-nazionalizzazione dei servizi idrici e del settore della siderurgia, oggetto, al momento, di una grave crisi industriale.

Ha certamente colpito il contrasto con il primo ministro Keir Starmer, che ha scelto la linea dell’invisibilità, disertando persino la campagna per le suppletive di Runcorn and Helsby, dove si votava per un seggio parlamentare cruciale. Una scelta che rivela quanto il Labour, forte di una maggioranza parlamentare ancora solidissima, preferisca, in questa fase, la mera gestione tecnocratica finanche al conflitto elettorale.

Farage ha inoltre continuato ad attaccare senza tregua i Conservatori, ridotti a un’ombra dopo quattordici anni di governo. La nuova leader, Kemi Badenoch, non è ancora riuscita né a ricostruire un’identità politica, né a tenere testa a Farage sul piano della comunicazione. Dentro i Tory si discute se opporsi a Reform UK o avvicinarvisi: un’ambiguità che conferma lo sbandamento strategico del partito, ma che rivela, comunque, la possibilità di un dialogo a destra, e l’assenza di pregiudiziali specifiche all’interno dei Tories.

Da oppositore “puro”, Farage, d’altronde, non offre soluzioni strutturali. I suoi slogan parlano alla pancia del paese. È un populismo d’attacco, costruito sul risentimento locale. Del resto, lo stesso Farage ha ammesso di non avere (ancora) un programma nazionale: lo presenterà, dice, solo un anno e mezzo prima delle prossime elezioni, previste tra il 2028 e il 2029. Intanto si prepara, da destra, a capitalizzare la crisi dell’intero sistema politico britannico.

Tra ricollocamento e radicalizzazione: una nuova classe dirigente?

La nuova ondata di eletti e candidati di Reform UK non rappresenta una novità innocua nella politica locale britannica, ma un potenziale embrione di una nuova classe dirigente reazionaria, composita e pericolosa.

Da un lato, il partito ha arruolato decine di ex quadri conservatori, spesso in cerca di ricollocazione dopo la disfatta elettorale del 2024. Secondo un’analisi del Partito Laburista, almeno 60 candidati provenivano direttamente dai Tories: tra loro, ex deputati come Andrea Jenkyns (ora sindaca a Greater Lincolnshire) ed ex consiglieri locali come Sarah Pochin, vincitrice del seggio parlamentare a Runcorn & Helsby.

Questa operazione di riciclo ha sollevato critiche – non solo da sinistra – su Reform UK come semplice “rebranding” della destra tradizionale. Ma il quadro è più complesso, e più inquietante.

Come documenta Novara Media, accanto agli ex Tory compaiono figure apertamente legate all’estrema destra e all’universo delle destre digitali reazionarie. Candidati che inneggiano al leader fascista Tommy Robinson, all’influencer misogino e patriarcale Andrew Tate, e che hanno condiviso contenuti suprematisti e antisemiti sono stati selezionati e sostenuti da Reform UK in più aree.

A Doncaster, ad esempio, dove il partito ha ottenuto il controllo del consiglio comunale, almeno sette consiglieri eletti risultano segnalati dall’organizzazione Hope Not Hate per la diffusione di materiale razzista e cospirazionista. E figure come Arron Banks, noto finanziatore del “Leave” (lo slogan pro-Brexit, ndr) e coinvolto in vari scandali, ora ambiscono a cariche esecutive regionali sotto le insegne faragiste.

Questo miscuglio di ex establishment e nuovi estremismi è il volto reale del progetto Reform UK: un contenitore trasversale per canalizzare rancori sociali, legittimare l’odio e costruire una nuova egemonia della destra, con meno vincoli e più aggressività. Se c’è un tratto comune in questa “nuova classe dirigente”, è l’attitudine al risentimento autoritario e all’egemonia identitaria.

La prova del governo locale

Con l’acquisizione del controllo di dieci consigli locali, tra cui Kent, Lancashire, Durham e Staffordshire, Reform UK avrà, se non altro, l’opportunità concreta, ma anche la responsabilità, di trasformare la propria retorica in pratica amministrativa.

Le prime dichiarazioni pubbliche dei dirigenti, a partire da Nigel Farage, offrono già indicazioni significative su cosa aspettarsi. Il partito ha promesso che nei territori da esso amministrati si opporrà all’assegnazione di richiedenti asilo, denunciando il sistema attuale come penalizzante per le comunità locali e orientato a scaricare sul nord del paese i “problemi” generati altrove.

Parallelamente, Reform UK ha annunciato l’intenzione di eliminare il lavoro da remoto per i dipendenti pubblici, in nome di una presunta maggiore efficienza; l’idea è quella di importare, nei consigli locali, un “modello Musk”, con la creazione di “dipartimenti per l’efficienza” ispirati al management aziendale più spietato.

Altre priorità includono la cancellazione dei programmi municipali per l’uguaglianza, la diversità e le politiche ambientali, considerati orpelli ideologici forieri di costi inutili. Il presidente del partito, Zia Yusuf, ha parlato apertamente della necessità di una “ri-educazione morale” dei giovani britannici, opponendosi all’insegnamento di contenuti “woke” nelle scuole e invocando un ritorno all’orgoglio nazionale e all’autorità.

In sintesi, Reform UK si prepara a usare il potere locale per sperimentare un laboratorio di restaurazione autoritaria: tagli alla spesa sociale, chiusura verso il diverso, guerra alla cultura progressista. È il primo banco di prova per una destra che punta a governare il Paese intero, partendo dalla conquista dei comuni.

Proiezioni nazionali: un nuovo scenario politico

Secondo le ultime previsioni del sito Electoral Calculus, punto di riferimento per l’analisi elettorale britannica, se oggi si votasse per le elezioni generali (previste nel 2029), Reform UK avrebbe il 49% di probabilità di imporsi come primo partito, lasciando i Laburisti al 35% e i Conservatori al 15%.

È un dato che fotografa una crisi strutturale: il vecchio bipartitismo Westminsteriano sta ormai definitivamente franando, di fronte all’incapacità dei partiti storici di costruire consenso nei propri blocchi di riferimento. Al momento, questa ipotetica distribuzione dei voti produrrebbe una situazione nella quale Reform UK sarebbe il primo gruppo parlamentare (con 245 seggi), pronto a governare col supporto dei Tories (si veda anche la Tabella 2).
Questo scenario può rappresentare una sorpresa solo per gli osservatori meno attenti. La valanga laburista del luglio 2024 fu, a ben vedere, una vittoria drogata dalla frammentazione dell’elettorato di destra: in decine di collegi uninominali, la somma dei voti di Reform UK e dei Conservatori superava ampiamente quella del Labour, che vinse grazie alla divisione del campo avversario. In altre parole, la maggioranza assoluta conquistata da Keir Starmer fu possibile grazie alla presenza di Farage sulla scheda elettorale.

Questa situazione sta accelerando ulteriormente: Reform UK sta progressivamente cannibalizzando l’elettorato conservatore, e non è escluso che si vada verso uno scenario “alla francese”, dove la destra tradizionale – come i gollisti davanti alla crescita del Rassemblement National – divenga subalterna alla sua versione radicalizzata. Il parallelismo tra Farage e Le Pen non è forzato: entrambi costruiscono consensi trasformando la rabbia sociale in identitarismo.

Nel frattempo, il sistema elettorale britannico – fondato su collegi uninominali e maggioranza semplice – mostra tutte le sue distorsioni. In un contesto in cui tre partiti (Labour, Reform e Tories) si attestano su percentuali dal 20 al 25%, con i Liberaldemocratici al 15% e i Verdi al 10%, questa architettura risulta sempre più inadatta a rappresentare la realtà politica del paese. Produce maggioranze artificiali (come gli oltre 450 seggi attribuiti ai Laburisti nelle elezioni del luglio 2024, a fronte di un misero 35% dei voti validi), favorisce i grandi partiti consolidati e penalizza ogni tentativo di alternativa a sinistra.

Nel frattempo, The Economist, dedica la propria copertina a Nigel Farage. “È tornato”, ci informano. E stavolta, non è per la Brexit, ma per prendersi il potere. E se lo dice l’establishment, c’è evidentemente da crederci.

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03/05/2025

Torna Farage, la crisi britannica ritrova il suo detonatore

Ricordate quel pazzo scatenato che – senza diventare mai primo ministro – alla fine è riuscito ad imporre la Brexit? Beh, è tornato. O, forse, non se ne era mai andato.

Si è appena votato per le elezioni suppletive, in Gran Bretagna, in un collegio del Nord-Ovest: Runcorn e Helsby. E qui Nigel Farage (il suo partito) è riuscito a strappare la vittoria per appena sei voti, conquistando un seggio che era appannaggio “sicuro” del partito laburista. Alle ultime elezioni politiche, quelle che hanno portato a Downing Street quel finto sinistro di Keir Starmer, i laburisti qui avevano trionfato (come sempre, nella storia) lasciando il secondo candidato a 15.000 voti di distanza.

Svaniti in appena dieci mesi... “Merito” di un premier guerrafondaio e antipopolare che dichiara ogni giorno di voler tagliare la spesa sociale per nutrire le ambizioni militari di un paese che non è più da decenni un “impero” ma ancora non si rassegna all’irrilevanza. Basti vedere l’idiozia pericolosa nutrita insieme all’ex banchiere francese, Emmanuel Macron: una “coalizione dei volenterosi” per mandare truppe Nato in Ucraina, col rischio concretissimo di provocare la Terza Guerra mondiale. Non più “a pezzi”, ma tutta intera.

Insieme al collegio “sicuro” – vista la coincidenza con le elezioni amministrative – sono saltati anche centinaia di piccoli comuni, tutti da lungo tempo appannaggio del laburisti. Il che, inevitabilmente, porta a conclusioni piuttosto chiare: se abbandoni, con la tua politica nazionale, anche l’ombra della difesa degli interessi popolari, consegni automaticamente la maggioranza della popolazione all’unica forza politica che – mentendo spudoratamente, certo – si presenta come “fuori dal teatrino della politica”. Populisti reazionari, gente impresentabile che diventa “votabile” solo perché quelli “istituzionali” (laburisti o conservatori che siano) appaiono ormai come partiti nemici.

Dalla padella alla brace, per i poveri elettori che hanno perso ogni riferimento credibile e si comportano perciò in senso stretto come consumatori: oggi voto Tizio, domani Caio, hai visto mai...

Ma questa “volubilità” acefala dell’elettore medio – soprattutto “laburista” – in prospettiva elezioni politiche, diventa un uragano. Sulla carta, il risultato di Reform UK metterebbe a rischio più di 350 dei 411 seggi vinti dal Labour nel 2024. Una cifra più che sufficiente ad ottenere la maggioranza nella Camera dei Comuni (650 seggi), ma soprattutto uno scenario da incubo per il governo Starmer.

Ovviamente, tutti gli analisti consigliano prudenza. Prendere voti alle comunali – o in un collegio – è una cosa, tutt’altra è convincere buona parte del paese a credere che la tua ricetta “volgare e sbrigativa” sia la soluzione giusta per uscire da una condizione di povertà.

Ma proprio qui casca l’asino. Il partito di Farage – “Reform UK” – è già riuscito nell’intento imponendo la Brexit nell’agenda politica britannica. La sua retorica da quattro soldi è stata comunque sufficiente a costringere i Conservatori a spostarsi su una posizione simile, fino a celebrare un referendum che ha sancito la separazione dall’Unione Europea.

Altrettanto ovviamente, non avendo i Tories un programma alternativo al neoliberismo puro e duro, quella “uscita” non è stata affatto un successo. Anzi, il contrario.

Dunque il “piccolo Trump” di Londra è e resta una sciagura reazionaria che può certamente far perdere entrambi i partiti del defunto “bipolarismo liberale obbligato” (e se lo meritano), ma ha ancora quasi zero possibilità di ascendere al governo della Gran Bretagna. Se ci riuscisse, il tracollo del Regno Unito sarebbe certo ancora più rapido.

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07/08/2024

“Sfidare il razzismo, stare dalla parte delle vittime del terrore dell’estrema destra”

Gli arresti conseguenti alle violente mobilitazioni dell’estrema destra in Gran Bretagna sono più di 400.

E sembra solo un bilancio parziale considerando che altre iniziative sono previste per i giorni a venire, con un nuovo picco da questo giovedì.

Per sedare i disordini a sfondo razziale saranno impiegati altri 2200 agenti formati per i disordini di piazza, oltre ai 4000 già impiegati fino ad ora.

Si parla di un terzo dei 18 mila membri delle forze dell’ordine specificamente addestrati per questa funzione.

La politica del “pugno di ferro” attuata dal governo laburista da poco in carica non sembra però avere sortito gli effetti desiderati.

Sono ormai numerosi gli Stati che stanno avvertendo i propri cittadini presenti nel Regno Unito dei disordini a sfondo razziale, tra cui l’India, l’Australia, l’Indonesia, la Malesia e la Nigeria.

L’estrema destra, dopo aver sfruttato il triplice femminicidio avvenuto la scorsa settimana, ha continuato a diffondere altre informazioni non veritiere.

Ha ad esempio alimentato il mito di un doppio standard nel modus operandi della polizia: sarebbe stata più dura nei confronti delle attuali proteste e più tenera con quelle di Black Lives Matter.

A rinfocolare questa idea è stato lo stesso Nigel Farage di Reform UK, insieme ad altri personaggi legati alla galassia della destra radicale.

In questi anni sono divenuti veri e propri imprenditori politici del razzismo sullo sfondo dei disastri sociali provocati dagli esecutivi conservatori che si sono avvicendati alla guida del Paese.

Sebbene la formazione di Farage abbia ottenuto solo 4 deputati in parlamento, ha capitalizzato circa il 15% dei voti, segnale di un certo consenso tra le fasce di una parte della working class britannica che non ha identificato nei laburisti un’alternativa credibile.

Video ed immagini di persone che attaccano o cercano di attaccare strutture alberghiere dove si suppone vengano ospitati richiedenti asilo, esercizi commerciali d’immigrati presi di mira insieme alle moschee, stanno facendo il giro del mondo.

Allo stesso tempo, a questa nuova ondata xenofoba si stanno opponendo diverse realtà.

Fa un certo effetto come Elon Musk, proprietario di X, abbia lasciato utilizzare il proprio canale per lasciare prosperare l’ondata di odio grazie a esponenti di spicco dell’estrema destra e abbia affermato sul suo account che: “la guerra civile è inevitabile”.

Abbiamo deciso di tradurre e pubblicare questo intervento dell’ex leader del Labour – Jeremy Corbyn – eletto come indipendente alle ultime elezioni politiche.
Sfidare il razzismo, stare dalla parte delle vittime del terrore dell’estrema destra

I migranti e i rifugiati non sono responsabili dei mali della Gran Bretagna: un messaggio che dobbiamo trasmettere con assoluta chiarezza, afferma il deputato JEREMY CORBYN.

La settimana scorsa, a Southport, si è consumato un orrendo omicidio: tre bambine sono state brutalmente colpite a morte in un violento attacco con il coltello. Ciò che ne è seguito ha mostrato sia il meglio che il peggio della società.

Il meglio è stato il sostegno alle famiglie in lutto delle bambine. Il peggio è stato l’attacco delle forze di estrema destra alla moschea di Southport, a un hotel che ospitava rifugiati a Rotherham e a imprese gestite da musulmani in tutto il Paese.

Questi attacchi di estrema destra contro la comunità musulmana riecheggiano le tattiche dei nazisti contro gli ebrei, i negozi e le aziende in Germania negli anni Trenta.

In entrambi gli scenari, l’estrema destra usa la violenza contro le minoranze e le incolpa della povertà, della carenza di alloggi e della pressione sui servizi sanitari e scolastici.

Il rafforzamento della destra razzista è derivato dal crescente uso di un linguaggio anti-migranti da parte di politici apparentemente mainstream, che sostengono che i disperati che attraversano la Manica su fragili imbarcazioni sono una “forza d’invasione”.

Le stesse voci sembrano incapaci o non disposte a riconoscere che le guerre causano i flussi di rifugiati, e che gli immigrati che si sono stabiliti in Gran Bretagna lavorano instancabilmente per cercare di far funzionare i servizi sotto-finanziati.

Allo stesso tempo, stiamo assistendo a una strategia economica ereditata dai conservatori, la quale aumenta l’enorme divario di ricchezza nella nostra società, perpetua l’austerità e ignora la disperata povertà di tanti bambini.

La risposta della sinistra deve essere quella di stare dalla parte delle vittime del terrore dell’estrema destra, sfidare il razzismo dell’estrema destra e chiedere al governo di affrontare i problemi comuni di tutte le comunità: la crisi degli alloggi, l’istruzione fatiscente e il collasso del nostro servizio sanitario nazionale.

Invece di perpetuare la povertà di tanti bambini negando i sussidi dal terzo figlio nelle famiglie, o di ‘risparmiare’ denaro togliendo il pagamento del combustibile invernale a molti anziani, il governo deve affrontare le questioni della disuguaglianza e dell’avidità.

I migranti e i rifugiati non sono responsabili degli affitti non regolamentati, della privatizzazione dilagante del nostro servizio sanitario o dei livelli osceni di ricchezza dei più ricchi della nostra società.

Se non si affrontano gli enormi bisogni sociali dei più poveri della nostra società, gli osceni attacchi alla comunità musulmana e ai rifugiati porteranno a un ulteriore spostamento verso l’estrema destra.

La retorica anti-migranti non è la risposta giusta per assecondarli. Abbiamo invece bisogno di solidarietà immediata e pubblica con le vittime.

Dobbiamo riconoscere che l’incapacità di affrontare i bisogni economici delle persone è un terreno fertile su cui possono crescere i semi del fascismo. Dobbiamo offrire un messaggio di speranza attorno al quale tutte le comunità possano unirsi.
Fonte

06/07/2024

Gran Bretagna - Le ombre sulla vittoria dei Laburisti

Le elezioni svoltesi giovedì 4 luglio hanno registrato la vittoria dei laburisti. Dopo 14 anni i conservatori saranno di nuovo all’opposizione, rimanendo comunque la seconda forza politica del paese sia in termini di seggi ottenuti che di voti conquistati.

Il sistema elettorale britannico prevede l’uninominale secco in cui vince chi prende più voti in un unico turno nelle 650 circoscrizioni di cui è composto il Regno.

Il Labour di Keir Stamer che è stato nominato Primo Ministro da Re Carlo con il compito di formare il governo, potrà contare su una larghissima maggioranza, con oltre 400 deputati rispetto ai 326 necessari per governare.

I laburisti raddoppiano il risultato delle politiche del 2019 in cui avevano ottenuto 214 seggi.

La debacle dei Tories c’è stata ma non nello scenario peggiore che era stato preannunciato dai sondaggi cioè circa 250 deputati in meno rispetto alle elezioni del 2019.

L’altra vera novità per i numeri di seggi conquistati sono i Liberal Democratici che ne ottengono una settantina, cioè una sessantina in più di quelli precedenti.

In grosso calo anche la formazione nazionalista scozzese che conquista solo 9 deputati, cioè 37 in meno delle elezioni precedenti, un dato che insieme al successo dei Lib Dem non era stato previsto dai sondaggi.

Rientra nel parlamento britannico Neil Farage, con la sua formazione di estrema-destra Reform UK, che conquista solo 4 seggi ma ha fatto incetta di voti risultando la terza formazione più votata nel Regno con oltre 4 milioni di preferenze rispetto ai 3 milioni e mezzo circa dei Lib Dem.

Se passiamo in rassegna i voti totali effettivi, infatti, abbiamo una percezione differente rispetto ai seggi conquistati.

I laburisti prendono in percentuale solo l’1,7% in più rispetto al 2019, mentre i conservatori circa il 20% in meno.

L’emorragia di voti dei Tories è molto più grande rispetto all’incremento dei voti del Labour: segno che è più una sconfitta dei conservatori che una vittoria dei laburisti che si mantengono stabili.

Reform UK è il terzo partito con il 14,3% dei voti, seguito dai Lib Dem con il 12,2%.

I Verdi fanno un notevole balzo in avanti con il 6,8% (+4,1%) sfiorando i due milioni di voti e vincono le quattro circoscrizioni che avevano fissato come obiettivo, ed alcuni candidati indipendenti vengono eletti.

Quella di giovedì 4 luglio è, comunque, la vittoria più ampia dei laburisti dal 1997, quando conquistarono il 63,4% dei seggi, il risultato più positivo dal dopo-guerra.

Importante segnalare anche la prima vittoria elettorale da indipendente per l’ex leader del Labour Jeremy Corbin, il quale ha preso intorno ai 24 mila voti, circa 7 mila in più proprio del candidato laburista Praful Nargund, arrivato al secondo posto nel collegio di Islington North. In percentuale, Corbyn ha preso il 49 per cento dei voti della sua circoscrizione. L’ex segretario del Labour Party era stato marginalizzato e allontanato dal partito proprio dall’attuale leader del Starmer per le sue posizioni filopalestinesi e per le fortissime pressioni della lobby sionista britannica. Quella di Corbyn è una sonora rivincita contro il suo avversario Starmer.

Tranne l’East ed il South East, non vi è regione in cui i Conservatori abbiano superato i voti dei laburisti, ma in tutte il calo si attesta attorno al 20%.

Una buona parte del voto dei Tories è andato all’estrema destra di Reform UK, mentre la crescita del Labour in Scozia è dovuta allo spostamento dei voti dal SNP.

La formazione di Farage è giunta seconda in un centinaio di circoscrizioni (circa 1/6 delle totali) ed ha perso di appena 5000 voti in una dozzina di queste.

Un risultato per certi versi simili all'Ukip – la precedente creatura politica dell’ex eurodeputato britannico fautore della Brexit – nel 2015.

Quello che è certo è che la “spaccatura” del voto conservatore tra Tory e Reform UK è costato ai Tories la sconfitta in 180 casi.

I laburisti riconquistano di misura quello che era il red wall, ma ormai la “volatilità del voto” è un dato certo.

Un dato interessante è che i Conservatori perdono più voti nelle circoscrizioni che hanno votato per il “Leave” nel 2016. Si è quindi  recisa quella correlazione tra voto pro-brexit e preferenza conservatrice che aveva premiato i tories nel 2017 e nel 2019, che – tra l’altro – perdono alcuni collegi (7) che avevano visto un loro successo.

Lo SNP torna, più o meno, all’ordina di grandezza per seggi conquistati nel 2010, quando il Labour ne conquistava il 70% per voi virtualmente “scomparire”.

Bisogna tenere conto del dato della partecipazione elettorale calata al 60% rispetto al 67% precedente, che ha visto in 59 circoscrizioni (Tra un 1/6 ed 1/7 del totale) andare a votare meno del 50% degli aventi diritto, segno di una disaffezione evidente.

I votanti sono scesi ai livelli del 2001, il punto più basso della partecipazione del dopoguerra contro l’83,9% del 1950 che segna il record assoluto.

Insomma “stravincono” i laburisti, aumenta l’astensione e la somma del voto di conservatori ed estrema destra supera quello dei laburisti di alcuni punti percentuali.

Fonte

19/12/2019

Sulle recenti elezioni in Gran Bretagna

Vince la Brexit. Così si può sintetizzare l’esito delle elezioni nel Regno Unito. I Conservatori, guidati da Boris Johnson rimangono sostanzialmente sugli stessi valori percentuali delle precedenti elezioni del 2017, poco sopra il 40% (passano dal 42,4% al 43,6%), mentre invece i Laburisti subiscono un robusto calo, passando dal 40% al 32,1%. In termini di seggi alla Camera dei Comuni, tuttavia, la differenza è amplificata dall’antiquatissimo sistema elettorale britannico.

Tali elezioni, si ricorda, hanno fatto seguito a vari tentativi di accordo sulla Brexit trovati in sede europea e bocciati dal Parlamento britannico a causa dei veti incrociati posti da un lato da parte dei sostenitori del “remain” a tutti i costi nonostante il responso popolare, presenti per lo più fra Laburisti e Lib-Dem, dall’altro altro da parte di chi riteneva sfavorevole l’accordo trovato, presenti soprattutto fra i tories disposti anche ad una Brexit senza accordo.

Boris Johnson si è presentato in campagna elettorale, per un verso, con un programma anti-sociale e iper-liberista al massimo, che prevede, fra l’altro, la privatizzazione del servizio sanitario, per un altro con una parola d’ordine chiara in materia di Brexit, sostanziata anche dalle prime dichiarazione post-elettorali, ovvero il Regno Unito sarà fuori dall’UE il 31 gennaio 2020, con accordo o senza accordo. Ciò gli è valso un patto di desistenza elettorale con il Brexit Party di Nigel Farage, fresco vincitore assoluto delle elezioni europee.

Jeremy Corbyn, al contrario, si è presentato con un programma davvero d’altri tempi per una formazione appartenente alla “famiglia socialdemocratica europea”, che nelle ultime fasi storiche si era caratterizzata per essere l’espressione massima dell’imperialismo britannico: nazionalizzazione dei settori strategici, sanità e istruzione gratuite, controllo sul movimento dei capitali, sostegno alle cause dei popoli palestinese e latino-americani. Per tali motivi questa versione del Labour Party ha suscitato il giusto interesse da parte delle formazioni della sinistra di classe in Europa, nonché le “attenzioni” negative da parte di apparati militari e mass-mediatici.

I problemi sono cominciati, come sempre a sinistra, sul punto strategico dell’Unione Europea. Mentre nel 2017 i Laburisti si presentavano avendo preso atto del risultato del referendum sulla Brexit, in seguito si sono verificati smottamenti pesanti sulla questione; nel tentativo di mediare con le varie anime del partito e inseguire l’elettorato liberal-democratico, Corbyn ha partorito una proposta politicista e, per molti aspetti, incredibilmente fragile: da Premier, il leader laburista avrebbe negoziato un nuovo accordo sulla Brexit con l’UE e poi lo avrebbe sottoposto ad un nuovo referendum, dando la possibilità di accettarlo o rimanere nell’UE. Di fatto si tratta della ripetizione del referendum sulla Brexit, rispetto al quale, per giunta, il partito sarebbe rimasto neutrale. Un partito di governo esplicitamente neutrale rispetto alla collocazione internazionale del proprio paese il bestiario della sinistra occidentale ancora non la aveva partorito!

Si è in pratica ricaduti nelle stesse contraddizioni di Syriza, ossia abbracciare un programma politico avanzato socialmente, ma, contemporaneamente, compatibilista rispetto all’UE, nella fede idealistica che a Bruxelles si rispettino i responsi democratici.

In questo caso, tuttavia, l’OXI popolare a Bruxelles è venuto già nel 2016 e la trattativa con l’UE su un piano paritario già si è dimostrata un’illusione vana in più di due anni di negoziati.

Il nocciolo duro della borghesia europea, infatti, ha dimostrato a più riprese di voler sfruttare la Brexit per liberarsi in maniera più marcata dell’influenza dell’imperialismo USA al proprio interno e rafforzare il processo d’integrazione interno fra i paesi, sia sul piano finanziario sia su quello militare, come dimostrano le vicende del rafforzamento del MES e dei progetti di esercito comune europeo.

Pertanto, avendo messo in conto di perdere la piazza finanziaria londinese, l’UE ha impostato la trattativa in maniera complessivamente dura, pur dovendo mediare fra pulsioni diverse (la Francia, non a caso il braccio militare europeo, spinge per una maggiore intransigenza rispetto alla Germania, che ha nel Regno Unito un fondamentale mercato di sbocco per la propria industria manifatturiera) e non si è fatta scrupolo di fare perno sulle contraddizioni interne al Regno Unito, con Irlanda del Nord e, soprattutto, Scozia contrarie alla Brexit, che periodicamente minacciano il distacco dalla corona britannica per dar vita a stati “indipendenti” aderenti all’UE. Non a caso, uno dei punti più difficili dei negoziati continua ad essere l’assetto del confine fra Eire e Ulster una volta che il regno Unito sarà fuori dell’UE, confine che fisicamente attualmente non esiste. Della libertà di movimento dei lavoratori europei in Gran Bretagna, ovviamente, non interessa a nessuno, non sono oggetto di negoziati e il governo britannico con ogni probabilità potrà comportarsi in maniera selettiva un po’ come gli pare. In ogni caso, l’ipotesi di accordo fatta in campagna elettorale da Corbyn, che prevedeva la permanenza del Regno Unito nel mercato unico e nell’unione doganale (probabilmente fatta salvo la libertà di movimento dei lavoratori), quindi un remain di fatto, era assolutamente velleitaria e non sarebbe mai stata neppure discussa in sede europea.

Date queste premesse, non c’è da stupirsi che a voltare le spalle al Labour siano proprio i suoi ex-bastioni situati prevalentemente nelle aree di provincia post industriali, che più hanno subito la pressione e l’impoverimento materiale scaturiti dal processo d’integrazione europeo. Ad un programma nominalmente avanzatissimo, ma che non offriva una prospettiva strategica al Regno Unito e, anzi, proponeva un passo indietro rispetto alla Brexit, questi elettori della working class hanno ribadito la scelta chiara fatta nel 2016: Brexit. Nonostante la natura apertamente reazionaria del programma politico proposto dai conservatori. Per inciso, questo fattore dovrebbe essere da insegnamento per chi, all’interno della sinistra di classe, teorizza apertamente in maniera economicista che bisogna porre in primo piano i punti programmatici più vicini ai bisogni materiali del blocco sociale di riferimento, a discapito delle questioni strategiche, come la presa di una posizione chiara rispetto all’UE, che sarebbero più “lontane” e aliene nella percezione popolare.

Boris Johnson, dunque, rappresenta la tendenza della borghesia britannica a voler rilanciare i propri progetti imperialisti in maniera autonoma rispetto a quelli europei. Lo farà molto probabilmente raggiungendo un accordo di agevolazione negli scambi commerciali e finanziari con i “partner” americani; un simile accordo potrebbe costituire un ulteriore passaggio storico negativo nei rapporti USA-UE e un inasprimento di questa competizione inter-imperialistica, con Washington impegnata da un lato, a istituire dazi ai danni dei paesi del nocciolo duro europeo, dall’altro, appunto, a istituire un canale privilegiato con il Regno Unito. Salterebbe, in tal modo, un’altra fondamentale camera di compensazione fra i due poli imperialisti, rappresentato, appunto, dalla presenza della UK nell’UE, con probabili ripercussioni nella NATO, già dilaniata internamente, nella competizione monetaria fra l’euro e il dollaro e in tutto il quadro geopolitico mondiale.

Da tenere d’occhio, ovviamente anche le questioni nazionali all’interno del Regno Unito, destinate ad acuirsi anche in conseguenza del risultato elettorale positivo del Partito Nazionale Scozzese, che in passato è stato protagonista di campagne indipendentiste ed europeiste.

In ogni caso, con la ormai quasi certa Brexit, per di più probabilmente senza accordo, un’incrinatura all’interno del polo imperialista europeo si apre ed è un fatto positivo. Che avvenga “da destra" non dovrebbe portare a teorizzare che l’arretratezza e la meschinità sarebbero insite nella classe lavoratrice di provincia dell’Inghilterra, come immancabilmente avviene a sinistra. Dovrebbe, invece, portare a fare uno scatto in avanti nella visione strategica che attualmente manca nel nostro campo. La rottura non può e non deve essere monopolio solo delle borghesie nazionali! L’europeismo è un tabù che va rotto all’interno del nostro campo. Se non crediamo noi militanti nella rottura storica non si vede come il nostro blocco sociale di riferimento debbaa seguirci.

La Rete dei Comunisti conferma la propria battaglia per far emergere la parola d’ordine della rottura dell’Unione Europea come premessa ineludibile per dar vita ad una battaglia politica all’altezza della situazione. Solo a partire da questo presupposto, infatti, sono pensabili processi d’integrazione sovranazionali e regionali (euro-mediterranei nel caso dell’Italia) di segno diverso, che ritematizzino la transizione al socialismo.

Fonte

08/11/2019

Gran Bretagna. Il Partito Comunista alle elezioni sosterrà il Labour

I conservatori britannici, il principale partito del regime capitalista britannico, sono minacciati.

Nel sistema elettorale britannico ogni partito “combatte” in ogni circoscrizione elettorale. Le elezioni generali consistono quindi in 630 elezioni separate. In ogni distretto elettorale viene eletto il candidato con il numero più alto di voti. Nella maggior parte dei casi si tratta di una semplice lotta tra conservatori e partito laburista.

In Scozia il Partito Nazionale Scozzese ha soppiantato il Labour come il più grande partito. In Galles il Partito laburista è ancora il partito più grande.

Il primo ministro Boris Johnson vuole che la Brexit domini le elezioni perché i laburisti sono divisi su tale questione.

Il leader del partito laburista Jeremy Corbyn, un critico di sinistra dell’UE di lunga data, aveva inizialmente promesso di rispettare il risultato del referendum. Ma una combinazione di forze centriste, di destra e di “ultra-sinistra” all’interno del partito ha cambiato tale politica.

Se eletto, il governo laburista rinegozierà l’accordo con l’UE e condurrà un altro referendum con il suo nuovo accordo sulla Brexit e un’opzione per rimanere nell’UE. Abbandonando la sua politica originale, il partito ha perso il sostegno nelle principali regioni della classe operaia ed è vulnerabile all’attacco del “Partito della Brexit”.

Il Brexit Party è proprietà personale del commerciante di merci e populista di destra Nigel Farage. Alle elezioni europee, che si sono svolte quasi come un referendum, è stato il partito che ha ottenuto più voti.

Ma le elezioni parlamentari britanniche non sono proporzionali e per il “Partito della Brexit” non sarà facile vincere un posto nella Camera dei Comuni. Johnson ha respinto una proposta di Farage per un’alleanza sulla Brexit.

La domanda principale è: quale parte danneggerà maggiormente la Brexit?

La risposta a questa domanda dipende da quale narrazione prevarrà...

La strategia di Corbyn è quella di concentrarsi sul manifesto radicale del Labour. Dato che Corbyn ha dichiarato esplicitamente le sue politiche, il distacco del sondaggio d’opinione dei conservatori è stato ridotto da 20 a 6 punti.

La cultura politica interna del Partito Laburista è complessa. Corbyn è stato eletto leader dopo che un cambio di regole ha permesso a centinaia di migliaia di persone di unirsi o ricongiungersi al partito e di votare alle elezioni per la leadership.

Ripetuti tentativi di rimuovere Corbyn dall’ala destra dominante tra i membri del parlamento del Partito laburista sono falliti. Ha il supporto della maggior parte dei singoli membri e di molti sindacati. I sindacati sono rappresentati direttamente in tutta la struttura del partito e sono il più grande blocco di voto.

Tuttavia, molti dei nuovi membri mantengono illusioni sull’UE.

Le divisioni tra laburisti e tattiche elettorali non sono semplicemente tra sinistra e destra. Alcuni deputati laburisti di destra nei collegi elettorali della classe operaia comprendono la necessità di “fare la Brexit”.

L’accordo di Boris Johnson con Michel Barnier rappresenta la migliori possibilità che il primo ministro britannico ha di raggiungere un stretto allineamento con il mercato unico dell’UE senza distruggere il proprio partito.

La classe dirigente britannica preferisce un partito conservatore unito al governo anche se ciò significa relazioni più semi-distaccate con l’UE. La cosa che temono di più è un governo laburista di sinistra guidato da un socialista antimperialista.

Il precedente governo laburista di Blair e Brown dipendeva nel suo programma sociale dal tassare i profitti di un’economia finanziarizzata e da una città a forte vocazione speculativa come Londra. L’incidente del 2008 ha posto fine a quella strategia. I diversi filoni del pensiero socialdemocratico di destra hanno perso le basi teoriche della loro politica. Ma dominano il caucus parlamentare.

All’interno del partito i sindacati operano come un blocco consensuale. Tuttavia, alcuni sindacati, addetti alle posta e alle telecomunicazioni, ferrovieri, fornai e lavoratori del settore alimentare, la grande confederazione Unite sono più direttamente a favore della leadership di Corbyn.

I vantaggi del Labour includono l’adesione di massa e l’impressionante operazione sui social media. Si stima che un elettore su tre abbia visto un video di Momentum durante le ultime elezioni.

Il Partito Comunista sostiene il Labour. Il segretario generale del partito Robert Griffiths ha detto al quotidiano Morning Star che: “la classe operaia e la gente sono in genere alla disperata ricerca della fine all’austerità, alla privatizzazione, al militarismo e alla guerra imperialista.”

Ha elencato le politiche del Labour per promuovere la piena occupazione; proprietà pubblica di settori chiave e servizi pubblici;

a) una strategia rafforzata per lo sviluppo economico regionale;

b) un sistema fiscale più progressivo e un’importante ridistribuzione della ricchezza e del potere a favore dei lavoratori e delle loro famiglie;

c) il partito comunista ha accolto positivamente l’impegno di Labour a favore di un vasto programma di edilizia residenziale nel settore pubblico;

d) rinazionalizzazione delle ferrovie e di altri settori e servizi privatizzati;

e) investimenti su larga scala nei servizi pubblici;

f) un “New Deal verde” per la sicurezza ambientale, compreso un programma universale di isolamento domestico;

g) nuovi diritti per lavoratori e sindacati, compreso il rilancio della contrattazione collettiva settoriale;

h) assistenza sociale globale per gli anziani; e aumenti sostanziali delle pensioni e delle prestazioni sociali;

i) una rottura nel tessuto dell’egemonia borghese è stata promessa dal voto referendario che ha indicato l’uscita dalla UE.

La classe dirigente, i suoi collaboratori nella sfera politica e la sua riflessione nel movimento laburista hanno lavorato duramente per mitigare la minaccia della Brexit. Tuttavia, il programma del Labour è in contraddizione con le regole e la struttura dell’UE. Questa elezione determinerà su quale terreno verrà combattuta questa battaglia.

di Nick Wright responsabile della comunicazione per il Partito Comunista Britannico e giornalista per il quotidiano Morning Star

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03/11/2019

Gran Bretagna - La posta in gioco delle elezioni politiche

Il 29 ottobre l’opzione di una “snap election” nel Regno Unito è divenuta realtà.

L’estensione dell’Articolo 50 al 31 gennaio confermata dall’Unione Europea, cioè lo slittamento della dead line per il divorzio tra Gran Bretagna e Unione e quindi l’allontanamento dell’ipotesi di una “no-deal Brexit”, cioè di una uscita del Regno Unito senza accordo, ha portato il leader laburista Jeremy Corbyn, durante l'incontro del governo ombra del Labour, ad affermare di essere pronto per le elezioni anticipate, come ipotizzate da Boris Johnson.

“Lanceremo la più ambiziosa e radicale campagna per una cambiamento reale che il nostro Paese abbai mai visto” ha dichiarato Corbyn.

In un discorso parlamentare che farà la storia del Paese, il leader del Labour ha detto di essere pronto alle elezioni:

“C’è una alternativa all’austerity, c’è una alternativa alla diseguaglianza, c’è una alternativa agli amorevoli accordi con Donald Trump, c’è una alternativa di un governo che investe in tutte le parti del Paese, un governo che è determinato a porre fine alle ingiustizie nella nostra società, ed un governo che è determinato a dare ai nostri giovani un senso di speranza nella loro società piuttosto che prospettargli l’indebitamento e la mancanza di sicurezza di un impiego per il futuro. Che è tristemente tutto ciò che il governo Conservatore e la sua coalizione con i Liberal Democratici ha portato. Sono assolutamente pronto ad uscire e dare questo messaggio in qualsiasi elezione in ogni momento in cui sarà fissata”.

Il Labour e Momentum: una gioiosa macchina da guerra

La macchina elettorale del partito – a cui aderiscono mezzo milione di britannici – si è subito messa in moto per una campagna “porta a porta” a cui l’associazione Momentum darà il suo fondamentale contributo, come fece nelle elezioni politiche del 2017, grazie al quale venne sottratta la maggioranza parlamentare a Theresa May, costretta ad una alleanza con gli Unionisti dell’Ulster.

L’alternativa per Momentum – come ha comunicato in un breve messaggio video di raccolta fondi e di “reclutamento” di volontari già il 29 ottobre – è tra “la transizione socialista con Jeremy Corbyn o il disastro capitalistico con Boris Johnson”.

La risorsa fondamentale dalla quale attingere per queste elezioni è il “Potere Popolare” (People Power).

La mobilitazione dei volontari disposti a fare una “campagna di strada”, sui social e per telefono, per strappare alcuni collegi “periferici” in bilico all’interno di un sistema elettorale caratterizzato dall’uninominale secco è l’arma segreta del Labour contro la pioggia di soldi che useranno i Conservatori in quella che si annuncia come una vera e propri battaglia.

Un piano minuziosamente articolato ma che necessita delle donazioni pari a 50.000 pounds in due giorni che permetta ad una formazione di “campaigners” su tutto il territorio britannico di battere le strade per il successo laburista, è la premessa dell’articolato piano di Momentum fatto proprio dal partito.

Intanto, in 48 ore – come riporta il “The London Economic” – più di 80.000 cittadini tra i 18-34 anni si sono iscritti ai registri elettorali, come mostrano i dati governativi, in particolare coloro che hanno meno di 25 anni hanno raggiunto le 46.100 registrazioni.

Come scritto da “The Guardian” il 31 Ottobre, un terzo dei cittadini registrati – 316.264 in totale – ha meno di 25 anni; un elettorato “sedotto” dalle proposte radicali di Corbyn alle ultime elezioni del 2017, a cui mancano secondo Willie Sullivan – citato dal quotidiano britannico – 9,4 milioni di persone all’appello.

La data ultima per l’iscrizione nei registri elettorali è il 26 novembre, il Labour cerca di spingere in tal senso, perché uno dei settori cui vuole arrivare è proprio quello di coloro che non si sono sentiti rappresentati dalle varie opzioni in un quadro piuttosto fluttuante, come dimostrano le recenti elezioni europee, storicamente caratterizzate da un bipolarismo quasi perfetto andato sempre più scardinandosi.

Nel “Plan to win”, documento stilato da Momentum per la campagna elettorale in corso, è detto esplicitamente che alcuni seggi sono stati vinti o persi per meno di un migliaio di voti, e 11 tra questi per meno di un centinaio, quelli che vengono definiti “marginal seats”, come Chingford, Woodford Green, Mansfield e Southampton Itchen.

“Qui è dove dobbiamo focalizzare la nostra potenza di fuoco”, dice il documento riferendosi ai marginal seats. E subito dopo:

“Abbiamo calcolato che in 150 collegi marginali nel Paese, ci sono all’incirca 2 milioni di porte da battere nelle sei settimane del periodo elettorale. Il numero di porte che una persona può battere in un giorno dipende da vari fattori, ma stimiamo che in media un singolo può battere 50 porte al giorno. Questo significa abbiamo bisogno di oltre 5.000 persone impiegate 8 ore al giorno”.

I mesi scorsi sono stati spesi per organizzare l’infrastruttura in grado di dare vita a una “organizzazione diffusa” (distributed organising) mutuata dalle esperienze di Bernie Sanders negli Stati Uniti.

Il Brexit Party e la possibile alleanza con i Tories

Insieme alla quantità di coloro che si iscriveranno alle liste elettorali, alla capacità di mobilitazione popolare del Labour contro le ingenti risorse economiche dei Tories – nel 2017 hanno speso sui social un milione e duecento mila pounds in “pubblicità negativa” contro Jeremy Corbyn – un altro fattore decisivo sarà l’alleanza o meno dei Conservatori con il Brexit Party di Nigel Farage, uscito di fatto vincitore dalle recenti elezioni europee con il 31,6% delle preferenze contro il 9,1% dei Tories.

Questo tipo di apparentamento è stato fortemente caldeggiato da Donald Trump.

Farage ha posto a Boris Johnson, come condizione, di lasciar decadere l’ipotesi d’accordo faticosamente trovata con Bruxelles – definendola “semplicemente non è la Brexit” – e gli ha dato tempo per decidere fino al 14 novembre.

Da parte sua “BJ” ha per ora rifiutato l’ipotesi di accordo e vuole capitalizzare i voti di coloro che si sono espressi per il “leave”.

In caso di mancato accordo tra il Brexit Party e i Tories, Farage si appresta a contendere i seggi sia ai conservatori sia ai laburisti.

La strategia di Farage consiste in un divorzio che lasci libera la Gran Bretagna di stipulare accordi di libero-scambio secondo i principi del WTO – come nel caso canadese – senza perpetuare l’allineamento ai regolamenti europei, slegata da vincoli politici, dando all’UE tempo fino al 1 luglio per accettarlo.

Donald Trump non ha fatto segreto della sua preferenza per uno sganciamento della Gran Bretagna dall’UE “senza accordo” e la stipula di un accordo di libero scambio tra Gran Bretagna e USA.

La partita doppia delle elezioni britanniche

La posta in gioco delle elezioni è quindi doppia. Da un lato l’opzione secca tra il proseguimento delle politiche neo-liberiste fatte proprie – per prima in Europa – da Margareth Thatcher e di fatto sussunte dal “New Labour” di Tony Blair, oppure la rottura con queste e l’approvazione di un programma di riforme radicali che renderebbero comunque i provvedimenti laburisti “incompatibili” con la gabbia dell’Unione Europea, al di là della posizione che assumerà il partito nei confronti di Bruxelles in caso di vittoria, e quindi anche al di là della possibilità di indire un nuovo referendum sulla Brexit...

L’altra opzione secca è sulla collocazione geo-politica della Gran Bretagna; se questa sarà ancora di più agganciata alla politica estera di Washington per come si è concretizzata durante l’amministrazione Trump – su una serie di dossier che vanno dall’America Latina alla questione palestinese, all’atteggiamento rispetto all’Iran alla guerra in Yemen (il Regno Unito è uno dei maggiori fornitori di armamenti all’Arabia Saudita) – oppure una rottura netta con questo orientamento, per promuovere un atteggiamento che colga maggiormente le opportunità di relazioni del mondo multipolare, in particolare rispetto alla Cina, che è già un partner economico rilevante della Gran Bretagna.

Per la coerenza con tutto il suo percorso politico “internazionalista”, favorevole alla Rivoluzione Bolivariana in America Latina e marcatamente filo-palestinese, nonché contrario alla guerra in Yemen, Jeremy Corbyn è visto con il fumo negli occhi non solo dalla Casa Bianca ma anche da tutta l’oligarchia europea.

The Guardian riporta, sabato 2 novembre, che secondo gli esperti “un governo guidato da Corbyn è visto come una minaccia molto più grande alla salute e alla qualità della vita del più ricco 1% della popolazione britannica che quella costituita dalla Brexit.”

All’upper class britannica spaventa l’idea dell’introduzione di una tassazione progressiva...

I “bad boss”, i “greedy banker” e gli altri ultra-ricchi presi di mira da Corbyn promettono addirittura di lasciare il Paese in caso di vittoria del Labour, spaventati da un programma che, oltre a varie forme di tassazione progressiva, promette di introdurre la giornata lavorativa di 4 giorni, per promuovere la coniugazione di riduzione di orario e piena occupazione; e poi di dare il 10% delle azioni delle grandi aziende agli impiegati, impedire ad ogni costo la privatizzazione del sistema sanitario nazionale (NHS), ri-nazionalizzare settori strategici come per esempio le ferrovie, avere una politica abitativa adeguata ai bisogni della popolazione, bandire il “fracking” petrolifero e avviare una seria transizione ecologica complessiva con lo sviluppo di una “green industrial revolution”, ecc.

Per concludere, le elezioni in Gran Bretagna hanno una posta in gioco elevatissima e vanno seguite con grande attenzione, perché possono portare potenzialmente ad una rottura con l’ordine neoliberale e filo-imperialista di cui il paese, dall’avvento della Lady di Ferro, si è fatto interprete, e possono portare al governo una forza politica – attraverso un processo di mobilitazione popolare elettorale – con un programma radicale, rompendo così quella “catena” in un uno dei suoi punti storicamente più solidi.

Per la “sinistra radicale” si potrebbe realizzare pienamente quel corso politico iniziato il 12 settembre del 2015, con la sorprendente elezione di un “outsider” come Corbyn a leader del Labour – la più longeva e ancora vitale espressione politica del movimento dei lavoratori in Europa – e seppellire definitivamente l’eredità del criminale di guerra di Tony Blair, che ha ispirato la metamorfosi di tutte le socialdemocrazie continentali.

In generale, come mostrano degli interessanti sondaggi citati in un articolo di James Meadway apparso su Jacobin (“by embracing its radical program labour can win”), la percezione sociale di ciò che sia il capitalismo ed il socialismo è radicalmente cambiata in UK, di fatto polverizzando l’egemonia dei valori neoliberali almeno rispetto alle nazionalizzazioni: “Sulle nazionalizzazioni il supporto è schiacciante: 83 per cento vuole l’acqua rinazionalizzata, il 77 per cento vuole che l’elettricità passi nuovamente in mano pubblica, 76 pensa lo stesso per le ferrovie”.

Che sia giunto il momento per un inversione di rotta anche nel Vecchio Continente? Senz’altro l’esito delle elezioni britanniche potrà fornire una risposta...

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Tutto molto bello ed espresso con fin troppa enfasi quando si parla del Labour di Corbyn e di Momentum. Resta il fatto che il convitato di pietra nella vita politica della Gran Bretagna è la Brexit e il modo in cui gestirla. Se Corbyn e il partito di cui è segretario non scioglieranno questo nodo, teorizzando una Brexit a sinistra, i conservatori incalliti e gli speculatori politici alla Farage continueranno a determinare la direzione politica del paese.

26/07/2019

I nodi della fase politica della “Global Britain”

Boris Johnson è entrato ieri al numero10 di Downing Street.

Ex sindaco di Londra dal 2008 al 2016 e poi ministro degli esteri dal 2016 al 2017, ha coronato martedì la su carriera politica ottenendo il 66% dei voti dei 159.000 membri dei tories, contro il 34% del suo avversario, il ministro degli esteri conservatore, Jeremy Hunt.

Grazie alla maggioranza ottenuta, Johnson diventa Primo Ministro britannico, a seguito delle ripetute bocciature parlamentari dell’accordo la UE negoziato da Theresa May, che aveva annunciato il 25 maggio le proprie dimissioni, operative dal 7 giugno.

Era stato il successo del partito “eurofobo” UKIP di Nigel Farage alle elezioni europee del 2014 a convincere l’allora premier David Cameron a prendere la decisione fatale – per la propria carriera politica – di indire un referendum sulla UE.

Così il 17 dicembre del 2015 viene dato via libera all’European Union Referendum Act, che autorizzava una consultazione popolare sulla permanenza del Regno Unito nella UE.

Nel giugno dell’anno successivo – il 23/6/2016 – il Leave vinse di misura sul Remain, e nelle elezioni anticipate volute da Cameron per l’8 giugno 2017 i conservatori perdono la maggioranza e per governare hanno bisogno degli “unionisti” nord-irlandesi.

Boris Johnson era stato a capo della campagna pro-brexit nel 2016, e poi acerrimo nemico della May intravedendo la possibilità di scalzarla.

La lotta fratricida dentro i tories sullo sfondo di una incapacità a trovare una soluzione ad un chiaro mandato popolare per il leave ha notevolmente screditato i conservatori, mentre non sono pochi coloro che hanno apertamente dichiarato all’interno del partito la propria ostilità al nuovo Primo Ministro e la loro indisponibilità a servire Johnson.

Appena eletto a capo del partito conservatore ha dichiarato che renderà effettiva la Brexit da qui al 31 ottobre: “attuare la brexit, unire il paese e sconfiggere Jeremy Corbyn” sono state le priorità che ha annunciato.

Naturalmente la Brexit non è l’unico dossier di rilievo che dovrà affrontare, considerato il montare della tensione con l’Iran.

Che la maggioranza dei 160.00 membri di un partito che esce dalle elezioni europee con un misero 9%, composto per il 97% da bianchi, per quasi tre quarti da uomini di cui i due terzi sopra i 65 anni, con l’opposizione che da tempo chiede elezioni anticipate vista l’incapacità dei tories tra l’altro di gestire la brexit, ed il ora neo premier che non ha scartato l’ipotesi di esautorare il Parlamento, facendone cessare l’attività per imporre un “no deal” – a differenza del suo sfidante Hunt – fornisce la cifra dello stato di salute della tanto decantata democrazia britannica.

La volatilità della rappresentanza politica è ormai un dato che si inscrive nell’ex sistema bipolare britannico un tempo dominato da due partiti storici – da una parte i conservatori e dall’altra i laburisti – di cui le ultime elezioni europee non sono state che l’ultimo esempio, insieme al fatto che i corpi politici sono entrati in crisi – o hanno costruito le loro recenti fortune – sulla questione nodale della brexit.

Il fatto più eclatante di questo “sfarinamento” è la vittoria del Brexit Party alle consultazioni europee dove ha totalizzato 31,6% dei voti, contro il 9% dei tories e il 14% dei laburisti, mentre nel 2017 i due partiti storici avevano raccolto l’80% dei voti.

Bisogna sottolineare un dato: il Brexit Party era stato creato sei settimane prima da Farage proprio per capitalizzare il “voto di protesta” degli elettori britannici rispetto al leave/remain, mentre la sua vecchia formazione – da lui lasciata dopo il voto – non ha eletto alcun degli europarlamentari precedenti, a differenza dei 29 mandati dal Brexit Party a Bruxelles.

Altro dato importante, a parte il successo di alcuni partiti minori – tra l’altro tutti schierati per il remain (come i Verdi e gli indipendentisti scozzesi) – il successo del partito liberal-democratico passato con il 20,3% ad avere 16 eurodeputati a Bruxelles contro l’unico che aveva in precedenza. Il segreto del suo “successo”? La sua posizione chiara rispetto alla brexit, con la proposta di un “secondo referendum” per rimanere nella UE.

Johnson, dunque, era l’unica carta che il partito conservatore poteva giocarsi per cercare di arginare l’ascesa di Farage, recuperando i consensi intercettati dal leader del Brexit Party.

Quale Brexit con la UE?

Durante la sfida alla leadership dei conservatori, sia Johnson che Hunt, non hanno escluso una “hard brexit” e sono stati categorici nell’affermare che il backstop è morto, un chiaro segnale mandato a Bruxelles che non è disposta a trattare e che fa di questo punto – il risultato dei negoziati fatti con la May – una questione dirimente.

D’altro canto la polizza di assicurazione per impedire un ritorno al confine tra le due Irlande è stata uno dei motivi scatenanti delle tre bocciature consecutive da parte del parlamento britannico dell’ipotesi d’accordo concordata tra May e UE.

Come ha scritto Nicoi Degli Innocenti il 17 luglio scorso sul Sole 24 Ore: “Bruxelles ha però messo in chiaro che il backstop è una parte fondamentale dell’accordo e non può essere eliminato. I sostenitori più moderati della brexit speravano quindi di trovare un compromesso accettabile, mantenendo il backstop ma modificandolo, ad esempio stabilendo una scadenza temporale o concedendo a Londra il diritto unilaterale di uscire per assicurare i conservatori che il Regno Unito non sarebbe stato “intrappolato” ad oltranza nel mercato unico”, ma per l’appunto la risposta dei due aspiranti leader è stata secca.

I margini a Bruxelles sembrano piuttosto ridotti, anche a causa della scarsa fiducia che riveste il personaggio per alcune sue affermazioni passate che hanno lasciato il segno – come quella di non voler pagare il debito del suo paese con l’Unione quantificabile in 40/45 miliardi di Euro – ed in generale per le sue “gesticolazioni” che come ha affermato entusiasta Orange Man stesso ne fanno il “Trump britannico”.

“Tutt’al più potremmo accordarci per una dichiarazione politica per una relazione futura” dichiara un anonimo diplomatico a “Le Monde” in un articolo che mette ben in chiaro l’intento di Bruxelles a non rinegoziare.

Ieri, intanto, era previsto che si incontrasse al parlamento europeo in una riunione straordinaria il gruppo che segue la Brexit con il capo-delegazione Michel Barnier: “per rispondere all’elezione di Boris Johnson” come ha dichiarato il suo presidente, il liberale belga, Guy Verhonfstadt.

L’unica che ha mostrato una qualche apertura – sul solco della minore intransigenza mostrata dalla Germania rispetto alla Francia – è stata Ursula Von Leyn nei giorni scorsi, che non ha atteso formalmente la presa dei propri incarichi come presidente della Commissione Europea per dirsi pronta ad accordare un nuovo rinvio di Londra oltre il 21 ottobre – se i britannici avanzassero “buone ragioni” (senza precisare quali) – probabilmente intendendo nuove elezioni (un azzardo per Johnson, ma all’interno degli scenari possibili), un nuovo referendum, o una modifica altamente improbabile delle “linee rosse” britanniche.

“Sconfiggere Jeremy Corbyn” e la sfida laburista

Dietro la Brexit, come abbiamo più volte ricordato, si gioca una partita politica importante, considerato che è lo stesso establishment britannico ad essere spaccato rispetto a quale relazioni intrattenere con i maggiori global player mondiali: UE, USA e CINA.

Una cosa è chiara per tutte le frazioni della borghesia: l’inimicizia nei confronti di Jeremy Corbyn e dei laburisti, e il terrore panico che nuove elezioni anticipate possano vedere il successo della formazione che ha ormai gettato alle ortiche i retaggi dell’esperienza del “New Labour” del criminale di guerra Tony Blair, nonostante il rilevo che a diverso titolo gli fornisce la sinistra liberal continentale, tra cui quella italiana.

Fino ad ora tutte le armi usate contro la leadership di Corbyn sono risultate frecce spuntate – l’ultima campagna contro il suo presunto antisemitismo si è risolta in un fiasco nonostante la veemenza dei toni e le narrazioni tossiche diffuse.

Così come sono risultati infruttuosi i tentativi di “spaccare” il Labour o di fare esprimere chiaramente la sua leadership per il remain, o per il pronunciamento di un nuovo referendum come priorità politica.

Fino adesso, Corbyn ha mantenuto – nelle sue esternazione e nelle comunicazione agli aderenti al Labour – la bara dritta sulla richiesta di elezioni anticipate, e la propria contrarietà sia a un “no deal” che ad una “tory brexit”. Ad una mail inviata agli aderenti al partito ha affermato ad inizio luglio:

Chiunque diventerà primo ministro dovrebbe avere la fiducia di presentare il suo accordo, o no deal, agli elettori in un voto pubblico. In questa circostanza, voglio mettere in chiaro che il partito laburista farebbe campagna per restare e contro un no deal o un accordo conservatore che non tutela economia e posti di lavoro”.

Sempre Corbyn lascia aperta la possibilità di presentarsi alle elezioni con un manifesto che proponga una brexit laburista, invece di un secondo referendum.

Il “compromesso laburista” proposto da Corbyn viene ribadito, sempre nella mail: uscire dalla UE, restando in una unione doganale, allineati alle regole del mercato unico, e alle tutele ambientali ed in ambito di diritti del lavoro.

È chiaro che l’ordine del discorso del leader laburista è figlio di un difficile punto di equilibrio tra le sue convinzioni euroscettiche, la base del Labour che ha votato in massa per la Brexit, e le anime organizzative del partito, tenendo presente l’immagine che vuole comunicare di una forza politica responsabile in grado di prendere in mano le redini del paese.

Il posto della Gran Bretagna nel mondo

Come accennavamo la partita importante si gioca su ciò che sarà la politica estera del Paese: se si allineerà agli Stati Uniti – come sembra far presagire l’orientamento filo-atlantico del nuovo inquilino del numero 10 di Downing Street (e la mancata difesa del dimissionario ambasciatore britannico negli USA per le sue affermazioni esplicitamente critiche nei confronti di Trump in comunicazioni interne “filtrate” alla stampa) – o manterrà e amplierà il rapporto economico con la Cina per cui era diventato il maggior partner europeo,  oppure troverà il modo di riconfigurare anche dopo la Brexit un rapporto privilegiato con l’UE magari con un trattato di libero scambio?

In questo scenario pieno di incognite, con un establishment diviso a seconda del settore di cui è parte, vogliamo concludere focalizzandoci sul rapporto Gran Bretagna-Cina, foriero di scontri aspri all’interno dei tories stessi.

Sebbene sia chiaro che solo dopo la conclusione della vicenda della Brexit sarà configurabile il rapporto esatto con la Cina, tra cui un possibile trattato di libero scambio – auspicato da alcuni – vi sono alcune evidenze empiriche delle relazioni anglo-cinesi.

Il 17 giugno il vice-presidente cinese Hu Chunhua era in visita a Londra per un programma di cooperazione economica, ricevuto cordialmente da Philip Hammond, cancelliere dello scacchiere e strenuo avversario di Johnson, sul solco dell’era d’oro delle relazioni anglo-cinese inaugurate dal suo predecessore George Osborne nel 2015.

Nel bel mezzo del conflitto Cino-statunitense su Huawei, il governo britannico aveva di non sanzionare le attività della multinazionale, con British Telecom e Vodafone che hanno utilizzato i suoi prodotti nella rete G5 prossima all'inaugurazione. L’azienda cinese con i suoi 1.600 dipendenti e i laboratori di ricerca a Cambridge è un attore di peso in Gran Bretagna.

Un altro settore fondamentale è quello dell’energia nucleare, dove un reattore EPR di ultima generazione è in costruzione da parte di EDF – la società energetica francese – finanziato per un terzo dal colosso cinese CGN, con una quarantina di ingegneri cinesi costantemente presenti nel sito.

La compagnia cinese dell’atomo, la CGN appunto, vuole costruire un proprio reattore con tecnologia indigenza ad un centinaio di km da Londra, sperando di ottenere il nulla osta dall’autorità di sicurezza britannica nel 2021.

Tecnologia della comunicazione e energia atomica, non proprio “pizza e fichi” quindi...

Nel 2015 la Gran Bretagna è stato il primo paese occidentale a partecipare alla Banca di Investimenti Asiatici per le Infrastrutture – il “braccio finanziario” tra l’altro del progetto della “Nuova Via della Seta”.

Dal 2000 al 2018, la Cina ha investito 55 miliardi di dollari in Gran Bretagna, due volte più che in Germania e tre volte più rispetto alla Francia, piazzandola come primo paese per gli investimenti cinesi in UE.

Per ciò che concerne il commercio, la Cina è il quinto partner commerciale del Regno Unito, dietro la Francia ma davanti l’Irlanda.

Ma è nel settore finanziario che il progetto anglo-cinese sta prendendo le forme più rilevanti, con la creazione di un ecosistema borsistico, in cui la City aspira ad essere il principale centro finanziario straniero per la valuta cinese, dopo esserlo stata per il Dollaro e l’Euro.

L’accordo tra le Borse di Shangai e quella di Londra firmato a giugno dopo 4 anni di lavoro ufficiale permetterà alle aziende britanniche di accedere direttamente alle piattaforme borsistiche cinesi e viceversa mente ad oggi tale ruolo era limitato alla borsa di Hong Kong.

Se non poche sono state le difficoltà e siamo solo ai primordi della costruzione, oltre all’instabilità che caratterizza in generale il mondo della finanza e alla preferenza cinese per una più rigida governance del settore, le basi sono state gettate per sviluppi che staranno in buona parte alla volontà politica britannica di portarle avanti.

Il mondo multipolare impone delle scelte e sull’orientamento di politica estera della Gran Bretagna si gioca il futuro della Global Britain...

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14/07/2016

Leave Europe, capitalism Remain. Un referendum farsa, una falsa alternativa

Prima parte: dalla Brexit alle dimissioni di Farage

1. Essenza della cosiddetta democrazia liberale è ridurre l’intera alternativa tra il peggio e il meno peggio. Il meno peggio è spesso solo la forma presentabile del peggio. Il referendum, lungi dall’essere forma avanzata di democrazia, si sposa perfettamente con questo modello. Tanto più suonano pompose le trombe del “plebiscito”, tanto più lo spartito è scritto alle spalle della “plebe”.

2. Il fatto che in Europa ritorni tanto lo strumento referendario, dalla Grecia fino al Regno Unito passando per la Scozia, non riflette la salute democratica del capitalismo europeo. Riflette semmai la sua profonda malattia. Le masse vengono chiamate fugacemente a esprimersi con un sì o con un no, da usare come grimaldello, ricatto o materia di scambio nelle reali sedi decisionali.

3. Eppure basta questa loro fugace apparizione per inquietare i salotti della finanza continentale. Il “popolo” potrebbe finire per convincersi di contare qualcosa. E l’innocua scadenza referendaria potrebbe innescare la lotta tra le diverse classi per piegare il risultato referendario ai propri interessi.

4. Il referendum sulla Brexit non fa eccezione. Anzi, ben lontano dal clamore mediatico che l’ha accompagnato, si sta rivelando la farsa delle farse. E’ stato concepito come una scommessa interna alla lotta di frazione della destra e della borghesia inglese: l’ex primo ministro Cameron doveva contemporaneamente zittire la pressione nazionalista da destra ed essere rafforzato nelle trattative con Bruxelles. Ha scommesso quindi su una vittoria di misura del “Remain”: sufficiente da un lato ad ottenere concessioni dalla Merkel e dall’altro ad annichilire la prospettiva di abbandono della Ue. Ha tentato la “mossa del cavallo”. Ha fatto la fine dell’asino.

5. Così come è stato per il referendum greco concepito da Tsipras, anche la Brexit nasce come semplice stratagemma per strappare migliori condizioni di trattative al tavolo con la Merkel. Il “Leave” britannico è tuttavia agli antipodi dell’“Oxi” greco. Quest’ultimo era un chiaro moto di ribellione dell’anello debole della catena del capitalismo europeo, in grado di scatenare potenzialmente la lotta e la solidarietà di classe in tutta Europa. Il “Leave” è intriso del rigurgito nazionalista di una delle nazioni più potenti d’Europa che ha spinto fino all’orlo del baratro il suo ruolo di puntello “filoatlantico” e “liberista” interno all’Unione Europea. Da tempo la Gran Bretagna è la testa di ponte e la rappresentante degli Usa nel consesso delle borghesie europee. Il compito che le era assegnato, mantenendo la propria moneta e tenendosi alla finestra dell’Unione Europea, era quella dell’avvocato atlantico a Bruxelles. Una sua uscita non era quindi lontanamente contemplata.

6. Il carattere farsa della Brexit è infine sublimato da questo: da un lato la destra europeista sta esplicitando senza pudore come la “volontà popolare” sia tale solo se in accordo con i suoi dettami. Dall’altro la destra nazionalista sta rivelando di non sapere cosa farsene della “volontà popolare” e di non avere nessuna intenzione di applicarla. La campagna per un secondo referendum è vergognosa dal punto di vista di qualsiasi democrazia parlamentare. Le elezioni sono trasformate in una sorta di slot machine: tira la leva finché non vinci.

7. Le argomentazioni “europeiste” secondo cui il Leave avrebbe vinto grazie al “voto dei vecchi” – che non dovrebbero decidere per i giovani – o grazie alle persone ignoranti – che non dovrebbero esprimersi su quello che non sanno, sono argomentazioni potenzialmente utilizzabili contro l’intero suffragio universale.

8. Clamorosamente lo stesso fronte del Leave ha accettato di essere descritto così: composto principalmente da pensionati, working class di provincia, senza il voto dei giovani “perché son quelli che più hanno da guadagnare dall’Unione Europea”. Un’opinione di sé piuttosto misera, in verità. L’Ue è stata un incubo in materia di tagli e di austerità per l’istruzione pubblica: i giovani della working class non hanno da guadagnarne tanto quanto i vecchi. Tant’è che la fascia giovanile è stata semmai quella che meno si è recata a votare (36% di affluenza sotto i 24 anni, contro l’83% sopra i 65). Né accettiamo poi l’idea che una “rivolta operaia nelle urne” possa lasciare fuori centri urbani di primaria importanza come Londra, Glasgow, Edinburgo, Liverpool, Leeds, Manchester. A meno che non si voglia accreditare l’idea che la classe operaia inglese sia un fenomeno residuale di provincia e non una classe vitale composta da centinaia di migliaia di lavoratori dipendenti che vanno dai grandi centri dei servizi, ai trasporti, passando per le fabbriche, i centri commerciali, ecc. ecc.

9. Il punto non è sociologico ma politico. Stretti tra due alternative che alternative non sono, tra l’utopia di una riformabilità dell’Unione Europea e il nazionalismo britannico, un settore di giovani è rimasto a casa e la nostra classe è andata al voto in ordine sparso.

10. Il meccanismo referendario lungi dal rimettere tutta la sovranità nelle mani “della gente” restituisce completamente lo scettro alle trattative di palazzo, alle riunioni segrete e ristrette tra Bruxelles e la City.

11. L’articolo 50 del trattato di Lisbona che regola l’uscita dall’Unione non si attiva automaticamente: deve essere invocato dalla nazione che ha intenzione di uscire. E anche dopo che è stato attivato, le trattative per regolare l’uscita possono durare fino a 2 anni. Finora la Gran Bretagna non ha attivato l’articolo 50, ma ha chiesto di continuare le trattative con l’Ue: come dire, trattiamo sulla mia permanenza ma mi lascio la possibilità di andarmene quando voglio.

12. Le dimissioni di Cameron da primo ministro significano prima di tutto uno slittamento del processo di Brexit. Il suo successore sarà nominato ad ottobre. Prima di allora nessuno invocherà l’articolo 50. E difficilmente questo avverrà dopo: la maggioranza del Parlamento non è a favore della Brexit. C’è poi chi mette già in discussione che l’ordinamento inglese contempli la possibilità da parte del Governo di emettere l’atto legislativo per attivare l’articolo 50, con il possibile strascico di ricorsi legali.

13. Il quadro non è completo se non si considera che il Remain ha vinto in Scozia e in Nord Irlanda. L’attivazione dell’articolo 50 significherebbe la contestuale richiesta di Scozia e Nord Irlanda di trattare separatamente la propria permanenza nell’Ue. Nazionalismo, separazione, unificazione: concetti che la borghesia piega rapidamente da una parte o dall’altra a seconda dei propri interessi. Durante il referendum sulla Scozia, l’indipendenza scozzese era vista dai nazionalisti di tutta Europa come il processo che poteva destabilizzare l’Ue. Oggi l’indipendenza della Scozia si trasformerebbe potenzialmente in un grimaldello del capitalismo tedesco e francese nel Regno Unito.

13. Altro che primavera popolare: la Brexit, il tanto celebrato “Independence day”, ha sempre più i contorni di un complicato divorzio tra ricchi dove entrano in campo i pool di avvocati.

14. E infine sono arrivati i ritiri degli stessi Johnson e Farage, le due figure di spicco del fronte del Leave. Johnson, il biondo patinato leader dei Conservatori pro-Leave, è stato silurato a poche ore dall’annuncio della sua candidatura a sostituire Cameron. Subito dopo la vittoria del referendum era apparso in tv offrendo una linea conciliante, commentando come i mercati avessero “frainteso” e che l’obiettivo era non “abbassare totalmente il ponte levatoio” con l’Europa. In perfetto stile mafioso, i mercati hanno preteso la testa di Johnson come pegno per cominciare una possibile trattativa. Così il suo luogotenente Gove, più sobrio e pacato, l’ha pugnalato alle spalle mettendo in minoranza la sua candidatura.

15. E arriva ora il ritiro di Farage, leader dell’Ukip. Simbolo di un nazionalismo che ha promesso ciò che non può realizzare, incolpato gli immigrati di colpe che non hanno, promesso soldi alla sanità che non arriveranno, raccontato di un capitalismo britannico buono che non esiste, la vittoria della Brexit coincide con un passo indietro da parte di questo incrocio inglese tra Salvini e Grillo. Farage ritirandosi ha già indicato la nuova linea su cui si dovrà attestare l’Ukip: “Mentre è chiaro che lasceremo l’Unione Europea, i termini della nostra uscita non sono ancora chiari. Se ci sarà una retromarcia da parte del governo e con il partito Laburista sempre meno a contatto con i suoi elettori, forse i migliori giorni dello UKIP devono ancora arrivare”. In pratica l’Ukip abbandona la linea della Brexit, per prepararsi a raccogliere il voto di protesto per la mancata Brexit o per come verrà realizzata.

16. Ecco qua, dunque, in tutto il suo splendore la bancarotta della Brexit. E con essa la bancarotte dell’idea che gli scontri fondamentali tra le classi siano regolati dalle consultazioni referendarie, che la gabbia dell’Unione Europea possa essere rotta saltando da un referendum all’altro. E’ la bancarotta dell’idea che il nazionalismo borghese possa ritagliarsi uno spazio autonomo di vita a prescindere dalla borghesia stessa.

17. E l’ennesima dimostrazione di come in politica non sia importante solo cosa si fa, ma anche chi lo fa e in quale contesto. Non esiste un unico modo di rompere la gabbia dell’Unione Europea, ma esiste un unico modo per farlo in maniera progressista: non con la nostra classe a rimorchio degli appetiti di questo o quel settore di borghesia europea, ma con la nostra classe opposta all’insieme del capitalismo europeo e mondiale.

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